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31 agosto 2011
IL DEBITO PUBBLICO VISTO DA VICINO

Esistono debiti positivi, che si accompagnano alle speranze, e debiti negativi, che si accompagnano alla disperazione. Chi contrae un mutuo per comprare un appartamento sa benissimo di caricarsi l’obbligo di pesanti versamenti mensili, per anni e anni: ma lo fa per avere una casa. Ha una speranza. Il debito negativo è quello che si accompagna alla disperazione di non ricavarne nulla. Non se ne attende nulla e si ha solo da temere la reazione del creditore insoddisfatto. È il caso dei giocatori o dei drogati che pensano alla reazione degli strozzini o degli spacciatori.

Il debito pubblico italiano appartiene a questa seconda categoria. Se lo Stato avesse investito il denaro per iniziative produttive di utilità, oggi avrebbe sulla colonna del dare il debito e i suoi interessi e sulla colonna dell’avere ciò che ne ricava. Di fatto invece ha soltanto la colonna del dare. Il denaro è stato irrimediabilmente speso per sprechi, regalie, follie di ogni genere e oggi rimane solo il dovere di pagare gli interessi. A vita.

Bisogna in primo luogo avere un’idea dell’ammontare in questione. Dal momento che quando si tratta di somme stratosferiche i numeri perdono sapore è opportuno ricorrere ad un altro metro di misura. Il debito italiano corrisponde a quattordici mesi di prodotto interno lordo e va suddiviso tra tutti i sessanta milioni di italiani. Prendiamo un padre di famiglia che guadagna 2.200 € lordi al mese; dal momento che ha moglie e due figli, il reddito individuale, nella sua famiglia, corrisponde a 2.200 diviso quattro, cioè 550 €. 550 x 14 fa 7.700 €. Ma di fatto chi può pagare è solo colui che ha un reddito, il padre di famiglia con i suoi 2.200 € che, moltiplicati per 14, dànno 30.800 €, sessanta milioni delle vecchie lire. Non è evidente che uno che guadagna 1.500 € netti al mese, con moglie e due figli, una somma del genere non potrà pagarla mai? Non tutti hanno da parte quattordici mesi di reddito e nessuno sarebbe comunque disposto a regalarli allo Stato.

E tuttavia, benché il debito pubblico sia la cosa più odiosa che si possa immaginare, benché pesi come una montagna sull’economia nazionale, lo Stato lo deve trattare con tutti i riguardi. Deve correre tutti i giorni a rassicurare i mercati affermando che pagherà gli interessi fino all’ultimo soldo; deve offrire un rendimento abbastanza allettante perché i risparmiatori e gli investitori comprino i nuovi titoli (con cui pagare i titoli in scadenza); deve persino astenersi dal tassarli pesantemente per paura che i risparmiatori si volgano ad altre forme di investimento, facendo fallire l’Italia. Il Paese è un drogato che non riceve più un grammo di droga dal pusher ma si è indebitato con lui e deve tenerselo buono per ottenere ogni mese un’ulteriore dilazione di pagamento.

Molti si chiedono: i possessori di titoli pubblici sono sanguisughe e sfruttatori dei propri concittadini? La risposta è no. Innanzi tutto nessuno obbliga nessuno a contrarre un mutuo. Basta non spendere più di quello che si guadagna e nessuno mai avrà bisogno di un prestito. Poi, se il mutuatario fa buon uso del denaro, tanto meglio; se lo spreca, non è colpa di chi gliel’ha dato. E il debito deve essere rimborsato. È lo Stato che è stato uno scialacquatore demente. Oggi, se i cittadini non gli prestassero altro denaro, lo metterebbero in guai infiniti che ricadrebbero inevitabilmente su tutta la comunità. I risparmiatori che comprano titoli di Stato sono dei benefattori.

Del resto, lo Stato fa di tutto per scoraggiare ogni altra forma di investimento. I depositi bancari non dànno reddito; gli immobili pagano alte imposte, costano per la manutenzione, possono essere locati solo ad equo canone, c’è l’obbligo di registrare il contratto ogni anno e c’è il rischio che gli inquilini non paghino; senza dire che lo Stato aumenta di un terzo l’Irpef sugli immobili non locati: insomma il piccolo risparmiatore è punito in ogni modo. Invece l’Erario lascia relativamente in pace i possessori di titoli pubblici perché ha bisogno di loro.

Abbiamo avuto ed abbiamo uno Stato famelico, guidato da demagoghi, che pensa, con La Fontaine, che l’avarizia della formica risparmiatrice sia “il più piccolo dei suoi difetti”. E per questo la punisce severamente. La costituzione dovrebbe essere emendata. Non è vero che (art.47) “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. In realtà la Repubblica tutela – o almeno, ha tutelato - le cicale in tutti i loro sprechi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

31 agosto 2011


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CULTURA
30 agosto 2011
MASSIME

L'Occidente è stato attaccato dai barbari, dalla peste, dai Turchi, dai nazisti e ha sempre vinto. Forse perderà contro la stupidità.

La misoginia è l’involontaria confessione di non avere avuto fortuna con le donne.

Con il progresso scientifico, tecnologico, economico ecc. non siamo più in grado di tollerare ciò che non vogliamo che accada; dunque dobbiamo necessariamente incolpare qualcuno per qualsiasi cosa accada. Stefano Paci.

La democrazia stabilisce chi vince, non chi ha ragione.

"Ogni popolo ha il governo che merita"? No: "ogni popolo ha il governo che riesce ad esprimere". “Meritare” fa pensare ad un terzo che lo dà.

Gianni Pardo


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29 agosto 2011
IL CATTIVO GIUSTIFICATO DAL PEGGIORE

Il dramma del commentatore indipendente è che, se vuole essere preso sul serio, deve sfuggire all’orrenda accusa di essere filo-governativo. Il pregiudizio corrente è infatti che nessuna persona perbene deve dir male di Garibaldi e nessuna persona perbene deve dir bene del governo. Uno dei modi di sfuggire a questa condanna sbrigativa e senza appello è appoggiarsi a firme di sinistra.

Anche se a volte – come nel caso di Luca Ricolfi – queste firme sono talmente ragionevoli che uno si chiede se siano veramente di sinistra.

L’editorialista della Stampa sostiene oggi(1) che aveva giustamente criticato le due manovre di Tremonti ma ora, riguardo a quest’ultima, riconosce che, “uditi i critici, era meno peggio il menu confezionato da Tremonti”. “Le contro-proposte, o contro-manovre, sono infatti largamente peggiorative”. “Quanto a quella del Partito democratico, è difficile non condividere il severo giudizio espresso nei giorni scorsi da Tito Boeri, sulle colonne di «Repubblica»”: ricordiamo, meno di un decimo del necessario, ottenuto prevalentemente aumentando le tasse. Ma il peggio sono le proposte della Lega la quale, facendo parte della maggioranza ed essendo in grado di condizionarne l’azione, ha responsabilità ben più gravi di quelle del Pd o della minoranza in genere.

Ricolfi riassume così le tre proposte dei “lombardi”. Mantenere le poltrone dei politici rinunciando a sopprimere i piccoli Comuni e le province; “impedire che i tagli alle risorse degli Enti locali costringano gli amministratori a spendere meno”; “lasciare intatto il nostro sistema pensionistico… pur di non perdere consensi fra i propri elettori: una quota molto elevata dei pensionati è concentrata al Nord”.

Ora – sostiene Ricolfi – è chiaro che si è perso di vista l’obiettivo di rilanciare la crescita, cioè l’unica cosa che potrebbe salvarci. E su questo punto siamo colpevoli tutti: i politici, che si azzanneranno in Parlamento cercando di evitare che il peso della manovra ricada sui loro protetti o, Dio non voglia, su loro stessi; e i cittadini che, ancor più dei politici, sono pronti solo ai sacrifici degli altri.

Qualche giorno fa ripetevamo un detto dal sapore di fiele: “Per quanti guai debba soffrire il popolo italiano, non ce n’è uno che non abbia meritato”. Se l’opposizione fa proposte ridicole, come ha dimostrato Tito Boeri e come conferma Luca Ricolfi; se nella maggioranza c’è chi si mette di traverso – la Lega - già rispetto a due manovre che l’editorialista della Stampa aveva giudicato “inique, insufficienti… e del tutto disattente alle esigenze della crescita”, che speranze abbiamo?

L’articolo di un paio di giorni fa, “Il Pessimismo in politica”(2), è stato giudicato troppo negativo e tuttavia ora è lecito chiedersi se Ricolfi, e con lui molti grandi commentatori, si siano resi conto dell’ambiente politico e giornalistico in cui si trova ad operare chi deve decidere. Se lo conoscessero veramente, dovrebbero essere meno severi col governo e col ministro dell’economia. Se invece non lo conoscono bene, dovrebbero almeno rendersi conto dell’insufficienza del loro senso del reale. Se a Tremonti la minoranza e il partito più importante della sua coalizione non lasciano passare la mediocre manovra da lui progettata, e tutti ne propongono di peggiori, era il caso di giudicarla in modo così severo? Se Ricolfi avesse avuto ieri la chiarezza di visione che ha oggi non avrebbe forse dovuto dire ieri quello che dice ora, della manovra? Lo schema l’ha inventato Churchill, parlando dei diversi modelli di governo: la democrazia è un pessimo regime ma gli altri sono ancora peggiori.

Purtroppo, noi tutti aspettiamo sempre di vedere, come si dice, che “al peggio non c’è fine”. E finché non arriva quel momento, tutti chiediamo la Luna. Se, come pare, il Parlamento peggiorerà la già mediocre manovra, sarà segno che noi italiani non ci reputiamo in pericolo, come notava recentemente Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera”(3). Solo quando l’auto si disintegrerà dopo aver sbattuto contro un platano, ci renderemo conto che forse sarebbe stato meglio far riparare i freni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

29 agosto 2011

(1)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9141

(2) http://pardonuovo.myblog.it/archive/2011/08/26/il-pessimismo-in-politica.html

(3)http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_28/chi-dimentica-l-emergenza-angelo-panebianco_fd7fa2c6-d147-11e0-b62d-1ebafd8b4f13.shtml


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28 agosto 2011
LA "REPUBBLICA" SQUALIFICA IL PD

Su “la Repubblica” di ieri è comparso un articolo a firma di Tito Boeri - dal titolo: “Il Pd, la Cgil e la contro-manovra”(1) - molto più che sorprendente: letteralmente incredibile. Tanto che siamo francamente stupiti che quel giornale, così poco abituato a dire tutta la verità, l’abbia pubblicato. In effetti, se lo si prende sul serio, crollano molti miti. Non sarà più possibile parlare di un’opposizione costruttiva e preoccupata delle sorti del Paese; non sarà più possibile trattare da incompetente la compagine governativa, visto che quanto meno è sicuramente migliore degli amici di Bersani; non si potrà neppure parlare di diversità della sinistra, perché se in qualcosa è diversa, è nel campo della correttezza: nel senso che non solo non rispetta la verità, non rispetta neppure l’aritmetica.

Secondo Boeri la contro-manovra del Pd – se si salta la metà dedicata alla pura predicazione antigovernativa – dovrebbe servire, in opposizione ed alternativa alle intenzioni dell’esecutivo, a dire all’Italia: “Bisognerebbe fare così e non come dice il governo”. E dinanzi al mondo dovrebbe legittimare il partito dicendo: “Ecco come governerebbe questa minoranza se andasse al potere”. Ora non solo questo scopo è totalmente mancato, ma il testo fa rischiare il ridicolo al Pd. L’economista scrive queste lapidarie parole: “Era stato preannunciato come una vera e propria ‘contro-manovra’. Di ‘contro’ nel decalogo c’è molto. Di ‘manovra’ molto meno. Più o meno un decimo di quanto sarebbe necessario”. Un progetto che propone un risultato simile è solo una presa in giro di chi non sa leggere i numeri.

“Il resto del documento – prosegue implacabile Boeri - è un elenco di titoli generici, più che un insieme coerente e articolato di proposte”. Infatti è “un elenco che trascura del tutto il 90% del nostro bilancio pubblico: non una proposta sulla previdenza (40% della spesa corrente primaria)”, o sulla sanità (17%), sull’istruzione (13%), sulla difesa e l’ordine pubblico (8%) e le altre voci per il 5, il 4 e il 2%. È serio, tutto questo?

Il Pd parla di tagliare le province (ma solo per metà) e anche il numero di parlamentari (anche se a suo tempo favorì il referendum contro una riforma che lo faceva): ma “Il grosso della manovra sono le entrate”. Essa dunque non solo non coglie “neanche lontanamente l’obiettivo dei quaranta miliardi di aggiustamento”, ma fa pensare, scrive Boeri, al comportamento demenziale dei familiari di un uomo che sta morendo per un’emorragia e che, invece di fermare la perdita di sangue, cerchino di aiutare il malcapitato con delle trasfusioni. Cioè, traduciamo, con nuove tasse, invece che con risparmi sulle spese.

Le implicazioni dell’articolo, come si diceva prima, sono devastanti. Per cominciare, si fa piazza pulita dell’ottimismo applaudito da tutti del Presidente Napolitano quando diceva che, in un momento di crisi come l’attuale, sarebbe stata necessaria la collaborazione fra tutte le forze politiche. Come collaborare con un Pd che non sbaglia i calcoli del 5 o anche del 10%, ma li sbaglia (volutamente, contando sull’ignoranza del prossimo) del 90%? Quale buona fede gli si può attribuire?

Ma c’è un metodo nella follia del Pd, avrebbe detto Polonio. La minoranza è in malafede ma presume che sia in malafede anche la maggioranza. Per questo non suggerisce niente di serio: perché qualunque manovra ragionevole sarebbe impopolare e il governo, attuandola, potrebbe sempre dire: “Noi non l’avremmo fatta così, questa ce l’ha suggerita il Pd”.

Inoltre presume che siano in malafede anche i suoi elettori. Costoro non vogliono che si salvi l’Italia, vogliono che si abbatta Berlusconi. Non vogliono che la contro-manovra sia migliore di quella del governo, vogliono dir male di qualunque manovra efficace. E si può contare sul fatto che siano ignoranti e cretini, che non si chiamino Tito Boeri. Il disprezzo di questi elettori del resto deve essere condiviso anche dal direttore di “Repubblica”: mai egli avrebbe pubblicato questo articolo se avesse temuto che i lettori potessero capirlo. A meno che lui stesso non si sia reso conto delle implicazioni.

Non ce l’abbiamo particolarmente col Pd e con Pierluigi Bersani. Contrariamente ai suoi elettori, e contrariamente anche agli elettori di centro-destra, noi non ci aspettiamo l’onestà dai politici. Magari, a parti invertite, la contro-manovra clownesca l’avrebbe presentata il Pdl. Ma insistiamo sul punto che non ci si deve predicare la moralità, lo spirito di servizio e le cento balle con cui tanti ci rintronano le orecchie.

Rino Formica diceva che la politica è sangue e merda. No. È sangue, merda e soprattutto bugie.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 agosto 2011

(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=13KZ8V




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27 agosto 2011
PERCHÉ L'ITALIA NON AFFONDA

Recentemente si è qui manifestato un pessimismo così atroce da doverci rifugiare nell’ironia, riponendo le nostre speranze nella Cgil. Ed un amico ha protestato: “Se bene o male siamo tra i Paesi più importanti del Mondo (e questo è del tutto indiscutibile) sforzati un po' di cercare le ragioni di questa nostra perpetua inaffondabilità”.

L’argomentazione è ineccepibile. Sarebbe facile rispondere sottolineando nel titolo dell’articolo le parole: “in politica”. Ma la sfida vera è un’altra: come si concilia il livello dell’Italia con una politica, anzi, con una vita sociale che peggiore non si potrebbe?

L’uomo è un animale sociale ma la sua socialità conosce gradi diversi. Mentre in tutti i luoghi e a tutti i livelli l’individuo è legato alla propria famiglia da vincoli affettivi costanti, al di là di essa i legami di solidarietà vanno allentandosi. Possono essere abbastanza solidi all’interno della tribù, perché il rapporto con gli altri è ancora personale, ma divengono evanescenti e per così dire teorici quando la società diviene numerosa. Allora l’unione è fatta dalla lingua e dalla storia comune: cioè dalla cultura. Qualcosa di meno forte.

La solidità dei legami all’interno di una società dipende anche da ciò che il singolo si aspetta da essa. Il giapponese sa che qualunque altro giapponese farà il suo dovere nei confronti della Patria e dunque anche lui dovrà farlo, se non vorrà “perdere la faccia”. L’italiano al contrario è convinto che del bene della Patria si parla puramente per fini retorici, mentre al dunque ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Il generale che gli ordina l’attacco in cui probabilmente morirà nel frattempo avrà fatto in modo che suo figlio stia nelle retrovie. “E io dovrei morire per questa manica di vigliacchi?”

Non importa quanto giustificato sia questo atteggiamento: da noi il singolo non si aspetta dallo Stato che tasse e guai. E pensa di non dovergli nulla. Non è un cittadino: è un individuo allo stato di natura che si trova a vivere sul suolo italiano; che cerca di sopravvivere – e se possibile da prosperare – in una guerra di tutti contro tutti (il bellum omnium contra omnes di Hobbes).

Questo non gli impedisce di avere un notevole senso morale. Vede benissimo, e depreca con estrema violenza, il dottorino che fa carriera perché raccomandato, la corruzione nei lavori pubblici, gli sprechi dello Stato, i privilegi che i potenti si arrogano, l’ipocrisia di chi predica bene e razzola male e ogni altra forma di “male”. Il problema è che questa sensibilità si dimostra estrema quando si tratta degli altri, ma trova mille esimenti quando si tratta di se stessi. I professori deprecano l’evasione fiscale degli artigiani ma accettano e fanno raccomandazioni; i negozianti schivano le imposte con un preciso sentimento di autodifesa contro un Stato usurpatore ed esoso, ma deprecano gli impiegati di Stato che hanno un reddito privo di rischi e non si strapazzano certo; gli impiegati a loro volta ammettono di lavorare poco ma in rapporto a quello che lo Stato li paga fanno ancora troppo: e infatti i negozianti hanno automobili ben più lussuose delle loro. Persino i ladri si giustificano dicendo che sono costretti a rubare perché non hanno quello che altri hanno: come se questi altri ciò che hanno l’avessero anche loro rubato.

Noi siamo molto morali quando si tratta degli altri e lo siamo molto poco quando si tratta di noi stessi. Dal primo atteggiamento nasce l’indignazione che ben conosciamo, a volte tanto appassionata da sfociare nell’antipolitica, dal secondo nasce la volontà di cavarcela in qualunque modo, senza scrupoli.

L’italiano è un pessimo cittadino, quasi un asociale, in particolare al Sud; ma nel frattempo è il campione di coloro che sanno cavarsela nelle situazioni più difficili. Si allena a questo sin dall’infanzia. Per questo a volte i meridionali, emigrando, fanno faville: erano abituati a galleggiare nelle rapide con un semplice kayak e si trovano a competere in pacifiche regate.

