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CULTURA
30 novembre 2008
"I COPIONI"

“I COPIONI”

Al recente concorso per magistrati, in quel di Milano, è scoppiato un putiferio perché parecchi candidati avevano codici commentati, appunti e altri testi da cui copiare. Per non parlare di alcuni commissari compiacenti. Tutto questo in misura così vasta da provocare molte denunce e, infine, da far scoppiare uno scandalo.

Nel linguaggio familiare i “copioni” non sono i testi degli spettacoli ma coloro che copiano il tema o il compito di matematica. Non si può arrivare a chiamarli “un’istituzione”, in Italia, perché sono tutt’altro che dei modelli, ma sono sempre esistiti e fanno parte del paesaggio. Nessuno ha timore di confessare di avere fatto il furbo, a scuola. Molti addirittura si vantano degli stratagemmi utilizzati. Se per stabilire che cosa è morale e che cosa non lo è ci si attiene ai mores, in Italia copiare non è immorale. L’unica cosa che si biasima con qualche severità è il comportamento di quella carogna che “non passa la copia”.

A questi atteggiamenti concreti, accettati come ovvi, si contrappone naturalmente la morale idealistica. Il docente (che magari ha ottenuto il posto copiando il compito), parla di dovere, di onestà, di virtù a livelli eroici (Attilio Regolo!) e i ragazzi imparano che nella vita bisogna riempirsi la bocca di belle cose. Solo per la facciata. In realtà, nulla incide sul sacrosanto diritto di fare il proprio interesse; e che questo interesse sia conforme o contrario alle leggi non ha nessuna importanza. La doppia morale da noi comincia con i calzoni corti.

Il fenomeno ha anche un altro aspetto. Forse perché i professori di lettere hanno a suo tempo copiato il compito di matematica, forse perché i professori di matematica a suo tempo hanno copiato il compito di latino, anche dal lato della cattedra c’è una sorta di benevolenza, per questi illeciti. Chi è sorpreso a barare se la cava con un rimprovero, forse con una diminuzione di voto, di sicuro non è squalificato: in fondo è uno come gli altri. Uno che si è lasciato scoprire[1].

Tutto questo, coniugato con l’eccessiva tenerezza che in Italia si ha nei confronti dei giovanissimi (i nostri bambini sono i più rumorosi e viziati d’Europa), fa sì che la scuola italiana sia una scuola d’ipocrisia. Le regole non sono inflessibili. Se un vigile urbano osasse elevare contravvenzione al sindaco, ne parlerebbero tutti i giornali. Attribuivano ai Borboni di Napoli un motto amarissimo: “agli amici tutto, ai nemici la legge”: ma è un motto che fotografa tutta l’Italia. Con questo condizionamento, perché stupirsi se al concorso per divenire magistrati molti hanno fatto come al solito, fino ad arrivare all’attuale scandalo nazionale?

Il ministro Alfano ha detto che ci vuole un provvedimento che impedisca a chi ha tentato di copiare di partecipare in futuro a qualunque concorso per divenire magistrato. Forse in questo modo punirà qualcuno ma non eliminerà certo la cattiva abitudine. Bisognerebbe cambiare mentalità, cominciando dalle scuole elementari. Bisognerebbe, alle scuole medie, trattare il furbo da disonesto e alle scuole superiori bisognerebbe essere ancora più severi. Che speranze ci sono, in questo senso? Nessuna. Fra l’altro, tutti gli alunni hanno un padre e una madre pronti a difenderli. In ogni caso. Se necessario dinanzi al Tar, spalleggiati da giornali con la lacrimuccia preconfezionata e pronti a scrivere un corsivo irridente.

Se li avessimo interrogati, i candidati al concorso ci avrebbero detto che essi baravano perché erano lì da studenti, non da magistrati. Avevano dunque il normale diritto di copiare. Poi, certo, una volta divenuti giudici, avrebbero applicato la legge severissimamente.

Agli altri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 novembre 2008

Comunico agli interessati che da oggi WWW.CAPPERI.NET ha ripreso le pubblicazioni. 

 



[1] Eccellente al riguardo una vecchia storiella.

Un ragazzo ha avuto uno nel compito di matematica e la madre va a protestare col professore. Questi afferma che il ragazzo ha copiato e provoca così la domanda: “Come può dirlo? Un compito di matematica o è giusto o è sbagliato”.

“Giusto, dice il professore. Ma nel compito c’erano tre quesiti, e quello di suo figlio è identico a quello del suo compagno di banco, che in matematica è bravino”.

“E allora? È identico perché è esatto”.

“Ha ragione. E – vede? – identico anche il secondo quesito. Ma c’è il terzo quesito”.

“E quello è sbagliato?”

“No. Per il terzo il suo compagno di banco ha scritto Non sono capace di risolverlo”.

“E mio figlio?”

Neanch’io”.




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CULTURA
29 novembre 2008
I TRE ASTROLOGI

SVILUPPI DELLA CRISI ECONOMICA

Un giorno il re, preoccupato per la situazione economica, convocò i più grandi astrologi del regno. Costoro, in sua presenza, si lanciarono in profondi calcoli, esaminarono il fegato di alcuni animali all’uopo sacrificati, studiarono i fondi di caffè e tennero conto della situazione degli astri. Ognuno impiegò non meno di due ore per dare il proprio responso. “La crisi finirà fra un anno e tre mesi”, concluse il primo. Il secondo fu più ottimista: “La crisi finirà fra cinque mesi e sei giorni”. Il terzo si avanzò scuotendo la testa e disse con tristezza: “Purtroppo, la crisi finirà fra tre anni e quattro mesi”. Il re fu molto perplesso: dinanzi a previsioni così diverse, come regolarsi?

A questo punto il buffone di corte chiese la parola. “E va bene, facci almeno ridere tu”. “Maestà, per una volta vorrei parlare seriamente. Vorrei dire quando finirà la crisi”. “Ah, perché tu lo sai? Tu che non sai nemmeno interpretare il volo degli uccelli, che non hai fatto nessun calcolo, tu lo sai?” “Maestà, la crisi finirà fra quattordici mesi, ventotto giorni, nove ore, sedici minuti e quattro secondi a partire da… ora”. Il re rise: “Ma quanto sei simpatico!”

Il buffone rimase serio: “Eh no, maestà, mi scusi ma lei doveva ridere anche per le previsioni dei professionisti. Non sono più seri di me”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


29 novembre 2008




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CULTURA
28 novembre 2008
LA NEMESI SULL'ANTENNA

LA NEMESI SULL’ANTENNA

Il Corriere della Sera di oggi riferisce (“Satira, tempi duri”) che in televisione la comicità politica ottiene pessimi ascolti. Si cita il caso particolare della Dandini e della Cortellesi. La cosa più interessante è tuttavia che in questo articolo uno dei comici, il Michele di Gino e Michele, affermi d’avere abbandonato, per ora, la satira politica perché «quando non c'è la situazione oggettiva favorevole, meglio non farla». E prosegue: “«La satira si rivolge a un certo tipo di pubblico: con quel pubblico il comico ammicca e parla male del ‘nemico’. Ma essendo la situazione italiana molto piatta dal punto di vista culturale e politico, il pubblico che segue la satira è molto diminuito”.

C’è da pensare che l’intervistato non si sia reso conto delle implicazioni della sua dichiarazione, enormemente più grandi di ciò che intendeva. La situazione “piatta dal punto di vista culturale e politico” è – oh scandalo - il consenso che l’attuale governo riscuote presso gli italiani. La satira, secondo lui, serve ad ammiccare con il pubblico parlando male del “nemico” comune: e chi è il nemico? L’attuale maggioranza. Berlusconi in persona. Purtroppo, dal momento che troppi italiani non odiano né l’attuale maggioranza né Berlusconi, non si può più far ridere nessuno. Morale: l’unico bersaglio possibile, in Italia, è il centro-destra.

Per antica tradizione, la satira si fa sul potere e non su chi ad esso si oppone. In Italia invece si è sempre ridicolizzato il centro-destra, anche quando era all’opposizione. E proprio ora che è al governo, ora che sarebbe naturale attaccarlo, non è più possibile semplicemente perché quella costante irrisione a senso unico ha stancato i telespettatori. Si rischia di farla solo per i parenti stretti e gli amici intimi. Si poteva chiedere una prova più abbagliante di alcuni dati che per anni la sinistra si è affannata a negare? Eccoli.

1) In Italia la satira è stata non prevalentemente ma esclusivamente di sinistra;

2) Essa non ha avuto scopi di intrattenimento ma ha costituito una forma di militanza politica, prova ne sia che quel tale Michele parla di “nemico”. E prova ne sia che Travaglio – che non ha mai fatto ridere nessuno ma ha interesse ad evitare le querele - sostiene di far satira. Insomma, non si è mirato a sottolineare i vizi dell’umanità (castigat ridendo mores) ma solo quelli dell’avversario politico. Anzi, del nemico. Di Arcore.

3) La cosa è stato tanto insistita da divenire alla fine stucchevole. I comici hanno stancato  e alla lunga la risposta che non ha saputo dare la Commissione di Vigilanza Rai, o chiunque fosse incaricato di realizzare un’informazione equilibrata, l’ha data il pubblico.

Sapevamo che la famosa “mano invisibile” di Adam Smith era capace di intervenire nell’economia, ma che fosse capace di intervenire anche negli spettacoli di intrattenimento televisivi è un’assoluta novità. Stavolta la Nemesi s’è appollaiata sull’antenna.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

27 novembre 2008




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CULTURA
27 novembre 2008
L'INDIPENDENZA DELLA GROENLANDIA

L’INDIPENDENZA DELLA GROENLANDIA

La Groenlandia ha votato al 75,54% in favore di una maggiore autonomia: insomma si avvia verso l’indipendenza dalla Danimarca. La notizia sembra poco importante ed invece è significativa. Innanzi tutto, la molla di questa tendenza a staccarsi dalla madrepatria è la speranza che, con il parziale scioglimento dei ghiacci, si possano sfruttare notevoli giacimenti minerari (petrolio, gas, oro): ed è una molla poco intelligente. Nulla dice che la tendenza al “riscaldamento” del clima non si inverta da un anno all’altro, come tante volte è avvenuto. Poi, attualmente Copenaghen versa all’isola quattrocento milioni di euro l’anno (nientemeno, il 30% del pil!), e con l’indipendenza smetterebbe di versarli.

Il punto centrale, che rende interessante la notizia è tuttavia un altro: gli abitanti di quella fresca e notevole isola sono circa sessantamila. In tutto. E non sono neanche ricchi, se hanno un pil di 1,2 miliardi di euro, di cui un terzo è un “fraterno sostegno” danese. Dunque bisogna chiedersi che capacità hanno di difendersi, nel caso qualcuno volesse attaccare la loro famosa indipendenza e sfruttare in proprio le eventuali risorse petrolifere. Andorra, che pure ha più abitanti della Groenlandia, non attaccherebbe certo questo nuovo paese, anche perché non ha né una flotta né sbocchi sul mare: ma Malta, con i suoi oltre quattrocentomila abitanti, potrebbe farne un solo boccone. Il Lussemburgo, più popoloso di Malta e ricchissimo, la Groenlandia potrebbe conquistarla pagando da casa sua una spedizione di mercenari. Per non parlare di autentici giganti come l’Islanda o l’Irlanda.

Insomma, il comportamento di questi isolani è consolante: a volte pensiamo di abitare il Paese più demente d’Europa ma c’è chi ci batte. C’è gente che ha completamente dimenticato che l’indipendenza è tale se si ha la forza di difenderla. Nella seconda metà del Ventesimo Secolo le grandi potenze europee, popolosissime e cariche di glorie militari, hanno talmente avuto paura di non essere in grado di far fronte ad un attacco sovietico da avere stretto delle alleanze. Queste implicavano l’entrata in guerra della Francia se la Germania fosse stata attaccata, o l’entrata in guerra della Germania se la Francia fosse stata attaccata. Ma se la Groenlandia facesse parte di un’alleanza, siamo sicuri che il Portogallo – per fare un nome – muoverebbe guerra alla Spagna per difendere la Groenlandia?

