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CULTURA
31 dicembre 2008
DI PIETRO NEL MITO

DI PIETRO NEL MITO

Gli antichi Greci vedevano i lampi e percepivano i tuoni esattamente come noi. Ma mentre noi abbiamo nozioni di cariche positive e negative, loro potevano solo inventare una spiegazione mitologica: Giove tonante. E tuttavia per certi argomenti siamo nella loro stessa situazione. Ecco una serie di interrogativi cui nessuno sa dare una risposta soddisfacente. Come mai Di Pietro ha lasciato la magistratura? Come mai è stato sempre assolto? Come mai i pidiessini gli hanno offerto il laticlavio? E infine - mistero dei misteri, arcano degli arcani - che cosa è avvenuto nella primavera del 2008? Il Pd ha deciso di andare da solo, ha destinato al macero Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e perfino il partito socialista, titolare dell’ideologia, e i radicali li ha accolti come parenti poveri, da far mangiare in cucina con la servitù: come mai allora ha fatto un’eccezione per Di Pietro? Gli è stato consentito non solo di scampare alla catastrofe ma addirittura di farlo con la sua ragione sociale. E lui, per nulla grato, anzi con l’aria di essere inattaccabile, ha mancato subito alla parola data, ha costituito un proprio gruppo in Parlamento e ha condotto una continua politica di attacco e delegittimazione al partito che l’ha salvato. Se, al riguardo, disponessimo di tutti i dati su cariche positive e negative, non ci sarebbe nessun mistero: purtroppo, qui non possiamo che rifugiarci nel mito. Non ci sarà una parola di vero, ma i miti sono spiegazioni fantastiche, appunto.

Un giorno Giove si annoiava. Fece dunque venire Efesto sperando che, brutto e zoppo com’era, l’avrebbe fatto ridere. Purtroppo, quando lo vide arrivare, ebbe pietà di lui. Era solo un povero storpio che le divinità minori si mostravano al dito, sussurrando la parola “cornuto”. Si congratulò dunque per la qualità delle ultime saette che gli aveva confezionato e mandò a chiamare Hermes. “È il mio messaggero e, come tutti i rappresentanti, sa un mare di storielle”.

-Hermes, che mi racconti di bello?

-Per oggi chiamami Mercurio.

-Il nome latino. Che c’importa di quei selvaggi?

-Il fatto è che la storia che sto per raccontarti si svolge in Italia. È una storia di delinquenti che si fregano a vicenda.

-Divertente, disse Giove. E si mise comodo.

-Devi sapere che Tulito…

-Mai sentito.

-Tulito in greco; in italiano Di Pietro. Di Pietro era un pubblico accusatore senza pietà. Da solo, o con pochi amici, aveva sbaragliato il più grande partito italiano. Aveva annullato anche il Psi. Insomma dove passava lui non cresceva più l’erba. L’Italia intera era corrotta e dovunque mettesse le mani scopriva fango. Poteva dunque mettere in galera tutti e all’occasione, per fare numero, anche innocenti. Il risultato fu che alla fine dei grandi partiti rimase solo quello comunista.

-Questo non mi fa ridere, disse asciutto Giove.

-Abbi pazienza. Il fatto è che rimasero solo i comunisti non perché fossero onesti ma perché Di Pietro aveva deciso di servirsi di loro. Non aveva l’intenzione di lottare contro i corrotti, pensava alla carriera in politica e seppe cogliere un’occasione d’oro. Avendo le prove documentali del fatto che qualcuno aveva recapitato per fini illeciti un miliardo di lire nella sede centrale del Partito Comunista Italiano, in Via delle Botteghe Oscure, invece di usarle per distruggere la dirigenza di quel partito (sarebbe stato un gioco da ragazzi), mise da parte quelle carte e fece ai comunisti un discorso intelligente. Se io vi denuncio, disse, vi distruggo. Ma non ci guadagno niente. Se invece dal mio lato sto zitto e dal vostro voi mi date un seggio da senatore, mi sistemo per la vita. E voi potrete continuare a proclamarvi gli unici onesti.

Giove scoppiò in una risata che fece tremare l’Olimpo. Ripeteva tra i singhiozzi “i comunisti gli unici onesti, gli unici onesti…” Ma Mercurio proseguì.

Tutto andò come previsto. Le cose si complicarono quando il Pd…

-Che partito è?, chiese Giove.

-Il Pci, va bene? Ha cambiato nome ogni anno bisestile. Dunque il partito, nel gennaio del 2008, decise di andare alle elezioni da solo, e poiché c’era lo sbarramento del 4%, Di Pietro capì d’essere spacciato. Allora andò dai dirigenti e disse loro: io me ne fotto della vostra volontà di andare da soli. Andrete da soli, ma da soli con me.

Giove riprese a ridere. Ma il messaggero degli dei proseguì, implacabile.

Da soli ma con me. Diversamente racconto a tutti chi siete, dirò che siete corrotti al più alto livello e per grandi somme. Gli fecero ovviamente notare che si sarebbe distrutto anche lui, come accusatore e come moralizzatore, ma Di Pietro, pur essendo un uomo semplice, forse addirittura poco colto, era pieno di buon senso. Sì, lui si sarebbe rovinato, ammise. Ma era solo uno. Mentre dall’altro lato si sarebbe rovinato un intero partito. Tutto l’establishment corrispondente al trenta per cento degli italiani. Lui dunque li teneva in pugno. Tutto questo è disonesto! esclamarono i dirigenti ma lui si limitò a ridere: “Qui siamo fra noi, smettetela di dire fregnacce”.

Il risultato fu una sinistra italiana, votata da tante persone per bene, che in realtà era costituita da un partito di ricattati e da un ricattatore senza scrupoli. Gli italiani questa storia ancora non la conoscono, io invece la so perché, essendo il dio dei ladri, nell’ambiente a me dicono tutti la verità.

-Non ti preoccupare, la sapranno anche gli italiani, concluse Giove. Dirò a Clio, la musa della storia, di occuparsi della faccenda.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

 

P.S. In seguito ho letto (in ritardo) un’intervista di Maurizio Gasparri in cui il politico del Pdl dice sul serio le cose che qui sono state dette sul piano della mitologia. Ecco il testo.

"Pronto a sfidare Tonino in tv: dica come sapeva dell’inchiesta"
di Francesco Cramer (Il Giornale, 28 dicembre)

Senatore Maurizio Gasparri, ha sfidato a duello Antonio Di Pietro... Sicuro di vincere?
«Certo, lui è un moralista alle vongole, è come il personaggio del film Il moralista con Alberto Sordi dove il protagonista è un burocrate censore, moralista ai limiti dell’assurdo, ma che in realtà è un losco individuo che fa la tratta delle bianche».
Andiamo bene... L’ex pm ha già detto che la citerà in giudizio per diffamazione.
«Non ho mica paura io, è lui che fugge. Vorrei solo che rispondesse all’interrogazione parlamentare che feci negli anni Novanta per chiedere spiegazioni sul trasferimento a Vasto del figlio Cristiano».
Querela in vista, senatore. Tanto lei ha l’immunità parlamentare...
«Ci rinuncio se lui accetta il confronto con me in televisione. Decida pure ora e canale».
Da Santoro le va bene?
«Eh, eh... Oddio, uno meno fazioso no? Vado pure da Santoro se Travaglio fa una scheda delle sue su Di Pietro. Ma deve aver avuto una paresi alla mano destra: non leggo nulla su Di Pietro... Se Travaglio mi chiama scrivo io, sotto dettatura».
Dia un altro vantaggio a Di Pietro: cos’altro gli vuol chiedere?
«Perché a un certo punto Di Pietro non parla più con Mauro Mautone? Prima si chiedono favori e poi silenzio di tomba? Dica al Paese da chi e quando ha saputo dell’indagine in corso».
Ha detto che l’ha saputo dalle agenzie di stampa.
«E ha mentito. Lo ammetta davanti agli italiani».
Ma non può dire che ha avuto una soffiata?
«No, perché è un reato. Anni fa il pm Woodcock mi accusò di aver avvisato una persona indagata».
E come andò a finire?
«Archiviazione, ne uscii pulitissimo. Voglio vedere come ne esce lui. Ma ripeto: io voglio andare in tv con l’ex pm, e vorrei che venisse accompagnato dal figlio».
Di Pietro si difende: «Cristiano non ha commesso nulla di penalmente rilevante».
«Lui ha crocifisso e massacrato gente per molto meno: bastava un ammiccamento... Come al solito due pesi e due misure. Ma ora è in crisi vera, l’ha visto in conferenza stampa?».
No, che è successo?
«Incespicava e commetteva molti più svarioni lessicali del solito, che già è tutto dire. Venga al duello: porterò pure le sue pagelle».
Che c’azzeccano le pagelle? Comunque ci riveli: come sono?
«Per dimostrare chi è... No, non anticipo nulla: le farò vedere in tv».
Però s’è laureato in fretta: 22 esami in 31 mesi e lavorando pure.
«Ho sempre detto che la laurea è vera. Il mistero resta la licenza elementare».
Mastella si lamenta: «Io sono stato massacrato, mentre i Di Pietro...»
«Ha ragione. Che differenza c’è tra la telefonata della moglie di Mastella e il figlio di Di Pietro? Perché la Guzzanti non organizza una bella piazza Navona? Perché Camilleri non fa una bella poesia sui Di Pietro?».
Però Tonino ha detto: «la magistratura indaghi pure».
«Perché spera in una solidarietà di casta: cane non morde cane».
La questione morale sta travolgendo il Pd: fate fatica a non esultare per le inchieste che questa volta colpiscono gli avversari?
«Non c’è nulla da esultare: c’è solo da prendere atto che la diversità morale della sinistra non c’è e non c’è mai stata».
Nemmeno con Berlinguer?
«Macché: il Pci viveva nella melma e nella illegalità con i finanziamenti delle coop rosse e di Mosca».
Riforma della giustizia, che molti auspicano condivisa. Violante ammette: «Dobbiamo toccare il santuario dei giudici», ma nel Pd non lo seguono tutti.
«Il Pd si fa dettare l’agenda dall’ex pm. Ma sa dove nasce questo patto tra Veltroni e Tonino? Dalla tangente Enimont. Per quel miliardo di lire a Botteghe Oscure Di Pietro non ha mai incastrato nessuno. Tutti non potevano non sapere tranne Occhetto, D’Alema, Veltroni».
E quindi?
«E quindi è arrivato il collegio blindato al Mugello».

 

 


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CULTURA
30 dicembre 2008
KEEP SMILING

“Che cosa pensa del sesso sul lavoro?” “Ne penso malissimo”. “Come mai?” “Sono vetrinista”.

“E che farà, quando abbandonerà l’esercito?” “Conto di comprare un cannone e mettermi in proprio”.

Il giudice: “Se lei vuole collaborare con la giustizia, perché non comincia a dirci il nome del suo complice?” “Signore giudice, per chi mi ha preso? Mi crede capace di tradire il mio unico fratello?”




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POLITICA
29 dicembre 2008
IL PRESTIGIO DEI GIUDICI

IL PRESTIGIO DEI GIUDICI

Tutti avranno notato che nei filmati americani il giudice fruisce di un grandissimo prestigio. Nessuno mai si azzarda a contestarlo o a discutere le sue decisioni. Da che cosa dipende, questo? Non certo dal fatto che egli sia competente di diritto: fino a prova contraria, anche in Italia qualunque magistrato lo è. Il prestigio del giudice anglosassone nasce dal modo di reclutamento.

