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ECONOMIA
30 aprile 2012
L'ITALIA IN COMA VIGILE
Che l’Italia cominci ad essere seriamente stanca del governo Monti non è un mistero per nessuno. E quando si è stanchi di una maggioranza, è normale che si desideri cambiarla. Di solito questo desiderio si esprime in questi termini: “via il loro governo e che vada al potere il nostro governo”. Ma questo ovvio principio non vale per l’Italia attuale perché il governo è insieme il loro e  il nostro. Dunque, l’unico desiderio comprensibile sarebbe quello di avere un governo “formato soltanto dal nostro partito”. Ma chi volesse questo cambiamento dimostrerebbe implicitamente di ritenere che ciò che di male ha fatto il governo Monti l’ha fatto perché obbligato dall’altro partito, quello dei cattivi. E questa è una visione infantile. Infatti tutti i provvedimenti sono passati con l’avallo anche del nostro partito, quello dei buoni. E allora?
Il problema non è sapere quali partiti debbano governare ma che cosa debbano fare. Se si desse la parola ai loro leader, saprebbero benissimo spiegarci quali sono – o sarebbero – i loro programmi. Non è che, votando la fiducia a Monti, abbiano cambiato idea o siano afasici. Per giunta, per un partito come il Pd, parla anche più del giusto Susanna Camusso. In realtà i partiti sanno che non potrebbero fare niente di diverso di ciò che fa Monti perché sono acutamente coscienti che oggi l’Italia è eterodiretta. Non comanda Roma, comanda Bruxelles, o forse Berlino. Il nostro Paese è economicamente fallito: sta in piedi con l’aiuto altrui e paga questo aiuto rinunciando alla propria sovranità.  Lo scontento della nazione, per i provvedimenti adottati, è dunque inane. Non solo non possono nulla gli elettori ma non possono nulla neanche gli eletti e il governo.
Secondo alcuni, il fatto che il nostro Stato sia oggi commissariato è umiliante ma potrebbe non essere un male. Da sempre noi italiani complessati pensiamo che se ci governassero dall’esterno le cose andrebbero meglio. Per i professionisti del pessimismo sommario e catastrofico, nessun politico straniero può essere peggiore di quelli che già abbiamo. Sciocchezze, naturalmente. In realtà un commissario estero in quanto tale non è né migliore né peggiore di un governante italiano. 
E allora, rinunciamo persino a lamentarci, ché tanto non serve a niente. Chiediamoci soltanto se almeno siamo sulla strada giusta: il commissario sta facendo bene o sta facendo male? 
A giudicare da come vanno le cose, per esempio in Italia e in Spagna, non c’è nulla da applaudire. Ma se non avessimo seguito la politica del rigore, dicono in molti, staremmo peggio. Può darsi. O non è che per caso stiamo male a causa della politica del rigore? E se è vera questa seconda ipotesi, c’è speranza che se ne accorgano, a Bruxelles e a Berlino?
Ci si può fare un’idea della situazione immaginando il nostro Paese come un degente dall’udito vigile che tuttavia non può dare segni di vita. Intorno al suo letto i dottori discutono su come curarlo, e uno obietta che se si fa ciò che dice l’illustre collega egli morirà. E al contrario l’illustre collega sostiene che ogni altra cura lo manderebbe al creatore. E un terzo fa notare che intanto sta peggiorando. E i due di prima ribattono che, senza le cure seguite fino ad ora, sarebbe morto. Ma così morirà solo un po’ più tardi, dice un quarto. E il povero malato, che non ha la fortuna di essere credente, non può nemmeno raccomandare l’anima a Dio.
Probabilmente i grandi partiti politici pagheranno molto pesantemente le conseguenze di questa situazione. Come spiegare alla gente che se ha sofferto e se soffre non è colpa del Pd o del Pdl? Siamo abituati da sempre a pensare che i molti torti e i rari meriti della guida del Paese dipendano dai politici che sono andati al governo. Per giunta, anche a confessare che ci siamo messi in una situazione in cui, a causa dei nostri debiti, non comandiamo più in casa nostra, i cittadini potranno sempre rimproverare ai dirigenti – quelli di oggi e quelli di trent’anni fa - di averci portati qui dove siamo. 
Non solo non sappiamo se e quando usciremo dalla crisi economica, ma non sappiamo neppure come ne usciremo. Ad andar bene forse avremo una polverizzazione dei partiti e un Paese totalmente ingovernabile. 
In passato, durante qualche crisi di governo particolarmente lunga, qualcuno ha detto che un governo che non c’è almeno non fa danni. Ma se qualcuno riesce a sorridere con queste battute è veramente un eroe dell’umorismo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2012




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29 aprile 2012
LA SUPERFETAZIONE DI MICHELE SERRA

Michele Serra, come tutti i moralisti, ha una superiore nozione del lato etico della vita ma spesso un’imperfetta percezione della realtà. Commentando i risultati dell’ultima rilevazione statistica nota che “c’è un aumento molto consistente degli edifici censiti: oggi sono 14 milioni e rotti, l’undici per cento in più in soli dieci anni. Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta solo del 2,5 per cento”. E ne deduce che questi dati “sembrano dare ragione a chi denuncia una cementificazione indiscriminata e immotivata (o motivata solo dalla speculazione) del nostro territorio”. Infatti “Gli edifici sono aumentati di una percentuale quattro volte più grande rispetto all’aumento degli umani. E nel paese dei mille borghi abbandonati, dei centri storici svuotati, della superfetazione delle villette a schiera che vanno a smarginare e confondere il confine tra città e campagna, i dati del nuovo censimento aiutano a capire che la gestione del territorio è una delle questioni più gravi e irrisolte”.

Difficilmente avremmo potuto trovare una migliore dimostrazione di quella “imperfetta percezione della realtà”. Se gli edifici sono aumentati quattro volte più dell’incremento della popolazione è segno che ci sono molte più persone che cercano un posto dove abitare: bisogna biasimarle, per questo? Perché parlare di cementificazione? Serra vorrebbe che dormissero all’addiaccio? O vorrebbe che si costruissero le case in legno, come nel Canada di un tempo?

E poi, cementificazione indiscriminata(!), motivata dalla speculazione? Questa è una sciocchezza. Se i costruttori fabbricassero case e non ci fossero le persone che chiedono di averle - e per questo pagano centinaia di migliaia di euro, indebitandosi fino al collo, dal momento che il mercato delle locazioni è morto - poi non saprebbero che farsene e magari fallirebbero. Serra, da bravo moralista, mette il carro dinanzi ai buoi: è perché la gente chiede case che chi può le fabbrica e le vende, non l’inverso.

Fra l’altro il noto editorialista non ha saputo mettere in relazione ciò che ha scritto all’inizio dell’articolo con ciò che scrive alla fine, quando parla delle famiglie. “Il loro numero è aumentato (i nuclei familiari censiti sono circa 2 milioni e mezzo in più rispetto al 2002), ma le dimensioni sono più ridotte: 2,4 il numero medio dei componenti (era 2,6 dieci anni fa)”. Egli riesce a non vedere che se si è passati da 2,6 membri per famiglia, in media, a 2,4, è segno che le coppie hanno tendenza a non avere figli, o ad averne uno; che molte di esse si separano e dunque hanno bisogno di due case diverse; e infine che aumentano coloro che hanno la voglia o la necessità di “andare a vivere da soli”. E tutto ciò incrementa la richiesta di case: ma parlare di speculazione fa il suo bravo effetto.

E a proposito di “fare effetto”, notevole la lingua di questo giornalista di “Repubblica”. Usa un verbo “smarginare” che è ignoto ai dizionari, a meno che non si parli di tipografie. Inoltre provoca un senso di vertigine quando segnala “la superfetazione delle villette a schiera”. A scanso di essere accusati di malevolenza, sostituiamo alla parola superfetazione la definizione che ne dà lo Zingarelli, inserendo in essa le villette: “la parte che è aggiunta alle villette a schiera dopo che sono state completate e ne guasta l’estetica”. E che diamine vorrebbe dire, questa espressione, nel contesto dell’articolo di “Repubblica”?

Forse Serra sperava di incontrare solo persone che non conoscevano la parola e sarebbero rimaste intimidite. Purtroppo c’è chi possiede un dizionario o un tempo quella parola l’ha sentita usare da avvocati di Corte d’Assise che, forse per fare effetto sui clienti, parlavano all’occasione di “superfetazione giuridica”: ma intendevano soltanto “cosa inutile” e mai l’avrebbero applicata alle villette a schiera. Forse per non deturparne l’estetica. 

I moralisti modello “Repubblica” non dovrebbero mai scendere dall’empireo dell’etica: rischiano di sporcarsi le scarpe nei cantieri delle villette in costruzione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 aprile 2012





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28 aprile 2012
PERCHÉ AUMENTA LA BOLLETTA DELL'ENEL
Un tempo il cinema non era uno svago fra gli altri, era “lo” svago. Il teatro, nelle città in cui esisteva, era uno spettacolo costoso e aristocratico, pochi avevano l’automobile con cui andare in gita, la televisione non esisteva e il cinema al contrario era alla portata di tutti, soprattutto in estate. Bastava disporre di uno spazio anche sterrato, metterci dei lunghi sedili in ferro, un grande lenzuolo da una parte e un apparecchio di proiezione dall’altra, ed ecco l’“arena”, il cinema all’aperto. Sullo schermo le vicende più diverse, tutte rigorosamente in bianco e nero, da western ingenui a grandi drammi romantici, da film in costume a polizieschi che facevano trepidare tutti... finché la luce non si riaccendeva. Cosa che accadeva spesso perché i film erano divisi in tre parti, bisognava cambiare la pellicola e c’era tempo per guardarsi intorno. Famigliole; ragazze che magari ridevano troppo; vecchi, anche da soli; bambini che si inseguivano nel corridoio e patetici venditori di ceci abbrustoliti, lupini, semi da sgranocchiare, che cercavano di approfittare di quei minuti. C’era soprattutto il venditore di rinfreschi che a volte vendeva acqua aromatizzata all’anice (“zammù”, probabilmente una parola araba), a volte gazzose. E qui era lo slogan, ad essere interessante: “Gazzose che sono migliori della birra!”
“Gazzose che sono migliori della birra!” Ragazzino, non avevo mai bevuto birra e per le gazzose non avevo né il denaro né la curiosità. Ma quel grido mi rendeva perplesso. Pensavo che se quel tizio sentiva il bisogno di dichiararle migliori della birra, era segno che la birra era migliore della gazzose. Infatti non avevo mai sentito gridare che la birra era migliore delle gazzose. Dunque la cosa era evidente, non c’era bisogno di dimostrarla. 
A questi lontani ricordi sono risalito sentendo il telegiornale annunciare che la bolletta dell’elettricità aumenterà per finanziare i contributi alle energie alternative. Ora, se le energie alternative fossero migliori della birra, pardon, delle energie tradizionali, se facessero risparmiare, perché mai bisognerebbe incentivarle? E se bisogna incentivarle, non è segno che sono più costose delle energie tradizionali? E che senso ha imporre a chi non vuole utilizzarle di pagare un contributo a chi vuole utilizzarle? Fra l’altro, se tutti si convertissero alle energie alternative, il contributo finirebbero col pagarlo a se stessi.
In realtà si ottiene soltanto di rendere il prezzo dell’elettricità artificialmente alto, come se già non fosse più alto che in altri Paesi. Più alto che in Francia dove, avendo adottato il nucleare, hanno una fonte alternativa al petrolio più economica del petrolio. Non è una follia, tutto questo?
Chi è vissuto abbastanza a lungo in Italia sa che a volte l’ideologia prevale sulla razionalità. Il nucleare, anche se l’abbiamo a un tiro di schioppo dalle frontiere occidentali ed orientali, è cattivo, pfui. Le energie alternative invece sono di sinistra e dunque bisogna sostenerle. Ed io che avrei preferito pagare meno l’elettricità sono un fottuto fascista.
Interessante è pure il fatto che lo Stato affermi che il rincaro è imposto “per favorire le energie alternative”. In questi casi si parla di una “tassa di scopo”. Sarebbe - appunto - un tributo per uno scopo determinato. Peccato che sia da sempre una presa per i fondelli. Infatti troppo spesso, quando lo scopo è raggiunto o si rivela impossibile da raggiungere, il tributo non è abolito. È così che in passato si è a volte scoperto che, a mezzo secolo di distanza, magari si pagava qualcosa per la guerra d’Etiopia.
La tassa di scopo non esiste. La tassa si paga perché lo Stato impone di pagarla e poi ne fa quello che vuole. E questo vale anche per la tassa sulla rimozione della spazzatura. Lo scopo è trasparente (“Non vuoi pagare perché ti liberi dei rifiuti?”) e tuttavia è una truffa. Infatti se il cittadino risponde: “Me ne libero da me, a costi inferiori”, non per questo lo Stato lo esenta dal pagamento. La tassa sulla spazzatura non è sulla spazzatura, è sul cittadino. Magari un cittadino che lo Stato a volte tratta come spazzatura. 
Per favore, che ci si risparmi la spiegazione del perché dell’aumento della bolletta dell’Enel. L’aumento si spiega col fatto che lo Stato, questo Stato, sembra convinto che impoverendoci tutti alla fine saremo più ricchi. 
Mistero gaudioso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2012




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ECONOMIA
28 aprile 2012
CHE COS'È (VERAMENTE) IL DEBITO PUBBLICO
Immaginiamo che un boscaiolo, per fare un favore ad un amico pescatore, gli porti a casa un bel po’ di legna per il caminetto. Il pescatore sarebbe lieto di compensarlo con due chili di pesce, ma c’è burrasca, non può uscire in mare e dunque gli scrive un biglietto: “In cambio di questo biglietto ti darò due chili di pesce”. Il boscaiolo va a farsi tagliare i capelli e alla fine dice al barbiere che, se è d’accordo, gli farà avere in compenso un po’ di legna. “Ma io non ho il caminetto”, dice il barbiere. “Ti andrebbero due chili di pesce?” “Perfetto”. “Vai con questo biglietto dal pescatore”.
E così alla fine il pescatore avrà avuto la legna, il boscaiolo il taglio di capelli e il barbiere i due chili di pesce. Quel biglietto è la moneta che potremmo definire: “certificazione di un credito”. Finché il pescatore non avrà pescato il pesce, il boscaiolo ha infatti solo una promessa; ed è questa promessa che trasferisce al barbiere.
Poiché però non sempre beni e servizi hanno lo stesso valore (come qui ipotizzato per semplicità), si è arrivati a dire “una promessa da dieci”, “una promessa da venti”, “una promessa da cento”, essendo inteso che con quel biglietto si potrà avere quel bene o quel servizio che sul mercato è valutato rispettivamente dieci, venti, cento.
Questo schema sarebbe perfetto se lo Stato, che stampa quei biglietti, non avesse la tentazione di stamparne qualcuno in più dei beni e servizi effettivamente prodotti dai cittadini, e non immettesse nella circolazione quella carta cui non corrisponde di fatto nessun bene prodotto, né due chili di pesce, né un taglio di capelli e neppure un po’ di legna da ardere. Insomma è come se chiedesse un bene o un servizio in cambio di niente. Poiché però i cittadini non possono distinguere i biglietti buoni da quelli emessi in cambio di niente, il risultato è che – se prima i beni erano cento e i biglietti cento – ora che i biglietti sono centoventi e i beni sempre cento, chi ha un biglietto da cento potrà avere solo beni e servizi in quantità minore rispetto a prima. Si chiama inflazione ed è un furto dello Stato a danno dei cittadini. 
L’inflazione provoca ovviamente l’irritazione dei cittadini. Per questo lo Stato, che non rinuncia ad essere scorretto, trova un’altra soluzione. Dice ai cittadini, alle banche, ai mercati: “Datemi i vostri risparmi ché io poi ve li restituirò con gli interessi”. In questo modo non crea inflazione ma, per così dire, incassa subito i beni e servizi che i risparmiatori si erano ripromessi di ottenere in seguito, quando avessero deciso di spendere quel denaro. E mentre lo Stato, con i fondi presi a prestito, ottiene beni e servizi concreti (con grandi applausi degli elettori, capaci di credere a Babbo Natale) i risparmiatori, le banche e i mercati di fatto hanno soltanto ottenuto delle carte in cui c’è scritto che lo Stato un giorno gli restituirà sia il capitale che gli interessi.
Tutto il sistema potrebbe reggere se lo Stato, ad un certo momento, cominciasse a spendere meno di quello che incassa per restituire il denaro preso a prestito. Se invece continua a contrarre debiti, fino a duemila miliardi di euro (due seguito da dodici zeri) alla fine i creditori, le banche, i mercati si chiedono: “Ma questo Stato quando mai potrà pagare i suoi debiti?” E dal momento che la risposta è ovviamente “Mai”, cominciano a cercare di recuperare i loro soldi e certo non comprano nuovi titoli. Risultato, prima quello Stato aumenta il livello degli interessi offerti rispetto a quelli degli altri Paesi (spread), poi fallisce. È la situazione dell’Italia.
“Un momento, si obietterà, non è vero che l’Italia è fallita!” Infatti. È come un malato che sopravvive perché attaccato alla macchina cuore-polmoni dell’Europa. Gli altri Paesi hanno interesse a non farla fallire perché perderebbero il denaro con cui hanno comprato titoli italiani e perché quel fallimento provocherebbe un enorme sconquasso economico, con danni per tutti. Ma tecnicamente è come se nel paesino dell’apologo iniziale ci fossero decine di biglietti che promettono legna, pesce e tagli di capelli che non esistono, mentre c’è gente che ha lavorato per ottenere quei crediti e non li otterrà. I risparmiatori sono i creditori della società che lo Stato ha truffato.
C’è speranza che le cose non vadano tanto male come viene detto qui? Certo che sì. Nessuno mai ha vietato di sperare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2012




