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POLITICA
31 luglio 2011
NO TAV, NO PROBLEM
Conosco il dramma della fame nel mondo. Ma capire, quando si è sazi, è poco. La fame è una sensazione importuna e durevole, che non si fa dimenticare, che dà una sorta di disperazione fisiologica, sicché oltre a rendermi conto del problema in termini di statistica e di geografia economica, cerco di pensare alla sofferenza reale di tanti esseri umani.
Ora invece provo a comprendere ciò che si può provare all’idea che altri, a spese sue, faccia un buco nelle Alpi e al riguardo mi risulta impossibile vibrare. La ferrovia c’è già. Se corre in un tunnel è anche meglio, perché  del tutto invisibile. Comunque, nel ventre della montagna non ci sono mai andato, mai ci sarei potuto andare e mai m’è venuta voglia di andarci. Tra quella roccia e me non c’è il minimo rapporto. Essa non mi batte neppure quanto ad indifferenza: se essa non si cura di me, io mi curo ancor meno di lei. In queste condizioni, che me ne importa della Tav, nell’attraversamento delle Alpi? Assolutamente nulla. Zero virgola zero.
E tuttavia c’è gente che per andare ad infastidire chi ha progettato quel tracciato, chi effettua i lavori, e la forza pubblica che è costretta a presidiarlo, viene anche da lontano, col treno o in auto; bivacca; affronta disagi e fatiche; rischia di essere ferita o persino arrestata mentre commette il reato di violenza e resistenza alla forza pubblica. Se resistenza è: si tratta infatti di un attacco a poliziotti che a non altro aspirano che a veder terminare la giornata di lavoro per tornarsene a casa propria.
Le persone che si occupano di contrastare la Tav sono le stesse che all’occasione si battono contro la costruzione di un’autostrada, di un ponte o di un termovalorizzatore. Si battono contro ciò che è nuovo. Nuovo per loro, naturalmente, perché la loro cultura storica non va oltre mezzo secolo fa: non si batterebbero mai contro la lavabiancheria, il telefono, o la ferrovia. Ché anzi, a proposito di quest’ultima, dichiarano fieramente che andrebbe favorita, rispetto al trasporto su gomma, perché meno inquinante. E non sanno che, quando nacquero, esse furono contrastate dai misoneisti del tempo (non si chiamavano ancora ecologisti) con la stessa passione con la quale essi oggi si battono contro la Tav.
Non si può certo dire, in generale, che gli ecologisti abbiano ragione o torto: in alcuni casi hanno certamente ragione, in altri hanno certamente torto. Tuttavia, dal momento che l’ideale misoneista è perseguito con lo stesso entusiasmo in tutte le occasioni, quelle giustificate come quelle ingiustificate, se ne deduce che non è tanto il tale o tal altro problema, che interessa costoro, quanto l’occasione di “battersi”. Essi sono contro il nuovo per principio, e alcuni di loro sono contro polizia e carabinieri, per principio. Ogni occasione è buona per tentare di massacrarli con pietre, bastoni e bottiglie molotov.
Il problema dunque si sposta dall’ecologia alla motivazione profonda di questo atteggiamento. A nostro parere la molla sottostante è l’istinto umano della guerra. L’omosessualità è più frequente nelle carceri che fuori perché l’istinto sessuale è potente e, in carcere, non può avere uno sfogo normale. Nello stesso modo, in un lungo periodo di pace, l’istinto della guerra prende per necessità altre direzioni e si è obbligati ad inventarsi un nemico. Il caso più semplice è la passione calcistica; e infatti fra i tifosi i violenti non mancano. Ma ci sono coloro che sono lontani dal calcio e che abbisognano di più alti ideali, per indossare la divisa: costoro hanno inventano un’altra guerra, quella dell’ecologia. La attuano con le manifestazioni (guerra ritualizzata, si possono portare anche i bambini) o con la violenza (guerra combattuta, portarsi le armi da casa): ma il significato totale, per tutti, è il piacere di sentirsi un gruppo di “noi”, puri e buoni, contro un gruppo di “loro”, brutti e cattivi. O anche semplicemente carabinieri. La lotta di piazza per l’ecologia è la riprova che siamo in tempo di pace: come afferma il detto, le dimensioni delle persone sono date dalla dimensione dei problemi che le angustiano.
La Tav è stata decisa a livello europeo e il cittadino che sente poco l’istinto guerresco non può che guardare ai “combattenti ecologisti” con lo stesso stupito distacco con cui può guardare i tifosi che se le dànno di santa ragione a proposito di qualcosa che non ha importanza. E che comunque, in una direzione o nell’altra, non dipende affatto da loro. L’uomo pacifico si disinteressa della Tav quanto degli amori dei pesci rossi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
31 luglio 2011


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POLITICA
31 luglio 2011
NO TAV, NO PROBLEM
Conosco il dramma della fame nel mondo. Ma capire, quando si è sazi, è poco. La fame è una sensazione importuna e durevole, che non si fa dimenticare, che dà una sorta di disperazione fisiologica, sicché oltre a rendermi conto del problema in termini di statistica e di geografia economica, cerco di pensare alla sofferenza reale di tanti esseri umani.
Ora invece provo a comprendere ciò che si può provare all’idea che altri, a spese sue, faccia un buco nelle Alpi e al riguardo mi risulta impossibile vibrare. La ferrovia c’è già. Se corre in un tunnel è anche meglio, perché  del tutto invisibile. Comunque, nel ventre della montagna non ci sono mai andato, mai ci sarei potuto andare e mai m’è venuta voglia di andarci. Tra quella roccia e me non c’è il minimo rapporto. Essa non mi batte neppure quanto ad indifferenza: se essa non si cura di me, io mi curo ancor meno di lei. In queste condizioni, che me ne importa della Tav, nell’attraversamento delle Alpi? Assolutamente nulla. Zero virgola zero.
E tuttavia c’è gente che per andare ad infastidire chi ha progettato quel tracciato, chi effettua i lavori, e la forza pubblica che è costretta a presidiarlo, viene anche da lontano, col treno o in auto; bivacca; affronta disagi e fatiche; rischia di essere ferita o persino arrestata mentre commette il reato di violenza e resistenza alla forza pubblica. Se resistenza è: si tratta infatti di un attacco a poliziotti che a non altro aspirano che a veder terminare la giornata di lavoro per tornarsene a casa propria.
Le persone che si occupano di contrastare la Tav sono le stesse che all’occasione si battono contro la costruzione di un’autostrada, di un ponte o di un termovalorizzatore. Si battono contro ciò che è nuovo. Nuovo per loro, naturalmente, perché la loro cultura storica non va oltre mezzo secolo fa: non si batterebbero mai contro la lavabiancheria, il telefono, o la ferrovia. Ché anzi, a proposito di quest’ultima, dichiarano fieramente che andrebbe favorita, rispetto al trasporto su gomma, perché meno inquinante. E non sanno che, quando nacquero, esse furono contrastate dai misoneisti del tempo (non si chiamavano ancora ecologisti) con la stessa passione con la quale essi oggi si battono contro la Tav.
Non si può certo dire, in generale, che gli ecologisti abbiano ragione o torto: in alcuni casi hanno certamente ragione, in altri hanno certamente torto. Tuttavia, dal momento che l’ideale misoneista è perseguito con lo stesso entusiasmo in tutte le occasioni, quelle giustificate come quelle ingiustificate, se ne deduce che non è tanto il tale o tal altro problema, che interessa costoro, quanto l’occasione di “battersi”. Essi sono contro il nuovo per principio, e alcuni di loro sono contro polizia e carabinieri, per principio. Ogni occasione è buona per tentare di massacrarli con pietre, bastoni e bottiglie molotov.
Il problema dunque si sposta dall’ecologia alla motivazione profonda di questo atteggiamento. A nostro parere la molla sottostante è l’istinto umano della guerra. L’omosessualità è più frequente nelle carceri che fuori perché l’istinto sessuale è potente e, in carcere, non può avere uno sfogo normale. Nello stesso modo, in un lungo periodo di pace, l’istinto della guerra prende per necessità altre direzioni e si è obbligati ad inventarsi un nemico. Il caso più semplice è la passione calcistica; e infatti fra i tifosi i violenti non mancano. Ma ci sono coloro che sono lontani dal calcio e che abbisognano di più alti ideali, per indossare la divisa: costoro hanno inventano un’altra guerra, quella dell’ecologia. La attuano con le manifestazioni (guerra ritualizzata, si possono portare anche i bambini) o con la violenza (guerra combattuta, portarsi le armi da casa): ma il significato totale, per tutti, è il piacere di sentirsi un gruppo di “noi”, puri e buoni, contro un gruppo di “loro”, brutti e cattivi. O anche semplicemente carabinieri. La lotta di piazza per l’ecologia è la riprova che siamo in tempo di pace: come afferma il detto, le dimensioni delle persone sono date dalla dimensione dei problemi che le angustiano.
La Tav è stata decisa a livello europeo e il cittadino che sente poco l’istinto guerresco non può che guardare ai “combattenti ecologisti” con lo stesso stupito distacco con cui può guardare i tifosi che se le dànno di santa ragione a proposito di qualcosa che non ha importanza. E che comunque, in una direzione o nell’altra, non dipende affatto da loro. L’uomo pacifico si disinteressa della Tav quanto degli amori dei pesci rossi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
31 luglio 2011


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CULTURA
30 luglio 2011
REATI PERDONABILI, REATI IMPERDONABILI
-Quante volte, figliolo?
-Tante, padre. Tantissime!
Confesso un peccato che ho commesso spesso ma che non riesco a spiegarmi.
È normale che il goloso pecchi per la gola, l’avaro per il denaro, il libidinoso per il sesso. Il mio peccato è invece una irrefrenabile voglia - se non di perdono - certo di comprensione per i peccati altrui. Mentre non sento la minima spinta al perdono quando si tratta di gravi reati che hanno fatto soffrire qualcuno, ogni volta che leggo di un politico arrestato per corruzione, di un professore che è andato a letto con una sua alunna, di un evasore fiscale che ha frodato lo Stato per migliaia e migliaia di euro, ho una stretta al cuore. Qual è il discrimine?
Il primo è dato dalla plausibilità della tentazione: non ho mai desiderato uccidere, non ho mai nemmeno pensato di violentare una donna e questi “peccati” sono fuori dal mio mondo. Incluso quello fantastico. Per altri reati  invece conta molto il grado maggiore o minore di “alterità”. La domanda diviene: la vittima ha sofferto? Per caso era consenziente?
L’esempio migliore è il reato sessuale. Mentre nella violenza carnale l’autore non ha nessuna giustificazione e l’antigiuridicità del suo atto è spalancata sotto i suoi occhi dalle preghiere e dalla resistenza della vittima, nel caso del docente che sia andato a letto con l’alunna tredicenne (giuridicamente violenza carnale, come nel caso precedente) non posso non chiedermi come sono andate le cose. Certe ragazze a quell’età sono già estremamente attraenti e alcune sono anche maliziose. Dunque un uomo un po’ represso psichicamente e annebbiato da notevoli quantità di testosterone potrà per così dire perdere la testa. E se la ragazza lo incoraggia, se magari non è più vergine perché ha già avuto rapporti sessuali, chi può dire che sarebbe facile resistere? Chi, all’idea di trovarsi nella situazione del docente indotto in tentazione, può essere sicuro che non cederebbe?
È forse questa la distinzione fondamentale: la percezione dell’esistenza della vittima. Mentre il rapinatore ha dinanzi a sé il possessore di un bene cui legittimamente non vorrebbe rinunciare, l’evasore fiscale, più che tendere a impossessarsi del denaro altrui, vorrebbe conservare il proprio. Non ignora l‘astratto dovere di contribuire alle spese dello Stato, ma lo Stato in passato lo ha più volte vessato e un po’ depredato… Come diceva quel tale, rubare allo Stato non è rubare, è ricuperare.
Pesa molto l’interpretazione che il colpevole dà a se stesso del proprio reato. Il corrotto per un atto conforme al proprio ufficio può raccontare a se stesso che il corruttore è solo un amico molto grato: ecco una tentazione - con razionalizzazione incorporata - impossibile per il colpevole di concussione.
La cosa strana è che tutti questi reati verso i quali sento una tendenza al perdono io non avrei mai potuto commetterli. Non perché sia particolarmente morale, ma perché già da giovane ero così acutamente cosciente del fatto che coi reati ci si mette nei guai che le eventuali tentazioni divenivano inconsistenti.
Al riguardo c’è un episodio tanto lontano quanto significativo. Ottenuta la laurea sono partito all’avventura e un paio di mesi dopo ero a Londra. Essendo poverissimo, ho cercato lavoro e, oh gioia!, mi hanno assunto come lavapiatti. Ma io avevo un problema: sul passaporto m’avevano scritto che non potevo lavorare “unless unpaid”. Ho cercato lo stesso, disperatamente, una soluzione, sono andato al Home Office, ho parlato con un funzionario che mi ha chiesto se capissi quello che c’era scritto sul passaporto. Il mio inglese era pessimo, ma non potevo negarlo.
Tornato alla trattoria riferii il colloquio al proprietario. Il pakistano sorrise: “Che importa! Se dovessero venire dei poliziotti dirai che sei un parente, che lavori per passare il tempo”. Scusa inverosimile. Eppure, che cosa rischiavo? Che mi espellessero dal Paese? E ora forse che non mi apprestavo ad andarmene, dopo appena undici giorni, senza nemmeno avere imparato un po’ meglio l’inglese?
Ciò che mi indusse ad abbandonare una Londra che in quel momento adoravo fu la semplice considerazione che un giorno, se fossi divenuto una persona importante, qualcuno avrebbe potuto rivangare quell’episodio e accusarmi di essere andato contro la legge, una volta.
Ho sempre cercato di non correre rischi. Non ho mai confidato un segreto che, rivelato, potesse danneggiare me o qualcun altro. Non ho mai accettato una raccomandazione. Non ho mai nemmeno corretto un voto sul registro: i professori non lo sanno, ma costituisce il reato di falso materiale.
Per questi motivi avrei tutto il diritto di essere spietato, col prossimo: ma non mi riesce. Forse perché ho sempre visto gli altri severissimi con gli errori altrui e indulgentissimi con i propri. E questo ha fatto schifo al mio senso estetico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
30 luglio 2011



