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POLITICA
30 novembre 2011
LA COSTITUZIONE ITALIANA È PERICOLOSA

Il codice penale sorprende per la minuzia delle sue previsioni. Solo per il falso in atti ci sono 17 articoli e anche per un reato semplice come la truffa si distinguono parecchie fattispecie. L’incompetente si può chiedere il perché di tante “complicazioni” ma in diritto una minuziosa precisione è necessaria: una disposizione generica può dar luogo ad equivoci ed abusi.

Se il codice si limitasse a dire: “Comportatevi bene, diversamente il giudice vi condannerà alla pena che riterrà opportuna”, saremmo tutti in pericolo. Quel giudice potrebbe infatti chiamarsi Caligola. E se questo non fosse il suo nome, presto lo diverrebbe. Come diceva lord Acton: “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente”.

Se il codice prevede minutamente le fattispecie di reato, le attenuanti  e le aggravanti, è per evitare l’arbitrio e stabilire la certezza del diritto. Proprio per questo la pubblicazione della Legge delle Dodici Tavole, nel V secolo a.C., è un momento fondamentale nella storia. E per questo bisogna ammirare il babilonese Hammurabi che un codice lo pubblicò ben tredici secoli prima.

Un bell’esempio dell’errore che si può commettere emanando disposizioni generiche è la nostra Costituzione. Essa contiene norme utili e specifiche (quelle che regolano il funzionamento delle istituzioni, ad esempio) ma ne contiene altre che meglio sarebbe stato lasciare nel limbo dei grandi principi giuridico-morali. Un caso sorprendente lo fornisce l’art.2, il quale “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Che li garantisca è un bene, ma scrivendo che “li riconosce” proclama che essi preesistono al diritto positivo: e questa è un’affermazione che corrisponde ad una precisa presa di posizione in filosofia del diritto. Costituisce l’azzardato riconoscimento del “diritto naturale” di Grozio. Ma la Costituzione si deve occupare di filosofia?

Ancora peggio, essa ha previsto una Corte Costituzionale che ha il potere di annullare le norme votate dal legislativo: e qui evidentemente al giudice (collegiale) è stato concesso un potere troppo ampio. La disposizione generica si presta infatti all’attuazione di una volontà politico-morale che contraddice la funzione del Parlamento, interprete unico della volontà del popolo. È facile dimostrare questo assunto con un esempio teorico.

Immaginiamo che il Parlamento voti l’imposizione di una patrimoniale del 10% per i cittadini la cui ricchezza, comunque misurata, superi il milione di euro. Una Corte orientata in senso liberista-conservatore potrebbe annullare la legge perché in netto contrasto con l’art.3 della Costituzione (uguaglianza di tutti i cittadini);  in contrasto con l’art.53, che prevede la progressività delle imposte: mentre qui si fanno pagare 100.000 € a chi ha un milione e niente a chi a ha 900.000 €; infine in contrasto con l’art.42, che protegge la proprietà privata, e con l’art.47, che “incoraggia e tutela” il risparmio. Ce n’è ad abundantiam per cassare la norma. E tuttavia una Corte orientata in senso socialista, progressista, o comunque si voglia designare la mentalità di sinistra, potrebbe, andando contro lo spirito della stessa legge fondamentale, reputarla conforme alla Costituzione. Questa  prevede (art.53) che tutti i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato “in ragione della loro capacità contributiva”: e uno che ha un milione di euro può certo dare di più di uno che ha novecentomila euro o non ha niente da parte. E se qualcuno ricordasse che lo stesso art.53 prevede “criteri di progressività”, la Corte potrebbe semplicemente rispondere che secondo quella legge chi supera il milione sull’eccedenza paga non il 10 ma il 20%, e il 30% su ogni somma eccedente i due milioni: la progressività è assicurata. Senza dire che il momento drammatico che vive la nazione giustifica norme eccezionali e i cittadini abbienti devono sentire come uno speciale onore quello di contribuire più degli altri, ai sensi dell’art.53...

Ancora peggiore è il caso dell’art.36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione... in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. Che cosa si intende per “esistenza libera e dignitosa”? Se un operaio ha una paga di 1.800 € al mese e va a chiedere alla Corte Costituzionale che imponga al suo datore di lavoro di pagarlo di più, da un lato può sentirsi rispondere che un professore guadagna meno di lui, dall’altro che ha ragione, ha diritto ad almeno 2.500 €. Altrimenti, quando tutti i vicini andranno in vacanza, la sua famiglia subirà l’umiliazione di dover passare l’agosto in città: e questo non è dignitoso. Se poi l’imprenditore, in conseguenza del nuovo esborso, fallisce, la cosa non riguarda la Corte.

Molta parte della nostra cara Costituzione è pura retorica ma la Corte Costituzionale può farla diventare legge nei casi concreti: e ciò dimostra ancora una volta la pericolosità delle norme generiche. Quelle che piacciono tanto agli idealisti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

30 novembre 2011




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politica interna
29 novembre 2011
IL TANDEM

A proposito del governo Monti il pessimismo non è raro, sia rispetto alla sua solidità, sia riguardo alla sua capacità di azione. Ciò che si può fare, in concreto, è solo esaminare l’effettiva situazione delle due Camere.

L’elemento essenziale e costante, è il fatto che la Lega Nord sia all’opposizione. Dunque sia il Pdl che il Pd, associandosi con essa, possono far cadere il governo in qualunque momento. Ma questo è solo un potere negativo: in positivo invece né il Pdl né il Pd hanno la forza di far passare alcun provvedimento, se hanno contro la Lega e l’altro grande partito, che insieme sono maggioranza. Naturalmente, tutto quanto si è detto al netto di defezioni e tradimenti, sempre possibili: ma si può tenere conto solo dei dati di cui si dispone ed è inutile cercare di calcolare ciò che è incerto.

L’unica maggioranza sicuramente in grado di votare qualsivoglia genere di provvedimento è quella che veda associati i due più grandi partiti. In Parlamento il potere positivo appartiene soltanto a Pdl e Pd riuniti.

Purtroppo, la situazione è perfettamente analoga a quella di due ciclisti che vadano in tandem. Quando i due affrontano una salita, se uno dei due non pedala, il veicolo si ferma. Uno solo non può tirar su ambedue i ciclisti. Anche ad ammettere che essi siano d’accordo sull’opportunità di raggiungere la meta, come farà ognuno di loro a sapere se l’altro sta pigiando con uguale buona volontà sui pedali?

Il limite  della situazione è evidente: se uno spinge con tutte le proprie forze e ciò malgrado il veicolo si ferma, è chiaro che l’altro non sta collaborando. Se invece ancora non ci si è fermati, si può sempre avere il sospetto che malgrado tutto si stia dando più dell’altro. E la tentazione è quella di diminuire lo sforzo. Ma se ambedue lo fanno, il rischio è che il tandem si fermi: per giunta mentre ognuno pensa che sia l’altro che si è sforzato di meno.

Ecco perché quel tipo di bicicletta fa pensare a due giovani innamorati. Infatti se due si amano non fanno tutti questi calcoli: anzi, ognuno dà il massimo  per paura che il suo egoismo si traduca in una fatica in più per la persona amata. Ma è ragionevole considerare il Pdl e il Pd due innamorati?

Nel momento in cui si discute un provvedimento che rende invisi all’elettorato, chi potrà impedire all’uno o all’altro di “pigiare di meno” sui pedali, sperando che sia l’altro a dare di più?

Qualcuno a questo punto potrebbe fare una ragionevole obiezione. Nel momento in cui il provvedimento proposto è chiaramente in favore della nazione, i partiti non potrebbero rinunciare ai loro interessi e collaborare col massimo delle loro forze?

Domanda legittima. Purtroppo il “provvedimento chiaramente in favore della nazione” è un concetto ingenuo, derivante dall’illusione che in campo politico giusto e sbagliato siano sempre distinguibili.

Un esempio per tutti: il centro-destra considera la patrimoniale un’immorale rapina a danno dei risparmiatori, il centro-sinistra la considera il raddrizzamento di un torto, perché la ricchezza degli uni dipende dal fatto che essi abbiano sottratto qualcosa agli altri. Per quanto economicamente demenziale possa apparire quest’ultima teoria, c’è chi la sostiene in buona fede. E allora, che cosa è in favore della nazione?

Chi pone quella domanda “morale” attribuisce ai partiti una malvagità che essi non hanno. Li reputa facilmente capaci di mettere il proprio interesse al di sopra di quello del Paese ma non è così. O, almeno, non sempre è così. I partiti di centro-destra o quelli di centro-sinistra potrebbero entrare in gravissimo contrasto in perfetta buona fede e uno di loro potrebbe opporsi al governo Monti, fino a farlo cadere, ritenendo che ciò corrisponda all’interesse del popolo. Neanche il successivo default dell’Italia o gravissimi problemi indurrebbero questa forza politica a chiedere scusa: direbbe che ha salvato il Paese da guai ancora peggiori.

In politica solo gli ingenui hanno soluzioni semplici e miracolose.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

29 novembre 2011




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POLITICA
28 novembre 2011
L'OPINIONE DI UN PERFETTO IMBECILLE

Nel suo articolo domenicale Eugenio Scalfari(1) indica all’universo mondo – non solo alle autorità italiane, ma anche a quelle europee e americane – ciò che va fatto per salvare l’euro e l’Italia. Descrive minutamente i provvedimenti, indica le soluzioni, assegna i compiti, stabilisce i tempi, con la tranquillità di un dittatore del mondo che non dubita né delle proprie opinioni né dei propri poteri. Questo tono di estrema sicurezza, mentre tutti i governi si sono piagati la testa, a forza di grattarsela, induce a qualche perplessità ma qui ci si vuole occupare solo dell’ultima parte dell’articolo: quella in cui il Maestro si occupa del governo Monti.

“Questa storia del governo dei tecnici, scrive, continua ad esser vissuta malamente da una parte notevole dell'opinione pubblica”. Invece chi non pensa che esso sia conforme alla democrazia è un perfetto imbecille.

a) “La formazione del governo spetta al presidente della Repubblica il quale, a termini della Costituzione, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri", afferma. E non è così. Al Presidente della Repubblica non spetta affatto la formazione del nuovo governo ma (art.92) solo lanomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. Nient’altro. Il PdR i ministri li nomina  “su proposta di questo” – una proposta che non può rifiutare - e non gli è neanche richiesto un parere consultivo.

b) “Il capo dello Stato tiene necessariamente conto della maggioranza parlamentare dalla quale l'esistenza del governo dipende, ma lo nomina [il governo] senza trattarne la composizione con le segreterie e i gruppi parlamentari dei partiti”. E ci mancherebbe! Non ha nemmeno un potere consultivo, al riguardo! La sua firma, al momento della nomina, è soltanto un atto dovuto. Come detto, contrariamente a quanto scritto prima da Scalfari, egli non “forma” affatto il governo.

c) “Questo è lo schema del governo istituzionale e costituzionale. Chi non capisce che esso non confisca affatto la democrazia e non umilia affatto il Parlamento, al quale anzi affida piena centralità svincolandolo anche dalla sudditanza ai voleri del ‘premier’ [Berlusconi, tiè]... chi non capisce queste lapalissiane verità è in palese malafede oppure mi permetto di dire che è un perfetto imbecille”. Un momento: e che ha a che vedere, tutto questo, col governo dei tecnici?

Il guru di “Repubblica” non si è accorto che l’obiezione di tanti non riguarda il rispetto della Costituzione,  o la qualità più o meno tecnica di un governo, ma la maggioranza di cui è espressione. Cioè se sia il governo che dà ordini al Parlamento o se sia il Parlamento che dà ordini al governo.

Nell’articolo è giustamente scritto che “I governi sono tutti politici se avvengono nel quadro della democrazia parlamentare poiché la loro esistenza e la loro permanenza dipendono dalla fiducia che il Parlamento gli accorda o gli ritira”. Ora, se tutti i governi “avvenuti” in una democrazia vivono della maggioranza che li sostiene, gli sembra normale la costituzione di un governo che non ha una maggioranza? Ecco il punto che sottolineano gli imbecilli in malafede (l’una qualità non esclude l’altra).

Come non trovare anomalo un governo in balia di aggregazioni che si formeranno di volta in volta, per sostenerlo o abbatterlo? Se ancora la situazione fosse tranquilla, se ci fosse solo da amministrare un condominio che non deve neanche far riparare i frontalini, poco male. Ma qui si tratta di adottare provvedimenti eccezionali e impopolari. Che cosa fa pensare a Monti (e a Scalfari) che i partiti lo sosterranno ad occhi chiusi? E non è anomalo che i partiti abbiano il potere di far cadere il governo in un momento drammatico, senza neppure assumersi la responsabilità dell’azione, dal momento che il governo è figlio di N.N.)? Essi non si sono neppure impegnati a votare un solo provvedimento.

Un governo può non avere una maggioranza precostituita se esso ha ottenuto la fiducia per attuare uno o più provvedimenti particolareggiatamente formulati. Se Monti avesse avuto il coraggio di dire, nei due rami del Parlamento: “Per le pensioni intendo fare questo e questo; per il lavoro intendo fare questo e questo; per le nuove imposte intendo fare questo e questo”, e i partiti gli avessero votato la fiducia, si sarebbe potuto dire che si era costituito un governo di tecnici per l’attuazione della volontà del Parlamento. Ma così non è. Monti non s’è impegnato a nulla di concreto. Ha fatto un discorsetto retorico, da consiglio comunale, e questo fa temere il peggio. Infatti o questo governo adotta provvedimenti insignificanti – e l’Italia ha bisogno di tutt’altro – oppure non dura. A meno che i partiti maggiori non siano disposti a suicidarsi politicamente.

Detto questo, ovviamente corriamo insieme con gli amici ad iscriverci alla categoria degli imbecilli.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 novembre 2011

(1)http://www.repubblica.it/politica/2011/11/27/news/due_mario_italiani_per_salvare_l_euro_di_eugenio_scalfari-25666637/

 


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ECONOMIA
27 novembre 2011
I LATI POSITIVI DELL'EVASIONE FISCALE

Chiunque osasse dir male del Papa, dell’euro o di Giorgio Napolitano, come chiunque osasse dir bene della droga, della guerra, o dell’evasione fiscale, si vedrebbe attaccare da tutti con la ferocia dell’indignazione. Qui si correrà questo rischio perché di fatto l’evasione fiscale, una volta divenuta importante, ha i suoi lati positivi: tanto che eliminarla di botto sarebbe altamente pericoloso.

Lo Stato assicura servizi ai cittadini e per finanziarli impone tasse e imposte. Ammettendo che - le cifre sono puramente esemplificative – per questo abbia bisogno di un gettito corrispondente al 20% del prodotto interno lordo, se mettesse tasse e imposte per un totale del 20%, e tutti le pagassero, la situazione sarebbe in equilibrio. Avviene invece che una buona parte dei cittadini, soprattutto i piccoli contribuenti, non paghi. Pensiamo al barista dell’unico bar del villaggio, che conosce tutti e non emette praticamente mai scontrini. Lo Stato, per ottenere quel 20% del pil, alza il livello della pressione fiscale dal 20 al 40% (in Italia è di più). Di chi è la colpa? Molti diranno: “Degli evasori”. E invece no, la colpa è dello Stato.

Anni fa un italiano che abitava in Spagna volle non tenere conto del nuovo obbligo di indossare la cintura di sicurezza perché l’ammenda era bassa e pensava di potersi pagare la comodità di guidare come aveva sempre fatto. Presto però si accorse che ad ogni incrocio un vigile lo fermava e lo multava. Una volta, in una sola mattina, pagò tre contravvenzioni: e così si convinse ad usare la cintura. Un altro amico fu multato per avere guidato su un’autostrada svizzera a 68 kmh dove il limite era di 60, mentre era incolonnato e tutti guidavano a quella velocità. La contravvenzione gli arrivò addirittura in Belgio, dove risiedeva. Pensò di protestare ma poi gli fu detto che l’importo era di sei euro. Solo sei euro. E dunque pagò, ma la lezione fu un’altra: se un Paese stabilisce un’ammenda così bassa, è segno che conta di imporla con tale implacabilità che essa basterà a scoraggiare anche i più indisciplinati. Come insegna la politica penale, è la certezza della sanzione, non la sua gravità, che induce al rispetto delle leggi.

Si direbbe che questi principi non riescano a superare le Alpi. Non si comprende che si devono imporre quelle tasse e quelle imposte che si è certi di poter esigere senza che nessuno o quasi sfugga. Non si può supplire con l’innalzamento delle imposte per quelli che le pagano. Questa è una somma ingiustizia: si punisce l’onesto a favore del disonesto.

Se la sanzione non è sicura e l’imposta è alta, si ha un incentivo per l’evasione; se la sanzione è sicura e l’imposta è bassa, perché evadere?

L’esistenza di una notevole evasione fiscale – al di là di ogni considerazione giuridica o morale - ha conseguenze economiche non indifferenti. Ammettiamo che un piccolo artigiano operi in nero con margini di profitto esigui: morale e civismo a parte, offre un servizio, produce ricchezza, e contribuisce alla prosperità nazionale. Se invece fosse costretto ad operare legalmente, per esempio pagando il 40% di imposte, potrebbe essere costretto a chiudere l’attività. E in questo modo la produzione nazionale di ricchezza diminuirebbe.

La soluzione? Quella che si diceva prima. Se il piccolo artigiano potesse essere costretto a pagare non il 40% ma il 20%, lo Stato incasserebbe il suo gettito e quel capofamiglia sopravvivrebbe.

La conclusione è condensabile nei seguenti assiomi:

1) Uno Stato che non sa o non può applicare la proprie norme fiscali incentiva l’evasione.

2) L’idea di sopperire a questa incapacità aumentando tasse e imposte è immorale ed economicamente controproducente: frena infatti la produzione degli onesti e fa nascere l’economia sommersa, con vantaggio dei piccolissimi ma anche dei disonesti.

3) Una volta che il pessimo sistema si sia instaurato, l’abolizione dell’evasione, con un colpo di bacchetta magica, sconvolgerebbe l’economia provocando un’enorme ed improvvisa diminuzione del pil. Se lo Stato si vedesse fare questa proposta dalla Fata Turchina, dovrebbe dire di no: dovrebbe piuttosto chiederle il miracolo di un sistema fiscale senza falle.

In conclusione i moralisti non dovrebbero condannare con parole di fuoco l’evasione, perché il primo colpevole è lo Stato. Esso è incapace di esigere le tasse da tutti; è esoso perché le aumenta a carico di quelli che le pagano, e infine è immorale perché maltratta gli onesti a vantaggio dei disonesti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

27 novembre 2011

 


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ECONOMIA
26 novembre 2011
MERKEL E SARKOZY, TRATTATO PER SALVARE L'EURO

Scoop della “Bild” on line(1)!

Trattative segrete.

LA MERKEL E SARKOZY VOGLIONO UN NUOVO TRATTATO UE.

Berlino. La Germania e la Francia accelerano la velocità. Con velocità da record dovrebbe essere risolutamente siglato un Trattato di Stabilità per l’Euro – se possibile all’inizio del prossimo anno. In questo modo dovrebbe finalmente aversi la quiete nei mercati finanziari.

 

Ieri l’Italia ha dovuto offrire per i titoli a due anni interessi del 7,8%: e un mese fa erano ancora del 4,6%!

Secondo le informazioni della Bild la Cancelliera Angela Merkel e il Presidente della Francia Nicolas Sarkozy prendono in considerazione l’ipotesi di stipulare il nuovo patto di stabilità in un primo momento come contratto fra gli Stati nazionali, non diversamente dell’iniziale accordo sull’abolizione dei controlli delle persone alle frontiere nell’Ue (“Trattato di Schengen”). Il vantaggio: così si fa molto più in fretta e si lascia meno spazio alle resistenze degli Stati membri che fossero scettici. In caso di necessità, la Merkel e Sarkozy non si curerebbero affatto della Commissione dell’Europea.

Già al prossimo vertice europeo dell’8-9 dicembre il duo (soprannome “Merkozy”) dovrebbe presentare i suoi piani. Ci si attendono grandi proteste dalla Gran Bretagna: questa certo non appartiene all’eurozona ma tollererà male di essere ancora una volta tenuta ai margini delle decisioni.

