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giannipardo@libero.it
CULTURA
30 settembre 2008
KEEP SMILING
 

Ferragosto. Turista: “Ha una stanza libera?” “Dolente, no“. ”Ma se venisse Berlusconi una stanza gliela troverebbe?“ “Beh, certo, il Presidente del Consiglio…” “Ebbene, la dia a me. Stasera non viene”.

Un giovanotto guarda alcune ragazze molto carine, che ridono in un gruppo, ad una festa, e dice al suo vicino: “C’è molta bella carne fresca, qui, non trova?” “Altroché. Il fatto è che io ho la mia scatola di conserva, con me”.

Il pilota al microfono: “Una brutta notizia e una buona notizia. La brutta è che abbiamo un dirottatore a bordo. La buona è che vuole andare alle Hawai”.




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CULTURA
29 settembre 2008
ESEGESI DI WALTER VELTRONI
 

ESEGESI DI WALTER VELTRONI

 Le famose “primarie” del Partito Democratico si sono tenute all’insegna del rinnovamento. Si cambiava leader, ripescando un personaggio noto per la sua sorridente mitezza, e si realizzava un distacco anche visivo da quella sinistra rabbiosa e massimalista che stava conducendo al disastro. Veltroni, mentre ancora era in carica il governo Prodi, stabilì solennemente che il nuovo partito sarebbe andato alle elezioni senza alleanze con la sinistra estrema. Sapeva infatti che, alleandosi con essa, avrebbe perso pesantemente e sapeva che la stramaledetta ma utilissima legge elettorale avrebbe favorito il Pd in maniera determinante. L’estrema sinistra cercò di parare il colpo, federandosi nell’Arcobaleno, ma andò male per tutti: il Pd perdette pesantemente le elezioni e l’estrema sinistra non entrò neppure in Parlamento.

A questo punto si sarebbe dovuto seguire il programma originario: presentarsi come una sinistra matura che faceva opposizione quando necessario, che collaborava col governo quando opportuno, che abbandonava una volta per tutte l’ottuso antiberlusconismo e i toni da crociata. Purtroppo, questo il Pd non lo ha fatto.

1) Nel partecipare alle elezioni, ha rifiutato persino l’alleanza con i socialisti ma ha inspiegabilmente accolto nella coalizione Di Pietro e il suo partito giustizialista. Dal giorno dopo questo partito ha mancato alla parola data (costituzione di un gruppo unico),  si è messo in competizione col Pd, lo ha attaccato da sinistra, ha agitato quella bandiera della sinistra estrema che il Pd non avrebbe più voluto vedere e in totale ha fatto apparire sbiadita l’azione del massimo partito d’opposizione.

2) Pur essendosi reso conto dell’immane errore commesso, il Partito Democratico non ha avuto il coraggio di scaricare Di Pietro ed i suoi. Nel complesso ha dato un’impressione di inconsistenza e pusillanimità: pusillanime perché non attaccava il governo come faceva l’ex-pm, oppure pusillanime perché non aveva il coraggio di dirgli il fatto suo. Questo a poco a poco ha soprattutto eroso l’immagine di Veltroni fino a far mettere in discussione la sua leadership.

3) Improvvisamente, in questi giorni, forse sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, il Pd ha deciso di riprendere la situazione in mano, dimostrando che è capace di parole risolute e azioni incisive. Il segretario ha dunque ridato fiato al vecchio antiberlusconismo, ha parlato di rischi per la democrazia, di disastro della nazione, ecc. Insomma ha tirato di nuovo fuori tutto il vecchio armamentario che in passato ha condotto a ripetuti disastri. Inoltre ha rispolverato un vecchio arnese del comunismo - la menzogna sfacciata - per esempio cercando d’intestarsi il successo del salvataggio dell’Alitalia. Il risultato è che il Pd si è messo a somigliare a Rifondazione Comunista e Berlusconi ha dichiarato Veltroni a volta a volta inesistente, inaffidabile, inadatto al dialogo, perfino immeritevole di commenti. Gli italiani, ha detto, lo giudicheranno da sé. Neanche nella sua fazione ci si è sentiti di approvarlo all’unanimità. L’antiberlusconismo viscerale, il giustizialismo e il tono tonitruante e apocalittico non hanno portato bene alla sinistra. E una sconfitta alle amministrative potrebbe segnare la fine politica del Segretario.

Resta da spiegare il perché del comportamento personale dell’ex-sindaco e ovviamente l’interpretazione che segue è solo una fra le tante.

Un uomo politico, se non ha genio e “vision” (cioè una vasta concezione dei bisogni della nazione), può fare una buona carriera con l’intelligenza e il carattere. Alcuni però hanno solo l’intelligenza (Giuliano Amato), altri solo il carattere (Oliviero Diliberto) e c’è infine chi, come Veltroni, manca di ambedue le qualità ed solo uno specialista nell’annusare il vento.

Questo figlio dell’establishment è stato, sin dall’adolescenza, un ambizioso senza principi. Ha fatto parte del Pci sin da quando aveva i calzoni corti perché era quella, allora, la via del successo. Quando poi il Pci è andato fuori moda, ha dichiarato di non essere mai stato comunista. Sorridendo a destra e a manca, cercando di non farsi nemici e accreditandosi come uomo di pace, è arrivato ad essere sindaco di Roma e infine – oltrepassando l’ultima, pericolosa soglia, quella che l’umorista Peter ha dichiarato “il livello di competenza” – ha accettato di essere segretario del Pd. E da questo momento ha dimostrato i suoi limiti. Ha continuato ad annusare il vento – perché è tutto quello che sa fare - ma stavolta non è bastato ed ha perso credibilità. Se avesse mantenuto, contro venti e maree, la linea annunciata ai tempi della fondazione del Pd, oggi sarebbe il vero leader di quel partito e del centro-sinistra. Invece ha seguito la corrente fino a giungere, in questi giorni, a scimmiottare il linguaggio dell’estrema sinistra e perfino quello di Di Pietro. Di cui tutto si può dire, salvo che sia un maestro di linguaggio.

Veltroni non è odioso. Perfino quando ringhia si ha voglia di dirgli sorridendo di darsi una calmata. Ma, per il bene del centro-sinistra, sarebbe bene che a capo del Pd ci fosse un uomo politico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

29 settembre 2008

 




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CULTURA
29 settembre 2008
KEEP SMILING
 

Il dottore, scuotendo la testa, con aria addolorata: “Devo dirle che non le rimane molto da vivere”. “Quanto?”, chiede sconvolto il malato. “Dieci”, dice il dottore. “Dieci cosa? Anni o mesi?” “Nove…”

Ad un signore, nel bordello, viene presentata una professionista piuttosto anziana e lui protesta: Lo so, questo è il mestiere più vecchio del mondo. Ma è proprio necessario offrirmi una delle socie fondatrici?

Una ragazza carina passa davanti ad una prigione e da una finestra un recluso le grida: “Ehi, tu, bellezza, sei impegnata il pomeriggio de 5 ottobre 2012?




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CULTURA
28 settembre 2008
KEEP SMILING
 

La gallina ai pulcini: “Se vostro padre sapesse quello che avete fatto oggi si rivolterebbe nel grill”.

“Siamo abbastanza intimi e te lo posso chiedere: è soddisfacente fare l’amore con tua moglie?” L’uomo alza le spalle: “Alcuni dicono sì, altri dicono no”.

Perché gli elefanti non vanno in bicicletta? Perché non hanno dita per suonare il campanello.

Il Direttore, fuori dai gangheri: “Ma mi dica, come riesce a fare tante cose sbagliate in un solo giorno?” “Il fatto è che mi alzo presto, signor Direttore”.




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CULTURA
27 settembre 2008
ALITALIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO

ALITALIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO

Quando finisce uno scontro non sempre è chiaro chi ha vinto. Alla fine della Prima Guerra Mondiale moltissimi tedeschi non capirono perché il Reich avesse chiesto la pace - sostanzialmente arrendendosi - mentre ancora non c’era nemmeno un soldato straniero sul suolo germanico. Questo portò a quella voglia di rivincita che fu una delle cause della Seconda Guerra Mondiale. Anche questo conflitto tuttavia lasciò uno strascico di perplessità: mentre negli Anni Cinquanta l’Italia era pressoché interamente ricostruita e si avviava alla prosperità, l’Inghilterra aveva ancora il razionamento alimentare e passeggiando per Londra si potevano vedere rovine provocate dai bombardamenti. Veramente aveva vinto la guerra? Senza dire che il Leone Britannico, avendo perso il suo impero, si era ridotto solo alla testa.

La vittoria ha mille padri, la sconfitta è orfana. Dopo la sbarco in Normandia chiesero ad Eisenhower se il successo dell’operazione fosse merito suo e la risposta brillante fu: “Non lo so. Quello che so è che, se non fosse riuscita, sarebbe stata colpa mia”.

Nel caso dell’Alitalia, tutti cominceranno a battersi il petto come trionfatori di wrestling. I sindacati si vanteranno dei vantaggi (del tutto insignificanti) da loro ottenuti e lasceranno intendere che essi siano tanto importanti che, senza, essi sarebbero stati disposti a lasciar fallire la compagnia. I dipendenti si vanteranno della loro ragionevolezza e del loro spirito di sacrificio. Fra coloro che si vanteranno di più ci saranno gli uomini del centro-sinistra che, invece di confessare di avere fatto di tutto per sabotare l’iniziativa (solo per dare un dispiacere a Berlusconi) diranno che l’accordo è stato siglato quando essi hanno insistito per la sua conclusione. Che è come vantarsi della partenza dell’autobus solo per aver tolto il cuneo dinanzi alle sue ruote. Berlusconi infine dirà: ve l’avevo detto che avrei salvato l’Alitalia e l’ho fatto. Io sono uno che mantiene le promesse. In realtà, è probabile che non sia il caso di credere a nessuno di loro. Chi ha vinto è la minaccia del fallimento.

L’Alitalia è in dissesto da molti anni. Se non ha formalizzato questa morte economica è perché lo Stato, a spese dei contribuenti, ha ripianato i deficit. Purtroppo per i poeti (interessati) dell’economia, recentemente le leggi comunitarie hanno vietato questa costante e costosa fleboclisi e il risultato è stato che si è giunti al dilemma: o l’Alitalia sarebbe stata risanata o sarebbe fallita. I sindacati, non meno dementi oggi che in passato, avrebbero volentieri chiesto che pagasse ancora e sempre lo Stato, ma stavolta sapevano che avrebbero sbattuto contro il muro comunitario. Per loro, come per i dipendenti, il dilemma è dunque stato: o ridimensionamento o fallimento. E la credibile prospettiva di quest’ultimo ha spinto tutti, dopo mille proteste, mille minacce, mille pose gladiatorie, a mangiare una minestra la cui alternativa era una finestra spalancata sul baratro.

Il vincitore è il fallimento.

Rimane da parlare del Capo del Governo. Indubbiamente, se l’accordo non fosse stato siglato, la sinistra si sarebbe riempita la bocca del fallimento di Berlusconi, della sconfitta di Berlusconi, dell’umiliazione di Berlusconi. E altrettanto indubbiamente, proprio per converso, Berlusconi ha oggi il diritto ad alzare le braccia al cielo in segno di vittoria. In realtà ha solo pareggiato.

Se, nel momento della trattativa con Air France, fosse stato zitto, e la trattativa fosse fallita, nessuno avrebbe potuto dargliene la colpa. Se, in seguito, avesse lo stesso messo su la cordata della Cai, sarebbe stato un salvatore della patria. Invece allora ha parlato troppo, tanto da creare l’illusione di aver fatto fallire lui quel contratto – come se potesse fare ciò chi è all’opposizione! – ed in seguito, riuscendo dopo mille traversie a tenere in vita l’Alitalia, ha solo evitato a se stesso la brutta figura di non aver realizzato ciò che prometteva. Nulla di più.