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POLITICA
29 luglio 2011
L'INCUBO DELL'ITALIA IMPANIATA
In Italia si ha un incubo, tanto antico che è stato descritto anche da Omero. Si sogna di essere inseguiti e di non riuscire a scappare, come se il nostro corpo non rispondesse agli ordini. È soprattutto in politica che la nostra società ha una sensazione di questo genere. I partiti annaspano, non sanno che cosa proporre, si contraddicono, si accusano gli uni gli altri di insipienza e, purtroppo, tutti con ragione. Qualche commentatore politico ha lamentato che i politici non sappiano “inventarsi qualcosa”, con un riflessivo – inventarsi - che indica insieme il degrado della lingua italiana e lo scadimento della politica a trovata pubblicitaria. Non si comprende che, quando un fenomeno dura decenni, è necessario elevarsi al di sopra delle contingenze: chissà che la causa non sia più profonda.
Gli uomini tendono al meglio. In senso materiale, per cominciare: se così non fosse non avrebbero inventato l’agricoltura, la ruota e, in tempi più recenti, le ferrovie, l’elettricità, l’automobile, il computer. Il progresso è una legittima aspettativa che, nei secoli recenti, è stata tutt’altro che delusa. Purtroppo gli uomini si aspettano un progresso analogo in campi in cui esso è più difficile, per non dire impossibile: e cioè quelli che dipendono dalla natura umana. Tutti vorrebbero che gli uomini fossero meno egoisti, più onesti, più solidali o perfino più intelligenti, mentre un mutamento della specie potrebbe essere attuato solo in milioni di anni. Noi siamo identici ai greci di Pericle e coloro che popoleranno la Terra fra due o trecento anni saranno come noi. Purtroppo gli uomini misurano il tempo col metro della propria vita e rimangono delusi dal mancato cambiamento in meglio.
Il sentimento è particolarmente palese in certe circostanze storiche. Nel momento in cui si vive una pestilenza o una guerra, il cambiamento sperato è la fine del flagello. Si mitizza il periodo precedente e se ne vagheggia il ritorno come la fine di ogni pena. In Francia la Prima Guerra Mondiale fu soprannominata “La Der des Ders” (cioè la dernière des dernières, cioè l’ultima delle ultime) nel senso che pareva impossibile che l’umanità fosse tanto folle da ricominciare un simile immenso massacro.
Quando invece si è in periodi di calma, quando cioè non si è nella sfortunata condizione di sperare la fine di un tormento, la voglia del cambiamento rimane ma  la sua realizzazione si rivela più chiaramente impossibile. Dopo il 1944 l’Italia ha intrapreso un difficile cammino di ricostruzione ma nei decenni seguenti, essendo sempre maggiore la percentuale di quelli che non avevano conosciuto la guerra e divenendo il tempo di pace un’ovvietà, si è via via accentuata da un lato la voglia di un progetto, di una speranza, di una soluzione dei vecchi problemi, dall’altro l’impazienza nei confronti di una realtà che quel progetto e quella speranza la vanificavano ogni giorno. Detto brutalmente, anche i non filosofi hanno sbattuto il naso contro la condizione umana.
La realtà dell’uomo è caratterizzata da un’eccedenza dei desideri rispetto alle soddisfazioni, e dalle difficoltà della convivenza di cui sono corollari i delitti di ogni genere e la corruzione politica. In momenti difficili si è troppo impegnati a sopravvivere per pensarci, nei periodi di pace e di prosperità, con i soli limiti ineliminabili e oggettivi dell’esistenza, si è indotti ad una sorta di acida irrequietezza, alla tentazione di ribellarsi, anche se non si sa bene contro che cosa e per ottenere che. Forse la Luna.
Si comprende così, in Italia come negli altri Paesi sviluppati, la richiesta allo Stato di risolvere i problemi riguardanti la disoccupazione, il debito pubblico, la stagnazione economica, la scuola, la sanità, la pubblica sicurezza, tutto, e l’appassionata protesta contro i privilegi e la corruzione dei politici. Si dimentica che certe difficoltà e certi comportamenti non dipendono dalla tale o tal’altra idea politica ma dalla natura umana: da essa nasce la tendenza a profittare del denaro dello Stato, a lavorare il meno possibile, a non pagare le tasse, in una parola all’egoismo a tutti i livelli. Le richieste non possono essere accolte ed ecco che la politica impazzisce come una mosca dentro un bicchiere capovolto. Le coalizioni al governo non sanno che fare e  i partiti dell’opposizione non sanno che proporre. Gli uni si vantano di ciò che non hanno fatto, gli altri protestano mentre non saprebbero fare di meglio. Tutti se la cavano con la demagogia.
La realtà è che non si può uscire da un guado che si può chiamare condizione umana. Ciò spiega anche perché la stampa è così terribilmente noiosa, quando parla di politica: perché anch’essa è una mosca in un bicchiere capovolto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
29 luglio 2011




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CULTURA
29 luglio 2011
MOLLICHINE
IlSole24ore. Stefano Folli. “Quando la politica è debole”. Appunto: non le si potrebbe dare un Ri-costituente?
Titolo del Sole24 ore: “Discontinuità e responsabilità”. Che belle parole, monsignore!
Repubblica. Giannini: “Lo spirito del ’92 che serve al Paese”. Quello della gioiosa macchina da guerra?
Il Sole24ore: “Il governo denunci le agenzie di rating”. Non costa nulla: i magistrati sempre e comunque “aprono un fascicolo”.
Il Fatto. Padellaro: “I ladri e le forze oscure”. Della reazione pluto-giudeo-massonica in agguato.
Repubblica. Scalfari: “La sinistra, la morale e la diversità perduta”. E quando mai l’aveva avuta?
La Stampa. Geremicca: “La riflessione che il Pd deve fare”. Ma se non ce l’ha fatta il Pci, dopo il crollo dell’Urss!
Libero. Di Pietro: “Le nomine a pagamento non valgono nulla”. Falso. Se non valessero nulla, nessuno le pagherebbe.
Napolitano interviene sui ministeri a Monza. È una notizia? No. Notizia sarebbe se non intervenisse su qualcosa.
Il Messaggero. Mirabelli: “Ineccepibili le osservazioni del Quirinale”. Lo sapevamo. Ci è ripetuto in tutti i modo che il PdR non sbaglia mai.
Repubblica. Parla il pentito Di Lernia: “Politici e manager, milioni di tangenti”. Insomma, l’idrovora di Lernia.
Libero. Giuristi e politici d’accordo: “La class action [di Bersani] è un’assurdità”. Però, class action, come suona bene!
La Stampa. Paniz: “Chi sbaglia dovrebbe dimettersi”. Sessanta milioni di italiani che si dimettono?
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CULTURA
28 luglio 2011
MOLLICHINE
Corriere. Vendola: “Se la politica è questa faccio la valigia”. È una minaccia o una promessa?
Corriere. Bersani: “La macchina del fango non ci fa paura”. Eh sì, di solito la guidano amici suoi.
 Dal centrodestra un Pinocchio per Pisapia. Se bisogna darlo a tutti i meritevoli, inclusi quelli di centrodestra, speriamo che la produzione sia industriale.
Corriere. Missioni all’estero. Idv: “Serve exit strategy”. Inglese imperfetto. Bisognava dire, potendo: “Here is an exit strategy”.
Corriere. Santo Versace (per gli omosessuali): “Così si torna ad Auschwitz”. Primo premio: è quello che l’ha sparata più grossa.
Il manifesto: “Disegno di legge, il caporalato ‘reato penale’ ”. Meno male. Avevamo temuto che inventassero il reato civile.
Il Fatto. Travaglio: “Il guaio è il rapporto fra politica e affari”. Quando si dice uno scoop.
Il Fatto. Bersani: “Siamo gente per bene, ci metto la faccia”. Basta averla di bronzo.
Repubblica/Roma. Fini: “La Regione non può tagliare i propri gioielli”. Anche perché “Regione” è femminile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
28 luglio 2011


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27 luglio 2011
È ANTICOSTITUZIONALE PROTEGGERE GLI OMOSESSUALI?
La Camera ha respinto una legge che creava l’aggravante di avere commesso il reato contro un omosessuale. La ragione invocata è stata l’incostituzionalità di una norma che andrebbe contro l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Naturalmente i favorevoli all’aggravante si sono indignati con parole tanto ardenti quanto incongrue. Paola Concia (Pd) ha detto che «la maggior parte del Parlamento oggi ha scelto di stare dalla parte dei violenti e non delle vittime delle violenze e delle discriminazioni». Pier Luigi Bersani ha detto che questo voto «è una vergogna, una delle pagine più brutte e spero che non passi inosservata». E Nichi Vendola, come sempre lirico: “Ancora una volta questo Parlamento si mostra incapace di capire ciò che accade nella società e si chiude nel proprio cuore di tenebra”.
Sperando che il nostro cuore non sia di tenebra ma magari solo di penombra (cosa gradevole, in estate) cominceremo col dire che la pregiudiziale di incostituzionalità è discutibile in quanto il codice penale all’occasione fa già distinzioni fra i cittadini. Per l’art.61 n.5 c.p. il reato è aggravato se il reo ha “profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa”. “Anche in riferimento all’età” significa che uno scippo è più grave se operato contro un vecchio che contro un giovane: eppure si tratta di due cittadini uguali dinanzi alla legge. Ma non è l’unico caso. Aggrava il reato (art.61, n.10) “l'avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato”. E qualcosa di simile fa anche il n.11. Dunque non si vede perché debba essere anticostituzionale l’aggravante proposta.
Tuttavia questo caso non può rientrare per analogia nella ratio legis di queste circostanze. Da un lato l’omosessuale non è più debole di un qualunque altro uomo (n.5), dall’altro egli non è meritevole di quella speciale protezione (n.10) che si reputa adeguata a chi è “superiore” al normale cittadino in quanto rappresenta lo Stato (il pubblico ufficiale) o Dio (il sacerdote).
E qui viene un po’ da ridere. Per secoli - e fino a non molto tempo fa - gli omosessuali sono stati sottoposti ad una discriminazione e ad un’oppressione tali da sconfinare nella crudeltà. In alcuni Paesi islamici, ancora oggi, si arriva addirittura alla pena di morte. L’irrisione, l’insulto, il disprezzo sono stati il meno che gli sia potuto capitare. Oggi si è finalmente arrivati a concedere loro ciò cui avevano un incontestabile diritto - cioè l’uguaglianza - ma non si vede perché da questa uguaglianza si debba addirittura passare alla superiorità. Se era ingiustificato considerarli “inferiori”, altrettanto ingiustificato sarebbe oggi considerarli “superiori”. Non è che essere omosessuali sia uno speciale titolo di merito.
La legge a nostro parere è stata respinta con una motivazione erronea:  non sarebbe stato anticostituzionale assicurare ad una categoria di cittadini una maggiore protezione, se essi fossero stati più deboli o più meritevoli della media. Ma di fatto essi non hanno né l’una né l’altra caratteristica.
Al passaggio l’episodio viene a confermare la teoria, più volte espressa in questa sede, secondo cui le norme generalissime, come alcune di quelle della Costituzione, si prestano, proprio perché tali, a interpretazioni discutibili.  E la Consulta ne ha dato più volte la dimostrazione.
Il Parlamento non si è schierato con i violenti e non ha un cuore di tenebra. Solo chi è fanatico passa da un eccesso all’altro. Oggi la moda è lodevolmente a favore del rispetto degli omosessuali ma molti la seguono in quanto tale, non in quanto giusta. Per questo c’è da temere che, quando la moda era quella della discriminazione degli omosessuali, la Concia e gli altri li avrebbero discriminati.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
26 luglio 2011



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CULTURA
26 luglio 2011
DIAGNOSI DIFFERENZIALE DEL TERRORISMO
In medicina la diagnosi differenziale è il procedimento che serve a distinguere due malattie che potrebbero essere scambiate l’una per l’altra. Analogamente, per definire il terrorismo, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, dovremmo trovare ciò che lo differenzia dagli altri atti violenti.
A parere di chi scrive, il terrorismo ha ambedue queste caratteristiche:
1)    non ha lo scopo di ottenere un risultato concreto, come sarebbe l’impossessarsi di un carro armato del nemico uccidendo il suo equipaggio, ma quello di incutere terrore nei “nemici” mediante la diffusione della notizia. Ricerca cioè un effetto psicologico e pubblicitario. Come dicevano i Brigatisti Rossi, colpirne uno per educarne cento;
2)    la tecnica della sua azione è quella dell’agguato: l’obiettivo deve essere ignaro e possibilmente disarmato. Caso classico: i civili in una discoteca o in una pizzeria.
I dati identificativi sono lo scopo e la tecnica. Dal primo requisito si deduce che non si può parlare di terrorismo a proposito della Terreur rivoluzionaria (che sembra abbia dato il nome al fenomeno) perché, pure se essa inviava ai cittadini il messaggio di quanto pericoloso fosse opporsi alla Révolution, ciò non faceva con la tecnica dell’agguato. La sua repressione era feroce ma non indiscriminata e di solito si celebrava un simulacro di processi. Il fatto che poi si usasse troppo facilmente la ghigliottina (o perfino le noyade) non toglie che si trattava comunque di una giurisdizione formalmente legale.
Analogo discorso può farsi per il massacro dei Catari in Francia o dei Kulaki in Russia. In questi casi non si è avuta un’azione dimostrativa, tendente alla suggestione, ma un deliberato sterminio: cioè un’azione concreta. E questo vale anche per Hitler: il Führer tendeva all’eliminazione di tutti gli ebrei, non a suscitare il terrore. Prova ne sia che ha tenuto severamente segreta la Endlösung e fino all’ultimo momento moltissime vittime erano convinte di andare a fare una doccia collettiva.
Sicuramente terroristi sono stati invece gli attentatori delle Brigate Rosse in Italia o della Banda Baader-Meinhof in Germania. Per non parlare dei fanatici assassini musulmani. Qui si hanno i due elementi: da un lato le vittime ignare e disarmate, dall’altro lo scopo del terrore e della pubblicità. Infatti gli attacchi sono stati pressoché costantemente seguiti da comunicati e rivendicazioni.
Più problematico appare il caso di un attacco a militari. Questi sono ignari di quell’agguato in particolare ma sono armati e sanno, se occupanti, di essere sotto tiro. Azioni di questo genere se ne trovano anche nella remota antichità: per esempio gli attacchi degli Zeloti ai romani. E tuttavia bisogna distinguere due diverse fattispecie. Se gli attaccanti sono in divisa si tratta di un’azione di kommando, normale in tempo di guerra. Se viceversa gli attaccanti non sono in divisa, bisogna distinguere: se essi tendono ad uno scopo concreto, si tratta di azione di guerra, anche se gli autori, ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, sono lo stesso passibili di fucilazione immediata. Se viceversa essi hanno solo lo scopo di indurre il terrore nei commilitoni degli uccisi, si tratta di terrorismo. In ambedue questi ultimi due casi nasce il diritto alla rappresaglia.
Si può sentire rispetto per chi ama talmente un’idea da essere disposto a sacrificarle la propria vita e certo il terrorista suicida è meno spregevole di chi fa detonare una bomba a distanza o manda gli altri a morire. Ma tutto questo è secondario per la definizione di terrorismo: il fatto che gli attentatori si credano moralmente giustificati, o addirittura degli eroi e dei martiri, non cambia la loro qualificazione. Il colpevole ha il diritto di dire: “Credo di avere una mia giustificazione, per essere un terrorista”, ma non può negare di esserlo.
Se il terrorismo è qualificato dallo scopo psicologico e dalla tecnica dell’agguato contro vittime ignare si comprende perché qui non ci si occupi delle ideologie che hanno dato luogo al massimo numero di atti di terrorismo: fanatismo religioso, fanatismo politico, razzismo, anarchismo o quello che sia. A nostro parere nessuna ideologia giustifica il deliberato massacro di innocenti ignari.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
26 luglio 2011