Trad. dal tedesco di Gianni Pardo, www.DailyBlog.it

(1)http://www.bild.de/politik/inland/eg-vertrag/merkel-und-sarkozy-wollen-neuen-eu-vertrag-21237830.bild.html

________________

Berlin - Deutschland und Frankreich drücken aufs Tempo! In Rekordtempo soll ein neuer Euro-Stabilitätsvertrag erzwungen werden -möglichst schon zu Beginn nächsten Jahres! Damit soll endlich Ruhe an den Finanzmärkten einkehren.

Gestern musste Italien für zweijährige Anleihen 7,8 %Zinsen zahlen -einen Monat zuvor waren es noch 4,6 %gewesen!

Nach BILD-Informationen erwägen Kanzlerin Angela Merkel und Frankreichs Staatspräsident Nicolas Sarkozy sogar, den neuen Stabilitätspakt zunächst als Vertrag zwischen den Nationalstaaten zu schließen -ähnlich dem anfänglichen Abkommen über den Wegfall der Personenkontrollen in der EU ("Schengen-Vertrag"). Der Vorteil: Das geht schneller und lässt skeptischen Mitgliedsstaaten weniger Raum für Widerstand. Auf die EU-Kommission wollen Merkel und Sarkozy notfalls keine Rücksicht nehmen.

Schon beim nächsten EU-Gipfel am 8./9. Dezember wird das Duo (Spitzname "Merkozy") seine Pläne vorstellen. Scharfer Protest wird aus Großbritannien erwartet, das zwar nicht zur Euro-Zone gehört, aber nicht weiter an den Rand gedrängt werden will. (nik.)

 




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ECONOMIA
26 novembre 2011
SCHADENFREUDE

A mano a mano che la civiltà si sviluppa il margine d’incertezza rispetto al futuro ha tendenza a restringersi. Il medico può dire qual è la speranza di vita di un ammalato di cancro, l’ingegnere qual è il limite di rottura di una catena, il meteorologo ci dice tutti i giorni se pioverà o no. Ma non ogni avvenimento futuro – che sia certo, probabile o semplicemente possibile – è accolto nello stesso modo. Mentre la previsione di un cattivo raccolto del cacao in un Paese africano ci lascia totalmente indifferenti, se la cosa ci riguarda personalmente tutto cambia: e infatti cerchiamo di negare ciò che non ci piace. Un giovane che ha la patente da poco tempo corre in auto pur avendo sentito dire che si possono avere incidenti, soprattutto quando si va veloci e si ha poca esperienza; ma pensa che “a lui non succederà”. La nostra visione del mondo è profondamente influenzata dai nostri sentimenti e tendiamo a credere ciò che ci piace credere. Lo scervellato dice che suo nonno, fumatore accanito, è morto oltre gli ottant’anni e così va incontro al cancro.

Purtroppo a volte anche interi gruppi umani si comportano da scervellati. Spesso le controindicazioni per i comportamenti rischiosi sono troppo poco evidenti perché se ne tenga conto. Sono una possibilità, certo, ma teorica, remota, quasi una “possibilità impossibile”. Finché il disastro non è irrimediabile.

L’Italia rappresenta un caso esemplare, in questo campo. Quando i governi spendevano molto di più di ciò che incassavano, quando sembrava che bastasse chiedere per ottenere, quando molti erano convinti che l’Erario avesse un balcone che dava sul Pozzo di San Patrizio, solo pochissimi - fra cui Antonio Martino – si sgolavano ad avvertire del pericolo. Ma nessuno dava ascolto. Io stesso, prima ancora di possedere un computer (e per questo non ho più quel testo) scrissi ad un mio ex alunno, laureato in scienze bancarie, che lo Stato non avrebbe mai rimborsato il debito pubblico. Come si potevano comprare titoli pubblici? Lui mi rispose che tutti avevano una totale fiducia. Le banche, i mercati nazionali, i mercati internazionali, insomma tutti salvo io. Che non potevo che avere torto, a questo punto. E infatti tutti hanno continuato ad avere fiducia. Per decenni.

Ma tutto ciò che è razionale è reale, diceva un filosofo. Il tempo è passato ed ora tutti si sono accorti non solo delle dimensioni del debito ma del fatto che gli interessi da pagare sono di tali proporzioni che lo Stato potrebbe non farcela a versarli. E questa sarebbe l’occasione per una gigantesca Schadenfreude: gioiosa rivalsa per il ben meritato male altrui. Se non fosse che non è altrui: è il male della nostra patria e nostro personale.

Quella gioia nascerebbe dal vedere che la razionalità non è un optional. Se anche tutti dicono che abbiamo torto, vedendo che l’Imperatore è nudo, nudo è. E se contrae una bella polmonite, come evitare la Schadenfreude?

Nei giorni recenti nel nostro beato Paese la demenza collettiva ha battuto un altro record. Ha cercato di farci credere che il rimedio per tutto fosse l’allontanamento di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. E allora non abbiamo speranza. Giove rende pazzi quelli che vuol perdere e in questa occasione sembra si sia già lungamente occupato di noi. Come ha detto qualcuno: qualunque cosa gli accada, non ci sarà disastro che gli italiani non avranno meritato.

Ecco perché, mentre l’Italia si dibatte nella più grave crisi della sua storia repubblicana, si può ripensare con sarcasmo a tutti quei politici che, in decenni lontani, badavano più a “ciò che lo Stato aveva il dovere morale di dare” che a “ciò che lo Stato poteva permettersi di dare”. È la rivincita della razionalità sul sentimento, dell’economia classica sulle esigenze del Welfare State, della destra ragionevole contro la sinistra massimalista.

Il nuovo governo non può far molto. La pubblica opinione, per decenni inondata di retorica, è rimasta ferma ai moduli di comportamento che hanno portato al disastro attuale. In particolare, considera anatema proprio i provvedimenti che potrebbero salvarci. La sinistra è dunque ad un bivio: o lascia passare leggi risolutamente “liberiste”, e perde il suo elettorato, o insiste per provvedimenti fiscali di rapina e allora è il Pdl che si mette di traverso. In questo caso nuove elezioni e il Pd, vincendole dopo che il Pci, insieme con la Dc, ha seminato vento per decenni, potrebbe trovarsi a raccogliere la tempesta perfetta.

Forse ci cadrà addosso la casa, ma sotto le macerie, se saremo ancora vivi, ci rimarrà la soddisfazione di avere detto in tempo non sospetto - decenni fa e anche recentemente - che l’ingegnere è un incompetente criminale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

26 novembre 2011

 




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CULTURA
25 novembre 2011
I DIRITTI CIVILI NON SONO "UMANI"

Maurice Cranston, filosofo e politologo inglese, scrisse, nel 1973, un articolo interessante, dal titolo: “What are Human Rights?”(1), “Che cosa sono i diritti umani?”. Sosteneva una tesi evidente: “Sonodiritti umani i diritti politici e civili, come il diritto alla vita, alla libertà, e ad una corretta competizione”, ma vngono considerati anche umani e universali quelli che sarebbero “diritti economici e sociali, come il diritto ad una assicurazione in caso di disoccupazione, pensioni di vecchiaia, servizi medici, ferie pagate”. Il lungo articolo dimostra al di là di ogni dubbio che mentre i diritti politici e civili possono essere accordati praticamente dovunque, dal momento che per lo Stato si tratta generalmente di rispettare i singoli, e non di fare qualcosa per loro, i diritti “economici e sociali” non possono essere attuati in Paesi che, per ragioni economiche, non sono in grado di permetterseli. Un diritto è tale quando è esigibile in modo coercitivo e richiede, dice Cranston, che gli faccia da contrappeso il dovere di un altro. Ne campo dei diritti “economici e sociali”, invece, non solo manca la persona obbligata ma addirittura spesso non potrebbe neppure esistere: per ragioni pratiche ed economiche.

L’articolo cita anche il fatto che all’Onu, “Nel 1966, ai due gruppi di diritti fu accordato uno stato più o meno paritario, con la ricezione simultanea nell'Assemblea generale delle due Convenzioni, l'una sui diritti politici e civili, l'altra sui diritti sociali ed economici”. E si è trattato di un errore. “Un diritto umano è una cosa della quale nessun essere umano può essere privato senza che sia compiuto un grave affronto alla giustizia”, dunque questo primo genere di diritto è sacrosanto, mentre il secondo genere (quello dei “diritti” sociali ed economici) rischia di rimanere una pia aspirazione. Per giunta, dal momento che introduce un elemento di confusione nel campo dei diritti, può danneggiare il progresso sociale.

La tesi di Cranston, come si è detto, è evidente quando nega la qualità “umana” ai diritti “sociali ed economici” ma, a guardar bene, aggiungiamo qui, non sono “umani” nemmeno i diritti civili e politici. È vero che questi ultimi possono essere “facilmente” adottati dal momento che spesso non importano nessun esborso monetario, ma di fatto essi non sono stati affatto concessi dovunque e in ogni tempo: la qual cosa contraddice la loro definizione di “umani”. Umano è il fatto che camminiamo tutti sugli arti inferiori e non a quattro zampe, mentre non è “umana”, ma frutto della civiltà, l’abolizione della schiavitù, della poligamia, della tortura.

È vero, come scrive Cranston, che la violazione dei diritti civili, agli occhi di un occidentale, costituisce “un grave affronto alla giustizia”: ma dove sta scritto che il diritto debba sempre corrispondere alla nostra idea di giustizia? Per un islamico integralista corrisponde a giustizia che si tagli la mano al ladro e si lapidi l’adultera. E il tedesco che dicesse a un musulmano integralista che considera la sua interpretazione della sharia un obbrobrio potrebbe sempre sentirsi rispondere: “Noi puniamo severamente i colpevoli, il tuo popolo ha ucciso milioni di persone che non erano colpevoli di nulla. Sei sicuro di avere l’autorità morale per rimproverarmi?”

Sia i “diritti civili e politici”, sia i “diritti sociali ed economici” sono legittime aspirazioni. Che ovviamente condividiamo. Ma mentre i primi divengono diritti quando sono consacrati nel diritto positivo (unica condizione), i secondi divengono diritti non quando sono consacrati in norme di legge e basta, ma quando la società se li può permettere e la legge li sanziona (due condizioni). Nelle economie che sono al livello di sussistenza le ferie pagate sono impensabili e tali rimarrebbero anche se consacrate in norme di legge. In una società progredita esse sono inscritte nei contratti di lavoro e divengono diritti. Ma diritti “italiani”, “francesi”, “tedeschi”, non “umani”.

Troppa gente crede che definendo “diritto” un desiderio, un’aspirazione, un dovere morale, lo si rivesta di maggiore autorità ed efficacia. In realtà non è così. Si crea confusione e frustrazione nei più ignoranti. Un disoccupato che ha sentito dire che la Costituzione italiana riconosce il diritto al lavoro come potrà mai capire che la Costituzione non ha mai parlato seriamente ed ha solo espresso un desiderio?

Diritto è ciò che è suscettibile di attuazione concreta ed ha una sanzione. Il decalogo impone di “onorare il padre e la madre”, il diritto impone l’obbligo degli alimenti per i genitori indigenti. L’onore non è esigibile, il cibo sì, e chi lascia morire di fame i genitori è condannato dal giudice: è questa la differenza fra morale e diritto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 novembre 2011

(1)Cranston, Maurice. ‘Human Rights: Real and Supposed,’ in Political Theory and the Rights of Man, edited by D. D. Raphael (Bloomington: Indiana University Press, 1967), pp. 43-51.

Per chi volesse leggere la traduzione, http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=33338




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SOCIETA'
24 novembre 2011
I DIRITTI LEGITTIMI DEL GATTO

La semantica ci insegna che il significato di una parola non è quello che risulta dall’etimologia: il senso di ogni termine è quello che gli attribuiscono i parlanti e tuttavia c’è un limite. Se molti credono che “brunito” significhi scuro e “corrusco” significhi corrucciato, rimangono ancora abbastanza persone colte per sapere che brunito significa “brillante” e corrusco significa “rilucente di luce vivissima e improvvisa” (Zingarelli).

Il principio è ancor più valido quando ci si inoltra in campi specialistici. In occasione di un trapianto i giornalisti potranno parlare dell’ “espianto” dell’organo dal cadavere, per i medici si tratterà sempre e soltanto di un “prelievo”. L’espianto si ha quando si rimuove l’organo dal paziente trapiantato.

Un caso frequente si ha anche nell’ambito giuridico, dove si parla ad ogni piè sospinto di diritti: diritti del bambino, diritti legittimi dei palestinesi, diritti degli animali, diritti del malato e via legiferando con disinvoltura. Questo è un cattivo uso della parola “diritto” di cui vale la pena di spiegare l’origine.

Il bambino fruisce di tutti i diritti di un qualunque altro cittadino ma a causa della sua età l’ordinamento prevede delle norme intese a proteggerlo. Queste norme naturalmente non si rivolgono a lui (che fino a quattordici anni in Italia non è neppure penalmente responsabile delle sue azioni) ma agli adulti che hanno da fare con lui. I genitori hanno il dovere di curare la sua salute e di mandarlo a scuola. Gli educatori non devono eccedere nei mezzi di correzione o di disciplina e i tutori devono curarne il patrimonio. In tutti questi casi il bambino non è titolare di speciali diritti: è il beneficiario di doveri imposti ad altri.  

Se si parla di diritti del bambino è perché molte persone pensano che i vantaggi a lui concessi derivino dalla sua speciale qualità che la legge si limita a riconoscere; tanto che i doveri degli adulti deriverebbero da quei diritti e non l’inverso. E questo errore riporta ad un’araba fenice del Seicento: quel “diritto naturale” che non è riuscito a nascere (1) ma rimane una eterna tendenza. Esso corrisponde infatti alla mentalità degli incompetenti. Costoro non solo sognano di trovare un fondamento extragiuridico per i diritti (e infatti la Chiesa parla di “principi non negoziabili”) ma sono contenti di vestire di diritto ciò che personalmente reputano giusto. Un errore che non tiene conto dell’evoluzione storica. Un tempo gli uomini erano molto brutali con cavalli, asini e cani, oggi l’idea che qualcuno maltratti le bestie è intollerabile, per le persone civili e sensibili: ma questo non trasforma gli animali in portatori di diritti. Al massimo, come i bambini, possono essere i beneficiari dei doveri imposti agli esseri umani, gli unici passibili di diritti e doveri.

Un caso speciale è quello dei “diritti legittimi dei palestinesi”. Qui le assurdità si sprecano. I diritti sono “legittimi” quando discendono da una legge e non esiste nessuna legge internazionale che impone al vincitore di concedere ad un Paese vinto una totale indipendenza in modo che poi esso possa attaccarlo. Dopo la prima Guerra Mondiale il disarmo (con annesso diritto all’intervento sul territorio per verificarlo) fu imposto alla Germania, uno Stato che certo non aveva colpe in materia di terrorismo. In secondo luogo, non esiste una legge internazionale cogente cui ci si possa efficacemente appellare: l’Onu è solo un’arena oratoria. Il diritto internazionale ha un senso quando interviene tra Stati sovrani che liberamente stipulano trattati e si spera che li onorino. Ma se uno Stato ne batte un altro in guerra avrà nei suoi confronti solo quei “doveri” che gli impone il suo proprio livello di civiltà. Il vinto non ha nessun diritto: un tempo, nemmeno il diritto ad aver salva la vita: e questo “un tempo” è stato molto recente, per Gheddafi.

Non si può parlare di “diritti dei palestinesi”: solo politicamente si può esprimere il “desiderio di un equo trattato di pace con i vincitori”. E un desiderio non è un diritto. Ché anzi, se il vinto esagera le sue pretese, se ha l’idea di potere imporre condizioni al vincitore, la pace si allontana, come vediamo da decenni. E ne soffre più il vinto che il vincitore.

Il diritto è una categoria dello spirito come la morale o l’arte. Poi è un complesso di norme cogenti (ordinamento giuridico). Infine è un potere attribuito al singolo (diritto soggettivo). Ma in tutte queste ipotesi non ce n’è una che riguardi il gatto, anche se fruisce in casa di agi inauditi che a volte sconfinano nel capriccio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

24 novembre 2011

(1)http://www.ilcannocchiale.it/member/blog/post/post.aspx?post=1391336

 




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ECONOMIA
24 novembre 2011
UN ENORME PUNTO INTERROGATIVO

Domande ai competenti

Ogni anno in Italia scadono tutti i titoli di Stato. Quelli che sono stati emessi un anno fa perché è passato un anno, quelli che sono stati emessi cinque anni fa perché sono passati cinque anni, quelli che sono stati emessi dieci anni fa perché sono passati dieci anni. Bisogna dunque, nell’anno, vendere altrettanti titoli.

La somma totale del debito pubblico è di 1.900 miliardi di euro. Per ogni punto percentuale di interesse sul debito lo Stato paga 19 miliardi. Facciamo che, fino a qualche mese fa, lo Stato pagasse una media del 4%, su questi titoli: il 4% di 1.900 mld è 76 mld. Ora siamo arrivati al 7% e se, per ipotesi, entro un anno tutti i titoli fossero stati rinnovati a questo livello, l’interesse sull’intero debito passerebbe da 76 miliardi a 133 miliardi. La differenza, rispetto a prima, sarebbe di cinquantasette miliardi (19x3).

Sui giornali abbiamo letto che il governo Monti si appresta a varare una ulteriore manovra di 15 miliardi. Ora qui si chiede: se l’ordine di grandezza dei problemi è di diciannove miliardi per ogni punto in più di interesse e se oggi si parla di tre punti in più (57 miliardi in più) dell’anno scorso, che ci facciamo, con quei quindici miliardi?

Questa nota chiede agli amici più competenti di spiegare perché le cose non stanno così (se non stanno così) e come effettivamente stanno.

Ancora una domanda. Nell’asta di ieri una parte dei Bund tedeschi è rimasta invenduta ed è dovuta intervenire la Bce. Questo potrebbe significare che lo spread con i titoli italiani e spagnoli ha raggiunto il suo limite massimo, tanto che la “sicurezza” dei titoli tedeschi è battuta dalla “redditività, se pure rischiosa”, dei titoli italiani e spagnoli?

Personalmente reputo che la Germania stia sbagliando pesantemente nel non sostenere adeguatamente l’Italia. Potrebbe essa stessa pagarla più caro di quanto non pensi. La cosa giusta sarebbe stata da un lato garantire il debito italiano (come quello spagnolo e persino quello greco, se si vuole la Grecia nell’euro) in tutti i modi possibili: questo calmerebbe definitivamente la speculazione; dall’altro attuare in Italia una liberalizzazione selvaggia, essendo pronti ad imporla con l’esercito. Risultato: un interesse sul debito tollerabile e un’Italia che riparte come la Cina. Altre soluzioni non se ne vedono. Ma, ancora una volta, aspettiamo lumi da chi ne sa di più.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

23 novembre 2011


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ECONOMIA
23 novembre 2011
"VEDRAI, NON CE LA PUOI FARE"

Le caratteristiche e perfino i luoghi comuni di un Paese si possono conoscere anche attraverso le fiction. Gli Stati Uniti, che con i loro prodotti ci inondano, si caratterizzano per due atteggiamenti che, a quanto pare, sono ritenuti obbligatori. Da un lato bisogna precipitarsi a riconoscere i propri torti, anche inesistenti: “È colpa mia, se quell’auto lo ha investito e ucciso. Non avrei dovuto mandarlo a comprare il giornale”; dall’altro bisogna essere sempre ottimisti, anche contro l’evidenza: “Vedrai, tutto andrà a bene”, si dice a chi si è sentito diagnosticare un cancro e “Ce la puoi fare” a chi non sa come disinnescare una bomba. Sono atteggiamenti ridicoli ma indici di una mentalità: a quanto pare gli americani non tollerano chi non riconosce i propri torti o chi non ha costantemente l’ottimismo della volontà.

L’atteggiamento in sé è positivo, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento dei torti. Ma l’esagerazione rende stucchevoli molti film e telefilm statunitensi. L’obbligo retorico di incoraggiare tutti, anche nei momenti più disperati, rischia di divenire grottesco o di suonare come un’irrisione. Ciò malgrado la nostra sudditanza nei confronti del mondo anglosassone sta facendo sì che quell’ottimismo panglossiano stia contagiando anche una nazione vecchia e disincantata come la nostra.

Una prova l’abbiamo col governo Monti. Questo esecutivo è quotidianamente ricoperto di lodi non per quello che è o per quello che ha fatto ma per quello che dovrebbe fare, per quello che forse farà, anzi, per quello che certamente farà. Per quanto il compito appaia arduo e forse impossibile. Vedrai, ce la puoi fare. Tutto andrà bene, vedrai.

