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POLITICA
31 agosto 2008
KEEP SMILING
 

Una coppia ha litigato tutto il giorno e alla fine ambedue si tengono il broncio. Infine vanno a letto e in cucina la moglie trova un biglietto: svegliami alle sette. Alle nove e mezza lui si sveglia, va in cucina, e trova un biglietto: “Sono le sette. Alzati!”

Il coniglietto va in farmacia e chiede al farmacista: “Hai carote?” “No”. Il giorno dopo: “Hai carote?” “No”. Il terzo giorno: “Hai carote?” “Sì, fresche dal mercato”. “Mangiale, fanno bene alla salute”.




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CULTURA
30 agosto 2008
SCIOGLILINGUA
 

Dal forum “Scioglilingua”, del “Corriere della Sera”, 30 agosto 2008

Ci sono espressioni che provano come molte persone, nell’uso della lingua, non hanno coscienza della funzione delle parole. In televisione per esempio si è sentito parlare di “punti chiavi” invece di “punti chiave”. L’errore nasce dal non capire che il singolare o il plurale riguarda il punto, non la chiave. Infatti “punto chiave” è un’espressione che significa “punto che costituisce – o in cui va cercata - la chiave per risolvere il problema”. Il plurale eventualmente sarebbe “punti che costituiscono – o in cui va cercata - la chiave per risolvere il problema”, e come si vede la seconda parte non muta. Analogo errore è il plurale “antifurti”. Questa parola, che i dizionari giustamente dànno come invariabile, si ritrova purtroppo in tante insegne. Qui non si capisce che la parola che dovrebbe avere il plurale, anche se sottintesa, è “congegno”. I (congegni) antifurto, gli antifurto. Il furto è infatti un concetto generale, come nelle analoghe espressioni “antiscippo”, “anticarro”, “anticancro”, “antinebbia”. Chi direbbe o scriverebbe “anticancri” o “antinebbie”? Nella stessa linea di trascuratezza lessicale si pone Walter Veltroni che, in occasione dei recenti provvedimenti per risolvere il problema dell’Alitalia, per ironizzare sui risultati, ha parlato non di una compagnia non “di bandiera”, ma di “di bandierina”. Se voleva sottolineare che la nuova entità sarà piccola e ridotta rispetto alla precedente avrebbe dovuto dire “compagnuccia di bandiera”, infatti è l’Alitalia, che diviene più piccola, non la bandiera italiana. O, almeno, è quello che speriamo.

Gianni Pardo




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CULTURA
29 agosto 2008
IL CADAVERE DELL'ALITALIA

A proposito dell’Alitalia, Berlusconi e il suo governo cantano vittoria; a proposito dell’Alitalia, la sinistra dice che è un imbroglio molto peggiore e costoso della vendita all’Air France; a proposito dell’Alitalia, molti siamo costretti a confessare: “Non ne abbiamo capito niente”.

Effettivamente, quando si arriva a questi livelli di finanza, la logica non basta più. Per essere accettati nell’area dell’euro, una delle condizioni imprescindibili era un debito pubblico inferiore al 60% del pil. A questo punto le persone ragionevoli dissero: l’Italia è fuori. Mai e poi mai riuscirà ad arrivare a questa percentuale. E invece è andata che l’Europa non ha tenuto conto delle sue stesse regole, si è accontentata di promesse e l’Italia oggi è indebitata più o meno quanto prima. In queste condizioni, come pretendere che per l’Alitalia si applichi la Tavola Pitagorica?

Andiamo all’essenziale. Da anni, la dichiarazione di fallimento dell’Alitalia sarebbe stata una necessità giuridico-economica. Il suo dissesto non è congiunturale: essa è (dis)organizzata in modo che, rimessa in pari oggi, ricomincerebbe ad accumulare debiti da domani. È un cadavere al di là di ogni sforzo di rianimazione.

Tuttavia in marzo questa società decotta un valore doveva averlo, diversamente Air France non avrebbe accettato di rilevarla: e questo è possibile solo se chi gliela vendeva offriva un attivo superiore al passivo. Ovviamente, perché ciò fosse possibile, bisognava che si facesse carico del passivo stesso. Dunque si vendeva la parte sana della compagnia. La sinistra insiste che l’attuale piano è rovinoso e che quello di Air France sarebbe stato più conveniente: quasi che Air France fosse disposta ad accollarsi tutte le passività. Ma questo è impossibile: la Francia non aveva nessun dovere e nessun interesse a farsi carico di enormi debiti italiani.

Se Air France poteva considerare economicamente utile acquisire l’Alitalia, e se ora la compagnia è acquisita da una cordata italiana, come mai quello che era un affare diviene un disastro? Ma - si può dire - le condizioni sono diverse. Benissimo. Facciamo l’ipotesi che Air France offrisse di più: come mai la società francese era più generosa, con le casse dell’Erario italiano, di quanto lo Stato italiano non sia con se stesso? E se invece le condizioni offerte da Air France erano peggiori, come mai ci strugge di nostalgia per il mancato affare con essa?

In realtà il presupposto, chiunque fosse l’avente causa, era che lo Stato italiano – guidato da Prodi o da Berlusconi poco importa – si facesse carico delle passività. Per questo è del tutto inutile protestare: chi compra per cento una cosa che vale cinquanta? E l’opposizione propone forse il licenziamento in tronco di parecchie migliaia di lavoratori?

 Il lato drammatico del problema è in effetti rappresentato dalla sorte del passivo e degli esuberi. Per il primo, è inutile che la sinistra e “la Repubblica” di Ezio Mauro alzino vibrate proteste contro questo debito caricato – sia pure per vie traverse - sulle spalle dei contribuenti. Sulle spalle di chi lo caricava, Prodi? Sulle proprie?

Per quanto riguarda gli esuberi, l’Italia è un Paese che non può permettersi di veder arrivare sul mercato del lavoro, in un sol colpo, ventimila nuovi disoccupati, cioè tutti i dipendenti dell’Alitalia in caso di fallimento. Meglio farsi carico, a qualunque costo, di tremila, quattromila o anche seimila lavoratori, salvando il resto e la pace sociale. Dunque, anche quelli che sognavano un bel fallimento di questa compagnia aerea (che lo merita da anni) dovranno rassegnarsi. È vero, oggi come a marzo - Prodi consule – tutti (e in particolare coloro che non hanno mai preso un aereo in vita loro) avrebbero preferito veder portare i libri in Tribunale, senza che questo costasse un euro alla collettività: ma si può chiedere al governo di suicidarsi?

Abbiamo detto che, quando si dibattono questi grandi problemi, la Tavola Pitagorica non vale più: ma i dilemmi esposti rimangono ineludibili. Se acquisire Alitalia conveniva ad Air France, può convenire ad un soggetto italiano. Se Prodi era capace di non caricare debiti sulle spalle dei contribuenti, ne è capace anche Berlusconi. E se invece c’era e c’è un costo da pagare per i debiti e gli esuberi, quel costo è da affrontare chiunque acquisisca Alitalia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

29 agosto 2008




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CULTURA
29 agosto 2008
KEEP SMILING
 

Da cosa si riconosce un motociclista felice e sorridente? Dai moscerini fra i denti anteriori.

La nonna novantenne, sulla sedia a rotelle, confessa al parroco: “Ho sedotto un giovane di trent’anni”. “Gentile signora, io le credo sempre, quando lei mi racconta qualcosa. Ma stavolta…” “No, è vero. È stato sessant’anni fa. Il fatto è che ci penso ancora oggi con piacere…”




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POLITICA
28 agosto 2008
IL RIBALTAMENTO DEI PREGIUDIZI
 

Mancano poco più di due mesi all’elezione del prossimo Presidente degli Stati Uniti e in politica questo è un tempo lunghissimo. Potrebbero accadere mille cose e forse una sola di loro potrebbe cambiare l’esito della consultazione. Come avvenne per l’elezione di Zapatero, con l’attentato di Atocha. E dunque solo se si prende la cosa come un gioco di società ci si può divertire a dire perché Obama non dovrebbe vincere.

I punti di forza del senatore dell’Illinois sono la sua gioventù e il suo aspetto elegante. Ma il valore visivo è un asso di briscola solo nel breve termine: poi ci si abitua e si bada ad altro. Questo candidato, per giunta, sembra il paradigma dei valori “pubblicitari”. Va avanti a slogan astratti: il “Cambiamento”, senza indicare in che direzione; il perentorio “possiamo farlo”, senza dire che cosa. Obama ha venduto se stesso come quelle fabbriche che, per invogliare all’acquisto, presentano la loro auto che riluce sotto luci sapienti, con accanto una bella ragazza. Questo può creare un capannello di curiosi: ma si può contare sul fatto che costoro firmeranno un contratto senza chiedere quanto costa, le prestazioni, il consumo, le garanzie?

Al momento del voto esiste il rischio che la sagra dei pregiudizi potrebbe ribaltarsi. Tutti siamo in teoria per l’uguaglianza dei sessi, delle razze, ecc., ma se qualcuno dovesse essere operato, in ospedale, e vedesse arrivare in camice il giovane e affascinante chirurgo del telefilm, chiederebbe: “Ma che esperienza ha, questo ragazzo? Non potrebbe operarmi il primario?” Riguardo ad Obama, all’ultimo momento gli americani potrebbero accorgersi che non ha un curriculum, non ha un programma, e in fondo non sanno chi è. Sanno soltanto che è giovane e, soprattutto, è nero: cose che potrebbero non giocare a suo favore.

Probabilmente il partito democratico con Hillary Clinton e Barack Obama ha commesso un errore. Finché si è trattato della nomination – cui partecipano soprattutto i più interessati – è stato bello presentarsi scevri da pregiudizi ed anzi pronti a favorire i tradizionalmente svantaggiati, le donne e i negri. Cose lodevoli. Ma l’elezione riguarda tutti gli americani, non solo coloro che hanno superato i pregiudizi stupidi. Al momento opportuno, quando è in ballo la propria sicurezza e il proprio futuro, la gente dimentica i buoni propositi. Se al momento del decollo la voce che al microfono dice “Vi parla il capitano” è quella di una donna, molti non sono contenti.  Stupido, vero? Ma, quando ci si rivolge a decine di milioni di votanti, perché non tenere conto della maggioranza, che potrebbe essere composta da stupidi?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 agosto 2008




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CULTURA
27 agosto 2008
"SANGUE E MERDA"
 

Per quanto riguarda la politica internazionale, il problema è semplice: o si hanno i mezzi e la forza per imporre che le cose vadano in un certo modo, oppure bisogna rassegnarsi e star zitti.

Il coro di commenti negativi al riconoscimento dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, da parte della Federazione Russa, induce a sconsolate riflessioni. La prima è che bisogna scegliere fra l’inviolabilità delle frontiere e il principio di nazionalità. Favorendo la secessione del Kosovo, gli Occidentali hanno perso il diritto d’invocare l’inviolabilità delle frontiere. In nome del principio di nazionalità essi hanno imposto con i bombardamenti ad uno Stato sovrano, la Serbia, l’amputazione di una parte del suo territorio. E se ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia si vogliono servire del principio di nazionalità, e sono in grado anche di attuarlo, grazie alle armi del loro possente vicino e protettore, che cosa si può obiettare? Fra l’altro, l’Europa il principio di nazionalità l’ha inventato ed anche applicato alla grande all’Impero asburgico.

Gli Occidentali tuttavia sono intervenuti nel Kosovo, dicono, solo per ragioni umanitarie: nel senso che non avevano nessun personale interesse. Mentre la Russia, nel favorire quei due minuscoli Stati, riprende la propria politica imperiale ed invia un minaccioso messaggio a tutti i propri vicini. Ma anche la Russia si può far forte di bei principi. Essa può sostenere che, in seguito all’iniziativa militare georgiana, ha usato la forza per motivi umanitari, a favore delle popolazioni aggredite. E se infine si potesse dimostrare che la Russia ha agito solo per i suoi interessi di grande potenza, a Mosca potrebbero ancora rispondere: “Ognuno agisce per i motivi che reputa validi”.

A questo punto, come reagire? Stando a molte delle voci che si sentono nelle Cancellerie europee, bisognerebbe reagire con durezza. Ma che significa, durezza? Nel nostro caso, solo parole. E infatti sentiamo proteste ufficiali, minacce di risposte più o meno efficaci, solenni dichiarazioni secondo cui quel riconoscimento dell’indipendenza “è inaccettabile”. Come se qualcuno ci avesse chiesto di accettarlo. Anche l’Onu ha protestato, ma – si sa – è un’istituzione patetica ed ininfluente. Dunque la vera domanda è questa: per ridare alla Georgia la sovranità su Abkhazia e Ossezia del Sud, la Nato è disposta a dichiarare guerra alla Federazione Russa? Ovviamente la risposta è un no in tutte maiuscole: e allora che si smetta di starnazzare.

La Russia è una grande potenza. Ha i mezzi e il coraggio per agire senza scrupoli. La si può condannare moralmente, ma la cosa è futile quanto condannare l’aggressività di una tigre. “La politica è sangue e merda”, diceva Rino Formica. E, prima di lui, Bismarck: “Je weniger die Leute davon wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser schlafen sie."  Quanto meno la gente sa come si fanno le salsicce e le leggi, tanto meglio dorme.

Se la Georgia di Saakashvili non avesse commesso l’imprudenza di por mano per prima alle armi, non sappiamo se i russi sarebbero entrati in Ossezia. Ma ormai è fatta: gli è stato offerto un eccellente pretesto su un piatto d’argento ed ora si è di fronte al fatto compiuto.

Qualcuno rimprovera all’Italia di non alzare alti lai come altri Paesi. Magari si sottintende che ciò avviene a causa dell’amicizia personale di Berlusconi con Putin. Cosa possibile. Oppure si pensa che l’Italia sia terribilmente preoccupata per il proprio approvvigionamento energetico. O infine che il governo italiano sia più vile di altri. Una cosa è sicura: per una volta, che si urli dall’alto della torre o si stia in silenzio nella propria camera, non cambia nulla.

Il vero nodo, per il futuro, è l’Ucraina. Bisogna o no ammetterla nella Nato? L’eventuale risposta positiva implica che si sia, eventualmente, disposti ad una guerra per difenderla.

Sono questi i momenti in cui si può essere felici che la domanda non sia stata posta a noi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

27 agosto 2008




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POLITICA
26 agosto 2008
L'INTUIZIONE
 

Che cosa è l’intuizione? È un modo per giungere alla verità?

L’intuizione è il normale mezzo di conoscenza in tutti quei casi in cui o non si è capaci di un ragionamento oppure un ragionamento non condurrebbe a nulla. La lettura della realtà – l’umore di una persona che incontriamo, la bellezza o no di un arredamento, la simpatia o l’antipatia per una persona che si incontra per la prima volta – non può essere facilmente portata sul piano della coscienza razionale. Uno scrittore – per esempio, Marcel Proust – sarebbe in grado di decodificare le parole usate dal soggetto e le loro connotazioni, i minimi gesti e il linguaggio del corpo, ma una persona normale no. Nessuno direbbe “sopracciglia aggrottate, angoli della bocca verso il basso, occhi strizzati, pallore…”. Tutti direbbero soltanto “era furente”, ed avrebbero difficoltà a spiegare da che cosa l’hanno capito. “Si vedeva”, sarebbe la risposta. Perfino i cani sono in grado di decodificare l’atteggiamento del padrone e certo non per via di razionalità.

Gran parte della vita si svolge sotto il segno dell’intuizione. Un dizionario tedesco infatti per “intuizione” dà questa definizione: “plötzlich auftauchender Gedanke, der den Betroffenen in einer bestimmten Angelegenheit sinnvoll handeln lässt“, cioè pensiero che affiora improvvisamente e che fa sì che l’interessato in una data faccenda si comporti sensatamente”. Si capisce che l’amico incontrato è di cattivo umore e si evita di scherzare.

Dell’intuizione ci serviamo tutti. È uno strumento legittimo, all’unica condizione che non si pretenda l’oggettività. Se si dice “Tizio mi è antipatico” va tutto bene; se si dice “Tizio è antipatico” nasce invece un problema, perché significherebbe che quell’uomo è – o dovrebbe essere – antipatico a tutti. E non sempre è così.

Quando si discute di un concetto è buona norma sapere che cosa si intende, con esso, e per questo è buona norma consultare i dizionari[1]. Leggendo le definizioni si identifica tuttavia un equivoco: si confondono “conoscenza” e “verità”, che non necessariamente coincidono. L’intuizione ci può far credere qualcosa e in seguito possiamo scoprire che la verità era un’altra. La verità è figlia della dimostrazione mentre l’intuizione prescinde dalla dimostrazione.

