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POLITICA
30 aprile 2010
LA LEZIONE DEL PAKISTAN
ad uso dei buonisti della politica

Viviamo in un’epoca in cui fanno fare un’indigestione quotidiana di morale, di ideali, di legalità. Per questo, se chiedessimo a chiunque: “Perché il Pakistan si è alleato con Bush contro i Taliban?” probabilmente avemmo come risposta: “Perché i Taliban proteggevano i terroristi e maltrattavano la popolazione”. Una risposta ingenua. I più colti e i più avvertiti risponderebbero: “Perché questo corrispondeva per qualche motivo ai loro interessi. Tutti gli Stati agiscono solo nel proprio interesse: è l’égoïsme sacré, il sacro egoismo di cui si parlava una volta”. Naturalmente questo punto di vista è infinitamente più serio di quello delle anime belle. È rispettabilissimo e normalmente il più valido, ma nel caso specifico è ancora “troppo buono”.
Su Stratfor, la stimatissima rivista americana di geopolitica, il 28 aprile 2010 è comparso un articolo firmato da Peter Zeihan dal titolo “Three Points of View: The United States, Pakistan and India”, in cui apprendiamo fra l’altro come mai il Pakistan - un paese musulmano che è nato proprio per essere musulmano - si sia trasformato nel migliore alleato degli Stati Uniti contro i Taliban.
Scrive Zeihan (1) che: dopo gli attentati dell’11.9.2001 “L’allora segretario di Stato Colin Powell chiamò l’allora presidente pakistano Gen.Pervez Musharraf per informarlo che egli avrebbe assistito gli Stati Uniti contro al Qaeda e, se necessario, contro i Taliban. La parola-chiave, qui, è “informarlo”. La Casa Bianca aveva già parlato con i leader di Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele e, soprattutto, India, e ne aveva avuto il consenso. A Musharraf non si dava la scelta, nella questione. Gli si rendeva chiaro che se rifiutava l’assistenza, gli americani avrebbero considerato il Pakistan una parte del problema piuttosto che una parte della soluzione, e tutto questo con la benedizione della comunità internazionale”. Naturalmente l’imposizione non poteva far piacere a Musharraf, ma il suo Paese non aveva scelta. Per questo, “il Pakistan si apprestò ad obbedire non soltanto per paura degli americani, ma anche per paura di un possibile e devastante schieramento di Stati Uniti ed India contro il Pakistan riguardo al terrorismo islamico nel solco degli attacchi di militanti del Kashmir contro il parlamento indiano che condusse quasi alla guerra l’India e il Pakistan a metà del 2002. Per tutto questo il governo di Musharraf si adeguò, ma soltanto nella misura in cui poteva permetterselo, data la sua posizione delicata (2)”.
Come si vede, nessun grande ideale, nessuna condivisione politica sulla necessità di combattere un fenomeno orribile come il terrorismo, nessun preciso interesse del Pakistan: puramente e semplicemente una pistola puntata alla tempia. Una minaccia non solo dei malvagi Stati Uniti, ma anche della Francia, della Gran Bretagna, e perfino della Cina, così a lungo terzomondista. “O fai come diciamo noi, quali che siano i costi che dovrai pagare, o guai a te”. Con buona pace della sovranità del Pakistan.
Riportiamo l’episodio per irridere i molti che, quando si discute di politica internazionale, obiettano che ciò che viene loro citato, riguarda il passato. “Oggi cose del genere non sono più possibili”, dicono. In realtà gli Stati si comportano fra loro come bestie selvagge. Finché è sazio, il leone guarda distrattamente la gazzella che gli passa vicino; viceversa qualunque animale, anche un erbivoro, se si sente in pericolo di vita, diviene feroce. Il facocero è un suino ed evita i predatori: ma se è costretto a difendersi, può essere pericoloso per qualunque animale. Nel caso del terrorismo islamico, dopo l’11 settembre del 2001, si è avuta la combinazione più esplosiva: non si è sentito in pericolo di vita il facocero, ma addirittura l’elefante. In quei giorni, ascoltando le parole di George W.Bush, si è capito che non ci sarebbe stata tolleranza per nessuno. Il pachiderma statunitense, ferito e spaventato, avrebbe attaccato chiunque e tutti avrebbero fatto bene a non mettersi di traverso, perché il carro armato della Casa Bianca gli sarebbe passato addosso senza pietà.
La politica internazionale non è ciò di cui si ciancia all’Onu; non è ciò che si legge sui giornali, quando si discetta di diritto internazionale, di rispetto della sovranità dei popoli, ecc.: tutte le regole della buona creanza valgono quando la casa non va a fuoco. Quando il pericolo è mortale, sopravvive solo il più forte; e se per farlo deve uccidere, lo farà. Inutile illudersi.
A volte l’alternativa non è tra guerra e trattativa, come credono molti, ma tra guerra e morte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2010


(1) “Then-U.S. Secretary of State Colin Powell called up then-Pakistani President Gen. Pervez Musharraf to inform him that he would be assisting the United States against al Qaeda, and if necessary, the Taliban. The key word there is “inform.” The White House had already spoken with — and obtained buy-in from — the leaders of Russia, the United Kingdom, France, China, Israel and, most notably, India. Musharraf was not given a choice in the matter. It was made clear that if he refused assistance, the Americans would consider Pakistan part of the problem rather than part of the solution — all with the blessings of the international community”.
(2)Pakistan complied not just out of fears of the Americans, but also out of fears of a potentially devastating U.S.-Indian alignment against Pakistan over the issue of Islamist terrorism in the wake of the Kashmiri militant attacks on the Indian parliament that almost led India and Pakistan to war in mid-2002. The Musharraf government hence complied, but only as much as it dared, given its own delicate position.

POLITICA
29 aprile 2010
NOTA TELEGRAFICA: I PRINCIPI DI BOCCHINO
Italo Bocchino con le sue dimissioni sperava, chissà perché, di obbligare alle dimissioni anche Fabrizio Cicchitto. Purtroppo per lui è subito risultato chiaro che non esistevano né ragioni giuridiche né intenzioni politiche, per questo esito. A questo punto, confermando che la realtà a volte presenta vicende che i romanzieri non scriverebbero, per paura dell’inverosimiglianza, Bocchino ha tentato di ritirare le dimissioni, senza riuscirci. Ha ottenuto questa risposta da Cicchitto: “Caro Italo, alla tua lettera di dimissioni fa seguito una tua nuova lettera (preceduta da pubbliche dichiarazioni non proprio distensive) con cui pretendi semplicisticamente e con motivazioni astruse e non condivisibili di ritirare le tue dimissioni, apparse su tutti i giornali e televisioni con voluto effetto mediatico”.
Quest’uomo non ha capito che ci sono gesti che non si possono revocare. pena la perdita della credibilità e della dignità.
Una volta, discutendo per una certa somma, un tizio insisteva a dire: “Non è per il denaro, mi creda: è per il principio, è per il principio, è per il principio …” Finché l’altro, spazientito, gli disse: “Senta, io invece discuto proprio per questo denaro. Me lo dia ed io le do ragione sul principio”. A questo punto il primo avrebbe dovuto cedere, se avesse avuto rispetto per le proprie parole: ma non l’aveva.
Non era l’unico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 aprile 2010


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POLITICA
29 aprile 2010
VOLTAIRE HA DESCRITTO FINI?
La tempesta si allontana. Il cielo è ancora nuvolo, i tuoni brontolano lontano, e tutto è ancora zuppo: ma possiamo chiudere l’ombrello. Poco fa sembrava fossimo alla vigilia della fine del mondo, ora sotto una nuvola ad ovest c’è un buco azzurro. Ha proprio ragione il proverbio: buon tempo, cattivo tempo non dura tutto il tempo.
Dopo il temporale bisogna però vedere se la casa ha riportato danni, se ci sono infiltrazioni d’acqua, se c’è il rischio che si creino cortocircuiti. È questo ciò che avviene nelle case in cui abitano persone ragionevoli: nella realtà però, mentre “i grandi” si occupano delle cose serie, i bambini scendono in giardino per saltare a piedi uniti nelle pozzanghere, e sporcarsi, e farsi male. Sono irresponsabili.
Voltaire ha scritto da qualche parte che non è vero che gli uomini agiscono sempre per interesse: se fosse così, “ci sarebbe modo di mettersi d’accordo”. Intendeva ciò che due secoli dopo ha esplicitato Carlo Cipolla: “il delinquente danneggia gli altri ma avvantaggia se stesso, mentre il cretino, oltre a danneggiare gli altri, danneggia anche se stesso”. E con lui, concluderebbe il filosofo francese, non c’è modo di mettersi d’accordo.
Nel centro destra, dopo il temporale, c’è un momento di silenzio irreale. Ci si chiede se tutta quell’acqua rovinerà il raccolto, se lo favorirà o se, semplicemente, tutto andrà come prima. Ci si domanda se è un incidente di percorso o una catastrofe. Se in autostrada si ha una foratura, si cambia la ruota, ma se il motore si spegne e non c’è modo di riavviarlo, non è soltanto una seccatura: è un problema serio. Arriverà, il carro attrezzi? I meccanici metteranno rimedio all’inconveniente? E se invece di essere una sciocchezza fosse un guasto serio? Il viaggio sarebbe finito.
È quello che tutti i politici attendono di sapere.  
Molto dipenderà da ciò che decideranno di fare Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e l’intero Pdl, ma molto dipenderà anche e soprattutto da Gianfranco Fini. L’uomo è intelligente e lo ha molte volte dimostrato; ha un pessimo carattere ed ha dimostrato anche questo; purtroppo il suo cattivo carattere è talmente forte da indurlo occasionalmente a comportamenti che la sua intelligenza non gli consiglierebbe. Quale lato della sua personalità vincerà? Se prevarrà l’intelligenza, si accorgerà di avere perso lo scontro che ha ostinatamente cercato e ricorderà che chi perde deve innanzi tutto vedere che cosa può ancora salvare. Meglio una sconfitta come quella della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale che una sconfitta come quella dopo la Seconda Guerra Mondiale: solo i pazzi sognano l’intervento delle Walkirie mentre i russi sono già in città.
Il Presidente della Camera, dopo avere fatto la sconsolata conta dei suoi sostenitori, dovrebbe rispondere all’appello del buon senso e adattarsi a riprendere, con maggiore moderazione, il suo cammino di maggiorente del Pdl. Magari dopo un colloquio segreto e a quattr’occhi con Silvio Berlusconi. Sarebbe la soluzione migliore per lui, per il Pdl e per il Paese. Ma – questo è il punto – Voltaire, riguardo a Fini, aveva ragione o torto?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 aprile 2010


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POLITICA
28 aprile 2010
GIOVANNI SARTORI, IL BURLONE
Giovanni Sartori è un vegliardo simpatico. Avrà ottantasei anni a maggio e li porta benissimo. Infatti, cosa che ci spinge ad amarlo, non ha mai perso la voglia toscana di essere mordace e il gusto della beffa. Non sappiamo però se prendere come una burla il fatto che – secondo wikipedia – dal 2008, “è fidanzato con l'artista italiana Isabella Gherardi”. Fidanzato? Poteva andare a convivere con lei senza preoccupazioni: nessuno avrebbe dubitato della loro castità.
Il professore è un’autorità internazionale nel campo della politologia e quando ne scrive lo fa con la semplicità di chi discorre al bar con gli amici. Questa chiarezza e questa mancanza di sussiego ne fanno un grand’uomo. E poiché uno dei più grandi complimenti che si possano fare a qualcuno è quello di prenderlo a modello, ci perdonerà se lo imitiamo e prendiamo in giro proprio lui.
Sartori ha una profonda antipatia per Silvio Berlusconi e non la nasconde certo. C’est son droit, come dicono i francesi; oppure “ne ha facoltà”, come si dice in Parlamento. Ma questo a volte gli fa fare delle figuracce, per un uomo della sua statura.
Sul “Corriere” di oggi (1) scrive infatti: “Faccio sempre fatica, confesso, a seguire la mobilità mentale del Cavaliere. D’un tratto scopre che le correnti sono la «metastasi », il cancro dei partiti”. Scrive questo e si dimostra disinformato. Il Cavaliere infatti citava ironicamente un’autorevole fonte che oggi ha cambiato opinione: Gianfranco Fini. Non è Berlusconi, è Fini che ha qualificato le correnti metastasi e cancro dei partiti.
Ma Sartori, ignorando l’antica opinione del leader di An è così contento della sua irrisione sanitaria, che ci torna su: Berlusconi “ha soltanto potuto decretare, su due piedi, che non solo le correnti in casa sua sono proibite, ma che fanno male alla salute”. Ah ah ah.
Poi prende in giro il Cavaliere perché “non ha mai avuto un partito che si dichiarasse partito”, pure se riconosce che anche a sinistra la parola partito non è più di moda, prova ne sia che essa “si è buttata per un po’ sulla botanica (la Quercia, l’Ulivo, la Margherita)”: e allora, se “un partito vero Berlusconi non l’ha mai costruito né fatto funzionare”, perché non bisognerebbe dire la stessa cosa della sinistra dopo il Pci? L’Italia è dunque senza partiti da vent’anni?
Il bello è che quest’uomo, pur essendo molto fazioso rimane molto intelligente. Per questo, come gli sciocchi mostrano involontariamente la loro imbecillità, lui riesce a mostrare involontariamente la sua intelligenza. Stabilito che le fazioni, le correnti, o “gli spifferi”, come si esprime spiritosamente lui, sono sempre esistiti e sono inevitabili, continua: “Il problema non è, diciamo, di pluralismo interno ma è la virulenza, slealtà e scorrettezza (o meno) con la quale si dispiega”. E questo è il punto. Se le correnti sono interne al partito e i loro dissensi sono garbati o ancor meglio segreti, il conto è uno. Se si parla contro il partito e contro il primo ministro non appena apre bocca, siamo sicuri che siamo in presenza di lealtà e correttezza? È contro questo genere di metastasi (Fini dixit) che si è espresso il Pdl.
Poi Sartori si lancia a parlare delle preferenze e dice cose molto ragionevoli, anche se attribuisce a Pannella un referendum del 1991 che il biancocrinito leader radicale non organizzò e non favorì. E non c’è da stupirsene, al riguardo Berlusconi non c’entra.
Il Professore somiglia a quegli antisemiti viscerali che sono costantemente ragionevoli, a meno che non si parli di ebrei. C’è da chiedersi se Silvio non sia ebreo senza saperlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2010
http://www.corriere.it/editoriali/10_aprile_28/spifferi-correnti-e-preferenze-editoriale-giovanni-sartori_60e491ae-5283-11df-82ed-00144f02aabe.shtml