La prosperità della nazione italiana e il suo status nel mondo dipendono dal fatto che, confermando le teorie dell’economia classica, dalla somma degli egoismi può nascere la prosperità di un intero Paese. Gli italiani si battono con tanta vigoria, nel fare il proprio interesse senza tener conto di nient’altro, che alla fine, volendo procurarsi la ricchezza, con l’occasione la producono. Contro venti e maree e persino contro uno Stato che cerca di sequestrare i profitti delle imprese.

Lo Stellone non esiste. Esistono gli italiani, persone intelligenti e senza remore che finiscono col mandare avanti la baracca. L’Italia è una gabbia di matti produttivi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

27 agosto 2011




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26 agosto 2011
IL PESSIMISMO IN POLITICA

Recentemente un amico mi accusava di “difendere il governo” solo perché dubitavo che si potesse far meglio. Ed io mi sono messo a ridere: “Lei è ottimista, gli ho risposto. Se io difendessi il governo sarebbe segno che per me il governo stia facendo bene, in Italia. E se lo condannassi, sarebbe segno che, a mio parere, se non questo, un altro governo avrebbe potuto far di meglio. Invece penso che qualunque governo non può che far male, da noi, perché così vogliono gli italiani. Per ignoranza, per cecità e per soggezione alla demagogia. Io, difendere il governo?”

A volte le nostre parole ci rivelano il nostro pensiero. Rileggendo quelle frasi, il giorno dopo, mi sono chiesto: ma sono dunque tanto pessimista? E a che cosa conduce un pessimismo estremo?

Il migliore sistema per rispondere a questa domanda è spingere la posizione alle sue ultime conseguenze. In Italia le istituzioni governative sono troppo deboli, la spesa statale è elefantiaca, il debito pubblico è smisurato, lo spirito di servizio e il senso dello Stato (da parte di tutti, cittadini inclusi) sono quasi inesistenti, l’Italia è ancora una “nave senza nocchiero in gran tempesta” e c’è troppa gente che frena ogni possibile correzione di rotta. Ma in questo momento le cause non importano. La realtà è che la nazione è alla disperazione e che il governo non è in grado di dare il colpo di timone che potrebbe (forse) farci evitare gli scogli.

Immaginiamo allora che Silvio Berlusconi dica: “Mi avete seccato. Mi rendete troppo difficile l’impresa di salvare l’Italia. Me ne vado”. E con lui se ne vada questo governo. Si fa un governo diverso e presto il nuovo Primo Ministro sbotta: “Mi rendete troppo difficile l’impresa di salvare l’Italia. Me ne vado anch’io”. E con lui tutti i suoi. Immaginiamo che si scoraggi chiunque cerchi di governare seriamente ma - dal momento che c’è sempre qualcuno felice di sentirsi chiamare “signor ministro” - la conseguenza non sarebbe che non rimarrebbe nessuno a Palazzo Chigi: sarebbe che resisterebbe solo quel governo che non provasse né a governare né a salvare l’Italia. Andreotti è stato un maestro, in questo.

Naturalmente il Paese andrebbe a rotoli ancor più di come va. Si arriverebbe al default, si uscirebbe dall’euro, il debito pubblico scoppierebbe, lo Stato non potrebbe più pagare gli stipendi, mentre i possessori di titoli di Stato, spogliati di tutto, sarebbero furenti. La crisi di Weimar diverrebbe uno scherzo, a paragone.

E allora continuiamo a scendere ad uno ad uno i gradini del pessimismo. Secondo il filosofo, quando la democrazia si degrada in anarchia, l’anarchia fa nascere la dittatura: questo è un esito che nessuno desidera. Ma ammettiamo che non si riesca ad evitare questa tragedia, che si abbia la dittatura e che infine, magari dopo avere risanato lo Stato, la dittatura in un modo o nell’altro finisca. C’è speranza che gli italiani, memori della lezione, permettano al governo di governare? La risposta è purtroppo no. Proprio perché questa esperienza di una situazione che conduce alla dittatura (e alla guerra) l’abbiamo già fatta: e non per questo abbiamo imparato la lezione. Dopo avere avuto (e applaudito) per vent’anni un Duce che pensava e decideva al posto di tutti noi, ora impediamo a tutti di decidere, di attuare le riforme, di fare il necessario per salvare il Paese. Al posto di un Duce, ne abbiamo sessanta milioni che, volendo tutti comandare, si neutralizzano vicendevolmente. Per questo scrivevamo: “Per quanti guai debba soffrire il popolo italiano, non ce n’è uno che non abbia meritato”.

Ma forse stiamo esagerando. Una speranza l’abbiamo. La Cgil ha proclamato lo sciopero generale e chissà che non salvi l’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

26 agosto 2011




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25 agosto 2011
UNA PESSIMA IDEA: PROCESSARE GHEDDAFI

De Gaulle era noto anche per i suoi alti principi e le sue grandi visioni. Un giorno un giornalista gli chiese se fosse realistico, per un politico, occuparsi tanto degli ideali e la risposta fu lapidaria: “Gli ideali muovono il mondo. Sarebbe realistico non tenerne conto?”

Gli ideali che muovono il mondo spesso dipendono dalla filosofia. Karl Marx fu un filosofo di cui sarebbe inutile sottolineare l’importanza nel Ventesimo Secolo. Né è un caso che l’età contemporanea, nei libri, cominci con la Rivoluzione Francese: non perché la Francia sia passata dalla monarchia alla repubblica, ma perché la Révolution tese all’applicazione pratica dei principi dell’Illuminismo.

I philosophes avevano spiegato che il mondo era organizzato male e c’era modo di governarlo meglio. Anche se i girondini, i giacobini e gli altri non ci riuscirono, la forza di quelle idee fu tale che esse vinsero in tutta l’Europa malgrado la Restaurazione. Senza dire che la rivoluzione illuministica aveva trionfato negli Stati Uniti ben prima della Révolution. Ciò ha avuto delle conseguenze fino ad oggi.

Gli statunitensi non pensano che il rispetto dell’individuo, la libertà religiosa, la tolleranza del dissenso, la stampa libera e la democrazia siano qualcosa che loro amano: pensano siano cose che l’Uomo ama. Qualunque uomo. Analogamente pensano che lo Stato abbia lo scopo di rendere possibile una società fondata su quei principi e che, se i suoi responsabili deviano da questo dovere etico, vanno contro l’umanità e commettono un reato. La Germania nazista si trasformò in una dittatura e scatenò una guerra d’aggressione: per conseguenza i suoi dirigenti erano dei delinquenti e furono giudicati nel Processo di Norimberga. Questi principi sono stati adottati dall’intero Occidente il quale oggi non solo crede all’esistenza di un indiscutibile Bene Morale Universale, ma è pronto a giudicare e gettare in galera chi, a suo parere, va contro di esso.

In realtà un processo agli uomini di Stato abbattuti non costituisce un problema, se tenuto all’interno del loro stesso Paese. Che si agisca veramente in nome del diritto o che si attui una vendetta con forme legali, poco importa: i perdenti hanno torto. Il problema nasce quando si reputa che un Tribunale Internazionale possa processare un capo di Stato straniero. Un simile Tribunale potrebbe esistere se ci fossero principi condivisi in tutto il mondo. Purtroppo, non solo il Bene Morale Universale è opinabile, ma lo si può giudicare discutibile nel caso concreto: “La democrazia è ottima ma questo popolo non è maturo ed essa potrebbe essergli dannosa”. Senza dire che l’intero popolo può pensarla diversamente dall’Occidente. Circa un quarto dell’umanità ha approvato a lungo Mao Tse Tung il quale non concedeva nessuna forma di libertà e imprigionava o faceva morire chi non era d’accordo.

Attualmente il Tribunale dell’Aia non opera in base alle idee di tutti, ma in base alle proprie; non processa tutti i colpevoli, cioè anche quelli ancora al potere ma, piuttosto vilmente, solo quelli sconfitti che riesce ad arrestare. Mao Tse Tung non avrebbe potuto essere processato all’Aia perché l’Occidente non aveva la forza di andare a prenderlo. E se ce l’avesse fatta e l’avesse processato, sarebbe stato contro la volontà del suo popolo. Complimenti.

L’idea che non si debba governare imprigionando, uccidendo e scatenando guerre è un’idea lodevole ma è una nostra idea, non la legge del mondo. Ché anzi la politica, da sempre, è spesso attuata con sistemi che ci ripugnano. Dunque non abbiamo nessun diritto di processare Gheddafi.

E c’è di peggio: non vi abbiamo nessun interesse. Un principio generale della polemologia insegna che bisogna sempre lasciare al nemico la possibilità di ritirarsi pressoché indenne, offrendogli l’alternativa tra perdere un po’ la faccia, accettando la sconfitta, e sopravvivere. Se invece non gli si lascia nessuno spiraglio di salvezza (o gli si minaccia un processo che può concludersi anche con una gravissima condanna) chiunque combatterà fino alla morte, rendendo la vittoria molto più costosa. Sempre che si vinca.

Il mondo civile è ubriaco di moralità giuridica. Se potesse, tornerebbe indietro per processare Cesare, dopo il Rubicone, Hernán Cortez per la guerra d’aggressione e tutti i governanti del Cinquecento per le guerre di religione. Non si finirebbe mai. E in Italia abbiamo il record. Qui molti amerebbero vedere i magistrati al potere col solo compito di buttare in galera i deputati e senatori. Come se il massimo trattato sulla Politica non fosse il Principe di Machiavelli ma il Codice Penale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 agosto 2011




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24 agosto 2011
IL COLPEVOLE DELLA CRISI EUROPEA

Quando all’università si studiano “Macchine” non si parte dal computer o dai motori a reazione, si parte dalle “macchine semplici”: la leva, la carrucola, il piano inclinato. Il principio è che, prima di capire le cose complicate, bisogna capire quelle elementari. E poi ricordare che le complicate possono essere più difficili delle elementari ma non possono contraddirle.

Lo stesso vale per l’economia. I trattati sono irti di formule, modelli e diagrammi capaci di spaventare chiunque, ma non possono smentire i principi fondamentali, banali, terra terra, di cui sono in possesso anche gli analfabeti: non si può spendere più di quanto si guadagna, per esempio; il futuro è imprevedibile; nessuno dà niente per niente… anche se oggi è di moda esprimere questo concetto con le parole di Milton Friedman: “Nessun pasto è gratis”.

Per tornare alle cose elementari immaginiamo un’Europa priva del denaro. La mancanza della moneta renderebbe gli scambi enormemente più difficili ma non impossibili. Bisognerebbe stabilire quante copie del dizionario Zingarelli bisognerebbe dare per una mountain bike e a quante mucche da latte corrisponderebbe una Nuova 5oo Fiat. Il baratto ha molti inconvenienti e per questo nasce l’esigenza di far riferimento ad un bene unico, indefinitamente frazionabile e appetito da tutti: l’oro. Il dizionario vale due grammi, la mountain bike vale tre grammi, l’automobile parecchio di più. E l’inflazione sarebbe impossibile: infatti la quantità d’oro in circolazione (salvo il momento dopo la scoperta dell’America) è più o meno costante.

I biglietti di banca che nessuno può rifiutare in pagamento - la cosiddetta “moneta cartacea a corso forzoso” – sostituirebbero validamente il baratto ed anche l’oro se gli Stati li mantenessero in quantità costante. L’unica differenza sarebbe che mentre l’oro, oltre ad essere una moneta, è un bene in sé, anche sotto forma di metallo non lavorato, la cartamoneta non è un bene in sé: è solo una forma di titolo di credito nei confronti della collettività: “Ho fatto un certo lavoro per qualcuno, che mi ha riconosciuto il diritto di avere qualcosa in cambio, anche se non da lui, ma da un altro; il quale a sua volta, ottenuto il mio biglietto, avrà il diritto di chiedere ad un terzo qualcosa per quel valore e via di seguito, fino a creare la circolazione monetaria”.

Il sistema sarebbe perfetto se i governanti fossero onesti. Ma non lo sono. Quando ancora circolavano monete auree, i re cominciarono a barare. La moneta avrebbe dovuto essere, poniamo, di cinque grammi d’oro, e all’inizio lo era. Poi, mantenendo il valore di “cinque grammi d’oro”, i re limavano le monete, fino a portarle, per esempio, a quattro grammi e settantacinque o quattro grammi e mezzo, pur non cambiando il valore facciale. Una truffa in commercio. Se i sovrani erano in grado di barare con la circolazione aurea, figurarsi con le banconote, quando basta stamparne un po’ di più e spenderle come fossero oro. Ma la cosa provoca inflazione. Eccone un esempio. Uno Stato ha centomila dipendenti che protestano. Con il gold standard (circolazione aurea) se il Tesoro non avesse di che per farli contenti, gli impiegati dovrebbero o rassegnarsi o fare la rivoluzione. Con la cartamoneta, quale Stato rischierebbe la rivoluzione se, stampando un po’ di carta in più, risolverebbe il problema?

Il punto è che purtroppo il problema non sarebbe risolto. Aumentando le banconote non per questo aumentano i beni che con esse si possono comprare. Se prima c’erano mille beni e mille biglietti di banca, e un bene valeva 1 biglietto, ora che i biglietti sono 1.100, e i beni sono rimasti mille, per comprarli si richiedono 1,1 biglietti di banca. Lo Stato fa contenti i suoi impiegati a spese della collettività. L’inflazione fa felici i primi prenditori del denaro in più, ma a spese di tutti gli altri. Nessun pasto è gratis.

Se lo Stato vuole evitare l’inflazione, può farsi prestare il denaro da qualcuno e far contenti con quello gli impiegati del nostro esempio. Il guaio è però che i creditori hanno la brutta abitudine di voler essere rimborsati. A questo problema a volte, in passato, i sovrani hanno trovato una soluzione brillante. Il re di Francia ha detto ai banchieri toscani: “Non vi pago e basta”. Ma gli Stati moderni rischiano di più. L’Argentina ancora oggi è uno Stato paria, dal punto di vista finanziario internazionale, proprio perché ha mancato agli impegni.

Il discorso va allargandosi e potrebbe andare ancora molto avanti, ma la conclusione è già chiara: i problemi dell’Europa, dell’euro, di Stati come la Grecia risalgono ad un’unica matrice: gli Stati credono di saperla più lunga delle massaie e barano.

Né i popoli sono innocenti. Sono come i bambini per i quali papà può comprare qualunque giocattolo, solo che lo voglia. E i governanti si lasciano trascinare dalla demagogia. Alla fine il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

24 agosto 2011




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22 agosto 2011
DISCUTIBILE INTERVENTO DI NAPOLITANO

Tolta la parte che riguarda l’unità d’Italia, la sostanza del lunghissimo intervento di Giorgio Napolitano a Rimini si compone di due temi. Una parte di legittima retorica e una parte più precisamente politica. Un esempio della parte predicatoria è l’invito a “ridare vigore e continuità allo sviluppo economico, sociale e civile, far ripartire la crescita in condizioni di stabilità finanziaria, non rischiando di perdere via via terreno in seno all'Europa e nella competizione globale, di vedere frustrate energie e potenzialità ben presenti e visibili nel Paese, di lasciare insoddisfatte esigenze e aspettative popolari e giovanili e di lasciar aggravare contraddizioni, squilibri, tensioni di fondo”. Tutti d’accordo, naturalmente.

La parte politica riguarda “la crisi che stiamo attraversando”. E qui bisognerà perdonare le numerose citazioni. Il Pdr intende parlare “il linguaggio della verità”e questa premessa ha il suo valore: significa che altri questo linguaggio non l’hanno usato. È vero che, abilmente, il Presidente usa la prima persona plurale: “Abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità ? Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni…”: ma è un noto artificio retorico col quale si fa finta di mettersi fra i colpevoli. Egli infatti non ha colpe. Se non ha parlato prima in termini così drammatici non è solo perché – come tutti – non aveva previsto l’attuale crisi borsistica, ma è anche perché non aveva il dovere di farlo. E non è colpevole l’opposizione perché in termini drammatici ha sempre parlato: è il suo mestiere. Il colpevole, per Napolitano, è il governo. È Silvio Berlusconi il quale ignora principi elementari: “dare fiducia non significa alimentare illusioni; non si da fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie, minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà…”.

A dire il vero nessuno conosce il futuro e Napolitano dimentica alcuni principi elementari. Se gli operatori di Borsa avessero previsto - non tre anni fa, come dice il Presidente, ma solo tre mesi fa - il crollo attuale, avrebbero cominciato a vendere già allora e il crollo si sarebbe avuto tre mesi fa. La Borsa non si occupa del presente, si occupa del futuro. Se tre mesi fa non ci sono state le vendite massicce che portano ai ribassi, è segno che nessuno prevedeva la crisi di questi giorni. E d’altra parte, se il governo si fosse messo a emettere proclami pessimisti e drammatici avrebbe esso stesso determinato la crisi di Borsa.

Lui chiede: “Possibile che si sia esitato a riconoscere la criticità della nostra situazione e la gravità effettiva delle questioni, perché le forze di maggioranza e di governo sono state dominate dalla preoccupazione di sostenere la validità del proprio operato, anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea?” Noi chiediamo: possibile che si accusi un governo, qualunque governo, di avere incoraggiato l’ottimismo? Possibile che si accusi un governo di non avere provocato il panico?

Il Presidente, per ragioni di equanimità, prova a bacchettare l’opposizione. “Possibile che da parte delle forze di opposizione, ogni criticità della condizione attuale del paese sia stata ricondotta a omissioni e colpe del governo, della sua guida e della coalizione su cui si regge?” Ma è facile rispondergli che l’opposizione non ha la responsabilità della guida del Paese. Essa può criticare il governo nel modo che crede più opportuno. E poi, se avesse dato la colpa della situazione ai mercati, agli speculatori stranieri o all’Unione Europea, sarebbe cambiato qualcosa?

Né ha senso accusare l’asprezza dello scontro politico. Se gli italiani sono così, se oggi, riportando il suo intervento, l’articolo di Massimo Giannini su “Repubblica”(2) è un concentrato di veleni contro il governo, che cosa crede di ottenere, il Presidente, dicendo che “Il prezzo che si paga per il prevalere - nella sfera della politica - di calcoli di parte e di logiche di scontro sta diventando insostenibile”? L’opposizione ha solo la politica dell’antiberlusconismo e da tempo non ne trova un’altra.

Dopo avere accusato l’esecutivo di avere illuso l’Italia negli ultimi tre anni (cioè il governo Berlusconi, come quell’opposizione che poco prima aveva criticato) Napolitano dice: “E' da vent'anni che… al di là di temporanee riduzioni del rapporto tra deficit e prodotto lordo, non siamo riusciti ad avviare un deciso abbattimento del nostro debito pubblico” e “lasciare quell'abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle delle generazioni più giovani e di quelle future significherebbe macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale”. Ancora una volta il Presidente sembra non avere idea di quale debito pubblico gravi su ogni famiglia italiana. Non solo non lo rimborseremo a breve, non solo non lo rimborseremo nei prossimi dieci anni, quale che sia la politica adottata, ma forse non lo rimborseremo mai. A meno che non ci sia una guerra o un’inflazione come quella del tempo di Weimar. È grasso che cola se lo Stato riesce a rimborsare i titoli in scadenza e a piazzarne altri. L’ottimismo e la retorica, in questo campo, sono difficili da tollerare.