Ecco dunque il nocciolo della questione: se mediante l’intuizione si esprime un’ipotesi, va tutto bene; se si pretende di essere in possesso di una verità, si rivela una forma di presunzione: “È così perché lo dico io”.

La definizione del Concise Oxford Dictionary (1977) (“Immediate apprehension by the mind without reasoning, immediate apprehension by sense, immediate insight [penetration with the understanding]”, cioè “comprensione immediata della mente senza ragionare, comprensione immediata attraverso il senso, immediato insight [penetrazione mediante la capacità di comprendere])” è notevole per due parole: “Whithout reasoning”. Se, con l’intuizione, ci si forma l’opinione che la somma degli angoli interni di un triangolo corrisponde ad un angolo piatto, la cosa non vale nulla. Un altro potrebbe dire: “La mia intuizione mi dice che no”. In realtà quell’ipotesi si dimostra col teorema di Talete. Solo così si giunge ad una verità non personale (intuitiva) ma obiettiva e pubblica. È possibile che l’intuizione conduca alla verità, ma lo si sa quando la si supera con la dimostrazione razionale. Diversamente, se la dimostrazione razionale è impossibile, all’intuizione si può legittimamente contrapporre un’intuizione diversa o contraria.

La convinzione che l’intuizione sia un  modo di giungere alla verità è falsa: essa è il modo per giungere ad un’ipotesi di verità. Se uno scienziato fosse privo d’intuizione non scoprirebbe mai nulla, ma credere che l’intuizione dispensi dalla prova logica è assurdo.

Esiste un’intuizione femminile? Forse sì, forse no. Una cosa è sicura: se all’intuizione non segue, o non può seguire, la dimostrazione, si tratta semplicemente di un’opinione. E poco importa che l’esprima una donna o un uomo. E se si insiste, si ricade nella formula già ricordata: “È così perché lo dico io”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 agosto 2008



[1] L’intuizione, per il Devoto-Oli, è: “La conoscenza diretta e immediata d’una verità, tradizionalmente contrapposta alla conoscenza logica e discorsiva”.

Per lo Zingarelli, 1995, l’intuizione è “l’attitudine naturale a conoscere l’intima essenza delle cose, senza dover ricorrere o prima di far ricorso al ragionamento”.

Per il Sabatini-Colletti è “una forma di conoscenza immediata che non abbisogna di ragionamento, avere l’intuzione di Dio, della verità.” E inoltre, “attitudine naturale a cogliere il significato delle cose immediatamente, per via non ragionativa”.

L’intuition, per lo stimato dizionario Petit Robert, è una “Forme de connaissance immédiate qui ne recourt pas au raisonnement”, una forma di conoscenza immediata che non ricorre al ragionamento.

Per il Webster, l’intuizione è “immediate apprehension or cognition”, “the power or faculty of attaining  to direct knowledge or cognition without evident rational thought and inference”, cioè conoscenza o cognizione immediate, il potere o la facoltà di giungere ad una diretta conoscenza o cognizione senza un pensiero o una deduzione razionale evidente.

 




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CULTURA
25 agosto 2008
IL PARERE DEL CAMPEGGIATORE
 

Come era ragionevole che avvenisse, il sindaco Alemanno, pur condannando gli aggressori, e pur esprimendo la propria solidarietà alle vittime, ha sostenuto che i due turisti olandesi sono stati imprudenti.


Come era prevedibile che avvenisse, l’opposizione di sinistra è “insorta” ed ha irriso i buoni propositi del centro-destra in materia di ordine pubblico (“E dov’erano i soldati?”). Non val la pena di rispondere a questo sciacallaggio: è invece opportuno fornire una testimonianza in materia.


Chi dorme in una tenda è del tutto indifeso. È per questo che perfino i viaggiatori più poveri vanno nei campeggi e pagano - oggi, neppure poco – anche quando potrebbero fare a meno dei servizi offerti. Va notato che la sicurezza non è costituita dal fatto di essere in un luogo recintato e chiuso; ché anzi, spesso, nella provincia francese il campeggio rimane aperto anche la notte e i gestori non sono presenti. Ciò che garantisce la sicurezza sono gli altri campeggiatori. Ecco perché non è prudente dormire nemmeno in un campeggio di lusso, se è deserto.


Alemanno dunque ha ragione. E i due poveri olandesi avrebbero avuto ragione anche loro, se il mondo fosse migliore. Un mondo, fra l’altro, senza sciacalli.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 agosto 2008




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CULTURA
24 agosto 2008
I PROFESSORI DEL SUD
 

Forse perché da ragazzi a scuola ci siamo annoiati, anche da adulti, ogni volta che si parla di scuola, la prima reazione è di rigetto. Ma l’argomento è importante: dalla scuola nasce l’Italia di domani.

Il Ministro Gelmini afferma che da indagini effettuate risulta che il livello della scuola italiana è abbassato dai risultati del Meridione e vorrebbe mettere rimedio a questo fatto. E ancora una volta si parla di corsi per i professori.

La prima osservazione da fare è che, come spesso avviene, i giornalisti sono nello stesso tempo superficiali e tendenziosi. Molti di loro hanno parlato non delle scuole meridionali ma dei professori meridionali. E questo è profondamente stupido. Stupida è anche, sia detto al passaggio, la protesta di Umberto Bossi, il quale lamenta che i ragazzi del Nord possano essere “martoriati” da docenti meridionali. Se al Nord ci sono molti docenti del Sud, ciò significa che o hanno risultati migliori nei concorsi oppure che sono più poveri ed accettano paghe che i laureati del Nord rifiutano. Nessuno si sposta con piacere a centinaia di chilometri da casa.

È invece possibile che un’intera regione abbia una scuola di qualità inferiore ad un’altra. Del resto l’Italia intera ha una scuola di livello inferiore a quello di molti paesi europei. Dunque è giusto cercare di vedere che cosa si possa fare, per il Sud e per l’Italia intera. La signora Gelmini propone dei corsi per i docenti e questo dovrebbe significare che il livello è basso perché è basso il livello dei docenti: ma è un’affermazione peggio che ingenua.

Come è noto, uno dei massimi deficit della scuola italiana è quello dell’apprendimento della matematica: tuttavia, proprio in questo campo, il divario tra ciò che deve sapere un giovane per laurearsi e ciò che poi deve insegnare ai ragazzi della Scuola Media (o anche alle Superiori), è immenso. Dunque, a parte i problemi di didattica, gli alunni ignoranti in matematica non sono tali perché non gliel’abbiano insegnata (si tratta di dati elementari), ma perché li hanno promossi senza che l’abbiano imparata. Dunque il Ministro non dovrebbe chiedersi se i docenti abbiano una cultura adeguata a ciò che devono insegnare, ma se la Scuola ferma i ragazzi che non studiano. Cosa che, per molto tempo, non è avvenuta.

Per decenni, soprattutto nella Scuola Media, si è ripetuto che quella era “scuola dell’obbligo”, intendendo “scuola con l’obbligo di promozione”. Tanto che alla fine c’è stata in giro gente con la Licenza Media molto meno alfabetizzata di quelli che una volta avevano solo la Licenza Elementare. È una politica che è durata molti lustri. Un lungo periodo in cui il professore che voleva bocciare è stato considerato reazionario, anzi fascista. Un reprobo attaccato un po’ da tutti i colleghi e frequentemente messo in minoranza per voto di consiglio. È stato necessario che questa tendenza fosse imperante per decenni; è stato necessario che si vedessero i guasti che provocava nella scuola e nella società, perché si arrivasse ad un Ministro come la Gelmini. Ma è stata colpa dei docenti o della politica?

Se è vero ciò che afferma il Ministro Brunetta, e cioè che “tutto si può misurare”, la soluzione non sono i corsi per i professori, sono i controlli sui risultati.

In una sezione del Liceo Scientifico c’era un collega di matematica – si chiamava Morgante – che metteva voti di grave insufficienza ai ragazzi delle prime classi. Il suo nome finì sui giornali e la pubblica opinione lo demolì. I colleghi e il Preside ovviamente non lo difesero e a questo punto lui si vendicò a suo modo: non mise più, a nessuno, meno di sei. Mi incontrava nei corridoi, mi mostrava dei compiti scritti pieni di fregacci blu, poi girava il foglio e indicava il voto: “Hai visto? Sei! Così sono tutti contenti.”

Il prof.Morgante dovrebbe seguire un corso? O è la signora Gelmini che dovrebbe andare da lui ad informarsi sui mali della scuola italiana?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 agosto 2008




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POLITICA
24 agosto 2008
KEEP SMILING
 

“È la quarta volta che lei chiede un congedo straordinario perché è morto suo nonno, le pare verosimile?” “Effettivamente, comincio anch’io a pensare che quel vecchiaccio simuli…”




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POLITICA
23 agosto 2008
IL PROBLEMA VELTRONI
 

La sinistra parlamentare, secondo quanto si legge, è in stato confusionale. Una delle poche certezze – oltre quella del “tutti contro tutti” – è la critica a Walter Veltroni. E tuttavia – come dice Battista sul “Corriere” di oggi – non lo si può accusare di avere perso le elezioni perché esse erano perse in partenza; non lo si può accusare di gravi gaffe o di altre precise colpe, perché non ne ha; e non rimane che prendere in considerazione la personalità sua e di quelli che gli stanno intorno.

Veltroni non è odioso. Gli si può anzi rimproverare un eccesso di soavità, di amore per il compromesso, di tendenza all’“embrassons-nous”. Però è a causa di questi “difetti” che è stato scelto per guidare il Pd. Quando ci si è accorti che l’Italia era stanca degli eccessi verbali della sinistra estrema, ed anche delle parole tanto paciose quanto velenose di Prodi, si è pensato che un uomo sorridente - l’uomo del “ma anche”, come l’ha bollato il comico Crozza - fosse la scelta giusta. Ecco perché il sinedrio ha imposto alla base l’osanna delle “Primarie”. E la base ha risposto entusiasticamente: sia perché l’alternativa non era credibile (Rosy Bindi?), sia perché si aveva la penosa sensazione di un’impasse. Con Prodi non si andava da nessuna parte e il governo era a perdere. Come si è visto.

Purtroppo, anche i migliori medicinali hanno delle controindicazioni. La prima, in questo caso, è che si è commesso per la seconda volta lo stesso errore. Romano Prodi non era nessuno. Non aveva un partito. Non era il portatore di una certa idea della politica. Dietro di sé non aveva neanche, come Berlusconi, una storia di successi in campo economico. Lo si è scelto solo perché non era socialista. Solo perché non era un vero democristiano. Soprattutto perché non era comunista: era dunque presentabile, oltre che duttile, incolore e pragmatico. Sulla carta, costituiva una garanzia di stabilità per il governo. Purtroppo, l’esperienza concreta è risultata devastante.

Dovendolo sostituire non si è però pensato a trovare una soluzione diversa: una personalità forte, capace di avere un’idea e d’imporla, un capo capace di far sentire al partito che le redini erano in mani saldissime. Al contrario si è fatto ricorso ad un uomo dalla fama di mitezza e flessibilità ai limiti dell’inconsistenza. Uno che, dopo tutta una vita nel Pci e seguenti, ha avuto il coraggio di dire di non essere mai stato comunista. Un politico senza la proterva durezza di D’Alema, senza la risolutezza di Bersani, senza la tecnocratica freddezza di Enrico Letta. Ed ecco che, ora, gli si rimprovera di essere quello che è. La dirigenza del suo partito sente acutamente che i galloni di capitano non se li è guadagnati ma gli sono stati regalati, come erano stati regalati a Prodi e molti in cuor loro si dicono: “Perché lui e non io?”. Per questo vorrebbero spodestarlo ma, ad oggi, non esiste il contraltare. Si mette in discussione la leadership di Veltroni (Parisi) senza proporre nessuno: si parla di congresso. Cioè si confessa che non si sa chi mettere al suo posto. E se appena si facesse un nome, tutti si precipiterebbero a distruggerlo.

Come se non bastasse, ci sono i problemi di fondo: non si è realmente composta la frattura fra i due partiti che hanno costituito il Pd; non si sa che cosa obiettare di serio alla politica dell’attuale governo; si è aperto il vaso di Pandora e ci si è trovato dentro Di Pietro.

Il dramma del Pd è doppio: da un lato soffre della mancanza di un vero leader, di quelli che non sono imposti ma s’impongono; dall’altro, persiste la furbizia di chi vuole ad ogni costo presentarsi come un agnello mentre ha natura e tradizioni di lupo. Situazione non bella. Un grande leader sarebbe forse capace di uscirne collaborando alla grande col governo nei progetti che reputa positivi ed opponendosi strenuamente a quelli che reputa negativi. Oltre che mettendo Di Pietro al suo posto, che è quello di una fazione rinnegata dal Pd. Ma ci si può aspettare tutto questo da Veltroni?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 agosto 2008




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POLITICA
22 agosto 2008
IL SILENZIO DI PRODI
 

IL SILENZIO DI PRODI

L’incontro di Romano Prodi con Federico Geremicca (Stampa, 21 agosto) è interessante. Il tema costante è l’incredulità dell’intervistatore e l’evasività dell’intervistato. Geremicca non crede che l’ex-premier non si occupi più di politica, che non ne voglia più sapere del Pd, che non abbia rancori per il passato o intenzioni in futuro, mentre Prodi insiste su una posizione semplice ma apodittica: “Con la politica ho chiuso”.  Certo non c’è modo di dargli del bugiardo, ma gli si può credere?

La sinistra attuale, dal Pd a quella che è stata esclusa dal Parlamento, non parla più di Prodi. Neanche per rivendicare i meriti di un governo di sinistra che è stato al potere fino all’aprile di quest’anno. Forse dà per scontato che meriti non ne avesse e che era fatale cadesse ignominiosamente. La cosa potrebbe anche essere vera: ma se ne può dare la colpa al solo professore di Bologna? E se questo lo vede anche chi non esce di casa e legge solo giornali, si vorrebbe che non lo veda l’interessato?

L’attuale opposizione tratta Prodi come il figlio ritardato che si tiene chiuso nella sua stanza quando ci sono ospiti di riguardo. Tutta la campagna elettorale si è svolta nel nome della cancellazione del governo caduto e perfino della condanna della sua memoria: “Mai più qualcosa del genere”. La stessa dichiarazione che il neonato Pd non si sarebbe alleato con la sinistra estrema suonava – e suona – come condanna di quella formula di governo. Ma, non si può che ripeterlo: perché dare tutta la colpa all’esecutore di quella politica?

Quello che appare evidente è che Prodi è oggetto di un’acrimonia, di un disprezzo, di una volontà di annientamento assolutamente inconsueti. Può darsi che qualche colpa l’abbia lui stesso – è tagliente, è rancoroso, all’occasione è arrogante – ma nulla giustifica il comportamento dei suoi ex-colleghi di governo e di fazione. Forse che gli altri uomini politici sono mammolette? Dunque non è del tutto vero che lui abbia deciso di uscire dalla politica. Dalla politica è stato sbattuto fuori nella maniera più violenta e, si direbbe, perfino sgarbata. Qualche omaggio in punta di labbra, quando proprio non se ne poteva fare a meno, qualche riferimento amministrativamente rispettoso, ma per il resto niente. Prodi deve stare alla larga, Prodi dev’essere dimenticato, Prodi non deve esistere. E in queste condizioni gli si va a chiedere se è stato invitato all’ex-festa dell’Unità?

Probabilmente a quella festa Prodi non lo vogliono neanche in fotografia: tuttavia, a dirla così, la cosa farebbe scandalo e allora, nell’interesse di tutti, ecco la formula più semplice: “Noi facciamo finta di invitarti, tu fai finta di dire di no. Così per giunta fai la figura di chi ci snobba”. Prodi non poteva che accettare.

Ma un dubbio rimane. Veramente “non poteva che accettare”? Sarebbe normale e umano che Prodi si vendicasse di tutte le ingiustizie subite denunciando pubblicamente l’indecorosa cancellazione di cui è oggetto. Ma qualcosa lo ha trattenuto e lo trattiene. Al riguardo si possono fare due ipotesi: la prima è che non voglia danneggiare la propria parte politica e per questo stringa i denti e taccia. Atteggiamento che sarebbe molto nobile e di cui la sinistra dovrebbe caldamente ringraziarlo. La seconda che, se si lasciasse andare a dire come la pensa, creerebbe un immenso scandalo e si troverebbe senza alleati. I politici del Pd si difenderebbero attaccandolo e lui certo non troverebbe una sponda nel centro-destra. Il mondo, per mesi ed anni, è vissuto sul discrimine bipolare Prodi-Berlusconi: se ora si inimicasse la fazione che gli fu favorevole, chi gli resterebbe accanto?