Il fallimento non è un vincitore insignificante. Il suo ingresso nell’ambito delle grandi imprese è una vittoria dell’economia e del buon senso. È sperabile che anche in futuro, perfino in assenza di leggi anti-incoscienti come quelle dell’Unione Europea, ci si ricordi che un’azienda insolvente va dichiarata fallita e va chiusa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 settembre 2008




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POLITICA
27 settembre 2008
KEEP SMILING
 

 

Corso di riqualificazione per uomini. È possibile orinare alzando la tavoletta e senza bagnare per terra? Esercizi di gruppo.

Corso di riqualificazione per uomini. Domanda: “la carta igienica cresce direttamente nel suo sostegno, accanto alla tazza? Si consiglia di assistere alla tavola rotonda su questo argomento.

Corso di riqualificazione per uomini. Come si diviene buoni accompagnatori della moglie in occasione delle compere? Esercizi di meditazione, relax e tecniche di respirazione.

Corso di riqualificazione per uomini. Fondamentali differenze fra la cesta della biancheria sporca e il pavimento circostante. Immagini esplicative e precisazioni.

Corso di riqualificazione per uomini. Come si può imparare a cercare le cose nel posto giusto senza buttare all’aria tutta la casa? Forum aperto ai partecipanti.

Corso di riqualificazione per uomini. I veri uomini chiedono la strada, quando si sono persi. Esempi tratti dalla vita reale.

Corso di riqualificazione per uomini. È veramente impossibile sedere e star zitti, mentre lei parcheggia fra due auto lungo un marciapiede? Lezioni al simulatore di guida.

Dalla Bild Zeitung




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CULTURA
25 settembre 2008
LA BOCCIATURA MINACCIATA: UNA BUFALA
 LA BOCCIATURA MINACCIATA: UNA BUFALA
Una notizia di ieri: la Cassazione ha confermato la condanna per minaccia aggravata a carico di un professore di liceo. Costui aveva detto a un'alunna che «non aveva più alcuna possibilità di essere promossa». Leggendo questa notizia, molti giustamente giudicano folli i magistrati. E si sentirebbero anzi d’aggiungere: “E poi ci si lamenta che la scuola vada a ramengo!”; “Ora è diventato talmente obbligatorio promuovere, che se si parla di bocciatura il giudice ci condanna!”; “È questo il modo in cui si contribuisce all’autorevolezza dei professori?”
L’episodio è paradigmatico del fatto che si possa ingannare il prossimo dicendo la verità. Basta non dirla tutta. Questo professore, criticabile del resto anche per altri versi, ha minacciato la studentessa non per il suo profitto, cosa che è sempre stata e sarà sempre normalissima, ma “dopo che la madre della ragazza all'assemblea dei genitori aveva proposto di rimuovere il docente per la sua scorrettezza”. Dunque la minaccia – credibile, anche se è vero che si promuove o si boccia per voto di consiglio – non aveva nulla a che vedere col profitto. Il professore prometteva il massimo male solo perché si era sentito offeso – o posto in una situazione di pericolo - dalle parole di una terza persona, se pure collegata da vincolo di parentela con l’alunna. Cioè attuando a livello scolastico la tecnica della vendetta trasversale, una cosa che sembra piuttosto diversa dal predire ad un asino la bocciatura.
Questo offre l’occasione per chiarire che chi ventila il compimento del proprio dovere (bocciare chi non studia) non commette certo reato, e mai e poi mai la Cassazione potrebbe stabilirlo. Ché anzi lo stesso codice penale mette l’adempimento di un dovere fra le esimenti. Ma se qualcuno usa del potere che lo Stato gli concede per fini privati commette un reato. Può trattarsi di un’estorsione (“Dammi cinquanta euro o ti elevo una contravvenzione, giustificata, per cento”), di una concussione, di una corruzione, di un abuso d’ufficio o, come in questo caso, di una minaccia.
Il professore ha non solo il potere ma il dovere di bocciare, se l’alunno lo merita. Quello che non può fare è promuoverlo perché raccomandato o bocciarlo per punirlo di malefatte che non riguardano il profitto.
A forza di volere catturare l’attenzione, i giornali o le televisioni danno la notizia in modo da indurre in errore. Non si può scrivere, come ha fatto il Corriere della Sera, “Scuola: minacciare la bocciatura è reato”. Se no si potrebbero con uguale giustificazione scrivere che: “È reato indossare stivaletti a punta”, dimenticando di spiegare che gli stivaletti erano rubati, e che il reato in questione è esattamente il furto.
Ogni volta che si legge o si ascolta una notizia sorprendente, bisogna dubitare che sia vera: a volte essa è totalmente inventata, a volte – caso più subdolo - non è inventata ma è stata raccontata in maniera tale da far capire una cosa totalmente diversa dalla realtà.  “Incoraggiata dal marito, si butta dal secondo piano ma sopravvive” fa pensare ad un reato di induzione al suicidio mentre in realtà si trattava di una donna che, inseguita dalle fiamme, è stata convinta dal marito a saltare nel telone dei pompieri.
Abbiamo un’amministrazione della giustizia peggio che discutibile, una scuola dai risultati disastrosi ma a volte i mezzi di comunicazione di massa, mentre le criticano, non si mostrano migliori di loro.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it
25 settembre 2008



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POLITICA
24 settembre 2008
ELISABETTA II IN BIKINI
 

ELISABETTA II IN BIKINI

 Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma praticamente tutti cerchiamo di essere attraenti. In un certo senso questo è addirittura un obbligo: la cortesia è un modo di rendersi gradevoli ed è considerata imprescindibile.

Moltissimi vanno oltre: sono disponibili, si interessano ai problemi del prossimo, raccontano barzellette, sono maestri di conversazione e si propongono subito come amici. Questo vale anche dal punto di vista fisico: tutti tengono a vestirsi bene o quanto meno ad avere abiti senza buchi e ad essere puliti, in modo d’avere l’aria di persone per bene. Prima ancora di aprire bocca, si vuole essere “accettati” come immagine.

Quest’ultimo particolare è importantissimo per le donne. Nel loro caso, il fatto di essere attraenti ha una doppia valenza: quella sociale e quella sessuale. Una signora che la società stimasse molto per il suo valore intellettuale, ma fosse veramente brutta, non potrebbe non rammaricarsi del fatto che tutti gli uomini si levano il cappello, dinanzi a lei, ma nessuno la vorrebbe a letto. Ecco perché è raro che una donna – salvo quelle che per età o altri malanni hanno deposto le armi – non faccia tutto il possibile per rimanere “bella”. Tutte le signore si vestono con cura, cambiano spesso abbigliamento, vanno dal parrucchiere, si truccano, controllano il loro peso ed infine sono felici se, mettendosi in bikini, suscitano il desiderio degli uomini e l’invidia delle altre donne. Dal punto di vista etologico, all’interno della specie umana questo è un trionfo.

E tuttavia è anche valida la regola inversa. C’è infatti chi, per il suo status, è ammirevole per definizione. Il Papa non ha il dovere di mostrarsi brillante o intelligente, e infatti dice pressoché costantemente delle ovvietà condivisibili da tutti. Per esempio che la pace è preferibile alla guerra e la prosperità alla fame. Egli infatti è da riverire ed apprezzare non per quello che dice ma perché è il papa. Parimenti, il re non deve raccontare barzellette perché, dal momento che è il re, non ha il dovere di conquistarsi la simpatia e l’affetto dei suoi sudditi: queste sono cose che gli sono dovute da sempre, sin da quando è comparso in pubblico fra le braccia della regina sua madre. Tutto quello che un re può fare è perdere il rispetto del suo popolo: di guadagnarlo non ha alcun bisogno. Da questo nasce la saggia raccomandazione, per i grandi, di essere molto riservati, di non comparire troppo spesso in pubblico, di non umanizzarsi troppo. Essi non hanno nulla da chiedere e nulla da ottenere. Divenendo “esseri umani come tutti gli altri”, foss’anche simpatici,  rischiano solo di perderci.

Questa è una cosa che Berlusconi non ha mai capito. Qualcuno che è il capo del primo partito d’Italia, che ha i suoi soldi ed è perfino Primo Ministro, non ha bisogno di raccontare barzellette. Chi già lo apprezza non l’amerà di più per questo, chi non l’apprezza lo disprezzerà come i romani disprezzavano Nerone con le sue pretese d’artista. Il Cavaliere probabilmente si comporta così perché vuol far vedere che non si è montato la testa, che è rimasto il simpaticone di un tempo, l’animatore delle crociere: invece dimostra di non capire lui stesso quanta strada ha fatta da allora. Ciò che un tempo gli fu utile oggi può essergli nocivo. Il copione gli assegna una parte diversa. Si accontenti del consenso del popolo italiano.

Un’altra che ha sbagliato, e molto più pesantemente di Berlusconi, è Diana Spencer. Far parlare di sé è una buona politica, se con essa si conquista la notorietà e si fanno vendere i biglietti al botteghino. Ma la moglie del futuro re d’Inghilterra la notorietà ce l’ha dal giorno del matrimonio. Se dunque passa da un amante all’altro e si trasforma in un’immagine da rotocalchi, può solo scadere nella considerazione di molti. Da principessa destinata al trono a puttanella smidollata. Diane Spencer, da regina, avrebbe addirittura messo a rischio la monarchia.

Del tutto all’inverso, Elisabetta II sarà ricordata nei secoli come uno dei più grandi sovrani d’Europa. Non solo non si è mai messa in bikini, ma non ha mai sbagliato una mossa. Non ha mai detto una parola in più; non ha provocato il più piccolo scandalo; è stata una presenza rara e piena di dignità. Questa grande regina ha rappresentato alla perfezione la sua parte di nullità piena di stile, nel nome della quale si potrebbe perfino affrontare la morte, talmente ella impersona la patria.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 settembre 2008




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POLITICA
23 settembre 2008
KEEP SMILING
 Un veggente dice ad un altro: “Il prossimo inverno sarà freddissimo”. “Sì, dice il collega. Hai ragione, mi ricorda addirittura l’inverno del 2025”.
“Ragazzo, dice il giudice al giovane accusato, ma mentre rubavi nel negozio d’abbigliamento non hai pensato al dispiacere che davi a tua madre?” “Signor giudice, ma non è colpa mia se non c’era niente, della sua misura!”
Dalla Bild Zeitung



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POLITICA
22 settembre 2008
KEEP SMILING
 

Il medico è chiamato in casa del malato. Questi è molto scoraggiato. Il dottore lo visita e infine gli chiede: “Ha fatto testamento?” “No, ma, dottore, è veramente così grave?” “Faccia venire un notaio e chiamI anche i suoi più stretti parenti”. “Dottore, mi sta dicendo che sono in punto di morte?” “No, non questo. È solo che non voglio essere il solo che è è stato tirato fuori dal letto senza ragione, in piena notte”.

Dalla Bild Zeitung




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POLITICA
21 settembre 2008
ALISTATO
 

ALISTATO

In occasione della crisi dell’Alitalia si sente il bisogno di una chiave di lettura. In essa entrano in gioco il governo, miliardi di euro, diciannovemila lavoratori, l’onore dell’Italia e la mobilità degli italiani. Questa chiave potrebbe essere lo statalismo.

La salute economica di un’impresa è valutabile in base a un bilancio. Se si è raffreddati, non è un divertimento ma rimane cosa senza importanza. Se si ha un cancro in fase avanzata, non si hanno speranze. Per l’impresa come per l’uomo, da un lato si può sopravvivere con qualche acciacco, dall’altro i problemi possono risolversi con la morte.

A questa regola naturale c’è tuttavia un’immensa eccezione: lo Stato. Esso assicura un certo numero di servizi a fronte di un prelievo forzoso chiamato “imposizione fiscale” e offre il vantaggio che l’amministrazione pubblica non intende fare profitti. Se li facesse, del resto, andrebbero al popolo. Lo svantaggio è che l’amministrazione i profitti non li fa mai e se opera in perdita non per questo “morirà” come muore un’impresa privata.

Questo schema conduce pressoché fatalmente a degenerazioni. Se nell’impresa privata le perdite costanti sono dell’1%, ci si avvia al fallimento. Nell’impresa di Stato invece si sa che si opera in deficit: dunque se si è in deficit per il 65%, che importa se si passa al 66%? O al 76%? O all’86%? Qual è il limite del deficit? L’impossibilità di fallire fa sì che si scada facilmente nell’illusione che le leggi economiche non abbiano più valore.

