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giannipardo@libero.it
POLITICA
31 luglio 2008
IL COMUNISMO COME PATOLOGIA
 

Un articolo di Giancarlo Perna, con una nota di G.Pardo, per chi si interessa del Prc

Dal testo di questo giornalista - famoso per la sua verve spregiudicata - risulta quanto possa essere allarmante che un partito che deve tentare una drammatica rimonta abbia alla sua testa un sognatore piuttosto che un politico.

Sarebbe strano che un liberale s’impicciasse di stabilire chi possa essere il migliore dirigente di un partito comunista, ma, partendo dallo stupore di tutti i giornali, e dalla preoccupazione per le sorti della sinistra estrema (Niki Vendola ha invocato l’intervento del 118, il soccorso sanitario), si può azzardare una tesi che potrebbe essere interessante come tema da discutere.

L’estrema sinistra si interroga sulla propria catastrofe elettorale. Si chiede se non abbia perso gli elettori associandosi con quei reprobi dei diessini e, peggio ancora, dei margheritini. Non crede infatti che il proprio peccato sia stato l’eccesso di massimalismo e l’eccesso di ideologia, si rimprovera l’eccesso opposto, quasi un imborghesimento. Per questo i delegati hanno rifiutato Vendola, che rischiava di essere ragionevole e, qualche volta, plausibile perfino per i non comunisti. Hanno preferito qualcuno che è fuori dalla realtà come loro, qualcuno che pensa di vivere nell’anno della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, qualcuno che non si è accorto dei settant’anni di fallimento del regime comunista e del discredito universale – se pensiamo che si è esteso fino alla Cina – del modello economico marxista.

E allora – ecco la tesi da dibattere – si può sostenere che il comunismo duro e puro non è né una teoria economica né una teoria politica: è uno stato d’animo. Una forma nevrotica di rifiuto della realtà in favore del sogno. In parole povere, una patologia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 luglio 2008

 

Ferrero, il valdese teorico del "niet"

di Giancarlo Perna

Il neosegretario del Prc, pupillo ingrato di Bertinotti che gli regalò la cassa integrazione alla Fiat e una poltrona da ministro con Prodi

Sconosciuto fino a due anni fa, Paolo Ferrero, detto il «Bertinotti valdese», ha bruciato le tappe incendiandole col suo giacobinismo da ultimo giapponese. Comunisti come lui non li trovi neanche tra i guerriglieri colombiani. Questo è piaciuto ai compagni di Rc che, preferendolo al mite Nichi Vendola, lo hanno eletto segretario. E si sono suicidati.

Nel biennio in cui è stato ministro della Solidarietà sociale del governo Prodi, Paolino ha riempito le cronache con le sue strampalaggini. Indossando per la prima volta la cravatta, si presentò alla seduta inaugurale del Consiglio dei ministri ed esordì: «Siamo uno contro venticinque». Con questo, notificò che avrebbe fatto il bastiancontrario in nome del proletariato. Considerava infatti i suoi colleghi del centrosinistra una congrega di ex dc, socialdemocratici, infiltrati del grande capitale. E inanellò un niet dietro l’altro. «Se toccate le pensioni, è sciopero»; «a piangere siano i ricchi».

Naturalmente si esprimeva in modo più complesso. La sua eloquenza, infatti, derivava da quella di Fausto Bertinotti, quando era ancora Bertinotti. Un misto di sindacalese e prosa giovanile di Marx. Parlando di occupazione diceva: «Il nesso tra scomposizione e precarizzazione genera una vertenzialità diffusa e processi di privatizzazione ed esternalizzazione». Se discettava di economia frullava le stesse parole: «La vertenzialità diffusa dei processi di privatizzazione ed esternalizzazione generano il nesso tra scomposizione e precarizzazione».

Il linguaggio da Pizia, il viso serio e la lenta parlata piemontese, fecero subito di Paolino un personaggio. Forte del prestigio acquisito, inondò il Paese di iniziative per modernizzarlo.