L’Europa s’è chiesta – sbagliando - se dovesse o no morire per Danzica. Quella Danzica rappresentava infatti – come poi s’è visto – la libertà dell’Europa o il dominio nazista sull’intero continente. Ma la capitale della Groenlandia, di cui nessuno conosce il nome, farebbe porre il dubbio che si è posto per Danzica? Non dimentichiamolo: il mondo intero non si è mosso quando Hitler s’è annesso la Cecoslovacchia. E la Cecoslovacchia era molto più importante della Groenlandia. Meglio far parte di un grande paese che avere un’indipendenza di cartone. Oppure si conceda l’indipendenza alla Groenlandia: così una volta o l’altra impara.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
27 novembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE

Gino Spadon spiega che ha definito la Carfagna "etimologicamente perfetta" perché ha voluto dare "carinamente" della serva alla signora ministra, ricordando che "ministro" significa originariamente "servo". Il "carinamente" nulla toglie all'intenzione ingiuriosa. Sarebbe come se io se dicessi di lui che è aitante e senza bastone, sperando che qualcuno ricordi che "senza bastone" è l'etimologia di "imbecille". Non bisogna insultare il prossimo, nemmeno in modo criptico: o non si ci si fa capire o l'insulto rimane insulto. E non bisogna poi meravigliarsi se qualcuno risponde per le rime. Per gli impegni pregressi lui resta del suo parere. Faccia pure: ma non dimostra certo che la ministra abbia sbagliato.

Al signor Montermini, che giustifica la pronuncia di s-cervellarsi per scervellarsi, nel senso che sarebbe addirittura da preferirsi, faccio semplicemente notare che le nostre opinioni non possono prevalere né sull'uso né sull'opinione dei dizionari. Per questi ultimi "scervellarsi" e "scentrare" si pronunciano con il suono "sc" di scena. Sciabattare invece è verbo non registrato.

Sul perché, nell'espressione "perlopiù", si usi "lo" invece di "il" non dispongo di dati ma non riesco a dimenticare che in spagnolo si usa l'articolo "lo" invece di "el" quando - secondo la loro terminologia - è articolo neutro. "Lo mio" significa "ciò che è mio". Dunque potrebbe trattarsi di un'espressione influenzata dalla lingua spagnola.

Gianni Pardo.





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CULTURA
26 novembre 2008
KUNDERA, IL DELATORE

KUNDERA, IL DELATORE

Pierluigi Battista, sul “Corriere” del 24.11.’08, riferisce della recente scoperta che Milan Kundera, il grande scrittore che tanto ha avuto da patire dal comunismo, nel 1951 è stato a sua volta un delatore politico a danno di tale Miroslav Dvoracek. Costui, per causa sua, ha scontato quattordici anni di galera.

La notizia ha fatto scandalo ed ha suscitato un dibattito, soprattutto sull’opportunità di far conoscere questa orrenda verità. Cosa stupefacente. In realtà, l’unica discussione comprensibile sarebbe stata quella sulla fondatezza della notizia. E dal momento che proprio questa discussione è mancata, perché la notizia è fondata al di là di ogni dubbio, è di ben altro che bisogna parlare. Fra l’altro l’interrogativo che pone Battista non mi sembra fondato. Egli scrive: “Cosa deve fare un ricercatore se, indagando negli archivi, si imbatte in un nome celeberrimo, in una gloria letteraria, in un grande intellettuale di cui viene unanimemente onorata l'integrità etica e il rigore culturale?” Di questa di integrità etica è sempre stato lecito dubitare. Infatti Milan Kundera è un grande scrittore. È un grande intellettuale e un grande testimone dell’oppressione comunista. Ma non si può dire che sia un grand’uomo. Questa amara verità è rivelata innanzi tutto dalle sue opere. Utilizzerò ciò che ho scritto il 29 ottobre del 2002 non per libidine di autocitazione, ma per provare che tutto questo era chiaro anche anni fa. Prima della rivelazione di questi giorni.

“Il suo mondo – scrivevo nell’articolo su Maupassant, Verga e Kundera, in calce per chi volesse leggerlo - non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui. In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga.

Kundera sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione.

Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.

Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza”.

Debolezza e frustrazione, ecco il leit motiv delle sue opere. Ecco la sua trasparente autobiografia. Non c’è dunque da stupirsi se è giunto all’abiezione di denunciare qualcuno a quella stessa polizia politica che sembra essere l’incarnazione del male in “La Plaisanterie”. C’è chi ha la forza di fare il male, c’è chi ha la debolezza di fare il male, e non è detto che questo secondo valga più del primo.

Probabilmente, una parte del successo di Kundera è dovuta al fatto che gli intellettuali, stanchi di glorificare la virtù (in senso latino),  stanchi anche della violenza del Ventesimo Secolo, sono rimasti incantati da questi infiniti epigoni di Amleto. Siamo tutti troppo pensosi per essere energici, troppo capaci di visione dialettica del mondo per prendere risolutamente posizione, troppo sensibili, infine, per essere forti. Ma si dimentica che Amleto alla fine ha la forza di fare una strage. Si dimentica che la debolezza non giustifica nessuno, piuttosto ci squalifica. E non c’è tanto da condannare Kundera, che i suoi difetti ce li aveva proiettivamente descritti in centinaia di pagine quanto da capire che un vero uomo sa pensare, sa sentire, sa amare ma se necessario sa anche combattere. E se non sa farlo, non è un vero uomo. È uno che denuncia un altro uomo alla polizia politica e lo manda in galera per quattordici anni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 

26 novembre 2008


 

MAUPASSANT, VERGA, KUNDERA E LA REALTÀ

Maupassant, Verga e Kundera sono tre grandi autori pessimisti.

Maupassant[1] sembra pensare che la realtà sia fondamentalmente negativa. E sia tanto naturalmente, tanto innocentemente negativa, che la prevalenza dei personaggi “cattivi” sui personaggi “buoni” deriva da un loro migliore adattamento alla realtà com’è. In un mondo senza Dio, i grandi principi sono pure facciate dietro cui si nascondono i veri intenti degli uomini immorali, quasi sempre vincitori. Coloro che hanno un sincero atteggiamento morale sono viceversa gli ingenui, coloro che non hanno capito come stanno le cose: e dunque i perdenti.

In Maupassant non c’è crudeltà. Non c’è nemmeno cinismo: c’è disincanto. S’incontrano tante persone miserabili e interessate, vili e avide, prevaricatrici e bugiarde, che alla fine le persone stimabili divengono eccezioni insignificanti, quantités négligeables. Non è un piacere osservare come va il mondo, ma volendolo rappresentare onestamente, non si può che mostrarlo com’è. La società come egli la descrive somiglia ai documentari sui leoni: un mondo in cui il più forte deruba gli altri predatori o divora vivo il più debole e alla fine – lungi dall’avere scrupoli – dorme beato all’ombra, interrompendosi solo per stirarsi e sbadigliare.

Ovviamente, anche per il Francese sono necessari dei punti d’osservazione, e cioè dei personaggi che possono essere positivi (Boule de Suif) o negativi (Bel Ami). Ma ciò non cambia l’essenza del racconto, cioè l’affresco sconsolato della società com’è. Se la protagonista, la prostituta Boule de Suif, è positiva, ecco che incontra borghesi negativi; mentre l’arrampicatore sociale senza scrupoli, Bel Ami, protagonista negativo, incontra e sfrutta anche persone per bene. Poco importa: in ambedue i casi prevalgono i cattivi e il mondo rappresentato – il vero protagonista - è lo stesso.

Verga[1] è anch’egli un grande pessimista, ma il suo è un mondo meno naturalistico di quello di Maupassant. Mentre nel Francese la prevalenza di certi personaggi si spiega con la loro mancanza di scrupoli, e si potrebbe dire in forza della loro maggiore intelligenza, in Verga si ha quasi l’intervento di una divinità malevola. I suoi protagonisti non sono né più ingenui né più deboli degli altri: è il Fato, che li vince. La barca dei Malavoglia è carica di sfortuna e non per caso, ma per un’ironia feroce, si chiama “La Provvidenza”. È la tempesta, deus ex machina cieco e impersonale, che rovina i Malavoglia. Così come è la sfortuna che perseguita Gesualdo, fino a derubarlo costantemente del sapore della vittoria ampiamente meritata. Gesualdo è nato per vincere, è talmente abile, talmente positivo, che da Mastro diviene Don; e se non trionfa è perché l’autore lo perseguita. Mentre da un lato sorvola sui suoi successi, narra e sottolinea per esteso le sue sconfitte: in queste condizioni anche la storia di Giulio Cesare diverrebbe quella d’un vinto. Persino quando è costretto a dar conto delle sconfitte dei suoi nemici, verga lo fa distrattamente, come non contassero. La sorella di Gesualdo scende in guerra contro di lui ma alla fine non ne ricava nulla e l’autore scrive sobriamente che in quella battaglia lei s’era rovinata. S’era rovinata. Fosse capitato al protagonista, non ci sarebbe stato risparmiato nulla del suo dispiacere, delle sue umiliazioni, del suo fallimento.

Maupassant è obiettivo, Verga bara. E tuttavia lo fa con una tale arte, che alla fine col cuore gli crediamo. Per criticarlo bisogna essere usciti dai suoi libri da parecchio tempo, tanto da poterci riflettere a mente fredda.

Poi ci sono altre differenze, chiarissime: Maupassant è un superiore maestro di stile, Verga scrive male; e poco importa che ciò avvenga più o meno volontariamente. Maupassant è freddo, Verga è un grande artista. Maupassant fotografa, Verga dipinge.

Il caso di Kundera[1] è ancora diverso. Il suo mondo non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui.

In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga. Il Catanese infatti il suo bravo successo sociale a Roma l’ha avuto, lo stesso Maupassant è noto, oltre che come romanziere, come sportivo e come grande amatore superdotato. Kundera invece sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione. Il protagonista della “Plaisanterie” (“Lo Scherzo”) avrebbe mille ragioni per cercare di vendicarsi del suo rivale ma quando ne ha l’opportunità sente che è troppo tardi. Non ne ha più voglia. Forse non ne ha più il diritto. E forse ha capito che comunque – a causa di quell’uomo o d’un altro uomo, poco importa – egli era condannato alla sconfitta.

Kundera sembra dire che i migliori sono più sensibili, più delicati, più indifesi degli altri, e per questo sono destinati alla sconfitta. “Il pensiero ci rende tutti vili”, diceva Amleto. La nobiltà d’animo ci predestina alla morte e all’umiliazione, pensava Vigny. Ma mentre Amleto alla fine prende in mano il proprio destino, mentre Vigny di questa sconfitta si fa un’aureola e di questo martirio agita la palma, Kundera sembra solo spiegare come mai egli non abbia saputo difendersi, nella vita. Come mai egli non abbia avuto ciò che meritava.

Questo tuttavia fa sì che la sua opera non abbia né il vasto respiro sociale e umano di Maupassant, né la poesia di Verga. Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.

Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza.

Gianni Pardo.

 




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CULTURA
25 novembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE

NUNC DIMITTE...

