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POLITICA
28 febbraio 2010
CALMA PIATTA
Stefano Folli, editorialista della Stampa, è un moderato - nel senso che non si butta ad avere idee ardite o troppo personali - e per questo può essere prezioso: non fornisce folgorazioni intellettuali ma aiuta a capire il clima del momento.
Nel suo articolo del 24 febbraio (1) scrive che: “Le cronache rovesciano nelle redazioni dei giornali notizie di collusioni inquietanti fra politica, mondo economico e malavita”, e riferisce, condividendole, le preoccupazioni di Giuseppe Pisanu - un “notabile” di lungo corso, come lo definisce - per il quale viviamo un momento che può «disgregare le basi della convivenza civile e delle istituzioni democratiche». Nientemeno. La nostra sarebbe un’emergenza tanto grave, e tanto diversa da quel ritratto ottimista che Berlusconi dà della nazione, da richiedere, come dice Gianfranco Fini, una sorta di union sacrée per procedere al varo di “riforme condivise” di cui c’è assoluta urgenza. Inoltre “si avverte tutta la difficoltà in cui è costretto ad agire Berlusconi”, fra l’altro perché “la magistratura è passata alla controffensiva”.
Folli non è il solo, a gridare questi allarmi. Si sente parlare da ogni parte di nuova Tangentopoli, di crollo di questa Seconda Repubblica (anche se è ancora la Prima), di crisi del sistema, di degrado civile, di Armageddon. Con tutto il rispetto dovuto all’illustre editorialista e agli altri noti commentatori, tutto questo ricorda una anziana signora, la zia Maria, che a novantadue anni, in buona salute, rifiutava le congratulazioni di un nipote: “Buona salute? Ma se ho appena avuto un raffreddore…”
Prescindendo dai raffreddori e considerando la situazione con la dovuta calma, si deve notare che gli scandali – non diversamente dagli omicidi per rapina - sono sempre esistiti. In Italia come nel resto del mondo. Bisogna lottare contro di essi, bisogna punire i colpevoli, ma è sciocco sognare di eliminarli per sempre. Né è il caso di dar loro chissà quale importanza politica: i reati non sono notizie, se per notizie si intendono le novità. Che la giustizia faccia il suo corso e tanto basta.
Per quanto riguarda le riforme condivise di cui parla Fini, la migliore risposta l’ha data sulla “Stampa”Riccardo Barenghi (Iena) con questa battuta: “Tesoro, mettiti a letto che ti racconto una favola per farti addormentare. Quale papà?  Quella delle riforme condivise”. Infatti in Italia c’è da sempre un tale clima di scontro che la sola idea di condividere qualcosa col “nemico” squalifica chi la propone. Tempo fa D’Alema, stanco della logomachia sulle beghe giudiziarie di Berlusconi, disse che una “leggina” che togliesse di mezzo questo problema sarebbe stata il male minore per l’intera Italia, avrebbe rasserenato il clima e permesso una più efficace legislazione. A momenti lo lapidavano.
L’unica riforma condivisibile sarebbe l’eliminazione di Berlusconi ma nel centro-destra questo  forse piacerebbe solo a Fini o quasi.
In Italia c’è una solida maggioranza che ha prenotato il Parlamento fino al 2013 e verosimilmente resterà in sella fino ad allora: pur di non andare a casa, è vissuta quasi due anni quella “nave dei folli” che fu l’ultimo governo Prodi. Berlusconi, del quale si avvertirebbe “tutta la difficoltà in cui è costretto ad agire”, in realtà ha le difficoltà normali di un Premier privo di reali poteri e costretto a mediare in un paese litigioso e linguacciuto. Inoltre, per quanto riguarda gli scandali, personalmente non è per nulla coinvolto. E non ha più problemi giudiziari.
La verità che sottostà a tutto questo è che nessuno si rassegna a vivere un momento insignificante della storia. Come la zia Maria, ha bisogno di credere che un raffreddore sia un dramma, che uno scandalo significhi crisi e che siamo alla vigilia della fine del mondo.
In realtà in Italia non sta avvenendo niente di speciale. Business as usual e anzi noia as usual: soprattutto dinanzi a tragedie immaginarie. Se proprio si ha bisogno di avventura, scontri, vittorie e sconfitte, si guardi il Grande Fratello. Se invece si hanno interessi di più alto livello, ci si occupi di politica internazionale. Le cronache giudiziarie si possono lasciare al Fatto Quotidiano e agli altri fogli di gossip.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 febbraio 2010
(1) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-febbraio-2010/politica-corruzione.shtml?uuid=487f9d4e-2131-11df-9577-f5c6c14bceee&DocRulesView=Libero&correlato

POLITICA
27 febbraio 2010
IL PUNTO DI VISTA DI SILVIO BERLUSCONI
Visto che l'argomento interessa tanto, può essere utile conoscere il punto di vista dell'interessato, Silvio Berlusconi
L’avvocato Mills era uno dei tantissimi avvocati di cui all’estero si era servito occasionalmente il gruppo Fininvest. Io non ricordo di averlo mai conosciuto. A processo avviato ho appreso dagli atti processuali che Mills era l’avvocato di un armatore italiano residente in un Paese africano, del quale gestiva anche il patrimonio e seguiva gli affari. Dai conti di tale armatore oltre a trattenersi il denaro corrispondente a parcelle emesse, si era trattenuto anche 600.000 dollari quale ulteriore compenso professionale. Tale somma non fu dichiarata per evitare di pagare le imposte al fisco inglese e di dover dividere questo denaro con i colleghi del suo studio, visto che aveva condotto tutte le relative operazioni all’estero e personalmente.
Con i soci ed il fisco inglese, Mills si inventò la storia che quei 600.000 dollari non erano frutto di una attività professionale, ma di una donazione. Gli venne in mente il nome di un dirigente Fininvest con il quale aveva avuto rapporti in passato, Carlo Bernasconi. E si inventò che quei soldi erano una donazione di Bernasconi. Perché proprio di Bernasconi? Perché Bernasconi nel frattempo era morto. E perché Bernasconi gli avrebbe dato quei soldi? Per riconoscenza, perché Mills, due anni prima della pretesa donazione, sarebbe stato attento, rendendo due testimonianze in Italia, a non penalizzare il gruppo Fininvest e Silvio Berlusconi. La tesi è risibile. Mills era un testimone dell’accusa e in quelle occasioni le difese si opposero addirittura alla sua audizione. E se fosse stato un teste “amico” ovviamente non vi sarebbe stata opposizione alcuna. Invece era certamente un teste ostile tanto che le sue dichiarazioni furono utilizzate quale punto principale per motivare, in primo grado, una sentenza di condanna. Non solo. Era anche in corso fra la Fininvest e Mills un aspro contenzioso poiché questi si era trattenuto una ingente somma pari a ben 10 miliardi di lire di allora, che non voleva restituire e che poi effettivamente non restituì trattenendosela. È evidente quindi che mai si sarebbe potuto riconoscere alcunché a chi con la sua testimonianza era stato causa di una sentenza di condanna e si era trattenuto una somma così elevata ed oggetto di richiesta di restituzione. L’avvocato Mills, avendo in corso una verifica fiscale e non volendo né pagare le tasse né dividere quei 600.000 dollari con i soci del suo studio, come aveva dovuto fare con i 10 miliardi che aveva ritenuto quale compenso professionale, tentò tramite il suo commercialista di costruire una storia verosimile per il fisco inglese. Ma gli andò male perché il fisco scoprì il trucco. I pubblici ministeri italiani, avvertiti, gli piombarono addosso e in un drammatico interrogatorio durato dieci ore a Milano, Mills, ormai sfinito e temendo di venire arrestato, come ebbe a spiegare egli stesso, diede una versione di comodo per poter ritornare immediatamente in Inghilterra. Subito dopo si rese conto di essersi comportato in modo del tutto incongruo e che la sua tesi era insostenibile e decise finalmente di dire la verità. Questo tuttavia non impedì alla procura milanese di utilizzare le sue prime dichiarazioni per montare con grande gaudio e grande risonanza mediatica un processo a mio carico. Ma né le mie società, né tanto meno io, avevamo ragioni per fare quel versamento a Mills che proprio con le sue dichiarazioni era stato il principale responsabile di una sentenza di condanna. Davvero una assoluta assurdità!
Nel 2006 promossi addirittura una conferenza stampa a Palazzo Chigi perché i nostri avvocati erano riusciti a reperire la documentazione che provava in modo indiscutibile il passaggio dei 600.000 dollari dall’armatore a Mills. Sono stati ricostruiti fino all’ultimo centesimo tutti i movimenti contabili dei conti correnti di Mills e del suo cliente documentando per tabulas provenienza e destinazione del denaro.
Ma c’è dell’altro. A questo punto il processo, da cui avrei dovuto essere già ampiamente assolto, sarebbe già caduto in prescrizione se nel febbraio 2008 la Procura di Milano non avesse sostenuto la stupefacente tesi che la presunta corruzione di Mills non si sarebbe verificata nel momento in cui avrebbe ricevuto i soldi, ma nel momento in cui cominciò a spenderli! Cioè due anni dopo, proprio in tempo per far scattare in avanti i termini della prescrizione.
Per finire l’ultimo paradosso: il fisco inglese, dopo indagini approfondite, ha deliberato di far pagare a Mills le imposte, ed anche delle forti penalità, su quei 600.000 dollari, proprio perché ha accertato che si trattava di un corrispettivo dovuto per una prestazione professionale e non di una donazione da parte di terzi che, come donazione, sarebbe stata esente da tassazione.
A questo punto e di fronte a questi argomenti inoppugnabili qualunque giudice scrupoloso ed equanime avrebbe chiuso il processo. Non così la dottoressa Gandus, presidente del collegio.
Uno: negò alla difesa tutti i testimoni a discarico ammettendo invece tutti quelli del pm.
Due: accelerò i tempi del processo (si era in piena campagna elettorale).
Tre: accettò inopinatamente i nuovi improponibili termini di prescrizione. Tutto ciò fece insospettire i nostri avvocati che alla fine vennero a sapere che la Gandus era ed è un’attivissima militante della sinistra estrema e che come tale ebbe a partecipare a tutte le manifestazioni di contrasto nei confronti del mio governo.
È curioso sostenere - come ha fatto la Corte d’Appello - che la Gandus, pur essendo un mio dichiarato e palese nemico politico, nel momento in cui arrivasse a scrivere una sentenza nei miei confronti saprebbe non venir meno al vincolo d’imparzialità impostole dalla Costituzione. Ma un giudice non deve essere soltanto imparziale. Deve anche apparire tale.
E questo è soltanto l’ultimo dei processi che mi sono stati cuciti addosso. In totale più di cento procedimenti, più di novecento magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 587 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2560 udienze in quattordici anni, più di 180 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti.
Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare.

dal libro "
Viaggio in un’Italia diversa", di Bruno Vespa (2008)



permalink | inviato da giannipardo il 27/2/2010 alle 17:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 febbraio 2010
FINI E ANNA MARIA FRANZONI
La condanna di Anna Maria Franzoni nasce da un ragionamento: è la sola che ha potuto commettere quell’omicidio e dunque l’ha commesso lei. Punto. Se una soluzione è l’unica possibile, è anche la giusta.
Il ragionamento si può applicare a Gianfranco Fini. Il suo comportamento, ormai da molti mesi a questa parte, è stato caratterizzato dalla volontà di distinguersi da Silvio Berlusconi, di dargli continuamente sulla voce, di essere in ogni momento sgradevole nei suoi confronti. Il “Giornale” del 25 scorso, a pag.2, in un box fa una sintesi per il 2009. Marzo, Fini: “no al pensiero unico”; agosto: i suoi commenti su eutanasia e immigrazione creano imbarazzo nel Pdl; settembre: “serve un cambio di marcia e un dibattimento”; settembre: chiede di concedere la cittadinanza agli immigrati dopo cinque anni di permanenza; ottobre: richiama Berlusconi al dovere costituzionale di rispettare il Capo dello Stato; dicembre: Berlusconi definisce la Corte Costituzionale un “organo politico” e Fini lo invita a “precisare meglio il suo pensiero”. Per non parlare della chimera delle “riforme condivise”. Ogni occasione è buona. Parecchi hanno ironizzato, definendolo il leader ideale del Pd, ma la realtà è che non si capisce dove voglia andare a parare.
Passiamo in rassegna un paio di ipotesi. Se egli disponesse, nell’ambito del Pdl, di tanti sostenitori da potere ribaltare la leadership di Berlusconi, la sua azione sarebbe solo la scaramuccia che prelude a una guerra prevedibilmente vittoriosa. Ma Fini non può contare né sul sostegno di larga parte degli ex di Forza Italia e neanche – incredibile – sul sostegno di larga parte degli ex di An. È soltanto a capo di se stesso e di alcuni amici stretti: dunque, nessun possibile ribaltone interno. Nessuno ha la vocazione al suicidio politico.
Seconda ipotesi, Fini cerca di creare una nuova maggioranza. Se riuscisse a creare un’alleanza fra scontenti del Pdl, Udc di Pierferdinando Casini, piccole formazioni orfane e soprattutto Pd, potrebbe far cadere il governo e poi proporsi come leader della nuova maggioranza. Sarebbe sostenuto dal Pd come a suo tempo l’Ulivo sostenne Prodi. Purtroppo, anche questo progetto è insostenibile. Gli scontenti del Pdl non sono sufficientemente numerosi e la maggior parte di loro non vuole affatto rischiare di andare a casa. Ha la possibilità di godersi il seggio fino al 2013 e non vede perché dovrebbe rischiarla. Il Pd si squalificherebbe se si alleasse con un politico che per decenni la sinistra ha definito “fascista” e Casini, l’ha dimostrato non entrando nel Pdl, non ha la vocazione del gregario. Dunque anche questo sarebbe un vicolo cieco.
Anche a grattarsi a lungo la zucca, non si trovano altre ipotesi e, come per Anna Maria Franzoni, il comportamento di Gianfranco Fini bisogna rassegnarsi a dichiararlo assurdo. Del resto è nozione comune che la logica non guida tutte le nostre azioni. È incomprensibile che un uomo ricco, colto e intelligente si innamori di una donna povera, volgare e ignorante, ma nessuno lo può escludere. All’innamoramento non si comanda.
Il caso di Gianfranco Fini è psicologico: si comporta così perché ha voglia di comportarsi così, attacca Berlusconi perché non riesce a trattenersi dall’attaccarlo, anche se non ne ricava nulla. Ancora il 24 corrente ha affermato: «La mia opinione non coincide al cento per cento con quella del presidente del Consiglio e questo è notorio». E perché ci tiene a ribadirlo? Teme che Berlusconi l’ami troppo? Comunque non sa spiegare la propria linea politica. Dice: “Non ho problemi sulla leadership di Berlusconi a cui voglio bene e non voglio una resa di conti neanche in futuro. Sono pienamente cosciente di essere minoritario, non piango sui numeri, ma chiedo un luogo dove si faccia sintesi politica». A parte l’ipocrita dichiarazione di affetto, se si rende conto che non ha nessun potere e nessun progetto, che futuro ha? A questa domanda risponde così: «Il mio futuro? Dico ciò che penso, poi si vedrà». Contento lui.
Il comportamento dell’ex leader di Alleanza Nazionale non ha senso: è solo il risultato di una cocente frustrazione per il fatto che non è il numero uno e non comanda. Non avendo nessuna possibilità oltre quella di parlare, almeno questo fa: a costo di giocarsi il futuro politico. Dovrebbe sapere che non è neppure detto che, se morisse domani Berlusconi, il Pdl vorrebbe lui come leader. Fini ha in comune con D’Alema la capacità di inimicarsi coloro che dovrebbero essergli amici.
Il caso di Gianfranco Fini è psicologico e del più basso livello: si tratta di invidia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 febbraio 2010