Ebbe la fissa di azzerare la severa legge berlusconiana sulla droga. Incoraggiò chi fumava spinelli dicendo: fumate e siate felici. A chi invece la roba se la inietta, propose «la stanza del buco». Un comodo locale di Stato per spararsi l’eroina. Scoppiata la polemica, Paolino replicò: «Anche i politici usano la droga». Poi, insinuò che «a farsi» erano soprattutto il parlamentari della destra e aggiunse sardonico: «Non a caso la legge berlusconiana è più permissiva sul versante della cocaina che su quello dello spinello».

Per completare l’opera, cooptò nella Consulta nazionale sulle tossicodipendenze, l’ex brigatista Susanna Ronconi. Militante di Prima linea, la Ronconi aveva partecipato con un commando all’assalto della sede Msi di Padova nel 1974. Risultato: due assassinati. A Ferrero era sembrata un’ottima credenziale e le aveva offerto il posto. Ma, subissato di proteste, dovette annullare la nomina.

Un’altra predilezione di Paolino sono gli immigrati. Fosse per lui, avrebbero carta bianca. Incontrò i sans papier e li aizzò. «È giusto che siate incazzati come bestie», disse e li spinse a organizzare una manifestazione contro il governo di cui era ministro. Disse poi che l’Italia aveva bisogno di 300mila stranieri l’anno. Sostenendo che rappresentavano una «ricchezza», usò un argomento dei suoi: «Gli immigrati ci fanno risparmiare 150mila euro ciascuno rispetto al mantenimento di un figlio (italiano, ndr) fino all’età di vent’anni». E con questo prendeva due piccioni con una fava: incoraggiava i clandestini, scoraggiando la natalità dei connazionali. È il mondo che Paolino sogna.

Per poi risolvere alla radice il problema degli illegali, ebbe quest’altra pensata: permessi di soggiorno in premio agli illegali che, trovato un lavoro, denuncino i datori. Si inviperì perfino l’allora ministro dell’Interno, Giuliano Amato, generalmente allineato e coperto. Amato sbottò: «Gigantesco favore alla criminalità che gestisce gli irregolari. Diventerebbe una sanatoria automatica». Paolino fece il broncio, si sentì incompreso e troppo progredito per un Paese di trogloditi, e abbozzò con una smorfia di disprezzo.

Il terzo fronte in cui il valdomarxista si è illustrato, è l’occupazione illegale di edifici. Scelse come capo segreteria al ministero Massimo Pasquini, responsabile romano dell’Unione Inquilini, sindacato di settore di Rifondazione comunista. L’Unione è l’arcangelo degli occupatori di case sfitte, il braccio giuridico dei ragazzotti dei centri sociali. Così sul sito internet dell’Unione e non su quello del ministero (un conflitto di interessi da manuale) l’Italia apprese che Paolino, ministro delle Repubblica, aveva solidarizzato con gli sfrattati romani di via De Lollis, simbolo della resistenza ai proprietari che rivogliono indietro il loro palazzo.

Paolino è un pio valdese della val Germanasca, Piemonte profondo. È la valle più impervia delle tre in cui dal medioevo sono stanziati i seguaci del santone, Pietro Valdo. In origine si chiamava val San Martino, ma i valdesi aborrono i santi e le hanno cambiato nome. Ferrero è nato a Chiotti di cui il nonno fu sindaco socialista. A sette anni, Paolino si trasferì con la famiglia nella vicina Villar Perosa, la cittadina degli Agnelli. Il babbo lavorava alla Riv-Fiat. Il ragazzo si diplomò all’Istituto tecnico industriale. Diciassettenne era già iscritto a Democrazia proletaria e l’anno dopo indossava la tuta di operaio alla Mvp, un’altra officina della galassia Fiat. Quanti bulloni abbia stretto è ignoto. Comunque, da subito, si specializzò in volantinaggio e propaganda di partito.

Tre anni dopo, nel 1981, la sua esperienza lavorativa si esaurì definitivamente per chiusura dell’azienda. Assurto a cassintegrato, passava in azienda solo per riscuotere il sussidio mensile. Questa fortunata circostanza di prendere soldi gratis è stato il primo regalo che gli ha fatto Bertinotti. Fu infatti il futuro leggendario Subcomandante a mettere in ginocchio la Fiat, occupandola nel 1980 alla testa delle truppe cigielline, con conseguente blocco dell’attività e liquidazione delle aziende di contorno. Grazie a lui, Paolino, a 21 anni, smise di lavorare.