La regola secondo la quale non bisognerebbe affermare mai nulla, in materia di lingua, se non dopo avere accuratamente controllato, ha fatto un’altra vittima. Oggi il prof.Michele Ainis, cattedratico ed editorialista della “Stampa”, parlando del senatore Villari che non intende lasciare la carica di Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha scritto: ‘Ha dalla sua pure il vocabolario, che contempla la voce «mi dimetto», ma non anche quella «ti dimetto»’. Purtroppo per lui, il primo significato del lemma, sullo Zingarelli, è proprio quello del verbo transitivo. Per esempio, nel senso di “far uscire”, dall’ospedale o dalle carceri: il dottore può dire al paziente: “ti dimetto oggi stesso”. Naturalmente il dizionario contempla anche il significato negato dal prof.Ainis, ed esattamente: “2.Esonerare da una carica, destituire da un ufficio e sim.: hanno dimesso dal ministero molti dipendenti”. E del resto il vecchio Simeone implorava: “Nunc dimitte servum tuum, Domine…” Anche in latino il verbo era transitivo. E ancora in latino si poteva raccomandare che l’incompetente “ne supra crepidam judicaret".




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CULTURA
24 novembre 2008
LA CIVILTA' DELL'ODIO

LA CIVILTÀ DELL’ODIO

Barbara Spinelli questa settimana ha scritto un articolo il cui senso, citando Lévi-Strauss, è che non bisogna avere paura della diversità delle civiltà; ché anzi queste progrediscono se si riconoscono, si comprendono, si integrano. Mentre l’attuale maggioranza – la Spinelli non lo dice, ma si comprende benissimo – cerca di tenere lontani gli immigranti e di rifiutarne la civiltà. Tesi discutibile.

Nessuno dice che l’incontro delle civiltà non sia positivo. La storia è proprio segnata da questa capacità, che aveva il conquistatore, di rispettare la civiltà del paese conquistato, pur esercitando su di esso il fascino culturale della propria civiltà. Roma, invece di distruggere Atene, ne adottò la civiltà. Malgrado la barbarie e gli infiniti episodi di crudeltà della conquista, dopo qualche tempo o il vincitore romanizzava la Gallia oppure il vinto, la stessa Gallia, romanizzava i successivi invasori franchi. E un esempio a noi più vicino è lo sterminato Impero Britannico. Forse in passato i popoli si rassegnavano meglio alla sconfitta; forse non era nata una “civiltà dell’odio” come quella che affligge l’epoca contemporanea. Certo è che questo schema - dolenti per Lévi-Strauss e per Barbara Spinelli - non si realizza sempre.

La tendenza alla convivenza è durata fino alla Seconda Guerra Mondiale. Poi il virus - forse frutto di quella tendenza all’ideologia totalizzante che tanti guasti ha provocato in Europa - si è insinuato dappertutto. I nazisti disprezzavano nazioni intere come la Russia; i russi odiavano in blocco i tedeschi; i giapponesi sono stati detestati nell’Estremo Oriente; le potenze coloniali hanno dovuto rinunziare al loro impero e dopo molte loro colonie sono state anche peggio di prima; non raramente infatti sono entrate in guerra fra loro: l’animosità infatti non ha funzionato solo nei confronti dell’uomo bianco ma anche nei confronti del vicino, si pensi all’India e al Pakistan; l’Unione Sovietica ha cercato di russificare il suo impero europeo ma caduto l’impero tutti hanno lasciato perdere il russo in favore dell’inglese e hanno cercato di dimenticare quella dominazione come un brutto sogno. Questa deprecabile tendenza al rifiuto dell’altro ha approfittato delle differenze di religione per rendere astiosi e violenti, a volte perfino assassini, quei musulmani che per secoli erano stati un modello di tolleranza. Non dimentichiamo che gli ebrei scacciati dalla Spagna nel 1492 sono stati generosamente accolti dai musulmani del Nord Africa e con essi hanno vissuto in pace per secoli.

Ecco perché il discorso della Spinelli non sta in piedi. Gli indiani d’America sarebbero potuti divenire amici dei coloni se i coloni non avessero avuto l’opinione che “l’unico indiano buono è l’indiano morto”. Anche noi potremmo divenire amici dei musulmani se essi non ci odiassero. In realtà, anche i moderati sono influenzati dagli integralisti, di cui non osano condannare i crimini. In totale, alcuni dementi sono riusciti a trasformare la frustrazione di etnie povere e ignoranti (ma non per questo immemori di un lontano, glorioso passato) in odio per chi vive meglio e soprattutto in volontà di non integrazione. Se noi offriamo alle figlie dei musulmani la libertà e la parità di diritti delle nostre figlie, essi sono capaci di ucciderle. L’unica integrazione possibile per loro sarebbe che le nostre figlie andassero velate e fossero passibili di lapidazione se adultere.

In queste condizioni non è facile credere all’incontro delle civiltà. Si può offrire agli altri di condividere i benefici del nostro mondo ma nessuno ci può chiedere di condividere la barbarie altrui. Barbara Spinelli comunque, non che convivere con dei palestinesi, per non avere a che fare con “inferiori” come gli italiani, vive a Parigi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


24 novembre 2008




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CULTURA
23 novembre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE
Credevo di sapere che l'espressione free game, in inglese, significasse "cacciagione libera", nel senso che la caccia non era riservata al signore di quelle terre: anche i semplici contadini potevano uccidere gli animali. E la stessa espressione avrei usato, parlando in inglese, per indicare "una persona che tutti possono attaccare perché a tutti è permesso farlo, nel senso che nessuno la difende". Ma ora, cercando sul Webster ed anche sul bilingue italiano Ragazzini, questa espressione non l'ho affatto trovata. Tanto che m'è venuto il dubbio: esiste o non esiste? Possibile che l'abbia inventata io? Anche su Google la ricerca è resa difficile dal fatto che le informazioni tendono a prendere per game il significato di gioco e non quello di cacciagione.

In Italia, per dire la stessa cosa, parliamo di "testa di turco" perché nelle fiere paesane di una volta, o anche nelle giostre, si mirava ad un pupazzo e, per non offendere nessuno, questo pupazzo rappresentava un negro che, chissà perché, avrebbe dovuto essere un turco. Ma non si comanda né ai pregiudizi né ai modi di dire.



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CULTURA
22 novembre 2008
KEEP SMILING

Un ginecologo disoccupato si rassegna a cercare lavoro in un’autofficina. Il proprietario gli dice: “Per essere assunto lei deve superare un esame. Se riesce in due ore a smontare e rimontare il motore di quell’auto, avrà cento punti e sarà assunto”. Il ginecologo si mette al lavoro e realizza l’impegno in un’ora e quarantasette minuti. Il proprietario, ammirato, gli dice: “Lei ha ottenuto centocinquanta punti”. “Oh grazie!    Ma credevo che cento punti fosse il massimo”. “Lei ha ottenuto cinquanta punti per lo smontaggio del motore, cinquanta perché lo ha rimontato benissimo e cinquanta perché è riuscito a fare tutto questo attraverso il tubo di scarico”.




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CULTURA
21 novembre 2008
PERCHÈ VILLARI NON SI È DIMESSO?

PERCHÉ VILLARI NON SI È DIMESSO?

La domanda che molti si pongono è: perché Riccardo Villari non si è dimesso dalla carica di Presidente della Commissione di Vigilanza Rai? È stato invitato a farlo da Walter Veltroni, da tutto il Pd (che lo ha espulso), dai Presidenti delle Camere e perfino da Silvio Berlusconi ma, a sentir lui, rimane per rispetto del Parlamento, della democrazia e di tante altre belle cose. Bla bla. È ovvio che non si è dimesso perché la carica gli piace e perché Walter Veltroni e l’intero Pd non hanno la forza di metterlo da parte.

Villari ha il grave torto di avere annunciato che si sarebbe dimesso se solo si fosse trovato un personaggio sul quale convergessero maggioranza e opposizione e di non averlo fatto quando il personaggio è stato trovato. Quando qualcuno manca alla parola data, abbiamo tutti un forte sentimento di disagio. Tutto ciò posto, bisogna tuttavia chiedersi: quel senatore è l’unico colpevole?

Omettiamo di occuparci dei troppi errori commessi prima della sua elezione e partiamo dal presente. Posto che era noto anche ai sassi che non c’era modo di rimuovere con la forza Villari dalla sua carica, sin dal primo momento i dirigenti di sinistra avrebbero dovuto o far finta che egli fosse “il loro uomo” e non “il loro traditore”, oppure, quanto meno, avrebbero dovuto trattarlo con grande rispetto, come legittimo Presidente di quella Commissione. Poi – partendo da questa posizione – avrebbero dovuto offrirgli sotto banco una compensazione per la rinuncia alla carica. Sarebbe stato un onesto negoziato come se ne fanno tanti, in politica, e tutto probabilmente si sarebbe aggiustato. Ma “Dio rende pazzi coloro che vuol mandare in rovina”, ed ecco che Veltroni e l’intero Pd si sono comportati con l’arroganza di chi può dare ordini ad un cameriere di basso rango, uno sguattero o uno stalliere. Hanno dato per sicure le sue dimissioni senza neppure consultarlo; dinanzi alle sue esitazioni, invece di capire di avere imboccato una strada sbagliata, lo hanno minacciato di espulsione e, per fare buon peso, lo hanno insultato. Inimincandoselo e rendendogli chiaro che, obbedendo, non avrebbe ottenuto nulla.

Il risultato è che Riccardo Villari, a questo punto senza nessuna prospettiva di carriera o di prestigio, ha deciso di tenersi quello che ha. E non si è dimesso. Qualcuno lo biasimerà, per tutto questo, e dirà che ha pensato solo al proprio interesse. Ma Veltroni, e il Pd, e Di Pietro, e Orlando non pensavano anche loro soltanto al proprio interesse? Come s’è detto i discorsi che riguardano il funzionamento della Commissione di Vigilanza Rai, la dignità del Parlamento, e tutto il resto dei bei concetti che si sprecano in questi casi, sono acqua fresca, da qualunque parte siano fatti. Diversamente tutti i protagonisti di questa vicenda non si sarebbero comportati come si sono comportati. Diversamente, una volta eletto Villari, a sinistra tutti si sarebbero detti contenti di avere comunque risolto il problema, nella legalità e senza nemmeno contraddire la prassi. Gli stessi inviti di Fini e Schifani oggi suonano ipocriti: al centro-destra la situazione conviene e non saremmo nemmeno stupiti se, sotto banco, si dicesse a Villari: “Noi per la facciata ti diciamo di dimetterti, tu fa’ un po’ come ti pare. A noi vai benissimo”.

Per come si sono messe le cose, pur senza sentirci strangolati dalla stima per Riccardo Villari, ne comprendiamo la posizione. Come dicevano i romani, in pari causa turpitudinis melior est condicio possidentis, quando il problema riguarda un gruppo di malfattori, è in vantaggio colui che dispone della cosa contesa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
19 novembre 2008
I SETTE ERRORI DI VELTRONI

Con l’indicazione di Sergio Zavoli Walter Veltroni è uscito dall’angolo? Se ne può dubitare. Basta mettere in fila i fatti.

Il nome di Leoluca Orlando è indigeribile, per il Pdl, e in tanto si sarebbe potuto insistere su di esso, in quanto si fosse posseduta la forza di imporlo. Ma non la si aveva. Qualcuno avrà pensato che la maggioranza non potesse decentemente opporsi alla prassi che vuole tale presidente indicato dalla minoranza e questo è stato un primo errore. Il Pdl si è impuntato sul “no” e ne è risultato il blocco del funzionamento della Commissione di Vigilanza. Le riunioni per l’elezione (44) si sono succedute in una serie interminabile e presto il Paese, oltre ad un enorme fastidio, ha avuto l’impressione che il centro-sinistra si ostinasse stupidamente. E questo tanto più dopo che il centro-destra aveva rinunziato alla nomina dell’avv.Pecorella come giudice costituzionale. Se Veltroni fosse stato energico ed avesse avuto le idee chiare, dopo che il Pdl ha minacciato di eleggere autonomamente un Presidente (e ne aveva la forza), avrebbe dovuto dire a Di Pietro: o fornisci una rosa di nomi o il Pd ne indicherà una propria. La soluzione non ti piace? Quella è la porta. Ma non l’ha detto. Secondo errore.

