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POLITICA
30 ottobre 2014
LA CGIL E LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE
L'Italia è immersa da troppi anni in una crisi drammatica e parecchie persone (in particolare Susanna Camusso) auspicano che per far ripartire l'economia lo Stato attui massicci investimenti, in modo da rilanciare occupazione e produzione. Naturalmente nessuno ignora che lo Stato non ha denaro da spendere ed è anzi oberato da un enorme debito pubblico. Dunque, chi auspica questi investimenti, lo fa cosciente che essi dovrebbero essere effettuati non spendendo il denaro che si ha, ma spendendo il denaro che non si ha: cioè stampando banconote e provocando inflazione(1). Nel caso nostro con conseguente uscita dall'euro.
I fautori di questa soluzione conoscono i difetti dell'inflazione ma dicono che in questo momento sarebbe il male minore. Riconoscono che in teoria i risparmiatori ne sono danneggiati ma, a loro parere, possono benissimo difendersi se investono il loro denaro ad un tasso superiore a quello dell'inflazione. In questo modo "galleggiano" comodamente al di sopra di essa. E ciò è vero. Ma così si dimenticano i risparmiatori meno accorti: e non sarebbe giusto tassare l'ingenuità. Inoltre alcune persone posseggono troppo poco per pensare ad investire e dunque l'inflazione tasserebbe la povertà. Infine - ecco il punto di gran lunga più importante - si impoveriscono coscientemente i percettori di reddito fisso che non hanno alcun modo di difendersi dall'inflazione. Per aumentare il prezzo dell'insalata il fruttivendolo non ha bisogno di aspettare una decisione del ministero, mentre paghe e stipendi sono sempre in ritardo sull'inflazione, giustamente chiamata "tassa sui poveri".
Ma - dicono alcuni - gli inconvenienti sono un prezzo che val la pena di pagare. L'euro è troppo forte, rende troppo cara la merce che cerchiamo di esportare e ciò crea sottoproduzione, disoccupazione e miseria. Se invece uscissimo dalla moneta comune, la lira - che nel momento della conversione formalmente dovrebbe valere un euro - sui mercati internazionali sarebbe immediatamente quotata mezzo euro, e agli stranieri tutto ciò che è italiano sembrerebbe regalato. Stiamo forse esagerando il tasso di cambio, ma ciò serve soltanto a rendere chiari i concetti. La "svalutazione competitiva", pur favorendo le esportazioni e il turismo, non presenterebbe tuttavia soltanto vantaggi.
Mentre chiunque comprasse qualcosa da noi pagherebbe la metà di prima, gli italiani dovrebbero pagare il doppio le merci straniere. Ci costerebbero il doppio il petrolio, le automobili tedesche, il grano, il cotone, la lana, il caffè, i viaggi all'estero, moltissime cose: dunque saremmo costretti a consumare di meno, comprando soprattutto prodotti nazionali. Ci sarebbe meno disoccupazione ma saremmo tutti più poveri. Il ridimensionamento, forse necessario, sarebbe certo doloroso. Infatti, se la svalutazione competitiva presentasse soltanto vantaggi, non ci sarebbe da esitare. Purtroppo con essa "si regala lavoro": i nostri operai non sarebbero disoccupati ma lavorerebbero di più per avere un livello di vita inferiore all'attuale. E rimarrebbe il problema del debito: infatti, passando alla lira che vale mezzo euro, i detentori dei nostri titoli di Stato si vedrebbero sottrarre di botto la metà del potere d'acquisto del loro peculio. E gli applausi nelle Borse non sarebbero molto rumorosi. 
Non sono astratte fantasie. Basta chiedersi perché siamo invasi dai prodotti cinesi. Gli operai di quel Paese fabbricano gli stessi oggetti che potremmo fabbricare noi ma sono pagati molto meno dei nostri: ecco tutto. La Cina regala sudore. 
Per buona regola, né lo Stato né i cittadini devono vivere al di sopra dei propri mezzi. La moneta non deve essere né sopravvalutata né sottovalutata e dovrebbe avere il valore che le assegna il libero mercato. Se avessimo osservato queste regole, la crisi italiana non si sarebbe mai avuta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 ottobre 2014

(1) Per i meno versati nella materia, ma come parte integrante dell'articolo, precisiamo i concetti d'inflazione, svalutazione, potere d'acquisto e teoria di Keynes. 
Si ha inflazione quando il denaro circolante aumenta perché chi lo conia (lo Stato) ne dà di più ad alcuni, non perché abbia incassato di più (per esempio col fisco) ma semplicemente perché ha il potere di stampare moneta. La conseguenza, dopo un certo tempo, è che per comprare gli stessi beni di prima bisogna sborsare una somma maggiore: il fenomeno si chiama svalutazione. Gli effetti tuttavia non sono uguali per tutti. I primi prenditori - coloro cui lo Stato dà il denaro "nuovo" - comprano ai vecchi prezzi, che non hanno ancora avuto il tempo di aumentare, e dunque possono avere di più, perché hanno un maggiore potere d'acquisto. Viceversa, dal momento che i prezzi si adeguano presto, coloro cui non è stato dato più denaro di prima, per esempio i dipendenti e i pensionati, continuando a percepire il vecchio reddito, comprano presto i beni al nuovo prezzo, avendo un minore potere d'acquisto. In altre parole l'inflazione beneficia i primi prenditori a scapito dei percettori di reddito fisso.
Tuttavia gli investimenti dello Stato (anche se producono inflazione) sono auspicati dai seguaci di John Maynard Keynes i quali pensano che essi producono temporaneamente dei problemi, ma rilanciano l'economia. In realtà, da un lato il risultato non è sicuro, dall'altro quella teoria (mal interpretata) ci ha condotti ad avere il nostro attuale debito pubblico

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POLITICA
29 ottobre 2014
RENZI FRA HEATH E LA THATCHER
Tutti abbiamo tendenza ad inforcare il binocolo al contrario: è umano.  La vittima di un omicidio nel nostro palazzo è notizia infinitamente più importante di un terremoto che fa duecento morti in Cina. Meno perdonabile è il fatto che - probabilmente per l'ignoranza delle lingue straniere - viviamo talmente in vaso chiuso da riuscire ad ignorare la realtà del resto del mondo. Provate a dire in giro che l'Italia è stata sconfitta in modo ignominioso, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Provate a dire che la vittoria (degli Alleati) sulla Germania non è stata minimamente influenzata dai nostri partigiani. E poi il famoso "Sessantotto". L'abbiamo vissuto come una sorta di coraggiosa e soprattutto autoctona rivoluzione sociale mentre in realtà fu l'imitazione della protesta degli studenti parigini. I quali a loro volta imitavano i colleghi americani di Berkeley. Ma quanti accetterebbero senza discutere che il Sessantotto italiano fu l'imitazione di un'imitazione?
Ora abbiamo il fenomeno di Matteo Renzi e siamo convinti di assistere ad una clamorosa novità: in realtà non è così. O almeno: è una novità in Italia ma, per quanto riguarda i sindacati, si tratta di un fenomeno vecchio altrove. Per esempio in Inghilterra, dove si è verificato quarant'anni fa. 
Nei primi Anni Settanta del secolo scorso, l'Inghilterra era paralizzata dallo strapotere dei sindacati ed era dunque molto malata, dal punto di vista economico. Tanto che Edward Heath, conscio del pericolo rappresentato da questa anomalia, fece il possibile per riaffermare il potere dello Stato. Infine, prendendo il toro per le corna, cercò di farsi legittimare dalle urne e pose il dilemma: "Nel Paese deve comandare il governo oppure i sindacati?" Gli inglesi gli risposero che dovevano comandare i sindacati. 
Ma fu una vittoria di Pirro. La sconfitta dei conservatori non impedì che ci si rendesse conto che quella era la strada giusta. Infatti, il progetto che Sir Edward non aveva saputo o potuto realizzare fu ripreso e portato al trionfo da Margaret Thatcher. 
In Italia, quarant'anni dopo, il dilemma su chi debba realmente comandare non è stato ancora risolto. La nostra Costituzione stabilisce chiaramente che "la sovranità appartiene al popolo": dunque dovrebbe comandare il Parlamento, ma le norme sono un conto, la realtà è un altro conto. Nel 1987 gli italiani votarono in massa un referendum per istituire la responsabilità civile dei magistrati per dolo o colpa grave e tuttavia esso non fu applicato: né subito, né negli anni successivi. E  non lo è neanche oggi. C'è un detto che calunniosamente si attribuisce soltanto ai Borboni di Napoli: "Le leggi ai nemici si applicano, per gli amici si interpretano". E infatti, in materia di errori professionali, per i  medici le leggi si applicano severamente, per i magistrati si interpretano, giungendo alla conclusione che sono infallibili. Salvo sei o sette, in trent'anni.
Che in Italia comandassero i sindacati, per esempio, si vide ancora una volta quando il governo Monti proclamò ripetutamente e solennemente che avrebbe cambiato (abolito) l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Sia il Presidente del Consiglio, sia la ministra Fornero lo ripeterono tanto insistentemente che pensai: "Si sono spinti troppo oltre. Non potranno fare marcia indietro". Invece poterono. La Cgil disse no e loro chinarono la testa. Ne conclusi che, malgrado la mia veneranda età, ero un ingenuo e che l'Italia non sarebbe mai cambiata.
Ora arriva Matteo Renzi e riesce a non dimostrare rispetto nemmeno per l'infallibilità della sinistra estrema. È come se un parroco affermasse che Dio non esiste. Addirittura è arrivato a dire che chi fa le leggi è il Parlamento, non i sindacati. 
Naturalmente alcuni italiani a queste straordinarie conclusioni erano arrivati da soli. Ma il problema non era intellettuale. Da noi non sono le idee che vanno scoperte, quelle - almeno alcuni - le hanno. Soprattutto se hanno seguito le cronache inglesi. Ciò che è sempre mancato, da noi, è la forza di applicarle. Dunque la domanda è: Renzi è un Edward Heath maldestro e provocatore al di là del giusto, un ragazzotto che non ha mai sentito parlare di hybris e andrà a sbattere, o una Margaret Thatcher capace di rivoluzionare il suo Paese? 
E se non ci riuscisse - visto che fra l'altro gli piace moltiplicare gli ostacoli sul suo cammino - potrebbe quanto meno essere il precursore di qualche vero Uomo come Margaret Thatcher?
È quello che vedremo. Per il momento c'è un uomo abbastanza rozzo per indurre chi ha sempre amato i sindacati più o meno come l'orticaria a trovare che, dopo tutto, anche loro hanno qualche buona ragione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 ottobre 2014

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POLITICA
26 ottobre 2014
REYHANEH DIFFICILMENTE INNOCENTE

Una giovane donna iraniana, Reyhaneh Jabbari, è stata impiccata a Tehran perché nel 2007, quando aveva diciannove anni, ha pugnalato a morte l'uomo che - secondo quanto da lei affermato, e secondo i giornali occidentali - aveva tentato di violentarla. Che l'abbia effettivamente violentata non lo dice nemmeno la stessa donna, ma riguardo a tutta la vicenda - anche se la notizia ha provocato scandalo ed orrore un po' in tutto il mondo - non dobbiamo dimenticare che disponiamo di ben pochi elementi oggettivi. 

In Italia, Paese tendenzialmente pagano (non abbiamo avuto la Riforma perché non abbiamo mai preso sul serio la religione), l'Iran, Paese a regime teocratico, può essere giudicato soltanto come espressione di una mentalità arcaica, illiberale, selvaggia. Ed effettivamente abbiamo letto che lì si condannano a morte gli omosessuali in quanto tali, si infliggono pene gravissime per ragioni religiose (che nessuno provi ad insultare Maometto), si obbligano tutte le donne a seguire norme islamiche per l'abbigliamento (anche se nel Corano non se n'è mai parlato), tanto che il regime degli Ayatollah è riuscito a far rimpiangere caldamente lo Shah. Questi almeno, se pure con metodi talvolta fin troppo ruvidi, avrebbe voluto rendere la sua nazione più laica e più moderna.

Come se non bastasse, gli anni di Ahmadinejad hanno dato all'Iran il volto dell'estremismo, dell'intolleranza, della minaccia e del più feroce e stupido antisemitismo. Insomma, non c'è nessuna ragione per dire bene dell'Iran quale si presenta attualmente.

Per quanto riguarda la giovane Reyhaneh Jabbari, lascia sgomenti il fatto che sia stata giustiziata: sia per la sua età, sia perché ha potuto rappresentarsi questo tragico momento per ben sette anni, sia per la modalità dell'esecuzione. L'impiccagione non è un supplizio particolarmente crudele, se ben eseguito: ma come si fa ad essere sicuri della competenza del boia iraniano?

Questa lunga premessa serve tuttavia ad evitare gli equivoci. Si può essere contro la pena di morte a prescindere, soprattutto quando si tratta di un omicidio non particolarmente grave, non premeditato e non realizzato con modalità crudeli. Dunque si può essere ragionevolmente sicuri che in qualunque Paese civile, inclusi quelli che hanno la pena di morte, Reyhaneh non sarebbe stata giustiziata.  Ma molta gente, se trova il condannato amabile, ha tendenza a considerarlo a priori innocente: e questo è un errore. 

Nel famoso film "Un posto al sole", del 1951, il protagonista, un estremamente affascinante Montgomery Clift, si innamora di una Elizabeth Taylor di sfolgorante bellezza, e per liberarsi della moglie l'uccide. Si ha il processo e, benché lo spettatore non riesca a vietarsi di sperare che non vada troppo male al protagonista, il reo è condannato a morte. Non per niente il film è tratto da un romanzo dal titolo: "Una tragedia americana". Il personaggio di Clift ha ucciso la moglie con premeditazione e la massima pena, secondo il codice, l'ha meritata.

Nel caso della Jabbari la simpatia che si vorrebbe sentire per lei è disturbata da alcuni elementi. Innanzi tutto i giornali riferiscono che, a causa di quel tentativo di stupro, e non stupro consumato, ella ha pugnalato l'aggressore alla schiena. La stessa veridicità del fatto è messa in dubbio dalla famiglia della vittima. Questa  si era dichiarata disposta a salvare la vita della donna se ella avesse dichiarato che quel tentativo non c'era stato. Ma lei ha rifiutato, preferendo affrontare la forca. Questo particolare dimostra che nella vicenda è anche entrato il fattore onorabilità: il figlio della vittima voleva ad ogni costo che fosse riabilitata la memoria del padre, la colpevole voleva ad ogni costo far apparire giustificato (per legittima difesa) il suo omicidio. Ma tutto ciò è secondario rispetto all'ineludibile particolare dell'accoltellamento alla schiena.

Mentre un accoltellamento al petto, o comunque sulla parte anteriore del corpo, può far pensare alla colluttazione con un aggressore, un accoltellamento alla schiena esclude l'esimente della legittima difesa. Si è costretti a pensare ad una vendetta per la quale va attribuita alla rea l'attenuante di avere agito in preda all'ira per il fatto ingiusto altrui. Ma omicidio volontario rimane. E tutto ciò non va detto a difesa della giustizia iraniana, di cui non conosciamo il livello, ma per il dovere che abbiamo riguardo al nostro stesso senso critico e alla nostra serenità di giudizio.