Questo ottimismo retorico non è solo stupido: è persino crudele. Mentre di fatto fino ad ora il governo è riuscito a dare solo grandi prove di sussiego, si dà ad intendere agli italiani che Mario Monti e i suoi amici potranno fare quello che Silvio Berlusconi o Pierluigi Bersani non avrebbero mai saputo fare. Senza vedere che così li si dichiara sin d’ora colpevoli dell’eventuale fallimento. Mentre colpevoli non sarebbero affatto. Nella Roma antica il dittatore era responsabile delle sorti della patria perché nei suoi sei mesi di mandato aveva tutti i poteri: viceversa nella Roma attuale nessuno può essere responsabile di non evitare un disastro che non ha i mezzi per evitare.

L’attuale governo  vive del sostegno e del beneplacito dei Capuleti e dei Montecchi, con la differenza che quelle due famiglie si odiavano per motivi per così dire sentimentali mentre qui si affrontano, per motivi molto più seri, gli eredi del comunismo e gli eredi del liberalismo economico. Famiglie che hanno concezioni opposte sul modo di salvare la casa comune dal crollo e che saranno disposte, per il bene della patria, a paralizzare quell’azione del governo che sembrasse loro dannosa. Non c’è di che stare allegri.

Come si vede non si sta affermando che il nuovo governo sia composto da incapaci o provocherà dei danni. Si sta semplicemente osservando che esso non ha i mezzi per agire e che dunque non si può contare su grandi risultati. Qualunque cosa di positivo riuscirà a fare, qualunque cosa di cui non sarebbe stato capace né un governo Berlusconi né un governo Bersani, sarà un miracolo che saremo pronti ad applaudire. Ma una cosa è applaudire un miracolo che si riteneva improbabile, un’altra è rimproverare qualcuno per non aver compiuto un miracolo.

Benevolo verso Mario Monti non è chi si aspetta da lui la salvezza, ma chi non si aspetta niente – neppure la durata! – ed è pronto a riconoscergli qualunque merito. Anche non grandissimo.

Il messaggio non deve essere quello dei telefilm americani, ma quest’altro: “Vedrai, non ce la puoi fare. Ma tutto quello che farai sarà tanto di guadagnato”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

23 novembre 2011




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ECONOMIA
22 novembre 2011
LA FIAT GIOCA L'ASSO DI BRISCOLA

Affaritaliani.it reca questo titolo(1): “La Fiat ha disdettato i contratti vigenti nell'intero gruppo, passo necessario per introdurre in tutti gli stabilimenti il nuovo contratto sul modello di quelli siglati a Pomigliano e Mirafiori”. Sembra una nota aziendale ed è una rivoluzione.

Va premesso che quasi un anno fa i sindacati (con l’eccezione di Fiom, Cgil e Ugl) avevano accettato  il “contratto unico aziendale” ma spesso non si fa attenzione all’effetto concreto di una decisione finché non se ne constatano le conseguenze. E ora la conseguenza è che la Fiat, improvvisamente, dà poco più di un mese di tempo ai sindacati aziendali per concludere il nuovo accordo. Naturalmente parla anche di possibili condizioni “migliorative”, ma è tutto eccipiente rispetto alla sostanza ultima:  i grandi sindacati sono stati espulsi dalla Fiat. Quelli aziendali dichiarano coraggiosamente di “accettare la sfida”, ma una cosa è certa: chi può minacciare la chiusura possiede l’asso di briscola. Ed è interessante vedere come questo sia stato possibile. Come si sia potuti arrivare a tutto ciò in un Paese come l’Italia in cui i sindacati – come nella Gran Bretagna di Edward Heath - hanno sempre avuto l’ultima parola.

Come spesso avviene, i grandi cambiamenti della società non hanno come causa una decisione del governo o una rivoluzione di popolo ma piuttosto una maturazione culturale indotta dai fatti. La Rivoluzione Francese non provocò un cambiamento di mentalità, ne fu la conseguenza: la vera causa fu l’Illuminismo. Un movimento così possente da trionfare anche dopo Waterloo e dopo la Restaurazione. In Inghilterra ciò che Heath non seppe fare lo fece la Thatcher quando dimostrò che il governo poteva resistere per mesi allo sciopero dei minatori. Ma probabilmente ciò dipese – oltre che dalla ferrea natura della Lady – dal fatto che i tempi erano maturi. I britannici erano stanchi delle prevaricazioni dei sindacati e li privarono del loro sostegno: e infatti non solo i minatori piegarono la testa allora, ma i sindacati non furono mai più imperiosi ed arroganti come erano stati prima. La Gran Bretagna aveva voltato pagina, tanto definitivamente da non tornare indietro nemmeno quando Blair, laburista, andò al governo.

In Italia non s’è avuto né un Illuminismo sindacale né uno scontro aperto come quello dei minatori con la Thatcher. Più semplicemente, cominciando dalle finanze dello Stato, ha comandato il brutale linguaggio della Tavola Pitagorica. In passato, quando la grande impresa si è scontrata con i “lavoratori”, il governo si è affrettato a “mediare” in favore del sindacato, essendo anche pronto a mettere la mano in tasca per concludere l’accordo. Oggi non se lo può più permettere. Dunque la Fiat è ridivenuta un’impresa che o sopravvive con le proprie forze o non sopravvive. Proprio per questo si è potuta presentare a Pomigliano d’Arco dicendo, con la voce di Marchionne: “O accettate questi patti sindacali o la Fiat chiude. E voi restate senza lavoro”. I lavoratori, checché abbia potuto gridare la Fiom, illusa che i tempi non cambiassero mai, hanno ovviamente votato per il lavoro. E ora la stessa cosa si propone per tutti e 72.000 i lavoratori della Fiat.

Prima abbiamo avuto molti decenni di follia ideologica e si è a lungo creduto che i “principi” valessero più dell’aritmetica. Ora si ritorna alla realtà: il lavoro è uno degli elementi della produzione e deve essere rimunerato al massimo ma compatibilmente con i limiti economici dell’impresa. Non esiste alcun deus ex machina che possa rendere il salario una variabile indipendente.

È stato necessario sbattere il naso contro un possibile fallimento per ricuperare il semplice buon senso. Ma, si sa, il buon senso in Italia è stato spesso considerato cosa da persone insensibili. O da nemici dei lavoratori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

22 novembre 2011

 (1)http://affaritaliani.libero.it/economia/fiat-accordi-sindacali211111.html

 


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POLITICA
21 novembre 2011
IL GOVERNO TECNICO È UN'ASSURDITA'

L’idea del governo tecnico nasce da un pregiudizio: che per ogni problema esista una soluzione e che questa soluzione “scientifica” non sia adottata dai politici per incompetenza o fanatismo. Ambedue le affermazioni sono false.

I problemi di chi governa sono costituiti dalle scelte da adottare. Si può prendere come esempio l’attuale crisi economica. L’Italia ha evidentemente bisogno di un bilancio in grande attivo, e questo si può ottenere o imponendo nuove tasse, oppure dando un forte slancio all’economia. Però, se si aumenta la pressione fiscale, si provocano grandi proteste e si deprime l’economia. Per giunta, il Paese appare talmente malato che i mercati continuano a crederlo sull’orlo dell’abisso e si rischia il default. L’Irlanda ha adottato questa politica e i suoi titoli pagano l’8% di interesse. Se invece si diminuiscono le tasse e si incide pesantemente sulla legislazione del lavoro, si rischia il deficit, l’aumento del debito pubblico, la rivoluzione e ancora una volta il default. La soluzione giusta? Non c’è. Scegliere significa “ridurre il numero degli errori a uno”.

Certe scelte non sono tecniche ma dipendono dalle ideologie politiche. Il liberale è per la diminuzione delle tasse e dei vincoli alla produzione, mentre il “progressista” (oggi un irriducibile conservatore) è per la tassazione dei “ricchi” con ogni sorta di imposta punitiva. Ognuno è in buona fede e non riuscirà mai a convincere l’altro. E non possono farcela neanche i tecnici, che sono anche loro o liberali o progressisti.

Gli esperti sono coloro che, quando si è stabilita una linea politica (patrimoniale o riforma dell’art.18 per esempio) formulano leggi e regolamenti in base ai quali si attuano quei provvedimenti. Se invece sono chiamati ad adottare l’uno o l’altro provvedimento, per ciò stesso fanno una scelta politica.

Facciamo un esempio ancor più terra terra. Se lo Stato ha la possibilità di costruire un nuovo carcere, un nuovo ospedale o un grande liceo che cosa deve fare? L’opinione secondo cui una scuola è più importante di un carcere, o un carcere è più importante di un ospedale, o un ospedale è più importante di una scuola varia secondo gli interessati. Non si può dimostrare nulla. Perfino se si sostiene che l’ospedale è più importante, perché con una scuola o un carcere in meno non si rischia la vita, ci si può sentir rispondere che l’ospedale esiste già, anche se è a ventuno chilometri e ventuno chilometri in auto si fanno in un quarto d’ora. Mentre manca il carcere. O la scuola. Le discussioni non finiscono mai.

Il governo dei tecnici è assurdo già concettualmente, perché è chiamato ad un compito non tecnico. L’idea che ai lavori pubblici bisognerebbe mandare un ingegnere e alla sanità un medico è sciocca. Infatti il primo non è chiamato a progettare ponti, ma a decidere che cosa costruire e che cosa non costruire; così come il secondo, se è un medico, smetterà di curare il prossimo per tutto il tempo in cui sarà ministro. Tutto quello che si ottiene, se si affida il governo dello Stato a dei tecnici, è che tenteranno di guidarlo persone di cui non conosciamo le idee politiche.

In democrazia qualunque governo può governare solo se sostenuto in Parlamento da una maggioranza. Ma questa, che sia predeterminata o che si formi di volta in volta, non gli permetterà mai di adottare provvedimenti gravemente contrari alla propria ideologia. E dunque o il governo si piegherà alla volontà del Parlamento o il Parlamento lo farà cadere. Esso dunque, se vorrà continuare ad esistere, dovrà attuare un progetto (politico) col sostegno di quella parte (politica) del Parlamento che ha idee (politiche) uguali alle sue, se esiste. E a quel punto, il governo è politico, la decisione è politica e cade l’ipocrisia del governo tecnico.

E allora come mai si è tanto parlato di governo tecnico? Come mai queste semplici osservazioni non le fanno i politici? La risposta è semplice: in un momento come quello attuale i politici sono convinti che il governo deve adottare decisioni impopolari e non ci vogliono “mettere la faccia”. Sperano che altri decida ed attui ciò che loro non hanno il coraggio di decidere. Il problema è che ciascuno ha in mente una soluzione diversa, e questo diverrà evidente quando il governo tenterà di imporre la patrimoniale o vorrà rendere il mercato del lavoro meno ingessato e più flessibile. Allora si vedrà che il re è nudo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

21 novembre 2011




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20 novembre 2011
LE LEGGENDE DEL FIASCO
di Paul Krugman
Ecco il modo in cui finisce l’euro: non con un “bang” ma con un “bunga bunga”. Non molto tempo fa, i leader europei insistevano che la Grecia poteva e sarebbe dovuta rimanere nella zona euro mentre pagava interamente i suoi debiti. Ora, con l’Italia che cade nell’abisso, è addirittura difficile vedere come l’euro possa sopravvivere.
Ma qual è il significato dell’eurocatastrofe? Come sempre avviene quando il disastro colpisce, gli ideologi si precipitano a sostenere che esso dimostra le loro opinioni. E così è tempo di cominciare a sgonfiare le panzane.
Le prime cose per cominciare: il tentativo di creare una moneta unica europea era una di quelle idee che attraversano le normali frontiere ideologiche. Era applaudita dai politici di destra americani, che vedevano in essa la più vicina, fra le cose migliori, ad un nuovo gold standard [l’oro come moneta], e dai politici di sinistra britannici, che vedevano in essa un grande passo in avanti verso un’Europea socialdemocratica. Invece erano contrari i conservatori inglesi, che anche loro vedevano in essa un passo verso un’Europea socialdemocratica. Ed era discussa dai liberal americani, che si preoccupavano – a ragione, direi (ma potrei dire qualcosa di diverso?) – di ciò che sarebbe avvenuto se i Paesi non fossero stati in grado di usare le politiche monetarie e fiscali per combattere contro le recessioni.
E ora che il progetto dell’euro è finito contro gli scogli, che lezioni dobbiamo trarre?
Personalmente ho sentito due risolute affermazioni, ambedue false: che le calamità dell’Europa riflettono il fallimento dello Stato Assistenziale (Welfare State) in generale, e che la crisi dell’Europa rappresenta la giustificazione per un’immediata austerità fiscale negli Stati Uniti.
L’asserzione che la crisi dell’Europa prova che il Welfare State non funziona viene da molti Repubblicani. Per esempio, Mitt Romney ha accusato il Presidente Obama di trarre ispirazione dai “socialdemocratici” europei ed ha asserito che “L’Europa non funziona già in Europa”. L’idea, presumibilmente, è che i Paesi in crisi sono nei guai perché gemono sotto il fardello di un’alta spesa statale. Ma i fatti dicono qualcosa di diverso.
È vero che tutti gli stati europei hanno sovvenzioni più generose – inclusa la sanità pubblica universale – e spese statali più alte dell’America. Ma le nazioni che ora sono in piena crisi non hanno Welfare State più grandi di quelli che hanno le nazioni che se la cavano bene, e se qualcosa bisognerebbe dedurne è che la correlazione funziona in senso inverso. La Svezia, con le sue famose alte sovvenzioni, è un primatista economico, uno dei pochi Paesi il cui prodotto interno lordo è più alto ora di quanto fosse prima della crisi. Nel frattempo, prima della crisi, la “spesa sociale” – la spesa per i programmi del Welfare State – era più bassa, come percentuale del reddito nazionale, in tutte le nazioni che ora sono in crisi più della Germania, per non parlare della Svezia.
Oh, e il Canada? Il Canada ha la sanità pubblica per tutti e un aiuto molto più generoso per i poveri degli Stati Uniti, eppure ha superato la crisi meglio di come abbiamo fatto noi.
La crisi dell’euro, dunque, non dice nulla riguardo alla sostenibilità del Welfare State. Ma almeno giustifica che si stringa la cinghia, in un’economia depressa?
Sentiamo questa richiesta tutto il tempo. L’America, ci dicono, dovrebbe dare immediatamente un taglio alla spesa o finiremo come la Grecia o l’Italia. Di nuovo, però, i fatti raccontano una storia diversa.
In primo luogo, se vi guardate in giro per il mondo vedrete che un grande e determinante fattore per i tassi di interesse non è il livello del debito pubblico ma se il governo si indebita nella sua propria moneta o no. Il Giappone è molto più indebitato dell’Italia, ma il suo tasso d’interesse sui titoli di Stato a lungo termine è solo all’incirca dell’un per cento di contro al sette per cento dell’Italia. Le prospettive fiscali della Gran Bretagna sono peggiori di quelle spagnole ma la Gran Bretagna può prendere in prestito al tasso di un po’ di più del 2% mentre la Spagna sta pagando quasi il 6%.
Se ne ricava che è avvenuto che, entrando nell’euro, la Spagna e l’Italia si sono ridotte allo stato di Paesi del Terzo Mondo che devono prendere denaro a prestito nella moneta di qualcun altro, con tutta la perdita di flessibilità che ciò implica. In particolare, dal momento che i Paesi della zona euro non possono stampare moneta, neppure in  un’emergenza, sono soggetti a gravi problemi di finanziamento che le nazioni che hanno conservato la loro propria moneta non hanno e il risultato è ciò che vedete in questo momento. L’America, che prende a prestito denaro in dollari, non ha questo problema.
L’altra cosa che dovete sapere è che di fronte alla crisi attuale, l’austerità è stata un fallimento dovunque è stata tentata: nessun Paese con un notevole debito è riuscito ad aprirsi una strada per tornare nelle buone grazie dei mercati finanziari. Per esempio, l’Irlanda è considerata il bambino virtuoso dell’Europa, avendo risposto ai suoi problemi di debito con un’austerità selvaggia che ha spinto il suo tasso di disoccupazione al 14%. E tuttavia il tasso d’interesse dei titoli irlandesi è ancora al di sopra dell’8%, peggiore di quello italiano.
Dunque la morale della storia è che bisogna guardarsi dagli ideologi che stanno tentando di cavalcare la crisi europea per le loro tesi personali. Se ascoltiamo questi ideologi, finiremo col rendere i nostri problemi – che sono diversi da quelli dell’Europa, ma da quel che si può capire sono altrettanto gravi – perfino peggiori.
Trad. di Gianni Pardo. giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
http://www.nytimes.com/2011/11/11/opinion/legends-of-the-fail.html?_r=1&emc=eta1
P.S. del traduttore. Bastava non indebitarsi (o almeno non entrare nell’euro) per non avere nessun problema. Poi dalla tesi si deduce che alcuni Stati possono permettersi il Welfare State, perché i cittadini sono più onesti e lo Stato più efficiente, mentre altri Stati non possono permetterselo.

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CULTURA
20 novembre 2011
IL CAOS BIPARTISAN

Viviamo in un’epoca sbracata. Troppe persone non hanno pudore, né del loro corpo né della loro anima. Spesso, per farsi ascoltare, bisogna gridare, dire parolacce e all’occasione insultare: cosa particolarmente vera in un Paese portato all’esagerazione emotiva e al melodramma come l’Italia. Molte persone bene educate naturalmente condannano il malvezzo e sono particolarmente severe con i politici in televisione, in quanto “essi dovrebbero dare l’esempio”: ma proprio questo particolare biasimo è immeritato.

È vero che il rapporto fra le diverse fazioni politiche è di costante disprezzo quando va bene e di appassionato odio quando va male, ma il fenomeno ha ragioni più serie di quanto si pensi. Anche se la gente ha tendenza a stimarli poco, i politici in Parlamento dibattono problemi di importanza estrema e adottano decisioni che influenzano la vita dell’intera nazione. Non sono argomenti da poco. È dunque normale che ci si appassioni, visto che ci si batte per il bene del popolo.

Purtroppo, come insegnato da Socrate, anche se tutti vogliono il bene, non tutti ne hanno la stessa idea. La sinistra considera i più poveri delle vittime, la destra li considera spesso degli incapaci. La sinistra considera i ricchi dei ladri, la destra li considera cittadini operosi che hanno il diritto di fruire di ciò che hanno creato. Nella mentalità “di sinistra” impera il principio della compassione a spese dello Stato (dunque con un notevole carico fiscale, anche a favore degli immeritevoli) mentre nella mentalità “di destra” ognuno è responsabile di se stesso e lo Stato non dovrebbe pretendere troppo denaro. Il risultato di questa differenza di visione della realtà è che spesso i politici di sinistra considerano quelli di destra delinquenti insensibili ai bisogni dei più deboli, e i politici di destra considerano quelli di sinistra analfabeti economici tendenti a depredare il prossimo e a impoverire l’intera nazione. Non sono fatti per capirsi.

La conseguenza è il disprezzo. La convivenza forzata in Parlamento, giorno dopo giorno, li convince che gli avversari dei banchi opposti sono dei pericolosi cretini o, quando va bene, dei furfanti in malafede. Ma proprio qui hanno tutti torto. Anche se ogni singolo parlamentare ha come stella polare il proprio interesse, i gruppi in quanto tali sono sufficientemente in buona fede. Nessuno vuole il male di nessuno: il problema, si ripete, è quello di identificare il bene. E se per il singolo la ricerca per identificarlo è un percorso filosofico e morale, quando si tratta di grandi gruppi è la mentalità della stessa nazione che prevale. Infatti, dato per scontato che l’umanità è la stessa dappertutto, esagerando un po’ si possono tuttavia indicare alcune caratteristiche riconducibili al “genio” dei popoli.

La Svizzera ad esempio è molto severa. Pretende che ognuno faccia il proprio dovere ed è pronta a stangare chi non lo fa. L’Italia invece fa la faccia feroce ma è pietosa e tende a perdonare. In Svizzera ognuno si aspetta di godere del benessere che riuscirà a guadagnarsi, in Italia ognuno si aspetta di godere del benessere che riuscirà a farsi concedere. La Svizzera è nata per il liberismo economico (e infatti è ricca), l’Italia è nata per una società sovietica, temperata dall’anarchia. Pur avendo avuto al potere per mezzo secolo un partito istituzionalmente anticomunista, il Paese è stato per metà statalizzato. L’Italia ha avuto paura dei comunisti ma per buona parte è comunista dichiarata, per buona parte è comunista senza saperlo. È insomma visceralmente di sinistra, ma di una sinistra che potrebbe essere accolta in Vaticano.