A questo punto, con il sostegno di tre voti del centro-sinistra, si è arrivati all’elezione di Riccardo Villari, senatore del Pd: dunque, un’elezione non solo legittima, ma bi-partitica e secondo la prassi.

Se Veltroni avesse avuto le idee chiare e l’energia sufficiente, avrebbe dovuto saltare in groppa alla tigre fino a far sorgere il sospetto di essere piuttosto l’autore che la vittima, di questo colpo di mano. In politica, meglio apparire gli autori e i beneficiari di un crimine, piuttosto che sembrarne l’oggetto: è un mondo in cui c’è posto solo per i vincenti. Il Pd avrebbe dovuto cominciare col fare le lodi di Villari, parlando del suo equilibrio, della sua schiva modestia (traduzione della parola “insignificanza”), affermando che aveva continuato a votare per Orlando per mantenere la parola data ma non poteva certo lamentarsi per la scelta di uno dei migliori, fra i suoi. Ma Veltroni questo non l’ha fatto. Terzo errore.

Non che appropriarsi questa soluzione, l’ha rigettata con indignazione. Prima ha dato per sicure le dimissioni di Riccardo Villari, che non si sono avute, quarto errore; poi, per bocca di Anna Finocchiaro, ha minacciato la sua espulsione: quinto errore. Infine l’ha pregato di dimettersi, senza ottenerlo e facendosi accusare di eversione da Marco Pannella, per avere tentato di “imporre” la rinuncia ad un parlamentare liberamente e legittimamente eletto. Sesto errore e mossa peggio che maldestra: suicida.

Per fortuna, Riccardo Villari ha sempre affermato di essere pronto a dimettersi, se fosse stata avanzata la candidatura di un personaggio su cui convergesse il consenso di centro-destra e centro-sinistra, e a questo punto, come avrebbe dovuto e potuto fare mesi fa, Veltroni è passato oltre il disappunto di Di Pietro, facendo il nome di Sergio Zavoli. È uscito dal tunnel? Nient’affatto. Ha solo commesso il settimo errore.

Se questa soluzione era possibile, perché non è stata adottata mesi fa? Se un signore cede il posto ad una donna incinta, è un gentiluomo. Se lo stesso signore lo cede perché il marito della donna gli dice che se non si alza immediatamente gli darà un bel pugno sul naso, non è un gentiluomo: è uno che teme i pugni sul naso. In secondo luogo, l’indicazione di Zavoli legittima totalmente il comportamento del centro-destra: dimostra che il blocco dei mesi precedenti è da addebitare interamente al centro-sinistra.

Secondo la definizione di Carlo Cipolla, lo sciocco è colui che fa contemporaneamente il male altrui e quello proprio, mentre il santo fa il bene altrui con proprio svantaggio. Però questo presuppone che il santo voglia farlo, il bene altrui. Diversamente si è in presenza di un doppio sciocco che non solo fa il male proprio, volendo fare il male altrui, ma fa anche il bene altrui.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

19 novembre 2008




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CULTURA
19 novembre 2008
LA GUERRA IN IRAQ: UN BILANCIO

C’era una volta un uomo che, oltre a conoscere l’italiano in maniera tale da poter dare lezioni ai professori, oltre a ricordare molto del latino e del greco studiato al liceo, parlava e scriveva correntemente inglese, francese, tedesco e spagnolo. Gli amici ne avevano una grandissima stima, con un limite: stavano in agguato, sperando vivamente che inciampasse, che una delle sue affermazioni non si rivelasse esatta, che per una volta non ricordasse qualcosa o sbagliasse almeno l’ortografia di una parola tedesca: il potere – perfino il potere culturale – fa ombra.

Tutto questo viene in mente a proposito degli Stati Uniti: da un lato sono ritenuti capaci di risolvere da soli tutti i problemi del mondo, dall’altro sono responsabili della loro eventuale persistenza. Non fanno notizia se vincono e sono dichiarati ignominiosamente battuti se pareggiano: gli Stati Uniti sono il paradigma stesso del potere che fa ombra.

Un eccellente esempio, in questo campo, è la guerra del Vietnam. Il terreno in cui è stata combattuta non permetteva una vittoria campale come quella ottenuta dagli anglo-americani nell’Africa Settentrionale ma si dimentica che lo scopo non era quello di conquistare il Vietnam del Nord: era quello di difendere l’indipendenza del Vietnam del Sud. E se alla fine gli americani si ritirarono, fu perché la guerra si prolungò troppo senza che se ne intravedesse la fine e il fronte interno crollò. Ma in quel momento Saigon era libera e indipendente così come l’avevano voluta. Purtroppo non fu capace di resistere da sola all’aggressività del Nord e un paio d’anni dopo – un paio d’anni dopo, non la settimana seguente – fu invasa dalle truppe di Hanoi. In conclusione, gli Stati Uniti hanno perso la guerra del Vietnam? Inutile chiederlo, per tutti la risposta è sì. Semplicemente perché, alla lunga, non hanno raggiunto lo scopo e perché viene posta a carico degli U.S.A. – assenti, in quel momento - la sconfitta del Vietnam del Sud.

Un secondo esempio l’abbiamo sotto gli occhi: la guerra in Iraq. Che sia stato o no un errore intraprenderla, ecco i fatti salienti: vittoria militare in poche ore; pacificazione apparsa impossibile per alcuni anni, a causa di un’infinita serie di sanguinosi attacchi e di qualche errore di amministrazione; cambio di strategia col generale Petraeus, conseguendo la fine degli attentati e il funzionamento di una democrazia accettabile; infine ritiro previsto a data certa delle truppe statunitensi. Se poi si chiede in giro com’è andata, questa guerra, la risposta è unanime: è stata un errore e un disastro. Ma è proprio così?

Dopo la caduta di Saddam Hussein, molti si aspettavano un popolo felice della libertà ritrovata e contento di abbracciare la democrazia nella concordia. Non è andata così. Per ottenere lo scopo  è stato necessario molto, molto più tempo del previsto. Se l’Iraq fosse stato nel 2004 ciò che è stato nel 2008, tutti avrebbero parlato di immenso successo. Viceversa, l’infinita catena di massacri, con uno stillicidio quotidiano che nei notiziari ha dato la sensazione dell’eternità, ha fatto sì che l’impresa sia stata creduta senza speranza. E invece – abbiamo i fatti sotto gli occhi – ciò che pareva impossibile si è realizzato. Veramente, la spedizione sarà stata un disastro? Sarà questo, ciò che diranno gli storici?

Si faccia l’ipotesi che la pace in quel Paese continui; che la democrazia funzioni; che alle prossime elezioni ci sia lo stesso entusiasmo della prima volta, quando la gente ha votato malgrado le minacce di morte. Questo porrebbe nel mezzo dello scacchiere mediorientale un Paese amico dell’Occidente dove regna la libertà di parola, la libertà di stampa e una ragionevole prosperità. Esso costituirebbe, dopo la Turchia, il secondo esempio di democrazia in un paese islamico in un contesto dove prevalgono le teocrazie, le autocrazie e le tirannidi. Questo fatto già oggi costituisce un elemento di stabilità nella regione e a lungo termine potrebbe avere notevolissime conseguenze. Il prezzo è stato alto, forse è stato più alto del previsto, soprattutto politicamente, e questo non corrisponde a dire che non si sia acquistato nulla.

La guerra in Iraq non è stata un disastro. Se si rivelerà un successo, sarà la storia a dirlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 novembre 2008

 




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POLITICA
18 novembre 2008
NOTA GIURIDICA SULLA THYSSEN

NOTA GIURIDICA SULLA THYSSEN

L’aspetto soggettivo del reato è normalmente quello dell’intenzionalità (dolo).    A vuole uccidere B e gli spara: omicidio doloso. L’evento può però verificarsi senza una precisa intenzionalità, per esempio per distrazione. Il tecnico dell’ascensore, dopo averlo riparato, dimentica di rendere impossibile che la porta al piano si apra in assenza della cabina, qualcuno apre distrattamente la porta, cade giù e muore: omicidio colposo.

Alcuni funzionari della Thyssen, in seguito al noto incidente che è costato la vita a sette persone, sono stati rinviati a giudizio per omicidio volontario continuato. Alcuni hanno esultato, per questa formulazione, altri l’hanno dichiarata francamente eccessiva, qui si vuole solo chiarire il punto di diritto. Per cominciare, il fatto che l’omicidio sarebbe “continuato” significa soltanto che, con l’unica azione delittuosa, si è provocata la morte non di una ma di più persone. Ma ciò che si discute, sui giornali, è l’aspetto soggettivo della fattispecie.

Fra il dolo e la colpa esistono infatti due casi intermedi. Se il tecnico dell’ascensore lascia la porta in condizioni tali che possa aprirsi, se è cosciente che qualcuno potrebbe farsi male ma reputa la cosa talmente improbabile da non occuparsene, si ha la “colpa con previsione” (dell’evento): omicidio colposo aggravato. Se il tecnico dell’ascensore lascia la porta in condizioni tali che possa aprirsi, se pensa che qualcuno potrebbe farsi male ma non gliene importa nulla - se dice a se stesso: “che il cretino distratti si ammazzi” - si ha “dolo eventuale”. Cioè volontà di accettare l’evento nel caso si verifichi (omicidio volontario). Il dolo eventuale corrisponde a dire: “non voglio l’evento, ma se si verifica ne accetto la responsabilità”.

Nel caso della vicenda Thyssen l’imputazione non è né giusta né sbagliata, in teoria. È solo in concreto che bisogna vedere se quei funzionari non hanno previsto l’evento e avrebbero dovuto prevederlo (colpa), l’hanno previsto ma l’hanno reputato improbabile (colpa con previsione), l’hanno previsto e hanno accettato le eventuali conseguenze (dolo eventuale) o hanno voluto uccidere quelle persone (dolo). Come si vede, una questione di fatto, che il processo è chiamato a chiarire.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 novembre 2008

 




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CULTURA
17 novembre 2008
IL CORPO "COME LABORATORIO"

                                            tema proposto da altro blog

Chi è sganciato dalla mentalità medievale e religiosa prova da prima un certo fastidio, a sentir parlare del “corpo” come se fosse qualcosa di estraneo; qualcosa con cui bisogna convivere; qualcosa da utilizzare magari come un laboratorio, ma sempre e comunque come qualcosa di diverso da “noi”. Per i credenti questo noi è l’anima immortale; per altri, è un io non meglio definito, sostanzialmente incomprensibile; per chi ha mentalità scientifica invece non bisognerebbe dire “il mio corpo” - come se si fosse i possessori di qualcosa  e ci fosse dall’altra parte qualche cosa di posseduto – ma semplicemente “io”. L’espressione giusta non è: “il mio corpo” ma: “io corpo”. Parlare di un possibile “contatto perduto” con esso è assurdo: quel contatto lo si perde eccome, ma con la morte.

L’uomo è un unicum. A chi dovesse lodare il nostro equilibrio è giusto rispondere: “Non soffro né d’insonnia né di cattiva digestione. Mi è dunque facile essere più sereno di altri”. I cinesi ponevano la sede dell’anima nello stomaco e i siciliani chiamavano proprio quell’area appena sopra la cintura “la bocca dell’anima”.  È difficile discutere di metafisica se si hanno conati di vomito o se si è intontiti dopo una notte d’insonnia. Del resto i francesi usano dire che “ventre affamé n’a pas d’oreilles”, ventre affamato non ha orecchie. L’espressione “unità psicofisica” è quella che meglio rende l’idea di ciò che è un essere umano. E bisognerebbe precisare che il prefisso “psico” non rimanda né ad un’anima immortale (il cui stesso concetto esula dal campo scientifico) né ad un concetto di “spirito” che non significa niente ed ha meno quarti di nobiltà del concetto di “anima”: il prefisso distingue solo le funzioni cerebrali dalle altre.

