.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
31 marzo 2011
L'UBRIACATURA MORALE A PROPOSITO DELLA LIBIA
L’exceptio è un interessante istituto del diritto romano, nato dalla rigidità delle norme giuridiche. Aulo Agerio vende un cavallo a Numerio Negidio (personaggi costanti degli esempi latini) glielo consegna e ne riscuote il prezzo. Poiché però non compie gli atti formali relativi a questa vendita, rimane giuridicamente proprietario dell’animale e può pretenderne la riconsegna. Se lo fa, il pretore gli dà giuridicamente ragione – il cavallo formalmente è ancora suo – ma riconosce l’exceptio di Numerio Negidio - il quale dimostra di avere pagato il prezzo pattuito - e in pratica dà torto ad Aulo Agerio. I principi sono indubbiamente apprezzabili ma ciò che è doveroso in astratto può essere sbagliato in concreto.
La nostra epoca, in conseguenza di un lungo periodo di pace, è letteralmente ubriaca di morale e per questo è capace di applicare in modo assurdo i buoni principi. Mentre noi europei non ci scandalizziamo se per visitare una moschea ci obbligano a toglierci le scarpe, o se in un ristorante di Jeddah si rifiutano di servirci braciole di maiale, siamo pronti a chiederci se dobbiamo eliminare il panino al prosciutto dalle merende scolastiche perché ci possono essere scolari islamici.
Le preoccupazioni morali sono impressionanti anche per quanto riguarda la politica. Pressoché la totalità dei cittadini reputa che essa richieda uomini onesti e obbedienti ai migliori principi etici. Dimenticando la lezione della storia, quella di Machiavelli e, più semplicemente, quella del buon senso. Per dirne una: se in guerra ho degli scrupoli mentre il mio nemico non ne ha, mi metto in condizioni d’inferiorità. Per la gente il fatto che la morale sia estranea alla politica risulta indigeribile. Non riesce ad accettare neppure affermazioni palesemente evidenti come questa: che un gaglioffo che governa bene è preferibile a un santo che governa male. La gente vuole ad ogni costo il santo che governi bene. E se proprio la si prende alla gola col dilemma, opta ancora per il santo che governa male. È l’ubriacatura morale di cui si diceva.
Un sapido esempio l’abbiamo in questi giorni con la crisi libica. La ragione dell’intervento di Francia e Inghilterra – una ragione che convince tutti – è che Gheddafi è da sempre un dittatore; in passato è anche stato un impresario del terrorismo e attualmente è contestato da una parte del suo popolo, cui è disposto a rispondere con la forza. Dal momento che i dittatori sono tutti brutti e cattivi, che Gheddafi è un personaggio inaccettabile e che una parte dei libici vorrebbe spodestarlo, diamo una mano alle forze del bene. Una serie di stupidaggini.
Se bisognasse intervenire contro le dittature, bisognerebbe intervenire contro un così grande numero di Paesi che si tratterebbe quasi di dichiarare guerra al mondo. Se bisognasse intervenire contro gli stati terroristi, bisognerebbe intervenire contro l’Iran, per cominciare. Poi contro Gaza e il Libano che per decenni hanno bombardato la popolazione civile di Israele e infine anche contro Gheddafi: ma prima del 2003, visto che da allora ha rinunciato all’attività terroristica. Poi si dice che il Colonnello è contestato da una parte del suo popolo che “combatte per la libertà”, ma a parte il fatto che non sappiamo chi siano i ribelli e che tipo di governo poi effettivamente instaurerebbero, se vincessero, come mai la comunità internazionale non è intervenuta a favore dell’Eritrea, quando essa combatteva contro l’Etiopia per la sua indipendenza? E come mai essa non interviene a favore degli Uiguri o dei Tibetani, contro il governo centrale cinese? E soprattutto, come mai ha tollerato i massacri di cristiani ed animisti nel Darfur? Forse che il Sudan è sulla Luna? E come si giustificano Francia ed Inghilterra per non essere intervenute, magari dando un dispiacere a Giorgio Napolitano, a favore degli insorti ungheresi, nel 1956? Quei patrioti lottavano a mani nude, sostenuti dalla grande maggioranza della popolazione, contro un’oppressione straniera.
Da un lato è costoso e problematico intervenire negli affari interni degli altri Paesi (ai pensi al Vietnam, dove si trattava di difendere uno Stato contro un’invasione straniera, che alla fine tuttavia si è avuta), dall’altro non si può nemmeno essere sicuri che le popolazioni oppresse siano grate per l’intervento. Si pensi all’Afghanistan.
Ogni Paese ha il diritto di governarsi come crede. La “legittimazione”, di cui straparlano i Presidenti Obama e Napolitano nasce esclusivamente dall’effettivo controllo del territorio da parte del governo. E Gheddafi, da oltre quarant’anni, è “legittimato” dai fatti. Che poi sia o no un pessimo governante è cosa che riguarda i libici e nessun altro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 31/3/2011 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
30 marzo 2011
MOLLICHINE
Siria: il governo si è dimesso. Ironico questo verbo riflessivo: fa pensare ad un atto volontario.
Assad, Presidente, parlerà alla nazione. Somiglia a Fini: checché accada, gli altri si possono dimettere, lui no.
Capello criticato in Inghilterra perché afferma di cavarsela con 100 parole d’inglese. Poverini, non sanno che in Italia è una conoscenza superiore alla media.
Berlusconi: i giudici hanno speso venti milioni per perseguitarmi. È molto? La sinistra sarebbe disposta a distruggere l’Italia, per eliminarlo.
Ruby teste d’accusa e della difesa. In questo ruolo è l’ideale: fornisce tutte le versioni desiderabili.
Corriere: “Blitz Pdl Lega: par condicio nei talk. Santoro: una norma liberticida”. La libertà è infatti quella di sentire solo la sinistra.
“Chi ha paura dell’Origine del mondo?” (quadro di Courbet). In realtà in molti hanno paura della fine del mondo.
Berlusconi sempre più ricco. Nel 2009 reddito da 23 mln, ora 41. E non ha ancora cominciato a rubare!
Gianni Pardo


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 30/3/2011 alle 8:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
29 marzo 2011
I RESPINGIMENTI DI MASSA

C’è un “giocattolo per psicologi morali”, chiamato “Il problema del tram”, inventato da Philippa Foot e Judith Jarvis Thomson. Un tram precipita a valle col conducente svenuto sui comandi. Sul binario del tram ci sono cinque uomini che lavorano e non si accorgono del pericolo. Voi potete tirare una leva che salverà i cinque uomini, purtroppo uccidendo un singolo operaio che sta lavorando sull’altro binario. È permesso azionare lo scambio, uccidendo un uomo ma salvandone cinque (1)?
Il problema è interessante perché tutti siamo stati allevati seguendo il principio secondo cui “non bisogna uccidere, quali che siano i motivi, salvo la legittima difesa”. E invece ci sono casi in cui si può decidere a sangue freddo di uccidere un innocente. Fra l’altro, coloro che dicessero “io non tirerei la leva”, sarebbero poi perplessi se uno insistesse: “Non si tratta più di uccidere un uomo per salvarne cinque, ma di uccidere un uomo per salvarne cinquecento: siete ancora sicuri che non tirereste la leva?”
Questo “giocattolo etico” può servire per un’osservazione generale riguardo alla differenza fra l’obbedienza ai principi “quando non costa molto” e l’obbedienza ai principi “quando costa moltissimo”.
Per gli immigranti i principi morali, fino ad oggi, sono stati: “Non si possono non soccorrere i naviganti in difficoltà” (legge del mare); “non si possono respingere gli immigranti perché, essendo senza documenti, non si saprebbe a quale Paese avviarli”; “non si possono respingere gli immigranti perché alcuni di loro richiedono asilo politico, ai sensi della Costituzione”; “non si possono respingere gli immigranti perché, anche se non sfuggono ad una guerra o a un’oppressione politica, sono emigranti come noi lo fummo  agli inizi del secolo scorso”; infine, “non si possono respingere gli immigranti perché comunque qualche migliaio di persone non creerà un serio problema in Italia”. E ci sono ancora altre motivazioni tali che, chi si oppone risolutamente (la Lega Nord, per esempio), passa per xenofobo, incivile e senza cuore. Per immorale, insomma.
Dinanzi ad un barcone che ha rischiato di affondare, le persone buone si commuovono; ma la crisi libica ha cambiato la situazione e dinanzi a cento barconi anche i buoni cambiano atteggiamento: “Avranno dei problemi, ma non possiamo risolverli noi”. Fino ad ora si doveva attivare la leva per salvare un paio di operai uccidendone un altro, ora invece quelli da salvare siamo noi.
Il nuovo stato d’animo è certificato dal Corriere della Sera di oggi, sul quale fa effetto leggere: “Il piano: respingimenti di massa”. Sono cose che fino a poco tempo fa tutti (e ancora oggi, irritualmente, il Presidente della Repubblica) avrebbero preso per fantasie vagamente immorali. Invece, quando l’obbedienza ai principi diviene troppo costosa, si cambiano i principi.
Il problema ricorda un analogo problema scolastico. Un ragazzino fa pena – perché poco intelligente, perché ha una famiglia problematica, perché è malato, perché spende molto del suo tempo per aiutare la famiglia e non può studiare – e in consiglio i professori buoni propongono di aiutarlo. Cioè di promuoverlo. Il professore cattivo chiede: “Dovremmo promuovere tutti gli alunni il cui profitto è insufficiente per una ragione che ci commuove? E se sì, il giorno in cui, a forza di promozioni regalate, questo giovane divenisse un medico, vi fareste curare da lui?”
Ecco un’argomentazione irresistibile, per chi abbia una mentalità logica. Ma i buoni, in concreto, risponderebbero: “Ma lo bocceranno all’università, eventualmente” (i cattivi sono sempre gli altri). “E poi chi dice che vorrà divenire un medico?” (come se fosse lecito essere pessimi ingegneri o pessimi avvocati). “E comunque ci vorranno ancora tanti anni” (come se il problema, in seguito, fosse diverso)… Essendo pronti tuttavia, se sentono dire di un medico che non è bravo ad andare da un altro. Quand’anche quello fosse un uomo buono che deve mantenere una famiglia.
La logica non è lo strumento adatto per convincere il prossimo. Nel caso degli immigranti clandestini, è solo il loro numero che potrebbe farlo. Diversamente neppure il buon Presidente Giorgio Napolitano, andando ad Ellis Island, si ricorderà mai che gli emigranti italiani negli Stati Uniti non erano clandestini. Erano al contrario in possesso di regolari documenti; subivano una visita medica, per essere ammessi nel nuovo Paese e a volte, dopo settimane di viaggio in mare, erano respinti verso l’Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 marzo 2011



(1)Per saperne di più, su questo test e su parecchio altro, in materia, http://pardo.ilcannocchiale.it/?YY=2010&mm=9&dd=11




permalink | inviato da giannipardo il 29/3/2011 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
28 marzo 2011
LA TATTICA MILITARE DI GHEDDAFI
Indubbiamente, in campo militare, ci saranno molte persone più qualificate per dibattere un problema di tattica. Ma, affinché gli altri possano lanciare la propria boccia, è pur necessario che qualcuno lanci il pallino.
Come mai le truppe di Gheddafi stanno indietreggiando a tutta velocità? Ai telegiornali piace presentare il fenomeno come la travolgente, irresistibile avanzata degli insorti: ma, a rifletterci, questa descrizione del fenomeno appare inverosimile. Se gli stessi insorti hanno resistito meglio, e per più tempo, all’attacco di un esercito regolare, fornito di artiglieria e di mezzi corazzati, come mai questo esercito non sarebbe in grado di resistere nemmeno un paio di giorni per difendere città come Ras Lanouf o Brega, che pure sono importanti terminali petroliferi?
La nostra idea, magari sbagliata, è che l’intervento degli aerei francesi e inglesi ha cambiato il quadro bellico. Dal momento che la Libia è un Paese prevalentemente desertico, dove non c’è dove nascondersi, e dal momento che esso non possiede un’aviazione che possa contrastare i velivoli moderni, i suoi mezzi corazzati si trasformano, da irresistibile vantaggio nei confronti di insorti armati solo di fucili, in bersagli facili. Sitting duck, anatre sedute, come dicono gli inglesi, parlando di navi da guerra non più in grado di governare.
Oggi un aeroplano può “illuminare” dal cielo un carro armato e annientarlo, senza scampo, con un missile a guida radar. Dunque il loro uso, mentre non dà più vantaggi militari (ed anzi provoca la morte dei carristi), distrugge inutilmente una parte delle risorse militari in materia di mezzi corazzati. È stato inevitabile ritirarli alla massima velocità, per salvarne almeno alcuni.
Gli anglo-francesi non sono affatto intervenuti in Libia per proteggere la popolazione civile, sono intervenuti risolutamente, e in modo precisamente bellico, a favore di una delle due parti in lotta. La Russia protesta con ragione. Una conseguenza di questo stravolgimento della Risoluzione 1973 dell’Onu è che, sempre a causa della natura del terreno, gli aerei possono distruggere tutti i mezzi che trasportano truppe, munizioni, rifornimenti e tutto quanto serve ad un esercito in campo. E un esercito privo di rifornimenti è presto sconfitto. Gli italiani hanno fatto questa esperienza proprio in Libia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Dunque conviene a Gheddafi ritirare al più presto le proprie forze in una località in cui il vantaggio del dominio dell’aria sia annullato o comunque grandemente ridotto: in zone più boscose (se ne esistono) o all’interno delle città sperando che i raid, per non uccidere molti civili, non le colpiscano.
Il tipo di conflitto è cambiato, in conseguenza dell’intervento straniero, e si è dovuta cambiare se non la strategia, certo la tattica. Probabilmente presto lo scontro sarà all’interno delle città, fanteria contro fanteria, cecchini contro cecchini, con l’uso dei mezzi corazzati e dell’artiglieria quando possibile. Naturalmente, questo scontro vede in vantaggio i governativi nelle città che sono loro favorevoli: ecco perché essi si ritirano a tutta velocità in quell’ovest in cui sanno di avere il supporto della popolazione e linee di rifornimento molto più corte. Mentre si allungano quelle degli insorti.
La previsione dovrebbe essere che, mentre per qualche giorno sembrerà che le truppe di Gheddafi siano scappate a gambe levate, presto esse dovrebbero stabilire ad ovest una linea del fronte a partire dalla quale inchiodare i rivoltosi, aspettando che gli anglo-francesi si stanchino di cercare obiettivi. Che magari non ci saranno più. Quando ciò avverrà, se avverrà, esse riprenderanno l’iniziativa. Approfitteranno del fatto di essere più numerose e meglio organizzate, in quanto esercito regolare, e tenteranno di riconquistare l’intero Paese.
Se tutte queste ipotesi sono ragionevoli, rimane vero ciò che era vero sin da principio: Gheddafi può essere abbattuto, e forse lo sarà, da un colpo di Stato o dal venir meno del sostegno delle tribù e dell’esercito, non dalla rivolta della Cirenaica. Ma, se ciò non avverrà, dal punto di vista militare l’avventura degli insorti, come non aveva prospettive prima, non le ha avrà neanche in futuro.
Qui non si vuole insegnare niente a nessuno. Il desiderio è solo quello di capire meglio. Se un tecnico militare interviene per indicare quali errori sono contenuti in questa pagina, saremo tutti lieti di saperne di più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. TATTICA LIBIA GHEDDAFI RAID