L’osannato discorso è stato inutile per la parte retorica e criticabile per la parte politica.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

22 agosto 2011

(1)http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2011/discorso-napolitano-210811.pdf

(2)http://www.repubblica.it/politica/2011/08/22/news/verit_democrazia-20718489/?ref=HREC1-2




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21 agosto 2011
RIESAMINANDO LA PRIMAVERA ARABA

di George Friedman

Mi scuso, ma sarebbe troppo faticose ricostruire tutti gli "a capo". Chi vuole una lettura più facile, si sposti su pardonuovo.myblog.it.

(George Friedman è uno dei più noti competenti mondiali di geopolitica. Lo stile e la brevità non sono le sue prime preoccupazioni, ma la quantità di dati e la penetrazione dell’analisi sono eccezionali. L'articolo è offerto a coloro che si interessano dell'argomento. G.P.) Il 17 dicembre del 2010 Mohammed Bouazizi, un venditore ambulante tunisino, si dette alle fiamme per attuare una pubblica protesta. Questo immolarsi per la causa dette il via a dei moti, in Tunisia, e per finire alle dimissioni del Presidente Zine El Abidine Ben Ali. Ciò fu seguito da altri moti, in un certo numero di Paesi arabi, che furono battezzati dalla stampa mondiale “Primavera araba”. L’analisi normale della situazione era che dei regimi oppressivi erano stati seduti su un vulcano di insoddisfazione liberal-democratica. La credenza era che la Primavera Araba fosse una sollevazione politica di masse che chiedevano riforme liberal-democratiche e che questa sollevazione, sostenuta dalle democrazie occidentali, avrebbe generato un vento di cambiamento in tutto il mondo arabo. Ora sono passati più di sei mesi dal momento dell’inizio della Primavera Araba ed è importante fare il punto su ciò che è avvenuto e su ciò che non è avvenuto. Le ragioni per la diffusa irrequietezza vanno oltre il mondo arabo, benché, ovviamente, le dinamiche all’interno di quel mondo sono importanti in sé e per sé. Comunque, l’opinione che ci sia stata una Primavera Araba ha aiutato a dar forma alla politica europea ed americana nella regione e nel mondo. Se i postulati dei mesi di gennaio e febbraio si dimostrano insufficienti o perfino sbagliati, questo comporterà conseguenze regionali e globali. È importante cominciare dal fatto che, attualmente, nessun regime è caduto nel mondo arabo. Degli individui, come il tunisino Ben Ali e il Presidente egiziano Hosni Mubarak, sono stati sostituiti, ma gli stessi regimi, che rappresentano il modo di governare, non sono cambiati. Alcuni regimi hanno subito massicci attacchi ma non sono caduti, come nel caso della Libia, della Siria e dello Yemen. E in molti Paesi, come la Giordania, i moti non sono mai arrivati a minacciare realmente il regime. Il genere di rapido e completo collasso che abbiamo visto nell’Europa Orientale nel 1989, con la caduta del comunismo, non si è verificato nel mondo arabo. Cosa ancor più importante, i cambiamenti di regime che potrebbero derivare dalle guerre civili in Libia e in Siria non è detto che siano vittoriosi, quelli che saranno vittoriosi non è detto che siano chiaramente democratici e quelli che saranno democratici ovviamente non saranno liberali. Il mito che sotto la pelle di ogni libico c’è un repubblicano francese che muore dalla voglia di respirare liberamente è dubbio al massimo grado. Consideriamo il caso di Mubarak, che è stato espulso dalla carica e messo sotto processo, benché il regime – un modo di governare nel quale i militari rimangono l’arbitro principale dello Stato – rimanga intatto. L’Egitto ora è governato da un comitato di comandanti militari, i quali tutti hanno fatto parte del regime di Mubarak. Le elezioni stanno per essere celebrate, ma l’opposizione è profondamente divisa fra islamisti e secolaristi, e a loro volta queste fazioni hanno al loro interno fratture personali ed ideologiche. È piuttosto tenue la probabilità che emerga un potente presidente democratico che al Cairo controlli i focosi ministri e l’apparato militare e delle forze di sicurezza del Paese. La giunta militare egiziana si sta già dando da fare per sopprimere gli elementi che sono troppo radicali o troppo imprevedibili. La domanda importante è: perché questi regime sono stati capaci di sopravvivere? In una vera rivoluzione, il regime perde il potere. Le forze anticomuniste schiacciarono il governo comunista polacco, nel 1989, senza tener conto delle divisioni all’interno dell’opposizione. I regimi al potere non ebbero la forza di determinare il loro proprio futuro, per non parlare del futuro dei loro Paesi. Ci fu una transizione, ma non furono essi a guidarla. Similmente, nel 1979, quando fu rovesciato lo Shah di Iran, non furono i suoi militari e agenti di sicurezza quelli che organizzarono la transizione dopo che lo Shah lasciò il Paese. Essi erano quelli che venivano processati. Ci sono stati dei disordini, in Egitto, nel gennaio e nel febbraio 2011, ma l’idea che essi costituissero una rivoluzione ha duramente sbattuto contro la realtà dell’Egitto e contro ciò cui veramente somigliano le rivoluzioni. Ci sono stati tre principi che hanno dato forma alla narrativa occidentale riguardo alla Primavera Araba. La prima era che questi regimi erano terribilmente impopolari. La seconda era che l’opposizione rappresentava la schiacciante maggioranza del popolo. La terza era che una volta che i moti erano cominciati, niente poteva fermarli. Aggiungete a tutto questo la nozione che i media sociali facilitavano l’organizzazione della rivoluzione e può essere facilmente capita la credenza che la regione era nel mezzo di una trasformazione radicale. È stato in Libia che queste proposizioni hanno creato i più seri problemi. La Tunisia e l’Egitto non erano sottoposti ad una grandissima influenza esterna. La Libia divenne il centro di un significativo intervento occidentale. Muhammar Gheddafi aveva governato la Libia per quasi 42 anni. Non avrebbe potuto comandare per un tempo così lungo senza un notevole sostegno. Questo non significava che egli avesse il sostegno della maggioranza (o che non l’avesse). Significava semplicemente che la sopravvivenza del suo regime non interessava soltanto un pugno di persone, ma al contrario a una grande rete di libici che beneficiavano del regime di Gheddafi e rischiavano di perdere molto, se lui fosse caduto. Era dunque preparati a combattere per il suo regime. L’opposizione al rais era reale, ma la sua pretesa di rappresentare la schiacciante maggioranza del popolo libico era dubbia. Molti dei suoi leader avevano partecipato al regime di Gheddafi ed è dubbio che siano stati selezionati per i loro posti governativi a causa della loro personale popolarità. Altri erano membri di tribù che si opponevano al regime ma che non erano vicendevolmente molto amichevoli. In base alla mitologia della Primavera Araba, la coalizione orientale rappresentava la rabbia unita del popolo libico contro l’oppressione di Gheddafi. Gheddafi era debole ed isolato, alla guida di un esercito che gli era ancora fedele e poteva vendicarsi terribilmente del popolo libico. Ma se l’Occidente avesse dimostrato che era capace di prevenire il massacro a Benghazi, i militari si sarebbero resi conto del loro isolamento e sarebbero passati ai ribelli. Non è andata così. In primo luogo, il regime di Gheddafi era qualcosa di più di un semplice pugno di persone che terrorizzava la popolazione. Certo, era un regime brutale, ma non era sopravvissuto per 42 anni basandosi solo su questo. Aveva un sostanzioso sostegno da parte dei militari e fra le tribù più importanti. Se questa fosse la maggioranza è poco chiaro quanto è poco chiaro che la coalizione orientale fosse la maggioranza. Ma era certamente un gruppo abbastanza consistente che aveva molte ragioni per combattere e molto da perdere se il regime fosse caduto. Sicché contrariamente alle aspettative dell’Occidente, il regime ha continuato a combattere e a mantenere la fedeltà di un consistente numero di persone. Nel frattempo, l’alleanza orientale ha continuato a sopravvivere sotto la protezione della Nato ma non è stata in grado di formare un governo unitario, capace di rovesciare Gheddafi. Ma la cosa più importante è sempre stata la natura dubbia dell’asserzione secondo cui ciò che sarebbe emerso, se i ribelli effettivamente avessero sconfitto Gheddafi, sarebbe stato un regime democratico, per non parlare di una democrazia liberale: e questo è divenuto sempre più chiaro a mano a mano che la guerra è divenuta di logoramento. Chiunque sostituisse Gheddafi non è sicuro che sarebbe chiaramente superiore a lui, e questo la dice lunga. Un processo molto simile ha luogo in Siria. Lì, il governo di minoranza alauita della famiglia al Assad, che ha governato la Siria per 41 anni, fronteggia una sollevazione condotta dalla maggioranza sunnita, o almeno una parte di loro. Di nuovo, il postulato era che il regime era illegittimo e per conseguenza debole, e sarebbe crollato di fronte ad una resistenza organizzata. Questo postulato si è rivelato sbagliato. È certo vero che il regime di al Assad si fonda su un governo di minoranza, ma ha il sostengo sostanziale dei militari, in cui prevalgono quelli di religione alauita, che guidano una forza di coscritti largamente sunnita. I militari hanno beneficiato in modo inimmaginabile del regime degli Assad e, di fatto, sono loro che li hanno portati al potere. Ciò che gli Assad sono stati molto attenti a curare è stato che il regime fosse vantaggioso per i militari e le forze di sicurezza, in modo che rimanessero fedeli al regime. E fin qui, lo sono stati largamente. Il pericolo che il regime tiene d’occhio è il numero crescente di tensioni e di divisioni all’interno di un esercito dominato dagli alauiti che potrebbe creare spaccature all’interno della comunità alauita e l’esercito stesso, facendo aumentare il potenziale che potrebbe condurre ad un colpo militare. In parte, questi leader arabi non hanno dove andare. I più alti gradi militari potrebbero essere processati all’Aia e i gradi inferiori potrebbero essere puniti dai ribelli. C’è una regola, in guerra, la quale comanda di lasciar sempre al nemico abbastanza spazio per ritirarsi. I sostenitori di Assad, come i sostenitori di Gheddafi e i sostenitori di Ali Abdullah Saleh dello Yemen non hanno spazio per ritirarsi. Così essi hanno combattuto per mesi, e non è affatto chiaro se presto capitoleranno o no. I governi stranieri, dagli Stati Uniti alla Turchia, hanno espresso la loro esasperazione, riguardo ai siriani, ma nessuno ha preso seriamente in considerazione un intervento. Ci sono due ragioni, per questo: in primo luogo, dopo l’intervento in Libia, ognuno è divenuto meno propenso a presumere la debolezza dei regimi arabi e nessuno desidera un regolamento di conti sul terreno con i militari siriani disperati. In secondo luogo, gli osservatori sono divenuti prudenti nell’affermare che moti molto diffusi costituiscano una rivoluzione popolare oppure che i rivoluzionari necessariamente desiderano creare una democrazia liberale. I sunniti in Siria potrebbero certo desiderare una democrazia, ma essi potrebbero altrettanto bene essere interessati a creare uno stato “islamico” sunnita. Sapendo che è importante stare attenti a ciò che si desidera, ognuno sembra inviare severi moniti a Damasco senza fare null’altro. La Siria è un caso interessante perché essa è, forse, l’unico punto in cui attualmente Iran ed Israele sono d’accordo. L’Iran ha investito molto nel regime di al Assad e guarda con sospetto ad un aumento del potere sunnita in Siria. Israele è altrettanto preoccupato che il regime di al Assad – un demonio noto e prevedibile dal punto di vista israeliano – potrebbe crollare ed essere sostituito da un regime islamista sunnita unito da stretti vincoli con Hamas e ciò che rimane di Al Qaeda nel Levante. Queste sono paure, non certezze, ma le paure creano strani compagni di letto. Dalla fine del 2010 abbiamo visto tre generi di sollevazioni nel mondo arabo. Le prime sono quelle che hanno semplicemente fatto il solletico al regime. Le secondo sono quelle che hanno creato un cambiamento nei leaders ma non nella maniera in cui il Paese è governato. Le terze sono quello che si sono strasformate in guerre civili, come in Libia o nello Yemen. C’è anche il caso interessante del Bahrain, dove il regime è stato salvato dall’intervento dell’Arabia Saudita, ma mentre la sollevazione lì si è conformata al normale modello della Primavera Araba – speranze fallite – la situazione appartiene ad una classe differente, presa nella morsa fra il potere saudita e quello iraniano. I tre esempi non significano che non ci sia scontento nel mondo arabo o un desiderio di cambiamento. Non significano che il cambiamento non si avrà, o che lo scontento non assumerà sufficiente forza per rovesciare i regimi. Ma essi non significano neppure che qualunque cosa ne venga fuori saranno Stati liberal-democratici che piacciano agli americani e agli europei. Questa diviene la parte geopoliticamente significativa della storia. Fra gli europei, nel Dipartimento di Stato statunitense e nell’amministrazione Obama c’è un’ideologia dei diritti umani: l’idea che uno dei maggiori impegni degli Stati occidentali dovrebbe essere quello di fornire sostengo alla creazione di regimi che somiglino ai loro. Questo presuppone tutte le cose che abbiamo discusso: che ci sia un possente scontento negli Stati oppressivi, che lo scontento è abbastanza potente per rovesciare i regimi e che ciò che segue sarebbe la sorta di regime con cui l’Occidente sarebbe in grado di collaborare. Il problema non è se i diritti umani siano importanti ma se sostenere i moti di piazza negli Stati repressivi automaticamente rafforzi i diritti umani. Un importante esempio si è avuto in Iran nel 1979, quando l’opposizione all’oppressione del governo dello Shah fu percepita come un movimento verso la democrazia liberale. Ciò che seguì può darsi sia stato democratico ma certo non liberale. Di fatto, molti dei miti della Primavera Araba hanno le loro radici sia nella Rivoluzione Iraniana del 1979 e più tardi nel Movimento Verde del 2009, in Iran, quando una sparuta sollevazione, facilmente schiacciata dal regime, fu vista da tutti come una massiccia opposizione e diffuso sostegno per la liberalizzazione. Il mondo è più complicato e più vario di come si pensa. Come abbiamo visto nella Primavera Araba, i regime oppressivi non hanno sempre da affrontare sollevazioni di massa e un moto di piazza non significa necessariamente sostegno dalle masse. Né le alternative sono necessariamente più appetibili di ciò che avveniva prima né il malcontento dell’Occidente è lontanamente tanto temibile quanto gli occidentali amano pensare. La Libia è un caso esemplare delle conseguenze di dar inizio ad una guerra con forze insufficienti. La Siria costituisce un caso convincentissimo sui limiti del potere morbido. L’Egitto e la Tunisia rappresentano un caso da manuale dell’importanza di non illudere se stessi. Il perseguimento dei diritti umani richiede una chiarezza senza infingimenti riguardo a chi si sta sostenendo e riguardo a quali sono le sue possibilità di successo. È importante ricordare che non sono i sostenitori occidentali dei diritti umani quelli che soffrono le conseguenze delle sollevazioni fallite, delle guerre civili o dei regimi rivoluzionari che si impegnano in cause che sono tutt’altro che la democrazia liberale. Una cattiva lettura della situazione può anche creare gratuiti problemi geopolitici. La caduta del regime egiziano, per quanto improbabile ciò appaia attualmente, potrebbe benissimo generare tanto un regime islamista quanto una democrazia liberale. La sopravvivenza del regime di al Assad potrebbe condurre a più massacri di quelli che abbiamo visti e ad una base molto più solida per l’Iran. Nessun regime è ancora caduto, dall’inizio della Primavera Araba, ma quando essi lo faranno sarà importante ricordare il 1979 e la convinzione che nulla poteva essere peggiore dell’Iran dello Shah, moralmente e geopoliticamente. E in realtà nessuna delle due cose era vera. Questo non significa che non ci sono persone, nel mondo arabo, che desiderano una democrazia liberale. Significa semplicemente che non sono forti abbastanza per far cadere i regimi o mantenere il controllo dei nuovi regimi, nel caso in cui dovessero riuscirci. La Primavera Araba è, soprattutto, un testo fondamentale sulle conseguenze delle auto-illusioni di fronte al mondo reale. George Friedman (Trad. di Gianni Pardo)

 