Siamo pieni di contraddizioni. I francesi farebbero la rivoluzione, se pensassero che rischiano la dittatura, perché la rivolta ce l’hanno nel sangue. Gli spagnoli insorgerebbero come un sol uomo, se uno straniero sognasse di invadere la loro nazione: perché sono orgogliosi e Napoleone ne seppe qualcosa. Gli italiani invece, pur avendo una sinistra e una destra che si combattono, vogliono l’Italia disordinata, caotica, statalizzata, corrotta, sgovernata, allegra, colorita, vociante: cioè esattamente com’è. Un casino di cui lamentarsi ma eliminando chiunque voglia cambiarla. Solo da noi l’aggettivo “decisionista” è potuto divenire un insulto. Vorremmo le riforme, purché non si cambi nulla. Ci lamentiamo del fatto che c’è troppa gente che viola le leggi, ma se possiamo non le rispettiamo. Vorremmo un lavoro, ma l’ideale è che consista nel leggere il giornale dietro una scrivania.

Da noi la razionalità non è lo strumento adatto per dirimere i contrasti. In Italia non è solo il salario, ad essere una variabile indipendente: lo è anche la realtà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

20 novembre 2011

 




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19 novembre 2011
HIC RHODUS

Se fra due palazzi molto alti ma molto vicini si ponesse una bella tavola larga quaranta centimetri e ci chiedessero di andare dall’uno all’altro camminando su di essa, si può contare sul fatto che almeno il novantanove per cento si rifiuterebbe. Se invece, sui due lati di quella tavola, si ponessero a destra e a sinistra due strisce di cartone larghe un metro, in modo che camminando non si vedesse l’abisso, molti proverebbero a passare, e forse chiunque in caso d’incendio.

L’esempio l’ha fornito Michel de Montaigne (senza i cartoni) sostenendo che il dato emotivo modifica i nostri comportamenti: la razionalità non è la nostra unica guida. Essa infatti dovrebbe consigliarci di passare sulla tavola indipendentemente dalla vista del pericolo, se è vero che tutti ci sentiamo capaci di percorrere quattro metri su una striscia larga quaranta centimetri.

Oggi avviene qualcosa di analogo in politica. L’Italia intera esulta per l’insediamento del nuovo governo. Non si sa quello che potrà fare e non si sa se riuscirà a salvare l’Italia dal default: ma nel dubbio siamo contenti. I cartoni ci rassicurano.

La situazione dell’Italia, anche se i mercati la percepiscono peggiorata, è esattamente quella di un mese fa. Il debito pubblico è lo stesso, la nostra legislazione del lavoro non è cambiata, il nostro fisco non è divenuto più o meno pesante. È cambiato solo il governo, ma è cosa senza importanza, se non sono cambiate le condizioni obiettive in cui esso può operare.

Questa affermazione apparirà discutibile a molti. Mentre un mese fa mezzo Parlamento era impegnato ad impedire a Silvio Berlusconi di adottare alcune misure, ora quello stesso mezzo Parlamento potrebbe sostenere il governo Monti mentre cerca di fare le stesse cose. Giustissimo. E tuttavia, l’ottimismo è fuor di luogo.

Il centro-destra e il centro-sinistra sono da molti anni su opposte barricate e si dividono su argomenti che da un lato sono gli unici che potrebbero salvare l’Italia, dall’altro provocano le più appassionate reazioni emotive nei due schieramenti. Se Monti parla di patrimoniale, il Pdl è pronto a buttar giù il governo. Se Monti parla di riformare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il Pd è pronto a mettersi di traverso. Se infine il governo adotta provvedimenti non incisivi, per non inimicarsi nessuno, non salva l’Italia: un malato di cancro non si cura con l’aspirina.

Questo spiega perché il Pd non ha spinto per le elezioni, né nei mesi recenti né in occasione della crisi del governo. Perché, se le avesse vinte, si sarebbe trovato nei guai. È stato sempre meglio parlare di un governo comunque denominato e comunque composto per non doverci mettere la faccia in esclusiva e in prima persona.

Oggi il Pd spera che l’ex maggioranza gli tenga il sacco mentre Monti, caricandosene tutta l’impopolarità, fa il necessario per l’Italia. Se al contrario Pierluigi Bersani personalmente fosse stato Presidente del Consiglio, o non avrebbe potuto far niente - e sarebbe stato ricordato nei secoli come colui che ha fatto più male all’Italia dello stesso Mussolini nel 1940 - oppure avrebbe reso il Pd talmente odiato da tutti, a destra come a sinistra, da farlo sparire come la Dc del 1993. Nelle condizioni attuali, invece, potrà sempre gridare che sta inghiottendo la più amara delle pillole per amore della patria e per non darla vinta a Berlusconi. Anche per questo il suo sostegno a Monti è di molto più entusiastico di quello degli avversari.

Il centro-destra in questo momento è invece felicissimo di avergli passato la patata bollente. Fra l’altro, anche se non ha interesse a far cadere il governo (per le stesse ragioni di cui sopra) può permettersi il lusso di tenerlo sotto la minaccia delle armi e di disconoscerlo quando gli converrà. Mentre il centro-sinistra – che questo governo almeno a parole ha fortemente voluto - non ha soluzioni di ricambio e sa che il fallimento di Monti sarebbe il suo fallimento.

Sembra un’ironia, ma tutto ciò conferma quello che ripeteva Berlusconi: “Questo governo non ha alternativa”. Sembrava una vanteria e infatti la sinistra e il centro gli replicavano che un governo-senza-Berlusconi avrebbe fatto di più e di meglio. Purtroppo oggi essi si trovano nella scomoda necessità di dimostrare di esserne effettivamente capaci.

Uno sbruffone greco diceva continuamente di avere effettuato un salto mirabolante a Rodi e uno degli astanti, stanco di quelle parole, pose un’asticella in alto e intimò: “Hic Rhodus hic salta, siamo a Rodi, ora salta”. Lo stesso è avvenuto in politica. Berlusconi avrebbe potuto dire “Hic Rhodus” e non gli avrebbero dato retta, ora invece la sinistra e il centro se lo sono detti da sé. Poveretti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

19 novembre 2011




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ECONOMIA
18 novembre 2011
IL TURIBOLO DEL CORRIERE DELLA SERA

Si leggono i giornali per saperne di più e se ne ricavano solo celebrazioni e indottrinamento. Dal momento che la convenzione attuale è quella di dire bene del governo Monti (buono), in contrasto con ciò che si diceva del governo Berlusconi (cattivo), Dario Di Vico, sul “Corriere”, depone anche lui il suo fiorellino(1).
“Mario Monti – scrive - ha scelto di intestare il suo governo ai giovani e alle donne”. Un po’ come i calciatori “dedicano il goal”. Con la differenza che i calciatori lo fanno dopo averlo segnato il punto, non prima.
Poi segnala – oh scoperta – che l’azione del governo è condizionata dai partiti, in particolare dall’ex maggioranza per quanto riguarda la patrimoniale. Sono necessarie concertazioni. E “Se per riformare il mercato del lavoro il primo ministro ha promesso di ricercare l’accordo con il sindacato, simmetricamente nel procedere alla riforma degli Ordini sarebbe vantaggioso scommettere sul coinvolgimento e la maturità del mondo dei professionisti”. Giustissimo. In altre parole, dal momento che se si aspetta l’accordo dei sindacati non si riformerà mai il mercato del lavoro, aspettando l’accordo degli Ordini non si riformeranno mai gli Ordini. Ed è un peccato, perché così non si tiene conto della saggezza di Di Vico. Che ha un altro prezioso consiglio da dare: “Bisognerà porre, dunque, molta attenzione alla tempistica dei provvedimenti”. E in Italia si sa benissimo che la tempistica migliore è quella di rinviare non alle prime, ma alle seconde calende greche.
“Resta il grande tema della riduzione dei costi della politica”. E qui siamo d’accordo tutti, dice Di Vico: dunque “si tratta solo di agire” (mentre nei precedenti casi si trattava di parlare). Il piccolo particolare è che i costi della politica interessano soprattutto i cittadini rancorosi che mal sopportano (giustamente) i privilegi dei politici, mentre di essi non si cura l’economista serio. Perché la loro incidenza sui problemi nazionali è pressoché nulla. Se da domani non si desse più un soldo ai nostri parlamentari non se ne accorgerebbero minimamente né il pil né il debito pubblico. Ma questa “riduzione dei costi della politica” si può fare subito, si tratta solo di agire”, scrive Di Vico: e dunque siamo salvi, alleluia, Madama la Marchesa!
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 novembre 2011
(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_18/di-vico-passi-necessari_c5c9315a-11aa-11e1-8aad-a8a00236e6db.shtml

Da liberale e convinto sostenitore della società aperta Mario Monti ha scelto di intestare il suo governo ai giovani e alle donne. Ha sostenuto che la loro attuale marginalità non è solo un gigantesco spreco di capitale umano ma una delle cause della mancata crescita. Da qui l’enfasi che il primo ministro ha voluto mettere nel proporre la piena inclusione delle donne in ogni ambito lavorativo/ sociale e persino l’idea di una tassazione differenziata. Dalla scelta pro outsider è emerso anche l’impegno a combattere il dualismo del mercato del lavoro che vede una parte degli occupati ipertutelata e l’altra priva di diritti e condannata all’invisibilità. Con questa impostazione Monti nel suo primo messaggio ha parlato ai senatori ma idealmente si è rivolto al Paese reale identificando i segmenti della società più interessati al cambiamento. Gli stessi più volte evocati nei discorsi e nell’analisi di Mario Draghi nella sua veste di governatore della Banca d’Italia.
Spenta l’eco degli applausi è lecito però raccomandare al governo, in nome dell’efficacia dell’azione di contrasto all’emergenza finanziaria, di non limitarsi al consenso della platea sociale di intonazione riformista. Il successo del percorso di risanamento non può prescindere dall’orientamento del ceto medio e dai riflessi che ha sui comportamenti dei partiti dell’ex maggioranza. Non a caso il presidente del Consiglio ha escluso tra le misure indicate ieri quella tassa patrimoniale che avrebbe creato sconcerto in larghi settori dell’elettorato di centrodestra e non solo in un ristretto circolo di super ricchi. La stessa precauzione, però, è bene che valga anche in materia di liberalizzazioni delle professioni. Se per riformare il mercato del lavoro il primo ministro ha promesso di ricercare l’accordo con il sindacato, simmetricamente nel procedere alla riforma degli Ordini sarebbe vantaggioso scommettere sul coinvolgimento e la maturità del mondo dei professionisti.
Per portare a compimento anche solo una parte dei provvedimenti che Monti ha illustrato ieri, il nuovo esecutivo dovrà evitare che alle preoccupazioni e alle riserve largamente presenti nei gruppi del Pdl si saldi il mugugno di un ceto medio allarmato dalla somma di misure come la reintroduzione dell’Ici, l’abolizione degli Ordini e l’azzeramento dei privilegi nel trattamento previdenziale. Bisognerà porre, dunque, molta attenzione alla tempistica dei provvedimenti e all’efficacia della comunicazione. Ben venga il completamento della spending review ma i tempi del consenso non sono quelli dell’accademia e di conseguenza i tagli al budget statale e un segnale forte in materia di lotta all’evasione è bene che anticipino eventuali aumenti delle entrate.
Resta il grande tema della riduzione dei costi della politica che rappresenta quasi un impegno elettivo per un governo composto da tecnici. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno su questo giornale a più riprese identificato le aree sulle quali intervenire con celerità e in maniera tangibile. Sia l’elettorato del Pdl sia quello del Pd sono largamente favorevoli e quindi si tratta solo di agire.Dario Di Vico



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ECONOMIA
18 novembre 2011
II - IL PUNTO DI VISTA TECNICO SULLA CRISI

Il precedente articolo si concludeva con un ironico accenno all’intervento miracoloso di qualche santo nell’economia italiana. Oggi proviamo a vedere che cosa si potrebbe realmente fare per salvare il Paese.

Attualmente, se non ci sostenesse l’Europa, e soprattutto se non promettesse di sostenerci in futuro, l’Italia sarebbe indotta al default. Pagare interessi del 7% o più sui titoli pubblici è una follia. Naturalmente i titoli in scadenza oggi, essendo stati emessi tempo fa, non sono a questo livello, ma continuando di questo passo aumenterà costantemente la percentuale di quelli che costituiranno per lo Stato – cioè per noi – un peso insopportabile. Solo in linea teorica: ammettendo che oggi si paghi un interesse medio del 4% su una somma totale di 1.900 miliardi, cioè 76 miliardi l’anno, il giorno in cui l’interesse fosse non diciamo del 7 ma del 6%, il peso annuo del debito salirebbe di trentotto miliardi, e questa sola differenza sarebbe più pesante di una delle famose (e dolorose) manovre! Mentre se gli interessi fossero al livello dei Bund tedeschi, la rata annua scenderebbe a meno di quaranta miliardi in totale. Le cifre possono essere inesatte, gli ordini di grandezza no.

L’Europa sostiene l’Italia perché la sua economia pesa talmente che una sua crisi farebbe scoppiare l’euro. E sarebbero guai enormi per tutti. Naturalmente gli altri Paesi sono disposti ad aiutarci solo se hanno la speranza che debbano farlo temporaneamente: infatti, se l’Italia continuasse a comportarsi come ha fatto fino ad ora, i nostri soci europei giudicherebbero inutile spendere un mare di soldi per curare un malato che comunque morirà. Invece hanno una piccola speranza e dicono  chesono disposti ad aiutare l’Italia se inverte la tendenza economica. Se cioè guadagna stabilmente più di quanto spende o, malissimo che vada, abbia i conti in equilibrio. Naturalmente includendo nei conti ciò che deve spendere per pagare gli interessi sul debito pubblico: perché diversamente in equilibrio sarebbe già. In questo modo potrebbe arrivare a riconquistare la fiducia dei mercati, fino a pagare interessi meno usurari.

Purtroppo sia l’Europa sia l’Italia sembrano non concepire altro che manovre sul lato della spesa e del fisco. Sul primo lato qualunque governo (e figurarsi quello Berlusconi, contro il quale era anche lecito sparare pallottole dum dum!) non può fare moltissimo: le pensioni e gli stipendi vanno pagati, gli impegni assunti vanno onorati. Se si vuole essere veramente incisivi, si creano perfino rischi per l’ordine pubblico. I sindacati infatti sono convinti che il loro mestiere sia quello di fomentare le proteste di piazza e gli italiani su certi argomenti non transigono: “indietro non si torna”. Se un imprenditore dicesse ai suoi operai: “O accettate una decurtazione di salario o qui si chiude, perché altri Paesi producono alla metà del costo”, gli operai farebbero sciopero. Perché non conoscono nient’altro, dell’economia. Fino alla chiusura della fabbrica.

I tagli si sono avuti e si avranno ma non bastano. Ed ecco si guarda all’altro lato della scure bipenne: l’aumento delle tasse. Purtroppo, questa è un’arma spuntata: perché non ci si può aspettare che prima si ammazzi l’asino e poi esso tiri il carretto. La pressione fiscale è già altissima e deprime l’economia. Un suo aumento – mentre si parla di rilancio! – rischia di assassinarla. Ecco perché l’articolo precedente si concludeva invocando S.Rita.

Ma possiamo giocare con le idee. La soluzione ci sarebbe. A parte un serio ridimensionamento dell’elefantiaca amministrazione pubblica, una legge composta di una sola frase: “I licenziamenti sono liberi e il salario è concordato fra datore di lavoro e prestatore d’opera”. Dall’oggi al domani non si avrebbe una marea di licenziamenti, come pensano gli imbecilli: gli stessi che, con l’introduzione del divorzio, pensavano che sarebbero stati obbligati a lasciare la moglie o il marito. Ci sarebbero da prima parecchi licenziamenti, poi la calma. Perché all’imprenditore il lavoratore serve. Per lui è una fonte di profitto e soprattutto se è bravo non se ne priva facilmente. Inoltre, da prima molta gente sarebbe assunta con salari di fame (come avviene attualmente, anche se in nero), ma poi i lavoratori disperati disposti ad accettare basse retribuzioni diminuirebbero, perché ci sarebbero meno disoccupati e dunque le paghe dovrebbero risalire. Alla fine - dopo che l’economia fosse scesa a più miti consigli, tanto da poter competere sul mercato internazionale - l’Italia ripartirebbe alla grande. Anche perché il gusto italiano è superiore e i nostri prodotti, a parità di prestazioni e prezzo, batterebbero spesso la concorrenza.

Dopo avere scritto queste cose, prego gli amici che dovessero conoscere il mio indirizzo di non darlo a nessuno. Tengo a morire di morte naturale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

18 novembre 2011




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ECONOMIA
18 novembre 2011
II - IL PUNTO DI VISTA TECNICO SULLA CRISI

Il precedente articolo si concludeva con un ironico accenno all’intervento miracoloso di qualche santo nell’economia italiana. Oggi proviamo a vedere che cosa si potrebbe realmente fare per salvare il Paese.

Attualmente, se non ci sostenesse l’Europa, e soprattutto se non promettesse di sostenerci in futuro, l’Italia sarebbe indotta al default. Pagare interessi del 7% o più sui titoli pubblici è una follia. Naturalmente i titoli in scadenza oggi, essendo stati emessi tempo fa, non sono a questo livello, ma continuando di questo passo aumenterà costantemente la percentuale di quelli che costituiranno per lo Stato – cioè per noi – un peso insopportabile. Solo in linea teorica: ammettendo che oggi si paghi un interesse medio del 4% su una somma totale di 1.900 miliardi, cioè 76 miliardi l’anno, il giorno in cui l’interesse fosse non diciamo del 7 ma del 6%, il peso annuo del debito salirebbe di trentotto miliardi, e questa sola differenza sarebbe più pesante di una delle famose (e dolorose) manovre! Mentre se essi gli interessi fossero al livello dei Bund tedeschi, la rata annua scenderebbe a meno di quaranta miliardi in totale. Le cifre possono essere inesatte, gli ordini di grandezza no.

L’Europa sostiene l’Italia perché la sua economia pesa talmente che una sua crisi farebbe scoppiare l’euro. E sarebbero guai enormi per tutti. Naturalmente gli altri Paesi sono disposti ad aiutarci solo se hanno la speranza che debbano farlo temporaneamente: infatti, se l’Italia continuasse a comportarsi come ha fatto fino ad ora, i nostri soci europei giudicherebbero inutile spendere un mare di soldi per curare un malato che comunque morirà. Invece hanno una piccola speranza e dicono  chesono disposti ad aiutare l’Italia se inverte la tendenza economica. Se cioè guadagna stabilmente più di quanto spende o, malissimo che vada, abbia i conti in equilibrio. Naturalmente includendo nei conti ciò che deve spendere per pagare gli interessi sul debito pubblico: perché diversamente in equilibrio sarebbe già. In questo modo potrebbe arrivare a riconquistare la fiducia dei mercati, fino a pagare interessi meno usurari.

Purtroppo sia l’Europa sia l’Italia sembrano non concepire altro che manovre sul lato della spesa e del fisco. Sul primo lato qualunque governo (e figurarsi quello Berlusconi, contro il quale era anche lecito sparare pallottole dum dum!) non può fare moltissimo: le pensioni e gli stipendi vanno pagati, gli impegni assunti vanno onorati. Se si vuole essere veramente incisivi, si creano perfino rischi per l’ordine pubblico. I sindacati infatti sono convinti che il loro mestiere sia quello di fomentare le proteste di piazza e gli italiani su certi argomenti non transigono: “indietro non si torna”. Se un imprenditore dicesse ai suoi operai: “O accettate una decurtazione di salario o qui si chiude, perché altri Paesi producono alla metà del costo”, gli operai farebbero sciopero. Perché non conoscono nient’altro, dell’economia. Fino alla chiusura della fabbrica.