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POLITICA
27 aprile 2012
SINISTRA SOVRUMANA
C’è un bel detto latino che espone un’ovvietà: naturae non imperatur nisi parendo, non si comanda alla natura che obbedendole. E questo è chiaro: se si vuole che una pianta non muoia, bisogna innaffiarla come essa richiede. Chi tentasse di convincerla con belle parole a fare a meno dell’acqua otterrebbe solo che secchi.
Sul principio “naturale” si è tutti d’accordo ma in realtà esso vale pure per il comportamento umano. Anche l’uomo ha una natura che è vano contraddire. Chi crede di poterlo convincere ad operare a favore della collettività come opera a favore di sé stesso, per dirne una, non ottiene nulla: ci sono settant’anni di miseria del socialismo reale che lo dimostrano. Del resto anche da noi l’impiegato di Stato è meno volenteroso dell’impiegato privato e l’impiegato privato a sua volta è meno diligente e volenteroso del “padrone”. Questi infatti opera per sé stesso e non bada né ad orari né al meritato riposo. Il detto latino va dunque completato: “et naturae humanae non imperatur nisi parendo”, anche alla natura umana si comanda solo obbedendole.
In Italia abbiamo avuto un eccellente esempio di questa verità. Tutti hanno bisogno di una casa in cui vivere e dunque o la ottengono dallo Stato, o la prendono in locazione, o la comprano. La casa popolare è veramente l’ideale: nessuna spesa di acquisto e un canone quasi simbolico. Purtroppo ha un difetto: non è disponibile. Se il canone è simbolico, le spese di costruzione non lo sono. E infatti non se ne vedono di nuove da anni. Per giunta, visto che l’assegnazione era sostanzialmente politica, quelle case non sempre andavano a chi aveva più bisogno: c’erano i raccomandati e a volte persino inamovibili squatters. E infine si è commesso un errore: si è cercato di rendere quelle abitazioni gradevoli. Quasi come quelle che la gente sogna di comprare. E questo ha avuto come conseguenza che chi è riuscito ad entrare in una casa popolare non ne è più uscito. Ne ha fatto una proprietà per sé e per i propri figli, spesso tralasciando persino di pagare il canone. Viceversa in Francia le HLM sono topaie piccolissime, dai tetti bassi, magari senza ascensore, in cui abitano persone che sognano di potersene andare. L’occupazione delle HLM non è eterna perché l’amministrazione ha tenuto conto della natura umana. 
Mancando la casa popolare, chi cerca un’abitazione deve ricorrere alla “second best solution”, la migliore soluzione dopo la prima: la locazione. Purtroppo il suo canone non è simbolico. Infatti, ammettendo che un appartamento valga duecentoquarantamila euro (non è un castello), e ammettendo che il proprietario voglia ricavarne un quattro per cento annuo lordo, più un due per cento per compensare l’inflazione, il canone sarà di 1.200 €. Ma è spesso tutto ciò che il possibile inquilino guadagna in un mese! E se si parla di una modestissima casetta da 120.000 €, si va ancora a 600 € mensili, mezza paga. Ecco perché, intorno al 1978, dei politici di buon cuore si dissero: “I proprietari di case sono persone che vivono di rendita. Vogliono guadagnare denaro senza far niente e approfittando di persone bisognose. Imporremo un canone più favorevole all’inquilino”. E così nacque la legge dell’equo canone. 
Questa riforma andava contro la natura umana e non poteva che essere un disastro. Prima nacque il mercato nero delle locazioni; poi, col miglioramento della repressione, tutti i proprietari capirono che avere case per locarle era antieconomico e cercarono di venderle. Naturalmente le tenevano sfitte fino al momento in cui avrebbero trovato un compratore e lo Stato considerò questo immorale: come, tenere le case sfitte mentre tanta gente non ha un tetto? Dunque aumentò le imposte sulle case vuote e i proprietari furono invogliati a vendere ancor più di prima. 
Lo Stato ha ucciso il mercato delle locazioni. Oggi infatti i cittadini che vivono in casa propria sono circa l’80%. Tutti ricchi? No: tutte persone che, se hanno voluto un tetto sulla testa, la casa hanno dovuto comprarsela. Magari strangolandosi con un mutuo che li avrebbe perseguitati per decenni. E chi non ha un lavoro stabile, chi non guadagna abbastanza per contrarre un mutuo? Niente casa. Lo Stato italiano ha voluto imporre la beneficenza a spese altrui ed ha ovviamente fallito.
Questa è una lezione indimenticabile che purtroppo sarà dimenticata. Ci saranno sempre politici, soprattutto di sinistra, convinti che si possa convincere il basilico non innaffiato a prosperare solo perché esso serve alla massaia per fare la salsa di pomodoro. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 aprile 2012




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POLITICA
26 aprile 2012
CHI VINCERA' LE PROSSIME ELEZIONI?

Dicono che, se si votasse oggi, la sinistravincerebbe. Se questo fosse vero, come mai il Pd si è acconciato alla problematicacollaborazione col Pdl piuttosto che richiedere elezioni anticipate?

La risposta è semplice. In un momento di crisieconomica, la caduta del governo e una campagna elettorale avrebbero potuto avereeffetti tremendi sul Paese e nessuno si è sentito diaccollarsi la responsabilità di aver provocato questa situazione. Inoltre Bersanie i suoi amici hanno capito che, se avessero vinto le elezioni, poi sarebbero staticostretti (che sia a torto, che sia a ragione) ad adottare gli stessiprovvedimenti  del governo Monti: e nonsi sarebbero salvati da un’imperitura impopolarità. Che è poi la ragione per laquale Silvio Berlusconi si è dimesso, pur non essendo stato sfiduciato. Dunquela destra e la sinistra hanno fatto insieme ciò che andava fatto (se andavafatto) senza metterci la faccia. Fra l’altro, né la faccia ilare di Berlusconiné quella cordiale di Bersani si prestavano adeguatamente alla bisogna: quelladi Monti invece, da sola, è un quaresimale.

Dunque staremmo vivendo un periodo di decantazione,il cui esito è incerto.  Come conseguenzadei recenti provvedimenti recessivi potremmo avere la fine dell’emergenza mapotremmo più probabilmente avere un suo perdurare e un suo aggravarsi. Cerchiamotuttavia di essere ottimisti e di fare l’ipotesi che la crisi si risolva. Inquesto caso i due grandi partiti cercherebbero disperatamente di intestarsi ilmerito della vittoria e si dichiarerebbero pronti a salvare gli italiani daldiluvio di tasse. Così si appaiano Pd e Pdl e ciò è a vantaggio del Pdl. Questopartito nell’ottobre del 2011 era dato per certo perdente, mentre nel 2013,dopo il periodo di tregua,  potrebbeessere di nuovo credibilmente in lizza. Berlusconi avrebbe ottenuto il suoscopo.

Al contrario, il Pd che era in buona posizionenell’autunno del 2011 potrebbe soffrire sia del fatto che ha sostenuto ungoverno impopolare - come si vedrà in dicembre al momento di pagare l’ultimarata dell’Imu - sia del fatto di essersi alleato con la destra. L’estrema sinistra,Sel, in primo luogo, o i demagoghi, Di Pietro e chiunque non abbia scrupoli,potranno rimproverargli sia il tradimento degli ideali (s’è alleato conBerlusconi!) sia la mancata adozione di quei rimedi mitologici che tantopiacciono alle piazze: ricupero di somme astronomiche dalla lotta all’evasionefiscale, sequestro dei grandi patrimoni, taglio delle spese (senza specificarequali), vendita dei beni inutili del demanio, dimezzamento degli stipendi deipolitici. Per evitarlo, il Pd potrebbe solo trasformare i critici in alleati.Dovrebbe promuovere una grande alleanza con gli estremisti in modo dacostringerli a mordersi la lingua prima di attaccare una coalizione di cuifanno parte.

E qui si arriva al punctum dolens. Per quanto infuturo la situazione economica possa migliorare, come governare con compagni diviaggio così scomodi? Prodi passò la maggior parte del suo tempo ad evitare cheil governo cadesse e a ricucire strappi: quasi non gli rimase tempo pergovernare. Il suo esecutivo è rimasto nella memoria collettiva come perfetto esempionegativo. Una sua riedizione, con gli stessi attori e gli stessi difetti,potrebbe assestare la mazzata finale alla sinistra. Francamente, la posizionedi Pierluigi Bersani non è invidiabile.

Se invece dessimo retta ad un comprensibilepessimismo, se cioè facessimo l’ipotesi che la situazione economica non migliori,è chiaro che vincere le elezioni corrisponderà a subire una disgrazia. Se Prodinon riuscì a governare in tempo di pace, come potrebbe farlo Bersani in unmomento di dramma economico? E se dovesse vincere il centro-destra, la situazione non sarebbediversa. Gli alleati sono meno scapigliati, e ciò malgrado in passato Berlusconinon è riuscito né a governare sul serio né a varare le grandi riforme promesse,a parte quella della scuola.

La risultante è che se la situazione migliorerà, ipartiti si batteranno per vincere le elezioni, “E poi si vedrà”. Se nonmigliorerà, probabilmente Pdl e Pd - pur di non vincere - si alleeranno dinuovo per mandare al potere un governo tecnico. Ma rischieranno di suicidarsi come portatori di ideali e programmi. 

Il futuro è inconoscibile ma almeno, gettando unamoneta, sappiamo che il risultato sarà testa o croce. Qui invece non sappiamoneppure se si fermerà in bilico, di taglio, o se rimarrà in aria.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

26 aprile 2012




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POLITICA
25 aprile 2012
WAERE ICH EIN DEUTSCHER
Durante l’interminabile regime comunista, l’Unione Sovietica ha somigliato alla Roma di Caligola. Quando l’oppressione è totale, in tutto lo Stato c’è un solo uomo libero: il tiranno. Il singolo cittadino, che sia russo o kirghiso, lettone o cosacco, non può che obbedire. Ecco perché, pure trovando orrenda la repressione della rivoluzione di Budapest nel 1956, potevo sentire pena per i carristi sovietici: erano mandati da invasori, e in mezzi blindati, a combattere patrioti armati di fucile. 
Per giunta il regime replicò l’infamia nel 1968, a Praga, ed io dovetti impormi di non dimenticare che Russia significava anche Dostoevskij e Ciaikovskij. Quando infine l’ignominia ebbe termine, il mio cuore si allargò di nuovo all’amore per i russi: erano tornati fratelli europei, bianchi, cristiani. Ma come potevo dimenticare il modo come li sentivo, prima? Come potevo assolverli? Come potevo assolvermi?
Il problema ci riguarda tutti. Avendo la memoria del passato non smetterò mai di vergognarmi per la dichiarazione di guerra alla Francia nel giugno del 1940, per le leggi razziali, per l’otto settembre del 1943 e per la dichiarazione di guerra alla Germania. Nel momento in cui un francese trattasse il mio Paese da “patria dei maramaldi”, chinerei la testa. Nel momento in cui un tedesco trattasse il mio Paese da “nazione di traditori”, chinerei la testa. E non perché non saprei che cosa rispondere: lo farei perché reputo le accuse fondate. Può sembrare assurdo, ma ci si può sentire responsabili della storia del proprio Paese. 
Se quelle sono colpe lontane, c’è una colpa attuale e presente: la leggenda della vittoria della Resistenza sui tedeschi, che pure si continua a celebrare ogni 25 aprile. Quasi che inglesi, americani, marocchini, neozelandesi, indiani, sudafricani, australiani, polacchi e tanti altri, con i loro cannoni, con i loro carri armati e con i loro aeroplani, fossero qui osservatori neutrali.
E non mi sentirei molto meglio se fossi tedesco. Personalmente sarei innocente, ma non tanto da assolvermi. Perché il mio omologo del 1938 o del 1941 era estremamente fiero di Hitler e dei successi germanici. Così come gli italiani che tanto sputano su Mussolini gli avrebbero eretto decine di monumenti se avesse vinto la guerra. Del resto negli anni del consenso i famosi intellettuali antifascisti del dopoguerra, gli Scalfari e i Bocca, erano ferventi fascisti e partecipavano ai Littoriali.
È difficile fare i conti col passato della propria nazione. Per questo abbiamo il diritto di occuparci degli altri solo immaginando di essere al loro posto. Solo avendo imparato a vergognarci di certi comportamenti dell’Italia possiamo cominciare a chiederci come possiamo giudicare la Germania di Hitler. E dobbiamo farlo partendo da questo presupposto fondamentale: “Wäre ich ein Deutscher...”, se fossi un tedesco...
Se fossi un tedesco comincerei con l’arrossire per tutte quelle sciocchezze sugli ariani e sul Herrenvolk, il popolo di signori. Poi arrossirei non solo per la Shoah, cui parteciparono attivamente e coscientemente un numero relativamente esiguo di tedeschi, ma per l’antisemitismo di tanti dei miei compatrioti. Infine arrossirei pensando alla mia patria sottomessa a un folle che, quando la guerra era tecnicamente perduta da mesi, anzi da anni, sperava di far distruggere la Germania in modo che non rimanesse pietra su pietra. Arrossirei per il consenso manifestato per anni a questo Führer delirante. Infine, stanco di piangere - come una volta ho fatto sentendo il meraviglioso inno di Haydn - mi chiederei come giudicherei la Germania, se non fossi tedesco. E da italiano ragionevole porrei una mano sulla spalla di quest’uomo accorato e gli direi che deve assolversi. Il fatto che si vergogni per una parte del passato del suo popolo non è solo meritorio, è anche dovuto. Ma tutti abbiamo parecchie colpe di cui vergognarci. Bisogna riconoscerle, battersi il petto, e andare avanti. Magari sperando che mai più la nostra nazione si renda colpevole di orrori. 
Nel momento stesso in cui noi perdoniamo le colpe dei nostri vicini, dal momento che l’oblio è impossibile, dobbiamo chiedere il loro perdono per le nostre colpe.
Noi europei possiamo piangere l’uno sulla spalla dell’altro. E possiamo tentare di confortarci solo dicendo che non c’è un popolo buono e un popolo cattivo: è l’umanità che è capace del peggio. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2012 