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POLITICA
25 luglio 2011
LA STUPIDITA' DELL'ANTIPOLITICA
La politica è la tecnica dell’amministrazione della polis, cioè dello Stato. Secondo alcuni – che chiamano se stessi anarchici – questa amministrazione non è necessaria. Secondo il Sabatini-Coletti l’anarchia infatti “nega la legittimità di ogni istituzione, in quanto esse espropriano l'individuo della libertà personale e impediscono l'uguaglianza economica e la giustizia sociale”.
Naturalmente, descritta in questi termini, la dottrina è demenziale. Basterebbe infatti chiedere ai suoi sostenitori se reputano che la spazzatura debba essere tolta dalle strade, se anche i bambini poveri debbano poter andare a scuola, se i ladri debbano essere messi in galera: e allora chi pagherà gli spazzini, i maestri, i carabinieri, se non lo Stato? E come, se non con i soldi dei cittadini? E non ci sarà bisogno di un’amministrazione finanziaria?
Come ogni forma di estremismo, l’anarchia in sé è una stupidaggine. È vero che lo Stato è per sua natura male amministrato (dal momento che i suoi funzionari non sono personalmente interessati al risultato); è vero che dovrebbe fare solo l’indispensabile: ma per queste ragioni bisogna chiedere lo “Stato minimo”, non l’anarchia.
Purtroppo l’antipolitica chiede altro. Piuttosto che limitare l’ambito dell’intervento pubblico - ché anzi vorrebbe lo Stato-mamma - tende a denunciare i politici come gruppo: sono un’accozzaglia di criminali cretini quando si tratta di fare il bene del Paese, ed estremamente furbi - fino al latrocinio - quando si tratta di fare il bene proprio.
L’antipolitica ha dunque una base morale. Essa ritiene che i politici dovrebbero dare l’esempio della moralità e che viceversa “i politici attuali” sono delle persone indegne; bisognerebbe sostituirle, magari in blocco, con altre, di specchiato valore morale. Nuovi soggetti personalmente disinteressati e viceversa appassionati del bene della collettività. Comunque lontani dalla politica e dal contagio dei suoi veleni:  e per questo dovrebbero essere tratti dalla società, non dalle file dei partiti. In modo da produrre un rinnovamento morale, civile ed economico della nazione.
Raramente si sono dette tante sciocchezze una dopo l’altra.
L’idea di una base morale della politica è tanto erronea quanto sarebbe l’idea di una base immorale. Essa è infatti un’attività umana estranea all’etica. Se i politici, sia in ambito nazionale sia in ambito internazionale, parlano tanto di morale, è solo per motivi demagogici. E infatti sarebbero prontissimi a tenere il comportamento denunciato fino al giorno prima se fosse nel loro interesse o nell’interesse del loro Paese.
I politici non solo non possono essere modelli di morale ma, se lo fossero, danneggerebbero la nazione o il loro partito; perché gli altri leader rimarrebbero “immorali” e lottando contro di loro ci si porrebbe in condizioni di inferiorità. Tutto quello che gli uomini pubblici possono fare, è proclamarsi modelli di virtù senza esserlo, dandola a bere ai gonzi che amano sentirsi raccontare questa favola.
Un’altra stupidaggine è quella di parlare dei “politici attuali”. Questo significherebbe che “una volta” non era così; “un tempo” i politici erano galantuomini, basta guardare quanto sono solenni nelle piazze le loro statue: in realtà, chi distingue nettamente i politici attuali da quelli del passato dimostra soltanto la propria ignoranza storica. Chi ha studiato sa che i politici attuali sono dei modelli di virtù, rispetto al passato. O anche, più semplicemente, che l’umanità non cambia mai: le madri amano i figli, gli adolescenti si innamorano, i politici seguono il proprio egoismo e se possono, ma solo in nome della loro ambizione, fanno perfino il bene della nazione.
Si è poi parlato di sostituire in blocco i “politici attuali”. Ma in che modo, se non con nuove elezioni? E  s’è forse rinnovata la classe politica, con le elezioni precedenti? Per questo alcuni anarchici dicono: “divieto di essere eletti due volte”. Cosa che corrisponde a dire: mandiamo a casa chi ha imparato il mestiere e diamo il potere a gente che non sa che cosa sia. Senza dire che le matricole sarebbero come marionette nelle mani dei politici navigati, rimasti dietro le quinte.
La realtà è che lo Stato deve comunque essere amministrato: e non bisogna aspettarsi che sia guidato da santi che non commettono errori. Ammesso che la qualità dei politici sia descritta da una curva gaussiana, tutto ciò che è augurabile si faccia è che, ad ogni elezione, si tagli via la coda dal lato peggiore. Che si voti contro i politici peggiori.
L’errore di base di quelli che predicano l’antipolitica è non capire che i politici sono un’emanazione della società. Non solo essi non vengono dalla Luna, ma a volte, come De Magistris, vengono proprio dalle file di coloro che hanno predicato l’antipolitica e in concreto non fanno meglio degli altri.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
25 luglio 2011

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CULTURA
24 luglio 2011
SPIEGARE LA STRAGE NORVEGESE
La strage norvegese continua ad importunare il nostro cervello con le sue domande: come è possibile? perché mai? Si poteva evitare? Giornali e televisioni forniscono resoconti ma i particolari e le immagini sono inutili.  Il fatto, nudo e crudo, è che un individuo ha voluto uccidere decine, possibilmente centinaia di propri connazionali innocenti, per ragioni che alla persona normale risultano incomprensibili. E le domande continuano a rimbalzare sulle pareti della nostra scatola cranica: perché? come mai? Si può impedire che accada in futuro?
Nessuno ha tutte queste risposte. Si possono solo esprimere opinioni.
Breivik è un pazzo? Probabilmente sì. Lo diranno comunque gli psichiatri. Ma la follia da sola non spiega il fatto. Innanzi tutto, pazzia e follia sono termini correnti che non fanno parte della medicina e poi la realtà psichiatrica è molto più complessa: si va da disturbi tanto lievi da poter affermare che “siamo tutti matti”, a patologie così gravi che il soggetto appare addirittura subumano.
Forse c’è tuttavia un punto comune, in questi mille fenomeni. Se concepiamo il cervello umano come un immenso computer, è evidente che, pur guastandosi, non potrà avere manifestazioni diverse da quelle contenute in potenza nella sua memoria. È molto più facile che un maniaco religioso si manifesti in una società come quella descritta da Hawthorne che in una società talmente laica che Dio è dimenticato. Dunque è interessante vedere in che misura la “follia” di Anders Behring Breivik sia in linea col nostro tempo e la nostra società.
Nel Ventesimo Secolo, dopo avere tanto stigmatizzato le conversioni forzate del Medio Evo, si è arrivati alla semplificazione ultima: non siete quello che vorrei che foste, dunque vi sopprimo. Certo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è stato pestato nella testa della gente un giusto orrore per il genocidio; e tuttavia ciò può avere avuto un effetto indesiderato: il fatto di parlarne tanto lo ha reso un “concetto corrente”. Breivik non ama i socialisti e la cosa più semplice è sopprimerli. “Atroce ma necessaria”, ha definito lui stesso la sua operazione.
L’idea di partenza è di Adolf Hitler. Ma mentre il Führer disponeva dei mezzi di una grande potenza, Breivik poteva agire solo a livello di privato. Ciò avrebbe potuto scoraggiarlo se non lo avesse soccorso un altro mito dei nostri tempi: la legittimità del terrorismo. Per secoli la guerra è stata uno scontro fra armati, poi è nata la pratica dello sterminio dei civili (olocausto e bombardamenti) e infine, con i terroristi islamici, si è arrivati all’assassinio artigianale di innocenti. Con una doppia motivazione: “non abbiamo altre armi” e “approfittiamo della pubblicità ottenibile”. E qui si è innestato un fenomeno interessante.
Mentre per il genocidio è rimasto di prammatica l’orrore, per l’assassinio di innocenti la società contemporanea, in odio ad Israele (e agli Stati Uniti), ha mostrato un atteggiamento costantemente benevolo. “Se non hanno altre armi, a disposizione!” Per questo si parla di legittimità del terrorismo. Si è arrivati a biasimare severamente Gerusalemme per la costruzione di una recinzione che impedisce agli assassini di entrare nel suo territorio, piuttosto che coloro che hanno l’intenzione di uccidere cittadini inermi.
Ottimo carburante, per le “idee” di un Breivik: primo, si può uccidere il nemico “in massa”; secondo, il fatto che i singoli ammazzati siano innocenti non ha nessuna importanza, “se non si hanno altre armi a propria disposizione”; infine solo un’azione di questo genere assicura la pubblicità necessaria all’“idea” che si vuole affermare. E poiché viviamo nel villaggio globale, per essere efficaci bisogna battere il record precedente: quello degli studenti americani che vanno ad ammazzare colleghi e insegnanti, quello del medico militare americano che va ad assassinare i commilitoni, e se fosse possibile quello delle Torri Gemelle. Fra l’altro, dal momento che telefilm pieni di cadaveri e di crudeltà inaudite ci ammanniscono ogni giorno dosi massicce di orrore criminale, per ottenere lo sperato “successo” bisogna battere questo orrore in quantità e qualità. Breivik sarà un folle ma, come dice un vecchio proverbio, il sacco si svuota solo di ciò che contiene.
Rimane l’ultima domanda: come difendersi? La risposta è che non c’è difesa. Se Breivik fosse stato in trincea, se avesse visto molti commilitoni morire e fosse arrivato al punto di stupirsi di essere ancora vivo lui stesso, come tanti fanti della Prima Guerra Mondiale, avrebbe avuto un maggiore rispetto per la vita. Ma siamo in un mondo dove i giocattoli sommergono i bambini, dove tutto è facile e anche da grandi anything goes, tutto è lecito. Come in un videogioco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
24 luglio 2011


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POLITICA
23 luglio 2011
FINI ANDAVA COMBATTENDO ED ERA MORTO

Settimane fa, dalle colonne di “Affaritaliani”, qualcuno ci ha accusati di ossessione anti-finiana. Invece stiamo bene, grazie. È solo che la curiosità sul comportamento di Gianfranco Fini è un inesauribile rovello. Una incompressibile voglia di comprendere l’incomprensibile, di trovare un filo razionale in un progetto che appare demenziale. Infatti, non essendo il Presidente della Camera uno stupido, il non capirlo ci fa dubitare, prima che della sua, della nostra intelligenza. Dunque non trascuriamo nessuna occasione di chiarimento, essendo pronti a riconoscere, con un sospiro di sollievo: “Ci eravamo sbagliati, finalmente abbiamo capito!”

Purtroppo, fino ad oggi ci siamo dovuti contentare della vecchia constatazione secondo la quale il comportamento umano non è guidato esclusivamente dall’intelligenza: so così fosse, gli psicoanalisti sarebbero tutti disoccupati.

Nel suo intervento alla “convention” del Terzo Polo, Fini ieri ha detto che “dar vita ad alleanze coatte rischiava di imprigionare le energie più sane della società e di cancellare una vera democrazia dell'alternanza di cui il Paese ha bisogno”. Le alleanze coatte erano costituite dalla fondazione del Pdl.  Perché questa avrebbe dovuto avere quei catastrofici effetti non è spiegato. Innanzi tutto le alleanze non erano coatte: prova ne sia che Casini ha rifiutato. Poi non è detto che fossero “le energie più sane”: prova ne sia che fra quelle “energie” c’erano anche Bocchino, Granata e lui stesso, Fini. E poi, perché il Pdl dovrebbe cancellare una democrazia dell’alternanza, se oggi tutti – incluso lui, Fini – dicono che questo governo è morto e bisognerebbe farne un altro, di segno opposto, domani? Se questo è possibile, l’alternanza è possibile anche in presenza del Pdl.

Dice Fini: tutto questo Casini l’aveva capito prima. Lui no. O lui non l’ha capito, e dove sarebbe finita, quell’intelligenza di cui poco fa gli davamo atto?, oppure ha accettato di entrare nel Pdl perché gli è stata promessa la poltrona di Presidente della Camera, cui tiene al punto di mancare alla parola data. Dunque è meglio che non dia lezioni.

Il leader del Fli ha poi auspicato che sia archiviato un “bipolarismo primitivo”, anche se questo non significa “cancellare una democrazia dell'alternanza basata su valori condivisi”. Che cosa significhi tutto questo (a partire dall’aggettivo “primitivo”) altri lo capirà meglio di noi.

Comunque, secondo l’articolo(1) del Sole 24 ore che riporta questo intervento, il progetto di Fini e Casini sarebbe quello di un’alleanza con la Lega capeggiata da Roberto Maroni: “La maggioranza indichi un nuovo premier e il Terzo polo, in questo caso, non si tirerà indietro”. Vediamo se abbiamo capito bene: sia Fini sia Casini sarebbero disposti ad allearsi con il Pdl purché il primo ministro non fosse Berlusconi. Il vecchio principio “ttb”, tutti tranne Berlusconi. È politica, questa? Come diceva Eleanor Roosevelt, “grandi menti parlando di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone”.

Ma a tutto concedere, anche accettando questa politica di ripicche e risentimenti da cantanti liriche, i due esponenti del Terzo Polo sembrano dimenticare che Berlusconi non è centrale del Pdl per virtù dello Spirito Santo ma perché i voti se li è conquistati. È lì perché gli elettori ce l’hanno mandato. E ora con quale diritto (stavamo per dire senso del reale) Fini e Casini possono dirgli: “Scostati ché ci vogliamo sedere sulla tua sedia”? Fra l’altro, se ci riuscissero, otterrebbero qualcosa di contrario a ciò che hanno voluto gli elettori.

La verità è che questi sono leader vecchio modello. Di quel genere che reputava che la politica cominciasse il giorno dopo lo spoglio delle schede. Una volta che il popolo si era espresso, si poteva anche andare contro la sua volontà. Bastava organizzare la giusta congiura di palazzo.

Naturalmente siamo abbastanza realisti (cinici?) per non scandalizzarci. In politica chi vince poi si vede dare ragione. Se dunque il progetto finiano fosse fattibile, diremmo: “Perché no?” Ma nella realtà quante probabilità ci sono che Maroni riesca a sfilare il partito dalle mani di Bossi? E quante probabilità ci sono che intenda farlo? E il giorno in cui volesse fare un governo contro il Pdl con chi si alleerebbe, dal momento che il Terzo Polo da solo non basta certo? Col Pd? E il Pd accetterebbe Fini? E Casini rischierebbe di andare (da solo, in quanto non seguito dai suoi elettori) con l’estrema sinistra?

