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CULTURA
31 gennaio 2009
LA STORIA NEL CANESTRO

LA STORIA NEL CANESTRO

Si legge sui giornali che a Dallas un allenatore, Micah Grimes, ha condotto la sua squadra femminile di basket a vincere contro la squadra avversaria col punteggio di cento a zero e poi è stato licenziato perché ha rifiutato di scusarsi con le perdenti.

I greci erano del parere che chi vinceva era moralmente migliore del perdente, diversamente gli dei non l’avrebbero favorito; nella mentalità del Bushido, codice morale dei guerrieri giapponesi, il nemico che si arrendeva meritava il disprezzo perché non era morto combattendo, ma nei tempi recenti le cose sono cambiate. Oggi bisogna chiedere perdono se si vince umiliando l’avversario. L’occidentale si vergogna della propria superiorità passata e presente. Delle crociate e della conquista dell’America latina vede solo i lati negativi. Ad ogni piè sospinto si precipita a sottoscrivere le accuse più inverosimili in materia di colonialismo. Arriva a farne una teoria: la civiltà romana o greca da un lato, la civiltà bantù o kikuyu dall’altro, sono solo “diverse”. Non si deve dire che Aristotele non ha il suo corrispondente in lingua swahili: qualche stregone potrebbe sentirsi discriminato.

Ogni eccesso è un errore e soprattutto non bisogna trasformare la magnanimità in un dovere. Se un generale vince una battaglia può generosamente cercare scuse al collega battuto: può parlare di diversità di armamenti, di fattori imprevisti o addirittura di fortuna, ma quell’eventuale atteggiamento è solo una forma di eleganza: in realtà, come ha scritto Tucidide, “nessun vincitore crede mai alla fortuna”. E comunque quelle parole non danno affatto al vinto il diritto di prenderle sul serio. Chi ha perso, se vuole avere la stessa eleganza del vincitore, deve solo dire che il campo di battaglia ha solo dimostrato chi era il migliore e che lui ha meritato la sua sorte. Se invece pretende le scuse del più forte ha un comportamento demenziale, contrario persino alla più elementare etologia.

Nel caso della squadra di basket, l’allenatore che si è rifiutato di scusarsi è una persona normale. Avrebbe dovuto farlo se le sue ragazze avessero violato qualche regola del gioco: ma così non è stato e dunque non c’era nessuna ragione di battersi il petto. Doveva piuttosto chiedere scusa l’allenatore della squadra perdente: non avrebbe dovuto accettato di giocare l’incontro con una squadra di valore tanto diverso. Chi lancia una sfida di cui non è all’altezza non merita solo la sconfitta, merita l’irrisione.

A voler concedere qualcosa alle persone di cuore, si può ammettere che Mr.Grimes avrebbe potuto compiere un gesto di pietà nei confronti delle perdenti. Avrebbe potuto per esempio – come ipotizzato – dare la colpa all’allenatore: ma che gli si imponga di scusarsi, e addirittura che lo si punisca per non averlo fatto, è troppo. È il sintomo di un mondo che non crede più a se stesso.

Gli occidentali non si attribuiscono più il diritto di vincere e si annega in un’ipocrita melassa. Oggi la retorica vuole che tutti siamo uguali: forti e deboli, giovani e vecchi, vincenti e perdenti, belli e brutti. Gli stessi minorati non sono più tali e forse i ciechi, “diversamente abili”, hanno il radar. Non sarebbe più semplice chiamarli col loro nome e cercare di non discriminarli? Né bisogna dimenticare un ultimo imperativo, cui tiene molto la sinistra: devono essere uguali anche i ricchi e i poveri, nell’unico modo possibile: rendendo tutti poveri.

In realtà le diseguaglianze sono come la legge di gravità: non si lasciano impressionare dalla political correctness. Ed è un peccato: perché diversamente  i vecchi potrebbero corteggiare le ventenni.

L’etologia è implacabile. Il pesce grosso mangerà sempre il pesce piccolo, il forte continuerà a battere il debole e l’intelligente continuerà a ridere del cretino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, piuttosto perdente che vincente.

31 gennaio 2009


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CULTURA
30 gennaio 2009
RAPIRE BATTISTI?

RAPIRE BATTISTI?

Un lettore chiede a Sergio Romano, nella rubrica delle lettere del “Corriere della Sera”, perché l’Italia non manda un commando a rapire Cesare Battisti e portarlo in Italia: come fecero gli israeliani con Eichmann o, a suo dire, gli Stati Uniti “in tutto il mondo”; l’ex-ambasciatore dichiara che questi sono “pericolosi precedenti” e finiscono “inevitabilmente per generare altri arbitri”. Leggendo queste parole ci si accorge che purtroppo non si può essere né d’accordo né in disaccordo con lui. Infatti tutto dipende dalle circostanze.

Lo Stato moderno non ammette la vendetta privata e se ne riserva l’esclusiva: la chiama “sanzione penale”. Il singolo può dunque non attivarsi, per riparare un torto, perché ci penserà lo Stato. È questa la ragione per cui molte persone, gravemente offese da un crimine, dicono virtuosamente: “Non chiediamo vendetta, chiediamo giustizia”, senza rendersi conto che la giustizia di cui parlano è la vendetta di Stato. L’unico vantaggio è la ragionevole probabilità che la sanzione sia più serenamente commisurata al delitto.

Questo schema è valido anche nei rapporti internazionali. Se un assassino tedesco, per sottrarsi alla giustizia del suo paese, scappa in Italia, l’Italia lo restituisce alla Germania. E lo stesso avviene se un assassino italiano scappa in Germania. Ma che avverrebbe se un Paese desse ricetto e protezione a tutti gli assassini d’Europa? L’Italia o la Germania dovrebbero rassegnarsi a lasciare impuniti parecchi crimini oppure, se proprio tenessero a punire un dato criminale, dovrebbero andare a prenderselo. È quello che è avvenuto per Eichmann. Israele non avrebbe dovuto violare la sovranità dell’Argentina, ma è anche vero che l’Argentina avrebbe dovuto consegnare Eichmann. È questa è l’origine del rapimento. Come dicevano i giuristi romani, in pari causa turpitudinis, melior est condicio possidentis, quando due persone si contendono una cosa ed hanno ambedue torto, la situazione migliore è quella di chi detiene la cosa contesa. Israele ha voluto essere il possidens.

Un esempio antichissimo è quello della guerra che Pompeo condusse contro i pirati, nel Mediterraneo. Egli non si limitò ad eliminare fisicamente tutti quelli su cui riuscì a mettere le mani ma devastò e punì severissimamente le città portuali che, per amore o per forza, avevano assicurato loro delle basi sulla terraferma. Roma applicò la propria giustizia non solo ai pirati, ma anche ai loro sostenitori, non diversamente da come Israele, nel 2006, ha pesantemente bombardato le strutture del Libano, colpevole di aver dato ospitalità agli Hezbollah.

Un altro caso che abbiamo sotto gli occhi è quello dei terroristi palestinesi. Dal momento che l’autorità locale non ha la volontà o la forza di arrestarli e processarli, Israele si trova dinanzi al dilemma: o rinuncia alla vendetta/giustizia, o la esercita da sé, con gli “assassini mirati”. Cosa che non avverrebbe mai se nei Territories si potesse contare su un normale esercizio della giustizia penale.

Ecco perché Romano ha insieme torto e ragione. Ha ragione se si parla di Stati civili e rispettosi degli altrui diritti; ha torto se si parla di Stati che violano le regole della convivenza internazionale e proteggono i criminali.

Non è il caso che l’Italia vada a rapire questo terrorista in Brasile, semplicemente perché l’uomo non è abbastanza importante per provocare una crisi fra due grandi potenze. Questo non toglie che, se lo facesse, il Brasile non avrebbe il diritto di gridare scandalizzato alla violazione del diritto: ha cominciato lui, a violarlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 gennaio 2009


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CULTURA
30 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

Marco Sostegni mi chiedeva perché avevo definito il nome Carmela “terroso” e che significava l’aggettivo. Confesserò che era una sorridente allusione al Sud Italia (cui appartengo) e voleva far pensare a “terrone”. In ogni modo, anch’io sono a favore dei nomi italiani. Mia moglie ha riso per anni di un giovanotto che per la strada, parlando al citofono, con un accento siciliano da spaccare le pietre ha detto: “Signura, Jonathan sugnu, mi la chiama a Samantha?” Quando meglio sarebbe stato se avesse detto, in italiano, “Signora, sono Alfio, me la chiama Cettina?”


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CULTURA
29 gennaio 2009
IL NEGAZIONISMO DELLE MONTAGNE

IL NEGAZIONISMO DELLE MONTAGNE

Con il termine “negazionismo” si intende  (Sabatini-Coletti) una “forma estrema di revisionismo storico che, con fini ideologici e politici, nega l’evidenza di fatti storici conclamati, specialmente riguardo allo sterminio nazista del popolo ebraico”.

L’aggettivo “conclamati” basta a distinguere il revisionismo dal negazionismo. La revisione è il primo e costante dovere dello storico: questi non deve avallare nessuna versione dei fatti, per quanto correntemente accettata, che non sia dimostrata dai documenti e deve essere pronto a proclamare la verità che risulta dai documenti, quand’anche non fosse quella che aveva sperato di scoprire. Il negazionismo viceversa è solo un pregiudizio che nega l’evidenza.

Ma che cosa è evidente, che cosa non lo è? Negare che la Spagna abbia cercato di attaccare l’Inghilterra con l’Armada Invencible sarebbe negazionismo. Viceversa, se tutta la Spagna pensasse che la spedizione fu un fallimento a causa della tempesta, e tutta l’Inghilterra pensasse di avere riportato una sonante vittoria, chi andasse a sostenere in ciascuno dei due paesi la tesi sgradita, farebbe del revisionismo, non del negazionismo. In fondo tutto si riduce a questa ipotesi: “Gli spagnoli avrebbero vinto, se non fossero stati decimati dalla tempesta?” E ovviamente, nel campo delle opinioni, della storia fatta con i “se”, si è liberi di argomentare.

Il negazionismo appartiene di solito agli ignoranti ma rimane da spiegare come mai alcune persone non del tutto ignoranti si lascino andare ad esso. La spiegazione risiede nel fatto che le convinzioni più profonde sono radicate nell’istinto (andate a spiegare a un diciottenne che il sesso non è importante!) e nel condizionamento; soprattutto quando questo è privo di voci critiche e fa parte, per così dire, dell’imprinting. È questa la ragione per cui tutti i dittatori cercano di inquadrare anche i bambini nelle loro organizzazioni. Chi nel 1922 aveva trent’anni nel 1942 poteva facilmente essere antifascista. Chi invece era nato nel 1922 ed era stato Balilla e Avanguardista, considerava il fascismo una dottrina indiscutibile che solo i traditori potevano contestare. Questo gli avevano insegnato, in età pre-critica, ed ora, da adulto, si sarebbe forse rifiutato di ascoltare tesi antifasciste. Non diversamente da come per anni, nelle assemblee dei licei, gli studenti di sinistra non hanno permesso ai giovani di destra di prendere la parola. Fanatismo e negazionismo hanno parecchio Dna in comune.