Naturalmente ciò non cambia la realtà di una condanna a morte eccessiva: ma trattare la giovane Jabbari da innocente sembra azzardato.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

25 ottobre 2014


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POLITICA
25 ottobre 2014
EFFETTI DELL'INTERVENTO DELLA BCE
   Nell'iconografia di sinistra, il capitale è una somma che appartiene ad un signore ricco, nullafacente e disposto ad investirlo. Nella realtà normalmente il capitale è prestato agli imprenditori dalle banche, che l'hanno a loro volta ricevuto da privati ai quali corrispondono un interesse. Le banche vivono infatti della differenza fra l'interesse pagato ai risparmiatori e quello richiesto agli imprenditori. Dunque, al momento di lanciare un'impresa, il livello di remunerazione del capitale è importante perché fa parte dei costi.
Il peso di questo costo dipende dalla salute dell'impresa. Se essa ha alti profitti, anche esborsi notevoli non la scoraggeranno; se invece essa è marginale e sta in piedi a stento, rischierà di chiudere in seguito alla prima variazione del mercato. E infatti le banche difficilmente le faranno credito.
In un momento di stagnazione, per rilanciare le imprese, si reputa necessaria l'evidente manovra anticiclica di fornire capitali a basso tasso d'interesse. È quello che fa attualmente la Banca Centrale Europea. E dal momento che il denaro che essa presta alle banche non è frutto di raccolta di risparmio ma del lavoro della zecca, ha quasi portato a zero detto interesse. Lo scopo sarebbe quello di favorire la ripresa produttiva (diminuendo il costo del capitale per le nuove imprese), ma fino ad ora i risultati sono molto scarsi. 
Non c'è da stupirsene. Se non si intravedono occasioni di guadagno, le imprese non nascono. Neanche se il capitale gli è offerto a basso costo. D'altro canto le banche, che pure sono liete di rifornirsi di capitali quasi gratis, sono molto meno liete di rischiarli e perderli. Esse dunque non divengono meno diffidenti nei confronti dei clienti e per conseguenza i rubinetti del credito alle imprese non sono stati gran che aperti. Alle banche conviene prendere il denaro della Bce per poi investirlo in redditizi titoli di Stato, guadagnando senza correre rischi e girandosi i pollici.
La mossa, pure ufficialmente riprovata, ha i suoi vantaggi. I Paesi afflitti da un grande debito pubblico, per rimborsare i titoli in scadenza e pagare gli interessi, hanno continuamente bisogno di collocare i loro titoli sul mercato borsistico, ottenendo denaro fresco. A questo punto è una vera manna avere banche pronte a comprare i titoli, mantenendone alta la richiesta e deprimendo per conseguenza i tassi d'interesse da pagare. Ricordiamo che, se per ipotesi, il primo anno scadesse un decimo del debito italiano, e se per ipotesi non si potessero vendere nuovi titoli, ci troveremmo a dover pagare duecento miliardi. di cui ovviamente non disponiamo. Ciò significa che il mancato collocamento corrisponderebbe al default.
Ma ciò ha altre conseguenze. Se i tassi d'interesse dei titoli di uno Stato oberato di un immane debito presentano un differenziale piuttosto piccolo rispetto agli analoghi bond tedeschi (considerati sicuri), l'impressione è che quei titoli siano solidissimi. Diversamente - si pensa - i tassi salirebbero. E questo è gradito a tutti, anche all'Unione Europea che non deve temere - come nel 2011 - di veder scoppiare l'intero sistema.
Purtroppo tutto ciò è illusorio. È come se qualcuno fosse reputato solvibile soltanto perché dice di esserlo. Il denaro che la Bce presta è a fronte di niente: non risulta infatti dalla ricchezza prodotta e accantonata dai risparmiatori, e se fosse immesso in circolo provocherebbe inflazione. Le stesse banche che lo investono in titoli di Stato lo tengono in portafogli (soltanto per lucrare gli interessi) e aumentano così una massa monetaria che pesa sulla testa dell'intero continente come un'immensa spada di Damocle. Tutto si regge sulla convinzione che il momento della resa dei conti sia ancora lontano. Ma che cosa giustifica questa fiducia? 
Le banche, pure coscienti della precarietà della situazione, considerano che, se l'intero sistema andasse in crisi, non ci sarebbe nessun'altra politica aziendale che le salverebbe. Se gli Stati affonderanno, affonderanno con loro e non saranno certo le sole a piangere. Dunque, finché la cosa funziona, si va avanti.  
La fiducia dei privati è invece meno comprensibile e potrebbe derivare da disinformazione. A parte il fatto che essi potrebbero scegliere altri investimenti (anche all'estero, anche in altre valute) e sfuggire all'eventuale catastrofe, la loro tranquillità nasce dal pregiudizio che l'investimento in titoli pubblici sia sicuro. "Gli Stati non possono fallire". Oltre tutto - male che vada - l'Unione Europea e gli altri Stati, per non essere coinvolti nel disastro, interverrebbero per salvarci. E dunque si accontentano perfino dei bassi rendimenti determinati dagli acquisti delle banche. Ma si sbagliano. 
In primo luogo non è affatto detto che gli Stati non possano fallire. Ci sono già state nazioni che hanno cessato i pagamenti. E soprattutto nella storia non si sono mai avuti tanti Stati così pesantemente indebitati: questa è una situazione nuova. Inoltre - e ciò è fondamentale - in caso di difficoltà un grande Stato non può essere salvato. Lo si è tentato per la piccola Grecia, ma sarebbe pressoché impossibile per un elefante come l'Italia. Si dice "too big to fail", ma bisognerebbe aggiungere che se, pur essendo "big", uno Stato fallisce, poi è "too big to be rescued". E non parliamo di una crisi che coinvolgesse altri Paesi.
Le difficoltà dell'economia reale non si risolvono con manovre monetarie o finanziarie. Con tali manovre i problemi si possono mascherare, si possono eludere, si possono rinviare, ma in conclusione, se non si risana l'economia sottostante, ci sarà un momento in cui fatalmente la cambiale sarà presentata all'incasso. E quel giorno - come detto - non piangeranno soltanto le banche.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 ottobre 2014


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POLITICA
24 ottobre 2014
PANORAMICA SULLA CRISI ECONOMICA
L'economia libera procede come una bicicletta: correggendo continuamente la direzione. Dunque le crisi sono un fatto fisiologico. Ma attualmente in Europa ne subiamo una che dura almeno dal 2008, che non accenna a finire e che potrebbe deflagrare. Non avendo tenuto conto del resto del mondo, la nostra bicicletta potrebbe rovinare per terra. 
L'economia quale la conosciamo è nata con la rivoluzione industriale. E poiché da prima si è realizzata soltanto nell'Europa Occidentale, ci eravamo abituati all'idea che i problemi e le soluzioni dovessero essere "europei". Poi col Giappone abbiamo avuto la prima avvisaglia di che cosa potesse essere la concorrenza di una nazione colta, scientificamente sviluppata e in cui i salari erano molto più bassi dei nostri: ma pensavamo di poterla fronteggiare. Infine la fiaccola della concorrenza è passata a Taiwan, alla Corea del Sud, alla Cina, e qui si è trasformata in un rogo che rischia di bruciare le nostre industrie. Anche se la stessa Pechino è seduta sulla bomba di un cambio irrealistico, di un ritmo di sviluppo troppo difficile da mantenere e di un eccesso di crediti nei confronti degli Stati Uniti. Dunque potrebbe avere e riservarci brutte sorprese.
In conclusione l'intero mondo abbisogna di un aggiustamento, ma il problema più grande è quello di noi italiani. Abbiamo goduto fra i primi dei grandi benefici dell'industrializzazione e ci siamo abituati ad un alto livello di vita. Certe guarentigie sindacali e certe prestazioni del Welfare State ci sembrano naturali, e quand'anche la situazione mondiale dovesse renderle economicamente insostenibili, le consideriamo acquisite e irrinunciabili. Ma abbiamo imboccato una china pericolosa. I nostri costi sono cresciuti, il nostro vantaggio concorrenziale è diminuito e per decenni siamo stati sciaguratamente condizionati dalle idee di Keynes: una teoria mal interpretata che ci ha fatto credere al deficit spending come a una catena di S.Antonio. Sul momento abbiamo pensato che ai debiti avrebbero posto rimedio una mitologica e inarrestabile esplosione dell'economia e un aumento costante ed irrefrenabile della popolazione, dunque della platea dei contribuenti. Poi l'economia ha cominciato a rallentare, tanto che oggi si considera un notevole successo un aumento del prodotto interno lordo del 2%, e la nostra Italia va addirittura indietro. La popolazione ha smesso di crescere e l'unica cosa che ha continuato ad aumentare è un mostruoso debito pubblico. 
Ciò però non solo da noi. In termini percentuali sul pil, esso è giunto a livelli stratosferici in Giappone, in Grecia e in Portogallo; in termini assoluti è enorme negli Stati Uniti e dovunque è troppo alto per essere rimborsabile. Nel frattempo, cosa gravissima, continua a salire: e ciò non può durare indefinitamente. Infine tutti paghiamo pesantissimi interessi (in Italia si parla di settanta-ottanta miliardi di euro l'anno), e dunque versiamo nella fogna un fiume di denaro che non produce nessun ritorno, se non il fatto che il Paese - per il momento - non fallisce.
La causa di questo sfacelo, quanto meno in Italia, risale ad uno Stato guidato da demagoghi, dunque prodigo di regali e carico di troppi compiti. Quando si è inaridito il pozzo di S.Patrizio del deficit spending, il risultato - stante la naturale inefficienza di tutto ciò che non beneficia dell' "occhio del padrone" - è stato un fisco avido ed invadente che ha reso la produzione nazionale costosa e poco competitiva. 
Tanto per l'Italia quanto per l'Europa, la salvezza potrebbe venire soltanto da una rivoluzione intellettuale e sociale. Dovremmo comprendere che non siamo una razza superiore destinata a lavorare meno di altri e godere di speciali vantaggi. Non possiamo comportarci come i nobili francesi prima del 1789 e considerare irrinunciabili i nostri privilegi. È inevitabile riconoscere che non abbiamo più la primazia intellettuale o tecnologica d'un tempo: i popoli asiatici non sono né più stupidi né più ignoranti di noi. Anche se la Cina, col tempo, aumenterà il livello dei suoi salari - come ha fatto il Giappone e come è fatale che avvenga - rimarrà concorrenziale. Dunque dobbiamo rassegnarci a lavorare e produrre di più. 
Questo genere di discorsi per parecchi è urticante. Molti si offendono, se uno gli predice (non gli augura, gli predice) un futuro da operaio cinese. Ma a parità di produzione di ricchezza non possiamo pretendere di guadagnare più di altri. 
I nostri governanti non sono in grado di risolvere la crisi perché la nazione non può accettare un brusco ridimensionamento. Dunque si tirerà avanti finché non cadremo dalla bicicletta e il problema si risolverà da sé. Poi dovremo ricominciare quasi da zero. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 ottobre 2014




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ECONOMIA
23 ottobre 2014
LO STATO DISTRUGGE POSTI DI LAVORO
C'è un aureo detto inglese che spesso viene citato a proposito della Borsa, ma che vale in molti campi: "You can lead a horse to water, but you can't make it drink", puoi condurre un cavallo alla fonte ma non puoi obbligarlo a bere. Per quanto conveniente sia l'occasione, per quanto basso possa essere il prezzo, se la gente non ha voglia di una cosa, quella cosa non si venderà. Certe cose non si ottengono per rescriptum principis, cioè per via legale, e neppure perché sono state rese facili, ma soltanto perché chi deve realizzarle le desidera. 
Ciò vale anche per un problema che in questo momento fa scorrere fiumi d'inchiostro e di saliva: la vittoria sulla disoccupazione. In questo campo impera un'illusione perniciosa, e cioè che sia compito dello Stato moltiplicare i posti di lavoro. La convinzione è così radicata che quando la situazione arriva al dramma, come in questo momento, la richiesta dell'intervento pubblico diviene insistente e perfino minacciosa. Nell'idea generale il governo deve creare i posti di lavoro e deve anche impedire, ad ogni costo, che si abbiano dei licenziamenti o si perdano i salari esistenti: infatti, per alcune categorie di privilegiati c'è la cassa integrazione.
L'opinione pubblica fa mostra di prendere la cosa molto sul serio, ma in realtà fa soltanto un po' di retorica. Gli stessi sindacati si limitano a fare  baccano per quei drammi aziendali che riescono ad entrare nei titoli dei giornali, ma né loro, né lo Stato riescono oggi ad impedire il degrado economico. In realtà il problema nazionale, soprattutto quello degli innumerevoli licenziamenti nelle microimprese, non può essere esorcizzato con le promesse, e i numeri parlano di infinite piccole tragedie. In queste condizioni non è strano che, in linea con i pregiudizi nazionali,  alla politica venga insistentemente ricordato l'ineliminabile dovere di "creare posti di lavoro". 
Il verbo è impegnativo. Mentre "fabbricare" significa mettere insieme dei pezzi per realizzare qualcosa, "creare" è ottenere qualcosa con un semplice atto di volontà. "Ex nihilo" (partendo dal nulla), come ha potuto fare Dio nella Genesi. E in effetti chi richiede la salvifica azione del Parlamento non indica la cosa da fare, parla soltanto di "interventi", di "investimenti", di "provvedimenti". Sostanzialmente richiede un miracolo. Lo Stato "crea" posti di lavoro soltanto quando assume direttamente: cosa necessaria, se si tratta di sostituire dei dipendenti pubblici andati in pensione, ma cosa scandalosa, se si assumono dipendenti non necessari, per acquisire consenso. In Calabria dicono ci sia un corpo forestale pletorico, molto largamente al di sopra del fabbisogno. 
Il cavallo beve se ha sete, e se sa dov'è la fonte non è neanche necessario condurcelo. Per creare occupazione non sono necessari né interventi, né investimenti né provvedimenti, basta far sì che i datori di lavoro abbiano interesse ad assumere. Se viceversa questo interesse non esiste, lo Stato non può farci nulla. Può soltanto incrementare le spese improduttive, con i suoi "investimenti". 
L'ambiente lavorativo italiano - tra burocrazia, malagiustizia e soprattutto tasse - ha reso l'impresa poco produttiva. Pochi operatori lanciano nuove attività e molti di loro chiudono. Non c'è da meravigliarsene. Qualunque società prospera se fa profitti. Se questi sono grandi, si arricchisce, si espande, crea filiali, assume nuovo personale; se invece sono piccoli, sopravvive a stento; e se infine i costi superano i ricavi si arriva alla chiusura o, peggio, al fallimento. In questo secondo caso non solo si perdono posti di lavoro, ma si rapinano anche tutti coloro che all'impresa hanno fatto credito. Il fallimento è distruzione di ricchezza. 
Lo Stato è per sua natura ininfluente nella creazione dei posti di lavoro, ma può essere molto influente nella loro eliminazione. Dunque non bisognerebbe chiedergli di creare posti di lavoro, bisognerebbe chiedergli di non distruggerne. E per questo basterebbe diminuire drasticamente la componente pubblica dei costi dell'impresa: una folla di imprese marginali rientrerebbe nel mercato e si creerebbe una gran quantità di posti di lavoro.
Forse tutto questo non è neanche possibile. Lo Stato non preleva soldi dalle imprese per capriccio, ma perché deve sostenere costi enormi. E finché gli enormi costi di una spesa pubblica più irremovibile della piramide di Cheope rimarranno intangibili, non si potrà concedere nessuna seria diminuzione della pressione fiscale. Per conseguenza tutti i discorsi sulla creazione di posti di lavoro serviranno soltanto per gargarizzarsi o, peggio, a prendere i disoccupati per i fondelli.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 ottobre 2014


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CULTURA
22 ottobre 2014
LA BONTA' INSEGNA LA CATTIVERIA
L'espressione consacrata di Wilhelm Wundt è "eterogenesi dei fini", e tuttavia in concreto essa viene usata per indicare l'eterogenesi dei risultati. Si voleva un determinato effetto e si è ottenuto l'effetto opposto. A questa "eterogenesi" si pensa quando le migliori intenzioni si trasformano in un danno per coloro che si volevano beneficiare. In Italia questo errore è stato ripetutamente commesso, e non da persone sbadate o incompetenti. 
Gli esempi sono innumerevoli. Per eseguire lo sfratto per morosità, tra i mesi concessi per avviare l'azione (non basta l'insolvenza di un mese o due), quelli concessi per "sanare" il debito, i rinvii e le mille lungaggini del processo, la legge richiede molto tempo. Ma soprattutto, salvo errori, lo sfratto non può essere eseguito se in casa ci sono bambini, minorati, persone invalide o vegliardi. 
Ammesso che questa sia (ancora) la legislazione, la bontà dello Stato nei confronti delle persone più sfortunate insegna che, locando una casa, si rischiano anni di mancata pigione mentre si continuano a pagare il "condominio", le riparazioni, le tasse e le spese d'avvocato. Ergo, se si vuol essere ragionevolmente sicuri di concludere un contratto con cui ci si rimetterà alla grande, non bisogna locare la casa ad un nullatenente. All'occasione gli si dirà: "Tu mi sembri onesto, ma non ti affitto la casa perché sei povero". Ecco in che senso la bontà dello Stato impone, de facto, un'involontaria cattiveria. E chiunque sia tanto buono da non prendere per vere queste considerazioni, cesserà di essere buono quando avrà fatto esperienza.
Recentemente, durante uno spettacolo televisivo in cui si mima un processo civile, un serio giurista riferiva che mentre per secoli il comodante (cioè colui che presta gratuitamente una cosa) ha avuto il diritto di riaverla immediatamente, a semplice richiesta, oggi la giurisprudenza (la Cassazione a Sezioni Unite, non il primo che passa) ha stabilito che chi richiede indietro l'uso di una casa data in comodato può vedere il proprio diritto limitato dal fatto che in quella casa ci siano dei minori. Traduzione per i più distratti: se ho pietà di una coppia di barboni e li lascio dormire in una mia casa sfitta, potrò riavere la mia casa a richiesta (se pure con le lentezze della giustizia italiana). Se invece quella coppia di barboni ha un bambino, li devo lasciare morire tutti e tre di freddo, altrimenti rischio di non avere per anni la disponibilità della mia casa sfitta. Ecco che cosa insegna la bontà. 
Ma si può anche fare una considerazione generalissima: il nullatenente che non paga non subisce alcuna conseguenza. Se ha un impiego fisso, gli si potrà sequestrare un quinto dello stipendio ma, quando uno ci prova, di solito trova che quel quinto glielo ha già sequestrato un altro. Dunque al nullatenente va concessa fiducia - per esempio un prestito - soltanto se, in anticipo, si è disposti a rischiare, per esempio a regalargli quella somma. Diversamente la chiusura deve essere totale. La bontà ha fatto abolire la prigione per debiti, cosa giusta, ma il risultato è che il nullatenente più onesto può ottenere un prestito solo da un usuraio amico di delinquenti (il quale certo non si rivolgerà certo alla giustizia, per riavere il suo) non da una banca o da una persona di buon senso. 
La generosità, quando se ne fa pagare il prezzo ad altri, ottiene il risultato opposto a quello voluto. Eterogenesi dei risultati, che in Italia, per dirne una, ha comportato quasi la fine del mercato delle locazioni.
Il doloroso fenomeno della "bontà punita" non è comunque soltanto italiano, è mondiale. A tutti i livelli. Per quanto riguarda gli Stati, l'ingratitudine (quando non il tradimento) è la regola.  Ed anche a livello umano e personale in certi posti o con certe etnie bisogna essere più che prudenti. Un episodio indimenticabile: anni fa ben sei oculisti occidentali, andati in Afghanistan per curare (gratis) gli occhi dei bambini, sono stati ammazzati dai Taliban (1). Tutti e sei, a freddo. In questo caso l'esperienza ha insegnato che, per colpa degli adulti, in certi posti i bambini di devono tenersi il tracoma. E chiunque sia di parere diverso immagini che uno di quegli oculisti fosse suo figlio o sua figlia. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 ottobre 2014
(1)http://www.corriere.it/esteri/10_agosto_07/afghanistan-talebani-cristiani_2b4ed074-a1f5-11df-91b6-00144f02aabe.shtml?fr=correlati




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POLITICA
21 ottobre 2014
SE IL MATRIMONIO SIA OBSOLETO

Nella specie umana le cure parentali durano a lungo, sono gravose e sarebbero difficilmente sostenibili da una persona sola. Il matrimonio è radicato nell'interesse della specie e nasce da un accordo: la donna si impegna a farsi fecondare soltanto da un uomo - che così è certo di tramandare i propri geni - l'uomo si impegna a sostenere la donna nella cura dei figli. Un tempo la vita era più breve e precaria e non è strano che la Chiesa abbia dichiarato scopo del matrimonio e del sesso la procreazione (per la sopravvivenza della specie), abbia definito questo "accordo" indissolubile (per proteggere i figli fino alla pubertà), senza seriamente interferire con la libertà dei coniugi (la vita media era di quarant'anni).

