.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
31 maggio 2011
EVVIVA LA VITTORIA ALTRUI!
In democrazia nessun esecutivo rimane al potere indefinitamente. Se un partito appare inamovibile, come un tempo la Democrazia Cristiana, è segno che  in quel Paese qualcosa non va. E ciò che non andava allora era un Partito Comunista tanto potente da mettere in pericolo la libertà dell’Italia. Tolte queste eccezioni, l’alternanza al potere è la regola. Quand’anche una maggioranza facesse cose eccellenti il popolo si stanca di tutto. Perfino della manna. È in questo senso che il potere logora.
L’esultanza per la conquista del governo è nel costume, come gli abbracci e la gioia teatrale dei calciatori quando un compagno ha segnato una rete. Ma la felicità si giustifica quando la vittoria è stata lungamente attesa o quando è sorprendente. Si capisce dunque la gioia del centro-destra nel ’94, quando tutti si aspettavano la vittoria di Occhetto e si comprende la gioia del centro-sinistra, nel ’96, quando sentì di essersi vendicata della sberla precedente. Normalmente invece c’è di che essere contenti ma ricordando che la coalizione che è stata all’opposizione alla lunga vincerà, quand’anche non avesse idee e non avesse molto da rimproverare alla maggioranza. Obama ha vinto sbandierando un “change” senza nemmeno specificare di che cosa.
Se oggi il centro-sinistra vincesse le elezioni e Bersani fosse incaricato di formare il nuovo governo, il fatto farebbe parte della normalità. Berlusconi, salvo la sfortunata parentesi prodiana, governa ininterrottamente dal 2001 e il governo non ha mantenuto tutte le sue promesse. La stanchezza degli italiani sarebbe comprensibile. Soprattutto se pensiamo che gli inglesi sono stati capaci di stancarsi di Churchill e i francesi di De Gaulle. Per il centro-sinistra sarebbero normali i baci e gli abbracci, come quando si è segnata la rete della vittoria: ma farebbero parte del folklore.
E allora che dire dello smodato tripudio attuale della sinistra? Sembra che i commentatori siano tutti impazziti. Si comportano come se queste fossero state elezioni politiche e invece sono amministrative; si comportano come se fosse cambiato il mondo e invece il mondo non è cambiato; si comportano come se avesse vinto la sinistra e invece ha vinto l’ultrasinistra. Le grandi sorprese sono state Milano e Napoli e in questi capoluoghi hanno vinto un candidato vendoliano e un candidato dipietrista, all’origine contrastato dal candidato del Pd. Lo stesso partito che ora festeggia senza pudore la sua elezione.
Il Pd non gioisce di una vittoria che non c’è stata, ma della sconfitta di Berlusconi. Mostra così i suoi limiti programmatici ed ideologici. Infatti dovrebbe chiedersi se ora la vittoria alle politiche è più o meno probabile di prima.
Uno dei dogmi della democrazia è che le elezioni si vincono al centro, conquistando i voti di quelli che esitano fra le due grandi formazioni. E nulla di peggio si può fare che allarmare gli elettori. Si possono anche promettere lacrime e sangue ma solo se si tratta di salvarsi dall’oppressione nazista: se si tratta di normali elezioni, basta creare il sospetto che si voglia aumentare la pressione fiscale o permettere l’invasione degli immigranti, e si perdono le elezioni. Si può votare per De Magistris quando si è stanchi dell’immondizia e della puzza ma il malumore rientra quando si tratta del governo del Paese. In quel caso di solito la gente riflette di più.
Sono anni che auguriamo più fortuna al Pd. Sono anni che ci doliamo  del fatto che, dopo avere contribuito ad eliminare dalla scena politica Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi, quel partito abbia inspiegabilmente salvato il suo personale Jago nella persona di Di Pietro. E poi, invece di distanziarsene, s’è messo a corrergli dietro. Può sembrare incredibile ma anche chi non vota per il centro-sinistra oggi festeggerebbe, se il Pd avesse vinto contro Di Pietro e contro Vendola. Perché di un’alternanza abbiamo bisogno. Invece abbiamo aumentato la confusione, abbiamo fatto un più ampio spazio alla demagogia irresponsabile e dobbiamo anche subire lo spettacolo di un Pd che festeggia.
Somiglia a un tacchino che guarda compiaciuto la data del Natale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
31 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD demagistris vendola

permalink | inviato da giannipardo il 31/5/2011 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
30 maggio 2011
AMMINISTRATIVE, UNA LEZIONE PER PDL, PD E NAPOLI
Se i tifosi vedono la loro squadra che perde tre a zero, e il loro attaccante preferito segna un goal, si spelleranno le mani per applaudirlo, non tanto perché una sconfitta per tre ad uno sia eventualmente diversa dal tre a zero, quanto perché è lecito sognare. Se si è potuto segnare una rete se ne possono segnare tre. E perché non quattro?
Questo atteggiamento spiega il tripudio della sinistra per le vittorie di Milano e di Napoli. Dal momento che le cose, per essa, vanno male da molto tempo, è comprensibile che ci si attacchi a qualunque novità positiva, a qualunque speranza.
In realtà, ci sono dei punti fermi ineliminabili. Il primo è che la legislatura finisce nel 2013. L’opposizione può benissimo dichiarare morto e trapassato il governo, questo non impedisce che la maggioranza parlamentare non sia cambiata e, oggi come ieri, non ha nessun interesse ad andare a casa.
Né, a partire dal sondaggio rappresentato da queste elezioni amministrative, si può dire che la maggioranza nel Paese non c’è più. Forse sarebbe vero se si votasse domani, ma nel giro di qualche mese il quadro politico può cambiare moltissimo. Ciò che sembra importantissimo e cruciale in gennaio fa parte dell’archeologia in giugno.
Queste elezioni sono state caratterizzate, almeno nelle grandi città, dalla presenza di candidati incolori o, peggio, allarmanti. Per Torino un Giampiero Fassino è una garanzia di stabilità e ragionevolezza, ma per Napoli la scelta fra Lettieri e De Magistris era drammatica: il primo un signore di cui da Salerno in giù e da Gaeta in su, nessuno aveva mai sentito parlare; il secondo, al contrario, un signore di cui si sa quello che ha detto e quello che ha fatto fino ad oggi. Ciò malgrado, quest'ultimo al ballottaggio ha avuto il 65% dei voti. Un plebiscito. Due voti su tre.
Il senso del fenomeno è che l’Italia è scontenta e Napoli addirittura esasperata. I napoletani non hanno votato tanto per De Magistris quanto per “il diavolo”. Hanno totalmente perso la fiducia sia nel centro-sinistra sia nel centro-destra, quello che pure aveva fatto temporaneamente sparire la spazzatura. Votare per un ex magistrato peggio che chiacchierato, dalle pratiche e dalle idee discutibili, è un segno di disperazione. L’atteggiamento sembra essere stato: “Se non abbiamo più fiducia nel re, e neppure nei suoi consiglieri, e neppure nei suoi oppositori, tanto vale provare a vedere che cosa sa fare il giullare di corte”.  Del resto, è la ragione del successo di Grillo.
Purtroppo, è più facile far ridere, o sorprendere, che realizzare in concreto. Il back seat driver, quello che sta sul sedile posteriore e critica chi guida, non avrebbe mai un incidente e non sbaglierebbe mai strada. Cedergli il posto di guida può essere il peggiore favore che gli si potrebbe fare. Siamo per esempio convinti che De Magistris non solo potrebbe provocare autentici disastri,  ma non potrà risolvere i problemi di Napoli. Questo servirà di lezione a chi era disposto a votare “anche per il diavolo”: il diavolo non è gran che, come amministratore.
Se i napoletani avessero votato Lettieri, sarebbero presto arrivati alla conclusione che “sinistra o destra, è lo stesso”. Con il perfetto outsider dovranno smetterla con i pessimismi generici: nemmeno “il pazzo” (in francese è il giullare, qui potrebbe essere colui che osa l’inosabile) può far miracoli. Forse si arriverà a comprendere un concetto molto semplice: che la spazzatura, o la si mette da qualche parte, o rimane per le strade.
Il centro-destra può essere contento del risultato di queste elezioni perché i suoi elettori sono avvertiti: nessuno garantisce la vittoria se essi non si scomodano per andare a votare. Poi, mentre a Milano un borghese vale l’altro (e Pisapia non è certo il peggiore) a Napoli si attua un esperimento formidabile. E da domani saremo pronti  alla Schadenfreude: che corrisponde a dire “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.
Infine: il Pdl è in crisi? Forse. Ma il Pd non sta meglio. Infatti è scavalcato da personaggi che, in caso di elezioni politiche, farebbero scappare i benpensanti.
Il problema non è quello degli uomini scelti, ma quello del cesto da cui vengono scelti. Se la qualità è quella che vediamo, bisogna rassegnarsi: è l’Italia che non sa esprimere di meglio. Oggi più che mai è vero il detto per cui ogni popolo ha il governo che merita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
30 maggio 2011



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. milano napoli demagistris pisapia

permalink | inviato da giannipardo il 30/5/2011 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
CULTURA
29 maggio 2011
KEEP SMILING
La moglie dice: “Visto che esci, passa dal supermercato e prendi una confezione di dodici litri di latte. Se ci sono uova, prendine sei”.
Il marito torna con sei cartoni di latte, per un totale di settantadue litri.
“Ma perché hai comprato sei cartoni di latte?”
“Perché le uova c’erano”.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 29/5/2011 alle 13:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
28 maggio 2011
I PALESTINESI E IL DIRITTO ALLA REAZIONE DEL PIU' DEBOLE
La completa libertà di parola che si suppone (a torto) sia consentita sui blog, permette ogni sorta di sciocchezza, di ingiuria, di assurdità. Quando però una tesi è sostenuta in buon italiano da persone garbate e ragionevoli, è bene prenderla in considerazione.
Un lettore sosteneva che i palestinesi, dal momento che reputano di avere subito una grave ingiustizia da parte di Israele, hanno diritto agli atti di violenza. Mentre Israele, essendo in torto, non ha il diritto di difendersi.
Diceva in particolare: se su Trieste piovessero missili lanciati dalla Slovenia o dalla Croazia, l’Italia avrebbe tutto il diritto di andare ad impartire una severa lezione a quegli Stati, “perché l’Italia non ha fatto nessun torto né alla Slovenia né alla Croazia”. Mentre il caso dei palestinesi è diverso.
Il ragionamento è per parecchi versi sorprendente.
Il concetto di comportamento negativo, comunque tale da legittimare una reazione, è del tutto opinabile. Nel 1939 la Germania aveva l’intenzione di attaccare la Polonia e sostenne di essere stata attaccata dalla Polonia: sicché la risposta di Hitler, con l’invasione dell’intero Paese, fu un atto di legittima difesa. Sappiamo benissimo che il Führer mentiva, ma come dimostrarlo sul momento? Chi vince decide qual è la verità. Per decenni l’Unione Sovietica ha stabilito che il massacro di Katyn era stato opera dei nazisti (e questo hanno creduto i comunisti locali e stranieri) e il riconoscimento della verità è cosa di un paio d’anni fa. Da un lato si può calunniare la controparte solo per poterla attaccare, dall’altro si può negare un proprio comportamento delittuoso. Il criterio è peggio che opinabile.
Ma ammettiamo che uno Stato Forte tenga un comportamento riprovevole nei confronti di uno Stato Debole: i cittadini di quest’ultimo devono ricorrere alla violenza, al terrorismo, all’aggressione bellica? La risposta è no. Semplicemente perché non è nel loro interesse. Se lo Stato Forte è tanto immorale da infliggere senza motivo sofferenze allo Stato Debole, tanto maggiori ne infliggerà quando sarà giustificato dalla legittima difesa. Fra l’altro, finché non avranno reagito, le vittime potranno sempre invocare il diritto e la morale violati, invece dal momento in cui avranno cominciato a scatenare attentati o comunque a compiere atti di guerra, non avranno diritto a nessuna considerazione. Chiunque dia inizio ad una rissa poi non si può lamentare se le prende.
Un caso esemplare è quello dei missili che per anni sono stati lanciati da Gaza sul territorio di Israele. I palestinesi reputano l’occupazione dei Territori un atto illegittimo, contrario alle risoluzioni dell’Onu ecc. Dimenticano che sono loro che, nel 1948, hanno violato la risoluzione dell’Onu concernente la spartizione della Palestina; dimenticano che allora, come nel 1967, essi hanno dato inizio ad una guerra con l’intenzione di cancellare Israele dalla carta geografica e possibilmente uccidere tutti i suoi abitanti; dimenticano che ci hanno ancora riprovato, con i loro alleati, nel 1973: ma ammettiamo che, soggettivamente, considerino l’occupazione Israeliana un’ingiustizia contro cui sarebbe giusto reagire. L’invio di missili con la speranza di far strage di israeliani innocenti è il mezzo giusto?
Da un lato è giuridicamente e umanamente inammissibile tentare coscientemente di uccidere dei civili colpevoli solo di avere un’altra nazionalità. Dall’altro, lo sparo di razzi sul territorio dello Stato vicino costituisce atto di guerra cui si ha il diritto di reagire con i metodi della guerra. Israele, dopo che per anni si era inutilmente lamentata, ha deciso l’operazione Piombo Fuso, dimostrando all’aggressore che era in grado di farlo pentire. Ed è quello che è successo: ciò che non avevano ottenuto le rimostranze giuridiche ed umane l’hanno ottenuto i carri armati. Gli abitanti di Gaza hanno avuto qualche migliaio di morti e la pioggia di razzi su Israele è cessata. Si è visto che l’unico modo di far cessare la violenza era la controviolenza.
I palestinesi si sono attirati tutti i guai in cui si trovano: un tempo sarebbe bastato che accettassero la partizione dell’Onu del 1947; oggi basterebbe che accettassero la convivenza pacifica con Israele e avrebbero il loro Stato. Gerusalemme infatti non chiede di meglio che dimenticarli. Con le loro aggressioni hanno solo ottenuto di non potere andare a lavorare in Israele e, all’occasione, rappresaglie grandiose come quella di Gaza.
Chi giustifica i palestinesi non li favorisce. Anche accettando il parere del lettore, pure se i palestinesi avessero il “diritto” di reagire contro Israele, è certo che non vi hanno interesse. Nei confronti di uno Stato più forte, né il terrorismo né gli attentati sono una risposta valida. Nessuna guerra è stata mai vinta così ed è possibile che la rappresaglia aggravi le condizioni del vinto invece di migliorarle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
28 maggio 2011