Il negazionismo è un atteggiamento che lascia prevalere sulla ragione e sui dati reali, di cui non si vuole nemmeno avere notizia, il condizionamento ricevuto o la propria personale paranoia. Il fascista non accetta le gravi colpe del fascismo, il comunista nega le tragedie e la miseria del socialismo reale, l’antisemita non ha difficoltà a negare l’intera Shoah. Le camere a gas, diceva un tale in questi giorni, servivano alla disinfezione: chissà come si sarebbe disinfettato bene, lui stesso, con lo Zyklon B.

Non è il caso di discutere con i negazionisti di ogni risma: il buon senso vuole che non si parli con chi non ha orecchie o con chiunque abbia deciso in partenza di credere qualcosa, perfino che la Terra sia piatta. La fede sposta forse le montagne ma le montagne non spostano la fede.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

29 gennaio 2009


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POLITICA
29 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

LO PSEUDONIMO

Parlando di pseudonimi mi sento un po’ un abusivo, dal momento che non ne ho mai usati. Credo tuttavia di poter ipotizzare le seguenti ragioni, per adottarne uno. Innanzi tutto qualcuno può desiderare di sfuggire ad un cognome ridicolo o semplicemente brutto: Caratozzolo, Scornavacca, Porcu. Altri possono cercare di sfuggire ad un’identità troppo nota: basti pensare all’ipotesi di un Piero Ostellino che desideri vedere come riesce ad interloquire con chi non sa di avere a che fare con un famoso giornalista, ex-direttore del Corriere della Sera. Qualcuno ha addirittura cura di scegliere uno pseudonimo che non riveli neppure il proprio sesso. C’è poi chi potrebbe adottare un soprannome perché nel web volano insulti e un soprannome potrebbe rendere più difficile l’identificazione, se qualcuno volesse presentare una querela per ingiurie o per diffamazione. La ragione più semplice e profonda è tuttavia una sorta di voglia di rinascere, con caratteristiche diverse: qualcosa di analogo cioè a ciò che avviene nella Chiesa quando, pronunciando i voti, il religioso cambia nome e una Anna Maria diviene Suor Teresa. Il procedimento non deve stupire: nella mentalità primitiva, di cui in fondo non ci siamo liberati, il nome non è puramente convenzionale: aderisce alla persona, partecipa della sua sostanza (ed esiste infatti l’onomanzia) e per questo, cambiando nome, è come se si rinascesse. Una Carmela, stanca del suo nome terroso e meridionale, nel mondo del web potrebbe finalmente firmarsi Jennifer o Samantha, quasi un personaggio di soap opera, e un Giorgio Rossi potrebbe adottare un nickname programmatico come “Liberopensiero”, o perfino “Lenin2”.  Va infine segnalato che qualcuno potrebbe adottare uno pseudonimo per la ragione più banale: perché crede che sia obbligatorio, nel mondo di internet.


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CULTURA
28 gennaio 2009
LO SCISSIONISMO DELLA SINISTRA

LO SCISSIONISMO DELLA SINISTRA

Lo scissionismo della sinistra in Italia è una malattia endemica che merita spiegazione.

Se una teoria nasce dalla realtà concreta, cercherà sempre di adattarsi ad essa. La monarchia ad esempio è cambiata: mentre nel 1649 Carlo I Stuart preferì farsi decapitare piuttosto che rinunciare al principio del diritto divino, oggi nessun re si intestardirebbe a chiedere il potere assoluto e tutte le monarchie europee (salvo lo Stato della Città del Vaticano) sono costituzionali.

Le cose vanno diversamente quando alla base di una dottrina non c’è la realtà ma un dogma sovrannaturale. La Chiesa per esempio ha stabilito il principio della difesa della vita quando la mortalità infantile era un’autentica piaga e lo mantiene ancora oggi, quando la piaga è diventata la sovrappopolazione: questo perché ne ha fatto un principio immodificabile, fino a vietare la contraccezione dove i bambini muoiono di fame e fino a chiedere che la donna stuprata non abortisca. Il dogma, una volta formulato, è immodificabile, qualunque ne sia il costo: dallo scisma anglicano all’allontanamento della maggior parte dei credenti. Dio non può cambiare opinione.

Lo scissionismo della sinistra si spiega nello stesso modo. Questa parte politica reputa di disporre di un metro infallibile per misurare il bene e il male avere una propria Bibbia intangibile: i sacri testi marxisti. Purtroppo, come è avvenuto nella storia della Chiesa, la realtà è mutevole e i testi si prestano ad interpretazioni. Il   risultato è che il singolo comunista serio vive il dissenso altrui non come una diversità di opinione ma come un’eresia pericolosissima, una negazione della fede, una collusione col nemico. Mentre nell’ambito liberale chi ha un’opinione diversa dalla maggioranza sa di doversi inchinare ad essa, in base ad un principio di democrazia, nell’ambito dogmatico il singolo, sulla base della sua interpretazione dei testi, si considera l’unico fedele alla vera dottrina. È la maggioranza che la sta tradendo e dunque lui, costi quel che costi, ha il dovere di riconfermarla nella sua purezza: è ciò che pensavano Maometto, Lutero, Hus, Calvino.

La certezza di essere nel giusto rende intolleranti. Il comunista che si convince del tradimento del proprio partito non si lascia scoraggiare dal fatto che ogni scissione è nociva; non pensa che si indebolisce il movimento dei lavoratori e che non tutti i dissensi valgono una guerra: piuttosto che piegarsi è disposto a tutto. La flessibilità e il compromesso sono infatti altrettante forme di debolezza, di simonia, di tradimento. Il vero credente ha il dovere di tenere alta, anche da solo, la bandiera del dogma.

Quando Occhetto fondò il Pds, coloro che reputarono questa operazione un tradimento degli ideali del Partito Comunista Italiano fondarono un partito alla sua sinistra. Quando una frazione di questo Partito reputò a sua volta che si fosse imboccata una strada sbagliata, si ebbe una scissione degli scissionisti e nacque il Partito dei Comunisti Italiani. A farla breve, ecco che cosa abbiamo oggi: il Partito della Rifondazione Comunista, Iniziativa Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, il Partito Comunista Italiano Marxista Leninista, la Lista Comunista per il Blocco Popolare, il Partito Comunista dei Lavoratori, la Sinistra Critica,  il Partito di Alternativa Comunista, e l’ultimo venuto di Niki Vendola, la Rifondazione per la Sinistra. E a questi si aggiungono il Sole che Ride e la Sinistra Democratica. Si potrebbe fare giustificatamente del sarcasmo, su questa tendenza all’atomizzazione, ma sarebbe fuor di luogo. La colpa non è dei frazionisti: è di una concezione religiosa della politica.

Il liberale si sente a disagio, quando parla con persone che appartengono a questa galassia aggrappata al dogma: essendo abituato a ragionare sui fatti non può capire chi, invece di riconoscere l’enorme errore storico del marxismo, sogna che quel sistema potrebbe ancora funzionare. Il moderato parla dei disastri che il comunismo ha provocato nei paesi dell’Est europeo, in Cina, a Cuba, in Vietnam, e ottiene dal comunista solo contorsioni mentali e la riconferma che il sistema è buono: sono gli uomini che non sanno farlo funzionare. Come se, in futuro o altrove, dovessero farlo funzionare gli angeli.

Il buon senso consiglia di non discutere mai con i cattolici ferventi, con i comunisti e con gli antisemiti. Non si ottiene mai nulla. Bisogna solo evitare di cadere in loro potere. La storia ha chiaramente spiegato che cosa si rischia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 gennaio 2009

 


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CULTURA
27 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

Non sono sicuro di avere esattamente capito il quesito, ma credo che la differenza fra "nel nord della Sicilia" e "a nord della Sicilia" sia questa: ciò che è a nord della Sicilia non è in Sicilia. "Nel nord della Sicilia c'è Patti", mentre "A nord della Sicilia c'è il Mar Tirreno". Nella parola "continuiamo" la "u" non ha affatto il suono che Sartori definisce "u con l'Umlaut" (più semplicemente di "u" francese o lombarda, in fonetica, /y/). Ciò che può trarre in inganno è il suono della desinenza. In fonetica la parola si compone di cinque sillabe: /kon/ti/nu/'ja/mo ed è la "i" di "iamo" che ha il suono di semivocale, non la "u" che, a mio parere, è in una sillaba a parte. Anche se - azzardo - potrebbe subire qualche influenza per ragioni di fonetica combinatoria. Per la parola "mozzo" chi non è toscano può affidarsi ad un qualunque buon dizionario: "mozzo" con la zeta aspra di "pazzo" (/ts/, in fonetica) significa troncato, oppure ragazzo imbarcato un tempo sui velieri; mentre "mozzo" con la "z" dolce di "zaino" (/dz/ in fonetica) è il centro della ruota. A proposito: in inglese si chiama "hub" (da pronunziare facendo sentire l'acca) e da qui l'espressione per indicare un centro di smistamento aeroportuale. Infine, almeno a parere di chi scrive, l'italiano è una lingua facile come fonologia, ma ha due difficoltà notevoli, i verbi irregolari, sui quali infatti incespicano gli stessi italiani, e le vocali finali delle parole. La frase "Le infermiere sono solerti e accurate" richiede che si ricordi che al singolare "solerti" fa "solerte" e "accurate" fa "accurato". Non tutti ci riescono. C'è un noto meteorologo (Giuliacci senior) che, in televisione, non smette mai di parlare di "debole piogge", come se il singolare fosse "debolo, debola". Ed è italiano,lui. Mentre non lo è quello che dice.




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CULTURA
26 gennaio 2009
NOTA SULLO STUPRATORE

NOTA SULLO STUPRATORE

Ad uno stupratore confesso, pochissimi giorni dopo il fatto, sono stati concessi gli arresti domiciliari e l’Italia è insorta. Il Ministro della Giustizia ha addirittura inviato degli ispettori per verificare che tutto si fosse svolto secondo la legge e non fosse stato commesso nessun abuso, liberando il malfattore. La reazione corale ed univoca è tuttavia sbagliata.

1) È principio costituzionale che nessuno può essere considerato colpevole finché non intervenga sentenza passata in giudicato. A maggior ragione, nessuno può scontare una pena detentiva se non in seguito a quella sentenza.

2) La legislazione attuale equipara gli arresti domiciliari alla detenzione in carcere: dunque non è esatto dire che quello stupratore “è stato scarcerato”. È solo uscito materialmente dal carcere.

3) In Italia si è così scoraggiati sul funzionamento della giustizia che se un colpevole esce dal carcere prima della sentenza definitiva, si teme che non sconti nessuna pena, in seguito. O perché assolto “per un cavillo” (come dicono gli incompetenti, quando la questione non li riguarda personalmente), o perché giudicato innocente. Mentre la folla lo vuole colpevole e basta.

4) Non è così in questo caso, ma in generale il semplice fatto che l’accusato abbia confessato non è sufficiente per giudicarlo colpevole. Esistono i mitomani, esiste l’autocalunnia, ed è dunque necessaria una sentenza perfino per accertare che non si tratti di una confessione falsa.

5) La carcerazione preventiva si giustifica solo in caso di rischio di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Nel caso che ha fatto scandalo, evidentemente, il magistrato ha ritenuto che nessuno di questi rischi fosse presente. Se nella generalità dei casi i magistrati non liberano gli accusati, pur in assenza di qualsivoglia traccia di quei rischi, è perché in Italia siamo abituati all’idea che l’accusato di un grave reato non debba in nessun caso essere a piede libero. Negli Stati Uniti invece spesso attende il processo a piede libero, perfino se accusato di omicidio.