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POLITICA
27 aprile 2010
ITALO BOCCHINO CON LA KEFIAH
Italo Bocchino si è dimesso. Il perché, se dobbiamo limitarci al contenuto della sua lettera, non è chiaro: c’è molto politichese e poca sostanza.
Chi si dimette, se non lo fa per motivi di salute, di solito cerca di evitare di essere sbattuto fuori. È molto più raro - anche se esiste -  il caso di chi si dimette con l’aria di dire “non mi meritate”: ma non è il caso di Bocchino.
Questo parlamentare, pressoché sconosciuto ai più fino a non molto tempo fa, si è fatto notare in queste ultime settimane per il suo attivismo e il suo estremismo finiano. Nessuno ha dimenticato la focosa serie di invettive rivolte in televisione a colleghi di partito, che certo non ha giovato né a lui né a Gianfranco Fini.
Probabilmente la realtà è che i deputati del Pdl non si sentono più rappresentati da lui e lo stesso Fini avrà creduto opportuno, non essendo ben riuscita l’intemerata, di mettere da parte un signore divenuto segno di contraddizione e motivo di preoccupazione.
Queste sono congetture, ma ci sono anche dei fatti incontrovertibili. Bocchino è convinto che, essendo stato eletto insieme con Cicchitto, se si dimette lui, deve dimettersi anche Cicchitto. Pensa che questo dica l’art.8 del regolamento della Camera e al riguardo spara anche un po’ di latino (per una volta senza errori, si vede che non si chiama Eugenio Scalfari): “simul stabunt simul cadent” (rimarranno in piedi insieme, insieme cadranno). La massima è bella e chiara, ma non è contenuta nel regolamento e non è detto si adatti alla fattispecie. Essere stati eletti nella medesima occasione nulla dice sul fatto che simul cadent. Ché anzi, si può sostenere (e lo sostiene il Pdl, come subordinata) che si debba dimettere il vice, se si dimette il titolare, mentre non ha senso che si debba dimettere il titolare se si dimette il vice. È il vice che deve riscuotere la fiducia del titolare, non l’inverso. Fra l’altro non si può neanche sostenere che il loro lavoro sia svolto in tandem, come un doppio di tennis, sicché se  si cambia uno dei due il team non funziona come dovrebbe: qui il lavoro viene dall’uno in alternativa all’altro.
Ma c’è di più. Anche se, dopo lunga discussione, si dovesse arrivare alla conclusione che Cicchitto deve dimettersi, potrebbe nel frattempo essere finita la legislatura. Il capogruppo infatti, fino ad ora, si è limitato ad un olimpico: “È evidente che il problema delle dimissioni dell'onorevole Bocchino deve essere esaminato anche dal gruppo dirigente del partito”.  Che premura c’è? E comunque l’ufficio stampa del partito fa sapere che: “Nella lettera di Italo Bocchino è contenuta una imprecisione perché l'art.8 del regolamento del gruppo non lega affatto il destino del presidente e del vicepresidente vicario a meno che ovviamente non sia il primo a dare le dimissioni dalla sua carica”. Se il buongiorno si vede dal mattino.
Ma l’on.Italo somiglia ai palestinesi: quanto più perde, tanto più pone condizioni al vincitore. Richiede infatti di convocare un'assemblea del gruppo del Pdl «per dare la possibilità alla minoranza di contare le proprie forze…[e per] rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso”. Senza chiedersi che interesse abbia la maggioranza a questa conta e a queste rivendicazioni. Bocchino è tanto sicuro di sé che, per fare buon peso, chiede anche un incontro con Berlusconi.
L’onorevole ribelle non si rende conto che, come è stato brillantemente detto, non bisogna mai presentare le dimissioni perché “c’è sempre il rischio che vengano accettate”. In secondo luogo, lui non riscuote più la fiducia della maggioranza dei deputati Pdl, mentre Cicchitto è saldamente in sella. Insomma, se si passasse ad un rinnovo delle cariche, come vicecapogruppo sarebbe sicuramente eletto qualcun altro, a partire dal finiano Roberto Menia che proprio questo ha affermato: se si candida Bocchino. “allora lo farò anch'io”.
Siamo al punto che speriamo, nell’interesse di Gianfranco Fini, che Italo Bocchino torni a fare il semplice deputato e parli il meno possibile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 aprile 2010


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POLITICA
27 aprile 2010
GLI EBREI NON ESISTONO
Gli ebrei appartengono al popolo di Israele. Ma che significa “appartenere”? La comunità, indipendentemente dalla nazionalità, riconosce come proprio membro a) chi è figlio di una donna ebrea e poi, eccezionalmente, b) chi si converte al giudaismo (che non è apostolico). Il postulante dunque sarà riconosciuto come membro della comunità non perché israelita osservante ma solo dopo che avrà superato un apposito esame delle autorità rabbiniche. Non basta, per essere ebrei, avere un padre giudeo ed essere di religione ebraica. Fondamentale ed essenziale è che la comunità fornisca il riconoscimento: gli altri eventuali criteri vanno esclusi. Viceversa rimane ebreo anche colui che rinnega la religione, e diviene ateo e perfino antisemita. Queste formulazioni comportano delle conseguenze.
Se il criterio di appartenenza è il riconoscimento della comunità, l'essere ebrei non è né un fatto religioso né un fatto razziale: è un fatto giuridico. Come la nazionalità. Questa infatti nulla dice sulle caratteristiche di una persona, salvo il fatto che il soggetto è iscritto nella lista dei cittadini. E tuttavia gli israeliti rifiutano con sdegno l’ipotesi dell’“ebreitudine” come nazionalità. Sono talmente convinti che l’appartenenza a questo fantomatico “popolo” sia un fatto, che a loro parere – come si è detto - si rimane ebrei anche se si rifiuta tutto dell'ebraismo. Per essere d’accordo con loro sarebbe però necessario identificare un carattere che, come la razza, sia inerente alla persona al di là della sua volontà.  
Il criterio della nascita non è sufficiente. Esso fornisce da un lato connotati giuridici (si è italiani se figli di italiani) e dall’altro connotati fisici (si è negri se figli di negri). Ma dal momento che nessuno sostiene che gli ebrei abbiano speciali caratteristiche fisiche, quella degli ebrei non è una razza. Sono ebrei anche i falasha, neri di pelle. E per questo verso si è obbligati a tornare al punto di partenza, quello che non piace agli interessati: essere ebrei sarebbe un fatto giuridico come la nazionalità.
Come se non bastasse, la trasmissione della qualità solo per via materna lascia interdetti. Potrebbe infatti trattarsi di un principio che fa riferimento a caratteristiche fisiche e genetiche: sapendo che la madre era sempre sicura mentre il padre non lo era mai (per i romani il padre era “il marito della madre”), gli antichi  potrebbero aver voluto essere sicuri che almeno uno dei due genitori fosse ebreo. E questo riporterebbe alle caratteristiche fisiche, se non che una madre ebrea non trasmette al figlio nulla di diverso rispetto a ciò che trasmettono le altre madri. Il figlio non eredita nulla che non possa trasmettere una madre gentile. Sicché dire che il figlio di una donna ebrea è per ciò stesso ebreo è come se si dicesse che chi ha una madre che ama giocare a scacchi sarà scacchista.
A questo punto non si sa più dove sbattere la testa. Normalmente essere ebrei dovrebbe dipendere soltanto dal professare la religione ebraica, ma gli interessati non sono d’accordo; non li turba l’obiezione che una religione non si eredita; non vedono il connotato “giuridico” della necessità del riconoscimento dei rabbini, in caso di conversione; accettano la possibilità delle conversioni dei gentili, e questo non basta a far loro capire che essere ebrei non è un dato fisico. Non è che un bianco che si converta ad essere negro divenga nero di pelle! Arrivano all’assurdo di ritenere ebreo un ateo figlio di una donna ebrea, mentre non considerano ebreo un ebreo ortodosso nato da padre ebreo e madre gentile. Da capogiro.
Gli israeliti sono convinti che l'"ebreitudine" sia un fatto, non un'opinione, e purtroppo questa idea fa torto alla loro intelligenza. Infatti non è molto diversa da quelle degli antisemiti. Il rabbino che dice all'ebreo ateo "tu sei ancora un ebreo" potrebbe sentirsi rispondere: "E tu sei ancora un imbecille ".
Purtroppo, questa idea del fantomatico “carattere indelebile” è stata a suo tempo condivisa da Hitler. Proprio per questo non bastava la conversione al cristianesimo, per salvarli. Ma quel dittatore, almeno, credeva all’esistenza di una fantomatica "razza ebraica": cioè era coerente con una delle sue fantasie di paranoico.
Benché gli israeliti credano che "essere ebrei" sia qualcosa di oggettivo, in realtà è solo  una convenzione non diversa da quella per cui si porta il nome del padre e non quello della madre. Una convenzione che purtroppo contribuisce, con la loro collaborazione, a discriminarli.
Gli ebrei non esistono. Sono persone assolutamente identiche a tutti noi, solo di religione ebraica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2010

POLITICA
25 aprile 2010
LA SINISTRA DANNEGGIA FINI
È notizia di ieri che Bersani “non esclude un dialogo con Gianfranco Fini per affrontare in Parlamento le questioni legate alle riforme ed alla crisi economica e sociale” (Stampa). E non è il solo. In questa sorta di apertura troviamo anche Francesco Rutelli per il quale Gianfranco è “un interlocutore”.  Infine da più parti si è parlato di un rinnovato Cln per sconfiggere l’usurpatore e in questo sodalizio è previsto un posto, ancora una volta, per il Presidente della Camera. A leggere queste dichiarazioni c’è da trasecolare.
Non solo questi signori non si sono chiesti che cosa ne penserebbe la base di vedere fra le proprie file uno che per decenni è stato il fascista capo dei fascisti, ma soprattutto come fanno a non rendersi conto che in questo modo danneggiano drammaticamente la posizione del loro possibile alleato? Come non capiscono che fanno un favore gigantesco a Silvio Berlusconi?
Fini rischia l’espulsione dal partito e la principale accusa che gli rivolge la base è quella di essere un “traditore”. Proprio per negarla egli ha teso a dimostrare in tutte le occasioni che vuole avere un migliore Pdl, non un Pdl perdente; che vuol fare le riforme promesse dal programma, anche con la Lega; che non contesta affatto la leadership di Berlusconi, ecc. Lui cerca in tutti i modi di evitare l’accusa di intesa col nemico e che fanno Bersani, Rutelli e gli altri? La dimostrano. Dicono: è uno dei nostri. Portando acqua al mulino di quelli che lo giudicano una quinta colonna, uno sfascista e soprattutto un traditore.
Non è strano che a stretto giro di posta Italo Bocchino, il superfedelissimo di Fini, abbia risposto: “È una proposta che va respinta al mittente senza se e senza ma: Bersani è un nostro avversario politico. La nostra casa è il Pdl che insieme alla Lega deve continuare a sconfiggere il centrosinistra”. Che sia sincero o no, dinanzi ad una tale monumentale gaffe, per semplici ragioni di legittima difesa, non poteva dire altro.
Bersani e gli altri si sono comportati come un uomo che, corteggiando una signora, dicesse in giro che alle donne basta offrire un paio di cene in un buon ristorante, perché vengano tutte a letto e finiscano col costare meno delle professioniste. Dopo simili dichiarazioni pubbliche, quale donna gli darebbe retta?
Oggi la sinistra dichiara che Fini è pronto ad andare con l’opposizione, certifica che è un traditore  e malgrado le ovvie dichiarazioni di Bocchino la gente potrebbe pensare che gli accordi siano già intercorsi. Un disastro diplomatico. Non c’è da stupirsi che, guidata da simili uomini, la sinistra perda le elezioni. Nel momento in cui il Pdl si comporta in maniera demenziale, essi sembrano volerlo battere in materia di demenza.
La politica a volte è un gioco spietato e persino sleale: ma quando bisogna fare delle carognate bisogna farle sottobanco. Non si devono illustrare platealmente ai mezzi di comunicazione. I leader di sinistra invece si dimostrano peccatori e neppure peccano.
“Con questi uomini perderemo sempre”, gridò una volta il regista Nanni Moretti. Aveva ragione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2010