Non è questa l’occasione in cui potremo esclamare: “Finalmente abbiamo capito!” Per oggi ci sembra che il Nostro non si sia reso conto di ciò che gli è successo. Come scriveva Francesco Berni: “E come avvien quand'uno è riscaldato, Che le ferite per allor non sente, Così colui, del colpo non accorto, Andava combattendo ed era morto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
23 luglio 2011

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22 luglio 2011
CIO' CHE GLI ITALIANI PENSANO DI SÉ
L’immaginario collettivo degli italiani è costantemente lontano dall’epopea perché da secoli noi non crediamo in noi stessi e men che meno nelle nostre istituzioni. Mentre Francia, Inghilterra, Spagna e Austria avevano grandi monarchie nazionali e influivano pesantemente sulla politica europea, l’Italia da un lato era occasionalmente solo un campo di battaglia, dall’altro percepiva il provincialismo dei conflitti interni. Più risse che guerre.  Come collettività gli italiani sentono per se stessi e per i propri governanti una tenace disistima che arriva al pregiudizio.
Scotland Yard, la famosa polizia inglese, in questi giorni è stata coinvolta nello scandalo delle intercettazioni dei giornalisti di Murdoch e gli inglesi ne sono profondamente indignati. Tuttavia quando in Inghilterra si scopre che in un’istituzione c’è del marcio, gli inglesi pensano che il marcio prima non c’era, che ora ci si metterà rimedio e che in futuro tutto tornerà come deve essere. Qui, quando si scopre del marcio, si pensa che c’è sempre stato, che ora si farà la mossa di metterci rimedio e che tutto rimarrà come prima.
Questo atroce pessimismo è anche una conseguenza del fascismo. Un tempo l’Italia era stata una nazione periferica, priva d’importanza politica (“un’espressione geografica”) e anche dopo essere divenuta un Paese unitario si era adattata senza traumi alla sua situazione. Il Fascismo con Mussolini ebbe invece l’ambizione di svegliarla, di darle una grande fiducia in se stessa e nel proprio valore. L’orgoglio del suo passato e la coscienza delle proprie possibilità future. L’impresa era disperata: perfino mio padre, galantuomo placido quant’altri mai, dovette mettersi in divisa e avere al fianco un pugnale col manico nero che finiva con una aggressiva testa d’aquila. Poi la Seconda Guerra Mondiale provocò un tale risveglio dal sogno, una delusione così cocente che si è ricadutati non nel pessimismo nazionale di prima, ma in un inguaribile disprezzo di sé: e da allora l’Italia contiene sessanta milioni di anti-italiani. Un folto gruppo di loro per la verità ama proclamarsi un modello di virtù ma non ne ha alcun titolo: dunque non riesce a farsi credere e si rende soltanto antipatico. Come ha scritto Ricolfi.
L’idea dominante è che noi siamo i peggiori di “tutti”, i più disonesti, i più sporchi, i più disorganizzati, i più corrotti. Non raramente, per condannare qualcosa, si comincia con le parole: “In nessun Paese del mondo…” Come se li avessimo esaminati tutti e come se l’Italia fosse peggiore di tutti loro. In queste condizioni il nostro immaginario collettivo finisce con l’essere deviato: non comprendiamo che, come sarebbe sciocco pensare che siamo tutti buoni e gentili e ci amiamo come fratelli, sciocco sarebbe pure pensare che tutti gli italiani siano corrotti e disonesti. Infatti alcuni, forse spinti dalla carità di patria, fanno una distinzione. Dicono che non sono corrotti e disonesti gli italiani in generale: lo sono i politici, e per loro non trovano parole di condanna abbastanza aspre e definitive.
Non si accorgono di quanto strano sarebbe che da un sacco che contiene solo palline bianche poi, quando servono, escano soltanto palline nere.
È vero, non tutto il mondo è paese. Ci sono cose che vanno peggio da noi che in Francia o in Germania. Ma non è che gli olandesi nascano onesti e noi no. Se in Sicilia o a Napoli la legge è meno osservata, la colpa non è dei siciliani o dei napoletani: è dello Stato che non è presente. Lo Stato non stanga i professori che aiutano i ragazzi agli esami di maturità, i professori non stangano i ragazzi che copiano agli esami, alla fine quei ragazzi crescono con l’idea (giusta) che bisogna fare i propri interessi, quando lo Stato guarda da un’altra parte. E dal momento che cammina sulle gambe di questi ragazzi divenuti uomini, da noi lo Stato guarda sempre da un’altra parte.
Ma forse anche questa è una conseguenza della storia italiana. Dal noi lo Stato spesso era un grande feudo, o il risultato di un’invasione straniera (il sud dopo Garibaldi), oppure era sentito come ipocrita (lo Stato della Chiesa): per una ragione o per un’altra, il divorzio fra Stato e cittadini qui è eterno. Lo Stato è cosa loro, “Cosa Nostra” è la mafia: come potremmo mai batterla?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
22 luglio 2011

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politica interna
22 luglio 2011
UN SIMIL-ARTICOLO SULLA SITUAZIONE POLITICA
O non abbiamo capito niente noi, o i giornali francamente esagerano. Parlano di un’Apocalisse che non abbiamo vista. È vero, il deputato Alfonso Papa è finito in galera e il senatore Tedesco no. E forse ci sono stati dissensi nella maggioranza al riguardo. E allora?  D’accordo, hanno litigato, non hanno mantenuto la parola data, si sono fatti dei dispetti, tutto quello che si vuole: veramente è la fine del mondo?
Questo simil-articolo, utilizzando una parte della Rassegna Stampa della Camera (1) vuole dimostrare, pubblicando solo i nomi dei giornali e i titoli degli articoli, a che punto la stampa sia allarmistica e poco affidabile.
La Repubblica: Lo strappo finale;  Il Fatto Quotidiano: Il palazzo si sgretola; La Stampa: La fine di un'illusione; Il Messaggero: Svolta senza ritorno; Europa: Il gioco opaco del si salvi chi può; L'Unità: Finale di partita; Corriere della Sera: Nel pdl panico e rabbia "Adesso in galera ci finiranno tutti"; La Stampa: Sgomento nel pdl "troviamo i traditori"; Il Giornale: Montecitorio tra risse e scritte in bagno; Libero: Il giorno più pazzo del parlamento; Corriere della Sera: L'ira di Berlusconi: tenuti sotto scacco Bossi ancora leader?; Corriere della Sera: Passa la linea Maroni e il capo diserta l'aula; La Repubblica: "Peggio che nel '92 i pm mi faranno fuori"; La Stampa: In crisi il "monolite verde"; Corriere della Sera: E il premier scopre che la maggioranza era solo numerica (l’avesse la sinistra, anche solo numerica! Nota di G.P.); Il Sole 24 ore: Una scelta che cambierà il futuro del centrodestra; La Stampa: Un altro passo deciso verso l'eutanasia del berlusconismo; Il Sole 24 ore: Instabilità politica ed economia, i timori del Capo dello Stato; Il Messaggero: Bersani e Casini all'attacco "la maggioranza non c'è più"; Corriere della Sera: Il Senato salva il pd Tedesco rissa e accuse sul voto segreto; La Repubblica: Ma la giustizia tormenta i democratici "ora i casi stanno diventando troppi"; Il Foglio: Violante: Vuoto di potere; Il Mattino: Int. A De Michelis: "Oggi è peggio del lancio di monetine contro Craxi"; Corriere della Sera: “ La febbre è alta”; Il Corriere della Sera: La sindrome del ritorno ai tempi di mani pulite; La Repubblica:  Maroni, prove di successione; Corriere della Sera: Premier e Senatur travolti, ora il governo è a rischio Verdini: rimpasto profondo.
Una sola domanda: ma che avrebbero scritto, se fosse caduto il governo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
21 luglio 2011

(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/rassegnaQuotidianaFrame.asp?clearFilters=true&ricercaData=2011-7-21


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spettacoli
21 luglio 2011
UN PREGIUDIZIO: IL PUBBLICO È STUPIDO
In materia d’arte, ognuno ha diritto alle proprie opinioni e nessuno può dimostrare niente. Dunque ciò che qui si afferma non è detto ex cathedra e si può legittimamente sostenere tutto il contrario. Ma proprio per questo, perché è lecita l’antitesi, sarà pure permessa la tesi.
 Chi in televisione ama soprattutto i telefilm polizieschi forse avrà notato che i prodotti italiani, in confronto con quelli americani, sembrano provinciali, sentimentali e, per così dire, “stupidi”. E questo è sorprendente. In Italia ci possono mancare tante belle qualità, non certo quelle intellettuali, e i nostri uomini di spettacolo non possono essere meno intelligenti dei colleghi americani: dunque il difetto deve risiedere altrove.
Un vecchio detto inglese insegnava che “un gentiluomo non è mai scortese, a meno che non voglia esserlo”. Nel nostro caso, non sarebbero gli autori delle opere, ad essere stupidi, ma lo sarebbe il pubblico italiano. Quanto meno a loro parere. Essi sono solo obbligati ad adattarsi. E infatti i nostri personaggi, se devono essere credibili, non possono che essere popolari - ancor meglio se parlano più o meno in dialetto - e “umani, troppo umani”. Come se fosse esclusa la possibilità di un protagonista coraggioso, largamente superiore alla media e soprattutto vincente. Il nostro pubblico si è estasiato dinanzi alle gesta di un John Wayne che non aveva paura di nessuno, che non sbagliava un colpo, nemmeno da cinquanta metri, che non mangiava mai, non dormiva mai, e risplendeva per la sua superiore moralità; ma poi lo stesso pubblico è reputato incapace di accettare un commissario di polizia italiano che non abbia problemi in famiglia, che non commetta errori, che sia capace di far trionfare il bene facendosi ammirare per le sue eccezionali qualità. John Wayne può essere un eroe perché è americano, l’italiano al cinema è Alberto Sordi. E se si vuole rappresentare uno straordinario protagonista, temendo il ridicolo si va a chiamare Clint Eastwood. Gli italiani possono essere eroi come Bud Spencer e Terence Hill ma solo col nome anglosassone e comunque buttandola a ridere.
Il pregiudizio si estende ai temi trattati. Una serie come Law and Order può pescare nella complessità della società per parlare seriamente di problemi etici e giuridici, all’occasione discutendone al massimo livello, nei dialoghi italiani invece sembra si sia giurato di non dire mai una battuta intelligente, di non fare mai un riferimento culturale, di non azzardare mai un paradosso politicamente scorretto. Nel film “Il Colpo” (regia di David Mamet) Gene Hackman dice: “Il denaro fa muovere il mondo!”; “Ti sbagli, gli rispondono: è l’amore”. “Sì, l’amore per il denaro!”. Perché non dobbiamo mai sentire frasi del genere?
Lo schema fa pensare a quello che in passato è stato valido per le donne. Non erano mandate a scuola, erano adibite a compiti degradanti e alla fine, vedi caso, erano reputate “stupide”. Nello stesso modo, la nostra produzione, convinta che è quello che noi italiani desideriamo, ci fornisce telefilm di ambiente deprimente. Per fortuna, abbiamo la possibilità di cambiare canale e decretare il successo, anche economico, di quei produttori (americani) che  ci mandano perfino serie piene di miracoli come C.S.I. e comunque non ci considerano un pugno di cretini: ma questo non fa cambiare opinione ai nostri soggettisti e ai nostri registi.
Non si possono fornire approfondite dimostrazioni di questa tesi. Sia perché qualcuno può ricordare un particolare film italiano (Otto e mezzo, di Fellini!) in cui l’intelligenza e la cultura scorrono con abbondanza amazzonica, sia perché qualcuno può citare telefilm americani di esemplare idiozia. Qui si parla solo di una tendenza. L’impressione generale è che, se gli americani fanno una serie stupida, è perché non sono riusciti a farla più intelligente; mentre gli italiani, se fanno un telefilm o un film intelligente, hanno l’aria di scusarsi, promettendo di non farlo più.
E poi mantengono la parola.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
21 luglio 2011

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politica interna
20 luglio 2011
LO SCANDALO MURDOCH IN ITALIA
Nella Rassegna Stampa di Radioradicale, Massimo Bordin, a proposito dello scandalo di News of the World, ha rifiutato il parallelo con la pubblicazione delle intercettazioni in Italia. In Inghilterra le intercettazioni erano totalmente illegali, da noi sono disposte da un magistrato, conformemente alla legge. Argomentazione giustissima ma non conclusiva.
La giustizia è un ideale irraggiungibile ma anche la legge è solo umana. Ed è tanto naturalmente imperfetta che può essere illegale applicarla: se lo Stato conferisce ad un pubblico ufficiale un certo potere, si attende che quel potere egli lo eserciti per lo scopo istituzionale. Se invece, pur operando conformemente alla legge, egli lo utilizza ad esempio per danneggiare il proprio nemico, si ha quello che in diritto amministrativo si chiama “eccesso di potere”.
L’istituto è di derivazione francese: “Le détournement de pouvoir consiste en une utilisation par une autorité publique de ses pouvoirs à des fins autres que celle pour laquelle ces pouvoirs lui ont été confiés” : “L’eccesso (sviamento) di potere consiste nell’uso da parte di un’autorità pubblica dei suoi potere per fini diversi da quello per il quale questi poteri gli sono stati conferiti”. Questa definizione è perfettamente valida anche in italiano.
In Italia il caso si verifica oggettivamente proprio per quanto riguarda le intercettazioni. Quando diciamo “oggettivamente” intendiamo che il risultato negativo non è colpa di questo o di quel magistrato nella tale o tal’altra inchiesta: diciamo che il numero spropositato delle intercettazioni, il loro uso a volte discutibile, il coinvolgimento di troppe persone estranee al caso giudiziario, la pubblicazione di queste stesse intercettazioni in modo irregolare (quando ancora dovrebbero essere segrete) o regolare configurano un illecito. Certamente amministrativo, forse penale. La quantità bruta degli ascolti è da sola sufficiente per questa affermazione. Ecco una semplice prova: nessuno può impedire o vietare ad un operaio di ammalarsi, per un giorno, ma se normalmente c’è una media di otto assenti per malattia, e questi otto divengono trentaquattro il giorno in cui la nazionale di calcio italiana gioca una semifinale, è irragionevole pensare che una buona percentuale di quelle malattie sia finta? Non si può puntare il dito contro questo o quell’operaio, che potrebbero benissimo star effettivamente male, ma contro i trentaquattro nell’insieme sì.
Vale anche per i magistrati. Né si può dire, come fanno molti, che le intercettazioni a valanga sono necessarie per trovare e colpire i colpevoli: perché se ne dedurrebbe che negli altri Paesi, dove questo scandalo non esiste, i magistrati e la polizia hanno rinunciato a perseguire il crimine. E non ci risulta.
In realtà, per quanto riguarda le intercettazioni, qualcuno ha parlato di “pesca a strascico”: cioè della volontà di intercettare una tale quantità di persone da essere praticamente certi che nella rete rimanga impigliato qualcuno dei pesci cui si mirava. E se poi proprio non si dovesse avere nulla di penalmente rilevante da addebitargli, se ne potrebbe ancora distruggere l’immagine rivelando particolari intimi della sua vita o perfino, semplicemente, l’uso di un linguaggio scurrile. Un imprenditore fu crocifisso perché rideva promettendosi bei contratti dal terremoto e Scajola a suo tempo dovette dimettersi per avere definito “rompicoglioni” la vittima di un attentato. E certo non lo fece da un banco della Camera dei Deputati. Solo che il “privato” in Italia non è più tale. Forse, per essere tranquilli, bisognerebbe usare il bagno degli amici.
L’osservazione di Bordin non è condivisibile. Se in Inghilterra l’illecito lo hanno compiuto i giornalisti e coloro che si sono fatti corrompere per intercettare illegalmente il prossimo, in Italia l’illecito (sperabilmente, ma non certamente, solo amministrativo) lo compiono i magistrati: non tutti, naturalmente. Noi non sappiamo quali, come nel caso degli operai che rimangono a casa per vedere la partita: ma il marcio c’è. Basterebbe la voglia di ricavarne visibilità nazionale.
Anche se l’origine del fenomeno nei due Paesi è diversa, in entrambi i casi si tratta di un illecito e in entrambi i casi il danno, per gli innocenti, è lo stesso. Che poi gli italiani si siano abituati a questo genere di interferenza nella vita privata per fini di gossip giornalistico o, peggio, di lotta politica, è un fatto. Ma questo rende solo più grave la situazione italiana rispetto a quella inglese: lo scandalo, come il dolore, può costituire un incentivo alla cura.
E neppure vale dire, come fanno molti, che i politici dovrebbero essere inappuntabili e immacolati anche quando pensano di non essere ascoltati. Innanzi tutto perché, storicamente, si sa che i politici sono meno morali, non più morali, dei cittadini normali. E poi perché la Costituzione stabilisce l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge: non considera i politici una specie inferiore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
20 luglio 2011