27 maggio 2011
FLAVIA PERINA HA SCOPERTO L'ANTICRISTO: BERLUSCONI
Sul “Fatto Quotidiano” appare un articolo di Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia. Che è come leggere un articolo di Piergiorgio Odifreddi sull’Osservatore Romano.
Non ci sarebbe da stupirsi se Odifreddi sostenesse le sue solite teorie e se il giornale vaticano pubblicasse l’articolo per dimostrare a che punto è tollerante. Se invece quel notorio ateo sostenesse inopinatamente che bisogna andare a messa tutte le domeniche, pena l’inferno, allora sarebbe normale chiedersi se gli ha dato di volta il cervello. E come mai il giornale si presti ad essere la tribuna di uno che è impazzito.
Il tema dello scritto dell’ex direttrice, di un giornale che a momenti si chiamava il Popolo d’Italia, è l’estremismo degli anziani  Questi, vagamente arteriosclerotici, sono a favore del Pdl mentre i giovani sono di sinistra e dunque moderati e compiti.
Il vero tema tuttavia è Silvio Berlusconi, da lei chiamato “Caro Leader”, cioè con l’appellativo con cui si omaggiava il dittatore della Corea del Nord, Kim Il Sung. Ci sono infatti imbecilli che “amano il loro capo con assoluta smoderazione”. E supremo sprezzo della lingua italiana, aggiungiamo noi. I vecchi, scrive, sono divenuti estremisti nell’applauso al Cavaliere e lei li chiama “brigate grigie”, con evidente allusione alle Brigate Rosse. Berlusconi è colpevole di “oltraggio alle donne camuffato da galanteria”, anche se pensiamo che a lei personalmente questo oltraggio sia stato risparmiato. Inoltre il Cavaliere dimostra “ostilità per ogni forma di innovazione sociale e l’ossessione per i soldi, il potere, l’accumulazione proprietaria di mezzi e persone”. L’accumulazione di persone, bisogna dargliene atto, è un concetto nuovo. Infine ella non tace che l’atteggiamento degli anziani sostenitori di Berlusconi è  nostalgico e vagamente revanscista come quello della Repubblica Democratica Tedesca dopo l’unificazione: “Sappiamo come è finita nella Ddr, non ancora come andrà a Milano”. Il che significa che la Perina si augura ardentemente che vinca Pisapia e che, a causa di questa vittoria, caschi il governo e l’odiato Cavaliere sia umiliato.
Per chi non lo ricordasse, Alleanza Nazionale prima si chiamava Msi. Per lunghi decenni i suoi aderenti sono stati chiamati ex fascisti, anzi direttamente fascisti, e considerati politicamente dei “diversi” al punto che ogni accordo con loro non era ipotizzabile. Erano infatti “fuori dall’arco costituzionale”. Quando qualcuno, a sinistra, voleva essere gentile con loro, si limitava a chiamarli estrema destra. Ora ecco che la signora Perina esprime il desiderio che Giuliano Pisapia, amico del brigatista Roberto Sandalo, ex deputato di Rifondazione Comunista ecc., vinca sulla signora Letizia Moratti, sul cui curriculum democratico e anti-sinistra non s’è mai avuta un’ombra. Insomma Odifreddi si è messo a dare lezioni di dottrina cristiana.
A questo punto o non è serio l’articolo, o non è serio il giornale che lo pubblica, o non sono seri né l’uno né l’altro. Non si può passare velocemente da una ideologia all’ideologia opposta, a meno che non lo si faccia per interesse, come fecero tanti fascisti che a suo tempo si riciclarono come comunisti: pensiamo a Dario Fo, a Eugenio Scalfari, a Giorgio Bocca e a tanti altri che sono ancora fra noi.
Può capitare che si cambi onestamente idea, ma ciò a conclusione di un lungo travaglio intimo. Giuliano Ferrara per esempio è passato da comunista ad anticomunista ma non nel giro di un mese o due. Per chi invece cambia d’un sol colpo torna in mente il detto per cui o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui.
Questa accusa tuttavia non può essere rivolta alla signora Perina. Lei non ha cambiato idea, ammesso che l’avesse; non è diventata comunista: è diventata antiberlusconiana. Se avesse abbracciato il comunismo, avrebbe forse mantenuto una certa lucidità; invece è divenuta una fanatica, dominata dall’odio religioso, e non ragiona più.
Il generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, era letteralmente detestato dai fanti italiani perché considerato un macellaio che li mandava a morire con la massima indifferenza e senza nessuno scopo. Ma non per questo i nostri soldati cominciarono a sparare sui commilitoni che ancora obbedivano agli ordini. Non per questo essi solidarizzarono con gli austriaci o fornirono loro armi e munizioni. Il tradimento era fuori dal loro orizzonte. Criticavano soltanto un capo militare. Se invece l’avessero considerato l’Anticristo, sarebbero stati disposti a sparare sulle nuove reclute e a fare il tifo per Cecco Beppe.
Flavia Perina ha scoperto l’Anticristo nella persona di Berlusconi e noi scopriamo quanto valgono sia le sue idee sia quelle di Gianfranco Fini.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
27 maggio 2011

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=10NI1F



permalink | inviato da giannipardo il 27/5/2011 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 maggio 2011
CHI SARA' IL NUOVO SINDACO?

Giornata di elezioni. Chi sarà il nuovo sindaco di Napoli? Chi sarà il nuovo sindaco di Milano? A questi interrogativi si può rispondere con un’altra domanda: e che me ne importa?
Molti considerano le elezioni amministrative fonti di preziosi auspici per il futuro politico del Paese. Se il centro-destra perde Milano, dicono, il governo dovrà dimettersi. Dicono. Come se il fatto che lo dicono poi obbligasse il governo a fare ciò che essi desiderano. A meno che quell’affermazione non sia diretta a coloro che devono votare, quasi promettendogli: se fate cadere Letizia Moratti cadrà anche Silvio Berlusconi. Dunque fate cadere Letizia Moratti. Tutto un gioco a frega-compagno, perché si sa che il governo rimane in carica fino ad un voto di sfiducia in Parlamento.
In realtà, con le elezioni amministrative si hanno nuovi sindaci e nuove giunte comunali. Nient’altro. E dal momento che i poteri locali sono molto limitati, non c’è da aspettarsi molto. Per giunta, quando i sindaci effettivamente fanno molto, poi magari si scopre che la mela aveva il verme. Un grosso verme. A Catania il sindaco Scapagnini realizzò grandi lavori su molti chilometri della Circonvallazione interna e soprattutto nel centro storico. Poi, una volta cessato il suo mandato, ci si accorse che il Comune era sull’orlo del fallimento, tanto che dovette essere salvato (come Roma) dalle finanze erariali. Cioè a spese di tutti gli italiani. Mentre Scapagnini finiva sotto inchiesta.
Prendiamo Napoli. Chi vota per il centro-destra non può avere simpatia per Rosa Russo Jervolino, ci mancherebbe. E tuttavia ecco una cosa evidente: se la signora dalla voce tremula fosse stata in grado di eliminare la spazzatura dalle strade, soprattutto in vista delle elezioni con cui si cerca di mandarla a casa, chi pensa che non l’avrebbe fatto? E se non l’ha fatto, non è forse segno che il problema è del tipo “botte piena e moglie ubriaca”? Non siamo napoletani e non conosciamo i particolari, ma è probabile che le cose stiano così: i napoletani non vogliono la spazzatura nelle strade, i comuni del territorio non vogliono la spazzatura di Napoli, la spazzatura di Napoli non si può inviare in Germania con i treni (come pure è stato fatto) perché costa troppo e infine essa non può essere bruciata nei termovalorizzatori o perché la gente protesta o perché i magistrati ne fermano l’attività. Se questo riassunto è verosimile, o ancor meglio verace, come direbbero a Napoli, la Jervolino che avrebbe dovuto fare? E che cosa potrà fare, il nuovo sindaco?
Non solo dunque alcuni problemi sono a volte praticamente insolubili, ma i candidati, per ragioni di pura demagogia, si lanciano a promettere la Luna. La gente da un lato crede che quella Luna lo sfidante l’abbia in tasca, dall’altro pensa che, male che vada, peggio dell’attuale sindaco non potrebbe essere. E anche su questo a volte si sbaglia.
In tutto questo tonitruante trambusto uno si sorprende a pensare a Michel de Montaigne che per un certo tempo fu consigliere nel Parlamento di Bordeaux e che si fece notare più per le sue assenze che per i suoi interventi. Tanto che infine se ne ritirò. Tuttavia tempo dopo, mentre era addirittura all’estero (a Bagni di Lucca, per la precisione), apprese che era stato nominato sindaco. Ringraziò e disse che non intendeva accettare ma alla fine divenne sindaco perché caldamente pregato da qualcuno cui non poteva dire di no: il re di Francia. E a conclusione del mandato non brigò certo per la rielezione.
Montaigne non era un uomo superbo o sprezzante. Se non manifestava grandi ambizioni era a causa della sua enorme ricchezza interiore. Mentre gli altri, allora come oggi, combattevano per un titolo, un potere, o anche il denaro, lui di tutto questo non aveva bisogno. Gli bastavano i suoi libri, la sua solitudine, i suoi pensieri. Gli bastava il suo io, il suo famoso “moi”. In questo senso era talmente ricco che per lui i vantaggi  materiali sarebbero stati risibili. Era della schiatta di quei Diogene che pregano Alessandro di non fargli ombra.
Le elezioni, in Italia, sono state importanti finché si è avuto il dubbio: saremo ancora un Paese democratico o i comunisti ci faranno divenire una “Repubblica Popolare”? Passato quel momento, quando per esempio Montanelli doveva invitare a turarsi il naso e votare Dc, non possiamo dire che la storia si sia fermata, come voleva Fukuyama, ma certo è divenuta normale amministrazione. Normale fino ad un certo punto, se la spazzatura di Napoli è ancora lì. Ma insomma non ne va della nostra libertà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
27 maggio 2011
POLITICA
26 maggio 2011
UN EDITORIALE IN MENO DI 50 PAROLE

Riguardo a Berlusconi Bersani ricorda quel tale che aveva avuto uno scontro con un energumeno. “Pare che te le abbia suonate”, gli dice un amico. “È vero, me ne ha date un sacco. Ma sapessi quante gliene ho dette!”

