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30 giugno 2011
Santoro vince con Golia e perde con Davide
Riguardo alla mancata assunzione di Michele Santoro a La7 indubbiamente ne sapremo di più in seguito. La società afferma che la rottura delle trattative si è avuta: “A causa di inconciliabili posizioni riguardo alla gestione operativa dei rapporti tra autore ed editore”. E attualmente dobbiamo contentarci di queste quindici parole. Cercheremo dunque di trarre  da esse tutto il significato che contengono.
Autore non può essere che Santoro, l’editore è La7 e le posizioni inconciliabili riguardano la “gestione operativa” dei loro rapporti. Che cosa sia una gestione operativa non è chiaro, ma è chiaro che cosa siano i rapporti. Un capitolo importante di essi è la remunerazione ma se le parti hanno rotto a causa del denaro, sarebbe stato più semplice ed onesto dire: “non si è raggiunto l’accordo sul compenso”. Invece si parla genericamente di rapporti e questi naturalmente riguardano il tipo di trasmissione (sicuramente un clone di “Annozero”) e il tipo di poteri che l’editore si riservava in materia.
Probabilmente da un lato Santoro voleva assolutamente mano libera, dall’altro l’editore imponeva alcune clausole. Una - ma è solo un esempio - potrebbe riguardare le spese per risarcimenti. Se un giornalista dice in televisione che la moglie del tale ministro è una prostituta e la donna ottiene un risarcimento di decine di migliaia di euro, chi deve pagare? Teoricamente il giornalista: come si insegna nelle università, la responsabilità penale è personale. In Rai però è avvenuto che delle somme da pagare si facesse carico l’editore, cioè - per esempio nel caso della Gabanelli -  la Rai. Forse Santoro voleva che dei risarcimenti cui lui e la sua trasmissione fossero condannati rispondesse La7. E i dirigenti hanno detto di no. Queste somme potrebbero diminuire in modo consistente gli introiti della trasmissione e, soprattutto, nessuno impedisce a un giudice di stabilire un risarcimento capace di mettere in ginocchio il bilancio dell’azienda. Che dunque ha detto no e basta. Ma questa è solo un’ipotesi.
Un’altra ipotesi potrebbe riguardare l’organizzazione della trasmissione. Santoro potrebbe aver chiesto di avere l’ultima parola assolutamente su tutto e i dirigenti de La7 potrebbero aver risposto che in casa propria desiderano ancora comandare loro. Ne sapremo di più in seguito, ma una cosa è certa: Santoro non ha ottenuto da La7 ciò che ha ottenuto dalla Rai. Infatti non è lui che ha abbandonato la Rai, perché vessato o altro, è la Rai che, pur di mandarlo via, l’ha ricoperto d’oro. Questo significa che il servizio pubblico si è piegato ad un idolo della sinistra in modo più umiliante di quanto sia disposta a fare una piccola televisione che pure ha un estremo bisogno di aumentare il numero dei propri spettatori.
Tutto questo la dice lunga. Per quanto riguarda Michele Santoro non si tratta delle assurdità di cui parla Leoluca Orlando, dando un saggio di demagogia da mercato del pesce. Non si tratta di attentato alla libertà di parola o di editto bulgaro che vale anche per i terzi. Si tratta delle condizioni bulgare che un giornalista di sinistra vuole imporre al suo datore di lavoro. Egli è riuscito in questa impresa riguardo al servizio pubblico – che pure sarebbe tenuto, in quanto tale, all’equilibrio, all’obiettività e a non offendere nessuno – ed ecco non ci riesce con una piccola impresa privata. In Italia siamo giunti al punto che la Rai è talmente intimidita dalla sinistra da non fare il proprio dovere nei confronti dei suoi abbonati paganti, e lascia che questo coraggio l’abbia una piccola televisione. Una televisione che non è un servizio pubblico e che offre le proprie prestazioni senza imporre un canone.
Vivere in Italia è spesso occasione di disperazione ma può avvenire che sia anche un’occasione per imparare parecchio su come può funzionare uno Stato democratico che si lascia ipnotizzare da una sola parte politica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 giugno 2011





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POLITICA
29 giugno 2011
Offside giuridico della Cassazione
La sentenza n.25674 della Corte di Cassazione richiede non il commento di un articolo ma di interi libri di dottrina penale. Essa infatti introduce un principio talmente innovativo, e discutibile, da meritare la massima attenzione dei penalisti, dei giuristi e di tutti i cittadini.
L’episodio su cui essa verte è compiutamente narrato dal “Giornale”(1): benché il fatto sia espressamente previsto come reato, un giovane di 23 anni è stato assolto dall’accusa di avere coltivato una pianticella di marijuana. Sulla base di una inedita “problematica dell’offensività”, data la “modestia dell’attività posta in essere”, come dice l’articolista del “Giornale”, “il comportamento dell’imputato deve essere ritenuto del tutto inoffensivo e non punibile anche in presenza di specifiche norme di segno contrario”. “Non è punibile il reato che non procura danni a nessuno”.
Bisogna innanzi tutto riconoscere che il diritto è caratterizzato dall’esteriorità: esso tende a regolare i rapporti fra gli uomini e non il loro comportamento quando sono soli o quando, sia pure in presenza di qualcun altro, si limitano a pensare. La morale comanda alla mente e alla coscienza, il diritto comanda i comportamenti concreti. Ma questo è un principio affermato dalla dottrina, non dai codici. Se è vero che il principio della cosiddetta alterità – nel senso di rapporto interpersonale – è normalmente da seguire, nulla impedisce che uno Stato emani una legge che contraddice la regola dottrinaria. Alcuni Stati musulmani sanzionano con la morte l’abiura, cioè l’abbandono dell’Islamismo come religione: e certamente questo atto non lede nessuno. Questa può sembrare una norma da barbari, ma non è diversa da quella che applicava il “braccio secolare”, nella civilissima Europa, fino al Settecento, quando puniva col rogo l’eresia. Del resto, anche in tempi piuttosto recenti, alcuni Stati occidentali hanno dichiarato reato il suicidio, e dunque hanno punito coloro che l’avevano tentato. La stessa Italia ha a lungo considerato reato la bestemmia, che al massimo lede le convinzioni religiose altrui: reato tanto evanescente quanto dire male del Governo in presenza di un suo sostenitore.
Qualcuno protesterà che queste norme e le altre simili appartengono a legislazioni arretrate e contrarie ai sani principi laici dell’età moderna. Giustissimo, ma ciò non impedisce che quelle norme avessero perfetta natura giuridica. Dunque il principio che abbiamo chiamato dell’alterità non è indefettibile. E soprattutto, dal momento che gli Stati moderni si avvalgono di una legislazione scritta, il giudice che è chiamato ad applicare le norme non può disattenderle sulla base di un principio non consacrato nello stesso ordinamento. Diversamente, se reputassimo che altre norme, “superiori” alla legge scritta, debbano prevalere sulla legge scritta, il giudice potrebbe non condannare l’inquilino moroso al pagamento delle pigioni scadute in base al principio che la proprietà è un furto; potrebbe assolvere il ladro considerandolo una vittima dell’emarginazione sociale; potrebbe non condannare al risarcimento sulla base della totale involontarietà, e dunque non punibilità morale, dell’atto dannoso; potrebbe assolvere qualcuno per ignoranza della legge, visto che in concreto veramente non la conosceva, e la responsabilità morale è del tutto assente. Si potrebbero trovare mille esempi in cui il giudice deve obbedire alla legge e andare contro la propria coscienza. In realtà la coscienza del giudice non deve tendere alla realizzazione della giustizia, ma allo scrupolo che fa identificare esattamente la norma della legge scritta, sua unica Bibbia, da applicare al caso concreto. Quand’anche quella norma la reputasse ingiusta in sé.
Nel caso che qui si commenta, la tesi è aberrante. Per l’assoluzione, l’argomentazione secondo cui il giovane di Scalea non ha fatto danno a nessuno è insostenibile. Innanzi tutto, la legge ha inteso proteggere anche lui, come quando impone ai motociclisti di indossare un casco. E soprattutto il requisito del danno ad altri non è richiesto dal codice. Si direbbe che i magistrati della Suprema Corte abbiano voluto ad ogni costo non condannare uno sciocco ragazzo di ventitré anni, poco importando il danno fatto alla credibilità del nostro sistema giudiziario.
Nel momento in cui confessa che questa “problematica dell’offensività” è “destinata in futuro ad innovare tutto il sistema penale”, la Cassazione coscientemente e  indebitamente si sostituisce al legislatore. Questa decisione è un’ulteriore traccia del complesso di onnipotenza che affligge alcuni magistrati e che rischia di trasformare il nostro Stato di diritto in qualcos’altro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 giugno 2011

http://www.ilgiornale.it/interni/la_cassazione_legalizza_cannabis_terrazzo/29-06-2011/articolo-id=532074-page=0-comments=1


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28 giugno 2011
MOLLICHINE
Stampa. Crosetto su Tremonti: “Per fare il ministro così basterebbe un ragioniere”. E per non dire cose così, basterebbe ragionare.
Repubblica. Franceschini: “Ora Silvio Berlusconi lasci palazzo Chigi a un altro premier di centro-destra”. Magari un Berlusconi Silvio.
Messaggero. Casini. “Un governo per l’emergenza oppure è meglio votare”. Come se io dicessi: regalatemi 10.000.000 € oppure è meglio che mi regaliate 15.000.000 $.
Repubblica: “La Scure del Tesoro colpisce il Mezzogiorno”. Accumulo di immagini. Se avessero detto: “L’ascia dei gioielli colpisce le dodici”, chi avrebbe capito?
Il Giornale. “Un paio di consigli per sputtanare un ministro”. Primo, accertatevi che sia di centro-destra. Secondo…
Repubblica. “Bisignani. Utili idioti nei posti chiave e il controllo è assicurato”. Si è seguito questo metodo per designare i direttori di “Repubblica” e “Unità”?
Giornale: “Il lucido disegno di ‘Repubblica’: PM irresponsabili”. Alcuni lo sono già: devono esserlo tutti?
Repubblica. Obesità: “Lasciati soli dinanzi alla malattia”. E anche dinanzi al frigorifero.
I radicali italiani organizzano la giornata mondiale contro la Tortura. Stranamente, nessun accenno a chi è costretto ad ascoltare Pannella.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
28 giugno 2011


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26 giugno 2011
IL POPOLO NON HA IL DIRITTO DI SAPERE TUTTO
L’uguaglianza dei cittadini è un mito che, inteso male, si potrebbe trasformare in letto di Procuste. Naturalmente nessuno l’intende così ma è ovvio che il principio va interpretato: il povero e il ricco devono essere giudicati e condannati nello stesso modo, se uccidono, ma non è giusto che il grande tenore e l’attrezzista siano retribuiti nella stessa misura; è giusto che ciascuno si occupi della propria sicurezza ma non è giusto che un magistrato minacciato dalla mafia debba pagare la sua scorta; è giusto che tutti abbiano il biglietto, al cinema, ma non è giusto che i poliziotti che entrano per sedare una rissa si fermino al botteghino. La parità di trattamento è giusta, ma bisogna sempre chiedersi riguardo a quali cittadini e riguardo a che cosa.
Nei secoli recenti si è parlato di uguaglianza a partire dalla Rivoluzione Francese. Allora i nobili erano esentati dalle tasse ed erano giudicati da tribunali a loro dedicati e si è reagito a questa ingiustizia in difesa dei più umili. Purtroppo qualunque principio, se lo si spinge troppo lontano, produce risultati negativi: e infatti oggi in Italia si pretende che il potente sia trattato peggio dell’umile.
Silvio Berlusconi è stato perseguitato come nessun altro imprenditore: se fosse stato il delinquente che dicono le Procure, in quindici anni l’avrebbero condannato cento volte. Un altro esempio di eccesso è la revoca dell’immunità parlamentare. Si è dimenticato che essa non è stata stabilita come privilegio dei deputati del Terzo Stato ma come loro protezione dagli abusi delle classi dominanti. E della magistratura loro alleata. Infine siamo alla discriminazione in quanto alla privatezza. Molti sono arrivati a dire che il popolo ha il diritto di “sapere tutto”! E questo è assurdo. Non si ha affatto il diritto di sapere ciò che si dicono due persone in privato. La stessa Chiesa, stabilendo il segreto della confessione, ha sancito il principio: “Lo dico solo a te”. Che poi sia: “Solo a te, in quanto ministro di Dio” è secondario. Dio non rivelerà mai ciò che è stato detto.
La nostra Costituzione da parte sua (art.15) statuisce che: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. E viceversa attualmente, nei media e nelle conversazioni private, circola lo strano principio secondo cui: “Il popolo ha diritto di sapere tutto”. Un politico dell’Idvf oggi ha avuto l’incoscienza di bestemmiare con queste parole: “I politici devono avere una privacy molto ridotta”. Senza capire che al massimo devono essere disposti a sopportare di essere fotografati più spesso.
In realtà, secondo la Costituzione, secondo il Codice Penale, nessuno ha il diritto di sapere se il suo vicino ha un’amante; nessuno ha il diritto di leggere la sua corrispondenza; nessuno ha il diritto di origliare alla sua porta. Ma ecco che questi sciocchi, questi fanatici, questi  Girolamo Savonarola d’accatto, vorrebbero negare questa privatezza a chi è Sottosegretario, a chi è Senatore, a chi è Ministro. Ecco il ribaltamento. Si passa dalla disuguaglianza a sfavore del popolo alla disuguaglianza a sfavore dei potenti. Come se due ingiustizie facessero una giustizia.
Ma è difficile ragionare con una parte del Paese dagli occhi iniettati di sangue e con la bava alla bocca. Questi anarchici da Ginnasio, questi  politologi da bettola vorrebbero che mentre tutti devono avere diritto alla loro privata immoralità, lo stesso diritto non l’abbiano gli uomini pubblici: questi dovrebbero essere trasparenti come il cristallo e irreprensibili come trappisti. Ciò contro la più banale esperienza storica: quella che fece dire a Bismarck che è meglio non chiedere come si fanno le salsicce e la politica. In queste condizioni tutti, non solo i politici, saremmo pressoché dei pendagli da forca.
Il popolo non ha diritto di sapere nulla di ciò che deve rimanere segreto. Chi lascia filtrare le intercettazioni (verbo più corrente: “passa”) intende danneggiare qualcuno. Non è il popolo che ha diritto di sapere, sono alcuni magistrati che usano del loro potere per andare contro una parte politica. E i giornali gli tengono il sacco.
Il Parlamento non ha solo il diritto, ha il dovere di proteggere lo Stato da queste intrusioni. Deve mettere il morso a chi crede, essendo un magistrato, che l’Italia abbia deposto ai suoi piedi tutti i poteri. Inclusi quelli del tiranno Dionisio di Siracusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
26 giugno 2011



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25 giugno 2011
GLI ANIMALI POLITICI PREVEDONO I TERREMOTI (Di Pietro cambia politica)

Sul “Corriere della Sera” è apparsa un’intervista di Antonio Di Pietro (1) per molti versi stupefacente ed anzi tale che potrebbe preludere a un cambiamento della scena politica. È il caso di leggerla attentamente.

Il leader dell’Idv non è un uomo particolarmente colto o simpatico, ha un eloquio degno di quel padre contadino di cui si vanta e una rozzezza di fondo che idealmente ne fa un fratello di Umberto Bossi. Tuttavia condivide proprio col senatùr un fiuto politico fuori dell’ordinario. Se dunque, come si vede in quel testo, cambia stile e atteggiamento, è segno che il suo interesse gli indica una strada nuova. Ma quale?

Tutto parte dalla scena vista in Parlamento. Berlusconi, al passaggio, si ferma, si siede e confabula con lui. Tutti si sono chiesti che cosa si siano detti e come mai si sia avuto questo dialogo. Di Pietro sostiene di non aver programmato l’incontro e nel momento in cui la sua base lo attacca per avere parlato col “nemico”, protesta virtuosamente: “Cosa avrei dovuto fare? Menarlo? Morderlo? Strappargli i capelli finti? Il presidente del Consiglio ti avvicina, in Parlamento non in un sottoscala, e tu come reagisci? Lo ascolti”. Verosimile. Ma inverosimile che il Presidente del Consiglio vada a parlare con uno che contempla l’alternativa di menarlo, morderlo o strappargli i capelli e soprattutto dopo aver detto dell’ex pm: “È un uomo che mi fa orrore”.