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CULTURA
19 luglio 2011
ESSERE O SEMBRARE INTELLIGENTI
Il miglior modo per sembrare onesti, intelligenti o artisti, è esserlo. E tuttavia avviene che qualcuno abbia quelle qualità e non gli siano riconosciute. E avviene pure il contrario. Come districarsi quando sorge il dubbio?
Il problema è particolarmente interessante per l’intelligenza: a fronte della stupidità e della superficialità essa infatti dovrebbe risplendere per la sua chiarezza e profondità e tuttavia non è così. Nel giudizio contano infatti la persona intelligente e la persona che dovrebbe riconoscere questa intelligenza: e nulla impedisce che la stupidità del secondo neghi al primo un’intelligenza che ha o gli attribuisca un’intelligenza che non ha. Dal momento che tutti questi sembrano giochi di parole, meglio fare un esempio.
Un uomo va da un santone e gli dice: “C’è una donna che potrei sposare. Lei mi ama, io non ne sono innamorato ma lo stesso può darsi che lei sia la buona occasione della mia vita. Che devo fare?” Se il santone risponde: “Le stelle risplendono ma alla loro luce non si può leggere. E la tua anima saprà illuminarsi se la guardi negli occhi. Devi però essere capace di ascoltarla”, queste parole lo faranno passare per una persona più che intelligente: saggia. Il suo messaggio contiene fra l’altro quel pizzico di mistero che fa presumere una profondità maggiore di quella che si è percepita.
Ma un cinico non si lascia incantare dalle parole e legge così quella risposta: “Il futuro è imprevedibile. Puoi solo cercare di capire che cosa è bene per te”. Se il guru si fosse espresso così, sarebbe sembrato intelligente? sarebbe sembrato superiormente saggio? Certamente no. Sarebbe sembrato uno che risponde: “Non lo sai tu e vuoi saperlo da me?”
Il guru può dunque sembrare superiormente intelligente a uno sciocco mentre sembrerà un furbo e un truffatore a una persona intelligente. E bisogna stare attenti al contesto, a volte fatto per ingannare sul valore di ciò che è detto. Il guru si circonda di un ambiente magico e di collaboratori ossequiosi, così come sovrani, presidenti e papi sembrano intelligenti perché, in un quadro maestoso, e mentre tutti ascoltano in devoto raccoglimento, dicono solenni ovvietà: è meglio essere sani che malati, meglio ricchi che poveri, meglio liberi che schiavi. E che altri si occupino di realizzare questo paradiso. Se bisognasse giudicarli da queste loro parole, sarebbero dei cretini. Ma chiaramente le dicono per dovere d’ufficio. Può darsi che - in altro contesto, appunto - siano realmente molto intelligenti.
Per sapere se una persona è intelligente o no, il primo problema che dobbiamo porci è se noi siamo all’altezza di giudicarla e se abbiamo gli strumenti adatti alla valutazione. Se non li abbiamo, non dobbiamo però arrenderci incondizionatamente. Se un filosofo o un grande medico tengono una conferenza di cui alla fine confessiamo di non avere capito niente, non dobbiamo dedurne che il conferenziere abbia detto sciocchezze. Ma neppure che abbia svelato superiori verità. Dobbiamo fermarci al fatto che, non avendo capito quello che diceva, non possiamo giudicarlo. Il latinorum manzoniano può giudicarlo chi conosce il Diritto Canonico.
Tuttavia, anche rispetto a coloro le cui competenze vanno oltre le nostre, soccorrono “piccoli segnali”. Per cominciare, la chiarezza è sintomo di intelligenza, mentre l’oscurità è allarmante. Chi non si fa capire forse non sa bene quello che pensa. E c’è anche il pericolo che, se non vuole ingannare noi, forse vuole ingannare se stesso.
Altro elemento allarmante è la vanità. Se il grande clinico impone un’ingiustificata anticamera, si presenta con un codazzo di famuli e assistenti, ha un atteggiamento ispirato e sembra dire continuamente cose importantissime, c’è il rischio che sia un grande commerciante piuttosto che un grande sapiente. Uno che – se va bene - vende in uguale misura medicina e fumo. Il grande scienziato è troppo cosciente dei propri limiti per non essere semplice e, si direbbe, umile. Proprio per questo in ogni ambito esistono da una parte i professionisti stimati dal grande pubblico e quelli che sono stimati dai colleghi. Anche se a volte la gente non sa chi siano.
L’intelligenza è come lo stile. Indro Montanelli sembrava scrivere come tutti, dicendo cose semplici e piane, e tuttavia, chi avesse tentato di dire le stesse cose, avrebbe visto che i suoi periodi al confronto sarebbero nati noiosi, contorti, aggrovigliati. E soprattutto meno chiari.
Piuttosto che da fumose esibizioni di complessità culturali, l’intelligenza è rivelata dalla chiarezza d’idee. Piuttosto che da brillantezze da circo è rivelata dalle sciocchezze che non si dicono. E dalla semplicità, soprattutto. È questa la ragione per la quale probabilmente Michel de Montaigne è più intelligente  di Friedrich Hegel.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
19 luglio 2011


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19 luglio 2011
MOLLICHINE
Hillary Clinton: “Gheddafi ha i giorni contati”. E se non i giorni, certo i decenni.
Santoro derubato ad Amalfi. Ancora un complotto bulgaro.
La Stampa. Letta E.: “Questo governo se ne deve andare”. E poi dicono che la sinistra non ha idee.
L’Unità. Morando: “Ecco dove tagliare”. I back seat drivers stavolta usano il coltello.
Sul Fatto Quotidiano (l’Unità è troppo conservatrice?): “Fini sfida la casta. Tagliamoci i privilegi”. E se proprio abbiamo bisogno di una casa, ce la regala il partito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 luglio 2011


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18 luglio 2011
TUTTO DA RIFORMARE, SALVO NEL MIO CAMPO
Ernesto Galli della Loggia è un grande intellettuale italiano. Questo aggettivo, nel suo caso, ha due significati. Il primo è una lode: appartiene ad un Paese la cui tradizione culturale è enorme. La nostra grande letteratura boccheggiava e moriva nel Cinquecento mentre quella tedesca per nascere doveva ancora aspettare due secoli.
Il secondo significato invece è negativo: l’intellettuale italiano è caratterizzato dalla sua faziosità e dal suo insufficiente senso del reale. Tutta la prima parte del suo articolo di oggi sul “Corriere”(1) è infatti all’insegna di un qualunquismo da ballatoio. L’Italia è in preda allo scoramento e alla frustrazione e ne sono causa “il senso d'inadeguatezza di ogni nostra infrastruttura, le disfunzioni di quasi ogni nostra istituzione”, uniti all’ “incapacità di chi dirige la cosa pubblica d'immaginare qualche rimedio, di dare l'impressione (almeno l'impressione) di capire che cosa è in gioco; la sua incapacità di avere un sussulto che rappresenti un segno di svolta rispetto al corso fatale degli eventi”. Un pugno di cretini e d’incapaci, signora mia. Mentre noi italiani – inclusi quelli che fanno andare avanti le nostre infrastrutture e le nostre istituzioni – siamo tutti innocenti.
Questo scoramento riguarda anche la base elettorale della destra, perché “gli esponenti della destra, i suoi ministri, non sanno mai dire una parola, mai compiere un gesto, mai trovare un'occasione simbolica che trasmetta un messaggio di serietà e di coerenza, di preoccupazione per l'interesse collettivo, magari anche contro il proprio; un gesto che sia testimonianza di sollecitudine per l'identità della nazione e il suo futuro”. Che le dicevo, signora mia? Ha notato tutti quei “mai”? Mai una parola, mai un gesto, mai un’occasione simbolica. La verità è che sono tutti dei ladri.
Ma il politologo non rimane al livello di queste superiori generalizzazioni: scende sul concreto. Ricorda come notai e avvocati della maggioranza hanno frenato un provvedimento del governo. È avvenuto che “un buon numero di deputati e di senatori di un partito si ammutinano contro il loro stesso governo per difendere i propri interessi personali” e il segretario Alfano che cosa ha detto? “Assolutamente nulla”. Non ha lanciato “il minimo avvertimento”. Dimentica il politologo che quei deputati e senatori possono fare cadere il governo o persino votare la sfiducia ad Alfano, mentre Alfano non ha nessun potere su di loro. Stalin agli ammutinati avrebbe certo lanciato anche più di un monito ma noi dobbiamo contentarci del ministro siciliano.
“È così, mi domando, che si difende la dignità della politica, l'interesse generale?” Francamente no. Ma ci dica Ernesto come si fa, se non ci si chiama Josif Vissarionovich.
Il provvedimento concreto denunciato con più parole dall’articolo - e da Galli Della Loggia pro domo sua - è comunque il metodo di valutazione dei titoli universitari, in vista della conquista delle cattedre universitarie. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca calcola così le pubblicazioni dei candidati: monografia pubblicata all’estero, 3 punti; articolo pubblicato all’estero, 1,5;  monografia pubblicata in Italia, 1,2; articolo italiano, mezzo punto. La cosa gli sembra assurda: dunque non bisognerà più scrivere in italiano? “Va subito precisato che naturalmente l'Anvur agisce in piena autonomia dal ministero dell'Università e della Ricerca” ma questo non annulla l’accusa bruciante che segue: “la sua delibera la dice lunga su che cosa pensi del proprio Paese e della sua identità una parte degli intellettuali italiani”.
Ma è proprio questo il punto: l’Anvur ha torto, nel giudicare la comunità universitaria italiana come corrotta e mafiosa, nel senso che non si favorisce il merito ma gli amici e gli amici degli amici? Al punto che non ci possiamo più fidare di nessuno?Veramente non ha notato che il massimo titolo per divenire professore universitario è quello di essere figlio di un professore universitario?
Non è questione di lingua.Non si tratta di pubblicare in inglese o in francese (sono pronto a tradurre: si assicurano scrupolo professionale e prezzi bassi), si tratta di pubblicare non perché raccomandati o amici, ma perché si dice qualcosa che valga la pena di leggere. Se il metro stabilito dall’Anvur è spietato ed umiliante, Galli Della Loggia dovrebbe spiegarci che è immeritato, non che è spietato ed umiliante. Se no si comporta come quei genitori che incolpano i professori dei voti bassi dei figli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 luglio 2011

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_17/della-loggia_interesse-collettivo_f11d4016-b044-11e0-b0ea-f35f7bc4068c.shtml
SOCIETA'
18 luglio 2011
LA LOTTERIA DEGLI SCIOCCHI

Riusciamo ad immaginare un leone affamato che, non riuscendo a catturare una preda, si metta a masticare erba, convincendosi che sia la coscia di una zebra? Sicuramente no. Gli animali superiori dispongono di una certa capacità di immaginazione (diversamente come potrebbero sognare?) ma è difficile credere che possano auto-ingannarsi fino a questo punto. Noi uomini invece abbiamo un cervello molto più sviluppato e da un lato siamo in grado di creare la scienza, dall’altro siamo capaci di farci molte illusioni. Crediamo facilmente che se a qualcuno - Cenerentola - è capitata una straordinaria fortuna, questa fortuna potrebbe capitare anche a noi.

La segreta speranza di una fortuna benevola alberga nell’animo di milioni di persone, tanto che finisce col produrre notevoli effetti sociali. Se la gente non fosse corriva all’idea del guadagno facile e immeritato, magico, dunque, i truffatori dovrebbero cambiare mestiere. E dovrebbero cambiare mestiere gli autori di quelle e-mail, spesso approssimativamente tradotte dallo stesso computer, che offrono partecipazioni ad affari mirabolanti con guadagni di sogno. Tutti abbiamo ricevuto lettere da ex alti funzionari africani, da ex proprietari di miniere, da decine di persone che, per diventare ricche e far diventare ricchi noi, hanno solo bisogno di un piccolo contributo in denaro. Da noi poveri.

Molta gente, quando è invitata a partecipare ad un affare di cui capisce poco, diviene giustamente diffidente: e per questo i truffatori telematici propongono anche qualcosa che non può suscitare diffidenza: la lotteria. Lo schema, pubblico e lecito, è elementare: si tratta di dare una piccolissima somma (il costo del biglietto) per ottenerne una grandissima. A parte questo non si richiede nessuna speciale abilità.  Naturalmente la possibilità di ottenere la grandissima somma è pressoché inesistente: diviene reale solo quando si apprende di avere azzeccato il numero giusto. E infatti i truffatori telematici partono da questo momento: “Avete vinto!!!”, vi gridano, senza risparmio di punti esclamativi: “Congratulazioni!!!”. Ora dovete solo compiere le poche operazioni necessarie alla riscossione. Con pochissima spesa, naturalmente. E qui c’è gente che ha voglia di saltare fino al soffitto dalla gioia senza porsi la domanda più semplice: “Ma io l’ho comprato il biglietto di questa lotteria?”