permalink | inviato da giannipardo il 28/3/2011 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2011
MOLLICHINE
Presa Ras Lanouf. Petrolio in mano ai ribelli. Per fare contente le anime belle, ora dovrebbero regalarlo.
Dunque è vero, Bocchino ha avuto una storia con la Carfagna. E io che volevo usarla per dimostrare che una donna può essere bella e intelligente!
L’Italia vuole proporre un piano di pace per la Libia. Un piano che faccia contenti tutti non può che essere un piano forte. Un pianoforte.
Bocchino si scusa: “Io e la Carfagna? Ho sbagliato”. Non ha sbagliato: la guardi meglio.
La Siria vive un momento di emergenza e promette ai rivoltosi di revocare lo stato d’emergenza, in vigore da 48 anni. Logica araba.
Il cardinal Martino: “Perché l’apocalisse non deve farci paura”. La prima ragione è che non c’è l’apocalisse.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 28/3/2011 alle 10:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2011
LA VITTORIA INUTILE
Corriere della Sera. Video di Lorenzo Cremonesi. Titolo: “Insorti deboli, senza i raid alleati non ce la fanno”. Riguardo alla situazione sul terreno, in questo come in altri casi, bisognerebbe avere notizie di prima mano. E comunque, per conoscere la verità storica, è sempre meglio aspettare che le acque si calmino. Ma ammettiamo che il titolo sia giustificato: quali ne sarebbero le conseguenze?
In diritto costituzionale si insegna che uno Stato è  costituito da tre elementi: territorio, popolo e governo. Un esempio: prima del 2003 in Iraq c’era un popolo, anche se composito; un territorio; infine un governo costituito, per così dire, dalla persona di Saddam Hussein. Si parla dell’Iraq perché uno Stato non è qualificato – quanto alla sua esistenza e alla sua “legittimità” – dalla plausibilità del suo governo, ma esclusivamente dal suo controllo del territorio. Uno Stato dittatoriale non è per questo meno “Stato”.
Molto tempo fa si cercò di non tenere conto di questi principi a proposito della Cina. Dal momento che le potenze occidentali non volevano riconoscere il governo comunista, per anni si considerò “governo legittimo” quello dei successori di Chiang Kai-shek, a Taiwan. Poi la Gran Bretagna, col suo solito pragmatismo, accettò il semplice fatto che il controllo della massima parte del territorio apparteneva al governo di Pechino e riconobbe la Cina di Mao. Gli altri Paesi naturalmente la seguirono, fino a togliere il voto del consiglio di Sicurezza a Taiwan per darlo alla Cina Popolare.
La “legittimità” di chi esercita il potere dipende soltanto dall’effettivo esercizio di questo stesso potere. È secondario che esso discenda dalla volontà dei cittadini (Francia) o dalla brutale violenza di chi di fatto domina il Paese (Saddam Hussein). In questo secondo caso è bene ricordare che della mancanza di libertà non è responsabile solo il dittatore: infatti, se non fosse sostenuto da chi approfitta di quella forma di governo (militari, capitribù, funzionari di partito ed altri), non rimarrebbe al comando. Durante i secoli dopo Augusto, l’imperatore aveva ogni potere: ma non sempre moriva nel suo letto.
Quello che importa in questo momento è che il governo di Gheddafi, in Libia, non è meno “legittimato” di quello di Assad in Siria, dell’oligarchia cinese o di Zapatero in Spagna. Ci si può dunque porre il problema: se il governo di Gheddafi è “legittimo”, gli insorti sono “illegittimi”?
Sì e no. Quando c’è una guerra civile, i ribelli sono sempre meno illegittimi a mano a mano che si avvicinano al potere. Quando alla fine lo conquistano, legittimi divengono loro (Cesare Battisti passa da traditore impiccato a eroe del Risorgimento), e il governo precedente, o chi ancora lo difende, diviene illegittimo. Dunque la legittimità dipende dal risultato delle armi.
Oggi in Libia gli insorti sono ancora illegittimi e mal si comprende l’intervento delle potenze europee. Infatti, se i rivoltosi da soli avessero la forza di rovesciare il governo e di sostituirlo, è chiaro che rappresenterebbero la maggior parte dei cittadini o, quanto meno, la loro frazione più forte. E diverrebbero la fonte della nuova legittimità. Se invece, da soli, sono meno forti dei sostenitori del Colonnello, è segno che, quando cesseranno i raid, quand’anche per il momento fossero riusciti a conquistare il potere, lo perderebbero. A meno che francesi e inglesi non siano disposti  a sbarcare in Libia e rimanerci a tempo indeterminato per sostenere il loro governo. Cosa di cui gli americani, dopo l’esperienza irakena, possono dire il prezzo. Ché anzi, in Iraq la popolazione non è ostile agli americani (l’ha dimostrato con il voto), mentre nella nostra ipotesi gli stranieri si troverebbero ad imporre un governo che la maggioranza della popolazione non vuole.
L’intervento nelle guerre civili altrui è raramente un buon affare. È concepibile che si aiuti la fazione la cui vittoria è già probabile, sempre che questa vittoria sia conveniente per chi interviene. In questo caso da un lato Cremonesi esclude la probabilità di una vittoria militare degli insorti, tale che li conduca fino a Tripoli, dall’altro non si sa bene chi questi insorti siano e che tipo di governo instaurerebbero.
Neanche gli attuali progressi dei rivoltosi fanno sparire le perplessità che questa azione militare ha suscitato sin dal principio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA INSORTI RAID

permalink | inviato da giannipardo il 28/3/2011 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 marzo 2011
LIBIA, FRANCIA, GB, D'ALEMA E FINI
La vicenda libica rappresenta una novità. È dal tempo della politica delle cannoniere che l’Europa non provava ad imporre la sua volontà ad un Paese straniero. I casi dell’Afghanistan o dell’Iraq non fanno parte di questa politica perché in essi si è fatto ricorso alla guerra tradizionale: le cannoniere invece servivano a dimostrare il possesso dei muscoli senza doverli usare.
Francia e Inghilterra probabilmente si sono sentite autorizzate a cercare di scacciare Gheddafi perché, nel corso degli anni, quel rais è riuscito a farsi molti nemici: prova ne sia che quasi nessuno ne ha preso le difese. Ma in questo caso, potrebbe dire qualcuno, le cannoniere hanno sparato eccome. Al Colonnello infatti sono stati inflitti notevoli danni. Vero. Ma, pur costituendo tecnicamente atti di guerra, i raid non sono una guerra: o almeno, non possono imporre una capitolazione. Gli anglo-americani hanno inflitto enormi ed inutili danni alle città della Germania nazista e tuttavia la fine è arrivata quando gli eserciti sono arrivati a Berlino. Una guerra non si vince solo dal cielo.
La politica della cannoniere tende ad intimidire. Essa è ottima se raggiunge l’obiettivo con poca spesa; se viceversa l’avversario non si arrende, si è obbligati a passare all’azione. Diversamente, ci si rende ridicoli. Nel caso della Libia l’azione sarebbe una guerra di terra che la Risoluzione 1973 dell’Onu vieta, che costituirebbe un grande scandalo in Africa e che né la Francia né la Gran Bretagna hanno preso in considerazione. E allora?
Probabilmente si pensava che i ribelli avrebbero vinto, come era avvenuto in Tunisia e in Egitto, e che bastasse dunque dare l’ultima spintarella. Invece si è subito visto che Gheddafi rimaneva al suo posto. Fra l’altro si sarebbe capito che quei due grandi Paesi pensassero ad attivarsi quando ancora si poteva avere qualche dubbio, ma sono intervenuti quando le forze di Gheddafi erano in vista di Benghazi. Per così dire tentando di vincere la guerra civile al posto dei rivoltosi. Oggi possono vantarsi del fatto che le truppe governative hanno abbandonato delle posizioni, ma i governativi potrebbero indietreggiare di qualche chilometro per evitare danni (distruzione di carri armati) in attesa che gli alleati si stanchino di bombardare (e spendere soldi). Chi scommetterebbe su un’avanzata dei ribelli fino a Tripoli?
L’Italia non ha potuto negare le basi, ma non è andata oltre: e ha fatto benissimo a dichiarare che non avrebbe sparato un colpo. Questo potrebbe limitare di molto i danni.
Il futuro rimane comunque incerto e mentre aspettiamo la fine possiamo stabilire due curiosi parallelismi con la politica italiana.
Muammar Gheddafi è riuscito a rendersi antipatico agli Occidentali con la lunga serie di attentati terroristici e con le sue eccentricità. È anche riuscito a rendersi sgradito ai vicini, con un eccesso di attivismo e di ambizioni. Chi non ricorda l’UAR, l’unione di Libia, Egitto e Siria? E una volta il caro Muammar non arrivò a mancare di rispetto al sovrano dell’Arabia Saudita? È vero che l’antipatia non è una grande componente della politica internazionale ma si può pensare che il Colonnello avrebbe avuto maggiore sostegno, dai vicini, se non si fosse ripetutamente squalificato. Alla fine certi nodi possono venire al pettine.
Ecco il collegamento con la politica italiana: chi è urtante può lo stesso avere grande successo, ma se esagera può finire come Massimo D’Alema: considerato da tutti molto capace e molto importante, è tuttavia tenuto sempre da parte. Al punto che oggi è quasi un nessuno.
Il secondo collegamento è con Gianfranco Fini. Mentre Francia e Gran Bretagna davano inizio al loro attivismo guerresco, ci chiedevamo sconsolati: ma dove vogliono andare? Trovavamo l’impresa assurda e sterile. D’altro canto, avendo grande stima di quei due gloriosi Paesi, abbiamo continuato a dirci: magari ci sarà un senso, dietro tutto questo. Ma quale?
Lo stesso con Fini. Dopo esserci chiesti per mesi a cosa mirasse, e come intendesse trasformare quella via verso il disastro in una via verso la vittoria, abbiamo visto che la razionalità a volte è utile: ciò che appariva assurdo era effettivamente assurdo. Ciò che preludeva ad un disastro conduceva effettivamente al disastro.
Se oggi se Fini non fosse ancora Presidente della Camera lo si dimenticherebbe.
Amiamo troppo la Francia e l’Inghilterra per non sperare che per loro ci sbagliamo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA d'alema fini

permalink | inviato da giannipardo il 27/3/2011 alle 11:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 marzo 2011
MOLLICHINE
Siria. 20 morti e parecchi feriti per spari della polizia sulla folla. Ma poco rumorosi. A Londra e Parigi non si sono sentiti.
L’Italia dà 1.500 € per ogni tunisino che rinuncia a vivere in Italia. Io, per non andare a vivere a New York, ne voglio 20.000 dagli Stati Uniti.
I ribelli, con l’aiuto di Gb e F, riprendono Ajdabiya. Ottimo. Così non dovremo imparare a leggerne il nome.
Corriere: “Senza i blitz i ribelli non avrebbero vinto”. E quando i blitz cesseranno?
Il comando passa alla Nato. Francia scontenta. Non capisce che così la cattiva figura la farà la Nato!
Un alto esponente libico: “L’Italia non sta mediando”. Infatti. Sta aspettando di sapere chi vince.
Agli enti lirici, “indennità di frac”. Io sono più modesto: potrei avere l’indennità di jeans?
Napoli di nuova coperta di spazzatura. L’equilibrio stabile è quello cui si ritorna dopo ogni azione che lo turbi.
La Fiat pronta a spostarsi negli Usa. Proteste sindacali: meglio spostare Detroit in Italia.
Le Ferrari vanno male a Melbourne. Bersani (presto): “Berlusconi riferisca in Parlamento!”
Galan boccia il festival di Roma. I cinematografari diranno: “Non sappiamo più fare film, fateci almeno divertire coi festival!”
Insulti fra Vendola e Formigoni. Come possono capirsi il vergine e l’omosessuale?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. umorismo humour

permalink | inviato da giannipardo il 26/3/2011 alle 15:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
25 marzo 2011
Per gli interessati: IL PERICOLO DEL TERRORISMO LIBICO
Libya's Terrorism Option
By Scott Stewart
Un articolo da cui sono stati omessi due passaggi, di Scott Stewart, da Stratfor. L’articolo integrale è in nota.
___________________

Certamente il leader libico Gheddafi non ha alcun dubbio che le operazioni militari americane ed europee contro gli obiettivi militari libici sono attacchi contro il suo regime. Egli ha specificamente ammonito la Francia e il Regno Unito che essi arriveranno a pentirsi dell’intervento. Ora, simili minacce possono essere state costruite per dare ad intendere che se sopravvivrà, Gheddafi cercherà in futuro di escludere quei Paesi dall’accesso alle risorse energetiche della Libia. Tuttavia, visto l’uso che in passato ha fatto la Libia degli attacchi terroristici da scatenare quando si è sentita attaccata dalle potenze occidentali, le minacce di Gheddafi sollevano certamente la possibilità che, disperato e ferito, egli tenterà di nuovo di tornare al terrorismo come un mezzo per vendicarsi degli attacchi al suo regime. Mentre le minacce di sanzioni e ritorsioni hanno temperato l’uso del terrorismo da parte di Gheddafi negli anni recenti, la sua paura potrebbe venir meno se dovesse arrivare a pensare che non ha nulla da perdere.
Segue la lunga e particolareggiata descrizione dei molti attacchi terroristici attribuiti al regime di Tripoli.

Si giunge al punto su “La situazione attuale”.
Oggi la Libia si trova una volta ancora ad essere attaccata da un oppositore che ha una potenza militare di gran lunga superiore e contro cui le forze di Gheddafi non possono resistere. Pure se Gheddafi si assunse la responsabilità di alcuni dei passati attacchi terroristici della Libia e pubblicamente rinunciò al terrorismo nel 2003, questo passo fu una mossa puramente pragmatica, da parte sua. Non fu né il risultato di qualche epifania ideologica che fece sì che Gheddafi divenisse un tizio più buono e gentile. Dalla fine degli anni ’80 alla rinuncia al terrorismo nel 2003, Gheddafi ha mantenuto la capacità di continuare ad usare il terrorismo come una forma di utensile della politica estera: semplicemente ha scelto di non usarlo. Ma questa capacità rimane nella scatola degli attrezzi.
Diversamente da come ha visto le passate crisi, Gheddafi vede gli attuali attacchi contro di lui come molto più pericolosi per la sopravvivenza del suo regime delle schermaglie sul Golfo della Sirte o le operazioni militari francesi nel Ciad. Gheddafi è sempre stato un uomo freddo e calcolatore. Non ha esitato ad usare la violenza contro coloro che lo hanno affrontato, anche contro il suo proprio popolo. Ora è ridotto nell’angolo e in condizione di avere paura riguardo alla sua stessa sopravvivenza. A causa di questo, esiste la realissima possibilità che i libici impieghino il terrorismo contro i membri della coalizione che attualmente stanno realizzando ed imponendo la no-fly zone.
Gheddafi ha una lunga storia di uso del personale diplomatico, che i libici amano chiamare “comitati rivoluzionari”, per guidare ogni sorta di losche attività, dal pianificare attacchi terroristici al fomentare colpi di Stato. Di fatto, questi diplomatici sono spesso serviti come agenti per diffondere i principi rivoluzionari di Gheddafi negli altri Paesi.  A causa di questa storia, i membri della coalizione pressoché certamente controlleranno molto accuratamente le attività dei diplomatici libici all’interno dei loro Paesi – ed anche altrove.
Come illustrato dalla maggior parte degli attacchi terroristici descritti prima, lanciati o commissionati dai libici, costoro hanno spesso lanciato attacchi contro un dato Paese-obiettivo partendo da un Paese terzo. Questa attività di controllo dei diplomatici libici sarà molto aiutata dalla defezione di un grande numero di diplomatici in una varietà di Paesi. Questi diplomatici indubbiamente avranno minuziosamente informato i servizi segreti che cercavano indizi secondo cui Gheddafi si starebbe apprestando a riprendere la sua pratica del terrorismo. Questi transfughi si dimostreranno inoltre utili per identificare agenti dello spionaggio ancora leali a Gheddafi e forse perfino nel localizzare gli agenti dello spionaggio libico che lavorano sotto una copertura non ufficiale.
Ma i diplomatici non sono la sola sorgente cui Gheddafi può attingere per avere aiuto. Come notato prima, Gheddafi ha una lunga storia, quando si tratta di  usare mandatari per condurre attacchi terroristici. L’uso di un mandatario gli offre la possibilità di quel plausibile “rigetto di responsabilità” di cui ha bisogno per continuare a raccontare al mondo la sua storia, secondo la quale lui è l’innocente vittima di un’aggressione assurda. Forse, cosa ancor più importante, nascondendo la mano dopo aver gettato il sasso può anche riuscire ad evitare gli attacchi di rappresaglia. Mentre la maggior parte dei gruppi mandatari marxisti degli anni ’80, con cui i libici lavoravano, sono morti, Gheddafi ha altre opzioni.
Una è rivolgersi ai gruppi jihadisti regionali quali al Qaeda nel Maghreb (AQIM), mentre un’altra è coltivare le relazioni - che già migliorano - con i gruppi jihadisti in Libia quale il Gruppo di Combattimento Islamico Libico (Libyan Islamic Fighting Group, LIFG). In realtà, Gheddafi ha rilasciato dalla prigione centinaia di membri del LFIG, un processo che è continuato anche dopo che i moti sono cominciati, in febbraio. È dubbio che il LIFG realmente senta una qualche affinità con Gheddafi - il gruppo lanciò un’insurrezione contro il suo regime a metà degli anni ’90 e perfino tentò di assassinarlo - ma potrebbe essere usato per convogliare fondi ed armi ai gruppi regionali come AQIM. Questi gruppi certamente non provano amore per i francesi, gli americani o i britannici e potrebbero essere disposti a portare attacchi contro i loro interessi in cambio di armi e di fondi da parte della Libia. AQIM è disperata per la mancanza di risorse e si è trovata coinvolta in sequestri a scopo di estorsione e contrabbando di droga pur di trovare fondi per continuare la propria lotta. Questo bisogno di aiuto è più forte del loro disprezzo per Gheddafi.
A lungo termine i gruppi come AQIM e LIFG certamente costituirebbero una minaccia, per Gheddafi, ma dovendo fronteggiare la concretissima minaccia esistenziale da parte dell’irresistibile forza militare che attualmente è dispiegata contro di lui, Gheddafi potrebbe considerare la minaccia jihadista come molto meno pressante e seria.
Altri potenziali agenti per gli attacchi terroristici libici sono i vari gruppi rivoluzionari e ribelli dell’Africa con cui Gheddafi ha mantenuto il contatto e che ha perfino sostenuto per anni. Molti dei mercenari che, secondo quanto si dice, hanno combattuto a fianco delle forze lealiste libiche vengono da simili gruppi. Non è al di fuori del campo della possibilità che Gheddafi potrebbe fare appello a simili alleati per attaccare gli interessi francesi, britannici, italiani o americani, nei rispettivi Paesi dei suoi alleati. Simili attori avrebbero già accesso alle armi (probabilmente, per cominciare, fornite dalla Libia), e le capacità  dei servizi di sicurezza dei Paesi che li ospitano sono molto limitate in molti Paesi africani. Questo li rende posti ideali per condurre attacchi terroristici. Tuttavia, viste le limitate capacità dimostrate da simili gruppi, probabilmente richiederebbero  la supervisione e la guida della Libia (il genere di guida libica per i ribelli africani dimostrata ponendo una bomba nell’aereo del volo 772 dell’UTA) se essi dovessero condurre attacchi contro obiettivi non “soft” in Africa, come le ambasciate straniere.
Inoltre, come visto nel solco del complotto di al Qaeda per fare scoppiare una bomba nel giorno di Natale del 2009 nella Penisola Arabica, che aveva avuto origine in Ghana, i controlli degli aerei passeggeri e cargo negli aeroporti africani non è così rigoroso come lo è altrove. Quando si mette questo insieme con la storia della Libia in materia di attacchi agli aerei, e del porre bombe a bordo di aerei stranieri in Paesi terzi, la possibilità di un simile attacco deve costituire una serissima preoccupazione per i dirigenti dei servizi di sicurezza occidentali.
Il terrorismo ha comunque i suoi limiti, come si è visto con le attività di Gheddafi negli Anni ’80. Pure se i libici furono capaci di lanciare con successo parecchi attacchi terroristici, uccidendo centinaia di persone e traumatizzandone molti di più attraverso i moltiplicatori del terrore che sono i media, essi non furono capaci di causare nessun effetto durevole sulla politica estera degli Stati Uniti o della Francia. Gli attacchi servirono soltanto a rendere più forte la volontà di quei Paesi di imporre la loro volontà a Gheddafi, e alla fine egli capitolò e rinunziò al terrorismo. Quegli attacchi degli Anni ’80 sponsorizzati dalla Libia sono anche un importante fattore nel modo in cui il mondo vede Gheddafi – e probabilmente potrebbero oggi avere una parte importante nella decisione presa da Paesi come la Francia per la quale Gheddafi se ne deve andare. Naturalmente, è anche questo atteggiamento – che Gheddafi deve essere mandato via con la violenza – che potrebbe indurlo a credere che non ha nulla da perdere giocando la carta del terrorismo una volta di più.