I tagli si sono avuti e si avranno ma non bastano. Ed ecco si guarda all’altro lato della scure bipenne: l’aumento delle tasse. Purtroppo, questa è un’arma spuntata: perché non ci si può aspettare che prima si ammazzi l’asino e poi esso tiri il carretto. La pressione fiscale è già altissima e deprime l’economia. Un suo aumento – mentre si parla di rilancio! – rischia di assassinarla. Ecco perché l’articolo precedente si concludeva invocando S.Rita.

Ma possiamo giocare con le idee. La soluzione ci sarebbe. A parte un serio ridimensionamento dell’elefantiaca amministrazione pubblica, una legge composta di una sola frase: “I licenziamenti sono liberi e il salario è concordato fra datore di lavoro e prestatore d’opera”. Dall’oggi al domani non si avrebbe una marea di licenziamenti, come pensano gli imbecilli: gli stessi che, con l’introduzione del divorzio, pensavano che sarebbero stati obbligati a lasciare la moglie o il marito. Ci sarebbero da prima parecchi licenziamenti, poi la calma. Perché all’imprenditore il lavoratore serve. Per lui è una fonte di profitto e soprattutto se è bravo non se ne priva facilmente. Inoltre, da prima molta gente sarebbe assunta con salari di fame (come avviene attualmente, anche se in nero), ma poi i lavoratori disperati disposti ad accettare basse retribuzioni diminuirebbero, perché ci sarebbero meno disoccupati e dunque le paghe dovrebbero risalire. Alla fine - dopo che l’economia fosse scesa a più miti consigli, tanto da poter competere sul mercato internazionale - l’Italia ripartirebbe alla grande. Anche perché il gusto italiano è superiore e i nostri prodotti, a parità di prestazioni e prezzo, batterebbero spesso la concorrenza.

Dopo avere scritto queste cose, prego gli amici che dovessero conoscere il mio indirizzo di non darlo a nessuno. Tengo a morire di morte naturale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

18 novembre 2011




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ECONOMIA
17 novembre 2011
I - IL PUNTO DI VISTA TECNICO SULLA CRISI

Questo è il primo di una coppia di articoli sull’argomento e sarà per così dire “interrogativo”. Nel senso che propone delle ipotesi e chiede correzioni, completamenti e, se necessario, confutazioni.

Il progetto dell’euro aveva una finalità “commerciale” – la creazione cioè di un mercato unico, privo anche di barriere monetarie – e la costituzione di un elemento di stabilità: infatti tutte le economie interessate si legavano indissolubilmente le une alle altre, prestando giuramento riguardo alla lotta all’inflazione.

Questa preoccupazione ha origini storiche – in particolare il ricordo dei disastri della Repubblica di Weimar, causa non ultima del nazismo – e origini etiche: l’inflazione è guardata con sgomento in particolare da chi tiene conto degli interessi della parte economicamente più debole della popolazione. Dunque val la pena di spiegare compiutamente che cosa essa è e perché, creando l’euro, se ne voleva impedire il verificarsi.

Il rapporto fra beni e denaro ha luogo in base al principio della doman­da e dell'offerta. Se la domanda di beni aumenta (in quanto c'è più denaro da spendere) mentre l'offerta (la quantità di beni) non aumenta, il denaro stesso si svaluta: cioè si offrirà più denaro per ottenere gli stessi beni e battere la concorrenza degli altri che li vorrebbero. Il prezzo pagato dunque aumenta. Questo fenomeno è l'inflazione, un aumento del denaro circolante cui non corrisponde un aumento della quantità di beni.

Essa non colpisce però tutti nello stesso modo. Il ginecologo indipendente, non appena vede che i prezzi sono più alti, aumenta il suo onorario, il pensionato non può far altro che comprare meno beni: e dunque è impoverito dall’inflazione. Chi spende quel “denaro in più” (immesso nella società) per primo, compra più merce al vecchio prezzo; i percettori di reddito fisso - che possono disporre di quel “denaro in più” dopo che l’hanno avuto tutti gli altri - pagano i beni al nuovo prezzo mentre il loro reddito è quello di prima.

L’eurozona, imponendo che il deficit non superasse per nessuno il 3%, ha voluto far sì che non si avesse inflazione in nessuno dei Paesi membri. Purtroppo, l’antica tendenza  a spendere più di quanto si incassa ha spinto i Paesi a indebitarsi in modo mostruoso: l’Italia è stata l’antesignana di questo fenomeno, avendo cominciato a spendere in modo irresponsabile già trenta-quarant’anni fa, ma anche altri Paesi hanno continuato a contrarre debiti, dopo l’introduzione dell’euro.

Oggi, pur avendo entrate ed uscite in equilibrio, l’Italia è di fatto costantemente in grave deficit a causa degli interessi da pagare sul debito pubblico. Il risultato è che si è avuta un’inflazione sostanziale (l’aumento dei prezzi all’interno) mentre il valore dell’euro rimaneva invariato all’esterno (nei Paesi che non creavano inflazione sostanziale). Sicché da noi si ha una dilatazione delle importazioni (con conseguente calo della produzione interna, perdita di competitività e di posti di lavoro) e una contrazione delle esportazioni, dal momento che i nostri prezzi, anche a causa della nostra demenziale legislazione del lavoro, non sono competitivi.

Altra causa dell’inflazione è il debito pubblico, non perché bisogna ripagarlo - questo nessuno osa nemmeno sperarlo - ma perché bisogna pagarne gli interessi, inserendo così liquidità nel sistema. Questi interessi hanno assunto proporzioni colossali, tanto che pagarli impone un continuo, crudele salasso finanziario. A chi va questo denaro? All’interno del Paese è una sorgente di reddito per i risparmiatori (e non corrispondendo a ricchezza prodotta costituisce un ulteriore fattore di inflazione) e all’esterno è una rendita per le banche e gli investitori stranieri, a spese del contribuente italiano.

Il debito in sé è soltanto un peso: si tratta infatti di denaro che è stato “speso”, non “investito” in maniera produttiva. La nazione si trova nella condizione di un imprenditore che, prendendo denaro in prestito, ha creato un’azienda che non è nemmeno riuscito ad aprire ed è costretto a lavorare per dare ai suoi creditori, a titolo di interesse sul mutuo, tutto quello che guadagna. Senza poter sperare di rimborsare il capitale e divenendo di fatto lo schiavo del proprio debito.

E può avvenire di peggio. Mentre l’imprenditore si svena, i creditori cominciano a temere che un giorno o l’altro non potrà più neppure pagare gli interessi e per questo, se devono prestargli ancora denaro, dal momento che sono convinti di correre rischi aggiuntivi,  gli chiedono interessi ancora più alti di quelli che offre la Germania: è questo il famoso “spread”.

La differenza fra il livello dell’inflazione italiana o greca (sostanzialmente parecchio più alta della media) e il livello dell’inflazione in altri Paesi (in particolare in Germania) prima o poi non può non provocare una deflagrazione.

E dal momento che la Borsa è il termometro del tempo che farà domani, i mercati cominciano a vendere i titoli dei Paesi che rischiano di scoppiare. Da questo la crisi prima greca e poi italiana.

I rimedi possibili sono molti, grazie al Cielo. Ci si può rivolgere a S.Antonio da Padova, a S.Rita (la santa dell’impossibile) e, se si vuole pensare ai contemporanei, a Padre Pio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

17 novembre 2011


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politica interna
16 novembre 2011
NICCOLO' BERLUSCONI

Per anni l’idea corrente, a sinistra, è stata che Silvio Berlusconi sia un superficiale e uno sciocco. A destra invece l’idea corrente è stata che sia un ingenuo e un bonaccione. Nessuno gli ha attribuito, malgrado i suoi straordinari trionfi imprenditoriali e politici, una qualità che potrebbe avere in misura notevole: l’intelligenza. Oggi si può fare un’ipotesi controcorrente e attribuirgli, accanto all’intelligenza, un pragmatismo degno di Niccolò Machiavelli. Non che si possa essere convinti che si tratti della verità – solo i fatti lo diranno – ma è già divertente discuterne.

Se Berlusconi avesse detto al governo Monti un sì senza riserve, forse parecchi dei suoi lo avrebbero abbandonato: non ci si può alleare oggettivamente col Pd dopo anni ed anni di odio e calunnie e non ci si può mettere nella condizione di essere considerati privi di dignità dai propri elettori.

E allora, dire un no secco e duro, come quello della Lega? Idea allettante ma il Pdl non è la Lega. Mentre Bossi può andare all’opposizione e per il governo Monti non cambia nulla, se all’opposizione va il Pdl quel governo non può nascere; si dovrebbe andare immediatamente alle elezioni e il Pdl le perderebbe: infatti l’Italia potrebbe affondare – si direbbe - proprio per la mancanza di un governo nella pienezza dei suoi poteri. E tutti darebbero la colpa a Berlusconi.

Per il no (andando alle elezioni) c’era un’altra difficoltà: il fatto che un bel gruppetto di parlamentari avrebbe perso la pensione non avendo completato la legislatura. Costoro, per puri interessi monetari (comprensibilissimi, si tratta di girarsi i pollici fino alla morte, vivendo nell’agio) avrebbero potuto andare a votare con gli avversari, fino a dare la maggioranza al Pd e ai suoi alleati.

Il problema somiglia a quello della capra, del lupo e dei cavoli. Ma il Cavaliere sembra essersi ricordato di come si risolve l’indovinello: basta tenere sempre separati i due elementi che messi insieme creano il disastro.

Il Pdl dice sì al governo Monti e il nuovo governo adotta, col sostegno del Pd, tutti i provvedimenti peggio che scomodi che il momento economico richiede. Il partito di Berlusconi evita così di portare da solo quel peso dell’impopolarità che gli impedì, ancora poche settimane fa, di votare le stesse leggi.

Non cadendo il governo, i parlamentari che erano pronti a tradire pur di non perdere la pensione non avranno interesse a farlo. Rimarranno legati al partito che li ha fatti eleggere dal guinzaglio del portafogli.

Agendo così, il Pdl conserva la golden share, cioè la possibilità di far cadere il governo (innanzi tutto al Senato, dove con la Lega avrebbe la maggioranza) nel momento in cui lo vorrà. Dunque farà passare le norme, anche impopolari, che gli convengono, e impedirà che passino quelle che non gli convengono. Infine “staccherà la spina” quando fosse opportuno per sé o per l’Italia, andando alle elezioni.

L’inevitabile impopolarità che ricadrà sul governo del Presidente sarà fortissima. O esso infatti adotterà provvedimenti che renderanno furiosi gli italiani (i quali stavolta non potranno prendersela con Berlusconi) oppure l’Italia sarà mandata a fondo dai mercati: e gli italiani saranno furiosi contro un governo nato proprio per impedirlo.

Tutto ciò premesso, mentre fino ad oggi nessun governo, completata la legislatura, è stato riconfermato dagli elettori, stavolta, ammesso che si arrivi a metà 2012 o al 2013, la gente avrà dimenticato gran parte degli avvenimenti attuali. Il Pdl avrà possibilità di vittoria che oggi non può nemmeno sognare e i parlamentari che oggi sono disposti a tradire avranno perso nel frattempo gran parte del loro potere ricattatorio, perché quando il sinedrio centrale deliberasse di sfiduciare il governo dovrebbero decidere il loro tradimento in molti e sui due piedi.

Capra, lupo, cavoli. Berlusconi avrebbe ottenuto: che un altro governo adotti i provvedimenti impopolari; che il Pdl non si spacchi; che esso abbia la possibilità di decidere il momento delle elezioni; che esso possa, in occasione di quelle elezioni, presentarsi con un’immagine rinnovata.

Non male, non male, Niccolò.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

16 novembre 2011




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CULTURA
15 novembre 2011
MOLLICHINE

Borsa. Lo spread vola ancora e supera 520 punti. Ma qualcuno glielo dica che Berlusconi si è dimesso!

Bersani:   il Pd non mette “limiti di tempo” ad un governo Monti. Lascia l’incombenza a Berlusconi.

All’1,30 del mattino (di ieri) momenti di tensione dinanzi a Palazzo Grazioli. Misfatti dell’insonnia.

Israele. Circa 20.000 persone in piazza “per celebrare il sedicesimo anniversario dell’assassinio di Rabin”. Per Televideo dunque esultavano.

Cade il governo e Fini va a casa. I maligni pensano ad una in particolare.

Monti: “Avete visto che splendida giornata?” Forse è l’estate di San Martino. Ma non dubiti, arriverà l’inverno.

Papa: “Rispettare la Terra che Dio ci ha affidato”. Magari smettiamo di arare i campi. Chissà che non soffra il solletico.

Berlusconi: “Sono stato fermato da piccoli ricatti”. Tanto piccoli non dovevano essere, se l’hanno fermato.

Bossi: “No all’ammucchiata”. Berlusconi invece potrebbe mai dire di no?

Casini dice a Napolitano: “Serve un governo fino al 2013”. La confusione di questi giorni: doveva dirlo a Berlusconi e Bersani.

Bersani per Monti: “Non abbiamo messo termini”. Nessuno aveva chiesto una data precisa, del resto.

Napolitano “incontra giovani figli di immigrati: nonostante siano giorni complessi, ha voluto esserci”. Ma ora è andato a riposarsi.

Gianni Pardo (notizie da Televideo)


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POLITICA
15 novembre 2011
L'EDITORIALE COME COMPITO IN CLASS

L’Italia è un Paese ubriaco di parole e forse ciò dipende dalla caduta dell’Impero Romano. Una nazione che si era sentita per secoli padrona del mondo si vide vinta, battuta e resa schiava dai barbari. Che difesa rimaneva, contro i vincitori, se non guardarli dall’alto in basso dal punto di vista culturale? Loro hanno le armi, noi abbiamo la parola; loro hanno la realtà, noi abbiamo il sogno. E da allora non molto sembra cambiato. Mentre gli altri Paesi si contendevano l’Europa e perfino – dopo la scoperta dell’America – il mondo, l’Italia creava tanti tesori di cultura e d’arte da rimanere ineguagliata nei secoli: ma politicamente e militarmente era inferiore ai suoi grandi vicini.

Sono passati sedici secoli dai tempi di Odoacre e non è cambiato molto. Lo si vede ancora in questi giorni: prima con un’ubriacatura di retorica in senso negativo, cioè antiberlusconiano, e ora con un’ubriacatura di retorica in senso positivo, con Napolitano e Monti. In ambedue i casi prescindendo dalla realtà, questa cosa barbarica.

Finché c’è stato Berlusconi, lo si è posto come l’alfa e l’omega di ogni male. La retorica si è esercitata a dargli il torto di tutto e ad attribuirgli ogni possibile malefatta, anche non vera, anche inverosimile. Ciò facendo non si è andati contro un dovere di verità e di giustizia – in politica questo sarebbe il meno – quanto contro gli interessi dell’Italia. Infatti, pur di andare contro un solo uomo, si è trascurata la realtà – questo fastidioso particolare – e si è contrastato anche tutto ciò che di positivo quell’uomo ha tentato. La riforma costituzionale, spazzata via da un referendum demagogico, le leggi per limitare lo scempio della vita privata dei cittadini e tante altre cose. Recentemente persino la privatizzazione della distribuzione dell’acqua. Bastava che qualcosa fosse collegata a Berlusconi per dichiararla negativa, esiziale e degna di una crociata “senza se e senza ma”, come si esprimono quelli che seguono le espressioni di moda.

Ora Berlusconi si è dimesso e la retorica ha invertito la marcia. Prima bisognava dir male di Berlusconi a qualunque costo e a proposito di qualunque cosa, ora bisogna dir bene del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro incaricato, a qualunque costo e prescindendo da tutto. Non che sia opportuno dirne male: infatti non hanno ancora fatto nulla che li renda meritevoli di un rimprovero. Ma, appunto, non hanno avuto il tempo di far nulla: e allora di che lodarli, di avere detto belle parole? di avere annunciato lodevoli intenzioni? C’è mai stato un Presidente della Repubblica che si sia augurato il collasso della nazione, c’è mai stato un Primo Ministro incaricato che ha promesso di rovinare il Paese e mandare in malora l’economia? Fino ad ora quei due personaggi hanno solo parlato: e tuttavia in Italia la tendenza all’adorazione del Verbo - non nel senso aristotelico o evangelico, ma in quello banale di emissione di suono attraverso la bocca – è tale che, come prima si è reputato Berlusconi colpevole dei massimi crimini solo sulla base dell’immaginazione e della parola, ora si reputano Napoletano e Monti autori delle più grandi ed eroiche imprese prima che abbiano fatto una cosa che sia una.

Crediamo di avere grandi editorialisti ed abbiamo solo dei liceali bravi nel tema in classe. Adolescenti occhialuti che allineano volenterosamente tutti i luoghi comuni che fanno fare bella figura col professore. Per questo discettano con sussiego di rilanciare l’economia, di lottare contro la disoccupazione, di rassicurare i mercati, di liberalizzare il lavoro e le professioni, di riformare la giustizia, di rivoltare l’Italia come un calzino e lavarlo anche, il calzino, senza mai dire come. Dettaglio prosaico.

Nei fumi dell’alcol e dei desideri non ci si chiede come il povero Monti potrà fare la metà o un quarto di ciò che loro sperano. Come potrà attuare certi provvedimenti senza il sostegno del Pdl o del Pd, visto che l’uno o l’altro potrebbero mettersi di traverso, se quei provvedimenti fossero contrari alla loro linea politica; come potrà fronteggiare la protesta di piazza, sobillata da sindacati che non obbediscono neppure al Pd; come potrà superare quelle resistenze sociali che tanto hanno frenato Berlusconi.

Se invece di essere dei liceali con i capelli bianchi fossero degli economisti e dei politologi, dovrebbero dirci quali problemi Monti sarà in grado di risolvere e quali no. E perché. E se non fossero in grado di spiegarcelo (come è naturale) potrebbero risparmiarci il diluvio di parole con cui ci inondano.

Potrebbero dichiarare semplicemente: “Non sappiamo che cosa ci riserva il futuro”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

15 novembre 2011




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politica estera
14 novembre 2011
"LE MONDE" RISPONDE A PARDO

Ho inviato copia dell’articolo del ”Monde”, con i miei commenti, all’autore, il giornalista Philippe Ridet, che mi ha risposto, e cui ho a mia volta risposto nel modo che si può leggere più oltre. In calce i testi originali e infine, per chi non l’avesse letto, l’articolo che ha dato luogo alla discussione.

 

Caro collega,

non so chi lei sia,  non so per chi lei scriva ma credo di sapere ciò che pensa. I suoi commenti sono liberi anche se io trovo questa abitudine italiana di attaccarsi fra giornalisti abbastanza vana e fastidiosa. Non sono e non voglio essere un protagonista ma molto semplicemente il corrisponde del “Monde” in un Paese che amo molto più di quanto lei creda e in cui ho dei legami familiari abbastanza forti.

Una correzione al passaggio: leggo tutte le mattine il Giornale (o Libero, quando Feltri lascia l’uno per l’altro).

Se avessi un suggerimento da darle ed essendo pronto ad avere un confronto con lei, sarebbe questo: invece di imbottire come un panino i miei commenti con i suoi, perché non scrive un vero articolo di confutazione “a confronto”? Sarebbe più rispettoso della mia modesta prosa e più leale.

Philippe Ridet

 

Caro sig.Ridet,

non sono un giornalista professionista ma poco importa. Qui sono gli argomenti che contano.

È vero, come dice, che “questa abitudine italiana di attaccarsi fra giornalisti [è] abbastanza vana e fastidiosa”. Ma Le segnalo che ho preso il Suo articolo come esempio della “disinformazia” della stampa europea riguardo al mio Paese e a Berlusconi in particolare. Non perché io ami questo personaggio (sono eterosessuale) ma perché tengo alla verità.

Non ho alcuna difficoltà a crederle quando dice che ama l’Italia. Io stesso, come è evidente, sono innamorato della Francia. Ma è possibile che il suo amore per la penisola L’accechi e che Lei sia partigiano di certe posizioni che dovrebbero salvarla e rischiano di rovinarla.

Lei legge tutte le mattine anche i giornali “di destra”, ma questo non basta per evitare certe affermazioni che sarebbe inadeguato definire “tendenziose”. Pensi ai quaranta quotidiani di Berlusconi! E soprattutto pensi al fatto che definisce il Cavaliere evasore fiscale senza che sia vero e che Lei ne abbia la minima prova. Di fatto Lei sembra sacrificare a certi luoghi comuni della stampa “di sinistra” omettendo, per esempio, e inescusabilmente, certi fatti come le ripetute assoluzioni di Berlusconi. Assoluzioni firmate da quegli stessi magistrati che lo considerano loro nemico. Cosa che significa che sono soprattutto i magistrati dell’accusa che si permettono degli stravolgimenti del loro dovere solo per danneggiare un personaggio che non piace loro. Descrivere i fatti così corrisponde a scrivere che Dreyfus fu condannato come traditore, lasciando nell’ombra tutto il resto della storia.