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POLITICA
24 aprile 2010
FINI E LA PINTA DI FIELE
Normalmente, chi parla di morale in politica fa venire l’orticaria. Non perché sia un metro di giudizio vietato ma perché è estraneo alla politica quanto l’estetica per giudicare un motore. Si può avere un eccellente galantuomo pessimo politico ed un vero farabutto eccellente politico. Nel patto Ribbentrop-Molotov, il miglior politico è stato Hitler: egli infatti riuscì ad ingannare Stalin, che pure diffidava anche della propria ombra e l’avrebbe volentieri fatta uccidere nei sotterranei della Lubianka. In Italia, dopo il famoso “ribaltone”, Scalfaro invitò Berlusconi a “fare un passo indietro”, promettendogli le elezioni a breve e invece queste elezioni gliele fece aspettare un anno e mezzo, dando alla sinistra il tempo di riprendersi e vincere. Agì male? Moralmente sì ma politicamente no. L’ingenuo fu Berlusconi che si fidò di quell’impegno e imparò così a sue spese la triste lezione della politica. Infatti, nella primavera del 2008, quando in molti gli chiedevano un paio di mesi prima delle elezioni per cambiare la legge elettorale, mandò tutti al diavolo.
Tuttavia anche in politica la morale ha diritto di cittadinanza quando influenza i risultati desiderati. Gli antichi romani o i principi del Rinascimento potevano disinteressarsi dell’etica perché anche le loro azioni più turpi erano ignote ai più; oggi la televisione obbliga tutti a tenere in maggior conto i rapporti umani e a comportarsi in modo (almeno apparentemente) decente.
L’intelligenza di Massimo D’Alema e di Gianfranco Fini, come quella di Giuliano Ferrara, è un luogo comune. Ma se i due svettano su tanti altri, come mai la loro carriera non è andata oltre ciò che sappiamo? Questo è uno dei casi in cui il giudizio extra-politico spiega i limiti del successo raggiunto.
Ovviamente ambedue sono stati in primo piano per decenni ed hanno avuto alte cariche: ma rimane da capire come mai Massimo rimanga sempre un ottimate di cui ci si premura di riportare i pareri e cui vengono attribuite infinite trame nell’ombra, senza che sia mai divenuto, come Berlusconi, il personaggio più importante del suo partito. Non è strano che gli sia stato anteposto un inconsistente Dario Franceschini? Anche la sua famosa opposizione a Walter Veltroni dovrebbe umiliarlo, dal momento che il concorrente si è sempre segnalato per la sua incolore banalità. E non è neppure possibile dimenticare che non è mai stato presentato come candidato alla Presidenza del Consiglio: gli è stato preferito persino Francesco Rutelli, detto Cicciobello.
Una delle spiegazioni è forse che D’Alema non ha mai saputo farsi degli amici. La sua arroganza, il sarcasmo che profonde a piene mani finiscono con il fargli perdere gli eventuali sostenitori. Tutti gli vanno dietro per sfruttarne la scia ma gli voltano le spalle appena possono.
Le cose non sono andate diversamente per Fini. Miglior politico di D’Alema, Gianfranco ha saputo sì tenere strette in pugno sia le redini che la frusta del suo partito: ma in tutti questi decenni non si è fatto degli amici. Nessuno ha dimenticato ciò che nel 2005 dicevano di lui, nel bar “La Caffettiera”, La Russa, Gasparri e Matteoli. Un momento di malumore, il loro? Nient’affatto. E si è visto. Una volta che con il Pdl la sopravvivenza politica non è più stata legata al buon volere del Capo, la maggior parte dei suoi si è allontanata da lui. E quando lui, smaniando, ha chiesto sostegno per andare contro Berlusconi, si è ritrovato col classico cerino in mano: i suoi antichi colleghi sono con Berlusconi, un Capo non solo dispensatore di vantaggi, ma anche di cordialità e pacche sulle spalle.
Il Cavaliere infatti non è un angioletto (non sarebbe arrivato dove è arrivato, diversamente) ma si presenta come amico di tutti. Spende più sorrisi lui che una commessa di gioielleria. Perfino quando deve dire no, fa finta di dispiacersene. È il tipo di corridore che dice all’avversario battuto: “Oggi non eri in forma, ecco tutto”. Non umilia nessuno e ricorda sempre che, come narrano le favole antiche, un leone può avere bisogno di un topo. La storia versa questa lezione nella coppa di Fini come generose pinte di fiele.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 aprile 2010

CULTURA
24 aprile 2010
HANNO AMMAZZATO LA FANTASIA
Quand’ero ragazzo amavo la fantasia. Non è una notizia, si dirà: i bambini amano le favole. Il problema è che la fantasia io l’ho amata anche da adolescente e da giovane. Mi incantavano film come “Accadde Domani”, di René Clair, “Orizzonte Perduto” di Frank Capra, “Sogni Proibiti”, di Norman Zenos McLeod, con Danny Kaye, e la prima parte di “La donna che visse due volte”, di Alfred Hitchcock. Dico la prima parte, perché poi il regista esce dal magico per dare una spiegazione razionale.
Non solo questo: fantasticavo per i fatti miei. Immaginavo che da un giorno all’altro il mio gatto si mettesse a parlare; che incontrassi una ragazza meravigliosa che tuttavia s’innamorava di me; che una mattina mi svegliassi io stesso donna; che in un cassetto trovassi un sacco di banconote, e che per quanto ne prendessi, ce n’erano sempre altrettante; che improvvisamente mi accorgessi di essere in grado di fare i cento metri in cinque secondi… Le mie fantasie non finivano mai. Per i miei gusti la realtà era troppo piatta, meccanica, ripetitiva.
Sognavo l’ingresso nella quotidianità dell’incredibile, dell’insolito, del magico, ma non avveniva mai. E un po’ me ne stupivo. Ero ancora credente quando incontrai un prete – padre Corsaro, un notissimo intellettuale della mia città – e gli posi questa domanda: “Padre, dicono che Dio abbia tutte le perfezioni. Dunque avrà anche il senso dell’umorismo. Come mai non ne vedo traccia?” Il vecchio birbante sorrise e rispose: “L’umorismo in Dio? La Trinità”. Battuta brillante e persino blasfema, ma non era la risposta che cercavo.
Anno dopo anno la caratteristica meccanicistica della realtà si confermava. Mai un miracolo, mai un evento soprannaturale, mai qualcosa di cui veramente meravigliarsi. Nulla che inducesse a mettere in dubbio che la vita era esattamente quella vicenda che appariva essere, “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla” (Shakespeare, Macbetch). Gli uccelli non cantano per annunciare la primavera, cantano per delimitare il loro territorio, non diversamente da come i cani orinano. Gli esseri umani muoiono a caso, non sempre vecchi, non sempre perché la Sorte toglie di mezzo un essere nocivo, non sempre per motivi imponenti. Si muove a vent’anni per una distrazione, si muore nella culla per un rigurgito di latte e un purissimo poeta come Franz Schubert muore di sifilide perché è stato costretto a cercarsi l’amore a pagamento. No, veramente non si intravedeva nessuna bacchetta di direttore d’orchestra, a dirigere il tutto; e non si vedeva nessun umorista, capace di giocarci qualche tiro per riderne con noi.
Il risultato di infinite delusioni è stato che, pur continuando ad amare le favole – sono persino andato a leggere le favole di Grimm in tedesco! – non ho più creduto a nulla che non fosse piattamente scientifico. Niente angeli, niente diavoli, niente Ufo, niente Atlantide, niente fine del mondo, niente guaritori (omeopatia inclusa), niente che non sia provato e dimostrato.  Quanto ai fantasmi, ho sempre detto che, se ne incontrassi uno, pur di avere la pace mi direbbe: “D’accordo, come dici tu, non esisto”.
È così che un uomo partito con tanta, tanta voglia di credere a Perrault, non è riuscito a vedere neanche il film Pretty Woman perché almeno, nella favola del francese, Cendrillon è una ragazza di buona famiglia, prima di ridursi a sguattera in cucina; mentre una vera prostituta non può piacere ad un principe, non per il mestiere che fa ma per il suo livello culturale in senso lato. Se una donna è sguaiata all’inizio del film, lo è anche novanta minuti dopo, quando il film finisce.
L’inverosimiglianza ha diritto di cittadinanza quando è chiaramente dichiarata e nobilitata dall’arte. Viceversa un film che si riempie di terminologia falso-scientifica e falso-tecnologica per raccontare storie inverosimili, può annoiare a morte.
La fantasia, non che colorare almeno ogni tanto la realtà, è stata azzerata. Anche quella che mi faceva sognare che il mio cervello sopravvivesse in qualche modo, per seguire questa vicenda umana. Devo proprio rassegnarmi. Non vedrò nemmeno le cose negative, come l’esaurimento dei giacimenti di petrolio. E dire che ero così curioso di sapere come se la sarebbe cavata l’umanità!
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 aprile 2010




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POLITICA
22 aprile 2010
FINI, VICOLO CIECO
Quando la crisi è cominciata, si è detto che la domanda giusta non era “Che cosa vuole fare Gianfranco Fini?”, ma “Che cosa può fare Gianfranco Fini?” E la risposta potevano darla solo i fatti: cioè il numero di deputati e senatori disposti a seguire il Presidente della Camera nella formazione di nuovi gruppi parlamentari. Ora sappiamo che: “Gianfranco Fini non può far nulla”. “I suoi”, o almeno quelli che credeva “i suoi”, sono disposti a manifestazioni di stima e solidarietà, ma a non molto di più. Prima ancora di avere ben guardato le sue carte, Fini ha invitato Berlusconi ad una partita di poker ed ha rilanciato più volte: alla fine il Cavaliere ha visto e lo sfidante ha mostrato scartine.
Sul suo spazio di manovra non avevamo le idee chiare, ma speravamo che almeno lui le avesse. Oggi lo abbiamo ascoltato con attenzione, ma ha dato l’impressione di inanellare critiche fumose, non del tutto aliene dalla retorica più stupida di sinistra, come quando se l’è presa con Feltri, e non ha chiesto niente di concreto. Non ha parlato né di scissione né di gruppi parlamentari. Insomma, non le aveva, le idee chiare. Diversamente non si sarebbe infilato in questo vicolo cieco da cui esce a marcia indietro, molto meno forte di quanto fosse quando vi è entrato. Non gliene è andata bene una. Ha reclamato il diritto al dissenso e molti altri oratori gli hanno ricordato che essi non solo il loro dissenso lo hanno manifestato, ma che Berlusconi si è anche occasionalmente piegato alle decisioni altrui, come nel caso della candidatura per i governatori di Puglia e Lazio. In conclusione, chi è in grado di riassumere in una sola frase la tesi di Fini? Vuole essere libero di dire la sua. E sia. Ma questo comprende i diritto di andare pubblicamente contro il partito che lo ha eletto e gli ha dato la carica di Presidente della Camera? Una domanda cui dovrebbe rispondere la sua coscienza, nel caso ne avesse una.
La spiegazione che si può dare, di tutto questo, è che anche ai più alti livelli si è soggetti all’emotività. Fini per una vita è stato il numero uno superiorem non recognoscens, ha governato il suo partito con pugno di ferro, anche quando l’opposizione interna osava interloquire, e da tutto questo ha tratto l’idea che il suo posto fosse naturalmente il primo. Che potesse vincere contro chiunque: e si è lanciato in questa infelice sortita senza avere prima fatto seriamente i suoi calcoli, convinto che il suo carisma avrebbe fatto miracoli. Narrano gli storici che nell’88 a.C. fu inviato uno schiavo per uccidere Mario, prigioniero, ma questi lo fece fuggire guardandolo negli occhi e chiedendogli: “E tu oserai uccidere Gaio Mario?” Bell’esempio di grande personalità. Ma quale uomo di buon senso si metterebbe volontariamente nella situazione in cui si trovò quell’antico romano? Come essere sicuri che lo schiavo sarà intimidito?
Fini ha dimenticato che Berlusconi non è quel pagliaccio che ama rappresentare la sinistra: è un uomo dalle mille risorse, dalle mille conquiste, dalle mille vittorie. E poco importa quanto meriti quelle mille conquiste e quelle mille vittorie: Napoleone diceva che non voleva solo generali bravi, li voleva “fortunati”: non gli importava come avessero vinto, purché avessero vinto. Berlusconi in questo senso si è sempre dimostrato “fortunato”. Oggi, in più, ha dimostrato di avere unghie molto affilate, come quando ha ricordato a muso duro all’ex amico che martedì non aveva chiesto miglioramenti e dibattiti, ma la costituzione di un autonomo gruppo parlamentare.
La disfatta di Gianfranco è stata totale: non ha ottenuto né la costituzione di gruppi parlamentari autonomi, né il riconoscimento dell’esistenza di una corrente e neppure un buon consenso in seno alla Direzione: undici voti su centosettanta non sono certo un trionfo.
Quello di Fini sembra un caso di titanismo. L’immensa presunzione che spinge all’attacco di chi è più forte, quasi accettando la prospettiva della sconfitta. Cosa molto nobile ed anzi romantica. E infatti, come amava ripetere Montanelli, “la derrota es el blasón del alma bien nacida”, la sconfitta è il blasone dell’anima ben nata: ma è assurda come programma politico. Parlare per un’ora per non dire nulla e per non ottenere nulla, non è il massimo.
È proprio vero che non ci sono qualità e neppure fortuna che bastino a salvare chi è meno forte del proprio temperamento. Questa vicenda ha mostrato a tutti i limiti dell’uomo Fini: ambizioso fino alla paranoia, arrogante, prepotente. Uno che ha scavato un’immensa trappola per farci cadere il Cavaliere e poi ci è caduto lui stesso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2010

CULTURA
21 aprile 2010
RIFLETTENDO E SORRIDENDO
Se hai fortuna al gioco, hai il denaro per l’amore.
La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa perché. Da noi teoria e pratica sono riunite: nulla funziona e nessuno sa perché.
Dopo tutto un uragano è solo aria che ha premura.
Chi non vuole ascoltare deve guardare la televisione.
Meglio una spontanea stupidità che un’intelligenza finta.