Tutte queste caratteristiche oggi vanno nella direzione dell'obsolescenza dell'istituzione. Se ha un buon lavoro, una donna può benissimo affrontare da sola le cure parentali. L'uomo ha la possibilità di sapere se ha tramandato i propri geni o no senza segregare in casa la moglie. La fedeltà rimane un dovere - perché l'istinto non è cambiato e la gelosia è ancora di moda - ma la prova delle conseguenze dell'infedeltà non è più lasciata al giudizio degli interessati, basta un'analisi del dna. Inoltre molte coppie non vogliono avere figli, o non vogliano averne più di uno o due, sicché, dopo, la fedeltà diviene un optional, dal punto di vista dei geni. Comunque l'eventuale tradimento non è più, come un tempo, una tragedia che poteva concludersi nel sangue. Quanto al divorzio, ormai esiste persino in Paesi cattolici e tradizionalisti come l'Italia o la Spagna. La stessa Chiesa sembra propensa a tollerarlo. 

Si direbbe che oggi il matrimonio è sentito come l'unione di un uomo e di una donna che vogliono vivere insieme, e che ciò faranno finché gli piacerà. Avranno dei figli se ne hanno voglia, non ne avranno se non ne hanno voglia. La  costituzione della coppia è vista come un fenomeno del tutto privo di connotati sacri e irripetibili, e infatti molte persone non si sposano neppure: se i due "partner" hanno voglia di fare coppia fissa non vedono perché devono darne conto ai terzi. Dunque convivono senza ricavarne nessuno speciale biasimo sociale. 

Il matrimonio e la famiglia di un tempo non esistono più. Oggi una madre può non riconoscere il proprio figlio già al momento del parto. I genitori possono scegliere fra loro due quale cognome imporre al figlio. Possono rimanere insieme tutta la vita senza essere sposati, o possono ripetutamente divorziare, magari dopo appena qualche anno di matrimonio. L'istituzione non è più vista come il pilastro centrale della comunità e il presidio fondamentale della specie: è soltanto un contratto fra gli interessati, solennizzato da una festa.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze. Se la ragione per stare insieme è la voglia di stare insieme, e nient'altro, e se questo "stare insieme" è correntemente considerato "matrimonio", perché non bisognerebbe chiamare matrimonio la voglia di stare insieme di due omosessuali? 

La domanda a prima vista non è insensata. Ma ciò di cui molti non si accorgono è che, se del matrimonio si può fare perfettamente a meno, non si capisce perché bisognerebbe spasimare per averlo. Sulle ragioni che militano a favore del matrimonio fra omosessuali prevalgono le ragioni che militano a sfavore del matrimonio fra eterosessuali. In altri termini, non sarebbe ragionevole estendere il matrimonio agli omosessuali, sarebbe ragionevole abolirlo per tutti.

Poiché però l'unione di due persone ha conseguenze economiche e di altro genere (la possibilità di visitare il "coniuge" in carcere, per esempio, o il dovere degli alimenti, o la possibilità di ereditare a speciali condizioni ecc.), è necessario registrare questi "contratti", assicurare loro validità e cogenza, regolamentarne dunque la conclusione e lo scioglimento, chiamandoli in un modo qualunque, con un nome che li allontani dalla tradizione e dalla religione. In inglese sarebbe facile usare partnership, in italiano si potrebbe azzardare "unione", e i due membri si potrebbero chiamare "uniti", ma andrebbe bene quasi qualunque termine. Comunque ci libereremmo da un mare di problemi.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

21 ottobre 2014


 


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CULTURA
19 ottobre 2014
CARDINALI MISCREDENTI
Prima il fatto. S'è avuto un Sinodo il quale, alla fine, ha votato una relazione contenente sessantadue punti, sui quali s'è raggiunta l'approvazione richiesta della maggioranza dei due terzi solo per cinquantanove. I tre punti mancanti riguardano l'eucarestia ai divorziati risposati, l'accoglienza degli omosessuali e la "comunione spirituale". Questi paragrafi hanno comunque raggiunto la maggioranza semplice, anche se su un testo formulato in termini molto meno audaci di quelli ipotizzati al momento dell'inizio dei lavori. Termini proposti in primo luogo, salvo errori, dal cardinale Kasper e, in senso generale, dallo stesso Papa Francesco. Infatti, a leggere i giornali, è come se questi avesse riportato una piccola sconfitta: ma ha saputo rispondere con garbo, offrendo tempo e raccomandando riflessione.
Tutto ciò non sarebbe particolarmente interessante, per un laico o per un miscredente, se la dottrina della Chiesa non fosse tanto chiara e severa su certi punti da rendere l'episodio concettualmente drammatico.
In primo luogo bisogna considerare che la Chiesa non è un partito politico, nel quale si vota, e il volere della maggioranza diviene norma per tutti. Almeno, non su tutti gli argomenti. Un partito politico può regolarsi in base all'utilità, all'opportunità, al mutamento della società, perché non ha altra Stella Polare che il proprio giudizio. Viceversa la Chiesa, su alcuni punti fondamentali, non ha una dottrina fondata sul proprio giudizio o sull'adeguamento alla situazione concreta del momento, ma ha norme fondate sull'eternità e l'infallibilità di Colui che le ha ispirate quando essa stessa ha preso decisioni dogmatiche, cioè lo Spirito Santo. Un partito politico può riconoscere di avere sbagliato, in passato, la Chiesa no. Infatti non sosterrebbe che si è sbagliato il clero, dichiarerebbe che si è sbagliato Dio. E questo non è concesso neanche al Papa.
La dottrina costante della Chiesa, sin dall'inizio, afferma che il sesso è "remedium concupiscientiae" ammesso soltanto all'interno del matrimonio; e, all'interno dello stesso matrimonio, soltanto in vista della procreazione. La riprova di tutto ciò - a parte il costante insegnamento del clero, nei secoli - è data dal dichiarato divieto (con l'unica eccezione della castità), riconfermato ancora dal beato Paolo VI, dell'uso della pillola contraccettiva. Il perché di questo divieto è facile da spiegare: il sesso col preservativo serve ad avere piacere, non ad avere figli: è questo è peccato mortale. E se è peccato mortale il sesso per il piacere del sesso all'interno del matrimonio, figurarsi il sesso fra omosessuali, in cui la procreazione non è neanche contemplabile.
Riassumendo, il sesso fuori dal matrimonio e l'omosessualità praticata costituiscono peccati mortali che, a termini di dottrina, non soltanto impediscono l'accesso all'eucarestia, ma vietano anche l'assoluzione, nella confessione, salvo si abbia il sincero e serio proposito di non commettere più detti peccati. Dunque le coppie che vivono in stato di seconde nozze potrebbero accedere all'eucarestia se promettessero - seriamente e sinceramente - di astenersi dal sesso per tutti gli anni che restano loro da vivere. Questa è la dottrina sottoscritta dallo Spirito Santo e se qualcuno vuol dargli torto s'accomodi.
Ma tutta questa è soltanto un'introduzione ad uso dei meno informati. Chi vuole innovare su questi principi - invocando la liceità della pillola anticoncezionale, delle seconde nozze, dell'eucarestia ai divorziati e agli omosessuali, per non parlare del matrimonio fra loro - ciò fa sostenendo che la Chiesa dovrebbe "adeguarsi ai tempi". E la cosa è comprensibile. Non essendo nutriti di dottrina cristiana, per loro "adeguarsi ai tempi" è semplice buon senso. Ignorano però che a questo buon senso la Chiesa ha rinunciato da secoli, fidandosi piuttosto dell'ispirazione dello Spirito Santo. Se dunque qualcuno, perfino un cardinale, è d'accordo col "buon senso", è segno che, pur sapendo di andare contro la dottrina incontestabile della Chiesa Cattolica (non si fa nemmeno l'ipotesi che la ignori), conta sul fatto che, col tempo, nessuno baderà al contrasto tra ciò che è stato insegnato costantemente, col sigillo dell'autorità della Chiesa docente, e ciò che è considerato normale nell'epoca nuova.
Ora, se questo avviene, è segno che quel cardinale, quel vescovo, quel teologo, non credono affatto all'ispirazione dello Spirito Santo, o intendono correggerne l'opinione. In altri termini, non credono alla dottrina della Chiesa. Cosa forse comprensibile, per chi non porta zuccotti color cardinale o bianchi, ma gravissima dal punto di vista teologico.
Se il Sinodo rischia di andare contro lo Spirito Santo, è segno che la vittoria sulla Chiesa di Cristo, che non riuscì agli imperatori romani con le persecuzioni, o a grandi eretici come Lutero e Huss, riuscirà alla moda e alla televisione. Una fine ingloriosa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 ottobre 2014

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CULTURA
19 ottobre 2014
COME AFFRONTARE IL MISTERO
Mesi fa un aereo della Malaysia Airlines con 239 persone a bordo è letteralmente scomparso, mentre volava da Kuala Lumpur a Pechino. A lungo si sono cercati i suoi rottami, nella speranza di localizzare il relitto, ma non s’è trovato nulla. Le perplessità, su un fatto del genere, sono una folla. Se c’è un guasto a un motore, l’aereo prosegue con l’altro. E infatti i momenti più pericolosi sono il decollo e l’atterraggio, non il volo. Se si bloccassero tutti e due, l’aereo cadrebbe, ma l’equipaggio avrebbe comunque il tempo di lanciare un messaggio. Se a bordo ci fosse una tale esplosione da non permetterlo, perché tutti morirebbero sul colpo, i relitti, a terra (o meno facilmente in mare), darebbero indicazioni sul luogo dove è avvenuto il disastro. Si è anche fatta l’ipotesi che l’aereo sia stato dirottato, e dirottato da qualcuno talmente abile ed informato da imporre il silenzio radio, da sottrarre l’aereo al controllo dei radar e da condurlo chissà dove. Ma non ci si spiega come nessuno dei passeggeri, per tutte quelle ore, abbia usato il suo telefonino. E poi, dove avrebbe atterrato, quell’aereo? E come mai non sarebbe stato “visto” dai tanti satelliti militari?
Di solito, quando si racconta una vicenda come questa, ci si aspetta che arrivi il chiarimento finale: “Ed ecco invece che cosa è avvenuto”. Purtroppo non soltanto stavolta non è stato così, ma bisognerebbe, per regola generale, avere un atteggiamento diverso. Non è scritto da nessuna parte che tutte le incertezze saranno superate e tutti gli arcani chiariti. 
Questo vicolo cieco della conoscenza non ci autorizza a delirare. Quando si verifica un avvenimento inspiegabile molte persone invitano a non escludere questo, a non escludere quello, a non giudicare nulla impossibile, “perché il mistero ci circonda e non sappiamo tutto”. Cosa assolutamente vera, e per saperlo non sono necessarie domande che lasciano sgomenti come: “Ci sono altri esseri intelligenti, in altri pianeti?" Basta volgere lo sguardo alle nostre scarpe. Sotto i nostri piedi, a partire da qualche chilometro, regna il mistero più totale. Dal momento che la Terra pesa più di quanto peserebbe se fosse composta di un materiale simile a quello che conosciamo sulla crosta, gli scienziati ne deducono che all’interno essa è costituita da altri materiali. Dai lontani anni di liceo affiorano le parole sima (silicio e magnesio) e nife (nichelio e ferro) ma, dopo tutto, chi è andato a vedere? E chi può escludere che la Terra non sia composta, a partire da cento chilometri in giù, di un materiale che non conosciamo? Ma appunto, dal fatto che in fondo non ne sappiamo niente, non bisogna concludere né che gli scienziati hanno sicuramente torto né che gli scienziati hanno sicuramente ragione. Il principio è che il mistero non dimostra nulla. In particolare non dimostra la possibilità del magico e non impone di accettare un’ipotesi mitologica come vera.
Purtroppo questa sospensione del giudizio è per molti irritante, e va contro la nostra natura di esseri curiosi. Abbiamo sempre voglia di risolvere i problemi, a volte persino soltanto per gioco, come fanno gli enigmisti. E del resto è una caratteristica utilissima: senza l’irrefrenabile tendenza a chiedersi “perché” non ci sarebbero state le scoperte della scienza. Il desiderio di avere una spiegazione è però così forte che, in mancanza d'altro, gli uomini si accontentano di una favola o di un pregiudizio. I greci, pure ammirevoli in filosofia e in politica, per quanto riguarda i fenomeni naturali si accontentarono di miti: le stagioni dipendevano dall’innamoramento di Plutone per Proserpina, l’Etna eruttava perché era la fucina di Efesto, il sole era un carro guidato dal dio Apollo ed un astronomo greco passò i suoi guai per avere azzardato una spiegazione materialistica. E noi non siamo molto migliori della plebe di quei tempi: malgrado il livello scientifico raggiunto, molti consultano quotidianamente l’oroscopo.
È una bella soddisfazione dire: “Ora sappiamo perché”. Ma, non è minore merito avere l’onestà di dire: “Proprio non sappiamo perché”. Nel primo caso saremo lieti di essere arrivati a una verità, nel secondo dovremo essere fieri di essere abbastanza intelligenti per non credere una scemenza. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 ottobre 2014