La domanda è così ovvia che in troppi non abboccano all’amo. E allora i truffatori aggirano l’ostacolo dicendo che si è stati sorteggiati fra gli utenti di internet o qualcosa del genere. E questo in teoria non è impossibile: anche se non si vede perché mai bisognerebbe essere premiati, sia pure per sorteggio, per avere usato, solo nel nostro interesse, uno strumento. E soprattutto dopo avere, già tante volte, “vinto alla lotteria”.

La vera risposta, al mare di proposte allettanti e inverosimili che si ricevono con la posta elettronica, è il cestino. E cioè il buon senso. Come diceva Milton Friedman: “Nessun pasto è gratis”: non bisogna attendersi miracoli. La stessa lotteria che fa tanto sognare la gente è il meccanismo abbastanza poco onesto con cui lo Stato distribuisce ad alcuni fortunati un terzo o meno della somma enorme che ha ricevuto dalle migliaia e migliaia di persone cui ha venduto una speranza.

Lo Stato del resto è così cosciente del fatto che si tratta di un’operazione poco pulita che la vieta ai privati. Se la organizza esso stesso è perché, dopo tutto, la gente ha tanta voglia di lasciare la porta aperta alla fortuna e dunque, se non fosse di Stato, la lotteria sarebbe organizzata di contrabbando. Così invece si ha soltanto un trasferimento di denaro dai cittadini ingenui allo Stato e in fin dei conti a quei cittadini meno ingenui che il biglietto non l’hanno comprato.

Ecco perché non bisogna avere nulla, contro la lotteria. Suvvia, comprate i biglietti, giocate anche al lotto e soprattutto all’Enalotto. Tutto ciò che lo Stato intascherà con queste riffe sarà denaro in meno che chiederà ai contribuenti.

Per questo è giusto essere molto più severi con i truffatori telematici. Quando ci truffa lo Stato, almeno il denaro rimane in Italia. Nel caso di internet, non solo passiamo per fessi, ma ingrassiamo un disonesto straniero.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

15 luglio 2011

 


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18 luglio 2011
QUESTIONI LINGUISTICHE
Scrive il sig. “pietro” al forum linguistico “Scioglilingua”, del “Corriere della Sera”.
Caro Professore,
l'ottimo Paolo Fai in post odierno magnifica la nostra lingua con ottimi argomenti. A maggior sostegno riporto una parte di un articolo a firma di Armando Massarenti pubblicato sul "Sole 24 Ore" odierno:"Sia il neuroscienziato Benini sia il letterato Bonnefoy si soffermano sulla concretezza della parola poetica. Ed è bello ricordare quanto ciò abbia a che fare con la lingua italiana, con la sua ricchezza, precisione e duttilità: le parole francesi, osserva Bonnefoy, «non hanno - come "montagna" o "mare" o "silenzio" o "immensità" - quella ricchezza sonora che è pari a quella del mondo sensibile (...) Là ove l'italiano è concreto, nei suoi versi, e rimane nel respiro della vita, in francese v'è un passaggio all'idea, un distrarsi dall'ascolto verso gli orli della significazione». Chi volesse leggere per intero l'articolo vi troverà altre interessantissime osservazioni. E' singolare, professore, che sia un francese a rendere omaggio alla nostra lingua, ad evidenziarne l'adesione delle parole alla realtà descritta distaccandosi da altre che tendono ad idealizzare i concetti espressi.
Cosa ne pensa professore? Sono riflessioni, quelle espresso dall'articolo riportato, degne di un commento da parte sua?
Saluti.
Probabilmente domani comparirà nella stessa sede questa mia risposta.
FRANCESERIE
Innanzi tutto, parlare di “concretezza della parola poetica” mi pare azzardato. Ma questo è solo un forum linguistico e non vale la pena di discuterne. Viceversa non mi sento di prendere molto sul serio il letterato Bonnefoy quando scrive che le parole francesi “non hanno - come ‘montagna’ o ‘mare’ o ‘silenzio’ o ‘immensità’ - quella ricchezza sonora che è pari a quella del mondo sensibile (...) Là ove l'italiano è concreto, nei suoi versi, e rimane nel respiro della vita, in francese v'è un passaggio all'idea, un distrarsi dall'ascolto verso gli orli della significazione”. Sarei tentato di sorridere di tale pomposa esibizione di fantasia ma preferisco rimanere sul piano della lingua.
Il suono e le connotazioni di una lingua sono evidentemente diversi per chi quella lingua la usa dall’infanzia, nella vita quotidiana, e per chi l’ha appresa come lingua straniera, a volte solo nel suo uso colto. È proprio per questo che è così difficile tradurre le poesie. Credo di conoscere il francese e per quanto riguarda montagna e montagne, immensità e immensité, non riesco a percepire nessuna seria differenza.
Capita soprattutto a chi conosce male la lingua straniera di attribuire a certe parole connotazioni e valori che non hanno, o che hanno addirittura opposti. Chiffon in italiano è parola che fa pensare ad abiti eleganti e stoffe preziose, in francese è uno straccio. Boutique da noi è un negozio elegante che vende merce di lusso, in Francia è in primo luogo un povera bottega. Magari i grandi sarti francesi hanno usato quella parola per antifrasi ma l’antifrasi si è persa passando le Alpi. Insomma, piuttosto che dedurre da quell’articolo notizie sulla lingua italiana, ne deduco soltanto che il sig.Bonnefoy non la conosce molto bene.


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16 luglio 2011
LA CONTROVERITA' DELLA D'ADDARIO
Il quotidiano “Libero” pubblica una lunga intervista a Patrizia D’Addario(1) che val la pena di leggere. Offre infatti molte occasioni di riflessione.
La principale è che un comportamento corretto non è solo un imperativo etico: è anche un primario interesse. Il galantuomo che mente in modo abile, una volta nella vita, sarà creduto da tutti. Invece il bugiardo non sarà creduto nemmeno quando, in un’occasione cruciale, dice la verità. Tutti sanno che soffre di una sorta di indifferenza riguardo alle diverse versioni dei fatti e ciò che dice finisce col non avere importanza. Film e telefilm sono pieni di innocenti disperati perché non sono creduti dagli accusatori, ma è vero che gli accusatori sono abituati a colpevoli che negano anche l’evidenza.
Il bugiardo mente perché ha un basso livello morale ed è presuntuoso. Da un lato non è imbarazzato all’idea che potrebbero scoprirlo e dall’altro si crede abbastanza intelligente da darla a bere agli altri. Il risultato è che finisce con l’essere considerato con disprezzo da tutti: non solo un bugiardo ma anche uno sciocco.
Questo atteggiamento ha a volte conseguenze drammatiche. Per nascondere alla moglie che è andato con una prostituta, il sospettato di un omicidio può fornire alla polizia un alibi falso, e quando questo viene scoperto, e lui parla della prostituta, non si salva più. Se ha mentito una prima volta, per giunta per una ragione così futile, chi dice che non menta anche ora? E poi, una prostituta giovane, finta bionda, forse ucraina, forse di un’altra regione, che alibi è? E quell’amico che ora afferma che realmente lui è stato in quella zona, quella sera, a cercare “compagnia”, non è che per caso voglia fargli un favore? C’è gente che, partendo da una bugia cui da prima, magari, ha cercato di rimediare con un’altra bugia, è finita sul patibolo.
Il caso della D’Addario è emblematico. Oggi afferma di dire la verità e la sua verità è tutto l’opposto di quella sentita mesi fa, quando il suo nome imperversava sui giornali. Oggi ci informa che si è trattato di un complotto contro Berlusconi, ma allora a questo complotto partecipò. Oggi afferma che tutte le bugie su quella vicenda le hanno rovinato la vita, ma sul momento, quando se ne riprometteva denaro e grandi vantaggi (come ancora oggi candidamente ammette) non sentì il bisogno di dire la verità. Allora agì come agì perché sottoposta a gravi minacce e oggi non spiega come mai quelle minacce non le tema più. Afferma anche di non essere mai stata né una prostituta né, come allora la si denominava, una escort, e non si rende conto che con ciò stesso dimostra la più totale indifferenza per la propria onorabilità. Forse non vendeva il suo corpo ma vendeva il proprio status e si comprende che la figlia si vergogni di lei. No, la sua controverità non vale più della sua prima verità. Senza dire che la verità vera forse non è né la prima versione né la seconda.
Sul momento non abbiamo preso per oro colato i titoli dei giornali e anzi non abbiamo nemmeno letto gli articoli riguardanti un argomento insieme squallido e privo d’interesse. Ma oggi leggiamo con indifferenza la smentita ad alzo zero dell’interessata. La prima volta la sua credibilità era distrutta dal fatto che chi registra un incontro sessuale per poi renderlo pubblico dimostra un livello morale tale da squalificarlo per sempre, ora non è perché smentisce la maggior parte di ciò che allora si disse che questa donna ritrova la sua affidabilità. Si conferma piuttosto una donna di livello discutibile, di cui solo una stampa e un’opinione pubblica di livello discutibile potevano approfittare senza remore e senza limiti come hanno fatto. I romani erano così convinti che solo le persone di basso livello mentono facilmente, che interrogavano sempre gli schiavi con la tortura. La Repubblica li avrebbe invece creduti vangelo.
Il sentimento generale di questo ultimo episodio della vicenda D’Addario è un disprezzo generalizzato per tutto un mondo politico e dell’informazione. Quello stesso mondo che oggi non prende atto (e fa bene) delle smentite, ma non riconosce di avere sbagliato credendo a tutto allora (e fa male). E che, soprattutto, non chiede perdono per avere scritto ripetutamente che Berlusconi frequentava prostitute, come se avesse saputo che tale era la D’Addario e come se l’avesse pagata.
Questa donna è una poveraccia moralmente criticabile. Ma non sono migliori quelli che, per mesi, si sono serviti di lei.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 luglio 2011

(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=125JGD


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CULTURA
15 luglio 2011
QUESTIONI LINGUISTICHE La pittrice cieca
Un articolo del “Corriere della Sera” (1) è intitolato “Scriviamo ancora italiano? Urge vocabolario”. E infatti il vocabolario avrebbe delle perplessità già per il sottotitolo: “Fra amnesie e sms la lingua evolve. In meglio?” Certamente non in meglio, è la risposta, dal momento che in buon italiano la lingua non evolve ma si evolve. Ma il meglio si trova nell’articolo, a firma di Maria Luisa Agnese. Questa signora fa pensare a un cieco che dia lezioni di pittura. Infatti gli errori sono tanti che è necessario riportarli sinteticamente.
“Ma come? io che ho sempre…”,  con “io” minuscolo; dice che qual’é è sbagliato e dà come versione giusta qual é e non qual è; “il professore di italiano al ginnasio che era anche un poeta corresse…”: sarebbe stato necessario mettere l'inciso fra virgole, per non rendere poeta il ginnasio; il Devoto-Oli è definito bibbia “consolatoria dei miei dubbi”: i dubbi, piuttosto che consolarli,  è meglio eliminarli; e a questo serve quell’eccellente dizionario; “ragazzini con penna dubbiosa”, altri con penna stilografica; “nessun numero di telefono a memoria neppure quelli dei parenti più stretti”: dietro “memoria” chi non avrebbe messo una virgola?; “ci siamo arresi a cerimonie di scrittura ultra semplificate”: cerimonie di scrittura?; “qualche giorno fa ero con il fotografo Giovanni Gastel per un’intervista, e ci siamo confortati a vicenda, di recente anche lui era stato assalito dal mio stesso dubbio proprio riguardo a superficie ed era rimasto altrettanto stupefatto della sua incertezza…”:  uno stile che fa pensare a quello di un fante sardo della Prima Guerra Mondiale; e non si riportano altre frasi altrettanto bolse per non rendere questa nota troppo lunga; “Le vistose sgrammaticature si potevano perdonare ai sfortunati ragazzini napoletani”: ma si può perdonare a lei, che pubblica nel primo quotidiano d’Italia, il fatto che scriva “ai sfortunati”?
Un paio di domande: è un articolo sulla lingua italiana o un articolo che reclama una traduzione in lingua italiana? È un articolo che insegna a scrivere o che insegna a non scrivere affatto, se non si è in grado di farlo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 luglio 2011
(1) http://27esimaora.corriere.it/articolo/scriviamo-ancora-italianourge-vocabolario/



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politica interna
15 luglio 2011
FORSE È MEGLIO PERDERE, NEL 2013

Affaritaliani.it, il noto giornale on-line, pubblica un sondaggio dell’Istituto Piepoli da cui risulta che il centro-destra è fermo da settimane al 41%. Il Pdl è al  29%. Viceversa il centro-sinistra rimane stabile al 44% (tre punti in più del centro-destra) e il Pd diviene il primo partito italiano col 29,5%. Infatti ha guadagnato quel mezzo punto che Sel ha perduto. Di Pietro raccoglie il 4,5% dei consensi - parecchio di meno del massimo raggiunto in passato - e l’Udc perde mezzo punto. Altrettanto fa il Fli: solo che per questo partitino mezzo punto (dal 2,5 al 2%) rappresenta la perdita del 20% dei propri consensi.

Questi dati, come sempre, sono moderatamente affidabili: infatti non raramente i sondaggi si contraddicono e, come se non bastasse, in politica qualche mese può cambiare tutto, in un senso come nell’altro: quello che vale oggi non è detto che valga al momento delle elezioni. Ma vogliamo credere che il giornale abbia ragione quando parla di “diffusissimo malcontento”: “Oltre agli scandali sessuali il tema su cui gli italiani sono più sensibili sono i soldi. I tagli in programma nella manovra potrebbero far scendere ancora il governo”. E questo malumore potrebbe determinare il risultato della prossima consultazione elettorale.

Non si tratta di fenomeni emotivi, anche se si butta la croce sul governo attuale per colpe che risalgono già agli anni ’80 del secolo scorso. Ora può darsi che l’Italia sia giunta ad un punto di svolta. Dopo avere scialacquato per decenni, dopo avere contratto un debito colossale per dire di sì a tutti, i nodi sono venuti al pettine. Finché è stato possibile cavarsela con trucchetti vari e fantasia finanziaria, è sembrato che si potesse andare avanti indefinitamente. Negli ultimi giorni invece è come se gli altri Stati europei e soprattutto i mercati avessero presentato la cambiale all’incasso. Prova ne sia che il governo è stato obbligato a varare una manovra di proporzioni gigantesche. Una operazione la cui totale inevitabilità è dimostrata dall’opposizione che, riconoscendone la necessità e l’urgenza, ha dichiarato che non farà ostruzionismo. Non voterà a favore, certo, sia perché il governo non ha bisogno dei voti della minoranza, sia perché sarebbe sciocco condividere senza esservi obbligati l’impopolarità del provvedimento: ma, per quello che s’è capito, la situazione è tale che l’opposizione non se l’è sentita, per puri interessi di bottega, di avere un atteggiamento contrario alle stringenti necessità della nazione.