O la scena è stata concordata oppure ci si dovrebbe spiegare come mai il Cavaliere sapesse che avrebbe trovato un Di Pietro pronto al dialogo. Uno che nella successiva intervista avrebbe detto che il Primo Ministro è un uomo solo, che occasionalmente merita solidarietà, che ha certo delle colpe ma le maggiori malefatte le hanno commesse quelli che gli stanno intorno, e il resto. Il mistero rimane.

Passiamo ad alcune citazioni.

…Bersani e Casini dicevano che ero troppo antiberlusconiano, e così facendo aiutavo Berlusconi. L’hanno ripetuto anche quando mi sono inventato i referendum. Ora che 27 milioni di italiani hanno detto no a Berlusconi, loro hanno preso coraggio. Io cerco di essere anche stavolta un passo avanti… la mia nuova linea politica… Berlusconi oggi è una persona sostanzialmente sola… I miei sentimenti sono di humana pietas per lui. E di rabbia per i cortigiani che di lui si approfittano, che ci mangiano, che umiliano ancora di più le istituzioni, coprendosi dietro la sua faccia… Non sono un uomo di sinistra… in Europa i miei parlamentari siedono a destra dei socialisti. Con i liberaldemocratici…

Tutte queste affermazioni, significative e convergenti, fanno pensare che Di Pietro sia convinto che l’antiberlusconismo sia in un vicolo cieco e non farà certo cadere il governo. Non che lui dimentichi di esserne stato il portabandiera, di avere di fatto obbligato il Pd a seguirlo, ma proprio ora che tutto l’esercito combatte questa battaglia, si rende conto che essa è perdente: ed ecco lascia il comando e sceglie un’altra via. Se bisogna pensare al 2013, si deve costruire un’altra alternativa: e proprio lui che ha indotto Bersani a divenire un vice-Di Pietro, un vice-campione dell’antiberlusconismo, proprio in quanto tale lo dichiara non all’altezza di guidare quell’alternativa.

L’ex pm sembra un campione di dribbling. È riuscito a mandare a vuoto il Pd scartando a sinistra, e quando il partito si è spostato a sinistra per contrarlo, si è spostato a destra per avere via libera. Da un lato, a forza di estremismo verbale, ha spinto i democratici nelle braccia dell’estrema sinistra, dall’altro, rendendosi conto che con l’estrema sinistra non si vince, ecco che si dichiara “non di sinistra”. È fiero del padre democristiano. È per il bipolarismo, ma per un bipolarismo in cui il polo di sinistra sia sufficientemente moderato e guidato da lui. Lui è a destra di Bersani e della Bindi e figurarsi di Vendola. Per non parlare degli altri scalmanati di Sel. Questa sinistra, a suo parere, è incapace di governare e farebbe scappare gli elettori moderati. L’unica speranza, contro Berlusconi o contro chi ne sarà l’erede, è una opposizione ragionevole, persino pronta a votare le riforme di Berlusconi, se appena accettabili. Lo dice espressamente nell’intervista.

Se tutte queste siano fantasie o seri progetti, lo dirà il tempo. I politici sono impegnati dalle parole che hanno detto solo per il tempo che l’inchiostro dei giornali mette ad asciugarsi. Di Pietro è comunque da tenere d’occhio. Non sarà vero che cani e galline sentano in anticipo i terremoti, ma a certi personaggi come lui e Bossi bisogna sempre prestare attenzione: gli altri sono capaci di scrivere trattati di politica, loro sono capaci di farla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 (1)http://www.corriere.it/politica/11_giugno_24/berlusconi-un-uomo-solo-io-lo-sfido-sulle-riforme-aldo-cazzullo_73ac9baa-9e28-11e0-b150-aadf3d02a302.shtml

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CULTURA
24 giugno 2011
IL XXI SECOLO BIGOTTO COME IL XVII

“Il comitato nazionale «Se non ora quando» ha espresso sconcerto di fronte alla campagna pubblicitaria lanciata dal Partito democratico romano per lanciare la Festa dell'Unità di Roma” (1). Le donne democratiche, da non confondere con quelle antidemocratiche, hanno fieramente protestato per questo uso strumentale del corpo della donna. E dire che l’immagine è spiritosa: gioca sul fatto che sarebbe cambiato il vento, ora a favore della sinistra. Inoltre vuole alludere alla famosa scena di Marilyn Monroe sulla griglia della metropolitana, in “Quando la moglie è in vacanza”.

Non abbiamo simpatia per la sinistra; non abbiamo simpatia per le feste dell’Unità, sempre viste ricordando Guareschi e i suoi trinariciuti, ma qui si è costretti a difendere il Partito Democratico.

L’epoca contemporanea, le cui istituzioni e le cui idee fondanti risalgono alla Rivoluzione Francese, soffre di una eterogenesi dei fini che personalmente preferiamo chiamare eterogenesi dei risultati: si è partiti dalla volontà di liberarsi di tutti i pregiudizi (la Dea Ragione!) e si è arrivati ad una mentalità forse più oppressiva di quella che precede la Révolution.

Prima dell’Illuminismo la Norma Morale era dettata dalla religione. Non bisognava uccidere perché lo vietava il Quinto Comandamento; i figli dovevano rispettare i genitori perché l’imponeva il Quarto e andando a trovare un amico malato si obbediva ad uno degli imperative delle opere di misericordia. Con l’Illuminismo ci si sentì liberi dagli imperativi religiosi e i lazzaretti, tempio della pietà e del soccorso cristiani, divennero i moderni ospedali in cui lo Stato, in assenza di suore, si occupa della salute dei propri cittadini. Le norme passarono da una base religiosa ad una base prevalentemente giuridica: dal peccato al reato.

Nella vita civile si ebbe una sorta di attuazione dell’imperativo categorico: io non evito di ferire un altro uomo perché me lo vieta la religione, ma perché me lo vieta lo Stato e io stesso sento che non devo farlo. Lo sento perché immagino che lui ne soffrirebbe come ne soffrirei io al suo posto. Si è dunque passati dai Comandamenti al codice, dal codice all’imperativo categorico e dall’imperativo categorico all’empatia.

Questo ha indubbiamente rappresentato un grande progresso. L’umanità civile ha ripudiato la discriminazione della donna, il razzismo e perfino, meritoriamente, la crudeltà nei confronti degli animali. Ma le religioni cui arride troppo successo (basti pensare all’Islàm) arrivano ad un bigottismo neomedievale. Non ci si limita più all’empatia evidente, la si spinge fino a soccorrere chi non vuole essere soccorso. La modella che ha posato per la castissima foto sarà stata contenta del complimento fatto alle sue gambe e del denaro guadagnato, le anime belle del Comitato hanno immaginato che ella soffrisse di vedere “usare” la sua immagine. Bisognava protestare. E anche se la ragazza affermasse di essere stata perfettamente consenziente e per nulla ferita, le matrone ubriache di empatia direbbero che la poverina è talmente condizionata da non capire che la maltrattano. Ma loro la proteggeranno, che lo voglia o no. Qualcosa come le conversioni forzate dell’alto Medio Evo.

Questo atteggiamento – che non è solo di quel Comitato - ha condotto agli eccessi della political correctness. Gli americani non chiamano più bianchi i bianchi per paura che qualcuno li contrapponga ai neri. Questi del resto ora sono afro-americani. E i bianchi sono solo caucasici. Ai bambini non si può mettere un brutto voto: non importa che lo meritino, il fatto è che potrebbero soffrirne. Un cieco è stato chiamato cieco per tutta la vita ma le vestali e i sacerdoti dell’empatia si chiedono: come mi sentirei, se mi chiamassero cieco? Senza rendersi conto che, se fossero ciechi, ci avrebbero fatto l’abitudine. E senza rendersi conto che sono loro, cambiandolo, che rendono il termine precedente offensivo. È così che gli spazzini sono divenuti prima netturbini e poi operatori ecologici. In futuro che cosa diverranno, eliminatori di problemi casalinghi, raccoglitori di surplus indesiderati, artisti della scopa?

La nostra società è divenuta ipersensibile fino allo scrupolo ridicolo, fino all’invadenza, fino alla follia. La nuova religione ha i suoi fanatici che sarebbero lieti di accendere roghi. Se non si possono mostrare due gambe di ragazza in un manifesto, per favore, risuscitate Voltaire e tutto il Settecento francese. Ne abbiamo di nuovo bisogno.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it

23 giugno 2011

(1)http://www.corriere.it/cronache/11_giugno_23/proteste-donne-pd_70b6afc0-9d84-11e0-b1a1-4623f252d3e7.shtml




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23 giugno 2011
LA TRISTEZZA DI TESEO
Lo scrittore di romanzi reputa intimamente che gli altri non hanno la sua stessa sensibilità. E comunque non sanno esprimerla come l’esprime lui. Per giunta, scrivendo, pur se è vero, come sosteneva Pirandello, che i sei o più personaggi tendono a muoversi con vita propria, è sempre l’autore che il potere ultimo di dominare quella realtà. Scrivendo un romanzo cfi si sente un po’ il destino, un po’ onnipotenti, un po’ Dio. Ma il senso fondamentale dell’impresa è quello di una confessione. Madame Bovary, c’est moi.
Il caso del saggista o addirittura del filosofo è diverso.Qui chi scrive non tende a confessarsi ma ad insegnare. È qualcuno che crede d’aver capito cose importanti e si sente in dovere di comunicarle. Spesso è arrivato a quelle idee con fatica e travaglio e gli sembra un inammissibile spreco non farne approfittare gli altri. Victor Hugo scriveva per nutrire di applausi il suo immenso ego, Karl Marx invece voleva fare il bene degli umili ed anzi del mondo. Hugo diceva “Guardatemi e ammiratemi”, Marx diceva. “Guardatevi e migliorate la vostra condizione”. Né diverso era il sentimento di Nietzsche che, pur disprezzando il prossimo con le sue ideuzze sconclusionate, non resisteva alla tentazione di indicargli la via dell’intelligenza e della libertà.
Questo atteggiamento dell’animo si accentua con la vecchiaia. L’accumulo delle esperienze e delle conferme diviene ogni giorno più grande e nel frattempo diminuisce il tempo per regalarle agli altri. Charles Aznavour cantava: “Le temps d’apprendre à vivre, il est déjà trop tard”, il tempo d’imparare a vivere ed è già troppo tardi. Troppo tardi per insegnare, troppo tardi anche perché gli altri reclamano il diritto di commettere gli stessi errori.
L’anziano saggista è un Teseo che ha imparato come uscire dal labirinto ma si accorge che gli altri non vogliono seguirlo.
Forse è vano scrivere romanzi come vano scrivere trattati di filosofia. Forse è vano vivere. Ed è comunque triste che non ci sia dato di godere di questa vanità abbastanza a lungo. Come la rosa di Ronsard, non viviamo che lo spazio di un mattino.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
23 giugno 2011




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22 giugno 2011
IL TEMA (SBAGLIATO) DELL'ESAME DI STATO
La premessa è necessaria: personalmente sono lontanissimo da tutto ciò che riguarda l’esame di stato. Neanche ricordo l’argomento del mio compito d’italiano, a suo tempo. Se dunque critico il tema generale di oggi è perché lo reputo in tutta onestà sbagliato.
Eccolo: “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti.  Il candidato, prendendo spunto da questa ‘previsione’ di Andy Warhol, analizzi il valore assegnato alla ‘fama’ (effimera o meno) nella società odierna e rifletta sul concetto di ‘fama’ proposto dall’industria televisiva (Reality e Talent show) o diffuso dai social media (Twitter, Facebook, YouTube, Weblog, ecc.)”.
Il tema è sbagliato perché quello di Warhol è un paradosso. E val la pena di dimostrarlo. L’artista statunitense parla di fama  nel “mondo” (sette miliardi di persone) ma noi, molto più modestamente, prendiamo in considerazione solo l’Italia. Sessanta milioni di abitanti. Dato che in ogni giorno ci sono novantasei quarti d’ora, in un anno (96x365) poco più di 35.000 quarti d’ora e per settant’anni di vita individuale si arriva a circa venticinque milioni. Venticinque milioni di italiani potrebbero avere un quarto d’ora di celebrità, e gli altri trentacinque? L’affermazione di Warhol è già falsa per l’Italia, figurarsi nel mondo. Ma c’è di più: se la fama consistesse nell’essere noti in tutto il Paese, ogni quarto d’ora – giorno e notte, in tutti i mesi dell’anno - tutti dovremmo almeno sentir nominare il famoso italiano di quel quarto d’ora: e questo è chiaramente impossibile.
Qualcuno potrebbe obiettare che si sta usando il pallottoliere su una battuta ed avrebbe ragione: ma è proprio questo che si voleva dire. Se quello di Warhol è un paradosso, come si può proporlo a dei giovani non ancora allenati a simili acrobazie intellettuali? Quando Oscar Wilde scrive: “Se c’è qualcosa cui non resisto è la tentazione”, la reazione giusta è il sorriso divertito. Nessuno può seriamente pensare che lo scrittore inglese consigliasse a tutti di cedere a tutte le tentazioni. La battuta serviva ad irridere comicamente i consigli morali che si danno ai bambini, il conformismo perbenista, l’obbligo della correttezza sociale: nulla di più.
I ragazzi avrebbero dovuto avere il coraggio di dire che il Ministero li invitava a scrivere stupidaggini. Prima di tutto, quella di un ragazzotto noto ai suoi coetanei perché partecipa ad un reality show non merita il nome di fama. Basti dire che è una fama che non vale assolutamente nulla e il protagonista rimane ignoto agli adulti. Poi, per una faccia che si fa notare ce ne sono venti o cento ignote già fra quelle che appaiono in televisione. E rimangono ancora da prendere in considerazione le facce di quelli (milioni) che in televisione non ci andranno mai.
Nel futuro di Warhol, cioè nella nostra realtà, in cui siamo numerosissimi, non solo non abbiamo tutti un quarto d’ora di celebrità nel mondo, ma non l’ha neppure uno su dieci, su cento o su mille. Forse su un milione? Neanche: perché di milioni in sette miliardi ce ne sono settemila.
La frase di Warhol acquisterebbe un altro senso se la modificassimo così: “Nel futuro chi sarà famoso al mondo lo sarà per quindici minuti”, intendendo che la celebrità è attualmente molto più aleatoria e passeggera di un tempo. Questo in conseguenza dell’affollamento di nomi e facce, anche attraverso la televisione e internet, e per la mancanza di giganti intellettuali ed artistici che ha afflitto il Ventesimo Secolo e affligge ancora il presente. Fra qualche anno solo gli specialisti sapranno dirvi chi era Sartre. Ma questa è una delle tante conseguenze della sterilità artistica e intellettuale che imperversa dalla fine dell’Ottocento.
Tema sbagliato, per i ragazzi. A quell’età si è lontani dall’astrazione e dall’umorismo sottile. Bisognava dargli un tema terra terra, del tipo: l’obbedienza è sempre una virtù oppure ogni tanto bisogna disobbedire? La moda del turpiloquio dimostra un incremento di spontaneità o è una forma di decadimento dei costumi? Vi sentite più italiani o più cittadini del mondo, e perché?
Bisognava evitare il tema “perché voglio bene alla mamma” senza andare molto più in là. A meno che non si volesse raccogliere una straordinaria messe di sciocchezze retoriche malamente orecchiate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
22 giugno 2011