Col reddito garantito e libero da impegni, il giovanotto si tuffò nella politica e nella religiosità valdese. Nel 1985, ventiquattrenne, lo ritroviamo contemporaneamente segretario piemontese di Dp e segretario nazionale della Federazione giovanile evangelica italiana.

Della Fgei si diceva che fosse un quasi sinonimo della Fgci, la gioventù comunista, ma molto più di sinistra. L’organizzazione, cuore del valdomarxismo, era stata fondata negli anni Cinquanta dal pastore Tullio Vinai, senatore della cosiddetta Sinistra indipendente, in realtà ricettacolo dei «comunistelli di sagrestia». La Fgei allevava, con metodo, barricadieri e puledri della sinistra sparsa, pci, dp, pdiuppini. Aveva un suo villaggio, l’ Agape, arrampicato sui dirupi estremi della Germanasca, sotto le cime del Cappello d’Envie e del Cornour. Qui, Paolino divenne provetto arrampicatore, oltre che ciclista, jazzista, suonatore di chitarra, violino e piano. All’Agape si riunivano anche, nei campi estivi, gli adepti delle «culture del dissenso». Arrivavano in frotte i gay e, come fra amici, i brigatisti rossi in cerca di spiritualità.

L’incontro con Bertinotti in carne e ossa avvenne nel 1991, quando Dp aderì alla neonata Rifondazione comunista. Con la nuova formazione, Ferrero alzò le vele e prese il largo. Fu mandato a Torino nel Consiglio comunale. Divenne capogruppo di Rc e rese la vita amara all’allora sindaco pds, Castellani. Nulla gli andava bene e, nel suo stile, seppellì il sindaco sotto una raffica di no.

Il pio valdese si presentava in Consiglio in tenuta no-global griffata. Sandali a stringhe, pantaloni e camicia. Metà trappista, metà capo indiano col borsello a tracolla penzolante sul fianco, marca The Bridge. Il non plus ultra del contestatore. È tuttora, secondo testimoni, la sua veste preferita quando non calca i palazzi. Guidava una Mercedes giurassica inquinante al cubo alla quale, recentemente, ha impiantato un motore più ecologico a gas metano.

Dopo un matrimonio durato 25 anni e due figli grandicelli, Paolino ha divorziato dopo «un lungo percorso di discussione» con la moglie, come ha detto in un’intervista. Del divorzio lo ha colpito che sia un fatto intimo e non «un rito collettivo» come le nozze e i funerali. Attribuisce questa mostruosità al capitalismo che ammala la società.

Fino a un anno e mezzo fa, Ferrero era il pupillo di Fausto che aveva pensato a lui per la successione. Poi tra i due è sceso il freddo, forse per l’estremismo di Paolino che predica ossessivamente il ritorno al comunismo d’antan. In effetti, in queste ultime settimane aveva adottato un nuovo slogan per propiziarsi l’elezione a capo di Rc: «Dove il pensiero è debole, la Fiat è forte» e, viceversa: «Dove il pensiero è forte, la Fiat è debole». Come dire, se si tornerà al marxismo autentico, tramite lui, la Fiat è spacciata.

Tanto, sottintende Paolino ripensando alla propria esperienza, c’è sempre la cassa integrazione per vivere a sbafo

 




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CULTURA
29 luglio 2008
COSE DA SCIMPANZÈ. MA NON SOLO
 

Un articolo del New York Times riferisce interessanti ricerche sui vocalizzi di alcune scimmie durante l’attività sessuale.

I  ricercatori hanno notato che le femmine di babbuini e scimpanzè spesso emettono forti grida durante l’accoppiamento. Poiché questo comportamento potrebbe segnalarle ai predatori, è stato necessario scoprire che utilità esso potesse avere per la specie.

La prima ragione che si è trovata è, per così dire, di pubblicità. Facendo sapere in giro che si è disposte all’accoppiamento si attirano altri maschi con cui accoppiarsi in modo che – questo è il punto centrale – ciascuno di loro possa pensare poi di essere il padre del piccolo e non sia aggressivo con lui fino ad ucciderlo, come a volte avviene. Il fenomeno è infatti corrente: presso i leoni, il giovane che scaccia il vecchio capobranco uccide tutti i piccoli affinché le femmine entrino presto in calore e possano ricevere i suoi geni.