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

26 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. umorismo humour

permalink | inviato da giannipardo il 26/5/2011 alle 15:14 | Versione per la stampa
ECONOMIA
25 maggio 2011
ANCHE IL POPOLO PUO' SBAGLIARE
In questi giorni si inseguono notizie drammatiche. A Sestri Levante e a Castellammare di Stabia si parla di chiudere stabilimenti della Fincantieri ed è scoppiata una mezza rivoluzione. I dimostranti non intendono ragioni e pretendono di avere rassicurazioni - con data certa - non da parte di “ministri finti” ma di Silvio Berlusconi personalmente. Nel frattempo, attacchi alle istituzioni, violenze e feriti.
A Catania il comune ha deciso di sgomberare un edificio pericolante, occupato da abusivi, ed ha offerto loro altri alloggi. La cosa ha provocato serie proteste. Non solo gli abusivi si sono lamentati dei nuovi appartamenti, ma sono passati alle vie di fatto, con feriti fra le forze dell’ordine. Un prete ha proposto di aprire le case sfitte e darle a chi ne ha bisogno. Nel Veneto infine gli allevatori minacciano di accogliere a schioppettate gli esattori del fisco che si presenteranno a riscuotere le multe per violazione delle quote-latte.
C’è da rimanere sbalorditi: se un gruppo di persone è sufficientemente numeroso, passa dalla difesa dei propri diritti all’attacco di quelli altrui: “Ho un certo interesse e lo Stato deve fare quello che gli ordino. Anche se ho torto. Anche se è contro la legge”. Questo novello Caligola afferma sprezzante: “Si fa così perché lo voglio io. Anche se è sbagliato e anche se è contro la legalità. Sarò pazzo ma sono anche l’imperatore”.
Naturalmente è vero che il licenziamento è drammatico, per non dire tragico, e lo stato d’animo dei dipendenti della Fincantieri è comprensibile. Siamo oppressi dalla disoccupazione e al di là di una certa età la ricerca di un nuovo lavoro è impresa disperata. Come pure è drammatico essere messi fuori da “casa propria” o dover pagare multe salate per illeciti che si reputano dovuti a ragioni di mera sopravvivenza. Ma ciò detto non si possono ignorare alcune verità.
Le vicende di Sestri Levanti e di Castellammare, come prima quella di Pomigliano d’Arco, rispondono alla logica sindacale che un tempo Luciano Lama riassunse col celebre principio per cui il salario è una variabile indipendente. Non importa se la Fiat, la Fincantieri o qualunque impresa operi in condizioni antieconomiche; importa che continui a pagare i salari. La protesta nei confronti dello Stato ha un  senso preciso: se si ammette che l’impresa opera in perdita, ne deriva che lo Stato deve ripianare queste perdite. Qualcuno deve comunque pagare gli stipendi.
Le persone ragionevoli osservano che ciò che i gruppi organizzati pretendono è in netto contrasto con ciò che avviene al singolo lavoratore, licenziato, quando capita, nell’indifferenza generale. Senza scandalo e senza cassa integrazione guadagni. E dunque loro pretendono di essere “più uguali degli altri”. Inoltre i soldi dell’Erario provengono da imposte pagate da altri italiani: e “ogni volta che qualcuno riceva un’utilità che non ha prodotto, c’è qualcuno che NON riceve un’utilità che prodotto”. Ma nulla può scalfire il dogma: il salario è intoccabile. Quegli stessi che hanno predicato l’odio per il datore di lavoro poi fanno la rivoluzione se il padrone vuole chiudere.
La risposta dei lavoratori dovrebbe essere un’altra: se l’impresa rischia di andare in rosso vediamo insieme quali provvedimenti possiamo adottare. Invece per i sindacati questo è compito esclusivo del “padrone”. Come debba fare sono affari suoi. O dello Stato. La Fiom vigila sul rispetto dei diritti dei lavoratori.
Anche l’altro episodio è significativo. Gli abusivi di Catania non solo non temono di essere puniti perché tali, ma si aggrappano ad un fantomatico “diritto alla casa” e sono abbastanza numerosi e violenti per porre un problema di ordine pubblico. Si lamentano addirittura se il Comune non li tratta secondo i loro meriti. Infine il religioso che propone di espropriare le case sfitte dimostra di essere più adatto a guidare un soviet che una parrocchia. Dimentica che se oggi ci sono case sfitte è perché lo Stato ha fatto tanto, per gli inquilini, che i proprietari temono, locandole, di perderne per sempre la disponibilità. Persino se l’inquilino non paga il fitto. Del resto per gli alloggi popolari il mancato pagamento della pigione è quasi la regola.
Il singolo che perde il lavoro o la casa è un nessuno che può anche andare al diavolo. Se invece si tratta di un notevole numero di persone, la legge cambia, dimostrando che essa si applica ai deboli e non ai forti, e comunque non a quelli che bloccano le autostrade o attaccano la Prefettura. Tanto, se lo Stato dice di no è solo perché vuole proteggere i padroni e non i lavoratori. Così dicono i delegati della Fiom.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
24 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. FINCANTIERI ABUSIVI SCIOPERI POMIGLIANO

permalink | inviato da giannipardo il 25/5/2011 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 maggio 2011
KEEP SMILING

Un ubriaco sta nel corridoio centrale della metropolitana e insulta tutti i passeggeri: “Voi tutti, sulla sinistra, voi siete degli imbecilli, e voi tutti, sulla destra, siete degli adulteri!” “Come si permette? s’inalbera un ometto sulla destra. Sono sposato da quarant’anni e non ho mai tradito mia moglie”. “E va bene, concede l’ubriaco, passi a sinistra”.
La moglie, tornando tardi a casa: “Caro, mi dispiace, ti ho giocato a poker e ho perso”. “E come è andata?” chiede lui, allarmato. “Non sai quanto è stato difficile passare con quattro assi in mano”.
“Mamma, dopo quattro settimane di matrimonio abbiamo avuto la nostra prima lite”. “Capita in tutte le coppie, figlia mia”. “Sì, ma il cadavere dove lo metto?”
Susanna all’amica: “Sii sincera, per una volta, che c’è fra mio marito e te?” “Solo tu”.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 24/5/2011 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 maggio 2011
FLAVIA VENTO CONDANNATA MA INNOCENTE
Flavia Vento è una bella donna. Molto bella. Naturalmente non per questo si è obbligati a considerarla fornita di grandi doti intellettuali o a trovarla simpatica. E personalmente abbiamo largamente approfittato di questa libertà. Ma se si è dell’opinione che ella sia stata vittima di un’ingiustizia, bisogna pure difenderla.
Il Corriere della Sera (1) ha riferito che sul suo blog la Vento ha dato della “mignotta” ad un’altra signora e l’ha anche accusata di usare “soldi pubblici per acquistare borse e pellicce”. Poi ha ritirato le frasi ingiuriose ma la vittima non si è placata: l’ha denunciata e in conclusione la Vento è stata condannata a un mese di reclusione, a trecento euro di multa per diffamazione e al risarcimento dei danni.
La prima cosa da dire è che il giudice, condannandola solo per diffamazione, è stato clemente. Non solo qui la diffamazione ci sta tutta ma è evidente il reato di calunnia. Vi è infatti l’attribuzione di un illecito molto grave, peculato o malversazione che sia.
Detto questo, però, può seriamente sostenersi che la Vento è innocente in base ad un principio giuridico che sta scritto a chiare lettere in ogni aula di tribunale: “La legge è uguale per tutti”. La norma non può variare secondo che debba essere applicata ad un cittadino piuttosto che ad un altro e, soprattutto, deve valere per tutti i casi simili.
Se un vigile urbano sospetta un suo amico di essere l’amante della propria moglie non potrà multare solo lui - anche se effettivamente in divieto di sosta - senza multare gli altri automobilisti nella stessa situazione. Perché in questo caso l’applicazione della legge avverrebbe non per le finalità che la legge stessa prevede ma per scopi di vessazione privata. Dal punto di vista amministrativo questo si chiama abuso di potere e l’illecito, come si vede, può essere commesso anche mediante un atto perfettamente legale, compiuto per fini diversi da quelli voluti dalla legge.
Oggettivamente (non soggettivamente, il giudice sarà stato in perfetta buona fede) il caso di Flavia Vento rientra in questa fattispecie. In Italia  e forse nel mondo è invalsa l’idea che, sulla Rete, sia lecito scrivere qualunque cosa. Nei blog, nei forum, nei commenti agli articoli, gli adepti di Internet scambiano insulti cocenti,  sarcasmi elaborati, calunnie gravissime e ne gratificano con la più grande generosità gli interlocutori e tutti i personaggi pubblici.  Se Berlusconi dovesse querelare una persona su cento, fra quelli che lo insultano nei blog, avrebbe bisogno di un battaglione di avvocati. Forse di una compagnia. E il risultato sarebbe in primo luogo lo stupore degli accusati: l’andazzo è stato tollerato per anni e non tutti hanno studiato abbastanza diritto per sapere che nessuna legge in Italia va in desuetudine. Dunque tutti reputano – si direbbe “a ragione” – di esercitare il diritto alla libera espressione del proprio pensiero in una zona franca.
Ecco perché Flavia Vento è innocente. Perché ha creduto di esercitare un diritto, riconosciuto a tutti de facto. O lo Stato persegue tutti i colpevoli dello stesso reato che siano stati querelati o proscioglie quella giovane signora per avere agito nella convinzione di disporre di un’esimente. Nell’art.59 del codice penale è contenuta questa frase: “Se l'agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui”. Come possiamo escludere che la Vento reputasse che esistessero queste circostanze, se così pensano tutti? E se tutti si comportano di conseguenza?
Né importa che quelle frasi abbia scritto sul proprio blog, rendendosi così facilmente identificabile. È noto che le miriadi di persone che si nascondono dietro uno pseudonimo (naturalmente chiamato nickname, perché pseudonimo è parola italiana) sono lo stesso identificabili, quanto meno dal server; e la Polizia Postale non avrebbe difficoltà, a pescarli.
Ma forse la stessa Polizia – è ironico ipotizzarlo - pensa anch’essa che quelli che vomitano insulti e parolacce in fondo esercitano il diritto alla libera manifestazione del pensiero.  Se così possiamo chiamarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
23 maggio 2011

(1)http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_maggio_20/flavia-vento-condannata-per-insulti-blog-190688450579.shtml 
CULTURA
23 maggio 2011
KEEP SMILING
Una barzelletta che raccontava Ronald Reagan. Nell’Urss per avere un’automobile si dovevano mettersi in coda, presentare mille documenti, pagare l’intero prezzo e infine aspettare anni. “Fra quanto tempo mi darete la macchina?” “Fra cinque anni esatti”. “Di mattina o di pomeriggio?” “Che importanza ha, fra cinque anni?” “Il fatto è che di mattina aspetto l’idraulico”.
La moglie del tycoon confida all’amica: “Mio marito guadagna un mare di denaro ed ha centinaia di persone ai suoi ordini ma ultimamente è molto stressato. Figurati che stamattina ha baciato l’uovo sodo e mi ha dato col cucchiaio dei colpetti sulla testa”.
 “Domenica vado a cavalcare”. “Non credo, gli risponde la moglie. Poco fa ha telefonato la cavalla e ha detto che ha un impegno di lavoro”.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 23/5/2011 alle 10:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
22 maggio 2011
MOLLICHINE
Corriere. “Battuta dal marito”. Chiamiamo i carabinieri? No, gli scrutatori. Erano candidati a sindaco.  
Obama. Reset: “Israele torni ai confinti del ’67”. E gli arabi tornino ad attaccarli.
Corriere. Ivrea. “Madre e figlio si uccisero vent’anni fa. Il padre e l’altro figlio li imitano”. I nipoti si suicideranno fra quarant’anni.
Spazio. “È pronto il cacciatore di antimateria”. Chissà che non trovi anche il Terzo Polo.
Corriere. “Carceri sovraffollate, i detenuti in sciopero della fame”. Di questo passo, niente carceri sovraffollate.
Scalfaro al Gemelli dopo una caduta. A volte i vecchi sentono male. Era Berlusconi, che doveva cadere.
Siria e Libia geograficamente lontane. La prima confina con la Realpolitik, la seconda con la Morale Internazionale.
Corriere. Fli non si schiera. “Né l’uno né l’altro”. Aspetta di avere il 51% dei voti.
Ruby: “Non vedo l’ora di parlare in Tribunale”. Che avete capito? Non ballare, parlare!
Napolitano, sul lavoro: “Tutelare la parte contrattualmente più debole”. Finalmente una parola a favore degli imprenditori.
Pisapia: “Stop alla spartizione politica degli assessorati”. Lui li sorteggerà?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
21 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 22/5/2011 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 maggio 2011
LA PACE IN PALESTINA: BASTA VOLERLA
Riguardo al problema palestinese Barack Obama, come tutti, vorrebbe essere il “Salvatore”. Colui che risolve il problema che nessuno prima ha risolto. Solo che  a volte gli altri non ce l’hanno fatta semplicemente perché nessuno poteva farcela.
Per secoli gli studiosi si sono impegnati a risolvere la quadratura del cerchio e il più geniale di loro è stato colui che ad un certo momento dimostrò che il problema era irresolubile.
In Palestina tutti vorremmo “due popoli e due Stati”. E la cosa è facilissima. Basti pensare che S.Marino è indipendente e tuttavia esso convive sulla penisola italiana con uno Stato che potrebbe farne un solo boccone. Ma da un lato la Repubblica Italiana non ha mire aggressive o annessionistiche, dall’altro S.Marino non si propone affatto come una base per attacchi militari o terroristici contro la Repubblica Italiana. In queste condizioni, la coabitazione può durare indefinitamente, perfino quando si tratta di nazioni grandissime come gli Stati Uniti e il Canada, la cui frontiera è largamente inesistente per gran parte del territorio.
La premessa della convivenza di due Stati indipendenti dipende esclusivamente dalle loro intenzioni. Se sono pacifiche, può essere indipendente anche uno Stato perfettamente disarmato (Lo Stato della Città del Vaticano); se non lo sono, lo Stato più forte limita la sovranità dell’altro nella misura che ritiene necessaria.
Israele ha avuto la prova e la riprova (1948, 1967, 1973) che dalla ex Cisgiordania e dalla Siria possono partire attacchi intesi ad annientarla. Perfino col pericolo di un genocidio. Ma gli aggressori hanno perso tutte le guerre e il risultato per gli sconfitti è un’autonomia economico-amministrativa che non somiglia affatto alla piena sovranità. Perché, se ne disponessero, se ne servirebbero per chiamare a raccolta tutti gli alleati arabi e sferrare ancora un attacco. Non si vede proprio perché Gerusalemme dovrebbe permettere che questa aggressione parta da posizioni di grande vantaggio territoriale.
Sui giornali abbiamo letto che, secondo il Presidente degli Stati Uniti, gli israeliani si dovrebbero ritirare da tutti i Territori Occupati, tornando alle frontiere del 1967. E ci siamo subito chiesti: quelli di prima o di dopo la Guerra dei Sei Giorni?
Ma anche se Obama si riferisse al territorio israeliano quale è risultato dopo la guerra del 1967 la proposta rimarrebbe inaccettabile. Israele non può rinunciare alla sua storica capitale in cui gli arabi, quando era sotto il loro potere, non permettevano agli ebrei di andare a pregare. E non possono rinunciare alle alture del Golan. Economicamente quel piccolo territorio non vale niente ma da esso si domina la valle sottostante e la Siria a suo tempo se ne serviva per attaccare Israele con l’artiglieria. In conseguenza della guerra Israele si è annessa Gerusalemme e poco altro, esclusivamente per fini difensivi. E dal momento che questi fini vanno salvaguardati ancora oggi (basterà rileggere i proclami di Hamas) Gerusalemme non porgerà volontariamente il proprio collo al boia.
La soluzione non è quella di un trattato. Anche se il futuro Stato palestinese facesse le migliori promesse e anche se firmasse e controfirmasse i massimi impegni di pace, uno Stato non è tenuto a mantenere la parola. È questa la vera sovranità. L’unica garanzia, per l’aggredito, è che l’aggressione sia impossibile o tecnicamente perdente: cosa che si realizza innanzi tutto impedendo al futuro aggressore di disporre di armi pesanti.
Due popoli due Stati, dunque: ma uno con l’aviazione e uno senza, uno con i carri armati e uno senza, uno con i missili e l’altro senza. Uno con la bomba atomica e uno senza. Uno sovrano e l’altro no.
La pace in Palestina è tuttavia facile, ma partendo dall’altro estremo: non un trattato che realizzi la pace, ma una pace che renda superfluo il trattato. Se i palestinesi smettessero di volere eliminare Israele dalla realtà come l’hanno eliminato dalle loro carte geografiche, la pace sarebbe per domani e la Palestina non sarebbe meno indipendente del Libano o della Giordania. Se invece i palestinesi rimarranno attaccati ai loro bellicosi sogni di rivincita e di sterminio degli israeliani, non hanno avuto l’indipendenza dal 1948 e forse non l’avranno neppure fra cinquant’anni. Quand’anche Obama facesse discorsi tanto belli da indurci tutti al pianto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
21 maggio 2011