6)  La differenza fra quel paese e il nostro – una differenza che fa sentire come intollerabile la “liberazione” dello stupratore – è che tra il momento della commissione del reato e la celebrazione del processo, perfino quando il reo è confesso, in Italia passa tanto tempo da far sentire inefficace la risposta dello Stato. Ciò che bisogna eliminare però non è il diritto di affrontare il proprio processo a piede libero, cosa che corrisponde nella sostanza al dettato della Costituzione, ma la lentezza della giustizia.

7) Sarebbe desiderabile – e purtroppo in Italia ne siamo lontani – non che l’imputato di stupro, pur in assenza dei tre rischi previsti dalla legge, rimanga in carcere, ma che sia processato al più tardi entro un paio di settimane. E che poi, se condannato, passi i suoi anni in galera fino all’ultimo e senza sconti.

Quella di oggi è un’altra occasione per sollecitare una profonda riforma dell’amministrazione della giustizia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

26 gennaio 2009

CULTURA
25 gennaio 2009
IL PRAGMATISMO, IL CARATTERE, L'INTELLIGENZA

IL PRAGMATISMO, IL CARATTERE, L’INTELLIGENZA

Criticare Walter Veltroni è come sparare sulla Croce Rossa. Per questo va subito detto che quest’uomo non potrebbe avere il passato che ha, e non potrebbe avere il posto che occupa oggi, se fosse soltanto uno sprovveduto.

Le principali qualità di un politico sono il pragmatismo, il carattere e l’intelligenza. La prima qualità è essenziale perché la politica è l’arte del possibile e chi manca del senso della realtà ha difficoltà a distinguere ciò che è attuabile da ciò che non lo è. Il carattere è essenziale per incidere sulla realtà: infatti è la qualità per la quale un uomo, a volte rischiando di essere annientato, determina gli avvenimenti piuttosto che subirli. L’intelligenza infine, sulla base delle caratteristiche precedenti, può dire qual è la mossa più opportuna. Il tutto, naturalmente, senza tenere in alcun conto la morale.

Gli esempi storici sono abbondanti. Romano Prodi è stato un campione del pragmatismo. A capo di una coalizione incoerente e rissosa, chiamato a governare in una situazione impossibile, si è sempre piegato a ciò che, in quel momento, poteva assicurargli la sopravvivenza. Per questo è stato capace di durare dove altri non avrebbe saputo. Il carattere gli è servito a mediare, ad inghiottire rospi, a frenare la propria suscettibilità. Ha seguito l’aureo principio per cui si dice: “Sono il loro capo e dunque li seguo”.

Charles De Gaulle invece è stato un campione del carattere. Mentre il suo intero mondo e la Francia crollavano, è rimasto diritto, lungo i suoi quasi due metri, ed ha pensato solo a come far ritrovare alla sua patria un futuro e l’onore. Si è comportato come se i messaggi sconfortanti della realtà non lo raggiungessero ed ha mirato - con uno straordinario carattere da visionario - a ciò che ha realizzato quattro anni dopo: entrare a Parigi alla testa della Seconda Divisione Blindata francese.

Dell’intelligenza in politica è più difficile parlare: sia perché di solito i grandi non ne difettano seriamente, sia perché, da sola, è più uno svantaggio che un vantaggio. È in combinazione con le altre due qualità che dà il meglio di sé.

Walter Veltroni è un politico puro. Nella vita non ha mai fatto altro. Non ha nemmeno studiato abbastanza seriamente per ottenere un diploma di liceo classico o scientifico. E dal momento che è arrivato molto in alto – Direttore dell’Unità, Vice Primo Ministro, Segretario del Partito Democratico – sicuramente non gli manca il pragmatismo: ha per esempio capito che oggi le punte polemiche, l’asprezza dei modi e l’arroganza alla lunga non pagano. D’Alema ne sa qualcosa. Meglio dunque apparire come l’uomo del dialogo, del comportamento civile e garbato.  Queste caratteristiche – pure se fanno rischiare il giudizio di inconsistenza – servono egregiamente per guidare una squadra in tempo di pace: ma purtroppo questo tempo è finito. Il Pd è all’opposizione e se è vero che Prodi ricuciva ogni giorno la tela di Penelope della sua coalizione, è pure vero che tutti i partiti che la componevano erano seduti su una bomba, sapevano che se avessero perso il potere, chissà quando l’avrebbero rivisto e dunque c’era modo di farli ragionare. Veltroni invece è costretto ad un esercizio senza rete. I suoi oppositori non hanno nulla da perdere. Lui stesso capeggia un partito che non è un partito ma due partiti. Ha un alleato che è un concorrente e un nemico. Infine ha di fronte una maggioranza che gode di un insolito credito nel Paese. In una situazione così difficile è comprensibile che si annaspi e per ribaltarla contro venti e maree sarebbe necessario il carattere di De Gaulle: ma è esattamente ciò che manca al Segretario del Pd.

Si è eletto questo eterno adolescente come il re travicello che si sperava non avrebbe dato fastidio a nessuno e ci si è accorti d’avere bisogno di un Alessandro il Grande, di un Hernán Cortés, di un guerriero capace di trascinare i suoi uomini perfino in una battaglia senza speranza. Forse Veltroni avrebbe saputo fare tutto quello che ha fatto Prodi: oggi invece non è nemmeno capace di gestire un alleato come Di Pietro, se necessario facendone un nemico.

Non è un campione del carattere e, secondo le previsioni attuali, sarà messo da parte come un esecutore incapace.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 gennaio 2009

CULTURA
24 gennaio 2009
LA SAGGEZZA DEL PESSIMISMO

LA SAGGEZZA DEL PESSIMISMO

Il Corriere della Sera continua a fornire dati sull’opinione pubblica di Gaza. Sempre avvertendo che le parole dei giornalisti non sono vangelo, ecco sinteticamente ciò che si poteva leggere ieri: 1) La gente ammette che la guerra è stata stupida. Bisogna cominciarla solo quando c’è una possibilità di vittoria. 2) I palestinesi si sentono vittime di giochi decisi altrove, a tavolino (è verissimo). 3) Nei primi giorni prevaleva ancora il consenso per Hamas, anche per quanto riguarda i lanci di razzi su Israele, oggi si rimpiange il buon tempo andato, prima della prima intifada, quando c’era la pace, i rapporti con gli ebrei erano buoni e si poteva andare a lavorare da loro. 4) L’azione di Israele è stata più lunga e terrificante del previsto. Anche se i civili sono stati avvertiti dei bombardamenti con volantini, telefonate e messaggini, le distruzioni sono state gravissime e i morti tantissimi. La punizione è stata severa.

Il coniglio non attacca il lupo perché sa che il lupo lo farebbe a pezzi e se Hamas ha attaccato Israele è stato nella convinzione che il lupo non avrebbe mai osato difendersi. Stavolta Gerusalemme ha cercato di dimostrare l’infondatezza di questa idea. Ha evitato il bombardamento indiscriminato dei civili (come si fece tanto spesso durante la Seconda Guerra Mondiale), ha persino avvertito prima di procedere a distruzioni, e tuttavia ha avuto la mano abbastanza pesante per far capire la differenza tra deboli e forti.

Da sempre Israele chiede solo di essere lasciata in pace. È per contrastare le stragi dei kamikaze che ha costruito una doppia recinzione fra sé e Gaza. Ciò malgrado, per anni, ha subito attacchi missilistici. I terroristi facevano vittime civili - e comunque terrorizzavano intere cittadine – mentre Israele continuava ad implorare che la smettessero. Nessuno ha dato ascolto. I militanti islamici non hanno visto che commettevano un crimine contro l’umanità, gli occidentali non hanno capito che la loro disattenzione era una forma di complicità. Solo alla fine, quando Israele si è decisa a mostrare i denti, ciò che era tanto difficile da capire è improvvisamente divenuto chiaro. Quando la spiegazione è stata accompagnata dalla voce del cannone, le cento cose che la più banale ragionevolezza non era riuscita a spiegare sono divenute evidenti.

L’esperienza storica, nella politica internazionale, conduce al più nero pessimismo: e questo caso ne fornisce la riprova. Finché Israele ha ottimisticamente fatto appello al diritto e all’umanità, nessuno le ha dato ascolto. Ancora nel primo momento di questa breve invasione i palestinesi di Gaza erano d’accordo con chi lanciava razzi sulla popolazione inerme. Quando poi il diritto si è fatto valere con gli aeroplani e i carri armati, quegli stessi palestinesi hanno cambiato opinione e si sono resi conto della stupidità dell’aggressione omicida. Se gli israeliani non li toccavano, cercavano di ammazzarli; ora che quelli li hanno severamente puniti, hanno desiderato la tregua. Non sarebbe costato di meno rispettarla prima?

Non sempre il rispetto della decenza internazionale è un cattivo affare. Soprattutto se si provoca chi è più forte di noi. Se Hitler non avesse cercato di ammazzare i londinesi, i londinesi e i loro amici americani non avrebbero poi ammazzato molti più tedeschi ad Amburgo o a Dresda. Dunque se i palestinesi vogliono uccidere gli israeliani, e poi gli israeliani distruggono le loro case, devono ringraziare il Cielo: gli è andata bene.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 gennaio 2009


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CULTURA
24 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

La gentile signora Kater trova accettabile ed anzi preferibile “per quanto io sappia” anche nel senso di “limitatamente a ciò che è di mia conoscenza”. Personalmente credo che “per quanto” può avere due significati, uno limitativo e uno concessivo. “Per quanto ne so”, limitativo, “non so tutto ma questo lo so”, richiede l’indicativo. Viceversa se dico: “Per quanto ne sappia molto, della materia, questo l’ignoro”, la mia frase è una concessiva, che richiede il congiuntivo. La signora Paola a suo tempo ha scritto: “non conosco il nome di battesimo di caix, ma per quanto ne sappia, i nomi con finale aix, oux, sarebbero di origine albanese o basca”. Io non credo volesse dire: “Benché io sia la massima competente di questa materia”, ma può darsi che mi sbagli.

Per "Ci hanno mentito e ingannato", dove “ci” è contemporaneamente complemento di termine e complemento oggetto, correrò il rischio di azzardare una domanda: non potrebbe trattarsi di uno zeugma?

La traduzione di “du hast mich tausendmal belogen, du hast mich tausendmal verletzt”, come effettuata da Costantini,  è, a mio parere, la migliore.  “Mi hai mentito e ferito mille volte”, ragioni grammaticali a parte, non va altrettanto bene, perché l’autore di quelle parole, in tedesco, ha voluto esprimersi con due frasi, non con una; e con due bisogna tradurre in italiano. Viceversa non sono d’accordo con lui sulla concordanza del participio passato. In francese – come già detto in passato – la regola è semplice: il participio passato retto dal verbo essere si accorda col soggetto (lei è partita) mentre, se è retto dal verbo avere, si accorda col complemento oggetto se questo complemento oggetto precede il participio passato: “egli ha mostrato pazienza”, ma “la pazienza che egli ha mostrata”, (perché il complemento oggetto, “che”, precede il participio passato). I francesi in questo campo hanno le idee chiare, noi no. Da noi si sentono anche frasi come “lei ha usata la scopa” e simili. Comunque in italiano dire “la pazienza che ha mostrato” non è affatto un errore. Bisogna aver pazienza.