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ECONOMIA
24 aprile 2012
UNA DIVERSA SOLUZIONE PER LA CRISI ECONOMICA
La crisi economica dell’Italia è molto grave. Finché c’è stato Berlusconi, una buona parte della stampa saliva ogni giorno sugli spalti a gridare alla catastrofe e non c’era nessuna catastrofe. Poi le cose si sono complicate, ed è divenuto Presidente del Consiglio Mario Monti. L’economia non è andata meglio, le tasse sono molto aumentate, il Paese è in una gravissima recessione e la stampa sale ogni giorno sugli spalti magari non per gridare “evviva!” - non ne ha il coraggio - ma per dire che non va poi così male; che potrebbe andare peggio; che in un lontano futuro tutto potrebbe andar meglio; che finché c’è vita c’è speranza e che la chemioterapia a volte fa miracoli. La catastrofe che si annunciava e non c’era ora c’è realmente ma, stranamente, è divenuta invisibile.
L’onestà vuole che non si faccia un torto di tutto ciò che è successo dalla metà del 2011 né a Silvio Berlusconi né a Mario Monti: la crisi ha chiaramente cause internazionali. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, deriva soprattutto dalla  deflagrazione di un esplosivo che era lì da tempo, anche se tutti facevano finta di non vederlo: il nostro immane debito pubblico. La finanza internazionale non avrebbe potuto crearci il minimo problema se avessimo avuto i conti in ordine. 
Malgrado ciò, se Berlusconi avesse adottato i provvedimenti del governo Monti, l’Italia avrebbe rischiato seriamente la rivoluzione. Quasi tutta la stampa del Paese gli avrebbe dato ogni torto e avrebbe attribuito ad una suprema malvagità - oltre che al più imperdonabile spergiuro, viste le promesse precedenti - il drammatico aumento della pressione fiscale. E invece abbiamo sotto gli occhi la prova che anche un “tecnico” non legato a programmi di partito non ha potuto fare nulla di diverso. 
Ma – potrebbe dire qualcuno – si sarebbe protestato a ragione, contro Berlusconi, proprio perché oggi bisognerebbe protestare con altrettanta vigoria contro il governo Monti. Esso ci sta portando al disastro e prima che al disastro alla fame. Può darsi. Ma di fatto così non è, non si protesta contro Monti come contro Berlusconi e il professore trova legioni di difensori. 
Ma queste sono beghe della famiglia Italia. Limitiamoci a rispondere a questa domanda: l’Europa ha affrontato la crisi nel modo giusto? 
Gli Stati aderenti alla zona euro hanno obbedito alle indicazioni di Bruxelles. In Grecia sono state adottate misure così impopolari da far rischiare la rivoluzione e tuttavia il governo di Atene, pur di obbedire all’Europa, ha tenuto duro. Il governo Monti ha adottato i noti provvedimenti e ci tartassa oltre il tollerabile. E così, probabilmente, hanno fatto gli altri Paesi a rischio. Ma visto che non albeggia nessuna ripresa ed anzi la situazione peggiora, siamo sicuri che i grandi competenti si siano dimostrati veramente grandi competenti? Siamo sicuri che non bisognerebbe adottare una politica economica opposta?
Bisogna avere rispetto per la professionalità dei dirigenti. I “grandi competenti” non solo avranno ragionato in modo approfondito sulla questione, ma sono riusciti a convincere delle loro teorie governi che dell’applicazione di esse molto hanno sofferto e molto continuano a soffrire. Dunque quelle idee devono essere apparse incontestabili. Se tuttavia la cura consigliata non dà i risultati sperati, nemmeno quello della stabilizzazione del malato, non bisogna chiedersi se essa non sia sbagliata, come del resto va ripetendo Paul Krugman, dalle colonne del New York Times?
Nessuno nega che una diversa sistemazione della moneta unica e del debito pubblico di alcuni Stati abbia costi elevati. Anzi, è da pensare che questi costi siano stati immaginati di un tale spaventoso livello, che pur di non pagarli fino ad ora si è accettato di fare una politica nettamente recessiva. Ma se i mali di cui soffriamo cominciano a sembrare più gravi di quelli di cui potremmo soffrire, non è il caso di prendere in considerazione l’alternativa? Nessuno è a favore di un’amputazione, ma se si profila la gangrena? Una soluzione del problema diversa e opposta a quella attuale ci costerebbe di più o di meno?
Vien da ridere quando Mario Monti dice che la politica del rigore, che fino ad ora ci ha portato alla recessione, ci porterà al rilancio dell’economia. Per quanto ne sappiamo, il rilancio potrebbe essere innescato solo da provvedimenti che alla recessione ponessero fine.
Da un lato uno vorrebbe avere la massima competenza in economia e finanza, insieme con tutti i dati a disposizione, per avere un’opinione chiara. Dall’altro poi pensa che di tutti quei dati e della massima competenza in economia e finanza dispongono coloro che ci stanno guidando come ci stanno guidando. E prevale lo sconforto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 aprile 2012




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POLITICA
23 aprile 2012
IN DIFESA DEI PARTITI
Il discredito dei partiti è un’ovvietà. La Democrazia Cristiana fu il partito più votato per molti decenni eppure quasi nessuno confessava di farlo: a nessuno piaceva passare per un cristiano obbediente al parroco. Ma c’era anche una ragione sociologica. I comunisti - malgrado ogni smentita della realtà - si sentivano portatori di un nuovo verbo e annunciatori di un radioso avvenire. Erano dunque all’attacco di chiunque non fosse dalla loro parte. Naturalmente chi era anticomunista cercava di evitare una discussione in cui sarebbe stato definito arretrato, passatista, vittima della propaganda borghese e, in una parola, fascista. 
La radicalizzazione delle posizioni è sopravvissuta alla Guerra Fredda, tanto che in Italia si è creata la stabile tendenza a non confessare un’appartenenza politica. Milioni di persone hanno votato per Berlusconi senza dirlo ad alta voce e gli stessi sostenitori del Pd sentono sul collo il fiato dei duri e puri della sinistra extraparlamentare. Oltre che dei demagoghi alla Antonio Di Pietro. Da noi le minoranze e le minoranze delle minoranze urlano, mentre le maggioranze sono intimidite.
C’è anche una buona ragione, per non confessare preferenze politiche. Se si sa che Tizio ha sempre votato per un partito, il giorno in cui dicesse che il suo leader ha detto o fatto una sciocchezza, gli “avversari” gli salterebbero addosso: “Allora lo riconosci anche tu, finalmente? E tu che lo hai sempre votato, non ti vergogni?” Mentre se Tizio non ha mai detto per chi ha votato può sempre proclamare: “Io dico la verità nei riguardi di chiunque! Per me tutti i partiti fanno schifo”. E così il finto atteggiamento apolitico contribuisce al distacco dall’intera politica.
Il discredito dei partiti nasce inoltre dal fatto che molti, assurdamente, si aspettano dalla vita pubblica un esempio di moralità. Non si rendono conto che i politici sono particolarmente qualificati per dare l’esempio non della moralità ma del contrario. Se in un Paese i giornali non denunciano scandali non è che non ci siano scandali, è che non c’è la libertà di denunciarli. Le vittime della propaganda di regime hanno potuto pensare che sotto il fascismo in Italia o sotto il comunismo in Russia la società fosse più morale: in realtà solo gli ingenui possono credere che ciò che non si vede non esista. Gli altri modelli di regime hanno gli stessi difetti della democrazia senza averne le qualità.
I partiti sono molto disistimati, ma questo non dovrebbe far dimenticare che essi sono essenziali per la democrazia. Un po’ come le fogne: se si volessero abolire, solo perché puzzano, poi come si vivrebbe, in città?
Anche il comportamento dei politici merita di essere analizzato. Si tratta di persone che, in qualunque tipo di regime,  dedicano tutta la vita all’ambizione. Finché sono giovani tendono a far trionfare le idee giuste contro le idee sbagliate – naturalmente giuste o sbagliate a loro parere – ma con la maturità divengono i soldati del partito in cui vogliono far carriera e a volte arricchirsi. Perché l’ambizioso è ambizioso in tutte le direzioni. Vuole tutto, il potere, la fama, i soldi e, se fosse possibile, la gloria. 
Facendo carriera, il professionista della politica diviene un miscuglio esplosivo di doppia morale, tecnica del compromesso, mancanza di scrupoli, retorica, vanità, demagogia, ipocrisia e avidità. Né può essere diversamente. In quell’ambiente o si è così o non si sopravvive. La selezione naturale funziona al contrario di ciò che credono i bravi borghesi.
Naturalmente ci sono politici che tentano di fare anche il bene del Paese. Anche. Ma in tanto potranno farlo in quanto siano capaci di destreggiarsi fra colleghi che hanno i difetti sopra elencati. Ed essendo più abili di loro. Il grande uomo di Stato è un benefattore emerso da una banda di malfattori. Un essere eccezionale arrivato al posto di comando nuotando nella melma ma essendo capace di elevarsi al di sopra di essa, per realizzare il suo progetto segreto. Il miglior esempio è Mikhail Gorbaciov. È stato per decenni un comunista ortodosso, pronto a ripetere tutte le “verità” che il partito voleva si ripetessero, e quando infine è arrivato al sommo del potere ha lanciato una grandiosa rivoluzione socio-politica. 
I partiti vanno sostenuti perché sono essenziali alla democrazia. È meglio una democrazia con partiti corrotti che una dittatura. Quando si è liberi, ogni tanto si possono gettare via le mele marce, la dittatura invece nasconde le sue magagne e ai delinquenti fa fare carriera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 aprile 2012




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22 aprile 2012
IL PROGRAMMA DELLE CINQUE STELLE
Un amico mi ha fornito i punti del programma di Beppe Grillo. Non so se siano esatti e se siano tutti, ma permettono già una discussione.

1) Accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una buona idea. Ma in qualche caso potrebbe essere un errore. E allora si impone un esame delle varie situazioni. Un lungo iter. E allora niente. C’è altro da fare. No.
2) Insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico. Una stupidaggine. La nostra Costituzione non richiede neppure che si sappia leggere e scrivere, per essere eleggibili, figurarsi. E poi perché “insegnamento”, non basterebbe l’esame? No.
3) Riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica. Sbagliato. Si sottrarrebbe alla Repubblica il vantaggio di persone esperte  o di particolare valore. Chi deve essere parlamentare devono dirlo l’elettorato e i partiti che stabiliscono le candidature, non altri. No.
4) Stipendio parlamentare allineato alla media degli stipendi nazionali. Una sciocchezza. L’eletto ha spese ben maggiori e inoltre non si presenterebbero più, per partecipare alla vita politica, coloro che già da privati guadagnano ben di più della “media degli stipendi nazionali”. Vogliamo un Parlamento di disoccupati, lieti di un posto purchessia? Meno generosità sì, ma non due o tremila euro al mese. No.
5) Divieto di cumulo delle cariche per i parlamentari (esempio: sindaco e deputato). Non so bene a che serva, ma sì.
6) Partecipazione diretta a ogni incontro pubblico da parte dei cittadini via web. Ogni incontro pubblico? Anche il consiglio comunale di un Comune di mille abitanti? E chi paga, per le attrezzature e i tecnici? No. Pubblicizzi chi vuole.
7) Referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum. Formulata così, la proposta merita un no. Bene l’abolizione del quorum, ma dopo avere aumentato il numero delle firme. No ai referendum propositivi, per paura della demagogia: “Sequesto di tutti i beni al di sopra del milione di euro, e tagliamo la testa ai nobili! Viva Robespierre!”.
8) Obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare. Tutte le leggi vanno discusse in Parlamento. Voto nominale? Per vedere se gli eletti hanno più paura degli elettori che dei segretari del loro partito? Comunque, sì.
9) Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria. Esiste già l’art.81 della Costituzione, e in Parlamento non ne hanno mai tenuto conto. È questo comportamento che bisognerebbe modificare, non la norma. No. 
10) Leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini. No. Innanzi tutto esistono i decreti catenaccio (cioè ogni tanto esiste l’urgenza) e poi i cittadini non sono qualificati per materie per le quali già non tutti i parlamentari sono qualificati. Questa è la democrazia nell’agorà, fuor di moda da oltre duemila anni. No.
11) Abolizione dell’Ordine dei giornalisti. Sì.
12) Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale. Sono contrario ad ogni programma che implica spese. Questo punto si può lasciare ai privati. No.
13) Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia. Non so di che si tratta, ma nel dubbio dico no.
14) Abolizione del valore legale dei titoli di studio. No. Abolizione di molte università e misure draconiane per rendere serie le residue. La formazione di un professionista richiede che si siano sicuramente studiate molte materie, non solo quelle strettamente professionali (diritto romano e non solo diritto privato, ad esempio).
15) Accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie. Sì, se la cosa non costa molto.
16) A questi punti aggiungo, perché l'ha detto Grillo personalmente: Uscita dall’euro e non pagamento del debito pubblico. Un no, senza ulteriori commenti.

Dodici no, quattro sì. E comunque questo programma è pressoché inutile. Non riforma la giustizia, non riforma il lavoro, non riforma la pubblica amministrazione, non riforma il fisco, non prevede la vendita dei beni demaniali non necessari, non prevede un netto taglio della spesa pubblica (specificando dove si taglia). Io non so che cosa sia la “dorsale telefonica”, ma so che cos’è la disoccupazione e la lentezza della giustizia. 
Un no al programma nel suo complesso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2012



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POLITICA
22 aprile 2012
LA NAVE DEI FOLLI
Gli articoli di politica sono ripetitivi. Ma se la realtà non cambia, che cosa potrebbero fare i commentatori, se non riscrivere instancabilmente lo stesso articolo? Fra l’altro, alcuni vivono di giornalismo e - sarà un concetto banale - bisogna pur mangiare.
Tuttavia, oltre ai giornalisti professionisti ci sono quelli che, imperdonabilmente, scrivono perché hanno voglia di scrivere. E può darsi che, tra gli uni e tra gli altri, ci sia chi lo fa perché si sente in dovere di farlo. Se si è a bordo di una nave, e la si vede andare lentamente contro gli scogli, non è naturale che si abbia voglia di gridare per avvertire del pericolo, sperando che qualcuno si decida finalmente a dare un colpo di barra?
Chi spera di riuscire a far cambiare la politica del governo a forza di avvertimenti dimostra di credere che il governo potrebbe farlo. È un passeggero che spera di convincere il capitano. Un ottimista. Chi invece ha il coraggio di credere ciò che gli mostrano i suoi occhi, ha tutte le ragioni per essere pessimista: perché nota subito che sulla nave non c’è alcun capitano.
Osservando la storia del Secondo Dopoguerra, si arriva ad una constatazione univoca: tutti i governi si sono dimostrati inetti e incapaci di realizzare le grandi riforme di cui  il Paese avrebbe avuto bisogno. Alcuni magari avrebbero realmente voluto realizzarle, ma nessuno di loro ce l’ha fatta: perché efficacemente contrastati dall’opposizione parlamentare, perché la maggioranza si è sfaldata, o semplicemente per paura della piazza. Qualcuno attribuisce questa fragilità ad una Costituzione  che non si è preoccupata tanto di rendere governabile la nazione quanto di contrastare un inverosimile ritorno del fascismo. Il risultato è che essa ha reso impossibile non solo un governo autoritario, ma anche una politica capace di guidare il Paese. 
Non sono considerazioni intellettualistiche: sono l’inevitabile conseguenza di una palmare evidenza. Non è possibile che tutti i ministri e tutti i Presidenti del Consiglio siano stati degli sciocchi inconsistenti; non è possibile che tutte le maggioranze siano state composte da imbecilli, la cosa sarebbe perfino contro la statistica; non è possibile che sia sempre colpa dei partiti. Se nessun governo, in decine di anni, è riuscito a riformare la burocrazia o l’amministrazione della giustizia, è segno che questo compito, almeno in Italia, è al di là delle possibilità umane.
Il concetto di “impossibile” a volte è assoluto: “nessun uomo supererà i tre metri nel salto in alto”. A volte invece l’impossibilità è relativa. Molti campioni sono capaci di saltare due metri ma le persone normali non potrebbero farlo: questa impossibilità non riguarda l’umanità, ma loro: è relativa. E come non possiamo chiamare paralitico l’onesto borghese che al massimo salterebbe quaranta centimetri, non ce la possiamo prendere con i nostri governi e i nostri politici. Probabilmente essi si sono trovati di fronte ad una “impossibilità relativa”. Abbiamo visto all’opera dei maestri della sopravvivenza in surplace, come Andreotti; abbiamo visto all’opera “uomini del fare”, effettivamente capaci, in altri campi, di grandissime imprese, e tuttavia gli uni come gli altri non hanno cavato un ragno dal buco.
Ecco perché è una perdita di tempo dare consigli al governo. Nel momento in cui l’Europa ci chiede di cambiare le leggi sul lavoro, e si è tutti d’accordo che bisogna riformare seriamente l’art.18, il governo fa marcia indietro perché è a rimorchio del Pd; che è a rimorchio della Cgil; che è a rimorchio della Fiom; che è a rimorchio dei demagoghi. Dunque, chi comanda, in Italia? Il popolo italiano, così sensibile alla demagogia. Se poi le cose gli vanno male, perché non si guarda allo specchio?
La Thatcher è rimasta per gli italiani l’immagine stessa della megera che tira diritto malgrado le proteste e le sofferenze del popolo. Se anche il Padreterno, in un impeto di pietà per questa povera penisola, ce ne fornisse un’edizione in lingua italiana, la conseguenza immediata sarebbe che qui la si odierebbe, la maggioranza la sconfesserebbe, il suo governo cadrebbe e lei sarebbe ricordata come una pazza. Forse una golpista. Forse una nuova Tambroni. Perché il popolo non vuole che la nave cambi rotta.
Questo ritratto dell’Italia non è né nuovo né sorprendente. Già parecchio tempo fa qualcuno ha definito questa nazione “Nave senza nocchiero, in gran tempesta”. Doveva conoscerla bene, quel Signore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2012




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politica estera
21 aprile 2012
IL PROBLEMA SIRIANO È INSOLUBILE

Chi ha detto che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni doveva ben conoscere sia l’inferno sia le buone intenzioni.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu oggi dovrebbe pervenire ad una risoluzione per inviare trecento osservatori in Siria, dove non cessano le gravi violenze. Bisognerebbe tuttavia chiedere all’Onu: “Ammesso che diate a questi osservatori un carro armato per uno, pensate che basterà?” La domanda è irridente. Qui non c’è niente da osservare: c’è da intervenire, se si vuole. E per andare contro un esercito regolare, come quello siriano, bisogna disporre di un esercito regolare di almeno pari valore. Chi impegna il proprio? E che cosa ci si può aspettare, diversamente, da trecento signori armati di binocolo?