Salvo errori, in Inghilterra e negli Stati Uniti diviene giudice penale chi ha già fatto una lunga carriera nel mondo del diritto. È un legale che ha acquisito un tale credito da essere nominato prima avvocato dell’accusa e poi giudice. Ed è questa la spiegazione dell’arcano: in Italia prima  si è nominati giudici e poi si può cercare di acquistare prestigio, in Inghilterra prima si acquista prestigio e poi si può sperare di divenire giudici. Da noi il prestigio del giudice è eventuale, da loro il prestigio è assicurato, perché è esso stesso la ragione della nomina.

In Italia, dove opera un oceano di avvocati, questo sistema offrirebbe innanzi tutto il vantaggio di disporre al bisogno di un numero illimitato di giudici (accelerando così l’iter della giustizia) e soprattutto eliminerebbe il rischio gravissimo di attribuire un’autorità eccessiva ad un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, solo perché ha superato un concorso. Oggi il sistema dà un enorme potere senza contraddittorio a chi non ha ricevuto un sufficiente numero di legnate educative, nella vita: e questo può indurre ad un complesso di onnipotenza o addirittura a forme di squilibrio. Chiunque abbia frequentato un  Palazzo di Giustizia sa quanto frequente sia l’incredibile arroganza di certi magistrati. Come diceva lord Acton, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. Ogni singolo giudice, soggettivamente, si sente la Cassazione.

L’avvocato invece ha il vantaggio che, in venti o trent’anni di professione, gli capita di vedersi dare ragione mentre ha torto e molto più spesso di vedersi dare torto mentre pensa di avere ragione. Impara dunque sulla sua pelle che la sua opinione non è la legge del mondo. Vede anche quali sono i difetti dei magistrati e tutto questo lo educa ed in una certa misura lo vaccina. Se invece fosse stato giudice sin da principio, nessuno si sarebbe mai permesso di dirglieli sul muso, i suoi errori. Avrebbe emesso con tracotante sicurezza sentenze che in appello o in Cassazione sarebbero state riformate - magari con qualche acida nota sulle sue motivazioni - mentre lui avrebbe potuto serenamente dimenticarle: è ciò che normalmente avviene. Gli avvocati invece seguono qualche caso addirittura nei tre gradi di giudizio e imparano, ancora una volta per esperienza, che gli stessi giudici si contraddicono: dunque è meglio non essere troppo sicuri delle proprie opinioni e val la pena di prendere in considerazione quelle altrui.

A proposito di opinioni: non esiste nemmeno una probabilità su cento che qualcuno prenda in considerazione questa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 dicembre 2008

 




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CULTURA
28 dicembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE

QUESTIONI LINGUISTICHE

"È uno di quelli che va al mare oppure egli è uno di quelli che vanno al mare?" chiede luca. Innanzi tutto, è sicuro che bisogna dire "che vanno". Più difficile è spiegare il perché di questo errore, oggi commesso da milioni e milioni di italiani, anche ai più alti livelli. La frase principale è: "egli è uno di quelli"; ed ecco il problema: la relativa che segue si riferisce a lui o a quelli? Se si riferisse a lui, la frase diverrebbe "egli è uno di quelli che va" e non si capirebbe più che cosa fanno "quelli". Dal momento che "quelli" ci sono, è ovvio che si intende dire: "egli è uno del gruppo di coloro che vanno (e non certo va) al mare". Questo errore inammissibile si spiega col fatto che il parlante intende talmente riferirsi al soggetto da dimenticare di aver accennato ad altri. La sua frase ideale sarebbe stata: "Come molti altri, egli va al mare". Ma non c'è speranza, questo errore sembra inestirpabile. Forse passerà nella lingua come il francese "avoir l'air", avere l'aria, che viene usato anche con l'aggettivo al femminile mentre "air" è maschile. Come se in italiano dicessimo "egli ha l'aria stupido". I francesi hanno finito con l'usare "avoir l'air" come "sembler", sembrare.

Tempo da lupi e tempo da cani. Per i cani, si tratta di uno degli infiniti riferimenti sprezzanti a questi amici dell'uomo. Per i lupi si può invece dire che il riferimento è più preciso. Di solito i lupi evitano l'uomo ma, in momenti di particolare freddo, sono disposti ad avvicinarsi all'abitato per procurarsi il cibo: da questo - credo - l'espressione "tempo da lupi". "Un tempo tale che non ci stupiremmo di veder apparire dei lupi nell'abitato".

La “lenzuolata domenica di Scalfari”, come si usa chiamarla, oggi si segnala per l’uso di una lingua italiana sorprendente. Nel secondo paragrafo usa la parola “malformità”. Si conoscevano le malformazioni, ma le malformità sono una new entry. Forse presto, dopo le informazioni avremo le informità e dopo le rottamazioni le rottamità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 dicembre 2008




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CULTURA
27 dicembre 2008
SORDI

Titolo del “Corriere”: “Coro di appelli per il cessate il fuoco”. Tutti, dagli Stati Uniti alla Russia, chiedono che si torni alla tregua. Che gli Israeliani cessino i loro bombardamenti e i palestinesi il lancio di razzi. Rimane solo una perplessità: perché tutti questi capi di stato, egiziani, francesi, iraniani ecc., non abbiano chiesto la cessazione delle aggressioni nei giorni scorsi, quando i palestinesi lanciavano quotidianamente razzi e gli israeliani subivano. Che solo le esplosioni dei missili israeliani siano abbastanza forti per politici duri d’orecchio?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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CULTURA
27 dicembre 2008
LA LEZIONE ABRUZZESE

LA LEZIONE ABRUZZESE

Le vicende giudiziarie di molti esponenti del Pd hanno provocato un grande dibattito. Personaggi del calibro di Walter Veltroni o Luciano Violante sono stati molto severi. Se un politico può essere squalificato fino a metterlo in galera, per poi magari chiedergli scusa quando ormai la cosa ha avuto effetti irrimediabili, c’è qualcosa che non va. La magistratura “dovrebbe essere più prudente”. Il sistema abbisogna di correzioni. Insomma si riconosce che questi fatti sono gravissimi e non dovrebbero ripetersi.

Per chi non è di sinistra, si tratta di banalità. È in questo modo che, una quindicina d’anni fa, si sono eliminati dalla scena due grandi partiti politici italiani. Solo che allora, invece di scandalizzarsi perché un innocente era stato messo in galera ed annientato, i media e la sinistra si dedicavano con voluttà all’arresto del politico successivo, anche se poi per caso fosse risultato che anche lui non era colpevole di nulla: nel frattempo infatti la scena si riempiva di altri personaggi. La carretta che conduceva alla Place de la Révolution viaggiava sempre a pieno carico.

Per comprendere il delirio giustizialista plebeo bisogna entrare nella logica rivoluzionaria. Il popolo ha sete di sangue ed è disposto a versare anche quello degli innocenti. I giacobini avrebbero facilmente detto che tutti i nobili erano meritevoli di morte, come i comunisti avrebbero facilmente gettato in galera tutti i politici democristiani, “buttando via la chiave”.

E se proprio uno dei reietti è innocente - fatto definito appena “spiacevole” – si tratta di un piccolo prezzo pagato per una grande causa. Non c’è nulla da cambiare. L’esecutivo e il legislativo sono forse corrotti, ma non lo sono i giudici. Essi siedono su uno scranno più alto e sono degli imparziali esecutori della legge.

Santa ingenuità. Secondo l’economista Carlo Cipolla, in qualunque ambiente c’è la stessa percentuale di cretini: dunque ce ne sono anche fra i magistrati. In secondo luogo, è vero che il giudice è sottoposto alla legge, ma si possono anche fare leggi che tolgono ogni seria garanzia al cittadino innocente. Un buon esempio è costituito dall’evanescente (e gravissimo) reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Infine il magistrato non è affatto al di sopra della mischia. Prima della Rivoluzione i giudici erano fin troppo teneri con i nobili, durante il Terrore ne hanno mandati a morte a migliaia senza il minimo scrupolo. Sono questi, gli esseri superiori ed imparziali?

La Destra ha a lungo denunciato una magistratura che ha cercato di realizzare una via giudiziaria al potere comunista e la Sinistra ha vivacemente contestato questa tesi. Per essa la magistratura si è limitata a reprimere i reati, commessi soprattutto da politici di destra. Purtroppo, in questi giorni i giudici stanno colpendo soprattutto dal suo lato  e dunque si è dinanzi ad un bivio: o il Pd ammette la faziosità della magistratura (e smentisce la tesi dell’imparzialità, sostenuta per anni), oppure accetta – orrore! – che ci sono più corrotti a sinistra che a destra. Smentendo così la teoria della superiorità morale della sinistra, lanciata con squilli di trombe angeliche da Enrico Berlinguer.

L’unica certezza storica che abbiamo è che prima la magistratura ha colpito a lungo, e pressoché esclusivamente, politici di centro-destra, mentre in questi mesi sembra accanirsi pressoché esclusivamente su politici di centro-sinistra. E dal momento che non si riesce ad ipotizzare né l’improvviso decadimento morale di tutto un gruppo, né un’altrettanto improvvisa sua redenzione, è giocoforza credere che, per una concomitanza casuale o per un’azione concertata, la magistratura ha cambiato comportamento. E questo smentisce una volta per tutte l’imparzialità del magistrato che, come è riuscito a demolire la Democrazia Cristiana, potrebbe domani far sparire dalla scena l’attuale Partito Democratico. E sarebbe un uso eversivo della giurisdizione.

Nessuno dice che, se un assessore ruba, la magistratura non debba disturbarlo: solo che l’azione non deve mai avere sapore politico generale: “la destra è disonesta”, oppure “la sinistra è disonesta”. Se si riscontra un decadimento morale e giuridico dei funzionari pubblici, si è in presenza di un problema politico che deve avere una soluzione politica. Non è il singolo piccolo magistrato di un paesino sperduto che, abusando dei suoi incontrollati poteri, deve moralizzare il paese, accusando Prodi o Mastella. Oppure notificando un avviso di procedimento per mafia al Capo del Governo mentre presiede una riunione internazionale anticrimine a Napoli. Se poi la stessa magistratura dichiara quel reato insussistente si mette la coscienza a posto: ma rimane politicamente colpevole. Gravemente colpevole. E il danno all’Italia intera non è risarcito.

Non nell’interesse del centro-destra o del centro-sinistra, ma nell’interesse del Paese sarebbe bene che  la magistratura, come un fegato o un paio di reni che funzionano, si facesse ignorare e funzionasse in silenzio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

27 dicembre 2008




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CULTURA
26 dicembre 2008
KEEP SMILING
È difficile essere una donna. Se ti fai bella, è per un altro uomo. Se non ti fai bella, è che ti lasci andare.

È difficile essere una donna. Quando un uomo è promosso, è perché è più bravo e capace di altri. Quando una donna è promossa, è perché è andata a letto col capo.

È difficile essere una donna. Quando vai a letto con un uomo, sei una troietta. Se non lo fai, non lo ami.