Gianni Pardo (dal "Corriere della Sera", forum "Scioglilingua").


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CULTURA
23 gennaio 2009
IL FLOGISTO

IL FLOGISTO

Immaginiamo un uomo che, nel 1700, confessasse di avere dei dubbi sul flogisto: sarebbe stato considerato un ignorante da tutti gli scienziati. Il Sabatini-Coletti definisce così quella sostanza: “Secondo le teorie alchimistiche dei secc.XVII e XVIII, elemento immaginario ritenuto causa della combustione”. Immaginario però è un aggettivo di oggi. In quel tempo, invece,  per arrivare alla teoria del flogisto si sprecò molta intelligenza scientifica e solo Lavoisier, infine, fu capace di smontarla una volta per tutte. Ma prima, appunto, chi ne avesse dubitato sarebbe passato per un ignorante.

Il flogisto è l’equivalente chimico della favola degli abiti nuovi dell’imperatore: se tutti danno per reale qualcosa, è difficile negarla. “Se esiste la parola elettrosmog, com’è possibile che tu dica che l’elettrosmog non esiste?”  Come se bastasse battezzare una fantasia.

La popolarità di Barack H. Obama è come il flogisto, è allarmante perché aggrappata alle nuvole dell’apparenza. Che quest’uomo possa realizzare tutto ciò che la gente si attende da lui è semplicemente impossibile. L’entusiasmo da cui è circondato non è solo infantile: è una forma di crudeltà. Non bisognerebbe mai caricare qualcuno di tante aspettative. Oggi a questo Presidente che ha avuto il coraggio di parlare di “una nuova era”  non basterebbe nemmeno camminare sull’acqua.

Nell’epoca della televisione, nessuno può essere giudicato dalla sua campagna elettorale. Le qualità che fanno un eccellente candidato non sono le stesse che fanno un eccellente Presidente. Nulla impedisce che Obama possa rivelarsi un ottimo uomo politico. Gli imprevisti della storia e la diversa posizione in cui si trova chi deve dirigere un Paese rivelano spesso qualità e difetti diversi da quelli che la campagna elettorale faceva immaginare. Kennedy, l’idealista buono di Camelot, fece impantanare gli Stati Uniti nel Vietnam mentre Nixon, il realista cattivo, li tirò fuori dai guai. Né si può dimenticare Reagan: era un incompetente in economia (lo irridevano parlando di reaganomics o, peggio, di woodoo economics), e tuttavia lanciò gli U.S.A. in un lunghissimo periodo di grande prosperità, di cui beneficiò anche Clinton.

Alla domanda: “Chi è Obama?” l’unica risposta è: “Non lo so”. Fino ad oggi ha solo fatto bei discorsi, vaghi e coloriti. Ha solo formulato promesse mirabolanti e tuttavia questo non è sufficiente per giudicarlo severamente. Del resto mostra oggi una chiara tendenza a “mettere acqua nel suo vino”, come dicono i francesi: cioè a stemperare le promesse più ardite, a rinviarne l’attuazione, a parlare di difficoltà e, in concreto, a circondarsi di collaboratori esperti, realisti e prudenti.

Obama potrebbe chiedere: “Hai riso della mia campagna elettorale? Hai detto che era fatta di parole vuote e promesse irrealizzabili? Ebbene, eccomi qui, sono stato eletto. Se avessi espresso il mio vero programma, lo sarei stato? Ora invece mi comporterò con saggezza e realismo, e farò il bene del mio Paese, anche se alcuni sognatori saranno delusi. Chi è lo sciocco, fra te e me?”

Speriamo che Obama – oggi una totale incognita - si riveli un grande Presidente. Speriamo che aiuti gli Stati Uniti ad uscire dalle attuali difficoltà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 gennaio 2009


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CULTURA
22 gennaio 2009
ANCORA CREMONESI

Riporto qui di seguito, per correttezza, un articolo di Lorenzo Cremonesi, di segno opposto a quello commentato precedentemente, per notare due cose: la prima che mentre, secondo lui, alcuni israeliani si sarebbero accaniti contro i beni dei palestinesi, qui, sempre secondo lui, i militanti di Hamas hanno fatto di tutto perché ci fosse il massimo di vittime civili. Ma la seconda cosa è ancora più importante: se si leggesse questa seconda testimonianza soltanto, si avrebbe un quadro; se si fosse letta solo la precedente, se ne sarebbe avuto uno opposto. La verità è che i reportages dei giornalisti non sono fonti affidabili, per la storia. E dunque non vanno citati come la “prova definitiva” delle proprie tesi. Meglio fidarsi del complesso di ciò che sappiamo di Israele, una democrazia, e Hamas, organizzazione terroristica, secondo l’Unione Europea.

GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi

CULTURA
21 gennaio 2009
UN DIVERTISSEMENT
Per chi legge l'inglese, con breve risposta all'amico che mi ha mandato questo testo.

Ice Cream & the Election

Excellent analogy….from a teacher in the Nashville area.

Who worries about "the cow" when it’s all about the "Ice Cream?”

The most eye-opening civics lesson I ever had was while teaching third grade this year.  The presidential election was heating up and some of the children showed an interest.  To make it even more interesting, I decided we would have an election for a class president.  We would choose our nominees.  They would make a campaign speech and the class would vote.  

To simplify the process, candidates were nominated by other class members.  We discussed what characteristics these students should have.  We got many nominations and from those, Jamie and Olivia were picked to run for the top spot.  

The class had done a great job in their selections.  Both candidates were good kids.  I thought Jamie might have an advantage because he got lots of parental support.  I had never seen Olivia's mother.

The day arrived when they were to make their speeches Jamie went first.  He had specific ideas about how to make our classroom a better place and how to make the playground a safer place.  He ended by promising to do his very best.

Everyone applauded.  He sat down and Olivia came to the podium. Her speech was concise.  She said, "If you will vote for me, I will give you ice cream."  She sat down.

The class went wild.  "Yes!  Yes!  We want ice cream." She surely could have said more, but she didn’t need to.  Jamie was forgotten.  Olivia won by a landslide.

A discussion followed.  How did she plan to pay for the ice cream?  She wasn't sure.  Would her parents buy it or would the class pay for it?  She didn't know.  The class really didn't care.  All they were thinking about was ice cream.

Every time Barack Obama opened his mouth he offered ice cream and fifty-two percent of the American people reacted like nine year olds.  They want ice cream.

The other forty-eight percent of us know we're going to have to feed the cow and clean up the mess.

Caro Giorgio

molto brillante e significativa, veramente.
Credimi, considero questo entusiasmo per Obama una cattiveria contro di lui. Chi mai potrebbe rispondere a speranze tanto deliranti? Neanche avesse la bacchetta magica, il pover'uomo.
Capisco che lui, durante la campaign, ha promesso l'ice cream. Ma il torto è dei molti che gli hanno creduto. Io sono consolato dal fatto che lo vedo prudente, molto prudente. Forse, rinnegando tutte le sciocchezze dette in campagna elettorale, sarà un buon presidente.
Gianni

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POLITICA
21 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

Le lettere dell'alfabeto

Dal Forum “Scioglilingua”, del Corriere della Sera.

Il prof. De Rienzo sostiene che le lettere jkwxy esistono anche nell'alfabeto italiano e può darsi abbia ragione. Soprattutto vista l'invasione di parole, considerate normalmente "italiane", che richiedono quelle lettere. Tuttavia a me, a suo tempo, fu insegnato che l'alfabeto italiano ha ventuno lettere e non ventisei. Quanto all'origine di quelle cinque lettere, probabilmente sarà maat, con la sua erudizione, a fornirci dati esaurienti. Comunque x e y esistevano già nell'alfabeto latino. La "y" soprattutto in parole di origine greca. Per le altre tre consonanti penso tutto sia nato dall'esigenza di adattare un alfabeto, perfettamente fonetico per il latino, a lingue diverse dal latino stesso e con una diversa fonologia. Già noi moderni usiamo una lettera, la "U", che non esisteva in quell'alfabeto: i romani usavano solo la "V". Fu in seguito, per quel che credo di ricordare, che si creò la "V arrotondata", cioè la "U". Poi, si usano artifici ortografici. Per citare un caso, tutti gli europei (salvo gli spagnoli), abbiamo avuto il problema di riprodurre il suono "sc" di scena, che in latino non esisteva. E infatti noi scriviamo "sci" dinanzi ad a, o ed u, e "sc" dinanzi ad "e" ed "i"; i francesi usano il gruppo "ch", gli inglesi il gruppo "sh" e i tedeschi il gruppo "sch". I segni sono comunque molto più di ventisei. C'è la ß, che in tedesco corrisponde a due esse, c'è la ø degli alfabeti nordici ecc. Gli alfabeti moderni basati su quello latino sono in fondo degli adattamenti.

Desidero infine manifestare il mio (discutibile) disaccordo per l'espressione "per quanto ne sappia", usata da una forumista. A mio parere si dovrebbe dire o "che io sappia" - frase che sembra un'ellissi per "ammettendo che io sappia la verità" - oppure "per quanto ne so". Il congiuntivo non serve. La limitazione è insita in "per quanto". Il senso è: "io non so tutto, ma della cosa ("ne") almeno questo lo so".

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 gennaio 2009


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CULTURA
20 gennaio 2009
LA BARBARIE ISRAELIANA

LA BARBARIE ISRAELIANA

Sul “Corriere della Sera” di oggi un articolo di Lorenzo Cremonesi parla delle conseguenze dell’azione israeliana a Gaza. Si tratta di una corrispondenza impressionante. A Jabalya, scrive, gli israeliani hanno volontariamente sparato contro una stalla, uccidendo tutte le 380 mucche di tale Al Fayumi. Sono passati sopra i loro corpi con i carri armati: un milione di dollari di danni.  Altrove hanno distrutto tremila piante di ulivi e aranci. In una villa, in cui si erano fermati, hanno distrutto a mazzate gabinetti e lavandini, hanno ammassato il mobilio al centro delle stanze e gli hanno dato fuoco. “Hanno preso a fucilate il cane, galline, oche e tre capre. I resti di alcuni degli animali sono stati gettati nel pozzo a inquinare l’acqua. La lista delle devastazioni potrebbe continuare all’infinito”. Insomma, le conseguenze di questa azione militare sono “migliaia di abitazioni abbattute o da abbattere, la distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie”.

Per principio bisogna diffidare di chi racconta un grande avvenimento visto con i propri occhi. Non è una battuta: sull’inaffidabilità di chi riferisce un fatto, anche in buona fede, si è scritto molto. C’è addirittura un’espressione russa sorprendente: “mentire come un testimone oculare”. La tesi è stata anche confermata da un famoso esperimento di un’università americana. In questo caso tuttavia c’è da pensare che Cremonesi dica la verità. Non c’è ragione d’inventare il massacro di 380 mucche o l’incendio di una villetta: e infatti l’errore del giornalista è un altro.