Trad.di Gianni Pardo

Il testo originale.
Libya's Terrorism Option
By Scott Stewart
Alcuni passaggi dell’articolo di Scott Stewart, da Stratfor. L’articolo integrale è in nota.
On March 19, military forces from the United States, France and Great Britain began to enforce U.N. Security Council Resolution 1973, which called for the establishment of a no-fly zone over Libya and authorized the countries involved in enforcing the zone to “take all necessary measures” to protect civilians and “civilian-populated areas under threat of attack.” Obviously, such military operations cannot be imposed against the will of a hostile nation without first removing the country’s ability to interfere with the no-fly zone — and removing this ability to resist requires strikes against military command-and-control centers, surface-to-air missile installations and military airfields. This means that the no-fly zone not only was a defensive measure to protect the rebels — it also required an attack upon the government of Libya.
Certainly, Libyan leader Moammar Gadhafi has no doubt that the U.S. and European military operations against the Libyan military targets are attacks against his regime. He has specifically warned France and the United Kingdom that they would come to regret the intervention. Now, such threats could be construed to mean that should Gadhafi survive, he will seek to cut off the countries’ access to Libyan energy resources in the future. However, given Libya’s past use of terrorist strikes to lash out when attacked by Western powers, Gadhafi’s threats certainly raise the possibility that, desperate and hurting, he will once again return to terrorism as a means to seek retribution for the attacks against his regime. While threats of sanctions and retaliation have tempered Gadhafi’s use of terrorism in recent years, his fear may evaporate if he comes to believe he has nothing to lose.
    History of Libyan Reactions
Throughout the early 1980s, the U.S. Navy contested Libya’s claim to the Gulf of Sidra and said the gulf was international water. This resulted in several minor skirmishes, such as the incident in August 1981 when U.S. Navy fighters downed two Libyan aircraft. Perhaps the most costly of these skirmishes for Libya occurred in March 1986, when a U.S. task force sank two Libyan ships and attacked a number of Libyan surface-to-air missile sites that had launched missiles at U.S. warplanes.
The Libyans were enraged by the 1986 incident, but as the incident highlighted, they lacked the means to respond militarily due to the overwhelming superiority of U.S. forces. This prompted the Libyans to employ other means to seek revenge. Gadhafi had long seen himself as the successor to Gamal Abdel Nasser as the leader of Arab nationalism and sought to assert himself in a number of ways. Lacking the population and military of Egypt, or the finances of Saudi Arabia, he began to use terrorism and the support of terrorist groups as a way to undermine his rivals for power in the Arab world. Later, when he had been soundly rejected by the Arab world, he began to turn his attention to Africa, where he employed these same tools. They could also be used against what Gadhafi viewed as imperial powers.
On April 2, 1986, a bomb tore a hole in the side of TWA Flight 840 as it was flying from Rome to Athens. The explosion killed four American passengers and injured several others. The attack was claimed by the Arab Revolutionary Cells but is believed to have been carried out by the Abu Nidal Organization (ANO), one of the Marxist terrorist groups heavily sponsored by Libya.
On the evening of April 5, 1986, a bomb detonated in the La Belle disco in Berlin. Two U.S. soldiers and one civilian were killed in the blast and some 200 others were injured. Communications between Tripoli and the Libyan People’s Bureau (its embassy) in East Berlin were intercepted by the United States, which, armed with this smoking gun tying Libya to the La Belle attack, launched a retaliatory attack on Libya the night of April 15, 1986, that included a strike against Gadhafi’s residential compound and military headquarters at Bab Al Azizia, south of Tripoli. The strike narrowly missed killing Gadhafi, who had been warned of the impending attack. The warning was reportedly provided by either a Maltese or Italian politician, depending on which version of the story one hears.
The Libyan government later claimed that the attack killed Gadhafi’s young daughter, but this was pure propaganda. It did, however, anger and humiliate Gadhafi, though he lacked the ability to respond militarily. In the wake of the attack on his compound, Gadhafi feared additional reprisals and began to exercise his terrorist hand far more carefully and in a manner to provide at least some degree of deniability. One way he did this was by using proxy groups to conduct his strikes, such as the ANO and the Japanese Red Army (JRA). It did not take Gadhafi’s forces long to respond. On the very night of the April 15 U.S. attack, U.S. Embassy communications officer William Calkins was shot and critically wounded in Khartoum, Sudan, by a Libyan revolutionary surrogates in Sudan. On April 25, Arthur Pollock, a communicator at the U.S. Embassy in Sanaa, was also shot and seriously wounded by an ANO gunman.
In May 1986, the JRA attacked the U.S. Embassy in Jakarta, Indonesia, with an improvised mortar that caused little damage, and the JRA conducted similar ineffective attacks against the U.S. Embassy in Madrid in February and April of 1987. In June 1987, JRA operatives attacked the U.S. Embassy in Rome using vehicle-borne improvised explosive device and an improvised mortar. In April 1988, the group attacked the USO club in Naples. JRA bombmaker Yu Kikumura was arrested on the New Jersey Turnpike in April 1988 while en route to New York City to conduct a bombing attack there. The use of ANO and JRA surrogates provided Gadhafi with some plausible deniability for these attacks, but there is little doubt that he was behind them. Then on Dec. 21, 1988, Libyan agents operating in Malta succeeded in placing a bomb aboard Pan Am Flight 103, which was destroyed in the air over Scotland. All 259 passengers and crew members aboard that flight died, as did 11 residents of Lockerbie, Scotland, the town where the remnants of the Boeing 747 jumbo jet fell. Had the jet exploded over the North Atlantic as intended instead of over Scotland, the evidence that implicated Libya in the attack most likely never would have been found.
But the United States has not been the only target of Libyan terrorism. While the Libyans were busy claiming the Gulf of Sidra during the 1980s, they were also quite involved in propagating a number of coups and civil wars in Africa. One civil war in which they became quite involved was in neighboring Chad. During their military intervention there, the Libyans suffered heavy losses and eventually defeat due to French intervention on the side of the Chadian government. Not having the military might to respond to France militarily, Gadhafi once again chose the veiled terrorist hand. On Sept. 19, 1989, UTA Flight 772 exploded shortly after taking off from N’Djamena, Chad, en route to Paris. All 156 passengers and 14 crew members were killed by the explosion. The French government investigation into the crash found that the aircraft went down as a result of a bombing and that the bomb had been placed aboard the aircraft in Brazzaville, the Republic of the Congo, by Congolese rebels working with the Libyan People’s Bureau there. Six Libyans were tried in absentia and convicted for their part in the attack.
    The Current Situation
Today Libya finds itself once again being attacked by an opponent with an overwhelmingly powerful military that Gadhafi’s forces cannot stand up to. While Gadhafi did take responsibility for some of Libya’s past terrorist attacks and publicly renounced terrorism in 2003, this step was a purely pragmatic move on his part. It was not the result of some ideological epiphany that suddenly caused Gadhafi to become a kinder and gentler guy. From the late 1980s to the renunciation of terrorism in 2003, Gadhafi retained the capability to continue using terrorism as a foreign policy tool but simply chose not to. And this capability remains in his tool box.
Unlike his views of past crises, Gadhafi sees the current attacks against him as being far more dangerous to the survival of his regime than the Gulf of Sidra skirmishes or the French military operations in Chad. Gadhafi has always been quite cold and calculating. He has not hesitated to use violence against those who have affronted him, even his own people. Now he is cornered and fearful for his very survival. Because of this, there is a very real possibility that the Libyans will employ terrorism against the members of the coalition now implementing and enforcing the no-fly zone.
Gadhafi has a long history of using diplomatic staff, which the Libyans refer to as “revolutionary committees,” to conduct all sorts of skullduggery, from planning terrorist attacks to fomenting coups. Indeed, these diplomats have often served as agents for spreading Gadhafi’s revolutionary principles elsewhere. Because of this history, coalition members will almost certainly be  carefully monitoring the activities of Libyan diplomats within their countries — and elsewhere.
As illustrated by most of the above-mentioned terrorist attacks launched or commissioned by the Libyans, they have frequently conducted attacks against their targeted country in a third country. This process of monitoring Libyan diplomats will be greatly aided by the defection of a large number of diplomats in a variety of countries who undoubtedly have been thoroughly debriefed by security agencies looking for any hints that Gadhafi is looking to resume his practice of terrorism. These defectors will also prove helpful in identifying intelligence officers still loyal to Gadhafi and perhaps even in locating Libyan intelligence officers working under non-official cover.
But diplomats are not the only source Gadhafi can tap for assistance. As noted above, Gadhafi has a long history of using proxies to conduct terrorist attacks. Using a proxy provides Gadhafi with the plausible deniability he requires to continue to spin his story to the world that he is an innocent victim of senseless aggression. Perhaps more important, hiding his hand can also help prevent reprisal attacks. While most of the 1980s-era Marxist proxy groups the Libyans worked with are defunct, Gadhafi does have other options.
One option is to reach out to regional jihadist groups such as al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), while another is to cultivate already improving relationships with jihadists groups in Libya such as the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG). Indeed, Gadhafi has released hundreds of LFIG members from prison, a process that continued even after the unrest began in February. It is doubtful that the LIFG really feels any affinity for Gadhafi — the group launched an insurgency against his regime in the mid-1990s and actually tried to assassinate him — but it could be used to funnel funds and weapons to regional groups like AQIM. Such groups certainly have no love for the French, Americans or British and might be willing to conduct attacks against their interests in exchange for weapons and funding from Libya. AQIM is desperate for resources and has been involved in kidnapping for ransom and drug smuggling to raise funds to continue its struggle. This need might help it overcome its disdain for Gadhafi.
In the long run groups like AQIM and LIFG certainly would pose a threat to Gadhafi, but facing the very real existential threat from the overwhelming military force now being arrayed against him, Gadhafi may view the jihadist threat as far less pressing and severe.
Other potential agents for Libyan terrorist attacks are the various African rebel and revolutionary groups Gadhafi has maintained contact with and even supported over the years. Many of the mercenaries that have reportedly fought on the side of the Libyan loyalist forces have come from such groups. It is not out of the realm of possibility that Gadhafi could call upon such allies to attack French, British, Italian or American interests in his allies’ respective countries. Such actors would have ready access to weapons (likely furnished by Libya to begin with), and the capabilities of host-country security services are quite limited in many African states. This would make them ideal places to conduct terrorist attacks. However, due to the limited capabilities exhibited by such groups, they would likely require direct Libyan oversight and guidance (the kind of direct Libyan guidance for African rebels demonstrated in the UTA Flight 772 bombing) if they were to conduct attacks against hardened targets in Africa such as foreign embassies.
Also, as seen in the wake of al Qaeda in the Arabian Peninsula’s Christmas Day bomb plot in 2009, which originated in Ghana, passenger and cargo screening at African airports is not as stringent as it is elsewhere. When combined with Libya’s history of attacking aircraft, and placing bombs aboard foreign aircraft in third countries, the possibility of such an attack must surely be of grave concern for Western security officials.
Terrorism, however, has its limitations, as shown by Gadhafi’s activities in the 1980s. While the Libyans were able to launch several successful terrorist strikes, kill hundreds of people and traumatize many more through terror multipliers like the media, they were not able to cause any sort of lasting impact on the foreign policies of the United States or France. The attacks only served to harden the resolve of those countries to impose their will on Gadhafi, and he eventually capitulated and renounced terrorism. Those Libyan-sponsored attacks in the 1980s are also an important factor governing the way the world views Gadhafi — and today they may be playing a large part in the decision made by countries like France that Gadhafi must go. Of course, it is also this attitude — that Gadhafi must be forced out — that could lead him to believe he has nothing to lose by playing the terrorism card once again.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA TERRORISMO

permalink | inviato da giannipardo il 25/3/2011 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 marzo 2011
IN LODE DELL'AMBIZIONE
Contrariamente a ciò che dicono i parroci e i maestri elementari, l’ambizione è una grande qualità. Anche se l’ambizioso è in cerca di riconoscimenti e vantaggi per sé, per ottenerli si attiva, ed anche molto: sicché si può dire che l’ambizione è ciò che spinge a fare, mentre la mancanza di ambizione spinge il pigro a contentarsi di ciò che è e di ciò che ha. Cioè all’inerzia. Come si possa dire bene di chi non fa nulla, né per sé né per la comunità, è cosa che rimane da spiegare.
L’ambizioso va distinto da chi opera per evitare conseguenze sgradevoli. Immaginiamo un antico mugnaio che, per macinare il grano, doveva far girare a mano una pesante pietra. Se costui, proprio perché pigro, ad un certo momento avesse l’idea di sfruttare la corrente del vicino ruscello per far girare la macina, sarebbe un ambizioso? Certamente no: sarebbe un inventore che si serve della sua intelligenza per evitarsi una pesante fatica. Sarebbe invece un ambizioso se tentasse di aprire un secondo mulino e ne affidasse la gestione ad un lavorante, per andare lui stesso a far propaganda nel contado sino a divenire il magnate della molitura e lavorare perfino più di prima per seguire i suoi affari.
Il pigro tende a soddisfare i propri bisogni nel modo più comodo, ma niente di più. Se inventasse il mulino ad acqua non lo brevetterebbe e permetterebbe a chiunque di copiarne il principio. Perché a lui di come gli altri macinano il grano non importa nulla.
L’ambizioso è caratterizzato dalla tendenza ad andare molto oltre i propri bisogni, fino ad ottenere un risultato contraddittorio con le premesse. Se un operaio lavora otto ore al giorno ed ha un reddito sufficiente con cui vivere, e poi invece diviene imprenditore e lavora dodici ore al giorno, siamo sicuri che avrà fatto un affare? Indubbiamente guadagna molto più denaro ma non ha né il tempo né la forza di goderselo.
Qui si nota un’ulteriore differenza fra l’ambizioso e il pigro. L’ambizioso, anche se agisce per puro narcisismo, è un benefattore; il pigro, se pure apparentemente modesto e schivo, è un egoista che vive solo per sé. Posto che la sua vita vada bene, non si attiva per cambiarla. Né nel proprio interesse né nell’altrui.
Del resto, a guardarlo più da vicino, è proprio vero che il pigro è “modesto e schivo”? Forse la verità è che ha già una tale eccellente opinione di sé che non ha bisogno di riconoscimenti esterni. Gli basta essere se stesso per ammirarsi pressoché senza riserve. L’ambizioso invece è come un drogato: per ammirarsi ha continuamente bisogno della sua dose di lodi, di apprezzamenti, di denaro. Quest’ultimo infatti è solo la misura del suo successo, non il mezzo con cui acquistare qualcosa. L’ambizioso la maggior parte del tempo lo passa a lavorare, non certo a fare gite o viaggi in macchina e se vuole un’automobile di lusso non è perché ne abbia bisogno, è per far sapere a tutti, anche a chi non lo conosce, perfino al pompista presso il quale fa benzina, che lui è uno che si può permettere un’auto da ottantamila euro.
Purtroppo, tutto ha una controindicazione. Se l’ambizioso soffre all’idea che qualcuno sia più importante di lui, guadagni più di lui, può sempre consolarsi misurando la distanza che lo separa dai molti mediocri che devono stare attenti per arrivare alla fine del mese. Mentre il pigro, pure se ha tendenza a dirsi che lui sta benissimo, non può nascondersi di essere socialmente una mezza calzetta. Uno che l’ambizioso potrebbe guardare con l’indifferenza con cui si guarda una singola pecora nel gregge. Un fallito.
Questi due tipi umani sono come le medaglie: hanno due facce, una positiva e una negativa. Il pigro può essere un mediocre ma anche un filosofo; l’ambizioso, anche ad essere un nevrotico, è spesso un uomo di successo. La verità è che in fondo non c’è modo di cambiare la propria natura.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 marzo 2011