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POLITICA
20 aprile 2010
FINIFLOP
Il commento sulla riunione convocata da Gianfranco Fini in vista dell’incontro di giovedì non può che essere fondato su quanto riferito da giornalisti che non hanno assistito al dibattito.  Per fortuna, Repubblica (R) e Giornale (G) concordano in tutto.
La prima, inevitabile osservazione, è che non si parla più di formare gruppi autonomi. Non è un particolare secondario. Con i gruppi, Fini ed i suoi sarebbero stati autorizzati a votare in parlamento contro il governo e in seguito avrebbero perfino avuto diritto al finanziamento: quanto di più vicino ad un autonomo partito politico si possa immaginare. Tant’è vero che in parecchi ne facevano derivare l’espulsione dal partito e nuove elezioni.
Ma è quello che Gianfranco voleva. Subito dopo il famoso pranzo – nessuno l’ha dimenticato - l’unico commento più volte ripetuto da Silvio Berlusconi è stato sostanzialmente: “Fini vuole ad ogni costo costituire autonomi gruppi. Ho tentato in ogni modo di dissuaderlo, gli ho perfino ‘fatto la corte’, ma non ce l’ho fatta. Che agisca come vuole”. E se oggi l’interessato parla diversamente non è perché abbia cambiato idea o gli sia scoppiato un imprevedibile affetto per il Pdl: è perché assolutamente gli mancano i numeri, per quel progetto. I deputati e i senatori ex An sanno che in caso di scissione Fini sarebbe il Segretario del nuovo partito ma loro non sarebbero rieletti alle prossime elezioni. Dunque non hanno negato una firma ad un vecchio amico, ma nulla di più. Non sono matti.
Fini ha subito una pesante sconfitta che non sarebbe stata tale se, sin dal primo momento, avesse chiesto quello che chiede ora. In queste condizioni invece, quand’anche l’ottenesse, se ne tornerebbe a casa con le pive nel sacco: da colui che poteva minacciare di far cadere il governo è passato ad essere il possibile leader della minoranza interna. Non somiglia alla vittoria di Austerlitz.
Scendendo nel particolare, si può giudicare patetico l’inizio di uno dei due articoli: “Resta, ma non tace. Semmai organizza quel dissenso all'interno del Pdl a cui vuol dare voce. Se gli verrà permesso, ovviamente” (R). Come, se gli verrà permesso? Questo significa che non è neanche sicuro di poter costituire una corrente interna legalizzata. Anche il Giornale del resto riferisce: “Se giovedì usciremo… con una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza significa che ci sarà un confronto aperto. Comincerà una fase nuova…. Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza interna". “Se”, “spero”, “consentiti”: insomma non è sicuro che conseguirà nemmeno questo obiettivo minimo. A questo si sono ridotte le idi di marzo?
Viene ancora riferito che abbia detto: “non ho intenzione di stare zitto e farmi da parte” (R). “Non penso a scissioni o a elezioni e non cerco poltrone: ma non ho intenzione di stare zitto e farmi da parte” (G). Dichiarazioni bellicose: ma Berlusconi potrebbe limitarsi a chiedergli: “Per caso sei stato zitto, fino ad oggi? E perché non mi hai detto questo, a pranzo, quando invece parlavi di gruppi autonomi?”
C’è poi la lista delle accuse particolari. Mancanza di proposte precise sulle riforme. E perché non le formula lui? Rapporto con la Lega. Non lo sa che in politica comanda di più chi riesce a comandare di più? Scandalo sulla mafia: "Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la camorra? Come si fa a essere d'accordo?” E così fa finta di non capire che Berlusconi non ha detto che quel romanziere l’abbia vantata: ha solo osservato che l’eccessivo parlare della nostra delinquenza ci rende noti nel mondo come Paese della mafia. Ma Fini è ridotto ad allinearsi con gli squallidi - e volontari - fraintendimenti di “Repubblica”.
 Viene poi parata in anticipo la possibile accusa di tradimento: “nove volte su dieci chi davanti ti dice sempre sì poi dietro ti tradisce”, ammonisce Gianfranco. Ed ha ragione. Solo dovrebbe rispondere a questa domanda: chi ti impedisce di dire no al tuo amico in privato e non in pubblico?
Per il testo firmato, "il solo parlare di scissioni e di elezioni anticipate" è escluso. Niente gruppi autonomi, dunque. Niente scissioni. Niente elezioni anticipate. Niente di niente. Bruto si ripromette soltanto di dire a Cesare che la sua calvizie fa schifo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 aprile 2010

CULTURA
20 aprile 2010
KEEP SMILING
Il bambino torna dal primo giorno di scuola elementare e il padre gli chiede: “Allora, come è andata?” “Uno schifo, dice il bambino. Figurati che le sedie non erano nemmeno imbottite. Se questa è la prima classe!”
Dallo psichiatra: “Dottore, mi aiuti, nessuno vuole parlare con me!”. “Avanti il prossimo!”
“Signore, ma perché hai fatto mia moglie così bella?” “Perché tu l’amassi!” “E perché l’hai fatta così stupida?” “Perché lei amasse te”.
Allo stadio, alla fine della partita, un sorvegliante vede un giovane che si arrampica sulla recinzione. “Ehi tu, gli dice, non puoi uscire come sei entrato?” “È quello che sto facendo”.
In un ufficio del ministero sono in tre, uno lavora e due no. Chi è che lavora? Il ventilatore.
Che differenza c’è fra un pullover e un reggiseno? Il secondo mantiene quello che il primo promette.
Una donna conversa con la vicina sul pianerottolo e le chiede: “Ieri sera c’è stato un incendio a casa tua? Sai, ho visto uscire da casa tua un pompiere…” “Sei proprio scema, risponde l’altra. Io ho visto spesso uscire un militare, da casa tua, e ti ho forse mai chiesto se ci fosse la guerra, da te?”
Una donna nuda chiede un gelato alla stracciatella e il banconista la guarda con gli occhi sbarrati. La donna si spazientisce: “E allora? Non ha mai visto una donna nuda?” “Sì, l’ho vista, non è questo il problema. Mi chiedo dove tiene i soldi per pagare”.
Un uomo in treno si toglie una scarpa e dice, a mo’ di spiegazione al suo dirimpettaio: “Accidenti, credo che il mio piede si sia proprio addormentato”. “Temo lei sia ottimista. A giudicare dall’odore deve essere morto”.


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POLITICA
19 aprile 2010
L'ENIGMA TRASPARENTE DI EMERGENCY

È già molto difficile capire ciò che è vicino e su cui sappiamo tutto, figurarsi ciò che è lontano e su cui sappiamo pochissimo. Nel caso di Emergency in Afghanistan esistono tuttavia tre dati di base che permettono delle deduzioni pressoché sicure. Nei giorni scorsi è avvenuto quanto segue:
1) le autorità afghane hanno arrestato tre collaboratori italiani, oltre ad alcuni afghani, sostenendo di aver trovato nell’ospedale armi ed altro materiale che proverebbe una collaborazione con gli insorti; 2) pochissimi giorni dopo, ciò malgrado, gli arrestati italiani sono stati rilasciati e 3) l’ospedale – su pressione delle autorità afghane e dei militari inglesi, a quanto dicono tutti – è stato chiuso.
L’arresto degli italiani non si giustifica. Se veramente i tre avessero collaborato con i talebani, e se veramente fossero esistite prove obiettive, come il rinvenimento di materiale che dimostrava la loro colpevolezza, i tre non sarebbero stati liberati così presto. Anche ad ammettere che gli indizi fossero poco consistenti, la necessaria indagine per escluderne il valore probatorio avrebbe richiesto più tempo. Non in Italia, dove il metro del tempo giudiziario è l’anno, ma perfino in Inghilterra o negli Stati Uniti, in cui si tende a non tenere in galera gli imputati. E fra l’altro, nei Paesi anglosassoni, anche quando qualcuno è rilasciato su cauzione, gli si impone di rimanere a disposizione della giustizia: invece i tre italiani stanno per tornare in Italia di gran carriera. La conclusione – che Gino Strada gridava prima ancora di disporre di qualunque dato – sembrerebbe essere che i tre sono platealmente innocenti e che qualcuno ha creato false prove a loro carico.
Ma c’è un fatto che ribalta la prospettiva: l’ospedale è stato chiuso, e non per caso. Sul Corriere della Sera l’articolo di Fiorenza Sarzanini ha questo titolo: “Le condizioni per il rilascio: non riaprire l’ospedale”. Sulla Stampa, un giornalista che immaginiamo locale, Syed Saleem Shahzad, comincia così il suo articolo: “La loro libertà in cambio della chiusura dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah”. E gli altri quotidiani sono più o meno sulla stessa linea. Il fatto è significativo. Nessun Paese in guerra rifiuta l’aiuto che può dare un’équipe medica, soprattutto se, secondo le parole di Shahzad, “Quello di Emergency è di fatto l’unico ospedale attrezzato di tutta la provincia”. Né sarebbe motivo di ostilità il fatto che vi siano curati dei talebani, dal momento che è un dovere – quanto meno quando la guerra è fra eserciti regolari – curare i nemici feriti. Dunque l’ospedale non è stato eliminato né per la collaborazione dei tre italiani con i talebani – diversamente essi non sarebbero stati rilasciati – né per la sua attività sanitaria. Il fatto è avvenuto perché sia le autorità di Kabul, sia gli alleati inglesi reputavano che esso era un centro di collaborazione col nemico. Chissà, forse si è parlato della scoperta di armi solo perché bisognava trovare un pretesto per chiuderlo: è chiaro che il problema non era e non è di diritto penale. In un caso del genere le autorità non hanno il dovere di istruire un processo e dimostrare la responsabilità degli imputati ai sensi del codice: il primo dovere nasce dalla protezione dei propri soldati e dalle necessità della guerra. Insomma le autorità di Kabul e gli alleati inglesi erano convinti che l’ospedale di Emergency era un centro di sostegno per i talebani e per questo hanno fatto sì che chiudesse.
La conclusione è che male ha fatto Gino Strada a stracciarsi le vesti, proclamando l’innocenza di persone di cui non sapeva nulla di preciso. Ha solo presunto che i suoi amici non potessero essere colpevoli, mentre Kabul ha dimostrato la convinzione assolutamente opposta, in questo sostenuto da europei, come gli inglesi, che non sono gli ultimi, nella mentalità garantista.
Forse non si poteva dimostrare la colpevolezza dei tre italiani: e infatti sono stati rilasciati. Ma non si può neanche dimostrare l’innocenza di Emergency: e infatti l’ospedale è stato chiuso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2010

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CULTURA
18 aprile 2010
RIFLETTENDO E SORRIDENDO
Le macchie d’unto vengono come nuove se uno regolarmente ci fa cadere sopra un po’ di burro fuso.
Non basta non avere idee: bisogna anche avere la capacità di non esprimerle.
Fai qualcosa per la tua patria: emigra!
C’è vita, prima della pensione?
Signore, ti prego, non perdonarli, ché sanno perfettamente quello che fanno!
Se ti vuoi rovinare la giornata, guardati allo specchio.
Se il sole sorge ad ovest, ti conviene controllare la tua bussola.