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POLITICA
26 febbraio 2010
GIULIO MILLS, DAVID ANDREOTTI
Benché il problema sia stucchevole, sia per la sua chiarezza, sia per le innumerevoli volte in cui è stato discusso, per la prescrizione riguardante David Mills è ricominciato il carosello di parole della sinistra. Essa vorrebbe dimostrare l’indimostrabile e cioè che:
 La prescrizione corrisponde alla 1) affermazione della colpevolezza dell’imputato con la 2) esclusione della condanna.
In realtà essa corrisponde alla 1) affermazione della non-evidenza dell’innocenza dell’imputato con 2) estinzione dell’eventuale reato per il passaggio del tempo.
Al riguardo basta leggere l’art.129 comma 2 del codice di procedura penale, il quale statuisce: “Quando ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere con la formula prescritta”, invece di applicare la prescrizione. Se invece applica la prescrizione se ne deduce che “dagli atti NON risulta evidente che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso”.
Infatti nella sua requisitoria il Procuratore Generale presso la Cassazione Gianfranco Cioni ha richiesto l’applicazione della prescrizione e non l’assoluzione con formula piena perché «Non vi sono i presupposti per il proscioglimento nel merito di Mills». “Nel merito”, per chi non è abituato al linguaggio dei giuristi, significa “nel caso specifico, considerando i fatti che ci sono noti”. Il procuratore ha dunque detto: “non posso chiedervi l’assoluzione di Mills perché non sono sicuro che sia innocente: dunque applicate la prescrizione”. Viceversa non avrebbe potuto dire “sono sicuro della colpevolezza di Mills ma voi proscioglietelo per la prescrizione” perché l’art.129 non prevede la dichiarazione di colpevolezza dell’imputato cui è applicata la prescrizione. Lo prevede solo un fantastico articolo del diritto processuale penale inventato dai vari giornalisti di sinistra, con alla testa D’Avanzo e Travaglio.
Al riguardo tutto è stato più ampiamente spiegato a proposito del processo a Giulio Andreotti (1) e chi vuole può trovare in quella sede più ampie argomentazioni giuridiche.
Qui si possono solo aggiungere alcuni corollari.
Quando si giunge alla prescrizione, prima di cercare l’eventuale colpa dell’imputato, bisogna constatare una non eventuale ma concreta ed evidente colpa dei giudici. La legge ha previsto la prescrizione affinché un cittadino non sia tenuto nell’ansia di una condanna, e di una grave lesione di immagine, per anni ed anni: dunque concede un ampio margine agli inquirenti e ai giudicanti, ma poi pone un termine ultimo. Se la magistratura non riesce ad arrivare ad una sentenza neanche approfittando di questo ampio margine, è essa la prima colpevole, non l’imputato.
Nel caso Mills la scorrettezza dei giudici – oggi sanzionata nientemeno che dalle Sezioni Unite della Cassazione, cioè con sentenza cui dovranno in futuro attenersi tutti i giudici in casi analoghi – è stata solare. Essi hanno voluto reputare – per spostare in avanti il momento della commissione del fatto, in modo che non si avesse la prescrizione – che il reato attribuito al Mills sarebbe stato commesso quando egli avrebbe cominciato ad utilizzare la somma che è stato asserito avrebbe ricevuto, e non quando Mills ha avuto la disponibilità del denaro o quando si è avuto l’eventuale accordo corruttivo. Sarebbe come se  Tizio pagasse Caio, assessore comunale, per scavalcare gli altri in un appalto comunale, un anno dopo Caio cominciasse a spendere il denaro ricevuto per la corruzione e i magistrati dicessero che il termine per la prescrizione decorre da questo secondo momento. Un assurdo tale che il lettore normale, leggendo, si chiede se ha capito bene. E tuttavia su questa base si è avuto un processo Mills che è durato per anni, che è arrivato in Corte d’Appello ed ora in Cassazione.
E non è l’unica stranezza di questo processo. I magistrati di Milano hanno inventato un’ulteriore fattispecie giuridica, la “corruzione susseguente”. Nell’esempio di prima: Caio fa attribuire un determinato appalto a Tizio, che non vi ha diritto, e in seguito Tizio gli fa un regalo. Ora i casi sono due: o Tizio gli ha promesso il regalo, e si ha l’accordo corruttivo, momento da cui decorre la prescrizione; oppure Tizio non ha promesso niente a Caio e allora non si è avuta la corruzione. Ma questi semplici ragionamenti erano troppo difficili da capire, a Milano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 febbraio 2010
 (1) http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/01/10/andreotti-mafioso-o-no.html

P.S. Il risarcimento che è stato imposto a Mills di versare somiglia moltissimo all'affermazione di colpevolezza di Andreotti per il tempo su cui operava la prescrizione: un contentino ai giudici dei precedenti gradi di giudizio, per non squalificarli clamorosamente.

Tuttavia sarebbe bello poter sperare che i giudici successivi non stravolgano la legge per salvare la faccia ai colleghi. Infatti, come si può essere obbligati a versare un risarcimento per un reato che lo stesso giudice non può affermare nel dispositivo? Se sbaglio, sono pronto a riconoscerlo.



CULTURA
25 febbraio 2010
LA MENTALITA' PANGIUDIZARIA
Del West americano dell’Ottocento la maggior parte di noi ha idee derivate dai film di John Ford, tuttavia alcuni dati sono sicuramente attendibili: c’erano veramente i grandi spazi; lo Stato era quasi assente; tutti andavano in giro armati; c’erano le questioni territoriali, in particolare lo scontro fra pastorizia e agricoltura e c’era la guerra con gli indiani. In un simile mondo gli individui avevano una mentalità che potremmo chiamare di “politica internazionale”: la prima legge era quella della forza e ci si rendeva conto che il singolo sarebbe stato troppo debole per difendersi da solo. Tutti avevano dunque interesse ad avere alleati, se possibile molto potenti o molto numerosi. Sapevano che i patti andavano rispettati ma mettevano in conto i tradimenti: il West era simile alla comunità internazionale.
Nell’Europa Occidentale, a sessantacinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la mentalità è opposta. Non solo il principio che la forza sia la suprema legge è ignorato o considerato con orrore, ma nella maggior parte dei casi è reputato addirittura inconcepibile. Sembra ovvio che la legge debba regolare ogni aspetto della vita e che la giustizia debba trionfare in un mondo in cui i cittadini sono realmente provvisti di uguali diritti, senza che siano previste eccezioni per nessuno. Nemmeno per Ragion di Stato.
L’egualitarismo – che qui viene discusso solo come esempio di quella mentalità - ha raggiunto livelli di totem. A forza di sentir parlare di uguaglianza, tutti credono veramente che il povero possa essere uguale al ricco, il vecchio al giovane, il battifiacca allo zelante e perfino il minorato al sano. Si spinge poi questo egualitarismo al livello internazionale, per cui il Ciad avrebbe gli stessi diritti e gli stessi poteri della Francia e si crede che le controversie internazionali possano essere sempre risolte senza violenza, dando ragione a chi ha ragione. La guerra – questa costante della storia - è vista solo come un’aberrazione del passato. Qualcosa che grazie al Cielo non si ripresenterà mai più. Del resto la stessa Costituzione non sostiene forse che l’Italia “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie”? Anche se uno poi si chiede: ripudia sì, ma in favore di che cosa? Di un ricorso al parroco? E nel caso in cui l’Italia fosse aggredita, si difenderebbe sventolando l’art.11?
Mentre nel West era essenziale “estrarre per primi” e mirare bene, nella nostra Italia si è dispensati perfino dalla legittima difesa. Tutto è demandato allo Stato. I torti, anche minimi, vanno raddrizzati dal giudice e la legge penale è la norma suprema. Secondo gli italiani attuali sarebbe stato giusto che un vigile urbano del tempo elevasse contravvenzione alla carrozza di Luigi XIV se avesse imboccato un senso vietato e oggi Cesare redivivo  non sarebbe un genio militare e politico, ma un colpevole di peculato da gettare in galera. E quando la Wehrmacht si presentò alla frontiera, la Polonia avrebbe dovuto fermarla con una paletta dei doganieri.
L’Italia è affetta da una mentalità “pangiudiziaria”. Ne nasce una sopravvalutazione della magistratura cui l’interessata aderisce entusiasticamente, fino a manifestazioni paranoiche e manie di grandezza. Nessuno ha dimenticato il proclama dei pm di Milano, capitanati da un Di Pietro mal rasato, contro il decreto Conso. Un decreto che il governo coraggiosamente ritirò.
Tutto questo è dovuto ad un periodo di pace estremamente lungo, che ha fatto perdere il senso della storia: si vive anelando all’utopia e si è dimenticato il valore della forza nella realtà. Come se non bastasse l’hanno dimenticato non solo gli uomini che oggi hanno trent’anni ma anche i loro padri e i loro nonni. Solo chi studia seriamente la storia mantiene il giusto orientamento: gli altri vivono in questo Kindergarten in cui se si parla dell’Uomo Nero è per poi sorridere dicendo che si scherzava: non esiste né l’Uomo Nero né la guerra.
La cultura storica è emarginata. Chi tiene conto dell’esperienza, quella che dipende dalla natura eterna dell’umanità, passa subito per un cinico e per un immorale. Se prova a dimostrare la sua tesi con una miriade di esempi del passato si sente rispondere che sì, sarà come lui dice, ma “queste cose non possono più avvenire”. L’umanità oggi è migliore. Noi siamo migliori.
Si può solo sperare che la storia non ricominci ad impartire le sue rudi lezioni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 febbraio 2010





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POLITICA
25 febbraio 2010
LA MENTALITA' PANGIUDIZARIA
Del West americano dell’Ottocento la maggior parte di noi ha idee derivate dai film di John Ford, tuttavia alcuni dati sono sicuramente attendibili: c’erano veramente i grandi spazi; lo Stato era quasi assente; tutti andavano in giro armati; c’erano le questioni territoriali, in particolare lo scontro fra pastorizia e agricoltura e c’era la guerra con gli indiani. In un simile mondo gli individui avevano una mentalità che potremmo chiamare di “politica internazionale”: la prima legge era quella della forza e ci si rendeva conto che il singolo sarebbe stato troppo debole per difendersi da solo. Tutti avevano dunque interesse ad avere alleati, se possibile molto potenti o molto numerosi. Sapevano che i patti andavano rispettati ma mettevano in conto i tradimenti: il West era simile alla comunità internazionale.
Nell’Europa Occidentale, a sessantacinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la mentalità è opposta. Non solo il principio che la forza sia la suprema legge è ignorato o considerato con orrore, ma nella maggior parte dei casi è reputato addirittura inconcepibile. Sembra ovvio che la legge debba regolare ogni aspetto della vita e che la giustizia debba trionfare in un mondo in cui i cittadini sono realmente provvisti di uguali diritti, senza che siano previste eccezioni per nessuno. Nemmeno per Ragion di Stato.
L’egualitarismo – che qui viene discusso solo come esempio di quella mentalità - ha raggiunto livelli di totem. A forza di sentir parlare di uguaglianza, tutti credono veramente che il povero possa essere uguale al ricco, il vecchio al giovane, il battifiacca allo zelante e perfino il minorato al sano. Si spinge poi questo egualitarismo al livello internazionale, per cui il Ciad avrebbe gli stessi diritti e gli stessi poteri della Francia e si crede che le controversie internazionali possano essere sempre risolte senza violenza, dando ragione a chi ha ragione. La guerra – questa costante della storia - è vista solo come un’aberrazione del passato. Qualcosa che grazie al Cielo non si ripresenterà mai più. Del resto la stessa Costituzione non sostiene forse che l’Italia “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie”? Anche se uno poi si chiede: ripudia sì, ma in favore di che cosa? Di un ricorso al parroco? E nel caso in cui l’Italia fosse aggredita, si difenderebbe sventolando l’art.11?
Mentre nel West era essenziale “estrarre per primi” e mirare bene, nella nostra Italia si è dispensati perfino dalla legittima difesa. Tutto è demandato allo Stato. I torti, anche minimi, vanno raddrizzati dal giudice e la legge penale è la norma suprema. Secondo gli italiani attuali sarebbe stato giusto che un vigile urbano del tempo elevasse contravvenzione alla carrozza di Luigi XIV se avesse imboccato un senso vietato e oggi Cesare redivivo  non sarebbe un genio militare e politico, ma un colpevole di peculato da gettare in galera. E quando la Wehrmacht si presentò alla frontiera, la Polonia avrebbe dovuto fermarla con una paletta dei doganieri.
L’Italia è affetta da una mentalità “pangiudiziaria”. Ne nasce una sopravvalutazione della magistratura cui l’interessata aderisce entusiasticamente, fino a manifestazioni paranoiche e manie di grandezza. Nessuno ha dimenticato il proclama dei pm di Milano, capitanati da un Di Pietro mal rasato, contro il decreto Conso. Un decreto che il governo coraggiosamente ritirò.
Tutto questo è dovuto ad un periodo di pace estremamente lungo, che ha fatto perdere il senso della storia: si vive anelando all’utopia e si è dimenticato il valore della forza nella realtà. Come se non bastasse l’hanno dimenticato non solo gli uomini che oggi hanno trent’anni ma anche i loro padri e i loro nonni. Solo chi studia seriamente la storia mantiene il giusto orientamento: gli altri vivono in questo Kindergarten in cui se si parla dell’Uomo Nero è per poi sorridere dicendo che si scherzava: non esiste né l’Uomo Nero né la guerra.
La cultura storica è emarginata. Chi tiene conto dell’esperienza, quella che dipende dalla natura eterna dell’umanità, passa subito per un cinico e per un immorale. Se prova a dimostrare la sua tesi con una miriade di esempi del passato si sente rispondere che sì, sarà come lui dice, ma “queste cose non possono più avvenire”. L’umanità oggi è migliore. Noi siamo migliori.
Si può solo sperare che la storia non ricominci ad impartire le sue rudi lezioni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 febbraio 2010