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LODE AMBIZIONE

permalink | inviato da giannipardo il 25/3/2011 alle 12:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
25 marzo 2011
MOLLICHINE
Gheddafi denuncia 18 morti a Tripoli, sotto i bombardamenti. Ma quelli fanno parte della popolazione incivile.
Siria. La polizia attacca e spara sui dimostranti, qualcuno parla di 100 morti. Ma anche costoro non fanno parte della popolazione civile.
Embargo petrolifero totale per la Libia proposto da Angela Merkel. Se non basterà, embargo sulla sabbia.
La ‘Ndranghea sta invadendo Milano. Il procuratore: “Troppa omertà”: “Milanisi sugnu, nenti sacciu e nenti visti”.
Strasburgo assolve l’Italia per la morte di Carlo Giuliani. La famiglia non si rassegna. Vuole la medaglia al valor militare.
Vendola recita la parte di Masaniello nel “processo” al Petruzzelli. Caselli pm. La solita farsa della giustizia italiana.
Gheddafi. Di Pietro chiama Frattini e Berlusconi “due conigli”. Lui il rais l’avrebbe subito distrutto. A forza di insulti.
A Lampedusa comincia a mancare l’acqua. In Italia, se continua l’immigrazione, mancherà l’aria.
Alla Nato il controllo della no-fly zone (Risoluzione Onu). Alla Coalizione gli attacchi all’esercito di Gheddafi (rancore personale).
Rivolta in Siria, Assad offre riforme: “Prima io comandavo, poi comanderò io”.
“Giappone, sei giorni dopo la scossa ricostruita un’autostrada”. I magistrati italiani aprono un fascicolo sul Bertolaso giapponese.
Firenze, arrestato dipendente comunale per sesso con minorenni. Imputazione: mania di grandezza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 25/3/2011 alle 10:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2011
LA GUERRA DEMENZIALE
Se qualcuno ha capito l’operazione Odyssey Dawn farebbe un segnalato favore agli sprovveduti bisognosi di lumi se rispondesse alle perplessità seguenti.
1)    Il petrolio non può essere la causa della guerra. La Libia non lo regala, lo vende. E come l’ha venduto fino ad oggi, rendendo i libici fra i più “benestanti” dell’Africa, continuerà a venderlo anche in futuro. Chiunque comandi. Dunque dire “si fa la guerra perché in Libia c’è il petrolio” è una stupidaggine. A meno che non si vada oltre questa frase apodittica e si spieghi perché, facendo questa guerra, si ottengano vantaggi (chi e quali?) in campo energetico.
2)    Non si può fare la guerra perché la Libia non è sufficientemente democratica, anzi, è dominata da un dittatore. In Europa non abbiamo molta simpatia per i dittatori, avendone avuto, fra l’altro, fra i peggiori, ma questo non giustifica l’intervento in altri Paesi. Diversamente bisognerebbe intervenire in tutti gli Stati non democratici: la lista sarebbe sterminata. Senza dire che  sarebbe difficile identificare quelli in cui intervenire: in Iran si vota, ogni tanto. Possiamo per questo considerare l’Iran una democrazia libera, quando spara sui dimostranti, non permette a tutti di candidarsi e impicca la gente in piazza? E infine chi ci assicura che i rivoltosi, se vincessero, sarebbero dei veri democratici?
3)    Se si volesse dimostrare che Gheddafi, in quanto dittatore, è peggiore di tutti, si sarebbe facilmente smentiti. Saddam Hussein era un autentico, spietato criminale, e tuttavia molti, ragionevolmente, si opposero alla guerra irakena. Esempi come quelli di Idi Amin Dada e Bokassa sono indimenticati, eppure nessuno si sognò di intervenire nei loro Paesi. Né maggiore stima si può avere di Robert Mugabe. Questo è un argomento troppo debole per richiedere una più lunga argomentazione.
4)    Se si dice che si è intervenuti in Libia perché Gheddafi “sparava” sui ribelli, perché non si interviene in Siria, dove attualmente sta avvenendo lo stesso? Né si può dimenticare che nei giorni scorsi lo stesso è avvenuto in Yemen e perfino nell’Egitto del dopo Mubarak. Qualunque governo “spara” sugli insorti, quando la polizia con i manganelli non basta più. E l’idea che un governo debba sempre cedere al tentativo di rivoluzione è peggio che sorprendente: è balorda. La Cina ha represso la rivolta degli studenti con il massacro di Tien an Men. Che avremmo dovuto fare, dichiarare guerra alla Cina?
5)    Qui si inserisce una argomento “furbo” che gli idealisti usano sempre quando sono a mal partito. “D’accordo, non possiamo risolvere il problema in  tutti i casi, ma perché non risolverlo in questo? Sarà sempre meglio di niente”. Argomento furbo, come si diceva, ma cui basta rispondere che bisogna però spiegare perché si sceglie di risolvere questo problema e non un altro. Valeva anche per l’Iraq, questo argomento, ed è stato giustamente molto utilizzato dagli oppositori degli Usa.
6)    Se si dice che si interviene per proteggere la popolazione civile, si dice qualcosa di ipocrita e privo di senso. Qualunque operazione militare, come spedire missili Tomahawk o missili aria-terra può sempre provocare “danni collaterali”, cioè vittime civili. A cominciare da quelle di Tripoli. Se, Dio non volesse, una bomba d’aereo centrasse un obiettivo civile e facesse una strage, come la prenderebbero i giornali occidentali? Eppure la cosa è da mettere necessariamente nel conto. E poi, in che modo si protegge la popolazione se si bombarda una delle due fazioni e non l’altra? Si pretende che i violenti stiano tutti da una parte? Questo è un intervento straniero in una guerra civile, non diversamente da quando i tedeschi bombardavano i repubblicani per favorire i franchisti.
7)    La volontà di intervenire nella politica interna libica è poi dimostrata dalla monumentale ipocrisia della stessa volontà di imporre una no-fly zone, che significa divieto di volo. Se un Awac, in volo nel golfo della Sirte, osservasse che nessun aereo libico si alza dagli aeroporti libici, nessun aereo alleato si dovrebbe alzare in volo. La no-fly zone sarebbe già operante. E invece gli aerei francesi e inglesi martellano mezzi corazzati libici al suolo e ogni genere di installazione. Se i carri armati non volano, e neppure i depositi di armi, è segno che si va oltre la no-fly zone. Sarebbe bello se non si prendessero per imbecilli i lettori di giornali.
8)    L’operazione è anche incomprensibile per i suoi scopi finali. In una guerra di straccioni vince il meno straccione e oggi come oggi questo è di gran lunga il governo di Tripoli. Negli scontri terrestri i rivoltosi non hanno nessuna possibilità di vittoria, soprattutto nella parte occidentale della Libia. E allora o la guerra si prolungherà fino a quando le truppe di Gheddafi conquisteranno anche Benghazi e Tobruk, oppure la Libia si spaccherà in due.
9)    Tutto questo, naturalmente, a meno che la Francia e il Regno Unito non decidano di entrare anche nella guerra terrestre: ma questo non può avvenire sotto l’egida dell’Onu. Dunque, a parte il fatto che l’operazione sarebbe “illegale” (per quello che può valere questo aggettivo in politica internazionale), ammesso che si rovesciasse Gheddafi, poi gli eserciti europei dovrebbero rimanere a presidiare il Paese, come in Iraq. E per quanto tempo? E con quali esiti, soprattutto tenendo presente che la Tripolitania è effettivamente a favore di Gheddafi?
La conclusione è sconsolata: raramente si è vista una guerra più demenziale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. LIBIA

permalink | inviato da giannipardo il 24/3/2011 alle 12:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
24 marzo 2011
MASSIME
La lotta contro la corruzione è tanto sacrosanta quanto senza speranza: combatte contro l'egoismo umano.
Il guaio non è che un certo partito sia inadatto a governare. Il guaio è che tutti i partiti sono inadatti a governare.
La democrazia garantisce il prevalere della maggioranza, non necessariamente del buon senso.
I francesi ogni tanto hanno bisogno di fare una rivoluzione, gli italiani hanno costantemente bisogno di farne la mossa.
Viviamo un periodo in cui l'autorità è in grave crisi. "Ordinare" è divenuto un verbo più sconcio di "sodomizzare".
Gianni Pardo, 2011




permalink | inviato da giannipardo il 24/3/2011 alle 9:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 marzo 2011
IL MODO DI RACCONTARLA