 Stendhal partecipò alla battaglia di Waterloo e racconta questa sua esperienza nella Chartreuse de Parme. L’essenziale di questa pagina famosa – letta tanti anni fa - è che l’autore, invece di narrare gli attacchi e i controattacchi degli eserciti, come si leggono nei libri di storia, riferisce ciò che ha personalmente visto: cioè niente. Ha visto le zolle di terra sollevate dai colpi di “mitraglia”, ha visto passare dei cavalleggeri, ne ha visto morire uno, colpito in pieno da una cannonata, e poco altro. Il singolo combattente vede solo ciò che avviene nel posto dove si trova. Potrebbe capitargli di essere al centro dell’episodio più crudele e cruento come potrebbe capitargli di essere in un posto in cui non si spara neanche un colpo. L’errore di Cremonesi non è dunque quello di scrivere di cani e galline (per quanto l’episodio sia inverosimile), ma di parlare di una “distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie”. Qui fa il passo più lungo della gamba. Afferma cose che non può sapere e soprattutto, se avesse un’idea di che cos’è un deserto di macerie (Berlino all’arrivo dei russi), saprebbe di star dicendo una sciocchezza.

Non è tutto. Tale Nabil Hassan Nasser, proprietario di una grande azienda che sino a un mese fa produceva olio e che adesso è ridotta a un cumulo di macerie, dice: «Siamo tutti sotto shock. Non avremmo mai pensato che Israele potesse arrivare a tanta barbarie”. Questo è estremamente significativo. Egli afferma infatti che la barbarie, da parte di Israele, sarebbe sorprendente: dunque riconosce che Israele non è mai stata barbara. E poi dimentica la barbarie araba di uccidere atleti inermi a Monaco, passeggeri di aerolinee, bambini innocenti in un asilo, civili pacifici ed inermi dovunque, e infine di sparare missili a caso sui centri abitati del sud di Israele. Questo Nasser reputa che l’eventuale comportamento scorretto di Israele sarebbe illecito mentre sarebbe un diritto per Hamas? Ha dimenticato che Hitler ebbe la brillante idea di massacrare i civili londinesi con le V1 e le V2 e che gli inglesi poi gliela restituirono con gli interessi. Con quali, interessi.

Della barbarie i palestinesi sono stati i maestri e Hamas l’ha addirittura iscritta nel proprio statuto. Se i terroristi non hanno raso al suolo villaggi o città è solo perché non ne hanno avuto la capacità. Potevano ammazzare solo dei civili? E quello hanno fatto. Non hanno il diritto di aprir bocca. Viceversa gli israeliani non hanno mai sterminato civili intenzionalmente: al punto che un palestinese può stupirsi se uccidono delle mucche.

Storicamente si scelgono gli alleati, non si scelgono né gli avversari né il modo di combattere. Se i nemici combattono in modo sleale - come, per i francesi, gli inglesi a Crécy e ad Azincourt - non è una ragione per farsi massacrare e perdere la battaglia. Bisogna cambiare la propria tecnica. E infatti gli israeliani in questa occasione hanno annunciato: spareremo su qualunque posto da cui si è sparato contro di noi. Che sia scuola, ospedale o moschea. E i risultati si sono visti.

La guerra si combatte come il nemico impone di combatterla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

20 gennaio 2009

CULTURA
19 gennaio 2009
KEEP SMILING

Pierino sta giocando ai margini del bosco  non lontano da casa quando vede passare la macchina di suo padre. Incuriosito la segue e, quando si avvicina, vede il papà che sta accarezzando la zia Maria

Il bambino, sorpreso e turbato, corre a casa: “Mamma, mamma! grida tutto eccitato, stavo giocando e ho visto papà...” 

“Calmati, dice la mamma, ricomincia da capo che non ho capito nulla”. 

“Stavo giocando ed ho visto papà che si dirigeva in auto verso il bosco insieme alla zia Maria, la moglie di zio Carlo. Sono andato a vedere e c'era papà che stava baciando la zia Maria; poi il papà ha alzato la gonna della zia e la zia ha aiutato papà a togliersi i pantaloni. Poi la zia si è sdraiata sui sedili e papà...”

La madre lo interrompe:

“Pierino, la tua storia è così divertente che ti prego di non dirla a nessuno fino a questa sera; poi, a cena, la racconterai e vediamo la facci che faranno quei due!” 

La sera Pierino, sollecitato dalla madre, inizia il suo racconto, dicendo le stesse cose dette alla mamma, e a un certo momento – quando è arrivato a dire che i due erano nudi – esita. La madre l’incoraggia:

“E allora, Pierino, poi che cosa hanno fatto?”

“Poi, hanno cominciato a fare ciò che fai tu con lo zio Carlo quando papà è via per lavoro”.

 


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CULTURA
19 gennaio 2009
KEEP SMILING

“IL CAIRO - Durante una conferenza stampa trasmessa dalla tv satellitare del Qatar 'Al Jazeera', un portavoce militare di Hamas a Gaza ha affermato che il movimento integralista ha perso solo 48 combattenti, mentre avrebbe ucciso 80 soldati israeliani. Il rappresentante ha aggiunto che i razzi lanciati contro Israele sarebbero stati almeno 900. (Agr)”

Lo sappiamo. E sapevamo anche, come ci fu detto, che mai i carri armati americani sarebbero giunti a Baghdad.


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CULTURA
18 gennaio 2009
GAZA E LE CONVENZIONI DI GINEVRA

GAZA E LE CONVENZIONI DI GINEVRA

Per secoli, il vincitore ha avuto ogni diritto sul vinto, sia militare che civile. Gli eserciti si sostenevano – per quanto riguardava il cibo e ogni altro bene – depredando i territori sui quali passavano e se vincevano una battaglia avevano il “diritto” di ammazzare i prigionieri, di rendere schiavi i vinti, oppure di uccidere tutti gli uomini e di stuprare le donne. Per poi magari uccidere anche loro. Né molto più teneri erano con i commilitoni. Chi era ferito poteva essere lasciato morire. L’accompagnamento musicale del dopo battaglia erano i lamenti dei feriti di cui nessuno o quasi si curava. Naturalmente parecchi lettori protesteranno, leggendo queste righe, come se le conseguenze devastanti del cancro fossero colpa dell’oncologo che le descrive.

L’umanità ci ha messo veramente molto, per accorgersi che questa situazione era intollerabile. Ci sono voluti secoli e secoli, prima di arrivare a Florence Nightingale e alle Convenzioni di Ginevra. Finalmente s’è fatta strada l’idea che, se non si possono evitare le guerre, si possono almeno limitare quegli orrori che non sono utili alla guerra stessa. Si possono proteggere i prigionieri, perché ce ne sono da una parte come dall’altra, e si può rispettare la popolazione civile, perché il suo eventuale massacro non conduce di per sé alla vittoria.

Gli obblighi nei confronti della popolazione civile hanno posto immediatamente il problema di riconoscerla e per questo s’è stabilita la regola che la distinzione la fa il vestiario. I militari vestono in uniforme, i civili no. Nel film “Il Pianista” un ebreo polacco, miracolosamente scampato alle camere a gas, rischia di essere ammazzato dai russi solo perché un ufficiale tedesco gli ha regalato un cappotto e i soldati sovietici hanno giustamente tendenza a sparare a quel cappotto, chiunque ci sia dentro.

Naturalmente i civili non devono aggredire i vincitori. Sarebbe strano che, a fronte della pietà per gli inermi, gli inermi avessero poi il diritto di attaccare chi li ha risparmiati. Per questo, secondo le convenzioni internazionali, i civili che aggrediscono l’esercito nemico non beneficiano dello status di prigionieri: se presi, sono immediatamente passati per le armi. Questo è durato, senza sostanziali problemi, fino a tutta la Prima Guerra Mondiale.

Purtroppo, considerando ormai intangibili certi principi, durante la Seconda Guerra Mondiale la popolazione civile si è creduta in diritto di prendere le armi contro l’esercito invasore: l’hanno chiamata resistenza. Naturalmente questo ha provocato ritorsioni, ma gli Stati che militarmente hanno perso la guerra hanno avuto interesse a glorificare i partigiani come la fiammella da cui sarebbe rinata l’indipendenza nazionale. Inoltre i tedeschi si sono resi odiosi e si è dunque posta la più ermetica sordina sull’illegittimità, sulla base delle Convenzioni di Ginevra, della lotta partigiana. Il caso dell’Italia è stato ancora più drammatico: essa ha perduto rovinosamente la guerra contro gli Alleati ed ha cercato di rifarsi una verginità attaccando l’ex-alleato. Ha dunque completamente dimenticato la legittimità della rappresaglia proporzionata e ha fatto assurgere il partigiano senza divisa a mito nazionale.

Tutto questo contribuisce a spiegare la situazione attuale a Gaza e l’atteggiamento dell’opinione pubblica meno informata. Nel 1943-44, tedeschi in divisa, cattivi, e partigiani in borghese, buoni. Oggi israeliani in divisa, cattivi, e palestinesi in borghese, buoni. Ecco perché gli striscioni dicono: stella di Davide uguale svastica. Né il pensiero politico nazionale più serio sa che cosa opporre, a queste sciocchezze. Per farlo, dovrebbe sconfessare la Resistenza e legittimare la rappresaglia, anche se quella degli israeliani non è tale in quanto non punisce intenzionalmente la popolazione civile.

Dominano sentimenti confusi e ricordi sfocati. Dal momento che si condannano le stragi naziste si condannano i soldati con la stella di Davide che sparano contro una casa da cui un cecchino ha sparato contro di loro. Ci potrebbero essere dei civili: quei soldati dovrebbero farsi sparare e basta.

Ecco perché Gerusalemme ha sempre torto. I palestinesi, per anni, hanno lanciato migliaia di razzi sulla popolazione civile e la comunità internazionale non si è risentita: erano partigiani in borghese che sparavano sull’invasore. Anche se l’invasore in questo caso era una scuola o un condominio. Ancora oggi Israele propone ed attua una tregua ma i palestinesi lanciano altri razzi, perché loro hanno il diritto di toccare Israele mentre Israele non ha il diritto di toccarli.

Con le buone intenzioni, partendo da Florence Nithgingale, si è francamente andati troppo lontano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 gennaio 2009

CULTURA
18 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

L’espressione “Lei e Suo figlio dovrete recarvi” è stata giudicata  dal prof.De Rienzo non illogica e tanto meno sbagliata. Tuttavia, grammaticalmente non si può non notare che “lei” è terza persona, “suo figlio” è una terza persona, e due terze persone non possono fare una seconda persona plurale. Dunque, grammaticalmente, pollice verso. Poi, dal momento che il senso sottostante è “voi due”, si può fare un accordo ad sensum, e l’espressione sarà logica: ma grammaticalmente rimane inaccettabile. Bisognava dire “Lei e Suo figlio dovranno recarsi”. Insomma, “dovrete” può essere tollerato, non applaudito.

Qualcuno, leggendo un vecchio testo dell’Ottocento, scritto in Sicilia, ha trovato l’espressione “sparmammo l’ombrello”, il senso essendo che l’aprirono perché si era messo a piovere. Ed ha chiesto notizie di questo verbo. Ci sarà sicuramente chi ne sa più di me ma. partendo dal dialetto, posso dire che “spammari” significa “spalmare” e può darsi che nel testo citato dal lettore chi scriveva, sapendo che in siciliano si usano spesso assimilazioni di consonanti, nel dubbio abbia interposto una “r” invece di una “l”. “Cimentu ammatu” è per esempio il cemento armato. Una doppia “m” può nascondere sia il gruppo “rm” che il gruppo “lm”. Infatti “almeno” diviene “ammenu”. “Sparmammu” sarebbe dunque “spalmammo”, anche se l’uso di “spalmare” per indicare l’apertura dell’ombrello è sorprendente e potrebbe esserci un’altra spiegazione.