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POLITICA
24 febbraio 2010
TRAVAGLIO, UN PICCOLO UOMO
La storia può essere riferita molto sinteticamente. Marco Travaglio, abituato a crocifiggere il prossimo con le allusioni, è stato colpito con la stessa arma: il giornalista Nicola Porro, del “Giornale”, gli ha ricordato ad Annozero di avere avuto a che fare con Giuseppe Ciuro, un maresciallo poi condannato per mafia e il giovane Marco ha dato di matto. Ottenendo per giunta – supremo sfregio – che sia Porro che Maurizio Belpietro ridessero pubblicamente di lui. A questo punto, l’ira funesta: il portavoce delle Procure ha scritto una lettera aperta a Santoro: “Se inviti quei giornalisti (seguono sanguinosi ed elaborati insulti) io non partecipo più alla trasmissione Annozero”. Al che Santoro ha replicato: “Non sarà una tragedia”.
La realtà in questo è spietata. Non solo si può fare a meno di tutti –  “i cimiteri sono pieni di persone indispensabili” – ma non bisogna mai commettere l’errore di proporre un grande gesto se poi non lo si attua. Dopo quella lettera Marco Travaglio non dovrebbe più andare in trasmissione e invece – vorremmo sbagliarci - ci andrà. Un po’ perché avrà firmato un contratto, molto perché lo pagano e perché quella tribuna gli ha fornito una immeritata notorietà. Come rinunciarci? Soltanto, appunto, non avrebbe dovuto minacciare l’Aventino: una volta adottata questa via o si mantiene la minaccia o si è degli ominicchi. Anzi, dei quaquaraquà. E c’è da sperare che Porro e Belpietro non manchino di ricordarglielo.
Quanto all’“accusa” mossa a Travaglio, cioè quella di aver frequentato quel tale maresciallo che dopo fu arrestato per mafia, non si può negare che sia risibile. Si può prendere l’autobus e apprendere che si è viaggiato con un assassino seriale: ma la contiguità spaziale e persino i rapporti di amicizia non sono mai reato. Nemmeno con i criminali, se non si partecipa alle loro imprese. Queste giustificazioni però non valgono per Marco Travaglio: perché lui è stato capace di accusare il Presidente del Senato Renato Schifani di avere a suo tempo frequentato-parlato-avuto-a-che-fare con un tizio che dieci o vent’anni dopo è stato arrestato per mafia. Senza dire che l’intera Italia, guidata da lui e da Santoro ha accusato Berlusconi di essere un mafioso perché, oltre dieci anni prima di entrare in politica, aveva avuto alle sue dipendenze un ex-detenuto condannato per mafia. Dunque il caro Marco non ha di che risentirsi. Come non ha di che lamentarsi Di Pietro, fotografato accanto a Bruno Contrada. Accanto non significa niente? D’accordo. Ma andate a spiegarlo proprio a loro, a Marco e a Tonino.
Il mestiere di Travaglio è quello di rendersi odioso. Di questo sentimento del resto lui ha fatto un diritto, quando ha detto che odia Berlusconi e sarebbe lieto se morisse. Quello che il giovane moralista ignora è che, come diceva Clémenceau, “si può fare qualunque cosa con le baionette, salvo sedercisi sopra”. Con la spada si possono vincere delle battaglie, ma se si accumulano i nemici si finisce col perdere. Napoleone a Sant'Elena avrebbe potuto spiegarlo a chiunque. Perfino nella politica italiana c’è un caso esemplare: per concorde opinione, Massimo D’Alema è uno dei migliori politici della sinistra ma la sua carriera non corrisponde affatto, come risultati, alle qualità che molti gli attribuiscono. Se come sport si ha quello di fare del sarcasmo sul prossimo, alla lunga il prossimo si vendica.
Travaglio è lungi dal valere un D’Alema e dunque la sua prevedibile carriera sarà molto più breve. Una volta o l’altra scivolerà su una buccia di banana. Per dirne una, lui stramaledice chiunque abbia avuto guai con la giustizia e poi, per difendersi, dice che lui è stato sì condannato per diffamazione ma solo in sede civile. Dimenticando che si evita di querelare perché quell’atto giudiziario rischia di finire nel cestino della carta straccia mentre una citazione per danni è inarrestabile. E infatti così Cesare Previti ha ottenuto un risarcimento proprio da lui. E allora, quanto vale la vita di un uomo che può essere impiccato a queste piccolezze?
La verità è che Marco Travaglio non se ne accorge. Essendo piccolo lui stesso, le piccolezze gli sembrano grandi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 febbraio 2010

POLITICA
23 febbraio 2010
COLPO DI STATO IN TURCHIA
La notizia è fornita dai giornali secca secca: in Turchia sono stati arrestati quaranta alti ufficiali con l’accusa di preparare un Colpo di Stato contro il governo attuale e contro il partito Akp che lo sostiene. Naturalmente tutta la vicenda è estremamente fumosa e, come altre volte, non rimane che cercare di comprendere il comprensibile partendo dai dati fondamentali.
Nella storia contemporanea, dagli anni Venti del Novecento in poi, la Turchia è stata sempre una “democrazia sorvegliata”. Seguendo le linee guida stabilite tanti anni fa da Atatürk, è sempre stato lecito discutere, votare, cambiare governo, e avere insomma una normale vita democratica con un solo limite: non pretendere di ribaltare la natura laica dello Stato. Infatti, ogni volta che gli alti gradi militari hanno avuto la sensazione che l’eredità politica del Padre della Patria fosse in pericolo, sono intervenuti con la forza, per poi riconsegnare il potere ai civili quando il messaggio è stato adeguatamente raccolto.
Da anni e molto chiaramente, l’attuale premier Recep Tayyp Erdogan ha avuto tendenza a dare molto spazio alla religione: tanto da essere visto da sempre con grande sospetto dai laici e dai militari. Dunque questo premier non è la persona più gradita né agli integralisti del messaggio di Atatürk né a chi ama una Turchia moderna e occidentale. Fino ad oggi se l’è cavata facendo uso di larghe dosi di ipocrisia ed evitando di sfidare frontalmente i militari, ma da un lato un certo malumore è andato montando, dall’altro la Turchia ha avuto tendenza a divenire ogni giorno più bigotta.
Può darsi che la cosa dipenda anche dalle mille esitazioni dell’Europa, che di fatto hanno rigettato la Turchia nell’ambito del Medio Oriente, certo è che chi visitasse quel Paese oggi noterebbe effettivamente una deriva islamista molto più marcata di quanto non si percepisse ancora dieci o venti anni fa. Ankara va a ritroso nel tempo. La possibilità di un Colpo di Stato militare non è dunque inverosimile. Come mai  allora oggi si ha l’arresto di alti militari, piuttosto che – appunto – un Colpo di Stato? I giornali parlano di associazioni sovversive, di reati di diritto comune, di complotti e di contro-complotti: e naturalmente non si può che aspettare, per avere maggiori dati. Ma qualche riflessione è già possibile.
L’esercito turco è un’istituzione serissima. Riesce difficile immaginare che abbia effettivamente progettato un colpo di Stato per poi permettere a dei poliziotti armati di pistole scacciacani di arrestare alti ufficiali. Per questo sembra più verosimile affermare quanto segue:
a) ciò che è avvenuto non costituisce un tentativo di Colpo di Stato, ma un’iniziativa di militari isolati;
b) se si fosse trattato di un Colpo di Stato non sarebbe stato un tentativo ma un Colpo di Stato perfettamente riuscito. Come sempre.  
c) se i congiurati sono stati arrestati, è stato col consenso delle più alte autorità militari.
Naturalmente i migliori calcoli possono essere smentiti dai fatti e bisogna essere pronti a riconoscere che tutti questi bei ragionamenti sono sbagliati. Ma rimane vero che in Turchia c’è una bomba ad orologeria che ticchetta da anni. La speranza è che l’elettorato inverta la tendenza all’islamizzazione di questo grande Paese e che il governo non spinga le cose talmente lontano da provocare – e allora seriamente – l’intervento dei militari.
Una sola cosa spaventa chi ama la Turchia: che essa tradisca Atatürk e scivoli verso un passato illiberale ed oscurantista.
In quel momento l’Europa potrebbe avere il sentimento di colpa di chi non ha contribuito a frenare questa deriva quando era ancora possibile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2010




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POLITICA
23 febbraio 2010
RIFORMIAMO I LAVORI PUBBLICI
Un articolo di Marcello Sorgi sulla Stampa del 22 febbraio (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7012&ID_sezione=&sezione=), giunge alla sconsolata conclusione che il male della corruzione riguarda tutti i partiti. L’Italia è tornata al punto di partenza, all’inizio di Mani Pulite. Questa tesi non è lontana da quella di Ernesto Galli Della Loggia (http://www.corriere.it/editoriali/10_febbraio_20/galli-della-loggia_526ee7f4-1e5e-11df-8de6-00144f02aabe.shtml) il quale qualche giorno fa ha indicato nello stesso popolo italiano il vero colpevole della situazione. I vizi che si riscontrano nella classe politica, egli afferma, non sono diversi da quelli che affliggono l’intera società. Naturalmente questo gli ha attirato sul capo i fulmini e il disprezzo di altissimi pensatori come Barbara Spinelli ed Eugenio Scalfari ma in realtà, se qualcosa si può rimproverare ai due editorialisti è che non facciano l’ultimo passo utile: quello della proposta.
Tutti i giornali manifestano infatti una unanime ed indignata riprovazione per i reati e proclamano una unanime richiesta di moralizzazione. Facendosi eco della società, essi non richiedono soltanto la punizione di questi colpevoli per questo episodio: vorrebbero un cambiamento di tutto il sistema che impedisca per il futuro il ripetersi di simili casi. Ma non è la soluzione. È perfino stupefacente che qualcuno osi chiederla. Questo infatti non è il primo scandalo della storia repubblicana, ché anzi scandali ce ne sono stati in tutte le epoche: conosciuti o no secondo il grado di democrazia e di libertà di stampa, ma mai assenti. Com’è possibile allora che in tanti sperino di por fine ad un fenomeno storicamente ricorrente? Se è vero che la corruzione italiana è endemica; se è vero che essa non è solo una nostra specialità – prova ne sia che si sono avuti episodi di corruzione anche il quel paese onestissimo che è il Giappone – è ragionevole sperare che una nazione di imbroglioncelli si trasformi improvvisamente in una nazione di santi? che nessun genitore vada a chiedere al professore di matematica del figlio di promuoverlo anche se è insufficiente o che nessun imprenditore chieda all’assessore amico di favorirlo per una buona commessa?
L’atteggiamento dell’opposizione, che cavalca ipocritamente la tigre, è sbagliato; l’atteggiamento dei giornali (interessati alle vendite) è sbagliato; l’atteggiamento della stessa società è sbagliato. Non serve a niente dire, con Sorgi, che l’Italia è la stessa del 1993. Non serve a niente dire, con Galli Della Loggia, che l’intero paese tende all’imbroglio. Può invece servire cambiare le regole del gioco, non in vista di una moralizzazione, improbabile se non impossibile, ma in vista del male minore. In particolare bisognerebbe mirare non tanto alla prevenzione dei reati, con una serie infinita di controlli che renda pachidermica e letargica l’azione dello Stato (tanto che poi si finisce con il fare appello alla Protezione Civile), quanto piuttosto a uno snellimento drastico delle procedure. La Pubblica Amministrazione dovrebbe “avere fiducia” nelle persone con cui ha da fare e i lavori dovrebbero essere portati a termine senza intoppi. Dopo, ma solo dopo, bisognerebbe rivedere accuratamente le bucce di tutto quanto è stato fatto, magari gettando in galera chi ha sbagliato.
Con la legislazione attuale tutti i lavori pubblici sono lentissimi, hanno procedure defatiganti, da labirinto e da ginepraio, e tuttavia non mancano scandali e corruzione. E allora perché non imboccare la via opposta? Quella della semplicità in partenza, della velocità nell’esecuzione, e delle sanzioni severe per chi non avrà operato con lealtà ed onestà. Magari richiedendo fideiussioni preventive per gli eventuali risarcimenti.
Ecco perché gli atteggiamenti moralistici della Spinelli e di Scalfari sono inutili. Gli italiani non cambieranno certo perché loro li hanno ammoniti col ditino. Né servirebbe d’altro canto rassegnarsi alla corruzione degli operatori o all’immobilità dello Stato.
Senza stracciarsi le vesti, senza sognare che l’Italia divenga la città di Dio, bisognerebbe operare una riforma del sistema dei lavori pubblici che non tenti neppure di essere perfetta, ma che permetta da un lato la velocità dell’esecuzione delle opere e dall’altro la severa punizione dei disonesti non per le minime violazioni, ma per i reati più seri.
Al contrario dei programmi massimi e utopistici, un programma minimo ma efficace.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2010