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POLITICA
18 ottobre 2014
TERNI E LA THYSSENKRUPP
A Terni la ThyssenKrupp ha annunciato 550 licenziamenti. La prima cosa da dire è che si tratta di una tragedia collettiva. Al giorno d'oggi il mercato del lavoro è asfittico e se si è oltrepassata una certa età l'handicap è spesso insuperabile. Se si ha una specializzazione all'interno di un tipo di fabbrica non è detto che questa specializzazione sia utilizzabile in un'altra fabbrica. Insomma, se si è l'unico sostegno della famiglia, c'è da essere sinceramente disperati. Dunque tutto ciò che si potrà dire più oltre non contraddirà né sottovaluterà il sentimento di dolorosa condivisione della gravità del problema. Si discute soltanto la validità dell'attuale reazione.
Per l'annuncio di questi licenziamenti, la Triplice sindacale ha proclamato lo sciopero generale provinciale e la città si è fermata. Hanno sfilato per protesta oltre diecimila persone, forse il massimo numero che si ricordi, e certo, per solidarietà, molti estranei all'impresa. Spettacolo tanto grandioso quanto triste.
Lo sciopero è un'arma lecita a condizione che danneggi il "padrone" più di quanto non danneggi il "proletario". Esso ha questo schema: i lavoratori chiedono qualcosa che costa un certo sacrificio al datore di lavoro, e gli fanno presente che, se pure con la perdita di qualche giorno di paga, gli potrebbero imporre un sacrificio ancora maggiore. Ma, se il datore di lavoro comincia a licenziare, è chiaro che la situazione economica è tutt'altro che rosea. O sono diminuite le commesse, o sono divenuti eccessivi i costi del lavoro, o si è in presenza di una concorrenza imbattibile, certo è che il "padrone" non naviga nell'oro. Se si priva di un consistente numero di operai è segno che, in prospettiva, è più probabile la chiusura dell'azienda che il suo rilancio. In queste condizioni, la minaccia dei lavoratori non può fare alcuna paura al datore di lavoro. Ché anzi, se aggrava la condizione economica dell'impresa,  può addirittura accelerarne il tracollo.
Ma questa banale aritmetica del dare e dell'avere in altri tempi non ha avuto corso legale. Infatti lo sciopero aveva un significato indiretto: il vero destinatario della protesta era lo Stato, cui si chiedeva d'intervenire - perfino con la minaccia di problemi di ordine pubblico - un po' facendo da mediatore, un po' minacciando l'impresa, e soprattutto mettendoci denaro di tasca sua. Cioè dei contribuenti. Dunque anche uno sciopero "assurdo" poteva recare beneficio ai lavoratori perché la soluzione non era economica, era politica e, per così dire, erariale. 
Tutto ciò oggi non è più possibile. Da un lato lo vieta l'Unione Europea, dall'altro lo Stato è in bolletta. Lo sciopero accende la miccia d'una bomba che non c'è più.
Nella situazione attuale l'approccio dovrebbe essere totalmente diverso. Se la produzione è divenuta antieconomica, lo sciopero non serve a niente. Un'impresa non può in nessun caso operare in perdita. Nessuno sarebbe disposto a rimetterci quattrini a tempo indeterminato ed essa  sopravvive soltanto se fa profitti. Se dunque la situazione non è del tutto negativa, i sindacati dovrebbero trattare con i dirigenti per vedere come si può salvare l'impresa e per conseguenza i livelli occupazionali. Dovrebbero proporre diversi sistemi di lavorazione, una razionalizzazione del lavoro, al limite una diminuzione dei salari. Non dovrebbero limitarsi a "chiedere": chiedere è un'attività da bambini. Fra adulti, o si lascia fare a chi ne sa di più o gli si dimostra che se ne sa più di lui. Le minacce non servono a nulla. Per giunta, se l'impresa è una multinazionale - come la ThyssenKrupp - bisogna ricordarsi che essa può sempre chiudere una fabbrica qui continuando a guadagnare altrove. 
In Italia si continua a sognare che si possa comandare all'industria ma questa è una perniciosa illusione. Soltanto lo Stato può operare in perdita, fra l'altro perché opera sempre in perdita, dal momento che si finanzia con i tributi. Ma non può dar ordini alle imprese private più di quanto un medico possa ordinare ad un malato di non morire. Dunque, in casi come questi, o ci mette dei soldi (per esempio con sgravi fiscali o finanziamenti a fondo perduto, sempre provvedimenti a carico dei contribuenti) o fa la mossa d'intervenire, mentre in realtà non può far nulla.
Una nota sarcastica meritano le maledizioni che per tanti decenni si sono sentite contro le multinazionali, simbolo della nequizia capitalistica. Bertoldo potrebbe chiedere come mai prima sono state esecrate e ora si piange all'idea che se ne vadano. "Se erano buone, perché le avete disprezzate? E se erano cattive, perché non applaudite, vedendole andar via?".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 ottobre 2014

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POLITICA
17 ottobre 2014
SI DIMETTE IL PRESIDENTE CHE HA ASSOLTO BERLUSCONI
Tutti i giornali riferiscono che il dr.Enrico Tranfa, Presidente della Corte d'Appello di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo per concussione e prostituzione minorile, si è dimesso dalla magistratura per protesta contro quella stessa sentenza. Dicono che il fatto sia senza precedenti nella storia giudiziaria italiana e già per questo merita commento. 
Le dimissioni non sono state accompagnate né da dichiarazioni aspramente critiche nei confronti dei due colleghi di collegio, né da attacchi all'amministrazione della giustizia in generale. Dunque va dato atto al magistrato di avere rispettato fino all'ultimo la dignità dell'ordine cui ha appartenuto per trentanove anni. Spesso invece i politici, se cambiano casacca, sparano ad alzo zero contro la formazione di provenienza.
Altro suo titolo di merito è che le dimissioni non sono state accompagnate da interviste o gesti clamorosi. Il silenzio e l'assenza possono essere tanto una critica agli altri, quanto un'ammissione della propria incompatibilità.
Molta gente infine giudicherà positivamente la forte passione del dr.Tranfa per la giustizia. La sua esigenza di non firmare una sentenza che disapprovava è stata tanto impellente da spingerlo a un gesto clamoroso e di risonanza nazionale. Purtroppo, nella vicenda gli elementi positivi finiscono qui. 
In primo luogo va detto che una "forte passione per la giustizia" è un difetto, in un magistrato. Secondo il nostro ordinamento il giudice deve applicare la legge, giusta o ingiusta non importa. Quando la legge desidera che il giudice si regoli sulla base del suo sentimento stabilisce expressis verbis che decida "secondo equità". Nei rimanenti casi il principio è l'applicazione pedissequa della norma. La giustizia insomma è un ideale privato, estraneo all'amministrazione della giustizia, così chiamata con una certa esagerazione.
Naturalmente, quando si tratta di stabilire quale sia la legge da applicare, quale la misura della pena fra il minimo ed il massimo, o se lasciar prevalere le attenuanti o le aggravanti, la discrezionalità del giudice rimane grande, Ma essa non si estende al giudizio di colpevolezza o d'innocenza. Il giudice deve condannare l'imputato che le prove indicano come colpevole, anche se personalmente avrebbe preferito assolverlo, ed assolverlo, anche se evidentemente colpevole, quando le prove non sono sufficienti. Se non esiste la prova concreta che Berlusconi conoscesse la vera età della giovane Karima al-Mahroug l'assoluzione diviene un obbligo imprescindibile.
In secondo luogo, la fiera protesta del dr.Tranfa dovrebbe indicare che, nella sua lunga carriera, egli non si è mai trovato a reputare ingiusta una decisione. E questo è inverosimile. Si può dissentire dalla norma (il giudice antiproibizionista condannerà lo stesso il piccolo spacciatore di droga), si può dissentire dal giudizio dei colleghi, in alcuni casi si può essere in disaccordo con l'intero sistema, e tuttavia si rimane in magistratura. Ecco dunque che fanno capolino scomodi sospetti.
In primo luogo, le dimissioni sono state presentate a quindici mesi dal normale pensionamento, dopo trentanove anni di servizio. Dunque il magistrato non ha rinunziato praticamente a nulla dal punto di vista finanziario. Il gesto non ha comportato speciali sacrifici. In secondo luogo, qualcuno può ipotizzare che la protesta, più che giudiziaria, sia stata politica: e questo non è bello, quando si parla di un magistrato. In terzo luogo, l'avere presentato le dimissioni per il motivo ipotizzato dai giornali viola imperdonabilmente il segreto della Camera di Consiglio. Essendo il collegio composto da tre magistrati, di parere diverso dal suo non erano altri anonimi giudici, ma evidentemente gli altri due membri, in questo modo indicati nominativamente: la dott.ssa Ketty Locurto e il dr.Alberto Puccinelli. 
Il dr.Tranfa per giunta ha creato un sospetto, magari infondato, che si rivela reversibile: da un lato ha involontariamente fatto apparire i colleghi come berlusconiani disposti a commettere un'ingiustizia pur di favorire un leader a loro gradito, dall'altro ha permesso altrettanto bene di sospettare che lui stesso tenesse assolutamente a quella condanna perché odiava ed odia quel leader. Si sarebbe preferito non essere costretti a questo genere di dilemmi. 
Nel complesso questa sgradevole vicenda si inscrive nel vasto dramma italiano dell'interferenza nell'amministrazione della giustizia delle passioni personali - e a volte politiche - di tanti magistrati. Sarebbe stato meglio che il dr.Tranfa inghiottisse amaro, come fanno quotidianamente tanti suoi colleghi e come lui stesso avrà sicuramente fatto in passato, lasciando che questo processo rientrasse nella normale routine di un'amministrazione della giustizia certamente "umana, troppo umana": ma alla quale non abbiamo alternativa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 ottobre 2014

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POLITICA
16 ottobre 2014
IL CERTO E L'INCERTO NELLA LEGGE FINANZIARIA

Il fastidio, quando si tratta di leggi finanziarie o di provvedimenti importanti zeppi di numeri, è che non si è sicuri di capire. Del resto, soltanto alcune persone, in Italia, sono realmente capaci di leggere e comprendere il bilancio dello Stato: figurarsi se può farlo uno che nella vita si è occupato d'altro. Dunque della legge finanziaria si occuperanno i giornali e i politici. Noi cittadini normali aspetteremo soltanto i risultati. 
"Diciotto miliardi di tasse in meno", dice Matteo Renzi. E gli italiani non lo prendono sul serio. Infatti, se gli credessero, danzerebbero nelle piazze con più entusiasmo dei francesi il quattordici luglio. Al contrario è allarmante l'entità della manovra annunciata: trentasei miliardi di euro. Anche se ormai è fuor di moda farlo, si rimane sgomenti traducendo quella cifra nella vecchia moneta: si tratterebbe di quasi settantamila miliardi di lire.
Quando si tratta dello Stato, il buon senso vuole che si diano per sicure le spese e per aleatorie le entrate. Le prime fanno felici la gente e sono praticamente certe, mentre è raro che si incassino le somme che si è promesso di incassare. Per questo conviene occuparsi di queste ultime. Sono loro che rappresentano il vero problema. Il risultato totale infatti potrebbe essere una spesa in deficit e un ulteriore aumento delle tasse e del debito pubblico. 
Il governo ha annunciato che i fondi saranno reperiti per quindici miliardi con risparmi di spesa, per 3,8 miliardi con la lotta agli evasori fiscali, e infine per 3,6 miliardi con una (ulteriore) tassazione delle rendite finanziarie. Più altre somme minori. La tassazione delle rendite, per partire dall'ultima voce che tanto piace alla sinistra, va contro l'articolo 47 della Costituzione più bella del mondo, ma ciò non importa. Piace a sinistra e tanto basta. Più grave è che renda l'Italia sempre più un posto in cui è da dissennati tenere i propri capitali. Gli italiani non possono sfuggire e pagheranno di più, ma chi può sfuggire all'avidità del nostro fisco veleggerà per altri lidi. Il nostro è il Paese d'elezione dei poveri in canna.
Quanto alla lotta all'evasione, vien da sorridere. Innanzi tutto come mai, sapendo che se ne possono trarre esattamente 3,8 mld (non 3,7 o 3,9) questi miliardi non sono stati riscossi prima? Se i cespiti erano tanto ben noti, tanto ben precisati da poterne determinare il gettito e da essere certi che i tributi saranno incassati nel giro di un anno, perché si è aspettato fino ad oggi? Forse lo Stato era connivente con gli evasori? La verità è che quei 3,8 mld (non 3,7, non 3,9) sono una mera speranza e null'altro.
Né molto diverso è il discorso sui quindici miliardi (ma avevamo sentito diciassette) di tagli alle spese, snobisticamente denominati "spending review". Anche qui: se era facile farli, perché non sono stati fatti prima? Non si può dimenticare che chi doveva organizzarli, Carlo Cottarelli, se n'è andato. E se prima sono stati impossibili, perché dovremmo credere che saranno possibili ora?
In concreto, o lo Stato aggredirà spese che i cittadini considerano vitali e irrinunciabili, provocando un malcontento incontenibile (L'Imu non si è potuta abolire perché richiedeva 4,5 mld!) oppure, come si dice, lo Stato opererà questi risparmi passando la patata bollente agli Enti locali. Cioè ai Comuni e alle Regioni. Questi dovranno rivalersi sui cittadini e in fin dei conti si avrà un aumento delle tasse, anche se con la grande soddisfazione di sapere che il ricavato andrà agli Enti Locali e non allo Stato. Sai che sollievo. E Renzi osa proclamare uno sgravio d'imposte di diciotto miliardi?
A queste sedicenti "entrate" si aggiungono poi 11,5 mld di spesa in deficit. Cioè aggiungendoli al nostro debito pubblico. Certo, esso viaggia già oltre i duemilacento miliardi e non se ne accorgerà neppure: ma se ne accorgeranno l'Europa e i mercati, che crederanno sempre meno alla rimborsabilità del nostro debito pubblico. L'impegno del fiscal compact è degno dei Fratelli Grimm.
Il Presidente Renzi ha così giustificato il suo progetto: "Noi pensiamo che per l’Italia valgano la duplice categoria delle circostanze straordinarie: riforme strutturali e situazione economica". La situazione economica la vediamo, per le riforme strutturali la nostra vista è insufficiente. È proprio brutto che, qualunque cosa dica, questo politico riesca a suscitare una reazione di scetticismo.
Naturalmente ci auguriamo che le nuove norme rendano più facile la ripresa economica. Ma mentre questa è soltanto una speranza, siamo al contrario sicuri che vedremo nuove tasse e nuove imposte. Forse fino alla paralisi della nazione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
16 ottobre 2014

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CULTURA
15 ottobre 2014
L'ITALIANO EFFIMERO
Il vestito indica il gusto e il livello economico di una persona, il modo in cui parla indica il suo livello di cultura e di intelligenza. Proprio per questo si rimane stupiti vedendo quanto poco la gente badi al modo in cui si esprime. Forse è la conseguenza dell'abolizione del latino e dell'arrivo in cattedra degli alunni beneficiari di un eccesso di benevolenza, dal '68 in poi. Longanimità che essi passano a loro volta ai discenti. Che importa se il ragazzo è praticamente analfabeta? Diamogli lo stesso la Licenza Media.
Le lingue sono tanto più solide quanto più severa è la riprovazione sociale per l'ignoranza. Il latino è stato parlato e scritto per qualcosa come tredici secoli e tuttavia ha subito variazioni insignificanti. Il francese è molto più stabile di altri idiomi perché in quella nazione, da Richelieu in poi, è stato considerato un monumento da preservare. Il risultato è che Corneille o Montesquieu si possono leggere senza avere la sensazione di fare archeologia espressiva. Mentre la tolleranza o l'indifferenza per l'errore conducono in breve tempo allo stravolgimento lessicale e grammaticale della buona lingua. 
In questo campo come in altri l'Italia ha ben poco di cui vantarsi. Noi siamo  coralmente per lo spontaneismo. E infatti i nostri film sono per la maggior parte parlati in italiano con inflessioni dialettali, espressioni familiari o addirittura erronee. Basti pensare al correntissimo: "parlaci tu". Gli autori probabilmente pensano che gli spettatori non si identificherebbero con i personaggi, se questi parlassero come si deve. E tuttavia questo grande principio etnico-estetico viene poi dimenticato, quando si tratta di film e telefilm stranieri che nessuno reputa inverosimili. Qui capita di sentire un accettabile italiano, anche se alcuni orrori, come il complemento di termine "gli" per una donna, sono tutt'altro che rari. I personaggi non possono parlare una lingua impeccabile perché essa è ignota in primo luogo a chi traduce i dialoghi stranieri.
Purtroppo gli errori, soprattutto quando nascono dall'ignoranza delle persone importanti, fanno proseliti. Un esempio eccellente in questo senso è "paventare". La persona normale questo verbo non lo conosce neppure, ma l'avvocato, il deputato, il politico di provincia, sono felici di conoscerlo e all'occasione di dimostrare la loro superiore cultura. Purtroppo non sanno che esso significa "temere", "avere paura di una certa eventualità", e non "spaventare", come pensano loro, ingannati dalla somiglianza dei due verbi. Sicché ottengono di capovolgere il significato di ciò che volevano dire e di indignare chi è alfabetizzato.
Le espressioni erronee e sorprendenti, in bocca alle persone importanti o dette in televisione, hanno il fascino del successo. Rendono l'italiano mutevole, cangiante, effimero. Perché dire "ci vediamo la settimana prossima", se quel tale, in televisione, ha detto "settimana prossima"? Perché dire "in piazza Garibaldi" se quel tale ha detto "a piazza Garibaldi"? Perché dire "come anche" se si può dire "piuttosto che", rischiando un controsenso ma mostrandosi "up to date"? Perché dire "arrampicarsi" o "evolversi" se la moda è ad "arrampicare" e ad "evolvere"? Ormai si sente continuamente, a tutti i livelli, "lui è uno di quelli che ha tradito", invece di hanno. "A me non scandalizza, questo fatto", invece di "questo fatto non mi scandalizza". E se proprio si voleva sottolineare quel "me", bastava dire: "quanto a me, questo fatto non mi scandalizza". Ma si parla col muro.
Chi ha molto letto ride, il giovane di liceo invece non ha difesa contro l'ignoranza di chi dovrebbe servirgli da modello e fatalmente, nello sforzo di inserirsi nell'élite della società, ne imiterà il linguaggio. Dunque userà tutte le brutture ad effetto, tutti i neologismi saccenti, tutti gli inglesismi storpiati che sente "ad alto livello". Il nuovo arrivato sul palcoscenico della vita crede in buona fede che "si dica così". Parlerà di "sàspens" e scriverà "suspence", senza mai sospettare che gli inglesi non pronunciano e non scrivono in quel modo. Dunque la lingua si stravolge ("evolve"?) a tutta velocità, fino ad estraniarci dal nostro passato. L'italiano di Manzoni rischia di essere più lontano da noi di quanto il francese del Seicento sia per i francesi. Una volta i fiumi straripavano, poi hanno tracimato, attualmente, non volendo trasgredire la moda, esondano: straripa soltanto il conformismo.
Ormai gli innamorati della lingua corretta si riconoscono fra loro a piccoli segni, come congiurati: un semplice "appropriarsi qualcosa" invece di "appropriarsi di qualcosa" fa scoprire un fratello. L'uso scrupoloso del linguaggio è divenuto uno sport pressoché segreto e riservato a pochi, come la guida di automobili di formula uno. Una volta c'erano i gentleman driver, oggi ci sono gli eredi dei grandi dandy che si concedono l'eccentricità di non commettere errori. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
31 luglio 2014