Ecco perché l’impresa di Stato gode di tanto favore. L’operaio che chiede un aumento all’imprenditore se che se fa fallire l’impresa non avrà un aumento ma la fine del salario. L’operaio pubblico sa che la sua impresa non può fallire sicché il successo della sua richiesta dipenderà esclusivamente dalla sua capacità di pressione.

Molti – comunisti in testa – non capiscono che questa libertà dalle necessità economiche non può che essere settoriale. Se i netturbini, mettendo in ginocchio la città con la spazzatura, ottengono un aumento di salario economicamente ingiustificato, quel denaro in più che riceveranno sarà un denaro che, ingiustificatamente, avranno in meno i contribuenti. “Ogni volta che qualcuno riceve una ricchezza che non ha prodotto, c’è qualcuno che non riceve una ricchezza che ha prodotto”. E se tutti i lavoratori sono lavoratori pubblici, il risultato sarà la miseria generalizzata (Unione Sovietica e simili).

I dipendenti Alitalia, considerandola immortale, hanno portato l’impresa ad operare strutturalmente in deficit ed è questa la ragione per cui, quando è caduta l’offerta della CAI, a Fiumicino si è festeggiato. Quello che il grande pubblico e i grandi giornali non hanno capito è che i dipendenti Alitalia non credono alla possibilità del fallimento. Non è Alitalia, è AliStato: e lo Stato non può fallire.

In Italia tutto è possibile, ma oggi la verità è che: 1) l’Alitalia non è statale; 2) lo Stato non ha né il denaro né la voglia per nazionalizzarla; 3) l’Ue vieta che l’impresa continui ad operare in deficit, con finanziamenti di vario genere; 4) senza una drastica ristrutturazione l’impresa non è vitale e 5) nelle condizioni attuali, essendo economicamente fallita, nessuno la comprerebbe. L’offerta della CAI è esistita perché il governo ha molto insistito, perché ha offerto una mostruosa cassa integrazione (l’80% per molti anni!) e perché – operata una profonda ristrutturazione – l’impresa poteva essere resa di nuovo vitale. Rifiutandola, i dipendenti Alitalia sono volontariamente rientrati sul mercato. Prosit.

Una nota finale riguarda l’atteggiamento della CAI. Essa ha ritirato l’offerta e tuttavia, ancora oggi, in molti supplicano la Cgil, i piloti e alcuni sindacati di firmare il contratto. Ma chi dice che la CAI mantenga un’offerta che è stata ritirata con voto unanime? Potrebbe sempre rispondere: dolenti, noi abbiamo indicato una scadenza, giovedì 18/9/2008 alle ore 16, e l’accordo non s’è concluso. Amen. Il resto non ci riguarda. Probabilmente non lo dice già oggi perché si sta giocando col cerino acceso. Il commissario potrebbe a giorni non avere il denaro per il kerosene degli aerei, Riggio potrebbe ritirare la licenza alla compagnia e l’impresa potrebbe chiudere entro una settimana. Perché uccidere una malata che sta morendo da sé? Se infatti la CAI dicesse: non vi strapazzate, ché tanto siamo noi, ora, a dire di no, tutti le darebbero la colpa della morte dell’Alitalia. Se invece tace, può invece darsi che la follia dei piloti, della Cgil e degli altri sindacati la salvi dal biasimo (immeritato) di avere fatto chiudere la compagnia di bandiera.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 settembre 2008




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CULTURA
20 settembre 2008
SUCCES DE SCANDALE
 
SUCCÈS DE SCANDALE
Uno scultore asiatico, Terence Koh, ha esposto a Gateshead, nord-est dell’Inghilterra, una statua che raffigura Gesù con un’erezione. È stato denunciato e probabilmente subirà un processo. Come è ovvio, il fatto non è importante e forse la migliore reazione sarebbe stata quella di passare all’opera seguente, nella mostra, senza permettere all’autore di farsi notare in questo modo. Ma l’episodio invita a qualche riflessione.
Il fatto che l’artista non sia europeo non cambia e non spiega nulla. Non è necessario essere profondi conoscitori di religioni comparate per sapere che l’Inghilterra, malgrado la varietà delle sette, è un paese cristiano. La verità - la banale verità - è che questo signore ha cercato di ottenere visibilità attraverso lo scandalo religioso, variante del più corrente tentativo di ottenere visibilità mediante l’imprevisto o il curioso. Come quell’altro artista, in corsivo, che si è fatto una fama “impacchettando” i monumenti, come se dovesse spedirli. O come quel fotografo che ha ottenuto un sacco di citazioni sui giornali con immagini di folle sterminate di donne e uomini nudi.
La spiegazione di tutto questo nasce da un fraintendimento storico. È avvenuto in passato che un’opera d’arte scandalizzasse, o perché troppo lontana dalle abitudini del tempo, o perché contraria a qualche regola che si reputava indefettibile. Per la “Traviata” fece scandalo che si rendesse protagonista una prostituta, poco importa se d’alto bordo, per “Madame Bovary” che si raccontasse la vita e la morte di un’adultera. Ma oggi queste sono solo delle curiosità e l’essenziale è la grande musica di Verdi o lo stile inarrivabile di Flaubert. È questo che alcuni sembrano non capire. Un’opera d’arte può anche avere un succès de scandale ma non è che un succès de scandale dimostri che si tratta di un’opera d’arte. L’arte è miracolo. Per impacchettare un monumento come fa Christo basterebbe uno spedizioniere. Ecco il fraintendimento di base di cui qualcuno cerca di approfittare.
Né si può essere meno severi per quanto riguarda la religione. Come non si deve dire allo zoppo che ha un incedere comico, non si ha il diritto di ledere i sentimenti dei credenti. Prima ancora di essere un attentato alla religione è un intollerabile atto di maleducazione.
E c’è un’ultima considerazione: gli artisti che sbeffeggiano il Cristianesimo hanno un torto che, quand’anche non fossero valide le considerazioni che precedono, da solo li renderebbe imperdonabili. Essi attaccano Gesù Cristo perché sanno di farlo in paesi tolleranti, dove al massimo rischiano una nota sui giornali. Ché anzi, è proprio questo che cercano. Se invece volessero dimostrarsi veri ribelli e insofferenti dei tabù della società, perché non vanno a ridicolizzare Maometto in Arabia Saudita? Perché sarebbero messi a morte senza complimenti? E allora attaccare il Cristianesimo corrisponde ad un crimine per il quale non può esistere perdono: la vigliaccheria. Lo Chevalier de la Barre, nel 1766, fu torturato e messo a morte solo perché, a quanto qualcuno diceva, non si era  cavato il cappello al passaggio della processione. E questo non nel Burkina Faso ma a Parigi. E l’insolente aveva solo diciannove anni. In quella Parigi questo scultore avrebbe esposto un Cristo con l’erezione?
Forse è anche un errore parlarne. E un errore ancora più grande è avere citato il nome del sedicente artista. Per favore, dimenticatelo.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it
6 settembre 2008 



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POLITICA
19 settembre 2008
ALITALIA: LE RESPONSABILITA'
 

ALITALIA: LE RESPONSABILITÀ

Se un malato di broncopolmonite è in un letto d’ospedale e gli infermieri lasciano la finestra aperta sul gelo, certo non favoriranno la sua guarigione. Ma se qualcuno entra nella stanza e finisce il poveruomo a rivoltellate, non sarà certo stata l’aria fresca, ad ucciderlo. Nel dramma dell’Alitalia le rivoltellate, per unanime consenso, le hanno sparate la Cgil e i sindacati dei piloti. Essi hanno affermato di aver fatto pervenire una controproposta con ulteriori richieste ancora la mattina del giorno dell’ultimatum, dimenticando che, quando si tratta di salvare una compagnia che perde un milione di euro al giorno, non si può discutere indefinitamente. Inoltre la C.a.i. aveva concesso tutto quello che poteva concedere e ultimatum significa “o questo o è rottura”. Ma i dipendenti Alitalia sono convinti di potere sempre averla vinta. E hanno sparato al malato.

Le responsabilità dei governi. 1)Governo Prodi. È forse stata colpa sua il fallimento della trattativa con Air France? Certamente no. I sindacati hanno detto no ed Air France se n’è andata. Né poteva essere colpa di Berlusconi, che era all’opposizione. Tecnicamente l’Alitalia è poi fallita nel momento in cui è stato designato un commissario (Fantozzi) e s’è  dichiarato lo stato d’insolvenza. Dunque, per chiunque avesse pensato di salvare la compagnia, si trattava ora di resuscitare un morto e si sarebbe dovuto gridare al miracolo, se si fosse visto qualcuno disposto a comprare il cadavere. Oltre tutto, il governo era nell’impossibilità giuridica e tecnica (la Ue lo vieta) di continuare a gettare soldi in questo pozzo senza fondo. Semplice ed esatto. 2) Berlusconi però protestava perché s’era tentato di vendere l’impresa ad uno straniero e prometteva: io troverò un compratore italiano. E nessuno gli credeva. Tant’è vero che per settimane si è ironizzato sulla fantomatica “cordata”. Poi il Governo Berlusconi – chissà come – è riuscito a convincere sedici imprenditori a rischiare il loro denaro per salvare l’Alitalia e a questo punto alcuni sindacati essenziali hanno detto di no. Il progetto è andato in fumo. Semplice ed esatto.  3) Nel momento dei negoziati, il governo e i ministri hanno agito semplicemente da mediatori e sarebbe strano che il fallimento di una trattativa dipendesse dal mediatore piuttosto che dagli interessati. Costoro, se il mediatore fosse incapace, potrebbero benissimo mettersi d’accordo direttamente. Semplice ed esatto.

Fra i colpevoli ci sono coloro che hanno sperato nel fallimento dei negoziati, i gufi che a loro volta si distinguono in gufi in buona fede e gufi in malafede. I primi sono i dipendenti Alitalia che, illusi da anni ed anni di trionfi contro ogni buon senso e contro ogni logica economica, non hanno mai creduto alle minacce. Dunque perché accettare sacrifici per sopravvivere come impresa? Bastava dire no e si poteva star certi che la controparte avrebbe ceduto. Come sempre. Per questo ieri festeggiavano a Fiumicino. I gufi in malafede sono invece i politici (e forse la Cgil) che hanno puntato sul fallimento solo per dare addosso al governo. A loro, della disoccupazione di oltre diciottomila lavoratori, senza contare l’indotto, non importa nulla. La demagogia non si occupa di queste piccolezze.

Infine, le colpe di Berlusconi. Il Cavaliere di Arcore parla troppo ed è malato di titanismo. Se, durante la trattativa con Air France, avesse saputo tenere la lingua a freno, avrebbe avuto solo da guadagnarci. Dinanzi ad un risultato positivo avrebbe protestato per la vendita allo straniero, aggiungendo: “Io ero il capo dell’opposizione, la mia firma non era richiesta”. E invece ha parlato. Tanto. Viceversa, dinanzi ad un risultato negativo, non avendo promesso nulla, si sarebbe potuto risparmiare gli sforzi per mettere su la “cordata” e avrebbe potuto accusare i sindacati di aver fatto fallire l’Alitalia. Avrebbe potuto aspettare che andasse completamente alla deriva, dandone il torto al governo Prodi, ad Air France, a tutti, sempre con l’aria dello spettatore non implicato nella vicenda. Purtroppo Berlusconi è malato di titanismo. “Quello che gli altri non hanno saputo fare in un anno io lo farò in una settimana”. “Quello dinanzi a cui gli altri si sono arresi  sarà per me un’occasione di vittoria”. Ecc. Non ha però fatto i conti con la follia suicida di dipendenti fin troppo viziati ed affetti da una mancanza di ragionevolezza inconcepibile.