Di George Friedman, dalla rivista americana di geopolitica Stratfor – 21 marzo

Forze degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei sono intervenute in Libia. Con l’autorizzazione delle Nazioni Unite, hanno imposto una no-fly zone, nel senso che abbatteranno qualunque aeroplano libico che tenti di volare sopra la Libia. Inoltre, essi hanno condotto attacchi contro aeroplani a terra, aeroporti, difese aeree e sistemi di comando controllo e comunicazioni del governo libico; aeroplani francesi e americani hanno colpito mezzi corazzati e forze di terra della Libia. Si parla pure di forze per operazioni speciali europee ed egiziane in attività nell’est della Libia, dove è centrata l’opposizione al governo, in particolare intorno alla città di Benghazi. In effetti, l’intervento di Questa alleanza è stato contro il governo di Muhammar Gheddafi e, per estensione, a favore dei suoi oppositori nell’est.
L’interezza delle intenzioni dell’alleanza non è chiara, e non è neppure chiaro che cosa gli alleati hanno in mente. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu autorizza chiaramente la no-fly zone. E, estendendo il mandato, questo logicamente autorizza attacchi contro gli aeroporti e gli obiettivi ad esso collegati. Molto largamente, esso definisce la missione dell’intervento come di protezione delle vite dei civili. In quanto tale, non proibisce specificamente la presenza di forze di terra, benché chiaramente stabilisca che non saranno permesse “forze di occupazione straniere” sul suolo libico. Può intendersi che i membri del Consiglio intendessero che le forze possano intervenire in Libia ma non rimanere in Libia dopo l’intervento. Ciò che in realtà tutto questo significa non è affatto chiaro.
Non si dice da nessuna parte che l’intervento abbia lo scopo di proteggere i nemici di Gheddafi dalle sue forze. Gheddafi aveva minacciato di attaccare “senza pietà” e aveva organizzato un assalto prolungato verso est che i ribelli si erano dimostrati incapaci di rallentare. Prima dell’intervento, l’avanguardia delle sue forze era alle porte di Benghazi. La protezione dei ribelli dell’est contro la vendetta di Gheddafi, accoppiata con attacchi alle basi sotto il controllo di Gheddafi, logicamente conduce alla conclusione che l’alleanza vuole il cambiamento di regime, cioè sostituire il governo di Gheddafi con uno guidato dai ribelli.
Ma tutto questo sarebbe troppo simile all’invasione dell’Iraq contro Saddam Hussein, e le Nazioni Unite e l’alleanza non sono andati tanto lontano, con la loro retorica, per non parlare della logica delle loro azioni. Piuttosto, lo scopo dell’intervento è esplicitamente di porre un termine alla minaccia di Gheddafi di annientare i suoi nemici, sostenere questi stessi nemici ma lasciare la responsabilità del risultato finale nelle mani della coalizione dell’est. In altre parole – e questo richiede un bel po’ di parole per essere spiegato – essi vogliono intervenire per proteggere i nemici di Gheddafi, sono pronti a sostenere questi nemici (benché non sia chiaro quanto lontano essi siano disposti ad andare per offrire questo sostegno), ma non saranno responsabili per il risultato finale della guerra civile.
Il Contesto Regionale
Per capire questa logica è essenziale cominciare considerando i recenti avvenimenti nell’Africa del Nord e nel mondo arabo nella maniera in cui li hanno interpretati i governi occidentali. Cominciando dalla Tunisia, espandendosi all’Egitto e alla Penisola Araba, gli ultimi due mesi hanno visto molte sommosse nel mondo arabo. Riguardo a queste sommosse si sono avute tre interpretazioni. La prima, che esse rappresentavano una larga opposizione popolare ai governi esistenti, piuttosto che manifestare lo scontento di minoranze frammentarie – in altre parole, che erano rivoluzioni popolari. La seconda, che queste rivoluzioni avevano lo scopo comune di creare una società democratica. La terza, che il genere di società democratica che essi volevano era simile alla democrazia europea-americana, in altre parole, un sistema costituzionale che sostenesse valori democratici occidentali.
Ognuno dei Paesi in cui si svolgevano queste sommosse era molto diverso dagli altri. Per esempio, in Egitto, mentre le telecamere si concentravano sui dimostrati, spendevano ben poco tempo a filmare la vasta maggioranza del Paese che non si è sollevata. Diversamente dal 1979 in Iran, i negozianti e i lavoratori non hanno protestato in massa. Che essi sostenessero i dimostranti della Piazza Tahrir è materia di ipotesi. Possono averlo fatto, ma i dimostranti erano una piccola frazione della società egiziana, e mentre essi chiaramente volevano una democrazia, è molto poco chiaro che volessero una democrazia liberale. Ricordate che la rivoluzione iraniana ha creato una Repubblica Islamica più democratica di quanto i suoi critici siano disposti ad ammettere, ma radicalmente illiberale ed oppressiva. In Egitto è chiaro che Mubarak era generalmente detestato ma non è chiaro che il regime in generale fosse rigettato. Né è chiaro dal risultato finale ciò che avverrà ora. L’Egitto potrebbe rimanere com’è, potrebbe divenire una democrazia illiberale o potrebbe divenire una democrazia liberale.
Considerate anche il Bahrein. Chiaramente, la maggioranza della popolazione è sciita e si vede chiaramente il risentimento riguardo al governo sunnita. Deve presumersi  che coloro che protestano desiderano aumentare di molto il potere degli sciiti, e le elezioni dovrebbero realizzare questo. È molto più problematico stabilire che essi vogliano creare una democrazia liberale perfettamente allineata con le dottrine delle Nazioni Unite sui diritti umani.
L’Egitto è un Paese complicato, e qualunque affermazione semplice riguardo a ciò che sta avvenendo si dimostrerà sbagliata. Il Bahrein in qualche modo è meno complesso, ma anche qui vale la stessa cosa. L’idea che l’opposizione al governo significhi sostegno per la democrazia liberale è in tutti i casi una convinzione temeraria – ed è problematica l’idea che ciò che i dimostranti  dicono di volere dinanzi alle telecamere sia veramente ciò vogliono. Ancor più problematica, in molti casi, è l’idea che i dimostranti nelle strade semplicemente rappresentino una volontà popolare universale.
Tuttavia, è emersa una “narrative” (“modo di raccontarla”) di ciò che sta avvenendo nel mondo arabo ed essa è divenuta la trama del modo di pensarla riguardo alla regione. La narrative dice che la regione è spazzata da rivoluzioni democratiche (nel senso occidentale) che si sollevano contro regimi oppressivi. L’Occidente deve sostenere queste sollevazioni con delicatezza. Questo significa che non si deve sponsorizzarle ma nello stesso tempo bisogna impedire ai regimi oppressivi di schiacciarle.
Questa è una manovra complessa. Il sostegno ai ribelli degli occidentali si volgerà in un’altra fase dell’imperialismo occidentale, secondo questa teoria. Ma se non si sostiene la sollevazione si tradiranno fondamentali principi morali. Lasciando da parte il problema se la narrative sia accurata o no, mettere insieme questi due principi non è facile – ma essa ha una particolare attrattiva per gli europei, con la loro preferenza per il “soft power” (potere morbido).
Gli Occidentali hanno camminato su una corda tesa fra questi principi contraddittori; la Libia è il posto in cui essi ne sono caduti. Secondo la narrative, ciò che è avvenuto in Libia è stato una delle tante sollevazioni, ma in questo caso soppressa con una brutalità che andava oltre ciò che poteva essere tollerato. Il Bahrein, a quanto si direbbe, era all’interno di questi limiti, l’Egitto era stato un successo, ma la Libia era un caso nel quale il mondo non poteva rimanere inerte mentre Gheddafi distruggeva una sollevazione democratica. Ora, il fatto che il mondo fosse rimasto inerte per più di quarant’anni mentre Gheddafi brutalizzava il suo popolo ed altri popoli non era un problema. Nella narrative che si seguiva, la Libia non era più una tirannia isolata ma parte di una sollevazione generale – e quella in cui l’integrità morale dell’Occidente era sottoposta alla prova più importante. Ora le cose erano diverse rispetto a prima.
Naturalmente, come riguardo agli altri Paesi, c’è stata una massiccia divergenza fra la narrative e ciò che è veramente avvenuto. Certo, il fatto che ci siano state sommosse in Tunisia e in Egitto ha fatto sì che gli oppositori di Gheddafi abbiano riflettuto sulle opportunità, e l’apparente facilità di successo dei moti tunisini ed egiziani li abbia più o meno incoraggiati. Ma sarebbe un enorme errore vedere ciò che è avvenuto in Libia come una sollevazione di massa, liberale e democratica. La narrative deve essere veramente forzata, nella maggior parte dei Paesi, ma in Libia è del tutto insostenibile.
La Sollevazione Libica
Come abbiamo fatto notare, la sollevazione libica era formata da un gruppo di tribù e personalità, alcune all’interno del governo libico, alcune all’interno dell’esercito e molti altri oppositori di lunga data del regime, i quali tutti vedevano un’opportunità in questo particolare momento. Benché molti, in porzioni occidentali della Libia, e in particolare nelle città di Zawiya e Misurata, si identifichino con l’opposizione, essi non rappresentano il cuore dell’opposizione storica a Tripoli, che è ad est. È in questa regione, nota prima dell’indipendenza come Cirenaica, che si trova il nocciolo del movimento di opposizione. Uniti forse solo dall’opposizione a Gheddafi, queste persone non hanno un’ideologia comune e certamente non aspirano ad una democrazia di tipo occidentale. Piuttosto, essi hanno visto un’opportunità per avere più potere, ed hanno tentato di conquistarlo.
Secondo la narrative, Gheddafi avrebbe dovuto essere velocemente spodestato, ma non lo è stato. Egli ha di fatto avuto un notevole sostegno da parte di alcune tribù e dell’esercito. Tutti questi sostenitori avevano molto da perdere, se egli fosse stato rovesciato. Per conseguenza, essi si sono dimostrati di gran lunga più forti, collettivamente, dell’opposizione, anche se essi sono stati sorpresi dai successi iniziali dell’opposizione. Con sorpresa di tutti, non solo Gheddafi non è fuggito, ma ha contrattaccato e respinto i suoi nemici.
Questo non avrebbe dovuto sorprendere il mondo tanto quanto ha fatto. Gheddafi non ha dominato la Libia  gli ultimi quarantadue anni perché è uno sciocco e neppure perché non aveva sostegno.  Egli è stato molto accurato nel ricompensare i suoi amici e nel colpire ed indebolire i suoi nemici, e i suoi sostenitori erano molti e ben motivati. Una delle parti di questa narrative è che il tiranno sta sopravvivendo soltanto con la forza e che la sollevazione democratica l’ha già sbaragliato. Il fatto è che il tiranno aveva molto sostegno, in questo caso, che l’opposizione non era particolarmente democratica, e ancor meno organizzata e coesa, e che è stato Gheddafi che li ha sbaragliati.
Mentre Gheddafi si avvicinava a Benghazi, la narrative si è spostata dal trionfo delle masse democratiche alla necessità di proteggerle contro Gheddafi: da qui le urgenti richieste degli attacchi aerei. Ma questo è stato temperato dalla riluttanza ad agire in modo decisivo sbarcando truppe, impegnando l’esercito libico e trasferendo il potere ai ribelli: bisognava evitare l’Imperialismo facendo il meno possibile per proteggere i ribelli mentre li si armava per sconfiggere Gheddafi. Armati e addestrati dagli Occidentali, forniti del dominio dell’aria dalle forze aeree straniere, ecco la linea arbitraria al di là della quale il nuovo governo apparirebbe un fantoccio degli Occidentali. Attualmente esso sembra un po’ al di là di questa linea, ma ecco come la storia viene raccontata.
Di fatto, gli Occidentali attualmente stanno sostenendo un gruppo di tribù ed individui molto diversi e a volte vicendevolmente ostili, tenuti insieme dall’ostilità nei confronti di Gheddafi e da non molto altro. È possibile che col tempo essi possano coagularsi in una forza combattente, ma è molto, molto più difficile immaginare che essi possano in tempi ragionevolmente brevi sconfiggere Gheddafi, e ancor meno che siano capaci di governare insieme la Libia. Ci sono semplicemente troppi motivi di dissenso, fra loro. Sono in parte queste divisioni che hanno permesso a Gheddafi di rimanere al potere per tanto tempo. È difficile concepire la capacità dell’Occidente di imporre l’ordine fra loro senza governarli, particolarmente nel breve termine.  Essi mi ricordano Hamid Karzai in Afghanistan, unto dagli americani, privo della fiducia della maggior parte del Paese e sostenuto da una coalizione frammentaria.
Altri Fattori
Naturalmente ci sono altri fattori di cui tenere conto. L’Italia ha un interesse al petrolio libico e il Regno Unito ha dimostrato di avere interesse ad accedervi anch’esso. Ma come Gheddafi era felice di vendere il petrolio, così lo sarebbe qualunque regime che gli succedesse; questa guerra non era necessaria per garantire l’accesso al petrolio. Anche la politica della Nato ha avuto una parte. I tedeschi hanno rifiutato di partecipare a questa operazione e questo ha spinto i francesi più vicini agli americani e agli inglesi. Poi c’è la Lega Araba, che sosteneva la no-fly zone (benché abbia fatto dietro front quando ha scoperto che una no-fly zone includeva il fatto di bombardare cose) ed ha offerto l’occasione di operare col mondo arabo.
Ma sarebbe un errore pensare che questi interessi passeggeri abbia precedenza sulla narrative ideologica, la genuina credenza che fosse possibile tessere un legame fra umanitarismo e imperialismo – che fosse possibile intervenire in Libia su basi umanitarie senza con ciò interferire negli affari interni di un altro Paese. Era pure in gioco la credenza che uno possa ricorrere alla guerra per salvare le vite degli innocenti senza, nel corso della guerra, provocare la morte di ancor più innocenti.
Il paragone con l’Iraq è ovvio. Ambedue i Paesi avevano un mostruoso dittatore. Ambedue sono stati sottoposti alla no-fly zone.  Le no-fly zone non intimidiscono i dittatori. Col tempo, essa si trasforma in un massiccio intervento nel quale il governo è rovesciato e l’opposizione si trasforma in una guerra civile mentre, nello stesso tempo, attacca gli invasori. Naturalmente, alternativamente, la vicenda potrebbe andare come nella guerra del Kosovo, dove si vide il governo rinunciare alla provincia dopo un paio di mesi di bombardamenti. Ma in quel caso era in gioco solo una provincia. In questo caso, benché ostensibilmente incentrata sulla Cirenaica, l’azione richiede a Gheddafi di rinunciare a tutto, e la stessa cosa dovrebbero fare i loro sostenitori: un’impresa molto difficile.
Dal mio punto di vista, muovere guerra per perseguire un interesse nazionale è solo raramente necessario. Muovere guerra per ragioni ideologiche richiede una chiara comprensione dell’ideologica e un’ancor più chiara comprensione delle realtà sul terreno. In questo intervento, l’ideologia non è per nulla chiarissima, contorta com’è fra il concetto dell’auto-determinazione e l’obbligo di intervenire per proteggere la fazione favorita. La realtà sul terreno è ancor meno chiara. La realtà delle rivolte democratiche nel mondo arabo è moto più complicata di come la narrative vorrebbe rappresentarla e l’applicazione della narrative alla Libia semplicemente non sta in piedi. Vi è una protesta, ma la protesta prende varie forme e quella democratica è soltanto una fra le molte.
Ogni volta che si interviene in un Paese, quali che siano le intenzioni, si interviene a fianco di qualcuno. In questo caso, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna stanno intervenendo a favore di un gruppo di tribù molto mal definite, vicendevolmente ostili e sospettose e fazioni che non sono riuscite a coalizzarsi, almeno fino ad ora, fino a creare una significativa forza militare. L’intervento potrebbe certo riuscire. La questione è se il risultato creerà una nazione moralmente migliore. Si dice che non ci può essere niente di peggiore rispetto a Gheddafi ma Gheddafi non ha governato per 42 anni semplicemente perché è stato  un dittatore che usava la forza contro degli innocenti, ma piuttosto perché egli si rivolge ad una possente e reale dimensione della Libia.





permalink | inviato da giannipardo il 23/3/2011 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 marzo 2011
LA VERITA' È UN FOTOMONTAGGIO
Pitigrilli, tanti anni fa, raccontava un aneddoto. Un giorno, un giovane si innamorò perdutamente di una donna. Dal momento che da sempre faceva parte di una comitiva di gaudenti e di donnaioli, non smetteva di magnificare le qualità della sua bella con gli amici ma quelli purtroppo, quando riuscirono ad identificarle, si accorsero che era una prostituta. Come dirlo a Guido? Poteva benissimo sposare una professionista, ma doveva sapere quello che faceva. Cominciarono allora col consigliargli di informarsi bene su di lei ma quello rispondeva che sapeva benissimo di avere incontrato un angelo. Passarono alle allusioni pesanti e quello rispondeva che capiva benissimo che erano invidiosi e si vendicavano come potevano. Finché arrivarono a dirgli brutalmente: “Guarda che la tua Chantal è una puttana!” Ma Guido rise, dicendo che veramente avevano passato il segno. Per fortuna lui non era suscettibile. Gli dissero allora che alcuni di loro avevano fatto l’amore con lei, a pagamento, ma Guido non ci credette. Alla fine, perduta ogni remora, gli amici scovarono delle foto di Chantal in “attività di servizio” e gliele misero sotto il muso: ma l’innamorato rise ancora una volta. “Lo so che esistono questi brillanti fotomontaggi!”
La cinica morale di quel disincantato scrittore era che, se qualcuno vuol credere qualcosa, non ci sono prove che bastino per dissuaderlo. Un esempio è fornito dall’omeopatia. Si dimostra agli adepti che le successive diluizioni, necessarie per produrre il medicinale, sono tali che si può essere sicuri, sulla base del numero di Avogadro, che nella soluzione finale il principio attivo è assente. Come può il medicinale funzionare? I ferventi allora dicono che queste prove sono false e inventate dalle multinazionali del farmaco. Gli si ricorda che i “rimedi” non hanno superato le prove cliniche “a doppio cieco”, e ancora una volta la risposta è: “E come possiamo fidarci dei medici classici, che già in partenza non credono all’omeopatia?” Rimane solo la speranza che gli appassionati si curino con l’omeopatia soltanto finché il problema non diviene serio.
Un esempio classico si ha anche in campo politico. Coloro che odiano Berlusconi sostengono di avere la prova che sia un delinquente “perché la magistratura l’ha accusato di un mare di reati”. Mentre coloro che sostengono Berlusconi rispondono che le cose stanno al contrario: i magistrati lo odiano e per questo l’accusano di tutto. I primi dicono allora che i magistrati sono super partes, per dovere e professione, e gli altri si mettono a ridere. In Italia le vicende del Primo Ministro hanno condotto ad un drammatico calo della fiducia nella magistratura.
Fra l’altro, se i sostenitori del Cavaliere sottolineano che proprio molti magistrati lo hanno assolto, i colpevolisti sorridono: “Con tutti gli avvocati che questo miliardario si può permettere! Chissà quali cavilli hanno scovato. Mentre di fatto lui è colpevole. E poi spesso non è stato assolto, si è prescritto il reato”. Gli avversari ritorcono che, se si è arrivati alla prescrizione, che comunque non è una condanna, è segno che i magistrati fanno male il loro lavoro. “Ma no, dicono i primi, è che gli avvocati di Berlusconi fanno di tutto per perdere tempo”. Non se ne esce.
Un esempio si è avuto ieri, al processo Mills. Come si sa, il reato è costituito da una somma che Bernasconi avrebbe versato a Mills per conto di Berlusconi. Questi voleva ringraziarlo per una testimonianza favorevole (già resa). A parte l’anomalia di una “corruzione in atti giudiziari” cronologicamente successiva agli stessi atti giudiziari, ecco che cosa è avvenuto oggi in aula (dialoghi tratti da un articolo di Luca Fazzo, 1).
Si è al contro-interrogatorio della consulente contabile, Chersicla, teste fondamentale dell’accusa: «Lei ha trovato emergenza contabile di somme provenienti da Carlo Bernasconi?» «Cosa intende per emergenza contabile?» «Dovrebbe saperlo bene. Diciamolo più chiaramente: ha trovato tracce di versamenti riconducibili a Carlo Bernasconi?». «In questi conti no, però ci sono degli altri documenti». «Lasciamo stare gli altri documenti, ci dica se nei conti questi soldi ci sono o no». «Io non li ho trovati ma non posso escluderlo, ci sono dei soldi che non si sa da dove vengono».
Gli «altri documenti» di cui parla la consulente della Procura sono le lettere e le confessioni, poi ritrattate, di Mills. Ma niente che la teste possa affermare in proprio. Manca dunque il riscontro contabile. E tuttavia “persino i giudici della Cassazione nella sentenza di proscioglimento per prescrizione di Mills hanno incautamente scritto l’esatto contrario”. Come orientarsi in questo genere di vicende?
La morale è quella di Pitigrilli. La dimostrazione è uno strumento valido quando ambedue le parti accettano gli stessi procedimenti logici e quando si accetta l’idea che ci si potrebbe anche sbagliare. Se si è veramente sicuri della propria idea, ci si comporta come il cardinale Bellarmino il quale, a Galileo che l’invitava a guardare dentro il cannocchiale, per vedere come stavano le cose, rispondeva che gli bastava leggere la Bibbia, per sapere qual era la verità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 marzo 2011