Lei mi suggerisce di scrivere un vero articolo di confutazione. Ora, a parte il fatto che la confutazione, per lo meno riguardo agli argomenti più importanti, credo d’averla già scritta, da un lato mai Le Monde la pubblicherebbe, dall’altro non so se i Suoi lettori e i pochi che ho io sarebbero interessati ad una simile diatriba. In ogni modo noto, a proposito di confutazioni, che Lei non ne ha scritto nessuna, salvo il fatto che legge il Giornale.

Per quanto riguarda l’essere leale, posso segnalare che, se non lo fossi, non avrei cominciato con lo spedirLe l’articolo, ed ho potuto farlo soltanto quando un gentile lettore mi ha fatto avere il Suo indirizzo e-mail. Io il mio lo metto in calce a tutti i miei articoli. Poi La prego di credere che non ho nessuna paura di discutere con chicchessia, perché sono anche pronto a riconoscere di avere torto. Purtroppo, non vivo a Roma. E, dopo tutto, il nostro dibattito rischierebbe di essere noioso come i “dibattiti” che inondano le televisioni italiane e ai quali non assisto da molti mesi.

Credo che il nostro scambio epistolare si fermerà qui e rimpiango piuttosto l’occasione d’incontrare un  “compatriota spirituale” che la speranza di poterLa convincere.

Gianni Pardo

 

Cher collègue,

je ne sais pas qui vous êtes, je ne sais pas pour qui vous écrivez mais je crois savoir ce que vous pensez. Vos commentaires sont libres encore que je trouve cette habitude italienne de s'interpeller entre journalistes assez fastidieuse et vaine. Je ne suis ni ne veux être un protagoniste, mais tout simplement le correspondant du Monde dans un pays que j'aime beaucoup plus que ce vous croyez et où j'ai des attaches familiales assez fortes.

Une correction au passage: je lis tous les matins il Giornale (ou Libero, quand Feltri lâche l'un pour l'autre)

Si j'avais une suggestion à vous faire et quitte à ce que nous ayons une confrontation ce serait celle-ci: plutôt que d'entrelarder vos commentaires dans les miens, pourquoi n'écrivez vous pas a confronto un vrai papier de réfutation? ce serait plus respectueux de ma modeste prose et plus loyal.

 


Cher Monsieur Ridet,

Je ne suis pas un journaliste professionnel mais peu importe. Ici ce sont les arguments, qui comptent.

Il est vrai, comme vous le dites, que « cette habitude italienne de s'interpeller entre journalistes [est] assez fastidieuse et vaine ». Mais je vous signale que j’ai pris votre article comme exemple de la dysinformatsia de la presse européenne vis-à-vis de mon pays et de Berlusconi en particulier. Non pas parce que j’aime ce personnage (je suis « hétéro »), mais parce que je tiens à la vérité.

Je n’ai aucune difficulté à vous croire, quand vous dites aimer l’Italie. Moi-même, comme il est évident, je suis amoureux de la France. Mais il se peut que votre amour de la Péninsule vous aveugle et que vous soyez partisans de certaines positions qui devraient la sauver et risquent de l’enfoncer.

Vous lisez tous les matins même les journaux « de droite » mais cela ne suffit pas pour que vous évitiez certaines affirmations que définir « tendencieuses » serait inadéquat. Pensez aux quarante quotidiens de Berlusconi ! Et surtout pensez au fait que vous définissez le « Cavaliere » fraudeur du fisc sans que ce soit vrai et sans que vous en ayez la moinde preuve. En fait vous semblez sacrifier à certains lieux communs de la presse « de gauche » en omettant par exemple, inexcusablement, certains faits comme les acquittements répétés de M.Berlusconi. Des acquittements signés par ces mêmes magistrats qui le considèrent leur ennemi. Ce qui signifie que ce sont surtout les magistrats du Parquet qui se permettent des entorses à leur devoir seulement pour endommager un personnage qui ne leur plaît pas. Décrire les faits comme cela correspond à écrire que Dreyfus a été condamné comme un traître, en laissant dans l’ombre tout le reste de l’histoire.

Vous me suggérez d’écrire un vrai papier de réfutation. Or, à part le fait que la réfutation, du moins pour les sujets les plus importants, je crois l’avoir déjà écrite, d’un côté jamais le Monde ne la publierait jamais, de l’autre je ne sais pas si vos lecteurs et les quelques que j’ai seraient intéressés à une telle diatribe. De toute manière je remarque, à propos de réfutations, que vous n’en avez pas écrit une seule, sauf le fait que vous lisez « il Giornale ».

Quant à être loyal je peux signaler que, si je ne l’étais pas, j’aurais commencé par ne pas vous envoyer l’article, et j’ai pu le faire seulement quand un gentil lecteur m’a fait avoir votre adresse e-mail. La mienne je la mets à la fin de tous mes articles. Puis je vous prie de croire que je n’ai aucune peur de discuter avec qui que ce soit, parce que je suis aussi prêt à reconnaître que j’ai tort. Malheureusement, je ne vis pas à Rome. Et, après tout, notre débat risquerait d’être aussi ennuyeux que les « dibattiti » qui inondent les télévisions italiennes et auxquels je n’assiste plus depuis bien des mois.

Je crois que notre échange épistolaire s’arrêtera ici. Et je regrette plutôt l’occasion de rencontrer un « compatriote spirituel » que l’espoir de pouvoir vous convaincre.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

14 novembre 2011

 

Se mancassero i corsivi, il testo è più leggibile su pardo nuovo.myblog.it

“LE MONDE” PARLA DI BERLUSCONI

 

Una traduzione dal “Monde” che, facendo un bilancio degli anni berlusconiani, fa comprendere il perché della cattiva fama dell’ex Primo Ministro italiano all’estero. Sono interpolate nella traduzione (di Gianni Pardo) alcune note in corsivo del traduttore

 

Dopo dieci anni di regno, Silvio Berlusconi lascia l’Italia nello stato in cui l’ha trovata, di Philippe Ridet.

Troppo tardive, troppo rare, le parole “responsabilità” e “coscienza”, usate martedì 8 novembre, dopo che Silvio Berlusconi aveva presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non basteranno a rilasciargli un brevetto di uomo di Stato. Dopo quasi dieci anni di regno nel corso degli ultimi diciassette anni, lascia l’Italia, più o meno, nello stato in cui l’ha trovata quando è arrivato per la prima volta al potere nel 1994. Per ciò che riguarda la sua fortuna personale e i suoi processi, in compenso, tutto va meglio (Per esempio facendo pagare ad una sua impresa 560 milioni di euro in base ad una sentenza che contrasta in modo patente col codice di diritto processuale civile. Ma tutto va benissimo).

Il bilancio del presidente del consiglio uscente è magro. Non è riuscito a realizzare la “rivoluzione liberale” che aveva promesso. Le imposte, che voleva ridurre, sono aumentate per coloro che le pagano. La frattura fra il Nord, ricco e dinamico, e il Sud, povero e assistito, s’è ingrandita. La giustizia, lenta e ingolfata, lo è ancora. Lo Stato, inefficace, resta frazionato in regioni, province e comuni, dalle competenze inestricabili. L’esecutivo, sotto la pressione costante del Parlamento, è sempre debole come prima. La televisione pubblica è sempre tenuta sotto chiave dai partiti che vi si servono come a casa loro. La crescita continua a stagnare.

“Sono stanco di non potere dettare la linea politica, di non riuscire a fare le riforme che vorrei, ha spiegato il sig.Berlusconi al direttore della Stampa, Mario Calabresi, nelle confidenze pubblicate il 9 novembre dal quotidiano torinese. Ho ormai più potere come semplice cittadino che come presidente del consiglio”. In un certo modo, ha ragione: l’Italia si distingue per la presenza di una rete di poteri (sindacati, ordini professionali, partiti, Chiesa) la cui prima preoccupazione è che nulla cambi.

Ma ha lo stesso interamente torto. Mai un presidente del consiglio ha beneficiato di altrettanta popolarità, di altrettanti mezzi finanziari e mediatici, di una tale influenza nel suo campo per riformare il Paese. Prendendo il potere sulla rovina della Prima Repubblica azzerata dagli scandali o sul durevole discredito della sinistra, aveva una grande strada aperta, dinanzi a lui.

Questa impotenza ha una spiegazione: il conflitto d’interessi. Silvio, l’uomo d’affari, ha considerevolmente ridotto i margini di manovra di Berlusconi, presidente del consiglio, supponendo che il suo desiderio di riformare l’Italia sia stato sincero.  Come cambiare il funzionamento dell’audiovisivo pubblico quando si possiedono tre catene di televisioni, una casa editrice e 40 giornali ? (Si sarebbe lieti di conoscere il nome di queste quaranta testate. Il lettore francese presume che Silvio Berlusconi possegga quaranta quotidiani mentre in realtà non ne possiede neppure uno. Ma così si fa l’informazione, quando si è scrupolosi.) Come riformare la giustizia quando si sono subiti ventisette processi, di cui tre sono ancora in corso? (E il giornalista non crede utile far sapere che i ventiquattro processi si sono conclusi o con la prescrizione o con l’assoluzione. Il che corrisponde a dire che da un lato la giustizia italiana è inefficiente (le prescrizioni), dall’altro che perseguita gli innocenti. Ma questo, è ovvio, non interessa ai francesi). Come riformare gli ordini professionali quando si fanno eleggere i propri avvocati alla Camera dei Deputati? (E che c’entra questo con gli ordini professionali? Da un lato, non c’è solo l’ordine professionale degli avvocati, dall’altro la presenza di uno o due avvocati di Berlusconi in Parlamento che differenza fa? Ma già, basta buttarla lì. Il lettore francese non capisce ma pensa che l’autore dell’articolo sappia quello che scrive). Come ricuperare le imposte evase quando è egli stesso un evasore? (Pura calunnia. Berlusconi non è mai stato condannato per evasione fiscale. Inoltre il giornalista è abbastanza sciocco per credere che un evasore fiscale favorirebbe altri evasori. All’evasore interessa non essere scoperto, non posare a patrono degli evasori. E, di fatto, in Italia, come ha detto ripetutamente, senza possibilità di smentita, il ministro Maroni, mai erano stati ricuperati tanti miliardi di impose evase. Ma tutto questo non interessa al lettore francese). Come affermare l’autorità dello Stato quando il suo principale alleato, la Lega Nord, difende l’autonomia del nord del Paese? (Un’altra baggianata che Ridet poteva risparmiarsi. Qui si parla di autonomia, in America abbiamo Stati, per quanto Uniti, e manca per questo l’autorità dello Stato? E manca forse in Svizzera, che è una Confederazione? Ma costui, direbbero a Napoli, “parla a spiovere”?) Come rappresentare il genio dell’Italia quando si è adepti del “bunga bunga”? (Sarebbe bene ricordare – ma forse Ridet non lo sa – che quella del bunga bunga è una barzelletta raccontata dallo stesso Berlusconi. E che un uomo di Stato non si giudica dalla sua vita sessuale. Questo vale, fino ad un certo punto, solo per gli arcivescovi e i cardinali. Oppure il sig.Ridet dovrebbe proclamare primo in classifica, tra i figli di puttana, un certo Louis XIV, le Roi Soleil, se ha sentito parlare della sua vita sessuale).

In queste condizioni, il grande disegno d’una nuova Italia ha presto incontrato i suoi limiti. Il sig.Berlusconi non ne è sembrato dispiaciuto. Al contrario, si è contentato di piccole riforme dalle conseguenze molto vantaggiose per lui stesso. (Per esempio la più grande riforma della Costituzione, che poi la sinistra si incaricò di far revocare con un referendum, pur riconoscendo che conteneva molte opportune modifiche. Ma questo non interessa al lettore francese. Come non interessa la riforma della Scuola e dell’Università, ecc). Due o tre esempi: la legge Gasparri, che gli permette senza problemi di continuare a fruire di una posizione dominante nei media; l’abbreviazione dei termini di prescrizione per i delitti che lo riguardano (Una legge che non conosciamo, ma può darsi che ci sbagliamo. Non deve trattarsi della cosiddetta “prescrizione breve”, perché quella non è passata, sempre se ricordiamo bene) o la depenalizzazione del falso in bilancio (Ancora un falso. Sono stati depenalizzati i casi non gravi, quelli gravi sono ancora oggi puniti con anni di carcere. Ma queste sottigliezze al lettore francese non interessano. Come completezza e correttezza di informazione questo articolo non ha nulla da invidiare all’Unità). La sua prematura uscita di scena mette fine – provvisoriamente? – ai suoi tentativi di ridurre la durate delle procedure a sei anni e di punire con multe, o addirittura con la prigione, i giornalisti che divulgano documenti dell’istruzione (verbali d’interrogatori e intercettazioni telefoniche).

Perfino la sua reputazione di “uomo d’azione”, capace di tutti i miracoli, non resiste all’analisi. Nel 2008 promette di por fine allo scandalo dell’immondizia che ricopre le strade di Napoli. E invece essa è tornata (Il giornalista omette di dire che caso mai Berlusconi l’errore lo fece quando riuscì a farla sparire: perché la raccolta dell’immondizia non è compito del potere centrale, ma del potere locale, e oggi di De Magistris. Invece lui racconta ai suoi lettori che la sporcizia di Napoli è colpa di Roma. E allora perché Torino è pulita? Berlusconi andava di notte a spazzare le strade di Torino?). Nel 2009, dopo il terremoto dell’Aquila, promette di ricostruire la città. Gli abitanti dormiranno ancora a lungo nelle case popolari antisismiche intorno alla città prima di rientrare nelle loro case (Il giornalista omette di ricordare che in Italia è la prima volta che dei terremotati hanno nuove case [e non HLM nel senso francese, le conosco benissimo quelle topaie] in un tempo così breve, prima dell’arrivo del freddo. Ma è una storia vecchia. Gli ebrei finirono col lamentarsi della manna. E comunque mai Berlusconi ha potuto promettere di “ricostruire la città”. L’Aquila è una vecchia città e se un terremoto – Dio non voglia – distruggesse Roma che faremmo, ricostruiremmo il Colosseo, il Pantheon e tutti i palazzi? “Ricostruire la città” è un’espressione demenziale. E sarebbe anche stupido farlo. Certe case sono crollate perché non antisismiche e, se si volesse ricostruirle “come erano”, bisognerebbe ricostruirle fragili come erano. Ma lasciamo perdere).

Malgrado questo patente fallimento, il sig.Berlusconi è tuttavia riuscito ad apportare un po’ di stabilità politica all’Italia che, prima del suo arrivo al potere, cambiava governo ogni sei mesi (Non è esatto, ogni undici. È anche questo un tempo brevissimo, ma un giornalista serio non spara numeri a caso). Rimane lo stesso un precursore avendo costruito nel 1994, grazie ai quadri della sua agenzia pubblicitaria un partito, Forza Italia, che vinceva le elezioni alcuni mesi più tardi. Ha innovato mettendo sotto lo sguardo degli italiani la sua vita personale (il suo successo e la sua famiglia) e il suo corpo (sorridente o martirizzato dal gesto di un pazzo che gli ha lanciato una statuetta (Non una statuetta, una miniatura in marmo del duomo di Milano. Le statue sono quelle delle persone. E una la meriterebbe anche Ridet: “al giornalista obiettivo e bene informato”) in faccia nel dicembre del 2010). Altri ne seguiranno le orme.

Rimane infine l’impronta culturale. Ci vorrà sicuramente molto tempo perché sia cancellata. Diciassette anni di berlusconismo hanno profondamente modificato la mentalità degli italiani o hanno amplificato i loro difetti, secondo le opinioni. La sua partenza permetterà forse di distinguere le responsabilità degli uni e degli altri in questa relazione. Un giorno forse si saprà se il sig.Berlusconi ha reso gli italiani simili a lui o se sia stato il contrario (e chissà, si saprà pure se il sig.Ridet sull’Italia ha mai letto un giornale che non fosse “La Repubblica”. Comunque è chiaro che se all’estero, anche leggendo giornali rinomati come “Le Monde”, hanno solo questo genere di informazioni, non possono certo avere una grande considerazione di Silvio Berlusconi. Ma, trattato così, anche quel famoso Roi Soleil sarebbe risultato soltanto un puttaniere guerrafondaio ).

Philippe Ridet.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

13 novembre 2011

 


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POLITICA
14 novembre 2011
LA FINE DEGLI ANTIBERLUSCONISTI

 

A volte i titoli dicono poco o niente, a volte dicono molto. Oggi si parla della fine del berlusconismo – anche se sarebbe buona norma non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato – ma quella che incombe è la fine degli antiberlusconisti. Una cosa che molto sorprenderà proprio gli interessati.

Se diciamo marxismo parliamo della teoria di un filosofo che ha avuto una sua coerenza intellettuale e che è stata capace di influenzare più o meno tutto il Ventesimo Secolo. Il berlusconismo invece non è niente di simile. Non è né una teoria politica né una teoria economica e in quanto tale, non essendo mai nato, non può neppure morire. Al massimo è stato un tentativo di liberalismo non riuscito, cosa che appunto ha molto deluso i liberali. Ma il Cavaliere non ha potuto imporre alla nazione – e ai suoi soci politici – le riforme che la nazione non voleva. O voleva solo a parole.

Personalmente abbiamo sempre creduto che l’importanza attribuita a quest’uomo nelle vicende politiche ed economiche del Paese sia stata tanto straordinariamente esagerata da rendere comprensibile il fascismo: il popolo italiano s’è dimostrato abbastanza ingenuo per credere che un uomo solo possa cambiare – in meglio o in peggio non importa - la storia e lo spirito di questa vecchia nazione.

Il berlusconismo è però altro, nella vulgata di sinistra. Si è voluto identificare con esso una tendenza personale di Berlusconi (e che Berlusconi, non si sa come, avrebbe imposto all’Italia) alla superficialità, al delitto, alla buffoneria, alla disonestà, alla corruzione, all’evasione fiscale, alla mancanza di moralità, al dongiovannismo da strapazzo, alla mancanza di dignità e a tutto ciò che di peggio si riesce ad immaginare. Ma in quersto modo si riduce l’antiberlusconismo a cicaleccio da pianerottolo o a maldicenza da cortile.  Insomma, a livello popolare puro odio alla persona e, a livello un po’ più alto, non contrasto alle idee ma arma politica impropria in mano alle sinistre e ai magistrati.

Se consideriamo l’antiberlusconismo popolare – ad ammettere che non sia l’unico - è interessante chiedersi se in questi anni effettivamente il berlusconismo abbia  cambiato e “corrotto” l’Italia. Se cioè Berlusconi abbia trasformato la società italiana a sua immagine e somiglianza o sia stata la società italiana a produrre, se pure in un unico esemplare, un personaggio che ne riassume molte caratteristiche. Tutto ciò lo vedremo in base a questo metro: se – sempre ammesso che Berlusconi sia effettivamente uscito di scena – nei prossimi anni l’Italia continuerà ad essere ciò che è stata nei diciassette anni scorsi, il berlusconismo non sarà esistito neanche come fenomeno sociale. Se invece vedremo grandi cambiamenti – e ci chiediamo quali – significherà che l’Italia ha voltato pagina.

Una cosa è sicura: non vedremo più quotidiani attacchi a Berlusconi sui giornali. Non avremo le cronache più minute e pettegole di ogni suo sospiro allo scopo di volgerlo in acida critica. Ma con ciò non sarà finito il berlusconismo, sarà finito l’antiberlusconismo popolare: il quale, essendo eco del primo, esiste ancora meno. Ne discende che coloro che della negatività dell’antiberlusconismo hanno fatto un mestiere, essendo persone fisiche, non potranno scomparire: ma finiranno col perdere totalmente visibilità. Saranno sbiaditi ologrammi i vari Travaglio, Merlo, Santoro, Maltese, Colombo e tutta la compagnia di giro che, per anni, ha vissuto all’insegna del motto: “Io odio Berlusconi più di te”.

