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POLITICA
31 ottobre 2008
LE SCIOCCHEZZE DI BRUNETTA

Ferdinando Zucconi Galli Fonseca (è il suo nome,  non la storia della sua vita), ex-primo presidente della Corte di Cassazione, e dunque persona altissimamente qualificata, ha scritto una lettera al Corriere della Sera (30/10/’08) in cui fa notare come l’intenzione del ministro Brunetta di imporre i “tornelli” anche per i magistrati sia assurda. “Non crede lei, chiede a Sergio Romano, che i ministri del nostro governo, per rispetto del loro ruolo istituzionale e anche della loro immagine, dovrebbero bene informarsi prima di rilasciare dichiarazioni programmatiche svincolate dalla realtà?”

Bisogna dargliene atto, la proposta di Brunetta per i “tornelli” è effettivamente assurda, per motivi tecnici. Ma bisogna guardarsi dal prestare all’avversario intenzioni che non ha, per poi trattarlo da sciocco. Soprattutto quando sia nota la sua competenza e ciò che ha detto in altre occasioni.

Brunetta è un uomo che parla fuori dai denti. Va spesso avanti a braccio e con impeto. Ecco perché gli capita di dire cose che, espresse in un certo modo, sembrano sciocchezze. In realtà il ministro ha detto e ripetuto molte volte, in parecchie apparizioni televisive, che sa benissimo di che parla, e in particolare che si commette un errore pensando che non si possa valutare il rendimento del lavoro, qualunque genere di lavoro. Si può valutare il rendimento di un primario ospedaliero, di un professore di filosofia, di un pubblico ministero come di un cantante lirico. Ché anzi, se la misurazione del tempo dedicato al lavoro può servire da alibi all’impiegato inefficiente (che può farci, se è lento?), negli altri casi si giudica dai risultati e per molti potrebbe essere peggio. Il viaggiatore di commercio sarebbe ben contento di avere uno stipendio assicurato, in base alle ore passate lavorando. Ma al datore di lavoro in questo caso importa il risultato, le commesse, non la sofferenza del lavoratore.

I magistrati non sono tutti uguali. Ce ne sono che operano con passione e si ammazzano letteralmente di lavoro: è così che è morto mio cugino C.Sciuto (quasi mio fratello) Presidente di Sezione della Corte di Cassazione. Ma moltissimi (lo dicono sia gli avvocati sia i loro colleghi) sono lungi dallo strapazzarsi. Avendo un carico di lavoro assurdo ed essendo giustificati a priori se non possono smaltirlo, ne approfittano per non fare neanche ciò che potrebbero fare.

Non si tratta di “tornelli”. Il ministro Brunetta sa benissimo che si può valutare l’efficienza dei magistrati solo in base ai risultati prodotti. Nessuno chiede una misurazione al millimetro: ma se un giudice produce il doppio di sentenze di un altro, non può essere che al primo siano capitati tutti i casi facili e al secondo tutti i casi difficili.

L’ex-primo presidente della Corte di Cassazione, invece di prendere per cretino Renato Brunetta, avrebbe fatto meglio a dare una mano per perfezionare gli strumenti di misurazione dell’efficienza. Sempre che il suo intervento non avesse il duplice scopo di irridere il ministro e dichiarare ogni controllo inammissibile.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


31 ottobre 2008

 




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POLITICA
31 ottobre 2008
KEEP SMILING

Una bambina di cinque anni si rivolge con molta calma al reparto informazioni del grande magazzino: “Fra poco arriverà qui una signora bionda che, in preda ad una crisi isterica, griderà dicendo che ha perso la sua bambina. Le dica che sono al terzo piano, reparto giocattoli”.

 “Io ho sposato mia moglie perché la trovavo bella, allora. Tu perché hai sposato la tua?” “Perché la trovai diversa da tutte le altre”. “Diversa? In che senso?” “Fu l’unica che mi disse di sì”.