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POLITICA
16 aprile 2010
FINI: LA DOMANDA GIUSTA
Nelle infinite discussioni provocate dal comportamento del Presidente della Camera, nei mesi recenti, la domanda cui tutti hanno cercato di dare una risposta è stata: “Dove vuole andare Gianfranco Fini?”
Il quesito è divenuto ancor più pressante oggi, cioè nel momento in cui si reputa che si sia conclusa una fase ma non si sa quale si stia aprendo. E tuttavia non è detto che quella sia la domanda giusta.
Fino ad ora, alle punture di spillo, ai distinguo e al continuo controcanto non seguiva nessuna azione concreta: la discussione era accademica. Oggi le cose sono cambiate e l’interrogativo non deve più essere “Che cosa vuole fare Fini?”, ma “Che cosa può fare Fini?”
Nel momento in cui si dichiara una guerra l’intenzione di tutti i partecipanti è quella di vincere, ma l’attenzione degli osservatori si concentra sulle forze in campo: quanti mezzi corazzati, quante navi, quanti aerei?
Nel caso presente tutto si riduce a sapere quanti deputati e quanti senatori sono disposti a seguire il Presidente della Camera. Finché non sarà stato chiarito questo punto sarà inutile stare a discutere. Forse proprio a questo servono le famose quarantotto ore di cui si è parlato: a fare la conta, dal lato di Fini come dal lato di Berlusconi. Sono i terzi, i “peones”, cioè i semplici parlamentari, quelli che decideranno. Magari votando con i piedi, cioè andando con l’uno o con l’altro.
A questo riguardo bisogna subito sgombrare il terreno da un’illusione. I peones non decideranno sulla base della validità delle obiezioni di Fini, ma sulla base delle conseguenze sul loro personale futuro. “Nel 2013, se non sarò sostenuto dal Pdl, quante probabilità avrò di essere rieletto?”, “Se Fini riuscisse a rovesciare il governo e a formarne un altro, che posto vi avrei io, a me che cosa darebbe?”
È per tutte queste ragioni che l’iniziativa di Fini continua a lasciare perplessi. Berlusconi il potere l’ha già ed è in grado di dispensare favori, Fini no. Non parliamo poi dei maggiorenti ex An, oggi capigruppo o ministri: quale follia dovrebbe spingerli a lasciare il certo per l’incerto?
Purtroppo se si vuole capire la storia bisogna sempre lasciare largo spazio alla stupidità e alla follia. Per questo bisogna aspettare la fine delle quarantotto ore, quando si potranno contare le forze in campo e sapere se Gianfranco Fini è un visionario, un profeta capace di spingere lo sguardo lontano come nessun altro, o è solo un frustrato rancoroso che, pur di fare un dispetto a chi magari l’ha beneficato, è disposto a danneggiare se stesso e chi gli va dietro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2010


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POLITICA
15 aprile 2010
BERLUSCONI E LA NIKE DI SAMOTRACIA
Tempo fa, chi sosteneva che spettacoli come quello di Michele Santoro portano voti a Silvio Berlusconi sembrava fare una battuta. E invece a poco a poco è andato aumentando il numero di coloro per i quali l’antiberlusconismo è un pessimo affare, una politica sterile che non conduce da nessuna parte. A suo tempo lo ha affermato, forte e chiaro, Walter Veltroni: ma il partito non l’ha seguito. Suggestionato da Di Pietro, ha continuato ad innaffiare quotidianamente la quercia dell’antiberlusconismo sui giornali politici, negli spettacoli, nelle interviste, nei talk show, dovunque: e la sinistra è andata sempre più indietro.
L’insistenza di tanti esponenti del Pd su questa linea, malgrado i rovesci, è stata probabilmente determinata dal fatto che l’antiberlusconismo è l’ultima incarnazione di una vecchia tendenza vincente del Pci: quella di scegliere una linea politica, se possibile condensata in un paio di parole, e ripeterla sempre, costantemente, instancabilmente, fino a renderla una sorta di innegabile luogo comune. Un esempio si ebbe nel 1953, con la proposta democristiana di un premio di maggioranza: quello stesso che dal 2006 al 2008 ha consentito a Romano Prodi di non avere problemi nella Camera dei Deputati. Al Pci però il marchingegno non conveniva e dunque vi si oppose con tutti i mezzi. Ma non lo fece spiegando la norma e mostrandone i difetti: ne diede soprattutto una definizione. Parlò di “legge truffa”su tutti i toni, in Parlamento, nelle piazze, sui giornali e alla radio, con una tale insistenza che la proposta fu rigettata. E l’Italia per molti decenni ha conosciuto solo governi precari.
Il sistema col tempo ha cominciato a perdere efficacia. L’implosione dell’Unione Sovietica ha tolto valore a parecchi dogmi, l’informazione è aumentata e, cosa ancora più grave, la sinistra, andando al governo, ha deluso molti elettori: ma non ha rinunciato alla tecnica della ripetizione infinita. È dal 1993, per esempio, che parla del “conflitto d’interessi” di Berlusconi, senza mai indicare un provvedimento che sia stato adottato per favorire economicamente il Presidente del Consiglio. È andata due volte al governo e non ha votato una legge in materia: ma non per questo i suoi uomini hanno smesso di parlarne, anche se gli italiani hanno smesso di ascoltarli. L’attacco è anzi continuato con mille espressioni convergenti: il Premier è un mafioso, un corruttore, uno che va al governo per interesse, uno che impone leggi ad personam, un dittatore tendenziale, un pericolo per la democrazia, la causa di una società immorale, “il male assoluto”. La pratica in qualche caso ha avuto successo: per esempio in occasione del referendum riguardante la riforma costituzionale del 2005. Tecnicamente era un testo non alla portata di tutti gli elettori ma conteneva riforme che sarebbero state utili all’Italia (prova ne sia che alcune di esse oggi le propone il Pd): la sinistra, però, per fini politici, senza indicare i difetti del provvedimento, disse e ripeté che quella riforma era cattiva perché l’aveva voluta il Cavaliere e il risultato fu l’annullamento. Forse tuttavia si è trattato del canto del cigno.
L’idea - ripetuta da tutti e sempre - che se una cosa la fa Berlusconi è cattiva, perfino quando dà una casa ai terremotati dell’Aquila, alla fine ha stancato. È divenuta una sorta di rumore di fondo. Né dimostra qualcosa il successo di Di Pietro: lui infatti può essere felice delle briciole dello scontro, mentre il Pd vorrebbe tornare al governo e non ci può certo arrivare seguendo questa linea.
Nell’ultima tornata elettorale si è molto discusso dell’eredità di Berlusconi, come se fosse morto; dei drammatici contrasti nel Pdl; della parabola declinante del centro-destra, e invece – brusco risveglio - i risultati sono stati assolutamente sconfortanti per la sinistra. Il Cavaliere, che si era rappresentato simile alla famosa statua del Gallo Morente, è riapparso vivo, incombente e vincitore come la Nike di Samotracia.
La sinistra dovrebbe cambiare rotta. La gente bada alla concretezza - per esempio alla pulizia delle strade di Napoli - e Berlusconi non può essere eliminato con slogan negativi. C’è anzi il rischio che la prossima volta, se ci sarà un referendum, l’elettorato confermi la riforma costituzionale in base al principio che, “se l’ha voluta Berlusconi, sarà una cosa buona”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010

POLITICA
14 aprile 2010
NUCLEAR SECURITY SUMMIT

Le armi nucleari sono una realtà dal 1945. In quel momento la scelta fu fra uccidere centinaia di migliaia di innocenti con l’atomica oppure farne morire molti di più con la prosecuzione della guerra: a cominciare dai giapponesi, disposti a combattere tutti fino alla morte.
La decisione, vista con gli occhi della storia, assume tuttavia un altro significato: l’atomica può essere usata se si ritiene che sia il caso di usarla. Ed è abilitato a dare questo giudizio lo stesso governo che detiene la bomba. Se Tehran, pervenuta al possesso dell’arma, reputasse che è un imperativo divino quello di distruggere Israele, quand’anche questo dovesse costare la vita di metà degli iraniani per via dell’inevitabile e crudelissima rappresaglia israeliana, non ci sarebbe modo di frenarla su questa china. E che avverrebbe se dell’atomica venisse in possesso al Qaeda? In questo caso, a fronte del taglio della testa del serpente (New York City, per esempio), non ci sarebbe neppure un paese da annientare per rappresaglia.
Viene in mente la “legge di Murphy”: “se qualcosa può andare storto, lo farà”. Questa regola non è una battuta.  Se un meccanismo ha una probabilità su mille di guastarsi, è chiaro che dopo mille, duemila o tremila volte, fatalmente si guasterà. E l’ipotesi del cattivo uso dell’atomica è rappresentato da una frazione ben diversa e allarmante: non uno su mille ma uno su venti, su trenta, sia pure quaranta: ma, viste le conseguenze, c’è da essere atterriti.
In queste condizioni il problema non è che cosa fare SE qualcuno farà un uso folle dell’atomica, ma che cosa fare QUANDO ciò avverrà. E se, contro la legge di Murphy, c’è un modo per rendere l’ipotesi impossibile.
La bomba atomica in sé non è un pericolo: da sessantacinque anni in qua non ha provocato nessun massacro. Il pericolo è rappresentato dal dito che sta sul grilletto. Per questo, non essendoci necessità di togliere l’atomica a quelli che già l’hanno, la soluzione consiste nell’impedire a qualunque costo che altri se la procurino. Le potenze atomiche dovrebbero concordare di infliggere sanzioni durissime al Paese che provasse a fabbricare quell’arma; non bastando, dovrebbero bombardarlo; invaderlo; distruggere intere città sospettate di costruire l’atomica, magari con una propria atomica. Ma questa tesi fa accapponare la pelle e fa salire alle labbra una folla d’obiezioni.
È evidente che dall’oggi al domani tutti i Paesi non in possesso dell’atomica sarebbero a sovranità limitata: come far accettare questo principio alla Germania o al Giappone, che si vedrebbero in sottordine rispetto al Pakistan? Inoltre l’intervento per “punire” uno Stato potrebbe derivare non dalla effettiva necessità di impedire la proliferazione nucleare, ma essere deciso, in malafede e a freddo, solo nell’interesse dei Paesi atomici. Infine dinanzi all’intervento violento e al grande massacro di innocenti, ci sarebbe una sollevazione dell’opinione pubblica internazionale. E tuttavia queste non sono le maggiori difficoltà.
In teoria si potrebbe giungere ad una formulazione del tipo: “nessun altro si deve procurare l’atomica”, ma in concreto, quando fosse il caso di agire contro un singolo Stato, è difficile ipotizzare una concordia – per non parlare di unanimità – delle potenze interessate. L’intera storia dell’Onu è piena di contraddizioni, dispetti, veti. Una cosa è biasimare, intimare, minacciare, un’altra è mandare un corpo di spedizione a combattere e morire. In questi casi vale sempre il principio “armiamoci e partite”. L’ipotesi della polizia internazionale, prima ancora di essere antidemocratica e contraria all’umanità, è tecnicamente impraticabile.
Meno male, dirà qualcuno. Ma la conclusione è che avremo un Iran che potrebbe lanciare un’atomica su Israele o magari, chissà, passarla sottobanco ad al Qaeda.  In quel momento rimpiangeremmo di non avere impedito in qualunque modo il disastro, quando ancora eravamo in tempo per scongiurare la legge di Murphy.
Questo destino dell’umanità è ben rappresentato, con amaro umorismo, da Jean Giraudoux in “La Guerra di Troia non avrà luogo”. Ettore sa che la guerra sta scoppiando per un motivo futile; sa che provocherà un numero altissimo di morti e distruzioni; cerca in ogni modo di farlo capire a tutti, ma la combinazione fra retorica, stupidità, bei sentimenti, patriottismo e capacità di auto illudersi fanno sì che alla fine la guerra scoppi. Per i begli occhi di Elena.
Beati i vecchi: sono gli unici che hanno parecchie speranze di non verificare personalmente la validità della legge di Murphy.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010