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POLITICA
14 ottobre 2014
L'EURO COME LA DROGA
Secondo la teoria cartesiana, il singolo ha il diritto di reputare vere le idee che gli appaiono "chiare e distinte". E infatti, quando sono in possesso di una di queste idee, non ho timore di contraddire chicchessia. Per converso, quando non ho precisi motivi per avere una convinzione piuttosto che un'altra, o sospendo il giudizio o ricorro ad altri criteri. Per esempio il principio d'autorità (Einstein in materia di relatività), il buon senso o addirittura la statistica: se tutti la pensano così, forse hanno ragione. È improbabile che tutta la verità del mondo si sia rannicchiata nel mio cervello, come disse qualcuno.
Un buon esempio dell'uso di questi criteri è la politica governativa riguardo alla droga. Se in origine avessero chiesto a me che linea adottare, avrei in primo luogo risposto che ciascuno ha la responsabilità di sé stesso ed ha anche il diritto di fare di sé e della propria salute ciò che vuole. Sarebbe soltanto giusto aumentare a carico del drogato o di chi ne ha la tutela i premi dell'assicurazione sanitaria. Rendendo legale la droga, si azzererebbero d'un sol colpo l'illegalità del suo traffico internazionale e i reati ad esso connessi; si ridurrebbe drasticamente il costo del prodotto e diminuirebbero i reati commessi per acquistarlo. Qualcuno obietterebbe che così lo Stato rinuncerebbe a proteggere i minori, ma la risposta sarebbe facile: parecchi di loro si drogano lo stesso e comunque il dovere di educare è dei genitori, non dello Stato.
Tutti questi begli argomenti personali vanno però ad infrangersi contro una constatazione: la stragrande maggioranza dei governi è ferocemente contro la droga. In alcuni casi si arriva addirittura alla pena di morte. Ora, se tutti i dirigenti del mondo reputano che sia giusta una politica repressiva, è segno che ci devono essere buoni motivi, probabilmente più validi di quelli da me enumerati. Lo Stato italiano è proibizionista ma proibizionisti sono tutti gli Stati, di destra e di sinistra, democratici e autoritari, teocratici e laici, sviluppati e miserabili. Le mie convinzioni nascono delle mie riflessioni, il comportamento dei governi nasce da dati che non conosco o non ho considerato, e dunque in linea di principio loro hanno ragione ed io torto.
Una situazione analoga si verifica a proposito dell'euro. Questa moneta è partita col vento in poppa ed è stata vista come la bandiera dei futuri Stati Uniti d'Europa. Poco più d'un decennio dopo è invece considerata pressoché dovunque la causa di una imminente catastrofe economica. La conseguenza è un cambiamento di atteggiamento che ha dato luogo addirittura alla nascita di partiti col programma fondamentale dell'abbandono dell'euro, ed anche dell'Unione Europea, se continua ad imporci le sue regole economiche. La gente però è incompetente. Come non era giustificato l'entusiasmo di molti (Prodi si vantava di aver "portato l'Italia in Europa", mentre prima chissà dov'era) non è detto che sia giustificata l'ostilità attuale. 
Personalmente sono stato molto ostile all'introduzione dell'euro, perché, dicevo, "non si mette il carro della moneta dinanzi ai buoi della politica". Se i programmi economici e fiscali divergono, una moneta comune diviene un vincolo insostenibile. Ciò malgrado, anche se oggi la critica di essa è sostenuta da persone autorevoli e ragionevoli, mi ritrovo a rifare il ragionamento inverso, quello fatto per la droga. Se uscire dall'euro fosse facile e indolore, l'avrebbe fatto innanzi tutto la Grecia, che ha vissuto una sorta di tragedia nazionale, in conseguenza di quella moneta; e l'Unione Europea non si sarebbe strapazzata (anche pagando) per aiutarla a rimanere nell'eurozona. Insomma in Europa il consenso sulla necessità di mantenere l'euro a qualsiasi costo è universale. Dunque ci devono essere buone ragioni, per questo. 
Naturalmente non se ne può dedurre nulla di certo. Giusto un secolo fa le maggiori potenze d'Europa furono d'accordo sulla necessità di una guerra che  si risolse in un immane ed inutile massacro. Che per giunta pose le premesse per il successivo. L'universale consenso in favore dell'euro suggerisce questa conclusione: o uscire da esso è impossibile, o è talmente costoso che i vantaggi sarebbero poca cosa rispetto agli svantaggi.
Nessuna discussione tecnica, dunque. Sia i fautori sia gli oppositori della moneta unica disporranno in abbondanza di diagrammi, statistiche e numeri per battagliare fra loro. L'uomo della strada invece deve avere l'umiltà di limitarsi a stramaledire l'euro, se ne ha voglia, senza però concludere risolutamente che deve essere mantenuto o deve essere abolito. In materia è proprio difficile avere idee chiare e distinte.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 ottobre 2014

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POLITICA
12 ottobre 2014
LO STATO NON È IL RIMEDIO, È LA MALATTIA
Viviamo un momento di crisi, di decadenza, di declino. La ricerca dei sinonimi potrebbe spingersi oltre, ma sarebbe inutile: si tratterebbe di descrivere qualcosa che tutti conosciamo benissimo, perché l'abbiamo sotto gli occhi. Nessuno più riesce a credere ad una rapida ripresa. I negozi chiudono. La gente non osa più intraprendere, la vita economica langue. Molti lottano per la sopravvivenza ma ancor più numerosi sono coloro che, essendosi ricavata una piccola nicchia esistenziale - costituita da un impiego fisso o da una pensioncina - sono rassegnati. Sperano soltanto che non vada peggio di così. 
Il futuro è incerto e molti amerebbero sapere che cosa ci attende al di là delle nebbie. A parere dei pessimisti, il nostro Paese diverrà una landa esangue che ricorda il bel tempo che fu. Per fortuna, il futuro ha l'abitudine di riservare degli imprevisti e a volte essi possono essere positivi. Inoltre c'è una constatazione che potrebbe indicare una via di salvezza. L'umanità, nel variare delle vicende storiche, rimane essenzialmente la stessa, ed anche i popoli hanno tendenze stabili. I cinesi, che sembravano tutti comunisti morti di fame, appena hanno ritrovato la libertà sono ridivenuti quei brillanti operatori economici che erano sempre stati. 
Il problema di noi italiani - che un tempo realizzammo il famoso "miracolo economico" - è che non ci è offerta la libertà di avere successo. Se si chiedesse a mille cittadini scelti a caso: "Sareste contenti di investire il vostro denaro ricavandone il 20% di utile all'anno?", avremmo un plebiscito di sì. La prospettiva che fa nascere l'attività imprenditoriale è quella di ricavare un bel guadagno, aprendo un negozio o costituendo una società. E se le imprese oggi chiudono è segno che di fatto agli italiani si chiede: "Sareste contenti di intraprendere per non ricavarne neanche di che vivere?"
In parte tuttavia l'improduttività dell'impresa italiana è un'illusione ottica. La società marginale, cioè quella che oggi rischia di fallire, finché non chiude continua a versare al fisco una montagna di soldi. E se non pagasse quelle tasse sarebbe largamente vitale. Ecco dove sta la leva che potrebbe rilanciare l'economia.
Un fisco che preleva il 50% del profitto (ma in Italia siamo ben oltre), se si appropriasse soltanto il 30%, farebbe fare alla produttività un immediato salto del 20%. E quanti negozi si salverebbero, se improvvisamente il loro profitto passasse da -5% (ragione per chiudere) a +15% (ragione per arricchirsi)?
Il difetto è nel manico. L'Occidente ha commesso l'errore di affidare compiti sempre maggiori allo Stato e per assolverli lo Stato ha dovuto richiedere sempre più denaro ai cittadini. Per giunta in Italia, per irremovibili motivi ideologici, abbiamo spinto lo statalismo più lontano di altri. Questo errore, in un Paese sfornito di scrupoli e di spirito civico, non poteva che essere devastante. Il popolo italiano ha scelto un costoso sistema sociale cui era visceralmente inadatto e a poco a poco esso stesso ha trasformato lo Stato in rapinatore, in sanguisuga e in leucemia. Ci son voluti decenni perché ci si accorgesse della malattia, ma ancora oggi gli italiani sono convinti, contro ogni forma di evidenza, che a curarla bastino le aspirine e che queste aspirine gliele dovrebbe somministrare quello stesso Stato che è all'origine della malattia. 
In realtà non siamo più in grado di sostenere il peso dell'Amministrazione. Dopo che hanno chiuso tante migliaia di imprese microscopiche, dopo che hanno chiuso tante imprese medie e dopo che parecchie imprese grandi sono scappate, si direbbe che non rimanga che chiudere l'impresa più grande di tutte, lo Stato stesso, ma questo è impossibile. E dal momento che le nazioni si ammalano, ma certo non muoiono, si ha il dovere di cercare quale rimedio, per quanto difficile o doloroso, potrebbe raddrizzare la barra del timone. E poi bisognerebbe riuscire a convincere i cittadini ad adottarlo.
Naturalmente è ovvio che  non si rimuovono gli effetti se non si eliminano le cause. Nel nostro caso i troppi ostacoli frapposti alla creazione di ricchezza. Luca Ricolfi ha sostenuto che, in caso di crisi, un Paese povero si accorge subito di avere imboccato una strada sbagliata e cambia direzione, mentre un Paese ricco manca di questa capacità di reazione: perché è torpido, a causa delle dimensioni stesse della sua economia; perché ha una maggiore inerzia; perché perde soltanto un po' di ricchezza ogni anno e spera che le cose cambino. Si chiama declino. In Italia dunque staremmo mangiando non tanto ciò che produciamo, quanto il grasso residuo che abbiamo addosso. Come quando si dimagrisce. Se è così, ci risveglieremo quando ci renderemo conto che anche il grasso sottocutaneo è finito.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 ottobre 2014



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POLITICA
11 ottobre 2014
FORSE RENZI È UOMO DELLA PROVVIDENZA
Di Matteo Renzi non si avverte la necessità di essere entusiasti ma bisogna riconoscere che le grandi imprese non sono sempre frutto di superiore intelligenza o di straordinarie conoscenze. A volte sono frutto di ignoranza, superficialità e perfino follia. Colombo dibatteva questioni geografiche con i sapienti dell'università di Salamanca, che gli sconsigliavano l'impresa di "buscar el levante por el poniente", e chi aveva ragione? I professori di Salamanca. Se non ci fosse stato il continente americano, o se America del Nord e America del Sud fossero state separate da un ampio braccio di mare in cui si sarebbero infiliate le tre caravelle, di Colombo non avremmo mai più sentito parlare. Il navigatore genovese è un gigante della storia perché, forse, fu un presuntuoso e, certamente, si sbagliò sulle dimensioni della Terra. 
Renzi è il frutto del suo carattere e delle circostanze. È una sorta di avventuriero e di condottiero rinascimentale. Sottratti i delitti, una sorta di Duca Valentino. È capace di mentire, di rimangiarsi la parola, di promettere l'impossibile, di tradire gli alleati politici, di negare l'evidenza, di qualunque cosa, con la buona coscienza e il sorriso di chi meriterebbe sempre apprezzamenti ed applausi. Per di più - cosa che non guasta nell'epoca contemporanea - è un eccellente comunicatore. È migliore perfino di Berlusconi perché ha la capacità di condensare in uno slogan un programma politico. Dunque, mentre nelle segrete stanze del potere si comporta con quella spregiudicatezza e quel cinismo che non avrebbe disdegnato il Duca suo precursore, pubblicamente si presenta come un bravo ragazzo col cuore in mano, ingenuo, generoso e quasi capace di miracoli. Machiavelli parlava di leone e di volpe, lui è leone, volpe e colomba della pace.
Anche le circostanze lo hanno favorito. Con l'inopinata condanna, la Cassazione ha tolto il pungiglione a Berlusconi. Lo stesso Cavaliere ha commesso l'errore di chiedere le dimissioni di tutti i suoi ministri, nell'autunno dell'anno scorso, lasciando il potere. 
E soprattutto l'opposizione di destra non è come quella di sinistra. Quando Berlusconi è stato al potere, contro di lui è stata usata ogni possibile arma, onesta o disonesta, leale o sleale, istituzionale o istituzionalmente riprovevole (come la guerra che gli ha dichiarato certa magistratura). Il tutto in chiave di viscerale disprezzo, d'odio inestinguibile e di indifferenza per gli interessi del Paese. Dopo la riforma costituzionale di Berlusconi, la sinistra promosse un referendum (vittorioso) per abolirla, ed oggi deve cercare di realizzare in proprio alcune di quelle modifiche tendenti alla governabilità. Inoltre essa non ha esitato a servirsi della crisi per disarcionare Berlusconi, accentuandola e drammatizzandola, mentre la destra, benché tutti i parametri, da quel "disarcionamento" siano peggiorati, non spinge perché si arrivi alla crisi finale e magari al fallimento dell'Italia.
L'opposizione della destra non è mai stata veramente mordace ed indiscriminata. Ancora oggi, anzi, se la sinistra progetta qualcosa di buono per l'Italia, è disposta a sostenerla ("patto del Nazareno"). 
Ulteriore congiuntura favorevole è la situazione interna del Pd. Renzi non è di estrema sinistra, non è massimalista, non è dogmatico, e dovrebbe dunque incontrare enormi resistenze, nel partito. Ma da un lato egli può opporre, alle perplessità dei colleghi, la sua popolarità nel Paese, dall'altro per sua fortuna quello stesso partito non si può affatto permettere di andare a nuove elezioni. Dunque, al momento buono, l'alternativa è: "o come dico io o le urne". Inoltre molti si sono convinti che il carro del vincitore è quello che viene da Firenze, e il risultato finale è che Matteo Renzi sembra il padrone dell'Italia e può fare ciò che vuole. Ha tutte quelle qualità/difetti che avrebbe apprezzato il Segretario suo concittadino e ne approfitta alla grande. Non più tardi di un paio di giorni fa, un editorialista del "Corriere" parlava di esautoramento del Parlamento. 
Qui si è tentati di ricordare la vecchia battuta: "Uno scienziato studiò la questione e dichiarò la cosa impossibile. Un imbecille non studiò nulla, ci provò e ci riuscì". Nel nostro caso, qualunque esame della situazione politica italiana conduce alla conclusione dell'ingovernabilità, ma forse Renzi non l'ha fatto, e col pragmatismo del condottiero sta cercando di realizzare l'impossibile.
Il personaggio, in questo senso, è temibile. Quanto a "Uomini della Provvidenza", fino al 1943, "abbiamo già dato". Ma se Renzi riuscisse a fare qualcosa di buono, e dopo lo si mettesse da parte, sarebbe da ricordare con gratitudine.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
11 ottobre 2014