Gli studiosi Simon Townsend, Tobias Deschner e Klaus Zuberbuhler hanno però dimostrato che le scimmie non sempre emettono questi suoni. In particolare hanno visto che lo fanno o no prendendo in considerazione la situazione sociale. Seguendo la vita sessuale di sette scimpanzè femmine nella foresta Budongo (Uganda) e registrando su nastro circa trecento accoppiamenti, hanno scoperto che in due terzi degli incontri le femmine non emettevano nessun grido. Dunque il principale scopo dei suoni non era quello di attirare altri maschi. Gli etologi hanno però osservato che le scimmie tendevano a non far rumore quando c’erano femmine di alto rango, nei dintorni (si sa che fra gli animali sociali si formano livelli sociali diversi), mentre emettevano i suoni soprattutto quando si accoppiavano con maschi di alto rango: e questo è stato facile da spiegare.

Non appena sono fertili, le femmine delle scimmie, per evitare il pericolo dell’incesto, tendono ad associarsi con un gruppo diverso. Ovviamente le femmine di quel gruppo le vedono come rivali nella conquista dei maschi e delle loro attenzioni (per se stesse e per la loro prole): e questo può renderle aggressive. Dunque non devono farsi notare durante l’accoppiamento con un maschio non di alto rango, perché rischierebbero soltanto di ottenere che quelle intervengano e pongano fine al “divertimento”. Viceversa, se il maschio è di alto rango, non solo saranno protette dalle altre femmine, ma potranno con le loro grida attirare altri maschi di alto rango, rendendo incerta la paternità e proteggendo così il nuovo nato (segue l’originale dell’articolo).

Il lato interessante di queste osservazioni etologiche è che, come spesso avviene per i primati, i dati che valgono per loro valgono anche per noi. La moglie che ha avuto un bambino dall’amante fa di tutto per tenere questo fatto segreto, perché diversamente ne conseguirebbe, a parte il ripudio, una serie di maltrattamenti nei confronti del piccolo illegittimo. La cosa migliore è che tanto l’amante che il marito credano loro il bambino: e questo implica l’ovvio riferimento a “Filumena Marturano”, di Eduardo De Filippo. In secondo luogo, ogni ragazza è felicissima se riesce a farsi vedere al braccio di un “maschio di alto rango”: un giovane bello, oppure ricco, oppure celebre. Anche a non divenire la sua donna, è riuscita a farsi considerare desiderabile ai più alti livelli. Se invece non ci riesce, se ottiene solo le attenzioni di un maschio di basso livello, si rifarà intimamente con le sue qualità segrete. Il romanticismo, in questo senso, sembra proprio un ripiego.

L’antipatia con cui la scimmia nuova venuta è vista in una tribù è tutt’altro che stupefacente. I maschi vedono infatti in lei un’occasione di accoppiamento, le femmine una pericolosa concorrente. E fra gli esseri umani l’antipatia è tanto più forte quanto più la nuova venuta è attraente. La gelosia non è dunque un fatto sentimentale, come si tende a credere: è una strategia di sopravvivenza per i propri geni e uno dei mezzi attraverso cui funziona la selezione. La stessa morale sessuale sembra tendere alla stabilità della coppia e ad ottenere dal maschio la collaborazione nelle cure parentali: ma soprattutto per la scelta del partner funzionano alcune delle regole dei babbuini e degli scimpanzè.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

27 luglio 2008

 

In Chimps, Loud Sounds During Sex Reflect Careful Calculation. By NICHOLAS WADE (New York Times)

Intricate as the mating dance may be among people, for other primates like chimpanzees and baboons it is even more complicated. This is evident from the work of researchers who report that the distinctive calls made by female chimpanzees during sex are part of a sophisticated social calculation.

Biologists have been puzzled by these copulation calls, which can betray the caller’s whereabouts to predators. To compensate for this hazard, the calls must confer a significant evolutionary advantage, but what?