permalink | inviato da giannipardo il 21/5/2011 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
20 maggio 2011
MOLLICHINA
La Nato affonda otto unità da guerra di Gheddafi. Pare che le navi inseguissero i civili per le strade di Misurata facendo strage di donne e bambini.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 20/5/2011 alle 14:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
19 maggio 2011
KEEP SMILING
Una barzelletta messicana
Il semaforo divenne verde al momento in cui stava per affrontare l’incrocio e, come c’era da aspettarsi, il conducente fece ciò che doveva: si fermò sulla linea di passaggio dei pedoni, anche, se accelerando in tempo, sarebbe riuscito a passare col giallo, prima che scattasse la luce rossa.  La donna che stava nell’automobile dietro di lui era furiosa. Suonò il clacson per un bel po’ e fece commenti negativi ad alta voce, lamentandosi che solo per colpa di quel tale non aveva potuto superare quell’incrocio… e, per colmo, le cadde il cellulare e le si rovinò il trucco.
Mentre continuava ad imprecare, udì che qualcuno le bussava al vetro della portiera. Lì, fermo accanto a lei, c’era un poliziotto che la guardava con severità. L’uomo le ordinò di uscire dall’auto con le mani sulla testa e la portò al commissariato, dove la perquisirono da cima a fondo, le fecero delle fotografie, le presero le impronte digitali e la chiusero in una cella. Dopo un paio d’ore un poliziotto si avvicinò alla cella e aprì la porta. La signora fu scortata fino al bancone d’ingresso dove l’agente l’aspettava con tutti i suoi effetti personali:
“Signora, sono molto dolente per questo errore”, le spiegò. “Le ho ordinato di scendere mentre lei stava suonando disperatamente il clacson, quasi cercando di passare sopra la macchina che la precedeva, maledicendo il conducente, gridando improperi e dicendo parolacce. Mentre l’osservavo, mi accorsi che dal suo retrovisore pendeva un rosario, la sua automobile ha sul paraurti un adesivo che dice “Che farebbe, Gesù, al mio posto?”, sul cruscotto c’è la scritta “Io ho scelto la Vita” e il simbolo cristiano del pesce. Naturalmente ho pensato che l’automobile fosse rubata…”
(Trad.di Gianni Pardo)

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 19/5/2011 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
18 maggio 2011
LA VITTORIA DEL MALUMORE
Ciò che è fastidioso, riguardo alla recente tornata elettorale, è la sicurezza delle diagnosi. Si possono perdonare i politici che hanno il dovere professionale di nascondere le sconfitte ed esaltare le vittorie (anche esagerandole) ma il cittadino disinteressato deve cercare soprattutto di capire. E per cominciare deve aspettare la riprova dei ballottaggi: la prudenza è doverosa.
La stanchezza degli elettori nei confronti del centro-destra sarebbe naturale. Non solo le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente un insuccesso per la maggioranza ma recentemente l’attivismo per non dire l’estremismo di Silvio Berlusconi è suonato artificiale e poco credibile. Il Cavaliere è convinto che nessuno conduce le campagne elettorali meglio di lui e si è tanto strapazzato e sovraesposto da provocare un sentimento di saturazione. Lo si è visto nel dimezzamento delle preferenze a suo favore. Né gli è stata utile la Lega che, troppo sicura della propria base, ha giocato a distinguersi. Fino ad indebolire il fronte comune. Qualcuno a questo punto parla di fase calante o addirittura conclusiva del berlusconismo e questo potrebbe essere un pio desiderio. Non solo il Cavaliere ha già dimostrato di avere nove vite, di essere capace di tornare dall’Elba indefinite volte, ma l’interpretazione potrebbe essere tutt’altra. L’elettorato è solo stanco del centro-destra? solo di Berlusconi?
Le avvisaglie di uno stato d’animo esasperato in tutte le direzioni si sono avute già da prima. È significativa l’esistenza di un personaggio anomalo, parolaio e sostanzialmente inconsistente come Nichi Vendola che ha successo non perché sostenuto dal partito, ma proprio perché opposto al partito. A Milano un suo uomo, Pisapia,  è stato candidato contro la volontà del  Pd e poco importa che oggi questo stesso Pd, in nome del principio che i nemici dei miei nemici sono miei amici, ne vanti il successo come cosa propria. Altro segnale è, a Napoli, la candidatura non concordata e non gradita di un uomo allarmante come De Magistris. Il quale poi per giunta riesce a fare le scarpe al candidato ufficiale. Desolante è infine il successo dei grillini che non solo a Bologna hanno sfiorato un assurdo dieci per cento, ma che ora, in vista dei ballottaggi, dichiarano che non sosterranno nessuna delle due coalizioni. Proclamando così alto e forte di non essere solo contro Berlusconi ma anche contro il Pd. Non sono contro un uomo o un partito, sono contro tutti. Contro il sistema.
Contro il sistema? Beppe Grillo e i suoi non si rendono conto che il sistema si chiama democrazia? Non solo i difetti non ne cambiano la natura – ché anzi sono ad essa più o meno connaturati – ma l’alternativa è  la dittatura. Dovremmo sperare nella dittatura di Grillo?
In ogni modo, se l’elettorale è stanco di Berlusconi, delle sue mattane e dei suoi eccessi, se non ne può più del marasma del Pd e delle liti in tutti i partiti, le amministrative sono l’occasione sognata per manifestare il proprio malumore. Da esse non dipendono né la linea del governo né l’orientamento economico. Conclusi gli scrutini, si tornerò alla vita di sempre. A Napoli, per come vanno le cose, chi sia il sindaco serve soltanto per sapere chi bisogna stramaledire per la spazzatura nelle strade. Il voto per Grillo – se non dipende dal disorientamento culturale dei giovani – corrisponde a piangere e pestare i piedi per terra come dei bambini.
L’ipotesi fondamentale è che queste elezioni le abbia vinte alla grande il malumore del Paese. Purtroppo gli italiani che imprecano contro lo Stato (opposizione inclusa) non si rendono conto che lo Stato sono loro. La classe politica li rappresenta perfettamente. Imprecare contro il sistema è come imprecare profusamente dopo avere sbattuto un ginocchio contro uno spigolo. Uno spigolo innocente. Prova ne sia che non tutti ci vanno a sbattere e che anzi siamo noi che l’abbiamo messo lì.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
18 maggio 2011




permalink | inviato da giannipardo il 18/5/2011 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
17 maggio 2011
KEEP SMILING
Un uomo osserva tre quadri in un museo. Su uno c’è un pane bruciacchiato; su un altro un annegato sulla riva; sul terzo una donna con un bambino sul braccio. L’uomo chiede al guardino se c’è un significato comune e quello, bisbigliando: “Tirato fuori troppo tardi…”
 “Caro, dice la moglie a letto dopo trent’anni di matrimonio, oggi è il nostro anniversario. Ti ricordi, mi hai preso la mano!” Lui le prende la mano. “E mi hai dato un bacio”. Lui la bacia. “E mi hai mordicchiato i seni”. Lui balza fuori dal letto e lei gli chiede interdetta: “Dove vai?” “In bagno, a prendere i miei denti”.
 “Caro, se fossi costretto a vivere in un’isola deserta, che donna vorresti, accanto a te, una bella o una intelligente?” “Ma no, cara, lo sai che amo solo te”.
Un giovane dice all’amico sposato: “Ho sentito che ora fai parte di una corale. Come tenore o come baritono?” “Né l’uno né l’altro: come scusa”.
Il Postino: “Mi scusi, abita un signor Uccello, in questo palazzo?” “Sì, quarto piano, secondo corridoio, interno 3. Si chiama Passero”.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 17/5/2011 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
14 maggio 2011
LA FILOSOFIA DEL LEONE
La filosofia è necessaria? A questa domanda molta gente ri­sponderebbe che non solo non è neces­saria, ma non serve a niente: "Io non me ne sono mai occupato e la mia vita è andata benissimo lo stesso ". Sembra un ragionamento valido e tuttavia basterebbe rispondere: "Ti sei mai occupato di far sì che il tuo cuore batta? E tutta­via non negherai la necessità del battito del tuo cuore".
Nella vita tutti seguiamo dei prin­cipi. Anche coloro che non sanno che cosa sono i principi. Persino gli animali e le piante seguono regole, soprattutto economiche. Un leone che ha mangiato non caccerà uno gnu neanche se gli capita a portata di zampa. Se invece è affamato, è disposto a strapazzarsi pur di procurarsi il cibo. Fra questi due estremi avverrà che, non del tutto sazio e non del tutto affamato, il leone esiterà se cacciare o no. Come chi si chiedesse: che devo fare, mi devo riposare o devo procurarmi il prossimo pasto? Dopo il principio della soprav­vivenza dell'individuo e della specie, gli animali seguono il principio del piacere.
Il fatto che in natura vengano applicati principi economici non deve stupire. Non solo il corso di un fiume è estre­mamente economico, ma in natura sono infiniti gli esempi in cui un predato­re scopre che è più facile rapinare predatori più piccoli che cacciare in proprio. Lo fa anche sua maestà il leone a danno della iena e il leopardo è talmente scottato dalle malefatte di questo augusto ladro che per sicurezza le sue prede le trascina sugli alberi.
Sarebbe azzardato affermare che gli animali vivano secondo una certa filosofia e tuttavia, se si riporta in termini filosofi­ci quanto si osserva in natura, può dirsi che l'individuo segue la regola del piacere di vivere e di riprodursi, e poi di quello acces­sorio di riposare, grattarsi, gioca­re. Se per i comportamentisti il termine piacere è problematico, ci si può limitare al fatto che gli esseri viventi fanno di tutto per quegli scopi: e ci deve essere una molla che li spinge. Questa molla nell’uomo si chiama piacere (o fuga dal dolore).
Gli animali superiori, senza saperlo, sono sempre epicurei. Gli uomini invece concepiscono diversi modi di organizzare la propria vita. I cristiani ad esempio hanno come filosofia ispiratrice quella aristoteli­co-tomista e lo scopo fondamenta­le della loro esistenza è la salvezza dell'anima. I miscredenti al contrario fanno quello che hanno voglia di fare e seguono la stessa filosofia degli animali: teoria tutt'altro che disprezzabile, sia detto di passaggio, se è vero che Epicuro è uno dei più grandi filosofi dell'antichità.
Il fatto che l’uomo sia cosciente del proprio scopo fondamentale non è privo di conseguenze in campo pratico. Mentre l'animale è incapace di avere idola (e per conse­guenza è incapace di commettere errori “filosofici”) l'uomo vive da sempre annegato in un mare di pregiudizi, di prin­cipi sociali, di ideali e di mode. Soprattutto se non ha chiaro quale sia la ratio fondamentale della propria vita, gli capiterà di avere atteggiamenti assurdi.
Si prenda un uomo che vive per il piacere e si reputa un saggio risparmiatore. Gli altri lo considerano uno spilorcio e gli chiedono: “Perché metti da parte? Quando e in che modo trarrai vantaggio dal tuo denaro?” L'avaro, sapendo di avere dalla sua espressioni come "la previ­denza", "la virtù del risparmio", "l'immoralità della spreco", si farà forte di queste belle parole. Ma sarà facile dimostrargli che ha torto: perché ha molto più denaro di ciò che gli serve e nel frattempo non si concede nessun piacere. Per essere prudente gli basterebbero un paio di assicurazioni. La virtù del risparmio è stata inventata per educare lo sprecone, non l’avaro. Il quale tuttavia si salverebbe se dicesse umilmente: "So che di questo denaro non farò mai nulla ma il mio hobby è accumularlo. Spenderlo non mi diverte, accumularlo sì".
La presa di coscienza della filoso­fia secondo la quale viviamo ci può servire o a rendere coerente la nostra vita o ad avvertirci che essa non è coerente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
2001