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10 ottobre 2014
L'UOVO DELLA DOMANDA E LA GALLINA DELL'OFFERTA
Da molte parti si sente dire che, per far uscire l'Italia dalla stagnazione, sarebbero necessari grandi investimenti statali per rilanciare i consumi, cioè, come si dice in gergo economico, rilanciare la domanda. La cosa viene considerata addirittura un'evidenza, soprattutto a sinistra, come dimostrano le dichiarazioni di Susanna Camusso. E tuttavia questo grande favore della spesa dei cittadini non ha senso. Essi consumerebbero volentieri di più (perché rifiutare una Rolls Royce?) se potessero. Ma, salvo stampare denari falsi, tutto dipende dalla ricchezza di cui si dispone.
 La scelta se favorire in primo luogo la domanda o in primo luogo l'offerta (la produzione di beni e servizi) è in realtà un falso problema. Non molto lontano da quello della priorità dell'uovo o della gallina. Se un signore produce patate e vuole avere dei pomodori, aggira il baratto con la mediazione del denaro. Traduzione: produce patate, le vende, ottiene denaro e con quel denaro compra pomodori.
Lasciamo perdere il capitale e il lavoro per seminare, raccogliere, trasportare e vendere le patate. Partiamo dal momento in cui il produttore si è procurato del denaro e con quello compra i pomodori. È ovvio che i pomodori che l'altro vende sono a loro volta il risultato dello stesso processo: capitale e lavoro, fino ad ottenere denaro con cui comprare le patate o quello che sia. A questo punto, chi ha domandato, chi ha offerto? È chiaro che ogni individuo dal punto di vista economico è sia produttore che consumatore. Sia protagonista di un'offerta, sia protagonista di una domanda.
Né si può pensare ad uno schema diverso se, invece che ad un produttore di patate, facciamo riferimento ad un impiegato del catasto o a una ballerina classica. Nel momento in cui il primo compila certificati o la seconda si esibisce sul palcoscenico, entrambi sono protagonisti di un'offerta; nel momento in cui il primo va a teatro o la ballerina va a ritirare il certificato, sono protagonisti di una domanda. Tutto ciò posto, è evidentemente inane l'idea di favorire l'uno o l'altro corno del problema economico. Se si favorisce l'offerta, ma nessuno ha i soldi o la voglia di comprare un dato prodotto, si è sprecata ricchezza nella produzione e il prodotto rimane invenduto. Si pensi alle distese di automobili nuove che a volte si accumulano sui piazzali delle fabbriche. Se invece si favorisce la domanda - per esempio distribuendo denaro ai consumatori - dal momento che quel denaro è "a fronte di niente", nel senso che non lo si è ottenuto creando ricchezza - come hanno fatto nell'esempio sia il produttore di patate che quello di pomodori - di fatto si crea inflazione. Cioè si sottrae ricchezza a chi già detiene denaro. Infatti si diminuisce il potere d'acquisto di quel denaro dal momento che, a valore facciale invariato, con esso si comprano meno cose.
È vero che, secondo le teorie di John Maynard Keynes, quella distribuzione di denaro può innescare un rilancio dell'economia, fino a compensare l'inflazione immessa in circolo. Ma tutto il problema sta in quel "può". Infatti il sistema Keynes è stato usato con tale generosità che oggi i maggiori Stati sono indebitati fino al collo e sono minacciati da una catastrofe economica.
Il dilemma se favorire la domanda o l'offerta è un falso problema. Ciò che bisogna fare è semplicemente permettere che la gente, lavorando, guadagni bene. Soltanto in questo modo, poi, spenderà generosamente. In concreto si tratta di premiare chi produce ricchezza sottraendogli la quota più piccola possibile del suo reddito, cioè realizzando un fisco poco avido. Se la ricchezza prodotta da un soggetto (che sia il protagonista della domanda o dell'offerta poco importa, tutti sono ambedue le cose) è cento, e il fisco gli toglie cinquanta, di fatto è come se avesse prodotto cinquanta, e spenderà per cinquanta, non per cento. Se invece produce cento e il fisco gli toglie venticinque, potrà spendere settantacinque, realizzando l'incentivo keynesiano senza produrre inflazione.
Qualcuno obietterà che il fisco il denaro non lo distrugge, in quanto lo Stato lo riversa nella società. Cosa vera, in teoria. Purtroppo, nel giro, dal contribuente allo Stato e dallo Stato ai cittadini, si perde molta, molta ricchezza, data la nota inefficienza (e corruzione) dell'Amministrazione Pubblica. Come si nota nell'attuale crisi italiana. Il fisco è opprimente, la tassazione è soffocante a tutti i livelli, le imprese chiudono, la stagnazione continua. Chi è ancora del parere che lo Stato sia in grado di fornire le soluzioni economiche per una nazione in crisi come la nostra, esclusa quella, di buon senso, di essere un po' meno ingombrante, si accomodi. Siamo in molti ad attendere il miracolo operato dall'alto. E attendiamo da parecchi anni, ormai.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 ottobre 2014


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POLITICA
9 ottobre 2014
COMPRENDERE L'ISIS
Nello studio dei grandi fenomeni storici, soprattutto in quelli in cui è implicata una data civiltà, una data religione o una data ideologia, gli accademici sono capaci di riversare tesori di cultura. Non c'è da stupirsene. Si pensi a quanto difficile sia comprendere il trionfo del Cristianesimo, una insignificante setta ebraica che è riuscita a imporsi all'intero Occidente.
Analoghi sforzi sono stati profusi per spiegare il temporaneo trionfo del marxismo. Per quasi un secolo quella dottrina non solo ha influenzato l'intera Europa, ma molti prevedevano addirittura la sua conquista dell'orbe terracqueo.
E tuttavia, quando un movimento coinvolge centinaia di milioni di esseri umani, bisogna ricordare che gli adepti non sono tutti degli studiosi. Molti sono analfabeti o comunque non hanno gli strumenti per leggere una realtà tanto al di là della loro piccola competenza. Questo vale anche per i laureati. A ciò si aggiunge l'annebbiamento derivante dalle frustrazioni, dagli atteggiamenti paranoidi, dalla povertà intellettuale e dal rancore per citare un concetto nietzschiano.
Decenni fa, per i più semplici, comunismo significava spartizione. L'idea di partenza era la messa in comune degli strumenti di produzione (capitalismo di Stato), ma per loro significava che il più ricco doveva dargli metà di ciò che aveva, in modo che tutti e due avessero lo stesso: "Dividessero". Alla base c'era anche l'idea ingenua (ma non tanto) che le differenze di livello economico fossero derivate da qualche forma di ingiustizia o di crimine: se hai più di me, mi hai rubato qualcosa. L'idea, per quanto balorda, esercita ancora oggi una sua seduzione, e infatti si parla di "ridistribuzione della ricchezza": quasi questa derivasse da una prima spartizione, ingiusta, e se ne volesse un'altra, giusta e egualitaria. 
Riguardo all'Isis, bisognerebbe fare un'indagine del genere. Lasciare da parte ciò che ha detto o no il Profeta, lasciare da parte le diatribe fra sunniti e sciiti, e vedere come il fenomeno si configura in una mente pressoché primitiva. Un atteggiamento estremamente aggressivo, distruttivo, e per così dire assetato di sangue, viene a volte dall'alto, ed origina da un incolmabile disprezzo della controparte, unito all'idea che essa sia nociva: tanto che il suo sterminio corrisponde quasi a una sorta d'igiene. Questo atteggiamento ha dato origine alla Shoah.
Molto più frequente è tuttavia il caso che esso venga dal basso, da una così totale frustrazione, da una così completa disperazione, che il soggetto desidera per così dire l'apocalisse. La fine di tutto e di tutti. È il caso del depresso che, licenziato, si arma e va ad uccidere quanti più ex colleghi di lavoro può. È il caso del geloso patologico che stermina l'intera famiglia e si suicida. Lo schema costante è un'inversione del metro di giudizio: "Non sono io sbagliato, è il resto del mondo". 
Di solito questa estrema frustrazione appartiene al singolo ma nulla esclude che possa estendersi ad un intero gruppo. I palestinesi, sconfitti benché sostenuti da milioni di alleati, hanno cercato di "rifarsi" col terrorismo. Sequestrando aeroplani, attaccando asili nido, uccidendo gli atleti israeliani a Monaco, compiendo infiniti attentati contro cittadini inermi. Per loro, uccidere un vecchio israeliano che legge il giornale è un'azione eroica. E se Israele, esasperato dai razzi, reagisce e distrugge moltissime case e fa morire migliaia di palestinesi perdendo una settantina dei suoi, la propaganda locale, con uno straziante disprezzo di sé,  parla di vittoria: come se fosse un affare pagare la morte di un israeliano con quella di quaranta palestinesi. 
Questa frustrazione non appartiene soltanto a loro. I musulmani in generale sono meno prosperi, meno colti, meno militarmente potenti, meno considerati degli occidentali. Per compensazione, sono fieri della loro religione, l'unica vera, e di un lontanissimo passato (quando lo conoscono): reagiscono dunque con un orgoglio smisurato allo scoramento della situazione reale. In concreto vivono così male da desiderare di venire a lustrare le scarpe ai cristiani, a Parigi o a Londra, ma quando ci riescono poi non si integrano. Si sentono diversi e sono sentiti come diversi. E quando ciò produce problemi dànno la colpa della loro infelicità al Paese che li ospita, non a sé stessi. 
In questo quadro si inserisce l'Isis. In un mondo di perdenti, l'Isis appare vincente. In un mondo in cui i musulmani sono disprezzati, l'Isis fa paura. In un mondo privo di valori, l'Isis è la rinata spada dell'Islam che converte i vinti con la forza. E i giovani fanno viaggi intercontinentali per andare ad arruolarsi sotto le bandiere nere. Lasciano una vita borghese per una vita eroica in cui anche il rischio di morire è una promozione.
L'Isis rappresenta l'occasione di un confuso riscatto per il quale val la pena di chiudere gli occhi sui suoi orrori. Né bisogna temere la reazione dell'intero mondo, perché chi è sostenuto da Dio è invincibile. Probabilmente non hanno mai sentito parlare di Poitiers nel 732 o di Vienna nel 1683, ciò che conta è che, andando a combattere, passano da fuori casta a protagonisti di un'avventura eroica, a costo di lasciarci la pelle. Poveri ragazzi. La cosa più triste è che i sopravvissuti vivranno la tragedia della ricaduta nella frustrazione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
9 ottobre 2014



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POLITICA
8 ottobre 2014
LE GRANDI TEORICHE ECONOMICHE SONO ETICHE

Mentre con la parola scienza nell’epoca contemporanea si intende quella sperimentale, secondo la sua etimologia essa corrisponde ad un “sapere ad alto livello”. Ecco perché per lungo tempo ha incluso in primo luogo la filosofia, per non parlare della teologia. Fra le scienze sperimentali e quelle d'osservazione - come l'astronomia, la botanica o la zoologia - se ne pongono alcune in cui i dati sono incerti: ad esempio la psicologia, la sociologia e la stessa storiografia. Qui ci si accontenta di conclusioni semplicemente probabili. Il punto comune, fra tutte loro, è il metodo. Non più affermazioni che discendono da principi generali (o, peggio, dalla Bibbia) ma dati di fatto dai quali, eventualmente, risalire a principi generali. Di loro fa parte l'economia. 
La "scienza economica" - che in sé riguarda tutto ciò che vive - in mano ai competenti è arrivata a formulazioni tanto complicate da necessitare diagrammi e formule che tagliano inesorabilmente fuori il profano. E tuttavia l'armamentario tecnico serve piuttosto all'insegnamento universitario, all'amministrazione dello Stato, o alle grandi imprese, che alla politica economica di un Paese. In questo campo, dal momento che le decisioni sono essenzialmente politiche, un assessore comunale potrebbe essere più qualificato, per le scelte. Per sapere come è fatta e come può funzionare al meglio un'automobile di Formula 1 è necessario avere una serie di altissime competenze, ma poi per guidarla si richiede soltanto una persona capace di vincere in pista. Nello stesso modo, l'economia è forse una scienza, ma la macroeconomia, quando si tratta di guidare un Paese, è quasi materia di fede.
L'esempio più evidente è quello del marxismo economico. Secondo questa teoria, una parte della ricchezza prodotta dagli operai  e dai contadini va a remunerare il capitale; questo capitale - terra, strumenti di produzione, disponibilità finanziarie - appartiene a dei privati i quali dunque sottraggono una parte di quell'utile "senza far nulla". Poiché tuttavia la produzione senza strumenti è impossibile, se si vuole che gli operai incassino l'intero prodotto del loro lavoro è necessario che il capitale appartenga a loro stessi, cioè allo Stato. Teoria impeccabile. Poi però in concreto si è visto che, mentre chi assume dei lavoratori perché lavorino per lui ha una tale efficienza che produce - diciamo - cento, e a lui rimangono dieci, col sistema marxista i lavoratori producono in tutto sessanta e di fatto incassano meno che se se si fossero divisi i novanta residui. In Russia si diceva: "lo Stato fa finta di pagare gli operai che fanno finta di lavorare".
La materia comincia ad allontanarsi molto dalla pretesa che l'economia sia una scienza. I dirigenti marxisti si sono detti che gli operai i quali lavorano con meno lena che nell'impresa privata sono intellettualmente e moralmente colpevoli: infatti, se si comportassero come se ci fosse il padrone a sorvegliarli, alla fine si spartirebbero cento unità di ricchezza. Battendo fiacca commettono dunque un furto gli uni a danno degli altri. Se poi, per giunta, a causa della loro ignoranza, si lamentano di un sistema che opera nel loro esclusivo interesse e vorrebbero rovesciarlo, diviene necessario imporgli il Bene (dato morale) con la forza. È questa l'origine delle dittature comuniste. I governanti erano talmente convinti di essere nel giusto da travolgere tutte le possibili obiezioni. 
Tutto ciò non sembra molto economico ed infatti, facendo salire di livello la riflessione, ci si è chiesti se fosse la natura umana, ad opporsi all'economia marxista, o se bisognasse meglio educare i lavoratori. La prima ipotesi ha condotto ad un ritorno ancor più convinto all'iniziativa privata (si pensi alla Cina), la seconda è stata quella di Pol Pot, in Cambogia. Questi ha condotto il ragionamento alle sue estreme conseguenze: se gli adulti, soprattutto intellettuali, non possono essere rieducati, ammazziamoli a milioni, sperando che le nuove generazioni, educate come si deve, assicurino il successo del marxismo. 
Questi esperimenti su grande scala (Unione Sovietica, Cina comunista o Cambogia) hanno insegnato molto a chi li ha vissuti sulla propria pelle (ammesso che sia sopravvissuto), ma non hanno intaccato la mentalità di Paesi - come la Francia o l'Italia - dove sembra incontrastabile il marxismo più o meno sotterraneo, o comunque il principio della necessità di un'economia dominata dal Bene, non dall'aritmetica del dare e dell'avere.  
Il risultato è una serie di diseconomie che, accumulandosi, portano a poco a poco questi grandi Paesi ad un ritardo pressoché incolmabile rispetto a nazioni meno "virtuose", o perfino al fallimento. Ma chi ha il coraggio di andare contro il Bene?
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 agosto 2014

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CULTURA
6 ottobre 2014
IL MILLEPIEDI IN CATTEDRA
Un millepiedi mi stava attraversando la strada e gli ho dato precedenza. Inutile lodarmi, non sono un animalista e neppure un'anima sensibile. In realtà queste bestioline, se schiacciate, fanno un'orribile puzza. E non volevo che mi rimanesse attaccata alle scarpe.
Poi ho guardato quel miriapode che, con la sua aria di supertreno transcontinentale, andava verso l'altro lato della strada, ed ho innanzi tutto ammirato, ancora una volta, l'organizzazione delle sue zampette. Non si muovono tutte insieme. Quando arriva il loro turno fanno volenterosamente il loro passettino, senza mai interferire con le altre, un po' come se, usando un pianoforte a quattro mani, due pianisti facessero le scale insieme, a salire: prima quattro do, poi, quattro re, poi quattro mi, poi quattro fa. Le quattro o cinque onde di movimento scorrono in avanti lungo i lati, instancabilmente, e quel piccolo Orient Express procede risoluto verso la sua meta.
Ma è difficile immaginare quale possa essere la meta di un millepiedi. Oltre tutto, avendo necessità di umidità, che ci faceva lì, sull'asfalto asciutto? Ed eventualmente chi gli aveva detto che nella terra incognita, dall'altra parte della strada, l'ambiente sarebbe stato più propizio? Ma uno che ha già la fama d'essere un po' strano è bene che non stia a lungo accoccolato in mezzo alla carreggiata a guardare un millepiedi. Sicché ci siamo salutati e ciascuno per la sua strada.
Il pensiero di quell'artropode però continuava a seguirmi. Chissà che la puzza che fanno, se sono schiacciati, non sia un modo di scoraggiare qualche predatore: "Non mi mangiare, faccio schifo". Anche i millepiedi, come tutti gli esseri, passano il loro tempo a lottare per la sopravvivenza. Evitano di essere eliminati e cercano, se serve, di eliminare gli altri. E in tutto questo trambusto ovviamente non dimenticano di riprodursi. Diversamente il pianeta Terra sarebbe privato della loro presenza.
Ma forse questo è un modo di ragionare razzista. Il leone, simbolo di nobiltà e di coraggio (qualità del tutto leggendarie, in quella bestiaccia pigra e maschilista) non fa nulla di diverso. E neanche noi esseri umani siamo un'eccezione. Da un lato, essendo onnivori, facciamo strage di vegetali e di animali, dall'altro cerchiamo di non farci mangiare da lupi, leoni, squali e, versione modernissima, dai microbi e dai virus. Né si può dire che ci disinteressiamo della riproduzione. Ché anzi ce ne occupiamo con tale scrupolo che l'antropizzazione del mondo è divenuta eccessiva. Dal punto di vista del pianeta ricordiamo anzi una nota proliferazione anomala di cellule. E comunque siamo colleghi dei millepiedi e dei leoni, se pure con la differenza che mangiamo con coltello e forchetta e parliamo d'amore.
La riflessione si è allargata. Il pianeta può essere visto come un immenso palcoscenico dove - in terra, in mare o in cielo - va continuamente in scena la tragedia della disperata lotta per nutrirsi, all'occasione a spese degli altri, dove il più piccolo cerca di non farsi mangiare dal più grosso e impera la stolida pulsione alla riproduzione, anche quando è pericolosa o si conclude con la morte dei genitori. Basta pensare alla faticosa e suicida odissea finale dei salmoni. 
In ogni momento c'è un essere che lotta, soffre, perisce nella totale indifferenza di tutti. E ancora una volta tutto ciò riguarda anche noi esseri umani. La maggior parte pensa che siamo più "importanti" dei millepiedi o delle lattughe ma, se i millepiedi potessero fornirci la loro opinione, ben difficilmente la loro scala degli esseri sarebbe identica alla nostra. Se gli raccontassimo qual è lo scopo della nostra vita, e quali sono i nostri valori, amore e arte inclusi, l'artropodo forse ci risponderebbe che no, la cosa più importante è essere un bel millepiedi che sopravvive e mette al mondo tanti bei millepiedini.
Se si riesce ad abbracciare mentalmente questo verminaio brulicante che copre il pianeta, è difficile evitare lo scoramento dell'assurdità di tante vicende, di tanti sforzi, di tanti dolori, di tanta morte. Tanto che la parola vita, invece di destare un'eco di letizia, può suscitare una sorta di disgusto. Tanta pena per niente. E in più il dolore cosmico di sapere che la vicenda esistenziale di quel millepiedi non ha senso. Non più della nostra.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 ottobre 2014