The leading explanation involves the way female primates protect their offspring. Male chimps and baboons are prone to kill any infant they believe could not be theirs, so females try to blur paternity by mating with as many individuals as possible before each conception. A side benefit is that by arranging to have sperm from many potential fathers compete for her egg, the female creates conditions for the healthiest male to father her child.

The calls that female chimps make during sex seemed to be just part of this strategy. By advertising a liaison in progress, biologists assumed, females stood to recruit many more partners.

But the study, by Simon Townsend, Tobias Deschner and Klaus Zuberbuhler, shows that in making calls or not, the females take the social situation into account. The researchers monitored the lively love lives of seven female chimps in the Budongo Forest of Uganda, making audio recordings of nearly 300 copulations. In two-thirds of these encounters, they found, the female made no sound at all. This finding undermines the thesis that the principal purpose of copulation calls is to instigate rivalry among males, the researchers reported in the scientific journal PLoS One.

Chimps are particularly likely to be silent and conceal their liaisons when higher-ranking females are nearby. They were most acoustically exuberant when cavorting with a high-ranking male. The reason may be that other higher-ranking males are likely to be around, too, and by advertising her availability to them a female chimp may gain many influential protectors for her future infant.

The calculus changes when higherranking females are around because they are likely to attack the caller and break up the fun. To avoid incest, young females leave their home group and try to integrate with neighbors by offering themselves to socially important males. But the resident females tend to be obstructive, perhaps because they see them as competitors for male protectors and desirable feeding areas.

Though human vocalizations during intercourse have not been much studied, they do have “a quite elaborate acoustical structure, which suggests some kind of communicative function," said Dr. Townsend, who is at the University of St. Andrews in Scotland. Copulation calls are not a feature of public life in Western societies, but the situation could be different in hunter-gatherer groups, which enjoy little privacy.

Female chimpanzees have sexual swellings during their receptive period. They remain visible for several days, but chimps ovulate on one day. A female gives her copulation calls throughout the period, concealing her most fertile time from the males.

“If she was truly interested in meeting with the best males, she should do all her calling during that narrow window when it matters," Dr. Zuberbuhler said. “But she doesn’t. She conceals the time of ovulation by calling throughout her cycle."

 




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CULTURA
27 luglio 2008
LA CORDA SPEZZATA
 

Considerazioni giuridico-politiche sul Lodo Alfano

Un’insegnante di storia e filosofia nei licei (il top della cultura) diceva di essere più che perplessa, riguardo al “Lodo Alfano”. I cittadini devono essere tutti uguali dinanzi alla legge, nessuno ha il diritto di sottrarsi ad essa. Violare questo principio è violare la Costituzione. Inoltre, ribadiva, i giudici, anche quando accusano qualcuno o gli impongono la custodia preventiva, applicano la legge: come è concepibile che sia “ingiusto” agire secondo le leggi? Queste affermazioni sono semplici e chiare e tuttavia, riflettendoci, non stanno in piedi.

Per decenni, fino ai primi Anni Novanta, è esistita l’immunità parlamentare. Dunque deputati e senatori erano già cittadini “più uguali degli altri”, come recita l’abusata citazione, senza violazione della Costituzione.  Per quanto poi riguarda l’agire “secondo le leggi” non bisogna essere ingenui. Il magistrato penale gode di una notevole discrezionalità, che in qualche caso lascia spazio al puro arbitrio. A qualcuno che chiedeva che cosa dovesse considerarsi “prova”, nel processo penale, un giurista rispondeva sconsolato che “prova è ciò che convince il giudice”. Anzi: “Prova è ciò che il giudice dichiara essere prova”.

Questo vale anche per quanto riguarda la magistratura inquirente. Questa non ha il potere di condannare nessuno ma può benissimo mettere in galera qualcuno sulla base di una presunta pericolosità sociale o sulla base di un fantomatico pericolo di reiterazione del reato; sicché un cittadino passa mesi – a volte anni – in carcere per poi vedersi magari assolvere con formula piena. È stato vittima di un arbitrio? Probabilmente, ma l’inquirente non deve nemmeno chiedergli scusa: ha seguito il suo “libero convincimento” e tanto basta. Nessuno è stato sottoposto a procedimento disciplinare per un fatto del genere. Neppure quel magistrato pugliese che ha tenuto a lungo in galera il Pappalardi, con l’accusa di avere ucciso i due figli, mentre poi la Cassazionela Cassazione! – ha stabilito che non c’era nessun elemento di prova che potesse sostenere l’opportunità di quella carcerazione.