permalink | inviato da giannipardo il 14/5/2011 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
13 maggio 2011
PERCHÉ BEPPE GRILLO NON È UN CRETINO
Beppe Grillo non merita abbastanza stima perché si stia ad esaminare il suo comportamento, il suo linguaggio e la sua azione politica. Pierluigi Battista (1)  gli rende troppo onore, quando stigmatizza con molta ironia gli insulti che il comico distribuisce a pioggia, a Vendola, a Berlusconi, a Prodi, a Napolitano, a Pisapia e perfino alla Montalcini: ha il coraggio di chiamare “puttana” un’ultracentenaria.
Se Beppe Grillo si comporta in quel modo ed ha successo, non serve condannarlo: bisogna cercare la spiegazione del fenomeno. Magari partendo da qualche lustro fa.
In Italia il crollo del comunismo è pressoché coinciso con l’inizio del berlusconismo. Purtroppo, lo scontro fra un post-comunismo che si credeva vincente e un berlusconismo che pareva un passeggero fenomeno da baraccone, si risolse immediatamente con la vittoria di quest’ultimo e gli eredi del Pci non seppero spiegarsela. Anzi, non seppero darsi pace e concepirono un tale implacabile odio per il disturbatore da dimenticare che non si vince solo dicendo che l’avversario è brutto, sporco e cattivo: bisogna anche condurre una battaglia propositiva. Per anni hanno creduto che bastasse chiamare partito di plastica il partito che li batteva, senza capire che così dimostravano che la vera plastica è migliore del falso acciaio.
Il risultato è stato una straordinaria polarizzazione personale. Da un lato Berlusconi e dall’altro quelli che lo odiano, che vorrebbero abbatterlo con qualunque mezzo e con l’aiuto di chiunque: dai magistrati al Presidente della Repubblica, dalla stampa alla Corte Costituzionale, dalla Chiesa ai giornali stranieri. Se il diavolo dice male di Berlusconi, viene accolto come un fratello. Anche se è un notorio leader di destra, un “ex-fascista”, come direbbero loro. E dimenticando nel frattempo gli elettori.
I furbi (i contadini lo sono) hanno subito capito che la gara era a chi è più antiberlusconiano. Tu dici che Silvio è scorretto? Io dico che è un pericolo per la democrazia. Tu dici che è immorale? Io dico che è la vergogna del mondo. Antonio Di Pietro ha fatto un’eccellente concorrenza al Pd non con idee migliori ma con un estremismo più feroce e insulti più cocenti. Al punto da farsi rimproverare in Parlamento dall’ “alleato oggettivo” Gianfranco Fini.
Ma anche lui ha fatto male i suoi calcoli. Ha creduto che la sua antologia di contumelie fosse imbattibile e in realtà, come diceva Nenni, c’è sempre un più puro che ti epura. Per quanto si possa credere di essere arrivati all’ultima Thule, c’è qualcuno capace di andare un po’ più lontano. È come nell’asta: basta dire “più uno”. Il metodo ha fatto scuola e il risultato è Beppe Grillo.
Questo comico non viene dalla Luna. Ha capito che doveva dire le cose che dice Di Pietro, ma con maggiore violenza. Per lui è divenuta una colpa persino non essere giovani. È contro tutto e contro tutti, in base al principio che la situazione è sbagliata e bisogna ricominciare a ricostruire la società dalle basi. Magari con la non ricandidabilità di chi ha già fatto politica. Come dire che ad ogni Grand Prix ci vogliono piloti nuovi.
Naturalmente sono discorsi fantasiosi. La società è com’è. Non è che gli uomini, una volta che hanno votato per Grillo, divengono per miracolo altruisti e incorruttibili. Natura non facit saltus. Ma in realtà questi demagoghi non sono interessati al modo in cui si governa il Paese. Più furbi dei dirigenti del Pd hanno capito che con questo sistema non si va al potere e che, se si è condannati all’opposizione, in essa ha più successo chi è più apocalittico. Per questo a Grillo non interessa il fatto che la sua azione danneggi la sinistra.
Il Pd non rappresenta un’opposizione credibile ed è triste vederlo inseguire i demagoghi. Non è: “con questi dirigenti non vinceremo mai”, come gridava Nanni Moretti; è: “con questi metodi non vinceremo mai”. E qualcuno, a sinistra, queste cose le dice. Ma nel Pd continuano a giocare a chi è più duro:  personaggi come la seriosa Finocchiaro e l’acida Bindi, il greve Bersani e il velenoso Franceschini.
Neanche chi adora Berlusconi può essere contento di questa opposizione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
13 maggio 2011

(1)http://video.corriere.it/grillo-insulta-vendola/4bddede4-7d4a-11e0-9624-242b96a6d52e

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. BEPPE GRILLO DIPIETRO DEMAGOGIA PD PISAPIA

permalink | inviato da giannipardo il 13/5/2011 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
12 maggio 2011
UNA DOMANDA SULL'ISLAM
Una statistica riguardante il numero di musulmani nel mondo e le percentuali nei vari Paesi rivela la straordinaria diffusione di questa religione (1).
È vero che essa ha meno adepti del Cristianesimo, ma è anche vero che il Cristianesimo ha soppiantato religioni politeiste o religioni primitive, mentre l’Islamismo ha soppiantato il Cristianesimo, se pure accettandone gran parte: riconosce la Bibbia, adotta il più rigido monoteismo di origine ebraica, assegna a Gesù il ruolo di profeta. Insomma sembra più un’eresia cristiana di successo che un’autonoma religione.
Un’ipotesi è che il Profeta, come tanti “eretici”, abbia voluto ritrovare la fede primitiva, depurandola da tutti gli elementi che l’avevano falsificata e involgarita. La sua “rivoluzione” - che per tanti corrisponde a “grande innovazione” - in realtà indica il ritorno al punto di partenza. È rivoluzione il movimento della Terra intorno al Sole.
Nella misura in cui può esserlo una religione, l’Islàm è notevolmente razionale. Maometto comincia col ritenere assurdo che un uomo sia contemporaneamente un uomo e un dio. Dio ce n’è solo uno, è invisibile e ineffabile e non solo è contraddittorio che possa incarnarsi, ma è anche sbagliato rappresentarselo sotto forma umana. Per sradicare questa brutta abitudine (che pure ci ha dato la straordinaria statuaria greca) impone l’iconoclastia più radicale, e per evitare che si passi, per così dire, dall’adorazione dell’immagine di Gesù all’adorazione del Vitello d’Oro, vieta qualunque rappresentazione di esseri animati. Ecco perché la Moschea deve essere spoglia: essa deve suggerire l’idea che Dio va adorato senza cercare di immaginarselo e senza concentrare la propria attenzione su un oggetto quale che sia.
Se si è tolto dal Pantheon Gesù, figurarsi se potevano rimanerci la Madonna e i Santi.
Un secondo elemento di “razionalità” è il concetto musulmano di Divina Provvidenza. Se Dio è onnisciente, se può tutto e se si occupa dell’umanità (diversamente non ci sarebbe la religione) ne consegue che da un lato Egli sa tutto ciò che avviene e dall’altro permette che avvenga: diversamente potrebbe intervenire. Se non interviene, è segno che reputa giusto che le cose vadano come vanno. E dal momento che Allah è buono e misericordioso, dovrebbe andar bene anche a noi. Islàm significa abbandono alla volontà di Dio.
Nel Cristianesimo vige al contrario una regola contraddittoria: “aiutati ché Dio ti aiuta”. E il pio musulmano può sempre obiettare: se Dio vuole una cosa, non ha bisogno del mio aiuto. E se non vuole, che diritto ho io di contrastare la sua volontà?
Purtroppo, questo ragionamento si è sposato con l’indolenza araba dando origine alla arretratezza dei Paesi islamici. Ma l’errore è nel concetto di Divina Provvidenza in sé (di cui non si vede traccia nella realtà) piuttosto che nelle conseguenze che ne ricava Maometto.
La massima perplessità nasce tuttavia dal successo dell’Islàm. Non si fa razzismo, si fa questione di livello di civiltà. Non c’è dubbio che anche nel Settimo e nell’Ottavo Secolo l’Occidente era più sviluppato, colto e profondamente romanizzato dell’Arabia. Qui molti abitanti erano ancora dediti al nomadismo. Gli eruditi ci saranno pure stati ma c’erano certamente più persone colte in Occidente (si pensi ai monaci) che altrove. Come mai in Europa si è rimasti legati alla doppia natura di Gesù e al nostro popolatissimo Pantheon, mentre in Arabia, nel Maghreb, in Africa, in Pakistan e persino in Indonesia le folle si sono convertite a questa religione astratta, essenziale, meno “illogica” del Cristianesimo?
È vero che l’Islàm offre all’individuo un principio molto comodo: quello della totale deresponsabilizzazione. Perfino gli impegni che si prendono sono meno cogenti che nel mondo cristiano. Noi diciamo “lo farò”, loro dicono “lo farò, Insciallah, se Dio vuole”. E se non lo farò vorrà dire che Dio non ha voluto. Non sarò l’unico responsabile. Ma a fronte di questo vantaggio, per così dire “giuridico”, viene a mancare il conforto di un Dio che, essendo (stato) anche uomo ci è molto vicino, ci può amare da uomo e può essere amato come si ama un uomo. Le suore sono “spose di Cristo”. Inoltre, se non si osa sperare nell’aiuto di Dio Padre, si può essere devoti di un Santo piccolo e periferico, Padre Pio, che si sentirà onorato della nostra attenzione e forse si occuperà con più cura di noi. Come un deputato di provincia.
Indubbiamente i paralleli fra le due religioni sono molto più numerosi, e ciascuno è capace di farli da sé. Ma la domanda rimane: come mai l’Islamismo ha attecchito presso i popoli arretrati e non nell’Europa Occidentale? Qual è stato il fascino che ha spinto popolazioni pressoché primitive a preferirlo al Cristianesimo, tanto più vicino ad un’umanità che ha difficoltà con le astrazioni, che ha bisogno di immaginare Dio come un Uomo Amico, e che per millenni, dovunque, a parte gli ebrei, è stata dedita al politeismo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
12 maggio 2011

http://www.islamicweb.com/begin/population.htm  




permalink | inviato da giannipardo il 12/5/2011 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
11 maggio 2011
MOLLICHINE
Corriere. “Per aiutare i giovani tagliamo le loro tasse”. Prima di arrivare all’ultima parola ero spaventato.
Bersani: “Io Davide contro Golia”. Berlusconi prima nano e poi Golia.
Berlusconi. Battuta: Se a Napoli i giudici chiudono le discariche, è segno che la sinistra non si lava. Battuta di Bersani: Se la sinistra si lava poco, è perché è più pulita. Per dimostrare che sono pulitissimo, non mi laverò mai più.
Più potere al Premier. “Cioè a me”, traducono i giornali. Pensando dunque che Berlusconi sarà Premier in eterno.
Agcom: “Premier sovraesposto in tv”. Insomma, la smetta di fare notizia.
Coppia di anziani coniugi: “C’è un coccodrillo!” Ma era di plastica. Di questo passo, omicidio per gelosia: lui aveva una bambola gonfiabile.  
La Nato: “Gheddafi non è un bersaglio”. Insomma, gli sparano: ma senza mirare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
11 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. umorismo humour

permalink | inviato da giannipardo il 11/5/2011 alle 7:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
10 maggio 2011
IL DOVERE DI SOLIDARIETA' NON È MORALE