Il problema è nato dal fatto che la “Primavera Araba” ha fatto credere che basti chiedere per ottenere. E in Siria non è strano che la maggioranza sunnita si ribelli contro la minoranza alawita, al potere da tanti anni. Ma questa minoranza ha da sempre avuto l’abilità di tenere in pugno l’esercito e con esso la forza pura e semplice. E oggi se ne vedono gli effetti. Finché i militari obbediscono al governo, finché il regime è disposto ad usare tutte le armi in suo potere, il popolo a mani nude non può che perdere e morire. È quello che accade in Siria.

Naturalmente tutti i governanti sanno che andare contro la volontà della maggioranza è rischioso. Vi può essere un intervento esterno, reso più probabile dal fatto che i terzi sanno di avere eventualmente l’appoggio della popolazione. Vi può essere un voltafaccia dei capi dell’esercito, che potrebbero sperare di ereditare il potere. Vi può persino essere una rivolta militare dal basso, un po’ come è avvenuto in Russia nel 1917. Dunque il buon senso consiglia a un governo intelligente di cercare una soluzione, un accordo, un compromesso. I giornali dicono che i rivoltosi siriani chiedono “democrazia”, ma questa è l’ottica occidentale. In queste nazioni in realtà è difficile distinguere i buoni dai cattivi e la democrazia non è il loro modo “naturale” di governarsi. Ma Assad potrebbe almeno “fare la mossa”, concedere qualcosa, invece di rimanere fermo e duro, sordo a tutto. Come mai si comporta così?

Per secoli, il perdente è scappato via con un piccolo tesoro ed ha trovato amici pronti ad ospitarlo. Sicché la sua alternativa, nel momento in cui il popolo si ribellava, era fra un esilio dorato e morire, come è capitato a Gheddafi. Da quando imperano le buone intenzioni l’alternativa non c’è più. Un mondo ubriaco di ideali di giustizia giudiziaria ha creato un Tribunale Penale Internazionale capace di inseguire gli ex autocrati anche anni dopo che hanno perso il potere. Dunque costoro, diversamente che in passato, non hanno più interesse ad una soluzione intermedia. L’alternativa è ormai quella di Gheddafi. E questo è importante. Perché la cultura storica media non va fino a ricordare la contrarietà di Cesare quando qualcuno, credendo di fargli piacere, uccise Pompeo fuggitivo. Di Cesare e Pompeo ormai si sa poco, di Gheddafi si sa tutto. E lo sa soprattutto Bashir el Assad. 

Un Tribunale Internazionale avrebbe senso se fosse collegato ad un Potere Internazionale in grado di intervenire in tutti i Paesi (Stati Uniti e Cina inclusi!) per impedire i reati durante la loro flagranza. Invece qui si tende a punire i dittatori dopo che hanno perso il potere, rendendoli dunque estremamente risoluti a vendere cara la pelle. Col bel risultato che non si raggiunge nessun compromesso, la gente muore per le strade e, sempre che non ci sia un voltafaccia dell’esercito, alla fine vincerà Assad.

Il mondo non capisce che la politica segue parametri diversi da quelli dei tribunali. Per il magistrato fiat iustitia et pereat mundus, si faccia giustizia e caschi il mondo, per il politico l’arresto di un delinquente non vale la morte dei carabinieri o di innocenti cittadini. Non fiat iustitia et pereat mundus, ma fiat vita et pereat ius, la vita – o i grandi interessi della nazione - prevalgano sul diritto. In altri termini, se per salvare molti siriani e la pace è necessario fare ponti d’oro ad Assad, cominciamo a raccogliere quel metallo. Perché se si continua a volere una giustizia astratta si otterrà o il linciaggio barbaro di Gheddafi o la resistenza a tempo indeterminato di Assad.

A meno che le anime belle non siano contente di ambedue le cose.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 aprile 2012





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politica interna
21 aprile 2012
PERCHÉ IL MOVIMENTO 5 STELLE È DEMENZIALE
L’economia funziona anche nel campo della conoscenza. Una persona ragionevole non perde neanche cinque minuti per leggere un testo che dimostra l’assurdità dell’astrologia. E figurarsi quanto tempo dedicherebbe a un testo che cercasse di dimostrarne la validità. Il dubbio metodico sarà ottimo in filosofia ma non è pratico dubitare sempre, soprattutto quando si tratta di affermazioni che sono state confermate infinite volte. Ecco perché bisogna guardarsi da coloro che vogliono sbalordirvi o darvi l’impressione che loro sì hanno il coraggio di dire la verità, mentre tutti gli altri ingoiano fior di panzane. 
Un buon esempio è la democrazia. È il migliore dei regimi, anche se rimane pessima in sé. È infatti dai tempi di Pericle che ne conosciamo la tendenza all’anarchia e alla corruzione, al peculato e alla malversazione. E tuttavia questo non impedisce che ogni giorno si alzi qualcuno che, con l’aria di scoprire l’acqua calda, ci spiega che la nostra non è una vera democrazia; che bisognerebbe buttare tutto all’aria; che bisognerebbe rifare tutto da zero. Senza pensare che, se rifacessimo da zero quella democrazia, poi si alzerebbe qualcuno a denunciarne i difetti, la corruzione, la malversazione, il peculato. Ecco perché i demagoghi annoiano tanto la persona di buon senso.
Ma il punto è proprio questo: quante sono le persone di buon senso, quante sono le persone che conoscono un po’ di storia?
Prendiamo l’ultima proposta di Beppe Grillo. Una proposta che, nel suo caso, diviene un programma di partito: “Usciamo dall’euro e non paghiamo il debito pubblico”. Accidenti, ma com’è che a Roma quei professoroni non ci hanno pensato? O forse hanno rinunciato a questo bellissimo progetto per non dare una dispiacere ad Angela Merkel, una così brava signora? Per fortuna arriva Beppe Grillo, arrivano i grillini, e in un batter d’occhio risolvono il problema di raddrizzare le gambe ai cani, di fare stare diritto l’uovo e di quadrare il cerchio.
In nome dell’economia della conoscenza non c’è da pentirsi se non ci si è documentati meglio e prima su questo personaggio. Se un adulto non interdetto è capace di enunciare quel programma senza scherzare e senza neanche la scusa del troppo alcool, è segno che non lo si può prendere sul serio.
E tuttavia seguiamo l’ipotesi. Se l’Italia potesse uscire dall’euro senza danni, e potesse svalutare la propria moneta del trenta per cento, la sua economia ripartirebbe a razzo. Infatti il nostro lavoro costerebbe meno e dal momento che i nostri prodotti sono stimati nel mondo, le esportazioni avrebbero un boom. Più esportazione, meno disoccupazione, fine della recessione. Quanto al debito pubblico, il pagamento degli interessi rappresenta oggi un fardello immane, tolto il quale ci ritroveremmo non in pareggio di bilancio, ma con una tale eccedenza di entrate da potere abbassare le tasse, dare l’avvio a cento lavori pubblici, concedere ai cittadini un bel po’ di vantaggi. E si potrebbe continuare. Infatti è la stessa lista di questi vantaggi che dimostra che non esistono. Perché se ragionamenti così semplici non entrano nella testa di Mario Monti è segno che ci sono serissime ragioni contrarie. In una parola, i danni sarebbero largamente superiori ai vantaggi.
Ammettiamo tuttavia, per ipotesi, che la soluzione di Grillo sia quella giusta. Per non accettarla, il governo e la maggior parte dei competenti devono avere una grande serie di dati e di motivi: saranno pure erronei, ma dal momento che convincono al massimo livello, meritano di essere esaminati. E allora perché non cominciare proprio informandosi su quali sono questi dati e questi motivi, per poi confutarli? Che senso ha sparare la soluzione del barbiere un po’ brillo, tanto per fare effetto? E quanto è serio un politico che parla per solleticare gli istinti dei sempliciotti, con l’aria di dire che la laparatomia che non sa fare il grande chirurgo riuscirebbe anche ad un bambino?
Nello sport si insegna a non sottovalutare la difficoltà. Non bisogna partire sicuri che si perderà, ma non bisogna neppure pensare che l’avversario sia di pastafrolla e che batterlo sarà una passeggiata. Se il grande campione, troppo sicuro di sé, si distrae, il brocco forse lo metterà al tappeto per il conto totale.
Nello stesso modo nessuno di noi stravede per i politici, ma trattarli da imbecilli è un comportamento da imbecilli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 aprile 2012




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CULTURA
20 aprile 2012
IL SECOLO SENZA QUALITA'
Il Ventesimo è stato definito “il Secolo Breve”. Infatti esso sarebbe nato nel 1914, al termine del lunghissimo Ottocento, e sarebbe finito con l’implosione dell’Unione Sovietica, nel 1991: appena settantasette anni. Lo abbiamo creduto in molti, a suo tempo. Ma vent’anni dopo affiorano dei dubbi.
Un tempo i bambini guardavano nel dizionario la pagina in cui erano rappresentati i vari modi di vestire: un secolo, un omino; un altro secolo, un altro omino, vestito diversamente; fino al lusso barocco del Seicento, all’eleganza del Settecento, all’austero imborghesimento dell’Ottocento. E lo stesso avveniva con la letteratura. Il Cinquecento era il tempo della massima fioritura del Rinascimento, il Seicento l’epoca barocca tuttavia nobilitata dalla nascita della grande musica, dal Siglo de Oro per la Spagna e dai grandi francesi, da Corneille a Molière. Il Settecento infine è stato il Secolo dei Lumi e della massima fioritura artistica in materia di musica. L’Ottocento...
Infine è arrivato il Ventesimo Secolo. Quello in cui siamo nati e quello che – se non fosse un orribile gioco di parole – ameremmo amare. E invece. Mentre dal punto di vista tecnologico esso ha completamente cambiato il modo di vivere, dal punto di vista intellettuale e umano non ha cambiato niente. Perfino dal punto di vista dell’abbigliamento ci vestiamo più o meno come nel 1914, con l’unica variante di una totale libertà. Delle stesse donne non si è in grado di dire se vestono con i pantaloni o con la gonna, e se questa gonna è lunga o corta.
Questa libertà – bellissima in sé – è anche il sintomo di uno scollamento degli spiriti. L’arte si è frantumata in mille rivoli, mille tentativi, mille audacie, mille fallimenti. Fino al punto che non si può parlare di “arte del Ventesimo Secolo” perché, semplicemente, non esiste. La musica si è ridotta al tam tam della giungla, la pittura alla schizofrenia astrattista, provocando la fuga del pubblico, il teatro rimastica il passato o lo falsifica “per fare qualcosa di nuovo”. Qui il secolo non ha un genio come Shakespeare, o due o tre geni, come Corneille, Racine e Molière, ne ha cento, ne ha mille: solo che non sono geni. Per non parlare della filosofia, che in tutto il secolo ha fatto rima con archeologia. Questa decadenza non è certo finita col 1991: e allora nasce il dubbio che non stiamo vivendo la coda del “Secolo Breve” ma il suo perdurare, col rischio che passi, dai novantotto anni attuali, a un periodo molto più lungo e perfettamente insipido. Infatti non si vedono neppure i prodromi di una nuova era. 
Qualcuno forse ha parlato di Secolo Breve perché impressionato dalla parabola del comunismo. Effettivamente, dal 1989 al 1991 avemmo l’impressione di uscire da un mondo e di entrare in un altro. Ma a distanza di vent’anni il socialismo reale si è talmente afflosciato da mostrare la sua natura di tentativo sbagliato fino a livelli criminali. Un tentativo che non ha lasciato niente, dietro di sé. L’Impero Romano ha cambiato il mondo per sempre, le epopee della Bastiglia e di Napoleone hanno cambiato l’Occidente, malgrado Waterloo, e invece l’Unione Sovietica – come il Nazismo - è solo riuscita a lasciare un pessimo ricordo. Non è solo implosa: si è volatilizzata, persino nel ricordo. Non è stata neppure necessaria la damnatio memoriae.
Nel 1991 pensavamo di avviarci verso un nuovo mondo e invece stavamo tornando alla normalità, all’esitante inizio del Ventesimo Secolo. Che non è il Secolo Breve: è il Secolo Senza Qualità. Non è religioso come il Seicento e non è irreligioso come il Settecento; non è passionale e idealista come la prima metà dell’Ottocento e non è nemmeno scientista come la fine di quel secolo: è piattamente tecnologico. Se di ideali si parla, ecco che qualcuno suggerisce di non inquinare i fiumi, di incoraggiare i panda a riprodursi e di differenziare la spazzatura. È un mondo filisteo ubriaco di una libertà che, per l’arte e per le idee, non sa in che direzione utilizzare.
Viviamo tutti “au jour le jour”, seguiamo il filo dei giorni pensando a far la spesa, a pagare le tasse, a chiederci che cosa c’è in televisione. Un tempo si aspettava la prossima sinfonia di Beethoven o la prossima opera di Verdi, oggi non aspettiamo neppure il prossimo film di Hitchcock, perché non c’è neppure un Hitchcock.
Certo, il Ventunesimo Secolo arriverà, perché la storia non si ferma. Ma, se non vogliamo avere mal di schiena, è meglio aspettarlo seduti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2012




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politica estera
19 aprile 2012
L'AMERICA VITTIMA DEI PADRI PELLEGRINI
Il recente attacco dei Taliban a Kabul non è significativo dal punto di vista militare ma dal punto di vista psicologico. I guerriglieri hanno voluto dire che non temono il potere centrale, sono pronti ad attaccarlo nel suo cuore e la loro vittoria è solo questione di tempo. In ciò hanno ragione. 
La guerra in Afghanistan è assurda. Il territorio è vasto e si presta alla guerriglia. La popolazione – vuoi per convinzione, vuoi per paura – sostiene i Taliban. Infine gli americani e i loro alleati hanno sempre annunciato che non rimarranno in quel Paese: si comportano dunque come una squadra di calcio che giochi bene, avvertendo però che lascerà il campo libero e la porta vuota a partire dal settantesimo minuto. 
La sorte del conflitto è segnata, ma i Taliban otterranno soltanto di tornare al Medio Evo. La domanda diviene dunque: che cosa si intende per vittoria? 
Nell’epoca contemporanea una guerra ha spesso somigliato a un braccio di ferro. Due Paesi si affrontano, uno dei due vince, ma dopo un decennio o poco più, magari con qualche aggiustamento territoriale, sono amici come prima. Francia e Spagna, Inghilterra e Francia si scontrano da secoli e sono ancora lì Questo genere di vittoria, nell’ottica della storia, è un fatto di limitata importanza. Un tempo invece le guerre potevano essere condotte per conquistare un territorio e rimanerci. I Longobardi non si sono limitati a vincere qualche battaglia: si sono stabiliti in Lombardia fino a darle il loro nome. 
Questo secondo tipo di vittoria postula tuttavia una distinzione, al suo interno. Gli spagnoli hanno conquistato il Messico e il Messico è divenuto spagnolo; i germani hanno conquistato la Lombardia e sono stati loro a diventare latini. Il perdente dal punto di vista militare, come l’Impero Romano alla sua caduta, può essere il vincente dal punto di vista culturale.
Gli americani non contavano certo di installarsi stabilmente in Afghanistan e non potevano sperare di far divenire “occidentale” una popolazione islamica ed arretrata. Potevano soltanto ottenere una facile vittoria militare. E se miravano a questo, e a scacciare Al Qaeda, hanno vinto. Ma ne è seguita una situazione senza uscita: andandosene subito avrebbero forse vanificato la vittoria, rimanendo avrebbero pagato caro quella presenza e solo ritardato l’inevitabile abbandono del territorio. 
Non sarebbe stato più semplice – se questo era lo scopo - punire Kabul per l’ospitalità data al mullah Omar e a Osama bin Laden? Bastava bombardare dall’alto i posti in cui avrebbero potuto essere, magari massacrando un bel po’ di gente. In Europa non abbiamo ancora dimenticato i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Oppure avrebbero potuto far scendere dal cielo qualche centinaio di paracadutisti, in modo da attuare, loro, un’azione di guerriglia punitiva. Perché invece combattere per liberare quel Paese dell’oppressione religiosa, perché intestardirsi a far sì che le donne potessero andare a scuola e gli uomini tagliarsi la barba, ascoltare musica pop e andare al cinema? Andando a base di proverbi, da un lato “ogni popolo ha il governo che merita”, dall’altro è inutile “tentare di raddrizzare le gambe ai cani”. 
Non è ragionevole fare una guerra per motivi morali o per liberare una popolazione dalla tirannide. Anche perché quella che in Occidente considereremmo “tirannide” per altri Paesi potrebbe essere “un governo infinitamente più morale di quello della corrotta America”.
La tragedia di questi conflitti nasce dalla mancata assimilazione di un principio filosofico: “ciò che è evidente per l’uno non è detto che sia evidente per l’altro”. Forse gli americani hanno pensato che gli irakeni, liberati da quel mostro di Saddam Hussein, si sarebbero dimostrati grati, avrebbero messo da parte le loro divisioni religiose e avrebbero abbracciato entusiasticamente la democrazia. Non sappiamo come finirà, in Iraq, certo non come si sperava. Analogamente, si è tanto parlato di “primavera araba” e forse fra qualche tempo ci accorgeremo invece che al posto dei precedenti regimi, in particolare in Egitto, si sono insediati governi più retrivi, bigotti e oppressivi dei precedenti. 
Bisogna rassegnarsi all’idea che, in tempi prevedibili, alcune nazioni sono insalvabili. O almeno, insalvabili dal nostro punto di vista. I Romani lasciavano ai popoli conquistati la libertà di vivere come prima del loro arrivo e col tempo e il fascino della loro civiltà li romanizzavano. Ma senza fretta. Senza tenerci poi molto. Non intendevano tanto creare un Impero quanto difendersi dagli attacchi, e il loro pragmatismo li induceva ad astenersi da ogni inutile interferenza nelle usanze locali.
Chissà che gli Stati Uniti non si siano imbarcati nelle guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq perché vittime dei Padri Pellegrini. Di quella spinta religiosa che contribuì a fondare quel grande Paese e che ancora oggi li induce a fare agli altri quello che vorrebbero fosse fatto a loro. Forse dovrebbero leggere un po’ meno la Bibbia e un po’ più Clausewitz.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2012 