POLITICA
22 febbraio 2010
OBAMA SBATTE CONTRO LA REALTA'
La parabola discendente di Barack Hussein Obama si presta a considerazioni che vanno oltre l’interessato.
Tutti gli Stati hanno dei problemi. Alcuni di essi sono immutabili perché dipendono dalla geografia: per esempio l’accesso ai mari caldi per la Russia; altri si possono risolvere ma solo a prezzo di grandi sacrifici: per esempio la rinuncia all’Algérie Française; altri infine sfociano in una guerra che è impossibile vincere e che tuttavia è necessario combattere: i Parti per i Romani, il terrorismo per gli statunitensi. E infatti una notevole parte dell’impopolarità di George W.Bush derivò dalla stanchezza del popolo americano dinanzi a due guerre, quella dell’Iraq e quella dell’Afghanistan. Molti pensavano che in primo luogo era stato un errore cominciarle, tutti comunque rimproveravano all’Amministrazione di non sapere come uscirne.
In questi casi il popolo comincia a sognare l’intervento di un uomo superiore: più risoluto, più saggio, più illuminato. Qualcuno capace di fare ciò che non sa fare l’imbecille che siede alla Casa Bianca. È cavalcando questo malcontento che Obama è stato trionfalmente eletto. Purtroppo i dati di fatto della geopolitica e le necessità della guerra al terrorismo (per esempio la prigione di Guantánamo) sono testardi: non si lasciano impressionare né da bei sorrisi né da grandi ideali. Dunque il nuovo Presidente è stato costretto, in questo come nei rimanenti settori, a confermare pressoché al cento per cento la politica dell’Amministrazione precedente. E ciò ha deluso i moltissimi americani che hanno votato per lui.
Dinanzi al calo dei sondaggi, e anche per non apparire come un bugiardo e un imbonitore, Obama ha disperatamente cercato di mantenere alcune delle promesse fatte. Ma gli è andata malissimo. Con un umile sorriso si è presentato in Europa per lanciare quella politica del dialogo e del multilateralismo che pare Bush avesse trascurato, e non ha ottenuto niente;  è stato conciliante con la Cina, perfino tacendo dei diritti umani, e in totale è solo riuscito ad irritare profondamente quel grande Paese; ha cercato di favorire il processo di pace in Palestina e nessuno gli ha dato ascolto; ha teso la mano all’Iran e ne ha ricevuto insulti e minacce; quando infine ha cercato di mantenere, almeno in Patria, una grande promessa, quella della riforma sanitaria, le cose si sono messe male e a quanto sembra dovrà rinunciarci. In questi mesi i democratici hanno perso due governatori e quel preziosissimo seggio al Senato che gli dava libertà di manovra. Né migliori prospettive ci sono per le elezioni di mid term.
Obama più che un cinico demagogo è forse un ingenuo idealista. Magari ha creduto veramente che, con l’aiuto di Dio, sarebbe riuscito a fare miracoli: ma i miracoli non li fa nessuno e attualmente egli sembra perfino sfortunato. È bene che non sogni un secondo mandato.
Tutta la vicenda offre una serie di insegnamenti. Non bisogna credere facilmente che il problema insolubile per un politico sia poi facile per un altro politico. Il famoso cambiamento non sempre è possibile e soprattutto non sempre, quando è possibile, costituisce un miglioramento. Questo principio andrebbe ripetuto fino alla noia ai molti che chiedono “un nuovo modo di fare politica”, “un cambiamento di rotta”, una “discontinuità”  e altre spelacchiate e fumose palingenesi. Finché si rimarrà sul vago – e si parlerà di “Change” come faceva Obama – ci staremo facendo vento con le parole. Né più serio è che si indichino solo i fini – ad esempio una diminuzione delle imposte e un miglioramento dei servizi – perché di sognare siamo capaci tutti.
Chi propone un cambiamento dovrebbe esattamente specificare che cosa intende ottenere, con quali modalità e a spese di chi. Non appena si scende sul concreto, infatti, molti entusiasmi si spengono. Qualunque riforma lede infatti interessi consolidati, tanto che, se si potesse promettere la vita eterna, si provocherebbe uno sciopero dei becchini, futuri disoccupati.
La situazione dell’America non è colpa né di Bush né di Obama. Il nostro è un mondo imperfetto. Se gli statunitensi sono delusi, è perché sono stati capaci di illudersi. La democrazia permette l’impero della parola, della demagogia, del sogno: lo stato d’animo dominante ad Atene prima della spedizione in Sicilia. Se poi la realtà azzera i sogni, non per questo bisogna dir male della democrazia. È il meno peggio che l’umanità sia riuscita ad inventare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2010
POLITICA
21 febbraio 2010
LE ENERGIE ALTERNATIVE NON SONO ALTERNATIVE
Ci sono “ragionamenti imbattibili” che consentono di risolvere un problema senza approfondirlo. Se qualcuno sostiene di poter prevedere il futuro, gli si chieda di prevedere i sei numeri dell’Enalotto.  E se non lo fa, nemmeno quando la ricompensa è una barca di milioni di euro, è segno che non lo può fare. Anzi, che nessuno lo può fare. Il resto sono chiacchiere, in particolare quelle di chi pretende di dirvi se vi sposerete una o due volte, se vivrete a lungo o avrete un accidente prima dei cinquanta - cose complicatissime e   impossibili da prevedere – e poi non indovina sei miseri numeri. Coloro che parlano di prevedere il futuro o sono degli illusi o sono degli imbroglioni. Ed è meglio scommettere sulla seconda opzione.
Qualcosa di analogo, come ragionamento, si può fare per le energie alternative. Ogni volta che si discute di questo problema, i più competenti, da ambo le parti, tirano fuori sfilze di numeri e di percentuali da dare le vertigini.   E tuttavia – sempre in base al “ragionamento imbattibile” – la discussione è una perdita di tempo. Infatti, se una scoperta è valida, si afferma senza che sia necessario strapazzarsi. Chi ha propagandato la penicillina? Nessuno. Non è stato necessario. All’inizio la gente si è precipitata ad accaparrarsela, fino a creare il mercato nero: chi ha dimenticato il film “Il Terzo Uomo”?
Una scoperta valida finisce con l’affermarsi anche quando va contro la morale, malgrado i grandissimi ostacoli opposti dalla Chiesa, dai benpensanti e, perché no? dalle industrie interessate a vendere il vecchio prodotto. È avvenuto con il telescopio, con la ginecologia e con cento altre scoperte. Per giunta, nel caso delle energie alternative non c’è nessun problema morale: ché anzi l’atteggiamento corrente fa ritenere proprio più lodevoli e desiderabili queste energie rispetto a quelle tradizionali.
Ecco la sintesi: se le energie alternative fossero alternative – se cioè presentassero costi e ricavi almeno comparabili alle fonti tradizionali – avrebbero già prevalso. Visto che non hanno prevalso, non sono alternative.
Se un sistema di produzione fosse in grado di creare elettricità a costi inferiori a quelli attuali, nessun paese terrebbe in funzione le centrali a carbone, e soprattutto quelle a gasolio e a metano: beni, questi, che bisogna importare, con danno sia dell’erario che dell’indipendenza nazionale. Non solo: dal momento che è stata liberalizzata la produzione dell’elettricità – prova ne sia che si può installare un sistema fotovoltaico sulla terrazza di casa propria, se pure col contributo dello Stato, rivendendo poi all’Enel l’eccesso di elettricità prodotta – che cosa vieterebbe ad un’ impresa di produrre energia elettrica a costi inferiori, vendendola sul mercato? Se questo non avviene è segno che la produzione di elettricità con energie alternative non è concorrenziale. Il kilowatt costa di più se prodotto col vento o col sole di quanto costi se prodotto col metano, col carbone e soprattutto col nucleare. Su questo non ci piove.
Gli ecologisti ed altri fanatici religiosi a questo punto dicono: “È colpa degli Stati, che non vogliono investire nella ricerca! È colpa degli Stati, che non danno adeguati contributi a chi vuole creare impianti ad energia eolica o solare!” E con ciò stesso confessano che le loro energie non sono alternative. Infatti è come se prima dicessero che un paralitico può camminare e poi chiedessero allo Stato di spingere la sedia a rotelle.
Oggi le energie alternative hanno due insuperabili difetti: una produzione discontinua e un kilowatt più costoso di quello prodotto con i metodi tradizionali. Quando gli scienziati “verdi” renderanno veramente competitivi i sistemi che oggi propagandano, da un lato avranno ragione, e ne saremo tutti lieti, dall’altro vinceranno la battaglia in concreto. Fino ad allora, malgrado le loro lauree, sono sognatori incapaci di far di conto.
L’uomo medio preferisce pagare di meno il kilowatt prodotto da un impianto “cattivo” che pagare di più il kilowatt prodotto da un impianto “buono”. Sarà immorale, ma per tutti, come il denaro che Vespasiano ricavava dalla tassa sugli orinatoi, il kilowat non olet.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
21 febbraio 2010
POLITICA
21 febbraio 2010
LE ENERGIE ALTERNATIVE NON SONO ALTERNATIVE
Ci sono “ragionamenti imbattibili” che consentono di risolvere un problema senza approfondirlo. Se qualcuno sostiene di poter prevedere il futuro, gli si chieda di prevedere i sei numeri dell’Enalotto.  E se non lo fa, nemmeno quando la ricompensa è una barca di milioni di euro, è segno che non lo può fare. Anzi, che nessuno lo può fare. Il resto sono chiacchiere, in particolare quelle di chi pretende di dirvi se vi sposerete una o due volte, se vivrete a lungo o avrete un accidente prima dei cinquanta - cose complicatissime e   impossibili da prevedere – e poi non indovina sei miseri numeri. Coloro che parlano di prevedere il futuro o sono degli illusi o sono degli imbroglioni. Ed è meglio scommettere sulla seconda opzione.
Qualcosa di analogo, come ragionamento, si può fare per le energie alternative. Ogni volta che si discute di questo problema, i più competenti, da ambo le parti, tirano fuori sfilze di numeri e di percentuali da dare le vertigini.   E tuttavia – sempre in base al “ragionamento imbattibile” – la discussione è una perdita di tempo. Infatti, se una scoperta è valida, si afferma senza che sia necessario strapazzarsi. Chi ha propagandato la penicillina? Nessuno. Non è stato necessario. All’inizio la gente si è precipitata ad accaparrarsela, fino a creare il mercato nero: chi ha dimenticato il film “Il Terzo Uomo”?
Una scoperta valida finisce con l’affermarsi anche quando va contro la morale, malgrado i grandissimi ostacoli opposti dalla Chiesa, dai benpensanti e, perché no? dalle industrie interessate a vendere il vecchio prodotto. È avvenuto con il telescopio, con la ginecologia e con cento altre scoperte. Per giunta, nel caso delle energie alternative non c’è nessun problema morale: ché anzi l’atteggiamento corrente fa ritenere proprio più lodevoli e desiderabili queste energie rispetto a quelle tradizionali.
Ecco la sintesi: se le energie alternative fossero alternative – se cioè presentassero costi e ricavi almeno comparabili alle fonti tradizionali – avrebbero già prevalso. Visto che non hanno prevalso, non sono alternative.
Se un sistema di produzione fosse in grado di creare elettricità a costi inferiori a quelli attuali, nessun paese terrebbe in funzione le centrali a carbone, e soprattutto quelle a gasolio e a metano: beni, questi, che bisogna importare, con danno sia dell’erario che dell’indipendenza nazionale. Non solo: dal momento che è stata liberalizzata la produzione dell’elettricità – prova ne sia che si può installare un sistema fotovoltaico sulla terrazza di casa propria, se pure col contributo dello Stato, rivendendo poi all’Enel l’eccesso di elettricità prodotta – che cosa vieterebbe ad un’ impresa di produrre energia elettrica a costi inferiori, vendendola sul mercato? Se questo non avviene è segno che la produzione di elettricità con energie alternative non è concorrenziale. Il kilowatt costa di più se prodotto col vento o col sole di quanto costi se prodotto col metano, col carbone e soprattutto col nucleare. Su questo non ci piove.
Gli ecologisti ed altri fanatici religiosi a questo punto dicono: “È colpa degli Stati, che non vogliono investire nella ricerca! È colpa degli Stati, che non danno adeguati contributi a chi vuole creare impianti ad energia eolica o solare!” E con ciò stesso confessano che le loro energie non sono alternative. Infatti è come se prima dicessero che un paralitico può camminare e poi chiedessero allo Stato di spingere la sedia a rotelle.
Oggi le energie alternative hanno due insuperabili difetti: una produzione discontinua e un kilowatt più costoso di quello prodotto con i metodi tradizionali. Quando gli scienziati “verdi” renderanno veramente competitivi i sistemi che oggi propagandano, da un lato avranno ragione, e ne saremo tutti lieti, dall’altro vinceranno la battaglia in concreto. Fino ad allora, malgrado le loro lauree, sono sognatori incapaci di far di conto.
L’uomo medio preferisce pagare di meno il kilowatt prodotto da un impianto “cattivo” che pagare di più il kilowatt prodotto da un impianto “buono”. Sarà immorale, ma per tutti, come il denaro che Vespasiano ricavava dalla tassa sugli orinatoi, il kilowat non olet.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
21 febbraio 2010
POLITICA
20 febbraio 2010
ISRAELE ASSASSINA?
Giorni fa un importante capo di Hamas si è recato a Dubai, sotto falso nome. Ciò malgrado, il servizio segreto israeliano, prima ancora che quell’uomo arrivasse, ha inviato una decina d’agenti con un ordine molto semplice: ucciderlo. I membri del commando hanno tenuto d’occhio quell’uomo sin da quando è uscito dall’aeroporto, dandosi il cambio e usando mille travestimenti, fino a prendere una stanza di fronte alla sua, in albergo. Infine, quando una sera il palestinese è rientrato in camera, lo hanno sorpreso e silenziosamente strangolato. Il cadavere è stato trovato il giorno dopo. Il capo del commando del Mossad ha lasciato Dubai un’ora prima dell’omicidio, gli altri subito dopo e i giornali hanno parlato di un lavoro estremamente pulito, assolutamente privo di sbavature e “professionale”. Anche per questo si è pensato al Mossad.
Naturalmente le autorità di Dubai, furenti non tanto per amore dell’uomo che è stato ucciso – i palestinesi non sono simpatici a nessuno, e Hamas men che meno – quanto per la violazione della loro sovranità, hanno chiesto pateticamente l’estradizione del capo del servizio segreto. Fin qui la cronaca.
Indubbiamente nella vicenda si è avuta una violazione della legalità. Il fatto che si sia voluto “fare giustizia”, trattandosi di un terrorista assassino, per molti non costituisce una giustificazione: ma la cosa va precisata.
In uno stato democratico va perseguita la legalità e non la giustizia: infatti la “giustizia” è opinabile - e dunque pericolosa – mentre la “legalità”, pur essendo un letto di Procuste, almeno è obiettiva e prevedibile. Questo principio tuttavia vale all’interno di uno stato democratico e civile: non vale se lo Stato è dittatoriale o se la giustizia e perfino le leggi sono asservite al crimine. Parimenti non è mai valido fra Stati perché fra essi non c’è un giudice superiore, non c’è un gendarme capace di imporsi. In questi casi, sarà ancora doveroso attenersi alla legalità teorica, per esempio quella che riguarda la sovranità dei Paesi, trascurando la giustizia?
Fra gli Stati le frontiere sono sacre; ma è sacra anche la vita dei cittadini. Se dunque dei criminali provenienti dal Paese Blu vanno ad uccidere cittadini del Paese Viola, e poi, tornati a casa, sono protetti dal loro Paese, siamo sicuri che il Paese Viola non abbia il diritto, se ne ha la forza, di punire lui stesso i responsabili di quei crimini?
Il diritto ha la funzione di evitare lo scontro fra i cittadini e per questo lo Stato avoca a sé il monopolio della forza. Ma se il potere non amministra giustizia i cittadini riprendono il loro originario diritto a farsi giustizia da sé: ecco perché nel West tutti andavano armati.
Nello stesso modo, la comunità degli Stati vive in un West in cui non ci sono giudici e non ci sono gendarmi (checché ne dicano gli innamorati di un fantomatico diritto internazionale cogente): il dovere della correttezza reciproca (pacta sunt servanda) si fonda sull’interesse che tutti hanno ad una pacifica convivenza. Da questo nasce l’istituto dell’estradizione: ogni Paese protegge i propri cittadini, ma non quelli che hanno commesso gravi reati altrove. Diversamente, si può verificare ciò che avvenne in Argentina, quando gli israeliani rapirono Adolf Eichmann: violarono una sovranità, certo, ma l’Argentina perché non estradava quel criminale? Un secondo annoso e costante esempio è costituito dai palestinesi che non consegnano certo i terroristi che hanno ucciso innocenti israeliani. Li glorificano, anzi. E il risultato è che molte volte gli israeliani, non avendo alternative legali, hanno compiuto la loro giustizia con precisi connotati di vendetta (“omicidi mirati”). Qualcuno è stato centrato da un missile che ha ridotto in briciole l’auto in cui si trovava, qualcuno è stato ucciso dall’esplosione del proprio cellulare, qualcuno è stato sepolto sotto le macerie dell’intera casa. Per non parlare degli assassini degli atleti di Monaco che il Mossad è andato a cercare in tutto il mondo, uccidendoli fino all’ultimo. Orrendo? Ma non sarebbe orrendo che quegli assassini inumani e inescusabili la facessero franca? Infine - e torniamo all’attualità - c’è chi è stato strangolato a Dubai. Ma Gaza avrebbe consegnato quel terrorista a Gerusalemme? O l’avrebbe fatto Dubai?
La legalità è un supremo valore, in un Paese civile, ma se è iniqua (come le leggi tedesche che ordinavano la Shoah) l’individuo riconquista la propria libertà d’azione originaria. Questo vale anche in campo internazionale quando in modo criminale si comportano Stati interi. In questo caso, se può, chi è vittima di un’offesa esercita la legittima difesa. Dopo l’11.9.2001 gli Stati Uniti chiesero all’Afghanistan la consegna del Mullah Omar, e Kabul rifiutò. Il risultato fu l’invasione dell’Afghanistan.
La sintesi, per gli Stati democratici, è: legalità all’interno, giustizia all’esterno. Il cittadino israeliano, dunque, è obbligato anche moralmente ad obbedire alle leggi; ma lo stesso cittadino deve essere pronto, anche violandole, a difendere se stesso e la Patria se la controparte ha già violato le leggi fondamentali dell’umanità. Diversamente si concederebbe un indebito vantaggio ai criminali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 febbraio 2010