On Dec. 17, 2010, Mohammed Bouazizi, a Tunisian street vendor, set himself on fire in a show of public protest. The self-immolation triggered unrest in Tunisia and ultimately the resignation of President Zine El Abidine Ben Ali. This was followed by unrest in a number of Arab countries that the global press dubbed the “Arab Spring.” The standard analysis of the situation was that oppressive regimes had been sitting on a volcano of liberal democratic discontent. The belief was that the Arab Spring was a political uprising by masses demanding liberal democratic reform and that this uprising, supported by Western democracies, would generate sweeping political change across the Arab world. It is now more than six months since the beginning of the Arab Spring, and it is important to take stock of what has happened and what has not happened. The reasons for the widespread unrest go beyond the Arab world, although, obviously, the dynamics within that world are important in and of themselves. However, the belief in an Arab Spring helped shape European and American policies in the region and the world. If the assumptions of this past January and February prove insufficient or even wrong, then there will be regional and global consequences. It is important to begin with the fact that, to this point, no regime has fallen in the Arab world. Individuals such as Tunisia’s Ben Ali and Egyptian President Hosni Mubarak have been replaced, but the regimes themselves, which represent the manner of governing, have not changed. Some regimes have come under massive attack but have not fallen, as in Libya, Syria and Yemen. And in many countries, such as Jordan, the unrest never amounted to a real threat to the regime. The kind of rapid and complete collapse that we saw in Eastern Europe in 1989 with the fall of communism has not happened in the Arab world. More important, what regime changes that might come of the civil wars in Libya and Syria are not going to be clearly victorious, those that are victorious are not going to be clearly democratic and those that are democratic are obviously not going to be liberal. The myth that beneath every Libyan is a French republican yearning to breathe free is dubious in the extreme. Consider the case of Mubarak, who was forced from office and put on trial, although the regime — a mode of governing in which the military remains the main arbiter of the state — remains intact. Egypt is now governed by a committee of military commanders, all of whom had been part of Mubarak’s regime. Elections are coming, but the opposition is deeply divided between Islamists and secularists, and personalities and ideological divisions in turn divide these factions. The probability of a powerful democratic president emerging who controls the sprawling ministries in Cairo and the country’s security and military apparatus is slim, and the Egyptian military junta is already acting to suppress elements that are too radical and too unpredictable. The important question is why these regimes have been able to survive. In a genuine revolution, the regime loses power. The anti-communist forces overwhelmed the Polish Communist government in 1989 regardless of the divisions within the opposition. The sitting regimes were not in a position to determine their own futures, let alone the futures of their countries. There was a transition, but they were not in control of it. Similarly, in 1979, when the Shah of Iran was overthrown, his military and security people were not the ones managing the transition after the shah left the country. They were the ones on trial. There was unrest in Egypt in January and February 2011, but the idea that it amounted to a revolution flew in the face of the reality of Egypt and of what revolutions actually look like. Shaping the Western Narrative There were three principles shaping the Western narrative on the Arab Spring. The first was that these regimes were overwhelmingly unpopular. The second was that the opposition represented the overwhelming will of the people. The third was that once the unrest began it was unstoppable. Add to all that the notion that social media facilitated the organization of the revolution and the belief that the region was in the midst of a radical transformation can be easily understood. It was in Libya that these propositions created the most serious problems. Tunisia and Egypt were not subject to very much outside influence. Libya became the focus of a significant Western intervention. Moammar Gadhafi had ruled Libya for nearly 42 years. He could not have ruled for that long without substantial support. That didn’t mean he had majority support (or that he didn’t). It simply meant that the survival of his regime did not interest only a handful of people, but that a large network of Libyans benefitted from Gadhafi’s rule and stood to lose a great deal if he fell. They were prepared to fight for his regime. The opposition to him was real, but its claim to represent the overwhelming majority of Libyan people was dubious. Many of the leaders had been part of the Gadhafi regime, and it is doubtful they were selected for their government posts because of their personal popularity. Others were members of tribes that were opposed to the regime but not particularly friendly to each other. Under the mythology of the Arab Spring, the eastern coalition represented the united rage of the Libyan people against Gadhafi’s oppression. Gadhafi was weak and isolated, wielding an army that was still loyal and could inflict terrible vengeance on the Libyan people. But if the West would demonstrate its ability to prevent slaughter in Benghazi, the military would realize its own isolation and defect to the rebels. It didn’t happen that way. First, Gadhafi’s regime was more than simply a handful of people terrorizing the population. It was certainly a brutal regime, but it hadn’t survived for 42 years on that alone. It had substantial support in the military and among key tribes. Whether this was a majority is as unclear as whether the eastern coalition was a majority. But it was certainly a substantial group with much to fight for and a great deal to lose if the regime fell. So, contrary to expectations in the West, the regime has continued to fight and to retain the loyalty of a substantial number of people. Meanwhile, the eastern alliance has continued to survive under the protection of NATO but has been unable to form a united government or topple Gadhafi. Most important, it has always been a dubious assertion that what would emerge if the rebels did defeat Gadhafi would be a democratic regime, let alone a liberal democracy, and this has become increasingly obvious as the war has worn on. Whoever would replace Gadhafi would not clearly be superior to him, which is saying quite a lot. A very similar process is taking place in Syria. There, the minority Alawite government of the al Assad family, which has ruled Syria for 41 years, is facing an uprising led by the majority Sunnis, or at least some segment of them. Again, the assumption was that the regime was illegitimate and therefore weak and would crumble in the face of concerted resistance. That assumption proved wrong. The al Assad regime may be running a minority government, but it has substantial support from a military of mostly Alawite officers leading a largely Sunni conscript force. The military has benefited tremendously from the Assad regime — indeed, it brought it to power. The one thing the al Assads were careful to do was to make it beneficial to the military and security services to remain loyal to the regime. So far, they largely have. The danger for the regime looking forward is if the growing strain on the Alawite-dominated army divisions leads to fissures within the Alawite community and in the army itself, raising the potential for a military coup. In part, these Arab leaders have nowhere to go. The senior leadership of the military could be tried in The Hague, and the lower ranks are subject to rebel retribution. There is a rule in war, which is that you should always give your enemy room to retreat. The al Assad supporters, like the Gadhafi supporters and the supporters of Yemen’s Ali Abdullah Saleh, have no room to retreat. So they have fought on for months, and it is not clear they will capitulate anytime soon. Foreign governments, from the United States to Turkey, have expressed their exasperation with the Syrians, but none has seriously contemplated an intervention. There are two reasons for this: First, following the Libya intervention, everyone became more wary of assuming the weakness of Arab regimes, and no one wants a showdown on the ground with a desperate Syrian military. Second, observers have become cautious in asserting that widespread unrest constitutes a popular revolution or that the revolutionaries necessarily want to create a liberal democracy. The Sunnis in Syria might well want a democracy, but they might well be interested in creating a Sunni “Islamic” state. Knowing that it is important to be careful what you wish for, everyone seems to be issuing stern warnings to Damascus without doing very much. Syria is an interesting case because it is, perhaps, the only current issue that Iran and Israel agree on. Iran is deeply invested in the al Assad regime and wary of increased Sunni power in Syria. Israel is just as deeply concerned that the al Assad regime — a known and manageable devil from the Israeli point of view — could collapse and be replaced by a Sunni Islamist regime with close ties to Hamas and what is left of al Qaeda in the Levant. These are fears, not certainties, but the fears make for interesting bedfellows. Since late 2010, we have seen three kinds of uprisings in the Arab world. The first are those that merely brushed by the regime. The second are those that created a change in leaders but not in the way the country was run. The third are those that turned into civil wars, such as Libya and Yemen. There is also the interesting case of Bahrain, where the regime was saved by the intervention of Saudi Arabia, but while the rising there conformed to the basic model of the Arab Spring — failed hopes — it lies in a different class, caught between Saudi and Iranian power. The three examples do not mean that there is not discontent in the Arab world or a desire for change. They do not mean that change will not happen, or that discontent will not assume sufficient force to overthrow regimes. They also do not mean that whatever emerges will be liberal democratic states pleasing to Americans and Europeans. This becomes the geopolitically significant part of the story. Among Europeans and within the U.S. State Department and the Obama administration is an ideology of human rights — the idea that one of the major commitments of Western countries should be supporting the creation of regimes resembling their own. This assumes all the things that we have discussed: that there is powerful discontent in oppressive states, that the discontent is powerful enough to overthrow regimes, and that what follows would be the sort of regime that the West would be able to work with. The issue isn’t whether human rights are important but whether supporting unrest in repressive states automatically strengthens human rights. An important example was Iran in 1979, when opposition to the oppression of the shah’s government was perceived as a movement toward liberal democracy. What followed might have been democratic but it was hardly liberal. Indeed, many of the myths of the Arab Spring had their roots both in the 1979 Iranian Revolution and later in Iran’s 2009 Green Movement, when a narrow uprising readily crushed by the regime was widely viewed as massive opposition and widespread support for liberalization. The world is more complicated and more varied than that. As we saw in the Arab Spring, oppressive regimes are not always faced with massed risings, and unrest does not necessarily mean mass support. Nor are the alternatives necessarily more palatable than what went before or the displeasure of the West nearly as fearsome as Westerners like to think. Libya is a case study on the consequences of starting a war with insufficient force. Syria makes a strong case on the limits of soft power. Egypt and Tunisia represent a textbook lesson on the importance of not deluding yourself. The pursuit of human rights requires ruthless clarity as to whom you are supporting and what their chances are. It is important to remember that it is not Western supporters of human rights who suffer the consequences of failed risings, civil wars or revolutionary regimes that are committed to causes other than liberal democracy. The misreading of the situation can also create unnecessary geopolitical problems. The fall of the Egyptian regime, unlikely as it is at this point, would be just as likely to generate an Islamist regime as a liberal democracy. The survival of the al Assad regime could lead to more slaughter than we have seen and a much firmer base for Iran. No regimes have fallen since the Arab Spring, but when they do it will be important to remember 1979 and the conviction that nothing could be worse than the shah’s Iran, morally or geopolitically. Neither was quite the case. This doesn’t mean that there aren’t people in the Arab world who want liberal democracy. It simply means that they are not powerful enough to topple regimes or maintain control of new regimes even if they did succeed. The Arab Spring is, above all, a primer on wishful thinking in the face of the real world.




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21 agosto 2011
LE LICENZE DEI FARMACISTI, DEI TASSISTI, DEI TABACCAI

Ieri un articolo sul “Corriere della Sera”(1) prospettava l’intenzione del governo di attuare una drastica liberalizzazione: “Negozi in città aperti anche di domenica, a Ferragosto o Natale”; “Addio anche al numero chiuso per tabaccai, edicole, farmacie, taxi e per tutte le attività contingentate in base al bacino di utenza”; “Nella manovra di Ferragosto è espresso un principio di liberalizzazioni tout-court: ‘L'iniziativa e l'attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge’ ”; “Dunque le licenze non avranno più vincoli per ‘area geografica, popolazione e criteri di fabbisogno’: ci potrebbero essere due farmacie o due tabaccherie nella stessa strada”.

Qualche giorno fa, proprio su un quotidiano on-line, www.DailyBlog.it, un articolo sosteneva la tesi che il governo, in Italia, non ha tutti i poteri e tutte le responsabilità che l’opinione pubblica gli attribuisce. Per evitare di sembrare che si parlasse in favore dell’attuale maggioranza, si parlava del tentativo di Pierluigi Bersani, allora ministro di sinistra di un governo di sinistra, di modificare la regolamentazione dei taxi nelle varie città, e in particolare a Roma, provocando una sollevazione che portò il governo a fare marcia indietro. Una simile sollevazione si è avuta su DailyBlog (e non sugli altri giornali on-line, chissà perché) da parte di molti tassisti i quali si sono sgolati a dimostrare che il provvedimento di Bersani era sbagliato. A nulla è valso far ripetutamente rilevare che non si sosteneva l’opportunità del provvedimento e interessava solo la forza di governare di un esecutivo: la voglia di protestare era più forte di tutto. Ancora una volta non si prende posizione a favore o contro i tassisti, a favore o contro Bersani, ma si approfitta dell’episodio per porre il problema: se le resistenze ad un provvedimento sono disperate, al punto da essere tanto vivaci molti anni dopo, al solo parlarne, siamo sicuri che esse siano infondate?

Delle licenze dei tassisti come di un patrimonio si è già detto. Ma non diversamente le cose vanno per le farmacie o le tabaccherie. Liberalizzandole di botto si attuerebbe, a carico di alcuni possessori, qualcosa di peggio di una patrimoniale: una spoliazione. Col criterio della ripartizione geografica o demografica queste piccole imprese beneficiano per così dire di una clientela assicurata. E questo può suonare come un privilegio. Ma è anche vero che, abolendolo di botto, si potrebbero provocare autentiche tragedie. Chi si è indebitato fino al collo per aprire una farmacia e si vedesse poi sottrarre tutti i clienti dalla farmacia aperta dall’altro lato della strada, solo perché essa è moderna ed elegante, perché in essa operano commesse carine o perché in essa misurano gratuitamente la pressione agli ipocondriaci, potrebbe anche suicidarsi per la disperazione.

L’errore è nel manico: nell’avere, all’origine, contingentato le licenze. Se lo Stato si fosse fatto gli affari suoi, farmacie, taxi, tabaccherie e ogni sorta di imprese simili, il cui numero è oggi chiuso, sarebbero state di fatto regolamentate dal libero mercato. Se due farmacie erano molto vicine, una delle due avrebbe chiuso, col tempo; come avviene oggi per i negozi di ferramenta. Se oggi ci si batte al coltello per una licenza di taxi, è perché molti pensano (a torto o a ragione) che essa sia una sorta di assicurazione di accettabili guadagni. Se invece le licenze all’origine fossero state concesse a farmacisti, tassisti e tabaccai senza particolari limiti, ci avrebbe pensato il mercato a escludere le mini-imprese marginali. La professione sarebbe stata in equilibrio. Né guadagni troppo lauti, perché altrimenti altri si sarebbero precipitati a fare lo stesso mestiere, né guadagni troppo bassi, perché molti l’avrebbero abbandonato: bisogna pur nutrire la propria famiglia.

Al punto in cui si è giunti, col mercato ingessato da decenni, il governo a nostro parere ha la scelta fra adottare un provvedimento che scatenerebbe una mezza rivoluzione oppure adottare un provvedimento la cui entrata in vigore sarebbe spalmata su un tempo molto lungo: e dunque senza effetti sulla congiuntura economica. Congiuntura che è poi la ragione per cui lo si vorrebbe adottare.

La morale è sempre la stessa: ogni volta che interviene nell’economia, sia pure con le migliori intenzioni, lo Stato fa danni. E noi abbiamo avuto uno Stato talmente interventista che qualcuno ha potuto scrivere che l’Italia era il più sovietico dei Paesi liberi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

21 agosto 2011

(1)http://www.corriere.it/economia/11_agosto_20/orari-liberi-per-i-negozi-e-accesso-alle-professioni-i-nuovi-stop-ai-vincoli-melania-di-giacomo_a26de82a-caf8-11e0-b86a-917f0100247d.shtml

20 agosto 2011
LA VERA SOLUZIONE DELLA CRISI ECONOMICA

Questo titolo potrebbe essere usato da molti giornali e da molti editorialisti. Praticamente tutti, infatti, hanno “la vera soluzione per la crisi economica”. Anche noi, naturalmente. Ci sono argomenti su cui tutti abbiamo un’opinione: dall’esistenza di Dio alla squadra che meritava di vincere il campionato, dall’aborto all’immigrazione: e dunque anche in questo caso. Ma il fatto che si propenda per una soluzione piuttosto che per un’altra è solo un’occasione di frustrazione. Non solo infatti nessuno seguirà la nostra idea, ma anche quando questa idea fosse formulata da persone importantissime, persino se fosse condivisa da coloro che potrebbero applicarla – cioè il governo e la sua maggioranza – non per questo la si metterebbe ad effetto. Per l’eccellente ragione che nessuno, salvo i santi, è disposto a fare male a se stesso pur di far bene agli altri. La vera soluzione della crisi economica non esiste.

È facile ricordare che la causa dei problemi attuali risale a parecchi anni fa, quando si creò quell’abnorme debito pubblico che oggi pesa come un macigno sulla nazione. Ma anche questo è un discorso inutile. Non si può mettere indietro l’orologio della storia per correggere il passato, e anche punendo i pochi sopravvissuti di quegli anni non cambieremmo certo la situazione economica. L’unico, acre piacere che si può ricavare dalla riflessione su questi argomenti è quello di capire le ragioni di quella politica.

I debiti sono il risultato di un’eccedenza delle spese rispetto alle entrate. Ci sono i debiti razionali - quelli contratti per finanziare un investimento che dovrebbe rendere tanto da poter rimborsare capitale e interessi - e debiti irrazionali: quelli del vizioso del gioco che si fa prestare denaro per divertirsi e poi spera in improbabili vincite per restituirlo. Gli Stati appartengono alla seconda categoria. La vincita su cui abbiamo contato, non solo noi italiani ma anche gli americani, i francesi e tanti altri, è stata la costante, abbondante crescita dell’economia. Essendo il Paese sempre più prospero, e ricavando un gettito sempre più generoso dalla fiscalità, si può spendere oggi quello che si conta di incassare domani. Ma questo era – ed è - solo un pregiudizio. Nessun dio ha mai assicurato alle nazioni e ai mercati una costante crescita. Si è anzi visto, al contrario, una costante diminuzione dell’incremento del Pil che ha colpito in passato persino miracoli economici come quello giapponese e colpisce oggi la Cina. Nulla impedisce che i Paesi sviluppati raggiungano uno stabile equilibrio economico che non progredisce e non regredisce. Nulla impedisce che, per qualche ragione, si vada notevolmente indietro. La storia non ha parametri prefissati.

Potrebbe sembrare strano che i Paesi più civili del mondo siano capaci di governarsi sulla base di illusioni e pregiudizi, ma il fatto è che essi sono guidati da uomini. Esseri che si lasciano andare ai peggiori errori, quando questi errori sono in linea con i loro desideri. E se qualcuno segnala che la mancata crescita provocherebbe guai enormi, decretano che la mancata crescita è impossibile.

Mentre soggettivamente la vita di un adulto normale si svolge più o meno nell’arco di mezzo secolo, e dunque l’individuo deve tenere conto di ciò che potrebbe avvenire dieci o vent’anni dopo, la vita di un politico ha come orizzonte i cinque anni che vanno da una consultazione politica all’altra. La preoccupazione principale non è quella del bene della nazione dieci o quindici anni dopo, ma lo stato d’animo dell’elettorato fra qualche mese. E se per volgere a proprio vantaggio questo stato d’animo si deve mettere nei guai il Paese, che importa? Intanto vinciamo le elezioni. Del disastro ci occuperemo dopo. O magari lo lasciamo in eredità a chi governerà dopo di noi.

Se a questo quadro aggiungiamo che così abbiamo descritto il funzionamento della democrazia, e cioè il miglior tipo di governo che l’umanità abbia inventato, si potrebbe avere voglia di piangere.

C’è almeno speranza che, vivendo una crisi drammatica come l’attuale, si impari la lezione del buon senso? Che si applichi il semplice principio per cui non si può spendere più di ciò che si guadagna? A nostro parere no. Non è che esso sia difficile da capire, è che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

20 agosto 2011




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CULTURA
19 agosto 2011
PROVE TECNICHE (CON MASSIME)

In economia tutte le soluzioni sono sbagliate. Visto che anche quelle giuste a molti appaiono sbagliate.

Biasimare i politici perché ambiziosi è tanto inutile quanto biasimare i leoni perché carnivori.

Tutti si affaticano per avere di più, solo il filosofo si affatica per avere di meglio.

La maggior parte delle volte i nostalgici sono coloro che hanno dimenticato la realtà del passato.

Direttamente da Word. Su 1) abstract, passando ad 2) HTML, ridando gli 3) "a capo", 4) dando "large", 5) conferma, 6) porta su testo normale, 7) pubblica, e forse ho dimenticato di dare Arial.




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19 agosto 2011
ESSERE O AVERE, UN PROBLEMA DI LIBERTA'

C’è un dibattito sociale che va avanti da millenni: bisogna procurarsi tutti i piaceri e le comodità che il denaro può dare o è meglio cercare la felicità nella saggezza, magari frugale o ascetica? L’invito alla saggezza viene dai filosofi, dai religiosi di ogni fede e perfino dai saggi da salotto, quelli che imprecano contro la mania di “avere” mentre personalmente hanno già parecchio. Ma per una persona che ha nozione del consiglio degli stoici, per cui il miglior modo di non essere vittima dei propri desideri è non averne o averne pochissimi, ci sono centinaia di migliaia di persone che di Zenone non hanno mai sentito parlare. Tutti costoro anelano agli agi dei ricchi che vedono nei film: è questo che crea il flusso migratorio da ogni dove agli Stati Uniti e dall’Africa all’Europa: “Qui sono il figlio del capotribù e vado scalzo, lì, se facessi il muratore, avrei anch’io la motocicletta”. Basta questo.

Il dibattito è antichissimo e non sempre ipocrita. Molte persone hanno giustamente notato che la corsa al denaro può avvitarsi su se stessa fino a danneggiare la persona interessata. Il dovere dei genitori per esempio non si limita ad offrire ai figli cose su cose, divertimenti su divertimenti, denaro su denaro: essi infatti potrebbero avere bisogno di “regali” ben più importanti, come l’affetto e l’educazione. Già Epicuro osservò che nel campo del piacere bisogna coltivare quelli che non comportano mali, oggi diremmo sue controindicazioni: dunque in primo luogo l’amicizia, la cultura, l’arte. Mentre è per le controindicazioni che tutti condannano la droga.