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POLITICA
13 aprile 2010
C'È RICONOSCIMENTO E RICONOSCIMENTO
L’antefatto è semplice: tutti guardiamo distrattamente la faccia dei conduttori di telegiornali, ma fra loro essi si battono a morte per avere l’onore di tenerci compagnia all’ora di cena; e quando, sia pure dopo decenni di conduzione, sono rimossi per faro posto a qualcun altro, protestano a gran voce, accusano il direttore di testata, chiamano gli dei dell’Olimpo e quelli degli Inferi a testimoni della loro tragedia.
Abbiamo letto qualche giorno fa delle parole forti e acide della biondissima Maria Luisa Busi, su “la Repubblica” (un giornale d’opposizione, come se la sua protesta fosse un avvenimento politico), e sono di stamattina le parole di Tiziana Ferrario, in una lettera aperta ai colleghi. Leggiamo sul “Corriere”:  “La nostra redazione non era mai scesa così in basso”,  “L’ambizione di alcuni di voi e la paura di altri vi impedisce di parlare apertamente”.  Contraddicendo i dati degli ascolti afferma: “Non vedo più scoop da tanto tempo, abbiamo perso credibilità”. Insomma, la Busi e la Ferrario non compaiono in video e la civiltà occidentale sta crollando: urge nuovo Edward Gibbon.
La vicenda è ridicola senza essere divertente. La Busi appariva nel telegiornale da molto tempo, la Ferrario addirittura da ventinove anni (mentre Bruno Vespa ci rimase in tutto sei) e gli avvicendamenti sono normali. Come ha detto il Reprobo Direttore Augusto Minzolini: “Ho fatto quello che andava fatto molto prima”. Dov’è la tragedia?
Ma questa è piccola cronaca. Poco importa se quegli avvicendamenti fossero opportuni o inopportuni. Anzi, per fare contente le due signore, facciamo che fossero inopportuni. E con questo? Val la pena di scomodare Spengler e il suo “Tramonto dell’Occidente”? Avremmo capito che le due giornaliste spiegassero come qualmente subivano un’ingiustizia e in che senso fossero ancora le migliori per quell’incarico, ma dire che “la redazione non era mai scesa così in basso” fa francamente ridere.
Se anche facciamo l’ipotesi che realmente le due fossero di un livello assolutamente al di sopra della media, le loro parole non sarebbero ugualmente giustificate.
Ben poche persone – reputiamo – pensano che Tiziana Ferrario e Maria Luisa Busi avranno nella storia la fama e la considerazione di François-René de Chateaubriand. Quest’uomo, un artista di immensa influenza letteraria e un politico di altissima rilevanza, fu tuttavia afflitto da una troppo acuta coscienza dei propri meriti; al punto che il patriarca della letteratura francese Gustave Lanson lo irride, alla lettera, riferendo che nei Mémoires d’Outre-Tombe lo scrittore conclude alcuni capitoli con queste parole: “E se fossi morto in quel momento: se non ci fosse stato Chateaubriand? Quale cambiamento nel mondo!”
Insomma, neppure Chateaubriand può pretendere di dire frasi del genere. Può darsi che il diritto di dirle sia attribuito alle signore Busi e Ferrario dai sindacati e dalla Federazione Nazionale della Stampa: ma certo non glielo attribuirebbe Gustave Lanson buonanima. E neppure chi ha buon senso.
La nostra epoca è afflitta da “idola” inconsistenti e prevalentemente visivi. Uno dei massimi meriti è l’apparire. Probabilmente i conduttori dei telegiornali sono felicissimi quando qualcuno li riconosce per la strada e temono, allontanandosi dal video, di scendere al livello dei comuni mortali. Non capiscono che l’essere riconosciuti è un assoluto nulla. L’interesse manifestato dagli occhi, il sorriso che appare, sono solo una sorta di riflesso condizionato. Come quando nella folla qualcuno grida il nostro nome e ci voltiamo, per poi scoprire che chiamavano un nostro omonimo.
Ciò che bisogna conquistare, se bisogna conquistare qualcosa, non è il riconoscimento nel senso di “sapere chi è”, cosa che ha ottenuto anche Al Capone, ma il riconoscimento nel senso di “stima”. E questa non deriva dall’aspetto: diversamente Talleyrand, zoppo, e Toulouse-Lautrec, storpio, varrebbero infinitamente meno di Maria Luisa Busi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2010

CULTURA
12 aprile 2010
RIFLETTENDO E SORRIDENDO
È pagando che si sciupa la maggior parte del denaro.
Quando una donna non ti parla, è che ha qualcosa da dirti
Dopodomani lei riceverà il mio „forse „ finale.
Chi si appresta ad attraccare nel porto del matrimonio, dovrebbe prima prenotare un giro del porto.
Chi onora il centesimo non vale nulla per il mercato.
Molte lepri sono la morte del cane.
Quando ero piccolo pensavo che il denaro fosse la cosa più importante, nella vita. Ora che sono adulto so che è vero (Oscar Wilde).


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POLITICA
11 aprile 2010
SMOLENSK: LA STORIA AVANZA A TENTONI
In occasione dell’incidente aereo in cui è morto il Presidente polacco in molti hanno cercato una qualche simbologia nel fatto che proprio a Katyn andasse la delegazione polacca. Altri hanno ripercorso le molte occasioni di sospetti e rancori fra polacchi e russi e la sostanza ultima di tutto ciò si riassume in un interrogativo: si tratta solo di un incidente?
Quando si verifica un grande avvenimento si ha tendenza a cercare di coglierne il senso. Si pensa che esso sia l’inevitabile risultato della realtà precedente o la svolta imposta alla storia da Qualcosa o Qualcuno. Riesce difficile accettare che conseguenze gravissime possano avere cause insignificanti e – per così dire – cieche.
A volte questa idea è giustificata. Il fatto che in Russia si sia passati, dall’oppressivo regime zarista, all’ancor più oppressivo regime staliniano, consente di pensare che quegli eccessi siano potuti dipendere non solo dall’animo criminale di Stalin ma dalla natura del territorio, dalla sua storia e dall’immaturità dei russi riguardo alle libertà democratiche.
Viceversa anche avvenimenti importantissimi hanno cause sproporzionate ed insignificanti. Può darsi che gran parte della storia della metà del Ventesimo Secolo sia dipesa dal fatto che Hitler non sia stato ammesso all’accademia di pittura di Vienna. Se fosse riuscito a divenire un artista apprezzato e avesse smesso di essere uno sbandato morto di fame, Adolf non avrebbe pensato alla politica. Decine e decine di milioni di persone sono morte per il giudizio estetico sui quadri di un oscuro austriaco.
In tutto questo c’è solo una stupida casualità. Quella stessa che fece spostare lo stesso Hitler dal tavolo dinanzi al quale stava durante l’attentato di von Stauffenberg. Fosse morto in quel momento sarebbero stati ancora risparmiati all’Europa infiniti lutti ed enormi distruzioni.
La Storia va avanti alla cieca e malgrado le loro straordinarie conseguenze, gli avvenimenti sono a volte il risultato del caso o della follia. Proprio per questo bisogna essere molto prudenti, nel saltare alle conclusioni
Nel caso di Smolensk i sospetti sono fuor di luogo. Cercare di uccidere qualcuno simulando un incidente è un metodo incerto e, per così dire, sconsigliabile. Quando Panagulis morì in un incidente d’auto Oriana Fallaci dichiarò subito: “Me l’hanno ammazzato”. Ma il potere, in Grecia, avrebbe avuto cento altri modi ben più sicuri, per sbarazzarsi di Panagulis. Fra l’altro, egli era al volante dell’auto in cui morì e questo basta per rendere poco verosimile la tesi dell’omicidio. Solo nei film la vittima designata scopre che i freni non funzionano più proprio all’inizio di una discesa; solo nei film il protagonista non si difende scalando le marce ed usando il freno a mano o strisciando contro un muro; insomma, solo nei film le cose si mettono nel modo sperato dagli attentatori. Indubbiamente ci sono molte possibilità che il malcapitato si ammazzi ma ci sono almeno altrettante possibilità che se la cavi. Se si vuole ammazzare qualcuno, ci sono metodi più semplici. Chiedere informazioni alla mafia.
Nel caso di Smolensk, gli attentatori non potevano essere sicuri che sull’aeroporto ci sarebbe stata nebbia. Poi avrebbero dovuto trovare un pilota e un copilota disposti a suicidarsi, pur di ammazzare il loro Presidente, e questo avendo sfiorando le cime degli alberi, invece di schiantarsi risolutamente al suolo. Un pilota e un copilota, oltre tutto, indifferenti alla morte di altre novanta persone. È difficile, credere a tutto ciò.
Per come lo conosciamo, il fatto è semplice: un pilota presuntuoso ha disatteso i consigli della Torre di Controllo ed ha sbagliato il percorso di avvicinamento alla pista. Sono errori che si pagano. Non c’è nessuna Nemesi storica e neanche il fatto che l’incidente si sia verificato nei pressi di Katyn ha un significato.
Fra l’altro è sbagliato scrivere – come fanno tutti i giornali – che “un aereo è caduto”. Non è l’aereo che è caduto, è il pilota che l’ha guidato verso il disastro. L’episodio non è significativo neppure per giudicare gli aerei civili di produzione russa. I commenti sono del tutto inutili. Si possono solo esprimere le condoglianze alle famiglie.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 aprile 2010


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CULTURA
11 aprile 2010
RIFLETTENDO E SORRIDENDO
Il fegato s’ingrossa con i doveri.
Chi non ha le idee chiarissime su un problema, dovrebbe almeno avere il coraggio di decidere.
Chi lavora da solo perde la vista d’insieme.
Il cervello presenta fenomeni assolutamente speciali. Lavora dal momento della nascita fino al momento in cui ci si alza per parlare in pubblico.
Ci dovremmo occupare di risolvere i problemi più grandi quando ancora siamo piccoli.
I clienti non vogliono trapani, vogliono buchi.
Chi mette sempre i piedi nelle orme altrui, non ne lascia.
I fatti sono la causa di morte di molte teorie.




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POLITICA
10 aprile 2010
I COMUNISTI SONO BUGIARDI
Jean Rey era arrivato alla conclusione che, in ogni reazione chimica, gli elementi che entrano nella reazione stanno fra loro in proporzioni costanti. Ma non ne era sicuro. Per questo si espresse in forma dubitativa e disse qualcosa come “pressoché costanti”. Poi arrivò Lavoisier che affermò la legge senza tentennamenti: tanto che oggi essa porta il suo nome e nessuno ricorda l’altro scienziato.
Lavoisier è stato  un estremista, nell’esprimere in quel modo le sue conclusioni? Evidentemente no. Il fatto è che la realtà a volte è senza sfumature. Alla domanda: “È il Sole che gira intorno alla Terra o la Terra che gira intorno al Sole?” non si può rispondere “con moderazione”, come quel settecentesco studente di Oxford, che disse: “Talvolta gira il Sole,  talvolta la Terra”.
Naturalmente non si può essere altrettanto netti in altri casi. Per esempio: vale la pena di sposarsi? Dando ragione ai pro e ai contro di Panurgo, Rabelais ha scritto una delle sue interminabili tirate, dicendo una volta sì e una volta no: “E tu allora sposati, e tu allora non ti sposare, e tu allora sposati…”
Ci sono casi in cui la tesi esige mille precisazioni e mille distinzioni ma ce ne sono altri in cui è lecito avere convinzioni ferme e nette. Se uno è stato imbrogliato da un amico una, due, tre volte, lo si può biasimare se infine non gli crederà mai, qualunque cosa dica?
In questo senso confesso di essere un estremista anch’io. Di alcune cose sono così fermamente convinto che non le discuto neppure. Per dirne una, penso che i comunisti siano sempre e comunque degli inguaribili bugiardi. Quando va bene, mentono in buona fede: e non perché la verità non sia visibile, ma perché chiudono gli occhi. In generale, se dicono la verità, è perché non c’è una bugia che sia più utile.
Questo punto di vista dipende dalle infinite esperienze di una lunga vita. Ho cominciato a conoscere i comunisti a quindici anni, leggendo “Ho scelto la libertà”, di Viktor Kravcenko e ricordo che i sovietici e i loro accoliti in tutto il mondo hanno cercato disperatamente di negare ciò che quel libro diceva. Ci fu persino un processo! Ma era la pura verità, infine confermata da Nikita Khrushchev, e solo allora ammessa dai comunisti italiani.
È andata sempre così. I sovietici negavano di essere gli autori della strage di Katyn? Ed io credevo invece agli osservatori internazionali che, su richiesta dei tedeschi, avevano stabilito che quei ventimila polacchi non erano stati uccisi dai nazisti. Ora anche Putin ammette che è stato uno dei tanti crimini di Stalin, e non il peggiore.
I sovietici e i loro lacchè occidentali affermavano che quella ungherese non era una rivoluzione di popolo ma una controrivoluzione pagata dagli occidentali? Io sapevo che mentivano, ancora e sempre, spudoratamente. E oggi nessuno ne dubita.
L’abitudine comunista di dire ciò che fa comodo, spacciandolo per verità, si è manifestata in tutte le direzioni: dalla politica internazionale alla politica nazionale; dalle condizioni di vita del popolo russo sotto Stalin all’utilità del Piano Marshall; dalla necessità dei missili Cruise contro gli SS20 alla convenienza del Mercato Comune. La loro indefettibile costanza fa pensare che, per loro, la verità non sia, come diceva San Tommaso, adaequatio mentis et rei, corrispondenza dell’idea alla realtà, ma corrispondenza dell’idea a quanto stabilito da Mosca. Caduta l’Unione Sovietica, per l’Italia “è vero ciò che danneggia Silvio Berlusconi”.
Mi viene da ridere, quando sento parlare di riforme condivise. Se il Pdl fosse in grado di proporre le migliori riforme del mondo, scritte a quattro mani da Mosé e Solone, i comunisti (o comunque si chiamino i loro successori) direbbero lo stesso di no: perché il merito ne andrebbe al Cavaliere. Duynque metteranno tra le ruote tutti i bastoni che riusciranno a trovare e riproporranno un referendum anche contro quelle riforme – come la riduzione dei parlamentari o il bicameralismo imperfetto – che oggi dicono di volere. Lo hanno già fatto, no?
Oggi si dicono disponibili a discutere e collaborare? Come diceva Laocoonte: Timeo Danaos et dona ferentis, ho paura dei greci anche quando portano doni. Meglio tenere chiuse le porte della città.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2010