Se tutto questo è commendevole – soprattutto se si pensa ai livelli normali della rissosità italiana - rimane tuttavia un segnale molto pericoloso per il futuro del centrosinistra. In questo momento esso beneficia dell’impopolarità di una maggioranza rissosa, parolaia, inseguita dalle Procure della Repubblica e incapace di mantenere le promesse tante volte ripetute: ma se lo stato d’animo degli italiani dovesse mantenersi fino al 2013, se cioè il centrosinistra dovesse andare al potere, riceverebbe in regalo il vaso di Pandora. Infatti la parte più cospicua della manovra sarà operante fra qualche anno, rendendo in quel momento largamente inviso ai cittadini qualunque governo di qualunque parte politica. I francesi dicono che uno stomaco vuoto non ha orecchie e quando gli italiani saranno costretti a tirare la cinghia, la loro collera si abbatterà sulla incolpevole maggioranza del momento. Oggi si è stati obbligati a creare i presupposti di un’impopolarità rispetto alla quale quella di questi mesi somiglia ad un applauso.

Chi vincerà le prossime elezioni si farà odiare dagli italiani. Già normalmente la sinistra è accusata di essere “il partito delle tasse”, ma stavolta non avrebbe proprio modo di sfuggire all’accusa: anche se, ironia della sorte, chi ha stabilito quelle tasse sarà stato il centrodestra.

L’attuale maggioranza, perdendo le elezioni, potrà rimpiangere il potere, le auto blu e i tanti vantaggi che dà la guida della baracca, ma si potrà ripromettere una facile vittoria cinque anni dopo. Nel frattempo avrà la gioia maligna di vedere i vincitori in una situazione più scomoda di quella dei vinti. Se invece, per caso (stavamo per dire per disgrazia), dovesse rivincere le elezioni, sarebbe come se avesse contratto l’assicurazione di perdere con margine le successive, nel 2018. Sempre che fosse capace di arrivare alla fine della legislatura.

La morale è semplice: perdere non fa piacere a nessuno, ma stavolta l’idea di vincere fa paura.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

14 luglio 2011

 




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SOCIETA'
13 luglio 2011
IL FUNERALE DEL GATTO

Una scultrice ha acquistato un’intera pagina del “Corriere della Sera” per far sapere a tutti quanto soffre per la morte del suo gatto Sky, dopo quindici anni di vita insieme, e quanto le manca. Inoltre ha noleggiato un elicottero per andare a seppellirlo ad Olbia(1). Non faremo il conto delle spese perché non conosciamo i prezzi di questi lussi e perché, dopo tutto, sarebbe un po’ miserabile: da un lato non si misura col denaro il dolore altrui, dall’altro ognuno è libero di spendere il proprio denaro come meglio crede.

Ma immaginiamo che, per molti, l’obiezione sia un’altra. Si può pretendere di soffrire tanto, per la morte di un gatto? Si può dare tanta importanza ad un animale?

Naturalmente chi pone queste domande non ha avuto l’occasione di dividere una parte della propria vita con uno di questi mammiferi superiori che ci somigliano tanto ed hanno anzi su di noi un vantaggio: non parlano. Personalmente non discuteremo affatto i sentimenti di questa signora e le offriamo anzi la testimonianza delle nostre lacrime, quando abbiamo perduto uno di questi cari esserini. Ma ciò non ci impedisce di non essere d’accordo con la sua iniziativa.

Quanto muore qualcuno è come se si desse il via libera al festival delle sciocchezze. Le lodi per il defunto sono iperboliche: del resto, si sa, de mortuis nil nisi bonum. Si afferma che non dimenticheremo mai chi dimenticheremo. Che sentiremo sempre la sua mancanza mentre presto, se siamo normali, penseremo ad altro. E se si ha l’imprudenza di organizzare un funerale religioso, avremo anche un sacerdote che ci spiegherà che il morto non è morto, che colui che non si può più accorgere di noi ci ama ancora ed anzi ci protegge “dall’alto”. Ci promette perfino che lo rivedremo in un Regno dei Cieli che immaginiamo molto affollato. Forse il nostro caro morto lo ritroveremo con il codice fiscale.

La morte è triste e il gruppo cerca di difendersene negandola in tutti i modi. Per cominciare, non è sicuro che i morti siano veramente morti e dunque li rabbonisce come può. Innanzi tutto con le lodi.  Poi ognuno teme che questo inconveniente possa capitare anche a lui e prova a convincersi di essere immortale. Per questo cerca di prestare fede alle parole di un sacerdote che dichiara immortale il cadavere muto che sta in mezzo alla chiesa. I funerali, per chi non si fa illusioni, sono veramente qualcosa di sconvolgente.

Ora la signora Matalon – che noleggia una pagina del “Corriere” per il suo gatto ma non tralascia di metterci una grande fotografia di se stessa – non capisce che la morte del micio è un’ottima occasione per smetterla con le menzogne consolatorie. Un’opportunità per soffrire evitando la pompa delle cerimonie, le speranze infondate, l’assurdo lusso dei cimiteri. Tutto quello che lei amava era quel prezioso, piccolo cervello che funzionava nella testolina triangolare di Sky. Quel cervello che dava un’anima a quegli occhi pensosi e che gli ispirava tanti gesti cortesi e delicati. Ma quella straordinaria macchina, nel caso di un gatto come nel caso di un uomo, smette definitivamente di operare quando il sangue smette di irrorarla per cinque minuti. Da quel momento, l’intero corpo è spazzatura. Certo, non si può chiedere ad una madre di avviare alla discarica il corpo del proprio figlio diciottenne, si può anche tollerare che la gente creda di lenire il proprio dolore con queste assurde parate, ma almeno il dolore per la morte di un gatto potrebbe servire per capire che in certi casi non ci sono parate possibili.

Il grandioso funerale per Sky non è più assurdo di quello per un Capo di Stato: ma, appunto, potrebbe essere un’occasione per capire che bisognerebbe abolire quello del Capo di Stato, piuttosto che tributarne uno al proprio micio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 luglio 2011

(1)http://www.corriere.it/animali/11_luglio_13/ribaudo-gatto-morto_be0d9c38-ad2a-11e0-83b2-951b61194bdf.shtml


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13 luglio 2011
QUESTIONI LINGUISTICHE, latinum sermo
La signora Teller, che aveva scritto sulla pronuncia della “c” in latino, e cui io avevo risposto col testo che su questo blog è stato riportato fra le “Questioni linguistiche”, ha inviato al “Corriere” la seguente lettera.

Premetto che anche per me il suo post è di scarsa comprensione comunque le rispondo che non le dirò la fonte delle mie affermazioni perchè ritengo che risponderle sia un falso problema. La bontà o meno di un'affermazione non dipende da dove è stata copiata. E io non copio mai. Al massimo cito e tra virgolette.
Tutti gli alfabeti sono fonetici e anche quelli di tipo occidentale. Ma all'interno delle lettere (vocali e consonanti) esiste molta variabilità nell'uso. Nonostante le nostre elucubrazioni non conosciamo l'esatta pronuncia del latino del primo Impero lo deduciamo dalla comparazione con altre lingue dello stesso ceppo.

Gentile signora Teller,
1)    Se, dicendo non “copio mai”, lei intende che non si informa leggendo i testi di riferimento, mi permetta di invidiarla; io, meschinello, quando non so una cosa, consulto i pochi libri di cui dispongo.
2)    Gli alfabeti sono fonetici nel senso che non sono costituiti da ideogrammi. Ma mentre un alfabeto che nasce per riprodurre i suoni di una data lingua per essa è più o meno fonetico, questo stesso alfabeto è meno fonetico quando è adattato ad altre lingue. Quello latino ha dovuto riprodurre anche suoni, come eu in francese e ü in tedesco, che nella Roma antica non esistevano. Come non esisteva (come in spagnolo oggi) il suono di “sc” in “scema”. Esso è oggi indicato in italiano con sci (sciame, sciocco, sciupio) o “sc” (scema, scimmia), mentre in francese si rende con “ch”, in inglese con “sh” e in tedesco con “sch”. Tante forme diverse per lo stesso suono dimostrano che l’alfabeto latino, per le lingue moderne, non è fonetico. Per non parlare dell’uso che ne fanno gli inglesi, che scrivono “cough” e leggono, più o meno, “kaf”.
3)    Esiste molta variabilità nell’uso di vocali e consonanti, dice lei. Sì, ma mai tanto da intaccare il valore contrastivo dei fonemi. Diversamente non ci capiremmo più.
4)    Poi lei non dovrebbe scrivere: “non conosciamo l'esatta pronuncia del latino del primo Impero”. Dal fatto che uno non sappia una cosa non può dedurre che non la sappiano neanche gli altri. O devo ricordarmi che la ignorancia es la más atrevida?






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sessualità
11 luglio 2011
IL POST-FEMMINISMO NON HA IDEE
Se dovessimo darne una definizione, diremmo che la misoginia è ”l’involontaria confessione di non avere avuto fortuna con le donne”.
Parlando di fortuna qui non si allude al numero di partner che si sono avute a letto (“Madamina, il catalogo è questo!”): ci si riferisce alla felicità che si è ricavata dai rapporti con l’altro sesso. Il recordman in questo campo è colui che per tutta la vita ha amato una sola donna, che non ne ha mai cercata un’altra perché ne è stato innamorato dal principio alla fine, e che ha avuto anche l’incredibile fortuna che quella donna sia sempre stata altrettanto innamorata di lui.
Non tutti possiamo aspirare a questi record, esattamente come non pretendiamo di correre i cento metri in dieci secondi: e tuttavia, se nel corso dei decenni le donne ci hanno dato più compagnia che fastidio, più amicizia che inimicizia, più gioie che dolori, non possiamo avere nulla, contro di loro. Racconteremo barzellette sulle mogli, come loro ne raccontano sui mariti,  ci prenderemo in giro vicendevolmente, anche in pubblico, ma in totale un uomo che “ha avuto successo con le donne” le guarda un po’ tutte con tenerezza. Con un pregiudizio sì, ma positivo.
Ciò posto, leggendo che le donne si organizzano e provano ad unirsi per difendersi, non si può che esserne contenti. Non solo in molti Paesi del mondo le donne sono realmente maltrattate, ma anche in Italia, dove pure sono molto rispettate, c’è ancora spazio. Ci si accinge dunque a leggere con simpatia l’articolo sulla “due giorni” di Siena, quella convocata al grido di “Se non ora, quando?”
Purtroppo si finisce delusi. Sono queste, le donne che amiamo, o per caso sono altre?
Torniamo indietro nel tempo. Le femministe hanno cominciato reclamando la parità politica. Emmeline Pankhurst merita un monumento in tutti i Paesi civili. Hanno poi reclamato pari retribuzione per pari prestazione di lavoro e non si vede come si potrebbe dar loro torto. Hanno reclamato anche il diritto di essere un po’ “puttane” (e perché no? Gli uomini non si vantano forse di essere donnaioli di successo?), ed hanno associato queste richieste con la libertà di essere madri o no, di accettare la gravidanza o di abortire. Anche se certe manifestazioni sono state stupide – il rogo dei reggiseni, il gesto dei genitali femminili, ecc. – nella sostanza tutte le loro richieste sono sembrate ragionevoli semplicemente perché è bastato chiedersi: “Se fossi nei loro panni, non sarei d’accordo?”
La delusione indotta dalla manifestazione di Siena nasce invece proprio da questo: mentre il femminismo era un movimento serio che voleva ottenere cose serie, qui c’è un movimento futile che non sa quello che vuole. E spara parole a vanvera: “Qui nasce una rete organizzativa che consiste radicata all’estensione territoriale», ha detto la storica Sapegno, con un italiano zoppicante che nel dubbio attribuiamo  alla giornalista(1). “In un’Italia così divisa, le donne anche qui a Siena hanno dimostrato di essere un punto di unificazione. Da qui parte una nuova forza per cambiare il Paese”. Bla bla. Un forza che dovrà “costruire insieme l’agenda delle politiche delle donne italiane”. Manco al singolare, al plurale: le politiche. E quali, di grazia?
È tutto? Certo che no. “La seconda parola d’ordine che esce dalla due giorni di Siena è ‘cambiamento’ ”. Change. Yes, we can. “Noi lavoriamo su obiettivi condivisi - dice la Sapegno - questa è la nostra forza. E la nostra autonomia si misura nei fatti. Non siamo anti-politiche. Non facciamo sconti a nessuno e non siamo contro nessuno. Anzi la chiave e la forza di "Se non ora quando" è che siamo inclusive”. Non solo ci ubriachiamo di bla bla, ma invitiamo chi lo vuole ad unirsi a noi per ubriacarsi di bla bla.
L’idea che si possa agire sulla società italiana senza un’idea politica precisa è velleitaria. E pericolosamente erronea è la speranza che un qualunque progetto possa trovare tutti (o tutte) d’accordo. In democrazia l’unanimità non c’è mai. In particolare, in Italia non c’è uno scandalo – come la lapidazione delle adultere – che potrebbe mettere tutti d’accordo. Dunque meglio sarebbe stato confessare le proprie idee politiche, i propri programmi concreti, e vedere chi ci stava. In queste condizioni, è stata solo una scampagnata.
Che delusione. O le donne non hanno più nulla da conquistare, in Italia, oppure questo movimento non è stato organizzato dalle migliori di loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 luglio 2011

(1)http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_10/donne-sapegno-politica-pronzato_5938fa9e-aaf7-11e0-a2e7-98abda3c461e.shtml



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CULTURA
10 luglio 2011
QUESTIONI LINGUISTICHE latino sermone loquimur
In un forum linguistico (quello del “Corriere della Sera”) una signora parla – in modo incomprensibile per il sottoscritto – delle diverse pronunce della ‘c’ e della ‘q’ in latino. Non sono uno specialista, ma nella trascrizione fonetica di un brano latino - secondo la pronuncia dell'età augustea – vedo soltanto che la "c" corrisponde sempre al fonema "k". Al massimo era più o meno palatalizzata per effetto della vocale seguente(e,i): ma immagino il fenomeno fosse allora considerato un vezzo. Infatti nell'accurata trascrizione del testo la 'c' è resa sempre con la 'k'.
Quanto alla "q" (anch'essa trascritta in fonetica con "k"), leggo soltanto: "Die k-Komponente des Phonems [kw] wird q (qu) geschrieben": la componente k del fonema [kw] viene scritta come q (qu). Nient'altro. Il testo di riferimento (ormai introvabile nelle librerie) è "Sprachen", Das Fischer Lexikon, Fischer Bücherei.
Personalmente rimango un po' stupito di questa abitudine grafica: infatti l'alfabeto latino è nato "fonetico" e non si vede l'utilità della 'q'. I romani infatti non leggevano 'ae' come 'e' (al massimo le fondevano un po'), e hominem aveva l'acca aspirata dei tedeschi. Diversamente non l'avrebbero segnata. Da notare che la 'e' finale di hominem era nasalizzata come 'ain' nel francese "pain". Se non avevano creato grafemi speciali per i suoni nasali (consul si leggeva kõ:nsul) era perché, come in francese, essi si ricavavano dalla posizione delle consonanti 'm' e 'n' nella parola.