POLITICA
19 febbraio 2010
ESSERE FRANCESI, ESSERE ITALIANI
In Francia si è organizzato un grande dibattito sull’ “identità nazionale” che, dicono, si è tradotto in un disastro: sia come interesse dei cittadini, sia come conclusioni. E se così è andata in una Francia che da noi ha fama di essere nazionalista, figurarsi che cosa avverrebbe in Italia. Eppure il fallimento del dibattito è dovuto, paradossalmente, al fatto che i francesi sono francesi e non se ne accorgono. Come non se ne accorgono gli italiani, di essere italiani.  
Non è un gioco di parole: è più facile vedere gli altri che se stessi. Quando Matteo Ricci arrivò in Cina, nel Cinquecento, notò certamente che i cinesi mangiavano con le bacchette, ma se fosse stato chiesto ai cinesi di definire la loro identità nazionale, non avrebbero certo detto: “Noi mangiamo con le bacchette”. Era una cosa  ovvia. Così mangiavano tutti, da sempre. Solo il gesuita venuto dal lontano Occidente poteva notare le bacchette.
Del resto anche in Italia, ancora negli anni Sessanta c’erano parecchi che, varcate le frontiere, si stupivano di non trovare la pasta al sugo, cotta come si deve per giunta. “Ma che diamine mangiano, qui?” Per loro il primo era invariabilmente e necessariamente la pasta asciutta.
Per capire una nazionalità è necessario “divenire stranieri”, in modo da vedere quel Paese – anche se è il proprio - come lo vedrebbe chi ci vive da poco tempo. Insomma è necessario, per così dire, avere due anime. Conoscere tanto a fondo due Paesi da riuscire, per esempio, a vedere la Francia con la propria anima italiana e l’Italia con la propria anima francese. Non sono richieste vaste esperienze internazionali e capacità di poliglotta: l’essenziale è soltanto che le “patrie” siano almeno due.
A questo punto l’italiano potrebbe dire al francese: tu sei francese perché ami il camembert. Perché ti credi un buongustaio e bevi troppo vino. Perché adori contestare la Francia e sognare che altrove si viva meglio, salvo rimpiangere il tuo Paese, con le classiche parole: “après tout, on n’est pas malheureux en France”, dopo tutto in Francia non si è infelici. Sei francese perché ti diverti con film che non farebbero ridere nessuno, altrove. Perché sei orgoglioso del passato e della cultura del tuo Paese, che personalmente non conosci, e perché reputi che la Francia meriterebbe di essere campione del mondo di calcio. Perché prima dici cose terribili su De Gaulle e poi gli fai un monumento. Perché adori la tua lingua e poi parli in gergo. In una parola perché non ti accorgi di seguire fedelmente il modo francese di vivere. E infatti altrove saresti uno straniero.
Lo stesso vale per noi italiani. Noi che ci consideriamo senza radici, vagamente apolidi, quasi offesi all’idea di nazionalità (“Chi, io, italiano?”), siamo tanto fortemente caratterizzati che lo straniero spesso rimane esterrefatto: quel che vede gli farebbe dedurre che questo è l’Inferno e invece poi si accorge che gli italiani sono sereni e allegri. Che invece sia il paradiso?
Anche se non ci piace ammetterlo, siamo italiani eccome. Prova ne sia che siamo disorientati non appena varchiamo la frontiera. Già parliamo soltanto l’italiano (spesso male) ma soprattutto consideriamo naturale solo il nostro modo di mangiare, di scherzare, di fare i furbi, di parcheggiare, di guidare e di disprezzare lo Stato. Le regole – si sa – sono state scritte per gli ingenui.
Poi, senza accorgercene, abbiamo una serie di ricordi comuni che sono solo nostri: qualunque italiano sa che cos’è stata la “tragedia di Superga” e qualunque straniero non lo sa. Insomma abbiamo anche noi le nostre tradizioni, i nostri pregiudizi, le nostre manie. Se i francesi pensano di non poter vivere senza camembert, noi pensiamo di non poter vivere senza caffè. Gli altri sono più ricchi ma noi ci considereremmo degli straccioni se ci vestissimo come si vestono i francesi. Insomma nel bene e nel male, siamo italiani, con una storia fra le più gloriose d’Europa e con uno degli Stati più scassati e corrotti. Un Paese che è culla della grande musica e sede del Festival di Sanremo, cioè  con molto di cui inorgoglirsi e troppo di cui vergognarsi. Ma che nessuno insulti mia madre: i suoi difetti li conosco perfettamente ma voi dimenticateli e andate agli Uffizi.
Forse bisognava dire a Nicolas Sarkozy che era del tutto inutile promuovere la nazionalità. Sarebbe come promuovere il fegato: qualcosa di cui ci si accorge solo se non funziona.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 febbraio 2010



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POLITICA
18 febbraio 2010
LEGGERE SI', LEGGERE TUTTO NO
Chi non legge i giornali e non ascolta i telegiornali non sa che cosa avviene nel mondo. Chi invece è attento all’attualità troppo spesso è informato in maniera distorta e non solo per le ragioni che tutti ripetono. Infatti, a parte la faziosità o l’incompletezza delle notizie e dei commenti, c’è un inconveniente ancora più radicale: i mezzi di informazione si occupano di ciò che è avvenuto il giorno stesso o nei giorni precedenti e questo non solo toglie prospettiva storica alle notizie ma ne falsifica le dimensioni.
Quando è morto Mike Bongiorno, i giornali ne hanno parlato come di un autentico avvenimento: rievocazioni, commenti, testimonianze. Il marziano che fosse arrivato sulla Terra si sarebbe convinto che era venuto a mancare un uomo estremamente importante. Solo che lo stesso marziano, passata la frontiera, avrebbe scoperto che in Francia o in Germania non se ne parlava nemmeno.
I giornali sono una sorta di proiezione della conversazione in famiglia, quando ci si ritrova a tavola. Sapete, è morto Mike Bongiorno. Il resto degli avvenimenti del mondo sono citati solo se hanno influenza sulla nostra vita, se stupiscono per la loro gravità o se suscitano la curiosità: ma è un interesse superficiale. Se invece dall’oggi al domani il prezzo della benzina fosse raddoppiato, la notizia sarebbe sparata in prima pagina, con titoli di scatola, su tutti i giornali, e la gente, molto irritata, non smetterebbe di parlarne. Il livello delle libertà democratiche in Cina è certo interessante, ma più grave è che dovrò tirare fuori dalla tasca cento euro per fare il pieno.
A causa dello sbilanciamento nei confronti del presente, nel momento in cui tutti i quotidiani parlano dello scandalo della Protezione Civile, si devono leggere solo i titoli. Fra qualche mese la vicenda potrebbe sgonfiarsi (è già avvenuto altre volte), potrebbe ridimensionarsi (questo avviene praticamente sempre), o concludersi con la condanna dei responsabili. Ma il tempo dirà placidamente che è stato uno scandalo come gli altri.
Del tutto inutile – e perfino miserabile – è soprattutto andare a leggere avidamente le intercettazioni telefoniche per bearsi delle parolacce, delle volgarità, del cinismo del prossimo. Chi, onesto con se stesso, potrebbe scagliare la prima pietra? Quanta gente non ha detto, parlando della suocera, del capufficio o del vicino di casa: “Se morisse stapperei una bottiglia di spumante”? Se dovessimo giudicarci severamente per cose simili, se dovessimo trattarci da potenziali assassini, rimarrebbe innocente solo chi non è stato mai intercettato. Nell’indignazione pubblica si manifesta un preoccupante livello di ipocrisia.
In particolare i quotidiani parlano molto di sesso perché l’argomento è pruriginoso: sollecita l’interesse da un lato dei viziosi e dall’altro dei frustrati. Il piacere viene ipocritamente presentato come l’aberrazione di pochi mentre in realtà, se si pubblicasse ciò che tutti abbiamo fatto, una volta o l’altra, anche i sessualmente sani avrebbero occasione di vergognarsi. Infine, per scendere al livello verbale, se si pubblicassero i commenti della maggior parte dei maschi riguardo a celebrità appetitose come a suo tempo Soraya, o più recentemente Diana Spencer in Windsor (soprattutto pensando che con quest’ultima anche uno stalliere aveva qualche speranza), ci sarebbe da arrossire fino alla cima dei capelli.
Sarebbe il caso di smetterla di considerare la vita amorosa del prossimo (inclusi gli adulteri) come un abominio. Con l’unica eccezione dello stupro, il sesso altrui non ci riguarda affatto. Non autorizza nessun giudizio morale. Se apprendessimo che il tale uomo pubblico cambia una donna la settimana e fa l’amore tutte le sere, bisognerebbe solo dire: “Buon per lui. Sono affari suoi”. Qualcuno vorrebbe poter fare altrettanto? Qualcuno invece non potrebbe permetterselo? Qualcuno infine non ne avrebbe nessuna voglia? Sono affari di ciascuno.
I giornali, coi loro punti esclamativi riguardo a ciò che è avvenuto ieri, sono noiosi. È necessario sfogliarli scremandoli adeguatamente. Quando avviene un disastro ferroviario e ci sono cinquanta vittime, se è morto anche il macchinista che l’ha causato non c’è altro da aggiungere. Non si farà nemmeno un processo. C’è solo da celebrare cinquanta funerali e riparare la linea ferroviaria.
Leggere sì, sempre. Leggere tutto, no.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 febbraio 2010

CULTURA
17 febbraio 2010
KEEP SMILING
Chi trova troppo difficile riuscire con la competenza ci provi con l’ignoranza.
Mai usare la violenza. Comunque portarsi un buon martello.
Nulla è tanto semplice che non possa essere reso inutilmente complicato.
L’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili. Il pessimista ne è certo.
Quando tutto riesce a puntino è che si è trascurato qualcosa.
È impossibile fare qualcosa di interamente fool-proof, perché i cretini hanno una tale inventiva!


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POLITICA
16 febbraio 2010
L'OROLOGIO A CUCU' SUONA LA CARICA
La Libia ha messo in atto una ritorsione contro tutti i paesi dell’area Schengen, perché in Svizzera è stata stilata una lista di 187 libici – fra cui lo stesso Gheddafi – cui non è permesso mettere piede nella Confederazione Elvetica. Il modo come è stata messa in atto – respingendo alla frontiera anche persone in possesso di visto, cioè senza preavviso e indiscriminatamente – esprime la considerazione che un governo non democratico e privo di grandi tradizioni ha per i semplici cittadini, anche di altri paesi.
Considerazione opposta si può fare per la Svizzera. Si tratta di un Paese troppo  accorto per non sapere che una lista di proscrizione, includente anche il rais e la sua famiglia, non avrebbe potuto che offendere i destinatari. Ma quella lista è nata come sanzione per il comportamento tenuto da quegli “importanti” personaggi nei confronti di semplici cittadini elvetici. Mentre Gheddafi pretende il diritto di maltrattare il personale dell’albergo perché lui è Gheddafi, per Berna la difesa dell’ultimo dei suoi cittadini vale una crisi diplomatica.
Stranamente, si tratta di due reazioni simmetriche. Quella di Gheddafi è stata per lesa maestà, ma anche quella svizzera è per lesa maestà: per Gheddafi, la sua propria maestà, fonte di ogni potere, per la Svizzera la maestà del popolo, fonte di ogni potere.
La Svizzera non è un Paese simpatico, soprattutto per noi italiani. I suoi abitanti hanno l’incredibile tracotanza di sentirsi superiori ai loro vicini e sarebbero perdonabili se fossero circondati da staterelli asiatici o dell’Africa Nera. Ma queste nazioni si chiamano Italia, Francia, Germania, Austria: cioè il meglio del meglio della storia del mondo. E se i cantoni hanno indubbi meriti; se le strade sono pulitissime; l’ordine regna sovrano; la sicurezza pubblica è altissima e la criminalità bassissima, questo non deve accecare al punto da dimenticare che Napoli, recentemente famosa per la sua spazzatura, qualche secolo fa, per non parlare della sua cultura, è stata fra le culle della grande musica. Per questo lo zurighese e il ginevrino, di fronte alla città del Vesuvio, devono togliersi il cappello con una mano, pure se con l’altra si turano il naso.
Se per una volta ci si sente di applaudire con tutto il cuore i nostri vicini, non è per partito preso, ché anzi il partito preso del’antipatia e la Realpolitik funzionerebbero contro di loro. Ma è entusiasmante l’idea di vivere in un Paese dove l’intera nazione è disposta – per così dire – a scendere in guerra per la difesa di un individuo che ha il solo merito del passaporto con la croce.
Questo episodio è l’epitome e la gloria di una civiltà, quella europea, che è riuscita a rispettare l’uomo e il cittadino. Non perché nobile, non perché ricco, non perché temibile, semplicemente perché uomo e il cittadino.
Dolenti per Gheddafi: non solo sta combattendo la battaglia sbagliata nella maniera sbagliata, ma è riuscito a dimostrare che c’è qualcosa di più alto e di più bello delle alpi svizzere: l’orgoglio svizzero.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 febbraio 2010


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POLITICA
16 febbraio 2010
L'OROLOGIO A CUCU' SUONA LA CARICA
La Libia ha messo in atto una ritorsione contro tutti i paesi dell’area Schengen, perché in Svizzera è stata stilata una lista di 187 libici – fra cui lo stesso Gheddafi – cui non è permesso mettere piede nella Confederazione Elvetica. Il modo come è stata messa in atto – respingendo alla frontiera anche persone in possesso di visto, cioè senza preavviso e indiscriminatamente – esprime la considerazione che un governo non democratico e privo di grandi tradizioni ha per i semplici cittadini, anche di altri paesi.
Considerazione opposta si può fare per la Svizzera. Si tratta di un Paese troppo  accorto per non sapere che una lista di proscrizione, includente anche il rais e la sua famiglia, non avrebbe potuto che offendere i destinatari. Ma quella lista è nata come sanzione per il comportamento tenuto da quegli “importanti” personaggi nei confronti di semplici cittadini elvetici. Mentre Gheddafi pretende il diritto di maltrattare il personale dell’albergo perché lui è Gheddafi, per Berna la difesa dell’ultimo dei suoi cittadini vale una crisi diplomatica.
Stranamente, si tratta di due reazioni simmetriche. Quella di Gheddafi è stata per lesa maestà, ma anche quella svizzera è per lesa maestà: per Gheddafi, la sua propria maestà, fonte di ogni potere, per la Svizzera la maestà del popolo, fonte di ogni potere.
La Svizzera non è un Paese simpatico, soprattutto per noi italiani. I suoi abitanti hanno l’incredibile tracotanza di sentirsi superiori ai loro vicini e sarebbero perdonabili se fossero circondati da staterelli asiatici o dell’Africa Nera. Ma queste nazioni si chiamano Italia, Francia, Germania, Austria: cioè il meglio del meglio della storia del mondo. E se i cantoni hanno indubbi meriti; se le strade sono pulitissime; l’ordine regna sovrano; la sicurezza pubblica è altissima e la criminalità bassissima, questo non deve accecare al punto da dimenticare che Napoli, recentemente famosa per la sua spazzatura, qualche secolo fa, per non parlare della sua cultura, è stata fra le culle della grande musica. Per questo lo zurighese e il ginevrino, di fronte alla città del Vesuvio, devono togliersi il cappello con una mano, pure se con l’altra si turano il naso.
Se per una volta ci si sente di applaudire con tutto il cuore i nostri vicini, non è per partito preso, ché anzi il partito preso del’antipatia e la Realpolitik funzionerebbero contro di loro. Ma è entusiasmante l’idea di vivere in un Paese dove l’intera nazione è disposta – per così dire – a scendere in guerra per la difesa di un individuo che ha il solo merito del passaporto con la croce.
Questo episodio è l’epitome e la gloria di una civiltà, quella europea, che è riuscita a rispettare l’uomo e il cittadino. Non perché nobile, non perché ricco, non perché temibile, semplicemente perché uomo e il cittadino.
Dolenti per Gheddafi: non solo sta combattendo la battaglia sbagliata nella maniera sbagliata, ma è riuscito a dimostrare che c’è qualcosa di più alto e di più bello delle alpi svizzere: l’orgoglio svizzero.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 febbraio 2010


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POLITICA
15 febbraio 2010
LA RESURREZIONE DI VOLTAIRE