“Ma allora, dice disperato il cliente in banca, il mio denaro è completamente svanito? Non c’è più?” “Non esattamente. È solo che ora ce l’ha qualcun altro”.




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CULTURA
30 ottobre 2008
L'ERRORE DELLA GELMINI

I problemi sono di quattro generi: semplici e complessi, solubili e insolubili. Semplice e solubile, 3x3; semplice e insolubile, la quadratura del circolo;  complesso e solubile, la fissione dell’atomo; complesso e insolubile (almeno, fino ad ora) la fusione dell’atomo. Le combinazioni sono quattro e uno potrebbe scervellarsi per sapere a quale delle quattro categorie appartiene il problema della scuola. Ma sarebbe inutile perché esso appartiene ad una quinta categoria, che colpevolmente non è stata inclusa nella lista: quella dei non-problemi. Eccone un esempio: “Io sono un acquario. Di che segno deve essere il mio uomo, perché possiamo essere felici?”

La protesta nella scuola è una tempesta in un bicchier d’acqua. Che i voti siano espressi con numeri o con frasi esoteriche, che il maestro sia uno (come è stato per millenni) o due, o tre, è cosa che, francamente, non interessa nessuno. Sarebbe divertente fare un’indagine demoscopica ponendo ad un migliaio di manifestanti domande precise su questa miniriforma e sui danni che provoca: si vedrebbe che le risposte sarebbero piuttosto vaghi slogan che ragioni didattiche. E allora, come mai tanto baccano? La risposta è banale e si condensa in tre punti.

L’errore della ministra Gelmini non è il contenuto della “riforma” ma la sua data. Se, invece d’essere un avvocato, fosse stata una professoressa, avrebbe saputo che, da sempre, in autunno i ragazzi cercano una scusa per marinare la scuola. Da un lato il ricordo delle vacanze è troppo vicino, perché ci si possa rassegnare a passare tante ore in classe, dall’altro nessuno rischia (ancora) di essere bocciato ed ecco perché nei decenni si è “scioperato” per le ragioni più inverosimili. Noi cinici abbiamo sempre saputo che era un modo per “fare un po’ di casino” e soprattutto per scorciare la durata dell’anno scolastico, i giornalisti invece, costantemente a caccia di notizie, hanno sempre gonfiato questi fenomeni, facendo finta di prenderli sul serio.

Se la riforma Gelmini fosse stata discussa e varata in maggio, non ci sarebbe stato un giorno di sciopero. In quel mese è tempo di interrogazioni per salvarsi da una bocciatura e i ragazzi manderebbero al diavolo chi li mettesse a rischio di passare l’estate a studiare matematica o latino. Questa non è un’osservazione di parte, è una semplice constatazione storica, di chi ha vissuto nel mondo della scuola.

Il secondo motivo per cui la protesta è sostenuta anche dai docenti è che la maggior parte di loro sono di sinistra e vivono dunque un momento di grande frustrazione. Questo governo sembra granitico e gridargli contro qualche insulto – non importa per quale ragione - dà sollievo. Fra l’altro questo Brunetta vuole obbligare tutti a non assentarsi dal lavoro senza ragione: è intollerabile!

Ci sono poi i livelli occupazionali. La maggior parte dei docenti non hanno ottenuto il famoso “posto” in forza di un concorso vinto (che lo Stato è colpevole di non indire) ma in forza di una “benedizione urbi ed orbi”: cioè un’infornata di decine di migliaia di docenti, magari asini e incapaci. Proprio per questo – nel momento in cui ci si limiterà a non assumere nessuno – i maestri solidarizzano con chi rischia di non beneficiare della stessa bonanza.

E si arriva al terzo punto. Sapendo di avere a disposizione folle vocianti e disposte a rinnovare indefinitamente il rito (tanto, ogni giorno in più di “casino” è un giorno in meno di lezione) il Pd e l’Idv, oltre che la sinistra extra-parlamentare, ne approfittano fin dove possono. Fanno finta di stracciarsi le vesti, parlano di disastro, di minacce alla scuola pubblica, di referendum abrogativo (per tornare ai giudizi piuttosto che ai voti in pagella?), ma in realtà tutto il loro interesse, legittimo anche se coperto d’ipocrisia, è quello di danneggiare l’immagine del governo.