È difficile essere una donna. Se sei tenera, sei ridicola. Se non lo sei, sei insensibile.

 



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CULTURA
25 dicembre 2008
L'ATEO NEL CONCLAVE

L’ATEO NEL CONCLAVE

Le lettere ai giornali sono per la maggior parte illeggibili. Offrono soluzioni farsesche a problemi serissimi oppure sono afflitte da un moralismo da barberia o da sagrestia. Alcune però, ogni tanto, si lamentano dell’ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato italiano: difendono la laicità del Paese e perfino la sua indipendenza in campo legislativo. E tuttavia anch’esse hanno largamente torto.

Se uno scienziato interrompesse un conclave affermando: “State perdendo tempo, ché tanto Dio non esiste”, il risultato sarebbe soltanto che il malcapitato sarebbe portato via di peso. Viceversa, se i cardinali dicono: “Lo Stato italiano non deve ammettere il divorzio”, non fanno la fine di quello scienziato. Perché in Italia si dà peso all’opinione dei cardinali. Dunque la prima risposta da dare, a chi si lamenta dell’ingerenza della Chiesa, è che il torto non è di chi parla ma di chi ascolta.

Qualcuno obietta ingenuamente che il caso dei prelati è diverso da quello di tutti gli altri cittadini. Ma l’obiezione è suicida: essi non sono colpevoli della loro autorevolezza. Se molti italiani ne seguono l’insegnamento, la Chiesa ne ricava anzi una particolare legittimazione ed ha il diritto di parlare in nome di quelli che la pensano come lei.

Qualcun altro dice che il loro intervento è insopportabile perché essi non si rivolgono solo ai fedeli, ma vorrebbero imporre il loro punto di vista a tutti i cittadini. Non dicono insomma “i cattolici non dovrebbero mai divorziare” ma “lo Stato non dovrebbe prevedere il divorzio”. Purtroppo, anche qui i laici hanno torto.

La Chiesa cattolica esercita il suo magistero su due piani. Uno precisamente dottrinale (la confessione) ed uno etico-filosofico (onora il padre e la madre). Accetta da un lato che gli uomini possano avere religioni diverse (i protestanti non ammettono la confessione e la Chiesa non chiede che lo Stato l’imponga a tutti) ma per altri argomenti ritiene di sostenere una “morale naturale” cui l’uomo ha il dovere di aderire indipendentemente dal suo essere cattolico. Gli esempi sono numerosi.

Il matrimonio  fra uomo e donna è un istituto fondato sulla natura. Quando la Chiesa si batte contro il matrimonio omosessuale non lo fa in nome della Fede ma in nome dell’umanità. Quando ha l’aria di imporre i principi cristiani anche ai non cristiani reputa di fondare il proprio insegnamento non su verità di fede ma su verità di ragione. E la retta ragione, dal suo punto di vista, si impone a tutti. Non diversamente da come si impone la tavola pitagorica.

Questa cattedrale concettuale crolla dinanzi ad un’obiezione elementare: ciò che la Chiesa ritiene verità di ragione per molti laici non è tale. Se il matrimonio, secondo quanto afferma il Code Napoléon, è “un contrat civil”, non si vede perché non possano contrarlo due cittadini qualunque. La Chiesa afferma che l’embrione ha tutta la dignità dell’essere umano e merita la stessa protezione, il laico la pensa diversamente. La Chiesa afferma che la vita dell’uomo non è nella sua disponibilità, il laico dice che la sua vita è solo sua e l’eutanasia è un atto di pietà. La Chiesa reputa che la morale imponga limiti alla ricerca scientifica, il laico pensa a Galileo e dissente vigorosamente. È una guerra senza fine che i laici vincerebbero  se solo si limitassero a non ascoltare la Chiesa. Basterebbe affermassero, nel singolo caso, che si tratta delle opinioni di un’organizzazione cui essi non riconoscono nessuna autorità.

Se invece, non appena un arcivescovo o un cardinale dice qualcosa, radio e televisione si precipitano a riferirla con deferenza, è segno che in Italia ci sono ancora molte persone sottoposte all’autorità del Vaticano. E bisogna tenerne conto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


25 dicembre 2008


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CULTURA
24 dicembre 2008
KEEP SMILING

EDIZIONE NATALIZIA

Un avvocato dalle tariffe modeste, un politico onesto e Babbo Natale trovano un biglietto da cinquanta euro. A chi va la sommetta? A Babbo Natale. Gli altri due non esistono.

“Mamma, mamma, gli angeli volano?” “Certo, piccina mia, gli angeli volano”. “E Marietta vola?” “Come vuoi che voli? Marietta è solo la donna di servizio”. “Ma ho sentito papà che le diceva Tu sei il mio dolce angelo”. “Allora hai ragione tu, Marietta volerà via”.

Un tacchino chiede all’altro: “Tu credi ad una vita dopo Natale?”

Il padre di famiglia si veste da Babbo Natale, si mette un sacco sulle spalle e va nella stanza della figlioletta di quattro anni e dice a lei e alla moglie: “Là fuori, dal bosco ecco io vengo. Vi devo dire che è proprio Natale, e dappertutto, sulle cime degli abeti, ho visto luccicare stelline d’oro”. E la bambina: “Mamma, papà si è rimesso a bere?”

Dalla Bild Zeitung. E poi dicono che i tedeschi non hanno il senso dell’umorismo!

 




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CULTURA
23 dicembre 2008
KEEP SMILING
Domande: come mai la parola “abbreviazione” è così lunga?
Perché Noè non ha ammazzato la coppia di zanzare, sull’Arca?
D’accordo, mi compro un nuovo boomerang. Ma poi come mi libero del vecchio?
Come mai non c’è cibo per gatti al sapore di topo?
Se è vero che gli aeroplani sono così sicuri, come mai i posti da cui si parte si chiamano “Terminal”?





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CULTURA
21 dicembre 2008
IL PICCOLO ERRORE

IL PICCOLO ERRORE

Un sondaggio (www.demos.it)  fornisce dei dati sugli umori elettorali degli italiani. Il centro-destra mantiene il consenso rispetto alle ultime elezioni, il Pd crolla dal 33 al 27% circa e Di Pietro balza dal 4,4 al 9,3%. Più interessanti sono tuttavia gli altri dati del sondaggio, in particolare quello sulle simpatie. Qui L’Idv riscuote addirittura il 19% mentre il Pd mantiene solo i propri fedeli. Questo significa che in molti apprezzano ciò che dice Di Pietro, e poiché egli non fa che sputare veleno su Berlusconi, il senso è chiaro: c’è ancora spazio per chi fa di questo l’unica battaglia.

Tocqueville, nell’Ancien Régime et la Révolution, ha dimostrato che molta parte delle istituzioni francesi sono sopravvissute, immutate, a quella grande tempesta. Il popolo non cambia opinione da un giorno all’altro. Quando un Paese che ha il primo grande partito fascista d’Europa passa ad avere il più grande partito comunista del mondo libero, si conferma l’amore per il totalitarismo. Per questo non è strano che personaggi come Dario Fo, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari siano passati dal fanatismo fascista al fanatismo antifascista.

Negli ultimi quindici anni una buona metà del Paese è stata allevata a pane e antiberlusconismo e il risultato è stato disastroso. Dal 1996 al 2001 si sono avuti dei governi incerti, fragili, che non hanno lasciato buona memoria di sé. Nel 2006 una pseudo-vittoria che ha dato vita ad un governo talmente inconcludente e criticabile che dopo meno di due anni è caduto, senza lasciare rimpianti. Infine, nel 2008, un’autentica disfatta.

Tuttavia in questo disastro alcuni dirigenti della sinistra, già settimane prima della caduta di Prodi, ebbero un’idea in prospettiva realmente feconda. Pensarono che nessun governo di centro-sinistra si sarebbe potuto costituire senza i Ds e la Margherita. Se dunque essi si fossero unificati e avessero rifiutato qualunque alleanza, avrebbero sfruttato un’insuperabile rendita di posizione. Avrebbero potuto dire all’elettorato: o votate per noi o disperdete i voti e vince Berlusconi. E per questo crearono il Pd. Naturalmente per il 2008 non avevano speranze; pensavano di perdere queste elezioni e riprendere il potere nel 2013. Tutto ben argomentato, tutto ben progettato, un po’ come la spedizione dell’Armada Invencible. Ma mentre quella è stata battuta soprattutto dalla tempesta, qui è bastato molto meno.

Questa è una tragedia della storia che si è ripetuta più volte. Un piano studiato fin nei particolari fallisce per un unico, piccolo errore. In questo caso il pericolo fu denunciato già sul momento (anche da noi, nel nostro piccolo) ma probabilmente agli interessati esso apparve insignificante. Forse credettero di lasciare un piccolo spazio ai nostalgici: “Chi si attarda nell’antiberlusconismo e nel giustizialismo non andrà disperso: sosterrà il nostro alleato”. Da un lato sottovalutarono la spregiudicatezza di Di Pietro, dall’altro non capirono che gli antiberlusconiani non erano pochi attardati: erano quasi tutti i loro elettori. Loro stessi li avevano voluti così e quelli non potevano, da un giorno all’altro, essere diversi. Certo, se il Pd fosse stato solo, tutti sarebbero stati obbligati a seguirlo, perché l’alternativa sarebbe stata Berlusconi: ma lasciando spazio all’ex-pm annullarono l’idea di partenza. E ora non la finiscono più di pagare per la loro dabbenaggine.

Quanto detto è corroborato dai dati del sondaggio. Il 37% è favorevole all’alleanza con la sinistra Arcobaleno, un altro 37% prende in considerazione l’Udc, solo perché in contrasto con Berlusconi e non certo per comunanza di radici ideali, e solo un 39% è favorevole all’avventura solitaria. Ma, ecco il punto: oltre il 50% - il cinquanta per cento! - è favorevole all’alleanza con Di Pietro. Questo significa che l’Idv ha coltivato così bene l’antiberlusconismo che gli elettori si dicono: se questa è la nostra politica, perché non chiamiamo a raccolta tutti quelli che la pensano come noi? Perché seguire un partito socialdemocratico che non è né carne né pesce? Il partito deve dire tutti i giorni che Berlusconi è un delinquente. Noi lo pensiamo ancora e ancora. Come ci avete insegnato voi tutti: Ds, Margherita, Rifondazione Comunista ecc, Verdi, Comunisti italiani. E Di Pietro.

E così il progetto del Pd è tramontato. Per un piccolo errore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Colgo l'occasione per augurare Buon Natale.

21 dicembre 2008

 


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CULTURA
20 dicembre 2008
PAROLE ASTRATTE

PAROLE ASTRATTE

Si è conclusa la tanto attesa Direzione Centrale del Pd del 19 dicembre e in molti ci siamo precipitati sui giornali per sapere che cosa era stato deciso. Abbiamo saputo così che Walter Veltroni ha parlato di un rinnovamento, anzi di innovazione (suona meglio), ed ha usato molte parole astratte che non val neppure la pena di andare a ricercare. E in concreto? Niente.

Qualcuno potrebbe chiedersi come sia tecnicamente possibile parlare a lungo per non dire niente e come mai, quando qualcuno ha parlato a lungo senza dir niente, alla fine non sia fischiato. La risposta è semplice: si può parlare indefinitamente se ci si tiene sulle generali e alla fine non si è fischiati se gli ascoltatori si accontentano di non essere stati allarmati.