La resurrezione di Voltaire non fu un affare complicato. Era sempre stato pelle e ossa e dunque, per così dire, si trattava di rivestire di nuovo quelle ossa. L’operazione ebbe anche un imprevisto:  l’ottantaquattrenne pensatore, eterno ipocondriaco, si ritrovò non solo appena sessantenne ma senza un acciacco, tanto da divenire sospettoso: che diamine significava, quella salute? Non è che stava per morire di nuovo, di botto, senza poter parare il colpo?
La gioia di ritrovare la vita fu comunque debordante. Quante cose nuove c’erano da sapere! Grazie al molto oro che aveva nascosto in un posto noto solo a lui, si ritrovava ricco e poteva dedicarsi a ricuperare il tempo perduto. Per il libraio dell’angolo divenne una presenza familiare. Quell’uomo arrivava e comprava a dozzine libri di storia, di divulgazione scientifica, manuali per le scuole, cd di musica classica (come se non avesse mai prima sentito parlare di Mozart e Schubert!). Ogni sorta di roba. Tanto che una volta il negoziante si fece ardito e gli chiese:
“Perché compra tutti questi libri? Deve scrivere un’enciclopedia?”.
“Io? si stupì il vecchio. Perché, non c’è più l’Encyclopédie di Diderot? L’ha finita solo da un paio d’anni...”
“Ah, quella! rise il libraio, senza badare all’ultima frase, che non aveva capito. Ci vuole una carriola, per portarsela a casa. E poi costa un sacco di soldi. No, non la vendiamo. Ma c’è ancora. Può trovarla alla Bibliothèque Nationale”.
“Insomma, è diventata un monumento”, concluse rattristato Voltaire.
“Un monumento, appunto. Comunque, una grande opera del passato”.
“Volevo ben dire”, concluse Voltaire. E per gratitudine concesse la risposta desiderata: “Sto aggiornandomi sistematicamente sugli ultimi secoli. Diciamo dalla Révolution”, precisò. Era fiero di poter citare con tale disinvoltura un dato che aveva appreso da poco.
“Non è mai troppo tardi per riprendere ciò che si è studiato male a scuola”, disse il vecchio libraio, con l’aria di congedarlo, e Voltaire dovette trattenersi dal dargli la pila di libri sulla testa. Costui si permetteva di considerarlo un asino, un liceale svogliato!
Ma in fondo era colpa sua: era morto nel 1778 ed era ignorante, per ciò che era avvenuto dopo. Non gli rimaneva che tornare a casa e riprendere a leggere per le sue classiche dodici ore al giorno.
Questa impresa però, cominciata con una gioia bulimica, a poco a poco  stava perdendo il suo sapore iniziale. Si stava trasformando in scoramento. Da principio era rimasto incantato dai progressi della scienza, e aveva pensato cento volte con rimpianto che era un peccato non poterne fare partecipe Madame du Châtelet, che amava tanto la chimica e la matematica! Così era un peccato che Montesquieu non potesse vedere a che punto le sue idee avessero trionfato, in materia di democrazia e organizzazione dello Stato.
Da principio il mondo gli era sembrato quello sognato nel Settecento ma poi, man mano che era andato avanti, aveva visto che quegli stessi uomini del Terzo Millennio che usavano con disinvoltura calcolatori, comunicavano senza difficoltà con persone che stavano dall’altra parte del Globo, erano informati di tutto in tempo reale, poi si servivano di questi mezzi per dire sciocchezze. Le signore erano in grado di guidare quelle infernali automobili a velocità demenziali e poi, arrivate a casa, leggevano gli oroscopi. L’umanità aveva avuto ogni sorta di dato in campo geologico e paleontologico, e parecchi intellettuali credevano ancora che Dio avesse creato Adamo, chissà, magari nel 4004 a.C., come sosteneva il vescovo Ussher.
Quell’umanità che da principio era sembrata composta di semidei dominatori della natura si rivelava composta da una massa d’imbecilli, come ai suoi tempi. Con l’unica vera differenza che questi imbecilli erano ricchi. Ricchi di telefoni, televisori, frigoriferi, automobili, ascensori, e di ogni sorta di strabiliante comodità. E anche della possibilità di istruirsi a prezzi irrisori, in ogni campo. E ne approfittavano? No, rimanevano degli imbecilli ricchi e ignoranti.
“Io, pensava, ho sbagliato, credendo che bastasse sradicare la religione cristiana, per indurre la gente a divenire razionale. La scelta non era tra razionalità e religione, ma tra razionalità e irrazionalità. Era all’irrazionalità che io speravo si rinunziasse. E invece la gente, se rinunzia alla religione passa agli oroscopi, al comunismo, a scientology, ad ingollare senza esitare la bassa demagogia dei politicanti”.
Lui personalmente era riuscito a rimanere razionale con la parrucca e le calze di seta bianca, certo non sarebbe cambiato ora. Dunque, invece di disperarsi, dedusse da tutto quello che aveva imparato in questa seconda occasione di vita è che l’umanità non è irrazionale perché la Chiesa la rende così: caso mai è religiosa perché è irrazionale. E forse è meglio che sia cristiana: perché diversamente crederebbe in qualcosa d’ancora più stupido.
Lo scoramento aumentava ogni giorno. Rallentò le letture, cominciò a godersi la vita come uno spettacolo, si abbonò ad una televisione che trasmetteva documentari, e passò la maggior parte del suo tempo in poltrona, senza nulla sperare per l’umanità. Seguiva il consiglio del suo proprio personaggio Candide e “coltivava il suo giardino”, sorseggiando tè o vino, secondo le ore.
Un giorno si trovò ad andare in libreria e il proprietario, che non lo vedeva da tempo, lo accolse con molta cordialità. “Allora, finite le grandi curiosità?”, gli chiese. E Voltaire, mettendogli una mano sulla spalla gli disse sorridendo: “Mon petit bonhomme, c’è poco da sapere. Il meglio che la vita possa offrire è la solitudine insieme con la buona salute. Gliele auguro!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Il protagonista è Voltaire, il quale scriveva in cima a tutte le sue lettere écr.l’inf. Schiacciamo l’infame (religione). Un Voltaire politically correct sarebbe un falso storico.




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POLITICA
14 febbraio 2010
BERSANI E I TEMPI DELLA POLITICA
Bersani chiede le dimissioni di Bertolaso. Perché è colpevole? No, solo perché conviene chiederle. Infatti non solo è probabile che Guido Bertolaso non abbia nulla da rimproverarsi, ma - avesse commesso qualche reato - deve essere il suo giudice naturale a dirlo, non Il Fatto quotidiano, Repubblica, l’Unità o Bersani (in ordine d’importanza). E allora come mai il Segretario del Pd, persona che sembra ragionevole, si lascia andare ad una richiesta dipietresca?
In politica non conta ciò che è reale ma ciò che è percepito come reale. Un triste esempio, ora finalmente protetto dalla coperta d’oro della storia, è la vicenda di Giovanni Leone. Eccellente professore di diritto penale, eccellente Presidente della Camera dei Deputati, divenuto Presidente della Repubblica venne fatto oggetto di una campagna di sospetti e calunnie così forte, così lunga, così appassionatamente orchestrata da certa sinistra, che alla fine dovette dimettersi. Poi la persecutrice numero uno, Camilla Cederna, fu ripetutamente condannata in Tribunale e quella coperta d’oro disse che Leone era innocente come oggi lo dice anche la sinistra: ma sul momento l’Italia credé alla “rimozione di un corrotto”.
Un fatto come quello appena ricordato dovrebbe indurre tutti a non rendersi né colpevoli né fiancheggiatori di calunnie e invece la morale che ne trae la politica è opposta. La gente non si informa e non fa indagini. Nessuno ha studiato legge e molti non leggono nemmeno i giornali: e tuttavia tutti sanno la verità, se la comunicano gli uni gli altri, rafforzandosi vicendevolmente nei loro giudizi, fino a giungere a convinzioni rocciose e universali. A questo punto i politici possono non prenderla in considerazione? Quelle convinzioni, poco importa se infondate, sono la “realtà politica”.
La “realtà politica” è una “realtà virtuale”. Nessuno attende di avere certezze e un leader deve scegliere con quale apparenza schierarsi, sperando di scegliere quella vincente. E nel dubbio si schiera con la propria base, per paura che sostenga un altro. Un altro che le dà ragione anche se ha torto.
A metà degli anni Novanta, Bettino Craxi era Satana, solo un po’ più cattivo. Quando chiesero a Silvio Berlusconi che opinione avesse di lui, la risposta fu: “Per me è un amico”. Chi scrive rischiò d’inghiottire di traverso. Come poteva dire, costui, qualcosa che nessun altro osava ammettere, neanche chi Craxi l’aveva frequentato molto di più? Giuliano Amato, per esempio, diceva di averne solo sentito parlare. Se Berlusconi sopravvisse a quella dichiarazione fu perché è dotato di una forza straordinaria e di una titanica fiducia in sé. Del resto non ci volle meno coraggio a dichiarare, alle elezioni municipali romane, che avrebbe sostenuto Gianfranco Fini.
Ma a parte questi fatti fuori dalla norma, la regola rimane la massima che Indro Montanelli amava citare: “Sono il loro capo e dunque li seguo”. Dunque Bersani, magari personalmente convinto che Guido Bertolaso sia una persona per bene, punta il dito contro di lui, sperando che il suo dito sia più lungo di quello di Di Pietro. Tutto qui. Se la televisione fa sembrare colpevole  il patron della Protezione Civile, io ne chiedo le dimissioni. Se poi risulta innocente, gli chiederò scusa. O forse nemmeno quello: la gente dimentica in fretta. Come si dice, sei mesi, in politica, sono l’eternità.
Il tempo della politica non è la Storia; non è nemmeno l’epoca contemporanea, dalla Rivoluzione Francese: è soltanto l’oggi. E il futuro si ferma alle prossime elezioni. Se questo è l’unico “domani” che importa, non aspetteremo che arrivi per conoscerlo. Dichiareremo di conoscerlo già oggi e agiremo di conseguenza. Se il nostro avversario è calunniato dovremo sostenere chi lo calunnia perché i guai che egli provoca alla vittima sono altrettanti vantaggi per noi.
Che pensare, dunque, di Bersani che chiede le dimissioni di Bertolaso? Che è un abile politico. Però è uno che non avrebbe mai detto: “Per me Craxi è un amico”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 febbraio 2010


POLITICA
13 febbraio 2010
IL CASO BERTOLASO

Oggi due articoli in sequenza, sul caso Bertolaso. Uno serio, uno di costume

BERTOLASO SALVEREBBE CAPRA E CAVOLI
Per quanto riguarda i lavori pubblici, in Italia le cose stanno così. Se si cerca di farli seguendo l’iter legale, o non si fanno o ci si mettono decenni. Se invece si adottano le procedure previste per le emergenze, tutto si realizza nei tempi desiderati. Naturalmente saranno scontente le imprese che sono state escluse e reputavano, magari a ragione, di essere più meritevoli di altre. Naturalmente ci sarà il rischio di qualche abuso d’ufficio o di qualche peculato: però ogni volta che lo Stato per realizzare delle opere non ha disposto di molti anni ha solo potuto battezzare “emergenza” ciò che tale non era. Solo così se l’è cavata. Naturalmente sempre che l’uomo alla testa – è il caso di Guido Bertolaso – fosse molto valido.
Ora è scoppiato un caso giudiziario e, giustamente, l’opposizione dice: “Vanno bene le case per i terremotati dell’Abruzzo, vanno bene gli interventi per l’alluvione di Giampilieri, ma che c’entrano le regate della Vuitton Cup, le Olimpiadi invernali, i lavori per il G8 della Maddalena e il resto? O volete solo offrire agli amici l’occasione di rubare senza controlli? Qui non c’è niente di imprevisto, queste non sono emergenze, queste sono mangiatoie”.
Il governo potrebbe rispondere: “Innanzi tutto, se sono stati commessi dei reati, è giusto che siano puniti ed anche severamente. Poi è vero, non sono emergenze. Ma se, avendo a disposizione tre anni, siamo sicuri che con l’iter normale non ce la facciamo, o trattiamo queste opere come emergenze  oppure ci rinunciamo. Del resto, fateci caso: in Italia un’opera pubblica che debba realmente essere completata entro una data certa è già per questo un’emergenza”.
Il problema ricorda il rompicapo infantile del traghettatore che deve trasportare al di là del fiume la capra, il lupo e il mazzo di cavoli. Con l’aggravante che, in questo caso, si può portare solo uno dei tre alla volta. Il problema sembra insolubile ma non lo è, malgrado l’ulteriore difficoltà. Se non posso lasciare insieme il lupo e la capra, lego il lupo ad un albero e comincio col traghettare i cavoli. La corda non era prevista? Poco importa, ce la metto io.
Tornando ai lavori pubblici, chi impedisce di riformare il sistema in modo che ci siano meno controlli nell’iter normale, anche se più di quanti ce ne sono per le emergenze, in modo da lasciare alla Protezione Civile solo i veri imprevisti? Si tratta solo di rinunziare a qualche guarentigia, di limitarsi a colpire l’illecito piuttosto che a cercare di prevenirlo.
Sembra una proposta semplice ed in effetti lo è. Ma è irrealizzabile. Lo Stato italiano impone una miriade di norme confuse e minuziose. È scassato; inefficiente; ingiusto; sprecone e incapace: ma quando si tratta di emanare nuove leggi per il suo funzionamento il Parlamento si trasforma in un’assemblea di angeli che vogliono realizzare la Città di Dio. Tutto deve essere perfetto. Dinanzi ad una nuova regolamentazione che non faccia posto a tutte le esigenze, anche paralizzanti, che non preveda questo, quello e anche quell’altro, molti si straccerebbero le vesti e chiederebbero che si torni alla normativa precedente. Cioè a quella che prevedeva mille visti, mille ricorsi, mille denunce: e non permetteva di realizzare le opere.
Il mio amico arch.Antonio Pavone, un uomo sulla cui onestà e sul cui disinteresse conterei come sulla morte, divenuto capo della Soprintendenza per i Beni Culturali ed Artistici mi raccontava che non riusciva a lavorare perché riceveva continuamente denunce. Passava la maggior parte del suo tempo al Palazzo di Giustizia e con gli avvocati. Per fortuna era costantemente assolto. Ma era un modo di lavorare, era un modo di vivere quello? E infatti si è dimesso.
Non che si vogliano favorire i delinquenti. Con l’eventuale nuova regolamentazione,  abuso d’ufficio, truffa, turbativa d’asta, concussione e corruzione rimarrebbero punibili. Basterebbe passare al setaccio l’iter amministrativo dopo, a lavori effettuati, colpendo severamente i casi chiaramente illeciti. Ma si sa, i puri di cuore vorrebbero che la normativa quei reati li rendesse addirittura impossibili. E il risultato è che rimangono possibili i reati e divengono impossibili i lavori.
Il nostro è un Paese che non ha mai imparato il senso dell’adagio per l quale l’ottimo è nemico del buono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 febbraio 2010