Non si può vedere il corpo come laboratorio: è l’unica realtà. Per questo bisognerebbe raccomandare a tutti di non bere troppo, di non drogarsi, di non commettere imprudenze in auto, di non essere sovrappeso. L’idea che ci si possa comportare da egoisti nei confronti del corpo (“pagherà lui”) è profondamente sciocca: pagheremo noi. Perché noi siamo lui. E se per qualche tempo – la gioventù – possiamo assurdamente sperare che la vita – e la fisiologia – non ci presentino il conto, col tempo è fatale che ciò avvenga. La signora che a vent’anni amava presentarsi come dark lady e aveva le dita marrone per la nicotina, a cinquanta si ritrova con un colorito giallastro e la pelle incartapecorita. Né diversamente vanno le cose per chi esagera con le abbronzature: a parte il rischio di cancro, la pelle si dissecca e diviene meno splendente. Si è passati da un Settecento in cui le signore andavano in giro con l’ombrello nei giorni di sole (ombrello da ombra), a ragazze che si abbrustoliscono al sole nella speranza che i loro occhi blu contrastino a sufficienza con la loro pelle di mulatte. Ciò che dice il dermatologo non ha importanza.

Se l’uomo è il suo corpo, deve curarlo come un violinista cura il proprio violino. Deve imparare che l’alcool è un veleno: non deve privarsene ma deve bere poco. Del resto lo insegna anche l’economia: per il principio delle utilità marginali decrescenti, il miglior sorso è il primo. Già il secondo vale di meno, e così di seguito. Dunque bisogna limitarsi ai primi sorsi: si avrà il massimo piacere col minimo di veleno. E si potrà anche guidare l’auto senza rischi. Bisogna poi incoraggiare l’esercizio di quelle attività fisiche che sono soddisfacenti e non hanno controindicazioni: il sesso, in primo luogo, e poi lo sport. Bisogna non trascurare la manutenzione e fare periodicamente il tagliando.

Chi sa di essere un corpo, chi sa che esso è fragile, chi sa che morirà un giorno (ed anzi prima del prevedibile, se non si comporta bene), può incamminarsi verso la saggezza anche per via fisiologica. Curerà ciò che fa star bene dal punto di vista psichico - l’equilibrio mentale, l’affetto delle persone care, l’amicizia, l’amore, la lettura, la musica, i minuti piaceri che rendono bella la vita in una cornice di quieta saggezza - ma non dimenticherà il dato fondamentale, cioè che tutto questo ruota intorno ad un corpo sano e, soprattutto, vivo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.

6 novembre 2008




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CULTURA
16 novembre 2008
DALL'ATEISMO AL PAPA

Molti, parlando di qualcuno che giudicano negativamente,  dicono: “È un immorale. Non crede nemmeno in Dio”. Queste parole nascondono molti errori.
Il primo errore è la confusione tra etica e religione. Questa formula regole morali ma non è che senza di essa quelle regole non esistano. La loro molla fondamentale è infatti la vita in comunità: come le formiche, come i leoni e come le scimmie, l’uomo è un animale sociale e non trarrebbe vantaggi da questa condizione se non avesse regole. I romani erano ben poco religiosi ma non per questo erano insensibili alla morale; i giapponesi hanno sempre avuto un tale rispetto del gruppo che “perdendo la faccia” (cioè la stima sociale), perdono anche il gusto e il diritto alla vita; né è diventata immorale la Russia sovietica, quando l’ateismo è divenuto dottrina di Stato. Chi non rispetta i genitori, chi manca alla parola data, chi aggredisce fisicamente gli altri è giudicato male sempre e dovunque.
Se tuttavia qualche tolleranza si può manifestare per la confusione tra etica e religione - dato che questa, lungi dal contraddire la morale, la sacralizza - meno ammissibile è la confusione di idee in teologia.
L’esistenza di Dio non è né un dato oggettivo né un dato evidente. Si ha il diritto di avere la propria opinione ma il credente non può irridere l’ateo e l’ateo non può irridere il teista. In questo campo ogni atteggiamento troppo risoluto contraddice la filosofia e la razionalità.
Molti tuttavia, dopo avere affermato che Dio esiste, credono che non ci sia molto da aggiungere e invece rimane da provare la cosa più difficile: e cioè che Dio si occupi delle vicende umane (“humana negotia”, come le chiamava Grozio). Un autentico odiatore della religione come Voltaire, infatti, da un lato credeva in Dio, dall’altro ha fatto molto sarcasmo sull’esistenza della Divina Provvidenza. Anche per un pensatore non insignificante come Aristotele Dio esisteva ma non si occupava degli uomini. Dunque, niente giustizia finale, niente inferno, niente paradiso, nessun intervento nella realtà. E nessuna possibilità di religione, visto che la religione è l’insieme dei rapporti con Dio. La religione può esistere a partire dal momento in cui non solo si crede in Dio, ma si crede in un Dio che si occupa degli uomini.
Un Dio provvidenziale, tuttavia, non dà luogo ad una sola religione. Se per il cristiano la sola fede fondata sulla verità è la sua, altrettanto, per non parlare che dei grandi monoteismi, possono pensare l’ebreo e il musulmano. Il Cristianesimo non è un’evidenza, è una religione positiva che può sembrare innegabile per chi in essa è stato allevato, ma che tale non appare a chi è nato qualche centinaio di chilometri più in là. Ancor meno ovvio è il Cattolicesimo. Se il Papa afferma una data cosa, questa non solo non vale né per l’ateo né per il buddista, ma non vale neanche per il cristiano in quanto tale: vale solo per i cattolici. Solo costoro riconoscono l’autorità del Papa.
Il problema è più complesso di come normalmente appare. Dopo avere distinto la morale dalla religione, bisogna ancora chiedersi in successione: esiste Dio? Se Dio esiste, si occupa degli uomini? Se si occupa degli uomini, qual è la religione che realizza il giusto rapporto con Lui? Se è il Cristianesimo, questo si fonda sulla Scrittura liberamente interpretata o sull’autorità del Papa? C’è molto da studiare, molto da discutere e non basta certo affermare che la verità è quella che pensiamo noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


16 novembre 2008




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POLITICA
15 novembre 2008
KEEP SMILING: RICEVO E RINVIO
CONSUMO DI ALCOOL : CAUSE ,EFFETTI SECONDARI E POSSIBILI SOLUZIONI
Questo manuale può esservi utile in situazioni piuttosto imbarazzanti in occasione di consumo eccessivo di sostanze alcoliche
SINTOMO CAUSA SOLUZIONI
In originale le frasi che seguono sono in tre colonne, (sintomo, causa, soluzioni) ma anche senza tabella si capisce tutto.
Piedi freddi ed umidi
Hai afferrato il bicchiere con un angolo di presa non corretto
Gira il bicchiere fino a che la parte aperta rimanga verso l’alto
Piedi caldi e bagnati
Ti sei pisciato addosso
Vai ad asciugarti al bagno più vicino
La parete di fronte è piena di luci
Sei caduto di schiena
Posiziona il tuo corpo a 90° rispetto al pavimento
La bocca è piena di cenere di sigaretta
Sei caduto con la faccia in un posacenere
Sputa tutto e sciacquati la bocca con un buon gin tonic
Il pavimento è torbido e sbiadito
Stai guardando attraverso il bicchiere vuoto
Riempi il bicchiere di buon gin tonic
Il pavimento si sta muovendo
Ti stanno trascinando per terra
Domanda perlomeno dove ti stanno portando
Il riflesso della tua faccia ti guarda con insistenza dall’acqua
Hai messo la testa nel cesso e stai cercando di vomitare
Metti il dito ( in gola )
Senti che la gente parlando produce un misterioso eco
Stai tenendo il bicchiere sull’orecchio
Smettila di fare il pagliaccio
La discoteca si muove molto , la gente è vestita di bianco e la musica è molto ripetitiva
Sei in ambulanza
Non ti muovere : possibile coma etilico e/o congestione alcolica
Tuo padre è molto strano e tutti i tuoi fratelli ti guardano con curiosità
Hai sbagliato casa
Domanda se per caso sanno dove abiti
Un enorme fuoco di luce ti acceca la vista
Sei per strada sbronzo ed è già giorno
Cappuccino cornetto ed una buona dormita
ATTENZIONE : Non tenere per te queste informazioni : mandale ad un amico . Ti saprà ringraziare.
( gli amici si riconoscono soprattutto in questi casi )





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POLITICA
14 novembre 2008
TRE CASI

TRE CASI

Eluana Englaro – G8 di Genova – Leoluca Orlando

La decisione della Cassazione, che permette l’interruzione dell’alimentazione forzata di Eluana Englaro ha scatenato, come era prevedibile, una tempesta etico-giuridica. Tutto ruota intorno a questa domanda: che considerazione dobbiamo avere di un corpo umano definitivamente privo di coscienza? Le questioni riguardanti l’accanimento terapeutico, il diritto di rifiutare le cure, l’alimentazione, il testamento biologico e tutte le altre sono secondarie rispetto a quella centrale: l’uomo ha il diritto di disporre della sua vita o solo Dio può disporne? E c’è una seconda domanda: si può considerare “vita umana” quella incosciente, quella puramente fisiologica?

In filosofia, che solo Dio possa disporre della vita umana è una tesi insostenibile, in quanto non si può dimostrare l’esistenza di Dio. Ci ha rinunciato persino Immanuel Kant, credente. Dal punto di vista etico, la soluzione è scritta nei mores, nei costumi: se la società la pensa in un dato modo, quello è il modo “etico”. Ancor meno la tesi si può sostenere dal punto di vista giuridico, dal momento che Dio e la religione sono ambiti estranei al diritto. Dunque il problema non è né giuridico né etico: è religioso. Chi crede – in modo più o meno ortodosso – la penserà in un modo, chi non è religioso la penserà nel modo opposto.

Religiosa è pure la considerazione della vita come intangibile - anche quando è puramente fisiologica - al di fuori e al di là di qualunque interesse personale: quando cioè manca, ormai per sempre, il titolare di quella vita, colui che poteva dire “io”. Si rispetta la vita in quanto tale, al di fuori di ogni fredda razionalità.

I giudici di Genova hanno assolto i vertici della polizia per i fatti della caserma Diaz, successivi ai disordini del G8. In questi casi, coloro che hanno una mentalità partigiana, la sentenza l’hanno scritta molto prima che il processo incominciasse. Per questo, se poi la sentenza in concreto non corrisponde a quella già stabilita, gridano “vergogna!” e considerano scandaloso il verdetto dei giudici. Come se esso contrastasse con una verità evidente e certificata: da loro. La verità in sé non ha cittadinanza, nel diritto. Esiste la realtà processuale e nel dubbio bisogna rispettare la sentenza dei magistrati. Se si vuole uscire dal dubbio, almeno personalmente, bisognerebbe leggere l’intero fascicolo, come faranno i giudici d’appello. Ma nessun altro lo farà. Dunque meglio fermarsi al dubbio: se non si può avere fiducia nei giudici a scatola chiusa, non si ha neppure il diritto di non credere loro, a scatola chiusa.