 


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CULTURA
17 gennaio 2009
LA LEGGE INTERNAZIONALE

LA LEGGE INTERNAZIONALE

In questi giorni sui giornali si parla moltissimo di Israele, di Gaza, di guerra e di morti. Il fastidioso punto comune, nella maggior parte delle argomentazioni, è la manifestazione di una irrefrenabile mentalità etico-giuridica. Il problema si riassume nel quesito: “È giusto? È sbagliato?” Di fatto, è sbagliata la domanda.

La pace regna in Europa dal 1945, di gran lunga il periodo più lungo che si ricordi. Una cosa ottima. Si può solo desiderare che continui per altri sessant’anni. La conseguenza negativa è però la mentalità irenica che ha condotto ad istituire un’organizzazione come l’Onu. Molti oggi sono convinti che abbiamo il diritto di giudicare le guerre e perfino di vietare quelle che disapproviamo. E, infatti, quasi ogni volta che sono state prese le armi, il Consiglio di Sicurezza si è riunito ed ha detto la sua. In qualche occasione qualcuno si è servito di questa Risoluzione come di un parafulmine morale per l’azione che intendeva compiere (la guerra di Corea) ma di regola essa ha lasciato il tempo che ha trovato ed ha solo permesso alle anime belle di essere riconfermate nella loro idea che, anche in campo internazionale, esiste il bene e il male. Il Consiglio di Sicurezza si rivela inutile ma almeno, pensano tante persone per bene, si sa chi ha ragione. Dimenticano che l’Onu è un organismo politico dominato da una maggioranza di Stati antidemocratici: ma poco importa, la leggenda prevale sulla realtà.

In realtà, tralasciando quella fiera dell’ipocrisia che ha sede nel Palazzo di Vetro, non è che sia vietato emettere un giudizio morale su chi ha ragione (la Polonia) e chi ha torto (la Germania nazista): ma è un esercizio sterile e ininfluente. Il sostegno morale non aiuta per nulla chi ha ragione. Nel 1940 è meglio essere bene armati (Svizzera) che pacifisti (Francia).

La mentalità contemporanea ha dimenticato il passato e depreca come inammissibile l’uso della forza. Oggi chi ha ragione deve vincere solo reclamando il proprio diritto. E se esso non lo soccorre, piuttosto che farsi valere con il cannone, deve soccombere. Se impugna le armi, ha comunque torto: le battaglie provocano vittime e la pubblica opinione non accetta l’uccisione dell’aggressore nemmeno per legittima difesa. Talmente siamo buoni e sensibili.

Questo modo di ragionare, a chi non è digiuno di storia, sembra un delirio. Per millenni ha prevalso la forza o la minaccia della forza. Anche la diplomazia è stata solo un contorno. Se a volte ha evitato un conflitto è stato perché è riuscita a spiegare ai rivali che la guerra non conveniva e avrebbero ottenuto di più con la pace. Né è cambiato qualcosa, al giorno d’oggi. È solo divenuto indecente dirlo, con un fenomeno simile agli scivolamenti semantici per cui si è passati da cesso a gabinetto a Wc a toilette e a bagno, senza che sia cambiato nulla di ciò che si fa in quel piccolo spazio.

Il risultato è una noia suprema per la maggior parte dei commenti che si leggono. Una noia che si estende al pianto greco per le vittime civili: non che non facciano pietà, ma fanno purtroppo parte della fisiologia della guerra. E del resto non è che i soldati siano felici di morire. A volte i cittadini hanno inoltre una colpa originale che la storia fa loro pagare con la morte. I tedeschi  si credevano destinati a dominare uomini e sottouomini e hanno votato per Hitler; poi, quattro anni dopo, uomini e sottouomini li sterminarono come mosche. Non erano certo colpevoli, singolarmente, i tedeschi; milioni e milioni di loro erano del tutto innocenti e persino in buona fede: ma la storia condanna o assolve all’ingrosso. Il massacro fa parte dei prezzi previsti. L’idea corrente che la guerra debba essere un minuetto in cui nessuno si fa male, in cui alla fine anche i morti si rialzano, come a teatro dopo che si chiude il sipario, è una sonora stupidaggine.

Come diceva Clemenceau, la guerra è una cosa troppo seria per affidarla ai generali: figurarsi se si può permettere che la giudichino i giornalisti e le anime belle.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

16 gennaio 2009


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CULTURA
16 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

Il prof.De Rienzo, sul “Corriere della Sera” (Forum “Scioglilingua”)  preferisce costatare a constatare, ma lo Zingarelli, se si cerca costatare, rinvia a constatare. Materia opinabile, dunque. Probabilmente De Rienzo ha preferito un suono più consono al sistema fonologico italiano (nel quale il gruppo “nst” si è sempre ridotto a “st”, da Constantino a Costantino, da instantaneo ad istantaneo, ecc.), mentre il dizionario ha voluto tenersi vicino all’etimologia. Che del resto è abbastanza curiosa. Constatare deriva infatti da “constater”, francese, e questo a sua volta da una terza persona, “constat”, latino, che significa più o meno “risulta”, parola che veniva messa in evidenza in una certificazione. Anche oggi, in francese, si può dire “un constat”, per dire “un accertamento”. Da una terza persona prima si è fatto un nome e poi un verbo. Fenomeno analogo si è avuto in inglese. Nelle opere teatrali, per indicare il momento in cui un attore finiva il proprio intervento, si scriveva (in  latino) “exit” (dalla scena). E da questo verbo è nato il nome “exit”, ancora oggi di uso corrente. Tanto che molti sono convinti che sia solo una parola inglese.

Riguardo all’uso di “volevo sapere” invece di “voglio sapere”, si tratta della volontà di attenuare l’imperatività della richiesta, con forma analoga a “vorrei sapere”. Vorrei, condizionale, significa “se lei è del parere di dirmelo”, così come “volevo sapere” significa, anche un po’ assurdamente, “desideravo saperlo ma ora che sono dinanzi a lei non ho il coraggio di chiedere”.

Quanto al senso delle domande del tipo “non ti avevo detto di rimettere a posto quel giocattolo?”, si tratta di domanda retorica ma credo di potere aggiungere, per la gentile lettrice, che il senso della frase è “Puoi forse negare che ti ho detto di rimettere a posto quel giocattolo?”, “Hai il coraggio di sostenere che l’hai dimenticato?” Si tratta dunque di una domanda retorica (non di un’affermazione) che ha il sapore di una minaccia.

Per “l’acqua toffana”, di cui non avevo mai sentito parlare, lo Zingarelli spiega che “l’acqua tofana” (con una sola “f”) è un veleno a base di arsenico.

Gianni Pardo




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CULTURA
15 gennaio 2009
DIO ESISTE?

DIO ESISTE?

Che cosa si penserebbe di un Congresso Filosofico Internazionale per discutere se sia meglio bere Coca Cola o Pepsi Cola? Naturalmente che i professori sono ammattiti. E questo giudizio perentorio non nascerebbe dall’irrilevanza del problema – nient’affatto secondario per le industrie interessate – ma dalla sua insolubilità. I favorevoli all’una o all’altra bevanda in fondo non potrebbero che dire: “io preferisco questa”, “io preferisco quella”.

A volte l’insolubilità dipende dal fatto che de gustibus non est disputandum, non bisogna discutere dei gusti, a volte il problema, pure razionale (il riscaldamento della Terra è di origine antropica?), è insolubile nel senso che non c’è una dimostrazione che convinca pressoché tutti.

Il problema dell’esistenza di Dio è razionale ma rimane razionalmente insolubile. A questa conclusione è giunto Immanuel Kant (che pure personalmente era credente) e da allora si è smesso di accapigliarsi. Chi vuole credere crede, chi non vuole credere non crede.

C’è di più. Credere o no nell’esistenza di un Dio provvidenziale - che, diversamente dal Dio di Aristotele, si occupa di noi esseri umani – non è una questione meramente metafisica. Chi crede ha qualcuno cui rivolgersi, in caso di bisogno; può sperare che la morte non sia definitiva; può pensare che malgrado tutto Qualcuno dirige il destino dell’umanità; che alla fine ci sarà giustizia per tutti. Dunque rinunciare al Dio cristiano non sarebbe, per molti, solo cambiare un’idea ma modificare in senso pessimistico l’intera visione della vita. L’ateo infatti è un orfano. Proprio per questo l’iniziativa di scrivere sugli autobus la frase: "La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno" è in larga misura insulsa. Gli atei sprecano i loro soldi. Nessuno cambierà opinione per aver letto quella pubblicità. I bacchettoni si indigneranno, come se fosse sconveniente mettere in dubbio l’esistenza di Dio, per giunta facendo dell’umorismo, i normali credenti, se persone di spirito, sorrideranno e basta.

L’episodio è una buona occasione per osservare che le idee religiose e le idee politiche si presentano ai loro portatori con connotati di tale evidenza da indurre all’intolleranza. Il credente non si capacita che si possa essere atei e il liberale che si possa essere comunisti: per questo tutti credono che, con qualche buona argomentazione, si metterà l’altro con le spalle al muro. E invece ciò non avviene mai. Capita che ci si converta da un’ideologia a quella opposta, ma la cosa avviene per ragioni esistenziali e lungo un arco di tempo notevole. L’illuminazione sulla via di Damasco o è leggenda o è un caso raro. Tutto ciò che è legato all’affettività – e Dio sa se la religione e la politica lo sono – è estremamente vischioso. Ecco perché i trattamenti psicoanalitici durano tanto: non si tratta di spiegare al nevrotico il meccanismo del male di cui soffre, si tratta di ricondizionarlo dal punto di vista affettivo. Ecco un esempio (di Michel de Montaigne) che vale per tutti: se dovessimo imparare a camminare su una tavola fra due edifici, al quarto piano, non basterebbe certo spiegarci che, così come sapremmo farlo se quella tavola fosse posata per terra, nello stesso modo possiamo farlo a quell’altezza. Per impararlo – ammesso che ci riusciamo – avremmo bisogno di un bel po’ di tempo. L’intelligenza e l’emotività conducono spesso a conclusioni diverse ed è praticamente sempre la seconda a prevalere.

Non vorremmo che l’iniziativa dimostrasse che gli atei, oggi, cominciano ad avere l’atteggiamento tendenzialmente intollerante di chi si indigna per il fatto che gli altri la pensino diversamente. Deprecano, con ragione, l’Inquisizione perché voleva imporre a tutti di credere e vorrebbero suggerire di non credere? Forse la frase giusta sarebbe stata: “Dio esiste? Dio non esiste? Affari vostri”.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

15gennaio 2009


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CULTURA
14 gennaio 2009
KEEP SMILING

Corso di riqualificazione per uomini. È possibile orinare alzando la tavoletta e senza bagnare per terra? Esercizi di gruppo.

Corso di riqualificazione per uomini. Come si può imparare a cercare le cose nel posto giusto senza buttare all’aria tutta la casa? Forum aperto ai partecipanti.

Corso di riqualificazione per uomini. È veramente impossibile sedere e star zitti, mentre lei parcheggia fra due auto lungo un marciapiede? Lezioni al simulatore di guida.