Le parole hanno un significato che va dal concreto all’astratto, dal particolare al generale, dal definito all’indefinito. Chi dice “Desidero cento grammi di mozzarella di bufala della tale marca” si esprime in modo molto preciso, e il salumiere non può certo rispondergli: “concordo col diritto di ogni essere umano di alimentarsi conformemente ai suoi bisogni e ai suoi gusti”.

Se viceversa si dice ad esempio che si è favorevoli a una riforma della giustizia che renda più veloci i processi, migliori la certezza del diritto, garantisca una più adeguata parità fra accusa e difesa e la terzietà del giudice, che cosa si è detto? Niente. E tuttavia si può parlare a lungo. Chi descrive fini da tutti condivisi, senza scendere sul concreto, non corre rischi. Infatti, se appena dicesse “rendere più veloci i processi eliminando il grado di appello” ci sarebbe subito una sollevazione. L’accelerazione dei processi piacerebbe a tutti ma non a scapito della possibilità di difendersi da un primo giudizio folle. Un altro potrebbe dire “accelerare i processi moltiplicando per due il numero dei magistrati” ma anche questa proposta si scontrerebbe con precise obiezioni. Dove si trovano, da un giorno all’altro, settemila giuristi all’altezza di essere giudici? Dove si trova, da un giorno all’altro, il denaro per pagare loro e tutti i loro collaboratori? In quali luoghi e con quali strumenti essi potrebbero esercitare le loro funzioni? La bella proposta si sgonfia e l’oratore rischia di essere fischiato.

Nel caso della direzione di un partito una certa astrazione di linguaggio è inevitabile. Quanto più il problema è vasto, tanto più vaghi sono, almeno all’inizio, i termini che descrivono le eventuali soluzioni. È comprensibile che si cominci parlando della “necessità di un rilancio” ma poi bisogna passare ai provvedimenti per attuarlo ed è solo a questo punto che si comincia a parlare seriamente. Se non lo si fa, non si è detto niente. Ecco perché, quando Veltroni parla di “innovazione” dice bene, solo che dopo dovrebbe continuare spiegando particolareggiatamente come intende realizzarla. Il difficile non è indicare lo scopo, il difficile è conseguirlo. E sta al leader indicare la strada. Se non lo fa, è uno che vende parole. Dire: “questo è un partito di persone perbene” è una banalità di cui vergognarsi. 

La tentazione di dire cose vaghe, o addirittura di non dire niente, nasce dalla necessità di non svegliare il cane che dorme. Ogni progetto concreto disturba qualcuno e se un leader non dispone di un vero potere nato oltre che dalla carica dalla sua personale autorevolezza, qualunque ostacolo è insormontabile. Ed ecco si ha uno spettacolo come quello della Direzione del Pd.

Veltroni si è limitato ad un’omelia e poi ha lasciato che parlassero gli altri. Costoro, a loro volta, o hanno detto cose vaghe o hanno detto cose concrete (Follini, ad esempio) che gli altri non hanno approvato. Non importa. Alla fine si è acclamato lo stesso Segretario per poter dire business as usual, tutto continua come prima.

Il significato di questa riunione è che il Pd rischia di essere un morto che cammina. Perfino gli spettatori neutrali rimpiangono amaramente che non ci sia un vero leader che sappia farne un vero partito e una vera alternativa al centro-destra.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


Colgo l'occasione per augurare Buon Natale.

20 dicembre 2008




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CULTURA
20 dicembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE

Un lettrice trova erronea l’espressione “vogliti bene” e il moderatore di un forum linguistico le dà sostanzialmente ragione. Sono dolente per tutti e due ma la seconda persona dell’imperativo di volere non è “voglia”, è “vogli”, come riportato dallo Zingarelli, dal Devoto-Oli, dal Sabatini-Colletti e da altri. Dunque “vogliti bene” è l’unica forma giusta. Devo ammettere che in passato anch’io avevo trovato questo “vogliti” un po’ strano. Ma in questi casi, e lo dico alla lettrice Gabriella, bisogna avere la pazienza di aprire un dizionario. Recentemente ho sentito il giornalista Massimo Bordin usare il verbo “arronzare”, che faceva parte dei miei ricordi - nel senso che era ciò di cui mi accusava con ragione il mio maestro di pianoforte - ed ho fatto un salto. Ma questo è dialetto meridionale! ho esclamato. Però poi ho controllato lo Zingarelli ed ho visto che quel verbo esiste. O forse “ormai esiste”. Ciò che è sicuro è che non bisogna sparare affermazioni senza aver verificato.

 




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CULTURA
19 dicembre 2008
FINI STRAPARLA

FINI STRAPARLA

Quando parla un uomo politico, le sue parole sono esaminate su due piani: quello semantico normale e quello semantico sottotraccia. Ci si chiede cioè ciò che ha detto e ciò che ha fatto capire. Per quanto riguarda Fini, il suo atteggiarsi a neutrale fra centro-destra e centro-sinistra, per esempio, formalmente risale alla sua posizione di Presidente della Camera dei Deputati, sostanzialmente fa pensare alla sua volontà di distinguersi da Berlusconi e, in prospettiva, di prepararsi la strada per futuri successi. Magari con un appoggio bi-partisan.

Ecco perché si prova fastidio ascoltando le sue recenti dichiarazioni contro Riccardo Villari. Egli invoca le dimissioni di questo senatore da Presidente della Commissione di Vigilanza e parla nel contempo di “trovare una interpretazione per una revoca del mandato”: espressione che corrisponde a dire che i politici non sottopongono la propria volontà alla legge, ma cercano una legge che corrisponda alla loro volontà. Per sua fortuna stavolta si è espresso a favore del centro-sinistra e dunque nessuno gli ha fatto notare questo imperdonabile svarione giuridico.

Fini in realtà non parla per amore della legge, visto che nessuna legge impone la rimozione di quel senatore; non parla per amore della Commissione di Vigilanza sulla Rai, perché se ne è potuto fare a meno per molti mesi e ancora si potrebbe; né può avanzare il pretesto che attualmente essa non può funzionare, perché sarebbe facile rispondergli che è bloccata non dalla presenza di Villari ma dall’assenza dei membri del Pd. Il Presidente parla come parla senza alcuna necessità e solo per compiacere il centro-sinistra: questo non gli fa onore. La sua neutralità, se proprio volesse dimostrarla, sarebbe meglio espressa dal silenzio.

Altra affermazione: “La presidenza della Vigilanza per prassi va all’opposizione”. Vero. Ma da quando in qua si può, in omaggio alla prassi, attaccare e porre in non essere un diritto soggettivo, come quello di rimanere nel posto al quale si è stati eletti? E poi, Villari non appartiene forse all’opposizione?

Questo senatore, obietta ancora Fini, non è adeguato a ricoprire quella carica perché non appartiene al Pd ma al gruppo misto. Dimenticando che Villari apparteneva al Pd quando è stato eletto (e non sta scritto da nessuna parte che, venendo meno questa qualità, ne consegua la revoca del mandato), e poi che se oggi non vi appartiene più, è perché quel partito lo ha espulso. Dunque è il Pd che ha rinunciato ad avere un suo senatore come Presidente di quella Commissione.

Rimane la strada della revoca ma “questa, dice bontà sua il Presidente, mi pare una strada abbastanza difficile”. Difficile? Forse “illecita” sarebbe un aggettivo più adeguato.

Ed ecco la conclusione: “In ogni caso è opportuno e doveroso porre fine a questa anomalia". E qui si è tentati di sorridere. Opportuno? doveroso? Ciò che è opportuno e doveroso ciascuno deve imporlo a se stesso; diversamente, se lo si applica agli altri, sarebbe possibile ammantare il proprio egoismo di belle parole. Uno potrebbe dire che Rockefeller è molto, molto ricco e sarebbe opportuno e doveroso che gli versasse sul conto almeno un paio di milioni di dollari.

A volte si è costretti a rimpiangere che perfino un uomo intelligente come Gianfranco Fini parli troppo. Se stavolta gli  è andata bene, è solo perché i suoi critici hanno interesse a tacere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

19 dicembre 2008

 


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CULTURA
19 dicembre 2008
VIAGGIO

"IL VIAGGIO: UNA FUGA DA NOI STESSI PER RAGGIUNGERE NOI STESSI"

Ho deciso di farmi odiare. Per questo comincio col dire che il tema mi pare fuorviante. Oppure adatto a persone che avrebbero bisogno di qualche anno di psicoanalisi. Ed ora non mi rimane che giustificare questo punto di vista.

Il viaggio o è una necessità o è un piacere e qui, ovviamente, si parla del secondo. Cioè di qualcosa che è nato in tempi relativamente recenti, con la tradizione del Grand Tour, quel giro in Europa cui si sentivano obbligati i nobili inglesi del Settecento. Il Grand Tour aveva evidenti scopi educativi. Si trattava di farsi un’idea del mondo, delle grandi città, dei grandi monumenti, ed anche di entrare in contatto con popolazioni diverse, tradizioni diverse, mentalità diverse. Non era affatto una fuga da se stessi: i turisti non avevano da lamentarsi della loro condizione sociale e personale. Viaggiavano per situarsi meglio nel mondo civile, senza per questo rinunciare alla propria civiltà britannica ed anzi conservando, al riguardo, un sottile e incompressibile senso di superiorità. Cosa che, in tempi passati, non ha certo contribuito a rendere simpatici gli albionici.

Col Romanticismo cambiano parecchie cose. Non viaggiano più solo i nobili e i ricchi, ma anche i borghesi. Inoltre è di moda l’essere infelici. L’io diviene appassionato, umbratile, incerto, e soprattutto invadente. La parte profonda e forse inespressa di sé diviene la più importante. Il sentimento è il centro della personalità. L’interesse per il mondo – un interesse geografico, per così dire – diviene insignificante, se comparato all’interesse che si ha per sé e per le proprie vicende intime. Il viaggiatore non viaggia per vedere il mondo, viaggia per vedere che effetto gli fa il mondo. In questo senso il viaggio è una “fuga da sé”, se ci si sente infelici, o una “ricerca di sé” se non si è sicuri di chi si è. In conclusione, è il viaggio di un malato. E non c’è da stupirsene. Il Romanticismo intero è stato, dal punto di vista psicologico, una malattia. Di cui – come scrisse brillantemente Calvet nella sua Letteratura Francese – o si guarisce o si muore.

Il tema proposto dunque – senza offesa – puzza vagamente di muffa. È in ritardo di almeno un secolo e mezzo, se – tanto per dire una data – facciamo coincidere la morte del Romanticismo col 1856, anno di pubblicazione di Madame Bovary.

Un uomo sano viaggia per godersi le ferie, per conoscere il mondo, per allargare il proprio punto di vista, per fare un po’ di pratica di lingue, per godere di grandi opere d’arte e soprattutto per sprovincializzarsi. Non va a vedere che effetto gli fa il mondo. Vuole capire, nella misura del possibile, che cosa è inevitabile, in quanto esigenza comune dell’umanità, e che cosa è particolare del posto in cui si è nati. Non si mette in posa per avere sullo sfondo la cattedrale di Colonia: va a fotografare, se ne ha voglia, la cattedrale di Colonia. Perché se vuole fotografare se stesso può farlo a casa propria.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

19 dicembre 2008

 


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CULTURA
18 dicembre 2008
KEEP SMILING

“Buongiorno, sono l’accordatore”. “Io ho un pianoforte, ma non ho richiesto nessun accordatore”. “Lei no, ma l’ha richiesto il suo vicino”.