Da sempre non sono pochi quelli che guardano con sospetto alla tendenza all’ “avere”: e oggi c’è anche la nuova sensibilità per la Natura. Se consideriamo che l’uomo è fisiologicamente lo stesso di diecimila o centomila anni fa, siamo sicuri che vivere a Manhattan, sempre in un ambiente di cemento, sempre affollato, sempre correndo, in un mondo totalmente diverso dalla libera e assolata savana originaria, sia salutare?

Ed ecco nasce una più perplessità aggiuntiva, rispetto all’ “avere”. Al povero del Terzo Mondo che vorrebbe tanto entrare anche lui nella pellicola del cinematografo si tende a chiedere: “Sei sicuro che dopo saresti più felice di come sei? Sei sicuro di non condurre una vita più sana e serena di quella che desideri?”

In realtà, a parte che nei salotti degli intellettuali, il dibattito fra l’ “essere” e l’ “avere” non ha nemmeno luogo: praticamente tutti e praticamente dovunque continuano a scegliere l’ “avere”. E appunto: bisogna cercare di frenare questa insana tendenza? I moralisti direbbero certamente di sì. Lo Stato vieta la droga, impone l’assicurazione contro le malattie, il riposo domenicale e persino la cintura di sicurezza: analogamente potrebbe predicare la saggezza e al limite imporla. I liberali, quelli che un tempo la Chiesa chiamava con tono d’accusa “i liberi pensatori”, risponderebbero invece di no. Se tutti gli uomini corrono per avere più beni, chi ha l’autorità per dire loro che non devono farlo? Anche ad ammettere che l’intera umanità sbagli, purché se ne assuma la responsabilità chi può contestarle il diritto di sbagliarsi? Senza dire che i molti adepti di Mammona potrebbero dire al filosofo: “Tu dici che noi siamo in errore, noi diciamo che tu non hai capito niente della vita. Pari e patta e lasciaci in pace”.

La dicotomia non è fra l’ “essere” e l’ “avere”, è tra il bene e la libertà. In che misura si ha il diritto di limitare la libertà del prossimo, “per il suo bene”? Se ancora nel Settecento la Chiesa passava gli eretici impenitenti al braccio secolare era per il bene della comunità cristiana. I sacerdoti tentavano persino di salvare la loro anima, chiedendo loro di ravvedersi fin quando erano sulle fascine. È vero, oggi nessuno accetterebbe un fatto del genere, ma la lotta al narcotraffico è forse qualcosa di diverso? Lo Stato non ha nessun interesse da far valere in proprio e tuttavia fa di tutto per impedire che i giovani si droghino. Mentre teoricamente potrebbe dire loro: “Così vi rovinate. Se poi è questo che volete, siete liberi di farlo”.

Il dilemma tra bene e libertà è insolubile. Innanzi tutto perché la distinzione fra bene e male è opinabile; poi perché la libertà, anche se a volte conduce al disastro, è essa stessa uno dei massimi valori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

19 agosto 2011




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politica interna
18 agosto 2011
I NUOVI IDEALI POLITICI (IF ANY)
Galli Della Loggia è un editorialista di alto livello. Naturalmente, come dice Orazio, non sempre Apollo tende il suo arco, cioè non sempre è convincente: ma proprio la tesi sostenuta ieri sul “Corriere”(1) è interessantissima.
Finché si è trattato di Oriente e Occidente, di comunismo e di libertà, in Europa il dibattito è stato incentrato sui grandi principi e i grandi ideali. Caduto questo problema, l’interesse nazionale si è concentrato sull’economia e la gente si è interessata di politica per le utilità (o i danni) che gliene possono derivare. Dal loro lato, per ottenere il consenso in questo campo concreto, i politici hanno speso sempre di più: fino ad arrivare al drammatico indebitamento attuale.
Personalmente ameremmo avere sott’occhio i dati riguardanti il debito pubblico italiano il quale, secondo i nostri ricordi e salvo errori, ha cominciato ad impennarsi quando ancora c’era l’Unione Sovietica. E dunque in costanza di “pericolo comunista”. Ma la tesi rimane valida: la politica si è ridotta alla ricerca di un voto in più: Prodi nel 2006 riuscì a battere il centro-destra per sei decimillesimi dei suffragi. Dunque si promettono generosamente vantaggi e in parte si concedono realmente.
Questo è un illuminante concetto che varrà la pena di tenere presente, in futuro. Purtroppo, mentre per la diagnosi l’editorialista fa faville, il rimedio che suggerisce lascia perplessi. A suo parere, bisogna “Trovare alla democrazia nuovi contenuti. Contro l’unidimensionalità economicistica riscoprire la politica; allargarne lo spazio di nuovo, come fu un tempo, ai valori essenziali che ci preme salvaguardare, ai grandi problemi del modello di società che vogliamo. Contro il minimalismo pseudorealista riscoprire la politica e la capacità che essa deve avere di animare un dibattito pubblico con verità, senza chiacchiere utopiche, ma anche con capacità di visione e di mobilitazione ideale”. Solo così otterremo che “le nostre società non diventino una docile e invivibile appendice della Borsa”.
La soluzione proposta somiglia a quella adottata dai topi che avevano deciso di attaccare un sonaglio al collo del gatto per sentirlo arrivare. Ma chi avrebbe attaccato il sonaglio? Nello stesso modo, senza che Annibale sia alle porte, mentre tutti non pensano ad altro che al loro portafogli, chi riuscirebbe a tirar fuori la gente dall’ “unidimensionalità economicistica”? Se solo Galli Della Loggia gliene parlasse otterrebbe qualche risposta irriferibile, del tipo: “Ma di che cavolo stai parlando?”
Il politologo dovrebbe ricordare che l’inerzia di un popolo è enorme. Se metà di esso si appassiona di comunismo, non c’è modo di convincerlo dell’insensatezza di questa follia, neanche proponendogli miriadi di prove e di documenti. Se il comunismo si sgonfia, non c’è barba di profeta, Karl Marx incluso, che possa riportarlo in auge: il comunismo era tanto indistruttibile negli Anni Settanta quanto è cadavere nel Ventunesimo Secolo.
C’è un esempio ancor più sapido. Gli italiani sono stimati nel mondo per il loro gusto, non certo per le loro virtù guerriere. E quando Mussolini cercò di modificare questa caratteristica, ottenne soltanto di renderci ridicoli e di rendere ridicolo se stesso. Quale novello dittatore riveduto e corretto sarebbe ora in grado di far dimenticare agli italiani i loro interessi economici in favore di un qualche ideale? E quale ideale, poi? Come mai Galli Della Loggia non lo enuncia?
Per essere convincenti non basta usare espressioni come “unidimensionalità economicistica”, parole circondate di filo spinato per intimidire i passanti. Bisogna dire cose ragionevoli. E non è ragionevole sognare che prevalga alle elezioni chi parla di sogni mentre la gente non può pagare il mutuo. È vero che Obama è riuscito a farsi eleggere non dicendo niente di concreto e promettendo la Luna nel pozzo: ma da un lato si rivolgeva agli americani, meno prosaici, per non dire più ingenui di noi, dall’altro il suo impressionante calo di popolarità sarà un vaccino per gli anni avvenire.
Gli italiani non hanno orecchie per gli ideali fumosi e il crollo del comunismo ha contribuito a disilludere molti. Anche quando un partito si intitola – nientemeno – ai Valori, i nostri concittadini li traducono così: “bisogna buttare in galera i disonesti!” Ma la rabbia, il rancore, la voglia di vendetta non sono gli ideali politici cui allude l’editoriale.
Non si cambia il clima storico in cui ci si trova a vivere. Chi avesse predicato la mansuetudine nel Cinquecento avrebbe perso il suo tempo come chi oggi predicasse ideali politici in Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
18 agosto 2011

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_17/galli_loggia_disavanzo_democrazie_ae878f10-c898-11e0-a392-b95dcb34082b.shtml


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politica interna
17 agosto 2011
LA RESPONSABILITA' PENALE DEI PROFESSIONISTI
Il radiologo è un professionista della diagnostica per immagini. Il suo addetto realizza la radiografia, il cliente va via e lo specialista ha il tempo di studiare con comodo la pellicola, fino a scrivere il proprio referto. Il medico del pronto soccorso invece riceve pazienti che soffrono di qualcosa che reputano urgente, anche quando sono malati immaginari, che vogliono essere curati subito e se possibile guariti altrettanto presto. Arrivano le vittime degli incidenti stradali, dei ferimenti accidentali, degli infarti del miocardio, dei malesseri ignoti. Giunge ogni sorta di umanità bisognosa di un soccorso competente e soprattutto immediato. La diagnosi deve essere fulminante, a volte questione di secondi, e bisogna agire senza indugio. Niente tempo per studiare con calma i sintomi sui sacri testi, niente tempo per studiare le analisi dei fluidi corporali: solo l’obbligo di agire con la prontezza richiesta al medico sul campo di battaglia. È strano che in queste condizioni si possa sbagliare? E tuttavia nessuno ha molta comprensione, quando si tratta della salute. Consultati i testi,  tutti hanno le idee chiare: in quel caso bisognava capire che si trattava di questo e non di quello, e reagire in questo modo e non in quell’altro. Chi ha agito nella concitazione del momento, magari con un altro paziente che aspettava di essere soccorso e mentre i parenti minacciavano di buttar giù la porta, è giudicato da chi non corre nessun pericolo, non ha nessuna premura, ed ha tutto il tempo che vuole per studiare il caso. Magari col conforto dello sviluppo successivo della malattia.
Il lavoro del sanitario nel pronto soccorso è il più duro, difficile e pericoloso che esista. Per questo dovrebbe essere affidato ai migliori e più sperimentati dei medici, a cominciare dai traumatologi. Ma è raro che sia così: quel servizio è troppo scomodo.
Chi agisce può sbagliare e deve essere pronto a pagarla: ma non si possono considerare nello stesso modo tutti gli errori. Bisogna fare delle distinzioni. Se un conducente si mette al volante sapendo di non avere i freni in ordine è pienamente responsabile dell’incidente causato: non ci sono scuse. Ma se un autista si vede venire di fronte un’auto contromano, sarà inutile sostenere che: “egli avrebbe potuto evitare l’incidente se avesse tenuto conto che nessun altro veicolo veniva dalla direzione opposta e che dunque avrebbe evitato la collisione se soltanto avesse risolutamente sterzato a sinistra, in modo da lasciar sfilare l’altro veicolo sulla propria destra”. Perché questo è vero ma qualcuno che sia sorpreso da una situazione così pericolosa ed anomala può benissimo non pensarci e limitarsi, terrorizzato, a un inutile tentativo di frenata. Non sempre è facile azzeccare le scelte giuste nel giro di secondi.
Chi studia un caso con la calma del critico deve sempre chiedersi se questa calma è stata concessa all’accusato. Fra l’altro, nel caso dell’auto contromano, se l’imputato avesse sterzato risolutamente a sinistra, e nel frattempo anche l’altro, finalmente accortosi di andare contromano,  avesse risolutamente sterzato a destra, e l’incidente si fosse verificato sulla mezzeria di sinistra invece che quella di destra, siamo sicuri che l’imputato sarebbe stato assolto ed applaudito? Gli si sarebbe semplicemente ricordato, a muso duro, che si tiene la destra.
Il medico del pronto soccorso è un fante in prima linea che, nel momento dell’attacco, può anche colpire per errore un commilitone: se ha sbagliato la diagnosi o l’intervento andrebbe condannato solo se il suo errore è macroscopico, non se è tecnicamente possibile affermare che un errore ci sia stato.
In questo campo in Italia abbiamo tre livelli: quelli che rischiano di sbagliare perché non hanno il tempo di riflettere (e spesso sono condannati); quelli che sbagliano dopo aver riflettuto (e sono giustamente condannati); e infine quelli che sbagliano dopo avere avuto tutto il tempo per riflettere ma lo stesso non sono mai condannati, malgrado addirittura un referendum l’abbia imposto,  e anzi fanno carriera: sono i magistrati.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
17 agosto 2011





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politica interna
16 agosto 2011
STANCHI DI BERLUSCONI

Affaritaliani ha pubblicato un articolo in base al quale “Solo un quarto degli italiani, intervistati dall'Istituto Demopolis, ritiene che l'operato del Governo Berlusconi negli 12 mesi sia stato in linea con le reali esigenze del Paese”. Se si votasse oggi, il Pd sarebbe il primo partito italiano, col 28%; Il Pdl sarebbe al 26%; la Lega sotto il 10%; Il Terzo Polo sarebbe al 12,5%; Sinistra e Libertà sarebbe al 7,4%; l’Idv al 6,1%; il Movimento Cinque Stelle sfiorerebbe il 4% e il resto dei partiti di centro-sinistra sarebbe al 3,4%. “L'attuale sistema elettorale non permetterebbe però al Centro Sinistra di ottenere la maggioranza a Palazzo Madama. Il Terzo Polo “potrebbe essere l’ago della bilancia”.
I sondaggi non sono affidabili. Benché tutti vantino metodi scientifici, si contraddicono; e soprattutto ciò che è vero oggi non è detto sia vero domani. Ciò malgrado, non c’è dubbio che il centro-destra sia in perdita di consensi; dunque chi non intende votare per il centro-destra potrebbe votare per il centro-sinistra. Questo però non è “capace di rappresentare, agli occhi degli elettori, una credibile alternativa all'attuale maggioranza”. La tendenza, scrive l’articolista, “premia, ben oltre i propri meriti, il PD di Bersani”. A parte quel “propri” che dovrebbe essere “suoi”, non si vede il perché di parole tanto dure. La leadership di Pierluigi Bersani non sarà carismatica ma, se è legittimo vincere perché si è più veloci del concorrente, è altrettanto legittimo vincere perché il concorrente è più lento di noi. A meno che la frase non corrisponda, come i rituali insulti a Berlusconi, alla moda di trattare con disprezzo il Segretario del Pd.
Gli italiani sono scontenti. Lo sono soprattutto perché, ingenuamente, credono che un governo possa risolvere i problemi dell’economia. Ma se il centro-destra sarà mandato a casa, il centro-sinistra saprà che cosa fare della vittoria?
Il Pdl e la Lega formano un blocco che, malgrado le sue crepe, costituisce un insieme collaudato (al 36%). Il Pd invece dovrebbe avere nella coalizione l’Idv (6,1%), Sinistra e Libertà (7,4%) e, se raggiunge il 4%, il partitino di Grillo: amalgama difficile. A parte il fatto che c’è un’astensione del 26% e sono possibili notevoli sorprese. Ma ammettiamo che questo sia il risultato delle elezioni: come potrebbe governare il centro-sinistra con all’interno i guastatori di Sel, un infedele come Di Pietro e, chissà, un movimento come Cinque Stelle? Di quest’ultimo il Pd avrebbe qualche speranza di liberarsi non accettandolo nella coalizione, ma l’Idv e Sel contano di andare in Parlamento con le proprie forze e, una volta conquistata la posizione, è naturale che la sfruttino. Sel, in particolare, imporrebbe un programma di estrema sinistra: e le conseguenze si sono viste col governo Prodi.
Il sondaggio accredita il Terzo Polo di un bellissimo 12,5% che, da solo peserebbe più dell’Idv e di Sel messi insieme, per un’alleanza. Ma per stringerla e renderla accettabile ai propri elettori, Casini e i suoi amici vorrebbero tali garanzie di moderazione e centrismo che la coalizione sarebbe vista a sinistra come un tradimento degli ideali: una sorta di berlusconismo senza Berlusconi.
Visto però che il Terzo Polo è sicuro di arrivare in Parlamento con le proprie forze, il Pd potrebbe scegliere di allearsi con esso dopo le elezioni. Ma Casini e gli altri, dinanzi alla prospettiva d’essere intruppati con Nichi Vendola, Claudio Fava, Oliviero Diliberto, e, Dio non voglia, Beppe Grillo, sarebbero costretti a dire di no. La carta del Terzo Polo è una bella briscola ma non si sa come giocarla.
Si deve fare anche l’ipotesi che giochi a favore dell’alleanza col centro-destra la lunga astinenza dal potere del Terzo Polo. Esso ha dimostrato di sopravvivere senza Berlusconi, ma anche Berlusconi è sopravvissuto senza di esso. Se il Cavaliere rinunziasse a candidarsi sarebbe facile stringere un’alleanza con un personaggio come Angelino Alfano.
Il sondaggio non ci dice nulla sul risultato elettorale possibile. E se alle elezioni non si va, né per iniziativa del centro-destra (comodamente seduto al potere), né per iniziativa del centro-sinistra (che le elezioni le chiede ma non le vuole), è perché nessun leader è sicuro di come andranno le cose. Il Kriegsspiel è divertente ma la guerra vera è tutt’altro che un gioco: e infatti nessuno mostra istinti bellicosi. Gianfranco Fini meno di tutti.
Il problema non è quello di sapere a favore di chi, se ne costituirà l’ago della bilancia, si schiererà il Terzo Polo al Senato: il problema fondamentale è quello delle alleanze non indecenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
16 agosto 2011

http://affaritaliani.libero.it/politica/tre_italiani_su_4_bocciano_governo_crollano130811.html


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politica interna
15 agosto 2011
BERSANI PRECURSORE DI BERLUSCONI
Se uno dicesse che per mettere in sicurezza l’Italia (sempre che ci si riesca) il governo non poteva fare molto di diverso di ciò che ha fatto qualche settimana fa, e non poteva fare molto di diverso di ciò che ha fatto ieri, rischia di passare per berlusconiano e, al passaggio, anche per cretino. Proprio per evitare quest’ultimo pericolo invece di parlare di Silvio Berlusconi parliamo di Pierluigi Bersani.
A Roma trovare un taxi non è sempre facile. Ce ne sono pochi e a volte, proprio quando servono, non ce n’è uno disponibile. Bersani, quando era ministro, tentò di risolvere il problema nel modo più semplice: aumentando il numero delle vetture. È passato troppo tempo, la memoria è confusa ed anche sul momento non tutto fu chiarissimo: per questo siamo pronti ad accettare correzioni e precisazioni, ma andando a spanne, ecco quello che avvenne.
Un taxi è un’autopubblica. Si immagina che l’essenziale sia il conducente e l’automobile. E invece l’essenziale è la licenza. Dal momento che esse sono poche, finiscono col valere moltissimo, tanto che vengono lasciate in eredità, vendute ad alto prezzo, locate e via dicendo. L’idea di immettere nel mercato un gran numero di nuove licenze corrispondeva dunque a svalutare, anzi azzerare il valore di licenze che alcuni, appunto, avevano ottenuto a titolo (molto) oneroso e altri consideravano patrimonio di famiglia. Non solo: l’aumento delle licenze avrebbe anche incrementato la concorrenza: i clienti infatti, mentre prima erano magari costretti ad aspettare che si rendesse libero uno dei pochi taxi, ora potevano prenderne un altro, nuovo, e il vecchio sarebbe stato costretto ad andare al posteggio, aspettando la prossima chiamata. E guadagnando meno di prima.  Facciamola breve: un provvedimento tanto utile e semplice, proposto per giunta da un ministro di sinistra ad un governo di sinistra, finì con lo sbattere contro una lobby tanto potente da sconfiggerlo. I taxi, a Roma, non furono liberalizzati.
È concepibile che, essendoci la volontà politica, si potesse aggirare l’ostacolo. Ammesso che a Roma ci fossero mille licenze, invece di aggiungerne altre mille o duemila, bastava aggiungerne d’autorità il dieci per cento, cioè cento, sorteggiandole fra i richiedenti. L’anno seguente, altro dieci per cento, ma calcolato sulle 1.100, cioè centodieci. Il terzo anno, ancora il dieci per cento, ma calcolato su 1.210, cioè centoventuno. Nel giro di sette anni, e con gradualità, si sarebbe raggiunto il risultato voluto. Ma neanche questo fu fatto, segno che la lobby dei tassisti non solo era abbastanza forte per modificare il provvedimento: era abbastanza forte per impedirlo del tutto. Non dimentichiamo che i sindacati e i giornali hanno sempre avuto un occhio di riguardo, per i governi di sinistra: e tuttavia, se gli interessati sono abbastanza numerosi e abbastanza risoluti, neanche l’EI (Esercito Italiano) è in grado di piegarli. Del resto, non si è forse visto con la spazzatura di Napoli?
Se questo è il Paese in cui viviamo, è facile rispondere ai molti che - parlando con gli amici, via e-mail, nei blog o scrivendo editoriali sui giornali - hanno esposto le loro idee su ciò che sarebbe stato meglio fare, e che è ben diverso da ciò che ha fatto l’attuale governo. A tutti, come nel caso dei tassisti, è facile rispondere che il problema non è “la soluzione giusta”, ma “la soluzione che si riesce ad applicare”. Non è che Bersani avesse torto, non è che fosse tanto stupido da non capire ciò che andava fatto: è che in Italia, quando si tratta di muoversi, ci sono dieci persone che tirano e novanta col piede sul freno. E coloro che sudano possono star certi che se qualcosa riusciranno a smuovere, nessuno li applaudirà: tanto che ogni persona di buon senso in Italia dovrebbe scegliere di stare all’opposizione, sempre e comunque. Dicendo soltanto no e chiedendo la Luna su un piatto d’argento. Se questa sembra una narrazione poco realistica, è perché esponendola non si poteva non pensare a quel genio politico che risponde al nome di Nichi Vendola.
 Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
15 agosto 2011