La conclusione è triste. Abbiamo sempre saputo che Prodi era più la polena che il capitano, ma la spietatezza con cui è stato buttato via, come un limone spremuto, l’ipocrisia con cui è stato scacciato nel deserto, come il capro espiatorio, suscita indignazione. Si ha voglia di difenderlo. Si è tentati di pensare all’ingratitudine di cui sono vittime il Père Goriot, o Mastro Don Gesualdo, o Re Lear. L’ingratitudine è un atto così vile che squalifica chi se ne rende colpevole. Prodi, in questo momento, vale più di chi cerca di dimenticarlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 agosto 2008

 

Ecco l’articolo di Geremicca

Nessun giallo: come del resto era ipotizzabile, gliel’avevano chiesto. «Sì, mi avevano invitato. Certo che mi avevano invitato». Ma lui ha detto no, e così - dopo aver già rifiutato la carica di presidente del Pd - Romano Prodi non sarà nemmeno alla prima Festa nazionale del partito che ha tanto voluto.

«Ho voltato pagina», dice interrompendo per un momento le sue vacanze lontano da Roma: «Quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole». E in questa breve chiacchierata con La Stampa spiega che non interverrà mai più sulle faccende che riguardano il Pd, che non vuol far polemiche e che non c’è il suo zampino dietro i ripetuti attacchi che Arturo Parisi va muovendo all’indirizzo di Walter Veltroni.

Dunque, Presidente, non è che ci aiuterebbe a risolvere questo piccolo giallo? «Se posso... Dica pure. Di che si tratta?»

E’ stato reso noto l’elenco degli “ospiti illustri” alla prima Festa del suo Pd: il suo nome non c’è. «No, infatti non c’è».

Beh, non le pare una notizia il fatto che lei non partecipi alla Festa del partito che ha tanto voluto? «Avendo io detto fin dall’inizio che uscivo dai discorsi della politica italiana, direi che la notizia proprio non c’è, le pare?».

Non ci sarà la notizia ma resta il giallo... «E quale sarebbe questo giallo?».

Che circolano due versioni intorno alla sua assenza a Firenze. La prima è che non sarebbe stato invitato; la seconda è che l’hanno invitata ma lei ha rifiutato. «No, no, guardi, nessun giallo. Mi hanno invitato. Certo che mi hanno invitato».

E lei ha declinato... «Sì, per le ragioni che le dicevo prima».

Ed è vero che era stato invitato anche a tenere delle lezioni alla Summer school? «Sì, è vero».

Ma lei ha ugualmente rifiutato. «Precisamente. Per gli stessi, identici motivi. Io sono fuori».

Scusi, e non le pare che ci sia una evidente carica polemica in questo suo atteggiamento? «Ma neanche un po’!».

E dunque sbaglieremmo ad interpretare così il suo no a tutti gli inviti che Veltroni le rivolge? «Sbagliereste. Del resto avrà visto che non ho fatto nemmeno un’intervista, una dichiarazione, una polemica, assolutamente niente».

E infatti abbiamo atteso invano un suo sfogo per quel che le è accaduto al governo. «No, guardi. Quando uno volta pagina, volta pagina. Ne comincia una nuova e sulla vecchia non ci torna più».

Però magari spiega fino in fondo perchè la volta, quella pagina, no? «No, perchè si presterebbe a chissà quante polemiche, a interpretazioni sbagliate... Semplicemente adesso ho voltato pagina. Chiuso».

E dunque sbaglieremmo anche a interpretare gli attacchi di Arturo Parisi a Veltroni come mossi d’intesa con lei? «No, guardi, no. Io non c’entro niente. Se lei venisse qui e vedesse i libri che ho sul tavolo! O roba di evasione oppure testi internazionali...».

Scusi, ma questo vuol dire che lei sulle vicende del Pd non interverrà più? «No».

Mai più? «No».

Nemmeno in queste polemiche tra i sindaci e i governatori del Pd ed il partito? E’ un tema sul quale ha speso anni di impegno politico; in fondo è lei che si è battuto per introdurre le primarie e garantire autonomia agli eletti... «Io sono della scuola che quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole. E’ una delle tante vecchie regole che andrebbero rispettate. E anzi le dico solo che se molti in Italia vi si attenessero, sarebbe meglio. E stavolta non mi riferisco, mi creda, all’interno del Partito democratico».

Fine della chiacchierata. Qualcuno, forse, tirerà un sospiro di sollievo apprendendo che Romano Prodi non prepara j’accuse e non intende più entrare nelle faccende del Pd. Qualcun altro, magari, non ci crederà. C’è poco da aggiungere: solo il tempo dirà se sarà davvero silenzioso e indolore il lungo addio del Professore al partito che ha tanto voluto e dal quale, evidentemente, si è sentito abbandonato e tradito...

 

 




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POLITICA
21 agosto 2008
RISCALDAMENTO GLOBALE?
 

 

RISCALDAMENTO/RAFFREDDAMENTO GLOBALE?

L’articolo che segue è discutibile, come ogni affermazione che riguarda il futuro, a parte la previsione delle eclissi, e dunque non è che crediamo senza esitare ciò che afferma questo signor Herrera. Ma non crediamo neanche ciò che afferma il signor Al Gore. E del resto è vero che in particolare nel Settecento c’è stata una Mini-Era Glaciale: la Terra ha sempre avuto variazioni di temperatura. Che in futuro fenomeno dello stesso genere possa avvenire – o, al contrario, che ci sia un riscaldamento globale – è cosa del tutto ovvia; meno ovvio è sapere se dipenda dall’attività solare, dall’attività umana (non certo per il passato) o per una causa che ignoriamo. Qualcuno ha anche parlato delle variazioni della posizione dell’asse terrestre (precessione degli equinozi) e il profano non può che andare sul balcone e guardare il termometro per sapere che caldo fa oggi.

Gianni Pardo

 

DAL 2010 DOVREMO ASPETTARCI UNA NUOVA ERA GLACIALE

Uno scienziato messicano reputa che a partire dal 2010 avremo una nuova glaciazione.

Riscaldamento globale? Al contrario! Lo scienziato messicano Victor Manuel Velasco Herrera è dell’opinione che ci aspetta una nuova glaciazione.

Herrera è ricercatore all’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), una delle più grandi università del Messico. Secondo la sua opinione i calcoli del Consiglio del Clima delle Nazioni Unite IPCC sono sbagliati. Essi predicono uno drastico riscaldamento del clima terrestre. Il ricercare è al contrario convinto che i modelli matematici dell’IPCC non tengono conto di importanti fattori – in particolare l’attività solare. Secondo Herrera noi ci troviamo in un periodo di passaggio verso una ridotta attività solare. Fra circa due anni, pensa, comincerà un periodo di freddo che potrà durare da 60 a 80 anni.

Tali “mini-glaciazioni”, periodi di tempo relativamente freddo, ci sono già state. L’ultima è durata dall’inizio del XV Secolo fino alla metà del XIX.

L’opinione di Perrero: che i ghiacciai si stiano sciogliendo dappertutto non è vero. Al contrario: “In questo secolo i ghiacciai crescono”, secondo la rivista messicana “Milenio Diario”, che lo cita. E il fatto che in luglio sia crollato un enorme pezzo del ghiacciaio Perito-Moreno, in Argentina, secondo Herrera non ha niente a che vedere con il riscaldamento globale. Secondo la sua opinione è stato colpa dell’acqua, che si è infilata nelle fenditure del ghiacciaio ed ha distanziato enormi blocchi di ghiaccio.

Una pazza opinione isolata o ben documentata scienza?

Nel campo della ricerca sul clima l’opinione di Herrera è controversa. Infatti, in che misura l’attività solare influenzi il nostro clima è cosa molto discussa…

Traduzione di Gianni Pardo)

AB 2010 STEHT UNS EINE NEUE EISZEIT BEVOR

Mexikanischer Wissenschaftler behauptet Ab 2010 steht uns eine neue Eiszeit bevor

Globale Erwärmung? Von wegen! Der mexikanische Wissenschaftler Victor Manuel Velasco Herrera ist der Meinung, dass uns eine neue Eiszeit bevorsteht. Und das schon 2010!

Herrera forscht an der Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), einer der größten Universitäten Mexikos. Seiner Meinung nach sind die Berechnungen des UN-Klimarats IPCC fehlerhaft. Diese sagen eine drastische Erwärmung des Erdklimas vorher.

Der Forscher ist aber überzeugt: Die Computermodelle des IPCC lassen wichtige Faktoren – insbesondere die Sonnenaktivität – außer Acht.

Laut Herrera befinden wir uns in einer Übergangsphase mit abnehmender Sonnenaktivität. In etwa zwei Jahren, glaubt er, beginnt eine Kälteperiode, die 60 bis 80 Jahre dauern kann.

Solche „kleinen Eiszeiten“, Perioden mit relativ kaltem Klima, hat es früher schon gegeben. Die letzte dauerte von Anfang des 15. Jahrhundert bis zur Mitte des 19. Jahrhunderts.

Perreros Behauptung: Dass weltweit Gletscher schmelzen, stimmt nicht! Im Gegenteil: „In diesem Jahrhundert wachsen die Gletscher,“ zitiert ihn die mexikanische Zeitung „Milenio Diario“. Dass im Juli ein riesiges Stück des Perito-Moreno-Gletschers in Argentinien zusammenbrach, hat laut Herrera nichts mit einer globalen Erwärmung zu tun. Seiner Meinung nach war Wasser schuld, das in Spalten in dem Gletscher geriet und riesige Eisblöcke absprengte.

Verrückte Einzelmeinung oder fundierte Wissenschaft?

In der Klimaforschung wird Herreras Ansatz kontrovers diskutiert. Denn: Ob und inwiefern Sonnenaktivität unser Klima beeinflusst, ist heftig umstritten...

(dalla Bild Zeitung del 21 agosto 2008)




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POLITICA
20 agosto 2008
IL PAPA È UN DESPOTA?
 

Nomen omen, dicevano i romani: il nome indica la natura della cosa. Se uno si chiama Quattrocchi, è normale che porti gli occhiali. Ma questo solo per scherzare. Nella realtà, bisogna stare particolarmente attenti proprio al caso contrario: che la cosa non corrisponda né al nome né a ciò che se ne dice.

Nell’ambito politico ci sono delle connotazioni ovvie. Democrazia uguale positivo, dittatura uguale negativo. E fin qui si potrebbe anche concordare. Anche se la dittatura, nella Roma repubblicana, era tutt’altro che negativa. Il guaio è che la stessa connotazione si applica a monarchia. E qui invece si deve distinguere. La monarchia può essere costituzionale o assoluta. Costituzionale è quella inglese, assoluta fu quella di Luigi XIV, in Francia, e tuttavia chi confonderebbe il Re Sole con Stalin?

La distinzione più significativa è fra potere assoluto e dispotismo. Montesquieu sostiene che mentre la molla fondamentale del dispotismo è la paura che tutti i cittadini hanno dell’onnipotente padrone, la molla fondamentale della monarchia assoluta è l’honneur. Anche se per onore Montesquieu intendeva la coscienza del proprio rango, la vanità del proprio status, il rapporto di cortigiano, il continuo sforzo di conquistare la benevolenza del sovrano per ricavarne benefici.

Ovviamente, il grande pensatore, mentre scriveva queste cose nell’Esprit des Lois, aveva sotto gli occhi le istituzioni della Francia ed esse non possono essere applicate a tutti i paesi. Se a volte la distinzione fra dispotismo e monarchia assoluta potrebbe risultare azzardata, per gli ultimi tre Luigi non c’è ragione di considerarli biechi tiranni. A Bisanzio, quando il nuovo califfo arrivava al potere, per eliminare possibili concorrenti per il trono, come prima cosa faceva ammazzare tutti i propri parenti; il re di Francia, quanto ad immoralità, si limitava ad avere decine di amanti e, nel caso di Luigi XIV, anche a difendere Molière contro i devoti che si ritenevano offesi.

Si può e si deve essere contro la monarchia assoluta. Anche il migliore dei sovrani può tralignare. Lo stesso Luigi XIV passò, nel corso del suo lungo regno, da amatore d’arte e di donne a bigotto, fino a commettere l’enorme errore della Revoca dell’Editto di Nantes.

Le istituzioni valgono quanto il paese che le applica. La Gran Bretagna, pur non avendo nemmeno una Costituzione, ha una vera monarchia costituzionale ed è una perfetta democrazia, mentre in passato le Repubbliche democratiche est-europee, pur essendo repubbliche e pur avendo costituzioni scritte e perfette, furono di fatto satrapie sanguinarie.

La discussione ha ripreso interesse perché la Santa Sede è stata sotto giudizio nel consiglio d’Europa. Secondo Strasburgo, lo Stato della Città del Vaticano potrebbe non corrispondere agli standard richiesti per la qualità di Stato Osservatore, nell’Ue. Come ha detto a dicembre il rappresentante inglese David Wilshire, “La sua mancanza di istituzioni democratiche e alcune sue posizioni in materia di diritti umani ne fanno un caso a parte”.

Un caso a parte? Un caso scandaloso, sulla carta: si tratta infatti dell’ultima monarchia assoluta d’Europa. Ma come negare che sia una monarchia speciale? Innanzi tutto, lo SCV è nelle mani di un uomo anziano, scapolo, perbene, eletto per cooptazione e non perché figlio di suo padre. Inoltre, la sua età e il suo disinteresse sono una garanzia. Tuttavia, salvo che al momento dell’elezione del nuovo pontefice, il Vaticano è uno Stato antidemocratico, senza dubbio. Ma la sostanza conta più della forma. Questo assolutismo non fa paura a nessuno. Personalmente, pur essendo un perfetto miscredente, non esiterei, se mi fosse utile, a prenderne la nazionalità.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

27 gennaio 2008

 

 




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POLITICA
19 agosto 2008
KEEP SMILING
 

“Io, dice un signore nella birreria, non sono mai andato a letto con mia moglie, prima che ci sposassimo. E lei?”, chiede a un altro bevitore. “Io? Non ne ho la minima idea. Come si chiamava, sua moglie, da ragazza?”

“Le ore più belle della mia vita le devo all’opera lirica”. “Non sapevo ne fossi appassionato a questo punto!” “Io? No, mia moglie”.

Un’impiegata ad un’altra: “Allora, quest’anno andate in Argentina, per le ferie?” “No, in Argentina saremmo dovuti andare l’anno scorso, quest’anno penso che finiremo col non andare in Norvegia”.

 




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POLITICA
18 agosto 2008
LA LOGICA DI SCALFARI
 

Può darsi che Nanni Moretti sia un grande regista e può darsi che non lo sia. Di sicuro, è un grande politologo. Al festival cinematografico di Locarno – sede ovviamente adatta ai dibattiti politici – ha detto: “In Italia l'opposizione non esiste più ma c'è un altro fenomeno ancora peggiore: non c'è più un'opinione pubblica. Il dominio di Berlusconi sulle reti televisive ha spostato e devastato il modo di pensare degli italiani”. Sulla “Repubblica” di oggi queste parole sono riferite da Eugenio Scalfari che afferma d’essere d’accordo: si è giunti al “dominio delle opinioni private al posto dell'opinione pubblica”. Ci sono i regimi totalitari che impongono una credenza conforme, e c’è il regime berlusconiano che è “Una variante (non necessariamente alternativa)” ed ha lo scopo “di smantellare ogni tipo di opinione facendo rifluire l'attenzione dei cittadini sui loro interessi privati. Questo processo, se portato alle sue conseguenze ultime, conduce alla desertificazione dell'opinione pubblica”. Insomma Scalfari rimprovera agli italiani di pensare ai fatti loro, di essere meno preoccupati di come viene gestita la cosa pubblica, e dimentica che “il silenzio degli organi” è sintomo di salute. A lui dispiace che il malato non accusi dolori? Verrebbe voglia di dirgli: si consoli, una volta o l’altra la sinistra vincerà ancora e gli italiani ritroveranno in un solo colpo l’opinione pubblica e la voglia di lamentarsi.