Moltissime persone reputano che vivere seguendo le regole della morale sia un comportamento lodevole e disinteressato. Lodevole è, disinteressato no.
Nessuno direbbe che i cani sono immorali (anche se per Maometto erano impuri)  e i gatti morali: è già stupida la semplice ipotesi. La categoria della moralità è estranea agli animali. In realtà i comportamenti sono altruistici o egoistici secondo le necessità della specie. I mammiferi superiori hanno un atteggiamento molto “morale” - a volte fino al sacrificio di sé – quando si tratta di allevare e difendere i propri piccoli: ma non è che siano più morali delle tartarughe che depositano il loro uovo e se ne vanno; è che i loro piccoli abbisognano di cure parentali molto più lunghe e molto più accurate di quelle di cui ha bisogno una tartaruga appena nata. Se i mammiferi non avessero un forte istinto materno, la specie si estinguerebbe.
Un altro atteggiamento “morale” nasce dal modo di caccia. Chi si procura il cibo da solo (squalo, gatto, orso polare) in generale non mostra nessuna solidarietà per i congeneri. Quelli che invece cacciano in gruppo sanno per istinto che la loro sopravvivenza dipende dalla collaborazione. E per questo hanno comportamenti “morali”: del resto la parola “morale” deriva da mores, costumi, abitudini di un gruppo. Le leonesse per esempio, andando a caccia, adottano precise strategie comuni. I canidi fanno altrettanto e la “coscienza” del fatto che per vincere bisogna agire come parte di un tutto è tale che il primo che riesce ad azzannare la preda non allenta il morso neppure se colpito e ferito. Eroismo? Sì e no. Il canide sa che la caccia riesce se nessuno si risparmia. Quasi pensasse: può darsi che io muoia ma il branco mangerà. Purtroppo questo istinto si manifesta ancora quando un cane addenta il polpaccio di qualcuno.
La solidarietà nasce dalle necessità della specie ma l’umanità porta le proprie pulsioni sul piano della coscienza, dimentica la loro origine utilitaria e le “nobilita” con bei discorsi. Ecco perché si ha tanta stima dell’amore materno, dell’aiuto vicendevole, della generosità, del sacrificio. Tutte cose positive: ma che vediamo positive perché siamo una specie sociale. Se fossimo gatti, con l’eccezione dell’amore materno, guarderemmo con stupore a questi principi. E non perché da gatti saremmo immorali: semplicemente perché da adulti non avremmo bisogno di nessuno (o magari soltanto di essere un po’ più previdenti nel traversare la strada) mentre da piccoli non sopravvivremmo senza l’aiuto di mamma gatta.
Lasciando da parte i comportamenti del singolo, ci si può porre il problema del comportamento dei gruppi. Questi agiscono come organismi unitari: se vedono un altro gruppo in difficoltà, di solito gli dànno una mano. Ma se lo vedono come un pericolo, o se soltanto lo sentono “diverso”, la solidarietà non esiste più. Qui il dovere morale incontra un limite nel tragico istinto umano della guerra.  
Questa regola vale per i gruppi allogeni e per l’immigrazione, proprio perché quest’ultima dà origine a gruppi allogeni. Quando i “diversi” superano una certa percentuale – anche meno dei dieci per cento – la maggioranza comincia a guardarli con ostilità: e chissà che questa non sia una delle cause dell’antisemitismo. E non è neppure necessario essere peggiori o migliori: basta che si stabilisca una qualunque frontiera che faccia dire “loro” e “noi”.
I “diversi”, a loro volta, guardano con ostilità la maggioranza: ed ecco le rivolte nelle banlieue francesi.
Per l’immigrazione il “dovere della solidarietà” di cui parlano tante degne persone è da discutere in questi termini: o i nuovi arrivati non costituiscono un pericolo e possono anzi essere utili, e dunque vanno accolti con benevolenza e sostenuti nelle loro difficoltà; oppure essi costituiscono un pericolo e allora bisogna impedirne l’arrivo. Per questo gli uomini politici farebbero bene a non usare come un’arma sicuramente vincente “il dovere di solidarietà”. Se la gente sente gli immigranti come un pericolo, quel famoso dovere non esisterà più.
La cosa giusta da fare, secondo le convinzioni di ciascuno, è spiegare che gli immigranti ci possono essere utili e non dobbiamo averne paura. Se questa è la verità, e se si riesce a far pervenire il messaggio, tanto di guadagnato. Ma se non è la verità, o se non si riesce a convincere il popolo, parlare di “dovere di solidarietà” è solo un modo per aprire la bocca e non dire niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
10 maggio 2011



permalink | inviato da giannipardo il 10/5/2011 alle 20:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
9 maggio 2011
LA SOLUZIONE ISRAELIANA
Gli esperti concordano sul punto che la morte di Bin Laden non cambierà di molto il quadro del terrorismo internazionale. Più che un deterrente, essa potrebbe apparire come un esempio di martirio da seguire. È stato anche detto che la recente, inequivocabile dichiarazione americana di inaffidabilità del Pakistan nella lotta contro il terrorismo potrebbe condurre alla fine dell’alleanza. Come se non bastasse, gli avvenimenti del Nord Africa non sono tranquillizzanti. La rimozione di Mubarak, accolta con giubilo da Obama, non solo non ha ancora portato alla democrazia (ché anzi il potere dei militari è stato esteso ed accresciuto) ma sono aumentate le aperture ai Fratelli Musulmani ed è stato tolto il blocco di Gaza. E l’Egitto è il baricentro del Vicino Oriente. La stessa Libia del dopo Gheddafi potrebbe facilmente deragliare verso il campo integralista (che successo, per Francia e Regno Unito!) e c’è l’incognita di una Siria che potrebbe divenire un ancor più servile avamposto iraniano.
La prospettiva potrebbe essere quella di una radicalizzazione di tutti i Paesi musulmani, dalla frontiera del Marocco al Pakistan, per non parlare dell’Indonesia o della Nigeria. In che modo l’Occidente potrebbe confrontarsi con un simile mondo, ferocemente nemico? In passato si è seguito il principio del divide et impera: si è cercato di trovare alleati locali da opporre agli Stati Canaglia. Il nuovo quadro internazionale pone invece la domanda: come comportarsi, se non si trovano alleati e il fronte avversario è composto pressoché unicamente da Stati Canaglia?
Il problema sembra drammaticamente insolubile e tuttavia presto ci si accorge che la soluzione l’abbiamo sotto gli occhi. Uno Stato Normale (S) ha parecchio da temere da uno Stato Canaglia (C) solo se quest’ultimo è il più forte. Può allora temere di essere conquistato ed oppresso; e qualcosa ha ancora da temere se ha relazioni con esso: ne possono infatti partire sabotatori, terroristi e attentatori suicidi che, con mezzi relativamente modesti, possono rendergli la vita difficile. Ma se S è il più forte, la soluzione esiste ed Israele l’ha adottata da tempo: interrompere qualunque rapporto. Da quando quel piccolo Stato ha reso impermeabili le sue frontiere con una recinzione insormontabile, vive in pace e tranquillità. Uno sporadico attentato Israele lo mette nel conto, come è messo nel conto dagli altri Stati occidentali, ma il terrorismo è stato disinnescato e non conta più. Nei negoziati i palestinesi hanno ormai ben poco da offrire. La pace, la cessazione del massacro dei suoi cittadini innocenti, Israele l’ha realizzata da sé.
La soluzione va completata con la tecnica della rappresaglia. Per fare un esempio assurdo: se Copenhagen fosse la capitale di uno Stato Normale, Lubecca appartenesse ad uno Stato Canaglia e da essa partissero razzi o quelle altre offese che una frontiera non ferma, Copenhagen potrebbe mandare i suoi aerei, o le sue truppe, per un raid che, evitando i problemi e i costi di una occupazione, impartirebbe una severa lezione alla città (il modello è l’operazione Cast Lead, Piombo Fuso).
Sia detto en passant, la straordinaria lucidità politica e militare che Israele ha dimostrato dal 1948 non dipende dalla superiorità della menti ebraiche, dipende dal fatto che questo Stato si è sempre trovato in pericolo di vita. Ciò gli ha dato ogni volta il coraggio di fare ciò che era necessario, senza troppe preoccupazioni. L’Occidente commette grandi errori perché è troppo sicuro di sé. Un giorno potrebbe finalmente spaventarsi e far sapere al resto del mondo che non ha intenzione di attaccarlo ma di essere pronto, se attaccato, ad uscire dai suoi bastioni e a distruggere l’aggressore.
La prospettiva non è divertente ma quando le soluzioni gradevoli sono impraticabili bisogna adottare quelle sgradevoli. Rimarrebbero grandi difficoltà, derivanti anche dalle proporzioni degli Stati presi in considerazione, ma l’Occidente non ha ancora usato tutte le armi di cui dispone. Fino ad atti di forza come imbarcare su nostre navi gli immigranti illegali arrivati via mare e depositarli manu militari, con mezzi da sbarco, sulla battigia libica. Eventualmente reagendo con le armi a qualche difficoltà fatta dalla marina o dai soldati locali.
Si potrebbe addirittura vietare l’ingresso di tutti i cittadini di un dato Paese salvo quelli forniti di passaporto diplomatico e senza le guarentigie della “valigia diplomatica”. Insomma si potrebbe trattare uno Stato come Gaza, che favorisce apertamente i terroristi, con la prudenza e col disprezzo con cui si tratta un criminale pazzo.
L’Occidente ha ancora un futuro, naturalmente se dimostrerà più la volontà di sopravvivere che quella di meritare le lodi degli idealisti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
5 maggio 2011



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PAESI MUSULMANI TERRORISMO BINLADEN

permalink | inviato da giannipardo il 9/5/2011 alle 12:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
8 maggio 2011
MOLLICHINE
Corriere. La Russa: “Brutte donne a sinistra”. Rosy Bindi: “Detto da lui…” Perché, secondo lei Ignazio non ci vede?
Corriere. Napolitano: “No a rottura della legalità”. Noi risponderemmo in modo ancora più sintetico: “No a rottura”.
Corriere. Fini: “Il premier delegittima la magistratura”. Quando si dice un’idea originale.  
Calderoli: la Confindustria “Non diventi la Cgil degli oligarchi”. Se anche Calderoli si mette a parlare difficile…
Mini-Onu. Uomo del Bangladesh sequestra giapponese di quattordici anni e tenta di violentarla. A Roma.
Morte di Bin Laden. La suocera muore apprendendo la notizia. Nessun problema, ne rimangono altre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
8 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 8/5/2011 alle 20:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 maggio 2011
PERCHÉ DIFFIDARE DELLA SINISTRA IN BUONA FEDE
Un amico raccontava di aver ascoltato distrattamente la radio mentre parlava di un atto del governo. Non aveva badato al provvedimento ma le obiezioni della sinistra apparivano convincenti. E improvvisamente si era chiesto: “Come mai non le prendo sul serio, neanche in via d’ipotesi? Sono un fanatico?”
Il problema non è insignificante, per chi tiene alla propria onestà intellettuale. Soggettività è quasi un sinonimo di parzialità e ognuno di noi vede il mondo dal proprio lato. Il massimo che possiamo fare è imporci di esaminare con cura i dati che contraddicono le nostre impressioni e i nostri giudizi. Ma per la diffidenza nei confronti della sinistra possiamo stare tranquilli. Essa ha una pluridecennale tradizione storica di bugie, doppiezze, malafede e disinformatia e la lista delle battaglie combattute sulla trincea sbagliata da questa parte politica è desolatamente lunga: il Piano Marshall, la Nato, l’Unione Europea, la scala mobile, i missili a Comiso, non si finirebbe mai. Per decenni una persona di buon senso ha potuto ben orientarsi nella vita politica tenendo conto che, se una cosa la scriveva l’Unità, era sbagliata.
La sinistra di oggi non è più quella di Togliatti, dicono. Ed è vero. La Russia è democratica e molti dei vecchi miti sono stati sbriciolati dalla storia. Ma di comunisti ed ex comunisti gli uomini di buon senso non si fidano lo stesso. Sono fanatici?
La verità è che non si diffida solo dei “cattivi”.
L’uomo di sinistra è caratterizzato da una grande spinta verso il bene. Desidera che tutti gli uomini siano uguali, che nessuno rimanga indietro, che tutti siano curati, in caso di malattia, come miliardari. Che il disoccupato sia aiutato e che imperino giustizia e felicità. Un programma che nessuno si sognerebbe di contrastare.
Purtroppo i “comunisti”, anche onesti e intelligenti, sono talmente sinceri nell’impegno di realizzare quel programma, da non tenere conto della realtà. Sono idealisti che gettano il cuore oltre l’ostacolo; hanno l’ottimismo della volontà; quando vengono avvertiti che il loro progetto va contro la normale natura umana, rispondono che bisogna cambiarla. I lager cinesi si chiamavano infatti “campi di rieducazione”.
Un esempio illuminante. In Italia c’erano “ricchi” che possedevano almeno una casa da affittare e c’erano “poveri”  che non avevano un tetto: ed era scandaloso che quei proprietari, titolari di una rendita (parola immonda e rivoltante quant’altre mai) cercassero di ottenere dagli inquilini la pigione più alta possibile. Salassavano spietatamente il reddito da lavoro dei “poveri”. Lo Stato doveva dunque porre fine a questo sconcio. Doveva stabilire quale fosse la giusta pigione. L’“equo canone”: ed ecco la legge del 1978.
Chi non era di sinistra si mise le mani nei capelli. L’unico canone equo è quello che risulta dalla domanda e dall’offerta. Non si può stabilire dall’alto il valore locativo di una casa: due appartamenti con identiche caratteristiche formali possono avere valori molto diversi secondo che uno sia sottoposto al frastuono di un mercato e l’altro dia sul ben curato giardino di una villa. Secondo che uno sia nel centro di Siena e l’altro nel centro di Latina. E poi perché, con questa legge, annualmente il canone aumenta solo del 75% del coefficiente dell’inflazione e non del 100%, anche negli anni in cui l’inflazione è tra il 10 e il 20%? Perché la locazione-conduzione ha tanti vincoli, per la sua cessazione, da rendere questo termine aleatorio? Sostanzialmente si confisca l’appartamento a favore dell’inquilino. Lo sfratto (a volte perfino in caso di morosità) diviene una chimera e comunque, di proroga in proroga, il procedimento dura indefinitamente. Finì che molti, se avevano la prospettiva di sposare un figlio o una figlia, tenevano l’appartamento sfitto per anni, pur di disporne al momento opportuno. Sembrava che chi aveva risparmiato fino a comprarsi una seconda casa dovesse poi regalarla a chi non aveva risparmiato. E con disprezzo ancora maggiore era guardato chi la casa l’ereditava: dimenticando che essa era frutto del lavoro dei genitori.
Ma la massima critica che subito fecero le persone di buon senso era un’altra: il provvedimento andava contro l’economia e avrebbe assassinato il mercato delle locazioni. Come avvenne. Da un lato nacque il mercato clandestino (con pigioni più alte di quelle che si sarebbero avute in regime libero) dall’altro chi aveva una casa da locare o la teneva vuota o la vendeva. E infatti oggi l’ottanta per cento degli italiani vive in casa propria. La regola è: chi vuole una casa, la compri o vada in albergo. Ecco il risultato dell’idealismo di sinistra.
I politici di sinistra sono pericolosi anche quando sono onesti e intelligenti: perché sono idealisti. Perché con le migliori intenzioni possono provocare i più grandi disastri. E di loro bisogna diffidare anche quando dicono cose che ci sembrano fondate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
8 maggio 2011