Il Cavaliere è entrato nella vicenda dimenticando il vecchio proverbio per cui chi va a letto con i bambini si alza sporco di cacca.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

19 settembre 2008




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CULTURA
18 settembre 2008
UNA VOLTA DI TROPPO
 

UNA VOLTA DI TROPPO

Ora 16,30 di giovedì, 18 settembre 2008. Titolo del Corriere della Sera: Alitalia, salta tutto. “Cai ritira l’offerta”.

Quella dell’Alitalia è una vicenda che ha avuto prevedibili esiti tragici e che può essere interpretata in chiave psicologica.

Ciò che caratterizza l’uomo adulto e sano di mente è il principio di realtà. Questo principio gli fa capire che se, ha uno stipendio di 1.500 € al mese, non può permettersi una Ferrari; che difficilmente il matrimonio con una persona di trent’anni più anziana può essere un successo; che fumando quaranta sigarette al giorno ci si prenota per il cancro. Viceversa il bambino insiste per il giocattolo che la famiglia non può permettersi proprio perché per lui parole come “possibilità” e “denaro” hanno poco significato. C’è infatti un modo di dire inglese, per chi insiste in questi casi: “he doesn’t take no for an answer”, cioè “per lui no non è una risposta”; è una parola senza significato. E tanto meno ne ha quanto più spesso, facendo i capricci, il bambino riesce a ribaltare il “no” in “sì”.

L’Alitalia è un’impresa che, nel corso dei decenni, ha avuto questa possibilità di comportarsi come un bambino piccolo. Se fosse stata guidata con criteri privatistici tutto sarebbe stato semplice: gestione economica oppure fallimento, parecchi anni fa. Invece non ha avuto reali preoccupazioni di bilancio. Ha avuto come interlocutore uno Stato che, dinanzi ad uno sciopero, è stato pronto a cedere pagando di tasca propria. Per questo i dipendenti sono arrivati ad atteggiamenti esosi, a scontentare la clientela, a trasformare l’impresa in un tale pozzo senza fondo, per le finanze pubbliche, che alla fine si sono messi in guai insuperabili. In molti hanno perduto prima il senso della realtà e oggi il posto di lavoro. Arriva infatti un momento in cui “no” non lo dice più una mamma premurosa e malleabile, ma una realtà di marmo.

Lo scoglio insuperabile è stato di origine comunitaria. Nel corso dei decenni i governi italiani non hanno osato affrontare i sindacati e si sono svenati. Tuttavia questo atteggiamento non è stato visto, in sede comunitaria, come un favore a una categoria di lavoratori ma come una falsificazione della concorrenza fra le aviolinee. Solo per questo,  finalmente, persino l’Italia di Prodi è stata costretta a liberarsi dell’Alitalia. Non sono stati il buon senso, il coraggio, lo scrupolo nei confronti dei contribuenti (tutte cose che lo Stato italiano non ha mai dimostrato) a spingerla a liberarsi da questa sanguisuga ma gli impegni sottoscritti in sede internazionale.

Purtroppo non si può vendere un’impresa fallita, in cancrena dal punto di vista strutturale, oltre che in gravissimo deficit. Sarebbe come cercare un compratore per una Fiat Punto di dieci anni, col motore fuso, al prezzo di trentamila euro. Dunque le soluzioni erano solo due: il fallimento o una draconiana ristrutturazione.

Di fronte a questo, chiunque avesse il principio di realtà griderebbe: “vada per la ristrutturazione!”  Ma i sindacati sono stati abituati a non credere a ciò che gli si dice. They don’t take no for an answer. Sono stati minacciati troppe volte con pistole scariche. Hanno vinto troppe volte vertenze che sulla carta avrebbero dovuto perdere. Hanno finito col credere che le minacce fossero risibili, fino a crederlo una volta di troppo. Chi per anni ha fumato quaranta o cinquanta sigarette al giorno, anche se ha riso degli avvertimenti, non può meravigliarsi se gli diagnosticano il cancro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 settembre 2008

 

 




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CULTURA
18 settembre 2008
L'ECCEZIONE CONFERMA...
 

L’eccezione conferma la regola è un proverbio sciocco, se formulato così. Perché, al contrario, l’eccezione mostra che la regola non è indefettibile. Il proverbio dovrebbe essere così formulato: “L’eccezione, dichiarata come tale, conferma la regola che si dichiara valida per i rimanenti casi”.

Gianni Pardo




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POLITICA
17 settembre 2008
ARROGANZA RECIDIVA
 

ARROGANZA RECIDIVA

Sul Corriere della Sera di oggi, non contento di essersi fatto dare torto persino da sinistra, Adriano Sofri insiste sulle sue tesi. La prima è che l’omicidio Calabresi non fu un atto di terrorismo. Al riguardo incorre nell’errore già commesso nel primo articolo: quello di ritenere che la sentenza del giudice penale sia in ogni caso adatta, sul piano della realtà, a distinguere un reato terroristico da un reato non terroristico.

Se una Corte dichiara che un reato è un atto di terrorismo, la verità giudiziaria è quella. Ma la verità giudiziaria non è necessariamente la verità storica. Fra l’altro, proprio questo avrebbe sostenuto Sofri, se la Corte l’avesse condannato per terrorismo. Se viceversa una Corte non rubrica un dato reato come atto di terrorismo, questo non dimostra che esso non lo sia: può darsi semplicemente che non esistano prove sufficienti e la questione rimane impregiudicata. Impregiudicata soprattutto per uno come Sofri che, ingenerando qualche grave sospetto, ancora oggi confessa: “ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo”. Un condannato, tale persino in occasione dell’ottenuta revisione del processo, non ha il diritto di appellarsi all’opinione del giudice in materia di terrorismo dopo avere rifiutato la sua opinione (sententia, in latino), tanto più importante e tanto più tecnica, che lo ha dichiarato mandante di un bieco assassinio. La Corte è credibile in materia di terrorismo e non è credibile in materia di omicidio? 

Poi l’intellettuale fornisce una definizione del terrorismo: “In senso proprio, vuol dire quella violenza indiscriminata tesa a suscitare il terrore nelle file del preteso nemico e a conquistare col terrore l’adesione della propria pretesa parte”. È esattamente quello che ricordiamo. Il sequestro di un giudice (D’Urso), l’uccisione di un generale (Taliercio), l’assassinio a tradimento di un commissario di polizia, Aldo Moro ucciso a freddo e tanti altri omicidi di questo genere, durante l’orrenda stagione degli anni di piombo, non tendevano a “suscitare il terrore nelle file del preteso nemico”?

Sofri tuttavia, forse per differenziare il suo caso dal fenomeno generale, ironizza sull’ipotesi di un terrorismo che opera su una sola persona e si chiede: “Una specie di caricatura del socialismo in un Paese solo nel terrorismo di un assassinio solo?” Bella domanda: ma a lui risulta che in quegli anni fu ammazzato il solo Calabresi? O pretendeva che le vittime del terrorismo morissero tutte nello stesso giorno?

Sofri non può fare a meno di “obiettare quando l’omicidio di Calabresi viene commemorato alle Nazioni Unite come esemplare del terrorismo internazionale”. Obietti pure, ma conceda agli altri il diritto alle proprie opinioni. Non dimenticando che fra di esse ci potrebbe essere giustificatamene quella secondo cui proprio lui ha simpatia per i terroristi. Ripete infatti ancora oggi: le “persone che oltrepassano la soglia fra le parole e i fatti non sono necessariamente malvagie, e possono anzi essere «migliori» di altre”.  Chissà, può darsi. Tuttavia in molti ci illudiamo, non avendo fatto male ad una mosca, di essere migliori, noi, di chi ha sparso il sangue del prossimo tendendogli un agguato. Ecco perché non riusciamo a pensare “con grande rispetto” a Bruno Fanciullacci, l’assassino di Giovanni Gentile: perché non riusciamo a sentire questo grande rispetto per chi uccide. Non siamo né nobili né sensibili come Adriano.

La seconda tesi di Sofri è che non si capisce perché mai si onori la memoria di Calabresi e non quella dell’anarchico Pinelli. C’è da trasecolare. Di che si lamenta? Il collegamento fra Calabresi e Pinelli, fatto da lui e dai suoi amici, è perfettamente abusivo. Uno è un commissario di polizia, un martire abbattuto mentre serviva lo Stato, l’altro un anarchico dal parlare truculento e minaccioso, morto durante un’indagine di polizia. E senza alcune responsabilità di Calabresi. Lo riconosce Sofri stesso: “le innumerevoli carte relative alla morte di Pinelli e ai processi Lotta Continua-Calabresi inducono a credere che Calabresi non fosse nella sua stanza al momento della caduta di Pinelli”.  E allora, perché mai lo Stato dovrebbe onorare un anarchico come onora Calabresi? Che cosa mai giustifica questa sorta di equiparazione Calabresi-Pinelli?

C’è un detto: “certe cose, più uno le rimesta, più puzzano”. Forse Adriano Sofri non l’ha mai sentito.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

16 settembre 2008

 




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CULTURA
15 settembre 2008
LA DEMOCRAZIA IN AUTOMOBILE
 

LA DEMOCRAZIA IN AUTOMOBILE

 

La discussione sulla “vera democrazia” è antica e richiederebbe, per essere affrontata, un bagaglio di cultura e bibliografia non indifferente. Qui ci si limita invece, umilmente, a lanciare un sasso nello stagno.

Le obiezioni che sono state mosse a questo tipo di regime sono molte. Cominciò Aristotele, avvertendo che essa può condurre al dominio della demagogia, al disordine e per contraccolpo alla dittatura. Molti moralisti attuali si lamentano poi del fatto che in essa si è facilmente indotti alla corruzione; che non raramente, invece del migliore, vince chi è più forte economicamente; che i votanti sono disinformati e si lasciano ingannare dai demagoghi; che moltissimi non votano e per conseguenza è discutibile che ci sia un “governo di popolo”. E via dicendo. La lista è lunga. Lunga e forse inutile.

Che cosa si penserebbe di qualcuno che, dovendo noleggiare un’automobile, ne chiedesse una “perfetta”? Si osserverebbe che sta dicendo un’assurdità. Le automobili  hanno caratteristiche diverse perché rispondono ad esigenze diverse. Ciò che per uno è una qualità per un altro può essere un difetto e soprattutto alcune caratteristiche positive sono contraddittorie. Non si può pretendere che un’automobile di lusso consumi pochissimo e sia facile da parcheggiare. L’automobile perfetta non esiste. La sua essenza è la capacità di portare una persona da un posto ad un altro: e basta.

La democrazia è un tipo di regime umano ed ha dunque i difetti degli uomini che la praticano. Se un popolo è tendenzialmente avido, scorretto e corruttibile, coloro che andranno al potere, provenendo da quel popolo, saranno probabilmente avidi, scorretti e corruttibili. La cosa non è neppure particolarmente negativa. O, più esattamente, è negativa: ma non è esclusiva della democrazia. Quel genere di uomini non manca affatto negli altri regimi e l’unica differenza è che – sotto le dittature – non è permesso né denunciarli né destituirli.

La “vera democrazia”, come “l’automobile perfetta”, non esiste. E come per quel veicolo si può dire che perde la sua qualità fondamentale quando non è in condizione di portare un passeggero, per la democrazia il problema deve essere posto al negativo: quand’è che cessa di essere tale?

Aristotele rispondeva: quando si trasforma in tirannia, cioè in un tipo di regime in cui il popolo non ha più strumenti per cambiare i governanti. Ed aveva ragione. Se, sia pure attraverso elezioni influenzate dall’ignoranza, dalla corruzione, dalla demagogia e dall’ignavia, i votanti possono ottenere un cambio di governo, si è in democrazia. Se questo non è possibile, non c’è più democrazia.

Ovviamente, le critiche che molti muovono al “governo del popolo” volano molto più alto di questo livello. Nascono da una certa concezione che preesiste all’esame della società e che gli idealisti reputano essenziale: senza accorgersi che così applicano abusivamente, alla realtà oggettiva, un loro personale pregiudizio. Chi non ha sentito le geremiadi dei delusi? “I giornali fanno solo la politica dei ricchi gruppi finanziari cui appartengono: è democrazia, questa?” “Le lobby influenzano la legislazione, è democrazia, questa?” “Se vota il cinquanta per cento degli elettori, e poi governa una maggioranza del ventisei per cento, è democrazia, questa?” La litania è infinita.