Nel bailamme indegno di attenzione, si è pure sentito parlare di tagli alle spese. E qui, dopo avere notato che ci sono gravi sprechi, basterà dire che protestare contro i tagli, in questo difficile momento economico, è come protestare contro la dieta quando si è obesi.

Non si può che ripeterlo: l’errore fondamentale della Gelmini è scritto nel calendario. Se invece che in ottobre il provvedimento fosse stato adottato a maggio, sarebbe passato senza incidenti come un divieto d’indossare il cappotto in agosto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


30 ottobre 2008




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CULTURA
29 ottobre 2008
KEEP SMILING

“Sai, Agnese, la figlia dei Rossi, andrà all’estero a studiare canto”. “Ah sì? Ma dove hanno trovato i soldi, per questo?” “I vicini hanno fatto una colletta…”

Due amici si incontrano. “Non vieni a nuotare in piscina?” “Non mi permettono di entrare”. “Perché?” “Perché non avevo il costume in ordine”. “In ordine? In che senso?” “Lo tenevo in mano”.

“Vedo che fai moltissimi esercizi al pianoforte. Come mai?” “Bisogna sapere che cosa si vuole nella vita”. “Vuoi divenire concertista?” “No. Voglio che i vicini vadano via, per poi comprare il loro appartamento”.

Due amiche. “Sei incinta? E chi è il padre?” “Ti pare una domanda da fare?” “Scusami. Credevo lo sapessi”.




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CULTURA
28 ottobre 2008
STUDIATE IL LATINO

Il latino, come la matematica, ha i suoi avversari che a volte lo odiano di un odio viscerale: memoria incancellabile di brutti voti e di problemi per la sorte delle vacanze estive. Il problema viene di solito riassunto con un semplice interrogativo: a che serve? E la risposta è ovvia: a niente.

Qualcuno ogni tanto dice: non è inutile, è solo che è insegnato male. Bisognerebbe partire dai testi, insegnarlo come si insegnano le lingue straniere, magari utilizzando autori facili. Del resto, gli stessi romani certo non parlavano quotidianamente come Cicerone nelle sue orazioni. Argomentazioni tanto belle e semplici quanto erronee.

Il latino serve a capire la struttura delle lingue, soprattutto perché il suo significato non dipende dall’ordine delle parole. In italiano, frasi come “il cane non morde il padrone” oppure “il padrone non morde il cane” sono diverse; in latino sarebbero diverse secondo che una parola abbia un segno che la indichi o no come soggetto od oggetto dell’azione: e questo obbliga a ragionare su ogni singolo elemento della frase, sulla morfologia di ogni termine. Il latino, per la mentalità contemporanea, non è “naturale”: lo sforzo di logica e di analisi che richiede risulta però prezioso per lo sviluppo intellettuale. Il latino non è utile malgrado la sua difficoltà, ma a causa della sua difficoltà. Proprio per questo è più utile averlo studiato come un rompicapo che come un’occasione per leggere nel testo originale le opere di Cesare o di Tacito.

Il latino, come lo studio della matematica, obbliga a riflettere, ad analizzare i dati di cui si è in possesso, a riordinarli, a chiedere ad ogni termine che cosa significhi e a chi si riferisca, in quale rapporto sia con gli altri e se il periodo nel suo complesso abbia senso. Un tempo si diceva che i migliori ingegneri venivano dal liceo classico. Poi, da questa abitudine a considerare l’espressione linguistica non un’evidenza o un istinto, ma il risultato di un pensiero organizzato, deriva la capacità di parlare meglio la propria stessa lingua. Esattamente come l’aver studiato pianoforte è un vantaggio se si vuole poi studiare il violino, perché certo non bisogna ripartire dal solfeggio. Chi ha studiato latino parla meglio l’italiano.