(1)http://www.ilgiornale.it/interni/flop_processo_mills_non_ce_traccia_soldi_usati_corrompere/politica-berlusconi-mills/22-03-2011/articolostampa-id=512915-page=1-comments=1





permalink | inviato da giannipardo il 23/3/2011 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
22 marzo 2011
MOLLICHINE
Corriere: “Caccia al rais, senza dirlo”. Ma le bombe fanno già abbastanza rumore.
Problemi sulla guida Odyssey Dawn. Scontro di ambizioni o nessuno se ne vuole assumere la responsabilità?
Nicola Tranfaglia lascia Di Pietro. La notizia non è questa, fu notizia il fatto che gli si avvicinasse.
A Lampedusa più immigranti islamici che italiani. In Italia ancora no. Basta aspettare.
Muro lascia il Pdl e va con Fli. Aziona autolesionistica. Muro contro Muro.
Gioia Tauro, sequestrati due quintali di cocaina. Stavolta i colpevoli non potranno sostenere che era per uso personale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 22/3/2011 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 marzo 2011
TE L'AVEVO DETTO
“Te l’avevo detto”, ecco una delle espressioni fra le più fastidiose da sentire. Ed essa non diviene meno fastidiosa se chi la dice può dimostrare di avere effettivamente previsto ciò che è poi avvenuto.
Se oggi ci lasciamo andare a questa caduta di stile non è per rivendicare facili meriti quanto perché essa è funzionale a dimostrare una tesi: quella dell’assurdità dell’operazione Odyssey Dawn. Non era necessario essere fini politologi o docenti di geopolitica per prevedere quello che sarebbe successo. E che anzi è già successo dopo il primo giorno di operazioni belliche: una serie di avvenimenti che ci fa dubitare del buon senso dei governanti.
Ieri (19/3) un nostro articolo cominciava con queste parole: “la prima cosa da dire è che ci eravamo sbagliati”. “Avevamo dato per altamente improbabile la Risoluzione dell’Onu”, perché la no-fly zone sarebbe stata ininfluente e perché contavamo sul veto di Cina e Russia. E invece non solo la Risoluzione è stata votata, anche se Cina e Russia si sono solo astenute, ma francesi e inglesi ne hanno stravolto il senso. Tanto che oggi “La Cina, come la Russia e l'India, ha espresso il suo «rammarico» per gli attacchi della coalizione internazionale contro le truppe del Colonnello”  (citazioni dal Corriere della Sera). La Risoluzione 1973 parla di divieto di volo e i francesi, gli inglesi e gli americani hanno inteso il mandato dell’Onu come autorizzazione all’intervento a terra, seppure dall’aria. Dunque non noi ci siamo sbagliati ma, nientemeno, la Russia e la Cina. Prova ne sia che ora sembrano pentite di avere lasciato passare la Risoluzione.
Leggiamo anche che “Mosca ha chiesto a Francia, Gran Bretagna e Usa di «sospendere l'uso non selettivo della forza» contro la Libia”. Ma per “sospendere” tutto questo non bastava un semplice veto, un paio di giorni fa? Se, a un giorno dall’inizio delle operazioni, la Russia non è affatto contenta dell’interpretazione che è stata data in concreto del mandato dell’Onu, è segno che anche essa ha gestito la crisi in modo dilettantesco.
Poi avevamo previsto che si sarebbe detto: “Se gli Occidentali intervengono in Libia [e non altrove] è perché in Libia c’è il petrolio e in quegli altri Paesi no”. Siamo stati facili profeti. Già oggi l’accusa è  mossa dai Taliban afghani e l’Iran esorta i libici a non fidarsi delle potenze occidentali, il cui «unico obiettivo è quello di conquistare un controllo neocoloniale su una nazione ricca di petrolio». Già, anche l’accusa di colonialismo avevamo previsto.
Nel momento in cui ci stupivamo della Risoluzione dell’Onu, ci si poteva opporre che questa aveva anche il sostegno della Lega Araba. Dopo un giorno tutto è cambiato. La Lega ha duramente criticato le azioni dei caccia alleati che, si afferma, sono andati oltre l’obiettivo di imporre una no fly zone. Un obiettivo «diverso da quanto sta succedendo in Libia», ha specificato il segretario Amr Moussa: “Quello che vogliamo è proteggere i civili, non bombardarne altri». Egli ha inoltre ricordato che la Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza sulla Libia afferma il divieto di ogni tipo di «invasione e di occupazione». La Lega Araba, si ricorda, ha chiesto la no-fly zone per proteggere i civili e «La protezione dei civili non richiede operazioni militari”. Tutto questo significa che la sbandierata adesione degli arabi all’operazione non c’è più. Insomma da oggi gli Occidentali saranno criticati anche dai Paesi islamici, come del resto noi ci aspettavamo sin da principio. Stavolta anche i governanti arabi non hanno dimostrato più buon senso degli altri.
Alla Lega Araba si è comunque associato il comitato dell'Unione Africana che ha chiesto lo «stop immediato a tutte le ostilità» in Libia. Per non parlare di Hugo Chávez che ha approfittato dell’occasione per dire che il Presidente americano ha vinto il Nobel per la pace “ma sta portando avanti un'altra guerra come in Iraq e Afghanistan”. Si profila veramente un trionfo diplomatico.
Purtroppo, neppure dal punto di vista bellico – malgrado i facili successi di oggi – le prospettive sono migliori. Sembra che con gli interventi dell’aviazione non si possa imporre il cambiamento di regime (salvo cessi il sostegno della popolazione a Gheddafi) e che l’unica opzione valida sarebbe un intervento per via di terra: ma la Risoluzione 1973 lo vieta e verosimilmente nessun Paese europeo sarebbe oggi disposto ad una guerra coloniale.
Insomma, questa spedizione sembrava una stupidaggine, prima che cominciasse, oggi appare più verosimilmente come un serio errore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 21/3/2011 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
20 marzo 2011
MOLLICHINE LIBICHE
Lampedusa ha paura. E di che, di soccorrere il popolo libico, di regalargli la democrazia?
L’intero mondo ce l’ha fatta contro la Germania. Perché non dovrebbe farcela contro la Libia?
La Cina si associa al “rammarico” russo per l’attacco alla Libia. Dice il proverbio: “Chi prima non pensa, poi sospira”.
Corriere. “Che cosa rischia adesso l’Italia?” Domanda insulsa. Noi siamo disposti a morire, per gli abitanti di Benghazi!
Il segretario della Lega Araba Amr Moussa protesta contro i bombardamenti alleati in Libia. E siamo solo al secondo giorno.
Napolitano: “No agli allarmismi”. In Libia solo fuochi d’artificio.
Frattini: “Avanti finché il rais cadrà”. E infatti tutti possiamo inciampare. Anche noi.
Corriere. Bersani: “Pronti al sostegno ma il governo ha due linee”. Neanche a telefoni siamo messi bene.
Bossi contrario all’intervento armato in Libia. I fucili della Val Brembana sono ad uso interno.
La Libia ha sequestrato un rimorchiatore italiano. Sconcerto a Roma: come faremo, noi che siamo abituati ad andare a rimorchio?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 20/3/2011 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica estera
20 marzo 2011
LA GUERRA IN LIBIA VISTA DA GEORGE FRIEDMAN

George Friedman è uno dei massimi studiosi e commentatori di geopolitica e scrive su Stratfor, una delle migliori riviste americane del settore (1).

Ora la guerra libica è cominciata. Essa mette insieme una coalizione di potenze europee più gli Stati Uniti, alcuni stati arabi e i ribelli libici contro il governo libico. Lo scopo, a lungo termine, non confessato ma chiaro, è un cambiamento di regime, che rimuova il governo del leader libico Muhammar Gheddafi e lo sostituisca con un nuovo regime costruito intorno ai ribelli.
La missione è più chiara della sua strategia, e la strategia non può essere dedotta dalle prime mosse. La strategia potrebbe essere costituita dall’imposizione di una no-fly zone e attacchi contro i centri di comando e controllo della Libia, o queste due cose più diretti attacchi terrestri contro le forze di Gheddafi. E queste cose potrebbe anche combinarsi con un’invasione ed occupazione della Libia.
La questione, dunque, non è la missione ma la strategia da perseguire. Quanto lontano è disposta ad andare la coalizione, o almeno alcuni dei suoi membri, per realizzare il cambiamento di regime e occuparsi poi delle conseguenze del cambiamento di regime? Quante risorse sono disposti a fornire e quanto a lungo sonno disposti a combattere? Bisognerebbe ricordare che in Iraq e in Afghanistan l’occupazione divenne il cuore della guerra e il cambio di regime fu soltanto l’atto introduttivo. È possibile che i membri della coalizione non abbiano ancora deciso la strategia, oppure ci potrebbe essere disaccordo fra loro. Consideriamo dunque le prime fasi della guerra, senza tener conto di quanto lontano essi siano disposti ad andare perseguendo la loro missione.
Segue un’analisi delle prime mosse: la distruzione di postazioni contraeree missilistiche, di basi e depositi, e di molti altri obiettivi, sempre dal cielo.
Questa è la parte in cui gli Stati Uniti in particolare e l’Occidente in generale sono veramente bravissimi. Ma è l’inizio della guerra. Le principali capacità di Gheddafi sono nel campo dell’armamento convenzionale e in particolare dell’artiglieria. Distruggere la sua forza aerea ed isolare le sue forze non porterà per ciò stesso a vincere la guerra. La guerra si fa sul terreno. La questione è la motivazione delle sue truppe: se esse percepiscono che arrendersi è inaccettabile o personalmente catastrofico, potrebbero continuare a combattere. A quel punto la coalizione dovrebbe decidere se intende impegnarsi nella distruzione delle forze di terra di Gheddafi con gli attacchi aerei. Questo può essere realizzato, ma non è affatto una conclusione scontata che funzionerebbe. Per di più,     questa è la fase in cui le perdite civili cominciano a salire. È un paradosso dello stato di guerra nato dallo scopo di porre termine alle sofferenze umane che i mezzi per realizzarlo possono a volte imporre notevoli sofferenze umane. Questa non è un’affermazione meramente teorica. È a questo punto che i sostenitori della guerra che vogliono porre un termine alle sofferenze potrebbero rivoltarsi contro i loro leader politici per non aver posto un termine alle sofferenze senza un alto costo. Bisognerebbe ricordare che Saddam Hussein è stato universalmente detestato ma che coloro che lo detestavano spesso non erano disposti ad imporre il prezzo necessario per rovesciarlo. Gli europei sono particolarmente sensibili, al riguardo.
Il problema dunque diviene il punto fino al quale questa rimane un’operazione aerea, come è stato per il Kosovo, o diviene un’operazione di terra. Il Kosovo è l’ideale, ma Gheddafi non è Slobodan Milosevic e potrebbe pensare che non ha nessun posto dove andare, se si arrende. Per lui combattere potrebbe essere questione di vita o di morte, mentre per Milosevic non lo era. Lui e i suoi seguaci potrebbero resistere. Questa è la grande incognita. La scelta qui è fra il mantenere le operazioni aeree per un periodo molto lungo senza risultati chiari, o invadere quel Paese.  E questo solleva la questione di sapere quale nazione sarebbe disposta ad inviare le truppe che lo invadono. L’Egitto appare pronto ma c’è una vecchia animosità fra i due Paesi, e le sue azioni potrebbero non essere viste come una liberazione. Potrebbero farlo gli europei. È difficile immaginare Obama che prenda in considerazione una terza guerra nel mondo musulmano come la propria guerra. Questo è il punto in cui veramente la coalizione è messa alla prova.
Se c’è un’invasione, è probabile che abbia successo. Il problema poi diviene se le forze di Gheddafi si daranno all’opposizione e alla rivolta. Questo, ancora una volta, dipende dal loro morale ed anche dal loro comportamento. Gli americani provocarono una rivolta in Iraq mettendo i baathisti in una posizione insopportabile. In Afghanistan i Taliban rinunciarono al potere formale senza essere stati sconfitti in modo decisivo. Essi si raggrupparono, si riorganizzarono e tornarono. Non si sa se Gheddafi possa fare questo o no. È chiaro che questa è la principale incognita.
Il problema in Iraq non fu costituito dalle forze per operazioni speciali. Non furono gli attacchi per decapitare o sopprimere le difese aeree dei nemici. Non fu la sconfitta dell’esercito irakeno sul terreno. Fu l’occupazione, quando il nemico si riorganizzò e impose una rivolta con cui gli Stati Uniti trovarono estremamente difficile avere a che fare.
Dunque il successo dei prossimi giorni non ci dirà nulla. Anche se Gheddafi si arrende o è ucciso, anche se nessuna invasione è necessaria, salva una piccola forza di occupazione per aiutare i ribelli, la possibilità di una rivolta rimane intatta. Noi non sapremo se comincerà una rivolta fino al momento in cui essa comincerà. Per conseguenza, l’unica cosa che sarebbe sorprendente riguardo all’attuale fase delle operazioni, sarebbe se essa fallisse.
La decisione è stata presa nel senso che la missione deve ottenere il cambiamento di regime in Libia. La sequenza strategica è l’organizzazione di routine per la guerra, sin dal 1991: stavolta con una maggiore componente europea. I primi giorni andranno estremamente bene ma essi non ci diranno se la guerra andrà bene o andrà male. Il test da superare si avrà se una guerra che ha lo scopo di porre fine alle umane sofferenze comincia ad infliggere umane sofferenze. Questo sarà il momento in cui sarà necessario adottare  decisioni politiche difficili e quando sapremo se la strategia, la missione e la volontà politica si accordano bene le une con le altre.
George Friedman
Un paio di domande del traduttore, Gianni Pardo: Vale la pena di fare una guerra in queste condizioni? E poi, siamo tanto interessati al “regime change” in Libia da fare una guerra per questo? E se ci sono altri scopi, quali sono?
Gianni Pardo

(1) Il testo originale.
The Libyan war has now begun. It pits a coalition of European powers plus the United States, a handful of Arab states and rebels in Libya against the Libyan government. The long-term goal, unspoken but well understood, is regime change — displacing the government of Libyan leader Moammar Gadhafi and replacing it with a new regime built around the rebels.
The mission is clearer than the strategy, and that strategy can’t be figured out from the first moves. The strategy might be the imposition of a no-fly zone, the imposition of a no-fly zone and attacks against Libya’s command-and-control centers, or these two plus direct ground attacks on Gadhafi’s forces. These could also be combined with an invasion and occupation of Libya.
The question, therefore, is not the mission but the strategy to be pursued. How far is the coalition, or at least some of its members, prepared to go to effect regime change and manage the consequences following regime change? How many resources are they prepared to provide and how long are they prepared to fight? It should be remembered that in Iraq and Afghanistan the occupation became the heart of the war, and regime change was merely the opening act. It is possible that the coalition partners haven’t decided on the strategy yet, or may not be in agreement. Let’s therefore consider the first phases of the war, regardless of how far they are prepared to go in pursuit of the mission.
Like previous wars since 1991, this war began with a very public buildup in which the coalition partners negotiated the basic framework, sought international support and authorization from multinational organizations and mobilized forces. This was done quite publicly because the cost of secrecy (time and possible failure) was not worth what was to be gained: surprise. Surprise matters when the enemy can mobilize resistance. Gadhafi was trapped and has limited military capabilities, so secrecy was unnecessary.
While all this was going on and before final decisions were made, special operations forces were inserted in Libya on two missions. First, to make contact with insurgent forces to prepare them for coming events, create channels of communications and logistics and create a post-war political framework. The second purpose was to identify targets for attack and conduct reconnaissance of those targets that provided as up-to-date information as possible. This, combined with air and space reconnaissance, served as the foundations of the war. We know British SAS operators were in Libya and suspect other countries’ special operations forces and intelligence services were also operating there.
War commences with two sets of attacks. The first attacks are decapitation attacks designed to destroy or isolate the national command structure. These may also include strikes designed to kill leaders such as Gadhafi and his sons or other senior leaders. These attacks depend on specific intelligence on facilities, including communications, planning and so on along with detailed information on the location of the leadership. Attacks on buildings are carried out from the air but not particularly with cruise missile because they are especially accurate if the targets are slow, and buildings aren’t going anywhere. At the same time, aircraft are orbiting out of range of air defenses awaiting information on more mobile targets and if such is forthcoming, they come into range and fire appropriate munitions at the target. The type of aircraft used depends on the robustness of the air defenses, the time available prior to attack and the munitions needed. They can range from conventional fighters or stealth strategic aircraft like the U.S. B-2 bomber (if the United States authorized its use). Special operations forces might be on the ground painting the target for laser-guided munitions, which are highly accurate but require illumination.
At the same time these attacks are under way, attacks on airfields, fuel storage depots and the like are being targeted to ground the Libyan air force. Air or cruise missile attacks are also being carried out on radars of large and immobile surface-to-air (SAM) missile sites. Simultaneously, “wild weasel” aircraft — aircraft configured for the suppression of enemy air defenses — will be on patrol for more mobile SAM systems to locate and destroy. This becomes a critical part of the conflict. Being mobile, detecting these weapons systems on the ground is complex. They engage when they want to, depending on visual perception of opportunities. Therefore the total elimination of anti-missile systems is in part up to the Libyans. Between mobile systems and man-portable air-defense missiles, the threat to allied aircraft can persist for quite a while even if Gadhafi’s forces might have difficulty shooting anything down.
This is the part that the United States in particular and the West in general is extremely good at. But it is the beginning of the war. Gadhafi’s primary capabilities are conventional armor and particularly artillery. Destroying his air force and isolating his forces will not by itself win the war. The war is on the ground. The question is the motivation of his troops: If they perceive that surrender is unacceptable or personally catastrophic, they may continue to fight. At that point the coalition must decide if it intends to engage and destroy Gadhafi’s ground forces from the air. This can be done, but it is never a foregone conclusion that it will work. Moreover, this is the phase at which civilian casualties begin to mount. It is a paradox of warfare instigated to end human suffering that the means of achieving this can sometimes impose substantial human suffering itself. This is not merely a theoretical statement. It is at this point at which supporters of the war who want to end suffering may turn on the political leaders for not ending suffering without cost. It should be remembered that Saddam Hussein was loathed universally but those who loathed him were frequently not willing to impose the price of overthrowing him. The Europeans in particular are sensitive to this issue.
The question then becomes the extent to which this remains an air operation, as Kosovo was, or becomes a ground operation. Kosovo is the ideal, but Gadhafi is not Slobodan Milosevic and he may not feel he has anywhere to go if he surrenders. For him the fight may be existential, whereas for Milosevic it was not. He and his followers may resist. This is the great unknown. The choice here is to maintain air operations for an extended period of time without clear results, or invade. This raises the question of whose troops would invade. Egypt appears ready but there is long animosity between the two countries, and its actions might not be viewed as liberation. The Europeans could do so. It is difficult to imagine Obama adopting a third war in Muslim world as his own. This is where the coalition is really tested.
If there is an invasion, it is likely to succeed. The question then becomes whether Gadhafi’s forces move into opposition and insurgency. This again depends on morale but also on behavior. The Americans forced an insurgency in Iraq by putting the Baathists into an untenable position. In Afghanistan the Taliban gave up formal power without having been decisively defeated. They regrouped, reformed and returned. It is not known to us what Gadhafi can do or not do. It is clear that it is the major unknown.
The problem in Iraq was not the special operations forces. It was not in the decapitation strikes or suppression of enemy air defenses. It was not in the defeat of the Iraqi army on the ground. It was in the occupation, when the enemy reformed and imposed an insurgency on the United States that it found extraordinarily difficult to deal with.
Therefore the successes of the coming day will tell us nothing. Even if Gadhafi surrenders or is killed, even if no invasion is necessary save a small occupation force to aid the insurgents, the possibility of an insurgency is there. We will not know if there will be an insurgency until after it begins. Therefore, the only thing that would be surprising about this phase of the operation is if it failed.
The decision has been made that the mission is regime change in Libya. The strategic sequence is the routine buildup to war since 1991, this time with a heavier European component. The early days will go extremely well but will not define whether or not the war is successful. The test will come if a war designed to stop human suffering begins to inflict human suffering. That is when the difficult political decisions have to be made and when we will find out whether the strategy, the mission and the political will fully match up.




permalink | inviato da giannipardo il 20/3/2011 alle 15:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
20 marzo 2011
KEEP SMILING
Un bambino chiede alla mamma: “Mamma, come mai tu sei bianca e io sono nero?” La donna scuote la testa. “È meglio che tu non me lo chieda, quando penso a quel party… Ti puoi considerare fortunato se non abbai”.