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POLITICA
18 aprile 2012
L'A.B.C. DELL'ANTIPOLITICA
Oggi tutti condannano aspramente l’antipolitica e la denunciano come possibile origine di un disastro. Può darsi che abbiano ragione ma sbagliano riguardo alle cause del suo crescente successo. Si parla molto, infatti, delle formazioni che basano la loro azione sul populismo e la demagogia – il Movimento Cinque Stelle o l’Italia dei Valori – senza vedere che l’incremento delle loro percentuali è la conseguenza, non la causa dell’antipolitica. In Italia i demagoghi sono sempre stati costantemente attivi e non hanno certo atteso il governo di Mario Monti per approfittare dell’irritazione della gente. Dunque non bisogna chiedersi che cosa fanno e dicono Beppe Grillo o Antonio Di Pietro, ma piuttosto perché oggi quello che fanno e dicono finisce con l’essere preso sul serio. Non è lo stimolo, che è aumentato, è la sensibilità allo stimolo.
Altri dànno la colpa del fenomeno ai partiti politici, sommersi dagli scandali e dalle accuse dei magistrati. La gente infatti è disgustata. E tuttavia forse sbaglia il bersaglio. È evidente che attualmente le Procure attaccano a testa bassa tutta l’amministrazione pubblica. Quella magistratura che denuncia ad ogni piè sospinto il tentativo della sua delegittimazione e l’attacco alla sua indipendenza è come se tentasse di delegittimare la politica. Si sa, gli amministratori della Cosa Pubblica, a tutti i livelli, sono tutt’altro che stinchi di santo, ma è anche vero che, sottoposti ad un esame approfondito, in molti finiremmo nei guai. Uno non ha pagato l’Iva sulla riparazione dell’idraulico, un altro ha fatto una banale telefonata per raccomandare qualcuno, e molti direbbero che siamo “ladri e delinquenti come gli altri”. Nel caso della Lega c’è addirittura il rischio che in tutto lo scandalo non ci sia nessun reato, perché – almeno secondo la legge attuale - i partiti possono disporre come meglio preferiscono del loro “rimborso”. 
L’azione dei demagoghi e i duri attacchi della magistratura non bastano dunque a spiegare l’antipolitica. La ragione vera potrebbe essere più profonda. Al tempo di “Mani Pulite” le denunce della magistratura fecero prevedere non la fine della politica ma la sua moralizzazione. Un nuovo e diverso attaccamento ad essa piuttosto che una più grande disaffezione. Oggi invece il disgusto per i grandi partiti nasce da una profonda delusione, riassunta in una fotografia: Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini, in piedi, l’uno accanto all’altro, come un trio concorde e affiatato che deve portare a termine un compito comune. Per parecchio tempo i tre segretari hanno cercato di evitare questa rappresentazione e si sono incontrati di nascosto, di notte, come congiurati. Si rendevano conto che dimostrandosi capaci di rapporti civili di collaborazione danneggiavano l’immagine del loro partito. Poi, col tempo, hanno capito che non potevano nascondere l’evidenza e si sono rassegnati alla foto di gruppo. Magari con un Monti benedicente che aveva l’aria di dire: “Questi sono i miei gioielli”. 
Essi hanno accettato la novità, ma gli italiani non l’hanno accettata. Nella loro inveterata faziosità, prima incanalavano l’irritazione nel sostegno al loro partito, quello dei buoni, che non poteva fare le cose giuste perché ne era impedito dal partito avversario, quello dei cattivi. E lo amavano perché, se non riusciva a governare bene l’Italia, la colpa non era sua. Ma nel momento in cui i due grandi partiti si alleano, cade l’alibi. Un partito come il Pd, che ha sempre detto peste e corna del partito al governo, se all’occasione collabora con esso si squalifica. “Ma allora combattevano Berlusconi per finta?” E per i votanti del Pdl nasce il problema: “Ma allora Berlusconi ci ingannava, presentandoci i comunisti come gente dedita soltanto a sfasciare il Paese?”
Insomma, nel momento in cui ABC collaborano, magari per caricarci tutti di una montagna di tasse ed imposte, fanno crollare lo schema tradizionale. I tre sembrano credere che si possa fare politica non “contro qualcuno”, ma “per qualcosa”. E gli italiani sono scandalizzati. Pur di essere “contro qualcuno”, e se possibile “contro tutto”, sognano di votare per un Movimento, come quello di Beppe Grillo, il cui simbolo potrebbe anche essere un candelotto di dinamite sotto Montecitorio.
L’antipolitica non è tanto un rifiuto della politica quanto la rivendicazione della sua versione italiana: quella fatta di insulti e di calunnie, di rissa e di demagogia, di fanatismo e di divisione. Un mondo dove impera la mitologia dell’odio. 
Con l’antipolitica non vediamo un fenomeno nuovo, vediamo il ritorno alla politica come l’intende il popolo. E questo è molto triste: per il popolo prima ancora che per i partiti. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 aprile 2012




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CULTURA
17 aprile 2012
LA MORALITA' DELL'INTERESSE
“Was ist ein Einbruch in eine Bank gegen die Gründung einer Bank?”, “Cos’è un furto con scasso in una banca di contro al fondare una banca?” ha chiesto Bertolt Brecht. Per lui, il secondo caso è certamente più grave del primo. L’uomo della strada infatti non vede molta differenza fra chi lo rapina e chi vuole indietro il denaro che gli ha prestato: infatti, ambedue gli chiedono soldi.
Se veramente appartenessimo alla specie dell’homo sapiens sapiens, dovremmo reagire a questo atteggiamento con l’indignazione. Invece quelli che non hanno prestato un soldo a nessuno si impietosiscono sul debitore che non può pagare. Anzi, non possono impedirsi di essere severi col mascalzone che vuole ricuperare il proprio. Del resto, ci sono illustri precedenti. Il Padre Nostro non raccomanda: “Non fate debiti che poi non sarete in grado di ripagare” ma: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Amnistia generale. Ma non è un caso se poco fa si è precisato “quelli che non hanno prestato un soldo a nessuno”: infatti la gente applica solo la prima parte dell’invocazione. Reputa giusto che le siano rimessi i suoi debiti ma fa qualche obiezione se deve rimetterli agli altri. Se Dio ci prendesse in parola, tenendo conto di “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, non sarebbero molti a vedersi perdonare.
Il problema nasce da un punto di vista infantile. Il bambino, anche quando è un famoso drammaturgo tedesco, non ricorda che concedendogli il mutuo la Banca lo ha aiutato a comprare la casa. Ricorda soltanto che, in seguito, per anni, lo ha “rapinato” delle rate del mutuo. E non basterebbe fargli notare che nessuno è stato mai costretto ad entrare da cliente in una banca e che anzi coloro che ci sono entrati non lo hanno fatto nell’interesse della banca, ma nel proprio. Non cambierebbe nulla. Il bambino continuerebbe a piangere sulle rate.
L’umanità non riesce ad uscire da questo equivoco: tutti reputano lecito fare i propri interessi mentre non sopportano che gli altri li facciano. Ciò è aggravato dalla morale corrente. Si predica infatti una generosità irragionevole che arriva ad insegnare che la miglior vendetta è il perdono. Naturalmente nessuno in concreto applica simili principi demenziali ma essi hanno lo stesso notevoli effetti. Quando non si tratta di applicarli personalmente, tutti li dichiarano validi e li invocano. Il risultato è che infliggono rimproveri immeritati a chi ha ragione mentre si creano aspettative assurde in chi si comporta male. 
L’egoismo deve essere considerato legittimo ogni volta che non viola le leggi. Chi fa i propri interessi non è un uomo cattivo, è un bonus pater familias. E chi non li fa o è un santo o è un imbecille. Quanto al rimettere i debiti e al perdonare, non è che sia vietato, ma non bisogna chiedere che gli altri lo facciano. Bisogna solo darne l’esempio. 
E se ciò vale all’interno di uno Stato moderno, dove vigono delle leggi e dove opera il controllo morale dell’opinione pubblica, figurarsi se non vale nell’ambito internazionale, dove non esistono leggi che limitino l’egoismo. Neppure quello criminale. Qui infatti non sempre la farina del diavolo va tutta in crusca. Il Vietnam del Nord sostenne per anni che voleva liberare il sud del Paese, mentre era chiaro che il Sud non voleva affatto essere “liberato”. E infatti poi ci furono i Boat People. In realtà il Nord seguiva una politica di violento espansionismo e mentiva spudoratamente per annettersi l’altra metà del Paese. Come poi fece. Ma nel frattempo tutti – intellettuali in testa - davano addosso agli Stati Uniti i quali non avevano nessun interesse specifico, salvo gli equilibri geostrategici. Oggi, per la gioia di Jane Fonda, c’è un solo Vietnam. Domanda: “Quand’è l’ultima volta che avete sentito giudicare male, dal punto di vista morale, il Vietnam del Nord?”
Molti biasimano la Cina perché – sostengono – tiene il valore dello yuan  innaturalmente basso, falsificando i normali rapporti di esportazione ed importazione. Ma i critici dovrebbero rispondere a questa domanda: “Se la Cina fa questo per il suo interesse, voi che cosa vorreste? Che facesse il vostro?”
Viviamo in un’epoca in cui si esagera talmente, con la retorica, che un uomo per bene potrebbe vergognarsi a definirsi morale. Soprattutto per il timore di essere confuso con quella enorme massa di conformisti che mentre continuano ad essere dei normali figli di donna avventurosa predicano una virtù che mai si sognerebbero di applicare nella loro vita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 aprile 2012




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POLITICA
16 aprile 2012
L'ANTIPOLITICA, UNA SCORCIATOIA PER IL DISASTRO
Quando le elezioni sono lontane, i rilevamenti demoscopici sono da leggere con molta cautela. Gli interrogati possono manifestare il proprio malumore, dicendo che voteranno per “il Partito del Diavolo” e invece una volta in cabina magari voteranno, come tante altre volte, per “il Partito del Male Minore”. Ma è innegabile che c’è un’impressionante disaffezione dalla politica. Non solo nelle intenzioni di voto un po’ tutti i grandi partiti perdono percentuali, ma ne guadagnano partiti come l’Italia dei Valori e soprattutto il partitino di Beppe Grillo. In particolare questo Movimento, il cui messaggio è confuso, sommario e brutale, arriverebbe oltre il sette per cento. Che senso ha tutto questo?
In sé la politica è una materia per persone colte, tanto  che potrebbe essere definita: “la storia applicata al presente”. Chi vuol dire la sua sul modo di governare il Paese deve avere approfondite conoscenze di economia, di sociologia, di demografia, di filosofia, di geopolitica. Deve essere informato delle esperienze passate, e soprattutto dei risultati concreti conseguiti dalle varie teorie. Mentre a metà Ottocento la discussione sulle tesi di Marx avrebbe potuto essere puramente intellettuale, oltre un secolo dopo chiunque proponesse il comunismo vedrebbe obiettare che in concreto si è dimostrato un disastro. 
Ma mentre come materia di studio la politica è qualcosa di complesso, di alto e di nobile, la sua incarnazione nella mente della gente appare diversa. Il cittadino medio non sa niente di niente e riduce tutto a una sintesi estremamente sommaria: qualche slogan e qualche pregiudizio. In anni lontani c’erano legioni di popolani che votavano per il Partito Comunista, sperando di ottenere la metà dei beni dei ricchi. E del resto molti votavano per la Democrazia Cristiana esclusivamente per andare contro i materialisti senza Dio.
Oggi il mondo non è cambiato, nella sostanza. Un partito come l’Italia dei Valori vende un solo prodotto: la galera. Ogni cittadino irritato che vorrebbe vendicarsi di chi è più ricco e più potente spera che incappi in qualche magistrato che lo metta al fresco. E per questo applaude chi dà voce alla sua rabbia irrazionale. Da un lato secoli di pensiero, da Aristotele a Montesquieu, dall’altro il grido di morte di una plebaglia con la bava alla bocca.
In politica un partito ha successo se ottiene molti voti e non importa come li abbia ottenuti. Ciò lascia ai demagoghi uno spazio che è tanto più grande quanto più grande è l’irritazione degli elettori. Chi non ne può più della corruzione e dell’incapacità decisionale della democrazia ascolta volentieri chi gli parla di un governo capace di imporsi, di governare sul serio e magari tagliare la testa ai cattivi. Aristotele infatti ha scritto che la dittatura nasce dalla democrazia quando essa, corrompendosi, diviene oclocrazia, governo della plebe. 
In Italia iI vento dell’antipolitica soffia molto forte. La percentuale di cittadini che ha fiducia nelle forze politiche è arrivata al due (due, non venti) per cento; e la stima del Parlamento è scesa all’11%: cioè solo un cittadino su dieci  crede in quell’istituzione. In molti sognano soluzioni drastiche e mitologiche e immaginano di risolvere i problemi economici tagliando gli stipendi ai politici o il loro numero in Parlamento. L’Europa ci richiede di fare dei sacrifici? Bisogna solo mandarla a quel Paese: non vogliamo mica essere governati dai banchieri! Il problema del debito pubblico si risolve facilmente dicendo: “Lo Stato italiano non paga nessuno e andate al diavolo!” Del resto, chi ha denaro da parte è segno che ne ha avuto troppo. E altre soluzioni brillanti dello stesso tenore. Il successo di un personaggio come Beppe Grillo la dice lunga sulla confusione mentale di tante persone.
Purtroppo contro questa deriva non ci sono molte soluzioni. La democrazia permette a tutti di fare politica, con gli argomenti che preferisce. Somiglia al gladiatore che, nel patto col lanista, includeva la possibilità di essere ucciso. Se gli italiani vogliono Beppe Grillo come Presidente del Consiglio che si accomodino. Come diceva Catone: ognuno è l’artefice della propria sorte. O, come dice un proverbio francese, si dorme secondo come ci si è fatto il letto. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2012