Ecco il disastro: “Tante opinioni private senza più una visione del bene comune: questo è il prodotto del berlusconismo, agevolato e amplificato dal controllo dei media”. Non importa che si sia in agosto. Non importa che la gente non giudichi un governo ancora giovanissimo. E non importa che sia soddisfatta di ciò che è già stato realizzato. Il guaio è che essa non pensa ad un astratto “bene comune”.  Secondo Scalfari, anzi, non ci pensa nessuno. L’opposizione “ha subito l'egemonia berlusconiana e si è sintonizzata sulla stessa lunghezza d'onda”. Insomma Fassino, Veltroni e D’Alema sono berlusconiani. I felloni. L’unica, vera resistenza è rappresentata da Scalfari e Moretti.

Ma c’è ancora altro da imparare. Qual era la tesi? Che non esiste più l’opinione pubblica. Ed a questo punto ecco che Scalfari dimostra che non solo esiste, ma ne esistono quattro. “Ci sono ancora gruppi consistenti di cittadini che coltivano una visione del bene comune”. Saranno arroccati in qualche baita del Monte Rosa, ma ci sono. “Esiste un'opinione pubblica ‘berlusconista’ (‘berlusconiana’ non bastava più)… di cui sarebbe un madornale errore negare l'esistenza. Sicurezza, tolleranza zero, intransigenza identitaria, fiducia nel leader…”. Esiste l’opinione pubblica dei cattolici, quella “fondata… sul doppio pedale del ‘sacro’ e del ‘santo’ ”. Infine esiste l’opinione pubblica della “business community”, “tendenzialmente orientata verso la versione berlusconista della democrazia”. La prima notizia è che Berlusconi ha una sua visione della democrazia: pensavamo non l’avesse, ma forse siamo indietro di un giro. La seconda è che tutto questo dimostra l’altezza del pensiero di Scalfari. Si parte dalla tesi dell’inesistenza dell’opinione pubblica sotto il tallone di Berlusconi per poi illustrarne quattro. Doppio salto all’indietro carpiato e con avvitamento. Riguardo all’opinione della business community, Scalfari dice una cosa molto interessante. Essa ha “una sua precisa visione del bene comune: libertà di mercato, regole blande, considerazione degli interessi costituiti, Stato efficiente e leggero” (cose rispetto alle quali si sarebbe tentati di dire: Ottimo, no?) ma essa tende al “profitto d'impresa, variabile indipendente alla quale tutte le altre a cominciare dal lavoro debbono conformarsi”. E qui c’è veramente da divertirsi.

L’espressione “variabile indipendente”fu lanciata, a suo tempo, da Luciano Lama secondo il quale il salario doveva essere indipendente dall’andamento economico dell’impresa e si poteva richiedere un aumento anche ad un’impresa sull’orlo del fallimento. L’assurdità del concetto fu tale che presto non se ne parlò più. Ma ora Scalfari parla di variabile indipendente a proposito del profitto dell’impresa e non vede di star dicendo un’assurdità ancor più grande. Un’impresa che non fa profitti e va in rosso semplicemente non sopravvive: si chiama fallimento. Dunque un’impresa che non mette al di sopra di tutto il profitto è come un organismo che non mette al di sopra di tutto la propria vita.

E pensare che Scalfari ha cominciato come giornalista economico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 agosto 2008

 




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SCIENZA
17 agosto 2008
PROBLEMI INESISTENTI, SOLUZIONI IMMAGINARIE
 

Di fronte a certi problemi si rimane stupiti. Per alcuni – come il rilascio delle impronte digitali o del proprio dna all’Autorità – ci si chiede perché si facciano tante storie. In fondo, lo Stato ha già i nostri dati anagrafici e la nostra fotografia, aggiornata nel tempo per giunta. Che abbia anche il nostro numero di scarpe, se gli serve. E tuttavia, quando si parla di impronte digitali e di dna, chissà perché, si levano alti lai.

Un altro problema inesistente è quello degli organismi geneticamente modificati. Tutti sembrano ignorare che i cani lupo, i bassotti, gli alani e via enumerando sono ogm. Che ogm è anche il frumento biologico attuale, visto che la sua generosità – in confronto all’avarizia di cui davano prova le spighe in epoca romana – è frutto di lunghe selezioni. Insomma, l’uomo ha modificato i prodotti e perfino gli animali, nel corso dei secoli, e solo recentemente ha trovato una scorciatoia, gli ogm: ma il fenomeno è vecchio e non si vede perché debba suscitare allarme. Solo per misoneismo, rispetto al metodo impiegato?

Analogo falso problema è quello dell’elettrosmog che, dal punto di vista scientifico, semplicemente non esiste. Il fatto che esista la parola e che se ne parli non dimostra nulla: diversamente anche Pinocchio esisterebbe. Per l’elettrosmog i furbi hanno però inventato, oltre alla parola, un sacrosanto mantra, il principio di precauzione: “E se poi esistesse e facesse male? E se poi anche gli ogm facessero male?” Domande stupide. “E se uscendo tu fossi investito da un autocarro?” “E se mangiando un frutto ti strozzassi col nocciolo?” “E se il tuo cane impazzisse e ti azzannasse alla gola?” “E se scivolassi sulle scale di casa e ti rompessi l’osso del collo?” Per precauzione bisognerebbe morire, solo così non si correrebbero più rischi.

Sull’altro versante ci sono i problemi veri con le soluzioni false. Per esempio il traffico cittadino che dovrebbe essere risolto dalla moltiplicazione esponenziale delle piste ciclabili. Si dimenticano alcune cose. In primo luogo, che chi vuole andare in bicicletta ci va già, non aspetta le piste. E che chi non vuole andarci non ci andrà solo perché una strisciolina, sulla strada, dice che finalmente dispone di una sede a lui riservata. Poi, si dimentica che mentre alcune città consentono facilmente l’uso della bicicletta, basti pensare a Padova e a tutta l’Olanda, altre città sono adatte solo a giovani scalatori. Un napoletano che abita al Vomero come tornerà a casa, se va a Mergellina? Col carro attrezzi? E lo stesso vale per Genova, per Catania, per Messina, e per moltissime altre. Infine si dimentica che mentre in un giorno di sole i potenziali sportivi sono invogliati a tirare fuori la bicicletta, nei giorni di pioggia il malcapitato ciclista è regolarmente coperto di schizzi di fango dalle automobili di passaggio. E dunque quel giorno – proprio quando nessuno vuole andare a piedi – anche lui prende l’auto.

A Catania il traffico è una maledizione e il parcheggio un’autentica quadratura del circolo. Soprattutto per chi deve lasciare l’auto per andare al lavoro. A questo punto il Comune ha pensato ad una bella soluzione: i parcheggi scambiatori. In periferia sono stati creati (con altissimi costi) grandi parcheggi in cui i pendolari avrebbero dovuto lasciare la propria auto per poi proseguire con i mezzi pubblici. Solo che i mezzi pubblici non funzionano (si può aspettare un autobus anche mezz’ora o tre quarti d’ora) e nessuno dunque ha lasciato l’auto nei parcheggi scambiatori. Il più grande ha addirittura dovuto chiudere. La città è nel caos come prima e peggio di prima.

A Parigi nessuno si sognerebbe di andare con la propria auto. Ma lì si dispone di una metropolitana veloce e regolare, gli stessi autobus urbani sono puntualissimi tanto che in ogni fermata è scritto l’orario, preciso al minuto e rispettato al minuto. Perché prendere l’automobile, se si arriva prima e con minor spesa con i mezzi pubblici? I parigini non sono più civili dei napoletani o dei palermitani: dispongono di una soluzione più comoda. Se andassero a vivere a Napoli o a Palermo, parcheggerebbero anche loro in terza fila.

Dinanzi alla confusione di voci e proposte sui problemi della vita associata si ha a volte la tentazione di rifugiarsi in un eremitaggio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

31 luglio 2008




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POLITICA
16 agosto 2008
KEEP SMILING
 

 

Due cani vagano nel deserto. Ad un certo momento uno dei due dice: “Se entro un minuto o due non incontriamo un albero, me la faccio addosso”.

Un angelo compare ad un calciatore e gli dice: “Una buona ed una cattiva notizia per te. La buona è che nell’altra vita farai parte della Nazionale del paradiso. La cattiva è che sei convocato per lunedì prossimo”.

Un bambino vede per terra una pistola e qualche metro più in là un Carabiniere. Gli si avvicina e chiede, indicando l’arma: “È la sua pistola?” Il Carabiniere si guarda al fianco e risponde: “No, purtroppo vedo che la mia l’ho perduta”.




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CULTURA
15 agosto 2008
SARTORI E L'ECOLOGIA
 

Chi è sovente accigliato, chi alza spesso il ditino ammonitore, chi giudica severamente il mondo è uno che nel mondo ci si trova male. Ecco perché, se non si odia l’umanità, se si ha una riuscita vita affettiva, non si può che avere simpatia per chi sorride. Tanto da avere difficoltà, se si deve essere severi con lui. È il caso di Giovanni Sartori. Questo professore, che pure è capace di essere velenoso o sprezzante, col suo sorriso dà sempre l’impressione di non prendere sul serio nemmeno se stesso e questo lo rende gradevole. Tuttavia non basta essere un famoso costituzionalista, come non basta essere un editorialista del Corriere della Sera, per essere autorizzato a dire qualunque cosa. Soprattutto in un campo, quello scientifico, in cui non c’è barba di profeta che valga più di un esperimento o di un dato accertato.

Sartori condanna senza appello il ministero dell’ecologia del governo Prodi ed anche quello attuale che, in questi cento giorni, “non ha battuto un colpo”. Che si è fatto notare – dice - solo per l’assenteismo dei suoi dipendenti. E sia: questa è una legittima opinione politica. Ma  poi Sartori cita l’Intergovernmental panel on climate change e ci dice due cose: che questo organismo prevedeva da qui al 2100 l’aumento di due gradi, nella temperatura del globo, e che “le ultime rilevazioni indicano un’accelerazione crescente nello scioglimento dei ghiacci del Polo Nord”. Un’accelerazione che ci potrebbe portare in breve tempo ad un aumento che potrebbe essere di sei gradi.

Un organismo che sia intergovernmental – una parola così lunga che chi parla inglese dovrà prendere un’incredibile rincorsa, per pronunciarla – dev’essere autorevole. Chi dice di no. Ma si ha lo stesso il diritto di essere allarmati leggendo che è nato per occuparsi del “climate change”: ciò significa che dà per sicuro quello che dovrebbe essere il thema probandum, la cosa da dimostrare. Sarebbe come se, per decidere sul dovere di obbedire al Papa, si chiedessero lumi al Generale dei Gesuiti. In secondo luogo questo organismo, ci dice Sartori, fa delle previsioni per il 2100. Accidenti. Sarebbe già da levarsi il cappello se le facesse non per il 2100 ma per il 2010: infatti il futuro, anche quello meteorologico, è sulle ginocchia di Giove. Dunque si ha il diritto di rimanere scettici e di sorridere. Chi parla di 2100 lo fa sapendo benissimo che nessuno dei presenti, in quell’anno, andrà a rinfacciargli che ha detto sciocchezze.

Sartori che pure, quando vuole, ha spirito critico, stavolta si dimostra disposto ad ingoiare una baggianata ancora più grande: nientemeno, una differenza di temperatura di sei gradi, in tempi brevi. E chi lo dimostra? “Le ultime rilevazioni”. Ora non solo bisognerebbe sapere quanto è affidabile chi le fornisce, ma se sono “le ultime rilevazioni”, cioè – diciamo – degli ultimi cinque o dieci anni, sono dati che riguardano un tempo tanto breve da essere assolutamente insignificante. I tempi del pianeta Terra sono ben diversi.

Il costituzionalista sostiene poi chiaramente che sta all’uomo fare il necessario per salvarsi da questa catastrofe, di cui è il responsabile. Tutte cose opinabili. Innanzi tutto, non sappiamo se vi è questo cambiamento climatico che solo i giornali dànno per sicuro. Soprattutto quando non hanno notizie più interessanti. Poi non sappiamo se dipenda dall’uomo: in passato abbiamo avuto in piena Europa la savana con i leoni e le altre bestie; così come, al tempo dell’uomo di Neanderthal, abbiamo avuto molto più freddo. Infine veramente l’uomo può contrastare la Terra, se questa decidesse di riscaldarsi o di raffreddarsi? Se ne può dubitare. La Terra ha avuto oscillazioni climatiche impressionanti di cui è molto difficile accusare l’uomo: se decidesse di riscaldarsi, Venezia la perderemmo anche se andassimo tutti a piedi.

Insomma, è bene rispettare la casa in cui viviamo (in fondo ecologia significa “scienza della casa”): ma senza montarci la testa. Tutti noi non vedremo il 2100 e quello che attualmente preme è che la spazzatura sia raccolta dalle strade. Prima - se possibile molto prima - di eliminare l’anidride carbonica che c’è in più rispetto al 1800.

Inoltre – ma questa è un’idea che è proposta ai lettori – se la Terra si riscaldasse, e la desertificazione avanzasse a sud, non è possibile che diverrebbero meno freddi e più abitabili l’enorme Canada e l’immensa Siberia?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

15 agosto 2008

 




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POLITICA
15 agosto 2008
KEEP SMILING
 

È domenica mattina. Il padre pesca dal ponte sul fiume e il figlio piccolo gli sta accanto. “Papà, i pesci dormono?” “Certamente, figlio mio”. “E come lo sai?” “Non hai sentito dire che il fiume ha un letto? Fra l’altro, aggiunge poi, è chiaro che stamattina non si sono ancora alzati”.

 “Sono riuscito ad impedire al nonno di mangiarsi le unghie”. “E come ce l’hai fatta?” “Semplice, gli ho nascosto la dentiera”.

“Allora, Pierino, a che famiglia appartiene la balena?” “Dolente, maestro. Non conosco nessun a famiglia che abbia una balena”.

Alla cassa. Il cassiere ad un cliente: “Dolente, lei è l’ultimo, si metta al suo posto, in coda alla fila”. “Non posso”. “E perché?” “C’è già uno, in fondo alla fila”.

 Dalla Bild Zeitung




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POLITICA
14 agosto 2008
GIORNALISTI PRESUNTUOSI
 

GIORNALISTI PRESUNTUOSI

In questi giorni ci sono scontri fra Georgia e Russia e, ovviamente, tutti i giornali ne parlano. Essi, però, non si limitano a riferire i fatti: ne forniscono un’interpretazione. E qui gli opinionisti si dividono in due categorie: ci sono dei giornalisti come Ronchey, Bettiza, R.A.Segre e pochi altri che o sono già competenti della materia - e possono dunque giudicare i fatti nuovi inastandoli su quelli vecchi - o, prima di scrivere, hanno l’onestà d’informarsi; e ci sono gli altri, moltissimi, che dopo una prima infarinatura sparano verità perentorie. Condannano ed assolvono. Dipingono quadri in cui le linee nette delle certezze sono sommerse da schizzi di colore e passione. Ovviamente non si parla neppure di tutta la pubblicistica di estrema sinistra che in ogni avvenimento trova un’occasione di predicazione e tutto fa rientrare nel suo schema manicheo.

Una delle prove dell’insopportabile superficialità della maggior parte dei giornalisti è data dalla facilità con cui dànno del cretino e dell’incompetente, quando non del delinquente, a qualunque Capo di Stato. A cominciare dal Presidente degli Stati Uniti e da Putin. Intendiamoci, non è che costoro, e in generale gli uomini politici le azzecchino tutte: la storia è piena di errori enormi, non raramente tragici. Tuttavia non bisogna dimenticare che chi comanda, a meno che non sia un pazzo come Adolf Hitler, si circonda di consiglieri e di competenti in tutte le branche. Ci sono staff interi che studiano i vari problemi per il governo. Quando dunque un Paese fa una certa mossa, la fa disponendo di un numero di dati enormemente maggiore di quello del giornalista. A questo punto si può ancora sbagliare, ma non è presuntuoso chi, seduto alla sua scrivania, giudica gli altri in modo sprezzante, quasi dicendo: “se solo ci fossi stato io, al suo posto”?

È vero, Bush si è illuso quando ha pensato che l’Iraq invaso si sarebbe presto e da solo trasformato in una pacifica democrazia. Ma non hanno sbagliato altrettanto pesantemente le migliaia di giornalisti che per anni hanno dichiarato quella guerra era disastrosa, persa, senza via d’uscita? Oggi il capitolo Iraq non fa nemmeno parte della campagna presidenziale americana, tanto quel generale Petraeus ha fatto miracoli.