“L’hai poi detta la tua opinione a tua moglie?” “Certo che sì, mi credi un vigliacco? Vuoi vedere la cicatrice?”

“Prima mia suocera abitava a una sassata da casa mia”. “E perché si è trasferita?” “L’ho colpita troppo spesso”.

Durante la guerra fredda il Presidente degli Stati Uniti riceve la visita di un dirigente della Cia che gli dice:
-Signor Presidente,  i russi sono sbarcati sulla Luna ed hanno cominciato a dipingerla di rosso. E lavorano velocemente!
-Bene, e qual è il problema?
-Ma, signor Presidente, se la rendono tutta rossa, il simbolo comunista sarà sulla testa dell’intera popolazione mondiale!
-D’accordo, non te la prendere. Lasciali lavorare.
Due giorni dopo, il consigliere arriva trafelato nell’ufficio del Presidente:
-Signor Presidente, hanno quasi finito la prima metà!
-Non ti preoccupare, lasciali andare avanti.
Più tardi, la stessa settimana, lo stesso consigliere dichiara al Presidente:
-Signor Presidente, se guarda in alto, noterà che la Luna ora è completamente rossa. I russi hanno finito.
-Bene, dice il Presidente, ora che hanno finito, per fare mandate uno dei nostri shuttle e fategli scrivere di traverso, sulla Luna, ben grande, “Coca Cola”.




permalink | inviato da giannipardo il 20/3/2011 alle 11:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
19 marzo 2011
MOLLICHINE
L’Unione Europea permette l’esposizione del crocefisso in Italia. Solo ora? E dire pensavo fosse un Editto di Costantino.
Corriere. “Anche il made in Italy nell’ ‘arsenale’ di Gheddafi”. Haute coûture et tacchi a spillo?
Sciopero dei magistrati. Quel giorno alcuni di loro non lavoreranno. Negli altri giorni, invece, alcuni di loro…
I lampedusani cercano d’impedire l’arrivo di emigranti. A Mineo – dove li mandano da Lampedusa - stanno studiando come si fa.
Lampedusa. Immigrati malati senza cure e senza igiene. L’errore è stato costruire il San Camillo a Roma.
Unità d’Italia. Festa a Torino. Applausi a Napolitano, fischi a Cota, E questo dimostra che Napolitano è di sinistra.
Corriere. Sophia Loren in topless. “Imbarazzo in Rai”. Dipende dalla data della foto.
Yemen. La polizia spara sui manifestanti. Trenta morti. La Francia, l’Onu e la Nato studiano una No-Crying Zone, nel senso di non piangerci su.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 19/3/2011 alle 16:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
19 marzo 2011
LA NO-FLY ZONE
Riguardo alla zona di interdizione ai voli la prima cosa da dire è che ci eravamo sbagliati. Avevamo dato per altamente improbabile questa decisione dell’Onu; avevamo data per pressoché certa l’opposizione di Russia e Cina (che invece si sono astenute); non riuscivamo a credere che si potesse commettere un simile errore. Infatti non si è tenuto sufficientemente conto degli automatismi della retorica. Ecco quello che si dirà: “Se gli Occidentali intervengono in Libia e non nella Corea del Nord, in Siria, o a Cuba, è perché in Libia c’è il petrolio e in quegli altri Paesi no”. Né servirà far notare che ci sono altri Paesi piuttosto antipatici – come l’Iran o il Venezuela – dove il petrolio c’è e non per questo gli Occidentali sono intervenuti. Non importa. Continueremo a sentire che: “Se sono intervenuti in Libia, è perché in Libia c’è il petrolio”. Quanto valga la realtà dimostrabile contro i pregiudizi si vede anche in questi giorni, parlando di energia nucleare.
Inoltre, se gli Occidentali intervengono con la forza in Africa, chi li salverà dall’accusa di brutale colonialismo? L’Inghilterra, la Francia e l’Italia hanno un non dimenticato passato, in questo campo. Saranno dunque accusate di nostalgie imperiali, di violenza contro uno Stato sovrano e soprattutto di crimini inenarrabili se ci saranno vittime civili. Anche senza averne nessuna prova, si è creduto senza esitare ai lamenti dei ribelli per i misfatti di Gheddafi; domani, anche senza nessuna prova, potremmo essere accusati noi di misfatti analoghi. Con quale coraggio ci si può imbarcare senza necessità in una simile avventura?
Fra l’altro, se l’Occidente sarà calunniato, non si avrà il diritto di biasimare i ciechi pregiudizi degli arabi e dei terzomondisti. Il nostro intervento infatti ha luogo sulla base di uno speculare pregiudizio: quello per cui i ribelli si batterebbero per la libertà e per la democrazia. Cosa che solo la nostra memoria del 1789 e del 1848 ci fa credere.
Né comprendiamo perché ci sia tanta corale animosità contro Gheddafi. Questo signore è lì da quarantadue anni e non è un dittatore più dittatore del sovrano dell’Arabia Saudita. Si vorrebbe combattere a favore della popolazione? Ma in Libia il reddito pro capite medio è piuttosto alto e nessuno manca di cibo mentre nella Corea del Nord c’è un dittatore non più democratico di Gheddafi e la gente rischia di morire di fame. E nessuno interviene. La decisione dell’Onu è incomprensibile. Gheddafi non merita alcuna simpatia, ma nella scala della nequizia non è nemmeno il peggiore. È brutale con i ribelli? Qualunque governo che voglia reprimere una rivoluzione lo è. E nessuno si occupa della repressione in Bahrain.
Si è dunque costretti a fare altre ipotesi. Magari sbaglieremo anche stavolta.
La prima idea è che il tempo perduto fino ad oggi sia servito a mettersi in condizione di “fare la mossa” senza strapazzarsi. Le truppe di Gheddafi sono alle porte di Benghazi e possono fare a meno dell’aviazione. Gli aerei della Nato sono pronti a decollare per “punire” gli aerei libici, ma gli aerei libici non si alzeranno in volo, sia perché tecnicamente inferiori, sia perché non gli serve farlo. Business as usual. L’esercito libico sarà approssimativo e male addestrato, ma quello dei ribelli, ammesso che si possa parlare di esercito, è anche peggiore. Dunque o Gheddafi vincerà con la fanteria oppure, dal momento che le truppe governative dispongono di una maggiore mobilità, circonderà con un moderno assedio le città e queste saranno obbligate ad arrendersi per fame. Fra l’altro gli Occidentali hanno sempre escluso un intervento terrestre. A meno che non si rimangino anche queste parole.
Facendo infine l’ipotesi più favorevole ai ribelli, pensiamo alla scissione della Libia in Tripolitania e Cirenaica. Tripoli (per quanto ne sappiamo) manterrebbe tutto il petrolio ed anche i terminali portuali per esportarlo, la Cirenaica sarebbe povera o poverissima. Non è detto che i ribelli farebbero un affare.
Infine una nota per quanto riguarda l’Italia. Anche se si tratta di una “mossa” puramente dimostrativa, il nostro Paese rischia più degli altri. Noi del petrolio e del gas libici abbiamo bisogno. Se la Libia si trasformasse in uno Stato integralista islamico come la Somalia, saremmo i primi a soffrirne. Con tutti i profughi che arrivano, come riusciremmo ad identificare e respingere i terroristi?
Forse è dalle sue alleanze che l’Italia è obbligata ad allinearsi con gli altri Occidentali: ma lo stesso è triste che non sia stato possibile farci gli affari nostri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. no-fly zone libia

permalink | inviato da giannipardo il 19/3/2011 alle 9:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
18 marzo 2011
KEEP SMILING
Circa cinquemila anni fa Mosé disse ai figli di Israele: “Prendete le vostre pale, montate sui vostri asini (asses) e sui vostri cammelli, vi condurrò nella Terra Promessa”.
Circa 75 anni fa, quando è stato introdotto il Welfare, Roosevelt disse: “Deponete le vostre pale, sedete sui vostri culi (asses) e accendetevi una Camel, questa è la Terra Promessa”.
Oggi il Congresso ha rubato le nostre pale, tassato i nostri culi, alzato il prezzo delle Camel e posto un’ipoteca sulla Terra Promessa.
La scorsa notte ero così depresso, pensando alla riforma sanitaria di Obama, all’economia, alle guerre, ai posti di lavoro perduti, al costo della Social Security, ecc., che ho chiamato la Linea Rossa per i Suicidi. Ho dovuto premere il numero uno per parlare in inglese e sono stato collegato… a un call center in Pakistan. Ho detto a chi stava dall’altra parte che ero sul punto di suicidarmi. Quello si è dimostrato subito interessatissimo e mi ha chiesto se sono in grado di guidare un autocarro…

Invio di G.Sobrero, trad.G.Pardo



permalink | inviato da giannipardo il 18/3/2011 alle 14:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
18 marzo 2011
LA (DIS)UNITA' D'ITALIA
Per decenni, finché c’è stata l’Unione Sovietica, il liberale è stato ideologicamente tranquillo. Era facile distinguere gli italiani in persone di buon senso da un lato e ingenui, disinformati, fanatici dall’altro. Questi ultimi erano capaci di ingoiare senza vomitare la propaganda comunista a favore di Stalin e successori. Bastava compatirli. I dirigenti invece, essendo in malafede, andavano disprezzati e condannati. Il quadro era chiaro.
Era pure comprensibile l’animosità dei due gruppi, in particolare l’animosità dei comunisti verso i non comunisti, socialisti inclusi. Essi infatti non si limitavano a sperare che, prevalendo la loro fazione, l’Italia sarebbe migliorata: pensavano che sarebbe stata rivoluzionata. Si aspettavano che si sarebbe aperta un’era di prosperità economica; di giustizia sociale; di solidarietà con i più deboli e i più poveri; di drammatica elevazione del livello di moralità sociale. Una palingenesi che avrebbe reso l’Italia simile a quel Paese felice che era la Russia di Stalin. Come non “odiare” chi, per miopia, si opponeva ad un simile mirabolante progetto?
Il liberale sapeva di vivere in questa Italia. Da un lato era rassegnato a sentirsi disprezzato e odiato dai comunisti, dall’altro rimaneva grato ai parroci, alle beghine, a tutti coloro che per i motivi più diversi impedivano al Pci di conquistare il potere. Era una tale situazione di emergenza che vigeva il principio per il quale “il nemico del mio nemico è mio amico”. Anche se in concreto si aveva l’ansia di poter fare la fine della Cecoslovacchia dopo il 1948, ideologicamente il mondo era comprensibile.
Naturalmente, con l’implosione dell’Unione Sovietica, il quadro generale cambiò completamente. L’Armata Rossa non era più una minaccia, né per l’Ungheria, né per la Cecoslovacchia e neppure per l’Italia. Fu lecito sperare che la follia comunista avesse termine. Finalmente si era tutti d’accordo sul punto che Stalin era stato un orribile dittatore, che il popolo russo era stato miserabile ed oppresso, che l’economia marxista non funzionava. I partiti comunisti si vergognavano perfino del loro nome e fu lecito sperare che in Italia la guerra civile fredda finisse. E fu invece allora che il liberale ebbe la migliore occasione di essere sorpreso.
Colmato il solco che divideva comunismo da anticomunismo, gli italiani se ne inventarono un altro, non meno virulento. Al punto che oggi, pur essendo tutti - a destra come a sinistra - per la democrazia, per l’economia di mercato, per l’attuale modello di società, la nazione è spaccata in due e le due metà si disprezzano, si odiano e si vorrebbero annientare. Qualcuno dice che il discrimine è Silvio Berlusconi, sicché o si è berlusconiani o si è antiberlusconiani: ma se ne può dubitare. Dal momento che un singolo uomo non è sufficiente per dividere il Paese più di quanto non abbiano fatto a suo tempo il Papa e l’Imperatore, c’è da pensare che il Cavaliere sia un pretesto. Se domani scomparisse, le due fazioni rimarrebbero quello che sono – continuando a disprezzarsi, a odiarsi, a volersi annientare – e scomparsa una frontiera ne troverebbero un’altra. Pur di potersi schierare gli uni da un lato e gli altri dall’altro.
La guerra civile fredda italiana non dipende dai guelfi e dai ghibellini, dai bianchi e dai neri, dai Cerchi e dai Donati. E neppure dai berlusconiani e dagli antiberlusconiani. Dipende dal fatto che abbiamo l’irrefrenabile bisogno di odiarci. L’Italia, linguisticamente e culturalmente, ha le sue radici nella Toscana e ancora oggi questa regione è caratterizzata dalla più feroce animosità interna. Meglio un morto in casa che un livornese all’uscio. Il calcio fiorentino, che dovrebbe essere una rappresentazione tradizionale e folcloristica di uno sport che fu, è giocato con furibonda energia e selvaggia aggressività. Del resto l’intera regione è di sinistra forse perché così, dai tempi di Stalin, ha modo di essere contro la maggioranza della nazione.
Sono considerazioni amare e nel contempo consolanti. Il liberale trova una nuova tranquillità ideologica. Un tempo poteva dire che i comunisti avevano torto e gli altri ragione, oggi è salito ad un livello più alto. In Italia non ha importanza chi abbia torto e chi abbia ragione: importante è essere di parere diverso e stabilire, una volta per tutte, che la controparte è in malafede, cretina, interessata e ignobile. Quelli che stanno dall’altra parte meriterebbero la morte e bisognerebbe scendere in piazza per impiccarli tutti ai lampioni.
È veramente un peccato che non si possa. Ma si dovrebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 18/3/2011 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 marzo 2011
MOLLICHINE
I ribelli libici esortano le potenze occidentali a uccidere Gheddafi. Ecco le premesse della democrazia.
Fa saltare il bancomat e muore. Un ignorante. Non sapeva che bisogna far saltare il banco.
L’ONU ordina a Gheddafi: “Immediato cessate il fuoco”. Se no vinci.
A Malpensa Sikh costretto a togliersi il turbante. “Umiliato”. E perché, umiliato? La testa non è una delle parti intime. Almeno, non sempre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 17/3/2011 alle 14:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SCIENZA
17 marzo 2011
IL NUCLEARE IN ITALIA
Ci sono argomenti su cui l’uomo della strada non sa che opinione avere: si tratta infatti di problemi scientifici per i quali non ha una qualificazione. Per giunta i “competenti” non sono d’accordo fra loro.  Magari nove la pensano in un modo e uno, eretico, la pensa in modo opposto: ma dal momento che al talk show sono invitati in due, sembra che ci siano due opinioni più o meno equivalenti.
E tuttavia c’è un modo per districarsi, in questa foresta di dubbi: almeno nei casi in cui si dispone della “riprova obiettiva”.
Prendiamo l’omeopatia. Se se ne discute in televisione, c’è il medico omeopata che difende a spada tratta la sua pratica sanitaria e il medico classico per il quale l’omeopatia è una presa in giro. Di chi fidarsi? Semplicemente del fatto che l’omeopatia non fa parte della medicina ufficiale. Se si osservasse che chi mangia ravanelli conditi con molto aceto in capo a tre settimane guarisce dal cancro alla prostata, gli oncologi prescriverebbero ravanelli con molto aceto e la cura con i ravanelli entrerebbe nella farmacopea. I medici ammetterebbero: “Non sappiamo perché funziona ma funziona”. Il cancro alla prostata diverrebbe fastidioso come un raffreddore. Non è un paradosso. Nel corso dei secoli si sono usate piante medicinali - per esempio la digitale e la belladonna - senza avere la più pallida idea del meccanismo biochimico con cui operavano. Se l’omeopatia funzionasse, sarebbe accolta a braccia aperte dalla medicina ufficiale. Invece i suoi eventuali benefici sono dovuti all’effetto placebo, che non supera il controllo cosiddetto “a doppio cieco”. Checché se ne dica in televisione.
Un secondo esempio. C’è chi dice che la marijuana non è più pericolosa del tabacco. Forse lo è anche meno. E c’è chi dice che la fine del proibizionismo debellerebbe il traffico degli stupefacenti, con tutti i delitti che comporta. Del resto, chi si vuole drogare, si droga già oggi. Ragionamenti validi? Può darsi. Ma chi non è addentro al problema dispone anche qui della “riprova obiettiva”. Se tutti i governi del mondo sono proibizionisti, se perfino quelli che per qualche tempo sono stati molto tolleranti, come l’Olanda, hanno fatto marcia indietro, non è più semplice pensare che i proibizionisti abbiano ragione? Possibile che abbia ragione solo questo signore che in televisione vuole liberalizzare l’eroina e abbiano torto tutti gli scienziati e tutti i governi? Non saremo tossicologi ma, a lume di naso, meglio fidarsi di chi è responsabile della collettività.
Infine gli ogm e il nucleare. Per gli ogm, molti vorrebbero bandirli “perché un giorno si potrebbe venire a sapere che sono nocivi”. Come per esempio si è saputo per l’amianto. Dimenticando che, con questo ragionamento, dal momento che “tutto” potrebbe rivelarsi nocivo, bisognerebbe fare a meno di tutto. Della plastica, del pepe, del gas per cucinare, delle pile del telecomando, per non parlare dello stesso telecomando che sicuramente è una sorta di raggio della morte, se è capace di accendere e spegnere il televisore.
Il principio di precauzione è una baggianata. Invita a privarsi di ciò che “potrebbe far male” e non si occupa di qualcosa che a volte uccide: stiamo parlando dell’automobile. Perché le persone prudentissime non vanno sempre a piedi? Non ci si preoccupa dei rischi certi, come l’alcool o l’uso dei coltelli, e ci si preoccupa degli organismi geneticamente modificati, dimenticando che sono ogm anche il grano che crediamo “naturale” e perfino il barboncino e il sanbernardo, modificazioni genetiche (per via di selezione) del cane originario.
Per le centrali nucleari si pretende un “rischio zero” che nessuno può assicurare: le case possono crollare, le operazioni chirurgiche si possono concludere con un decesso, un viaggio in treno può anche essere un viaggio verso il cimitero. Il rischio zero non esiste. Inoltre il nucleare è stato adottato in tutto il mondo (in Europa abbiamo 143 centrali) e l’Italia, che pure non beneficia di questa fonte di energia, è sottoposta ai suoi eventuali rischi. Se ci fosse un incidente, non solo la nube tossica arriverebbe anche da noi, ma avvelenerebbe più noi che i savoiardi: infatti i venti prevalenti, da ovest, spingerebbero la radioattività verso l’Italia.
La riprova obiettiva non lascia dubbi. Se hanno optato per il nucleare tanti Paesi, persino la linda Svizzera, persino la Russia che ha sofferto di Chernobyl, perfino il Giappone che ha subito due bombardamenti atomici, è segno che, anche se bisogna occuparsi della sicurezza, gli anatemi pregiudiziali sono fuor di luogo. Inoltre, se Antonio Di Pietro è risolutamente contro, è chiaro che bisogna essere a favore.



Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. italia giappone nucleare atomica dipietro

permalink | inviato da giannipardo il 17/3/2011 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 marzo 2011
L'ARCHIVIAZIONE DEL CASO FINI, GIURIDICAMENTE
Il punto di vista penale, civile, morale
Il Presidente dei gip di Roma, Carlo Figliolia, ha archiviato il procedimento per truffa a carico di Gianfranco Fini. Il caso è giuridicamente interessante. Per meglio capirlo, immaginiamo un ricco signore che, per benevolenza verso un giovane, è disposto a regalargli del denaro. Per esempio centomila euro, “perché lui ne faccia ciò che vuole”. Il beneficiario però gli racconta che ha in vista un investimento lucrosissimo, tanto che, se invece di centomila gliene dà duecentomila, presto potrà raddoppiare la somma. Gli potrà così restituire il prestito e rimanere in affari con i duecentomila guadagnati. Il ricco signore dà i duecentomila euro ma  il giovane sparisce. Non c’era in vista nessun affare e si è giuridicamente trattato di una truffa. Per essa infatti si richiedono artifizi e raggiri (qui costituiti dall’esistenza del presunto affare), l’induzione in errore (l’anziano ha creduto al giovane), l’ingiusto profitto (i 200.000 € intascati dal giovane) e il danno del truffato (i 200.000 € perduti dall’anziano).
Se invece il ricco signore offrisse centomila euro al giovane “perché lui ne faccia ciò che vuole”, e il giovane li perdesse la sera stessa alla roulette, non ci sarebbe nessun reato. L’anziano infatti i soldi li ha regalati, non ha subito nessun danno e il giovane non l’ha ingannato. Ha perduto denaro ormai suo. L’art.640 del codice penale non scatta.
Per il Presidente dei gip di Roma, siamo in un caso come questo. La contessa Colleoni regala la casa ad An. L’attività (anche commerciale) di An è nelle mani di Gianfranco Fini il quale può dunque regalare la casa a chi vuole. Del resto, egli non ha indotto in inganno la contessa, morta da tempo. Non ha detto ai dirigenti di An che vendere una casa per meno di un terzo del suo valore fosse un affare (sarebbe stato un raggiro), ed anzi non li ha neppure consultati. Non ha insomma truffato nessuno, proprio perché in lui eventualmente coincidevano il truffatore e il truffato. E nessuno può raggirare se stesso.
Qui però sorge immediatamente un’obiezione. Il giovanotto che perdette tutto alla roulette era l’unico proprietario della somma. Se invece fosse stato a capo di un sodalizio, per esempio sorto per accudire i gatti randagi, e la somma gli fosse stata regalata proprio per favorire quello scopo, avrebbe lo stesso potuto sprecarla nel modo che si è detto? Certo che no. Gli altri soci l’avrebbero accusato di essersi appropriato di una somma di denaro che apparteneva alla società. Infatti l’art.2634 del Codice Civile stabilisce il reato di infedeltà patrimoniale: “Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni”.
Fini si trova esattamente in questa condizione ma il procedimento è stato archiviato perché il Codice civile parla di società regolarmente costituite, mentre qui la situazione è diversa. Come scrive il dr. Figliolia: “trattasi dunque di una disposizione patrimoniale decisa dal presidente e amministratore di una associazione non riconosciuta… pertanto autorizzato a disporre del suo patrimonio”. Il fatto di essere An un’associazione non riconosciuta salva Fini giuridicamente. Moralmente, ognuno giudichi da sé.
Facciamo ancora una volta un esempio. Un signore costituisce l’Associazione Gatti Randagi, una signora gli lascia un milione di euro in eredità, e lui lo spende senza dar conto agli altri soci dell’Associazione. Questi del resto, avendo fiducia in lui, gli hanno conferito una procura generale per amministrare l’associazione stessa. Egli non ha gli obblighi di fedeltà dell’amministratore di una società per azioni o anche in accomandita e intascando il milione non raggira i soci. Dunque non è colpevole di truffa.
Lasciando da parte l’aspetto morale della vicenda, sulla quale nessuno ha bisogno di illustrazioni, rimane il fatto che l’Associazione Gatti Randagi, la cui esistenza è ciò che ha motivato la signora a lasciare quella somma in eredità, ha subito un notevole danno patrimoniale. E proprio per questo i magistrati di Roma sono arrivati alla conclusione che Fini può essere perseguito in sede civile ed essere magari costretto a rifondere ad An il resto del valore della casa quasi regalata al quasi cognato Giancarlo Tulliani.
Considerazioni finali. Stupisce che i legali della Destra Nazionale abbiano denunciato Fini e Pontone per un reato di truffa, di cui essi sarebbero stati contemporaneamente e sorprendentemente gli autori e le vittime, gli imbroglioni e i raggirati. Ma stupisce molto di più che un paladino della correttezza e della legalità, la terza carica dello Stato, abbia regalato l’equivalente di seicento-settecentomila euro non suoi. Sarebbe come se, in casa d’altri, essendoci stato detto in biblioteca che “possiamo prendere ciò che vogliamo”, ci mettessimo in tasca il cucchiaino d’argento del servizio da tè.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 marzo 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. FINI GIP MONTECARLO TRUFFA INFEDELTà

permalink | inviato da giannipardo il 16/3/2011 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
15 marzo 2011
MOLLICHINE

Riforma giustizia. Berlusconi: “I pm sono cittadini come gli altri”. Una nuova, “inaccettabile” forma di arianesimo.
Fini. “La Carta? Si cambi, ma non a colpi di maggioranza”. A colpi di manganello e olio di ricino?
Il pm Ingroia ha partecipato e parlato al C-day ma è certamente super partes. Sopra le parti, intime. Del Pdl.
Fini, sul Fli: “Il dibattito fra falchi e colombe non m’appassiona”. Presto dirà: “Se la discutano fra loro due”.
Riforma giustizia. Berlusconi: “Se i magistrati sbagliano devono pagare”. Naturali le proteste. Infatti, hanno mai sbagliato?
Cassazione: “Solo il crocefisso può essere appeso nei Tribunali”. Le altre immagini religiose non sono adeguate. Non sono immagini di sofferenza.
La Russia chiude le porte a Gheddafi. Che tuttavia non è dinanzi a quelle porte. Ultimamente è stato visto a Tripoli.
Nucleare. Nel mondo si riapre il dibattito. Almeno per due settimane.
Per Montecarlo, archiviazione. Se amministrate un partito che ha una casa, regalatela a un familiare, prima che lo faccia il vostro successore.
Ferrara contro Ingroia: “No ai comizi dei pm”. Ha ragione. I malpensanti potrebbero pensare che facciano politica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 marzo 2011





permalink | inviato da giannipardo il 15/3/2011 alle 9:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
15 marzo 2011
LA LEZIONE LIBICA
La vicenda della Libia, in attesa di più chiari sviluppi, avrebbe consigliato di non schierarsi con nessuno. Non con Muhammar Gheddafi, personaggio tutt’altro che democratico e forse dal discutibile equilibrio mentale. Ma neanche con i suoi oppositori. Di essi non sappiamo nulla. Oggi sono contro Gheddafi ma domani, come potrebbero rivelarsi perfetti democratici, potrebbero inventare un nuovo rais cui obbedire; potrebbero divenire adepti di una teocrazia modello Iran; potrebbero infine dar luogo ad una situazione di caos e sostanziale dominio dei terroristi come in Somalia.
Si deve prendere posizione solo quando si è sicuri della parte che si preferisce – per esempio gli insorti ungheresi del 1956 che lottavano contro un’oppressione straniera – e soltanto se si è disposti a sporcarsi le mani. Cioè ad intervenire con le armi. Dieci energumeni disposti a combattere  sono molto più efficaci di cento galantuomini disposti a dire “ohibò”. Il “sostegno morale” e la “vibrata condanna” della controparte lasciano il tempo che trovano: e infatti chi si limita alle parole rischia di non acquistare meriti agli occhi di chi se l’è cavata da solo mentre si fa gratuitamente nemici i perdenti.
La vicenda libica ha invece avuto risvolti ridicoli. Obama, il Presidente degli Stati Uniti, nientemeno, ha “intimato” a Gheddafi di lasciare il potere e non l’ha ottenuto. Ha cioè dimenticato il consiglio che Polonio dà a Laerte: “Evita di entrare in una rissa, ma se ti avvenisse d’esservi coinvolto, agisci in modo che il tuo contendente abbia a guardarsi bene dai tuoi colpi”.
Sarkozy ha avuto atteggiamenti rodomonteschi ed ha perfino minacciato interventi militari unilaterali. Sapendo che la Francia non lo farebbe mai. Cameron, invece di dirgli di non farla fuori dal vaso, gli ha promesso manforte. Tutti invocano l’Onu, sapendo che è gratis. Infatti possono contare sul veto della Russia, della Cina, o di tutte e due. Abbiamo assistito ad un tale bailamme di voci bellicose e perentorie intimazioni da far pensare che molti di questi attori hanno cercato di nascondere, con le grida, la propria impotenza e la cattiva figura fatta. Non hanno previsto come potevano andare le cose e si sono accorti troppo tardi di non avere puntato sul cavallo vincente.
Probabilmente si sono fidati dei recenti risultati in altri Paesi arabi. Hanno pensato: se hanno rovesciato Mubarak (che poi non è neanche vero, perché non comanda lui ma comandano i suoi), se hanno rovesciato Ben Ali, è chiaro che ora i ribelli rovesceranno Gheddafi. Conviene dichiararli d’ufficio combattenti per la democrazia e sostenerli con parole risolute, in modo da averli alleati dopo. Purtroppo gli insorti erano disorganizzati, male disarmati e presto si è visto che non avevano speranze. I servizi segreti, se avessero funzionato,  avrebbero dovuto avvertire i governi di tutto questo: e dunque o non hanno funzionato (e sarebbe grave) o i governi non hanno tenuto conto dei loro avvertimenti (e sarebbe gravissimo).
Ora sembra che Gheddafi debba rimanere al suo posto ed è chiaro che alcuni dei più importanti governi del mondo si sono resi colpevoli di una delle più monumentali gaffe diplomatiche di tutti i tempi. Qualcosa che in futuro potrebbe costare ben caro a loro ed anche a noi.
In questa occasione si è avuta una riprova al presente di ciò che tante volte abbiamo letto nei libri di storia: anche i grandi della politica possono commettere gli errori di chi straparla dal barbiere. Del resto Mussolini non pensava che la guerra fosse già finita, nel giugno del 1940?
Dagli avvenimenti di queste settimane si possono ricavare alcune lezioni. L’idea che quando il popolo scende in piazza debba ottenere le dimissioni del governo è una stupidaggine. Se si tratta di un governo democratico, verrebbe meno al patto con i propri elettori, ben più numerosi dei manifestanti. Se invece il governo non è democratico, la rivoluzione è giustificata, ma deve fare i conti con la realtà. Dall’ameba al governo, qualunque organismo se minacciato di morte si difende con tutti i mezzi. Dunque non basta gridare “abbasso!” Bisogna essere i più forti. Diversamente chi deteneva il potere lo deterrà anche dopo e forse ne peggiorerà l’esercizio con una dura repressione. Quando non con sanguinose vendette.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 marzo 2011




permalink | inviato da giannipardo il 15/3/2011 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
14 marzo 2011
KEEP SMILING
Un poliziotto raggiunge finalmente la moglie, nella stanza d’albergo, la bacia ed avrebbe voglia di fare l’amore con lei.
-No, caro, non possiamo. Qui c’è il bambino.
-Ma io ho voglia di te!
-Vediamo se troviamo un angolo di spiaggia deserto.
Escono, lo trovano, cominciano a fare l’amore, ma ecco compare un poliziotto che chiede i documenti e si appresta a denunciarli.
-Lei ha ragione, quello che abbiamo commesso è un reato. Ma il fatto è che non vedevo mia moglie da tempo, non avevamo un altro posto, nell’albergo c’è il bambino… ma soprattutto, vede, io sono un collega. Il corpo di polizia farebbe cattiva figura, se lei mi denunciasse…
-Ah capisco, in questo ha ragione. Penso che per lei lascerò perdere. Ma questa cagna devo proprio denunciarla: è la terza volta, questa settimana, che la sorprendo a fare l’amore sulla spiaggia.

-Che cosa faresti se vincessimo al lotto? chiede il marito.
-Prenderei la mia metà e ti pianterei, finalmente.
-D’accordo. Eccoti i tuoi 42 euro. E ora vattene.

-Penso che mia moglie mi tradisca.
-Ma no, non credo. Che cosa te lo fa pensare?
-Ci siamo trasferiti da Amburgo a Monaco ed abbiamo sempre lo stesso postino.

Per dimostrare che l’alcool fa male, il maestro mette un verme in un bicchierino di grappa, e un altro verme in un bicchiere d’acqua. Dopo qualche secondo il verme nella grappa è morto. “Che cosa ne deducete?”, chiede il docente. E un ragazzino: “Che chi breve grappa non ha i vermi”.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. humour umorismo

permalink | inviato da giannipardo il 14/3/2011 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
febbraio   <<  1 | 2  >>   aprile

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.