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politica estera
22 giugno 2011
L'IMPOSSIBILE GIUSTIZIA INTERNAZIONALE
Molti vorrebbero che esistesse un “codice penale internazionale” sulla base del quale giudicare i criminali di guerra ed eventualmente i governanti dei Paesi sconfitti. Lo scopo di quel codice sarebbe quello di evitare da un lato l’accusa di avere violato il principio nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali (la norma deve precedere il fatto), dall’altro l’accusa di volere soltanto realizzare la vendetta dei vincitori.
Il desiderio è nobile: si vorrebbe un ordinamento internazionale prevedibile, contenuto in un codice pubblico uguale per tutti, vincitori e vinti. Purtroppo, questo desiderio è destinato a rimanere tale. Dopo avere scritto che il deliberato massacro della popolazione civile è un crimine, poi si afferma che il bombardamento di Dresda non corrisponde al caso e che il Comandante Harris è un grande capo militare. Mentre se la città fosse stata inglese e il comandante si fosse chiamato von Qualcosa, questo von Qualcosa probabilmente sarebbe finito appeso a una corda.
L’anelito alla giustizia è così profondo e universale che San Tommaso l’ha messo fra le prove dell’esistenza di Dio: “Può una simile speranza dell’umanità intera andare delusa?” Si vuole dunque che le leggi siano scritte perché il cittadino possa prevedere l’esito del giudizio e perché il giudice sia obbligato ad attenersi a quella norma. Purtroppo la giustizia cammina sulle gambe degli uomini ed esiste sempre il pericolo che chi deve applicarla sia influenzato dai propri interessi, dai propri sentimenti, dai propri pregiudizi. Perfino in buona fede il giudice può trovare l’escamotage che gli permette di emettere un giudizio del tutto imprevedibile per l’interessato. E così la giustizia e la sua prevedibilità vanno a farsi benedire. Proprio per questo esistono più gradi di giudizio: si spera che gli eventuali interessi, sentimenti e pregiudizi dei giudici superiori compensino quelli dei giudici inferiori.
Da ciò si deduce che in materia di giustizia la massima garanzia del cittadino non è la lettera della legge ma la terzietà del giudice.  Il fatto che egli non conosca né l’attore né il convenuto e della materia del contendere non gli importi nulla, neppure proiettivamente. Anche la sua designazione automatica (“il giudice naturale”) ha questo scopo.
Non che questo stia sufficiente. Anni fa, in un Tribunale del Sud, tutti i magistrati davano ragione all’inquilino contro il proprietario (vento di sinistra) salvo uno che, avendo sofferto personalmente le angherie di un inquilino, aveva tendenza a dare ragione al proprietario. E quanti sono i magistrati assolutamente indifferenti al fatto che nel giudizio si tratti di Berlusconi?
La terzietà del giudice è quanto di meglio si possa sperare, in concreto. Si può avere almeno questo, in campo internazionale? La risposta è un rotondo no. Nessuno si fiderebbe del giudizio di un magistrato nella controversia tra il figlio e un estraneo. E analogamente come può il giudice del Paese A, per anni in guerra col Paese B, da cui ha subito bombardamenti, tragedie e massacri, e che magari gli ha ucciso un congiunto, giudicare serenamente i comportamenti dei militari e dei politici di B? Perfino quando i colpevoli sono assolutamente imperdonabili nessuno può contare su un giudizio imparziale. Se Bin Laden fosse stato catturato, processato e riconosciuto totalmente infermo di mente, che cosa avrebbero pensato gli americani di un’assoluzione, normale in qualunque altro caso? Più precisamente: quale Corte si sentirebbe di andare contro l’assoluta convinzione dell’intera nazione? O.J.Simpson fu assolto contro l’evidenza dei fatti e contro l’universale convinzione dei cittadini ma in seguito è stato rovinato da un immane risarcimento e l’America gli ha inflitto la morte civile. An che se meritava la condanna, questa è giustizia di popolo. È come se l’avessero appeso al primo albero incontrato. Chi avesse assolto Bin Laden poi forse sarebbe stato ucciso per strada.
Gli adepti dell’ideale della giustizia internazionale chiedono un Tribunale “terzo”. Terzo come l’Onu? Quell’Onu in cui impera una maggioranza di Paesi non democratici e tendenzialmente anti-occidentali? In cui c’è la cosiddetta “maggioranza automatica”, quando si tratta di andare contro Israele? Proprio per queste ragioni gli Stati Uniti non hanno mai voluto sottoporsi al giudizio di questo genere di Corti.
La giustizia internazionale, se ambisce ad essere giusta, non può esistere. Se si creano Corti di questo genere è meglio essere capaci di influenzarne i giudizi e tanto forti da disobbedire alle loro sentenze, se sfavorevoli.
Comunque si raccomanda di vincere tutte le guerre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,
22 giugno 2011
CULTURA
21 giugno 2011
MOLLICHINE
Pare che “Annozero” sarà sostituito dalla serie “Criminal Minds”. Forse si spera che il pubblico non si accorga del cambiamento.
La Gabanelli vuole che la Rai si faccia carico dei risarcimenti da lei dovuti. Se dico quello che penso di lei, chi si fa carica del risarcimento?
Che cosa pensi della vicenda Bisignani? Non ne ho capito niente. Ah, vedo che anche tu hai letto i giornali.
Ministeri al Nord. Il Titanic affonda e l’orchestra discute sul brano da eseguire.
Aereo russo atterra su strada. 44 morti. La strada fa più morti dell’aviazione.
Tunisia, condannati Ben Ali e la moglie. In certi posti, meglio non allontanarsi mai dal potere.
Gli italiani fanno mutui per andare in vacanza. Immaginiamo durante la quarta settimana.
Il Colle: “La politica estera non sia piegata a fini interni”. A Fini dovrebbe piegarsi solo Berlusconi.
Stefano Folli: “L’illusione di arrivare al 2013”. Peggiore è solo quella di non arrivarci.
 “Repubblica”: “Così funzionava la macchina del fango”. E chi potrebbe saperlo meglio di Repubblica?
Il Mattino: “Precari dinanzi a Montecitorio”. Ma anche dentro. Se non vengono rieletti…
Il Riformista. Follini: “Leader nuovo o nuova idea dell’Italia?” Sempre più lontano dalla politica, sempre più vicino all’inconcludenza.
Repubblica. De Magistris sulla spazzatura: “Il mio piano sta naufragando”. Peccato non possa arrestare qualche centinaio di persone.
Libero: la Grecia ha 50 autisti per ogni auto blu. E allora? Non è compito dello Stato favorire l’occupazione?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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20 giugno 2011
LASCIATE OGNI SPERANZA...
Un tempo andare a scuola significava studiare latino. Oltre a fornire i rudimenti della struttura delle lingue (oggi la gente non sa più che cos’è un avverbio) ciò dava un’occasione per conoscere  alcuni elementi di base della nostra civiltà: proverbi, espressioni latine ancora correnti e, per i ragazzini, le favole di Fedro. Il latino è morto. Oggi al liceo ne sanno di meno che un tempo in quarta ginnasiale. Quanto alle favole di Fedro, sono state annientate da Walt Disney. Per tutte queste ragioni, se si vuole citare una di quelle favole, bisogna raccontarla da capo.
Un lupo e un agnello andarono a bere al ruscello. Il lupo a monte, l’agnello a valle. Tuttavia il lupo accusò lo stesso l’ovino di intorbidargli l’acqua. Alle risposte del piccolo il lupo disse che sì, forse quel giorno era innocente, ma gli aveva intorbidato l’acqua un anno prima. L’agnello gli fece notare che per quella data non era ancora nato e il lupo gli replicò che, se non era stato lui, era stato suo padre. Insomma quando un lupo intende mangiare un agnello la colpa gliela inventa.
In politica si verifica qualcosa del genere. Premesso che moralmente tra una fazione politica e la fazione opposta il divario morale è spesso impercettibile - qui sono tutti lupi - rimane lo stesso triste che non ci sia modo di orientarsi nel festival della malafede. Per il centro-destra il ministro Visco aveva solo il preciso intento di danneggiare gli italiani, per molti è Tremonti l’imperdonabile colpevole dell’attuale recessione. Taglia i fondi alla solidarietà, alla sanità e alla cultura e per pura malvagità impedisce il rilancio dell’Italia. Per principio, non si riconosce mai un merito dell’avversario.
Indubbiamente nessun governo è innocente, ma quando la “malafede programmatica” è spinta alle sue estreme conseguenze, le parti politiche non si limitano a contrastarsi: arrivano all’odio più acre. Del resto, come non odiare chi vuole costantemente il male del Paese per interesse o per stupidità?
In Italia l’elettorato di centro-destra è deluso dall’azione del governo. E non per ciò che esso ha fatto negli ultimi tre anni, ma per ciò che ci si aspettava sin dal 1994. Tutti chiedono le “riforme”a gran voce e con tono esasperato. E si potrebbe dare ragione a questi scontenti se, attuate le riforme, o anche una sola riforma, poi si sentisse un coro di grazie. Invece questo è assolutamente escluso. Una volta che si fa una legge, la risposta è che si voleva non quella legge, ma un’altra. Che magari sancisse la rotondità del quadrato e l’ottenimento della botte colma e della sposa satolla. La riforma che s’è fatta ha invece peggiorato le cose. Bisogna opporsi con ogni mezzo. Scendiamo in piazza. Fischiamo il ministro. E se la nuova legge, molto prudente, intacca poco la realtà, si dirà che è una riforma cosmetica, di facciata, che prende in giro i cittadini. Perfino quando una riforma (per esempio quella universitaria) malgrado i suoi limiti è da giudicare comunque come un passo nella buona direzione, l’opposizione spara ad alzo a zero e i pochi che, sempre da sinistra, ne indicano i meriti, sono guardati come traditori.
In Italia la lotta politica si svolge nel campo della fantasia, si riduce a demagogia e pubblicità. La parte che riesce a vendersi meglio vince. Solo quando un guaio è innegabile e visibile si ha un serio effetto sulla politica. Quando la spazzatura sommerge Napoli, non c’è demagogia che tenga. E tuttavia proprio questo è un caso esemplare.
Premesso che Napoli vota da sempre a sinistra, e ora addirittura per l’ultrasinistra giustizialista e demenziale, se uno difende da destra gli amministratori di quella sfortunata città è difficile accusarlo di faziosità o di malafede. Il fatto che né Bassolino, né la Jervolino, né i magistrati interventisti, né i commissari prefettizi e neppure l’esercito siano riusciti a risolvere il problema, dimostra che, nelle condizioni giuridiche e di fatto dell’Italia, esso non è risolvibile. E se non si può risolvere un problema deprecato da destra e da sinistra; un problema la cui soluzione è semplice (rimuovere la spazzatura e metterla altrove o utilizzarla); un problema che ha anche risvolti sanitari e d’immagine internazionale, allora non abbiamo molte speranze. Bisognerebbe riformare l’amministrazione dello Stato. Ma tutti sono contro tutte le riforme. E allora assolviamo preventivamente anche De Magistris come assolviamo il governo per tutta l’Italia.
Il Bel Paese è esattamente come lo vogliamo. Con la spazzatura per le strade.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,
20 giugno 2011




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POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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CULTURA
19 giugno 2011
KEEP SMILING
Il pessimista: “Tutte le donne sono corrotte”. L’ottimista: “Speriamo!”
Un rappresentante dice: “Sono formidabile. Riesco a vedere frigoriferi agli esquimesi”. “Ed io? Io vendo orologi a cucù agli americani”. “Questo chiunque saprebbe farlo”. “Sì? Ed anche vendere due sacchetti di mangime per uccelli per ogni orologio?”
Un chirurgo, un architetto e un politico discutono per vedere qual è il più vecchio fra i loro tre mestieri. Il chirurgo dice: “Dio ha tolto ad Adamo una costola per creare Eva. Questa è stata la prima operazione chirurgica e il chirurgo è il più vecchio mestiere”. Ma l’architetto dice. “Prima che Dio creasse Adamo, aveva creato il mondo traendolo dal Caos. Sicché quello dell’architetto è il primo mestiere”. Il Politico sorride e chiede. “E chi aveva creato il caos?”


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18 giugno 2011
LA PROFONDA POLITOLOGIA DI SANTORO
Uno spettacolo non è un trattato di politologia. Anzi è solo capace di falsificare la politica con l’arte e le emozioni. Tuttavia i motivi del successo di uno spettacolo sono indici dei sentimenti profondi degli spettatori. Marcel Pagnol ha detto: “Dimmi di che cosa ridi e ti dirò chi sei”. Qui: “Dimmi che cosa applaudi e ti dirò come la pensi in politica”.
Al riguardo un articolo del “Corriere della Sera” sulla Festa della Fiom insegna tutto quello che c’è da sapere su metà dell’Italia (1). Leggendolo si vede che il popolo di sinistra, quello che va in piazza e applaude, ha in mente solo Berlusconi e per il resto idee infantili. Ma è anche capace di ingoiare dosi di retorica truffaldina che stenderebbero un elefante. Cominciamo proprio da questo.
Santoro “appare nel finale, in tuta blu e si rivolge a Berlusconi, ‘da operaio a presidente operaio’. ‘Lei ha fatto di tutto per licenziarmi’ ”. In primo luogo, se fosse vero che Berlusconi ha fatto di tutto per licenziarlo, il fatto che lui sia rimasto lì, pagatissimo e in prima serata, dimostra che in Italia comandano i giudici e non Berlusconi. Ma soprattutto Santoro è quello che ha lasciato il proprio lavoro volontariamente, perché ha preferito due milioni trecentomila euro all’attesa della sentenza della Cassazione sulla sua vertenza con la Rai. Non si sa mai. Il nostro demagogo osa presentarsi con la tuta perché conosce benissimo le persone cui si rivolge. E infatti è stato applaudito. Anche dagli operai disoccupati in piedi dinanzi a lui.
Ma Santoro non è l’unico ad avere una idea molto personale del servizio pubblico. Milena Gabanelli dichiara che: “La proposta che mi ha fatto la Rai è irricevibile, perché non tutela né me né i miei collaboratori”. Si riferisce al fatto che la Rai dovrebbe farsi carico dei risarcimenti che i magistrati decretano a favore dei bersagli della Gabanelli.  Risarcimenti che sono imposti da magistrati (forse anche antiberlusconiani) e che non avrebbero motivo di esistere se la giornalista si limitasse alla semplice verità. Al diritto di cronaca. Lei invece, per favorire la sinistra con la propria demagogia, vuole ledere chi le è antipatico e vuole che la Rai, cioè tutti noi, paghiamo al suo posto. Si vede che questa è l’idea che la Gabanelli ha del servizio pubblico.
Tutta la politica si riassume nell’odio contro Berlusconi. La manifestazione “Inizia con l'annuncio del ‘vento che è cambiato’, un vento che fischia (ai nomi di Berlusconi e Brunetta)”. Serena Dandini “elogia questa Woodstock anti-Cav”. “Il popolo di Santoro (migliaia, una distesa che circonda il palco) bersaglia sempre Berlusconi, naturalmente”, riporta l’articolo. Il colmo è che si invita una ragazza che ha partecipato a qualche festa ad Arcore e poi la si fischia perché dice: “Anche io mi fermavo a dormire la notte ad Arcore ma noi andavamo a dormire. Se poi qualcuno andava in camera di Berlusconi io non lo so”. La scema non aveva capito che doveva dire ben altro. Del tutto imperdonabile che abbia osato aggiungere: “Berlusconi? Lavora dalla mattina alla sera e si circonda di ragazze. Che altro dovrebbe fare?” E giù la salva di fischi del pubblico.
Un altro nemico è Sergio Marchionne. Benigni dice ai dirigenti della Fiom: “Siete l'Italia migliore, il lavoro è una cosa sacra e chi lo attacca compie un sacrilegio”. Marchionne dunque è sacrilego, attacca il lavoro e smetterebbe di essere sacrilego e di attaccare il lavoro se la Fiat se ne andasse dall’Italia. Benigni dovrebbe chiederglielo. Gli operai rimasti in Italia li assumerebbe la Fiom.
Ma sparano a palle incatenate contro il governo anche Vauro, Maurizia Russo Spena, Corrado Guzzanti, Marco Travaglio, Il pm Ingroia (che per caso si trovava lì), e Maurizio Crozza. Questi mette l’Italia al primo posto per “scherzi della Fiom” e ottiene la replica seria di Maurizio Landini:  “La Fiom non ha fatto uno scherzo, ha fatto una causa alla Fiat”. E se la vince, poi i giudici obbligano la Fiat a rimanere in Italia? Comunque, la volontà degli operai conta solo quando è in linea con ciò che decide Landini: “I referendum hanno dimostrato cosa significa il voto libero. Quello in fabbrica è stato un voto sotto ricatto”.
Ma ecco il capitolo “soluzioni politiche e programmi della sinistra”. I precari: “Siamo indignati, siamo incazzati”. Santoro: “Il Paese non cresce. Perché non siamo incazzati, non scendiamo in piazza?” Accidenti, come non ci abbiamo pensato? A questo punto, impazienti di applaudire, “Le mani del pubblico scalpitano”, come scrivono gli articolisti in similitaliano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
18 giugno 2011