Un impiegato torna a casa con un occhi blu e la moglie gli chiede: “Ti sei ancora addormentato con la faccia sul tampone dei timbri?”

Fritz dice alla bella signora, durante un party: “Ma noi per caso ci conosciamo, abbiamo già avuto un incontro?” “Altroché, risponde asciutta la signora. E l’incontro quest’anno va in prima elementare”.

Consiglio di leggere l'articolo che segue


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CULTURA
17 dicembre 2008
NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

La “questione morale” che sta investendo il Pd è spesso trattata come un fenomeno di origine sconosciuta. Mentre un tempo i politici di sinistra erano onesti e incorruttibili improvvisamente si sarebbero messi tutti a rubare. Per conseguenza, prima la magistratura non li toccava perché erano modelli di virtù, ora è costretta a stangarli come meritano.  Quadro realistico? Per niente.

Natura non facit saltus, diceva Linneo. Non è possibile che un grande gruppo di persone sia tutto onesto o tutto disonesto, e neppure che cambi con un saltus. È verosimile che, a destra come a sinistra, ci siano politici onesti e politici disonesti, e non può esistere dunque una specifica e nuova questione morale che riguardi solo il Pd.

Questo dice la ragionevolezza. Purtroppo, non è quello che hanno detto il Pci, il Pds, l’Ulivo, l’Unione, il Pd e tutti i partiti di sinistra. Per decenni essi hanno insistito sul punto che gli altri erano cattivi e loro buoni, gli altri immorali e loro morali. L’idea che si possa sottoporre  a condanna giuridico-morale un intero gruppo politico ha il marchio inconfondibile della sinistra. Essa ha a lungo creduto di poterne approfittare. E se oggi questa tesi certamente assurda le si ritorce contro, non può protestare: è la sua idea.

Rimane solo da spiegare come mai mentre prima i magistrati, dopo avere eliminato la Dc e il Psi, colpivano solo a destra, improvvisamente si siano accorti che esistono dei “mariuoli” anche a sinistra. Maria Paola Merloni, ministro ombra del Pd, sostiene: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”. Vero, non vero? Non è quello che importa. Interessante è il riconoscimento che i giudici hanno avuto un partito di riferimento, cosa che a sinistra ci si era affannati a negare per decenni.

Che i giudici danneggino il maggiore partito di centro-sinistra, non potrebbe, in linea teorica, che fare piacere a chi non vota per quella coalizione. Ma poiché è orribile che si cerchi di vincere gettando in galera l’avversario, se pure per interposta toga, la conclusione da trarre è di genere diverso.

Non è ammissibile che la politica sia determinata dalla magistratura. Questo ordine non è espressione del popolo e il suo potere non deriva da esso. Ogni suo intervento in politica non solo non è democratico, è addirittura eversivo. È contrario alla divisione dei poteri e ai principi fondamentali dello Stato. L’immunità parlamentare, che si è fatto l’errore di abolire, nasceva dall’esigenza di impedire certi straripamenti. L’imperdonabile errore commesso dalla sinistra per tanti anni, nel non capire la ratio di quella norma, è stato il frutto di un egoismo gretto e miope. Chi a suo tempo lanciò la diversità morale non sapeva di innescare una bomba a tempo. Il “partito degli onesti”, giacobini ingenui ma pericolosi come i dipietristi, deve naturalmente fare parte del folklore. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai moralisti.

Oggi sarebbe il momento ideale perché tutti i partiti capiscano che bisogna rimettere i magistrati requirenti al loro posto, adottando serissimi provvedimenti disciplinari a carico di chi, prima, avrebbe dovuto indagare sui disonesti (anche di sinistra) e non l’ha fatto, e su chi oggi sta indagando e magari gettando in galera politici su cui non grava nessun serio sospetto. Solo perché la moda è diventata quella di dare addosso al Pd.

Coloro che hanno così a lungo invocato l’intervento dei magistrati per combattere il malaffare della fazione avversa dovrebbero capire che il malaffare in quanto tale non è caratteristico di nessuno e che l’intervento dei magistrati non è neutrale. Se il popolo delega la politica ai giudici, rinuncia al suo proprio potere, cioè alla democrazia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 dicembre 2008


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CULTURA
16 dicembre 2008
I NAUFRAGHI EGOISTI

I NAUFRAGHI EGOISTI

I pessimi risultati ottenuti dal Pd in Abruzzo, benché previsti, inducono a meste riflessioni, in particolare per quanto riguarda Walter Veltroni.

Riguardo ai capi il popolo ha due atteggiamenti contrapposti. Da un lato li disprezza, li giudica corrotti, interessati, prevaricatori e in passato persino crudeli. Dall’altro li considera intelligentissimi, giusti, benevoli e benefici. Al punto che mentre nell’Unione Sovietica avvenivano le maggiori nefandezze, spesso chi ne era vittima diceva: “Ah, se Stalin sapesse tutto questo!”

Per non parlare dei mediocri che sono solo campioni nell’arte dell’intrigo, i capi sono non raramente persone superiori alla media ma in una direzione soltanto. Sono intelligenti ma privi di senso morale (il duca Valentino); sono buoni ma del tutto inadeguati al ruolo ricoperto (Luigi XVI); sono dominatori ma poco lungimiranti (la maggior parte dei dittatori): insomma hanno una carta da giocare ma non tutte le carte. E quelle che mancano a volte li portano alla rovina.

Inoltre il capo di un governo o di un partito viene spesso visto come colui che decide ma questo è vero solamente in parte. Il singolo subisce condizionamenti molto maggiori di quelli che immagina la gente. Ciò è particolarmente vero nei Paesi democratici. Qui i leader sono uomini come gli altri che per giunta non dispongono di grandi poteri. Ed anche ad ammettere che siano superiori alla media, devono affrontare problemi molto superiori alla media: per questo non raramente si rivelano inadeguati. Procedono a tentoni, appoggiandosi a questo o a quello, cercando di non scontentare troppe persone, e sperano che tutto vada bene. L’andamento di un partito o dell’intero Paese dipende da tanti di quei fattori che sperare di dominarli è poco realistico.

È per tutto questo che il giudizio su Walter Veltroni non può essere disinvoltamente severo. L’enormità dell’errore commesso nella primavera di quest’anno, quando si permise a Di Pietro di partecipare alla coalizione, mantenendo nome e simbolo, fu ed è evidente. Non solo molti, sul momento, lo dicemmo ad alta voce, ma non riuscimmo a capacitarcene e non ci riusciamo neanche oggi. Quel grande partito si amputava della sua stessa memoria storica, ed anche di un’estrema sinistra che gli aveva comunque consentito di andare al potere, al solo scopo di presentarsi da solo e depurato di ogni scoria, e ora annullava questo vantaggio alleandosi con un giustizialista fascistoide e inaffidabile come Di Pietro? Fino ad arrivare al risultato abruzzese?

Ma – appunto - quell’errore immane si può attribuire al solo Veltroni? Dov’erano, allora, tutti i maggiorenti del partito? E se erano in disaccordo, perché non l’hanno detto? E se non l’hanno detto perché erano in minoranza, come mai la maggioranza era per Di Pietro? Qualcuno poteva realisticamente pensare di vincere le elezioni, con lui, dopo i due anni disastrosi di Prodi? Valeva la pena di vendersi l’anima per qualche decimale in più, essendo lo stesso sconfitti? Il mistero – sottolineato come tale ancora ieri da Massimo Franco sul Corriere della Sera – rimane irrisolto. Ci sono molte domande cui risponderà la storia.

Ciò che si può ragionevolmente pensare oggi è che Veltroni non è l’unico responsabile dei guai del Pd. Forse avrebbe potuto tenere un po’ più spesso la bocca a freno, ma quanto a cambiare realmente le cose, non se ne parla. Ma ormai, che fare? chiederebbe un nuovo Lenin.

Bisognerebbe dissociarsi da Di Pietro, costi quel che costi. Denunciarlo per quello che è. Lasciargli l’esclusiva di quella piazza rumorosa che tuttavia non porterà mai nessuno al potere. Meglio un’amputazione che la morte. E poi riunire un congresso in cui ognuno sia costretto a dire la sua. Ma questa soluzione non è alle viste. Gli amici del Pd aspettano che Walter si consumi fino alla trama, nella speranza di succedergli. Lui stesso, cosciente del fatto che un congresso ben difficilmente lo lascerebbe al suo posto, ritarda per quanto può questo chiarimento. Gli opposti interessi, anzi le opposte grettezze sono però pagate dal Pd. Questo partito, non che rappresentare la moderna alternativa di centro-sinistra, sembra solo una zattera colma di naufraghi egoisti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

16 dicembre 2008


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CULTURA
15 dicembre 2008
IL FASTIDIO DEL NUOVO

IL FASTIDIO DEL NUOVO

Dinanzi alla ripetizione l’uomo ha tendenza ad annoiarsi. Nessuno può aspettarsi che l’operatore del cinema si diverta ogni volta che proietta lo stesso film. Per questo, dal momento che molta parte della nostra vita è ripetitiva, l’insolito ha un suo fascino. Nessuno passerebbe il suo tempo osservando le automobili che passano, mentre potrebbe essere interessato da una sfilata di cammelli. Perché dalle nostre parti passano più automobili che cammelli.

Anche nel campo dell’arte un modulo può divenire ripetitivo. I greci hanno creato statue bellissime con tecnica perfetta e quello stile ha avuto epigoni del calibro del Canova. Tuttavia, alla lunga, quel genere di statue si è ritrovato nelle fontane, nei paralume liberty, nei giardini e infine nei negozi di laterizi. O gli artisti fanno qualcosa di diverso o sono degli artigiani.

Il grande artista, in passato, ha elaborato un suo modulo espressivo non perché volesse sorprendere ma perché in quel modo gli pareva bello creare. Michelangelo non si è detto: “dipingerò persone estremamente muscolose”; gli è piaciuto dipingere in quel modo. Beethoven non s’è detto: “Ora sbalordirò tutti con una musica ritmata e possente”; trovava bello quel tipo di composizione.

Purtroppo, il fatto che molti grandi artisti abbiano sorpreso, ha condotto ad un’inversione concettuale. Il principio non è più stato “Faccio bello, e magari sarà nuovo” ma “faccio nuovo sperando che sia bello”. La novità è divenuta un’esigenza in sé e si è anzi arrivati a dirsi “meglio brutto e nuovo che bello e vecchio”. Buona parte del Ventesimo Secolo è figlia di questo equivoco. Il risultato non è stato entusiasmante: larga parte della produzione artistica è divenuta indigeribile per il grande pubblico. Basta pensare ai tanti vicoli ciechi imboccati dall’arte: il teatro dell’assurdo, la pittura astratta, la musica dodecafonica.