permalink | inviato da giannipardo il 8/5/2011 alle 16:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
7 maggio 2011
FRATTINI E BERLUSCONI, GARA DI GAFFE
I nemici all’occasione mi chiamano servo di Silvio Berlusconi. Caudatario (se sono colti) o leccaculo (se sono volgari). Infine, se sono dei sognatori, mi accusano di essere sul libro paga del Cavaliere. È quest’ultima accusa che mi offende di più: non perché troverei la cosa umiliante, ma perché né Berlusconi né nessuno, vigliacca miseria, mi dà un euro per quello che scrivo.
Dunque mi occuperò piuttosto di un paio d’amici che mi rimproverano più moderatamente di “dare sempre ragione  a Berlusconi”. Uso il buon senso in molte direzioni ma, quando si tratta di Silvio, mi arrampico sugli specchi pur di difenderlo.
Non tenterò di fargli cambiare idea. Se sono paranoico, non li convincerò. Se la loro accusa è sbagliata, non è difendendomi che mi salverò: diranno che voglio prendere due piccioni con una fava, dichiarare infallibile non solo Berlusconi ma persino il suo servo. Limitiamoci ai fatti.
Titolo sul Corriere della Sera: “Libia, missione finita in 3/4 settimane” (1). Franco Frattini: “Le ipotesi più realistiche sono di 3/4 settimane, le più ottimistiche parlano invece di pochi giorni”. Raramente il ministro di un grande Paese ha detto parole più avventate,  correndo il rischio di essere subissato dai fischi del loggione.
In guerra le previsioni sono più azzardate di quelle del calcio: nel 1914 le grandi potenze pensavano che la guerra sarebbe durata pochissimo tempo. In realtà la guerra durò moltissimo e fu tale che perfino quelli che la vinsero ne uscirono dissanguati e stremati. Meglio non fare previsioni. L’unica guerra di cui si può essere sicuri che sarà veramente “breve” è quella cui non si partecipa.
Se l’Italia fosse in guerra da sola, la frase non sarebbe grave: passato il termine, il ministro potrebbe sempre dire che il nemico resiste e bisogna continuare a combattere. Ma in questo caso l’Italia partecipa al conflitto perché membro della Nato. Lo fa malvolentieri, tanto che se alla fine si è decisa a partecipare alle azioni militari è per le pressioni degli alleati. Ora, se fra tre-quattro settimane Gheddafi non si sarà arreso, l’Italia che cosa farà? Mettiamo che prosegua nel suo impegno: Frattini ha dato fiato alla bocca solo per far fesso e contento Umberto Bossi? Se invece si ritirerà dalle operazioni militari come mai avrà fra tre o quattro settimane il coraggio che non ha avuto recentemente, quando bastava dire di no a Sarkozy?
Berlusconi in questa occasione ha fatto anche peggio di Frattini. L’impegno attivo nella campagna di Libia l’ha deciso da solo, dimenticando che la Lega non è un soprammobile della maggioranza. Essa ha il potere di far cadere il governo e il diritto di essere consultata sulle decisioni importanti. Bossi sarà rozzo e brutale, ma in questo caso la sua impuntatura è stata giustificata. Non si è trattato di insufficiente tatto politico: ha subito un’autentica mancanza di rispetto per un intero partito e per il suo leader. Talmente innegabile che Berlusconi non ha trovato una linea di difesa decente e deve ringraziare il buon carattere dell’Umberto (e il suo proprio interesse a non far cadere il governo) se alla fine, nella mozione della maggioranza, non c’è stata la smentita pura e semplice della posizione del Premier. Il problema è stato solo rinviato con l’impegno ad ottenere dalla Nato la fissazione di un breve termine della guerra.
La domanda diviene: che farà l’Italia, se la Nato dirà che vuole proseguire a tempo indeterminato? L’Alleanza non avrebbe torto. È contro ogni strategia militare annunciare in anticipo che si vuol finire la guerra: è come dire al nemico che per vincere gli basterà un giorno di più degli avversari.
Se fosse serio, l’annuncio di Frattini significherebbe che fra un mese l’Italia smetterà le azioni contro la Libia, quale che sia l’opinione della Nato. Se invece non fosse serio, e tendesse a prendere Bossi per i fondelli, bisognerebbe vedere se il Senatur è uomo da permetterlo o no. Berlusconi stavolta ha proprio “écrasé une merde”. È difficile che la notte non faccia brutti sogni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
6 maggio 2011

(1)    http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_06/frattini-fine-missione-libia_21a53fde-77b7-11e0-b371-0fccdd35dd86.shtml

POLITICA
6 maggio 2011
IL DIRITTO DI VEDERE LE FOTO
L’Amministrazione statunitense ha deciso di non rendere pubbliche le foto dell’operazione che ha condotto all’eliminazione di Bin Laden. E a fortiori, immaginiamo, il relativo filmato. Ciò ha provocato una discussione. Molti reputano che il governo americano avrebbe il dovere di non nascondere nulla di quell’azione e che il popolo abbia il diritto di sapere. Ma il popolo ha il diritto di sapere?
Solo i testimoni, interrogati dal giudice, sono tenuti a rivelare i propri fatti personali. Gli stessi imputati hanno il diritto di non rispondere e il diritto di mentire e proprio per questo non prestano giuramento. La frase “il popolo ha diritto di sapere” è falsa. Tolto ciò che pubblica la Gazzetta Ufficiale, non si ha il diritto di sapere niente.
D’altro canto, in regime di democrazia, uno dei presidi essenziali del sistema è la libertà di stampa. I giornali e le televisioni (salvo ciò che prescrive il codice penale in materia di calunnia e di diffamazione) hanno il diritto di pubblicare tutto ciò che riescono a scoprire ma questo non corrisponde al diritto del pubblico di “sapere tutto”. Non bisogna confondere le due cose. I giornali hanno il diritto di cercare le notizie, gli interessati non hanno il dovere di darle. I giornali hanno il diritto di pubblicare notizie e foto, il popolo ha solo il diritto alla libertà di stampa.
Il caso di un governo è diverso, si dice. Se qualcuno si comporta privatamente da vizioso, la cosa riguarda solo lui; se però quel qualcuno si propone alla collettività come un modello di virtù e come una guida affidabile, perde quel diritto alla privatezza.
Anche questa affermazione è sbagliata. Non solo Machiavelli ci ha insegnato che i governanti, se sono modelli di qualcosa, è della mancanza di scrupoli: ma se essi si fossero mai presentati come modelli di virtù, avrebbe più torto il popolo nell’averlo creduto che essi nell’averlo affermato. Mentire in questo campo fa parte della normale tecnica del potere e della politica.
Rimane il “problema della trasparenza”. I cittadini non hanno diritto di sapere tutto ma i governanti hanno il dovere morale di informarli sui fatti di rilevante importanza per la comunità nazionale.
Qui, il concetto centrale è quello di un “dovere morale” che si può non sentire o cui si può opporre uno speculare dovere: quello di dare al popolo solo le notizie che possono essergli utili e tacergli quelle che potrebbero danneggiarlo. Se un carabiniere apprende da un delinquente che c’è un pazzo che intende avvelenare l’acquedotto di Bari, c’è effettivamente un fatto che i giornali potrebbero riferire. Se però la notizia (magari totalmente falsa) fosse pubblicata, il panico in quella città sarebbe enorme e le conseguenze gravissime. Il fatto è talmente negativo da essere previsto dal codice penale: “Art. 656. Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico”.
Il “segreto” è imposto anche da casi meno seri. Tutti accogliamo con qualche freddezza la notizia di un’autopsia ma nella realtà ci sono baldi studenti di giurisprudenza che assistendovi svengono. Dunque si reputa “indecente” pubblicare immagini del genere.
Il governo degli Stati Uniti non ha il dovere di comunicare tutte le notizie e tutte le immagini in proprio possesso. In particolare non deve pubblicare quelle che potrebbero danneggiare il Paese. Infine compete al detto governo giudicare se e quali dati è opportuno rendere pubblici. Infatti, se ne derivasse un danno alla nazione, nessuno assolverebbe i governanti per avere obbedito al dovere morale di informare. I più accaniti direbbero, untuosamente: “Sì, ma in questo caso…“
Quand’anche prima avessero proprio loro insistito per la pubblicazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