(1)http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2011/17-giugno-2011/santoro-torna-bologna-la-fiom-sul-palco-spectre-completo--190887415283.shtml




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POLITICA
18 giugno 2011
IL DE PROFUNDIS FUORI TEMPO
Da anni Forza Italia, la Casa della Libertà, il Pdl, qualunque partito che costituisca la base per governare di Berlusconi vengono dati per superati, finiti, morti. Cantare il De Profundis è sempre stato il mestiere della sinistra e dunque non fa notizia come non fanno notizia i ripetuti e patetici inviti alle dimissioni. Ma in questi giorni il De Profundis è cantato anche da chi ha votato per il centro-destra e dunque bisogna chiedersi come stanno le cose.
Se ci sembra che qualcuno abbia detto una sciocchezza, è probabile che abbia detto una sciocchezza. Ma se quella cosa la dicono dieci milioni di persone bisogna stare attenti. Potrebbe non essere una sciocchezza e potrebbe comunque fare la storia. Non foss’altro perché esistono le self-fulfilling prophecies, le profezie che si auto avverano: se tutti sono convinti che il centro-destra è finito e non lo votano, il centro-destra non perde perché tutti lo dicono finito ma perché, in conseguenza di quella convinzione, non lo votano.
La comprensione del momento presente è resa difficile dall’inaffidabilità dei riferimenti. Non si può credere alla sinistra, fin troppo interessata a intonare mortori, e non si può credere alla destra: se trionfalista perché trionfalista, se disfattista perché disfattista. Siamo costretti a ragionare da soli sulla base dei pochi dati concreti. Che in fondo sono solo due: il tempo rimasto fino alle prossime politiche e lo stato d’animo dell’elettorato.
La legislatura finisce nel 2013. Chi afferma questo si sente subito dare sulla voce: “Sempre che il governo non cada prima”. Giusto. Ma la cosa è improbabile perché  l’utilità di un’interruzione della legislatura è più che dubbia anche per la minoranza. Non esiste una credibile alternativa ed è necessario che la sinistra abbia il tempo di chiarirsi e formare una coalizione. Oggi in caso di crisi smetteremmo di chiederci che ne sarà del centro-destra e cominceremmo a chiederci che ne sarà del centro-sinistra.
La realtà è che il governo, con tutte le sue manchevolezze, ha una maggioranza. Tutte le prefiche politiche e mediatiche non sono sufficienti per togliergliela. E non c’è una qualche scadenza che renda probabile il collasso. Prevedibilmente, il governo rimarrà in carica ancora per parecchio tempo. Il problema vero è lo stato d’animo dell’elettorato.
Se anche nel 2013 l’elettorato avesse gli stessi sentimenti di adesso, il Pdl e la Lega non avrebbero molte speranze. Ma quante sono le probabilità che ciò avvenga? La gente è incostante. Ciò che un giorno provoca una tempesta emotiva dopo un mese è un pallido ricordo e dopo un anno è storia antica. Nel medio termine sono più importanti l’andamento economico, le risposte ai problemi più sentiti dalla gente (giustizia e immigrazione, per esempio), la situazione internazionale e soprattutto gli imprevisti. Fra due anni sono questi gli elementi che conteranno.
Poi, pure se è vero che da mesi il Pdl accumula gaffe, forse che la controparte vale di più? Si può votare De Magistris se si è molto arrabbiati, ma in quanti lo vorrebbero Primo Ministro? Vendola può essere divertente, ma quanti elettori farebbe scappare, se le elezioni fossero politiche? E quanto spazio gli concederebbe il Pd? Se Atene piange, Sparta non ride. La situazione attuale fa pensare ad un’accanita discussione per stabilire se il 13 aprile del 2013 pioverà o no su Milano.
Rimane da parlare di Berlusconi. Anche qui, chi ha la sfera di cristallo? Recentemente l’uomo è rimasto fedele al proprio stile, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo ed è risultato sempre meno credibile. Anche perché un Paese in cui non si riesce a realizzare la Tav (pure approvata dal centro-sinistra!) non ha speranze. Ma il Cavaliere è pragmatico. Può darsi che impari dagli errori. Potrebbe per esempio stare zitto e non dire ai giornalisti neanche buongiorno. Potrebbe sparire per motivi di salute. Potrebbe anche realizzare qualcosa di positivo che gli rivernici la facciata. Tutto è possibile ed è meglio non vendere in anticipo la pelle dell’orso.
La conclusione semplice e banale è che il momento attuale non è drammatico, è insignificante. Non sappiamo ciò che avverrò nel 2013: ecco tutto. Ché se poi dovesse cambiare la maggioranza, non sarebbe la fine del mondo.
Si chiama alternanza democratica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
17 giugno 2011




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17 giugno 2011
CHE BERLUSCONI VADA VIA
Molti, che hanno votato per il centro-destra, e che voteranno per il centro-destra anche la prossima volta, potrebbero desiderare che Silvio Berlusconi lasci la politica non perché abbiano perso fiducia in lui ma perché la politica, senza di lui, sarebbe costretta ad essere un po’ meno infantile.
Esiste una materia di studio, la geopolitica, il cui assioma di partenza è che i dati di fatto - geografici ed economici - sono più stabili e costanti dei vari governi. Se la Francia e la Spagna non hanno avuto serie vertenze territoriali europee è perché i Pirenei stabiliscono una frontiera incontestabile e non facile da superare. Al contrario, la disgrazia della Polonia è quella di non avere confini naturali, tanto che è stata attaccata sia dalla Germania nazista sia dalla Russia staliniana. E anzi la Russia, anche se la Polonia non era certo alleata di Hitler, ne ha inglobato una buona parte (con in più Königsberg per fare buon peso) e l’ha letteralmente “spostata verso ovest” a spese della Germania.
Accanto al problema dei confini ci sono gli interessi costanti, come quello della Russia per il Bosforo o dell’Occidente europeo per i Paesi che esportano petrolio: questi dati di fatto sono sostanzialmente immodificabili, anche nel lungo termine. Per questo gli uomini politici cambiano ma la politica dei vari Paesi non cambia. Finché c’è stata la Guerra Fredda, l’alleanza fra la Turchia e gli Stati Uniti (Nato) era nelle cose. Implosa l’Unione Sovietica, la Turchia si è di fatto sganciata da questa alleanza ed ha dato inizio ad una politica di egemonia regionale.
Questa è la realtà come la vede il politologo. L’uomo della strada invece, simile a un bambino, personalizza le nazioni nel loro capo: Hitler attaccò Stalin ma alla fine fu battuto da Churchill e Roosevelt.
In tempo di pace i Capi sono più scoloriti. La gente un po’ si rende conto che quello che oggi fa Cameron in Gran Bretagna non è molto diverso da quello che faceva fino a poco tempo fa Blair e che farebbe lo stesso Blair se fosse ancora al potere. Se invece si vivesse un momento drammatico, i Capi diverrebbero di nuovo giganti e si cederebbe alla tentazione di attribuire a loro personalmente la responsabilità dei risultati. Soprattutto quelli negativi. Una volta chiesero ad Eisenhower di chi fosse il merito dello sbarco in Normandia e lui rispose: “Di chi sia il merito non lo so. So soltanto che se non fosse riuscito sarebbe stata colpa mia”.
In Italia siamo in tempo di pace ma viviamo un momento di guerra politica, con tutta una nazione letteralmente appesa a Silvio Berlusconi. Da una parte gli si dà il torto di qualunque cosa, dall’altra solo da lui ci si attende la salvezza. Anche contro venti e maree. Siamo alla personificazione dello Stato spinta a livelli maniacali. E questo gioco che dura da anni è così sterile, stucchevole e infantile, che veramente non se ne può più. Inoltre, nella convinzione che sia un gigante - una sorta di Gargantua che da solo può sbaragliare un esercito - gli vanno contro non soltanto gli oppositori ma anche i sostenitori. Gli alleati hanno infatti la sotterranea convinzione che nulla lo può ferire, nulla lo può abbattere, sicché ci si può ritagliare una fetta di visibilità attaccandolo o remando contro: tanto proprio lui metterà rimedio a tutto. E se non dovesse mettere rimedio a qualcosa, sarà colpa sua. Un gigante può forse avere bisogno degli altri?
Se Berlusconi si allontanasse dall’Italia, magari per un anno, magari solo per sei mesi, e in quel tempo non intervenisse per nulla nelle nostre vicende, il mondo politico e gli italiani in generale si accorgerebbero che  i giganti non esistono. Che i problemi li devono risolvere loro, non un deus ex machina. E quanto ai governanti, invece di aspettarsene dei miracoli, i nostri concittadini finalmente capirebbero che la scelta è sempre fra mediocri e pessimi. Agire in concreto è del resto molto difficile per chiunque sia al governo: soprattutto in un Paese in cui la moda è dire no ai rimedi lamentandosi poi della mancata guarigione. Oggi Berlusconi serve da testa di turco. Domani?
Ma non abbiamo speranze. Non si diviene Silvio Berlusconi se non si è divorati da un’ambizione che non concede tregua. E figurarsi se concede un anno sabbatico. Per vedere come se la cavano la destra e la sinistra di un’Italia orfana, dovremo aspettare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
16 giugno 2011




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16 giugno 2011
KEEP SMILING
-Papà, a scuola noi usiamo il computer, l’i-pad, l’i-pod, il blackberry, google, la playstation e altro ancora. A tuoi tempi che cosa usavate?
-La testa.


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ECONOMIA
15 giugno 2011
ENERGIA: PERDERE SUL ROSSO E SUL NERO
Gli alchimisti cercavano il modo di trasformare un metallo vile in oro. Sogno impossibile? Nient’affatto. Se quei proto-scienziati fossero vissuti alcuni secoli avrebbero avuto la soddisfazione tecnica di vedere che l’alchimia, perduto l’articolo arabo, era stata capace di realizzare il loro progetto. Purtroppo avrebbero anche avuto la delusione di constatare che l’oro così prodotto costa più di quello che si compra in gioielleria.
Per quanto riguarda l’energia, il problema è fondamentalmente economico. È vero, si può produrre elettricità con le maree, col vento, col sole, con le biomasse e chissà con che altro ancora, ma se in fin dei conti l’energia così prodotta costa più di quella che si può produrre bruciando carbon fossile o gas, è inutile stare a parlarne. È come l’oro di sintesi. L’economia prevale sempre e, se non prevale, impoverisce tutti.
Molti credono che si tratti di un problema “culturale” nel senso che bisognerebbe insegnare alla gente l’idea che l’energia va risparmiata e, se possibile, addirittura prodotta. “Installate dei pannelli fotovoltaici sui vostri tetti e sarete voi a vendere elettricità all’Enel piuttosto che comprarla”. Bellissimo messaggio. Come mai non abbiamo tutti pannelli fotovoltaici sui tetti? La risposta è semplice: visti i costi e i ricavi, quel messaggio è economicamente falso. O, bene che vada, richiede un investimento che non tutti si possono permettere.
Da duemila anni il messaggio evangelico è “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma di fatto gli uomini come se stessi continuano ad amare solo se stessi. Sempre da duemila anni la Chiesa predica che il sesso è permesso solo nell’ambito del matrimonio e solo per procreare, ma la gente continua a godere del sesso per il sesso, anche fuori dal matrimonio. Morale: se una cosa non ti piace, il fatto che te la predichino non ti indurrà a farla, e se una cosa ti piace, anche se te la vietano, se puoi te la godi. Trasponendo gli esempi in economia, se i pannelli fotovoltaici facessero risparmiare sulla bolletta della luce, li compreremmo anche di contrabbando, se invece costano carissimi, non se ne parla: meglio pagare la bolletta e poi si vedrà.
Ulteriore riprova, lo Stato concede dei contributi, a chi installa quei pannelli. E qui la domanda è semplice: avrebbe necessità di farlo, se quella tecnica fosse effettivamente appetibile? Senza dire che, concedendo quei contributi esso usa il denaro versato da gente che quei pannelli non li voleva e non li vuole.
In campo energetico bisogna partire non dall’ideologia ma dal dato finale, il costo del kWh. Inutile chiedersi quale sarebbe la migliore forma di produzione dell’energia: di fatto, per il costo del kWh il carbone e il gas sono imbattibili. Al passaggio, tanto di cappello all’energia idroelettrica: è redditizia e non inquina ma non può essere incrementata indefinitamente e in Italia abbiamo già raggiunto il limite.
Già, c’è anche l’energia nucleare: ma gli italiani sono disposti a fare una guerra pur di impedirla. Dunque inutile parlarne. Che sia non inquinante, economicamente concorrenziale e straordinariamente sicura non importa: in Italia la sappiamo più lunga di tutti gli altri.
Alla resa dei conti, siamo fermi alla situazione attuale: importazione di combustibili fossili. La soluzione delle energie alternative è, come l’oro sognato dagli alchimisti, scientificamente possibile ma economicamente sbagliata. Benché gli ecologisti, i verdi e sognatori vari si prodighino nel truccare le cifre, questa è la nuda verità. Non solo la provano gli scienziati che non appartengono a quella chiesa, ma la prova nel modo più innegabile questo fatto: se le energie alternative fossero concorrenziali, avrebbero già vinto. Se invece, come la castità, bisogna predicarle, è segno che non sono economicamente appetibili. I mulini a vento girano con un vento che non sempre c’è. Per non parlare del Sole, che ha la brutta abitudine di assentarsi per più di dodici ore al giorno, in inverno. E la stessa Usine Marémotrice de la Rance, che in Francia sfrutta la maree, pur contando su un fenomeno prevedibile e costante, è rimasta l’unica.
Il no al nucleare significa soltanto che avremo bollette care, inquinamento atmosferico ed energia nucleare importata dalla Francia. Ma non morremo di radiazioni italiane. Già, perché una disgrazia in Francia, con i prevalenti venti da Ovest non mancherebbe di provocare disastri nella Pianura Padana e oltre. Ma non sarebbero radiazioni italiane: che cosa si vuole di più?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
15 giugno 2011


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CULTURA
15 giugno 2011
KEEP SMILING
Un vecchietto che ha appena compiuto 85 anni deve rinnovare la patente di guida.
I suoi familiari, preoccupati per l'età avanzata e temendo per l'incolumità sua e del prossimo, contattano l'ingegnere che deve sottoporlo all'esame di rinnovo e lo pregano di fare il possibile per non fargli superare l'esame.
Il giorno del rinnovo l'anziano signore si presenta e l'esaminatore comincia a fargli delle domande trabocchetto.
- Dunque vediamo un po'... Se lei vede nella notte un piccolo faro che viene verso di lei, cosa pensa che sia?
Il vecchietto risponde: - Una bici!
L'ingegnere: - Si', d'accordo, ma di che marca? Atala, Bianchi, Legnano...?
E il vecchietto: - Mah, non saprei...
L'ingegnere passa alla seconda domanda.
- Se lei vede due fari nella notte che vengono verso di lei, che cosa pensa che siano?
- Un'automobile!
- Vabbe', ho capito, ma di che marca? Fiat, Audi, Bmw...?
- Mah, non saprei...
L'ingegnere gli rivolge la terza domanda.
- Se lei vede due grossi fari nella notte che vengono verso di lei, cosa pensa che siano?
- Un camion!
- Ma si', ho capito, ma di che marca? Scania, Iveco, Mercedes...?
- Mah, non saprei...
L'ingegnere scuote la testa e con espressione dispiaciuta gli dice:
- Mi spiace, ma non posso proprio rinnovarle la patente di guida.
Il vecchietto si alza e uscendo chiede all'esaminatore:
- Mi scusi, ingegnere, ma se lei nella notte al buio più totale vede un copertone che sta bruciando e accanto una donna mezza nuda con tacchi altissimi, che sta facendo girare una borsetta, cosa pensa che sia...?"
L'ingegnere: - Una prostituta!
E il vecchietto: - Si', ho capito, ma chi? Sua madre, sua moglie, sua figlia, o sua sorella...?