Ci sono casi in cui stabilire chi ha torto e chi ha ragione è più che azzardato. In politica internazionale aggrapparsi al codice penale o alle leggi morali non serve a niente. Se il paese A invade il paese B e lo annette, è inutile stare a dire che la cosa è contraria al diritto: ex facto oritur ius, il diritto nasce dai fatti. Del resto, come si sono stabiliti i confini che siamo abituati a considerare sacrosanti? Non certo in pacifiche conferenze internazionali. Diversamente Kaliningrad si chiamerebbe ancora Königsberg. E se il Tibet rimarrà cinese abbastanza a lungo, alla fine nessuno ricorderà come lo è diventato.

È vero, la stessa cosa non è riuscita a Saddam Hussein col Kuweit, ma perché ha sbattuto contro la forza delle armi americane. È col cannone, non col diritto, che gli irakeni sono stati sloggiati.

Nel recente dramma del Caucaso, non bisogna dimenticare che, accanto alla presunta inviolabilità della frontiere, esiste il principio di nazionalità. Un principio che nell’Ottocento è stato vangelo e che gli occidentali hanno ancora in questi mesi imprudentemente applicato nel Kosovo. Dunque, nel caso del Caucaso, si ha il contrasto fra l’inviolabilità delle frontiere, che dà ragione alla Georgia, e il principio di nazionalità che dà ragione all’Ossezia e al suo possente alleato russo. Ce n’è abbastanza per non tranciare giudizi con l’accetta.

Capita di sbagliare ai Capi di Stato, benché circondati da esperti e consiglieri, e dunque lo stesso diritto dev’essere consentito ai giornalisti. Ma ad una condizione: che non abbiano l’atteggiamento di Barbara Spinelli. Costei potrebbe concludere tutti i suoi articoli con questa semplice frase: “L’errore del Mondo è stato quello di non affidare le sue sorti alla sottoscritta. Ora, qualunque cosa gli succeda, è colpa sua”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

12 agosto 2008




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POLITICA
13 agosto 2008
LA GRANDE USURPAZIONE
 

Per decenni i socialisti italiani hanno subito l’ipnosi del Pci. Lo hanno visto come un partito più coraggioso, quasi più ortodosso del loro, e ne sono stati succubi. Poco dopo la guerra, alleandosi con Togliatti, Nenni fece addirittura rischiare all’Italia un destino cecoslovacco e più tardi De Martino fu costantemente aggregato al carro comunista. Benché tutto dividesse i due partiti - l’uno idealista, l’altro totalitario, l’uno libertario, l’altro oppressore, l’uno laico e aperto, l’altro conventicolare e bigotto, oltre che fanatico - il pregiudizio della loro parentela è stato duro a morire. Solo con Craxi i socialisti hanno ritrovato la loro anima. Questo Segretario ebbe l’immenso merito di ridare al Psi la sua autonomia politica ed ideale e il risultato fu la scomunica dei comunisti. Costoro infatti non concepivano salvezza al di fuori della loro chiesa e la loro lotta contro i socialisti fu senza quartiere. Fino a trionfare con l’ipocrisia di Mani Pulite.

Il Psi è stato assassinato ma, per fortuna, a volte un’idea giusta prevale su un disastro epocale. La Rivoluzione Francese fu sfregiata dalla Tragedia del Terrore, sfociò in qualcosa di illiberale e vagamente ridicolo come l’Impero, fu quasi condannata alla damnatio memoriae con la Restaurazione e tuttavia la Francia del 1830, quindici anni dopo Waterloo, era quella che avrebbero voluto i Girondini. Non solo la Rivoluzione ha trionfato, nella sostanza, ma sui suoi principi si è allineata l’Europa intera.

Qualcosa di analogo è avvenuto col Psi. È stato accusato di una colpa che avevano tutti, Pci compreso; è stato sconfitto e cancellato; è stato trattato come una malattia di cui guarire e si è arrivati all’orrore di vedere persone che si vergognavano di essere state amiche di Craxi. Per non parlare di altri che, pur essendo stati il braccio destro del Segretario, come Giuliano Amato, non avevano mai sentito parlare di tangenti e ricordavano appena il passato. Craxi chi? La storia però è andata avanti ed ha costretto tutti a vedere ciò che i liberali vedevano dal tempo di Lenin: che il socialismo è un ideale di libertà solidale, mentre il marxismo in concreto è un collettivismo liberticida che cerca d’applicare una teoria economica disastrosa. Il crollo dell’Unione Sovietica ha reso il comunismo arcaico e obsoleto, impresentabile e doloroso come un trapano a pedale. Così, dopo che Amato non si è accorto d’essere stato amico di Craxi, abbiamo avuto Veltroni che non s’è accorto d’essere stato comunista.

Ai comunisti non è rimasto che rinunciare al loro nome. Lo hanno fatto con Occhetto e tuttavia, mentre abbracciavano un ideale di sinistra moderata – cioè un ideale socialista – da un lato non hanno avuto la decenza di levarsi il cappello dinanzi a questa grande ideologia, dall’altro non hanno perso la vecchia mentalità: loro rimangono i migliori e non hanno bisogno di pescare idee altrove. Per questo, invece di dichiararsi socialisti, si dichiarano democratici. Come se gli altri fossero antidemocratici. E invece di riconoscere che i socialisti erano coloro cui la storia aveva dato ragione, li hanno esclusi dalla loro coalizione. Hanno preferito Di Pietro, in mancanza di Barabba. E che cosa hanno ottenuto? Una disfatta totale. Politicamente la peggiore dai tempi del 1948 e del 1951.

Ciò malgrado, in Italia rimane valida l’assurda tendenza a riunire sotto l’unico concetto di sinistra tre tendenze affatto diverse. I partiti dell’Arcobaleno, simili all’inglese Società della Terra Piatta, che non si sono accorti di Copernico; Il Pd, paradigma dell’ambiguità, che del Pci e della Dc sembra avere ereditato i peggiori difetti; infine l’ideale socialista, che tanto successo ha in larga parte del mondo ma non in Italia. E dunque, se domani si votasse, molti, sentendosi di sinistra, si turerebbero il naso e voterebbero Pd.

Che cosa può fare oggi un Psi? Forse non molto. Il suo posto è abusivamente occupato dal partito di Veltroni e nelle elezioni si scontra con uno sbarramento elettorale capace di eliminare dal panorama politico ben tre formazioni in un sol colpo, anche se riunite in un pubblicitario Arcobaleno. Quello socialista, malgrado i suoi molti errori passati, è un partito decente, moderato, che ha il suo equivalente – spesso vincente – nella maggioranza dei Paesi democratici: ma in Italia è ridotto ad essere un gruppuscolo. E non si vede come uscirne. Solo per non chiudere su una nota di pessimismo senza luce, si fanno due ipotesi.

La prima, flebile speranza, è che il Pdl accetti un apparentamento, in modo da convincere gli elettori che il voto per il Psi non è disperso, e da consentire allo stesso Psi di far sentire la sua voce. Del resto, quel partito ha già, nel suo seno, moltissimi ex-socialisti.

L’altra e più naturale ipotesi è che questa stessa operazione sia realizzata col Pd. Purtroppo, questo partito sembra vittima, come Ercole, d’una follia autodistruttiva. Inoltre è afflitto da un’inguaribile arroganza autoreferenziale. Dovrebbe riconoscere i suoi errori passati, dovrebbe proclamarsi esso stesso socialista e cooptare il Psi, socio fondatore, consentendogli di mantenere il suo simbolo e la sua storia: ma ci sono poche speranze che ciò avvenga. Gli ex-comunisti si sentono, oggi come sempre, la crème de la crème. Non solo non chiedono scusa a nessuno, ma si considerano destinati per diritto divino a distinguere il bene dal male. Gli ex-democristiani della Margherita, poi, o sono catto-comunisti, ed hanno gli stessi vizi, oppure temono i socialisti in quanto portatori di valori laici e progressisti.

Forse il Psi ha poche speranze, ma è certo che l’Italia ha anch’essa poche speranze di avere una sinistra veramente moderna.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

9 agosto 2008

 




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CULTURA
12 agosto 2008
KEEP SMILING
 

“Senti, zia…” comincia la bambina. “Prozia, bambina mia, prozia, sono la sorella di tua nonna”. “Senti, prozia, ma tu perché non hai figli?” ”La cicogna non me ne ha portati”. “Ah, beh, se credi ancora alla cicogna, capisco”.

Il poliziotto della strada al camionista: “Il suo Tir è sovraccarico. Sono dolente, ma devo ritirarle la patente”. “E quanto vuole che pesi!”, ride l’uomo.

Un carabiniere dice al collega: “Sapessi come sono contento di non essere nato in Inghilterra e di non essere un poliziotto inglese!” “E perché?” “Come, perché? Non parlo una sola dannata parola d’inglese, io!”

Il viaggiatore siede solo nello scompartimento e legge una rivista. Alla frontiera si apre la porta e compare un finanziere: “Alcool, sigarette, caffè?” “No grazie, ne ho già la valigia piena”.




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POLITICA
11 agosto 2008
DOV'È BEETHOVEN?
 

In un telefilm americano gli investigatori trovano il cadavere di un uomo, sul marciapiede. L’uomo è stato ucciso ma ha ancora in tasca il portafogli e il portamonete: dunque non è una rapina finita male. Ad un certo punto però uno dei detective, tenendo in mano gli effetti personali del morto, dice: “Come mai non ha le chiavi di casa? Tutti, uscendo, portiamo con noi le chiavi di casa: come mai costui no?” Osservazione non priva d’interesse. Notare un’assenza è più difficile che notare una presenza. Il nostro occhio di predatori è abituato a notare per prima cosa ciò che si muove. Nello stesso modo, se sulla scena c’è un Beethoven, anche l’imperatore d’Austria va ad ascoltarlo. Ma quanta gente nota che oggi non c’è nessun Beethoven?

Alcuni anni fa uno storico americano, Fukuyama, azzardò la tesi della “fine della storia”. Non succedeva più niente e niente sarebbe successo in futuro, opinava: una volta raggiunte la prosperità e la democrazia, non c’era più dove andare. Questa idea si può discutere ma rischia di sembrare valida in un altro ambito, quello artistico. E torna la domanda: come mai non c’è nessun Beethoven?

Guardando alla storia dell’arte, si notano momenti in cui essa fiorisce in modo rigoglioso ed anzi splendido: l’Atene di Pericle, l’Italia letteraria del Trecento, il Settecento in musica. È vero che ci sono periodi di stasi e, per così dire, di silenzio: dalla caduta dell’Impero Romano al Duecento, è come se l’Europa, dal punto di vista artistico, si fosse addormentata. Ma che risveglio! Da quel momento la fiaccola è passata dall’Italia alla Francia, alla Spagna, all’Inghilterra, ed è stato tutto un fiorire di opere e di autori. Per parlare solo di Parigi nel 1830, ecco un anno in cui trionfa il romanticismo con Victor Hugo, Lamartine, Vigny, Musset e tanti altri, mentre Berlioz produce – cosa incredibile, stante la modernità di quel testo musicale – la “Symphonie Fantastique”. E si potrebbe continuare allineando decine di nomi che sono ancora oggi famosi. L’Ottocento è l’ultimo secolo d’oro, per l’arte.

Col Novecento purtroppo il grande fiume diviene torrente; e poi ruscello, e poi rigagnolo e oggi sembra asciutto.

Già negli anni Cinquanta del secolo scorso, ragazzo, mi lamentavo della penuria di grandi scrittori, grandi pittori, di grandi compositori. E tutti mi rispondevano: “Che ne sai? Forse in questo momento c’è già un grande artista ignorato, forse opere che oggi ci sembrano astruse un giorno saranno riconosciute come capolavori. A volte l’arte è in anticipo sul presente”. Belle parole, contro cui non potevo obiettare nulla. Ma chi è ottimista a volte è sconfitto da chi è longevo. Sono passati molti decenni e l’umanità non ha ancora applaudito quei geni ignoti. Non si è ancora entusiasmata per un’opera artistica degna della Nona di Beethoven. È finalmente lecito dire che, se non la fine della storia, stiamo vivendo la fine dell’arte? E, se non la fine dell’arte - dal momento che nessuno conosce il futuro - quanto meno un lungo sonno artistico? Fino al 1897 c’è stato Brahms, ma in seguito c’è forse stato un altro Brahms? In musica abbiamo avuto il jazz e i Beatles, ma chi oserebbe comparare questi risultati con la grande musica? Tutti i programmi di musica alta (Il Quinto Canale della Filodiffusione italiana, France Musique, Radioclassique, Radioclasica, RadioSwissClassic) ignorano serenamente tutto ciò che è stato prodotto nel secolo scorso. Ogni tanto, per scrupolo, trasmettono Gershwin o qualche aria di un famoso musical americano, ma proprio queste “citazioni” dimostrano che, pur senza avere pregiudizi, non c’è poi molto, da ascoltare, dopo Mahler.

E le cose non vanno meglio in letteratura. La pletora di autori, in tutte le lingue, e in un momento in cui chiunque può pubblicare (anche gratis, sul proprio blog), dimostra l’inesistenza del grande genio che segna col proprio nome un’epoca. Anche qui, dov’è il Beethoven delle lettere? Per non parlare della pittura – che fa spavento alle persone normali – o della scultura, le cui produzioni sembrano piuttosto sintomi di una patologia che occasioni di godimento.

Chi mi conosce personalmente sa che queste sono cose che dico da molto tempo. Dagli Anni Cinquanta, appunto. Ma forse che il passaggio del tempo non mi dà ogni giorno più ragione?

Non sono constatazioni che si fanno volentieri. Si direbbe che dal punto di vista artistico siamo costretti a rimasticare il passato. Di attuale c’è solo il cinema, un’arte minore che il tempo corrode. È legno, non marmo. Per amare “La conquista del West”, “Ombre Rosse” o “La foresta pietrificata” bisogna un po’ avere l’animo dell’archeologo. Un giovane già storcerebbe il muso solo alla prima immagine: “Un film in bianco e nero?”

La conclusione è sconsolata. Negli anni Cinquanta non ero contemporaneo di grandi geni allora misconosciuti, ero contemporaneo di una enorme massa di persone come me: epigoni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 agosto 2008




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POLITICA
10 agosto 2008
"DIMENTICATEMI!"
 

 

“Dimenticatemi”, pare abbia detto in questi giorni Prodi ai giornalisti. Che è un po’ come se un condannato reputasse necessario dire al plotone d’esecuzione: “Sparatemi!”. Per questo, anche se a molti è stato antipatico o peggio, si può sentire un po’ di comprensione, per lui.

In “La vida es sueño” (Calderón de la Barca) si fa credere al principe Sigismondo, prigioniero in una torre, di avere sognato di essere a corte, ossequiato ed obbedito da tutti. Nella realtà è il padre che l’ha drogato e fatto risvegliare a Corte, per vedere se è o no adatto a regnare. Anche Cartesio ha scritto che è impossibile distinguere il sogno dalla realtà, rinviando a Dio la soluzione del problema. Tutto questo viene in mente a proposito di Prodi. Dopo essere stato per anni il personaggio principale del centro-sinistra, è ricaduto nel nulla e farebbe bene a non dire: “Dimenticatemi”; rischia di sentirsi rispondere: “Già fatto”.

La sua parabola è degna di commento. Non è stato il primo ad essere messo da parte, dopo un momento glorioso. È avvenuto ad un grandissimo politico come Churchill o ad un gigante come De Gaulle. Ma questi grandi, pur nell’esilio dal potere, sapevano di avere un posto nella storia. Nelle loro case di campagna potevano godersi, da vivi, la celebrità che non li avrebbe abbandonati da morti. Sapevano di essersi guadagnata una fama e una gratitudine imperiture. A Prodi capita l’inverso: sperimenta da vivo l’oscurità di quando sarà morto. È stato già cancellato dal registro dei presenti. È perfino ricordato con imbarazzo da chi, prima, l’ha innalzato ai più alti fasti: e dunque è peggio che dimenticato.

Romano Prodi non è un genio nel senso corrente del termine. Per molti anzi è un mistero come sia riuscito a raggiungere certe cariche. Ma la sua genialità si è manifestata nella capacità di farsi gli amici giusti al momento opportuno, nella capacità di servirsi dell’amico A per salire un gradino, e poi dell’amico B per salire un secondo gradino, senza farsi nemici né l’uno né l’altro, ed anzi tessendo una rete d’amicizie da sfruttare al momento opportuno. Al livello più basso si chiama carrierismo, al livello di Prodi è genialità.