POLITICA
9 aprile 2010
LO STATO IN CONCORRENZA CON DIO
Sappiamo tutti che cos’è un’assicurazione: se l’automobile è assicurata, in caso di furto la società ce ne rifonde il valore. Ma se una singola compagnia d’assicurazione si trova a coprire rischi troppo grandi (o per il loro numero e la possibilità che si verifichino tutti insieme o perché si tratta di assicurare qualcosa che ha un immenso valore) sorge per essa l’interesse ad assicurarsi a sua volta presso altre compagnie, in modo che l’eventuale danno da risarcire sia ripartito fra molti assicuratori e nessuno di essi fallisca: questa si chiama riassicurazione.
Questi principi devono essere tenuti a mente quando si parla di catastrofi naturali. Un privato può ricostruire una casa, una grande compagnia può ricostruire cinquanta o cento appartamenti, nessuno, neanche lo Stato, potrebbe ricostruire Messina dopo il terremoto del 1908. Viceversa oggi l’opinione pubblica, in occasione di un disastro, non si aspetta la solidarietà e l’aiuto dei concittadini nella forma di qualche gesto di carità, magari una mano per cercare le vittime sotto le macerie: vuole addirittura il “risarcimento” - la ricostruzione di ciò che è andato distrutto - come se la collettività o lo Stato fossero responsabili della catastrofe; e comunque come se qualcuno potesse veramente farsi carico di esborsi astronomici.
Il governo Berlusconi si è lungamente gloriato di avere in tempi brevissimi ridato una casa ai terremotati dell’Aquila – cosa che non era mai avvenuta prima – ma in realtà ha commesso l’errore di confermare la gente in queste idee. Troppi pensano che lo Stato-Provvidenza possa e debba proteggere tutto e tutti, anche contro le calamità naturali: e quello che oggi è stato un “meritorio miracolo” la prossima volta diverrà un semplice dovere. Gli ebrei morivano di fame, nel deserto, e Dio inviò la manna: ma il risultato fu che quelli presto cominciarono a lamentarsi della monotonia del menu.
I benefici trasformano facilmente i beneficati in creditori. Se il terremoto, invece di far rovinare qualche decina o un centinaio di immobili, colpisse una grande città, distruggendola, neanche lo Stato più ricco e moderno potrebbe far fronte alle spese e invece tutti, visti i precedenti, accuserebbero l’Amministrazione pubblica di ogni nefandezza. Il paragone col terremoto dell’Aquila sarebbe usato per stramaledire qualunque governo. Tutti direbbero: “Se allora la ricostruzione è stata possibile e ora ci lasciano nei guai, è segno che per noi non vogliono fare niente”.
Questa situazione è un’ulteriore riprova della perniciosa illusione – creata dalla demagogia – che lo Stato sia responsabile di tutto e a tutto possa mettere rimedio: dalla disoccupazione al costo della benzina, dalla crisi economica ai morti a causa del traffico, dalla mafia al disorientamento giovanile, dall’ignoranza dei laureati alle lungaggini della giustizia e infine, new entry, al preteso cambiamento del clima.
Lo Stato deve fare quello che può fare e non deve promettere ciò che non può fare. Se vuole salvarsi dal discredito deve ricordare a tutti che siamo solo mosche sul dorso di un elefante chiamato Terra. Non è dimenticandolo che ci salveremo dalle catastrofi e dalla sfortuna. L’unico risultato sarà che la vita ci sembrerà molto più amara: infatti chi è colpito dalla malasorte, tenta di rassegnarsi; chi è convinto che lo Stato sia responsabile di tutto, si sentirà vittima di un’ingiustizia e soffrirà ancora di più.
La vita è più dura di quanto l’ottimismo televisivo amerebbe far credere. C’è chi perde il lavoro e non ha neppure la cassa integrazione guadagni. C’è chi rimane vedovo, con figli piccoli. C’è chi perde incolpevolmente la casa per un’azione revocatoria. C’è chi si vede dare torto dal giudice mentre ha ragione. La sorte colpisce a caso, senza distinguere i migliori dai peggiori.
Lo Stato non dovrebbe cercare di battere Dio sul suo terreno. La stessa Chiesa, pur imponendo il dogma della Divina Provvidenza, non promette che essa ridarà una casa a chi l’ha persa per un terremoto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2010
POLITICA
8 aprile 2010
SEVERI CON LA CHIESA QUANTO CON SE STESSI?
Lo scandalo che sta investendo la Chiesa e perfino il Papa lascia perplessi. Tutto si riassume in questo: alcuni preti hanno commesso atti che in diritto penale si chiamano violenza carnale (quand’anche i minori siano stati consenzienti) e i loro superiori non li hanno denunciati.
Bisogna innanzi tutto sgombrare il terreno da un possibile errore: le gerarchie della Chiesa non sono e non possono essere colpevoli delle azioni di singoli individui. Non più di quanto un generale dei carabinieri sia condannabile se un carabiniere a Olbia o a Tolmezzo si renda colpevole di furto. La responsabilità penale è personale. E infatti la colpa che viene addebitata ai dirigenti della Chiesa non è quella di aver commesso dei reati ma quella di averli coperti: non solo essi non hanno denunziato i pedofili ma spesso si sono limitati a blandi provvedimenti amministrativi. La domanda è: sono veramente da condannare, per questo?
Dal punto di vista dei genitori dei minori (1), certamente sì. Dalla vicenda i ragazzi possono avere riportato gravi danni psicologici e i mancati provvedimenti autorizzano a temere che analoghi danni siano stati provocati, per l’incuria dei superiori, ad altri incolpevoli bambini.
I prelati sono gravemente colpevoli per un secondo motivo: il delitto è talmente abietto, che il codice penale prevede una specifica aggravante (Art.61 n.9)  nel caso il fatto sia stato commesso “con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto”.
Per molti infine essi sono colpevoli per un terzo motivo, e cioè perché dai sacerdoti ci si aspetterebbe di ricevere un esempio di superiore moralità. Ciò detto, reso omaggio alla verità, ci si può permettere di avanzare qualche argomento nella direzione opposta.
Quale genitore, vedendo il figlio tornare a casa ubriaco, dopo avere guidato l’automobile, andrebbe a denunciarlo alla polizia stradale? Quale genitore, saputo che il figlio ha approfittato di una compagna debole di mente per portarsela a letto, lo denuncerebbe per violenza carnale? Quale genitore, saputo che la propria figlia si è prostituita dentro un’automobile per avere la dose di droga, andrebbe a denunciarla per atti osceni in luogo pubblico? Non è la stessa cosa, applicare l’astratta giustizia agli estranei o alle persone che ci sono vicine.
All’interno delle mura domestiche, quando avviene qualcosa di grave, scoppia un putiferio ma il primo interesse di tutti è quello di “far sì che non si sappia in giro”. Sarà poco bello, ma è umano. Talmente umano che si può chiedere ai mille censori: siamo sicuri che voi vi sareste comportati come quel (leggendario?) padre romano che avendo stabilito una legge condannò a morte il proprio figliolo che l’aveva per primo violata? E non dimentichiamo che questo episodio si svolse in pubblico: quello stesso padre sarebbe stato tanto eccezionalmente severo, se il fatto non fosse avvenuto in presenza di testimoni?
Non c’è ragione di dubitare che le gerarchie della Chiesa, saputi i fatti, siano state scandalizzate ed offese quanto oggi lo sono i benpensanti. Accanto alla necessità di punire il colpevole ed evitare che facesse altri danni, avranno però visto la necessità di proteggere la Chiesa dal discredito. Atteggiamento non lodevole, quello dei prelati: ma comprensibile. Come diceva La Rochefoucauld, tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare. E comunque, siamo sicuri che lo scandalo sarebbe stato minore se la denuncia fosse venuta dalla stessa Chiesa?
È giusto indignarsi per i reati; è giusto richiedere la punizione dei colpevoli e la protezione degli innocenti, ma è da ipocriti esprimersi come se noi, al posto dei parenti reprobi, ci saremmo comportati in maniera ammirevole. Non che questo sia assurdo. Ci sono effettivamente persone che praticano virtù eroiche, e dinanzi a loro è necessario inchinarsi: ma dal momento che la maggior parte di noi è ben lontana da questi livelli, rimane il sospetto che la grande severità di alcuni derivi dal fatto che non si tratta di loro stessi o dei loro cari. Possono mostrarsi moralissimi perché non gli costa nulla.
Come disse una volta un automobilista ad un agente della polizia stradale: “Se ha da elevarmi contravvenzione, lo faccia, ma mi risparmi la predica”. È giusto che i colpevoli paghino per il male fatto, ma non ci stracciamo le vesti: lacerandole potremmo mostrare la nostra ipocrisia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2010
(1) Ma se i minorati sono diversamente abili, i minori non dovremmo chiamarli diversamente adulti?

POLITICA
7 aprile 2010
PERCHE' INTERESSA LA CRONACA NERA?
Ci sono persone che saltano a piè pari tutte le notizie di cronaca nera - al massimo leggono i titoli, per non avere l’aria di vivere sulla Luna – mentre moltissimi si interessano a questo genere di vicende molto più che ad argomenti più seri e di grande momento. Le ipotesi di spiegazione del fenomeno qui esposte sono solo uno stimolo per quelle, magari più fondate, dei lettori che vorranno partecipare al dibattito.
Una prima osservazione è che la distinzione tra disinteressati e interessatissimi spesso dipende dal livello culturale: più esso è basso, maggiore è la passione per la cronaca. Per questo una televisione come Italia 1, sapendo di avere un target “familiare”, è capacissima di mettere le notizie di nera come primo titolo.
Riguardo a queste vicende i meno colti potrebbero essere particolarmente curiosi perché, mancando di dati storici, sono ancora capaci di stupirsi per cose che chi ha studiato considera vecchissime e ripetitive. Se un tizio avvelena il fratello per rimanere unico erede, molta gente ne sarà sbalordita e vorrà conoscere i particolari della vicenda. La persona colta invece sa che il nuovo califfo, appena eletto, faceva uccidere tutti i parenti che avrebbero potuto in futuro insidiargli il trono e dunque considererà quel fratricidio banale. Una sorta di bonsai, nella scala dei crimini.
Un secondo motivo è che mentre poche sono le persone che conoscono la storia della medicina o le ragioni del successo delle orde di Gengis Khan, tutti conosciamo la gelosia, la povertà, la violenza, l’amore, la morte. E dunque le storie che parlano di questi grandi temi hanno un valore universale. Non a caso i grandi tragici greci hanno ottenuto un successo imperituro perché hanno saputo trattarli da un lato in modo comprensibile anche ad un pubblico di analfabeti, dall’altro con una poesia che provoca ancora oggi la commossa ammirazione delle persone di gusto.
Un’altra ragione per la quale la cronaca nera è interessante è il vago desiderio che tanti hanno di conoscere il peggio della realtà, quasi per potersene guardare: ma è un alibi. In realtà è difficile – se non impossibile – difendersi da eventi imprevedibili: per esempio, salvo che per i competenti, il delitto del depresso è sempre una totale sorpresa. Come se non bastasse, parecchi sono curiosi di drammi e delitti che sono fuori dalla loro portata: i vecchi per esempio dovrebbero saltare senza esitare le notizie sugli stupri, dal momento che questo genere di reato non potrà più riguardarli, né come autori né come vittime. Inoltre per ragioni statistiche le probabilità che ciascuno di noi ha di morire per mano criminale sono così basse che veramente non vale la pena di occuparsene. Chi è una persona in vista deve mettere in conto la violenza di un fanatico, ma il borghese oscuro ed ignorato è protetto dalla propria insignificanza meglio di quanto Barack Obama non sia protetto dalla sua scorta.
Fra gli avvenimenti che più appassionano il grande pubblico ci sono poi i grandi processi. Qui, al fattaccio criminale si associa il terribile dramma dell’innocente che può essere giudicato colpevole o del colpevole che può essere assurdamente lasciato libero. Il bisogno di partecipare a questa sacra rappresentazione è così forte che la gente non tiene conto né della propria incompetenza né della scarsità delle informazioni: si forma delle convinzioni irremovibili ed è disposta ad affrontare con veemenza chiunque la pensi diversamente. Il  competente, richiesto di un parere, spesso se la cava semplicemente dicendo: “Dovrei leggere l’intero incartamento”: e si vede chiaro che non ne ha nessuna voglia. Al contrario il profano dà ragione a quel proverbio inglese secondo il quale gli sciocchi si precipitano correndo lì dove gli angeli non osano camminare: hanno visto l’imputato in televisione e lo giudicano non colpevole per l’aria sincera con cui ha proclamato la propria innocenza.
La cronaca nera non dimostra nulla e non insegna nulla. È sempre esistita e sempre esisterà. È una delle brutte facce della natura umana. Seguendola si può imparare a non aprire la porta a sconosciuti, a evitare luoghi malfamati o a diffidare di chi ci promette guadagni mirabolanti: ma oltre non si va. In televisione e sui giornali essa è uno show fra gli altri, che alcuni seguono perché spinti da un sottile, sotterraneo sadismo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 aprile 2010