Costoro dimenticano di osservare un fatto fondamentale: se chi dispone del potere, di molto denaro, di alleanze, e di suggestioni di ogni tipo, potesse effettivamente manovrare la democrazia, non vieterebbe la libertà di stampa e si permetterebbe di indire libere elezioni. In realtà i dittatori si guardano bene dal farlo. Infatti sanno bene che, per quanto si possa imbrogliare, se un popolo molto scontento ha la possibilità di esprimersi, manderà a casa chi lo ha affamato o reso schiavo.

Non bisogna stare a pesare quanto “vera” sia la democrazia nella Russia di Putin, quanto autentica sia la libertà di stampa in Italia o quanto corrette siano le elezioni in Turchia: il contraltare è la Russia di Stalin, la stampa sotto Mussolini, la Turchia sottomessa al Califfo.

La vera democrazia non è quella perfetta, che non esiste. La vera democrazia è un tipo di regime in cui il popolo ha il potere di cambiare governo senza essere obbligato a fare una rivoluzione. E tanto basta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

15 settembre 2008I




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POLITICA
15 settembre 2008
L'INGLESE SUL CORRIERE DELLA SERA
  

Guido Santevecchi, sul “Corriere” di ieri 15 settembre, in un articolo che riguarda l’ortografia e la fonetica dell’inglese ("L'inglese e gli errori di spelling"), ha scritto: “Prendiamo due verbi che terminano per ‘e’ e che sono di quattro lettere, due consonanti e due vocali: ‘give’ (dare) e ‘love’ (amare). Il primo si pronuncia ‘giv’; in ‘amare’ invece la e finale si sente: ‘love’." A questo punto mi chiedo se questo signore conosca la lingua di cui parla. Infatti che nel verbo “love” si legga la “e” finale è una pura fantasia sua, che non condividerebbe nessuno che parli inglese. In fonetica il suono di “love” si rappresenta con una “l”, una “v” sotto sopra (o una “e” sottosopra, per gli americani) e una “v”. Al sig.Santevecchi, se si trattasse di italiano, chiederei in quale paese lo ha studiato; trattandosi di inglese, che è parlato in tutto il mondo, gli chiederei su quale pianeta.

Gianni Pardo     
Forum Scioglilingua del "Corriere della Sera".




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CULTURA
14 settembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE
 

QUESTIONI LINGUISTICHE
Corriere della Sera, forum Scioglilingua
A Vito La Colla segnalo che la frase italiana usata per controllare la funzionalità di tutti i tasti, “Ma la volpe col suo balzo ha raggiunto il quieto Fido”, richiede 43 battute, ed è dunque molto meno ben trovata di “The quick brown frox jumps over a lazy dog”, che, pur avendo cinque lettere in più (jkwxy) richiede solo 34 battute.
Francesco risolleva l’eterna questione del plurale delle parole straniere inserite in un contesto italiano. A parte il fatto che tutti i competenti raccomandano di lasciare queste parole inalterate, si può ravvisare una semplice ragione di opportunità. Tutti credono di sapere che il plurale si fa aggiungendo una “s” alla parola. In realtà, a parte il fatto che non sempre è vero (cheval fa chevaux, sandwich, checché ne pensino i rivenditori, fa sandwiches e non sandwichs), il tedesco ha plurali tanto diversi, che essi sono segnati nel dizionario. Manca infatti una regola generale di cui ci si possa fidare. In ebraico kibbutz fa kibbutzim e feddayn, parola che i giornalisti usano correntemente anche al singolare, è già plurale di suo. Per quanto riguarda il latino, c’è stato un tempo in cui ogni persona colta ne aveva sufficienti nozioni. Oggi è diventata una lingua straniera, persino nella pronuncia: e infatti si sente non raramente pronunciare a priori “appriori”,  con due “p”, cosa che avrebbe fatto saltare sulla sedia i laureati di cinquanta o sessant’anni fa. Dunque nel dubbio va trattata come una lingua straniera.
Per Agnese: “le scarpe con il tacco alto” sono, in generale, le scarpe con il tacco alto. “Le scarpe con i tacchi alti” è espressione che userei per indicare a qualcuno quali prendermi dall’armadio. Nel primo caso è un tipo di scarpa, nel secondo un’indicazione concreta. Ma, ovviamente, usare l’una o l’altra espressione non costituisce in nessun caso un errore.

 




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CULTURA
13 settembre 2008
LE REGOLE E L'USO NELLE LINGUE
 

Ci sono dei problemi eterni. Per esempio: è bene che il ministro della sanità sia un medico e quello della giustizia un avvocato? I competenti hanno risposto mille volte che quella del ministro è una carica politica, e non tecnica, ma c’è sempre quello che chiede: ma il ministro della sanità non dovrebbe essere un medico? Qualcosa di analogo avviene con l’eterna diatriba sul valore dell’uso per giudicare la correttezza della lingua. E tuttavia anche qui la soluzione del problema può essere semplice. Le regole di una lingua nascono dalle consuetudini espressive delle classi colte. Il francese si è affermato come lingua nazionale perché era la lingua parlata dal re e dalla corte. Ovviamente, neanche le classi colte sono composte esclusivamente da persone attente alla lingua o esenti dal commettere errori. E qui avviene una di queste due cose: o la generalità dei parlanti rigetta quella forma, e la ritiene erronea, e dunque “erronea” rimane; oppure la generalità dei parlanti adotta “l’errore” e questo diviene una nuova parola, una nuova struttura, un’espressione idiomatica o quello che sia. Qual è il limite? Anche questo non è difficile da individuare. Se una signora parigina fosse uscita in minigonna a Parigi nel 1880, forse la polizia l’avrebbe arrestata. Se l’avesse fatto un secolo dopo, nessuno ci avrebbe fatto caso. Dunque l’errore è errore finché in parecchi lo reputano ancora tale. Poi, se continua ad esistere e a prevalere, arriverà fatalmente il momento in cui chi non sbaglia viene guardato come colui che sbaglia. Succede al sottoscritto quando pronuncia “guaìna”, tanto che dovrò forse rassegnarmi a pronunciare “guàina”. Insomma, la differenza fra un errore e una forma nuova è data dalla percentuale di persone colte che usano quella forma nuova. Il palinsesto dei programmi radiofonici o televisivi nacque come uno scherzo, più o meno come “da subito”, poi, a forza di ripeterle, quelle espressioni sono divenute “normali”.

Gianni Pardo





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POLITICA
12 settembre 2008
ARROGANZA CRIMINALE
 

ARROGANZA CRIMINALE

L’articolo di Adriano Sofri, sul foglio dell’11 settembre 2008[1], ha di che lasciare perplessi. Il giornalista sbriga la sua vicenda processuale con poche parole: “Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio”. E se lo dice lui, tanto basta. Chi merita una condanna è invece tutta la pubblicistica: “il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto”. E per questo Sofri passa a ristabilire la verità.

La prima è che Lotta Continua non fu un’organizzazione terroristica. Infatti, il processo “si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato”. Ma queste parole sono peggio che azzardate. Quest’uomo attribuisce alle Corti d’Assise la capacità di stabilire se sì o no un’organizzazione politica sia terroristica o no e poi gli nega quella di stabilire chi è colpevole di omicidio. Che è come riconoscere ad un chirurgo di saper operare al cervello e negargli la capacità di fare un’iniezione.

La giustizia penale si fonda, almeno nelle intenzioni, su fatti concreti e prove reputate inconfutabili: essa non può formulare l’accusa di terrorismo se non dispone degli elementi necessari per sostenerla. Ma ciò non vale né per la politica né per la verità storica, che non si limitano a ciò che si può dimostrare in un’aula di giustizia. Le responsabilità politiche di Lotta Continua e dei suoi fiancheggiatori (grandi intellettuali inclusi) non sono per nulla piccole. Sofri stesso dice: “Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno”. Con chi? Calabresi?

Non è dunque chissà che successo l’imputazione di solo tre persone “nonostanti (nonostante per l’occasione ha cessato di essere una preposizione ed è diventato un participio presente) le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia”. Le motivazioni delle sentenze fanno stato riguardo al dispositivo, non altro. Riguardo ai moventi delle azioni criminali, soprattutto quando queste azioni sono collegate a gruppi politici, l’ultima parola spetta alla storia.

L’autore dell’articolo concede poi che l’assassinio di Calabresi non fu un’impresa commendevole, “purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo”. Secondo lui, Lc fece “un’opposizione decisa ed efficace” al terrorismo. Cosa che stupisce. È comunque difficile ammettere che, se Lc predicò la violenza, lo fece non per terrorizzare la parte avversa, ma per incoraggiarla al dialogo.

“Se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero”. Che se ne prenda nota: bisogna vergognarsi di queste affermazioni, non di essere stati condannati come mandanti di un omicidio premeditato.

Sofri difende poi il famoso appello firmato da decine di intellettuali che pare sia stato una legittimazione ideale e preventiva dell’omicidio Calabresi. “Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi”. Anche chi allora firmò oggi vede quell’infame documento come una manifestazione di follia collettiva mentre invece si trattava, ci dice Sofri, di un’analisi generosa della situazione e della personalità del commissario. Che poi, in un momento di distrazione, fu assassinato.

“L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali…” Ancora una volta Sofri, quando gli conviene, si richiama alla realtà processuale. Invece, dal punto di vista politico e sociale, l’origine di certe azioni deve risalire anche a chi le ha sostenute intellettualmente. Si sarebbe avuta, la Rivoluzione Francese, senza l’Illuminismo?

“L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. La violenza torbida e cieca dello Stato Italiano. La violenza torbida e cieca della Polizia di Stato. La violenza torbida e cieca del commissario Calabresi, contrapposta alla visione irenica ed idealistica di chi uccide a tradimento. C’è molto da imparare, da questo articolo. Le vittime del terrorismo non sono le persone che sono state uccise, sono i terroristi. Anche perché, sostiene Sofri, l’assassino a volte, oltre ad essere una vittima, è anche un uomo buono: “Fu dunque un atto terribile: questo [però] non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie…. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime”. Come si vede, non si è né frainteso né esagerato.

Adriano Sofri, con questo articolo, conferma l’impressione di sovrumana arroganza che ha sempre dato. Questo inqualificabile emulo di Capaneo è sostenuto e vezzeggiato da una sinistra che ha troppi scheletri nel suo armadio spirituale per dirgli il fatto suo: ma se fosse di destra non ci sarebbero anatemi a sufficienza. I Soloni si straccerebbero le vesti fino alla biancheria intima.