Si è spesso detto che il latino è “elitista”. Perché è stato oggetto di studio per le classi colte che, con esso, mantenevano in seguito la distanza con coloro che non l’avevano studiato. Ma la soluzione non è togliere il latino alle classi colte, è rendere colte anche le classi che in partenza non lo erano, consentendo loro di accedere a questo patrimonio culturale e intellettuale. Anche cinquant’anni fa non tutti gli studenti del liceo classico erano figli di medici o avvocati, e spesso, malgrado questa origine, accedevano ai livelli più alti della cultura e delle professioni: merito di una scuola che non faceva loro sconti ma nel frattempo li attrezzava per prevalere nella vita.

L’aver voluto rendere la scuola “facile” e “per tutti” ha fatto sì che siano stati sfavoriti proprio i poveri. I figli delle grandi famiglie in casa ottengono un’impregnazione culturale notevole senza fare alcuno sforzo, mentre i figli dei proletari sono stati depredati di quell’aurea opportunità di promozione sociale che solo la scuola poteva dare loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 ottobre 2008




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POLITICA
27 ottobre 2008
COLTIVIAMO IL NOSTRO GIARDINO

COLTIVIAMO IL NOSTRO GIARDINO

Una delle caratteristiche dei tempi di pace è la mancanza di notizie sensazionali. Ciò dovrebbe indurre ad un atteggiamento olimpico ma gli uomini non rinunziano a drammatizzare ciò che vivono. Se manca la tragedia dichiarano tragedia il dramma, e se manca il dramma dichiarano dramma la seccatura. Se il figlio torna a casa con una pagella piena di brutti voti si vive la cosa come un problema terribile e si dimentica quale sarebbe lo strazio se quello stesso figlio fosse in un letto d’ospedale, col dubbio del coma irreversibile. In questa tendenza all’esagerazione tutti sono incoraggiati dai mezzi di comunicazione. Dovendo vendere il loro prodotto, essi lo dichiarano appassionante, inedito, eccezionale, bellissimo o gravissimo purché clamoroso.

L’Italia vive un periodo placido. Non si rischia una guerra, non si rischia la fame e il peggio – chiamato stagnazione, o recessione dello 0,3% per due trimestri – significa solo che vivremo l’anno venturo come quest’anno. Lo stesso dramma dell’Alitalia è stato del tutto artificiale. Si è dimenticato che si parlava di pochi lavoratori, mentre ogni giorno perdono il lavoro migliaia e migliaia di persone, esattamente come altre migliaia e migliaia di persone lo trovano, senza che questo meriti due righe sul giornale.

Il colmo si raggiunge con le notizie politiche. I giornali si riempiono di titoli e commenti se a sinistra hanno detto questo, a destra hanno quest’altro, e se Di Pietro ha dato del delinquente a tutti. In realtà, in questo campo l’unica notizia importante è quella delle elezioni: una volta che si sa chi è il vincitore, il prossimo “dramma” si reciterà cinque anni dopo.

Il governo Berlusconi governa e continuerà a farlo. Se la tragedia è il fatto che, bloccando le nuove assunzioni, nel corso di alcuni anni si diminuirà l’organico di 87.000 docenti, non c’è da piangere. La scuola ha troppi dipendenti e una produttività spaventosamente bassa. Inoltre, anche ad ammettere che fosse un errore, il paese è sopravvissuto per decenni malgrado questi difetti. Si potrebbe dunque migliorare oppure no la situazione, ma non c’è in vista nulla di decisivo per la vita quotidiana della maggior parte dei cittadini.

A leggere i giornali – tutti i giornali – si avrebbe voglia di gridare: “Calma!” Il Titanic non è ancora andato a sbattere contro l’iceberg. Non c’è nessun rischio di affondamento. La musica dell’orchestrina può non essere di buona qualità, il comandante magari non ci ha invitati al suo tavolo e due ubriachi rischiano di venire alle mani, ma il viaggio continua e finché il transatlantico va, lascialo andare.