Saranno in pericolo persino giornali come “il Fatto Quotidiano”. Di che cosa parleranno, che cosa inventeranno, che cosa denunceranno, quali prediche e sermoni ci infliggeranno e a proposito di che cosa si stracceranno le vesti? Prima hanno potuto persino commentare l’andirivieni della calvizie del Cavaliere, ora di che parleranno, degli occhiali di Mario Monti? Rischieranno di divenire pubblicazioni specialistiche per innamorati di cronache giudiziarie.

Che decadenza. Tutti i quaresimalisti si troveranno nell’infelice condizione di un Savonarola cui fosse stato improvvisamente chiaro che Dio non esisteva. Erano tafani che ronzavano moltissimo solo perché potevano infastidire il toro, e ora, senza toro, si vedranno come sono, insetti fastidiosi e inutili, quasi mosche coprofaghe.

E qui comincia il divertimento. Per anni questi pensatori bonsai sono riusciti a dare ad un solo uomo la colpa per tutto ciò che accadeva in Italia e, a momenti, nel mondo. Tolto di mezzo “l’alibi”, come l’ha chiamato Pierferdinando Casini, si troveranno dinanzi ad un inevitabile bivio: o continueranno a denunciare gli stessi mali, riconoscendo implicitamente che essi non dipendevano da Berlusconi, o dovranno dedicarsi a parlare degli amori di Paris Hilton e, perché no?, di Nichi Vendola.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

14 novembre 2011




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POLITICA
13 novembre 2011
I VANTAGGI DEL CATTIVO CARATTERE

Il mondo politico in questi giorni somiglia ad un mercato in cui tutti gridano più forte che possono per farsi sentire. E alla fine non si capisce niente. Per orientarsi è dunque necessario togliere l’audio, per così dire, e guardare la merce nel silenzio dei sordi.

Questo salutare stratagemma consente di constatare un dato incontrovertibile: in Senato esiste ancora una maggioranza di centro-destra e questo significa che nessun governo che non abbia anche il sostegno del centro-destra può ottenere la fiducia nella Camera Alta. A questa semplice constatazione si oppongono tuttavia due fattori: la necessità, da tutti conclamata, di un governo del tutto “speciale” che possa mettere rimedio all’attuale crisi economica e la possibilità che alcuni senatori del centro-destra passino col centro-sinistra, facendo venir meno la maggioranza di cui si diceva.

L’argomento delle necessità del Paese è fallace. Se infatti a capo della maggioranza non ci fosse un uomo bonaccione e preoccupato dei destini della patria ma un puro politico come Di Pietro, sentiremmo un discorso chiaro e inequivocabile: “Nessun governo è possibile senza il mio consenso. Dunque o sottostate alle mie condizioni, anche programmatiche, o che la nazione vada in malora. Voi dite che siete preoccupati per l’Italia? Dimostratelo cedendo alla mia volontà”.

In fondo, chi gli potrebbe dar torto? Chi gli dicesse che “Per il bene del Paese bisogna farsi da parte, quando ce lo chiedono” si sentirebbe rispondere: “Giustissimo. Per il bene del Paese bisogna dunque che ti faccia da parte TU”.

Del resto è fastidiosissimo vedere quanto spesso si invochi il disinteresse, la dedizione al bene comune e lo spirito di sacrificio quando i comportamenti suggeriti vanno a scapito di chi dovrebbe attuarli e a vantaggio dei predicatori di virtù. Forse bisognerebbe fare sapere in giro che la virtù è una qualità che si può predicare solo con l’esempio. Negli altri casi il sospetto dell’ipocrisia interessata è troppo forte per prendere sul serio le belle parole. E ci si ricorda del vecchio detto per cui “l’egoista è uno che pensa al suo bene e non al mio”.

Considerazioni morali a parte, il dilemma rimane: se si ha bisogno del centro-destra, è il centro-destra che può dettare le condizioni; e se non si ha bisogno del centro-destra, che non gli si chieda nulla. L’interesse del Paese è un comune denominatore che non entra nei calcoli perché è identico per tutti. A denominatore costante - che sia uno o cento - quattro e otto stanno sempre nel rapporto di uno a due.

Ma per avere una posizione così risoluta bisogna avere “cattivo carattere”. Nel senso che il capo del centro-destra dovrebbe rischiare coscientemente che la controparte sia così demente da non cedere, malgrado il pericolo del Paese. In Sicilia si dice che “chi ha più sale (sal sapientiae) condisce la minestra”, e cioè che chi ha più intelligenza e buon senso a volte ha il dovere di cedere a chi ha meno intelligenza e meno buon senso: ma questo è un modo di darla vinta a chi ha torto a spese di chi ha ragione. Una cosa che un Di Pietro non farebbe mai. È questo il vantaggio del “cattivo carattere”: il fatto che gli altri, quelli che si credono furbi e senza scrupoli, sono avvertiti che avranno da fare con qualcuno che è più duro e spietato di loro.

Tuttavia il “cattivo carattere” non basta. Tutto il bel ragionamento di prima presuppone che le truppe seguano il capo. Che il Berlusconi di turno sia in grado di dire: “Si fa così”. In realtà, spesso vale il principio che Montanelli amava citare: “Sono il loro capo e dunque li seguo”. I senatori potrebbero essere “comprati” dalla minoranza con promesse varie e cambiare campo: e in quel caso le belle minacce sopra ipotizzate non varrebbero più nulla.

Chi non seguisse il Capo, nell’attuale situazione, dimostrerebbe poca coerenza, poca fedeltà e forse perfino poca intelligenza. Ma la Costituzione non dice che per divenire senatore bisogna essere coerenti, fedeli e perfino intelligenti. Forse potrebbe pesare di più il fatto che le elezioni non sono fra un secolo e il Pdl potrebbe vendicarsi di chi ha tradito in questa occasione, ma nel mondo politico in troppi preferiscono l’uovo oggi alla gallina domani.

Pensare che il destino dell’Italia dipende da gente così.

 Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

13 novembre 2011




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POLITICA
13 novembre 2011
"LE MONDE" PARLA DI BERLUSCONI

Una traduzione dal “Monde” che, facendo un bilancio degli anni berlusconiani, fa comprendere il perché della cattiva fama dell’ex Primo Ministro italiano all’estero. Sono interpolate nella traduzione (di Gianni Pardo) alcune note in corsivo del traduttore

 

Dopo dieci anni di regno, Silvio Berlusconi lascia l’Italia nello stato in cui l’ha trovata, di Philippe Ridet.

Troppo tardive, troppo rare, le parole “responsabilità” e “coscienza”, usate martedì 8 novembre, dopo che Silvio Berlusconi aveva presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non basteranno a rilasciargli un brevetto di uomo di Stato. Dopo quasi dieci anni di regno nel corso degli ultimi diciassette anni, lascia l’Italia, più o meno, nello stato in cui l’ha trovata quando è arrivato per la prima volta al potere nel 1994. Per ciò che riguarda la sua fortuna personale e i suoi processi, in compenso, tutto va meglio (Per esempio facendo pagare ad una sua impresa 560 milioni di euro in base ad una sentenza che contrasta in modo patente col codice di diritto processuale civile. Ma tutto va benissimo).

Il bilancio del presidente del consiglio uscente è magro. Non è riuscito a realizzare la “rivoluzione liberale” che aveva promesso. Le imposte, che voleva ridurre, sono aumentate per coloro che le pagano. La frattura fra il Nord, ricco e dinamico, e il Sud, povero e assistito, s’è ingrandita. La giustizia, lenta e ingolfata, lo è ancora. Lo Stato, inefficace, resta frazionato in regioni, province e comuni, dalle competenze inestricabili. L’esecutivo, sotto la pressione costante del Parlamento, è sempre debole come prima. La televisione pubblica è sempre tenuta sotto chiave dai partiti che vi si servono come a casa loro. La crescita continua a stagnare.

“Sono stanco di non potere dettare la linea politica, di non riuscire a fare le riforme che vorrei, ha spiegato il sig.Berlusconi al direttore della Stampa, Mario Calabresi, nelle confidenze pubblicate il 9 novembre dal quotidiano torinese. Ho ormai più potere come semplice cittadino che come presidente del consiglio”. In un certo modo, ha ragione: l’Italia si distingue per la presenza di una rete di poteri (sindacati, ordini professionali, partiti, Chiesa) la cui prima preoccupazione è che nulla cambi.

Ma ha lo stesso interamente torto. Mai un presidente del consiglio ha beneficiato di altrettanta popolarità, di altrettanti mezzi finanziari e mediatici, di una tale influenza nel suo campo per riformare il Paese. Prendendo il potere sulla rovina della Prima Repubblica azzerata dagli scandali o sul durevole discredito della sinistra, aveva una grande strada aperta, dinanzi a lui.

Questa impotenza ha una spiegazione: il conflitto d’interessi. Silvio, l’uomo d’affari, ha considerevolmente ridotto i margini di manovra di Berlusconi, presidente del consiglio, supponendo che il suo desiderio di riformare l’Italia sia stato sincero.  Come cambiare il funzionamento dell’audiovisivo pubblico quando si possiedono tre catene di televisioni, una casa editrice e 40 giornali ? (Si sarebbe lieti di conoscere il nome di queste quaranta testate. Il lettore francese presume che Silvio Berlusconi possegga quaranta quotidiani mentre in realtà non ne possiede neppure uno. Ma così si fa l’informazione, quando si è scrupolosi.) Come riformare la giustizia quando si sono subiti ventisette processi, di cui tre sono ancora in corso? (E il giornalista non crede utile far sapere che i ventiquattro processi si sono conclusi o con la prescrizione o con l’assoluzione. Il che corrisponde a dire che da un lato la giustizia italiana è inefficiente (le prescrizioni), dall’altro che perseguita gli innocenti. Ma questo, è ovvio, non interessa ai francesi). Come riformare gli ordini professionali quando si fanno eleggere i propri avvocati alla Camera dei Deputati? (E che c’entra questo con gli ordini professionali? Da un lato, non c’è solo l’ordine professionale degli avvocati, dall’altro la presenza di uno o due avvocati di Berlusconi in Parlamento che differenza fa? Ma già, basta buttarla lì. Il lettore francese non capisce ma pensa che l’autore dell’articolo sappia quello che scrive). Come ricuperare le imposte evase quando è egli stesso un evasore? (Pura calunnia. Berlusconi non è mai stato condannato per evasione fiscale. Inoltre il giornalista è abbastanza sciocco per credere che un evasore fiscale favorirebbe altri evasori. All’evasore interessa non essere scoperto, non posare a patrono degli evasori. E, di fatto, in Italia, come ha detto ripetutamente, senza possibilità di smentita, il ministro Maroni, mai erano stati ricuperati tanti miliardi di impose evase. Ma tutto questo non interessa al lettore francese). Come affermare l’autorità dello Stato quando il suo principale alleato, la Lega Nord, difende l’autonomia del nord del Paese? (Un’altra baggianata che Ridet poteva risparmiarsi. Qui si parla di autonomia, in America abbiamo Stati, per quanto Uniti, e manca per questo l’autorità dello Stato? E manca forse in Svizzera, che è una Confederazione? Ma costui, direbbero a Napoli, “parla a spiovere”?) Come rappresentare il genio dell’Italia quando si è adepti del “bunga bunga”? (Sarebbe bene ricordare – ma forse Ridet non lo sa – che quella del bunga bunga è una barzelletta raccontata dallo stesso Berlusconi. E che un uomo di Stato non si giudica dalla sua vita sessuale. Questo vale, fino ad un certo punto, solo per gli arcivescovi e i cardinali. Oppure il sig.Ridet dovrebbe proclamare primo in classifica, tra i figli di puttana, un certo Louis XIV, le Roi Soleil, se ha sentito parlare della sua vita sessuale).

In queste condizioni, il grande disegno d’una nuova Italia ha presto incontrato i suoi limiti. Il sig.Berlusconi non ne è sembrato dispiaciuto. Al contrario, si è contentato di piccole riforme dalle conseguenze molto vantaggiose per lui stesso. (Per esempio la più grande riforma della Costituzione, che poi la sinistra si incaricò di far revocare con un referendum, pur riconoscendo che conteneva molte opportune modifiche. Ma questo non interessa al lettore francese. Come non interessa la riforma della Scuola e dell’Università, ecc). Due o tre esempi: la legge Gasparri, che gli permette senza problemi di continuare a fruire di una posizione dominante nei media; l’abbreviazione dei termini di prescrizione per i delitti che lo riguardano (Una legge che non conosciamo, ma può darsi che ci sbagliamo. Non deve trattarsi della cosiddetta “prescrizione breve”, perché quella non è passata, sempre se ricordiamo bene) o la depenalizzazione del falso in bilancio (Ancora un falso. Sono stati depenalizzati i casi non gravi, quelli gravi sono ancora oggi puniti con anni di carcere. Ma queste sottigliezze al lettore francese non interessano. Come completezza e correttezza di informazione questo articolo non ha nulla da invidiare all’Unità). La sua prematura uscita di scena mette fine – provvisoriamente? – ai suoi tentativi di ridurre la durate delle procedure a sei anni e di punire con multe, o addirittura con la prigione, i giornalisti che divulgano documenti dell’istruzione (verbali d’interrogatori e intercettazioni telefoniche).

Perfino la sua reputazione di “uomo d’azione”, capace di tutti i miracoli, non resiste all’analisi. Nel 2008 promette di por fine allo scandalo dell’immondizia che ricopre le strade di Napoli. E invece essa è tornata (Il giornalista omette di dire che caso mai Berlusconi l’errore lo fece quando riuscì a farla sparire: perché la raccolta dell’immondizia non è compito del potere centrale, ma del potere locale, e oggi di De Magistris. Invece lui racconta ai suoi lettori che la sporcizia di Napoli è colpa di Roma. E allora perché Torino è pulita? Berlusconi andava di notte a spazzare le strade di Torino?). Nel 2009, dopo il terremoto dell’Aquila, promette di ricostruire la città. Gli abitanti dormiranno ancora a lungo nelle case popolari antisismiche intorno alla città prima di rientrare nelle loro case (Il giornalista omette di ricordare che in Italia è la prima volta che dei terremotati hanno nuove case [e non HLM nel senso francese, le conosco benissimo quelle topaie] in un tempo così breve, prima dell’arrivo del freddo. Ma è una storia vecchia. Gli ebrei finirono col lamentarsi della manna. E comunque mai Berlusconi ha potuto promettere di “ricostruire la città”. L’Aquila è una vecchia città e se un terremoto – Dio non voglia – distruggesse Roma che faremmo, ricostruiremmo il Colosseo, il Pantheon e tutti i palazzi? “Ricostruire la città” è un’espressione demenziale. E sarebbe anche stupido farlo. Certe case sono crollate perché non antisismiche e, se si volesse ricostruirle “come erano”, bisognerebbe ricostruirle fragili come erano. Ma lasciamo perdere).

Malgrado questo patente fallimento, il sig.Berlusconi è tuttavia riuscito ad apportare un po’ di stabilità politica all’Italia che, prima del suo arrivo al potere, cambiava governo ogni sei mesi (Non è esatto, ogni undici. È anche questo un tempo brevissimo, ma un giornalista serio non spara numeri a caso). Rimane lo stesso un precursore avendo costruito nel 1994, grazie ai quadri della sua agenzia pubblicitaria un partito, Forza Italia, che vinceva le elezioni alcuni mesi più tardi. Ha innovato mettendo sotto lo sguardo degli italiani la sua vita personale (il suo successo e la sua famiglia) e il suo corpo (sorridente o martirizzato dal gesto di un pazzo che gli ha lanciato una statuetta (Non una statuetta, una miniatura in marmo del duomo di Milano. Le statue sono quelle delle persone. E una la meriterebbe anche Ridet: “al giornalista obiettivo e bene informato”) in faccia nel dicembre del 2010). Altri ne seguiranno le orme.

Rimane infine l’impronta culturale. Ci vorrà sicuramente molto tempo perché sia cancellata. Diciassette anni di berlusconismo hanno profondamente modificato la mentalità degli italiani o hanno amplificato i loro difetti, secondo le opinioni. La sua partenza permetterà forse di distinguere le responsabilità degli uni e degli altri in questa relazione. Un giorno forse si saprà se il sig.Berlusconi ha reso gli italiani simili a lui o se sia stato il contrario (e chissà, si saprà pure se il sig.Ridet sull’Italia ha mai letto un giornale che non fosse “La Repubblica”. Comunque è chiaro che se all’estero, anche leggendo giornali rinomati come “Le Monde”, hanno solo questo genere di informazioni, non possono certo avere una grande considerazione di Silvio Berlusconi. Ma, trattato così, anche quel famoso Roi Soleil sarebbe risultato soltanto un puttaniere guerrafondaio ).

Philippe Ridet.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

13 novembre 2011

 

Après dix ans de règne, Silvio Berlusconi laisse l'Italie dans l'état où il l'a trouvée

LEMONDE | 12.11.11 | 13h24   •  Mis à jour le 12.11.11 | 13h28

ROME CORRESPONDANT - Trop tardifs, trop rares, les mots de "responsabilité" et de"conscience" employés mardi 8 novembre, après que Silvio Berlusconi eut remis sa démission au président de la République, Giorgio Napolitano, ne suffiront pas à lui décerner un brevet d'homme d'Etat. Après presque dix ans de règne au cours des dix-sept dernières années, il laisse l'Italie, peu ou prou, dans l'état où il l'a trouvée lorsqu'il est arrivé pour la première fois au pouvoir en 1994. Pour ce qui concerne sa fortune personnelle et ses procès, en revanche, tout va mieux.

Le bilan du président du conseil sortant est mince. Il n'a pas réussi à conduire la"révolution libérale" qu'il avait promise. Les impôts, qu'il voulait réduire, ont augmenté pour ceux qui les payent. La fracture entre le Nord, riche et dynamique, et le Sud, pauvre et assisté, s'est agrandie. La justice, lente et encombrée, l'est toujours. L'Etat, inefficace, reste fractionné en régions, provinces et communes, aux compétences inextricables. L'exécutif, sous pression permanente du Parlement, est toujours aussi faible. La télévision publique est toujours cadenassée par les partis qui y ont leur rond de serviette. La croissance continue de stagner.

"Je suis fatigué de ne pas pouvoir dicter la ligne, de ne pas réussir à faire les réformes que je voudrais, a expliqué M. Berlusconi au directeur de La Stampa, Mario Calabresi, dans des confidences publiées le 9 novembre par le quotidien turinois. J'ai plus de pouvoir désormais comme simple citoyen que comme président du conseil." D'une certaine façon, il a raison : l'Italie se distingue par la présence d'un réseau de pouvoirs (syndicats, ordres professionnels, partis, Eglise) dont le premier souci est que rien ne change.

Mais il a tout à fait tort également. Jamais un président du conseil n'a bénéficié d'autant de popularité, de moyens, financiers et médiatiques, d'une telle influence sur son camp pour réformer le pays. En prenant le pouvoir sur les ruines de la Première République laminée par les affaires ou sur le discrédit durable de la gauche, il avait devant lui un boulevard.

Cette impuissance a une explication : le conflit d'intérêts. Silvio, l'homme d'affaires, a considérablement réduit les marges de manoeuvre de Berlusconi, président du conseil, à supposer que son désir de réformer ait été sincère. Comment changer le fonctionnement de l'audiovisuel public quand on possède soi-même trois chaînes de télévision, une maison d'édition et 40 journaux ? Comment réformer la justice quand on a subi vingt-sept procès, dont trois sont en cours ? Comment réformer les ordres quand on fait élire ses avocats à la Chambre des députés ? Comment faire rentrer les impôts quand on est soi-même fraudeur ? Comment affirmer l'autorité de l'Etat quand son principal allié, la Ligue du Nord, défend l'autonomie du nord du pays ? Comment représenter le génie de l'Italie quand on est adepte du "bunga-bunga" ?

Dans ces conditions, le grand dessein d'une Italie nouvelle a vite trouvé ses limites. M. Berlusconi n'a pas paru le regretter. A la place, il s'est contenté de petites réformes aux conséquences très avantageuses pour lui. Deux ou trois exemples : la loi Gasparri, qui lui permet sans problème de continuer de jouird'une position dominante dans les médias ; le raccourcissement des délais de prescription pour les délits le concernant ou la dépénalisation du faux bilan. Sa sortie de scène prématurée met fin - provisoirement ? - à ses tentatives deramener la durée des procédures à six ans et de punir d'amendes, voire de prison, les journalistes divulgant des pièces de l'instruction (procès-verbaux et écoutes téléphoniques).