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ECONOMIA
14 agosto 2011
RICOLFI CONTRADDICE RICOLFI
Contraddire Luca Ricolfi non è gradevole. Sia perché lo consideriamo la migliore testa pensante del Pd, sia perché tante volte lo abbiamo applaudito in passato. Stavolta (1) tuttavia il compito è facilitato dal fatto che il suo articolo è contraddittorio: possiamo utilizzare Ricolfi contro Ricolfi.
Egli sostiene in sintesi che il governo ha agito in ritardo. Il disastro attuale era prevedibile e previsto. Né è stata seria la manovra precedente, che rinviava tutto al 2013-2014. L’ “aver rimandato i sacrifici significa averli aggravati”; e questo è “un errore che una classe dirigente degna di questo nome non avrebbe fatto”.
Affermando questo, l’editorialista dimentica che la politica non è una discussione teorica: essa agisce sulla realtà, con effetti concreti valutati dai cittadini, non solo dai politologi e dagli economisti. Se dunque questo governo (“come i cinque precedenti”, dice lui stesso) ha molto esitato, prima di intervenire, non è stato perché non è “una classe dirigente degna di questo nome”, ma perché era sicuro che la gente non avrebbe capito e avrebbe linciato sia l’esecutivo sia la sua maggioranza.
Riguardo ai contenuti della manovra, leggiamo che “il contributo di solidarietà” è insieme ipocrita ed ingiusto, un balzello “necessario per ingraziarsi i sindacati”. Ora appunto, se c’è ragione di temere la reazione della sinistra e delle parti sociali oggi che l’entità del pericolo non è negata da nessuno, che sarebbe avvenuto, se si fosse agito prima, per giunta senza “far piangere i ricchi”? Egli dimentica che è stata l’opposizione tutta, insieme con i sindacati, che ha richiesto a gran voce pesi aggiuntivi a carico dei “redditi alti”. Il governo ha stupidamente ceduto perché impaurito dall’intera opinione pubblica. E non è ancora bastato: la Camusso sta organizzando lo sciopero generale.
Ricolfi scrive: “Meglio, molto meglio anche sotto il profilo del gettito, sarebbe stato agire con una piccolissima imposta sul patrimonio (tipo il 5 per 10.000). Almeno avrebbero pagato anche gli evasori”. Bravissimo. Se solo fosse facile censire e conoscere i patrimoni. Proprio oggi, nel Gr2 delle 12,30, un competente diceva che essi per il fisco sono un oggetto assolutamente misterioso.
Altri rimproveri: “manca un piano di dismissioni del patrimonio pubblico”. Giusto. Ma è cosa che si può attuare nel giro di una settimana? “Diverse misure, a partire dal contributo di solidarietà, non hanno carattere strutturale”: e infatti si è voluto creare un gettito immediato, per rispondere immediatamente, non in futuro, ai mercati. Le misure opportune sarebbero state: “riduzione della pressione fiscale sui produttori, abbattimento del numero di adempimenti per le imprese”. Ma non ha notato, l’editorialista, che solo per avere rimandato la “tracciabilità dei rifiuti speciali”, adempimento costoso e complicato per troppe imprese, il governo è stato accusato, perfino da una sua ministra e perfino dal Procuratore Grasso, di favorire le ecomafie? Sempre tutti d’accordo, in teoria: ma al primo accenno di realizzazione, tutti a criticare.
Fino ad ora tuttavia si è parlato di cose secondarie. Il nodo centrale, dice l’articolista, è il debito pubblico: “Pensare di risolvere questo problema senza accelerare la crescita, senza portarla dallo stentato 1% attuale ad almeno il 2%, è pura illusione”. E chi gli dice che il governo questa illusione l’abbia? Il massimo che si riesca a sperare non è di giungere in porto, ma di non inabissarsi al largo.
Però chi dà più compiutamente torto a Luca Ricolfi è Luca Ricolfi il quale, nello stesso articolo, scrive: “È paradossale, e duro da accettare, ma la lezione di questi giorni è anche questa: la paura suscitata dai mercati rende possibili oggi al governo scelte che - senza quella paura - sarebbero state semplicemente impraticabili, perché avrebbero richiesto un’opposizione seria, disponibile al dialogo sulle riforme economico-sociali anziché ossessionata dall’incubo della democrazia in pericolo”. E allora, se senza la “paura suscitata dai mercati” le misure sarebbero state impraticabili, anche perché l’opposizione è quella che è, con quale coraggio si rimprovera al governo di non avere praticato misure impraticabili?
“Anche se va aggiunto, per amore di verità, che la timidezza del governo è anche il risultato dell’immaturità dell’opposizione: se Tremonti e Berlusconi avessero agito in tempo e con il rigore richiesto dalla situazione, opposizioni e parti sociali li avrebbero massacrati”. Ma questo, caro Luca, non azzera totalmente l’articolo di Ricolfi?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
14 agosto 2011
(1)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9093


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ECONOMIA
13 agosto 2011
LA MANOVRA, UNA COPERTA TROPPO CORTA
Sarà che siamo sotto Ferragosto, ma il caldo sembra non limitarsi a scaldare le spiagge. Non si è ancora asciugato l’inchiostro sui rimedi da apportare alla drammatica congiuntura economica e la rassegna stampa offre l’intero campionario delle critiche possibili. Condanne da destra e da sinistra, che riguardano gli alti e i bassi redditi, il lavoro e le rendite, i servizi e gli enti locali, non si salva niente. Ciò che non è criticato dall’uno è criticato dall’altro. Chi ha ragione?
Umanamente hanno ragione tutti coloro che dalla manovra ricavano un danno. A chi mai potrebbe fare piacere pagare più imposte o ricevere meno denaro? Abbiamo sentito che saranno “accorpati”, cioè aboliti, centinaia di comuni (immaginiamo piccolissimi), ma lo stesso chi si può aspettare che sindaci, assessori e segretari comunali, gente che ha faticato e brigato, per arrivare ai quei posti, sia contenta della decisione? Lo stesso vale per le province, la cui proliferazione era un’assurdità ma i cui beneficiari si vedono togliere la sedia da sotto il sedere. Insomma, non solo non ci si poteva aspettare un universale consenso, ma le critiche anche acerbe erano da mettere in conto. Fra l’altro tutti possono “dimostrare” che i vantaggi di cui godevano non erano né immeritati né inutili per la società. L’ex sindaco di un comune di cinquecento abitanti può sempre sottolineare che il comune cui ora si apparterrà è a chilometri di distanza: e come faranno, le vecchiette, se hanno bisogno di un certificato?
Se le critiche sono universali e giustificate, il problema si sposta. La domanda diviene: si sarebbe potuto concepire un provvedimento che piacesse a tutti? E la risposta è evidentemente no. Avrebbe almeno potuto essere migliore? Certamente: ma avrebbe anche potuto essere peggiore. E che fosse migliore o peggiore avrebbe potuto dirlo solo il tempo, ammettendo che la realtà si biforcasse e ci fosse un Universo in cui la storia proseguisse con l’Italia che ha adottato la soluzione A e un Universo in cui la storia proseguisse con l’Italia che ha adottato la soluzione B. Cosa impossibile.
Per orientarsi in questo ginepraio, bisogna immaginare di dovere noi decidere la manovra. Che cosa avremmo potuto fare, se non incaricare qualcuno che ne capisse più di noi? Avremmo scelto un economista che conoscesse bene la macchina dello Stato e i suoi problemi finanziari e gli avremmo quasi dato carta bianca pregandolo di fare il bene del Paese, col minimo danno possibile dei cittadini e della nostra parte politica. Che poi l’incaricato facesse bene o male, si sarebbe visto: ma è anche vero che, pure scegliendo un altro, la cosa non sarebbe cambiata: il dubbio sulla giustezza della scelta sarebbe rimasto. Che altra soluzione si può immaginare?
Queste considerazioni riportano ad un errore corrente, quello di immaginare il mondo diverso da com’è. Molti commentatori affettano il più nero pessimismo, condito col più ampio disprezzo, per i nostri e per gli altrui governanti. Tutti a dire che sono una manica di scemi che fanno solo sciocchezze. Dimenticando che quegli stessi governanti, almeno in democrazia, sono giunti al posto in cui sono col sostegno dell’elettorato e al termine di una tremenda selezione. Vi sembrano scemi? Ebbene, chi vi dice che scegliendo un altro non sareste caduti su qualcuno ancora più scemo?
La verità è che chi agisce ai massimi livelli, agisce per il meglio. La sua speranza è quella di essere ricordato come un salvatore della Patria. Naturalmente ogni persona ha un diverso concetto del bene della Patria e delle azioni da intraprendere per salvarla: e questo è il costante dramma della politica. Ma non c’è ragione di trattare da delinquente e da nemico del popolo chi ha un’idea diversa dalla nostra. Probabilmente, se potessimo applicare la nostra idea, saremmo accusati da altri di essere dei delinquenti e dei nemici del popolo.
Giulio Tremonti e il governo che lo sostiene hanno fatto del loro meglio e sono certamente in buona fede come lo sarebbero stati anche personaggi che non ci piacevano, come Visco o Padoa-Schioppa. La realtà è che l’Italia si è messa nei guai, negli anni spensierati, creando un debito pubblico mostruoso. E se ora i figli pagano per la follia dei genitori, non c’è da stupirsi: il detto secondo cui le colpe dei padri ricadono sui figli è secolare. Non ci rimane che soffrire e incrociare le dita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
13 agosto 2011


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12 agosto 2011
L'ETEROGENESI DEI FINI
Che cosa si intende con l’espressione “eterogenesi dei fini”, che pure ha tanto successo? La parola eterogenesi è composta da “etero”, che significa “altro” e “genesi”, che significa origine. Per quanto riguarda la parola “fini”, essa normalmente significa scopi, e che scopi significhi proprio in questo caso è provato dal fatto che in tedesco - lingua in cui è nato il concetto - la parola usata è “Ziele”: e Ziele significa bersagli, scopi, finalità, non certo Ergebnisse, risultati. Dunque il significato totale sarebbe: “origine diversa degli scopi” e il fatto che la parola “scopi” sia plurale fa escludere che si tratti del medesimo scopo.
Dovendo dunque ipotizzare un esempio concreto, pensiamo a due persone delle quali una ha deciso di andare al cinema, perché vuole divertirsi, e una ha deciso di sturare il lavandino di casa che si è intasato. Gli scopi sono diversi (il divertimento e la necessità) ed hanno chiaramente origine diversa: l’uno il piacere che ha l’uomo di divertirsi, l’altro il bisogno che l’uomo ha di lavarsi, facendo defluire via l’acqua sporca. Ma è proprio questo, che si intende, quando si parla di “eterogenesi dei fini”? E sarebbe necessario creare una massima elegante per dire che “le persone che fanno cose diverse hanno finalità diverse”? Eppure l’analisi delle parole non sembra poter condurre ad altra conclusione.
Una seconda ipotesi, è che “fini”, benché plurale, abbia un significato per così dire singolare e si riferisca più alla situazione di arrivo che alle intenzioni. L’esempio diviene: due persone che non si conoscono si trovano intrappolate in un ascensore, tra il terzo e il quarto piano, a causa di una interruzione della corrente elettrica. L’uomo si trova nell’ascensore perché andava al quinto piano a trovare la propria amante, la donna si trova nell’ascensore perché ha fatto la spesa e torna a casa, dal momento che abita all’ottavo piano. Gli scopi per i quali hanno preso l’ascensore sono profondamente diversi ma ora ambedue si trovano lì. Questa interpretazione è meno illogica della precedente, ma urta contro il significato delle parole. Infatti ciò che è notevole non è il fatto che ognuna delle due persone avesse uno scopo diverso, per essere lì, è notevole il fatto che esse siano lì, per motivi diversi. Notevole è che alla differenza degli scopi (eterogenesi dei fini) corrisponda un identico risultato. E allora l’espressione giusta dovrebbe essere: eterogenesi dei risultati, non dei fini. Che i fini siano diversi per azioni o risultati diversi non è notizia, è notizia che la conclusione sia identica pure se gli interessati tendevano a cose diverse. In sintesi: diversità (non genesi) delle intenzioni, identità delle conclusioni. E se proprio si vuol usare la bella parola costruita con gli etimi greci, la si riferisca ai risultati che sono – essi sì – generati da fini diversi.
Per vedere se l’origine della frase può aiutare, si può consultare Wikipedia, secondo la quale l’espressione eterogenesi dei fini (Heterogenesis der Ziele) “fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt”. Essa corrisponderebbe a “indicare conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”. Ma anche in questo caso si fa riferimento alle conseguenze, non agli scopi. Anche per questa via si giunge alle conclusioni precedenti: eterogenesi del risultato, non dello scopo.
Ma tutto questo potrebbe essere erroneo e si rimane in attesa di più approfondite e dotte spiegazioni da chi può fornirle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
12 agosto 2011


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10 agosto 2011
NORIMBERGA IN PUGLIA
La prima reazione è stata quella di guardare il telefonino. La seconda quella di guardare il termometro. Il telefonino dice che oggi è il dieci agosto. Il termometro, con i suoi trentadue gradi, conferma la stagione. Dunque non siamo in aprile. Eppure ecco il titolo che mi ha fatto dubitare: “Sotto inchiesta i responsabili di Standard & Poor's e Moody's - La Procura di Trani: Così le agenzie di rating hanno manipolato il mercato - Già sentiti Prodi, Draghi e Tremonti”.
È dunque vero: i magistrati pugliesi hanno messo sotto inchiesta i massimi dipendenti americani di quelle istituzioni per avere fatto affermazioni sbagliate, per avere turbato i mercati, per aggiotaggio e forse per altro ancora. E l’iniziativa è talmente seria che non si è esitato non solo a iscrivere quegli importanti funzionari e i loro dipendenti italiani nel registro degli indagati ma anche a convocare e sentire come testimoni personaggi del calibro di Prodi, Draghi e Tremonti.
Non c’è da fare dell’ironia sulla validità dell’iniziativa. La magistratura italiana è competente a giudicare il reato commesso da chiunque (italiano o straniero) sul suolo nazionale. Se l’imputato lo ha commesso all’estero, lo stesso “Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando … si è ivi verificato l'evento” (art.6 C.p.). E nel nostro caso l’evento – turbativa dei mercati borsistici – si è certamente verificato anche in Italia. Dunque giustamente la magistratura è competente a giudicare i dirigenti americani di quelle agenzie di rating e i loro rappresentanti locali.
Il principio si deve naturalmente allargare ad altri fenomeni giuridici. Se è lecito perseguire i reati borsistici commessi all’estero, a fortiori è doveroso perseguire i crimini contro l’umanità. Per fortuna, il Processo di Norimberga ha tolto di mezzo il principale argomento usato dai difensori degli imputati nazisti: nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali, dicevano giustamente. Un principio tanto fondamentale da essere consacrato nell’art.1 del codice penale: “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite”. Ma oggi gli avvocati non potrebbero più sollevare l’obiezione proprio perché quel famoso processo ha stabilito un precedente: le guerre di aggressione costituiscono incontestabilmente un reato preveduto e punito.
Le conseguenze non sono di poco conto. L’Afghanistan, in quanto Stato, avrà avuto le sue colpe, certo non ha lanciato una guerra d’aggressione contro gli Stati Uniti. La sua invasione, non diversamente da quella della Polonia, rappresenta un innegabile esempio di guerra tendente ad ottenere scopi diversi dalla difesa militare. E le scuse rimangono scuse. Hitler parlava di Lebensraum, gli Stati Uniti hanno parlato di annientamento del terrorismo, e tutto questo non impedisce che, nell’uno come nell’altro caso, si sia commesso il reato preveduto a Norimberga.
Ci potrebbero essere complicazioni per l’organizzazione del relativo processo, ma sono technicalities che passano in secondo piano, dinanzi alla gravità del problema. E comunque la competenza territoriale, avendone preso l’iniziativa, sarebbe di Trani.
Non solo dunque la magistratura italiana sarebbe autorizzata a processare il Presidente e il governo degli Stati Uniti, ma dal momento che l’azione è stata autorizzata dall’Onu, non dovrebbero sfuggire alla giusta punizione il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e i dirigenti di tutti i Paesi che hanno inviato truppe in quel lontano Paese. In primis, i governanti italiani.
E non sarebbe l’unico processo inevitabile. Andrebbero perseguiti per un secondo, autonomo reato di guerra di aggressione, gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia per l’azione contro la Libia. Se l’impegno ad applicare la no fly zone fosse stato inteso in senso restrittivo, cioè quello di impedire all’aviazione libica di alzarsi in volo, la commissione del reato si sarebbe potuta discutere. Ma dal momento che si è passati a estesi bombardamenti e alla distruzione di mezzi corazzati e d’altri obiettivi militari (con gli inevitabili “danni collaterali”), si è in presenza di un’evidente guerra di aggressione. Il fatto è indiscutibile e finalmente vedremo Silvio Berlusconi condannato per un reato che non potrà negare. Egli non potrà neppure appellarsi, come i criminali nazisti, alla scusa di “avere obbedito agli ordini”, dal momento che gli ordini li ha dati proprio lui.
È tempo che quest’uomo, invece di essere accusato di delitti risibili, sia punito dai magistrati di Trani per un crimine grandioso, come quelli giudicati a Norimberga.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
10 agosto 201