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ECONOMIA
15 aprile 2012
LA FIOM E LA CERTEZZA DEL DIRITTO
La prima ragione per non avere in simpatia i sindacati è che essi fanno politica e si occupano dei lavoratori solo quando sono numerosi. Il sogno sarebbe invece quello di un sindacato che, di fronte ad un’ingiustizia, si mobilita per la difesa dell’ultimo dei lavoratori, anche se insignificante e isolato. Inoltre alcuni sindacati irresponsabili hanno preferito combattere contro i “padroni” che mantenere i posti di lavoro, tanto che gli operai li hanno sconfessati: si è visto a Pomigliano d’Arco. E l’ultimo episodio si snoda sul piano giuridico. In molte aziende la Fiom non ha firmato gli accordi sindacali e per questa ragione, ai sensi dello Statuto dei Lavoratori, è stata esclusa dalla possibilità di nominare i propri rappresentanti sindacali in seno ad esse. Tale conseguenza era prevedibilissima e chiarissima sin da prima, ma la Fiom ha presentato 21 ricorsi, di cui quindici contro la Fiat: e il magistrato le ha dato torto. È stato giusto o no?
Questa domanda, che sembra naturale, in realtà è sbagliata. Il giudice non ha il dovere di emettere una sentenza che corrisponda alla giustizia: ha il dovere di emettere una sentenza che corrisponda all’ordinamento giuridico. La sua decisione è “giusta” se corrisponde ai fatti e a ciò che la legge prevede, “ingiusta” se non tiene conto dei fatti o della legge. Che poi corrisponda al sentimento degli interessati o dello stesso magistrato non ha (o non dovrebbe avere) alcuna importanza.
Immaginiamo che la legge imponga di uscire col cappello tutti i martedì. Sarebbe certamente una norma stupida ma i cittadini non hanno il diritto di giudicare la legge: è la legge che ha il diritto di giudicare i cittadini. Dunque colui che fosse condannato a pagare un’ammenda per quella ragione non potrebbe obiettare: “Ma è giusto?” E perderebbe il suo tempo, se cercasse di dimostrare che la norma è stupida e vessatoria. Il magistrato infatti deve solo controllare che fosse martedì e che l’accusato realmente non avesse il cappello. 
Chi ricorre al giudice per chiedere giustizia sbaglia. Il giudice opera sulla base delle norme scritte. È questa la sua nobiltà: egli non si comporta secondo ciò che gli detta il cuore ma secondo il codice. E se così non fosse, al cittadino sarebbe sottratta la prima ed essenziale guarentigia dell’ordinamento giuridico: la prevedibilità. Ognuno deve sapere in anticipo se si sta comportando bene o male, secondo la legge; e se gli altri si stanno comportando bene o male, secondo la legge. Si chiama “certezza del diritto”.
Nel caso specifico, l’art.19 dello Statuto dei Lavoratori stabilisce, per la Fiom, che essa possa costituire una rappresentanza sindacale aziendale solo se fa parte delle “associazioni sindacali ... che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell'unità produttiva”. Ora, poiché essa non ha firmato i contratti “applicati nell’unità produttiva”, non può costituire quella “rappresentanza sindacale”: semplice come l’esempio del cappello il martedì. Al limite, il giudice che le ha dato torto potrebbe essere del parere che sarebbe giusto ammettere la Fiom nelle aziende: ma questo non gli dovrebbe impedire di applicare la regola prestabilita. 
Ora La Fiom è pronta ad andare in appello, in Cassazione e anche dinanzi alla Corte Costituzionale. È talmente in contatto diretto e innegabile con la Giustizia che si attende, in nome di essa, che il magistrato le dia ragione anche contro ciò che impone la legge.
Non che l’esigenza di giustizia non abbia cittadinanza, in una democrazia. Ma è in campo politico che quell’esigenza va fatta valere. È il Parlamento, eventualmente, che potrebbe modificare l’art.19 dello Statuto. Perché esso non è chiamato ad applicare le leggi ma a crearle o modificarle, in nome della Giustizia. 
Anche la Corte Costituzionale potrebbe cassare l’art.19 e dire che la Fiom ha ragione: vista l’indeterminatezza delle norme che è chiamata ad applicare, anch’essa è un organo sostanzialmente politico. 
Ma nella concretezza, più la Fiom “avrà ragione”, più le fabbriche chiuderanno e meno saranno gli operai da difendere dai “padroni”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 aprile 2012




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14 aprile 2012
L'EUROPA, FORSE UN MALATO TERMINALE
L’economia italiana va male. Decisamente male. Anche il resto dell’Europa non sta bene ma non male come noi, salvo Grecia, Spagna e Portogallo. Il singolo cittadino è angosciato come il passeggero d’un aereo in avaria, perché più che spaventarsi non può fare. 
Siamo tutti coscienti della fallibilità umana. Come sostiene Carlo Cipolla, ogni ambiente ha la stessa percentuale di cretini: e dunque essi ci sono anche nelle stanze del potere. Ma il buon senso vuole che non si pensi a tutti i grandi leader europei come ad una manica d’imbecilli. E allora forse bisogna cambiare paragone. Invece di pensare ad un aereo che balla nella tempesta, pensiamo ad una tranquilla stanza in cui sono riuniti, intorno al letto dell’illustre malato, i più grandi clinici della nazione. Nessuno dubita della loro competenza. Essi hanno studiato con estrema cura i sintomi, hanno discusso fra loro, hanno consigliato rimedi, hanno promesso piccoli miglioramenti. Hanno anche chiesto dei sacrifici, in vista della futura guarigione: e tuttavia il malato non guarisce ed anzi peggiora, mese dopo mese. Quando la febbre diminuisce, e qualcuno comincia a sperare un po’, ecco che essa risale, togliendo ogni illusione. Analogamente, dopo che lo spread aveva dato segni di calo, non solo è di nuovo aumentato, ma è aumentato anche il differenziale fra i titoli di stato francesi e quelli tedeschi. In un caso del genere, la conclusione è una soltanto: non sono i medici che non sanno curare la malattia, è il malato che non può essere curato. 
In questa eclisse della speranza, si può cercare la piccola soddisfazione intellettuale della comprensione. Come mai la malattia è incurabile? La risposta a questo interrogativo sarà opinabile, ma qualche ipotesi è meglio di niente.
Gli Stati della zona euro si sono messi in una situazione di stallo ed anzi d’impotenza. Può darsi che l’abbiano fatto volontariamente, per rendere il cammino verso l’unione politica del tutto irreversibile; può darsi lo abbiano fatto involontariamente, nella convinzione di potere malgrado tutto governare i fenomeni economici: certo è che la situazione attuale fa pensare al gioco del lupo, della capra e dei cavoli. Solo che qui non c’è la soluzione. 
L’uscita dall’euro di un gigante come l’Italia provocherebbe tali e tanti danni, anche per gli altri, che tutti cercano di scongiurarla. Del resto s’è visto con la Grecia: quando ci sono state le prime avvisaglie, la Germania ha guardato da un’altra parte. Poi Atene è stata sull’orlo del default dichiarato (quello sostanziale c’è già) e tutti si sono precipitati ad aiutarla. Ma mentre prima sarebbe bastato un bastone, poi è stata necessaria la sedia a rotelle. 
L’Italia dal punto di vista contabile è in condizioni meno drammatiche, ma  i mercati hanno dei dubbi sulla sua capacità di continuare a pagare gli interessi sul debito pubblico. Gli interessi, si badi: di rimborsare il capitale non si parla neppure. E come se non bastasse, l’ammontare di tale debito continua inesorabilmente ad aumentare, non essendosi raggiunto il pareggio di bilancio.
E allora ecco la situazione: se si rompe l’euro i danni sono tali, per tutti, che il fatto viene visto con terrore. Ma le cause per le quali tale avvenimento è possibile sono tutte lì e sono ineliminabili. Se si va avanti c’è il baratro, se si sta fermi a poco a poco ci si apre il terreno sotto i piedi.
In questo frangente, che cosa ci ha consigliato, o meglio imposto, l’Unione Europea? L’austerità. Cioè una maggiore tassazione e minori consumi. In questo modo l’euro si rivaluta nel mercato interno ma il prezzo è la recessione. E questo ci fa cadere in una trappola. Se prima, in condizioni normali, si temeva che in futuro il Paese non avrebbe potuto pagare gli interessi sul debito pubblico, divenendo più povero avrà più denaro da dare? Fra l’altro, se cala il prodotto interno lordo - che è il denominatore della frazione che indica il debito pubblico - il numeratore aumenta anche se il debito pubblico in cifra assoluta rimane lo stesso di prima.
C’erano altre soluzioni? Forse l’acceleratore di Keynes: cioè un’immissione di denaro nel mercato interno, per esempio mediante grandi spese pubbliche. Ma dal momento che nessuno dei grandi clinici l’ha consigliato, forse è un rimedio sbagliato.
L’ideale sarebbe rimettere indietro l’orologio. Abolire l’euro e tornare ai cambi liberi. Ma è possibile? E come farlo? 
Intanto il malato peggiora e solo i credenti hanno la risorsa di poter pregare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2012





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POLITICA
13 aprile 2012
IL COMUNISMO E IL RASOIO DI OCCAM
Il novanta per cento di coloro che hanno frequentato il liceo ha sentito parlare del “Rasoio di Occam” e lo stesso novanta per cento probabilmente non sarebbe in grado di dire di che si tratta. Eppure non è una cosa difficile.
Secondo questo filosofo inglese medievale, “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”. Se un tizio è stato ucciso e nella stanza c’era solo lui e un altro, è inutile stare ad ipotizzare che il morto si sia suicidato in un modo complicatissimo o che dal cielo sia sceso un angelo a pugnalarlo. La spiegazione più semplice - e dunque quella vera - è che l’abbia ucciso l’altra persona che era nella stanza. “Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora”, “invano si fa attraverso molte cose ciò che può essere fatto con meno cose”. Secondo la sintesi di Wikipedia, il principio “suggerisce l'inutilità di formulare più teorie di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno: il rasoio di Occam impone di evitare cioè ipotesi aggiuntive, quando quelle iniziali sono sufficienti. Se una teoria funziona è inutile aggiungere una nuova ipotesi”. Se c’è una spiegazione semplice, chiara e convincente, non è necessario andare a cercarne altre, meno chiare, meno semplici e meno convincenti.
Leggiamo che a Vibo Valentia sessantatré persone sono state denunciate per avere utilizzato un milione e trecentomila euro - concessi dall’Unione Europea allo scopo di favorire il turismo - per ristrutturazioni di case private e per regalare mobili e televisori a parenti ed amici. Si parla di reati che vanno “dalla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, alla malversazione a danno dell'Unione europea, dalla falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico alla falsità in scrittura privata e alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico, fino alla dichiarazione fraudolenta mediante l'uso e l'emissione di fatture per operazioni inesistenti”. E magari ci sarà dell’altro ancora. 
La reazione è giustamente una forte indignazione e una naturale richiesta di punizione dei colpevoli ma qui si vuole andare oltre la morale e il diritto per occuparsi di politica, ponendo una domanda: i sessantatré avrebbero potuto appropriarsi di quel denaro se l’Unione Europea non gliel’avesse dato? Certamente no. A cose fatte possiamo metterli in galera e con questo li puniremo: ma miglioreremo il turismo in Calabria? E ricupereremo il denaro? Ulteriore domanda: è più facile rubare i soldi dell’erario o i soldi di un privato? Si sa, i servitori dello Stato sono meno attenti al denaro pubblico di quanto sarebbero se fosse loro denaro personale. Tanto che a volte proprio coloro che dovrebbero amministrare fondi pubblici e far sì che altri non li rubino, li rubano loro stessi. Se ne deduce un principio semplicissimo di cui anche Occam sarebbe stato contento: si lotta meglio contro la corruzione facendo sì che circoli poco denaro dello Stato piuttosto che cercando di acchiappare e punire coloro che quel denaro lo sprecano o se l’appropriano. Se l’Unione Europea non avesse dato quel milione, i reati non sarebbero stati commessi e i contribuenti non sarebbero stati spremuti invano.
E così si arriva alla politica. Qual è la massima critica che si può fare al comunismo? Se si usa quel famoso rasoio è semplice: il comunismo assegna allo Stato tutti i compiti e tutti i compiti sono eseguiti male, con costi enormi, spesso con casi di corruzione e malversazione. Di ciò abbiamo anche la prova sperimentale: tutti i regimi comunisti hanno provocato povertà. Quando non l’hanno provocata e anzi hanno prodotto ricchezza (unico esempio, la Cina) è perché lo Stato ha fatto non uno ma cento passi indietro, tanto da essere quasi sparito dall’orizzonte economico. In base al Rasoio di Occam, il comunismo è una dottrina sbagliata e non è necessario imbarcarsi in discussioni erudite.
Fra l’altro, l’economia non è come la matematica, che può contentarsi della propria perfezione astratta. Se una teoria economica produce miseria è sicuramente pessima. Per giunta, il comunismo ha tolto dovunque la libertà ai cittadini e dunque, sia per un genio come Occam, sia per un normale imbecille, ce n’è abbastanza per capire che è meglio evitarlo. 
Cercando mille spiegazioni per il fallimento storico del comunismo, e provando a dichiararlo comunque valido, si contravviene a un principio di buon senso epistemologico. Chi attribuisce la miseria cubana all’embargo americano può essere soltanto compatito: è uno capace di credere, trovando un gay assassinato, che l’abbia ucciso un angelo sterminatore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2012




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CULTURA
12 aprile 2012
QUALCHE MASSIMA
Dai del saggio a un saggio, dai del saggio a un imbecille, ambedue ti crederanno.
Se uno si aspetta dai politici, soprattutto in campo internazionale, livelli morali non molto diversi da quelli dei coccodrilli, sarà spesso deluso.
Un brutto mosaico che è costato centinaia di ore di lavoro non diviene per questo bello. Meglio un acquerello artistico.
So che morirò di qualcosa, ma non sarà perché la stima dei giornalisti mi avrà soffocato.
Se del successo si fa la nostra unica ragione di vita, invece di essere la nostra medaglia esso diverrà il nostro padrone.
Il fanatismo partigiano è una delle caratteristiche della nostra nazione. Pressoché imbelli in guerra, siamo campioni nelle risse da bettola.
Se si ha capacità di pietà, il mestiere del giudice è dei più tormentosi al mondo. Se non se ne ha, si può fare indifferente il giudice o il boia.
In Italia si fanno le leggi per sentirsi intelligenti e morali, in Svizzera per applicarle. 
Tutti reputano lecito fare i propri interessi mentre non sopportano che gli altri facciano altrettanto.
Se Mozart è morto a trentacinque anni, tutti quelli che siamo vivi oltre i trentacinque anni non possiamo dire d'averlo meritato.
Gianni Pardo




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10 aprile 2012
NESSUNA BUONA AZIONE RIMANE IMPUNITA
“Dopo cena papà va a letto, e anche noi andiamo a letto. Invece la mamma rassetta, rigoverna, spegne le luci, chiude il gas e va a riposarsi per ultima, quando noi ragazzi già dormiamo”. Bel tema di Scuola Media. Ma che succede se una volta la mamma dimentica di chiudere il gas e la casa salta in aria? Che colei che ha lavorato più di tutti, colei che si è sempre sacrificata per tutti sarà la colpevole di omicidio colposo. E nessuno le perdonerà, se sopravvive, di essere stata la causa della morte dei suoi figli. Se invece, finita la cena, avesse detto al marito di sparecchiare, ai figli di lavare i piatti e a tutti di accertarsi, prima di andare a letto, che luci e gas fossero in sicurezza, non sarebbe stata condannata per omicidio colposo. Il principio che se ne deduce è il seguente: fare qualcosa per gli altri è pressoché pericoloso perché i beneficiari si considerano più in diritto di pretendere un servizio perfetto che in dovere di attivarsi o almeno dire grazie.
Sembra un paradosso e non è. Gli esempi sono infiniti. Perfino Dio, secondo quanto narra la Bibbia, ha sofferto di questo fenomeno. Quando gli ebrei, fuggendo dall’Egitto, attraversarono il deserto, si trovarono a rischio di morire di fame e Geova mandò loro la manna. La manna dal cielo, si dice ancora oggi. Ma il Libro racconta che gli ebrei cominciarono a stancarsi di avere sempre lo stesso cibo, sempre manna, sempre manna e chiesero a Dio di far avere loro di nuovo carne!
Nel diritto romano c’era la negotiorum gestio. Un uomo era assente e il suo vicino, nel caso di una catastrofe naturale, si occupava di salvare la sua casa, il suo bestiame, di pagare i soccorritori e di limitare i danni. In questo caso, secondo quei grandi giuristi, il beneficiario aveva il dovere di pagare al volenteroso vicino la somma minore fra ciò che aveva speso e ciò che valeva il servizio reso. Se aveva speso ottanta e il servizio reso valeva cento, avrebbe ricevuto ottanta. Se il servizio reso valeva cento ed aveva speso centoventi, avrebbe ricevuto cento e perso venti di tasca sua. E ben gli stava. Qualcosa di analogo si è verificato con le case per i terremotati dell’Aquila.
Anche le donne e anche le madri a volte delinquono. E per questo il codice italiano, contemperando il dovere di punire col rispetto per il bambino incolpevole, ha stabilito che le madri che sono in carcere possano tenere con sé i figli piccoli fino all’età di tre anni.  È chiaramente una lodevole concessione, ma qual è il risultato? Lo scandalo dei giornali. Un bambino in carcere! E come potrà giocare, quali altri bambini potrà incontrare, in che tipo di ambiente vivrà? È il carcere, il posto in cui tenere un bambino? Senza chiedersi se il bambino vivrebbe meglio separato dalla madre, e la madre dal figlio.
I Paesi sviluppati si sono commossi sulla povertà di certi Paesi del Terzo Mondo ed oltre ad inviare aiuti hanno anche mandato degli istruttori per insegnare alla gente ad amministrare meglio il suo territorio. Il risultato è stato che si è parlato di indebita ingerenza e di paternalismo. “L’uomo bianco si considera superiore a noi, vuole sempre comandarci”. E a volte gli inviati sono stati sequestrati o addirittura uccisi. Il che non è il massimo della gratitudine. 
In Italia si concede una pensione di Stato a chi non ha nessun mezzo di sussistenza. Circa cinquecento euro a fronte di nessun contributo. Qualcuno dice grazie allo Stato? No. Chiede piuttosto: “Come faccio a vivere con cinquecento euro?”, quasi che lo Stato, aiutandolo, gli avesse detto che lo accoglieva nel Pritaneo.
Il fenomeno si verifica a tutti i livelli. Nella mentalità nordamericana, ognuno deve essere responsabile di sé e della propria salute in particolare. Per questo ogni persona ragionevole, non sapendo quali costi potrebbe trovarsi un giorno ad affrontare, si assicura contro le malattie. Ma lo Stato può rimanere indifferente alla sorte di qualcuno che, non assicurato, rischia la vita? Ed ecco che esiste una copertura statale, per questi casi: solo che, naturalmente, essa è essenziale e non si estende certo alle cure più costose. I non assicurati devono comunque essere grati, dirà la persona di buon senso: essi non hanno diritto a nessuna prestazione e ne ottengono invece alcune. In realtà essi non sono per niente grati e tutti coloro che hanno “mentalità di sinistra” gli dànno ragione: poco importa che gli uni abbiano pagato costosi premi alle assicurazioni e gli altri no, chi è in bisogno deve essere curato come chi è assicurato. Lo Stato e i contribuenti non ricavano nessuna gratitudine per il soccorso ai non assicurati.
Fare qualcosa per gli altri è pericoloso, si diceva; e nel dubbio è bene astenersi. Anche perché non tutti poi hanno il coraggio di Dio, che punì molto duramente quelli che avevano osato lamentarsi della manna. 
Troppo spesso si constata la validità di quel vecchio: “Nessuna buona azione rimane impunita”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2012