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14 giugno 2011
DUBBI SUL CENTRO-DESTRA IN CRISI
Il centro-destra è in perdita di velocità e la sinistra è tutta ringalluzzita. Sembra un pugile che veda l’avversario annebbiato e barcollante. Ha conquistato Milano e Napoli, il popolo, dopo quindici anni, è andato a votare contro il governo e quella della maggioranza sembra una catastrofe. Ma è lungi dall’esserlo per una ragione semplicissima: le elezioni sono fissate per il 2013. Da un lato i parlamentari hanno tutto l’interesse a rimanere in Parlamento fino a quella data (e si è visto nel dicembre dello scorso anno) dall’altro, come diceva il grande giornalista Alistair Cooke, “in politica sei mesi sono l’eternità”. E qui di eternità ne abbiamo quattro. Scambiare gli hurrah di vittoria della minoranza per un evento storico è un errore. È vero che nel calcio esiste il fattore campo, è vero che chi gioca in casa è aiutato dall’incitamento dei tifosi, ma la partita si vince con la palla che entra in porta, non con le urla.
Per il centro-destra attualmente i segnali non sono incoraggianti. Non solo la crisi economica internazionale è divenuta infinita, ma in Italia l’ostilità a qualunque riforma fa sì che non ci sia possibilità di rimedio. Come si può rimuovere il minimo freno allo sviluppo se la società è ostile a qualunque cambiamento inteso a questo scopo? Abbiamo forse dimenticato la battaglia sull’art.18 dello Statuto dei Lavoratori? Abbiamo dimenticato la guerra che si è fatta a Sergio Marchionne per la sua assurda pretesa che le imprese non lavorino in perdita? Si invoca il calo delle tasse e poi ci si lamenta per qualunque intervento sulle spese, anche quelle riguardanti il cinema o l’opera lirica. Se i tagli sono uguali per tutti (lineari), ci si lamenta che non facciano differenza, se fanno differenze, apriti cielo. Da Giulio Tremonti si vorrebbe che lo Stato incassasse di meno e distribuisse di più.
Ora c’è stata la vicenda dei referendum e la maggioranza, dicono, ha preso una sberla. Dimenticando che la maggioranza aveva lasciato libertà di voto e che non ha vinto l’antiberlusconismo, ma il misoneismo di un’Italia insensibile alla razionalità e alla scienza. Non rinuncia al nucleare il Giappone, il cui ultimo terremoto è stato migliaia di volte più forte di quello dell’Aquila, e ci rinunciamo noi, che non abbiamo molto da temere, se non da un’eventuale nube radioattiva portata dalla Francia dai prevalenti venti da ovest. Ma i nostri media ci sguazzano, nell’allarmismo, nella paura, nel misoneismo. Per conseguenza, pur di evitare la bomba atomica in casa, la gente è andata a votare. Contro Berlusconi? No, contro la razionalità. E a favore di una dipendenza energetica dall’estero che ha i suoi pericoli. Ma già, c’è chi si è lamentato dei rapporti di Berlusconi con Gheddafi e con Putin. Il condizionatore deve andare a tutta birra ma noi non dobbiamo né produrre energia nucleare né avere buoni rapporti con chi ci fornisce il gas per far girare le centrali. Qualcuno giorni fa ha così riassunto la demagogia della vicenda referendaria: “Volete che l’acqua costi di più e i privati si arricchiscano a spese dei poveracci? Volete che Berlusconi abbia la più totale impunità? Volete morire per le radiazioni atomiche di una centrale nucleare? Se non volete queste cose, votate sì. Gli italiani hanno votato sì”.
L’elettorato più riflessivo di centro-destra è deluso dalle contraddizioni, dagli annunci e dai contro-annunci di una maggioranza confusa, frustrata, incoerente. Lo stesso Silvio Berlusconi sembra annaspare e non avere più sugli italiani quella presa magnetica che tutti gli hanno sempre riconosciuto: se si votasse a fine mese, il centro-destra sarebbe a rischio. Ma non si vota a fine mese: ed è da questo dato che bisogna partire.
La crisi del centro-destra è una crisi emotiva, provocata dalla pochezza della maggioranza e dalla demagogia della minoranza.
La maggioranza fa schifo, si potrebbe dire, ma questa non è una notizia, qualunque maggioranza fa schifo. Visto da vicino, il regime democratico è quello che ha fatto dire a Churchill la sua famosa frase per cui esso è il peggiore, se non guardiamo gli altri.
E tuttavia ciò non ha veramente importanza, se l’unica cosa che conta è la vittoria alle elezioni politiche. E anche qui ci sono da allineare dei fatti. Innanzi tutto il semplice passare del tempo, che rende in politica obsoleta e insignificante qualunque cosa abbia più di uno o due mesi. Poi il voto di protesta di Milano e soprattutto di Napoli potrebbe mostrare i suoi limiti, e per chi ha sperato nei miracoli dell’antipolitica sarebbe una brutta botta. Infine, se il centro-destra ha l’aria del perdente, il centro-sinistra non ha l’aria del vincitore. Finché si tratta di gridare abbasso Berlusconi, è facile trovare l’accordo ma se si tratta di costituire una coalizione, cioè di impegnarsi a governare insieme, dov’è la coalizione di centro-sinistra? Casini alleato con Bersani? Fini con Vendola? Grillo supporter di tutti costoro? E anche se vincessero, che politica potrebbero mai fare?
Ammettiamo comunque l’ipotesi che nel 2013 quegli stessi italiani dal pensiero profondo che hanno votato per i referendum votino contro il centro-destra: come possono consolarsi quelli che preferirebbero (padella o brace) il centro-destra? Semplicemente pensando che, se l’Italia sarà governata ancora peggio di come è stata governata negli anni recenti, ne soffriranno anche coloro che avranno voluto il cambiamento di maggioranza. L’Italia è unica e siamo tutti nella stessa barca. Chi fa dei buchi sul fondo danneggia anche se stesso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
14 giugno 2011




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14 giugno 2011
MOLTA MUSICA, POCA MUSICA
Di solito chi scrive ne sa più di chi legge. Qui invece chi scrive vuole essere aiutato da chi ne sa di più.
La musica è prima ritmo (il tam tam), poi melodia, poi polifonia, infine contrappunto e orchestrazione. Forse in opposizione all’eccesso di monodia della musica lirica, in Occidente è nato il pregiudizio antimelodico. Del resto la formula della musica lirica aveva qualcosa di irrazionale: si era raggiunta la complessità dell’orchestra e la si riduceva a sostegno della monodia. Da questo punto di vista, era più colto un semplice quartetto.
La grande musica, secondo il pregiudizio antimelodico, sarebbe una costruzione sapiente che, partendo da un tema minimo (anche due o tre note) riesce a costruire una cattedrale sonora. È questo lo schema che, seguendo Haydn, hanno adottato tutti. Ma la realtà ha dimostrato quanto la pura e semplice applicazione del sistema sia lontana dal produrre arte: infatti le opere che hanno avuto il massimo successo sono quelle che, accanto alle due o tre note, offrono sapide variazioni e  tanti altri temi, tanta altra, vera musica, piena di ispirazione ed invenzione, da offrire all’ascoltatore una continua fonte di godimento. Ecco perché la Prima Sinfonia di Mahler è la più nota ed amata. Non che l’autore non sia lo stesso, nelle altre, o che non sia sempre un maestro dell’orchestrazione: è solo che nel Titano si è coinvolti in una serie di melodie - che infatti derivano dai Lieder eines Fahrenden Gesellen - nobilitate e completate da un livello sinfonico. Il pregiudizio antimelodico non è soltanto sciocco, è anche in contrasto col successo in musica. L’orchestra non che avere il compito di uccidere la melodia ha lo scopo di arricchirla e nobilitarla. Di Shostakovich è più noto un valzer che le sue immense sinfonie.
Si stabilisce così la dicotomia “molta musica”, “poca musica”. Mozart, pure se rispetta lo schema dei temi da sviluppare e da riprendere nella sinfonia, lo fa offrendo una tale quantità di spunti, di arie, di trovate, che l’ascoltatore non vive aspettando di uscire da una sorta di chiacchiericcio orchestrale (per infine riconoscere il tema iniziale) ma assapora ogni singola frase con autentico godimento. Mozart è il paradigma della “molta musica”. La sua ricchezza di ispirazione è tale che egli ha messo nella Kleine Nachtmusik K525 più musica di quanta ne abbia immaginato Richard Wagner in tutta la sua vita.
Altro esempio di straordinaria ricchezza musicale è Bach. Le sue melodie hanno il doppio pregio della bellezza e dell’originalità. La bellezza è di solare evidenza, l’originalità si scopre a proprie spese quando, credendo di conoscerne bene una, si prova a cantarla e inevitabilmente si sbaglia. A tal punto non sono banali. E dire che poco prima tutto sembrava ovvio! Bach è tanto lussureggiante quanto irripetibile. Opere come i Brandeburghesi o i concerti per violino e orchestra sono autentiche miniere di musica. Ci si abbandona ad esse come ad un’ubriacatura e si gode del continuo ritrovamento di infiniti tesori. Ci si sente Ali Babà nella grotta dei ladroni e ci si chiede quando mai l’umanità potrà ritrovare questi picchi di arte.
Forse di Bach, di Mozart, di Beethoven, non bisognerebbe dire: “molta musica”, ma “moltissima musica”. “Un oceano di musica”.
La grande lode vale poi per opere isolate – e staccate da tutto il resto delle composizioni dell’autore – che sono autentici e irripetibili capolavori. Ecco tre esempi: la Sinfonia Fantastica di Berlioz, il Sogno di una Notte di Mezza Estate di Mendelssohn, Sheherazade di Rimsky Korsakov. Questi autori hanno scritto altre cose notevoli (basti citare il concerto in mi per violino e orchestra di Mendelssohn), ma niente che stia alla pari con il loro capolavoro.
I grandi autori non citati – e sono tanti - non sono esclusi dalla venerazione: sono soltanto troppo numerosi per ricordarli tutti. Pergolesi, Schumann, Saint Saens, Dvorak, Franck e tanti altri dovranno perdonarci. Senza dire che non abbiamo nemmeno citato due giganti particolarmente amati dalla Musa della Melodia: Schubert e Ciaikowskij.
Ma è tempo di parlare di “poca musica”. Qui il campione è Franz Liszt, anche se è veramente spiacevole dirne male. Personalmente infatti era un uomo molto gradevole, straordinariamente innamorato della musica e di cui comprendiamo la pena perché è anche la nostra. Si vede chiarissimamente che avrebbe voluto scrivere capolavori, e non tanto per maggiore gloria sua, quanto per amore della bellezza. Ma la Musa non volle mai visitarlo. O forse solo un giorno, per un’operetta da due soldi come il Sogno d’Amore, un pezzo di quelli che Chopin avrebbe scritto con la mano sinistra e distrattamente, fra cento altri. E infatti Lizst, mai invidioso, ammirava tanto Chopin da inserire nelle sue composizioni, eseguendole, eleganti e virtuosistiche fioriture.
Liszt ha manifestato il proprio amore per la musica riducendo per pianoforte le musiche degli altri, di tutti gli altri, riempiendo pagine e pagine per centinaia di ore di “parafrasi”. Ma personalmente non riusciva a comporre un capolavoro. Capita a chi scrive di riconoscere un pezzo di Liszt, pur senza averlo mai sentito prima, perché presto nasce un’impazienza intima. Ma insomma, che cosa vuol dire, costui? E quand’è che comincia a dirlo? Ma il povero Liszt non era in grado di cominciare. Con opere corpose come le Années de Pèlerinage ottiene soltanto che si aspetti di sentire l’accordo finale.
Un altro campione della poca musica è Wagner. Ma Richard è stato più furbo di Liszt. Mentre l’ungherese confessa per così dire la propria aridità, il tedesco si strapazza a morte fino a trovare una melodia e poi la usa per scrivere un’opera che dura quattro ore. E in quelle quattro ore non dice nulla di più di ciò che si è già sentito nell’ouverture. Ha chiamato questa melodia leit motiv, motivo conduttore, ma è solo un motivo di esasperazione. Una ragione per considerare Wagner un autore di serie B.
La “poca musica” è caratterizzata dal fatto che tra le poche note che si riconoscono, e che ritornano di tanto in tanto, ci sono minuti e minuti in cui l’autore mena il can per l’aia. Gli effetti d’orchestra, i pianissimo e i fortissimo, i dialoghi di strumenti, i riusciti esercizi di composizione non riescono a nascondere il vuoto. E ci si annoia.
Recentemente ascoltavo un ignoto concerto per pianoforte e orchestra, costruito benissimo ma inconcludente, e mi dicevo: possibile che Lizst abbia scritto quest’opera e che io non l’abbia mai sentita? Ma non dovrei stupirmi, non sono un gran competente. Ed effettivamente lo ero così poco, da apprendere poi che l’autore era Friedrich Kuhlau. E mi sono consolato: se posso scambiare Kuhlau per Lizst, non è segno che Lizst non è poi tanto più grande di Kuhlau?
Ecco la domanda per i competenti: sono validi, questi concetti di molta musica e poca musica?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
13 giugno 2011



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13 giugno 2011
EDITORIALE SUL REFERENDUM
Volete che l’acqua costi di più e i privati si arricchiscano a spese dei poveracci?
Volete che Berlusconi abbia la più totale impunità?
Volete morire per le radiazioni atomiche di una centrale nucleare?
Se non volete queste cose, votate sì.
Gli italiani hanno votato sì.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
13 giugno 2011