 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

12 settembre 2008

 

 



[1]

“Il Foglio”, 11 settembre 2008

Mario Calabresi, sulla Repubblica di ieri, rendeva ampio conto di un incontro fra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo a New York per iniziativa del segretario delle Nazioni Unite. Lo stesso Mario Calabresi, in memoria dell’omicidio di suo padre, vi ha portato la voce delle vittime italiane dei cosiddetti anni di piombo, e le proprie riflessioni. Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell’omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt’altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell’omicidio. Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di più, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. Il secondo è il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto, in qualunque angolo di strada ci trovassimo. Io tornerò distesamente, in un libro, se me ne basteranno le forze, sulla vicenda di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, che diventò anche la mia. Ma in questo caso non è della mia persona che si tratta. Il processo – tutte le sue innumerevoli puntate – contro di noi per l’omicidio Calabresi esordì, ormai vent’anni fa, ventilando una responsabilità in solido di Lotta Continua e dei suoi formali (e supposti) organi dirigenti, ma si sbrigò a abbandonare, già in istruttoria, questa strada temeraria, e si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato. Questo è rimasto, nonostanti le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia. Ma, direte, l’espediente giudiziario per circoscrivere l’accusa e ottenere la nostra condanna, non toglie niente alla sostanza civile e morale di quell’evento. Certo: purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo. Mario Calabresi accenna alle difficoltà che le stesse Nazioni Unite incontrano nella definizione di terrorismo – per ragioni faziose, peraltro, assai più che per la complicazione e l’elusività del tema. Considero terrorismo l’impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c’è stato, e ha trovato in Lotta Continua, nella manciata d’anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un’opposizione decisa ed efficace. Parlo dell’avversione ai terroristi, non di quella per gli ex terroristi che anima oggi tanti coraggiosi. Io personalmente ebbi in LC un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale. Ora, se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero. Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici, quegli stessi che erano stati accusati a torto della serie di attentati che da mesi preparavano il 12 dicembre da cui l’Italia uscì stravolta. Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza – io oggi tendo a credere di no, ci tornerò a suo tempo – fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscì e non riesce a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede. Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello. L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Fu un atto terribile: e nato in un contesto di parole e pensieri violenti ereditati, e ravvivati, che ammettevano, per esaltazione o per rassegnazione, l’omicidio politico, come nel giudizio dell’indomani, quello sì scritto da me. Non vorrei mai averlo scritto, soprattutto non vorrei mai che fosse stato fatto. Ma chi potrebbe non provare lo stesso rimpianto e rimorso? Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c’era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori. Io non riesco a condividere la frase che un mio amico e compagno di allora ripete come un esorcismo – “non si può essere ex assassini”. Certo che si può. Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie, e che non se ne prenda, ciascuno per la propria parte, chi ce l’ha, una corresponsabilità. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime. Le vittime, infatti, sono state tante, e di tante diverse e opposte ferocie, e la spirale che le travolse – non certo solo di “neri” e “rossi” – sembra aver depositato, a una così enorme distanza, un’idea e soprattutto un sentimento più unilaterale e rancoroso che mai, ad onta delle buone intenzioni e dei monumenti e dei giorni del ricordo. Io cerco di tenere a bada i cattivi sentimenti, provo pena di fronte alle contrapposizioni rinnovate fra i morti nostri e i loro, e tuttavia non riesco a impedirmi, quando leggo della lettura pubblica della Costituzione svolta dalla signora Gemma Capra al cospetto del Capo dello Stato, di chiedermi se qualcuno, un’autorità qualunque, abbia invitato la signora Licia Pinelli a leggere in pubblico la Costituzione. Forse è avvenuto e io non lo so. So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il libro di Mario Calabresi. Questo volevo dire oggi, per obiettare alla posizione espressa da Mario Calabresi nel prezioso incontro alle Nazioni Unite. Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.

di Adriano Sofri

 

 




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CULTURA
11 settembre 2008
SOCRATE DOVEVA EVADERE?
 

Socrate è stato condannato a morte e questa condanna è divenuta il paradigma della giustizia ingiusta. Nell’attesa dell’esecuzione Critone offrì al vecchio la possibilità di sfuggire al suo destino - la sua evasione era stata organizzata e non appariva difficile - ma il filosofo rifiutò. Pur reputandosi innocente, tanto che per sé aveva proposto come “pena” adeguata una nomina equivalente a quella di senatore a vita, sostenne che, avendo per tutta la vita obbedito alle leggi, si sentiva obbligato a farlo anche a costo della sua vita. La condanna era ingiusta ma se le leggi erano ingiuste, non bisognava violarle, bisognava modificarle. Fra l’altro allora ogni città di una certa dimensione faceva Stato a sé e dunque si poteva scegliere l’ordinamento giuridico al quale essere sottoposti. Chi non amava le leggi di Atene ben poteva andare a vivere a Tebe o a Sparta. Il filosofo aggiunse anche che aveva già settant’anni e non valeva la pena di violare leggi e contraddirsi solo per vivere qualche anno in più.

Nei secoli, la nobiltà con cui Socrate affrontò la morte è stata un topos, un classico argomento di discussione: e l’ammirazione per il filosofo è stata universale. È tuttavia lecito affermare che per questa particolare scelta di comportamento si possono avere dei dubbi.

Se il grande pensatore si fosse reputato colpevole, e avesse scelto di morire, si sarebbe potuto capire: avrebbe per così dire condiviso l’opportunità della pena inflittagli. Egli viceversa si reputava non solo innocente ma addirittura persona che aveva reso grandi servigi allo Stato: dunque non condivideva la condanna. Si limitava a rispettare le leggi solo perché leggi dello Stato e attribuiva loro con ciò stesso una sorta di sacralità, al punto che al primo posto non veniva la loro giustizia  - e infatti la sua condanna era ingiusta – ma il fatto che esse avessero il crisma dell’ufficialità. E questo è difficile da condividere.

Se le leggi, come le Tavole che Mosè ricevette sul Sinai, emanassero direttamente da Dio, sarebbe fuor di luogo discuterne la saggezza e perfezione. Ma le leggi di Atene, come le leggi di qualunque paese in ogni tempo, sono il risultato della decisione degli uomini. Ed anzi degli uomini politici. Esse dipendono dal periodo storico, dalle convinzioni dei legislatori e perfino dai loro pregiudizi. Nulla assicura che siano giuste. Fra l’altro, se fossero sacre, sarebbero anche eterne e invece mutano nel tempo. È perciò opportuno obbedire alle leggi per civismo, quando si pensa che siano ragionevoli, o per paura della sanzione: ma pretendere una sorta di adorazione della norma dello Stato in quanto tale è francamente eccessivo. Del resto questa è cosa che non richiede nemmeno il legislatore. Nel processo penale, mentre i testimoni devono giurare, prima di deporre, l’imputato non è tenuto a farlo: la stessa legge reputa legittimo che l’accusato cerchi di sfuggire alle proprie responsabilità. Anche mentendo. Anche quando sa di essere colpevole. Figurarsi quando si reputa innocente.

Si potrebbe dire che il rapporto del cittadino con la legge sia retto da questi principi: a) la legge va obbedita quando la si condivide. Anche se si è in una strada deserta, non è bene buttare per terra il pacchetto di sigarette vuoto; b) quando non la si condivide, si è autorizzati a violarla all’unica condizione che si sia disposti a subire la sanzione senza protestare. Lo Stato ha il diritto di punire. c) se infine non si condivide la legge, e si è sicuri di sfuggire alla sanzione, la si può violare impunemente. Dal punto di vista morale questo, per molti, è inammissibile, ma questa inammissibilità è molto discutibile. Innanzi tutto, l’esperienza dice che chi può violare una legge senza rischi, fin troppo spesso lo fa. Probabilmente anche coloro che hanno dichiarato inammissibile il principio appena enunciato. Poi, la filosofia del diritto insegna che la legge non chiede un’intima adesione ma l’obbedienza: è il principio dell’esteriorità del diritto. Infine, si deve ricordare che chi, in Germania o altrove, durante il nazismo, dava aiuto o nascondeva un ebreo, violava la legge e rischiava addirittura la propria vita. Lo si deve biasimare perché violava le leggi – perfettamente valide, dal punto di vista giuridico - del Terzo Reich?

Socrate avrebbe fatto bene a fuggire. Ai suoi giudici sarebbe bastato l’esserselo tolto di torno e quei pochi anni che lui ha sdegnosamente rifiutato gli sarebbero serviti a regalare a noi immortali pensieri e a se stesso la sua saggia e sorridente gioia di vivere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 settembre 2008




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POLITICA
10 settembre 2008
IL MORALISTA ANTIFASCISTA
 

Il moralista, in senso corrente, è uno che “fa la morale” agli altri e questa, come dice la sua etimologia, è l’insieme di regole di comportamento determinate dalle abitudini di un popolo.

La morale tuttavia è spesso inglobata in una religione: per questo in Europa si può parlare di “morale cristiana”. La conseguenza è che per i credenti la norma non è più derivata dalle abitudini di un popolo ma dalla rivelazione e dal magistero della Chiesa. Se, per ipotesi, moltissimi reputassero morale il suicidio in quanto autopunizione, per la Chiesa esso rimarrebbe condannabile perché, per la sua dottrina, l’uomo non ha il diritto di disporre della propria vita: neanche se reputa di meritare la morte. La Chiesa ammette che buona parte della sua morale coincide con quella che chiama morale naturale ma nondimeno fonda la validità di quelle norme sull’autorità della sua stessa dottrina.

 La conseguenza di tutto ciò è che se un sacerdote dice a qualcuno: “Tu non hai il diritto di ucciderti”, “Tu non hai il diritto di masturbarti”, “Tu non hai il diritto di divorziare”, l’interessato non ha a sua volta il diritto di replicare: “Fatti gli affari tuoi”. Perché, per il sacerdote, gli affari suoi sono la salvezza delle anime. E dunque anche quella di colui che si masturba o divorzia. La risposta giusta è: “Mi scusi, padre, ma io non sono credente. Dunque le sue regole per me non valgono. Su di me la Chiesa non ha nessuna autorità”.

 Se, riguardo al miscredente, non può fare il moralista nemmeno il sacerdote, figurarsi se può farlo qualcuno che fonda le proprie convinzioni solo su se stesso. E tuttavia la quantità di questi audaci, in giro, è sorprendentemente alta. Tutti sono pronti a riprendere la Gelmini se va a sostenere gli esami in Calabria invece che nella sua Milano; Fini se fa il bagno dove è vietato (e si dichiara pronto a pagare la multa); Berlusconi se scherza con le donne e, a sinistra, Fassino se è contento che la sua fazione scali una banca o Prodi se cerca di favorire un parente. Quasi che i moralisti, poveri angeli, non abbiano mai copiato a scuola, non abbiano mai parcheggiato dove è vietato, non abbiano mai cercato una raccomandazione. In Italia si ha questo costante iato tra il livello morale medio – che è piuttosto basso – e il livello morale che si pretende dagli altri. Si arriva a chiamare Andreotti mafioso e delinquente solo perché per certi reati è scattata la prescrizione, si sputa sulla tomba di Craxi dimenticando che c’è stato un periodo in cui tutti i partiti, inclusi quelli di sinistra, hanno nuotato a proprio agio nella corruzione. Per non parlare del Pci  che ha anche beneficiato per anni dei finanziamenti di un paese che apparteneva ad un’alleanza militare nemica di quella cui apparteneva l’Italia. E invece Craxi rimane l’uomo nero, mentre tutti i comunisti suoi contemporanei, da Napolitano in giù, sono casti e puri.

 Il colmo di questo moralismo d’accatto, interessato ed ipocrita, si raggiunge quando non ci si limita ad applicare al prossimo la più severa delle morali (mentre non la si applica a se stessi) ma addirittura si inventa un nuovo tipo di “peccato” imperdonabile. Dal 1943 il peccato imperdonabile è il fascismo. Basta chiamare qualcuno “fascista” perché lo si sia completamente squalificato, peggio che se avesse ucciso. Infatti i brigatisti rossi, una volta scontata la loro pena, sono ascoltati in conferenze, sono compresi nelle loro motivazioni e nei loro errori, e sono trattati con indulgenza, da intellettuali scrittori di libri. Mentre uno che dica “sì, sono stato fascista, ci credevo, ci ho creduto fino al 1944”, quello no, non è perdonabile. Neanche dieci, venti, cinquant’anni dopo. Come, è stato fascista? Se almeno, dopo, fosse diventato comunista, come Dario Fo o Giorgio Bocca (personaggi che hanno riversato nel loro antifascismo lo stesso ottuso fanatismo di quando erano fascisti), avremmo tutti potuto chiudere un occhio: ma osa ricordarsi di essere stato fascista? Pretende di affermare di essere stato in buona fede, in quell’errore? E come si può essere fascisti in buona fede?

 Il moralista antifascista è una sorta di mostro. Non ha una religione, dietro di sé, a meno che l’antifascismo sia esso stesso una religione, cosa che è lecito sospettare: tutto quello che ha, dietro di sé, è solo l’interesse della propria fazione. Se infatti fosse contro il totalitarismo sarebbe anche anticomunista, e non lo è. Se fosse contro i crimini nazisti sarebbe anche contro i crimini dello stalinismo, e non lo è. Se fosse per la libertà, che il fascismo ha gravemente conculcato, sarebbe anche contro il socialismo reale, che la libertà l’ha assassinata almeno per settant’anni, se vogliamo dimenticare la Cina e soprattutto la Corea del Nord, che l’assassinano ancora oggi.