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POLITICA
9 aprile 2012
TUTTO MEGLIO SENZA BERLUSCONI
Il vecchio principio è che si può ingannare qualcuno per tutta la vita, si possono ingannare tutti per qualche tempo, ma non si possono ingannare tutti per tutta la vita. E ciò torna in mente a proposito di Silvio Berlusconi e Mario Monti. Per anni, qualunque cosa facesse il primo era accolta dalla stampa con grida di orrore, acide denunce di interesse privato, allarmi per la democrazia e solenni proclami di condanna. Abbiamo sempre vissuto in un clima di disastro. 
In seguito alla crisi dell’euro la situazione è realmente precipitata e nel disastro abbiamo sentito di esserci sul serio. Le denunce contro Berlusconi non sono aumentate perché erano già, da sempre, a fondo corsa, e non esiste il superlativo del superlativo; e poi perché, malgrado tutto, i più geniali hanno percepito che i guai derivanti dal nostro debito pubblico non dipendevano da Berlusconi: quel debito era lì da anni ed anni e il differenziale con i Bund tedeschi non era provocato da qualche recente comportamento dell’Italia.
Ciò malgrado Berlusconi ha avuto il buon senso di capire che, se fosse rimasto a Palazzo Chigi e avesse preso i provvedimenti che (a ragione? a torto?) chiedevano le autorità europee, l’avrebbero crocifisso a testa in giù come San Pietro. Dunque ha preferito lasciare. 
Mossa geniale. Infatti Mario Monti, entrato a Palazzo Chigi, ha subito stangato gli italiani come richiesto. E gli è andata bene perché sostenuto da una serie irremovibile di pregiudizi. Il primo, che se una cosa è raccomandata dall’ “Europa” e non la fa Berlusconi, è giusta; il secondo, che i tecnici non possono sbagliare; il terzo, che essendo il governo Monti sostenuto anche dal Pd, non se ne può dir male; il quarto, e più importante, che avendo detto che chiunque avrebbe governato meglio di Berlusconi, bisogna per forza dir bene di chiunque non fosse lui.
E così è andata. Si sono ingannati tutti per qualche tempo. Ma il passare dei giorni sta facendo  virare la situazione dal secondo caso, “tutti per qualche tempo”, al terzo: “tutti, per tutta la vita”. E qui le cose cambiano. Le stangate fiscali pesanti, brutali, irragionevoli, provocano recessione. E la recessione è in atto. Quel ch’è peggio, la “fase due”, il famoso rilancio, è rimasta nel libro dei sogni come previsto da chiunque non veneri l’austerity in sé. Infine il governo non è stato capace di realizzare vere riforme. L’unica - importante, prevista, promessa e perfino data per fatta - è stata quella dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori: ma il governo, con l’inaudito consenso del Pdl, se l’è rimangiata per paura della Cgil. Sicché tutte le belle prospettive sono sfumate e sono rimaste soltanto, ancora una volta, tasse e imposte. 
Ora anche i più distratti cominciano a dare ascolto alle prefiche che il guaio lo prevedevano già mesi fa. Non è vero che un governo dei tecnici possa fare cose che i governi politici non possono fare. Non solo infatti anche i governi tecnici sono politici, ma nel nostro caso è proprio per ragioni politiche che un governo composto di tecnici convinti dell’assoluta necessità di una profonda riforma delle norme sul lavoro ha dovuto rinunciarvi. 
Non è vero che da una situazione debitoria drammatica si esca stringendo la cinghia, perché tale sacrificio è ovviamente inadeguato a fronte di un debito enorme. Se con l’austerity cala il prodotto interno lordo (recessione), i creditori invece di essere rassicurati sono allarmati. Gli italiani che forse non sono in grado di pagare gli interessi sul debito quando tutto va bene ce la faranno quando tutto va male? L’unica speranza sarebbe potuta venire da una situazione di notevole sviluppo economico e questo sviluppo passava (e passa) attraverso una modifica del modello produttivo. Quella famosa riforma del lavoro che non si è fatta. Le prospettive sono plumbee e se ne accorgono anche i grandi giornali economici internazionali.
L’Italia ha vissuto quasi per due decenni immersa nel mito del berlusconismo e alla fine molti ne hanno ricavato la convinzione che rimuovendo Berlusconi tutto si sarebbe aggiustato. Lui se n’è andato e gli italiani si sono ritrovati col sedere per terra. Prima non si sarebbe perdonato a Berlusconi l’applicazione di una nuova Ici corrispondente ad un quarto della vecchia, ora ci troviamo sul groppone un’enorme Imu che ci dissanguerà. Con la sua faccia tetra, Mario Monti è la rappresentazione visiva della nostra realtà. Siamo vittime della nostra capacità di illusioni collettive, delle idee economiche della Germania e del massimalismo sindacale italiano. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2012




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8 aprile 2012
QUASI NESSUNO AMA LA VERITA'
La verità ha “buona stampa”. Tutti sentono il dovere di invocarla ad ogni piè sospinto, di proclamarsi suoi difensori costi quel che costi, di osannarla come valore indiscutibile. È insomma uno di quei concetti dinanzi ai quali tutti sono pronti a togliersi il cappello. Ma la verità cambia faccia, per tutti noi, secondo che ci sia favorevole o contraria: e tanto più la si invoca quanto più si immagina che la sua rivelazione sarà a nostro vantaggio. Non si ama quel grande valore astratto in sé, ma il bene che ce ne può venire: ed è cosa totalmente diversa.
Non che questo sia sempre da biasimare. La madre cui è stato ucciso il figlio e che invoca la scoperta dell’identità dell’assassino, ha tutte le ragioni dalla sua. Anzi, almeno a parere di chi ha il coraggio delle parole, ella avrebbe ragione anche se, invece di parlare di giustizia, parlasse di vendetta e dicesse semplicemente che vuole presto vedere l’assassino di suo figlio appeso per il collo ad un albero del parco. La vendetta è umana. È solo per evitare i suoi possibili eccessi che esiste l’amministrazione della giustizia penale: ma essa incanala, calibra la vendetta, non la sopprime.
Nel caso della madre dell’ucciso tutti i valori positivi – la verità, la morale, il diritto -  vanno d’accordo, perché è vero che quell’assassino merita di essere punito. Ma è facile dimostrare che, in caso di contrasto tra i valori e il sentimento, non sono i primi che prevalgono: nella stessa situazione che si è ipotizzata, la madre di quell’assassino sarebbe d’accordo per desiderare che il figlio sia appeso per il collo ad un albero del parco? Il valore prevalente, nell’essere umano, non è la sete di conoscenza, è la spinta affettiva. Quando non l’interesse.
Si può immaginare anche un episodio meno tragico. Uno studente ha studiato poco e male e tuttavia si presenta all’esame universitario. Il professore per caso lo interroga negli unici argomenti che ha studiato e sta per mettergli un buon voto quando il giovane, pentito, lo ferma e dice: “Professore, mi interroghi ancora. A dire il vero, salvo che sulle cose che mi ha chiesto, sono impreparato. Mi interroghi ancora e mi dia il voto che merito. Anzi mi permetta di ritirarmi”. Quante probabilità ci sono che al mondo si verifichi un simile caso? Eppure esso sarebbe la lineare conseguenza dell’amore della realtà trasparente. Quell’amore che tanti proclamano disinvoltamente di sentire.
Tucidide ha scolpito nelle nostre menti questa massima: nessun vincitore crede mai alla fortuna. E  specularmente il vinto tende ad attribuire alla sfortuna il torto della sconfitta. Come si vede ambedue non rispettano la realtà: il primo perché essa gli toglierebbe un merito, il secondo perché essa gli attribuirebbe un demerito.
Se la “veritas”, secondo la definizione tomistica, è “adaequatio mentis et rei, corrispondenza di ciò che si pensa con la realtà, ne discende che di fatto essa è amabile oppure odiosa secondo che la realtà cui corrisponde sia positiva o negativa. E avrebbe diritto di proclamarsi innamorato di essa solo chi la volesse e l’accettasse sempre e comunque, anche quando gli fosse contraria. La madre dell’assassino che reputasse giusta la condanna del figlio. 
Gli scettici dicevano: la verità non esiste; se esistesse, sarebbe inconoscibile; se fosse conoscibile, sarebbe impossibile comunicarla ad altri. Parafrasando questi principi qui si potrebbe dire: la verità è opinabile; solo raramente essa è innegabile; se è tale, l’amiamo solo se ci è favorevole. L’indiscutibile diagnosi di una grave malattia nessuno l’ama. E dunque nessuno o quasi, salvo alcuni eroi, ama la verità in quanto tale. Solo quelli che si sentono d’aver risposto positivamente alla domanda di Nietzsche: “Fin dove osi pensare?”
Il mondo sarebbe un posto migliore se non ci ubriacassimo di parole.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 aprile 2012




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POLITICA
7 aprile 2012
"MA È MIO FIGLIO!"
In occasione delle disavventure di Umberto Bossi a causa dei figli, qualche giornale è andato a ripescare i tristi episodi che hanno riguardato altri politici per ragioni analoghe. Il caso più tragico è stato quello di Carlo Donat Cattin il cui figlio fu un militante dell’organizzazione terroristica  Prima Linea. Ma la lista è inutile: il fatto è notorio. Gli stessi imperatori romani di solito si associavano da vivi un successore, adottandolo, piuttosto che lasciare il potere a un figlio naturale che non valeva quello scelto. Saggia si è dimostrata pure la Chiesa che, vietando ai sacerdoti di avere figli, ha anche evitato che un Papa fosse figlio di un altro Papa. Rimane comunque da vedere perché tanta gente si sia messa nei guai a causa dei figli e perché in Italia il fenomeno sia ancor più grave che altrove.
Come tutti i primati, ogni uomo ha l’istinto di propagare i propri geni e per questo non è istintivamente monogamo. Tuttavia, questo istinto deve convivere con le necessità di cure parentali le quali, nella nostra specie, sono particolarmente gravose e fisiologicamente destinate a durare finché i figli siano in grado di sopravvivere e riprodursi da soli. Cioè fino alla pubertà. È stato così per milioni di anni, tanto da riuscire ad appaiare maternità e paternità, e a rendere il padre un genitore responsabile quasi quanto la madre. 
Le cose si sono molto complicate nella civiltà moderna. Se una volta l’inserimento nella società avveniva naturalmente con la maturazione delle capacità riproduttive e muscolari – cioè prima dei sedici anni – oggi l’inserimento avviene molto più tardi e, nella “buona borghesia” un paio d’anni dopo la laurea. Ciò ha esteso le cure parentali ad un arco di tempo enorme. Una volta presa l’abitudine di considerare i figli sempre figli e sempre bisognosi di aiuto, anche quando hanno oltre venticinque anni, il gradino finale dei doveri è rendergli facile anche l’ultimo sforzo: quello di procurarsi un reddito.
Ecco perché l’infantilizzazione dei figli è in Italia più grave che altrove. Se il mercato lavorativo è favorevole, il giovane può facilmente affrancarsi dai genitori e l’istinto dell’indipendenza può spingerlo a lasciare la casa paterna; viceversa, in una società in cui è difficilissimo trovare un lavoro, è naturale che i genitori attivino risorse finanziarie e relazioni sociali per favorire i figli. Spesso dandosi da fare più dei figli stessi. 
Chi ha dovuto farsi posto nella vita senza l’aiuto di nessuno sa che differenza faccia. Il figlio dell’avvocato sarà immensamente più favorito del figlio dell’idraulico che si è laureato in legge. Avviene correntemente che il primo abbia tanto di studio, anche se è un mediocre, mentre il secondo, brillante giurista, cercherà disperatamente di superare il concorso per divenire vigile urbano. Il risultato è quasi il blocco della mobilità sociale, un’ingiustizia patente e tuttavia talmente “umana” che non bisogna dire “io non mi comporterei così”. 
Per i genitori i figli sono persone diverse da tutte le altre. Per loro trovano sempre giustificazioni e sperano di portarli almeno al proprio livello. L’avvocato di cui si diceva sarebbe molto deluso di sapere il figlio divenuto impiegato presso uno spedizioniere. Eppure perché mai quel figlio, che è riuscito a stento a divenire geometra in una scuola estremamente generosa di diplomi, dovrebbe meritare una migliore carriera? E tuttavia: “Sarà una nullità ma è mio figlio”. 
Gli errori di un Umberto Bossi che cerca disperatamente di negare i limiti di un figlio che non riesce nemmeno a farsi regalare l’esame di Stato sono patetici. È sintomatico che cerchi di dare la colpa di quelle bocciature ai professori o perfino alle mene politiche. Meglio la fantasia dell’universale complotto dei docenti che la realtà dell’impreparazione del rampollo.
Longanesi diceva che sulla bandiera italiana dovremmo scrivere “Ho famiglia”, ed aveva ragione. Ma forse quella scritta andrebbe completata così: “E voi mi capite”. Infatti la retorica nazionale è ben lungi dal predicare il distacco dagli affetti in nome del proprio dovere e del proprio onore. Fra l’altro, se lo facesse, predicherebbe nel deserto.
Bossi si è lasciato guidare dall’istinto e dalle cattive abitudini di un Paese che, in questo campo, è un immenso Meridione, altro che Padania. Per questo, se non possiamo perdonarlo, possiamo almeno capirlo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2012