Questa malattia della novità e dell’originalità è scesa ai più bassi livelli. Il bambino che indossa il berrettino con la visiera sulla nuca non sa di obbedire ad un imperativo ingenuo: quello di creare qualcosa di insolito, di buffo, di inatteso. Dimenticando che chi per primo ha portato il berretto in quel modo sarà morto da decenni. Il ragazzino non lo sa. L’ha visto fare, gli è sembrato stupefacente ed ha voluto stupire a sua volta. Questa tendenza fa seguire le mode più sciocche:  quella dei jeans scoloriti o strappati, dei pantaloni col cavallo alle ginocchia, delle minigonne anche se si hanno gambe grosse e sgraziate, di ogni sorta di comportamento o abbigliamento strano, ma visibile sui rotocalchi. Si dimentica che ciò facendo si sta seguendo un conformismo che ha dalla sua solo il vantaggio di essere nato da meno tempo di altri. Se si vuole essere anticonformisti non bisogna seguire neppure la moda dell’anticonformismo. Non è neppure un concetto difficile.

Molta parte di questo atteggiamento nasce dall’inconscia paura di un’insufficiente personalità. Per sfuggire al timore di essere assolutamente uno fra gli altri, c’è chi congela i propri capelli in una scultura che arieggia una cresta di gallo, chi compone “poesie” assolutamente incomprensibili, chi – pur di essere un “diverso”, un “ribelle”, un “rivoluzionario” – si ubriaca, si droga, spacca le vetrine o si converte al buddismo.

Sforzi vani. Da un lato, in un mondo in cui siamo sei miliardi, è difficile distinguersi dalla massa. Anzi, è tanto difficile da non essere neppure vergognoso, se si è uno qualunque. Dall’altro, la paura dell’anonimato sostanziale non si vince con atteggiamenti strani, comportamenti sorprendenti e perfino riprovevoli. La grande personalità è come la bellezza, se c’è non si può nascondere. E se si è brutti, non c’è modo di apparire belli.

Dal punto di vista artistico, non è raro sentire un’estrema stanchezza quando si sente parlare di novità, di originalità, di denuncia, di provocazione, di opera di rottura. Ci risiamo, uno pensa. Ancora qualcuno che, pur di fare nuovo, fa brutto.

È allora che si sente il bisogno di andare a rileggere una tragedia di Sofocle o di riascoltare una cantata di Bach. È il momento di andare a ritrovare chi una grande personalità l’aveva e non doveva né cercarla né fingerla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

15 dicembre 2008

 


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CULTURA
14 dicembre 2008
L'ASSOLUZIONE

LA TRAGEDIA DELL’ASSOLUZIONE

Ogni processo penale si conclude con una condanna o con un’assoluzione. Salvo ad essere malevoli, di quest’ultima non si può essere che contenti. Si può essere delusi per il fatto che non si è trovato il colpevole ma bisogna che sia il reo, a pagare, non qualcun altro.

L’assoluzione è un fatto positivo per l’accusato e dimostra lo scrupolo con cui è amministrata la giustizia: ma è una sconfitta per l’amministrazione della giustizia in generale. Significa che la polizia e i vari magistrati che hanno lavorato al caso, fino a mandare l’imputato a processo, hanno operato male. Se fossero stati più accurati, più competenti, più scrupolosi, non avrebbero fatto perdere tempo ai giudici; non avrebbero fatto spendere un bel po’ di soldi allo Stato (i processi costano moltissimo) e soprattutto non avrebbero fatto pagare carissimo ad un cittadino innocente, in termini di denaro e in termini di angoscia, la loro inefficienza. L’assoluzione è un trionfo della giustizia ma una sconfitta dello Stato.

Purtroppo in Italia non solo si rinvia disinvoltamente a giudizio ma a volte si tiene l’accusato in carcere non tanto per evitare l’inquinamento delle prove o il pericolo di fuga - come dice compuntamente il codice – quanto perché “così un po’ di galera se la sarà fatta”. Il p.m. abusa della legge e si sostituisce al giudice naturale.

Tutto questo è già abbastanza drammatico ma negli ultimi decenni la situazione si è perfino aggravata. È fisiologico che il giudice assolva qualcuno: ma se questa assoluzione arriva dopo che si è accusato a lungo  una singola persona per molti reati, si ha contemporaneamente la riprova dell’accanimento dei requirenti e dell’inconsistenza dell’imputazione. Il risultato è che si delegittima la stessa magistratura.

Anche i sassi sanno che un gruppetto di magistrati avrebbe amato vedere Giulio Andreotti in galera. O quanto meno morto mentre era accusato di reati infamanti. Purtroppo per loro, il senatore è longevo ed è stato costantemente assolto. Qualcuno (uno scandalo giuridico) si è contorto per dichiararlo colpevole malgrado il proscioglimento ma gli italiani hanno capito una cosa: che se appena appena Andreotti fosse stato colpevole di avere sputato per terra, i giudicanti l’avrebbero stangato. Se non l’hanno fatto, è perché non sono disonesti. Ma la conseguenza è la perdita di fiducia nella giustizia. Se qualcuno oggi accusasse Andreotti, molti direbbero: ma lasciatelo in pace! Quand’anche stavolta fosse colpevole.

Un secondo esempio: coorti intere di magistrati sarebbero stati felici di veder condannato ed eliminato dalla scena Corrado Carnevale, il quale invece ha sempre vinto, in ogni stato e grado di procedimento, sia penale che amministrativo. Qualche requirente aveva messo da parte la bilancia e la spada per attentare alla vita professionale di un alto magistrato garantista: per fortuna esiste ancora una magistratura giudicante che non si presta a queste infamie. Ma, anche qui, che figura ci hanno fatto, gli accusatori?

Un esempio ancora è Silvio Berlusconi. Da quando è sceso in politica, la Guardia di Finanza, non certo per propria iniziativa, è entrata poco meno di cinquecento volte negli uffici delle imprese di Berlusconi alla ricerca di reati. Nientemeno, alla ricerca di reati: come se la magistratura fosse sfaccendata e dovesse cercarsi il lavoro. Il Cavaliere è stato fatto oggetto di una miriade di accuse e di processi, uscendone sempre assolto, col risultato che alla fine gli italiani hanno giudicato i magistrati inaffidabili, faziosi, politicizzati e peggio. Oggi, se Berlusconi fosse condannato, molti penserebbero: è solo che stavolta hanno organizzato meglio la calunnia. Il fatto che si possa pensare questo è una catastrofe.

Tutto questo senza parlare di Enzo Tortora, di Calogero Mannino e di tanti altri.

Gli accusatori dovrebbero capire che l’assoluzione dell’imputato non è un caso anodino: è la loro personale sconfitta. La prova che hanno lavorato male. Che si sono lasciati trascinare dall’istinto del cacciatore che corre dietro la preda non per motivi alimentari ma per il piacere di ammazzarla. Non ci si deve stupire se il prestigio dei magistrati è al suo minimo storico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

14 dicembre 2008

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CULTURA
13 dicembre 2008
KEEP SMILING

Un uomo è scurissimo in volto e un amico gli chiede premuroso: “C’è qualcosa di serio che non va?” “Sono preoccupato a causa di mia moglie”. “Che cos’ha?” “La mia automobile, in questo momento”.

Un contadino si arricchisce e va, per la prima volta, in un ristorante di lusso. Legge la lista e non capisce. Chiama il cameriere e chiede: “E che cos’è questo caviale?” “Sono uova di pesce, signore”. “Ah bene. Me ne porti due in omelette”.

La moglie, col matterello in mano, aspetta sulla soglia il marito ubriaco che rientra a casa alle tre del mattino. Quando lo vede gli dice indignata: “Ed hai il coraggio di guardarmi in faccia?” E lui, mesto: “Ci si abitua a tutto”.




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CULTURA
12 dicembre 2008
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

LA SINISTRA E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Quando si parla di riforma della giustizia molti aprono la bocca e le danno fiato. Qualcuno, più colto, prende un’aria pensosa e dice: “Bisognerebbe cambiare il modo di amministrare giustizia per assicurare ai cittadini, accanto alla certezza del diritto, valore inalienabile e fondamentale della vita associata, un giusto processo soprattutto per quanto riguarda i tempi stessi della pronuncia, dal momento che una sentenza che arriva tardi, dopo molti anni, costituisce comunque una denegata giustizia. Non a caso l’Italia è stata più volte condannata nelle sedi internazionali. È tempo che tutto questo finisca. Tutte le parti politiche devono sentire il dovere di attivarsi in questa direzione, al più presto e al di là dei vari steccati che dividono le fazioni. L’interesse dei cittadini non può che occupare il primo posto”. Bla bla. Purissima quintessenza di bla bla. Bisognerebbe vergognarsi di allineare tante banalità.

La cosa triste è che c’è chi, parlando così, crede di contribuire alla riforma della giustizia. Un crimine di leso buon senso.

Accanto agli sciocchi puri e massicci c’è però chi sembra cretino e non è. Un leader può essere obbligato a dire la sua su certi problemi mentre è cosciente che, se lo farà, si metterà nei guai: a questo punto può preferire sparare parole vuote e passare per un imbecille. È un caso frequente nel centro-sinistra, in questi giorni. Nessuno può negare lo sfascio dell’attuale amministrazione della giustizia ma nessuno è in grado di formulare una riforma, perché al riguardo regna un totale disaccordo. Se qualcuno osasse proporre qualcosa di concreto si vedrebbe dare addosso da molti del suo stesso partito. Per non parlare di Di Pietro che è contro tutto e tutti. E allora quel discorso vacuo diviene l’unico possibile.

La sinistra non è in grado di offrire né un progetto né un minimo di collaborazione. Oggi è dunque costretta a puri esercizi di retorica, domani contrasterà la maggioranza quale che sia la proposta. Dirà no a qualunque cosa, a qualunque piano, a qualunque progetto, a qualunque riforma. In queste condizioni, come biasimare Berlusconi quando dice che con questa opposizione il dialogo non è possibile? Ha semplicemente capito con chi ha a che fare.

La maggioranza ha i numeri per andare avanti da sola ma il pessimismo prevale lo stesso. È improbabile che si riesca a varare la riforma della giustizia. Se ci si riesce, sarà col voto della sola maggioranza e passando oltre la feroce opposizione della minoranza, dopo un’autentica battaglia. Infine non è detto che la nuova organizzazione migliori di molto la realtà. Se si è giunti alla situazione attuale è colpa dell’intera nazione. Dei magistrati che lavorano poco. Del Parlamento che non ha mai nemmeno tentato di provvedere. Di quei partiti che hanno approfittato del sostegno dei giudici e per questo non hanno mai voluto disturbarli. Degli italiani che non hanno mai seriamente protestato. Che hanno reagito molto più vivacemente per l’eventuale modifica dell’articolo diciotto dello Statuto dei Lavoratori che per il fatto che in Italia rivolgersi alla giustizia è divenuta un’idea stravagante che prelude ad un’impresa disperata.