Il Candide di Voltaire, dinanzi al televisore, direbbe: sarà molto importante tutto quello che ci dite, ma una cosa è certa: dobbiamo coltivare il nostro giardino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

5 ottobre 2008




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CULTURA
26 ottobre 2008
L'ITALIA IMMOBILE

L’ITALIA IMMOBILE: MA PERCHÉ?

In un pregevole articolo sul “Corriere della Sera” dal titolo “L’Italia Immobile”, Ernesto Galli della Loggia descrive “Un Paese fermo”, incapace di portare a termine le riforme di cui discute da decenni e di realizzare le grandi opere pubbliche. La ragione è questa: “siamo una società prigioniera del passato… che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori…”, che “fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri”.

Però, dire che la società è prigioniera del passato è un altro modo per dire che si tratta di una società immobile. Il punto è: perché è immobile?

Si possono azzardare alcune ipotesi. L’Italia ha tendenza ad importare le grandi rivoluzioni intellettuali e ad esagerarle. La più grande rivoluzione dei tempi moderni è quella francese ma è nel nostro paese che il giacobinismo è ancora vivo, prima sotto il nome di comunismo, poi sotto quello di giustizialismo. Il Sessantotto fu inventato negli Stati Uniti e portato alla sua massima espressione pubblicitaria in Francia ma solo in Italia è ancora una categoria vivente dello spirito. C’è gente che dice “ho fatto il Sessantotto” come dicesse ho combattuto la battaglia di Maratona. I principi di quel movimento – l’antiautoritarismo sciocco, l’egualitarismo utopico, l’ignoranza accoppiata al diritto alla promozione  - sono ancora validi per la maggior parte delle persone. Un altro fenomeno importato, quello ecologista, da noi è diventato mania e paralisi programmatica. Da un comunismo che si voleva, almeno a parole, “progressista” si è passati ad una mentalità “regressista”. L’ideale è andare a piedi e mangiare patate biologiche.

L’Italia è così convinta di essere al massimo livello di tutto da essere incapace di correggersi. Da noi la fine del comunismo non è nata da una riflessione sui pessimi risultati da esso raggiunti, ma dalla sua insostenibilità internazionale. Quando in tutto il mondo occidentale esso è rovinato a terra sotto l’enorme nuvola di polvere del Muro di Berlino, in Italia ci si è aggrappati al passato. Si sono strizzati gli occhi sulla realtà, pur di non cambiare. La falce e il martello sono stati abbandonati solo quando hanno fatto l’effetto di un calesse in una pista di formula uno. Cioè quando non sono stati più di moda.

La novità successiva, da un lato apparentemente a-partitica, dall’altro capace di salvare il nocciolo del comunismo, è stata l’ambientalismo. Questo, essendo d’importazione, è stato ovviamente spinto ad estremi altrove inconcepibili. Ci si è eroicamente battuti contro la TAV, contro l’energia nucleare, contro le nuove strade, contro il Ponte sullo Stretto, perfino contro il Mose che potrebbe salvare Venezia. Contro tutto, come scrive Galli Della Loggia. Si sono risparmiate le lampadine perché servono alle serate mondane nei salotti buoni.

Un ulteriore motivo per l’immobilità italiana è l’estrema faziosità politica. Se il governo propone di fare qualcosa, la metà del Paese che l’avversa non si chiede se sia giusta o no, si chiede se c’è un motivo deteriore, per farla. Il Ponte faciliterebbe e accelererebbe la traversata dello Stretto? No, se vogliono farlo è per dare soldi alla Mafia che sicuramente lucrerebbe sui lavori. Una riforma della giustizia renderebbe meno scandalosi i tempi dei processi? La prima cosa da vedere è se per caso non favorisca Berlusconi. Questa mentalità è così radicata che ormai è divenuta preconcetto: qualunque iniziativa di qualunque maggioranza non può che avere motivazioni criminali e risultati disastrosi. Come muoversi, a questo punto, avendo per giunta alleati timidi e nemici spietati? Meglio l’immobilità.