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6 aprile 2012
L'IMPERDONABILE INGENUITA' DELLA FORNERO
Ci sono persone che si criticano volentieri e persone che si criticano malvolentieri. Fra queste ultime c’è sicuramente la ministra Elsa Fornero, evidentemente perbene, evidentemente colta, evidentemente in buona fede. Ma ci sono dei casi in cui l’essere evidentemente perbene ed evidentemente in buona fede è un difetto. Anche Neville Chamberlain era in buona fede, nel 1938, quando si fidò di Hitler: e a momenti la Gran Bretagna ci lasciava le penne.
In politica l’ingenuità non può essere perdonata. Perché qui non paga “l’uomo onesto che non crede all’uomo ladro”, ma tutto il Paese guidato dall’uomo onesto.
Nell’intervista rilasciata alla “Stampa” la signora Fornero dimostra di avere vissuto solo nelle aule universitarie e inanella una serie incredibile di incomprensioni della realtà. Da un lato si offende perché (in un’ intervista a un giornale inglese) la signora Marcegaglia ha detto della riforma che “the text is very bad”, dall’altro confessa che “mi sembra un tantino esagerato questo cantare vittoria da parte della sinistra”. Non comprende cioè che se ambedue le parti hanno una reazione speculare, è perché hanno ragione di averla. Si può dimostrare partendo dalle sue stesse dichiarazioni.
“Il governo non ha fatto nessuna marcia indietro”, dice, “l’unica novità che c’è nella riforma dell’articolo 18 è aver inserito la clausola della ‘manifesta insussistenza’ dei motivi economici come possibilità di reintegro”. Giusto. Ma se la Marcegaglia (e il direttore del Sole24Ore, Napoletano) sparano ora a zero sulla riforma, non le viene il sospetto che quella piccola modificazione sia in realtà grande e stravolgente?
“Il giudice non viene chiamato - spiega la ministra - ad entrare nello specifico del motivo economico o nel merito della gestione di un’azienda ma può solo stabilire se c’è una insussistenza chiara e manifesta del motivo e poi abbiamo scritto ‘può’ non ‘deve’ reintegrare”. Ma se il giudice deve esprimere un giudizio su un motivo economico, come può non esaminare la situazione economica dell’azienda? Come può giudicare della bontà delle argomentazioni a sostegno del licenziamento, senza esaminare la gestione dell’azienda? Se il motivo fosse che è “necessario ristrutturare l’impresa diminuendo il numero dei dipendenti”, questo non riguarderebbe la “gestione di un’azienda”, il cui esame si sarebbe escluso? Come giudicare un motivo economico senza occuparsi di economia? Una serie di assurdità.
La verità è un’altra. Una volta che i lavoratori e i sindacati sanno che in ultima analisi è il giudice del lavoro a decidere, sulla base della (faziosa) giurisprudenza dormono fra due guanciali. In futuro sarà tanto difficile licenziare quanto lo è stato in passato. 
“Le dirò che non mi aspettavo una sfiducia così aperta nei confronti dei giudici, se si vuole il cambiamento non lo si può costruire sui pregiudizi. Salvo che si pensi che i giudici sono tutti ideologizzati: cosa difficile da sostenere”. Infatti, non si può sostenere ad alta voce. Ed è vero, non tutti i giudici sono ideologizzati e non si può andare avanti a colpi di pregiudizi. Ma che, di fatto, gli imprenditori da un lato e i lavoratori dall’altro siano convinti che i giudici sono di parte è reso evidente dalla loro reazione. Gli uni si proclamano sconfitti e traditi, gli altri – lo dice la stessa signora Fornero – cantano vittoria. Possibile che non ci sia nessuna ragione, per ciò? 
“non è cambiato quasi nulla rispetto ad un testo che era accettato da tutti tranne che dalla Cgil e adesso sembra di essere passati all’opposto: io faccio ancora fatica a comprendere questa giostra”. Lei fatica a comprendere non questa giostra ma la realtà. L’uomo onesto che non crede all’uomo ladro, se è un ministro, fa malissimo il suo mestiere. La sua non è ingenuità, è incompetenza. 
Fra l’altro il ministro mostra questo difetto con un’altra affermazione: “abbiamo lavorato per rendere più rapidi e veloci i processi e abbiamo inserito l’elemento della conciliazione preventiva. Perché tanta sfiducia?” Perché la conciliazione preventiva aggiunge un altro grado di giudizio in procedimenti che già erano lentissimi. Della conciliazione non si accontenterà nessun perdente.
La prof.Fornero dichiara l’ultima modificazione “una cosa di assoluto buon senso”, e personalmente dimostra di averne a sufficienza soltanto - soltanto - per condurre la sua vita privata, se ha la fortuna di avere a che fare con persone per bene. Perché non confessare che il governo e il Pdl hanno ceduto al ricatto della Cgil? O almeno, perché non tacere?
Sarebbe stato molto più gradevole cantare le lodi di una donna in una funzione di così alto livello. Invece a sua difesa possiamo solo dire che più colpevole di lei è sicuramente il brillante Angelino Alfano, per il quale non riusciamo neppure a trovare la giustificazione dell’ingenuità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2012




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politica interna
6 aprile 2012
BOSSI, IL CATTIVO GUSTO DELLA STORIA
Franz Schubert fu un grandissimo genio musicale. Non è possibile paragonarlo a Mozart – ma forse nessuno può essere paragonato a Mozart – e tuttavia ebbe in comune con il salisburghese il dono della melodia come pochi altri. Fu un vero, grande e tuttavia tenero poeta del pentagramma. Un artista cui facevano torto l’aspetto, la timidezza, la povertà, e che tuttavia avrebbe meritato l’amore e l’ammirazione fanatica che oggi riscuotono ragazzotte che si dimenano urlando mezzo nude dinanzi ad un microfono. Invece il povero Franz non ebbe un’oncia di questo successo. La storia ci dice addirittura una cosa orribile: morì giovanissimo per la sifilide contratta accoppiandosi con una puttana. Franz Schubert con una puttana, come dire Giulio Cesare che ha paura di un topo o Einstein che sbaglia un’addizione. Sarebbe stato più adeguato, per lui, cadere combattendo per un ideale, come Lord Byron a Missolungi, o essere ucciso da un marito geloso, o perfino che si suicidasse per amore: vedere invece un angelo abbattuto dalla sifilide è cosa che strazia.
Purtroppo la vita non ha di queste preoccupazioni neanche ai più alti livelli. Un imperatore come il Barbarossa avrebbe meritato di morire circondato dal rispetto e dal pianto dei suoi fedeli, o ucciso in una battaglia che il suo esercito avrebbe comunque vinto; sarebbe stato persino concepibile che fosse ucciso a tradimento, sono cose che nelle corti sono sempre avvenute. E invece annegò in un fiume - forse per essere andato a bere e bagnarsi un po’ - dimenticando di togliersi la corazza.
Per tutti questi motivi c’è da essere dispiaciuti per le dimissioni di Bossi. Anche se ispirava ben poca simpatia, anche se la sua rozzezza era spesso insopportabile, quell’uomo fu il paradigma del genio politico al di là delle raffinatezze politologiche. Un Masaniello, forse, ma molto più capace di Masaniello di avere successo e durare nel tempo. La sua proposta iniziale fu ben poco credibile e il personaggio rimase sempre in buona misura folcloristico: nondimeno il suo fiuto politico fu indiscutibile e il suo successo straordinario, soprattutto se comparato con la qualità del suo messaggio. Se fosse morto quando è stato colpito dall’ictus - un evento tragico - la sua parabola sarebbe stata veramente mirabile. Invece la sorte ha voluto che lo vedessimo trascinarsi e faticare perfino a parlare. Invischiato infine in beghe di soldi, di famiglia, di miserie fin troppo umane. 
In questo la vita è stata crudele. Anche ad ammettere che si dovesse arrivare alla conclusione della sua totale innocenza, gli schizzi di fango, nei pressi di via Bellerio, sono volati troppo in alto per non sporcare anche lui.
Di questo bisogna essere addolorati. Solo se si è di animo gretto si riesce a godere dell’infortunio di chi ha avuto innegabili tratti di grandezza, il genio dell’innovazione vincente, la forza del costruttore di destini.
Umberto Bossi non è mai stato simpatico. È stato a volte difficile sopportare il suo modo di parlare, i suoi ideali separatisti, il suo disprezzo per l’Italia e per la sua bandiera. La sua violenza verbale lo ha apparentato a personaggi rozzi come Di Pietro – senza arrivare agli eccessi dolosi di quest’ultimo, ma in questo l’ex pm ha pochi rivali – anche se la sua è sempre sembrata la ruspante manifestazione di uno spirito rustico e grezzo più che malevolo. L’uomo aveva anche tratti di grande carattere, cosa che Berlusconi capì prima di altri. Infatti gli accordò il perdono dopo il “ribaltone” e, contro la previsione di tutti, non sbagliò contando sulla sua imperitura amicizia.
Se avesse avuto più buon gusto e un maggiore senso delle proporzioni, la storia avrebbe previsto  per un simile leader una caduta crudele, se si vuole, ma grandiosa. Vederlo crocifisso su problemi di denaro, forse su piccole ruberie, forse sulle sue debolezze di padre e di marito, è cosa che fa stringere il cuore. Ci si sente obbligati ad esprimergli un po’ di comprensione e l’imbarazzata compassione verso un nemico che si sarebbe voluto veder battuto, magari, ma non così.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2012


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POLITICA
5 aprile 2012
L'ART.18 COME SPIA DEL MASSIMO PROBLEMA
La conferenza stampa di Mario Monti e della prof.Fornero è stata utile perché ha pienamente confermato le notizie date dai giornali.  Ora sappiamo che il governo ha ceduto su due punti importanti: l’intervento del giudice anche nel caso dei licenziamenti per ragioni economiche e, si dice, l’inversione dell’onere della prova in tale caso. Sarà opportuno cominciare da questo secondo argomento perché esso offre, in un panorama plumbeo, qualche motivo di sorriso. 
Chi vuole dimostrare qualcosa, deve provarla. E chi sostiene che non esiste l’unicorno, in che modo può provarlo? Non può dire: “Non è in questa stanza”, perché gli si potrebbe rispondere che potrebbe essere altrove. E se dicesse: “Non è stato mai avvistato in Italia”, si potrebbe sempre insistere: “Ma potrebbe essere altrove”. La prova negativa è impossibile. Lo stesso alibi non prova di non aver commesso un delitto, ma prova (positivamente) di essere stato altrove mentre esso era commesso. Ciò che si chiama prova negativa è solo la dimostrazione che una prova positiva non funziona. 
Questo ci conduce ai licenziamenti per motivi economici. Qui si è voluto offrire al lavoratore, il quale dice “mi hanno licenziato per motivi non economici”, il vantaggio di combattere di rimessa, ribaltando il normale onere della prova (onus probandi incumbit ei qui dicit): ma è un vantaggio illusorio. Volendo andare contro i biechi padroni, si è andati contro il buon senso. Infatti, se l’impresa offre, come prova della natura economica del licenziamento, un’argomentazione assolutamente bislacca, sarà il lavoratore che dovrà dimostrarne l’inconsistenza, provando (in positivo) l’esistenza di motivi disciplinari o discriminatori. E una volta incardinata la discussione, chi ha filo da tessere tesse. Si torna alla normalità.
Molto più interessante è il fatto che la discussione è divenuta rovente quando si è trattato di ammettere o escludere l’intervento del giudice nel licenziamento per motivi economici. Se la guerra fra Modena e Bologna per “La Secchia Rapita” fosse stata storica, avremmo potuto essere certi che la secchia non era il motivo del contendere. Quando si combatte una guerra, il motivo è sempre serio o almeno serio lo considerano quelli che la combattono. Ecco perché è bene vedere perché la discussione si è avvelenata soprattutto su questo punto. 
Procediamo per gradi e immaginiamo un mondo in cui tutti sono onesti. Nessun imprenditore mai licenzia per finti motivi economici un lavoratore di cui vuole liberarsi e nessun lavoratore mai, cosciente della sussistenza dei motivi economici, si oppone al licenziamento: qui non si combatterebbe nessuna guerra. Purtroppo un simile mondo non esiste. 
Allora esaminiamo un mondo in cui sia l’uno sia l’altro siano disonesti: in questo caso non ci si può affidare alla loro buona fede e deve intervenire un terzo, il giudice. E anche qui, in un mondo in cui il giudice fosse in buona fede e veramente imparziale, che ragione ci sarebbe di fare una guerra, per ottenerne od escluderne l’intervento? 
Se dunque la discussione si è infiammata a questo proposito, è segno che in Italia nessuno si fida dell’imparzialità del magistrato. Ché anzi alcuni (i sindacati) sono così sicuri della sua parzialità in loro favore  da essere disposti ad una guerra, pur di vederlo intervenire. Mentre altri lo avevano escluso del tutto, nel momento in cui volevano rendere possibili i licenziamenti per motivi economici: talmente erano sicuri della sua parzialità contro di loro.
Non importa qui commentare come sia finita. Sorprende piuttosto che nessuno si scandalizzi del livello cui è scesa la moralità italiana. Tutti gli imprenditori considerano i lavoratori pronti a dichiararsi innocenti mentre sono colpevoli; tutti i lavoratori considerano i datori di lavoro pronti ad accusarli falsamente solo per punirli e liberarsi di loro; e infine tutti, imprenditori, lavoratori e governo considerano i giudici disonesti, nel senso di pregiudizialmente favorevoli ad una delle due categorie. Come non essere profondamente allarmati per questa infima considerazione della magistratura perfino in seno a quella suprema istituzione che è il governo? Un governo che, finché ha potuto, ha cercato di tenerla fuori da alcune controversie di lavoro? 
La riforma della giustizia è di gran lunga la più urgente. Con una magistratura affidabile si sarebbe potuto lasciare l’art.18 com’era. Invece oggi si dice che il governo è stato sconfitto dalla Cgil e che di fatto l’art.18 è stato riformato per finta. 
È inutile sperare di ottenere qualcosa cambiando le leggi: perché se chi applica le leggi non è affidabile, è come se esse fossero solo pezzi di carta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 aprile 2012




permalink | inviato da giannipardo il 5/4/2012 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
4 aprile 2012
HA VINTO LA CGIL
Nel 1974 Edward Heath si accorse che i sindacati spingevano il Regno Unito verso l’abisso e cercò di frenarli, chiedendo agli inglesi, in occasione delle elezioni, “"Who governs Britain?", “Chi deve comandare in Inghilterra, il governo o i sindacati?” All’azzeccatissimo slogan i britannici risposero: “I sindacati”. E bisognò aspettare Margareth Thatcher, per cambiare registro.
Dal 1974 sono passati quasi quarant’anni e gli italiani, ammaestrati da così illustri precedenti, quando si sono vista porre la domanda “Chi comanda in Italia, il governo o la Cgil?” non hanno avuto dubbi. Senza nemmeno andare alle elezioni, e per bocca dei tre partiti che insieme rappresentano la stragrande maggioranza degli italiani, hanno risposto: “La Cgil”. E la povera signora Thatcher ha ormai l’Alzheimer.
Bisogna premettere che a questo risultato si è giunti ieri sera, o ieri notte. Dunque, in attesa di ulteriori precisazioni, ci si basa su un articolo del “Corriere della Sera” dal titolo “Licenziamenti economici, reintegro possibile se palesemente illegittimi”. Ma a spiegare quanto è avvenuto basta il solo avverbio: “palesemente”.
La Cgil e il Pd hanno spinto a morte nella direzione di prevedere in ogni caso la possibilità del reintegro - deciso dal giudice - anche in caso di “licenziamento economico”. Come mai? Semplice: perché una volta che la vertenza sia affidata al giudice del lavoro, possono contare – secondo l’esperienza consolidata da decenni di giurisprudenza – su un giudizio di parte che dichiara illegittimo qualunque licenziamento. E perché il governo, il Pdl, e la Confindustria volevano in ogni caso escludere l’intervento del giudice e limitare il possibile risultato positivo del lavoratore ad un indennizzo? Perché, ammaestrati dalla stessa esperienza giurisprudenziale, avevano ogni motivo di temere ciò che la Cgil e il Pd volevano ottenere, cioè il reintegro per via giudiziaria anche in casi “palesemente” assurdi. 
Riassumendo, il governo, il Pdl, il Pd, l’Udc, la Cgil, la Cisl, l’Uil e tutti gli altri su una cosa sono stati d’accordo: abbiamo una magistratura di parte. Al punto che gli uni volevano escluderla in ogni caso, non fidandosi di nessuno dei suoi giudizi, gli altri volevano includerla in ogni caso, perché tutti sono sicuri che per essa sarà “palesemente” illegittimo anche il più legittimo dei licenziamenti.
Ecco perché quel “palesemente” è peggio di una foglia di fico. Palese, evidente, ovvio, sono aggettivi che non valgono niente. Ciò che è palese, evidente ed ovvio per me può non essere né palese, né evidente, né ovvio per un altro. Soprattutto se è in toga.
“Si tratterà solo di ‘limature’, assicura il ministro del Lavoro Elsa Fornero”. E viene da ridere. Limature? Più o meno come la precisazione che la pena di morte sarà applicata al condannato “a meno che egli non dichiari per iscritto che essa è inopportuna nel proprio caso”.
Sempre in materia di umorismo si può citare un’altra frase dell’articolo: “Il governo non vuole dare l'impressione di un cedimento sull'articolo 18 alla Cgil”. Ma no, che cosa teme, chi mai potrebbe pensare una cosa del genere? Certo non i possibili investitori stranieri che, una volta tradotto nella loro lingua l’avverbio “palesemente” dormiranno fra due guanciali.
Riammettendo il principio di “far cadere l'onere della prova a carico del lavoratore nei licenziamenti per motivi economici che nasconderebbero cause disciplinari o discriminatorie, con ciò ampliando le possibilità del giudice di concedere il reintegro anziché l'indennizzo” avremo ritrovato l’equità nel mondo del lavoro. Si apre un’era di pace, giustizia e prosperità.
Chi potrebbe dubitare che il condannato a morte non abbia l’onestà di giudicare opportuna per sé la pena di morte, se ha commesso un crimine orrendo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 aprile 2012




permalink | inviato da giannipardo il 4/4/2012 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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