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politica interna
10 agosto 2011
CHI HA BLOCCATO L'ITALIA PER ANNI

Luca Ricolfi, per chi non sia di sinistra, è l’interlocutore ideale. Non è un fanatico, è pronto a riconoscere i difetti della propria parte politica e se critica gli avversari non lo fa né in modo irridente né in modo assurdo. Esprime la propria opinione invitando il lettore a rifletterci, per eventualmente controbatterla con uguale serenità.
Nell’articolo comparso sulla “Stampa”(1) sostiene che l’Europa si trova ad affrontare un rebus senza soluzione. Normalmente, i Paesi deboli rimettono a posto i conti e i rapporti con i terzi mediante la svalutazione: ma proprio questo meccanismo è oggi bloccato dall’euro. È un problema non diverso da quello che si è creato con l’unità d’Italia: il Sud non ha raggiunto il Nord, economicamente, e se le due metà convivono è perché undici regioni versano parte del loro reddito alle nove regioni deficitarie (Lazio e Sud): ma questo riequilibrio forzoso è inconcepibile fra nazioni diverse.
Tuttavia i nostri guai - scrive Ricolfi - sono complicati dal fatto che dal 1999 ad oggi “gli ultimi due esecutivi (Prodi e Berlusconi) [sono stati] capaci di competere fra loro solo nell'arte del non governo”. “Il governo Berlusconi ha negato sistematicamente la gravità della situazione”; ha tentato “una manovra risibile, in cui l'85% dell'aggiustamento necessario veniva scaricato sulle spalle dei governi futuri”. Tanto che l’Europa l’ha costretto all’ “anticipo al 2013 del pareggio di bilancio”. “Questo governo è diventato un problema, se non il problema”. Purtroppo le opposizioni “non sono la soluzione, ma una parte del medesimo problema”. “Ancora più scoraggiante è la genericità, per non dire il vuoto spinto, dei documenti delle cosiddette parti sociali”. In realtà bisogna trovare 50 miliardi “senza provocare né una recessione né una rivolta sociale. Ecco perché penso che il rebus sia insolubile”, conclude.
Come spesso avviene, l’editorialista espone fatti difficilmente contestabili e tuttavia commette un errore riguardo alle loro cause. Egli le identifica nelle limitate capacità tecniche e intellettuali dei nostri politici ma in questo, a nostro parere, manca completamente il bersaglio: i nostri governanti non sono più stupidi o meno colti di altri. Né mettono meno buona volontà di altri nell’affrontare i problemi nazionali. Il fatto è che - in particolare Prodi e Berlusconi - si sono trovati in situazioni paralizzanti senza rimedio.
Il caso di Romano Prodi è il più semplice. Il Professore è giunto al governo attraverso una vittoria peggio che risicata: sei decimillesimi di scarto alla Camera dei Deputati e duecentomila voti in meno del centrodestra al Senato; è stato a capo di una coalizione rissosa e contraddittoria, sempre appesa al voto dei senatori a vita; è stato continuamente a rischio di sfiducia per un voto o due ed ha sempre avuto una vita estremamente difficile. Anche a non averne una grande stima, ci si può chiedere chi avrebbe fatto di meglio. Da un lato egli doveva frenare gli entusiasmi degli estremisti che, per motivi ideologici, avrebbero voluto adottare provvedimenti demenziali; dall’altro doveva rabbonirli quando costoro, delusi, minacciavano di far cadere il governo. Nel suo caso, l’immobilismo era l’unica salvezza e il galleggiamento una grande conquista.
Il caso di Berlusconi è simile, con l’unica differenza che le sue difficoltà non sono venute dall’interno della coalizione (salvo, nell’ultimo periodo, da Fini) quanto dall’esterno. In democrazia è naturale che il governo sia contrastato dall’opposizione ma in Italia esso è stato anche oggettivamente ostacolato dalla Corte Costituzionale che ha annullato molti provvedimenti con argomenti giuridici discutibili; è stato combattuto da una parte della magistratura che è arrivata, in qualche caso, a non applicare delle leggi approvate dal Parlamento (per esempio a proposito degli immigrati) ed ha perseguitato il Primo Ministro e molti altri politici con accuse tanto infamanti quanto – a volte – fantasiose; infine una larga parte del Paese – minoritaria in termini di voti ma largamente maggioritaria nel campo della pubblica opinione – è riuscita a far annullare un’utilissima riforma costituzionale che avrebbe reso il Paese un po’ meno ingovernabile.  Insomma è stato attuato un continuo fuoco di sbarramento, a tutti i livelli, accusando il governo, anche per i motivi più futili, di agire per interesse personale, di volere il male dei più deboli, di essere un hostis humani generis, un nemico del genere umano.
L’opposizione – e non solo quella parlamentare – ha trasformato l’antiberlusconismo in una sorta di terrorismo politico. Il risultato è quello indicato da Ricolfi: Prodi non ha potuto governare perché la sua coalizione non aveva un programma coerente, Berlusconi non ha potuto governare perché l’intero Paese si è mobilitato per impedirglielo.
La conclusione è che i colpevoli della crisi italiana non sono i nostri governanti. I colpevoli siamo noi italiani, troppo sensibili alla demagogia per essere sensibili alla voce della ragione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
10 agosto 2011

(1)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9074


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politica interna
9 agosto 2011
Come NON scrivere un editoriale
Quando si scrive un editoriale, un modo sicuro per farsi ridere sul muso è quello di posare a profeta del passato o di dare del cretino a tutti: con l’aria di dire che al posto di chiunque si sarebbe fatto tanto, tanto di meglio.
Alberto Alesina, sul “Corriere della Sera”(1), comincia col dire che i leader dell’Occidente dovevano dare “la dimostrazione di voler e saper affrontare i problemi con urgenza”. Perché non l’hanno fatto? Perché la classe politica dell’Occidente è “una delle peggiori del secondo dopoguerra”. L’Italia è dovuta arrivare sull’orlo del baratro per dare un segno di vita, mentre è chiaro che “queste decisioni andavano prese molto prima”. Purtroppo non è venuto in mente né a Tremonti né a Berlusconi. La stessa Europa avrebbe dovuto risolvere la crisi greca un anno fa, definitivamente, ma non è stato così: invece di rivolgersi ad Alesina per sapere che cosa dovevano fare, “i leader (si fa per dire) europei si sono dilaniati in discussioni che nulla hanno fatto se non trascinare i mercati nel caos”. Angela Merkel “ha dimostrato di capire poco di mercati finanziari” e di non avere nemmeno avuto l’idea di farsi consigliare da qualche competente, aggiungiamo.
Non sono gli unici, ad avere sbagliato: “Il Presidente e il Congresso americano hanno perso gran parte della loro credibilità” e “Il risultato è stato che Wall Street è crollata”. “La vera crisi fiscale è lo tsunami causato dall'invecchiamento della popolazione. Ne parla qualche politico? Certo che no”. Infatti ne parlano tutti, perché tutti conoscono il problema demografico, tranne i politici.
Alesina biasima le maggioranze perché si occupano degli anziani che votano, trascurando “le generazioni future [che] non votano”. Il fatto è vero ma non è un difetto dei nostri politici: è un difetto naturale della democrazia. Inoltre, mentre l’editorialista sembra dire che oggi l’Italia ha i peggiori governanti di sempre, dimentica che il debito pubblico è stato creato proprio da quella Prima Repubblica che tanti vagheggiano come più seria e responsabile.
Accorgendosi poi di avere avuto l’aria di fare un’eccezione per la sinistra, l’articolista rimedia: “La mancanza di leadership e di idee anche nell'opposizione è scoraggiante”. E dire che lui sarebbe stato disposto a fornire sia le idee sia la leadership.
Un totale disastro, senza rimedio: a nord e a sud, in Europa e in America. Tanto che l’articolo conclude dicendo: “Insomma, ridateci Einaudi, De Gasperi, Thatcher, Reagan, Clinton, Blair e Kohl prima che sia troppo tardi”. Morale: se volete trovare clemenza agli occhi di certi commentatori, dovete prima morire.
Questo testo è da mettere in cornice e appendere al muro con l’indicazione: “Ecco come NON scrivere un editoriale”. Ci si può infatti chiedere quanto bisogna essere sicuri di sé per pensare di saperla più lunga del resto del mondo. Di quale superiore saggezza, forza di carattere, competenza e lungimiranza ci si deve credere dotati per bocciare come somari tutti i leader del globo. Un atteggiamento del genere non è nemmeno presuntuoso o velleitario, è talmente assurdo da indurre al perdono: infatti è la prova di una sconfinata ingenuità. Di convinzioni circolari, autoreferenti, da sé a sé. Né è più valida la nostalgia dei nomi da Einaudi a Kohl. Perché sul momento di tutti i politici si dice peste e corna, e probabilmente ne avrebbe detto peste e corna soprattutto Alberto Alesina. L’atteggiamento dei laudatores temporis acti è da ingenui. Gli statisti sembrano perfetti solo ai disinformati, quando si trasformano in statue di marmo: ma per gli storici essi non divengono mai statue e sono considerati grandi uomini non coloro che non hanno sbagliato mai ma coloro che - come nel bridge - hanno sbagliato di meno.
Un’ultima nota riguarda il fatto che i leader avrebbero dovuto reagire prima come reagiscono ora. Alesina dimentica che mentre i cittadini sono disposti ad accettare i sacrifici quando tutti i giornali e le televisioni gli hanno riempito le orecchie di allarmi per la crisi, se gli si richiedesse di farli quando ancora della crisi non hanno coscienza, si ribellerebbero, con l’aiuto di tutti i giornali e anche del nostro Alberto.
È dunque stupido il leit motiv dei quotidiani di oggi, quando parlano di “umiliazione” dell’Italia che si lascia dettare dall’Europa i provvedimenti da adottare. Il governo italiano è felicissimo di essere “commissariato” e ringrazia il cielo, per questo parafulmine. Chi impone sacrifici rischia sempre la reazione di rigetto mentre ora potrà dire: “Non ho potuto fare diversamente, mi hanno obbligato”.
Ma questi sono trucchetti ignobili, per chi crede sia facile “ricucire contrasti e interessi di parte per favorire il bene comune”.
giannipardo@libero.it

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_08/in-cerca-di-leader-alberto-alesina_a462c188-c183-11e0-9d6c-129de315fa51.shtml


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politica estera
8 agosto 2011
CHE NE SARA' DELL'AFGHANISTAN?
Se potessi leggere i giornali del 2020 non avrei difficoltà a dirvi come è finita la guerra in Afghanistan. Purtroppo stamani non mi sono stati consegnati e dunque tiro a indovinare.
Gli americani sono un popolo giovane e nel profondo del loro animo prosperano ancora i semi gettati dai Padri Pellegrini. Sono religiosi anche quando neanche lo sanno e per questo cristianesimo inconscio amerebbero fare agli altri quello che vorrebbero fosse fatto a loro. Ma sono anche illuministi: credono nel progresso e nella perfettibilità della società. Hanno tendenza a pensare che tutti siano razionali, che tutti siano entusiasti della libertà e della democrazia, se solo hanno la possibilità di assaggiarle, e che tutti saranno grati se liberati da un tiranno. Insomma, dal momento che non capiscono niente di una buona parte del mondo, commettono errori grandiosi.
È vero che la storia a volte ha contribuito ad illuderli. L’intera America, liberatasi dal colonialismo, si è volta alla democrazia; e anche quando ha subito qualche dittatura, non ha smesso di desiderare il ritorno a quella forma di governo. Le nazioni europee non hanno cambiato il fondo della loro anima neppure dopo uno o due decenni di fascismo e i Paesi dell’Est europeo non hanno dimenticato questo ideale neppure dopo quarant’anni, quando una buona parte della popolazione la libertà non l’aveva mai assaggiata. La stessa Russia, che ha conosciuto solo secoli di zarismo e settant’anni di comunismo, non appena ha potuto, ha abbracciato con entusiasmo la democrazia, è divenuta un Paese come gli altri. Né diversamente si sono comportati i Paesi baltici, l’Ucraina ed altri ancora.
Ma l’errore degli americani, pur avendo la scusante di questi esempi, è stato quello di credere che questo comportamento fosse il frutto della natura umana. E ci si potesse dunque contare dovunque. In realtà esso è il frutto della civiltà greca, romana e cristiana. I greci avevano un grande rispetto per il Grande Re ma non si capacitavano del fatto che i persiani lo onorassero come un dio e gli obbedissero come fosse il loro padrone. Loro i padroni non li concepivano affatto e nella mitologia persino il padre degli dei era attaccato: è vero che i Titani la pagarono cara, ma è anche vero che lo stesso Zeus aveva ucciso Saturno.
Gli eserciti che si sono affrontati alle Termopili e a Maratona erano divisi da un solco che esiste ancora oggi. Noi occidentali ci intendiamo meglio con i giapponesi, i cinesi e gli indiani che con i nostri vicini del Medio Oriente. I persiani di Dario che volevano appropriarsi la Grecia sono gli stessi che oggi parlano di distruggere Israele. Andati via gli americani, probabilmente gli irakeni torneranno agli scontri tribali e religiosi e forse dimenticheranno persino la lezione laica di quel criminale di Saddam Hussein: non è nemmeno impossibile che si diano a qualche teocrazia di tipo iraniano. Né meglio vanno le cose in tanti altri Paesi della regione. A parte gli Stati patrimoniali, come l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, la tendenza al passato oscurantista e religioso comincia ad affermarsi perfino in Turchia. Tutte queste nazioni non anelano alla democrazia e forse non la gradiscono neanche se gliela regalano.
Il caso peggiore è quello dell’Afghanistan. I turchi, gli irakeni e perfino i palestinesi sono molto più colti degli abitanti di quel remoto Paese. Il fatto che gli occidentali rischino le loro vite e le loro finanze per aiutarli non li commuove affatto. Loro la vita la rischiano per ammazzare gli invasori, per impedire alla loro donne di andare a scuola, ai concittadini di andare in giro senza barba e a tutti di andare al cinema. È quello che faranno quando gli occidentali andranno via, dopo anni di inutili scontri. A che sarà servito, invadere quel Paese, spendere tante energie e tante vite? Probabilmente a niente. Gli americani volevano regalargli la modernità e la libertà, mentre quelli vogliono la dittatura del clero e la sharia. Veramente non bisogna avere pietà di popoli del genere.
Naturalmente qualcuno dirà che bisognava pur punire coloro che avevano dato ricetto e protezione ai terroristi colpevoli dell’Undici Settembre. Nessuno dice di no. Ma punire non significa invadere e neppure premurarsi di organizzare elezioni, aprire scuole e ospedali. Punire significa uccidere e distruggere, non nutrire e costruire. Gli Stati Uniti avrebbero potuto distruggere dall’alto qualunque installazione desse aiuto ai terroristi (anche in piena città), senza impolverarsi le scarpe. Purtroppo, erano convinti che gli afghani erano nuovaiorchesi vestiti in modo diverso.
Avevano ed hanno ancora parecchio da imparare, sulla natura umana.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
8 agosto 2011



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7 agosto 2011
LA BELLA MORTE DEL GOVERNO BERLUSCONI
Per quanto riguarda le grandi vicende economiche  ci sono due principi da seguire. Il primo è che, se non si è veramente competenti, è meglio non aprire bocca. Il secondo è che, se si è veramente competenti, si hanno più o meno le stesse probabilità di sbagliare dell’incompetente. Teoricamente dunque tutti dovremmo tenere la bocca chiusa: ma se c’è la consegna del silenzio, tanto vale che andiamo al bar e ne discutiamo senza impegno.
Questo è un momento fortunatissimo, per l’Italia. Certamente fortunato è chi, mentre fino a ieri stava malissimo ma non sapeva come uscirne, ora sa di che cosa è malato. E sa che un intervento drastico potrebbe salvarlo.
La crisi economica è grave e potrebbe divenire gravissima. Dal momento che, come si dice, le Borse sono “il termometro del tempo che farà domani”, se ne esce convincendole che presto splenderà il sole. Ma non è facile. Anche se spesso sono isteriche non sono del tutto dementi: per credere ad un autentico cambio di passo vogliono indicazioni affidabili. Il segnale che potrebbe renderle ottimistiche non è una dieta o qualche pillola, è un’operazione chirurgica capace di amputare le parti incancrenite. La maggioranza ne ha il coraggio?
Qui si vede la differenza fra autocrazia e democrazia. Un autocrate illuminato, come Atatürk, può concepire ed attuare una riforma del Paese che lo “violenta” dalla fondamenta ma lo guarisce di mali secolari. Questo perché, non rischiando di essere scalzato dal potere, ha il tempo di far constatare ai cittadini i benefici dell’azione intrapresa. Se invece Atatürk avesse avuto dinanzi a sé tre o quattro anni non solo non avrebbe avuto il tempo di realizzare la rinascita della Turchia ma sarebbe stato cacciato alle prime elezioni. Come avviene in democrazia quando un governo si rende impopolare.
Non si stanno tessendo le lodi della dittatura: si sta solo esponendo il dilemma che si pone a un governo democratico. Dovendo affrontare una grave crisi è come l’ape quando l’alveare è attaccato: il suo dovere è quello di difenderlo pungendo l’aggressore ma sa che ciò facendo morirà.
Se il governo Berlusconi, pressato dalla crisi, adotterà misure straordinariamente severe e contrarie al buonismo nazionale, si renderà odioso e perderà le elezioni. Potrà anche salvare la nazione ma nessuno gliene sarà grato. Nel caso migliore, il governo successivo si attribuirà il merito dei risultati dei provvedimenti adottati, senza modificarli, e accuserà il governo precedente di aver fatto pagare prezzi eccessivi.
L’altra soluzione è non far nulla. Deprecare la malasorte e accusare i malvagi speculatori. Ma quale governo potrebbe essere rieletto, se lasciasse andare tutto a rotoli? La conclusione è chiara: se la crisi è molto grave, la maggioranza perde le elezioni qualunque cosa faccia.
Le situazioni disperate un ultimo vantaggio lo offrono: quando non si può vincere, si può “scegliere la bella morte”. Il governo potrebbe allungare d’un solo colpo di cinque anni l’età pensionabile, rendendola uguale per uomini e donne, potrebbe abolire le pensioni di anzianità, permettere la licenziabilità ad libitum, abolire il Servizio Sanitario Nazionale obbligando nel contempo tutti ad assicurarsi privatamente, riformare il fisco senza concertazioni e senza contrattazioni, tagliare di colpo tutti i rami secchi delle ferrovie, licenziare gli impiegati sorpresi fuori posto durante le ore di lavoro, imporre una seria produttività ai magistrati, e adottare tutti i provvedimenti opportuni. Naturalmente tutto il Paese griderebbe come se lo violentassero ma se si riuscisse ad evitare la rivoluzione l’Italia si risolleverebbe come una mongolfiera che butta via la zavorra.
Tuttavia il salvataggio dipenderebbe dal senso di responsabilità dei nuovi governanti. Non si può dimenticare che nel 1996 l’opposizione, andata al governo, passò il primo periodo della legislatura ad annullare tutte le leggi del governo precedente. Indusse perfino l’elettorato a revocare una eccellente riforma costituzionale, solo perché l’aveva varata il governo di centrodestra. In Italia la faziosità tocca picchi assurdi e prevale largamente sul bene del Paese.
Il governo Berlusconi la “bella morte” dovrebbe dunque sceglierla solo perché è bella. Per motivi estetici. Quanto a salvare l’Italia, ci vorrebbe Eracle, ma è morto da troppo tempo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
7 agosto 2011