 Se il moralista antifascista fosse per la verità ammetterebbe che migliaia di giovani, allevati nel culto di Mussolini e privati del diritto di ascoltare voci critiche, dunque non educati alla democrazia, possano avere difeso perfino col loro sangue un regime liberticida, un regime alleato di Hitler. I partigiani aspettavano di vedersi offrire dagli Alleati la vittoria su un piatto d’argento, i soldati di Salò erano degli illusi, dei perdenti che combattevano per una causa persa, e sbagliata per giunta.

 Ma il moralista antifascista non ha bisogno di dimostrare nulla. Ha creato lo stereotipo per cui, identificato il reprobo, basta gridare al fascista e stracciarsi le vesti. Basta esclamare: “Ha bestemmiato!” e si può contare che la folla preferirà Barabba.

 Questo grande sacerdote dell’impostura ha sostenuto per decenni la più lunga delle dittature europee e, in seguito, non ha avuto neanche la decenza di pentirsi. Ma lui non è stato fascista o, nel caso, l’ha dimenticato. In fondo, di che deve pentirsi?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

9 settembre 2008




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CULTURA
9 settembre 2008
ITALIA E GEORGIA
 

 

Il nostro Paese, in occasione della crisi georgiana, ha avuto un comportamento molto prudente nei confronti della Federazione Russa e questo ha scontentato molti idealisti. Anche se le nostre posizioni non sono state molto lontane da quelle di altri Paesi europei (in particolare della Germania) molti hanno attribuito questa moderazione ai rapporti personali ed amichevoli tra Berlusconi e Putin. Qualcun altro ha chiaramente fatto riferimento ad una tradizionale di politica estera italiana ai limiti della vigliaccheria. E certo il passato induce a guardare con sospetto ogni mossa di Roma: l’Italia ha una fama di furbizia e di machiavellismo. Ma forse stavolta ci si preoccupa a torto.

La crisi georgiana ha la caratteristica di essere insolubile sia giuridicamente sia militarmente.

Giuridicamente il governo georgiano aveva il diritto di intervenire in una regione del suo territorio e poco importa se in quel posto la maggioranza della popolazione sia russa o russofona: quel territorio è georgiano. Tuttavia è anche vero che, per principio largamente accettato da decenni, si reputa che i popoli abbiano una sorta di diritto naturale all’autodeterminazione. Nell’Ossezia del Sud i cittadini preferiscono appartenere alla Federazione Russa o, quanto meno, preferiscono essere indipendenti: hanno realmente questo diritto? Domanda futile. Non l’hanno se il governo centrale è più forte e dice di no (la Spagna con il Paese Basco, la Francia con la Corsica e infiniti altri casi); viceversa hanno quel diritto se hanno la forza di conquistarselo (guerre d’indipendenza) o se il governo centrale glielo regala (Slovacchia).

Nel caso dell’Ossezia del Sud la forza militare è stata fornita dal Paese di riferimento e cioè dalla Russia. Ed è qui che il problema appare militarmente insolubile. Da un lato la Georgia non ha la forza di opporsi all’esercito russo, dall’altro gli Occidentali sono sì capaci di fare la faccia feroce ma è certo che nel Caucaso non si vedrà neanche un elmetto della Nato. Dunque nessuno sloggerà i russi dall’Ossezia e dall’Abkhazia. Su questo si può scommettere. E allora si è arrivati alla conclusione.

La maggior parte di questa vicenda è recitata per il loggione. Si condanna la Russia per la sua azione militare ma si è imbarazzati innanzi tutto perché è si è sostenuta l’indipendenza del Kosovo contro la volontà della Serbia (amica della Russia), di cui era una regione. E si è imbarazzati perché non si può dimenticare che i primi carri armati che si sono mossi venivano dalla capitale georgiana. Si minaccia Mosca di fumose sanzioni sapendo benissimo di non essere minimamente in grado di intimidirla e sapendo infine che sia la Russia sia l’Europa Occidentale reputano i reciproci rapporti – politici ed economici – infinitamente più importanti dell’intera Georgia. Il loggione piange sulla morte di Violetta o di Cavaradossi ma i competenti sanno che quei cantanti stanno solo facendo finta.

Gli unici veramente preoccupati sono i vicini della Federazione Russa, in particolare la Moldova e l’Ucraìna che non fanno parte della Nato. Queste si chiedono che cosa farebbe l’Occidente se i russi oltrepassassero le loro frontiere e l’ipotesi dà da pensare anche alle cancellerie occidentali. Qui non siamo più ai gettoni: si maneggia denaro contante. Finché si tratta di due regioni della Georgia, il problema si discute a ciglio asciutto. Se si torna al cuore dell’Europa, c’è di che allarmarsi: il Ventesimo Secolo non fa parte della preistoria.

Ecco perché i rapporti tra Repubblica Italiana e Federazione Russa non turbano gli Stati Uniti; ecco perché Dick Cheney, in questi giorni in Italia, saprà di trovarsi fra buoni amici. Berlusconi, favorito dai suoi rapporti personali, è nelle condizioni migliori per dire ai due più grandi leader: “D’accordo, continuate a sfidarvi e perfino insultarvi in pubblico. Ma, concretamente, che problemi abbiamo? come possiamo risolverli? George, parlane con me che ne parlerò con Wladìmir, Wladìmir parlane con me che ne parlerò con George”. Non è il caso di irridere questa versione casereccia della diplomazia. Anche la diplomazia cammina sulle gambe degli uomini.

Berlusconi si limita a precedere il drappello di coloro che, fra qualche tempo, si acconceranno alla situazione di fatto. E l’Italia ottiene in cambio visibilità e considerazione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 settembre 2008

 




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POLITICA
9 settembre 2008
KEEP SMILING
 

A Lubecca (Germania del Nord) una coppia decide di sfuggire all’inverno e passare qualche giorno nei mari del Sud. Al momento della partenza la signora ha un contrattempo lavorativo sicché decidono che lui parta lo stesso e lei partirà il giorno seguente. Arrivato a destinazione lui le invia una e-mail ma purtroppo, al momento di scrivere l’indirizzo e-mail, commette un errore di battitura e la mail arriva ad una donna che è appena tornata dal cimitero, dove ha sotterrato il marito. Quando il figlio di questa signora torna a casa la trova svenuta, probabilmente colpita da infarto, e legge sullo schermo la mail che è arrivata.

 A: Mia moglie che è rimasta.

Da: Tuo marito che è andato via prima.

Oggetto: Sono ben arrivato.

Testo: Mia carissima, sono appena arrivato. Mi sono già installato e vedo che tutto è pronto anche per il tuo arrivo. Ti auguro un buon viaggio e ti aspetto domani mattina. Con amore, tuo marito.

P.S. Fa un caldo dannato, quaggiù!




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CULTURA
8 settembre 2008
SCALFARI E L'ALITALIA
 

Anche questa domenica Scalfari ha scritto un’articolessa: si usa chiamare così un articolo di proporzioni sterminate. Quello di ieri offre il destro a due commenti. Ecco il primo, puramente culturale.

L’ex-direttore di Repubblica cita I Promessi Sposi: " ‘La sventurata rispose’ scrive il Manzoni quando la Monaca di Monza parla con il suo amante e acconsente al rapimento di Lucia”. Purtroppo non è così. La storia di Gertrude è narrata nel Capitolo X dei Promessi Sposi e quelle parole riguardano il primo contatto tra la Monaca ed Egidio. Passerà del tempo (e ci sarà un omicidio), prima che Lucia abbia a che fare con Gertrude. Perché lasciarsi andare alla libidine della citazione, quando non si è sicuri?

Il secondo commento riguarda il brano seguente. “Una volta compiuta la ripulitura, Alitalia possiederà una flotta di media importanza…” e “il valore patrimoniale di una società ripulita a dovere sarà notevolmente più elevato: dopo il 2011 la Cai potrà valere a dir poco un quarto in più rispetto al patrimonio di partenza. A quel punto gran parte degli attuali azionisti, che non hanno alcun interesse per il trasporto aereo, usciranno dall'affare realizzando cospicue plusvalenze. A spese dello Stato e dei contribuenti”. Dicono che l’autore dell’articolo sia stato un notevole giornalista economico e forse è vero. Qui ci si permette di proporre qualche obiezione.

Se, nel 2011, cioè fra tre anni, gli investitori uscissero dalla Cai con una plusvalenza del 25%, avrebbero guadagnato all’incirca l’8% l’anno sul capitale investito. Considerando che l’Alitalia fino ad ora è stata un pozzo senza fondo, e considerando che nulla garantisce un successo, l’8% è tutt’altro che il Perù: un guadagno di queste proporzioni, rischiando di perdere l’intero capitale investito, non è un affare mirabolante. È probabile che gli investitori sperino legittimamente di ricavarne di più.

Seconda obiezione. Scalfari parla dell’Alitalia “ripulita” che può tornare in attivo “a spese dello Stato e dei contribuenti”. E questo non sembra vero. Lo Stato con l’Alitalia subisce una notevole perdita perché ne era azionista per quasi metà del capitale e le azioni oggi, dopo la dichiarazione di dissesto, non valgono niente o quasi. In tutti i fallimenti i chirografari, di solito, non ottengono niente o quasi. Dunque il danno patrimoniale di cui soffre lo Stato – cioè noi contribuenti – non deriva dalla ripulitura dell’Alitalia, ma dal suo fallimento. Non da ciò che si è fatto in questi giorni, ma da ciò che tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno permesso negli scorsi anni: un’inqualificabile mala gestione.

Si deve insistere, su questo punto. Se l’Alitalia ha dichiarato il proprio dissesto è segno che, in questa impresa, le passività superano le attività. E non di poco: altrimenti si parlerebbe di deficit congiunturale e non si dichiarerebbe l’insolvenza. Basterebbe un credito di qualche banca, cosa che fra l’altro è proprio ciò che si è fatto ripetutamente, in passato. Aumentando le passività. Se dunque l’Alitalia è in grave dissesto, è segno che a questo punto si poteva o attuare la procedura concorsuale - lentissima, costosa, rovinosa, al termine della quale i creditori non avrebbero ricevuto praticamente niente – oppure salvare il salvabile, mantenendo all’Italia una compagnia di bandiera. Certo l’operazione non offre un grande vantaggio ai creditori: ma col fallimento i risultati non sarebbero stati economicamente diversi, per loro. Fra l’altro la “ripulitura” di cui parla Scalfari non è costituita fondamentalmente da iniezioni di denaro pubblico, grazie al cielo l’erario ha finito di svenarsi, e neppure – a quanto afferma il governo – dall’assunzione in qualche carrozzone statale dei cosiddetti esuberi: la ripulitura nasce dal fatto che non si pagano i debiti, dalla drastica riduzione di personale e dalla promessa di una gestione economicamente valida di ciò che si è salvato.