I magistrati seguono i codici, si dice, ma i codici gli concedono una libertà così ampia da risultare in certi casi pericolosa: soprattutto perché gli organi di controllo non sconfessano mai il collega e l’azione per responsabilità civile del giudice, pur sancita da un apposito referendum, non è stata esercitata contro nessuno.

Questi rischi li corrono tutti i cittadini - direbbe tuttavia la professoressa – e non si vede perché non debbano correrli le persone in vista. E anche qui un’affermazione che pare semplice ed evidente può in certi casi essere del tutto sbagliata. Ad un ragazzino che chiedeva come mai la bestemmia fosse un peccato mortale, tale cioè da comportare le pene dell’inferno, un teologo rispondeva che chi dice “cretino!” al proprio fratello si comporta male; chi lo dice al Preside della scuola, commette un atto di gravità molto maggiore e chi infine insulta Dio, Ente dal valore infinito, commette un atto di infinita gravità. E merita l’inferno. Nel valutare l’illecito bisogna tenere conto non solo dell’azione ma anche della qualità della vittima. Se si accusa un cittadino qualunque di atti contrari alla pubblica decenza, gli si crea un enorme fastidio. Se però la stessa accusa è rivolta ad un cardinale, ne parleranno tutti i giornali e il prelato potrebbe uscirne addirittura distrutto quand’anche dopo fosse assolto con formula piena. Il semplice potere di incriminare certe persone, e tenerle sotto processo per molti anni, è un’arma devastante. Un’arma che, posta in mano ad un giudice narcisista, esibizionista, politicamente fazioso o soltanto demente, può creare danni gravissimi.

Il caso di Berlusconi è emblematico. Se in questi tre lustri fosse stato accusato di un reato e fosse stato assolto, nulla quaestio: la magistratura inquirente può benissimo sbagliarsi. Ma se l’impresa di cui è titolare per il 30% subisce circa cinquecento accessi della Guardia di Finanza, se il Cavaliere è fatto oggetto di ben sedici procedimenti penali, se infine ciò malgrado tutti i procedimenti si concludono o con l’assoluzione o con la prescrizione (che è colpa della magistratura), è proprio peregrino il sospetto che ci sia stata un’intenzione politica? Si è perfino parlato di “via giudiziaria al potere”. O alla distruzione dell’avversario politico.

L’opinione pubblica, poi, non va per il sottile. Pensa: uno che è accusato di tanti reati non può essere un fior di galantuomo. È stato assolto? Se la sarà cavata per il rotto della cuffia; perché può permettersi ottimi avvocati; perché è un furbastro. Un furbastro ma non un galantuomo. E un buon quaranta per cento degli italiani è complice di questa character assassination, assassinio della personalità.

Il diritto non è scritto nelle stelle. E non è amministrato da angeli. Da noi l’uso discutibile della giustizia è stato spinto tanto lontano da avere creato, nei politici, il comprensibile sospetto che l’ordine giudiziario intenda dominare i poteri legislativo ed esecutivo. Stabilendo magari chi ha il diritto di fare politica e chi no. E alla lunga, se un potere prevarica, è normale che il potere aggredito si difenda con le proprie armi: ed ecco che il legislativo vara leggi che tagliano le unghie ai magistrati. Se si tira troppo la corda…

I magistrati inquirenti avrebbero dovuto essere molto più prudenti, molto più moderati, molto più oculati. Non hanno messo a rischio Berlusconi, che ha dimostrato in giudizio di essere innocente, hanno messo a rischio l’equilibrio fra i poteri e l’immensa libertà di cui attualmente loro stessi dispongono.