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POLITICA
6 agosto 2011
LA VIDA ES SUEÑO

Sul Corriere dei Piccoli di quasi un secolo fa esisteva un’improbabile “arcivernice del dottor Lambicchi”. La si passava su una fotografia e l’oggetto diveniva realtà. Che i bambini potessero apprezzare un’assurda storia del genere si spiega con il loro amore per il magico, ma la tendenza al magico non viene meno con l’età. Anche gli adulti sperano sempre nel miracolo. È questo che fa il successo dei guaritori, dei truffatori, dei fondatori di religioni e, non ultimi, dei politici.
La politica è infatti un campo in cui l’immaginario pesa più del reale. In essa non vince il competente che propone un programma realizzabile ma colui che promette ciò che non potrà mai mantenere. Barack Obama, in questo campo, ha battuto un record. Invece di fare promesse mirabolanti ma relative a fatti concreti – “Posso risolvere la crisi economica, posso azzerare la disoccupazione, posso regalare la sanità a tutti” - si è buttato sull’astratto: yes, we can, sì, possiamo farlo. Che cosa? Qualunque cosa. “Voi esprimete un desiderio ed io vi rispondo: sì, possiamo attuarlo. Volete che tornino i ragazzi in divisa che abbiamo all’estero? We can. Volete che miglioriamo i rapporti con gli amici europei, volete che diveniamo fraterni amici con gli iraniani? Non vi preoccupate, we can. E perché dico we? Perché prima voi dovete fare la vostra parte, votando per me”.
C’è di che rimanere sbalorditi. Si può straparlare così? Ma la risposta la dava lo stesso candidato: Yes, we can. E non era in torto lui: erano in torto coloro che l’ascoltavano. E che lo hanno eletto.
Questa è una lezione importante per tutti ma non per i politici: perché loro l’hanno digerita già ad inizio carriera. Sanno benissimo di avere a che fare con avidi compratori di fumo e dunque glielo devono vendere senza risparmio. Del resto non corrono rischi: il prodotto non è in garanzia. Nessuno può andare da Obama a chiedergli che ne è stato del suo “Yes, we can”. Secondo costante giurisprudenza, se la truffa è evidente non è una truffa. Quando un produttore assicura: “usate questo rossetto e tutti gli uomini cadranno ai vostri piedi”, è inutile denunciarlo.
Il cittadino che ha esperienza sviluppa anticorpi. Sapendo che si tratta di una commedia degli inganni è pronto a sopportare i trucchi più ingenui e spericolati. Ma a volte gli può sorgere il dubbio che, a forza di raccontare balle, i politici finiscano col non distinguerle dalla realtà. In Italia ne abbiamo un esempio da manuale.
Si sa che il potere è la molla suprema della politica. Biasimare i politici perché ambiziosi è tanto inutile quanto biasimare i leoni perché carnivori. Chi è al potere fa di tutto per rimanerci e chi non è al potere fa di tutto per andarci. In queste condizioni, invitare un ministro a dimettersi per darsi alla vita contemplativa è semplicemente demenziale. Per farlo andar via bisogna votargli contro in massa oppure sparargli. Il verbo invitare fa pensare a quei gatti che, se un uccellino è troppo in alto, lo pregano con teneri miagolii di scendere a portata di grinfia.
E tuttavia è quello che avviene. Travestendo con le più nobili motivazioni la loro voglia di andare al governo, i politici dell’opposizione chiedono gentilmente ai colleghi che attualmente vi siedono di cedere loro il posto. E credono che si tratti soltanto di proporglielo con le parole adeguate: campo in cui dànno prova di una fantasia che gli avrebbero invidiato i Fratelli Grimm.
Qui si inserisce l’opera meritoria di Mattia Feltri, il quale ci ha offerto una collezione dei seducenti “miagolii” con i quali si cerca di indurre Berlusconi a dimettersi, “per il bene del Paese”. Che se ne vada e lasci il posto a un governo di unità nazionale; a un governo tecnico; delle larghe intese; del Presidente; di garanzia; di grande Coalizione; istituzionale; delle larghe convergenze; fondato su un più largo consenso; di tregua; di salute pubblica; di responsabilità nazionale; di solidarietà nazionale; per le riforme; per l’emergenza e le riforme; di decantazione; di legittimazione parlamentare; di responsabilità istituzionale; per le riforme socio-economiche; della salvezza; di transizione; insomma un governissimo. E per ognuna di queste formule Feltri indica i colpevoli.
Questa folla di poeti della politica parla in questo modo perché intende ingannare i cittadini o perché ha già ingannato se stessa? Bersani si rende conto di rendersi ridicolo, quando chiede le dimissioni di Berlusconi tre volte al giorno, prima dei pasti? Veramente questo è un modo di fare politica?
E tuttavia può darsi che alle prossime elezioni gli elettori abbocchino. Yes, they can.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
6 agosto 2011
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=12VUS4


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POLITICA
5 agosto 2011
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALL'ITALIANA
Se si dice “il Presidente della Repubblica”, si pensa a Giorgio Napolitano. Viceversa qui non si vuol parlare di lui, ma del Presidente in generale. Cioè di quegli uomini che, dal tempo lontano di Enrico De Nicola, hanno occupato la più alta carica dello Stato.
La funzione di quest’organo è descritta dalla Costituzione in termini tanto vaghi da renderne importante l’interpretazione: il tema è piuttosto scarno e la musica finisce col valere soprattutto per l’orchestrazione e le variazioni.
Nel corso del tempo, i presidenti si sono divisi in due categorie. Anomali sono stati quelli che hanno visto le loro funzioni come ogni uomo sano considera il proprio fegato: è importante ma lo si dimentica. Se è necessario badarci, è segno che qualcosa non va, come quando, tornando alla politica, cade il governo.
Ecco alcuni esempi. Anomalo è stato Enrico De Nicola, presidente riluttante, che non nascondeva la tentazione di tornarsene a casa sua. Anomalo è stato Einaudi, un economista poco incline alle confidenze. Anomali sono stati anche Leone e Cossiga, quest’ultimo a doppio titolo: da prima, perché fra i più silenziosi e impercettibili, poi perché effervescente, logorroico, anticonformista e contestatore. Al punto che alcuni finsero di considerarlo pazzo e altri ne proposero l’ “impeachment”.
Normali invece sono stati quasi tutti gli altri, quelli che della carica hanno dato un’interpretazione “pontificia”. I punti in comune col Papa sono infatti parecchi. Ambedue sono coperti dall’immunità, il Papa perché sovrano assoluto, il Presidente perché dichiarato tale dalla Costituzione. Ambedue hanno un’influenza limitatissima sulla realtà e rischiano per questo di essere insignificanti (il caso del primo Cossiga), ma possono ipercompensare questo rischio col più assiduo presenzialismo (il secondo Cossiga). La comunità dei cattolici poteva dimenticare l’esistenza di Pio XII, talmente questo pontefice aristocratico era discreto e soprattutto silenzioso, invece i Papi successivi hanno ritenuto loro dovere affacciarsi alla finestra, ogni domenica, e dire qualcosa.
Impegno non da poco, se questo “qualcosa” avesse realmente un contenuto. Se il Papa prendesse posizione sui problemi importanti, si farebbe moltissimi nemici. Tutti quelli che sono di opinione diversa lo attaccherebbero violentemente. La soluzione non può che essere l’ovvietà: lodare la bontà; dir bene dell’amore fraterno; invitare alla generosità verso i poveri; invocare la pace, incoraggiare la speranza, esortare tutti a lottare contro la fame nel mondo. Chi può essere contro una di queste cose? Né si può rimproverare al Papa di non fare nulla personalmente. Mentre ringrazia mentalmente la fine del potere temporale, egli può infatti rispondere che non dispone di mezzi propri. Dunque sono gli altri, che devono agire. Lui può solo indicare gli scopi che essi devono raggiungere e sostenerli con le sue preghiere. Né è responsabile di ciò che non va: non solo egli non governa, ma può sempre riferirsi alla volontà di Dio e ai suoi disegni imperscrutabili: disegni nei quali può rientrare anche un devastante maremoto.
Anche il Presidente italiano normale si crede obbligato ad essere formalmente super partes e per questo alluviona la nazione con discorsi ovvi, banali e benedicenti. Discorsi che i giornalisti si credono in dovere di riportare, in ginocchio, trattandoli da Vangelo. Il PdR è un Papa in abiti borghesi. A questo punto, per chi già è irritato dagli interventi del vero Papa, per chi non sopporta la vuota retorica, l’unico rimedio è togliere l’audio.
Purtroppo, diversamente dal collega in tonaca, il Presidente è un uomo che intende fare politica: da un lato è il Tenero Vecchio che bacia i bambini e benedice tutti, dall’altro è il funzionario di un partito. Dunque congiura; trama; indirizza gli avvenimenti; fa propaganda subliminale e riesce a coniugare la faziosità con quanto di più moralistico ed ipocrita possa dirsi da un pulpito.  Il PdR è irritante sia per la sua funzione formale, sia per la sua funzione sostanziale. Gli esempi bruciano sulla lingua ma è meglio evitare guai giudiziari.
Ma questo non vale per la grande massa. Gli italiani hanno tanta fame di illusioni e di retorica da premiare molto più i Presidenti normali che quelli anomali. Leone sono riusciti a farlo dimettere, Pertini rimane un mito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
5 agosto 2011


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ECONOMIA
3 agosto 2011
Un articolo di Antonio Martino
Un articolo di Antonio Martino, prezioso per chi vuole capire qualcosa della crisi economica italiana. Detto di passaggio: dal momento che i suoi suggerimenti non saranno accolti, rimane valido l’articolo dal titolo “Il governo non può salvare l’Italia”.
Nel nostro paese prevale da molti decenni l’idea che la politica è la causa dei nostri guai e che solo i tecnici possono rimediare ai guasti combinati dagli eletti dal popolo. Questa tesi è stata recentemente (Corriere, 1° agosto) bollata per la sua insensatezza da Angelo Panebianco in un editoriale molto bello. Per la verità, come lo stesso Panebianco ricorda, se la tesi non è nuova, anche le sue stroncature hanno una lunga storia.
Persone di diverse opinioni ne hanno indicato l’insensatezza. Per esempio, se Luigi Einaudi metteva in dubbio l’esistenza del tecnico imparziale, privo di opinioni politiche, Croce sosteneva che “L’idea di un governo tecnico alberga da tempo nella mente degli imbecilli.” Forse la più esplicita condanna è stata fatta con queste parole: “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) “Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunziate da Palmiro Togliatti alla Camera il 9 luglio 1963.
L’idea che i problemi dell’Italia abbiano cause politiche ma possano essere risolte magari in un campeggio estivo da esperti indicati dal governo e dalle “parti sociali” indica la spaventosa incomprensione della natura dei nostri problemi. Cominciamo con un’ovvietà assolutamente indiscutibile: nessun paese al mondo ha mai avuto i conti pubblici in ordine ed un tasso di crescita soddisfacente quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. Noi siamo a oltre il 51%.
Esiste una letteratura e un’impressionante mole di documentazione empirica che dimostrano aldilà di ogni ragionevole dubbio che tassi di crescita pari o superiori al 5% sono possibili quando la spesa pubblica non supera il 35% del reddito nazionale (la nostra esperienza negli anni Cinquanta - sessanta del secolo scorso lo conferma).
Quando la spesa delle amministrazioni pubbliche supera il 40% del prodotto interno lordo, il tasso di crescita si riduce fino a livelli insignificanti (anche in questo caso l’esperienza italiana è conforme). Chi crede davvero nella necessità di rilanciare l’economia italiana e di riprendere la via della crescita, quindi, ha il dovere di indicare come si possa ricondurre il pubblico al di sotto del 40% del pil, in modo di consentire al 60% privato di investire, risparmiare, assumere e produrre.
Come altra volta indicato da queste colonne, per ridurre le spesse pubbliche le manovre correttive non servono, sono necessarie riforme. Il vero contrasto oggi è fra chi vuole tenere in piedi senza modifiche il welfare all’italiana – costosissimo, inefficiente e corrotto . e chi invece ritiene che lo sviluppo dell’Italia sia ben più importante del mantenimento in vita di un apparato degno del peggior cattocomunismo, un’autentica farneticazione statalista.
Fomentare l’invidia tentando di far credere a chi non ha che la colpa dei suoi problemi sono i privilegi di chi ha troppo, cioè i politici, è semplicemente privo di senso: stiamo parlando di quantità e, così come non è possibile prosciugare un oceano usando un secchio, non saranno certo i “sacrifici” dei politici a risanare le pubbliche finanze, lasciando in piedi un marchingegno che dilapida oltre la metà del reddito nazionale.
Quanto a chi paventa che le riforme del welfare siano “macelleria sociale” abbia la compiacenza di dire con chiarezza cosa l’espressione significa e perché guai incalcolabili alla società dovrebbero scaturire dalla drastica riduzione delle amministrazioni locali, dall’innalzamento dell’età pensionistica per tutti, o dallo sbaraccamento di quell’indifendibile mostro che è il servizio sanitario nazionale.
Dal lato della conservazione sta gran parte delle sinistre, che si trastullano con l’illusione che un’imposta patrimoniale a carico dei ricchi possa consentire il mantenimento dello status quo, e l’establishment della grande industria, ansiosa di predicare libertà e concorrenza per gli altri ma praticare interventi pubblici e sussidi a favore proprio, e il grande sindacato che ha interesse a conservare lo status quo fatto di pensionati in età relativamente giovane da loro rappresentati e giovani disoccupati non rappresentati da nessuno.
Vorrei ricordare ai conservatori che non si può sempre vivere a spese degli altri … perché gli altri prima o poi finiscono! Abbiamo già superato quel limite, è ora di tornare indietro verso una società meno burocratizzata e più libera.
www.antoniomartino.org/2011/08/miti-immortali.html  




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POLITICA
3 agosto 2011
IL GOVERNO NON PUO' SALVARE L'ITALIA
Se una madre è gravemente malata e rischia di morire, i figli si preoccupano e soffrono. Non sanno che cosa farebbero per alleviarle il dolore, per curarla e soprattutto per salvarla. La loro pena sarebbe tuttavia mescolata ad una rabbia sorda se l’anziana, da sempre adepta dell’omeopatia, rifiutasse di assumere quei rimedi che potrebbero guarirla. La compassione per le sofferenze sarebbe mista alla collera che ispirano quelli che gli inglesi chiamano i disastri auto-inflitti. Tanto che se poi la donna morisse, nell’intimo del proprio cuore ognuno non potrebbe sopprimere un commento spietato e veritiero: “Però se l’è cercata”.
L’Italia è gravemente malata ma da un lato rifiuta da sempre i rimedi, dall’altro ha governi che non sono riusciti ad imporglieli. Quest’ultima frase suscita gli applausi mentali del lettore ma sono applausi fuor di luogo. I governi non hanno curato l’Italia perché l’opinione pubblica ha sempre protestato perfino contro ogni gestione equilibrata di spese ed entrate. Il momento di maggiore concordia nazionale si è raggiunto nel periodo del consociativismo, quando maggioranza, opposizione e sindacati hanno sostanzialmente concordato nella politica dei regali a tutti. È così che si è creato il nostro gigantesco debito pubblico.
Ora siamo alla resa dei conti ma la mentalità non cambia. L’intera opinione pubblica (in particolare quella intellettuale) è insorta contro i tagli “lineari” che coinvolgevano anche il mondo dello spettacolo e Tremonti è stato costretto a reintrodurre i finanziamenti al cinema: la cultura non si tocca. E la cultura sono i cinepanettoni.
C’è una costante divaricazione fra concreto e astratto. L’astratto, su cui si concorda, è il dovere di tagliare le spese, di combattere l’evasione fiscale, di diminuire il parassitismo della politica, eccetera; il concreto è la resistenza che si manifesta non appena uno qualunque di questi nobili propositi si trasforma in progetto reale. Infatti ogni provvedimento intacca gli interessi di qualcuno. Se si propone di tagliare un parassita per migliorare la situazione dell’albero, è naturale che l’edera non sia d’accordo. Se, studiando i costi della politica, si scoprisse che esiste tutta una categoria di impiegati che sono stati assunti per chiamata diretta (“raccomandazione”), che non svolgono nessuna funzione utile per la collettività e che, messi tutti insieme, costano miliardi di euro l’anno all’Erario, si identificherebbe l’occasione sognata del “taglio”. Ma i dipendenti protesterebbero che, da un giorno all’altro, sono quasi messi sul lastrico; che non accettano di essere trasferiti altrove o ad altre funzioni; che il Tar comunque ha dato loro ragione: lo Stato non può venir meno al contratto siglato con loro. Tutto questo sarebbe comprensibile. Meno comprensibile sarebbe che la comunità nazionale, e in primo luogo i giornali di sinistra, sosterrebbero con la massima forza le loro ragioni, trattando il governo da criminale (“macelleria sociale”) e costringendolo a ritirare il provvedimento.
Sono state combattute miniriforme indolori, come quelle del ministro Brunetta per contenere l’assenteismo e si è osteggiato qualunque provvedimento inteso ad aumentare la produttività. Ammesso che non si vogliano punire i battifiacca, e si proponga di premiare chi lavora molto, i giornali dichiarano insopportabili le “discriminazioni fra i lavoratori”, distinzioni che infliggono un “biasimo obiettivo” al lavoratore normale: quello che fa il suo lavoro come si è sempre fatto e come piace ai sindacati. Nella discussione sulla Fiat un certo sindacato ha preteso che l’impresa producesse in Italia anche rimettendoci.
Non c’è rimedio, per l’Italia. L’economia – non cambiando nulla, e nulla si vuole che cambi - non dipende dal governo. Se qualcosa si potesse fare, e il governo la facesse, otterrebbe una tale montagna di critiche da perdere con certezza le prossime elezioni. E forse dovrebbe per giunta ritirare il provvedimento. La norma della Costituzione che vieta il referendum per le leggi tributarie e di bilancio (art.75) è vanificata dal fatto che i governi sono proni all’opinione pubblica e ai giornali: e ciò che vieta la Costituzione viene realizzato dalla demagogia.
L’Italia è una malata che rifiuta le cure ma nel frattempo chiede che la politica rilanci l’economia, riduca il debito pubblico, renda il Paese prospero e felice. Chiede la Luna. Se dovesse morire, la conclusione sarebbe inevitabile: “Se l’è cercata”.
Da noi il governo non è buono o cattivo: è inesistente. E per giunta noi italiani pretendiamo che cammini sulla corda mentre tutti la strattoniamo a destra e a manca.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
3 agosto 2011


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