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politica interna
9 luglio 2011
LA COALIZIONE ANTIBERLUSCONIANA VINCENTE

Esiste una coalizione antiberlusconiana vincente che non è quella del centro-sinistra. È l’Italia tutta che è antiberlusconiana. Questa affermazione può sorprendere: come dimenticare la vittoria a valanga del 2008, per non parlare delle precedenti? E tuttavia, un conto è votare per Silvio Berlusconi – magari solo per contrare la sinistra – e un altro conto è votare per la sua politica.
Gli italiani amano dividersi e un nome gli serve egregiamente come una bandiera. Hanno così una testa di turco e l’occasione di insultarsi vicendevolmente, di gridare e di fare piazzate. Berlusconi sì, Berlusconi no. Invece, per quanto riguarda la politica sostanziale, regna la massima concordia antiberlusconiana.
Il Cavaliere ha “fatto” molto per sé, in vita sua, e naturalmente questa sua capacità si sarebbe dovuta manifestare anche in campo politico. Lui stesso infatti ha amato presentarsi come “l’uomo del fare”. Tuttavia, dopo anni e anni di potere, non si sono nemmeno realizzate quelle due riforme cui Berlusconi teneva particolarmente: quella fiscale e quella della Giustizia. E la ragione di questo insuccesso è che le riforme non le vuole nessuno. La minoranza direbbe peste e corna di qualunque proposta. Anche la migliore possibile. Essa infatti non tende a contribuire al governo del Paese ma al contrario ad impedire che qualcuno governi. Né questo rischia di renderla impopolare: gli italiani sono sempre convinti che il nuovo sia pessimo e dunque chi protesta contro di esso ha sempre il vento in poppa. Come se non bastasse, noi italiani siamo afflitti da un sommario pessimismo qualunquistico: se si parla di una novità, non ci chiediamo se è buona o cattiva, nel dubbio pensiamo che sia il frutto di qualche sporco interesse, a nostro danno. In questo modo ci crediamo furbi e siamo convinti di agire per legittima difesa.
Si è visto sperimentalmente quando, per mettere rimedio a un sistema che sembra progettato per paralizzare l’azione del Parlamento e dell’esecutivo, fu votata un’accettabile riforma costituzionale, plausibile anche per molti esponenti della sinistra. E tuttavia, quando il popolo fu chiamato ad annullarla o a confermarla con un referendum, non ci fu partita:  la nuova costituzione fu bocciata e non si uscì mai dall’attuale palude.
Analogamente, ogni volta che si è proposto un cambiamento, non solo si sono messi di traverso tutti coloro che potevano avere un danno dalla nuova legge – e qui per danno si intende anche essere costretti a lavorare sul serio – ma si sono messi di traverso quei gruppi della maggioranza che tenevano a speciali clientele. Per esempio, An proteggeva gli impiegati di Stato.
Tutto questo vale per il centro-destra come vale per il centro-sinistra. I “progressisti” il progresso possono solo prometterlo. Se si azzardano a fare sul serio, se solo appaiono come coloro che qualche riforma – ovviamente pessima, per gli italiani – potrebbero farla, si procurano tali inimicizie che difficilmente poi potranno vincere le successive elezioni. L’esempio dell’ultimo governo Prodi è illuminante, al riguardo.
Berlusconi per carattere e per ambizione avrebbe amato essere colui che modernizza l’Italia: ed infatti ha tanto parlato di riforme, d’informatizzazione, di Tav, di nucleare, di Ponte di Messina. Ma ha avuto tutti contro. Sempre. La vera coalizione antiberlusconiana è puramente e semplicemente la coalizione misoneista.
Si è visto ancora una volta con i recenti referendum. Dopo anni di astensionismo gli italiani hanno votato in massa per dire no a quel nucleare che pure gli avrebbe fatto risparmiare qualcosa sulla bolletta della luce.  Questo tipo di produzione è nuovo (per modo di dire) dunque è pericoloso. Inutile far notare che ci sono centrali all’estero, ad est e a ovest, sicché in Lombardia corriamo gli stessi pericoli che rappresenterebbero le eventuali centrali sul nostro territorio: gli italiani, diversamente dagli altri europei, sono prudenti. E per far buon peso votano al 95% anche i referendum riguardanti il modo di distribuzione dell’acqua potabile. Le leggi apparivano ragionevoli a molti esponenti dell’opposizione e avrebbero forse fatto costare di meno la bolletta ma qui si innesta il meccanismo di cui si diceva: se propongono un cambiamento, deve essere a loro favore e contro di noi.
Forse questo pensa Berlusconi, quando confessa che sarebbe lieto di andarsene subito. E quello che non capiscono gli antiberlusconiani è che se il Cavaliere se ne andasse, non cambierebbe nulla. Perché in Italia non cambia mai nulla. Abbiamo il 95% di cittadini col piede sul freno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 luglio 2011




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politica interna
8 luglio 2011
L'INTERVISTA DI BERLUSCONI
Berlusconi è un ingenuo. Annuncia che uscirà dalla politica attiva nel 2013 e non capisce che probabilmente non sarebbe dovuto entrarci nel 1994. Non perché non fosse utile all’Italia: impedì la conquista del governo da parte degli ex, e non troppo ex, comunisti; non perché non avesse straordinarie capacità : e lo dimostrò passando da illustre sconosciuto a Primo Ministro fra l’autunno 1993 e la primavera 1994, quanto perché del politico gli manca la doppiezza, la furbizia, il cinismo. Non capisce per esempio che lui è il moderno re Mida. Se si occupa di un suo nemico, se solo ne parla, lo arricchisce. Rende famose persino le persone che si limita a guardare. Alla parata del 2 giugno 2010, se non ricordiamo male, apprezzò l’avvenenza di una crocerossina e nel 2011 i giornali hanno ripubblicato la foto della donna, dicendo che anche stavolta aveva partecipato alla sfilata, ma in una posizione meno evidente. A momenti l’intervistavano: “Che cosa ne pensa del fatto che Berlusconi la trovi bella? È offesa o lusingata, dall’interesse di quel donnaiolo? Conta di querelarlo o di darsi al cinema?”
Stamani i giornali parlano di una sua intervista a la Repubblica. Repubblica? Come, quel giornale lo odia e lui l’arricchisce concedendogli un colloquio che farebbe la fortuna, almeno per quel giorno, di qualunque altro quotidiano? Poi si va a leggere e si vede che a quell’uomo, come sempre, manca la furbizia e il cinismo. Non ha programmato di concedere un’intervista: ha solo incontrato un giornalista e non ha resistito alla tentazione di chiedergli: “Ma quand'è che smetterete di attaccarmi? Provate a essere più equilibrati”. Il risultato è che il giornale titola “l’intervista”. E la trasforma in un annuncio epocale in esclusiva: “il Cavaliere annuncia il ritiro - "Nel 2013 lascio, tocca ad Alfano". Non imparerà mai.
La lettura del testo è istruttiva(1). Berlusconi parla col “nemico” come parlerebbe con un amico e dice le cose come stanno. Dimentica l’aureo principio politico secondo il quale la verità va detta solo se non c’è una più conveniente versione dei fatti. “Il premier è un fiume in piena”.
Dimostra comunque, anche così all’impronta, uno straordinario senso del reale unito ad una ammirevole capacità di sintesi: “Tutti quelli che si staccano fanno una brutta fine. Pensate a Fini e Casini. Quelli del Fli ormai sono inesistenti. Il loro progetto politico - una volta fallito l'assalto del 14 dicembre - è il nulla. Ero solo io il loro obiettivo”. Pietra tombale su Gianfranco.
Nel 2013 “Il candidato premier del centrodestra sarà Alfano. Io, se potessi, lascerei già ora...". “Cercherò di costruire il Ppe in Italia. Ma a 77 anni non posso più fare il presidente del consiglio". Effettivamente, che fosse stanco, in questi giorni si era visto. Non fisicamente, forse: ma stanco di avere a che fare con la realtà italiana. Adenauer ha fatto politica anche da più vecchio, ma almeno la Germania lo onorava. Qui invece vien voglia di dire: “Arrangiatevi da soli, visto che gridate tanto di esserne capaci!”
Il realismo dell’intervistato rifulge in altre sintesi perfette, per esempio a proposito di Casini: “O va da solo come Terzo polo o - come penso - farà un patto di apparentamento con noi quando saprà che il candidato premier non sono io. A sinistra non può andare perché altrimenti perde i due terzi dei suoi elettori. E la legge elettorale resta questa. Non se ne esce". Tutte cose che in passato, nel nostro piccolo, sono state dette e ripetute anche in questa sede, perché evidenti; e mal si comprendono i libri di filosofia che hanno scritto i giornali, senza tenere conto di questi dati elementari. I grandi partiti non hanno alcun interesse a cambiare una legge che offre loro un sostanzioso premio di maggioranza. Come dice Berlusconi: “non se ne esce”.
Poi il giornalista parla di Tremonti e il Cavaliere, col cuore in mano: “Lui pensa di essere un genio e crede che tutti gli altri siano dei cretini. Lo sopporto perché lo conosco da tempo e va accettato così”. Anche qui la pura e semplice verità. Ma si può?
Claudio Tito insiste: Tremonti, che non fa gioco di squadra, si potrebbe mettere contro di lui?” E ancora una volta la risposta di Bertoldo: “È carattere. Ma alla fine non può fare niente. Anche lui: dove va?”
Il resto, è normale politica, se pure trattata col tono amichevole di una conversazione in cucina. Chi non è normale è proprio lui, l’intervistato. Chiunque sapesse di essere al centro del mirino, con giornali pronti a deformare e invelenire qualunque frase, anche la più innocente, rilascerebbe interviste solo ricevendo domande scritte, dando risposte scritte, con diritto di leggere l’intervista e approvarla prima della pubblicazione. Stavolta forse è caduto in piedi, ma la soluzione più semplice sarebbe sempre quella di non concederne mai, interviste.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 luglio 2011

 (1)http://www.repubblica.it/politica/2011/07/08/news/intervista_berlusconi-18824931/?ref=HREA-1




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letteratura
7 luglio 2011
L'EREMITA EPICUREO
La vita contemplativa, secondo la tradizione che risale a Benedetto da Norcia, è l’ideale monacale di un’esistenza simile a quella condotta dagli eremiti dei primi secoli dell’era cristiana. Alcuni si ritiravano nel deserto, non parlavano neppure con altri uomini, si nutrivano appena, vegliavano a lungo la notte e pregavano. La vita contemplativa, nel deserto come in un convento, richiede l’abbandono delle cose della terra – la ricchezza, gli onori, il potere, la soddisfazione degli istinti – e una totale dedizione a Dio.
Questo concetto corrente è tuttavia capace di mettere in imbarazzo chi non è credente, il quale si chiede: “Come mai sento l’appello a questo genere di vita?” Per fortuna, gli studiosi al riguardo partono da Filone di Alessandria, da Aristotele e da altri fino a giustificare l’idea che esista un genere laico di vita contemplativa. Né, aggiungiamo, essa è lontana dal consiglio di Epicuro: lathe biosas, “vivi nascosto”.
Il miglior modo di vivere nascosti è vivere da soli e tuttavia c’è una differenza fra la vita contemplativa degli anacoreti e il vivere epicureo. Gli anacoreti, se non erano degli odiatori dell’umanità, erano comunque odiatori della propria umanità. Infatti reprimevano tutte le loro normali tendenze – la socialità, la sessualità, la volontà di affermarsi e in generale gli istinti  - per dedicarsi a qualcosa di astratto ed inumano: Dio. Anche se è difficile immaginare in che modo si ci si può dedicare a chi non si mostra mai, non si manifesta mai, non ti risponde mai. Ma non sta all’uomo moderno, e miscredente per giunta, capire interamente queste persone. Viceversa il “vivere nascosti” non esclude i piaceri, cui Epicuro non era certo contrario. Il suo consiglio va nella direzione opposta a quella degli anacoreti. Non significa: “lascia il mondo e i suoi piaceri”, significa al contrario: “lascia il mondo e godrai di più”.
Questo consiglio però non è per tutti: perché non tutti abbiamo lo stesso temperamento. L’idea che si possa vivere meglio rinunziando all’ambizione, al trambusto della vita associata, ai divertimenti collettivi e perfino alle soddisfazioni della vanità, per alcuni è assurda. Insistere a intimare loro “lathe biosas” sarebbe contraddittorio: costoro hanno diritto al loro genere di vita. L’unica condizione è che un giorno non si lamentino delle controindicazioni, che avrebbero dovuto prendere in considerazione sin da principio e che non staremo ad enumerare.
L’“eremita epicureo” è qualcuno che, per natura, è pressoché infastidito dalla presenza degli altri. Non perché li odii – l’odio è un pessimo investimento – ma perché, come i grandi bevitori preferiscono i superalcoolici al vino, preferisce gli esseri umani “concentrati e distillati” nello scritto. Anche se spesso deve accettare che l’ “interlocutore” sia morto.
Per fortuna viviamo in un’epoca che, per l’eremita epicureo, è l’assoluto ideale. Essa coniuga infatti i massimi vantaggi dell’eremitaggio non in una caverna – una casa riscaldata in inverno e rinfrescata in estate, luce a tutte le ore del giorno, musica, pace e silenzio, se la si sceglie accuratamente – con i massimi vantaggi della comunicazione. Senza varcare la porta di casa, senza sentire una voce umana, l’uomo contemporaneo può leggere libri e giornali in tutte le lingue che conosce, può corrispondere con decine di persone, sino ad avere una vita di relazione, concentrata e distillata, fra le più soddisfacenti. Il tempo che si mette a scrivere una lettera o un articolo è molto più lungo di quello che si impiega a leggerli. Dunque gli amici vengono in punta di piedi, aprono bocca solo quando glielo si chiede, esprimono il massimo di idee nel minimo del tempo e accettano che si risponda l’indomani o anche dopo.
L’eremita cristiano, dinanzi a questo quadro roseo, potrebbe sorridere e compatire l’epicureo: “Dopo tutto questo morirai. E che ne sarà della tua anima?”
“Avrà la stessa sorte della tua”.
“Pensi di andare in paradiso?”
“No, penso che non ci andrai neanche tu. Ma io il mio paradiso l’ho avuto da vivo”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 luglio 2011




permalink | inviato da giannipardo il 7/7/2011 alle 19:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
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Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.