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CULTURA
13 gennaio 2009
NONNA PILAR

Un apologo

NONNA PILAR

Forse perché di antico ceppo castigliano, Pilar i suoi ottantadue anni se li godeva in piena salute. Aveva una mente chiara e una gran voglia di vivere. Mangiava come un portuale, faceva spesso le scale a piedi, per arrivare al suo quinto piano, e, se non andava al cinema o a teatro, passava le serate a giocare a ramino con amiche vecchie quanto lei. I parenti non la frequentavano più anche perché, spesso, invece di essere la classica anziana signora grata della carità di un po’ di compagnia, era sarcastica e dimostrava a tutti quanto fossero ignoranti e sciocchi. Era una rompiscatole: fra l’altro, invece di essere tenera con i nipotini, pretendeva che fossero bene educati e non accettava di badare a loro neanche per un paio d’ore. La soluzione che fece felici tutti fu la distanza. I parenti non andavano a trovarla e lei dimostrava in ogni modo che non aveva bisogno di loro. Fra l’altro, era di abitudini sobrie e la sua piccola pensione le era più che sufficiente.

Tutto sarebbe andato avanti così chissà per quanto tempo se il diavolo non ci avesse messo la coda: da un giorno all’altro un biglietto della lotteria regalò alla vecchia Pilar due milioni di euro. Due milioni di euro! E che poteva farne, un’anziana come lei? cominciarono a chiedersi i parenti. Qualcuno concepiva che avrebbe magari potuto fare quel “viaggio intorno al mondo” di cui amava parlare ma con meno di diecimila euro di quei viaggi poteva farne uno o due. L’unica cosa sicura è che non poteva tenere quel denaro per sé. Che farne, dunque?

Si riunì il consiglio di famiglia e parteciparono tutti i parenti, anche quelli che normalmente vivevano in Argentina. Costoro vennero dichiarando untuosamente che avevano da molto tempo in animo di venire a trovare i cari cugini. In tutto, poco meno di sessanta persone. Visto l’argomento di cui si trattava, Pilar non fu invitata: si prevedeva un aspro scontro di interessi e non si voleva che lei assistesse ad un simile spettacolo. Anche se era ovvio che lei non avrebbe potuto tenersi tutto quel denaro, non sarebbe stato bello farle capire che si era troppo impazienti per aspettare che morisse. Il suo dovere morale era di far sì che i suoi discendenti beneficiassero subito della fortuna che era naturalmente destinata a loro, senza aspettare inutilmente per qualche anno.

Malgrado questa convergenza sui doveri di Pilar, il diavolo si fece di nuovo vivo durante la riunione. Credevano di essere partiti da idee condivise e invece la discordia fu presto evidente. Bisognava lasciare una parte della somma alla vecchia: ma quanto, esattamente? Il denaro doveva distribuirlo lei stessa o darlo ad uno di loro, che si occupasse della spartizione? Il massimo del contrasto, quello che spinse tutti ad alzare la voce, si ebbe però a proposito del criterio di divisione: bisognava dividere come se si trattasse di un’eredità ab intestato, oppure semplicemente dando una quota uguale a tutti quelli che erano lì? E il cugino Alfredo con i suoi figli, che non era potuto venire, bisognava contarlo? E come reagire, se lei non fosse stata d’accordo sul criterio di spartizione? Bisognava interdirla? “Ma che dite, interdirla, quella farebbe interdire noi!” Alla fine si fece mezzanotte e i vicini telefonarono chiedendo che il baccano cessasse. La seduta fu aggiornata.

I muri delle case moderne non garantiscono certo la segretezza e qualcuno riferì il fatto all’anziana. Pilar rise divertita. “Mi avessero avvertita, gli avrei risparmiato la fatica”, spiegò. Non avrebbe dato niente a nessuno. Si sarebbe tenuto tutto, esattamente. E questo significava che la discussione era stata molto, molto prematura.

Naturalmente, quando i parenti seppero la notizia, furono sbalorditi, rattristati, indignati, addolorati, sorpresi, sconvolti, arrabbiati. Si chiesero come passare al contrattacco. Si riunirono ancora. Qualcuno propose di punirla non andando più a trovarla, ma così le si faceva un favore. Qualcun altro propose di farla decadere del titolo di nonna, ma ci si accorse che questo non è giuridicamente possibile. E comunque le sarebbe stato indifferente. Finalmente si decise che si sarebbe letto di domenica, sul sagrato, un documento in cui il comportamento di Pilar era definito immorale, egoista ed inumano. Pilar era una vecchiaccia avida e nessuno le avrebbe più rivolto la parola, finché non avesse consegnato il denaro. Avida? rise qualcuno: ma non sono loro, che vogliono i soldi? I parenti si videro dare ragione da tutti, ufficialmente, ma in realtà molti lettori di giornali, a casa loro, con quella vicenda si facevano le più matte risate.

Pilar andò ad abitare in un grande albergo, si mise a spendere a piene mani, sembrava ringiovanita ed era l’immagine stessa della serenità soddisfatta. Inoltre, faceva beneficenza a colpi di centinaia di migliaia di euro e si capì che non avrebbe lasciato un centesimo a nessuno. Ai parenti non rimase che continuare a litigare fra loro.

A questo punto si deve rivelare che Pilar di cognome si chiamava Riccardo Villari.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

12 gennaio 2009


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POLITICA
12 gennaio 2009
KEEP SMILING

Corso di riqualificazione per uomini. Fondamentali differenze fra la cesta della biancheria sporca e il pavimento circostante. Immagini esplicative e precisazioni.

Corso di riqualificazione per uomini. Domanda: “la carta igienica cresce direttamente nel suo sostegno, accanto alla tazza? Si consiglia di assistere alla tavola rotonda su questo argomento.

Corso di riqualificazione per uomini. Come si diviene buoni accompagnatori della moglie in occasione delle compere? Esercizi di meditazione, relax e tecniche di respirazione.

Corso di riqualificazione per uomini. I veri uomini chiedono la strada, quando si sono persi. Esempi tratti dalla vita reale.


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CULTURA
11 gennaio 2009
ISRAELE E I MEDIA

I MEDIA E ISRAELE

“Come mai tutti, o quasi, i mezzi di informazione sono orientati in favore dei palestinesi?” Si possono proporre parecchie spiegazioni.

1)    La prima risposta, e forse la più intelligente, sarebbe: “non lo so”. E dimostrerebbe anche umiltà. Purtroppo non farebbe progredire il dibattito. Meglio azzardare delle ipotesi.

2)    Si può pensare che esista in molti un antisemitismo sotterraneo: ma questo richiederebbe a sua volta una spiegazione e sarebbe soltanto un altro modo di porre la domanda iniziale.

3)    Un’ipotesi più seria è che l’antisemitismo cattolico sia una traccia attardata di ciò che la Chiesa insegnò in passato per tanti anni: “il popolo deicida”, “i perfidi giudei”, “che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”, ecc.  Ma dal momento che coloro che ricordano questi insegnamenti sono troppo pochi, la spiegazione “teologica” non regge.

4)    C’è poi il pregiudizio favorevole al debole e ostile al forte. Colui che parte battuto, l’underdog, è sempre visto con simpatia. Ma neanche questa idea è plausibile. Innanzi tutto, l’Italia è piena di iuventini, milanisti o interisti, anche se abitano a Trapani o a Lecce. In secondo luogo, quando nel 1967 da un lato c’era il minuscolo Israele e dall’altro l’aggressione dell’intero, immenso mondo islamico, chi era, il debole? E tuttavia molti erano contro Tel Aviv.

5)    Una osservazione stupefacente riguardo al favore di cui gode l’underdog, è data in questo caso dalla facilità con cui ai palestinesi si perdonano i misfatti più ignobili: il massacro di atleti inermi a Monaco, l’uccisione di bambini a Kyriat Shmonà, i civili usati come scudi umani e le donne incinte come kamikaze, i razzi sulle città di Israele, le armi nascoste nei condomini o nella ambulanze, ogni sorta di slealtà. Questo fa pensare che, mentre gli israeliani sono visti come “europei”, i palestinesi sono visti come selvaggi. Con incosciente razzismo, si perdona loro come si perdonerebbe ai coccodrilli o alle iene. Se si avesse per loro un minimo di rispetto, li si tratterebbe come si tratterebbe un italiano che facesse in Italia ciò che loro fanno in Palestina.

6)    L’atteggiamento favorevole ai palestinesi potrebbe essere collegato alla lunga stagione della decolonizzazione. L’Europa s’è battuta a lungo il petto per chiedere scusa del bene fatto nelle colonie ed è rimasta questa strana equazione per cui l’uomo nero è buono e l’uomo bianco è cattivo. Al punto che se l’uomo nero uccide l’uomo bianco la colpa è dell’uomo bianco, che non gli ha insegnato ad essere migliore. Neanche questa ipotesi, tuttavia, regge, nel caso concreto. Gli ebrei in Palestina ci sono – più o meno numerosi – da alcune migliaia di anni. E gli israeliani di oggi non sono una potenza occupante: sono autoctoni. Né avrebbero una madrepatria in cui rientrare.

7)    Un ulteriore collegamento si ha con la retorica della resistenza di popolo. Questa è stata ripetuta fino alla nausea, in Italia, per far finta che non siamo mai stati alleati della Germania nazista e che abbiamo vinto la Seconda Guerra Mondiale. Questa incredibile rimozione nazionale è troppo vasta, troppo condivisa ed ha troppe motivazioni per essere esaminata qui. Molti comunque, allevati con questa mentalità, non capiscono perché, se da un lato bisogna giustificare i partigiani (irregolari deboli di fronte ai forti che ammazzavano dei tedeschi isolati a tradimento e senza indossare una divisa) non bisognerebbe essere a favore dei palestinesi: anche loro combattono senza divisa e compiono attentati. Non ci si chiede neppure chi abbia torto e chi abbia ragione, in Palestina. E nessuno cita le Convenzioni di Ginevra: non sarebbero compatibili col mito della Resistenza.

8)    Fra le ragioni di ostilità da parte dell’estrema sinistra, nei confronti di Israele, c’è l’atteggiamento dell’Unione Sovietica. Al riguardo bisogna ricordare che l’Urss fu in un primo momento favorevole al nuovo Stato, che infatti nacque con il suo consenso. Quando poi gli interessi geopolitici spinsero Mosca a proporsi come paladina degli arabi, i comunisti italiani, obbedienti, seguirono le nuove direttive. Direttive che del resto ben si sposavano con tutti le pulsioni prima esposte.

9)    Uno dei motivi di severità, nei confronti di Israele, è la diffusa disinformazione che nasce dalla propaganda antisemita e dalla naturale ignoranza della gente. Giornalisti inclusi. Molti credono che gli ebrei abbiano invaso la Palestina, mentre da un lato non l’hanno occupata, perché sono sempre stati lì, dall’altro non è mai esistita un’entità statale con quel nome. Prima c’è stato l’impero ottomano, poi l’amministrazione britannica, poi la partizione dell’Onu del 1948 e la grande Giordania. E Gaza apparteneva all’Egitto, che ha rifiutato di vedersela restituire. Si potrebbe continuare per pagine intere, confutando mille leggende nere, storicamente infondate, ma sarebbe una fatica di Sisifo.