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13 giugno 2011
ARISTANDRO E LA CRITICA POLITICA
                                                Un racconto
Aristandro era temutissimo. Tutti sapevano che non esitava a tagliare teste e sedare le sommosse con la più brutale violenza; e tuttavia correva voce che personalmente fosse persona mitissima, amante delle buone letture e della conversazione intelligente. Se non era democratico – affermava lui stesso – era perché il suo popolo non era maturo per un simile regime. Non poteva immaginare che secoli dopo un grande campione della libertà, un certo Voltaire, avrebbe detto la stessa cosa.
Aristandro del resto sosteneva che la dittatura non gli piaceva e non gli sarebbe sopravvissuta. “Non ho figli, non ho indicato un delfino e prevedo che dopo la mia morte si scanneranno in parecchi. Io ho solo tentato di fare il bene del popolo, per qualche anno. Poi andrà come andrà. Penso che sarò rimpianto”.
Rimpianto? Forse un giorno. Sul momento la gente inventava continuamente barzellette per ridicolizzarlo mentre gli intellettuali e gli idealisti, che in pubblico lo adulavano, in privato dicevano di lui il peggio del peggio. Ognuno di loro era un Catone l’Uticense, un Armodio, un Aristogitone, un Bruto e un Cassio.
Un giorno tale Kanathos, un importante dirigente del fisco, fece pervenire a corte un lungo scritto con la trascrizione stenografica delle cose dette durante una cena da un noto giudice, Timocle. Cose tali che era come se Kanathos avesse fatto omaggio al tiranno della testa del magistrato.
Aristandro fece immediatamente arrestare Timocle. L’uomo fu condotto alla sua presenza e si rivelò un anziano sui sessant’anni, piuttosto malandato in salute, che tremava come una foglia anche se cercava di non darlo a vedere. Si preparava a morire con dignità. Stranamente tuttavia l’ambiente aveva una tale aria di serenità e normalità da far sembrare inverosimile tutto ciò che sarebbe certamente avvenuto.
Aristandro lo invitò a sedere e mandò via tutti gli altri.
-Mi sono informato sul tuo conto, esordì. Sei un buon magistrato, dicono. E un galantuomo. Ma hai detto cose terribili, sul mio conto. Leggi qui.
Timocle, a mano a mano che andava avanti, riconosceva parola per parola le cose che aveva detto e che effettivamente pensava. Pallido come un morto ebbe tuttavia un riflesso da giurista:
-Come possiamo sapere che queste sono le mie parole?
-Abbiamo dei testimoni. E anche lo stenografo può testimoniare.
-Lo stenografo?
-Uno stenografo è uno capace di scrivere alla velocità alla quale un altro parla. È una tecnica inventata da Marco Tullio Tirone, il segretario di Cicerone.
Il magistrato provò a leggere ancora, poi, scoraggiato, posò il documento. Era senza dubbio perduto:
-Che cosa vuoi che dica?
Il tiranno aveva l’aria di un giocatore di poker. Non era né minaccioso né incoraggiante. Sembrava discutesse di un argomento che non lo riguardava.
-Confermi queste tue parole?
Smettendo finalmente di tremare, Timocle si mise comodo. Dal momento che non aveva speranze, poteva permettersi qualunque cosa.
-Aristandro, anche se io non ci ho molto creduto, dicono in giro che tu sia una persona intelligente. E per questo ti faccio notare che la tua domanda non ammette risposta. Se non le confermo, ai tuoi occhi sono un bugiardo o un vile. Se invece le confermo, a parte il valore di una confessione, mi riterrai colpevole di una inammissibile mancanza di rispetto. Tu che cosa faresti, al mio posto?
-Io non sono al tuo posto.
-Eh sì. Comunque, sarò franco, con te: a parte certe esagerazioni e certe coloriture che dipendono dallo stato d’animo e dal contesto del momento, io ti giudico negativamente, per la condotta dello Stato. Io sono a favore di un regime democratico, concluse fieramente.
Si fece un silenzio nel corso del quale il tiranno sembrò studiarlo. Poi batté la mani e Timocle pensò chiamasse gli armigeri per farlo portar via, ma Aristandro si limitò a chiedere che portassero qualcosa da bere.
-Tu che cosa gradisci?
-Non ho sete. Ma un po’ di vino aromatizzato mi farebbe piacere.
-Sicché sei per la democrazia, disse il tiranno. E per questo il tuo “amico” amerebbe vederti condannato a morte. Bell’amico. Lui come la pensa?
-Lui la pensa come me e peggio di me. Se ho detto ciò che ho detto, è perché ero convinto che ti giudicasse come ti giudico io.
-Ma ora sostiene che “ti ha dato corda” per farti sbottonare.
-Eh certo.
-Che bugiardo.
-Che bugiardo? Mi prendi in giro?
-No, sostengo seriamente che è un bugiardo, oltre che un traditore degli amici. Questo Kanathos è un oppositore che, reputandomi un immorale e un assassino, amerebbe usarmi come suo sicario, contro di te. Meriterebbe di essere impalato. È buono, il vino?
L’anziano magistrato lo guardava smarrito. Il tiranno sembrava più ostile a Kanathos che a lui stesso. Lui aveva confessato di avere effettivamente detto quelle cose ma il tiranno sembrava non badarci. Probabilmente avrebbe punito tutti e due, denunciato e denunciante. Nella disgrazia, era una soddisfazione.
Aristandro continuava a guardare per terra e a grattarsi il mento. Non era il momento d’interromperlo. Ma alla fine il sovrano formulò una domanda veramente stupefacente:
-E ora che devo fare?
Dal momento che le parole rimanevano ad aleggiare nella stanza, senza che il tiranno aggiungesse nulla, il magistrato si azzardò a rispondere:
-È una domanda che fai a te stesso o è una domanda che fai a me?
-Soprattutto a me stesso. Ma mi hanno detto che sei un buon giurista e dunque ti pongo il problema per esteso. Se tu avessi un pugnale, nelle pieghe del tuo vestito, ecco qualcosa di cui mi preoccuperei: ma per il resto! A me delle parole importa poco. Non solo domino questo Paese ma ho un’eccellente opinione di me stesso. Del giudizio del prossimo faccio facilmente a meno. Do per scontato che molti dicano male di me, come dicono male dei loro amici e figuriamoci dei loro nemici. Forse che, non appena qualcuno è assente, non diciamo di lui cose che non oseremmo mai affermare non dico in sua presenza, ma in presenza di qualcuno che, sappiamo, gli vuol bene? Tu per giunta neanche mi conoscevi personalmente e hai parlato per sentito dire. E allora di che sei colpevole, ai miei occhi? Assolutamente di niente. Sei un buon giudice, non complotti contro di me in concreto, che vuoi che ti rimproveri? Hai parlato come uno scemo, a ruota libera, come tanti, come tutti.
Più grave è il caso di Kanathos. Lui ha sperato di provocare la tua morte e meriterebbe di essere ucciso. È colpevole di un crimine che non è scritto nel codice ma rimane fra i più gravi: il tradimento dell’amicizia.
Tu non sei colpevole di niente ma io non posso ignorare tutta la faccenda. Se ti faccio accompagnare a casa con tante scuse, molti penseranno che sia diventato lecito farmi le pernacchie per la strada. E se punisco severamente Kanathos, scoraggio i sicofanti e rendo difficile il lavoro del servizio segreto. Una volta o l’altra potrei lasciarci le penne. Capisci perché sono perplesso? Tu che cosa mi consigli?
Il magistrato, ora che si discuteva di problemi cui era avvezzo, si sentiva molto più a suo agio. Lo stesso, tuttavia, sapeva di percorrere un sentiero molto stretto. Il dittatore poteva improvvisamente cambiare stato d’animo e comportamento.
-Aristandro, se ti interessa il mio parere, devi promettermi che, se non ti piacerà, non me ne vorrai.
-Stai per chiedermi di abbandonare il potere e passarlo a te?
-Senza offesa, non ho lo stato d’animo adatto a ridere. Ti rispondo seriamente.
In primo luogo, permettimi di ritirare buona parte delle cose che ho detto sul tuo conto. Il tuo comportamento, qui e oggi, è in netto contrasto con l’opinione che avevo di te. E che hanno in tanti. In secondo luogo, tu hai un problema sostanziale e un problema formale.
Sostanzialmente, di me non t’importa nulla. Per questo mi manderesti volentieri a casa. Ma formalmente non puoi farlo. Il caso di Kanathos è più serio e di segno opposto: formalmente devi lodarlo per avere difeso il potere, sostanzialmente vorresti punirlo.
La soluzione è adottare appunto due comportamenti diversi, uno formale e uno sostanziale. Sostanzialmente mi mandi a casa (e io dirò in giro quanto sei magnanimo) ma formalmente mi infliggi una punizione. A Kanathos invece imponi una promozione sgraditissima e così formalmente lo premi. In questo modo tu sarai d’accordo con la tua coscienza; io avrò imparato quanto sei magnanimo e Kanathos infine imparerà a rispettare il più sacro vincolo che possa unire gli uomini.
Stavolta il silenzio fu ancor più lungo, finché il viso di Aristandro si distese in un sorriso:
-Ma noi due perché non ci siamo conosciuti prima?
-Il mondo è grande, disse il magistrato allargando le braccia.
-Facciamo così. Tu sarai trasferito per un paio d’anni da qualche parte, in provincia. Mentre Kanathos sarà nominato ambasciatore e mandato nella sede più scomoda e lontana che riuscirò a trovare. Che te ne pare?
-Mi pare, caro Aristandro, di avere incontrato uno dei grandi della storia. Come ho potuto sbagliarmi tanto, sul tuo conto?
-Sono un brav’uomo, sì. Purtroppo sono anche un dittatore. Ma lasciamo perdere la politica. Da dove ti mando mi scriverai?
-Che cosa devo scriverti?
-La verità. La verità di ciò che osservi, anche sulla condotta dello Stato. Perché la verità me la può dire solo uno che crede nell’amicizia. Come ci crediamo noi due.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
12 giugno 2011




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POLITICA
11 giugno 2011
TURRIS EBURNEA
Di Carlo Quinto crediamo di ricordare che lasciò il trono e si ritirò in convento per una crisi depressivo-religiosa. Di Diocleziano sappiamo ancora meno: cessò di governare l’immenso Impero Romano per andare a vivere da privato a Spalato, ma non conosciamo i veri motivi della decisione. E oggi, giocando con la fantasia, ci chiediamo se anche noi lasceremmo il trono d’Italia per andare in un posto qualunque. Un posto in cui non sapremmo più niente del Paese che abbiamo cercato di governare.
Dicono che comandare dia più piacere che fare l’amore ma non è impossibile che ci si stanchi di ogni sorta di piacere. Incluso quello di comandare. Soprattutto in un Paese, come l’Italia, in cui il comando è solo un’apparenza di comando e di fatto non comanda nessuno. I carabinieri e i poliziotti hanno dovuto assistere per anni al reato flagrante di blocco del traffico da parte degli scioperanti perché neanche il codice penale comanda in Italia. E quando finalmente lo Stato è intervenuto, è stato per depenalizzare il fatto. Oggi se in tre blocchiamo una strada, i carabinieri ci strapazzano e andiamo in galera. Se siamo trecento o ancor meglio tremila, i carabinieri ci fanno la scorta. Si comanda a turno.
Chi ha votato da sempre “contro i comunisti” ha esultato, nel 1994, quando la Sambenedettese di Silvio Berlusconi ha vinto contro la Juventus di Occhetto. “Ci siamo, ora finalmente si governerà secondo i principi liberali”. E invece il governo non durò neanche un anno. Berlusconi ha rivinto nel 2001 e nel 2008, ma non abbiamo visto né un governo che governa secondo principi liberali, né le realizzazioni sperate e promesse: la riforma della giustizia, la riforma del fisco, l’energia nucleare, il Ponte sullo Stretto. Colpa di Berlusconi? Non proprio. Siamo convinti che essendo sul trono, noi non avremmo saputo fare di meglio.
Qui non si riesce a far niente neanche avendo di fronte un’opposizione sfilacciata, parolaia e inconcludente come quella attuale. Il nemico più serio è il potere dei magistrati, Corte Costituzionale in testa, ma quello più possente è l’inerzia, la demagogia, la pochezza della nostra classe politica. Timida fino alla viltà dinanzi agli attacchi della demagogia. E dal momento che questa classe politica è emanazione del popolo italiano - di tutti noi che siamo come siamo - c’è ben poco da sperare. E l’opposizione non è migliore della maggioranza. Prodi non ci era simpatico, ma chi avrebbe fatto meglio di lui, fra il 2006 e il 2008?
Ora ci sono dei referendum, puramente demagogici e a volte autolesionisti (come quelli riguardanti l’acqua) e si assiste ancora una volta al festival delle deformazioni e delle bugie intese puramente e semplicemente a profittare dell’ignoranza del prossimo per andare contro il governo. C’è gente che, con aria seria, non dice di votare contro il nucleare, ma di votare “per la vita”. Dunque chi è per l’energia nucleare è un assassino. E  poi compriamo l’energia dall’assassino francese che l’ha prodotta.
In queste condizioni, il trono mi disgusta. Me ne vado all’Escorial, me ne vado a Spalato, me ne vado senza lasciare l’indirizzo.
Prima seguivo i dibattiti politici, poi ho seguito solo quelli meno faziosi e meno vocianti, poi nessun dibattito politico e recentemente salto spesso il telegiornale. Senza dire che, per regola costante, tolgo l’audio quando appaiono il Papa, Napolitano, Di Pietro e qualche altro. La mia salute ne ha risentito positivamente.
Noi italiani meritiamo tutti i guai che riusciamo a procurarci. Nel giugno del 1940 siamo stati felici dell’entrata in guerra, sperando grandi vantaggi e gloria gratuita, e solo perché è andata veramente male abbiamo poi fatto finta che il torto fosse del solo Mussolini. Domani, quando l’acqua scarseggerà e allo Stato (cioè a tutti noi) costerà di più, dimenticheremo che abbiamo preferito dar torto a Berlusconi che sostenere buone leggi. Con la nostra eterna disinvoltura, daremo la colpa a lui invece che a noi stessi. Se tutto questo di fatto non avverrà, non sarà perché sappiamo a cosa si sarebbe detto sì o no, ma solo perché non ci siamo scomodati per andare alle urne.
La saggezza ci indica la stoica via del disinteresse. Se riusciamo a non ascoltare troppo la televisione e a non vedere troppi giornali, possiamo anche sognare, emuli di Montaigne, di vivere chiusi nella nostra torre, con i nostri libri e la nostra musica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
11 giugno 2011


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11 giugno 2011
MOLLICHINE
Giunta di Milano. Sei donne e sei uomini. E con il sindaco, Pisapia, fanno tredici. Buona fortuna.
Ingroia non riesce a far condannare Riina per l’omicidio del giornalista De Mauro. E per riuscire a “calunniare” Riina ce ne vuole.
Corriere. “Siria, gli elicotteri sparano sulla folla. La Casa Bianca: fermate i massacri”. Dopo questo sforzo, Obama si riposerà per un mese.
Balotelli, eccesso di velocità e meno 10 punti di patente. Ma ce l’aveva già insegnato Maradona: questi sono campioni con i piedi.
L’Economist attacca Berlusconi. Dal momento che è un giornale economico, è lecita la domanda: che interesse ha, a farlo?
40.000 € a Fassino per: “Abbiamo una banca?” In Italia, appena si pubblica un’intercettazione, subito i giudici intervengono.
Corriere: “Battisti, la vacanza dell’assassino”. Poi che fa, riprende a uccidere?
Gianni Pardo



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spettacoli
10 giugno 2011
SANTORO ADORA IL DIO DENARO
Avevo un amico allergico alla retorica e con un forte senso del reale che una volta si trovò a discutere con un tale il quale, ad ogni piè sospinto, ripeteva: “Non è per i soldi, è per il principio”. E lui gli lanciò: “Senta, le do ragione sul principio e lei mi dà i soldi, d’accordo?” Ma l’altro era un uomo da nulla.
Ci sono “mosse” che fanno fare bella figura ma hanno un prezzo altissimo. Un prezzo che bisogna essere disposti a pagare. Le dimissioni per indignazione, per esempio. Se si danno, non bisogna contare sul loro rigetto. E se vengono accettate bisogna rinunziare definitivamente e senza recriminazioni al posto precedente. Enrico Mentana si dimise da direttore del Tg5 perché non gli concessero una serata speciale su un avvenimento d’attualità e fu molto sorpreso quando le dimissioni furono seriamente accettate. Tanto che prima protestò, poi mise in giro la leggenda, tutt’ora viva, che l’avevano licenziato, infine minacciò di far causa per avere il suo vecchio posto. Deprimente. Ha detto Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui”. Analogamente, se si fa la grande mossa, o ci si comporta da eroi, dopo, o non si è nemmeno normali galantuomini. Mentana ormai potrebbe conquistare il Vello d’Oro, quell’episodio lo qualificherà per sempre.
Queste considerazioni tornano in mente leggendo dell’addio di Michele Santoro, in televisione. Ecco la frase fondamentale: “Se il Cda della Rai lo volesse, la prossima stagione io potrei continuare a fare questa trasmissione per un solo euro a puntata”. E il mio amico realista direbbe che il Cda della Rai dovrebbe raccogliere subito il guanto di sfida. Dovrebbe pubblicare oggi stesso un comunicato nel quale si dice che si accoglie la proposta. Santoro è atteso in Rai per firmare il contratto, che sarà uguale al precedente, salvo che per il quantum del consenso. Vorremmo proprio vederlo, il caro Michele, che va a lavorare per un euro a puntata. Anche se, con i circa quattro miliardi e mezzo di lire che la Rai gli ha pagato purché se ne andasse, può lavorare gratis per il resto della sua vita. Ed anche della prossima, se per caso rinasce.
Santoro è un demagogo della specie più smaccata. È capace di dire: “Io non voglio più essere in onda perché lo decidono i giudici” come se i magistrati lo avessero obbligato, mentre è lui che ha fatto di tutto, in primo grado e in appello, perché il magistrato del lavoro obbligasse la Rai a riprenderlo e a mandarlo in onda in prima serata. E soprattutto, se andare in onda per via di sentenza gli fa schifo, perché l’ha fatto, fino ad ora? O per caso questo modo di andare in onda gli fa schifo se confrontato con i due milioni e trecentomila euro che gli ha offerto la Rai?
La realtà è che si attendeva e si attende a giorni la sentenza della Cassazione su questa vicenda di lavoro e ciò significa – con le sentenze dei magistrati non si sa mai – che Santoro rischiava di  essere estromesso dalla Rai senza un soldo. Dunque ha scelto il molto denaro subito, rinunciando ad Annozero, piuttosto di rischiare tutto pur di rimanere in Rai ed assicurare il servizio ai suoi devoti. Altro che puntate ad un euro l’una! Questo è il comportamento, lecito, di chi pone il denaro al di sopra di tutto. Di qualcuno che per non rischiarlo rinuncia a qualunque cosa: e noi non lo criticheremmo, se solo non osasse infliggere al prossimo la retorica del padre ferroviere, la stanchezza del combattente che non ce la fa più a “resistere, resistere, resistere”, e via dicendo. Santoro ha fatto i suoi interessi, come quando ha brigato un’elezione a deputato europeo solo per la paga, non andando praticamente mai a Bruxelles. E fa i suoi interessi oggi. Non si atteggi dunque a predicatore, nel momento in cui il suo comportamento è più eloquente delle sue parole.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
10 giugno 2011
P.S. Questo articolo merita un P.S. Paolo Garimberti (Direttore della Rai, di sinistra, ex di “la Repubblica”), rispondendo alla proposta di Michele Santoro di lavorare per un euro a puntata ha affernato: “Santoro è uomo Rai e conosce le procedure faccia un progetto e lo presenti al direttore generale, è lei che decide”. Ha anche aggiunto: “Santoro è una star e non può essere retribuito con 1 euro. Il suo contratto va valutato secondo il mercato. Non scherziamo sul lavoro”, ha anche specificato Garimberti, invitando il giornalista a non essere demagogico. Poi il Direttore ha anche criticato l’uso delle telecamere del servizio pubblico per parlare dei propri contratti, “non lo condivido, è fuori regola”. E non gli è bastato. Infatti ha aggiunto velenosamente: “Ora ho capito - ha aggiunto Garimberti - perché ha annullato la conferenza stampa, lì avrebbe avuto un manipolo dei giornalisti, ieri ha parlato ad otto milioni di persone. Io, essendo il presidente della Rai, mi devo accontentare di una conferenza stampa”.
Personalmente bado alla sostanza e secondo me Garimberti, benché chiaramente irritato con Santoro, e benché gli abbia rinviato la sfida (“faccia un progetto e lo presenti”), non è un grande avvocato della propria tesi. Avrebbe dovuto dire seccamente: “Venga a firmare”. Poi avremmo visto.
L’invito a non essere demagogico è nulla in confronto all’invito a firmare un contratto per un euro a puntata. Ma Garimberti non ha preso Santoro sul serio. E ha fatto male. Lui, da giornalista e uomo Rai, sa benissimo che quella del caro Michele era vuota demagogia, ma lo sanno i devoti del Grande Conduttore?