5 maggio 2011

politica estera
5 maggio 2011
BIN LADEN SPOLETTA, NON DINAMITE
Come ha detto un umorista: le profezie sono difficili. Soprattutto quelle riguardanti il futuro. Tuttavia in geopolitica non se ne può fare a meno. Se è vero che ci si può sbagliare, sarebbe imperdonabile che ci si facesse trovare impreparati dinanzi a fenomeni che si potevano prevedere.
La morte di Bin Laden potrebbe avere un notevole peso nella politica internazionale non per le personali capacità di quell’uomo ma perché le circostanze della sua eliminazione hanno messo a nudo la vera natura dei rapporti fra Stati Uniti e Pakistan.
Come si sa, questo Paese è stato obbligato ad allearsi con gli americani (1): un po’ a causa della pressione internazionale, un po’ per la necessità di controbilanciare l’alleanza americana con la tradizionale nemica, l’India, un po’ perché Washington lo ha minacciato di rappresaglie. Gli Stati Uniti, oltre a usare il bastone, hanno porto la carota: “montagne di denaro”, scrive il Corriere della Sera. I dirigenti pakistani hanno fatto di necessità virtù ma l’alleanza non ha convinto il popolo: la collaborazione con gli americani è stata un costante motivo di acida critica contro il governo. E ancora oggi, nella stessa Abbottabad la folla è favorevole a Bin Laden (che si dà per vivo!) e contro gli americani.
La dirigenza pakistana si è dunque trovata a combattere su due fronti: contro i Taliban, dal momento che gli americani si aspettavano una leale collaborazione, e contro gli americani, dal momento che larga parte del popolo è a favore dei Taliban. La soluzione è stata un “double standard”: l’uso di due metri diversi. “Noi siamo vostri fedeli alleati. Dite che abbiamo strizzato l’occhio ai Taliban? Ma no, è un tic”. L’equivoco è andato avanti per anni, ma la morte di Osama Bin Laden ha fatto cadere la maschera, soprattutto dal lato degli americani. Essi hanno detto in faccia ai pakistani, e al resto del mondo, che non si fidano di loro. “Siete dei traditori. O c’è comunque molto da temere che lo siate. Per conseguenza, se dobbiamo compiere un’azione di antiterrorismo, perfino sul vostro territorio, vi terremo all’oscuro”. Sono affermazioni pesanti che rendono difficile la prosecuzione di un’alleanza.
La morte di Osama Bin  Laden non è importante, in sé. Già da tempo Al Qaeda non è più una struttura verticistica e si parla ormai di “franchising”. Chiunque compie un attentato, nello Yemen o in Spagna, in Egitto o in Marocco, può sempre dire che lo fa in nome della sezione locale di Al Qaeda, mentre in realtà la maggior parte dei gruppi terroristici sono piccoli e autonomi. Fra l’altro le eventuali comunicazioni con la casa madre sono rese pericolosissime dal controspionaggio elettronico americano.
I pakistani non possono, da un giorno all’altro, cambiare linea politica e forse sono spaventati dall’indignazione americana. Infatti abbiamo assistito ai tentativi patetici di far credere che nessuno aveva notato quel fortino quasi medievale nel centro di una città piena di militari. Il ministro degli esteri, pudicamente, trova “inquietante che gli Stati Uniti non si siano fidati del Pakistan (Televideo)”. Inquietante? Tragico per il Pakistan. Il primo ministro Gilani chiede l’aiuto della comunità internazionale nella lotta al terrorismo (Televideo) e fa sorridere. Vorrebbe mantenere la facciata della decenza e nel frattempo il suo governo ha protetto per anni Bin Laden. I fatti sono testardi.
Il risultato potrebbe essere la fine dell’alleanza fra Pakistan e Stati Uniti e anche la fine dei finanziamenti. A Washington si pensa di ritirarsi a breve dall’Afghanistan, pur sapendo che i Taliban si impadroniranno di nuovo del potere, e a quel punto, a che scopo avere un alleato come il Pakistan?
La morte di Bin Laden, insignificante in sé, potrebbe servire da spoletta per far deflagrare il gas che è andato accumulandosi. Rimane soltanto il problema di come si sistemeranno gli equilibri politici con un Pakistan alleato dei Taliban, ma certo non guardato con troppa simpatia da due possenti vicini come Cina e India.
 Un’ultima nota riguarda la figlia di Bin Laden. Costei ha affermato che il padre è stato preso vivo ed ucciso a freddo. La cosa non stupirebbe: in politica internazionale se, per ragion di Stato, un uomo è più utile da morto che da vivo, è normale che lo si uccida. Ma a Washington dicono che non mostrano le foto del terrorista morto perché sono “atroci”. Infatti l’uomo è stato colpito ad un occhio (o in fronte) e questo, spiegano i libri di medicina legale, in base al principio di Pascal, potrebbe aver letteralmente fatto scoppiare il cranio come un melograno. Il risultato non è un bel vedere. Un simile colpo di solito non viene dato a freddo. Se si deve uccidere qualcuno si mira al cuore, o alla nuca: c’è dunque da pensare ad uno scontro frontale. A un tiro di reazione, immediato e preciso, degli specialisti. Ma tutto questo è secondario e lo si può lasciare ai vari talk show.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
4 maggio 2011
(1) http://pardonuovo.myblog.it/archive/2011/05/04/riflessioni-sul-pakistan-e-sulla-morte-di-bin-laden.html.



permalink | inviato da giannipardo il 5/5/2011 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica estera
4 maggio 2011
RIFLESSIONI SUL PAKISTAN E SULLA MORTE DI BIN LADEN
I particolari fino ad ora appresi sull’azione che ha portato alla soppressione di Osama Bin Laden permettono qualche interessante osservazione.
La città di Abbottabad è di notevole importanza militare. Fra i suoi circa trecentomila abitanti ci sono molti ufficiali, dal momento che proprio lì si trova la West Point pakistana. E queste persone - certo non indifferenti ai problemi della sicurezza e del terrorismo - come mai non hanno notato il villino–fortezza di Bin Laden, non lontano da una caserma? Era veramente così anodino, quel complesso? Eppure, a quanto leggiamo in un articolo di Guido Olimpio (1), esso è otto volte più grande delle case vicine; è costato un milione di dollari (mentre i muratori pakistani non hanno certo paghe svizzere); è circondato da muri sormontati da filo spinato alti diciotto piedi; infine è costruito in modo da fornire parecchie linee di difesa. Proprio i militari non si ponevano interrogativi?
Le autorità, da parte loro, come mai non si meravigliavano che un immobile di questa importanza non avesse il telefono e che i suoi occupanti parlassero arabo, invece della lingua locale? La Cia, scrive Olimpio, per studiare il “compound” è ricorsa a satelliti e droni: come mai non si poneva nessun problema chi quell’edificio poteva vederlo da vicino?
La spiegazione è nella situazione interna del Paese. Larga parte della popolazione, non che essere filo-occidentale, tende all’integralismo. E infatti, quando il Pakistan, all’inizio della guerra in Afghanistan, si schierò a fianco degli Stati Uniti, non lo fece né perché desiderava farlo né perché ciò corrispondeva ai desideri del suo popolo. Come effettivamente andarono le cose ce lo ha spiegato Stratfor, la stimatissima rivista di geopolica americana, il 28 aprile 2010. Secondo Peter Zeihan, dopo gli attentati dell’11.9.2001 “L’allora segretario di Stato Colin Powell chiamò l’allora presidente pakistano Gen.Pervez Musharraf per informarlo che egli avrebbe assistito gli Stati Uniti contro al Qaeda e, se necessario, contro i Taliban. La parola-chiave, qui, è ‘informarlo’. La Casa Bianca aveva già parlato con i leader di Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele e, soprattutto, India, e ne aveva avuto il consenso. A Musharraf non si dava scelta. Gli si rendeva chiaro che se rifiutava l’assistenza, gli americani avrebbero considerato il Pakistan una parte del problema piuttosto che una parte della soluzione”. Come si vede, nessun grande ideale, nessuna condivisione politica sulla necessità di combattere un fenomeno orribile come il terrorismo, nessun preciso interesse del Pakistan: puramente e semplicemente una pistola puntata alla tempia. “O fai come diciamo noi, quali che siano i costi che dovrai pagare, o guai a te”.
L’imposizione non poteva fare del Pakistan un alleato sincero. La politica internazionale lo poneva nel campo occidentale, il cuore dei suoi cittadini lo metteva accanto ai Taliban. E questo non solo per il presente, fornendo a quei fanatici sostegno e aiuti, ma anche in vista del futuro. Infatti, non appena gli Stati Uniti si allontaneranno e “perderanno la guerra” il Pakistan, se vorrà conservare la sua tradizionale influenza sull’Afghanistan, dovrà trovare un accomodamento con i Taliban.
Questo spiega mille incongruenze. Islamabad deve far finta di essere alleata degli Stati Uniti e di combattere il terrorismo, ma in realtà è capace di proteggere Osama Bin Laden permettendogli di abitare in città, nel suo bunker fortificato.
Olimpio scrive con finta ingenuità: “A Washington si celebra ma intanto ci si chiede come i pachistani non abbiano potuto sapere”. Noi pensiamo che a Washington non si siano chiesti un bel niente. Hanno sempre saputo che se avessero comunicato i loro piani ai pakistani ci sarebbe stata una fuga di notizie che avrebbe salvato Osama. “Gli americani hanno informato l'alleato a cose fatte. Non si fidavano”. Scrive Olimpio. E come avrebbero potuto? Fra l’altro la ragion di Stato, dal punto di vista pakistano, è a sfavore degli statunitensi. Il “Corriere” ha anche ipotizzato una resistenza: “I pachistani sono in allarme. I caccia sono pronti a intervenire per intercettare gli intrusi ma sono fermati in tempo”. Da chi? Semplicemente dalla minaccia statunitense di abbatterli probabilmente già sulla pista di decollo. Con le buone maniere si ottiene tutto.
E così l’operazione è andata a buon fine. Non solo si è evitato un lungo processo che sarebbe stato un’eccellente pubblicità per Al Qaeda, ma si è evitato anche che ci fosse una tomba, inevitabilmente meta di pellegrinaggi. “Il cadavere di Bin Laden è trasferito sulla portaerei Carl Vinson e inumato in mare”. Invece di essere ammollato nella terra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
3 maggio 2011

(1)http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_03/olimpio_due-colpi-caccia-chiusa_79fb784a-7543-11e0-9941-c72ac192f71a_print.html

2 maggio 2011
CHE COSA CAMBIA CON LA MORTE DI BIN LADEN

Prometto: domani niente

Molti si chiedono se valesse la pena di fare una guerra per uccidere Bin Laden. Ora, dopo dieci anni, è fatta. Ma cambierà qualcosa, nella lotta al  terrorismo internazionale?

L’idea che si sia combattuta una guerra per eliminare Bin Laden è suggestiva ma infondata. È vero che il casus belli della guerra in Afghanistan è stata la richiesta americana che fosse consegnato il Mullah Omar per processarlo negli Stati Uniti, ma è anche vero che il rifiuto del governo di Kabul di allora non si spiega tanto con la volontà di proteggere quel Mullah – per questo sarebbe bastato dire che non si riusciva a trovarlo – quanto con l’orgogliosa e proclamata volontà di continuare la jihad contro gli Stati Uniti. Il dialogo di quei giorni potrebbe essere tradotto in questi altri termini: “Promettete di cessare la vostra attività terroristica?” Risposta: “No”. “E allora vi facciamo smettere con la forza”. In questo senso il commento di Teheran, secondo cui gli Stati Uniti, avendo eliminato il capo di Al Qaeda, non hanno più nessuna giustificazione per rimanere nel Medio Oriente, è indirizzato alla plebe.

A volte le guerre le provoca un singolo uomo, se è un dittatore, ma nessuno le fa per un uomo. Gli Stati Uniti non l’avrebbero fatta per il Mullah Omar o per Osama Bin Laden. Queste sono semplificazioni popolari o persino semplici imbrogli. Molti per esempio hanno pensato che la guerra contro l’Iraq sia stata fatta per rimuovere Saddam Hussein ma che quel dittatore fosse un criminale lo si sapeva anche quando gli americani lo sostenevano nella guerra contro l’Iran. La verità è che gli Stati Uniti non hanno tanto combattuto per eliminare quel despota, o perfino per dare l’occasione di un regime democratico a quel Paese, quanto per cambiare il quadro geopolitico della regione. Le nazioni sono pachidermi che non si muovono per una singola mosca. Neppure se è un tafano.

Qualcuno si meraviglia che ci siano voluti dieci anni per scovare ed uccidere Bin Laden. E invece è abbastanza naturale. Se si conosce bene il terreno e se si ha il sostegno di una parte della popolazione, si può essere latitanti e attivi molto a lungo anche in Italia: nessuno ha dimenticato il bandito Salvatore Giuliano, in Sicilia. E sottolineiamo che egli fu eliminato non mediante un’autonoma azione di polizia ma mediante il tradimento di un accolito. Come stupirsi che questo possa avvenire in Pakistan, dove gli estremisti islamici sono numerosissimi (tanto da mettere in pericolo il governo) o anche in Afghanistan, dove i Taliban hanno il controllo di vaste zone del territorio? Proprio per questo Washington non ha preventivamente informato Islamabad dell’azione.

Le televisioni ci informano della gioia degli americani per questo avvenimento e al riguardo molti rimproverano a Washington una “volontà di vendetta”. Si dimentica che tra la punizione inflitta dal giudice e la vendetta del privato c’è differenza solo quando questo privato poteva ragionevolmente ricorrere al giudice. Ma se non c’è un giudice al di sopra delle parti, o non ha forza (come l’Onu), o infine è in combutta con gli assassini (come le autorità di Gaza), l’unica possibilità di avere giustizia è quella di farsela da sé. La vendetta è condannabile solo se ingiustificata o sproporzionata. E in questo caso la morte di Bin Laden non compensa neppure lontanamente il male fatto.

Cambierà qualcosa,  con la morte di Osama Bin Laden? Probabilmente no. Un effetto che molti paventano è la già dichiarata volontà di vendetta degli integralisti islamici e dei terroristi in generale. Ma non c’è nulla di cui spaventarsi: non perché questi gentiluomini non siano capaci delle azioni più nefande, anche al prezzo della loro vita, ma proprio perché già in passato sono stati capaci delle azioni più nefande, anche al prezzo della loro vita. Dunque non hanno nessuna possibilità di fare di più. Se ultimamente, sempre che vogliamo dimenticare il caso di Marrakech, non hanno commesso attentati è perché non sono riusciti a realizzarli. Non abbiamo beneficiato della loro benevolenza in passato e non è ragionevole aspettarsela oggi. Le minacce dei terroristi sono sempre da prendere sul serio, ma oggi non più di ieri. Del resto, la prevenzione sta funzionando accettabilmente bene. Sono fra l’altro miracolosamente filati via senza incidenti il matrimonio di William d’Inghilterra e la beatificazione di Giovanni Paolo II: basterà non diminuire il livello di attenzione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

2 maggio 2011

 

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. bin laden cambia futuro terrorismo

permalink | inviato da giannipardo il 2/5/2011 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile   <<  1 | 2  >>   giugno

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.