Il suo massimo successo l’ha avuto quando è riuscito a proporsi come il “senza partito” al di sopra dei partiti; l’uomo capace di fare i propri interessi ma anche e soprattutto quelli di chi l’ha elevato ad un posto di responsabilità; il politico capace di presentarsi come un realista che offre la garanzia di avere poche idee e per giunta flessibili; infine come qualcuno che non avrebbe fatto ombra ai suoi kingmaker. Prodi, nelle intenzioni dell’Unione, sarebbe dovuto essere sempre e soltanto l’uomo dei maggiorenti. Uno che da loro otteneva la sua forza e che per loro l’avrebbe usata. Ecco perché le rare volte in cui, durante l’ultima legislatura, ha fatto la voce grossa (come nel “Dodecalogo”), ed ha detto “Qui comando io!”, a sinistra il risultato è stato un ghigno represso.

La situazione è stata sempre chiara. Ma forse non è stata chiara a lui. Nessuno può facilmente ammettere di essere soltanto, e per tutta la vita, un uomo di paglia. Alla fine avrà creduto anche lui al prof.Prodi, al Ministro Prodi, al Presidente Prodi, al Primo Ministro Prodi. E ora, come può accettare d’essere un prigioniero nella torre, un nessuno senza importanza? Lui che ha disprezzato Berlusconi e non gliel’ha certo mandato a dire, vive il contrasto fra il Cavaliere che ha un potere che nessuno ha mai avuto nell’Italia Repubblicana, e se stesso, una persona di cui si vergognano persino le mezze calzette della Margherita. Oggi è obbligato a guardare il proprio personaggio afflosciato per terra come un palloncino bucato.

Il vecchio Menandro ammoniva che “Muor giovane colui che al Cielo è caro” ma noi siamo lieti che Prodi sia in buona salute e ancora oggi valido ciclista. Quel che è certo è che se la sua vita si fosse conclusa mentre era ancora a Palazzo Chigi, soggettivamente avrebbe potuto vederla come una serie di successi. Oggi invece deve contemplare la propria sconfitta, ed anche la più evidente dimostrazione della natura apparente dei suoi precedenti trionfi. A volte il destino è crudele.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 agosto 2008




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POLITICA
9 agosto 2008
IL MALE INGUARIBILE
  

IL MALE INGUARIBILE

Un creativo pubblicitario, persona intelligente, mi pose una volta una domanda semplice: “Secondo te, quali sono i beni necessari?” Personalmente non ebbi dubbi: “Sono quei beni che permettono la sopravvivenza: il pane e la protezione contro le intemperie. Diciamo un tetto”. Il mio amico fece un salto sulla sedia: “Questo andava bene all’età della pietra”, diceva. “Nell’epoca contemporanea i beni necessari sono molti di più”. E passava ad enumerarli. Io rispondevo che si trattava di comodità, non di beni necessari, lui insisteva che la gente li sente come necessari e, del resto, i giudici hanno stabilito che non si può sequestrare agli insolventi l’apparecchio televisivo, “perché bene essenziale alla vita”. Se dunque la televisione, anche per la magistratura, è un bene necessario, come potevo sostenere che necessari erano solo il pane e un tetto?

Il nostro contrasto aveva origini facilmente identificabili. Da appassionato di lingue, partivo dall’aggettivo “necessario” e ne deducevo che non era necessario tutto ciò di cui si poteva fare a meno; lui invece, stanco di vedere pubblicità accusata di creare bisogni immaginari, voleva dimostrare che il concetto di “necessario” è altamente opinabile. E in fondo aveva ragione. Nella maggior parte dei casi lui si trovava a discutere non con me ma con gente che reputa necessario il ferro da stiro elettrico ma non l’alta fedeltà o l’aria condizionata.

La conversazione è utile anche per comprendere un fondamentale problema della politica.

La Cina è passata in pochi decenni da paese arretrato, in cui si moriva di fame, a gigante produttivo. Con uno sbalorditivo ritmo d’incremento della ricchezza. Tuttavia quell’immensa nazione è dominata da un’oligarchia che non concede spazi di libertà, che applica con disinvoltura la pena di morte, che del comunismo ha rigettato tutto ma ha mantenuto intatta l’oppressione politica. Come bisogna giudicarla?

Secondo la teoria del “necessario naturale” (il pane e un tetto), bisogna applaudirla. Nessuno muore di fame ed anzi l’aumento di beni di cui dispone la popolazione è impressionante. Secondo la teoria del “necessario storico”, cioè degli standard contemporanei, bisogna scendere in piazza e boicottare una dirigenza colpevole di non tenere conto dei diritti umani, bisogna protestare per la pena di morte, per il Tibet, per la mancanza di libertà, per tutto ciò che la differenzia in peggio dalla Gran Bretagna.

Queste considerazioni valgono anche per la politica interna. Poiché manca uno standard accettato di “sufficienza”, qualunque governo, qualunque cosa faccia, è giudicato male. Quanto meno, da chi non ha un interesse personale a sostenerlo. Questo perché il gradino precedente non è mai preso in considerazione. Si parlava di pane. Immaginiamo che un governo riesca a dare pane e prosciutto ad una popolazione poverissima: il cittadino, invece di ricordare che prima aveva solo il pane, protesterà perché il prosciutto non è fresco. E se il prosciutto è fresco si lamenterà perché non ha scelta: sempre prosciutto? E via di seguito. Tanto che se invece che di storia stessimo parlando di favole, a questo punto il re direbbe: “Caro sudditi, ho voglia di sentirmi dire grazie di nuovo. Da domani per una settimana pane senza companatico, poi reintrodurrò il prosciutto e mi ringrazierete.”

Da Aristide a De Gaulle i governanti subiscono l’usura del potere, ma l’incontentabilità dei cittadini non danneggia solo loro. Gli uomini tendono a non distinguere la commedia dalla tragedia e vivono per così dire con lo stesso disagio lo sfollamento dalle città bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale e le code in autostrada mentre vanno a Rimini. Disimparano ad essere felici. Dopo un secolo in cui Solgenitzin ha fatto anni ed anni di gulag per aver detto male di Stalin, si parla di regime perché c’è Berlusconi al governo. Dopo che, ancora nell’Ottocento, negli Stati Uniti c’era la schiavitù, oggi si parla di discriminazione razziale se si condanna – anzi, se si fosse condannato – per omicidio O.J.Simpson.

Di fronte a tanta cecità, di fronte a tanto disorientamento, vien voglia di non commuoversi dinanzi ai mali del mondo. Di non tentare neppure di eliminare il problema del momento. Perché tutti sono spesso troppo sciocchi per non inventarsene un altro, che considerano altrettanto grave, non appena si sono liberati dal primo.

E allora, che ciascuno scali da solo la montagna della saggezza.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

7 agosto 2008




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CULTURA
8 agosto 2008
IL SOGNO E LA REALTA'
 essere umano giunge sulla Terra come tabula rasa. Non sa nulla e deve imparare tutto. Da adulti troviamo naturale saper usare un telefono o un’automobile, per non parlare del saper leggere e scrivere: in realtà sono cose che abbiamo apprese, a volte con molto stento. E se oggi ne parliamo con un sorriso di superiorità è perché dimentichiamo che poi ci troviamo nella stessa identica situazione se compriamo un elettrodomestico o un telefonino e dobbiamo studiarne il funzionamento.

La difficoltà di orientarsi nella realtà esiste dal punto di vista tecnico e dal punto di vista intellettuale. Il bambino non distingue un soldato da un generale, la realtà dal mondo dei disegni animati, il possibile dall’impossibile, mentre un adulto queste distinzioni dovrebbe essere in grado di farle. Dovrebbe.

A volte accettare i messaggi della realtà è supremamente difficile. Se fuori cade acqua osserviamo placidamente: “Piove”. Se invece non abbiamo combinato nulla, nella vita, non ci viene altrettanto naturale concludere: “Sono un fallito”. Eppure quell’espressione l’useremmo molto disinvoltamente per un terzo. Di una donna brutta riconosciamo facilmente che “è brutta”, mentre lei di se stessa precisa: “sono un tipo”, oppure “non ho tempo per curarmi di me stessa come dovrei”. E se dice “sono brutta” non lo dice come un’ovvia constatazione, ma come l’annuncio di una catastrofe. In realtà, dal momento che quella faccia se la ritrova da sempre, e continuerà ad averla, dovrebbe sorridere: “Sono brutta, ebbene? Non è una novità. Dobbiamo per forza essere tutti belli?”

La realtà non è in linea con ciò che vorremmo. Al cinema ci identifichiamo nel protagonista e troviamo naturale e giusto che trionfi contro tutto e contro tutti; poi, a casa, lo specchio ci dice che non gli somigliamo per niente, né nell’aspetto né nella nostra storia personale. Abbiamo perso più spesso di quanto non abbiamo vinto. Anche quando avremmo dovuto vincere.

La realtà non è in linea con ciò che vorremmo. Ci piacerebbe che tutti gli uomini sentissero il dovere della lealtà e della solidarietà e l’esperienza ci parla di inganni ed egoismi. Ci piacerebbe che tutti rifuggissero dalla violenza, ma la violenza continua a imperversare. Ci piacerebbe che, almeno alla fine, la giustizia trionfasse, ma non sempre è così. Ci piacerebbe soprattutto non avere difetti, che tutti ci apprezzassero, che tutti ci applaudissero, e invece, se la guardiamo con occhio disincantato, la nostra vita può apparirci come un fiasco.

Qualcuno – forse Oscar Wilde – ha detto: “Conosco poche cose più crudeli della verità. Ma non riesco a ricordarmele”. Il senso della realtà è la caratteristica della salute mentale, ma l’igienismo, in questo caso, costa parecchio dolore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 luglio 2008




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POLITICA
7 agosto 2008
KEEP SMILING
 

“Che tipo di cane è?” “Un cane poliziotto.” “Non ne ha affatto l’aria.” “È nella polizia segreta”.
In una cittadina termale un abitante parla con un ospite: “Qui abbiamo un clima meraviglioso. Quando sono arrivato, non potevo parlare, non potevo camminare e non avevo capelli”. “Accidenti, è meraviglioso! E da quanto tempo sta qui?” “Dalla nascita”.
In cosa alla banca, un vigile che fa la coda si rivolge all’uomo che è allo sportello: “Scusi, sta effettuando un prelevamento?” “Sì.” “Ed è sua l’Opel in divieto di sosta, dinanzi alla banca?” “Sì.” “Allora prelevi trenta euro in più”.

Si invita a leggere l'articolo dal titolo: "Passato e presente della sinistra".




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CULTURA
6 agosto 2008
PASSATO E PRESENTE DELLA SINISTRA
 

Gli uomini ci mettono molto tempo, ad apprendere la lezione dell’esperienza. Purtroppo, una volta che l’hanno appresa, hanno tendenza ad applicarla anche quando la situazione è cambiata ed essa è inadeguata. Il caso della sinistra in Italia è emblematico. Per decenni – durante il lungo periodo del bipartitismo imperfetto Dc-Pci – la sua politica è stata semplice e redditizia: criticare il governo qualunque cosa facesse o dicesse. Del resto, aveva la garanzia di non essere mai chiamata a fare di meglio. Quando poi, prevalentemente per via giudiziaria, è riuscita sia ad eliminare il nemico (la Dc) che l’alleato (il Psi), ed è stata costretta a governare, lo ha fatto di mala voglia. Per troppi anni aveva criticato qualunque azione ed ora aveva mala coscienza, all’idea di decidere qualcosa. Era pronta ad ascoltare le proteste sia provenienti dalla società che dal suo stesso seno (ce ne sono sempre) ed a bloccarsi. Durante l’ultimo esecutivo Prodi si è arrivati all’assurdo di ministri che partecipavano alle manifestazioni di piazza contro il governo. Il fatto è che ci si era allenati per troppo tempo a dire no e a criticare e chiamare con disprezzo “decisionismo” qualunque tentativo di azione (per esempio di Craxi): per questo ora ci si condannava all’ “indecisionismo”. Qualcosa si riuscì a fare solo dal punto di vista fiscale, in odio “ai ricchi”, cioè alla maggioranza degli italiani, riuscendo così ad ottenere ineguagliati picchi di impopolarità. Tutto questo fino al gennaio del 2008.

A questo punto della sua storia la sinistra ha una presa di coscienza che ha del miracoloso: il futuro – comprende - è nel cambiamento rispetto al passato; nel distacco dalle frange più massimaliste, per non dire demenziali della sinistra; in un rapporto più sano con l’eventuale maggioranza. Ed ecco nasce il Pd, partito che non si allea con Prc, Pdci e Verdi, condannandoli alla Geenna, dove c’è pianto e stridor di denti, e si presenta come un’assoluta novità. Ma si ripete il vecchio fenomeno storico per cui non sempre gli attori sono all’altezza della commedia che mettono in scena. Bruto e Cassio hanno saputo tenere in mano un pugnale ma non hanno saputo gestire l’eliminazione di Cesare. I dirigenti del Pd commettono prima l’errore di fare spazio a Di Pietro – ridando nuova vita all’opposizione gridata e irragionevole che avevano detto di voler eliminare – e poi l’errore di una condotta moscia, indecisa, parolaia. In totale poco credibile. E qui si inserisce il dramma personale del “povero Veltroni”, come lo chiama oggi Andrea Romano, sulla Stampa.

Uomo d’indole mite e di parola moderata, il nuovo Segretario viene scelto per acclamazione probabilmente perché Prodi è bruciato dalla prova pratica, D’Alema o altri sembrano troppo “comunisti” ed altri ancora, per la grande massa degli italiani, sono sostanzialmente degli sconosciuti. Purtroppo, come dicevano i romani, ubi commoda ibi incommoda, ogni cosa ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: Walter ha i difetti delle sue qualità. È naturalmente sorridente e gentile, ma proprio per questo è inadeguato a rispondere a muso duro alla furia popolaresca di un tribuno della plebe come Di Pietro. È moderato e conciliante, ma proprio per questo dà la sensazione di non avere idee, o di averle flessibili fino all’inconsistenza. Il risultato è che  si può parlare del “povero Veltroni”, mentre nessuno mai parlerebbe del povero D’Alema e, men che meno, del povero Berlusconi. E tuttavia, chi si poteva ragionevolmente aspettare da lui la risolutezza di un vero leader?

La colpa dell’attuale situazione, nel Pd, è  probabilmente un po’ di tutti. Si stenta a prendere coscienza della fine dell’efficacia di un’opposizione “a prescindere” o delle continue denunce di incostituzionalità, di pericoli di fascismo e regime. Non si comprende che bisognerebbe scaricare Di Pietro una volta per tutte, dichiarando sin da ora – come si fece per i partiti dell’estrema sinistra – che non ci si alleerà con lui alle future elezioni, checché accada. Se cooptarlo nella coalizione è stato un errore, si abbia il coraggio di dirlo ad alta voce: meglio una fine con orrore che un orrore senza fine. Bisognerebbe poi collaborare con il governo per quei provvedimenti che piacciono alla maggioranza degli italiani – problema dei rifiuti in Campania, pubblica sicurezza, lotta all’inefficienza della pubblica amministrazione, riforma della giustizia e poco altro – attuando invece un’opposizione senza quartiere per qualche provvedimento che si reputa sbagliato e che non ha il supporto della maggioranza degli italiani. A Napoli, guardando una montagna di rifiuti, chiunque sarebbe stato disposto ad applaudire anche il diavolo, se fosse stato capace di eliminarla. A che scopo dunque mettersi a criticare la costituzionalità della competenza esclusiva di una Procura, per gli eventuali problemi giuridici, quando i cittadini dei problemi giuridici si impipano e vogliono soltanto non sentire più la puzza dei rifiuti bruciati?

Il Pd avrebbe dovuto smetterla con le teorie aristocratiche. Avrebbe dovuto cambiare totalmente politica e presentarsi non come l’opposto del berlusconismo ma come qualcosa di migliore in concreto. “Prodi non ha potuto risolvere il problema dei rifiuti, a Napoli, perché aveva la palla al piede dell’estrema sinistra. Berlusconi c’è riuscito perché non l’aveva, e anche noi ci saremmo riusciti, se fossimo stati al governo, adottando gli stessi provvedimenti dell’attuale governo, e per questo non lo critichiamo. Ma avremmo anche fatto questo e quest’altro”. Invece no, le vestali dell’opposizione in ogni caso, i sacerdoti del costituzionalismo duro e puro si sono lasciati distanziare, rimanendo quelli che il problema non avevano saputo risolverlo e verosimilmente, se avessero vinto le elezioni, non l’avrebbero risolto neppure ora.