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9 giugno 2011
IL LATO POSITIVO DELLA DECISIONE DI BRASILIA
La figura del tirannicida, nella storia, ha i suoi quarti di nobiltà. In concreto è un assassinio ma la sua azione si giustifica col fatto che il tiranno non lascia alternativa. Non esiste la possibilità di liberarsene col voto. Proprio questa legittimazione tuttavia si trasforma in condanna senza appello se il preteso tirannicidio ha luogo in un Paese democratico. Qui nessuna ideologia vale una vita umana. Se si vuole legalizzare l’aborto, lo strumento non è l’assassinio del Papa. Se si vuole lottare contro un partito, un potere, un’istituzione, basta convincere i concittadini: il loro voto realizzerà il progetto. Ecco perché, da magistrato, non mostrerei nessuna indulgenza per i brigatisti e simili. Anche se le loro azioni si inquadrano in un delirio simil-politico, il messaggio dello Stato deve essere che in democrazia il tirannicidio è assurdo e nella dittatura è estremamente pericoloso. In nessun caso - né in democrazia né in regime di dittatura - il tirannicida che ha fallito dovrà aspettarsi clemenza.
Le ragioni per essere scontenti della scarcerazione di Cesare Battisti sono chiare e innegabili. Le giustificazioni della sua impunità, prima della Francia e oggi del Brasile, hanno solo valore politico e giuridicamente esse sono assurde. All’autore della famosa “dottrina Mitterrand” (della quale il latitante Battisti ha beneficiato per decenni) non interessava l’applicazione della legge penale. Interessava posare a protettore delle libertà politiche, da campione della “gauche caviar”. E infatti la “dottrina” prevedeva che il latitante, pardon, l’esule, si astenesse da ogni attività illecita e violenta sul suolo francese. Il che corrispondeva a dire che Battisti e gli altri in Francia dovevano fare i buoni, mentre in Italia non avevano commesso reati ma avevano esercitato il diritto del tirannicida a lottare contro uno Stato opprimente e dittatoriale.
I francesi di questo atteggiamento non si sono sufficientemente vergognati sia perché tendenzialmente disprezzano l’Italia, sia perché gli intellettuali transalpini non hanno nulla da invidiare ai nostri, quanto a stupidità.
Uno spunto divertente l’ha fornito l’avvocato di Battisti, il quale ha accusato l'Italia di porre in atto “una vendetta assurda e tardiva”. Dell’aggettivo “assurda” gli lasciamo intera la responsabilità, ma quanto al tardiva, sarebbe opportuno ricordargli che se Battisti non ha scontato la sua pena a tempo debito, è perché è evaso. O è colpa dell’Italia anche la sua evasione?
Nella vicenda non si possono ignorare affliggenti lati di “sinistrismo internazionale”. Perfino con risvolti comici, per esempio quando il giudice Barbosa ha affermato che “secondo la costituzione brasiliana devono prevalere i diritti umani, che secondo i brasiliani sono a rischio in Italia”. Abbiamo sempre deprecato che da noi si usi l’aggettivo “sudamericano” come un insulto, ma che il Sudamerica venga a darci lezione di diritti umani può far sorridere.
La mentalità di sinistra di questo magistrato è del resto provata dalla sua malafede. Egli afferma infatti: “Non c'è niente in cui lo Stato straniero possa immischiarsi”. Dimenticando che l’Italia ha solo chiesto il rispetto di un trattato di estradizione: dunque si è solo permessa di richiedere il rispetto dei patti. Ma forse il diritto brasiliano è diverso dal nostro.
Quando c’è di mezzo la passione politica le pandette servono per incartare il pesce. Leggiamo infatti che “La Corte ha deciso che l'Italia non ha competenza per chiedere alla magistratura brasiliana di invalidare una decisione del capo dello Stato brasiliano”. Il quale dunque sarà infallibile come il Papa ex-cathedra.
Fra l’altro, se l’Italia non avesse quella competenza, come mai la Corte si sarebbe occupata del caso? E come mai essa entra nel merito, dandosi la pena di affermare (contro ogni evidenza) che Lula ha “rispettato il trattato di estradizione con l’Italia”? Se esso non vale per i pluriomicidi condannati all’ergastolo bisognerebbe farlo funzionare per chi  è colpevole di omicidio colposo?
C’è tuttavia la possibilità di trovare qualcosa di positivo, nella decisione del Supremo Tribunale Federale brasiliano. Leggiamo infatti che per i sei giudici pro-brigatisti la “decisione presa a suo tempo da Lula di mantenere Battisti in Brasile è questione di sovranità nazionale, quindi di competenza del potere esecutivo e non di quello giudiziario”.  Se la molla della decisione, invece di essere la passione politica, fosse veramente questa, ci sarebbe da levarsi il cappello. Significherebbe che c’è al mondo una magistratura che ha capito che un Paese – soprattutto in campo internazionale – non si governa con i codici in mano. Che ci sono motivi di Ragion di Stato, o di Realpolitik, su cui nessuno giudice modello Luigi De Magistris dovrebbe mai sognare di mettere becco. Che cioè – nella specie – Lula potrebbe avere avuto torto dal punto di vista giuridico ma potrebbe aver fatto bene gli interessi del Brasile. Dinanzi a questa motivazione, che finalmente riaffermerebbe al più alto livello la separazione fra la mentalità dell’azzeccagarbugli e le necessità dello Stato, saremmo disposti anche a sopportare l’idea di un Cesare Battisti a piede libero. Purtroppo non ci crediamo. In Brasile si è voluto assolvere il Presidente della Repubblica per dar corso alla propria passione politica di sinistra, come da noi ci si accanisce contro Berlusconi per la stessa passione politica. Di sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
9 giugno 2011

8 giugno 2011
LA PROPAGANDA RIMBECILLISCE IL POPOLO?
Ecco alcuni passi di un lungo articolo del 2001 a firma J.R.Nyquist, riportato integralmente in nota. Se si pensa al prossimo referendum alcune idee sono particolarmente interessanti. Gianni Pardo
                              IL PUBBLICO È STUPIDO?
Il pubblico è stupido? Adolf Hitler pensava di sì. Ed effettivamente la sua carriera si basò sulla stupidità del pubblico tedesco. Cosa sorprendente, Hitler ammetteva che questa è stata la base di partenza della sua carriera. Nel suo libro, “Mein Kampf”, scrisse che i marxisti del suo tempo erano i maestri della propaganda politica. In altre parole, erano i suoi maestri. Per quanto riguarda i moderati e i conservatori, Hitler disse che “L’uso corretto della propaganda è rimasto praticamente sconosciuto ai partiti borghesi”.
La propaganda, diceva Hitler, doveva essere diretta contro le masse. E le masse, diceva, erano stupide. “Il contenuto della propaganda non è scienza”, dice Hitler. Il contenuto della propaganda, diceva, richiama “l’attenzione delle masse su certi fatti, processi, necessità, ecc.” ma questi fatti non hanno bisogno di essere veri. Uno potrebbe cominciare a parlare di riscaldamento globale, cosa che giustifica misure estreme. Uno potrebbe cominciare a dire che le foreste pluviali stanno morendo, e questo potrebbe essere un modo di aumentare il proprio potere mentre si privano degli individui di energia (per esempio elettricità). Voi affermate questi “fatti” anche se essi non sono dei fatti.
Questa è la base della propaganda. Che deve essere realizzata in modo abile, spiegava Hitler, “in modo che ciascuno sia convinto che il fatto sia reale, il processo necessario, la necessità effettiva, ecc.”. Si ha il dovere di provare qualcosa scientificamente? “Ogni propaganda deve essere popolare e il suo livello intellettuale deve essere commisurato all’intelligenza più limitata di coloro che sono fra i destinatari”, scriveva Hitler. Una propaganda che mira esclusivamente alle persone intelligenti non realizzerà niente. Se richiedete intelligenza, da parte del pubblico, se vi aspettate che salgano ad un livello più alto, sarete delusi.
“Più modesto è il suo bagaglio intellettuale”, spiegava Hitler, “più esclusivamente prende in considerazione le emozioni delle masse, più esso sarà efficace”. In altre parole, il pubblico è stupido e non pensa. Al contrario, si fida delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. Ma qual è il livello di intelligenza di un sentimento? È anche un errore, diceva Hitler, proporre una propaganda con molte sfaccettature. “La recettività delle grandi massi è limitatissima, la loro intelligenza è piccola e la loro capacità di dimenticare enorme”.
Dal momento che il pubblico dimentica così presto e così facilmente, la propaganda deve essere ripetuta spesso. Dovete stabilire un tambureggiamento virtuale di ripetizioni. “Ashcroft è un pericoloso estremista di destra” è qualcosa che dovete ripetere mille e mille volte. “I Repubblicani creano contrasti” sarebbe un’altra frase comunemente martellata.
Se guardate da vicino, queste idee sono assurde. Più che spesso, gli uomini che dànno origine a questa propaganda sono loro stessi degli estremisti la cui propaganda divide la nazione secondo sesso e razza. Ma accusando gli altri di fare ciò che essi stessi fanno ogni giorno, si isolano dagli attacchi. Tutti gli occhi sono volti in un’altra direzione. La migliore propaganda dunque è semplice e ripetitiva. Dal momento che è ripetuta tanto spesso, diffonde e riceve rinforzo da tutti i gruppi dal momento che il pubblico stupido rigurgita ciò che ha appreso nei discorsi correnti.
“La grande massa di una nazione”, scrisse Hitler, “non è composta da professori di politologia o perfino d’individui capaci di formarsi un’opinione razionale”. Ciò che la propaganda favorisce non è il pensiero indipendente ma l’emozione di massa. Questa è la formula che portò Hitler al potere e lo rese popolare presso le masse germaniche.
Deve essere osservato che i punti di vista di Hitler per quanto riguarda la manipolazione delle masse non erano originali. Mentre molti leader ignoravano le scienze sociali, Hitler qualcosa aveva letto. Si dice che egli sia stato influenzato, nel suo pensiero, da uno dei principali uomini di scienza d’Europa, Gustave Le Bon. Fu Le Bon che scrisse il suo famoso trattato del 1895 sulla psicologia delle folle.
Hitler e Lenin, i dittatori che hanno fondato la Germania Nazista e la Russia Sovietica, hanno ambedue letto Le Bon ed hanno applicato le sue scoperte. Nello stesso tempo, con l’eccezione di Teddy Roosevelt, i leader occidentali non sono riusciti a fare altrettanto. Per conseguenza, i Paesi occidentali sono stati bombardati con successo con messaggi di propaganda anti-occidentale per molti decenni, ed essi hanno con successo massacrato le nostre istituzioni e le nostre idee, hanno distrutto i nostri imperi coloniali, lasciando irriconoscibile il panorama psicologico dell’Occidente.
Le Bon dice che il pubblico è stupido? Scrivendo a proposito delle folle, Le Bon non si riferisce soltanto ai grandi gruppi di persone riunite insieme. Egli si riferisce anche a qualcosa che chiama “una folla psicologica”. È stato Le Bon che ha per primo spiegato che l’intelligenza e l’individualità sono sommerse quando qualcuno aderisce ad un grande gruppo. Egli notò che “certe facoltà ne sono distrutte” e “la personalità cosciente svanisce”. Notò che le persone che si vedono fuse in un gruppo vedono le cose attraverso il filtro del gruppo. Essi divengono “capaci di percepire soltanto sentimenti semplici ed estremi”.
Secondo Le Bon una folla è altamente suggestionabile. In altre parole, aspetta di essere ipnotizzata. Hitler usava metodi simili all’ipnotismo, nei suoi discorsi. È stato perfino detto che egli “mesmerizzava” la gente. I sentimenti e i pensieri di una folla psicologica, scrisse Le Bon, “sono piegati nella direzione determinata dall’ipnotizzatore”.
In simili concezioni, la ragione non ha più nessun potere. Invece di dire al soggetto “hai sonno, hai sonno, hai sonno” l’ipnotizzatore può dire: “Il mondo sta diventando più caldo, più caldo, più caldo”. Hitler diceva che la colpa di tutto era “degli ebrei, degli ebrei, degli ebrei”. La propaganda comunista degli anni ’60 ripeteva, ancora e ancora, facendo rima in inglese,  l’affermazione: Ho, Ho, Ho Chi Minh! Il Viet Cong vincerà!”
Questa sorta di follia non può essere fermata. La propaganda non è la verità, spiegò Hitler. Con la propaganda, la stessa assurdità non è un ostacolo per il successo. “Non la verità ma l’errore è stato il fattore fondamentale nell’evoluzione delle nazioni, e la ragione per la quale il socialismo è così potente, oggi”, scrisse Le Bon.
J.R. Nyquist
Trad. di Gianni Pardo