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POLITICA
6 aprile 2010
INTERCETTAZIONI, INDIZI E PROVE
Riguardo alla nuova legge sulle intercettazioni, esiste una controversia riguardo a ciò che deve giustificarle. Pare siano richiesti seri indizi di colpevolezza e i giustizialisti obiettano: se esistessero seri indizi, a che servirebbero le intercettazioni? Se ci sono già le prove, non serve a nulla cercarle. Ciò che nessuno obietta è che il termine “indizi” non corrisponde alla parola “prove”.
Il primo aiuto, per distinguere i due concetti, si può chiedere a quei testi che registrano il significato che i parlanti dànno a quelle parole. Per i Devoto-Oli del 1979, un indizio è un “elemento sufficiente a fornire un orientamento soggettivamente od oggettivamente valido”. Un prova, viceversa, è “5. Argomento o documento atto a dimostrare la validità di un’affermazione o la realtà di un fatto”. L’indizio dice “potrebbe essere così”, la prova dice “è così”. La distinzione è netta.
Il difficile è stabilire quando le circostanze autorizzano la prima affermazione e quando autorizzano la seconda. Riguardo al famoso delitto di Cogne, gli innocentisti dicono: è vero, non si è trovato chi altri potrebbe aver commesso il delitto ma questo è solo un indizio. Abbiamo una “prova” (ecco la famosa parola) che Anna Maria Franzoni sia l’assassina? I colpevolisti dicono: se risulta indubitabile che nessun altro può aver commesso il delitto, abbiamo per esclusione la prova che ella lo ha commesso. E infatti i giudici l’hanno condannata ad anni di carcere. Insomma, si può chiamare semplice indizio la prova che non ci convince e prova il solido indizio che ci convince.  La vera distinzione è nell’opinione di chi deve decidere: ecco perché è stata futile la diatriba fra “evidenti indizi” e “indizi” soltanto: è sempre il magistrato destinatario della norma che stabilisce se questi indizi ci sono o no.
Per quanto riguarda le intercettazioni, è tutta questione di buon senso e moderazione. Se i magistrati mettessero sotto controllo coloro dei cui reati hanno già la prova, sprecherebbero i soldi dello Stato e violerebbero la privatezza dei cittadini. Se mettessero sotto controllo coloro che pensano potrebbero aver commesso dei reati o, ancora peggio, coloro che sperano di scoprire in fallo, oltre a sprecare i soldi dello Stato – perché il numero delle intercettazioni in questo caso sale in maniera demenziale – violerebbero il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini.
È facile fornire un esempio. Il ministero che più facilmente si presta alla corruzione è quello dei Lavori Pubblici e per questo i magistrati potrebbero voler tenere costantemente sotto controllo tutti quelli che ci hanno a che fare. Ma questo sarebbe anche contro l’art.3 della Costituzione: i cittadini sono tutti uguali dinanzi alla legge. anche quando sono persone importanti e anche quando sono ministri. Un tempo questa era quasi una garanzia di impunità, oggi rischia di essere una garanzia di persecuzione.
Le possibili soluzioni del problema sono due: una giuridica (su cui si conta poco) e una economica. Per la prima basterebbe dire che bisogna autorizzare le intercettazioni in presenza di indizi, bacchettando poi severamente i magistrati che dovessero disporle in assenza di solide ragioni. Per la seconda bisognerebbe dire ai magistrati: lo Stato vi consente di spendere questa somma e non più. Fate le intercettazioni che volete, poche brevi o molte lunghe, a modo vostro, ma questo è il limite. Né ci sarebbe da stupirsi. Nessuno può pretendere di agire senza nessun limite di spesa, diversamente il Ministro della Difesa potrebbe pretendere tre nuove portaerei con duecento caccia-bombardieri di ultima generazione e il Ministro dell’Educazione potrebbe chiedere un computer per ogni studente delle superiori.
Ma questa discussione non serve a niente. Non è un problema di idee chiare e neppure di risparmiare i soldi dell’erario. La sostanza è che la maggioranza vuole essere lasciata in pace e l’opposizione vuole darle addosso in ogni caso. Magari con l’aiuto di magistrati amici.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2010

POLITICA
5 aprile 2010
IL DISINCANTO
Narra La Fontaine che tutti gli animali della savana, saputo che il leone stava morendo, accorsero per vendicarsi  e colpirlo. Venne perfino l’asino, e anche lui gli tirò un calcio.
In questi giorni, anche come conseguenza delle elezioni amministrative, tutti fanno a gara per cantare il de profundis per il Pd e soprattutto per il suo segretario Pier Luigi Bersani. E tuttavia l’amore della verità, oltre alla paura di comportarsi da asini, obbliga ad uscire dal coro.
Bersani non suscita chissà che simpatie, ma addossargli  tutte le colpe sembra scorretto come fischiare un corridore che guida una Panda e compete con delle Ferrari. Il segretario guida un partito composito, incerto e contraddittorio. Per giunta, non ha il potere di indirizzarlo verso una coerente strategia: l’epoca autoritaria è finita e molte delle ambiguità di Pier Luigi appartengono in verità più al gruppo dirigente che a lui stesso.
La crisi del più grande partito della sinistra ha radici lontane. Il Pci ha perso l’autobus di una fruttuosa alleanza socialdemocratica con Craxi, non ha fatto i conti col proprio passato stalinista, non ha rinunciato alla sua vecchia mentalità e ai suoi vecchi metodi.  E tuttavia c’è forse una causa più profonda che si riassume in una parola: disincanto.
Il Pci ha avuto un enorme successo per almeno quarantacinque anni ed anche prima, se contiamo la Resistenza. In tutto questo tempo non è mai andato al governo (a parte il breve momento in cui Togliatti fu ministro) ma questo non l’ha affatto danneggiato. Esso infatti non proponeva qualche aggiustamento al modo di governare ma un diverso modello produttivo, un diverso e più equo sistema sociale, la fine dei privilegi e delle ingiustizie e insomma, se non proprio il famoso “paradiso dei lavoratori”, certo qualcosa di grandioso. Una rivoluzione pacifica, una palingenesi. La fortuna del partito è stata quella di non essere mai stato chiamato a mantenere le promesse. Gli elettori gli aprivano perciò un tale credito, da credere che il comunismo italiano, diverso dagli altri, sarebbe stato compatibile con la libertà. Era la Grande Speranza.
La sua tragedia è stata la fine del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica. Divenuto innegabile il disastro economico e sociale del “socialismo reale” dell’Est, il popolo di sinistra è stato peggio che perplesso; ma il colpo di grazia gliel’ha dato la fine della paura di quell’Armata Rossa che ha “rimesso in riga” l’Ungheria e la Cecoslovacchia. La società italiana ha permesso che il Pci, se pure cambiando nome e con un leader proveniente dalla Dc di sinistra, si confrontasse con la realtà del potere e purtroppo esso non ha dato buona prova di sé: al contrario ha dato uno spettacolo miserando di conati, contrasti e contraddizioni, con risultati praticamente nulli o addirittura negativi. Nulla di comparabile con le millenaristiche visioni coltivate per decenni. L’ultimo governo Prodi, più a sinistra del precedente, è stato la delusione finale.
Da quel momento si è avuta un’inarrestabile decadenza che prosegue anche oggi e di cui è ingiusto dare la colpa ai vari segretari. La verità nuda e cruda è che il Pci, comunque si chiami, non ha più un messaggio da offrire, nessun diverso modello di società, nessuna mirabolante speranza. È solo un umile partito socialdemocratico che da un lato non ha dato grande prova di sé, dall’altro, quand’anche avesse governato bene, ha perso il confronto con l’utopia. Tutto questo con un’aggravante: un tempo appariva talmente serio da fare paura, ora sembra coltivare l’antipatia dei moderati gridando, minacciando, insultando, annunciando catastrofi ed esiti dittatoriali ad ogni piè sospinto. E il risultato è che gli italiani votano per chi ha fatto sparire la spazzatura dalle strade di Napoli. Dal paradiso dei lavoratori al problema delle pattumiere: una discesa agli inferi.
Sarebbe bello potere a questo punto fornire una soluzione: ma se non la trovano gli interessati, è difficile che la trovino gli osservatori. Comunque è certo che essa sarà nella direzione del realismo e dell’umiltà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 aprile 2010


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3 aprile 2010
KEEP SMILING
Io sono sposata da più di vent’anni ed ho due amiche, una fidanzata e una che ha un’amante. Qualche sera fa parlavamo di come eccitare i nostri uomini e abbiamo deciso un esperimento. La fidanzata si è messa una maschera nera sugli occhi, ha indossato un reggiseno nero, delle scarpe con tacchi a spillo e uno slip di merletto ed ha accolto così il suo fidanzato: il risultato è che hanno fatto l’amore tutta la sera. La seconda ha messo un corpetto di cuoio nero, tacchi a spillo, una maschera nera, ed è finita che lei e il suo amante hanno fatto l’amore per tutta la notte. Io ho messo una maschera nera, scarpe con tacchi a spillo, ho indossato, nuda, un impermeabile nero, che ho spalancato dinanzi a mio marito quando ha aperto la bocca, e lui ha detto: “Allora, Batman, che c’è per cena?”
Un italiano va in una banca svizzera e dice piano all’impiegato: “Vorrei depositare trecentomila euro”. E l’impiegato: “Parli pure a voce alta. In Svizzera la povertà non è un disonore”.
Che cosa sono le calorie? Sono animaletti che di notte, senza far rumore, restringono i tuoi vestiti.



permalink | inviato da giannipardo il 3/4/2010 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 aprile 2010
LA RU486 DA' ALLA TESTA
L’integralismo, secondo lo sbrigativo dizionario Sabatini-Coletti incluso nel “Corriere della Sera”, è la “tendenza ad applicare una dottrina o un'ideologia nella sua interezza e col massimo rigore”. In questi casi tutti ricordiamo l’Islamismo con la volontà di restaurare il califfato (unicità del potere civile e religioso), con la pena di morte per l’adulterio e per l’apostasia, con il taglio della mano per i ladri. Per questo l’espressione che si sente più spesso è: “integralismo islamico” ma anche il Cristianesimo, in passato, non è stato meno integralista: il rogo per eresia è un fatto storico. Ancora oggi, con la mancata assoluzione nella confessione e l’esclusione dall’eucarestia, la Chiesa Cattolica punisce il concubinato e il divorzio.
La religione ha come base l’assoluta adesione a verità e principi reputati incontestabili ed eterni: l’integralista è colui che si sente dunque in obbligo di difenderli contro chiunque e a chiunque costo, come in Europa hanno dimostrato i primi martiri cristiani passivamente e l’Inquisizione attivamente.
Esistono dunque tanto un integralismo islamico quanto un integralismo cristiano, e per conseguenza si è tentati di spostare la distinzione non più fra le religioni, ma fra religione e laicità. Il credente, dal momento che ha una fede, sarebbe integralista, mentre il laico sarebbe tollerante. Non è così: lo Stato infatti ha dei principi che applica a tutti, anche a chi è andato contro le sue leggi seguendo una diversa fede e gli esempi non mancano. Abbiamo decine di casi in cui degli islamici hanno preteso il diritto alla poligamia, il diritto di praticare l’infibulazione, il diritto d’interrompere il lavoro per le preghiere rituali, e in questi casi gli Stati occidentali hanno reagito più o meno duramente imponendo le proprie leggi. Il loro atteggiamento non è dissimile da quello per cui la polizia religiosa in certi Paesi islamici frusta chi non si inginocchia al richiamo del muezzin: anche se fosse un cattolico.
Lo Stato occidentale è a suo modo integralista: il fatto che a noi europei esso sembri tollerante e ragionevole significa soltanto che esso tollera ciò che per noi è ammissibile e vieta ciò che per noi è inammissibile. Per noi le nostre leggi hanno il solo scopo di permettere un’ordinata convivenza, per un musulmano integralista la legge migliore potrebbe essere quella dettata da Maometto: il punto comune, in tutti e due i casi, è che il potere impone la sua volontà.
L’europeo religioso è chiamato ad una doppia fedeltà: allo Stato e al suo Credo. Se viola le norme dell’uno o dell’altro, deve aspettarsi la sanzione prevista. L’autorizzazione o l’ordine dell’uno agli occhi dell’altro non vale nulla: il singolo è dunque chiamato a scegliere la legge alla quale conformarsi, con le conseguenze del caso.
In Italia abbiamo un esempio di scuola. I nuovi governatori del Piemonte e del Veneto, appena eletti, in un impeto di fanatica obbedienza alle gerarchie vaticane, si sono precipitati a dire che faranno di tutto per impedire l’applicazione della legge riguardo alla pillola Ru 486. Come tante volte è avvenuto, queste sparate potrebbero rimanere nell’ambito della demagogia post-elettorale e fra qualche giorno non se ne parlerebbe più. Se invece i due politici parlassero seriamente, e se lo Stato italiano non fosse un granducato da operetta, la conseguenza dovrebbe essere una denuncia penale, con condanna per reato contro la Pubblica Amministrazione. E le loro dimissioni. Tanto che i due farebbero bene ad evitare il problema dimettendosi subito. Potrebbero sostenere che ignoravano che lo Stato italiano avesse ammesso la Ru 486, diversamente non si sarebbero neppure candidati. Certo non potevano contare di applicare solo le leggi che fossero piaciute a loro e alla Chiesa Cattolica. Perché questo, più che un caso di integralismo, sembrerebbe un caso di ebbrezza molesta.
L’unica differenza fra l’integralismo dello Stato e l’integralismo religioso è nel fatto che lo Stato, essendo laico, non ha principi eterni ed intangibili. Le sue leggi dipendono in ultima analisi dalla volontà del popolo – quello attuale, non quello di secoli fa – e possono variare al variare di quella volontà. Ma nel momento in cui sono vigenti, devono essere obbedite. Da chiunque. Anche da coloro cui una recente elezione ha dato alla testa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 aprile 2010


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