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POLITICA
4 ottobre 2014
LE DECAPITAZIONI DELL'ISIS
Le decapitazioni filmate e pubblicizzate dello Stato Islamico della Siria e del Levante potrebbero non essere quell'affare che hanno immaginato i dirigenti che le hanno ordinate. Un tempo per la pubblicità si credeva nel principio: "Parlate pure male di me, purché parliate di me"; oggi chiunque non sia digiuno della materia conosce la falsità di quell'assunto. Anche a lodare quegli spot disumani dal punto di vista della tecnica di realizzazione, è tutt'altro che sicuro che essi siano utili al committente.
Una pubblicità sbagliata, anche se fa un enorme rumore, può essere un boomerang. Lo Stato Islamico voleva dimostrare la sua risolutezza, la sua spietatezza, la sua fedeltà al messaggio primitivo e combattivo del Settimo Secolo. In realtà ha fatto inorridire il mondo delle persone perbene. A Parigi sono scesi in strada, a manifestare il loro sdegno, migliaia di musulmani. E tuttavia questo è il meno: le esecuzioni hanno fornito l'alibi morale ad una reazione contro l'Isis che certo ha ben altri motivi. Non si fa una guerra per l'orrore di alcuni atti di barbarie o anche di sadismo. E invece qui si è creata una coalizione dentro la quale si vedono insieme gli Stati Uniti e l'Iran, gli Emirati Arabi Uniti (perfino il Qatar, sostenitore di Hamas!) e Bashar al-Assad, i curdi e la Gran Bretagna. Ognuno ha suoi precisi motivi, per annientare quel nuovo Stato, ma tutti sono giustificati da quei video. 
La qualifica di "califfato" - quand'anche abusivamente auto-attribuita - rappresenta, con la sua pretesa di universalità, e dunque per il suo preteso diritto di abbattere ogni altro potere - un pericolo obiettivo per qualunque governo musulmano. Combattendo contro l'Isis, tutti gli Stati si trovano in condizioni di legittima difesa. E in primo luogo appartengono a questo gruppo gli Stati confinanti: la Siria, l'Iraq e l'Iran. La Turchia un po' meno, perché la sua forza militare la mette al riparo da qualunque minaccia proveniente da quella regione. Ma Ankara, Londra o Washington hanno anch'esse interesse che, in un mondo sotto attacco da parte del terrorismo, non si crei un santuario più vicino e più pericoloso di quello di Kabul. 
Tutti i partecipanti a questa partita hanno i loro motivi ma non hanno bisogno di spiegarli o di giustificarli al grande pubblico: il mondo tollera queste alleanze, in qualche caso addirittura innaturali, in nome dell'orrore che è stato capace di suscitare un esercito che decapita degli innocenti. L'Isis ha realizzato la migliore pubblicità possibile a favore di coloro che vogliono distruggerlo. Come disse qualcuno, dopo l'assassinio del duc d'Enghien, "C'est pire qu'un crime, c'est une faute", è peggio d'un crimine, è un errore.
Ci sarebbe inoltre un'ulteriore lezione da trarre da questi episodi. Da quando San Francesco convertì il lupo, nell'Occidente molte brave persone si sono convinte che in fondo i "cattivi" siano dei "buoni" cui non si è saputo parlare nella maniera giusta. Che l'odio nasca da una cattiva informazione. Sicché dicono: "Se noi andiamo a nutrirli, a curare loro e i loro figli, comprenderanno che meritiamo il loro amore. E comunque, anche ad ammettere che quei gruppi umani non meritino i nostri sforzi, che colpa hanno i loro piccoli, ancora innocenti? Andiamo dunque a salvare i loro bambini". 
Tutte sciocchezze. O la storia del lupo di San Francesco è pura leggenda, o Francesco ha avuto la fortuna di incontrare un lupo isolato e strasazio. È inutile strapazzarsi a pensare ai bambini di coloro che ci odiano, se costoro sono poi capaci - come si è visto a Beslan - di uccidere i bambini a decine, perfettamente a sangue freddo. 
L'esecuzione degli "ostaggi" innocenti, soprattutto quando si tratta di membri di organizzazioni umanitarie non governative, come l'ultimo tassista inglese decapitato, dimostra che andare in certi Paesi per fare del bene è un errore. Agli occhi dei locali, o almeno, agli occhi di alcuni dei locali, prima di essere degli angeli soccorritori siamo soltanto degli infedeli da rivendere, dopo averci sequestrati, o da uccidere per farsi pubblicità.  
Ecco perché, all'orrore per la morte di tante persone di buona volontà, si unisce il dispetto all'idea che esse siano anche vittime della loro imprudenza, un po' come quei fumatori dissennati che alla fine la pagano cara.
Tutti ammettono in teoria che la tolleranza parte dall'accettazione delle differenze, ma le differenze bisogna innanzi tutto conoscerle e non negarle. Riguardo a certe regioni e a certi gruppi etnici, particolarmente in certi momenti, l'esperienza consiglia di tenersi alla larga. Ci saranno popolazioni che soffrono, bambini denutriti, epidemie senza medicinali per curarle, ma nessuno può pretendere il diritto di mordere la mano tesa per soccorrere. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 ottobre 2014


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POLITICA
4 ottobre 2014
CONTRO GLI INTELLETTUALI
Il pamphlet potrebbe essere inelegante già nella sua essenza. Scrivere contro qualcuno ha qualcosa di negativo, qualcosa di acre, al limite qualcosa di rancoroso. E tuttavia a volte si dispone di imponenti giustificazioni. Non solo il male che può aver commesso l'oggetto della reprimenda può gridare vendetta, ma può essere irresistibile il bisogno di sottolineare l'arroganza di chi si è sentito importante, di chi ha considerato un diritto essere riverito, di chi ha avuto la pretesa di indicare agli altri la via da seguire e si è regolarmente sbagliato: stiamo parlando degli intellettuali.
Per molti secoli i veri valori sono stati la nascita e la spada. Cioè nascere nobili o avere acquisito tali meriti militari da divenirlo o addirittura da impossessarsi del potere. La cultura ha sempre contato poco, anche perché non era tecnologica ma umanistica. La Rivoluzione Francese, che del resto coincideva cronologicamente con la rivoluzione industriale, sulla scia dell'Encyclopédie affermò invece, per la prima volta, il valore della conoscenza e della sua applicazione. E infatti presto gli intellettuali e gli scienziati divennero più importanti sia dei nobili sia dei militari. Ecco perché quell'imbecille del presidente del Tribunale rivoluzionario che commentò la condanna a morte di Lavoisier con le parole "La République n'a pas besoin de savants!" (la Repubblica non ha bisogno di scienziati) non sapeva quello che diceva. Come se non bastasse, furono degli intellettuali che elaborarono i principi della democrazia moderna. Sono loro che hanno progettato lo Stato quale lo conosciamo e quale venne ad esistenza nei neonati Stati Uniti.
E tuttavia la vittoria ha minato il carattere di questi benemeriti della storia. Finché gli intellettuali hanno lottato per le loro idee, essendo all'opposizione come Voltaire o Diderot, abbiamo visto uomini dalla schiena diritta. Quando poi, con la democrazia, le loro idee hanno prevalso, si sono sentiti in dovere di fiancheggiare l'opera dei titolari del potere come suggeritori e padri nobili. E sono divenuti servi del regime. 
Questa vocazione a sentirsi parte della classe dominante, anche senza esserlo, ha prevalso sui principi di libertà e di indipendenza di pensiero che furono cardini dell'Illuminismo. Ciò spiega come in Italia non solo gli intellettuali, come classe, siano stati conformisti dall'unità nazionale in poi, ma si siano adattati ad incensare anche il regime fascista. Né si può dire che ciò sia avvenuto per caso: caduto Mussolini, essi si sono subito adattati a divenire comunisti. Il comunismo appariva come il nuovo Principe da servire perché dispensava favori ed era destinato, loro pensavano, ad ereditare l'intero potere del fascismo. Insomma salivano sul carro del vincitore prima ancora che si mettesse in moto.
Malgrado questi limiti imperdonabili, in un tempo in cui studiavano in pochi (e quei pochi seriamente) da noi il rispetto degli intellettuali è stato grande. Fino alla Seconda Guerra Mondiale avere scritto "un'altro" avrebbe provocato una capitis deminutio, un passaggio in serie B. Col passare del tempo invece si sono verificati dei fenomeni che, pur avendo origini diverse, hanno agito concordemente. Il primo è stato il decadimento della cultura. Dopo l'allargamento delle maglie della scuola, il livello di competenza dei laureati è divenuto molto mediocre. Oggi i giornalisti che appaiono in televisione fanno errori d'italiano che un tempo avrebbero provocato le risa in una classe di Scuola Media. La stessa televisione, inoltre, ha involgarito il dibattito facendo prevalere il demagogo e il battutista sul vero intellettuale. Infine c'è stata la sconfitta del comunismo, che ha costituito pure la squalifica di intere generazioni di intellettuali. Prima è stato necessario perdonare ad Eugenio Scalfari - per fare un nome - il suo giovanile entusiasmo per il fascismo, poi è divenuto difficile perdonargli il suo sinistrismo. E quando anche questa tendenza si è sgonfiata, gli intellettuali sono stati percepiti come semplicemente soporiferi. Una fine ingloriosa. E quando impugnano la spada, come il prof.Rodotà, rischiano di apparire patetici. Del resto, non perdiamo molto. Troppo spesso il teorico vale poco, quando si confronta con la pratica. Basti vedere dove ci hanno condotti i supremi tecnici dell'economia europea.
Nel dibattito siamo approdati ad un'epoca filistea in cui si prevale se si è capaci di sintesi e di slogan. In questo, applausi a Matteo Renzi. Il vero intellettuale esiste ancora, è naturale, ma sta chiuso a casa sua. È uno spettatore come gli altri. E ciò è un bene sia per la realtà politica sia per lui stesso. Di intellettuali che si degnerebbero di guidare la cosa pubblica o, peggio, che firmano petizioni e appelli, non abbiamo bisogno. Abbiamo già dato.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 settembre 2014




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POLITICA
3 ottobre 2014
DUE SOLUZIONI PER L'EUROPA
L'intera Europa - per un verso o per l'altro - ha problemi molto gravi. Dunque è normale che tutti si chiedano che cosa bisognerebbe fare per uscire dall'impasse. Ed oggi leggiamo, sul Corriere della Sera(1), la soluzione di Lucrezia Reichlin, editorialista chiara e competente come pochi.
La sua ricetta - che a suo parere tutti conoscono e sulla quale sono tutti d'accordo, ma che non si ha il coraggio di applicare - è tanto semplice e tanto ovvia che la giornalista la scrive tra parentesi. Il risanamento si può ottenere "(attraverso un taglio delle tasse o tramite un aumento della spesa)". 
Tenendo presente la bussola di non allontanarsi mai troppo dal modo di ragionare di Bertoldo, ed essendo sempre pronti ad inchinarsi alle osservazioni ragionevoli dei competenti (cioè a riconoscere i propri errori) si può provare ad obiettare che le due soluzioni sono lungi dall'essere equivalenti.
Il male che sta alla radici della crisi, e non soltanto in Europea, è la presenza di un'enorme quantità di denaro a fronte di niente. Gli Stati per giunta sono obbligati a pagare un'enorme quantità di interessi a coloro che detengono una grande parte di questo denaro a titolo di risparmio/investimento. Col rischio aggiuntivo di un default, nel caso che i mercati perdano la fiducia nel rimborso. Il ricordo del default dell'Argentina non è certo sbiadito.
Se dunque si immette liquidità nel sistema (per ipotesi aumentando stipendi e salari, in modo da rilanciare i consumi) innanzi tutto si cura la malattia inoculando ulteriori dosi del veleno che l'ha provocata. In secondo luogo si crea inflazione, visto che alla moneta introdotta in circolo non corrisponde (non subito, quanto meno) un equivalente aumento della ricchezza costituita da beni e servizi. Infine si tira la coda al leone addormentato della diffidenza dei mercati nei riguardi dell'eccessivo debito sovrano. In altri termini, questa vecchia ricetta keynesiana è congiunturale e non strutturale. Potrebbe risolvere il problema momentaneamente e non definitivamente. In secondo luogo essa è aleatoria, nel senso che potrebbe anche non porre rimedio al problema neppure momentaneamente. E ciò mentre le conseguenze negative (inflazione) si avrebbero lo stesso: è forse questa la ragione fondamentale dell'opposizione della Germania. 
Una ripresa drogata non trasforma un sistema inefficiente in un sistema efficiente. Poniamo il caso che un'industria francese produca eccellenti forni a microonde. Purtroppo, a causa dei suoi costi (fondamentalmente imposte e salari), vende poco perché i consumatori preferiscono i prodotti importati che costano meno. Improvvisamente lo Stato fa sì che i lavoratori possano spendere di più, ed ecco che essi possono finalmente permettersi i prodotti nazionali: questo aiuterà l'impresa che li produce? Sì e no. Momentaneamente venderà di più, ma se i suoi costi di produzione non cambieranno, passata la ventata dell'incoraggiamento keynesiano, essa tornerà alla situazione di prima. Anche perché l'inflazione provocata dall'immissione di liquidità farà aumentare i costi dell'impresa, almeno come valore facciale, e dunque essa dovrà aumentare i propri prezzi.
Se invece lo Stato riducesse grandemente i peso del fisco e degli oneri sociali, l'impresa diverrebbe competitiva, e ciò a titolo definitivo. Pur non cambiando niente nel modello produttivo.
Da tutto ciò si deduce che il taglio delle tasse sarebbe una soluzione ben diversa da quella dell'immissione di denaro nel sistema, e probabilmente tutto ciò la signora Reichlin lo sa meglio degli altri. Il problema non è dunque la scelta tra taglio delle tasse e aumento della spesa, è sapere come attuare il taglio della spesa, presupposto per la diminuzione delle tasse. Lo Stato infatti in tanto può abbassare le tasse in quanto abbia prima attuato riforme che lo rendono meno affamato di denaro per far fronte ai troppi impegni assunti. 
Purtroppo, se queste riforme corrispondono ad una destrutturazione del Welfare State, cui la gente è abituata e che considera "ovvio ed acquisito", si comprende che l'immobilismo rimproverato all'Europa dalla Reichlin è giustificato. Bisognerebbe diminuire la pressione fiscale. Per diminuire la pressione fiscale bisogna ridurre le spese dello Stato. Per ridurre le spese dello Stato bisogna che i cittadini rinuncino a mille servizi pubblici e lo Stato stesso deve licenziare, in un modo o nell'altro, decine e decine di migliaia di suoi dipendenti. E tutto ciò è impossibile in una democrazia. Soprattutto se si richiede di farlo in tempi brevi. 
Tutto ciò posto, anche se ci si può scandalizzare vedendo un treno che procede a tutta velocità verso una roccia contro la quale andrà a schiantarsi (il paragone è della Reichlin) è inutile prendersela col manovratore. Nemmeno lui può metterci rimedio. Le rotaie finiscono ai piedi della roccia e il treno non ha ruote sterzanti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
3 ottobre 2014
(1)http://www.corriere.it/editoriali/14_ottobre_03/cosa-giusta-che-non-facciamo-38a97e2c-4abb-11e4-9829-df2f785edc20.shtml