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MONDAY, FEBRUARY 5, 2001
© 2001 WorldNetDaily.com
Is the public stupid?
By: J.R. Nyquist
Is the public stupid? It’s a question that occurs to those of us who were awake during the nightmare of the last eight years. After all, the public voted Bill Clinton into the presidency twice, and Al Gore actually won a plurality of the popular vote last November. So it makes sense to ask if the American public is stupid. After all, they elected a draft-dodger who supported the communist cause during the Vietnam War. And true to form, Clinton gave China, Vietnam and North Korea whatever they wanted. Even his bombing of Serbia, which accomplished nothing for U.S. interests, strengthened the regimes in Moscow and Beijing, giving them a moral argument against us.
So the public made a terrible choice in 1992, which was seconded in 1996. And then came AlGore, whose extreme environmentalism, reflected in his book "Earth in the Balance," shouldhave scared the public into voting for the Republicans by a substantial majority. But Al Gorewon more votes than George W. Bush.
In other words, we barely escaped catastrophe in the 2000 national election. In that event,California’s power shortages would only be the beginning. After four years of pushing extremeenvironmental policy, Gore would have guaranteed rolling blackouts from sea to shining sea.Tens of millions of Americans would have been thrown out of work.
Gore would have given new meaning to the term "Dark Ages." But the public is yet confused onenvironmental issues. Here in California the environmentalists take no blame for the lack ofpower. The news brings fresh stories, day by day, of power company greed.
Wow, all that evil in the world so I can have cheap power. Better wipe those power companiesout of business. That’ll show ’em. And so, quite sadly, the public was easily persuaded, andcontinues to be persuaded, by the advocates of a new Dark Age. Add the Green Party vote tothat of Mr. Gore, and you will find that a clear majority of Americans, to put it bluntly, voted toturn the lights out.
So one cannot avoid asking the question: Is the public stupid?
Adolf Hitler thought so. In fact, his career was based on the stupidity of the German public. Surprisingly, Hitler admitted this at the outset of his career. In his book, "Mein Kampf," he wrote that the Marxists of his time were the masters of political propaganda. In other words, they were his teachers. As for the political moderates and conservatives, Hitler said, "The correct use of propaganda has remained practically unknown to the bourgeois parties."
Propaganda, said Hitler, was to be directed against the masses. And the masses, he said, were stupid. "The content of propaganda is not science," said Hitler. The content of propaganda, he said, calls "the masses’ attention to certain facts, processes, necessities, etc." But these facts need not be true. One might bring up the idea of global warming, which justifies extreme measures. One might say the rain forests are dying, as a way of extending your power while depriving individuals of power (i.e., electricity). You bring these "facts" forward, even if they are not facts.
This is the basis of propaganda. This must be done skillfully, explained Hitler, "so that everyone will be convinced that the fact is real, the process necessary, the necessity correct, etc." Does one have to prove something scientifically? "All propaganda must be popular and its intellectual level must be adjusted to the most limited intelligence among those it is addressed to," wrote Hitler. A propaganda which only aims at intelligent people will not accomplish anything. If you demand intelligence from the public, if you expect them to rise to a higher level, you will be disappointed.
"The more modest its intellectual ballast," explained Hitler, "the more exclusively it takes into consideration the emotions of the masses, the more effective it will be." In other words, the public is stupid and does not think. Instead, it relies on its emotions and feelings. But what is the IQ of a feeling? It is also a mistake, said Hitler, to make propaganda many-sided. "The receptivity of the great masses is very limited, their intelligence is small, and their power of forgetting is enormous."
Because the public forgets so quickly and easily, propaganda must be repeated often. You must establish a virtual drumbeat of repetition. "Ashcroft is a dangerous right wing extremist," is something you repeat again and again. "Republicans are divisive," would be another commonly recited phrase.
When examined closely, these ideas are nonsense. More often than not, the people originating this propaganda are themselves extremists whose propaganda divides the nation according to race and sex. But in accusing others of doing what they do every day, they insulate themselves from attack. All eyes are turned in another direction. The best propaganda is therefore simple and repetitive. Because it is repeated so often, it spreads and receives reinforcement from all quarters as the stupid public regurgitates what it has learned in common discourse.
"The broad mass of a nation," wrote Hitler, "does not consist of ... professors of political law, ore even individuals capable of forming a rational opinion." What a propagandist fosters is not independent thought, but mass emotion. This was the formula that brought Hitler to power, and made him popular with the German masses.
It should be noted that Hitler’s insights into manipulating the masses were not original. While many leaders ignored the social sciences, Hitler had done some reading. We are told that he had been influenced in his thinking by one of Europe’s leading men of science -- Gustave LeBon. It was Le Bon who wrote a famous 1895 treatise on the psychology of crowds.
Hitler and Lenin, the founding dictators of Nazi Germany and Soviet Russia, both read Le Bon and applied his discoveries. At the same time, with the exception of Teddy Roosevelt, Western leaders failed to do likewise. Consequently, the Western countries have been successfully bombarded by anti-Western propaganda messages for many decades, and these have successfully battered down our institutions and traditional ideas, destroyed our colonial empires, leaving the psychological landscape of the West unrecognizable.
Does Le Bon say the public is stupid? In writing about crowds, Le Bon does not merely refer to large groups of people assembled together. He also means something he calls "a psychological crowd." It was Le Bon who first explained that intelligence and individuality are submerged when someone joins a large group. He noted that "certain faculties are destroyed" and "the conscious personality vanishes." He noted that people who see themselves as merged into a group see things through the filter of the group. They become "cognizant only of simple and extreme sentiments."
According to Le Bon a crowd is highly suggestible. In other words, it is waiting to be hypnotized. Hitler used methods akin to hypnotism in his speeches. It was even said that he "mesmerized" people. The feelings and thoughts of a psychological crowd, wrote Le Bon, "are bent in the direction determined by the hypnotizer."
Under such conditions, reason is powerless. Instead of saying to the subject, "you are getting sleepy, sleepy, sleepy," the hypnotist might say: "The globe is getting warmer, warmer, warmer." Hitler said that everything could be blamed on the "Jews, Jews, Jews." Communist propaganda in the ’60s repeated, over and over again, the statement: "Ho, Ho, Ho Chi Minh! The Viet Cong is gonna win!"
This sort of madness cannot be stopped -- whether it is the madness of California blacking out, or the madness of Treblinka and Auschwitz, or the complete demoralization of the world’s leading superpower in a war against a small and outgunned dictatorship.
Propaganda is not truth, explained Hitler. With propaganda, absurdity itself is no obstacle to success. "Not truth but error has always been the chief factor in the evolution of nations, and the reason why socialism is so powerful today," wrote Le Bon.

Toward the end of his treatise on the psychology of crowds, Le Bon makes a curious prediction which may apply to latter-day America. He predicted a future period of decadence. He predictedthat the collective ego -- national consciousness itself -- will atrophy and be replaced by the"excessive development of the ego of the individual, accompanied by a weakening ofcharacter." Absorbed by selfish pursuits, people will be "incapable of self government." They willdecline into "a mere swarm of isolated individuals." There will be no future when this happens.Such a civilization, wrote Le Bon, "may still seem brilliant because it possesses an outwardfront, the work of a long past, but it is in reality an edifice crumbling to ruin, which nothingsupports, and is destined to cave in at the first storm."
The stupidity of the public goes through many phases, but no phase is more destructive thanthe phase of individualistic hedonism. Under this phase, ancient social structures give way tomass entertainment. The people, hypnotized by advertising and entertainment, are no longervulnerable to a Hitler. In fact, they no longer feel like citizens of a country at all.
The country is no longer very interesting to them. The question of politics becomes a question ofselfish gain. Either people want something from the state or they want to be exempted frommaking a contribution. Such people are no longer citizens at all. They are merely consumerswho watch the same TV programs and play the same video games. The public is stupid, and its last stupidity -- visible all around us -- damns it without appeal.
J.R. Nyquist, a WorldNetDaily contributing editor and a renowned expert in geopolitics andinternational relations, is the author of "Origins of the Fourth World War." Each month Nyquistprovides an exclusive in-depth report in WorldNetDaily’s monthly magazine, WorldNet. Readers may subscribe to WorldNet through WND’s online store. Visit his newly launched weekly news analysis and opinion site,
JRNyquist.com.





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8 giugno 2011
IL CASO SANTORO e la libertà di parola
Il caso di Michele Santoro non deve essere discusso partendo da un giudizio sulla sua trasmissione. Diversamente sarebbe come se un giudice, chiamato ad emettere la sentenza per un furto, chiedesse prima: il mio parente è il ladro o il derubato?
Il problema teorico è: qual è il rapporto fra i diritti del padrone della testata e la libertà di parola di chi scrive su quella testata?
Secondo la Costituzione, tutti abbiamo il diritto di esprimere liberamente il nostro pensiero. Uno può dire: “Berlusconi è una benedizione, per l’Italia” e i suoi ascoltatori – gli amici al bar, la sua famiglia – possono approvarlo o no. Ma se costui desiderasse esprimere questa idea su “la Repubblica” il direttore gli farebbe notare che qualunque cittadino ha il diritto di esprimere un’idea, ha anche il diritto di pubblicarla, ma non ha il diritto di scriverla sul giornale che lui dirige.
Nell’esempio il limite obiettivo alla libertà di parola è dato dal rifiuto del Direttore ma lo stesso Direttore – a meno che non sia anche il proprietario del giornale – è a sua volta uno stipendiato. E si riproduce per lui lo schema visto per il cittadino. Il proprietario della testata, se pensa che la linea editoriale è divenuta inaccettabile, è libero di licenziarlo. Come si vede, la libertà di divulgazione del pensiero appartiene interamente e soltanto ai proprietari dei media. Tutti gli altri possono dire quello che vogliono, ma solo agli intimi o quasi.
La situazione non è anomala. Il cittadino che non trova nessuno disposto ad assumerlo o quanto meno ad ospitare le sue idee può sempre fondare e pubblicare un suo giornale. E se non avrà un numero sufficiente di lettori per tenere in vita la testata non sarà la libertà di stampa, a mancare, ma il successo.
Lo schema di totale libertà del proprietario incontra tuttavia un limite. Un giornalista, assunto con un contratto, per il tempo del contratto è per così dire inamovibile. La garanzia del datore di lavoro risiede nella sua scelta iniziale. Se “Repubblica” non vuole avere brutte sorprese, è bene che non assuma chi considera Berlusconi una benedizione per l’Italia.
Santoro è un caso particolare. Come si sa, egli è stato a suo tempo escluso dal video Rai e riammesso imperativamente dal giudice del lavoro (sentenza confermata in appello). Non avendo seguito da presso la vicenda, sarebbe sciocco esprimere giudizi su queste decisioni. Porremo dunque quesiti generali: è giusto – salvo precisi motivi giuridici contrattuali – imporre un giornalista alla proprietà? A nostro parere no. Sarebbe come imporre a un cittadino di fede comunista di aprire la sua casa a un fervente di “Ordine Nuovo” affinché possa tenere un comizio dal balcone.
Ammettiamo comunque che Santoro, disponendo della tribuna della Rai, eserciti un diritto; ammettiamo pure, come dicono molti, che il suo sia un programma di grande successo; ammettiamo che, in termini monetari, esso renda molto più di quanto costi; ammettiamo infine, per fare buon peso, che licenziandolo la Rai, come sostiene il critico televisivo del “Corriere”, “commetta un suicidio”: tutto ciò posto, un programma come quello di Michele Santoro è LECITO? A nostro parere no. Sarà lecito quando si sposterà su “La 7” o su una qualunque televisione non Rai.
Lo Stato ha il diritto di imporre una tassa sui televisori ma non ha il diritto, se vuole avere una televisione pubblica, di offrire un servizio non pubblico. In democrazia una simile emittente non ha il permesso di trasmettere film pornografici, non ha il permesso di sparare a zero sul governo e sulla maggioranza e non è tenuta a cantarne da mane a sera le lodi. Il suo dovere è quello di contribuire all’informazione e all’elevazione culturale e civile dei cittadini, essendo accettabilmente imparziale, accettabilmente obiettiva e per nulla tendente ad indottrinare. In nessuna direzione. Diversamente mancherebbe alla sua funzione e non si comprenderebbe perché la si denomini pubblica. O perché i cittadini siano costretti a pagare un canone per vederne programmi. Il giorno in cui Santoro farà i suoi programmi su “La 7”, tutto rientrerà nell’ordine. Quella televisione non ha funzioni pubbliche e non costa un centesimo ai cittadini.
La soluzione più vera di tutto il problema sarebbe tuttavia l’abolizione del servizio pubblico, anche lasciando la tassa sui televisori.  La Rai è solo una televisione come le altre, sia come livello culturale e morale, sia come atteggiamento politico. E da privata potrebbe anche tenersi Santoro, il cui programma era “un servizio pubblico” solo per l’opposizione politica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
7 giugno 2011




permalink | inviato da giannipardo il 8/6/2011 alle 9:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
7 giugno 2011
NAPOLI: L'ANTIPOLITICA INSEGNERA' LA POLITICA
Su Luigi De Magistris ne sanno molto di più quelli che hanno narrato le sue imprese giudiziarie o quelli che hanno seguito le trasmissioni di Michele Santoro o di Giovanni Floris. Analogamente, su Napoli c’è parecchia gente, del mondo politico e della cultura, che può scrivere dottissimi saggi. E tuttavia qui si vuole azzardare una tesi che, male che vada, servirà da spunto per chi è più competente.
Alcuni dati sono di dominio pubblico e non temono smentita. Napoli è amministrata dalla sinistra da tempo immemorabile. Il centro-destra non ha personaggi di spicco, tali da potere contrastare, col carisma personale, questa tendenza dell’elettorato locale e per queste ragioni, nelle ultime amministrative, l’unica speranza di vincere era riposta nell’indignazione dei napoletani. Si pensava che i cittadini, badando più al puzzo della spazzatura che alle loro convinzioni politiche, avrebbero mandato a casa chiunque fosse corresponsabile della tragedia della città.
Il calcolo non era sbagliato ed anzi si è rivelato approssimato per difetto. Non solo i napoletani erano indignati contro il centro-sinistra ma lo erano talmente anche contro il centro-destra e il governo da votare per qualcuno che si era candidato “in opposizione” al Pd: da sinistra. Anzi, da rappresentante dell’ultrasinistra giustizialista, quella che ha idee semplici, violente e selvagge da Masaniello. Napoli ha votato “per il diavolo”, ha scritto qualcuno.
I commenti al voto sono stati stupefacenti. Il centro-sinistra ha detto che il centro-destra è stato sonoramente battuto - al punto che esso non è più maggioranza nel Paese, e che il governo farebbe bene a dimettersi – e personalmente ha cantato vittoria. Ha parlato di momento storico, ha affermato che si è voltata pagina, che da qui parte la riscossa, che il berlusconismo è finito. Che cosa c’è di vero, in tutto questo?
Che il centro-destra sia stato sonoramente battuto sarebbe esatto se esso avesse prima governato Napoli: e non è. Al primo turno i candidati di sinistra hanno avuto (ognuno) meno voti di Lettieri esclusivamente perché erano due. E, si noti, fra loro il più votato è stato De Magistris. Dunque, se parliamo di destra e sinistra, a Napoli si è solo confermata la tendenza precedente. Nulla di nuovo. Del centro-destra non bisogna dire che “ha perso”, bisogna dire che “non ha vinto”: infatti non aveva nulla da perdere.
Diverso è il caso del centro-sinistra. De Magistris si è candidato malgrado l’opposizione del Pd, prova ne sia che quel partito non ha rinunciato a candidare un proprio uomo, col rischio che al primo turno vincesse Lettieri. Infine il candidato dell’Idv è stato eletto non perché uomo della sinistra targata Pd, ma perché uomo che a questa sinistra si oppone. Con quale coraggio Bersani osi assumere atteggiamenti trionfalistici, è ancora da capire.
La verità è che Napoli ha rigettato sia quelli che hanno sempre governato sia quelli che avrebbero voluto cominciare a farlo.
Chi ha vinto? Ha vinto la rabbia, non certo Napoli. Il malato che decide di andare dall’omeopata non solo non guarisce prima, ma rischia di non curarsi per il tempo in cui si affida all’acqua fresca del dr.Hanemann. È questa una delle ragioni dell’ostilità della scienza ufficiale nei confronti di questa “medicina alternativa”. Il ragionamento dei napoletani dinanzi ai cumuli di spazzatura è simile a quello del malato scoraggiato: se i competenti non riescono, vediamo se riescono gli incompetenti. “Peggio di così non potrebbe andare”.
E invece potrebbe, come disse l’aiutante di campo al generale dopo la disfatta: “Potrebbe anche piovere”. I problemi della città sono oggettivi e l’ex magistrato rischia di scoprire a sue spese che, se è impossibile governare avendo intorno troppi amici che frenano, è ancor più difficile governare avendo intorno solo nemici. Napoli imparerà che l’antipolitica è essa stessa una politica e non è detto che gli incompetenti irrazionali e volontaristi riescano lì dove hanno fallito i competenti. Se il motore non si mette in moto può essere umano che si vada in collera ma non è prendendolo a martellate che si risolverà il problema. Se poi invece De Magistris riuscisse a fare miracoli, da un lato ne saremmo felici per Napoli, dall’altro impareremmo quanto sia difficile giudicare gli uomini, anche quando il giudizio è fondato sui comportamenti precedenti. Ma abbiamo poche speranze di sbagliarci.
Il vero vincitore di Napoli è la politica. Hanno vinto il Pd, il Pdl, l’Udc. Quando gli abitanti di quella sfortunata città avranno visto che cosa sono capaci di fare quelli che, invece di studiare meccanica, brandiscono un martello, forse voteranno diversamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
6 giugno 2011




permalink | inviato da giannipardo il 7/6/2011 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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