Le istituzioni sono la conseguenza del livello di civiltà e di maturità di un popolo. E questo livello non si migliora con una riforma.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 11 dicembre 2008


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POLITICA
11 dicembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE
utti noi apprendiamo le parole non cercandone la definizione o l’etimologia nel dizionario ma nell’uso concreto. Se uno dice “passami quel coltello”, indicandolo col dito, dà quella che qualcuno ha chiamato “definizione ostensiva”. Da quel momento, anche se uno non avesse mai sentito parlare di coltelli, saprebbe che quello è un coltello. E se invece di dire coltello si è detto “couteau”, knife”, “Messer”, è questo che si imparerà. E vale anche per i concetti astratti. Se si scrive: “Il provvedimento suscitò un tale malcontento da provocare una xxx: la gente scese in piazza, cominciò ad attaccare la polizia e i palazzi del governo…” anche senza mettere, al posto di xxx “una sommossa, “una rivoluzione”, il concetto è chiaro. Inoltre se invece di scrivere “una sommossa” scrivessimo “una  stràgula”, da domani questa parola inesistente sarebbe un sinonimo delle altre. Impariamo le parole dal contesto in cui le vediamo usare. Ecco perché tramontare non ha più niente a che vedere con i monti e il sole tramonta sul mare, sul ghiaccio, sugli alberi.
Quanto al contrario di misogino la parola dovrebbe essere ginofilo. Putroppo somiglierebbe troppo a “cinofilo”: e per fortuna non esiste. Rimane un’alternativa: donnaiolo o innamorato delle donne, secondo che si tratti di un sottaniere o di un Casanova.



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POLITICA
10 dicembre 2008
IL "CORRIERE" DIFFAMA VELTRONI
Il “CORRIERE” DIFFAMA VELTRONI
Nel “Corriere della Sera” on line si dà conto di una dichiarazione congiunta di Veltroni e D’Alema e in uno “strillo” si scrive che “la questione morale riguarda la destra”. In un altro, fra virgolette, si scrive; “la questione morale non c’è”, come se l’avessero detto i due politici.
Se uno non ha la pazienza di andare a leggere il testo può ricavarne l’impressione che quei due famosi leader tocchino il colmo della disonestà. Chi dice che la questione morale a sinistra non c’è somiglia ad un naufrago che neghi l’esistenza del mare. Né ha senso dire che la questione morale “riguarda la destra” nel momento stesso in cui sommerge la sinistra. L’arroganza stupida è patetica. Uno ripenserebbe a Totò che rideva mentre un tizio lo schiaffeggiava chiamandolo Pasquale “perché lui non si chiamava Pasquale”. Infine, il principio secondo cui se c’è una questione morale non può che riguardare la destra è sciocco come negare, mentre si sta morendo, che la malattia si chiami cancro. Il problema non è nominalistico. Se oggi nel Pd si parlasse di “scandali giudiziari” tutto migliorerebbe?
Per fortuna, per quanto male sia messa la sinistra, essa non ha leader talmente cretini o talmente in mala fede da dire le cose che fa immaginare il “Corriere”. Nell’articolo si legge infatti: l’ufficio stampa del Pd spiega che Veltroni e D’Alema «hanno convenuto sul fatto che vi sono episodi preoccupanti che certamente non bisogna sottovalutare». E dunque non hanno affatto detto che “la questione morale non c’è”. Inoltre - e sono parole della dichiarazione congiunta - “ritengono del tutto pretestuosa la campagna nei confronti del Pd tesa a delegittimare il partito e a investirlo di una complessiva questione morale che riguarda anche e soprattutto la destra». Che si dica anche e soprattutto, nella polemica politica, è comprensibile. Ma anche e soprattutto non significa soltanto e costituisce anzi l’ammissione del crollo del dogma secondo cui la sinistra è sempre morale e irreprensibile e rappresenta il bene contro il male. Lo stesso Veltroni sostiene ora: «La questione morale non può essere brandita né dagli uni né dagli altri. Non bisogna fare di ogni erba un fascio. E non dimentichiamo che esistono esponenti di governo che hanno avuto rapporti con la camorra». Anche se l’accenno al fatto che in Campania, dove impera la sinistra, siano gli esponenti del governo ad avere rapporti con la mafia è un po’ azzardata.
Il modo in cui il titolista del “Corriere della Sera” riporta le idee dei due esponenti politici è assolutamente imperdonabile. Non si tratta nemmeno della volontà di calunniare o ridicolizzare Veltroni e D’Alema: in  via Solferino il Pd non è sentito come un partito nemico e il direttore Paolo Mieli si è pubblicamente schierato con esso, in occasione delle ultime elezioni. È solo una manifestazione di quella sciatteria intellettuale e di quella tendenza al clamoroso a spese della verità che caratterizza tanta parte dei media. E che induce al disgusto.
Se ne fornisce una dimostrazione esemplare riguardante due personaggi, Veltroni e D’Alema, che dalle nostre parti non suscitano una straripante simpatia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
10 dicembre 2008
Forse più interessante è l'articolo che segue, sul caso Catanzaro-Salerno




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CULTURA
10 dicembre 2008
LA VERITA' NELL'ANCIEN REGIME
A VERITÀ NELL’ANCIEN RÉGIME
La grande curiosità di molti italiani è in sintesi questa: De Magistris è un pazzo che accusa tutti, in alto e in basso, senza uno straccio di prova concreta, o sono gli altri magistrati che, per ragioni di opportunità o di simpatie politiche, hanno volontariamente insabbiato le inchieste da lui avviate?
Che nessuno si aspetti di leggere qui di seguito la risposta all’interrogativo. Anzi: esiste il timore che non si avrà neanche in futuro, questa risposta. La ragione è che nella magistratura italiana impera un principio: nessuno ha torto e nessuno deve essere licenziato. Per questo, quando gli illeciti commessi sono veramente gravi, i magistrati si vedono irrogare punizioni risibili: basti pensare che la più grave è il trasferimento d’ufficio. Questo trasferimento è certo un’umiliazione e una seccatura, per l’interessato, ma è ancor più preoccupante per i cittadini della nuova sede. Costoro si diranno: il Csm ha una capacità di perdono che supera quella divina e tuttavia nella vecchia sede costui ha fatto tali danni da essere trasferito. Chi ci garantisce che non ne farà altrettanti qui?
Se un magistrato è paranoico, se vede complotti dappertutto, se accusa senza esitare persone che la sola imputazione può rovinare, è un pazzo pericoloso. Non basta togliergli i fascicoli. E neanche assegnargli nuove funzioni. Uno squilibrato in qualunque ufficio rimane uno squilibrato. Bisognerebbe radiarlo dalla magistratura, al limite concedendogli uno stipendio ridotto: purché stia lontano dai Palazzi di Giustizia.
Se invece, per il principio che nessuno mai può essere demente e nessuno mai può essere licenziato, si lascia al suo posto un magistrato che si comporta da pazzo, se lo si trasferisce e basta, plana sull’intero paese il sospetto che quell’unico abbia scoperto verità scomode, che abbia denunciato illeciti gravi commessi da persone importanti, che abbia scoperto un verminaio e che i suoi superiori, invece di premiarlo, l’abbiano tolto di mezzo. Con un provvedimento che gli tappa la bocca, se vuole continuare ad avere un ottimo stipendio.
Questa serena coscienza della totale impunità ha spinto addirittura non un singolo magistrato, ma due gruppi – quello di Catanzaro e quello di Salerno – ad infilarsi in un vicolo cieco. Si sono messi violentemente gli uni contro gli altri e, non potendo avere ambedue ragione in un caso così serio, costringono il Paese a scegliere. O quanto meno a chiedere i dati per scegliere. E infatti siamo tutti in attesa di sapere la verità finale. Una verità che – ameremmo tanto essere smentiti - non sapremo.
È infatti notizia di oggi che tra Salerno e Catanzaro è stata concordata un’"intesa che ha consentito il ripristino, mediante idonee iniziative processuali, delle condizioni per il pieno esercizio della giurisdizione". Questa formula significa forse che le indagini proseguono, ma significa soprattutto che i magistrati si sono messi d’accordo per stendere un velo di fumo sull’indecenza. I Procuratori Generali di Catanzaro e Salerno hanno scritto al Presidente della Repubblica per dirgli che: "Entrambi, consapevoli della estrema delicatezza e gravità della situazione venutasi a determinare, hanno raggiunto, con grande senso di responsabilità istituzionale, una intesa per superare tale situazione”. Bla bla. La realtà è che si allargata a due intere procure la situazione del pm De Magistris. Sarà un modo di ragionare alla Bertoldo, ma in questa circostanza o ha avuto ragione Salerno o ha avuto ragione Catanzaro. Se si “raggiunge un’intesa” senza chiarire questo punto, è segno che si vuole salvare o un gruppo di magistrati o l’intera magistratura. Certamente non la verità. La verità, se fosse stata detta, avrebbe condannato qualcuno.
Se c’è qualcosa di doloroso, in tutta questa vicenda, è la sensazione, molto pre-Rivoluzione Francese, che se qualcuno è giudicato solo dai suoi pari, al cittadino in quanto tale - e alla verità - rimangono poche speranze. Non più di quante ne avesse un Jacques Bonhomme, il prototipo del contadino, se gli fosse stato fatto un torto da un marchese o da un vescovo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  
9 dicembre 2008



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CULTURA
9 dicembre 2008
LA PRIVACY

LA PRIVACY

Cioè la privatezza. Tutti reputiamo di avere diritto alla porta chiusa mentre evacuiamo e a non avere spettatori della nostra vita sessuale.  Il diritto al segreto della corrispondenza è addirittura scritto nel codice penale. Il punto comune di tutto ciò è un interesse plausibile: l’interesse a non essere ridicolizzati, a non vedere esposti in piazza i propri piccoli segreti, a non subire danni dall’indiscrezione altrui. Non si possono rendere pubbliche le conversazioni fra un imputato e il suo avvocato.

Purtroppo, quando una cosa è evidentemente giusta, si rischia di farne un tabù. La commendevole difesa della vita può condurre all’accanimento terapeutico, l’istinto di conservazione della specie può condurre alla repressione dell’omosessualità, la fede religiosa – anzi, qualunque fede – può condurre all’intolleranza. Nel caso della privatezza l’eccesso si nota in atteggiamenti che corrispondono solo ad ubbie o a diritti che non si hanno. L’attore che pretende di non essere fotografato mentre bacia una donna che non è sua moglie dovrebbe rendersi conto di esprimere una richiesta abusiva. Nessuno ha il diritto di venire a vedere che cosa facciamo in privato, ma se usciamo in mutande la colpa non è di chi ci guarda o ci fotografa. Stava a noi vestirci in maniera decente prima di varcare la porta.

Il problema è reso d’attualità dal nuovo sistema di votazione ipotizzato per la Camera. Per impedire che si votasse per un collega si era progettato un sistema che utilizzava le impronte digitali dei deputati. Orrore, si violava la privatezza! E qui proprio non si capisce la protesta.

Le impronte digitali, è vero, sono utilizzate nelle indagini poliziesche. Servono a stabilire che una persona è stata in un certo posto o ha toccato una determinata cosa. Ma cosa ha da temere, una persona per bene? Se è stata in un certo posto, se ha toccato qualcosa, è segno che aveva il diritto di andare in quel certo posto o di toccare quella cosa. Inoltre, nel momento in cui si rilasciano le proprie impronte non è che ipso facto esse siano a disposizione di chiunque. La questura, l’anagrafe, o quale che sia l’ufficio che un giorno dovesse custodire le impronte di noi tutti, avrebbe il dovere di tenerle riservate. Così come ha il dovere di tenere riservate la nostre cartelle cliniche e gli altri dati non pubblici.