La conclusione è sconsolata. Sulla sinistra sembra pesare la maledizione di un passato che non passa, di pregiudizi duri a morire, di una mancanza di coraggio che ne fa uno stanco partito conservatore. Colpa di Veltroni? Forse no. Ma gli dei sarebbero più benevoli se mandassero a questo partito un vero Capo, uno capace di governare gli avvenimenti piuttosto che esserne governato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 agosto 2008




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POLITICA
5 agosto 2008
IL GRANELLO DI SABBIA
 

Un breve atto unico che si propone come un editoriale su Tangentopoli

                                          

UN GRANELLO DI SABBIA

 

Scena prima

(L'onorevole Bernardini e il senato­re Volsi sono ai due lati della scriva­nia. Bernardini:)

-Lei dimentica che il nostro è un partito d’opposizione!

-E allora tenetevi l'opposizione, se volete! Ma non vedrete una lira. A me le viene a raccontare, queste cose? Vuole fare un comizio nel mio studio? Se la pensa così, finisce che non ne facciamo niente.

-Senatore, la prego, non mi frain­tenda. Siamo qui per ragionare. Siamo fra amici. Lei mi dice che potrebbe darci un due per cento su...

(suona il telefono, e Bernardini si interrompe).

-Continui.

-Voi volete darci il due per cento sull'appalto, tenendovi il sei. Ma il sei è tre volte tanto! (Il telefono continua a squillare). Le pare giusto? (il telefono insiste) Forse dovrebbe rispondere al telefono.

-(urlando) Pronto! Avevo detto di non disturbarmi per nessun motivo.(pausa) Peppino? E va bene, passamelo. (pausa) Veramente? (pausa) Ci metteremo una pezza, comunque. (pausa) Come hai detto che si chiama? (scrive). Va bene, ti aspetto fra un'oretta. Ciao. (riaggan­cia). Mi scusi. Dunque, il problema è se è giusto il sei per cento a noi e il due per cento a voi. Cominciamo col dire che parlare di giustizia, in un caso come il nostro, mi pare azzardato. Teoricamente non dovremmo prendere un soldo, su questo appalto.

-Giustissimo, senatore, giustissimo. Ma i nostri partiti...

-Appunto, i nostri partiti hanno determinate esigenze e noi siamo qui per fare l'interesse di tutti. Ora voi siete in grado di fare scioperi, mani­festazioni di piazza, tutto quello che vuole, ma questo non produrrebbe nessun utile. Mentre noi possiamo mettere in moto tutta la macchina e la concessione dell'appalto frutterà quello che frut­terà nel giro di un paio di mesi. Sia realista.

-Non posso. Purtroppo non posso. Il due per cento è insufficiente. Io ho avuto ordini...

-Parla della segreteria cen­trale del suo partito? Se è per questo non si preoccupi.

-Come sarebbe a dire?

-Avrei voluto non dirglielo, o per lo meno, pensavo fosse già informato... Dopo tutto siamo fra amici e non è il caso di fare misteri: la sua segreteria è d'accordo, le percentuali sono state concordate a Roma. S'immagi­ni che pensavo obbiettasse perché a lei personalmente verrà molto poco, col due per cento.

-Ma che dice mai, che dice mai! Anche se non me ne viene niente, che importanza ha! Io sono qui per spirito di servizio, Lei lo sa!

-Caro onorevole, certo che lo so, Lei è una persona per bene. Comunque, lo zero cinque per cento ovviamente le sarà versato. Anche il cavaliere è stato avvertito, ed è d'ac­cordo. Sono poco più di cento milioni...

-Anche niente.

-No, no, quel che è giusto è giusto. Lei si è dato tanto da fare, è venuto qui già tre volte, senza dire del ri­schio che qualche giornalista la veda entrare nella mia villa.

-Questo non è un problema. A parte il fatto che sono stato attento, Lei dimentica che sono iscritto all'albo dei giornalisti. Potrei essere qui per farle un'intervista!

-Ed io per insegnarle gli scacchi. Lo sa che da giovane ho vinto un cam­pionato?

-Lei è una fonte inesauribile di sor­prese! Ed anche un caro amico. Peccato che non militi nel mio partito.

-Non le sarei altrettanto utile, nel suo partito. Per quello zero cinquanta, glielo accreditano su quel tale conto dell'altra volta o lo vuole in contanti col solito sistema?

-(esitando) Mah... ma no, vanno bene i contanti, sono soldini, dopo tutto. (Si alza). Senatore, le ho già rubato troppo tempo.

-(alzandosi anche lui) Ma che dice mai, che dice mai! Venga a trovarmi, qualche volta. Le ho mai mostrato la mia serra?

-Non ho avuto il piacere.

-Vedrà che bei fiori esotici riesce ad ottenere, il mio giardiniere. Mi faccia questo onore, una volta o l'al­tra.

-Non mancherò. E ancora grazie.

-Grazie a lei. Arrivederla.

-Arrivederla.

-(Si risiede e prende il telefono:) Chi c'è ora? Fallo passare.

 

Scena seconda

(Entra un uomo poveramente vestito, col cappello in mano, ma che ha l'aria di considerare il senatore un amico).

-E allora, caro Contrini, che abbia­mo? So che mi cerca da parecchi giorni.

-Due settimane, senatore, due setti­mane.

-Sono stato a Roma, te l'hanno detto?

-(sempre mellifluo) Certamente, senatore, Lei è una persona importante, fa anche parte della commissione bilan­cio. Ma è tornato già da quattro gior­ni...

-E secondo te qui in città, dopo che sto via tanti giorni, non mi aspetta nulla da fare? Non ho nessuno da vede­re? Dovrei scendere dall'aereo e chie­dere: Contrini mi ha cercato? Che faccio, vado a cena o vado direttamente a cercarlo a casa?

-Senatore, perché mi tratta così?

-Perché tu vieni a casa mia a rim­proverarmi, ecco perché!

-Non mi permetterei mai, eccellenza, Lei lo sa bene. Solo che, se posso essere sincero, ancora un paio di mesi fa, durante la campagna elettorale, se la cercavo la trovavo subito. Ora invece sta diventando difficile, parla­re con lei.

-E ti meravigli, sempliciotto che non sei altro? Durante la campagna elettorale stavo qui e pensavo solo alla campagna elettorale. Ora invece ho un sacco di cose da fare e queste cose da fare si accumulano nei giorni in cui sono qui, a casa. Ma dobbiamo pro­prio discutere di questo, fra noi? Due amici come noi, si mettono a beccarsi per queste stupidaggini? Forse che non sono tuo amico?

-Mi fa troppo onore, senatore, troppo onore.

-È la verità. So perfettamente che devo anche a te la mia elezione. Senza il sostegno del porto e della compagnia scaricatori forse non sarei senatore. Perciò dimmi di che hai bisogno (suona il telefono) dimmi di che hai bisogno e vedrò di favorirti. Scusami. Che c'è? È già arrivato Peppino? Digli che ne ho per cinque minuti (riaggancia). Che abbia­mo?

-Si tratta di Meluccio Berni.

-E chi è Meluccio Berni?

-Come, senatore, Berni è il capo­squadra del settore, quello che nella sua sezione le ha fatto avere quasi cento voti.

-E che vuole, Berni?

-Lui niente, grazie al cielo. È suo figlio che vorrebbe essere assunto come postino e non ci riesce. Purtroppo il ragazzo non è stato brillante, negli studi, la licenza se l'è presa perché lei l'ha raccomandato: se lo ricorda?

-No. Va' avanti.

-Comunque ora ha che vorrebbe presentare la domanda per diventare postino, ma non ha nessuna possibilità se non viene inserito nella categoria speciale... Insomma si tratterebbe di fargli otte­nere la qualifica di invalido civile da un lato, per farlo entrare nella gra­duatoria preferenziale. Poi... poi, senatore, si tratterebbe di fargli vincere il concorso.

-Hai detto niente.

-Lo so, senatore, lo so! Gliel'ho anche detto! Ma Berni ha la testa dura. Si tratta di suo figlio, capisce? Per giunta lui conti­nuava a riparlarmi di quei centodue voti, io non sapevo cosa rispondergli...

-Ma tanto per cominciare, è veramen­te lui che mi ha fatto ottenere quei voti?

-Lo giuro sull'onore di mia madre. Per questo non sapevo cosa risponder­gli. Lui diceva "Il senatore è come san Gennaro, se una cosa vuole farla la fa. Fa i miracoli, il senatore!"

-Sì, e cammino anche sull'acqua. Ma guarda con che gente devo avere a che fare... Senti, io non ti posso promet­tere niente. È una cosa complessa e rischiosa. Devo chiedere a destra e a manca. Non ti posso promettere niente, chiaro?

-E io che devo dire a Meluccio?

-Lascia il nominativo del ragazzo e tutti i dati alla mia segretaria e vi farò sapere qualcosa.

-Fra quanto tempo?

-Stanotte! Ma che pretendi, acciden­ti, che faccia tutto in un lampo? Ti ho detto che ti farò sapere? Ti farò sape­re.

-Io gli dico che se ne occupa lei.

-Digli quello che ti pare. E ora vattene che ho da fare.

-Subito, senatore. Mi scusi se l'ho disturbata.

-(alzandosi e facendo il giro della scrivania) Tu, disturbarmi? Il mio amico Contrini? Vuoi proprio scherzare. Vieni qua che ti abbracci. Lazzarone, io ti voglio bene e tu cominci col rimproverarmi se non ti ricevo a tambu­ro battente!

- È che il concorso sarà bandito fra poco tempo...

-E tu non ti preoccupare. Lascia che lo bandiscano. A che servono gli amici, allora?

-Sempre servo suo, senatore!(va via) Sempre servo suo!

-Amico, solo amico, Contrini! Peppi­no?

 

Scena terza

-Senatore buonasera.

-Ciao Peppino. Siediti. Che è questa storia?

-Una cretinata. Uno stronzetto di pretore di provincia, probabilmente in cerca di pubblicità, ha aperto un fasci­colo a suo nome per una raccomandazio­ne...

-Nientemeno, per una raccomandazio­ne!

-Eh sì, glielo dico che è una creti­nata. Ma c'è un problema. Il problema è che questo pretorino è in possesso di una lettera sua, firmata e tutto, in cui...

-Ma parli sul serio? Se bisognasse processare tutti i parlamentari che hanno inviato lettere di raccomandazio­ne!

-Mi lasci dire. Il fatto è che pur­troppo lei in questa occasione ha com­messo un errore. Si trattava di asse­gnare un posto d’apprendista nell'ar­chivio municipale di Pescalto e lei ha scritto al sindaco - il sindaco di Pescalto è Triscelli, se lo ricorda? - di nominare un tizio piuttosto che un altro. Lei ha aggiunto testualmente queste parole: "graduatoria o non graduatoria, lei deve nominare Giulio Perdico: è persona cui non posso asso­lutamente dire di no". E' dunque suc­cesso che il sindaco ha nominato Perdi­co e quello che non è stato nominato ha fatto ricorso. Ora, siccome costui aveva un amico al comune, è riuscito a sapere da un impiegato, che ha fatto la spia, il numero di protocollo della sua lettera, sicché il giudice l'ha acqui­sita agli atti e ora vorrebbe denun­ciarla per abuso d'ufficio in concorso col sindaco.

- È una storia da pazzi. A Roma si discute a base di decine di miliardi di lire, di assunzioni a migliaia di persone alla volta, e ci fanno perdere tempo con una stupidaggine del genere! L’assunzione di un archivista, di un apprendista, non so più che cosa hai detto, a Pescalto. Questo pretore di Pescalto è un tipo col quale si può parlare?

-In che senso? Nel senso di dargli dei soldi?

-Peppino, non esagerare! Non lo conosciamo neppure. Se ci presentiamo con una mazzetta quello magari ci fa arrestare. A volte mi fai paura. No, dicevo: è persona vicina a qualche partito politico? Se fosse di sinistra, per esempio, c'è Bernardini, era qui un attimo fa: quello conosce tutti e può parlare con tutti. Se invece questo pretore non fosse contento della sede in cui è...

-No, è di Pescalto. Non ha chiesto nessun trasferimento, mi sono già informato. Quanto alle sue idee politi­che, non so nulla.

-E invece devi informarti. Se mi riesce di non disturbare il Procuratore Capo della Repubblica è tanto meglio. È una persona arrogante che i favori te li fa sudare. E all'oc­casione se li fa pagare. Caro, anche. Te ne puoi occupare tu, intanto, di questo pretore?

-Senatore, io farò il possibile, quanto meno per fornire a lei tutti gli elementi utili. Ma temo che siamo di fronte ad un personaggio difficile. Mi dicono che questo giovanotto non va a donne, vive con la madre, s'è rovinato la vista studiando e non guarda in faccia a nessuno. Ha già dato grossi dispiaceri a parecchia gente. Insomma, senatore, io me ne occupo, ma l'avverto che non deve prendere il problema sottogamba. Dopo quello che è cominciato a succedere a Milano, ci manca pure che la moda arrivi anche da noi.

-Non ci preoccupiamo troppo, tutta­via. Nel Sud siamo più intelligenti. E poi qua, se bisognasse fare giustizia, non ci sarebbero abbastanza lampioni cui appendere la gente. Vedi quello che puoi fare.

-(alzandosi) Oggi stesso torno a Pescalto.

-E a proposito, si sa chi è quel Giuda che ha tirato fuori la copia della mia lettera?

-No. Non ancora.

-Cerca di saperlo. Perché io sarò stato sciocco, scrivendo quelle parole compromettenti, ma a lui farò spezzare le gambe, se appena so chi è, a questo figlio di una gran puttana! Ma anche, quel cretino di Triscelli, fa protocollare le mie lettere? Le lettere degli amici?

-Era fuori sede e all'ufficio proto­collo non hanno badato al mittente.

-Se mai dovessero venire a chiedermi un favore, questi signori che non badano al mittente, li sbatterò fuori a calci, personalmente, così sapranno che il calcio in culo gliel'ha dato il senatore Volsi. Sapranno chi è il mittente. Ma che cose, che cose! Comunque, in qualche modo metteremo rimedio a tutto questo. Chi c'è di là, ancora?

-Il segretario comunale di Castelli­no.

-Oh, maledizione! Quel rompiscatole! Ed io che a Roma ho dimenticato la sua pratica! Fallo passare. Anzi no, chiamo io la mia segretaria.

 

Scena quarta

-Adriana? Fammi un favore: telefona al dottor Celli, quello delle poste, e chiedigli se può passare da me. Digli che ho notizie per lui. Se ti dice che non può venire, se vuole parlarmi, me lo passi, diversamente digli che l'aspetto. Fa' entrare il segretario di Castellino.

-Carissimo segretario! Venga, venga, s'accomodi. Come sta, come andiamo? Lei ha sempre un aspetto così florido che fa invidia. Secondo me lei fa molto l'amore, ecco perché si mantiene così.

-Ma senatore, che dice mai! Alla mia età!

-Non faccia il modesto, sappiamo parecchio sul suo conto. Ma lei è qui per la sua pratica, immagino. Dunque, lei sa che il problema che la riguarda è di competenza del Ministero dell'In­terno. E sa pure che in questi giorni il ministro è nella bufera per quell'accusa di corruzione.

-Veramente ha solo ricevuto un avviso di garanzia.

-Solo un avviso di garanzia, dice lei? Ma lei lo sa che clima si respira, a Roma? Lo sa che oggi, soprattutto al nord, se lei starnuta fuori tempo, mi scusi l'espressione, la sbattono in galera?

-Mi scusi, ma che c'entra tutto questo con la mia pratica?

-Mi chiede che c'entra. Se un povero cristo (suona il telefono). Sì? Addi­rittura! Questi telefonini sono bene­detti, a volte. Avvertimi appena arri­va. Che le stavo dicendo?

-Parlava di un povero cristo.

-Quale povero cristo? Non so più. Quello che volevo dirle è che non sono assolutamente riuscito a parlare col ministro. Gli ho telefonato, il suo segretario particolare s'è sempre annotato il mio numero di telefono, ma lui non mi ha telefonato. Infine sono andato a cercarlo personalmente - cosa non farei per lei! - e proprio quel giorno era fuori Roma. Mi dispiace, veramente.

-Accidenti... Accidenti. Come devo fare?

-Amico mio, non casca il mondo. Vede, io devo tornare a Roma fra una decina di giorni... (il telefono). È qui? Un solo secondo. Io devo tornare a Roma e la prima cosa che farò sarà tentare di risolvere il suo problema. (alzando­si) Va bene? E' contento?