Per prassi politica, la Presidenza delle Commissioni di garanzia è affidata ad un membro dell’opposizione. Stavolta l’opposizione ha proposto il nome di Leoluca Orlando e la maggioranza lo ha dichiarato inaccettabile, chiedendo una rosa di nomi fra cui scegliere. La minoranza è stata irremovibile. Alla quarantaduesima o quarantatreesima la maggioranza ha votato per un altro uomo del Partito Democratico (della minoranza, dunque), e lo ha eletto. Ora l’intera minoranza grida al colpo di mano, al regime, all’offesa alla democrazia. In realtà, l’appartenenza di quel presidente all’opposizione è frutto di una prassi (non di una legge) e si fonda su un principio di fair play. Se la minoranza, venendo meno al proprio dovere di fair play, propone un candidato del tutto inaccettabile, è chiaro che la maggioranza ha il diritto di opporsi. Se, al bar, offriamo di pagare il caffè ad un collega, non è che costui abbia il potere di invitare a nostre spese altri cinque colleghi. L’opposizione è andata al di là dell’ammissibile. Ha tirato troppo la corda e questo è un errore, più che di Di Pietro, che come sempre cerca lo scontro, del Pd, che non ha saputo ribellarsi a questa prevaricazione. Parlare di colpo di mano o di regime, ora, fa sorridere. Basta consultare un buon dizionario per vedere che il colpo di mano è per sua natura improvviso ed imprevedibile. Qui, invece, dopo oltre quaranta votazioni, tutto è stato prevedibile: soprattutto era prevedibile la mancanza di energia di Veltroni, ancora una volta a rimorchio del tribuno della plebe.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 14 novembre 2008




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POLITICA
13 novembre 2008
CHI È UN ARTISTA
Dimmi il nome di un artista. Mozart. Vedo che li riconosci. Ed io, sono un artista?
Qui le cose si complicano infinitamente. Non solo si parla di arte anche per il vasaio, ma dall’artigiano a Mozart non c’è un salto: c’è tutta una sfumatura di attività, senza scalini e senza interruzioni. Artista è Mozart ma artista è anche Johann Nepomuk Hummel, che non molti conoscono, o addirittura Leopolod Kozeluh, di cui non ha sentito parlare quasi nessuno. E tuttavia Kozeluh è un artista più grande di quasi tutti quelli che scrivono romanzi, racconti, poesie per sé stessi o su qualche blog. O che, ancora peggio, pubblicano a spese loro tremila copie del loro capolavoro.
Naturalmente nessuno può dimostrare né che il singolo sia un genio misconosciuto né che sprechi la carta su cui scrive. Moltissimi non hanno la possibilità di farsi conoscere. Il nostro è un mondo in cui molti scrivono e quasi nessuno legge. La gente, se proprio deve leggere, compra il libro scritto dal famoso attore, dal famoso calciatore, dal famoso assassino. In ogni modo da qualcuno che è già celebre. Come dicono gli editori sinceri, prima divieni famoso e poi pubblichi, non è perché hai pubblicato che diventerai famoso.
Questa situazione è da disperazione per chi avrebbe amato fare dell’arte – nel senso più alto – la propria attività. E soprattutto per chi sentiva di avere qualcosa da dire e qualcosa da dare. Ma bisogna farsene una ragione. Bisogna anzi vedere se il problema dell’autovalutazione non si possa risolvere diversamente.
In primo luogo, per ragioni statistiche, le probabilità che noi siamo dei veri, grandi artisti, sono molto remote. Facciamo che solo un romanziere su mille sia un vero, grande artista: a questo punto, l’ipotesi che quell’uno su mille siamo noi è peggio che azzardata. Se lo pensassimo rischieremmo di avere l’atteggiamento rancoroso di chi ha subito un’ingiustizia, di chi è invidioso del successo altrui (ovviamente immeritato), di chi ha di sé un’idea che nessun altro condivide. Dunque, in mancanza di un successo concreto, rinunciamo all’idea di definirci artisti. Né ci può bastare il plauso dei familiari o degli amici. E neppure il fatto che ci abbiano pubblicato qualcosa da qualche parte. Dopo appena qualche settimana, e molto prima che la carta ingiallisca, quell’opera sarà caduta nell’abisso dell’oblio.
Non esiste nemmeno la possibilità di sapere se quell’oblio lo meritiamo. Quand’anche fossimo dei geni misconosciuti, le probabilità che i posteri vadano a ricercare le nostre opere, per rivalutarle e metterci su un piedestallo, sono molto remote. Meglio non prendere in considerazione l’ipotesi. Maint joyau dort enseveli, ha scritto Baudelaire, più di un gioiello dorme sotterrato.
Bisogna essere indulgenti con coloro che si presentano al prossimo con l’aria di aspettarsi che l’altro rimanga abbagliato. Bisogna sforzarsi di non sorridere di tutti coloro che si credono poeti perché usano aggettivi impensati, perché vanno a capo prima che finisca il rigo, perché credono di avere dei sentimenti che nessuno ha. Non hanno ancora sbattuto contro la realtà. Agli occhi disincantati di chi non si fa illusioni somigliano un po’ al bambino che recita quattro versi di auguri per il nonno e crede, dinanzi agli applausi e ai baci, di avere compiuto una grande impresa.
L’atteggiamento dell’adulto sano, quando crea, è quello di chi sa che non ne ricaverà nulla, se non il piacere di quel momento. Il viaggio è più importante della meta. Le probabilità di grande successo sono troppo basse perché sia saggio occuparsene.
A chi ci chiede se siamo degli artisti, dobbiamo rispondere: “Nel dubbio, no”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 novembre 2008





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CULTURA
12 novembre 2008
GLI INSEGNAMENTI DELL'ALITALIA
La vicenda dell’Alitalia ha, come prima caratteristica, quella d’essere divenuta estremamente noiosa. Molti pagheremmo, pur di non sentirne più parlare. Ma è fonte di notevoli insegnamenti.
Il primo è che molti lavoratori non si sentono più rappresentati dai sindacati. Nel caso dell’Alitalia, pur essendovi quattro sindacati d’importanza nazionale (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), i dipendenti li hanno disertati per riunirsi in una miriade di piccoli sindacati settoriali. Pensavano che i grandi raggruppamenti non li avrebbero sufficientemente tutelati. Poi, per evitare il fallimento, c’è stato il passaggio da Alitalia a Cai e, se pure a malincuore, si sono piegate non solo le quattro grandi formazioni, ma anche quelle di categoria. Batti e ribatti, hanno capito che non si cava sangue da una rapa. Si rischiava – e si rischia – il licenziamento senza cassa integrazione. A questo punto i lavoratori hanno scavalcato Cgil, Cisl, Uil, Ugl e i sindacati di categoria, hanno scioperato senza preavviso ed hanno promesso un’interminabile serie di disservizi. È la Waterloo della credibilità del sindacato ufficiale.
Ciò che chiedono coloro che protestano è però da sottolineare: essi parlano puramente e semplicemente di nazionalizzazione. Questa parola ha i suoi quarti di nobiltà. In teoria corrisponde al momento in cui lo Stato, riconoscendo un’impresa di interesse nazionale, decide di gestirla in proprio in modo da migliorare il servizio diminuendone i costi per gli utenti. Nella realtà, il risultato è ben diverso. Da un lato i costi non diminuiscono per gli utenti, dall’altro, dal momento che l’impresa è statale, e dunque non può fallire, aumentano le spese di gestione, al punto che tutte le imprese nazionalizzate sono in deficit. Ed è proprio a questo che mirano i dipendenti in sciopero dell’Alitalia. Parlando di nazionalizzazione essi intendono che la Cai deve continuare ad operare in deficit, mantenendo i loro vantaggi, incompatibili con la redditività dell’impresa, e che tale deficit sia ripianato mensilmente dai contribuenti.
I sindacati sono incolpevoli e i ribelli non sono sostenuti neppure da sinistra, con l’unica eccezione, psicopatologica, dell’Idv. Per una volta, batti e ribatti, tutti si sono convinti che non si poteva chiedere l’impossibile. Fra l’altro, è impossibile l’intervento finanziario dello Stato, perché vietato dall’Unione Europea. I sindacati non si sono dunque piegati dinanzi alla maestà del governo o agli interessi del bieco capitalista, ma semplicemente ai pedestri imperativi della tavola pitagorica. Questo tuttavia non è bastato a coloro che hanno scioperato ed è opportuna una spiegazione.
Nel Medio Evo si usava enunciare, per esempio a proposito dei miracoli, il principio “ab esse ad posse valet illatio”, se una cosa è avvenuta, è segno che è possibile. Nello stesso modo, i dipendenti ribelli dell’Alitalia scioperano per ottenere “l’impossibile”, essendo ben coscienti che l’impossibile è stato ottenuto tante di quelle volte, che forse l’impossibile non esiste. È un falso concetto, è qualcosa solo un po’ più difficile da ottenere. Magari con uno sciopero in più, una minaccia più grave, un caos più tragico. Basta provarci. Non si possono riaprire le trattative, non si può nazionalizzare la compagnia, non si possono ottenere finanziamenti statali? “Noi blocchiamo l’Italia e poi si vedrà che cosa è impossibile e che cosa non lo è”.
Questi dipendenti non sono così folli come si potrebbe pensare. Hanno avuto ragione per decenni. Tutti i governi si sono inchinati all’Alitalia e ad ogni gruppo di pressione capace di farsi valere con gli scioperi, i blocchi stradali, le minacce più o meno serie di disordini sociali. Lo Stato è come quei genitori che si lamentano dei figli che fanno i capricci, dimenticando che li fanno perché, con i capricci, hanno cento volte ottenuto quello che non avrebbero dovuto ottenere.
La conclusione è che, se questi dipendenti ribelli non vinceranno, sarà un avvenimento epocale che replicherà, in miniatura, lo sciopero dei minatori di Scargill contro la Thatcher e quello dei controllori di volo contro Reagan. Se invece vinceranno e l’impossibile sarà stato ancora una volta possibile, l’Italia continuerà il suo inarrestabile sprofondare in direzione dell’assurdo amministrativo, contabile e politico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 novembre 2008




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CULTURA
11 novembre 2008
KEEP SMILING

“Padre, dice il penitente al confessore. La scorsa settimana ho fatto quindici volte l’amore con mia moglie”. “Non preoccuparti, figliolo. Se è stato con tua moglie, non è peccato”. “Grazie, lo so. È che a qualcuno dovevo pure raccontarlo”.

 “Da quando lavori nella tua impresa, tu?” “Da quando il padrone ha minacciato di licenziarmi”.

Il dottore dice alla figlia: “Gliel’hai detto, al giovane che frequenti, che non mi piace?” “Sì”. “E come ha reagito?” “Ha detto: non è la prima diagnosi che sbaglia”.

 “Cara, te lo confesso. Quando faccio l’amore con te spesso penso ad altre donne”. “Oh, caro, non ti preoccupare. È normale. Io, quando faccio l’amore con altri, penso a te”.




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POLITICA
10 novembre 2008
MOLLICHINA: IL SEGUITO
Barenghi mi ha risposto: "sullo steso piano ho messo non negro ma abbronzato, ed era un modo per ritorcere su berlusocni la sua pessima battuta..."
Ed io a mia volta:
Carissimo Barenghi, si accontenti dell'umorismo, perché sul piano
logico-linguistico ha torto. Se Obama fosse stato un bianco abbronzato, lei non avrebbe fatto la battuta. L'ha fatta perché "abbronzato" era un eufemismo, che si voleva spiritoso, per negro. E dunque per lei abbronzato/nero/negro sono equivalenti e tanto negativi quanto vecchio, brutto e nano. E lei s'è arrabbiato con Berlusconi perché significava appunto nero. Io ho solo esplicitato ciò che lei ha detto.
Possibile che un professionista dell'umorismo abbia bisogno di farsi spiegare cose simili?
Gianni Pardo




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POLITICA
10 novembre 2008
MOLLICHINA
Riccardo Barenghi, che si firma “Jena” sulla “Stampa”, ed è autore di sapide battute, giorno sette ha scritto:
"Obama: «Berlusconi è vecchio, brutto e nano». Poi precisa: «Era un grande complimento»".
Non discuto l'umorismo ma la battuta rivela un tanto involontario quanto innegabile razzismo. Infatti mette sullo stesso piano negativo quattro aggettivi: "vecchio", "brutto", "nano" e "negro".
Gianni Pardo
Barenghi mi ha risposto: "sullo steso piano ho messo non negro ma abbronzato, ed era un modo per ritorcere su berlusocni la sua pessima battuta..."
Ed io a mia volta:
Carissimo Barenghi, si accontenti dell'umorismo, perché sul piano
logico-linguistico ha torto. Se Obama fosse stato un bianco abbronzato, lei non avrebbe fatto la battuta. L'ha fatta perché "abbronzato" era un eufemismo, che si voleva spiritoso, per negro. E dunque per lei abbronzato/nero/negro sono equivalenti e tanto negativi quanto vecchio, brutto e nano. E lei s'è arrabbiato con Berlusconi perché significava appunto nero. Io ho solo esplicitato ciò che lei ha detto.
Possibile che un professionista dell'umorismo abbia bisogno di farsi spiegare cose simili?
Gianni Pardo