A qualcuno il lodo Alfano non piace, ed è comprensibile, ma è solo una reazione. E se l’azione è stata ingiusta, la reazione si chiama legittima difesa. Questa legge è una pagina negativa della vita parlamentare italiana, esattamente come è negativa l’amputazione di una gamba. Ma se il rischio è che la gangrena danneggi l’intero organismo, l’amputazione è benvenuta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 luglio 2008




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POLITICA
25 luglio 2008
OBAMA FOR MOM AND APPLE PIE
  

Quando Barack Obama comparve sulla scena politica, o più esattamente sulle pagine dei giornali europei, suscitò un naturale moto di simpatia anche nei “conservatori”. Era un outsider, o – per continuare con l’inglese – un underdog, un nero che sembrava destinato a perdere soprattutto perché si scontrava con la regina dell’establishment e delle finanze Hillary Rodham Clinton: una donna la cui l’ambizione era così trasparente da apparire quasi indecente. Tuttavia, andando avanti la campagna elettorale democratica, i dati di partenza si sono ribaltati. La Clinton, pur rimanendo antipatica, si dimostrava concreta, competente ed informata, mentre Obama diveniva finanziariamente sempre più forte e politicamente sempre più vago: l’underdog era la senatrice di New York. Alla fine la corsa è stata vinta dal giovane mezzo sangue ma la stima per lui è andata running low (visto che l’inglese impera), cioè diminuendo a vista d’occhio.

Di fronte a questo cambiamento di atteggiamento emotivo c’è da essere sospettosi. La simpatia dipendeva dall’istintivo sostegno che si vuole prestare al previsto perdente, quasi per solidarietà fra falliti? Oppure la crescente antipatia per Obama è dipesa dal sentire immeritato il suo successo? O infine dal sentirlo pericoloso per il candidato preferito, McCain? Ardue domande. Non si può che rispondere sulla base di impressioni, e personali per giunta.

La caratteristica saliente di Barack Obama è quella di essere un trascinatore di folle, tanto che è stato spesso paragonato ai predicatori televisivi americani. È un uomo capace di infiammare gli animi con parole alate in cui è impossibile distinguere un concreto programma politico. Slogan come “We can!” (possiamo) non significano niente. Parlare di “Change” (cambiamento), senza indicare né che cosa si cambia né in che direzione, è pratica ciarlatanesca. Essere per valori che nessuno discute, cioè, “for mom and apple pie”, per la mamma e la torta di mele, come si dice negli Stati Uniti, è insieme il colmo della banalità e della retorica. È proprio questo che rende indigeribili i discorsi dei Presidenti della Repubblica italiani la sera di San Silvestro, e la stragrande maggioranza di ciò che dicono i Papi la domenica. Siamo tutti capaci d’indicare i mali della società e ciò che desidereremmo si realizzasse: il problema è come realizzarlo. Dire che la violenza è una cosa orrenda è un semplice truismo ma il problema è come evitarla e come difendersene: cosa che per giunta non esclude l’uso della violenza stessa.

Ecco perché alla lunga il giovane senatore può venire in uggia. Se va a Berlino per dire che bisogna abbattere i muri fra i popoli, e per questo riceve uragani di applausi, si ha il diritto di mandarlo al diavolo. I muri servono eccome. Ce ne sono stati di orrendi, come quello di Berlino, ma tutti vorremmo altissime muraglie contro il terrorismo; e non serve a niente auspicare l’accordo fra i Paesi: se uno dei due il muro lo vuole, ed anzi vuole distruggere l’altro, a che serve la predicazione di Berlino? Dopo le parole dette alla base della Siegessaüle Ahmadinejad andrà ad abbracciare Olmert? E se Olmert se ne stesse a braccia aperte ad aspettarlo, forse che questo commuoverebbe il leader iraniano?

La campagna elettorale di questo senatore si riassume così: “Non sono simpatico? Votate per me”. Ma questo è allarmante. Obama non s’impegna a fare o a non fare qualcosa: si lascia le mani totalmente libere. Chi potrebbe rimproverargli di non avere mantenuto promesse che non ha fatte? Reagan, anni fa, promise una diminuzione delle imposte che fu reputata talmente straordinaria da risultare mitologica, da costituire anzi una nuova categoria finanziaria, le reaganomics, se non addirittura le woodoo economics, un’economia da magia nera. Ma Reagan mantenne la promessa e per questo è ricordato come uno dei migliori presidenti americani. Se invece non l’avesse mantenuta, o avesse provocato disastri,  si sarebbe avuto parecchio da rimproverargli. Questo con Barack è impossibile. E non si sa per quale motivo gli Stati Uniti dovrebbero votarlo o non votarlo.