-(alzandosi anch'egli) Ma non po­trebbe telefonare?

-Ma se le dico che non ho ottenuto niente, per telefono!

-Tentare non nuoce.

-E va bene, tenterò ancora per tele­fono, ma ora per favore vada via, ché c'è di là il Direttore Generale delle Poste. Non possiamo farlo aspettare. Arrivederla, arrivederla.

 

 

 

Scena quinta

-Carissimo dottor Celli, lei è un lampo! Ma come fa, vola?

-Mi trovavo già da queste parti...

-Ed è subito arrivato. Si accomodi, si accomodi. Gradisce un caffè? Abbiamo la macchinetta del caffè espresso.

-No, grazie, l'ho appena preso. E allora, senatore, in cosa posso esserle utile?

-Comincerò col darle notizie della pratica del finanziamento dei super-computer. Come lei saprà, negli uffici ministeriali ora c'è la moda del ri­sparmio, dei controlli, eccetera ecce­tera. Dunque il Direttore Generale ha cominciato a fare difficoltà. Costano troppo, ancora neanche saprebbero usarli...

-Lei gli ha parlato della mia rela­zione?

-Altroché, me ne ero portato una copia. Insomma, detto fra noi, credo che il Direttore abbia mangiato la foglia, ma è una persona che sa vivere. Sa benissimo che una mano lava l'altra. Dunque, siamo in dirittura d'arrivo. Lei però dovrebbe organizzare dei corsi di formazione degli operatori per dare credibilità alla cosa. Tutto sulla carta, ovviamente. Lo so che è a corto di personale. Lei fa finta di organiz­zare questi corsi, arrivano i computer, lei li sbatte nei sotterranei e intanto per lei c'è quel bell'omaggio del fab­bricante. Ho appuntamento col Direttore Generale per fine mese, la prossima volta che vado a Roma.

-Mi scusi se l'ho importunata così spesso, ma il fatto è che ho veramente bisogno di questo denaro. L'architetto è un cretino megalomane che non sa fare i conti, mia moglie per giunta gli dà sempre ragione, e ora non so come pagare gli operai... Forse dovremo sospendere i lavori.

-Ma no, ma no, direttore, vedrà che tutto si aggiusterà e la sua villa sarà bellissima. Quand'anche il finanziamen­to dovesse tardare posso farle ottenere un mutuo dal Banco di Credito, il direttore è un amico. Certo dovrebbe pagare gli interessi, ma è per poco tempo.

-Ma le banche sono così avide...

-Direttore, quando la nostra storia sarà conclusa, il costo dell'eventuale mutuo la farà ridere. Stia tranquillo. Quando si hanno degli amici, la vita diviene tanto più semplice. Purtroppo poi - ecco perché l'ho disturbata - siamo spesso chiamati a fare la nostra parte...

-Eh sì: come si dice al mio paese, non si può avere un braccio lungo per prendere e uno corto per dare. Cosa posso fare per lei?

-Niente di serio e niente di perico­loso. È solo una rognetta postale...

-Finché ci sono io, le rognette postali non esistono.

-Quando la sento parlare così mi si allarga il cuore. Dunque, si tratta di questo: il figlio di una persona che mi è stata utile vorrebbe divenire porta­lettere.

-Per questo poteva rivolgersi diret­tamente a Zanelli.

-Lo so, lo so, è una bazzecola, ma c'è un problema di tempo: il giovane dovrebbe essere inserito nella gradua­toria speciale ai sensi della 280 - dunque passare la visita eccetera - e poi dovrebbe vincere il concorso, quello i cui termini scadranno a gior­ni... Possiamo farcela?

-Perché no? Dico, non glielo do per sicuro, ma quanto meno lo mettiamo nella lista di quelli che devono essere promossi e gli amici della commissione vedranno quello che possono fare. Per la 280, ho un impiegato che conosce tutte le strade, in materia. Come ha detto che si chiama, questo giovane?

-La mia segretaria le darà tutti i dati.

-Perfetto. (alzandosi) Allora, teniamoci in contatto. Le telefono io, fra una decina di giorni?

-Ma no, le telefono io. Se appena ho la notizia positiva, dico, appena ho la certezza, le telefono io da Roma.

-Senatore, cosa posso dirle? Grazie!

-Che dice mai, sono un amico e faccio del mio meglio; per lei ed anche per le poste: forse che quei computer non potrebbero essere veramente utili, una volta o l'altra? (accompagnandolo) Mi ossequi tanto la signora... (saluti e strette di mano).

 

Scena sesta

-Adriana, hai dato a Celli tutti gli elementi per quel tale Berni? Bene. C'è qualcuno? Chi? Ah, Speroni. E che vuole? Ora? E perché? Sì, aspetto, vedi chi è. Hm. Passamelo.

Peppino? (silenzio) A questo punto?(pause fra tutte le frasi) Insom­ma è un pazzo. Addirittura. Va bene, ho capito, se c'è qualcuno che può fare qualcosa è il procuratore della Repub­blica. Chi l'ha detto? Speriamo che siano solo voci. Va bene, torna pure.

Adriana? Fai passare il giornalista.

Caro Speroni, come andiamo? Qual buon vento? La signorina mi diceva che sarebbe venuto per un'intervista?

-Esattamente, senatore. Se non le è di disturbo...

-E perché dovrebbe disturbarmi? Noi siamo buoni amici, fra l'altro. Come sta quella sua parente che siamo riu­sciti a far trasferire in città?

-Bene, bene, e la ringrazia sempre. Anzi, sono io che la ringrazio, lei l'ha aiutata per me...

-Storie vecchie, non ci pensiamo più. Parliamo di questa intervista. Si tratta del tetto programmato di spesa di cui s'è parlato recentemente in commissione?

-Veramente no, senatore.

-(alzando le mani e arrendendosi comicamente) Va bene, va bene, è lei che fa le domande.

-Senatore, io non volevo venire, oggi. Il direttore ha insistito, perché sa che siamo in buoni rapporti, ma a me non va di farle certe domande.

-Certe domande? (ride) Vuole sapere qualcosa della mia vita sessuale? Sono un drago. Vado a letto con sedici donne al giorno. Che ne dice?

-(che è rimasto serio) Senatore, mezz'ora fa hanno arrestato il sindaco di Pescalto.

-Arrestato...

-Sì. È stato fatto il suo nome, immagino che lei sappia perché, e domani il giornale pubblica la notizia. Il direttore voleva...

-Che voleva, che vorrebbe?

-Avere anche la sua versione, visto che il giornale darà grande risalto alla notizia. Sa, un senatore coinvol­to, specie in questo periodo...E poi non può nemmeno farsi scavalcare dalla concorrenza, sicché non potrà difender­la, anzi...

-Anzi che altro c'è, che vuole fare questo Giuda?

-Il direttore pubblicherà un fondo contro di lei e contro tutto il suo gruppo d’amici politici. Sono dolente di doverle dire tutte queste cose, ma mi è sembrato giusto dirgliele prima di cominciare l'intervista. Magari il direttore mi farà una lavata di capo...

-Me lo voglio sentir dire da lui stesso. Le dispiace aspettare per qual­che minuto nell'altra stanza?

-(scattando in piedi, sollevato, e raccogliendo le sue cose) Ma certamen­te. (esce).

 

Scena settima

-Adriana? Chiamami il direttore del giornale. Sì, aspetto in linea.(passa del tempo. Volsi tamburella, scribac­chia, sbuffa) Adriana! Adriana, che diavolo succede? (pausa) Se ho capito bene, prima ti hanno detto glielo passo subito e poi sono tornati dicendo il classico "è uscito"? Ma siamo impazzi­ti? Va bene, chiamami il Procuratore della Repubblica. Bestia, come quale? Ce n'è uno solo! Anzi ascolta: mentre parlo col Procuratore, e anche dopo, devi telefonare ogni cinque minuti al giornale. Io devo parlare con quel figlio di puttana: con me fa l'"uscito"? Sì, aspetto.

Eccellenza? Ho saputo da Comelli che aveva sofferto con la gola: ora come sta? Ah, è stato un mese fa? Come passa il tempo. Comunque, ora... Me ne com­piaccio, me ne compiaccio. Anch'io, grazie. Eccellenza, le telefono perché mi dicono che sia sorto un problema a Pescalto. Ora io vorrei (si interrompe di netto; poi:) Vedo, vedo. Insomma, lei è informato di tutto. Capisco. Capisco. D'accordo, ho commesso una stupidaggine, ma mi si vuole impiccare per questo? Lei non potrebbe dire una parolina, a questo pretore? Va bene, è severo, e capisco l'arresto del sinda­co, forse vuole comparire sul giornale, ma è obbligatorio coinvolgere anche me? Come sarebbe a dire, che sul piano legale il caso è identico? Eccellenza, io sono il senatore Volsi, vogliamo colpire anche il Senato? Comunque, lei può aiutarmi, lei deve aiutarmi...

Eccellenza, stiamo scherzando? Da un lato a volte sono stati aggiustati processi per gravi crimini e dall'altro non si può mettere a tacere una racco­mandazione? Ma è un incubo, questo?

(arrabbiandosi sempre più) Eccellen­za, da quando in qua lei è disarmato dinanzi ad un pretore di prima nomina? E non si può far sparire, quella dannata lettera? Da quando in qua ragiona col codice invece di ragionare con la sua testa? È questo il suo modo di trattare gli amici? Mi dica che mi sta mandando al diavolo, e almeno capirò!(pausa)

(rassegnato) Farà il possibile. Il possibile. La formula per scaricare gli importuni. D'accordo, d'accordo, lei lo farà veramente. Devo sforzarmi di cre­derci. Arrivederla, eccellenza. Arrive­derla.

Adriana? Chiamami l'avvocato Sandri. Ah, il direttore è in linea? Passamelo.

Allora, caro Sereni, che sta succe­dendo? Mi deve pugnalare in prima pagi­na? Scusi, ma che significa, che deve seguire la corrente? Il pubblico non capirebbe? E devo capire io? Devo capire io che lei fa finta di apprende­re ora dell'esistenza di un granello di sabbia, mentre fino ad oggi ha saputo e sa di autentiche montagne di roccia? Insomma, tutto dipende dal fatto che abbiamo una prova scritta: ma non ha pensato che potrei negare l'autenticità della firma? O ancor meglio, non po­trebbe far lei questa ipotesi, per fornire un alibi a chi vuole ancora sostenermi? Ma accidenti, lei mi s’impanca a giudice, mi si veste da Catone, dimenticando che lei stesso, il suo giornale, avete beneficiato del mio appoggio per contributi pubblici che non vi spettavano! Caro il mio Sereni, quei contributi non vi spet-ta-va-no, non vi spet-ta-va-no, e invece io ve li ho fatti avere e vi hanno fatto comodo, nevvero? Ah è così: lei è onesto perché quella pastetta è indimostrabile, mentre io sono un disonesto perché ho raccomandato un disoccupato. Cose da pazzi.

Chi? Ma se fino a stamattina il suo collega Bernardini era qui, con quale coraggio mi attacca? Addirittura, secondo lei lo farebbe per conto di Bernardini? Ma insomma, io sono una sorta di Cristo che ha dodici Giuda e un solo apostolo! E forse non ho nean­che quello.

Senta, riassumo: lei da domani mi darà addosso, che mi sia mai stato amico o no, che mi sia amico o no, cercando di distruggermi per vendere meglio il giornale. Per non rischiare di apparire compiacente o complice, dice. Come se difendere un innocente fosse essere compiacenti o complici. Lei non è un Giuda, sa? Lei è il re dei Giuda. Vada a farsi fottere! (e sbatte giù il telefono)

Adriana? Chiamami l'avvocato.

Sandri? Ti volevo parlare... ah, sai già tutto? E come mai? Allora sono io che sono stato informato in ritardo. Quel Peppino a volte dorme. Senti, è vero che hanno arrestato il sindaco? Anche per te la faccenda è grave, a quanto vedo. Senti, perché non vieni qui e ne parliamo? Come sarebbe a dire che c'è poco da dire? Insomma, un fesso di provincia è in possesso di quattro righe firmate da me, e questo basta per distruggermi? E comunque, tu sei il mio avvocato, dunque vieni. E perché? Solo perché siamo dello stesso partito? Ma il partito che c'entra, tu fai l'avvo­cato o no? Il partito non sarà per nulla coinvolto! Insomma mi stai la­sciando nella merda. Sarei lieto di svegliarmi e scoprire che è solo un incubo. E che dico al giornalista che mi aspetta di là? Aspetta che me lo scrivo: "nego ogni addebito e spiegherò tutto al magistrato, nel caso deside­rasse interrogarmi". E per il resto? Niente, va bene. D'accordo, assoluta­mente niente. Ma noi due... Insomma non vuoi neanche che ti telefoni. M'hai regalato quest'ultimo consiglio come si dà un pezzo di pane a un appestato, pregandolo di andare a mangiarlo lonta­no. Vai al diavolo anche tu.

Adriana? Fai entrare l'amico giorna­lista.

Scena ottava

-(Volsi appare distrutto) S'accomo­di. Dunque... Dunque, per quanto ri­guarda l'intervista le rilascio la seguente dichiarazione: "nego ogni addebito e spiegherò tutto al magistra­to, nel caso desiderasse interrogarmi". Non c'è altro. Può spegnere il regi­stratore (s'appoggia allo schienale e chiude gli occhi).

-Sta bene, senatore?

-Sto benissimo. Se vuole può anche andarsene.

-Se vuole me ne vado, ma tengo a dirle che mi dispiace, tutto quello che le succede.

-(riaprendo gli occhi) Le dispiace?

-Senatore, a parte il fatto che lei in passato mi ha favorito, o almeno, ha favorito mia cugina, sappiamo tutti come sono andate le cose, per tanti anni. Dunque non mi sento di fare la parte di colui che si meraviglia o s’indigna. Sarà stato un sistema sbaglia­to ma era un sistema che conveniva a tutti.

-(interessato) Caro... come si chia­ma?

-Speroni.

-Caro Speroni, dovrei esserle grato delle sue parole e invece lei mi addo­lora. Fino a questo momento ho avuto la sensazione che tutto questo potesse essere un incubo, ho sperato di sve­gliarmi, non mi pareva possibile che l'intero mondo fosse impazzito, solo perché un granello di sabbia è caduto fra gli ingranaggi. Ma ora lei parla come una persona ragionevole ed ho il timore che da questo incubo non mi sveglierò. Lei sembra una persona normale!

-Sono una persona abbastanza norma­le, infatti.

-E allora perché non mi dà addosso come tutti gli altri? Come lo spiega, lei, tutto quello che mi sta succeden­do?

-È semplice. Quando un ladro viene preso - mi scusi per il paragone - tutti gli altri gridano "al ladro, al ladro!" affinché non ci si accorga che sono ladri anche loro.

-Ma così, di punto in bianco?

-Senatore, se lei avesse intascato una tangente di dieci miliardi, e se la fosse fatta versare in un conto in Svizzera, ci sarebbero stati cento modi per sfuggire alla Santa Inquisizione. Ma lei ha scritto ed ha firmato. A questo punto lei è insalvabile e tutti gli altri si dissociano tenendo ben alto il pollice verso. Lei è l'unico colpevole. Il mio direttore magari scriverà che lui lo aveva già capito da prima. Scriverà che bisogna depurare la società dei soggetti non degni di rappresentarla. Scrive­rà che non si vede perché abbiano arrestato il sindaco di Pescalto e non arrestino lei. Lei ne vedrà delle belle, purtroppo.

-Insomma, se non fosse una sporca commedia, ci sarebbe da spararsi.

-Non lo faccia. Non ne vale la pena.

-Non ne vale la pena?

-Uccidendosi lei si riconoscerebbe indegno di questa società, mentre ne è degnissimo, mi creda. Lei è uno dei migliori. Mi dicono che non abbia mai intascato una lira, personalmente. Quando ha preso qualcosa è stato sempre e solo per il partito. Personalmente spero non sia vero.

-Come, spera non sia vero? È per­fettamente vero.

-Peccato. Avrei voluto concludere dicendole "vada a godersi i suoi soldi".

-Ma appunto, questi soldi non li ho.

-E allora, mi scusi se sono franco, (si alza) lei è stato un fesso.

-Sono stato un fesso. E me lo dice la persona migliore che abbia incontra­to oggi!

Gianni Pardo

22-23 Febbraio 1994




permalink | inviato da giannipardo il 5/8/2008 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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