10)   Infine, non ultima molla per essere favorevoli ai palestinesi è l’ineliminabile tendenza ad essere eroici e generosissimi quando lo si può fare a spese altrui. Se i razzi cadessero sulle case degli italiani, vorrei vedere quanti di loro sarebbero così pronti ai distinguo, alla tolleranza, alla comprensione. Se fossero stati aggrediti nel 1948, nel 1967 e nel 1973, da eserciti determinati a cancellarli dalla faccia della terra, quanti sopporterebbero di sentirsi chiamare militaristi ed aggressivi? Tutti perdonano gli attentati che in passato hanno provocato tanti morti, in Israele, solo perché sono avvenuti lontano. Quando si perdonano gli assassini che hanno ucciso dei terzi non si sale sul piano della santità: si scende su quello della complicità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 gennaio 2009

 


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POLITICA
10 gennaio 2009
KEEP SMILING

CATTIVERIE SUI MASCHI

Come si definisce uomo dal bell’aspetto, intelligente, colto e sensibile? Diceria.

Come si chiama una donna la quale sa dove suo marito passa tutte le sue serate? Vedova.

Che cosa dice un uomo, immerso nell’acqua fino alla cintola, a chi gli pone un problema? “Questo supera il mio livello di comprensione”.

Perché il 90% degli uomini non dorme subito, dopo il sesso? Perché deve tornare a casa.

Che cos’hanno in comune gli uomini e gli spermatozoi? Il fatto che uno su un milione diviene un uomo.


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CULTURA
9 gennaio 2009
SERGIO ROMANO ED ISRAELE

Per chi volesse pubblicarlo, badare alla differenza fra scrittura normale e scrittura corsiva: diversamente il testo sarebbe incomprensibile.

 

SERGIO ROMANO ED ISRAELE

L’ex-ambasciatore Sergio Romano ha, come tutti, le sue simpatie e le sue antipatie. Non è però in malafede e per questo le sue opinioni vanno sempre studiate con rispetto. Viene qui riportato, con qualche commento in corsivo, un suo articolo sulle colpe rispettive di Israele e dei palestinesi, apparso fra le “lettere al Corriere” (della Sera) di oggi, 9 gennaio 2009.

Cari lettori,

Vi sono almeno due modi per giudicare un conflitto e pesare le responsabilità dei contendenti. Il primo è quello di ricostruire la dinamica delle vicende che hanno preceduto l'inizio delle ostilità. Chi ha sparato per primo? Chi ha assunto l'atteggiamento più provocatorio? La risposta a queste domande è indubbiamente: Hamas. L'organizzazione islamica che governa la striscia di Gaza ha denunciato la tregua e ha continuato a colpire con i suoi missili alcune città israeliane in prossimità del confine. Sapeva che i suoi lanci avrebbero provocato una reazione israeliana, ma non ha rinunciato alle sue azioni offensive. Voleva una guerra e l'ha avuta. Il secondo è quello di allargare lo sguardo a un periodo più lungo e di prendere in considerazione altri fattori. Israele ha occupato alcuni territori arabi nel 1967 e ha assunto in tal modo il controllo di una popolazione che ammonta oggi, complessivamente, a non meno di tre milioni e 300 mila abitanti. Romano omette di segnalare che Israele ciò ha fatto in seguito ad una guerra di cui non ha preso l’iniziativa. Il piccolo paese è stato attaccato da molti paesi arabi coalizzati e si è salvato solo in virtù del valore dei suoi combattenti. Se dunque dopo è rimasto su quelle terre, è stato per impedire che lo si potesse attaccare partendo molto più da vicino. Tipico il caso delle Golan Heights. Se soltanto, dopo la guerra, i palestinesi della Cisgiordania avessero accettato di fare la pace, e fossero stati credibili, Israele non avrebbe chiesto di meglio che andarsene. Avrebbe persino permesso ai palestinesi di essere pendolari ed andare a lavorare in Israele, come avveniva prima, sfuggendo un po’ alla attuale, enorme miseria. Non li ha assorbiti all'interno della propria società perché avrebbero intollerabilmente diluito la sua natura di Stato ebraico. Non ha garantito a essi una reale autonomia perché ha permesso ai suoi cittadini di insediarsi nei territori occupati e di estendere le proprie comunità occupando terre della popolazione locale: occupando o comprando? E poi, se Israele può tollerare entro le sue frontiere più di un milione di musulmani, i musulmani non avrebbero potuto tollerare sulle loro terre qualche migliaio di israeliani? Più oltre Romano parla degli israeliani che sono stati rimpatriati da Gaza, prima di ritirarsi da quel territorio: si tratta di ottomila persone. Ottomila persone da un lato contro oltre un milione dall’altro, ecco i numeri in gioco.  un fenomeno che ha avuto per effetto, oltre a numerosi espropri, Sui numerosi espropri si sarebbe lieti di avere maggiori, documentate notizie. l'instaurazione di controlli, blocchi stradali, corsie preferenziali per i cittadini della potenza occupante tutte cose che sono la conseguenza diretta della volontà di parecchi palestinesi di assassinare quanti più israeliani sia possibile. Questo l’ambasciatore non l’ha notato. Chi non preferirebbe circolare tranquillo, piuttosto che sottostare a continui controlli?  Ha ritirato 8 mila coloni dalla Striscia di Gaza, ma non ha riconosciuto la vittoria di Hamas nelle elezioni del gennaio 2006. Avrebbe dovuto riconoscere Hamas mentre Hamas nel suo statuto proclama che il suo scopo è quello di eliminare Israele dalla carta geografica? Ha stretto d'assedio la Striscia per diciotto mesi prima dell'inizio delle ostilità. Non l’ha stretta d’assedio: ha impedito che ne uscissero terroristi per andare ad ammazzare innocenti in Israele. E infatti non si sono avuti praticamente più attentati. Romano pensa che ciò dipenda dalla mitezza di Hamas? E ha adottato infine verso la popolazione civile lo stile di una tradizionale potenza coloniale. Israele non ha mai chiesto niente di meglio che la pace, cioè di andarsene. Una potenza colonialista vuole invece insediarsi nei territori conquistati. Israele qualche anno fa è arrivata fino ad offrire il 93% degli occupied territories e l’offerta fu così generosa che, personalmente, fui grandemente sollevato quando Arafat disse di no. Mi ha colpito, ma non sorpreso, la lettura dell'articolo dello scrittore e giornalista israeliano Yossi Klein Halevi ( Corriere del 6 gennaio) che ha fatto servizio militare nella Striscia di Gaza durante la prima Intifada e scrive: «Il nostro contingente non solo arrestava i sospettati di terrorismo, ma trascinava la gente giù dai letti nel cuore della notte per costringerla a coprire di vernice le strisce anti israeliane e rastrellava persone innocenti, dopo un lancio di granate, giusto "per far sentire la nostra presenza"». Unus testis nullus testis, ciò che dice un singolo non fa testo. Basterebbe ascoltare un  comunista come Ferrero, un artista come Dario Fo, un fanatico come Beppe Grillo per farsi un’idea del tutto sbagliata dell’Italia. E poi, Romano cita qualcuno che definisce scrittore e giornalista! Se c’è qualcuno di cui non bisogna mai fidarsi, in materia di politica, è un intellettuale. Lo stesso Bertrand Russel chiedeva la rinuncia unilaterale della Gran Bretagna all’atomica, in piena guerra fredda. E chi ha dimenticato Tiziano Terzani che ha ammesso candidamente, anni dopo i fatti, di avere stravolto la verità, riguardo a ciò che vide durante la guerra del Vietnam? E non è possibile dimenticare a questo proposito la distruzione delle case dove abitavano le famiglie dei guerriglieri Forma di grande civiltà. Distruggevano le case per punire senza uccidere e gli 11 mila detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, prigionieri di guerra, ma trattati come terroristi Chi dice che non lo siano? Per la legge internazionale, sono terroristi tutti coloro che portano armi senza indossare una divisa. E comunque si gradirebbero dimostrazioni e documenti. E molto strano è il fatto che questa denuncia non si sia mai sentita, da parte degli attivisti palestinesi. Romano ne sa più di loro? e combattenti irregolari Combattenti irregolari? Lo ricorda l’ambasciatore che chi imbraccia armi contro un esercito senza portare la divisa secondo le convenzioni internazionali è passibile di fucilazione sul posto e senza processo?. Tutta colpa di Israele? No. Al Fatah prima, Hamas e Jihad islamica poi hanno ucciso civili israeliani, compiuto attentati terroristici nelle città, deliberatamente provocato le reazioni di Israele, alimentato un ingranaggio che consentiva ai loro gruppi più radicali di assumere la guida del movimento. Ma esiste in queste situazioni una legge politica a cui non è possibile sottrarsi. Le maggiori responsabilità, in ultima analisi, sono sempre della potenza occupante. Visione morale e fuori dalla storia. La potenza occupante in passato a volte ha pressoché sterminato tutti gli abitanti (conquista di Gerusalemme da parte dei crociati), a volte ha scacciato tutti i precedenti abitanti (invasioni barbariche), ha volte si è comportata in maniera tale da provocare esodi di milioni di persone terrorizzate (avanzata dall’Armata Rossa nell’Est europeo durante la Seconda Guerra Mondiale), ecc. Romano del resto non si avvede che Hamas non chiede migliori condizioni di vita, chiede l’eliminazione di Israele, e con ciò stesso le imputa la colpa di esistere, non quella di comportarsi male. Se 41 anni di occupazione non bastano a risolvere il problema, le conseguenze ricadono inevitabilmente sulle sue spalle.  Ricadono sulle sue spalle se si comporta con umanità, con troppa umanità. Se avesse bombardato Gaza come gli inglesi e gli americani hanno bombardato Dresda, ben difficilmente i palestinesi avrebbero continuato con i razzi Qassam.

Esiste anche una seconda legge. Chi fa una guerra non può limitarsi a programmare le operazioni militari. Deve avere un progetto per il dopoguerra. Se l'obiettivo è sbaragliare Hamas, chi governerà la Striscia di Gaza dopo la fine del conflitto? Con chi fare la pace se non con quelli contro i quali si è combattuto? Sergio Romano si lamenta forse del fatto che Israele non gli abbia dato comunicazione dettagliata della propria tattica e della propria strategia, in questa occasione?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

9 gennaio 2009

 


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CULTURA
9 gennaio 2009
QUESTIONI LINGUISTICHE

Qui gladio ferit gladio perit – chi di spada ferisce di spada perisce – è una frase che si trova nel Vangelo, Matteo, 26,25. La frase è rivolta da Gesù a Pietro, che aveva tagliato un orecchio ad un servo del sommo sacerdote (Giovanni, 18,23). L’espressione significa soltanto che non bisogna passare alle vie di fatto perché non raramente colui che ne ha preso l’iniziativa finisce col rimanerne vittima. Il monito naturalmente non va preso alla lettera, altrimenti ci si dovrebbe stupire che San Pietro sia morto crocifisso e non decapitato.

Per quanto riguarda gli accenti, qualcuno segnala le possibilità di una tastiera tedesca ma a mia volta, con una normale tastiera, usando Word e Ascii, ottengo senza difficoltà le vocali seguenti: ÀÁÈÉÌÍÓÙÚ – àáèéìíóùú – ÂÊÎÔÛ – âêîôû – ÄËÏÖÜ – äëïöü. Per dare solo un esempio, “È” si ottiene tenendo premuto Alt e battendo 212 sul tastierino numerico. E ci sono sistemi ancora più semplici: per esempio, tenendo premuto Ctrl e maiuscole, battere prima ^ e dopo e: si ottiene Ê. Se, prima di battere “e”, si toglie il dito dalle maiuscole, si ottiene “ê”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


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