Oggi i sondaggi lo dànno come favorito su Mc Cain e dopo tutto egli potrebbe effettivamente ottenere la presidenza degli Stati Uniti. E non è neppure escluso che egli possa essere un eccellente presidente: ma questa possibilità dipende appunto dal fatto che nulla sappiamo al riguardo. Potrebbe essere il migliore come il peggiore, un uomo insignificante ma di ferro come Harry Truman oppure un “buonista” come Kennedy che però impantanò il suo paese nel Vietnam, oltre a fargli fare l’immensa cattiva figura della Baia dei Porci.

Se gli americani sono disposti a votare a scatola chiusa un sorriso, Obama è il loro uomo.

Auguri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 luglio 2008



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POLITICA
24 luglio 2008
KEEP SMILING
  

Gli extraterrestri rapiscono un oppositore cubano e un fervente di Fidel Castro. Aprono la tempia dell’oppositore e trovano dentro una sorta di liquido grigio. Poi aprono la tempia del castrista e ci trovano uno filo teso, nel vuoto. Incuriositi, lo tagliano e… cadono ambedue le orecchie.

Il diavolo propone a San Pietro una partita Inferno-Paradiso. “Non avete alcuna possibilità di vittoria, dice il santo. Noi abbiamo tutti i migliori giocatori”. “Sì, lo so. Ma noi abbiamo tutti gli arbitri”.




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POLITICA
23 luglio 2008
UNA CARTOLINA POSTALE
  

Chi viaggia in automobile e dorme ogni sera in una tenda, vive l’esperienza del nomade. Da un lato è sottoposto ai capricci del tempo  - sole, pioggia, freddo, caldo – e dall’altro ha sugli stanziali la superiorità di chi tutto guarda e nulla possiede.

Una volta un personaggio di Charles Morgan, Sparkenbroke, mentre se ne stava sotto una quercia, fu rimproverato dal proprietario. La quercia era sua, diceva il contadino, ma l’altro lo irrise: “Vostra? Voi avete solo il diritto di tagliarla e bruciarla. La quercia è invece mia nel senso che io ne capisco la bellezza”. Nello stesso modo il turista frugale ed isolato della realtà vede solo l’aspetto estetico. La cattedrale o il castello non sono suoi, ma se è per questo non sono suoi nemmeno il cielo, e il sole, e l’aria, e la strada che percorre. Chi nulla possiede è come se sorvolasse la realtà giuridica e monetaria. È nella condizione del borghese nei confronti del generale di corpo d’armata: non facendo parte dell’esercito, che l’altro sia generale o caporale fa lo stesso. È un gioco cui non partecipa.

Il viaggiatore senza meta, senza casa, senza nemmeno un tetto, è un nomade pro tempore. Perde le proprie radici e, se conosce la lingua del paese in cui va, può anche giocare con l’idea di essersi reincarnato in un altro posto. In un altro mondo in cui, al prezzo di qualche scomodità può, da zingaro, sentirsi il padrone del mondo. Il profilo delle montagne, rappresentazione visiva della vita monotona dei valligiani, è per lui una frazione minima di caleidoscopio.

Il viaggio – questa astrazione – è una inevitabile riflessione sull’insignificanza e sulle contraddizioni dell’intera realtà. Da un lato cambiano le città e le strade, dall’altro si ritrova al suo posto, dopo anni, un vecchio albero: tutto può cambiare, molto rimane lo stesso, e alla lunga tutto finisce. Come ci ha ammoniti Paul Valéry, anche le civiltà sono mortali. Forse proprio per questo l’occhiata distratta che il nomade dà alle case, alla gente, ai monumenti, e perfino alla stessa natura, è la migliore valutazione dell’esistenza. Se la si prende sul serio, questa è una storia narrata da un idiota, piena di rumore e di furia, che non significa nulla”, come scriveva Shakespeare. Se invece non le si dà importanza, è una serie di belle immagini da osservare e gustare con malinconica leggerezza, come può fare il nomade: estraneo a tutto, ma non alla vanità del tutto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 luglio 2008




permalink | inviato da giannipardo il 23/7/2008 alle 11:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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