Ma tutto questo potrebbe essere sbagliato. Per questo si aspettano le smentite, purché sintetiche e chiare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 settembre 2008

 




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POLITICA
7 settembre 2008
IL TORTO È SEMPRE DEGLI ALTRI
 
Giorni fa Massimo D’Alema, richiesto di spiegare come mai Walter Veltroni avesse accettato l’alleanza con Di Pietro, avrebbe potuto rispondere: “Perché aveva un programma in linea col nostro”; “Perché aveva promesso di fare gruppo parlamentare con noi”; o magari: “perché pensavamo che ci avrebbe portato molti voti e questo ci avrebbe permesso di vincere”. Ma non ha risposto così. Probabilmente perché ad ognuna di quelle affermazioni si potrebbe rispondere con obiezioni di peso: se Di Pietro aveva un programma in linea con quello del Pd, perché non è entrato nel Pd? Se aveva promesso di entrare nel gruppo parlamentare del Pd, come mai non l’ha fatto? E che garanzia aveva offerto, che avrebbe mantenuto questa promessa? Se D’Alema pensava che Di Pietro portasse in dote dei voti, come mai non ha pensato che in sua assenza quei voti sarebbero comunque andati al Pd, visto che l’alternativa era votare per Berlusconi? Infine, veramente pensava di avere una possibilità di vincere su un Berlusconi lanciatissimo e una sinistra in quel momento squalificata? Ecco perché D’Alema ha risposto secco: “Chiedete a lui”. A Veltroni. E questi ora ha risposto: “È stata una scelta che abbiamo condiviso tutti, quella: eravamo tutti d’accordo tranne una persona”, senza dire chi fosse ed escludendo implicitamente che fosse D’Alema.
La risposta di Veltroni è una non-risposta. Dice chi è il colpevole (un vago “tutti”) ma non dice il perché di un errore che pure appariva chiaro a molti. In primis ai radicali ai quali fu rifiutato il favore fatto a Di Pietro. È questo il rompicapo. Poiché riesce difficile credere all’ingenuità di chi fa politica, si ripropongono, martellanti, sempre le stesse domande: il Pd poteva non vedere che tutta l’ideologia politica dell’ex-pm si riassume nel mestiere dell’accusatore? Si poteva non vedere che Di Pietro è interessato solo a se stesso? Si poteva, soprattutto, non vedere la dimensione umana e culturale di quest’uomo?
D’Alema ha invitato a chiedere la risposta a Veltroni ma Veltroni non l’ha data. Forse perché inconfessabile?
Poi il Segretario ha parlato di Prodi. Dopo avere qualificato quella del 2006 come una “non vittoria”, ha affermato che non bisognava “far finta di avere vinto”, che è stato un errore “non avere la saggezza di corresponsabilizzare” il centro-destra. La coalizione era un “improponibile” “caravanserraglio”, in cui c’era anche un partito che intratteneva rapporti di fattiva collaborazione con quei delinquenti delle Farc colombiane. Come spesso avviene, la sinistra dice le stesse cose che dice la destra, solo con qualche anno di ritardo. Ma il punto centrale – e inammissibile – è che Veltroni sembra rendere Prodi responsabile di tutto. Dimentica che chi avesse detto allora queste ovvietà sarebbe stato crocifisso. Dimentica soprattutto di non avere avuto il coraggio affermarle lui stesso, se già allora gli erano chiare.
Il Professore è stato definito da qualcuno “una polena della sinistra”. Il poverino ha solo detto e fatto ciò che la sua base elettorale gli comandava. Doveva mostrarsi ferocemente e sarcasticamente antiberlusconiano, doveva descrivere la proposta di “corresponsabilizzazione” del Cavaliere come un tentativo di negare la sconfitta, doveva compensare con l’arroganza la debolezza della sua maggioranza. Quanto a Rifondazione Comunista, ai Verdi ecc., il centro-sinistra non avrebbe vinto le elezioni, senza di loro. E la qualità di questi partiti era nota a tutti. Si sapeva che avrebbero ricattato il governo di cui facevano parte; che lo avrebbero squalificato con iniziative inammissibili; che avrebbero reso sostanzialmente impossibile l’amministrazione del Paese. Tutto questo era chiaro sin dalle premesse. Né quei partiti si sarebbero potuti comportare diversamente: la base li votava proprio perché fossero “anti-sistema”. Se si fossero appiattiti su una politica moderata avrebbero perso i loro elettori. E, del resto, pur facendo follie, molti di loro li hanno persi.
Veltroni nel rigettare i torti su Prodi è ingeneroso e, diciamola tutta, un po’ vigliacco. I Ds non sono stati semplici accoliti di Prodi: sono stati gli organizzatori di tutta la politica che ha condotto al governo Prodi. Se dunque ci sono dei responsabili, Veltroni li deve cercare fra i suoi più intimi amici.
La conclusione sconsolata è che perfino Walter - la faccia sorridente e moderata della sinistra - non ha perduto il pelo del lupo comunista. Il suo coraggio è solo quello di non avere preoccupazioni morali. Il suo rispetto per la verità rimane inesistente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 settembre 2008
 



permalink | inviato da giannipardo il 7/9/2008 alle 17:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
POLITICA
6 settembre 2008
L'ESEMPIO
 

Quando si sostiene una tesi è opportuno uscire al più presto dalla nuda teoria e fare un esempio. I concetti infatti, da soli, spesso non riescono a fornire un quadro significativo di ciò che si vuol dire: sia per i limiti di chi parla sia per i limiti di chi ascolta.

Se qualcuno sostiene che in qualche caso è giusto togliere i figli ai genitori, da prima ottiene un atteggiamento infastidito. Le  parole “figli” e “genitori” fanno pensare ad un binomio inscindibile, che non bisognerebbe mai toccare. Ma tutto cambia se chi sostiene la teoria fa un esempio: “Immaginate che una madre cerchi di convincere la propria figlia tredicenne a fare sesso con i propri amici adulti, promettendole che le farà ricchi regali: in questo caso sarebbe giusto evitare che la ragazzina sia avviata alla prostituzione?” Dinanzi a questo quadro orribile tutti sono d’accordo e cadono le perplessità.

Tuttavia non raramente, proprio per l’incapacità di molti di percepire il punto che si vuole illustrare, cioè di distinguere il caso singolo dalla teoria, gli esempi dànno luogo ad obiezioni. Qualcuno potrebbe infatti cominciare a dire: “Ma se non fosse vero, che la madre ha cercato di avviare la figlia alla prostituzione? Se la bambina tutto questo l’avesse inventato? Se addirittura si potesse dimostrare che la madre non ne sapeva niente e che la ragazzina aveva intrapreso autonomamente una carriera di prostituta?”

Queste osservazioni dimostrano due cose. In primo luogo, che l’esempio può servire a meglio precisare la teoria. Si potrebbe infatti cogliere l’occasione per specificare: non è giusto togliere i figli ai genitori “in qualche caso”, ma “quando è provato che essi li danneggiano”. In secondo luogo che l’esempio spesso rivela gli imbecilli. Se si era detto “in qualche caso”: è ovvio che doveva trattarsi di episodi abbastanza gravi da giustificare quel provvedimento: e l’avviamento alla prostituzione è solo uno di essi. Se nella fattispecie l’adolescente è mitomane o corrotta, è forse un caso di avviamento alla prostituzione? Si può ipso facto parlare d’indegnità dei genitori? È chiaro che l’obiezione non c’entra niente, con la teoria.

Deve tuttavia dirsi che in grande misura la difficoltà di comprensione delle teorie (giuridiche, filosofiche, morali, ecc.) nasce dal fatto che la maggior parte delle persone non ha familiarità con l’astrazione. Molti  non capiscono se si dice che in diritto la condizione riguarda un evento futuro e incerto mentre il termine riguarda un evento futuro e certo. Tutto diviene invece chiaro se si scende sul concreto. Condizione: “Ti pagherò se la banca mi concederà il mutuo”; infatti non è sicuro che ciò avverrà. Termine: “ti pagherò a Natale”. Ambedue gli eventi sono futuri, ma uno è incerto, l’altro no. In realtà, sia detto di passaggio, i casi sono quattro (incertus an, incertus quando: se mi sposerò; incertus an, certus quando: se l’Inter vincerà lo scudetto nel 2009; certus an, incertus quando: quando mio zio morirà; certus an, certus quando: il contratto scadrà il 31 dicembre 2008). Ma si lascia il resto del problema agli studenti di legge.

Ma anche in questo caso è notevole come alcuni, invece di cercare di capire ciò che gli si vuole spiegare, si mettono a discutere il caso singolo. “È stupido che qualcuno dica al creditore ‘Ti pagherò se la banca mi concederà il mutuo’. Non può farsi prestare i soldi da un amico? All’altro che cosa importa, dei suoi rapporti con la banca? I debiti bisogna pagarli, e basta: prima che un principio giuridico è un principio morale!”

L’esempio non è mai inutile, neanche per le persone in grado di giostrare con le idee e di comprendere a fondo il senso delle parole: esso facilita la comprensione e costituisce quasi un pianerottolo nella lunga scala dell’apprendimento. Esso è necessario per le persone normalmente intelligenti che però non hanno familiarità con l’astrazione. Infine è inutile con le persone impermeabili anche ad esso. In questo caso è opportuno cambiare discorso.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 




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POLITICA
5 settembre 2008
KEEP SMILING
 

Il coniglietto telefona alla macelleria: “Hai cosce di maiale?” “Sì, certo”. “Hai orecchie di maiale?” “Sì, ma solo un paio”. “Certo comunque che, nudo, devi essere comico”.

 “E dimmi, tua moglie parla da sola?” “Sì. Ma non lo sa. Crede che io l’ascolti”.

Chiede la maestra: “Pierino, mi sai dire a che famiglia appartiene la balena?” “Nessuna idea, signora maestra. Non conosco nessuna famiglia che abbia fra i suoi membri una balena”.




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POLITICA
4 settembre 2008
L'IO COME PATOLOGIA
 Tutti abbiamo uno stomaco, ma se non abbiamo fame non ci pensiamo. E nessuno si occupa dei propri denti, a meno che non abbia mal di denti: ecco perché si parla di “silenzio degli organi”. Le diverse parti del nostro corpo si segnalano alla nostra attenzione solo quando c’è qualcosa che non va: è precisamente questa la funzione del dolore fisico.
Se consideriamo l’io come una parte di noi, possiamo chiederci se la coscienza di esso sia un dato patologico. Come è ovvio, l’ipotesi patologica è esclusa ogni volta che il pensare a se stessi sia provocato dalla vita stessa: se qualcuno ci chiede come ci chiamiamo o come stiamo di salute, non possiamo evitare di pensare a noi stessi. Diverso è il caso di chi si occupa spesso di sé, chiedendosi se per caso non sia un fallito, se stia bene di salute (ipocondria) o se sia sufficientemente rispettato e apprezzato. La frequente coscienza dell’io, specialmente se colorita di autocompiacimento o di autocompianto, potrebbe essere patologica.
Nessuno amerebbe essere considerato un inferiore ma, ugualmente, non è normale stare a chiedersi perché un vicino ci ha salutati distrattamente. Chi è sano di mente neanche se ne accorge. Al massimo commenta: “Chissà che gli passa per la mente!” Viceversa, l’insicuro comincerà a chiedersi se sì o no si deve offendere per quel tipo di saluto; se quell’atteggiamento sia o no un segnale che il vicino voleva inviargli; se c’è un’altra spiegazione ancora peggiore. Questo uomo fa cento ragionamenti non per vedere se abbia qualcosa da rimproverarsi, ma per vedere se la sua vanità sia stata ferita. Infatti pretenderebbe d’essere ammirato e riverito senza riserve da quel vicino come da tutti.
Occuparsi spesso della propria posizione nella società, redigere continui bilanci, con lutti e trionfi intimi, non serve a niente. Fra l’altro, l’uomo suscettibile non si occupa dei minimi avvenimenti per dedurne qualcosa di positivo, e dunque migliorarsi, ma solo per sapere se per caso non abbia difeso con sufficiente energia quel capolavoro della natura che è lui stesso. Ha un’eccessiva considerazione di sé minata dal sospetto che gli altri non la condividano.
Un atteggiamento ugualmente anormale è quello di chi non nutre alcun dubbio sul proprio superiore valore e si perde spesso nell’estasiata contemplazione di sé. Questo genere di uomo è convinto che tutto ciò che gli capita sia reso interessante, e quasi mitologico, dal fatto che lo abbia visto protagonista. Si racconta dunque volentieri e crede con questo di fare un favore agli altri: quale argomento potrebbe essere più interessante? Una persona di questo genere è un’autentica disgrazia.
L’uomo equilibrato raggiunge il quasi completo oblio di sé. Chi sostituisce uno pneumatico bucato, chi legge un giornale, chi bada a friggere un uovo, pensa alla ruota, alla notizia, alla frittata. Il suo io è silente come sono silenti, se non ha male, le sue ginocchia e i suoi reni. La persona normale in società non sta a chiedersi se stia facendo o no tappezzeria, se gli altri lo stiano ammirando o criticando: si limita a vivere. Segue distesamente il proverbio, “male non fare, paura non avere”.
Pensare spesso a se stessi è come avere una spia rossa che occhieggia sul cruscotto.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it
12 gennaio 2008



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