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CULTURA
9 novembre 2008
LA STORIA VISTA DA SINISTRA
Chi è divenuto anticomunista in anni lontani spesso ha cominciato prendendo per buono quanto di peggio si diceva sull’Unione Sovietica e sul Pci. Non per questo ha dismesso l’atteggiamento critico: se almeno ogni tanto gli fosse capitato di scoprire affermazioni vere in campo comunista e affermazioni false in campo liberale, non avrebbe rischiato il manicheismo. Ma la realtà è stata implacabilmente costante. I comunisti dicevano che in U.r.s.s. si viveva bene? Ed ecco che i fuorusciti sul momento, e la storia poi, hanno detto che era un’enorme bugia. Dicevano che il piano Marshall era nocivo ed invece ci ha salvato dalla fame. Dicevano che la rivoluzione ungherese era semplice teppismo finanziato dagli Occidentali ed era una menzogna ignominiosa. Dicevano che la Nato era aggressiva eppure ci ha protetti dall’espansionismo sovietico. Dicevano che i Pershing e i ruise a Comiso erano una mossa da guerrafondai ed erano invece semplice legittima difesa contro gli SS20 . La lista non finirebbe mai.
 Ma non si mentiva solo a Mosca dove, dopo tutto, poteva essere nell’interesse dell’impero; si mentiva anche a Roma. E qui le bugie erano anche più ignobili: da un lato si disponeva di una libera informazione, dall’altro erano spesso contro gli interessi dell’Italia. Mentivano con fervore soprattutto gli intellettuali, tanto da far concludere per un loro insanabile deficit di buon senso. E da spiegare perché alla fine non si abbia più voglia di leggere i testi degli adepti della sinistra. Se essi dicono che al martedì segue il mercoledì bisogna controllare sul calendario. Se non si ha un calendario sottomano meglio non crederci. E se dicono la verità ci si crederà quando la diranno gli altri. Anche ai bambini s’insegna che è un errore gridare spesso “al lupo, al lupo!”.
 I militanti di sinistra hanno dovuto affrontare cento volte le smentite della realtà. Una prima soluzione è stata quella di negare tutto. Noi comunisti abbiamo detto questo? E quando mai? Non è vero. Nell’U.r.s.s., proprio per poter modificare la storia, si riscriveva periodicamente l’Enciclopedia Sovietica. Il passato, a costo d’essere falsificato, doveva accordarsi con gli interessi del presente. E se uno avesse chiesto a chi dava queste disposizioni come avesse il coraggio di falsificare i fatti, si sarebbe sentito rispondere che era a fin di bene. Che sarebbe stato troppo lungo spiegare ai semplici cittadini come ci si fosse potuti sbagliare così gravemente. Tanto valeva fornirgli il prodotto finale, politicamente corretto.
 Questo atteggiamento non deve stupire. La buona coscienza che dà la certezza di un’intangibile verità non è stata appannaggio esclusivo della sinistra. Se si fosse chiesto ai Tribunali dell’Inquisizione perché condannavano a morte persone in nome di una religione che predica l’amore, avrebbero risposto che una vita umana era un costo minore rispetto al rischio di molte anime.
 Nell’ambito di un paese come l’Italia, dove riscrivere la storia è più difficile, i comunisti e i loro epigoni, non potendo negare tutto, sono stati costretti a dolorose marce indietro. Ma non le hanno fatte battendosi il petto, come ci si sarebbe potuti aspettare: sono al contrario divenuti i maestri delle idee che prima hanno combattuto. Hanno avversato l'Europa come fonte d’ogni male e sono diventati i maestrini dell'europeismo; hanno condannato il federalismo come fonte di disgregazione nazionale e ne sono diventati i paladini; hanno combattuto a morte lo stato borghese e sono diventati i depositari del liberismo riveduto e corretto; hanno applaudito per settant'anni il comunismo liberazione delle masse e ora c’insegnano che è incompatibile con la libertà; hanno venerato Stalin e ci dànno arcigne lezioni di democrazia. Come mai sono riusciti ad assolversi così completamente, in che modo si è attuato questo inverosimile fenomeno?
 Per gli intellettuali il modo più semplice per sbarazzarsi d’un passato scomodo è quello d’affermare pensosamente che “bisogna storicizzare”. Bisogna ricordare che i tempi erano diversi. Non si può giudicare una persona, una teoria, un fatto del passato col metro di oggi. Ma questo va dimostrato. Chi afferma che il tempo trascorso modifica la prospettiva deve poi indicare come e perché. Non basta dire: è cosa passata e dunque non possiamo giudicarla, perché così non si potrebbe giudicare nemmeno ciò che è avvenuto ieri. E qui non stiamo parlando di preistoria: il gulag, come lo sterminio cambogiano, sono fatti del Ventesimo Secolo. E se si possono condannare i campi di sterminio nazisti, e coloro che li attuarono, perché non si dovrebbe fare altrettanto con i capi comunisti e i loro sostenitori?
 I non intellettuali, le persone aliene dagli approfondimenti storici o dottrinali, hanno solo il problema di sistemare il loro personale passato. Di convivere con le loro antiche bugie e di integrarle nel loro pensiero attuale. Ed ecco si servono di questo atteggiamento: “È vero, prima pensavamo nero ed ora pensiamo bianco, ma quando pensavamo nero le persone oneste, generose, disinteressate non potevano che pensare nero; e solo persone ciniche o interessate avrebbero potuto pensare bianco”. Se li si contrasta, si spingono fino alla iattanza: “Benché in realtà il bianco fosse migliore del nero, e benché forse siamo stato ingannati da chi ci spingeva a credere al nero, personalmente siamo fieri di avere sbagliato. Perché il nostro errore è stato buono e magnanimo mentre la vostra ragione è stata ed è miserabile”. Teoria che si può così riassumere: “Siamo tanto migliori di te che siamo migliori di te anche quando noi sbagliamo e tu hai ragione”.
 L’invincibile fastidio che si prova nel discutere con persone di sinistra nasce da tutto ciò.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 gennaio 2002




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CULTURA
8 novembre 2008
LA MACCHIA SUL MURO
L'errore trionfa perché si presenta con un aspetto plausibile. Dunque un pensiero emotivo, approssimativo, sfocato, è quello che ne è più facilmente vittima. Pesa di più un chilo di paglia o un chilo di ferro? Chi dice immediatamente “un chilo di ferro” lo fa perché ha solo messo insieme le parole “paglia” e “ferro”, non perché abbia seriamente esaminato il senso della frase. Nello stesso modo, tutti preferiscono il benefattore all’industriale dimenticando che questi, creando lavoro, fa vivere molte famiglie. Qui, addirittura, un chilo di paglia pesa più di un chilo di ferro.
 In questi giorni siamo assaliti dalla sensazione che mentre non riusciamo a vedere sul muro che una macchia di umidità tutti vi stiano riconoscendo il volto di Padre Pio. E tutti stanno vedendo in Barack Obama molte cose che non ci riusciamo a scorgere. Il prossimo presidente degli Stati Uniti non può essere un imbecille - altrimenti non sarebbe arrivato dove è arrivato - ma non ci si può entusiasmare per un’incognita. La retorica tribunizia, le dichiarazioni generali e “buoniste” sono strumenti di campagna elettorale ma quando la suggestione svanisce, e il polverone si deposita, le cose sembrano diverse. Le stesse folle che prima hanno applaudito fanno del sarcasmo sul passato. Gli italiani trovano ridicolo Mussolini e molti si stupiscono dell’efficacia dell’istrionismo di Hitler: ma molti di questi critici avrebbero probabilmente fatto parte degli entusiasti che oggi irridono. Forse l’applauso andrebbe riservato al passato. Al grande De Gaulle di Colombey les Deux Eglises. All’attore che si inchina alla fine della rappresentazione, non a quello che si presenta sulla scena.
Quando il risultato è ormai irrimediabilmente negativo le giustificazioni sono esili. “Noi credevamo che sarebbe stato un capo eccellente. Aveva detto cose bellissime”. Ma questo non dovrebbe mai bastare per credere in qualcuno, a scatola chiusa. Diversamente non si avrebbe il diritto di criticate i milioni di italiani che hanno seguito Mussolini.
Per fortuna, gli Stati Uniti non corrono nessuno di questi pericoli. Inoltre in campagna elettorale tutti non possono che parlare, promettere questo e quello, e dunque alla fine si sceglie il meno cattivo, il meno infido, il meno pericoloso. Ma lasciarsi andare a scene di giubilo, dopo l’elezione, è assurdo come andare a festeggiare solo perché si è comprato un biglietto della lotteria.
Bisogna sperare con tutte le proprie forze che il nuovo Presidente si riveli all’altezza del suo compito. Che aiuti il suo Paese ad uscire dalla situazione di crisi in cui si trova. Che sia capace di realizzare magari metà di ciò che ha promesso. E per questo bisognerà sostenerlo anche quando gli entusiasmi dei superficiali saranno sbolliti.
In una famosa poesia, Vigny parla di Mosé che, avendo compiuto la propria missione, è talmente stanco del peso del comando, da chiedere a Dio la grazia di morire. Gli succede dunque Giosuè: “Marchant vers la terre promise,/ Josué s'avançait pensif et pâlissant, / Car il était déjà l'élu du Tout-Puissant » ; camminando verso la terra promessa, Giosuè s’avanzava pensoso e pallido/perché era già l’eletto dell’Onnipotente. Chi prende sulle proprie spalle il peso di un’enorme responsabilità non ha di che tripudiare. Deve impallidire per la paura.
A Barack Obama più che congratulazioni bisognerebbe esprimere fraterna comprensione e promesse di collaborazione. Perché, se non dell’Onnipotente, è l’eletto della più forte nazione della Terra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 novembre 2008





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POLITICA
7 novembre 2008
MOLLICHINA

Berlusconi ha detto che Barack Obama è “un po’ abbronzato” ed è scoppiato uno scandalo. Nessuno, fino a quel momento, si era accorto del colorito del nuovo Presidente americano.




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POLITICA
6 novembre 2008
OBAMA, IL RAZZISMO AL CONTRARIO

IL RAZZISMO AL CONTRARIO

Il giubilo per l’elezione di Barack Hussein Obama ha di che lasciare stupiti. È comprensibile che si sia contenti per l’elezione di un candidato: ma spellarsi le mani gridando che finalmente è arrivato il salvatore e ora tutto si aggiusterà no, non è comprensibile. Il New York Times si è schierato per il candidato democratico e tuttavia oggi Peter Baker scrive: “No president since before Barack Obama was born has ascended to the Oval Office confronted by the accumulation of seismic challenges awaiting him”, nessun presidente, da prima ancora che Barack Obama fosse nato, è salito all’Ufficio Ovale per affrontare l’accumulo di sfide sismiche che lo aspettano.

Da un lato l’America è delusa dal recente passato, e spera in un vago cambiamento per il meglio, dall’altro la situazione economica e politica internazionale è delle meno confortanti. Non promette certo un aiuto. Né si sa bene quale sia il carattere di Obama: l’uomo non ha mai veramente dato prova di sé e qualcuno lo giudica immobilista ed attendista. Quand’anche il nuovo Presidente fosse un eccellente uomo di Stato, si rischia di passare da un eccesso di speranze ad un eccesso di delusione.