CASO BERTOLASO: LE VOLGARITÀ

Certe tesi sarebbero facili da sostenere se non disturbassero chi deve ammetterne la validità. Chi affermasse: “Nessun marito può essere sicuro che sua moglie non l’abbia mai tradito, nemmeno una volta”, direbbe qualcosa di evidente. Nessuno ha sorvegliato costantemente la consorte; nessuno l’ha avuta sempre sott’occhio; nessuno può essere sicuro, soprattutto se ha il sonno pesante, che la moglie non gli abbia fatto le corna nella stessa camera da letto. Ma è inutile insistere: l’affermazione sarebbe evidente, se tutti non temessero di doverla trasformare in: “Forse sono cornuto”.
Detto di passaggio: se qualcuno fosse appassionatamente sincero, nel dire che no, per sua moglie non è possibile, starebbe solo dicendo che è troppo poco appetibile perché qualcuno “ci provi”. Insulterebbe così sua moglie e sarebbe presuntuoso: quel “qualcuno” potrebbe avere gusti diversi dei suoi.
Lo schema vale in molte direzioni. A volte ci contorciamo per non chiamare col suo nome una cosa evidente. Anzi per non parlarne neppure. Chi si permetterebbe di dire che la Regina d’Inghilterra defeca tutti i giorni? Eppure non solo il fatto è vero, ma è anche consigliabile, se quell’anziana ed amabile signora malgrado la sua alta carica resta umana.
Tutto questo viene in mente quando vengono pubblicate intercettazioni telefoniche. In questi casi si scopre un linguaggio innegabilmente turpe e tutti si indignano come se esso fosse raro e inammissibile. O come se gli intercettati si fossero espressi in quel modo alla radio o dal pulpito di una cattedrale. In realtà i due dialogavano fra loro, in confidenza, come fanno, quando parlano con i loro amici, quegli stessi che ora si stracciano le vesti. Se li intercettassimo scopriremmo che sono altrettanto cinici, empi e coprolalici.
La verità è che tutti hanno flatulenze, tutti hanno un alito orribile dopo aver mangiato aglio e tutti gli uomini, se sono sani, amano immensamente il sesso. Non necessariamente con la moglie. Noi italiani abbiamo un sentimento di disagio quando in qualche film americano un uomo corteggiato da una donna risponde: “I’m a married man”. Che vuol dire, che è sposato? Il matrimonio è forse un problema erettile?
Ecco perché tutto questo parlare che si fa di sesso, nella politica italiana, è francamente tedioso. Che interessano le escort, i tradimenti, e perfino la droga, se assumere droga non è reato? Nel caso di Marrazzo, la cosa grave è che abbia mentito in pubblico e si sia reso ricattabile; nel caso di Delbono, la cosa grave è che avrebbe usato denaro dello Stato; nel caso della Protezione Civile, ciò che ha a che vedere col sesso, col cinismo verbale, con le parolacce e il resto non ha nessuna importanza: l’unica cosa che importa sono i reati e quelli devono essere perseguiti senza pietà. Ma le parole!
Se dei pompieri, durante un terremoto, scavano per salvare delle vittime e uno di loro dice: “Stramaledetta pioggia! Quelli là sotto, almeno, non si bagnano”, bisogna impiccarlo a quelle parole? Essenziale è che scavi, poi che preghi la Madonna, mentre lo fa, o stramaledica Giove Pluvio, è indifferente. Eppure, che direbbero i giornali se, all’Aquila, quel birbante di Berlusconi avesse fatto quella battuta? Claudio Scaiola, per qualcosa del genere, dovette dimettersi
E come si permettono, in tanti, di essere severi e draconiani a proposito di parolacce se poi il sottoscritto, per quanto ne sa, è l’unico che non ne dice?
Le intercettazioni telefoniche sono eccessive. Bisognerebbe limitarle ai casi in cui sono necessarie, senza mai pubblicarle. Perfino nel giudizio dovrebbero essere mondate da ciò che è sconveniente. Infatti gli intercettati si esprimono in privato, non diversamente da uno che, solo in casa sua, emetta un peto sonoro. Se poi qualcuno si apposta con un registratore e lo mette su YouTube non sta dimostrando quanto quell’uomo sia uno sporcaccione ma quanto lui stesso sia un maleducato.
Ma questa è una predica al vento. Chiediamo scusa alla Regina Elisabetta II. Sappiamo benissimo che non è mai andata al gabinetto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2010
 


 
POLITICA
12 febbraio 2010
POROPRIN, POROPREN, POROPRAN
POROPRÌN, POROPRÈN, POROPRÀN
Come mai in Italia si conoscono così poco le lingue straniere? Come mai coloro che le parlano le parlano talmente male che a volte all’estero ci capiscono come noi comprendiamo gli stranieri delle barzellette?
Le ragioni di base sono due. I professori spesso non parlano le lingue che insegnano (tanto che se arriva un collega che parla fluentemente la lingua straniera lo guardano con stupore e reverenza) e gli alunni sono abituati a vedersi condonare gli errori di pronuncia. Dunque perseverano anche quando, divenuti giornalisti, parlano in televisione a milioni di spettatori.
Ed ora qualche esempio fra mille. Una caratteristica del francese è il fatto che la vocale “e” in fine di sillaba è muta o semimuta. Il venait, egli veniva, non si pronuncia “ilvenè” ma “ilvnè”. E poiché di “e” in fine di sillaba in francese ce n’è una quantità strabiliante, chiunque non ne tenga conto parlerà un francese disgustoso. In Italia, naturalmente, se neanche il professore conosce e soprattutto applica quella regola, il problema non si pone. Nemo dat quod non habet, dicevano gli Scolastici, nessuno può dare ciò che non ha. 2) Se invece dice costantemente, per rimanere all’esempio, “ilvnè”, e se – come è naturale – i ragazzi continuano a dire “ilvenè”, il professore ha la scelta fra dare sempre un’insufficienza a chiunque commetta questo errore (essendo criticato dagli alunni, dai loro genitori, dal preside e infine dai giornali, quando la notizia si diffonde) oppure rassegnarsi ed ammettere che esista un “francese scolastico italiano”. In questo idioma “ils sont” e “ils ont” sono pronunciati alla stessa maniera, “eu” è pronunziato “è” (Dieu = Diè”) ecc. Col risultato che si diceva prima.
Lo schema vale altrettanto bene ed anche meglio per la lingua inglese. Essa è oggi di gran lunga la più studiata ma, purtroppo, ha un sistema fonologico più lontano ancora dall’italiano. Una delle prime parole che i ragazzi incontrano, apprendendo (facendo finta di apprendere) quella lingua è la preposizione “of”. Vogliamo sperare che il professore li avverta che si legge “ov”, ma la suggestione di quella “f”, vista nei primi giorni, è tale che miriadi di alunni, di giornalisti, di italiani, leggono “of”, come se fosse la preposizione “off”. Con risultati comici: The Orchestra of London, annunciata in Italia, diviene “l’orchestra che opera lontano da Londra”.
Gli alunni non si rassegnano al fatto che quella lingua si pronuncia diversamente. Per questo parole come walker, stalking devono per forza pronunziarsi con la “l” e una parola come “emergency”, che si legge più o meno imeurgensi (con la “i” inglese di “this” la quale, a proposito, non è la stessa di “these”, e accento sull’“eu” francese), in Italia diviene una squillante e assurda “emergensi”. Lo stesso vale per “authority”, che ha la sfortuna di somigliare all’italiano “autorità” e infatti viene pronunciata da tutti indistintamente “autoriti”: una parola che gli inglesi non capirebbero, che non è italiana e che non serve a niente, dal momento che bastava dire “autorità”. E nascono le leggende. Per gli alunni, che poi diventano giornalisti e intellettuali, la “u” in inglese si legge sempre “a” mentre questo non è affatto vero, in particolare quando è seguita da “r”. E tuttavia siamo stati afflitti per anni da accenni ad un Richard “Barton” che non è mai esistito. Burton si legge più o meno “beurtn, con la stessa vocale di “er” in emergency. E, a proposito, Clinton non si legge Clinton con la “i” italiana e poi la “o”, ma “Clintn” con la “i” inglese e senza “o”. Non si finirebbe mai.
Il secondo ed ultimo corollario più divertente di questa geremiade è che in Italia non si disprezza chi pronuncia male, si considera snob chi pronuncia bene. In quel di Modena c’è un signore che ha molto viaggiato e parla bene l’inglese, anzi ne parla tre: l’inglese dell’Inghilterra, l’inglese degli Stati Uniti e l’inglese dell’Italia. Perché “tiene a non rendesi ridicolo”.
Inoltre per gli italiani esiste, come lingua straniera, solo l’inglese. Recentemente la capitale di Haiti è stata citata in televisione come poroprèn, poroprèns, poroprìn, poroprìns, poropràn, poropràns, portoprìn, portoprìns, portopràn, portopràns, portoprèn e perfino, ma solo in forza del libero gioco combinatorio, esattamente portoprèns. L’aeroporto di Parigi (quando va bene, quando va male è “areoporto”) si chiama Ciàrles Degòl (invece di Sciarldgol) la città spagnola di San Sebastián diviene San Sebástian, il povero Schumacher non riesce a scrollarsi di dosso l’accento sulla “a”, e quando poi è stata rubata l’insegna di Auschwitz, l’elementare scritta “Arbeit macht frei” è stata letta almeno in sedici modi diversi.
Contrariamente a quanto pensa Berlusconi, in Italia bisognerebbe smettere d’insegnare le lingue. Almeno nessuno, solo per averle studiate a scuola, si illuderebbe di conoscerle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2010





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POLITICA
11 febbraio 2010
IL DL ALFANO: UN ASSURDO GIURIDICO?
Il governo ha varato il promesso decreto per evitare la scarcerazione per decorrenza dei termini dei detenuti di molti processi di mafia in seguito alla decisione della Cassazione che stabilisce la competenza della Corte d’Assise e non dei Tribunali. Con quella sentenza infatti i processi dovrebbero ripartire da zero.
Ho già espresso in tempo non sospetto le mie perplessità al riguardo (http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/02/06/mafiosi-in-liberta.html) ed ora posso confermarle sulla base delle scarne notizie che dà la Stampa di Torino. Il provvedimento sarebbe “una norma transitoria, per attribuire, per i processi in corso, ai Tribunali la competenza a giudicare reati di mafia”.
L’art.2, quarto comma, del codice penale prevede che: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”. E i mafiosi troveranno più favorevole la competenza della Corte d’Assise, che di fatto li farà scarcerare.
Ripetiamo: il Parlamento può benissimo modificare le norme processuali riguardo ad un dato reato e queste norme riguarderanno tutti i reati commessi DOPO quella modificazione. Ma per quelli commessi PRIMA della modificazione gli imputati hanno il diritto, ai sensi del citato articolo 2, di scegliere fra la vecchia e la nuova norma. Checché abbia deciso il governo o il Parlamento, salvo abolire l’articolo due, rinunciando ad una norma a favore dell’accusato che è tanto antica da avere un nome latino: “favor rei”.
Per il momento, prevedo un diluvio di ricorsi, col risultato possibile che non solo i mafiosi siano scarcerati ma che, in totale, i loro reati vadano in prescrizione. Prosit. E a nulla serve che il ministro Alfano dica che non la legge era sbagliata, ma l’interpretazione che ne ha dato la Cassazione. In primo luogo perché chi comanda è la Cassazione e in secondo luogo perché la Cassazione non ha affatto sbagliato. Si è limitata a far di conto.
Questa è quasi una richiesta di aiuto: chiedo a chiunque abbia avuto la pazienza di leggere queste righe e ne capisca più di me di dirmi dove mi sbaglio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2010

CULTURA
10 febbraio 2010
IL MANDRIANO RILUTTANTE
Sul “Corriere della Sera” di mercoledì 10 c’è una notizia che può essere giudicata divertente da chi non è coinvolto: i professori disposti ad accompagnare gli alunni in gita scolastica si sono dimezzati. La ragione è che, soprattutto negli ultimi dieci anni, i ragazzi sono divenuti ingestibili. Il “viaggio d’istruzione” è oggi un’ occasione per lo sballo a base di sbronze, droga e sesso. Una ragazza è tornata dal viaggio incinta, altri ragazzi, chiusi in camera perché non facessero danni, si sono calati dalla finestra. E tutto questo, dicono i professori, per un euro l’ora, senza tenere conto dell’orario notturno.
La notizia mi fa sorridere. Personalmente ho lasciato la scuola molti anni fa e non ho mai preso neppure in considerazione l’idea di andare in gita con i ragazzi. Una volta – ma ero tanto più giovane  - ho accettato di accompagnare una classe dalla scuola alla vicina chiesa per i cosiddetti “esercizi spirituali”: saranno stati ottanta metri. Tuttavia oggi so che avrei dovuto rifiutarmi anche per quegli ottanta metri: i ragazzi possono attraversare la strada correndo e farsi investire anche su una distanza minore. Chi può garantire l’incolumità degli adolescenti a meno che non si consenta al professore di tenerli al guinzaglio?
Forse già allora i docenti viaggiavano gratis ma partivano soprattutto perché idealisti. Per affetto nei confronti dei ragazzi. Speravano di offrire un momento di socialità, un’occasione di amicizia e perfino di istruzione. Io invece, per qualche esperienza nel diritto penale, non facevo che immaginare tutte le occasioni in cui mi sarei potuto trovare sotto processo. Avendo a che fare con dei minorenni sottoposti alla propri custodia si inverte infatti l’onere della prova. La ragazza torna incinta? Come dimostra,  il professore, di aver fatto tutto il possibile per impedire contatti inappropriati – come dicono gli inglesi – fra gli alunni di sesso diverso? Non basterebbe neppure dormire sulla passatoia dinanzi alla porta dell’albergo, visto che – come leggiamo sul “Corriere” - i giovani sono talmente atletici da imitare Romeo sia in salita che in discesa.
Poi, se uno lascia un istante il gruppo per andare a chiedere un’informazione, e succede un incidente, l’accusa è di omessa custodia: dov’era il professore, in quel momento? Ed era proprio necessario che abbandonasse il gruppo per quella specifica informazione?
E se due ragazzi fanno a pugni e uno rimane ferito, il professore perché non li ha separati? Ah, non c’era? E dov’era? E doveva proprio essere in quell’altro posto, non poteva essere dove i ragazzi si accapigliavano?
Proprio per questo non sono MAI arrivato in ritardo in classe: perché sapevo che, in caso d’incidente avvenuto in quei minuti, sarei stato accusato dinanzi al giudice penale.
Quello che molti – e i professori in primis – non capiscono è che se è già  difficile proteggere qualcuno che sta attento a non farsi male (e infatti ci sono le morti bianche), la difficoltà di proteggere qualcuno che a volte fa di tutto per danneggiare se stesso è peggio che diabolica: è insormontabile. Si potrebbe dire: ma i magistrati hanno buon senso, non richiederebbero l’impossibile... Sarà. Io non voluto mai accertarmene di persona.
La conclusione è semplice: raccomando a tutti i professori di dire rotondamente di no, se viene loro chiesto di accompagnare i ragazzi, senza accampare necessità di famiglia, come pare abbiano incominciato a fare. Basterà dicano: “Sono stato assunto per insegnare la tale materia, non per fare il mandriano. Oppure mi si deve assicurare l’impunità checché accada, incluso il fatto che una studentessa poi partorisca dei gemelli. E comunque sono un irresponsabile, del tutto inadatto per un simile incarico.
Mia madre non mi permetteva neppure di portare a spasso il cane”.
A queste condizioni, penso che chiunque sarà lasciato in pace.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2010