La verità, riguardo a questa pratica, è che si è fatta parecchia retorica. Quando si è parlato di utilizzare le impronte per identificare gli zingari, invece di vedere che corrispondevano ad una necessità (dal momento che a volte quelle persone mancano di credibili documenti personali) si è parlato di razzismo. E i deputati, invece di dire che il razzismo in quel caso non c’entrava per nulla, si sono scandalizzati anche ora: vogliono prendere le nostre, impronte digitali? Ci trattano peggio degli zingari! Un gioco del domino in cui una stupidaggine tira l’altra.

Probabilmente tutto è nato da un’immagine da film: nell’ufficio matricola del carcere l’arrestato – un innocente umiliato, come sempre - è richiesto di dare le proprie impronte digitali. Un secondino applica le sue dita prima ad un tampone e poi ad un foglio. Fremito in sala. E dire che anche l’iride è diversa in ogni essere umano. Forse la reazione non sarebbe la stessa, se la si utilizzasse come mezzo di identificazione, perché ancora non la usano nelle carceri del cinema.

Ora, a parte che le leggi non dovrebbero essere votate sulla base dei telefilm, a ribaltare il pregiudizio basterebbe che tutti i cittadini, in occasione della concessione della carta d’identità, lasciassimo l’impronta di tutte e dieci le dita. Il vantaggio sarebbe quello di semplificare il lavoro della polizia e, come piccola, ulteriore conseguenza positiva, quello di eliminare l’indecente delega di voto in parlamento.

Non potendo firmare il presente articolo con le impronte digitali, comunico che compro scarpe numero quarantadue. Notizia che, immagino, farà felici tutti gli indiscreti d’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 dicembre 2008




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CULTURA
8 dicembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE

PIÙ DI UNA NINNANANNA

Giular non ha trovato nei dizionari la parola “alatori” e pensa che potrebbe trattarsi di un errore di stampa. È tuttavia possibile un'altra ipotesi. In francese esiste un verbo, “haler”, che corrisponde a tirare un natante con una corda. In Francia lungo i canali c'è spesso un sentiero (chemin de halage), sul quale può camminare un cavallo che fa avanzare la chiatta. Dunque qualcuno può aver tradotto “haleur” con “alatore”. L'ipotesi è avallata dal Devoto Oli che riporta un verbo, “alare”, così definito: “In marina e nella manovra di atterraggio dei dirigibili, tirar con forza un cavo per uno dei suoi capi”. Gli alatori, pure non registrati nei dizionari italiani, potrebbero dunque essere coloro che fanno questo lavoro. Sempre che nel testo della lettrice questo significato sia ragionevole.

Per ninnananna abbiamo un contrasto fra i dizionari. Non è un dramma: come diceva Mark Twain, è la differenza di opinioni che permette le scommesse sui cavalli. Nel caso specifico lo Zingarelli e il Devoto Oli propendono per ninnananne, il Sabatini-Colletti per ninnenanne e questo mi ricorda una storiella. Un tizio deve ordinare due cani ad un allevamento e scrive: “Vi prego di mandarmi due pastori... belgi? belghi?” Alla fine scrive: “Vi prego di mandarmi un pastore belga. Anzi, già che ci siete, mandatemene due”. Analogamente, se il bambino non vuol dormire, cantategli una ninnananna; se del caso, “più di una ninnanna”.

g.p.

 




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CULTURA
7 dicembre 2008
LA BOCCA DELLA VERITA'

LA BOCCA DELLA VERITÀ

L’articolo di Eugenio Scalfari di oggi si segnala, oltre che per la sesquipedale e ordinaria lunghezza, per un’idea sorprendente. Esso sostiene che negli anni scorsi la stampa ha sottolineato solo le malefatte giudiziarie del centro-sinistra e non ha dato rilievo alle malefatte dei politici di destra. Chi non ci credesse legga queste parole: “È  sospetto e sospettabile il rilievo che viene dato dalla stampa cosiddetta indipendente e dal servizio pubblico televisivo solo quando le inchieste riguardano la sinistra riformista e mai quando riguardano i personaggi del centrodestra”. Per esempio, quei quotidiani hanno occultato tutti i processi che riguardano Berlusconi, Previti, Dell’Utri, ecc. Del resto, la stampa non è “indipendente” ma “cosiddetta indipendente”. L’unico giornale che ha fatto informazione corretta, sostiene l’ex-direttore, è “Repubblica”: ma è stato ascoltato solo dai suoi lettori, “che per fortuna sono tanti”. Come diploma auto-conferito non è male.

“Quanto ai giornali e ai giornalisti di centrodestra è inutile cercare qualche loro articolo che metta sotto esame i colori della propria parte. Non sono certo pagati per questo dai loro padroni”. I giornali di centro-destra hanno infatti dei padroni, mentre Repubblica non ha un padrone. Lo stesso Carlo De Benedetti è un amico che ogni tanto va a prendere un caffè con gli amici di Largo Fochetti, dove i giornalisti lavorano gratis. Ecco perché “Repubblica” è l’unico giornale veramente libero.

A proposito di una eventuale riforma della giustizia leggiamo: “Sarebbe auspicabile che l'aggettivo "bipartisan" non venisse confuso con l'incitamento all'opposizione di approvare un manufatto della maggioranza con la sola facoltà di cambiare un paio di virgole e qualche punto esclamativo”. Giusto. Ma come distinguere questo atteggiamento da quello di un’opposizione che volesse dettare alla maggioranza l’intera riforma, senza accettare correzioni nemmeno per le virgole?

In realtà questa ipotesi è inverosimile e non solo per la reazione della maggioranza. Infatti se questa dicesse al Pd: “Scrivete voi la riforma, noi presenteremo solo qualche emendamento”, siamo sicuri che l’opposizione quella riforma non potrebbe scriverla. Perché su di essa non è concorde.

È facile fornire un esempio. Scrive Scalfari: “C'è un punto che non richiede modifiche costituzionali e che a mio avviso dovrebbe essere affrontato: riportare in capo al procuratore del tribunale e al procuratore della corte d'appello l'esercizio dell'azione penale oggi diffusa in capo ai sostituti”. Traduzione: fine dello scudo dell’obbligatorietà dell’azione penale per i singoli p.m. Il Capo della Procura potrebbe dire a tutti i sostituti di lasciar perdere, fino a nuovo ordine, i reati di truffa alle assicurazioni, oppure di falso in bilancio oppure di spaccio di droga. Che ne penserebbero i giustizialisti di quel distretto? Il Pd sarebbe disposto a proporre una simile riforma?

Qui non si sostiene nemmeno che l’idea sia sbagliata, si sostiene che una limitazione non dell’obbligatorietà dell’azione penale (che non esiste) ma della libertà del singolo p.m. sarebbe vissuta da molti come un bavaglio e come una manovra politica per perseguire o non perseguire chi si vuole. Per il governo, direbbe qualcuno, sarà molto più facile coordinare l’azione di relativamente pochi capi delle Procure che della miriade dei sostituti. Il Pd si sentirebbe di proporre questa riforma?

La previsione più seria è che il Pdl proporrà una riforma – se la proporrà – e il Pd si opporrà con tutte le sue forze. Persino per le cose che avesse per caso proposto esso stesso. Si è visto con la riforma Gelmini: il Pd è riuscito a votare contro i suoi stessi emendamenti, quando sono stati accettati.

Scalfaro, ipotizzando un punto della riforma, ha commesso un errore. Ha implicitamente dimostrato che il Pd non è in grado di proporre nulla. È solo in grado di opporsi a qualunque cosa. Anche alle proposte del venerando ex-direttore di Repubblica.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

7 dicembre 2008




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CULTURA
7 dicembre 2008
APICELLA E IANNELLI

APICELLA E IANNELLI

Ieri sera il Csm ha ieri deciso di avviare la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità funzionale e/o ambientale a carico del procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, e del procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli. La decisione è stata assunta all’unanimità.

La notizia non è di natura tale da rendere felici gli italiani.

1.     In un caso di reciproche accuse, salvo eccezioni, o è colpevole A o è colpevole B. Se il parroco dà uno scappellotto tanto ad A quanto a B si è indotti a pensare che non sa chi è il colpevole ma vuole soltanto affermare la propria autorità. Autorità che nessuno nega . È l'autorevolezza che è in discussione.

2.     Lo scontro, per come l'hanno riferito i giornali, non riguarda Apicella e Iannelli, ma molti magistrati dell'una e dell'altra città. E appunto, che ne è degli altri? O basta “punirne” due per calmare la collera degli dei?

3.     Se per quanto riguarda tutti gli altri non si è adottato nessun provvedimento, è naturale pensare che il Csm non disponga ancora di adeguata documentazione per decisioni motivate. Ma se non ne dispone, come mai adotta provvedimenti disciplinari a carico di Apicella e di Iannelli? I problemi sollevati dal caso sono talmente gravi che non basta un trasferimento. Se degli alti magistrati violano coscientemente la legge, arrivano all'abuso di potere, alla frode processuale, alla calunnia e a chissà che altro, non è che basti inviarli a compiere i loro misfatti altrove. Se sono innocenti di queste gravissime accuse, che rimangano al loro posto. Se sono colpevoli, che li si sospenda dal servizio. In questo modo è come se si dicesse all'accusato: non sono sicuro che tu sia colpevole e per questo ti condanno ad una pena lieve. Questo è un atteggiamento di cui si vergognerebbe uno studente di legge.

4.     Come mai il Csm, dopo aver sentito per un'intera giornata molti magistrati, non si è formato un'idea su chi sia colpevole di qualcosa? Per dirne una: i magistrati di Salerno si lamentano del fatto che i colleghi di Catanzaro, benché ripetutamente richiesti di inviare una certa documentazione, si siano rifiutati di farlo. Fino ad arrivare al provvedimento di perquisizione e sequestro di quegli stessi fascicoli. E qui il problema è veramente semplice: i magistrati hanno sì o ho richiesto quella documentazione? Se sì, avevano diritto ad averla? E se avevano questo diritto, perché i magistrati di Catanzaro non l'hanno inviata? È del tutto evidente che a Salerno oppure a Catanzaro qualcuno non ha tenuto conto della legge. Ma il Csm ha trovato questo quesito troppo complesso.

5.     Alcuni magistrati di Catanzaro si lamentano a gran voce per le modalità con le quali è stata effettuata la perquisizione a casa sua. Protesta che lascia totalmente indifferenti. L'unico quesito è: la perquisizione è stata effettuata secondo le attuali disposizioni di legge o no? Perché se è stata conforme alla legge di che cosa si lamentano, i giudici, del fatto che la legge sia stata applicata anche a loro?

Tutto sta confermando il detto secondo cui certe materie più uno le smuove, più puzzano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

7 dicembre 2008




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CULTURA
6 dicembre 2008
MOLLICHINA
MOLLICHINA
Il Pd non ha solo espulso Riccardo Villari, l’ha cancellato dalla lista dei soci fondatori. Il passato è cambiato. In cantiere la cancellazione del gulag dalla storia.
G.P
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permalink | inviato da giannipardo il 6/12/2008 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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