Molti si aspettano che il senatore nero risolva il problema della crisi finanziaria, che rilanci l’economia, che ponga un termine se possibile vittorioso alle guerre in cui gli Stati Uniti sono implicati e – perché no? – che risolva anche il problema del Medio Oriente. Quest’ultima illusione, cosa sbalorditiva, si estende perfino ai musulmani della regione. Si parla tanto del razzismo dei bianchi ed ecco che i coloured di tutto il mondo sono convinti che Obama sarà un Presidente ottimo, capace perfino di fare miracoli, perché è nero. Un razzismo identico, anche se di segno contrario, a quello di chi pensa che egli non potrà essere un buon Presidente solo perché mulatto.

In politica non si ha successo se non si è ambiziosi: l’ambizioso è pronto a sfidare il destino, per avere successo; è pronto a fare il passo più lungo della gamba e a scommettere su se stesso; è pronto a dichiararsi capace di fare qualcosa molto prima di esserne sicuro. Tutto questo è fisiologico. Purtroppo, è altrettanto fisiologico che, una volta ottenuto il posto di comando, si sia chiamati a “deliver”, come si dice in inglese familiare: a  realizzare ciò che si è promesso. E qui nascono le difficoltà. Non solo i problemi sono ardui, ma il popolo e la storia sono spietati. Non perdonano neppure la sfortuna. Figurarsi dunque quando ci si attendono i miracoli.

Richard N.Haass , il Presidente del Consiglio per le Relazioni Internazionali americano, ha detto: “You tend to campaign in black and white. You tend to govern in gray”: si tende a fare campagna elettorale in bianco e nero, si tende a governare in grigio. Nel caso di Obama, il grigio non sarebbe troppo male, nella situazione attuale, ma molti ne saranno delusi.

Un sano realismo ed aspettative limitate sarebbero più generosi nei confronti del neo-eletto presidente.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

5 novembre 2008

 




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CULTURA
5 novembre 2008
OBAMA: INCROCIAMO LE DITA

Se si chiede a qualcuno come mai in gennaio faccia freddo e in agosto no, la risposta sarà probabilmente: “Ma che domande! In gennaio siamo in inverno e in agosto siamo in estate”. Solo che questa risposta, che pare ovvia, è profondamente stupida. Un certo periodo dell’anno l’abbiamo chiamato gennaio e un altro periodo dell’anno, che comprende gennaio, l’abbiamo chiamato inverno: ma questo non spiega perché in tale tempo debba fare più fresco che in un altro periodo. Se l’avessimo chiamato “luglio” sarebbe stato più caldo? La risposta corretta è: “Perché è sempre così”. Oppure, meglio: “Perché in gennaio l’inclinazione dell’asse terrestre, che è costante durante la rivoluzione della Terra, fa sì che i raggi del sole giungano sull’emisfero nord con un’angolazione più lontana dallo zenith di quanto avvenga in estate”. Ma quanta gente parlerebbe così?

Nello stesso modo, se si chiedesse a molta gente perché è contenta dell’elezione di Barack Obama si otterrebbero anche risposte assurde: “Perché era tempo che un nero divenisse Presidente”. E dove sta scritto che un nero non possa essere un cattivo Presidente? “Perché è un giovane, perché da lui ci si può aspettare un cambiamento”. E questo è un pregiudizio ancora peggiore di quello che vuole i vecchi più saggi dei giovani. Inoltre il cambiamento può essere per il meglio come per il peggio. E poi, quale cambiamento? Chi sarebbe in grado di riferire quale sia il programma concreto di Barack Obama?

La realtà è che nessuno ha un’idea di ciò che quest’uomo possa fare, soprattutto dovendo affrontare problemi che farebbero tremare un semidio. Benché il sistema statunitense sia presidenziale, al sommo domina un’oligarchia di competenti e consiglieri. Il Presidente non è un dittatore. C’è il Congresso, c’è il Senato, c’è tutta un’organizzazione che, in parte, vive di vita propria. Quando nell’era Clinton si parlò molto di riforma dell’assistenza sanitaria, anche sotto la spinta di Hillary Clinton, alla fine non si arrivò a nulla: i freni della base si rivelarono più forti della volontà del vertice. Ecco perché da un lato la volontà di Obama ci è ignota, dall’altro, qualunque sia, avrà un peso notevole ma non determinante. Gli Stati Uniti non sono un feudo.

Le elezioni americane sono meno significative di quelle italiane. L’Italia ha avuto il più grande partito comunista del mondo libero e questo ha lasciato un’eredità, nel Paese. La nostra sinistra è più arrabbiata, più radicale, più anti-occidentale di altre. Dunque la scelta fra le due coalizioni può comportare conseguenze notevolissime, nella società. Gli Stati Uniti, al contrario, sono molto più stabili ed unitari. La differenza fra repubblicani e democratici è molto meno grande. Fra l’altro, contraddicendo uno dei miti della sinistra, i Presidenti democratici si sono dimostrati più bellicosi dei Presidenti repubblicani. Ecco perché non si sa che dedurre, dalla recente elezione.

Sappiamo che Barack è giovane, slanciato e porta i vestiti in modo ammirevole. Sappiamo che sa infiammare gli animi delle folle con discorsi tanto veementi quanto inconsistenti, da predicatore. Sappiamo che ha vinto il beauty contest, il concorso di bellezza, con John McCain, ma sappiamo anche che un paese non si governa con la bella presenza. E purtroppo Obama fino ad oggi ha fatto leva solo sul suo fascino, non sui suoi programmi o sulle sue idee. Potrebbe rivelarsi un ottimo o un pessimo Presidente ma allo stato delle cose non se ne sa nulla. Una campagna elettorale meno mediatica, meno spettacolare ma più concreta sarebbe stata preferibile ma la gente non ama strapazzarsi le meningi: negli Stati Uniti si è svolta la campagna che poteva svolgersi. Chi avesse tentato di farne una diversa probabilmente avrebbe perso. Come ha perso Hillary Clinton che si è dimostrata concreta e competente ma è rimasta “antipatica”. E tanto è bastato.

Non rimane che incrociare le dita: God bless America.

5 novembre 2008

 




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CULTURA
4 novembre 2008
IMPERI

STATI UNITI: PARABOLA DISCENDENTE?

Sulla Terra nulla è eterno. Il Sahara è stato verdeggiante, un tempo. Ancora prima il Brasile è stato inserito nel Golfo di Guinea. Figurarsi dunque se possono essere eterni gli imperi. Quello romano, che pure è durato tredici secoli, nella storia del pianeta è un battito di ciglia. Dunque, che il momento di preminenza mondiale degli Stati Uniti debba avere un termine, prima o poi, è una semplice evidenza. Il problema è quando.

Per giocare a questo gioco non si può che guardare al passato e cercare di capire che cosa ha fatto rovinare gli imperi.

Una prima causa è stata l’eccessiva estensione territoriale. Al sommo della potenza si perdeva il controllo unitario del territorio, con la conseguente frammentazione. È avvenuto dopo Alessandro Magno; è avvenuto dopo Carlo Magno; è avvenuto con l’impero spagnolo nell’America del Sud ma proprio questo argomento è difficile usare contro gli Stati Uniti. Memori di essere stati una colonia, si limitano al loro personale continente, quasi dimenticando perfino Canadà e Messico.

Una seconda causa di decadenza è il venir meno della superiorità tecnico-organizzativa della potenza egemone. Se la Gran Bretagna ha potuto conquistare un impero immenso è stato anche a causa della diversa disciplina dei militari inglesi e della superiore efficienza del loro armamento, rispetto a tutte le popolazioni con cui vennero a contatto. L’India era lo stesso formicaio che è oggi ma i britannici erano imbattibili. Col tempo, per tutti i paesi occidentali questo vantaggio è venuto ad assottigliarsi. Non solo popoli per secoli lontani dalla scienza e dalla tecnologia, come il Giappone, ne sono diventati avanguardisti, ma persino nazioni sonnacchiose ed indolenti come la Cina oggi mandano in orbita razzi ed astronauti.

Un altro dato importante, nello sviluppo o nel tramonto delle grandi civiltà, è la potenza economica che dipende dalle risorse naturali e dalle capacità intellettuali di un gruppo umano. Il Congo è infinitamente più ricco di materie prime rispetto al Giappone ma quest’ultimo ha l'intelligenza, la cultura e la tecnologia capaci di trasformare in oro ciò che tocca. Anche se deve importare la maggior parte delle materie prime, è in grado di trasformarle e produrre ricchezza molto più di altri.

Le cause enumerate fino ad ora non sono sufficienti per porre una scadenza alla potenza degli Stati Uniti e tuttavia alcuni osservatori sostengono che essi nel medio termine non hanno lo stesso grandi speranze. La Cina, ad esempio, non rischia di perdere il controllo del proprio territorio, ha una superiore – ancorché non libera – organizzazione sociale, diviene ogni giorno più possente dal punto di vista economico e tecnologico: e dal momento che i cinesi sono quattro volte più numerosi degli americani, chi dice che fra qualche tempo non debba essere la loro la nazione leader del mondo?

Questa teoria non è assurda. Essa urta però contro un ostacolo insormontabile: l'imprevedibilità della storia.

Chi è nato nei primi decenni del Novecento ha osservato per settant'anni la realtà indubitabile, incontestabile e monolitica dell'U.R.S.S. Essa costituiva la realizzazione di una dittatura perfetta, per giunta in una società abituata all'oppressione. Solo l'intervento di un nemico esterno - cioè una sconfitta devastante - poteva far ipotizzare un cambiamento di regime: ma nessuno pensava di attaccare quel colosso, disposto fra l’altro a sacrificare il benessere dei suoi cittadini alla superiorità negli armamenti. Cionondimeno l'Unione Sovietica è rovinata in pochi mesi, senza lasciare rimpianti. È statacancellata dalla storia. Qualcuno dirà che ciò è avvenuto perché Gorbaciov ha aperto una falla nel sistema poliziesco ma, appunto, chi garantisce che qualcuno non apra una falla nel sistema? Qualunque sistema?

In direzione opposta possiamo osservare che a volte un impero può avere una seconda edizione. I germani acquisirono fama di grandi combattenti (la Selva di Teutoburgo fu una lezione indimenticabile) e crearono anche il Sacro Romano Impero: ma infine, per secoli, fecero dimenticare queste loro prodezze. Le grandi potenze si chiamavano Francia e Spagna e le pianure tedesche sembravano solo lo scenario delle vittorie napoleoniche. Ma con Sadowa e Sedan nacque un nuovo Impero (Reich), che, umiliando la Francia nel 1870, mutò i sentimenti dell'Europa. I tedeschi da allora sono sembrati militari nati. E se la Germania, nel 1940, non fosse stata guidata da un pazzo, avrebbe stabilito nel centro del Vecchio Continente un moderno, vasto, popolatissimo e possente impero. Le nazioni possono avere più di una fioritura.

In conclusione, non solo non si sa quanto durerà il predominio statunitense, non si sa neppure se la Cina non avrà per qualche ragione un crollo interno prima ancora di divenire la potenza egemone; se una nazione che pareva morta non si risveglierà; se eventi tecnologici, militari o perfino ecologici non cambieranno i dati del problema mondiale. Il futuro, anche per la politica internazionale, è imperscrutabile.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 

4 novembre 2008




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CULTURA
3 novembre 2008
KEEP SMILING

Dottore, è strano, dice la vecchietta, ma ogni volta che starnutisco ho un orgasmo”. “Ed ha preso qualcosa, per questo?” “Parecchio pepe”.

Mio piccolo amore, tesoruccio mio, gioia bellissima, tu sei il mio puccipuccipucci…” “Che significa, puccipuccipucci?” chiede lui. “Sta’ zitto. Sto parlando col cane”.

A Dortmund un giovane continua a tracannare birre su birre. Gli si avvicina un anziano: “Giovanotto, ma lo sa che ogni anno muoiono 50.000 tedeschi, per colpa dell’alcolismo?” “E che m’importa? Io sono svedese”.




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