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POLITICA
10 febbraio 2010
L'ETOLOGIA DI BERLUSCONI
Sul “Corriere della Sera” di ieri è apparso un articolo di Giovanni Bianconi (http://www.corriere.it/editoriali/10_febbraio_09/editoriale-bianconi-groviglio-giudiziario_818eb79a-1543-11df-a154-00144f02aabe.shtml) che dice un paio di cose sacrosante. Il Parlamento, nei mesi recenti, ha messo in cantiere legittimo impedimento, immunità parlamentare, processo breve, nuovo Lodo Alfano, e leggi attualmente ferme che riguardano le intercettazioni telefoniche e la modifica parziale del codice di procedura penale. L’articolista lamenta questa “bulimia legislativa”: “Si presenta un disegno di legge mentre se ne approva un altro, ma poi l’iter viene interrotto a metà strada per passare a un terzo, mentre sui giornali si discute di un quarto”. Infine conclude col sospetto che “si rincorra la cronaca giudiziaria (in particolare quella che riguarda il presidente del Consiglio)”. Ammesso che queste siano verità sacrosante, manca però l’analisi politica.
Ogni organismo è dotato di un robusto istinto di conservazione. Questo istinto si manifesta da prima sommessamente e con estrema cortesia (“La prego, non insista”), per via via salire di livello fino alla più scatenata brutalità, cioè al momento in cui l’aggredito fa di tutto per uccidere l’aggressore. C’è da aggiungere, per completare il quadro, che perfino fra gli animali ha influenza la coscienza di avere torto o avere ragione. L’animale che invade il territorio di un altro lo attaccherà solo se è ragionevolmente convinto di vincere facilmente. Diversamente la coscienza di essere dal lato della ragione, anche a parità di forze, renderà l’aggredito temibile.
L’istinto di conservazione non riguarda soltanto gli animali ma anche organismi grandi o perfino immensi, come gli Stati. Si pensi alla reazione dell’Unione Sovietica all’attacco di Hitler. In quel paese la Seconda Guerra Mondiale ha preso il nome di “Grande Guerra Patriottica”. L’Urss partì impreparata e con i vertici dell’esercito azzerati dalle demenziali “purghe” del dittatore, ma molti russi, anche se detestavano Stalin, videro in Hitler (per precise colpe e per stupidità di quest’ultimo) uno sterminatore e uno schiavista. E Hitler perse.
Dal momento che lo “scontro per i territori” si può avere anche fra le istituzioni, da Montesquieu in poi si è accettato che il miglior sistema fosse quello di delimitare preventivamente i rispettivi ambiti, in modo che non ci potessero essere sconfinamenti. Tutto questo è durato fino al 1993, quando sconsideratamente il Parlamento ha creduto che Montequieu fosse superato e si potesse concedere un potere illimitato all’ordine giudiziario, castrando l’art.68. Il risultato è stato quello che sappiamo.
Da allora è nata una guerra che la magistratura (non tutta, ma una parte sufficiente) ha condotto contro l’esecutivo e in particolare contro Berlusconi. Il culmine di questo atteggiamento si è avuto con la dichiarazione a maggioranza dell’incostituzionalità del cosiddetto Lodo Alfano, assurda giuridicamente  ma funzionale a quella lotta senza quartiere. Da quella imprudente sentenza è derivata l’ira di Berlusconi, l’animale aggredito nel suo territorio, ben più vibrante di quella che Achille manifestava sotto la sua tenda.
È inutile parlare di “sospetto”: l’ interesse di Berlusconi e del governo è certo, evidente ed anche legittimo. Vedendosi attaccato a morte da un potere fazioso e privo di legittimazione politica - una congrega di funzionari che agisce in contrasto con la volontà del corpo elettorale - Berlusconi e il suo partito si muovono come un animale che combatte contro un aggressore che non vuole condividere una parte delle risorse ma semplicemente eliminarne il legittimo titolare. A questo punto, cade ogni forma di cortesia, di moderazione, perfino di ragionevolezza. Non più “La prego non insista” ma “Ti rincorrerò fino ad ucciderti”. Le reazioni scomposte, confuse, bulimiche di cui parla Bianconi sono quelle di un animale che si sente in pericolo ed è disposto a tutto. Soprattutto nel momento in cui pensa di essere nel suo buon diritto.
Che a tutto questo si sarebbe arrivati lo abbiamo scritto, nel nostro piccolo, in occasione della sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, da noi vista come una catastrofe (http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=26394&Itemid=26; http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=26403&Itemid=26; http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=26412&Itemid=26 e soprattutto http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=26985&Itemid=26 e soprattutto http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=26985&Itemid=26). Prevedevamo infatti che si sarebbe scatenata quella guerra fra i poteri dello Stato che nel Settecento si era previsto come evitare. Ma nel 1993 la piazza giustizialista credeva di saperne di più di Charles de Secondat, baron de la Brède et de Montesquieu.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2010

POLITICA
9 febbraio 2010
IL DISSENSO SULL'ABORTO
 “Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Ci sono problemi che non permettono soluzioni senza controindicazioni: per esempio l’interruzione volontaria di gravidanza in caso di dissenso nella coppia. Per discuterne adeguatamente bisogna prescindere totalmente dal lato morale e giuridico della questione e vederlo solo dal punto di vista degli interessati.
Un dato di base è che il concepimento dell’essere umano avviene nel corpo della donna, prosegue nel corpo della donna fino al parto e si conclude con l’allattamento al seno della donna. Per molto tempo si è dunque pensato che il figlio fosse molto più della madre che del padre ma era un errore: dal punto di vista del DNA, il bambino è esattamente figlio per metà della madre e per metà del padre. Dunque, se si bada al corredo genetico, i genitori hanno gli stessi diritti; se invece si bada alla fatica della gravidanza, ai dolori del parto e alle maggiori cure parentali richieste alla madre, la donna è quella che “paga” di più. E dunque ha più diritti.
Il problema è: quale norma adottare, in caso di dissenso nella coppia, a proposito di aborto?
I casi da ipotizzare sono due: lui vuole, lei non vuole; lui non vuole e lei vuole.
Se l’uomo vuole il figlio e la donna non lo vuole, l’uomo può dire che, per quanto la gestazione e il parto siano interamente a carico della donna, se si sopprime il feto si sopprime anche una spes hominis, una speranza di essere umano che sarebbe per metà assolutamente sua. Del maschio. In perfetta parità. Sarebbe comprensibile che la donna, per non dover partorire e il resto, sopprimesse la sua metà, ma di fatto sopprimerebbe anche la metà che non le appartiene. Né l’uomo ha la possibilità di farsi carico dei fastidi che lei vuole evitare – cosa che farebbe volentieri – perché la fisiologia glielo vieta. La conclusione sarebbe: “Non hai il diritto di impedirmi di essere padre, non hai il diritto di sopprimere quello che un giorno sarebbe mio figlio”.
La donna potrebbe rispondere che di fatto la parità, nel mettere al mondo un figlio, è del tutto illusoria. È vero che, per ragioni fisiologiche, l’uomo non può occuparsi della gestazione e del parto, ma è anche vero che questa impossibilità gli toglie ogni problema e lo lascia interamente a lei, alla donna. E finché le cose stanno così, nessuno può imporle un attacco alla sua fisiologia, nessuno può imporle i dolori del parto ecc. In altri termini, la maggiore quantità di fastidi, problemi e dolori che ha la donna, dovendo avere un bambino, dà a lei una prevalenza nel diritto di decidere: anche perché l’uomo decide di avere un figlio, e glielo consegnano bell’e fatto in clinica, mentre la donna lo deve portare in grembo per mesi, deve imbruttirsi, star male, e infine avere i dolori e – perché no? – i problemi e i rischi del parto. Dunque potrebbe dire: “Non ha diritti sul mio corpo. Non siamo uguali e sul mio corpo decido io”.
Se invece la donna vuole il figlio e l’uomo non lo vuole, il discorso si fa più semplice. Lei può dire: “Ai miei fastidi ci penso io” mentre lui può solo obiettare: “Non intendo assumermi i doveri di un padre”. A questo punto lei potrebbe rispondere che poteva pensarci prima e lui potrebbe ricordarle che non l’aveva avvertito di essere fecondabile o – peggio – che non si poteva prevedere che il preservativo si lacerasse. Discussione acida e infinita che si concluderebbe con un parto. Questo è il dato di fatto, ma bisogna chiedersi: è legittimo, è morale mettere al mondo un bambino che il padre non ama da prima che nasca? È legittimo, magari per un accoppiamento dovuto a spensieratezza, incatenare per sempre un uomo a una donna, anche in mancanza di un serio legame affettivo?
Quale può essere la soluzione? Difficile dirlo. Ogni opinione si scontra contro obiezioni di grande peso. Qualcuno potrebbe dire che, nel dubbio, si dovrebbe sempre dar retta a chi vuole che il bambino nasca: ma si è detto che questa discussione deve prescindere dal dato morale. E comunque realisticamente bisogna ricordare che, se di morale si discute in un articolo, molto meno ci se ne occupa nel momento in cui un uomo o una donna non vogliono avere un bambino.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 febbraio 2010

POLITICA
8 febbraio 2010
ILLUMINATEMI
Ognuno ha i suoi difetti, ma fra i peggiori ci sono quelli che l’interessato considera una virtù. Io per esempio sono molto vicino a considerare la pigrizia una virtù. Del resto, dico: se Hitler fosse stato un pigro, avrebbe fatto tutto quello che ha fatto?
Forte di questo mio difetto, non essendo disposto a seguire da vicino ciò che ha detto quel tale Ciancimino, chiedo a chi fosse meno pigro di me: che prova ha portato delle sue rivelazioni? Più esattamente, prove diverse da “mi hanno detto”, “ho sentito dire”, “ho letto che”, “il tale, oggi defunto, mi assicurava che”. Cioè affermazioni che non siano “de relato” e che posseggano riscontri obiettivi (prove documentali o testimonianze di persone disposte a venire in aula a rischiare un’imputazione per calunnia.
Comunque, facciamola breve: qualcuno può indicarmi le prove delle affermazioni di questo chiacchierone?

CULTURA
8 febbraio 2010
FONTI VALIDE E FONTI INVALIDE
Dal forum Scioglilingua, del Corriere della sera.
A Paolo Fai posso dire che io sarei il suo allievo ideale. Tengo sei dizionari di quattro lingue costantemente accanto a me, più sei o sette di vario genere nella stanza, dal momento che accanto a me non c’è più posto. Poi, accanto al letto, mi contento di tre dizionari e delle “Garzantine”.
Per “m’intriga” lei è libero di usare le espressioni che vuole. Mi rende perplesso, però (“m’intriga?”), il senso che lei dà a quel verbo. Lei dice: “mi coinvolge”, “mi riguarda”, per me significa “m’incuriosisce e mi rende perplesso”. Il Boch, per il francese “intriguer” (nel senso B) dà come senso “incuriosire” “insospettire” ed anche “preoccupare”. Lo Zingarelli dà “affascinare, interessare stuzzicando la curiosità”, mentre il Devoto Oli neppure riporta questo uso del verbo, che evidentemente non ritiene italiano.
Per Carlo. Lei fa benissimo a rilevare le sciatterie, ma non sono d’accordo sul rifiuto dell’ “ignoranza, come valida fonte dell’evoluzione”. Non c’è una fonte “valida” e una fonte “invalida”. Anche l’ignoranza, se un uso errato si afferma, è fonte di evoluzione. Questo non vuol dire che bisogna adottare con entusiasmo gli errori: significa soltanto che, alla lunga, se gli italiani hanno deciso di esprimersi in un modo è inutile ricordare loro che bisognerebbe esprimersi in un altro. Infine non credo che si possano reputare i giornalisti del TG “fonte autorevole”. Come dice lei, commettono troppi errori, per questo. Sono molto più autorevoli parecchi frequentatori di questo forum.


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CULTURA
8 febbraio 2010
KEEP SMILING
Ogni errore sembra incredibilmente stupido, quando lo commettono gli altri.
Nessun sacrificio è troppo grande, quando lo sopportano gli altri.
“Mors certa, hora incerta”. Che c’è scritto su questo orologio? Che non dice l’ora esatta.
È saggio chi non si aspetta gratitudine. Non è ringraziato, ma almeno non è deluso.
Una buona automobile, se ben curata, dura molto a lungo. Solo quando si comprano quattro pneumatici nuovi cade improvvisamente in pezzi.
Qualunque cosa accada, c’è sempre qualcuno che sostiene che essa si è svolta secondo la teoria che egli aveva prima formulato.


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POLITICA
7 febbraio 2010
L'IDV FA FINTA DI ESISTERE
Seguire seriamente un convegno di partito – e per giunta di un partito come l’Italia dei Valori – non è impresa da tutti. I più pigri si fermano ai titoli dei giornali anche perché, per leggere per intero il discorso di Di Pietro, bisognerebbe farselo tradurre.
Comunque, la sostanza è chiara. Quel partito vorrebbe smettere d’essere d’opposizione per divenire di governo. “Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza…”, dice Tonino facendo felice Francesco Saverio Borrelli, ma ora  “Siamo pronti a un altro governo per il Paese”. Dal che si deduce che fino ad ora l’Idv non è andata al governo solo perché prima non era pronta. Ora lo è. Grande cambiamento. Tuttavia qualcuno avrà notato che al governo c’è già qualcuno e Di Pietro riconosce: “Sappiamo che da soli non bastiamo”. Verità tanto imprevista e fulminante da costituire “un grande gesto di umiltà”. Come quello di abbracciare Pierluigi Bersani.
Folklore a parte, l’inevitabile domanda che sorge spontanea è: ma per caso l’Idv dei Valori non è andata alle elezioni come parte di una coalizione? Se vuole andare al governo insieme col Pd non somiglia a qualcuno che dica alla propria moglie: “Ti vorrei sposare”? Che senso ha tutto ciò che ha gridato Di Pietro?
Nell’analisi può soccorrere appunto l’esempio del marito e della moglie. Se, pur essendo sposati, i coniugi hanno litigato di brutto, e interviene una riconciliazione, sarebbe comprensibile che uno dicesse all’altro: “Ripartiamo da zero e vogliamoci bene come quando ci siamo sposati”. Ma in questo caso, c’è stata una lite? A proposito di che cosa? C’è stata una riconciliazione? Su quali basi? Di tutto questo neanche una parola.
Di Pietro, che pure grida invece di parlare, riesce a non essere chiaro. Come non sono chiare le finanze dell’Idv. Se Idv e Pd hanno litigato sulla linea da tenere all’opposizione, o sulla strategia per tornare al governo, chi – ora – ha cambiato direzione, fino ad allinearsi con l’altro? E se c’è stata una convergenza, a che cosa ha rinunciato l’uno e a che cosa ha rinunciato l’altro? O Di Pietro reputa sufficiente, per essere degno di andare al governo, dire che Berlusconi è solo Wanna Marchi e non il Mostro di Firenze?
Per quel che se ne capisce, questo congresso non è servito a niente. E non è servito a niente neanche l’abbraccio con Bersani. Perché, se Di Pietro si piegherà ad essere un gregario del Pd, perderà voti, e se invece il Pd si piegherà ad essere un gregario di Di Pietro, perderà le elezioni. Basti dire che fra i più entusiasti sostenitori del partito, durante questo congresso, ci sono stati dei militanti che si sono dichiarati risolutamente comunisti. Questo significa che Di Pietro convince perfettamente gli estremisti ma dimentica che gli estremisti doc – con credenziali ben più serie delle sue, come Rifondazione Comunista - non sono neppure entrati in Parlamento.
Chi non ha seguito con molta attenzione questo congresso ha fatto bene. Esso è servito soltanto a poter dire che l’Idv è un partito democratico e normale, un partito che ha perfino tenuto un congresso in cui tutti sono stati liberi di applaudire Di Pietro. Anche se Di Pietro non ha detto niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 febbraio 2010

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Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.