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POLITICA
1 ottobre 2014
LA BOMBA FRANCESE CADE A BERLINO
La Francia ha dichiarato solennemente che non si atterrà all'obbligo dell'eurozona di non superare il 3% di deficit, e ciò fino al 2017. Quest'anno il deficit sarà del 4,4% (praticamente il 50% in più del consentito) e nel 2015 del 4,3% (sempre un buon 43% più del consentito). Parigi rifiuta inoltre di adottare nuove misure di austerità. Naturalmente - come sempre - si prevede che successivamente tutto comincerà ad andar bene. Il futuro - visto dalle stanze del governo - è sempre "un'aurora dalle dita rosate".
Fino ad ora una sorta di tacita convenzione ha fatto sì che riguardo ai grandi Paesi si parlasse di ripresa per la Spagna, di stagnazione per l'Italia e di "difficoltà" per la Francia. In realtà quest'ultima ha raggiunto un debito pubblico di duemila miliardi - il nostro gli è superiore soltanto dell'11% - corrispondente a oltre il 90% del pil;  le misure d'austerità hanno cominciato a produrre addirittura problemi di ordine pubblico, e infine si è avuto un drammatico calo di consensi dell'esecutivo e di François Hollande personalmente.
Sapevamo che la Francia era nei guai ma non ci aspettavamo che prendesse così risolutamente il toro per le corna. Infatti ha brutalmente messo Berlino di fronte al fatto compiuto. Probabilmente l'ha fatto in base al suo grande orgoglio nazionale e col coraggio che le viene dall'avere un peso specifico notevolmente più grande del nostro. L'Europa, magari con qualche problema borsistico, sopravvivrebbe senza alcuna difficoltà alla defezione della Grecia. Forse anche alla defezione di un grande Paese. Ma la Francia è, insieme alla Germania, l'elemento essenziale dell'Unione Europea. Non si può dimenticare che i principali fautori dell'Europa Unita sono stati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio i francesi e i tedeschi, perché volevano scongiurare, per i secoli avvenire, la possibilità di un conflitto fra di loro. 
Ci si può chiedere come mai tutto ciò sia avvenuto proprio ora. A parte il fatto che non si può costantemente peggiorare senza che accada nulla, non si può non osservare che la crisi dell'Europa e dell'euro, invece di risolversi, sembra incancrenirsi. In secondo luogo essa ormai coinvolge i due partner più importanti dopo la Germania, cioè la Francia e l'Italia. In terzo luogo la Germania, che fino ad ora s'è intestardita ad esigere il rispetto dei patti sottoscritti, non ha tenuto conto del fatto che l'intero continente, col rallentamento della sua crescita, dimostra che la politica economica fin qui seguita non conduce da nessuna parte. Essa è stata favorevole alla Germania (anche se ormai meno di prima), ma non si può far pagare a tutti gli altri Paese un regolamento che favorisce soltanto uno di essi e qualche suo satellite economico.
Non è un caso che il ministro francese Sapin, invece di scusarsi, abbia detto che l'Unione europea "deve a sua volta assumersi le sue responsabilità, in tutte le sue componenti". In particolare "i Paesi in surplus": espressione che si legge "Germania". In altri termini, la Francia s'è assunta la responsabilità di distruggere un sistema dannoso e di mettere tutti i partner dinanzi all'evidenza del problema; l'Unione Europea, e in particolare Berlino, devono ora trarne le conseguenze. Devono adattare le norme alla realtà, invece di inchiodare la realtà sul letto di Procuste delle regole sottoscritte.
Il presupposto di una moneta comune è che essa abbia più o meno lo stesso potere d'acquisto in tutti i Paesi che l'adottano. Se invece un Paese ha un deficit (e dunque, tendenzialmente, un'inflazione) del 4,5% e un altro del 3%, nel corso del tempo con quella moneta si comprerà parecchio di più nel secondo Paese (la Germania) che nel primo (la Francia). E dunque il flusso di merci andrà ancor di più dalla Germania alla Francia, danneggiando l'industria francese. Sembra evidente - sempre salvo errori - che provvedimenti del genere siano assurdi. È stato assurdo incatenare economicamente Paesi diversi da molti punti di vista ad una moneta unica, senza averli prima unificati politicamente, ed è assurdo pensare che si possano adottare politiche economiche differenti mantenendo la stessa moneta. 
Infine rimane l'interrogativo riguardante le future prospettive e l'effetto che questi ultimi avvenimenti potrebbero avere sui mercati e sulle Borse. Nel dubbio, incrociamo le dita.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 ottobre 2014, ore 14,30


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POLITICA
1 ottobre 2014
LA GERMANIA COMBATTE SU DUE FRONTI PER PRESERVARE L'EUROZONA
di Adriano Bosoni e Mark Fleming-Williams, su Stratfor.

La Corte di Giustizia Europea il 22 settembre ha annunciato che le sedute nel processo contro il progetto di acquisto di titoli da parte della Banca Centrale Europea (Bce) conosciuto come OMT (Transazioni Monetarie Dirette) comincerà il 14 ottobre. Benché il processo probabilmente sarà lungo, con una sentenza che si avrà non prima della metà del 2015, la decisione avrà serie conseguenze per la relazione della Germania col resto dell'eurozona. Il momento potrebbe difficilmente essere peggiore, infatti un partito anti-euro ha fatto grandissimi progressi, recentemente, nella scena politica tedesca, erodendo stabilmente lo spazio di manovra del governo.
Le radici del caso rimontano alla fine del 2011, quando gli interessi del debito sovrano italiano e spagnolo stavano seguendo i corrispondenti titoli greci a livelli stratosferici e i mercati mostravano che avevano perso la fiducia nella capacità delle economie più in difficoltà dell'eurozona di cavarsela. Nell'estate del 2012 la situazione in Europa era disperata. Si erano intrapresi salvataggi finanziari per la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo, mentre l'Italia si avvicinava pericolosamente ad averne bisogno. Ma l'economia dell'Italia, e particolarmente il suo debito pubblico di livelli gargantueschi, indicavano che sarebbe stata troppo grande per ricevere un trattamento consimile. In ogni caso, i precedenti salvataggi non stavano calmando i mercati finanziari.
Mentre gli interessi dei titoli italiani e spagnolo schizzano quasi al livello del 7%, considerato il punto in cui il fallimento diviene inevitabile, il nuovo presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, disse che la Bce era pronta a fare tutto ciò che sarebbe stato necessario per salvare l'euro. In concerto con i capi dei governi europei, la Bce  sviluppò un meccanismo che consente di comprare un numero illimitato di titoli governativi per stabilizzare un Paese membro, un'arma abbastanza grande da intimidire gli investitori in titoli.
Il Presidente della Bce Mario Draghi di fatto non è mai dovuto intervenire perché la promessa dell'intervento nei mercati dei titoli ha convinto gli investitori che non si sarebbe permesso ai Paesi dell'eurozona di fallire. Ma la soluzione di Draghi non piacque a tutti. Gli oppositori di peso includevano Jens Weidmann, presidente della Bundesbank tedesca. Come molti tedeschi, Weidmann reputava che la Bce stava oltrepassando i suoi limiti istituzionali, dal momento che i trattati dell'Ue impediscono alla banca di finanziare i Paesi membri. Peggio: se l'OMT fosse stato effettivamente usato, ciò avrebbe sostanzialmente significato spendere denaro tedesco per salvare ciò che molti tedeschi considerano gli spendaccioni europei meridionali. 
All'inizio del 2013 un gruppo di professori di diritto costituzionale e d'economia delle università tedesche raccolsero circa 35.000 firme e trascinarono l'OMT dinanzi alla Corte Costituzionale Tedesca. Durante una seduta, nel giugno del 2013, Weidmann testimoniò a favore dell'accusa. Nel febbraio del 2014 la Corte emise un verdetto inaspettato, decidendo per sei a due che la banca centrale aveva effettivamente superato i suoi limiti, e tuttavia nello stesso tempo devolvette il caso alla Corte di Giustizia Europea. Riconoscendo la profonda importanza dell'argomento, la Corte riconobbe che un'interpretazione più restrittiva dell'OMT da parte della Corte Europea di Giustizia avrebbe potuto rendere legale quel sistema.
Il giudizio tedesco suggeriva che tre modificazioni dell'OMT avrebbero potuto essere tali da far reputare alla Corte che il meccanismo era legale. Due dei tre cambiamenti, comunque, sono problematici, ad andar bene. Una modificazione limiterebbe la Bce al debito antico, un cambiamento che lo proteggerebbe contro il fallimento del debito sovrano in questione, ma farebbe anche correre il rischio di minare la fiducia degli altri investitori che non sarebbero protetti in modo analogo. La seconda modificazione renderebbe l'acquisto di titoli non più "illimitato", riducendo la capacità della banca di intimidire gli operatori dei titoli, dal momento che lascerebbe la banca con in mano un fucile invece di un bazooka.
Il gruppo di accademici che aveva organizzato la petizione non stava con le mani in mano, mentre la Corte deliberava. L'Alternativa per la Germania, un partito fondato nel febbraio del 2013 da uno di loro, il professore di economia Bernd Lucke, e frequentemente conosciuto col suo acronimo tedesco AfD, aveva fatto significativi progressi nelle elezioni in tutta la Germania. Fondato come un partito anti-europeo, arrivò vicino ad ottenere un seggio al Bundestag, la Camera bassa del parlamento tedesco, nelle elezioni generali nel settembre del 2013, una notevole prodezza per un partito fondato appena sei mesi prima. Ebbe maggiori consensi nel 2014, ottenendo il 7,1% dei voti nelle elezioni per il Parlamento Europeo in maggio, e fra il 9,7% e il 12,2% in tre elezioni regionali in agosto e in settembre.
La Germania è attualmente governata da una grande coalizione con il partito di centrodestra, l'Unione Cristiano-Democratica del cancelliere tedesco Angela Merkel (e il suo partito fratello Unione Cristiano-Sociale con base in Baviera) che condivide il potere col Partito Socialdemocratico di centrosinistra. Ciò ha avuto come risultato che l'Unione Cristiano-Democratica è stata trascinata ancor più al centro di quanto non desiderasse, creando uno spazio sulla destra che l'Alternativa per la Germania ha subito occupato.
Nato come partito con un solo programma, l'Alternativa per la Germania ha cominciato a sposare i valori dei conservatori e le politiche contrarie all'immigrazione, una tattica che ha funzionato particolarmente bene nelle elezioni tenute nella Germania orientale in estate. I suoi progressi mettono la Merkel, un'integrazionista europea, in un dilemma che diverrà particolarmente acuto se l'Alternativa per la Germania si dimostrerà capace di rappresentare i tedeschi che meno gradiscono l'idea di un Paese che sostiene finanziariamente il resto dell'Europa.
Sin dall'inizio della crisi europea la Merkel si è dimostrata abilissima nell'inviare un messaggio che combina la critica dei Paesi della periferia europea con la difesa dei programmi di salvataggio per questi stessi Paesi. Ma mentre la Merkel si era abituata alle critiche che vengono dai partiti di sinistra riguardo alle dure misure di austerità che l'Unione Europea ha richiesto in cambio dei salvataggi, non aveva preso in considerazione l'idea che le forze anti-europee avrebbero potuto costituire una seria opposizione in Germania. La Merkel non è sola, in questo, naturalmente: i partiti di centrodestra in tutta l'Europa, dalla coalizione di Cameron nel Regno Unito al Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia in Olanda, hanno visto emergere alla loro destra un populismo euroscettico che erode la loro piattaforma elettorale tradizionale. 
Questo sentimento anti-Bce in Germania si è gonfiato durante il 2014, quando Draghi tentava di far aumentare la bassa inflazione dell'eurozona con interventi che si allontanavano sempre più dall'ortodossia economica. I conservatori tedeschi hanno accolto ogni nuova mossa con dispetto. I media tedeschi hanno chiamato i tassi d'interesse negativi "tassi punitivi", proclamando che essi ridistribuiscono miliardi di euro dei risparmiatori tedeschi agli spendaccioni europei del sud.
Tutte le misure che la Bce ha annunciato fino ad ora, comunque, sono soltanto antipasti. I mercati finanziari hanno continuamente richiesto "quantitative easing", un vasto programma di compera di titoli di Stato allo scopo di iniettare una grande quantità di moneta nel mercato. Fino a questo punto, vi sono stati tre grandi impedimenti, per questo genere di politica: l'avversione ideologica del governo tedesco all'idea di spendere il denaro dei contribuenti nelle economie periferiche; la concezione politica che il quantitative easing diminuirebbe la pressione per le riforme nelle economie periferiche; e il processo dinanzi alla Corte che è stato una spada di Damocle sull'OMT, l'unico meccanismo esistente capace di far sì che la Bce possa intraprendere l'acquisto di titoli di debito pubblico. Da notare, l'OMT - nella sua formulazione originale - e il quantitative easing non sono precisamente la stessa cosa. Nella concezione originale dell'OMT, la Bce dovrebbe controbilanciare interamente ogni acquisto togliendo un'equivalente somma di denaro dalla circolazione (cioè non aumentando la stessa offerta di denaro). Nondimeno, ogni dichiarazione che l'OMT sia illegale diminuirebbe drammaticamente lo spazio di Draghi per manovrare, se egli desiderasse intraprendere un completo quantitative easing.
Questa confluenza di eventi fa sì che la Merkel attenda nervosamente la decisione della Corte di Giustizia Europea. In realtà, è in una situazione in cui non può che andarle male. Se la corte del Lussemburgo ritiene l'OMT illegale, la promessa di Dragni sarebbe indebolita, eliminando la forza che ha tenuto i rendimenti di molti titoli di Stato artificialmente bassi e permettendo che non si ripresentassero i giorni disperati del 2011 e del 2012. Se la Corte Europea di Giustizia accoglie i tre suggerimenti della corte tedesca e riduce l'OMT nella misura che il mercato reputa essere tale da renderlo poco importante, si potrebbe avere lo stesso risultato. E se la Corte di Giustizia Europea decide che l'OMT  è legale, si sarà eliminato un notevole freno inibitore del quantitative easing, e la possibilità di una estesa campagna d'acquisto di titoli diverrà una minaccia sempre più vicina, con notevole contrarietà dei votanti tedeschi, a tutto vantaggio dell'Alternativa per la Germania.
Analizzando il valore di questo caso, è importante tenere a mente che la Germania è una potenza che vive di esportazione e deve trovare mercati per le sue esportazioni per preservare la coesione e la stabilità sociale all'interno. L'eurozona aiuta considerevolmente la Germania - il 40% delle esportazioni tedesche va all'eurozona e il 60% all'intera Unione Europea - perché essa intrappola la maggior parte dei clienti europei all'interno dell'unione della moneta unica, privandoli della possibilità di svalutare le loro monete per divenire più competitivi.
Sin dall'inizio della crisi, la Germania ha fatto in modo di tenere in vita l'eurozona senza intaccare sostanzialmente la ricchezza nazionale, ma arriverà il momento in cui la Germania dovrà decidere se è disposta a sacrificare una più grande parte della sua ricchezza per salvare i suoi vicini. Fino ad ora Berlino è stata capace di mantenere il suo proprio capitale relativamente lontano dalle bocche affamate della periferia, ma il problema continua a ripresentarsi. Ciò crea per la Germania un dilemma perché due dei suoi imperativi chiave sono in contraddizione. Salverà l'eurozona per proteggere le sue esportazioni, sottoscrivendo grossi assegni come contropartita, o si opporrà alle mosse della Bce che, se bloccata, potrebbe significare un ritorno a interessi pericolosamente alti dei titoli di Stato e il ritorno di voci riguardo al fatto che la Grecia, l'Italia ed altri Paesi potrebbero lasciare l'unione monetaria?
Il caso si dimostrerà risolutivo per il futuro dell'Europa anche per ragioni più profonde. La crisi sta generando possenti frizioni nell'alleanza franco-tedesca, il principale pilastro dell'unione. Il contrasto fra la Germania, che ha una bassa disoccupazione e una modesta crescita economica, e la Francia, che ha un'alta disoccupazione e nessuna crescita, sta divenendo sempre più difficile da nascondere. Nei prossimi mesi questa divisione continuerà ad allargarsi, e Parigi alzerà sempre più la voce per invocare una maggiore azione della Bce, maggiori investimenti dell'Unione Europea e più misure in Germania per far aumentare gli investimenti domestici e i consumi pubblici.
Ciò crea un ulteriore dilemma, per Berlino, dal momento che molte delle richieste che arrivano da oltre Reno sono profondamente impopolari per i votanti tedeschi. Ma il governo tedesco comprende che alta disoccupazione e bassa crescita economica in Europa stanno conducendo al sorgere di partiti anti-europei e anti-establishment. I progressi del Fronte Nazionale in Francia è il più chiaro esempio di questa tendenza. Nelle élite politiche tedesche vi è un crescente consenso che, a meno che Berlino non faccia alcune concessioni a Parigi, potrebbe trovarsi a dover fronteggiare un governo francese più radicale, in futuro. L'ironia è che anche se Berlino fosse propensa ad inchinarsi ai desideri francesi, si troverebbe costretta e limitata da forze istituzionali che sono al di fuori del suo controllo, come la Corte Costituzionale.
La Germania ha fatto in modo da evitare la maggior parte di questi problemi, fino ad ora, ma questi argomenti non spariranno e di fatto definiranno l'Europa nel 2015; l'Alternativa per la Germania, per esempio, continuerà ad esserci. Nel frattempo, la Corte Costituzionale continuerà a sfidare i tentativi dell'Unione Europa di creare una federazione, anche se questa specifica crisi è evitata, e la Bundesbank e i circoli accademici conservatori continueranno a criticare qualunque misura che possa ridurre la sovranità tedesca per aiutare la Francia o l'Italia. Benché sia impossibile predire la decisione finale della Corte Europea di Giustizia, in qualunque modo, il dilemma continuerà a tormentare un'Unione Europea sempre più fragile.
Germany Fights on Two Fronts to Preserve the Eurozone is republished with permission of Stratfor, 0930.
Traduzione di Gianni Pardo. 


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