Même sa réputation d'"homme d'action" capable de tous les miracles ne résiste pas à l'analyse. En 2008, il promet de mettre fin au scandale des ordures qui jonchent les rues de Naples. Elles sont revenues. En 2009, après le tremblement de terre de L'Aquila, il promet de reconstruire la ville. Les habitants dormiront longtemps encore dans des HLM antisismiques en bordure de la ville avant deregagner leurs maisons.

Malgré cet échec patent, M. Berlusconi est toutefois parvenu à apporter un peu de stabilité politique à l'Italie qui, avant son arrivée au pouvoir, changeait de gouvernement tous les six mois. Il reste également un précurseur en ayant construit en 1994, grâce aux cadres de son agence de publicité, un parti (Forza Italia) qui l'emportait quelques mois plus tard. Il a innové en mettant sous le regard des Italiens sa vie personnelle (sa réussite et sa famille) et son corps (souriant ou martyrisé par le geste d'un fou qui lui lance une statuette au visage en décembre 2010). D'autres lui emboîteront le pas.

Reste enfin l'empreinte culturelle. Elle sera sans doute longue à s'effacer. Dix-sept ans de berlusconisme ont profondément modifié la mentalité des Italiens ou amplifié leurs défauts, c'est selon. Son départ permettra peut-être de démêler les responsabilités des uns et des autres dans cette relation. Un jour peut-être saura-t-on si M. Berlusconi a fait les Italiens à son image, ou le contraire.

Philippe Ridet

 




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POLITICA
12 novembre 2011
CHI SOSTERRA' IL NUOVO GOVERNO?

Viviamo un momento straordinario. I problemi derivanti dalla situazione attuale somigliano infatti a quelli provocati da una guerra e sono necessari provvedimenti eccezionali. Purtroppo i provvedimenti eccezionali hanno il grave difetto di scontentare le persone che ne sono danneggiate tanto che, almeno in Italia, di solito essi finiscono con lo sgonfiarsi. I magistrati non hanno nessun diritto di veto e tuttavia sono riusciti, nei decenni, a non far passare la riforma della giustizia. È questa, in buona parte, la storia dei governi Berlusconi.

Ora, il compito del governo-senza-Berlusconi di cui si parla è proprio quello di adottare velocemente misure severissime senza guardare in faccia a nessuno e senza curarsi delle conseguenze elettorali per i partiti. Per non parlare delle proteste degli interessati. Facile a dirsi.

In Parlamento vige la regola cinica di calunniarsi reciprocamente e di calunniare il governo. Si dice sempre che “si poteva fare altro”, “si poteva fare meglio”, insomma “più uno”. Se per Natale il governo creasse dal nulla venti milioni di panettoni, gli si rimprovererebbe di non avere pensato alle famiglie che preferiscono il pandoro. Chiunque applichi una legge scomoda, anche se servisse a evitare un disastro, sarà fatto oggetto di una bordata di accuse gravissime e la pagherà cara alle successive elezioni. L’ideale è dunque che si adottino i provvedimenti giusti ma che la faccia ce la metta qualcun altro.

Questo riassume la situazione politica presente. Prescindendo dal diluvio di parole, ecco il quadro. Il Pd è il partito nella posizione più drammatica: è l’unico che non può tirarsi indietro. Ha proclamato per mesi e mesi che i provvedimenti giusti non si potevano adottare perché c’era Berlusconi, ha chiesto instancabilmente  la formazione di un governo come quello che si profila e dunque ora, venuto il momento, non può dire che non ci sta. Anche perché senza il suo concorso non si può far nulla. Ha chiesto le dimissioni di Berlusconi, purtroppo le ha ottenute e ora si trova di fronte a questo terrificante dilemma: o aiuta il governo a fare tutto quanto necessario - perdendo buona parte dei suoi elettori e forse le future elezioni politiche - o porterà la responsabilità della massima tragedia nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche se avesse la tentazione di barare e di giocare col politichese, dicendo “sì a ciò che potrebbe salvare l’Italia ma no a questo provvedimento in particolare”, si scontrerebbe con le precise richieste dell’Europa e con il giudizio dei mercati. Sarebbe imparabilmente denunciato da terzi insospettabili.

Alla necessità di sostenere il governo sfugge l’Italia dei Valori. Di Pietro sa benissimo che il governo può fare a meno di lui e dunque sceglie di approfittare del dramma nazionale. Salirà sulle barricate in difesa dei lavoratori, parlerà di “macelleria sociale” e cercherà cinicamente di trarre vantaggio dall’impopolarità di chi fa il necessario per salvare l’Italia. Un po’ come chi, vedendo qualcuno che affoga, gli prende il braccio solo il tempo necessario per sfilargli il Rolex.

La Lega ha un atteggiamento analogo ma, dal momento che faceva parte del governo che la sinistra ha abbattuto, ha il diritto di rigettare ogni responsabilità su chi ha creato questa situazione.

L’Udc invece non ha problemi: è un partito a digiuno da molto tempo che ora ha l’occasione di tornare al potere e non la perderà.

Rimane il Pdl. Come partito, ha tutto l’interesse ad andare a nuove elezioni. Nei mesi che passerebbero prima di andare alle urne, qualunque governo in carica per gli affari correnti sarebbe obbligato a prendere provvedimenti molto impopolari (necessariamente con l’appoggio della sinistra) e alle elezioni il partito di Alfano potrebbe presentarsi con una nuova verginità. Purtroppo al voto anticipato si oppongono due motivazioni: da un lato c’è la necessità di avere subito un governo che, per essere in grado di salvare economicamente la patria, deve essere nella pienezza delle sue funzioni; dall’altro c’è l’interesse concreto di quei parlamentari che, andando a nuove elezioni, perderebbero la pensione. E costoro, pur di far continuare la legislatura, forse sosterrebbero il nuovo governo a costo di spaccare il loro partito.  Il dio denaro conta più di Giove. Per questo – ultima ipotesi - si parla di “appoggio esterno”. Si permetterebbe alla legislatura di continuare, non si spaccherebbe il partito e, nel frattempo, sui provvedimenti terribili la faccia la metterebbe il Pd. Tombola.

Ma il Pdl non sempre è capace di fare i propri interessi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

12 novembre 2011


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POLITICA
11 novembre 2011
PREVISIONI SUL FUTURO DELL'ITALIA

I politici, si sa, sono animali privi di morale. La loro bussola indefettibile, si ripete, è l’interesse. E tuttavia in questo campo bisogna fare delle distinzioni. È vero che molti sono mossi dall’avidità finanziaria ma non tutti. E non sempre. Per ciò sarebbe meglio dire che la loro bussola indefettibile è l’egoismo, che è qualcosa di più vasto dell’interesse.

Quando Robert McNamara lasciò la presidenza della Ford per divenire Segretario della Difesa degli Stati Uniti, rinunciò ad uno stipendio mirabolante per uno molto più modesto. In questo caso l’interesse finanziario fu sicuramente escluso, ma ciò significò soltanto che l’ambizione rappresentava un interesse maggiore.

Il fenomeno non è del tutto eccezionale. Il piccolo politico di provincia mira al potere per ricavarne prestigio ed anche vantaggi concreti per sé e per i suoi amici. Ma, a mano a mano che si sale nella gerarchia, accanto all’interesse nel senso banale del termine divengono più pressanti le ragioni dell’ambizione. L’ideale, se appena si pensa di averne la capacità, diviene quello di non essere più un semplice peón, in Parlamento, ma di farsi notare per l’oratoria, di dare il proprio nome a una legge, di divenire sottosegretario e ancor meglio ministro. Più si sale nella carriera, più si pensa che si sarà giudicati dalla nazione e - somma speranza - dalla storia. Ciò spiega l’assoluta integrità finanziaria di personaggi come Stalin, Mussolini o Hitler: mentre alcuni dittatorelli sono stati capaci di circondarsi di un lusso rivoltante, coloro che pensavano di provocare uno storico cambiamento della società erano certi di avere addosso gli occhi della storia e non si abbassavano all’ostentazione della ricchezza e del potere. Non ne avevano bisogno. Il loro ego aveva ben altro alimento.

La cosa non è stupefacente. L’italiano di una certa età, sentendo il nome “Goria”, risponderebbe: “Giovanni Goria. Non è stato un Presidente del Consiglio?” E per questa fama i politici darebbero un braccio: infatti nessuno ricorda chi fossero i suoi ministri, nel 1987, ma molti ricordano almeno lui.

Il futuro dell’Italia, considerando la situazione attuale, dovrebbe essere scurissimo e tuttavia le considerazioni che precedono offrono qualche consolazione. Finché sono stati all’opposizione, i politici di centro-sinistra hanno solo pensato a conquistare il potere, a costo di provocare una crisi nel momento più drammatico e di farla pagare carissima all’Italia: ma tutto potrebbe cambiare nel momento in cui la loro coalizione vincesse le elezioni. Un Presidente del Consiglio dei Ministri di sinistra saprebbe che la storia lo ricorderà come colui che affossò o salvò il suo Paese e ciò potrebbe indurlo a cambiare radicalmente il suo comportamento. Mentre dall’opposizione avrebbe definito macelleria sociale i provvedimenti della maggioranza e avrebbe invitato i sindacati a fare una serie di scioperi generali, dal banco del governo non solo potrebbe essere disposto ad adottare gli stessi provvedimenti, ma sarebbe capace di mandare l’esercito per imporli. Non tanto per amore dell’Italia, ripetiamo, quanto per amore di sé. Il principio per cui i politici si muovono solo per egoismo non è infranto: è solo che agli alti livelli esso può cambiare obiettivo.

Abbiamo riso per diciassette anni dell’idea che Berlusconi fosse sceso in politica per i propri interessi economici, ora ridiamo all’idea che un capace uomo di sinistra (ammesso che lo trovino) divenuto Primo Ministro, penserebbe solo a favorire gli amici o a mettere le mani sull’erario mentre l’Italia affonda. Pensiamo al contrario che si preoccuperebbe di fare il bene del nostro Paese con tutti i mezzi a disposizione: al limite correndo il rischio dell’impopolarità.

È questa la differenza fra il moderato e il fanatico. Il fanatico attribuisce ogni malvagità e ogni nequizia all’avversario politico, proprio perché la limitatezza della sua mente non concepisce nulla di magnanimo. Il moderato invece sa che l’avversario politico è un uomo non estremamente diverso dal proprio favorito e che, venuto il momento, sia pure spinto dall’ambizione, per la sua buona fama farà quello che reputerà migliore per tutti.

Il cretino ha visto in Berlusconi il male assoluto, il moderato spera che l’uomo di sinistra non solo sia intenzionato a fare il bene della nostra patria comune, ma spera soprattutto che questo bene lo identifichi correttamente e non lo confonda col male. Se infatti sbagliasse, anche in buona fede, non per questo i danni sarebbero minori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 novembre 2011


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politica interna
10 novembre 2011
VIA BERLUSCONI, CHE SOLLIEVO!

Narrano che Aristide fosse un uomo molto noto e molto stimato, ad Atene. Poi – si sa come sono le democrazie – se ne propose l’ostracismo: cioè l’esilio votato dai cittadini scrivendo il suo nome su un pezzo di coccio (ostrakon).

Il giorno designato uno dei cittadini, che non sapeva scrivere, chiese al suo vicino di farlo per lui. Questi, che era lo stesso Aristide, si dimostrò molto cortese, scrisse il nome e chiese: “Ma tu lo conosci?” “No”. “E allora perché vuoi che gli sia inflitto l’esilio?” “Sono stanco di sentirne dir bene”, fu la risposta.

In realtà l’ostracismo era anche politicamente motivato dal fatto che alcuni temevano che quell’uomo, proprio per la considerazione di cui godeva, si potesse trasformare in tiranno. Ma non è questo che importa: importa che si può voler mandare in esilio non solo qualcuno che si giudica molto male, ma anche qualcuno di cui si è sentito dire troppo bene. In fondo, sentir parlare troppo di qualcuno è fastidioso in ogni caso.

In Italia, anche senza dover temere l’avvento di un dittatore, chi è lontano dalle visioni infantili della politica – visioni per le quali un uomo può essere la fonte di ogni bene o di ogni male - si è potuto stancare della presenza di Silvio Berlusconi. Tanto che, pur avendo votato molte volte per il suo partito, a volte ha potuto sperare che si togliesse di mezzo, per tornare alla normalità. Pareva infatti che tutti gli altri politici fossero nani, comparse, disturbi della trasmissione. Ancora un poco e sarebbero stati vent’anni che in Italia non si smetteva di parlare di lui: delle sue sconfitte e delle sue vittorie, delle sue promesse e delle sue gaffe, delle sue bravate e dei suoi processi, perfino delle barzellette che raccontava. L’Italia pareva avesse un solo abitante, lui. Si era al punto che, se una ragazza voleva dei titoli sui giornali o voleva essere invitata in televisione, bastava dicesse che Berlusconi aveva posto gli occhi (se non le mani) su di lei. Un po’ come avviene con le popstar di cui qualunque cosa fa notizia: recentemente è stato venduto, caro, un dente cariato di John Lennon.

Noi non crediamo affatto che Berlusconi sia stato tanto importante come hanno mostrato di credere in tanti, soprattutto a sinistra. Un Presidente del Consiglio in Italia ha pochissimi poteri – basta leggere la Costituzione per convincersene – e certo non fa le leggi. Lo stesso Cavaliere non è stato in grado di far passare le riforme che aveva annunciato e cui teneva. Neppure quelle che gli sarebbero state utili come la riforma della giustizia o la disciplina delle intercettazioni telefoniche. Non ha realizzato nemmeno la separazione delle carriere dei magistrati, che pure trova sostenitori persino a sinistra. Per anni Michele Santoro ha potuto impunemente sputare veleno su di lui, ogni settimana, nientemeno dalla televisione pubblica, cioè pagata da tutti i cittadini. Dopo tutto, che ci fosse o no Berlusconi, cambiava poco. L’Italia agli italiani piace com’è, anchilosata e immobile. Avessimo un Napoleone Bonaparte, si rassegnerebbe a non poter licenziare il suo giardiniere se non per giusta causa riconosciuta da un magistrato di prima nomina. E che magari lo odia. Per Napoleone ci volle Waterloo, fosse vissuto in Italia sarebbe bastata la Boccassini.

Berlusconi è stato un’immagine di prima pagina ma non molto di più. Forse è solo servito – e non è piccolo merito – ad evitare la sinistra al potere. Ciò malgrado, mentre lo si accusava non aver fatto ciò che gli si era impedito di fare, gli si dava la colpa di qualunque cosa. Persino se realizzava miracoli come la costruzione delle case per i terremotati dell’Aquila, si trovava il modo di far vedere queste imprese come reati. Quest’uomo è stato trasformato in un incubo: da un lato ogni male trovava in lui la sua causa, dall’altro ogni speranza poteva nascere solo dal suo allontanamento.

Anche a sapere quanto falso fosse questo quadro, non si poteva non esserne stufi. Il vero liberale avrebbe sopportato male Mussolini anche negli anni del consenso perché sarebbe stato stanco di sentirlo parlare persino dalle facciate delle case, pieni dei suoi detti. E lo stesso liberale negli anni recenti si sarà sentito stanchissimo di sentir dire male, ma quotidianamente, ma troppo, sempre dello stesso uomo.

Per questo oggi si può gridare alleluia. Perché riparte la politica senza miti e coloro che hanno tanto combattuto l’Uomo Nero ora avranno la possibilità di dimostrare quanto facilmente sappiano fare il bene del Paese. Siamo in attesa delle prodezze di geni politici come Rosy Bindi, Dario Franceschini, Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani e persino Nichi Vendola.

Ci siamo seduti molto comodi per lo spettacolo e compiangiamo soltanto i disoccupati dell’antiberlusconismo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

10 novembre 2011

P.S. Dal momento che ora si parla di un governo guidato da Mario Monti, raccomando a chi non l’avesse fatto la lettura del seguente articolo:http://pardonuovo.myblog.it/archive/2011/10/16/l-economista-super-partes-che-salva-l-italia.html




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POLITICA
9 novembre 2011
I POLITICI NON SONO UOMINI D'ONORE

Quando si tratta di definire l’onore, i dizionari sono piuttosto generosi di parole. Il più verboso di tutti è il Devoto-Oli per il quale l’onore è: “la dignità in quanto oggetto di considerazione sul piano sociale e quindi riconducibile o alla personalità dell’individuo o all’ambito moralmente codificato di una comunità. Da un punto di vista soggettivo implica la cura o la conservazione della propria integrità e onestà, suscettibile di esaltarsi a divisa morale o di decadere ad amor proprio...” Mentre il più conciso di tutti è l’americano Webster: “buon nome o pubblica stima”.

L’onore è probabilmente l’intransigente, inflessibile esigenza di avere una grande stima di noi stessi e di far sì che gli altri abbiano di noi la medesima stima. È onorato chi vuole avere di sé l’idea di un uomo magnanimo ed è anche disposto a pagare cara – al limite con la vita – la propria immagine pubblica.

Questo sentimento è ignoto agli animali. Se il leone ne fosse capace, non ruberebbe mai la preda alle iene e non accetterebbe che si dicesse in giro: “Il leone è un ladro”. Quella bestia invece sa solo una cosa, che è più comodo rubare che cacciare.

Se il politico fosse un uomo d’onore, avrebbe la preoccupazione di sentire che aderisce a un partito politico non perché spera di ricavarne un utile ma perché ne condivide gli ideali. Tenderebbe a dimostrare che segue un capo politico non perché lo vede come possibile fonte di vantaggi ma perché lo stima e gli ha giurato collaborazione. Rimarrebbe fedele al partito e al capo soprattutto quando sono perdenti e si riserverebbe il diritto di abbandonarli solo quando fossero vincenti.

Come è ovvio, questo quadro non si adatta affatto ai politici che conosciamo. Essi passano da un partito all’altro, da un capo all’altro con la massima facilità, se appena pensano che la fedeltà possa entrare in contrasto con le loro aspettative. Né li giustifica il fatto che gli stessi capi non siano migliori dei loro seguaci: perché l’uomo d’onore è tale per rispetto di sé, non degli altri.

Se in questi mesi abbiamo visto tanti critici di Berlusconi, è perché essi si sono convinti - a torto o a ragione - che la sua parabola volgesse al termine. Dunque, se pure riempiendosi la bocca di belle parole ad uso dei gonzi, si sono affrettati ad essere fra i primi a lasciarlo, magari nella speranza di prepararsi un diverso futuro. Del bene della nazione non importa nulla a nessuno. L’interesse di tutti è quello di identificare quale sia il prossimo carro del vincitore per saltarci su al più presto e in tempo non sospetto. La più patetica è stata Gabriella Carlucci che, fuori tempo massimo, ha tradito il Cavaliere dichiarando pubblicamente di “volergli bene”. Parole che molto hanno consolato Marina e Piersilvio, perché se non gli avesse voluto bene forse gli avrebbe sparato.

Con tutto ciò non si intendono stigmatizzare i “traditori”, come li ha chiamati l’ingenuo Berlusconi. I politici non sono come Cyrano de Bergerac, sono come i leoni. Si intende solo esprimere la tristezza per un dibattito politico che sembra vertere sui problemi della nazione ed è invece un festival dell’interesse più spudorato.

Molti hanno seguito Berlusconi solo perché lo vedevano vincente. Esemplare in questo senso la vicenda degli amici di Fini. Convinti che il Capo fosse finito, lo hanno abbandonato alla fine del 2010; poi, visto che non era così, almeno per il momento, sono tornati indietro. Ora, chissà, faranno ancora dietrofront. Non si dice tutto questo per biasimarli, ché non sono peggiori dei personaggi del centro-sinistra o di qualunque altro partito, ma perché vorremmo tanto che la gente smettesse di essere ingenua, di pensare che l’odio a Berlusconi dipenda da motivi morali e politici o dall’interesse dell’Italia. In realtà quell’uomo è stato odiato perché per troppi era un ostacolo sulla via del potere. Avrebbe anche potuto avere le virtù morali di S.Maria Goretti e le virtù pragmatiche di Cavour.

Chi osserva la realtà pubblica non può evitare un’indigestione di disprezzo per i politici, miserabili come animali della savana, e per il popolo, stupido e idealista come una zitella analfabeta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

9 novembre 2011




permalink | inviato da giannipardo il 9/11/2011 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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