Parecchi politici si saranno certamente resi conto che gli italiani sarebbero contenti di vedere un governo coraggioso. Lo si vede in questi giorni con la popolarità di Berlusconi. Ma lo stesso Cavaliere di Arcore ha potuto fare quello che sta facendo perché – grazie al suo enorme carisma e al sostegno che gli hanno dato gli italiani nel 2008 - da un lato ha inglobato Alleanza Nazionale, dall’altro ha eliminato Casini e i suoi accoliti. I frenatori del convoglio. E questo richiede un’ultima spiegazione.

I costituenti, per evitare che il nostro Primo Ministro potesse ancora chiamarsi Benito Mussolini, gli hanno tolto tutti i poteri. È stato come se, per evitare che un guidatore commettesse eccessi di velocità, si fosse tolto l’acceleratore. Il governo è stato svirilizzato. La Costituzione, con la proporzionale pura e un esecutivo imbelle, è come se avesse teso all’ingovernabilità. Si è passati dalle pose gladiatorie e ridicole di Mussolini a un paese succubo della piazza, delle sue ubbie e delle sue fazioni. Lo stesso Parlamento ha troppo spesso dato lo spettacolo di un’anarchia imbelle e parolaia. E da questo, ovviamente, è nato l’immobilismo. Per giunta, il partito rivoluzionario per definizione, quello comunista, è stato per decenni il guardiano più inflessibile dello statu quo: quando si è parlato di modificare la Costituzione, divenuta un totem, è sempre stato pronto a difendere il primo diritto attribuito a tutti: quello di dire di no.

Gli italiani non si chiedono in che modo possano andare incontro al futuro o in che modo possano migliorare la propria situazione: ormai sono soltanto sessanta milioni di campioni di sopravvivenza.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 ottobre 2008

 




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CULTURA
25 ottobre 2008
PIETRO MASO AL LAVORO

PIETRO MASO AL LAVORO

Diciassette anni fa Pietro Maso uccise ambedue i genitori per avere sùbito l’eredità. Recentemente, con grande scandalo di molti, ha ottenuto la semilibertà per buona condotta ed è andato a lavorare in un’impresa come magazziniere. Di fronte a notizie del genere non si sa che cosa pensare.

Da un lato la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, e dunque non c’è niente da criticare; dall’altro, chi può dimenticare il passato? Anche quando la pena è stata interamente scontata, anche quando si è autorizzati a dire la famosa frase, “ho pagato il mio debito”, si possono giudicare nello stesso modo un uomo che trent’anni prima ha fumato uno spinello e un uomo che ha ucciso padre e madre?

Bisognerebbe raccomandare a tutti di concedere una possibilità di vita e lavoro anche a chi è stato in carcere: diversamente lo si costringerebbe a vivere di delitto. Ma sarebbe anche opportuno segnalare a chi pensa di violare la legge che il codice penale non dice tutta la verità. Quando commina per un dato reato “la reclusione da tot a tot anni” non avverte che accanto a quello del magistrato c’è il giudizio della società. A volte per essa non esiste né prescrizione né fine pena. La collettività non si limita a difendere se stessa con i carabinieri e il codice penale: si difende anche col giudizio morale e un’emarginazione che, un giorno, potrebbe essere più dura da sopportare della stessa pena detentiva. Per questo l’espressione “ho pagato il mio debito” va bene nel diritto civile: nel diritto penale, se il reato è grave, il debito non si finisce mai di pagarlo.

La società si regge sulla convenzione che certe regole vanno rispettate. Anche se la legge considera reato tanto l’evasione fiscale quanto il parricidio, la gente distingue benissimo le due fattispecie. L’evasione crea un danno alla collettività, e in parte minima al singolo cittadino: viceversa il rapinatore violento allarma perché potrebbe aggredire noi e i nostri cari. E per questo non c’è perdono. La sicurezza delle donne, dei vecchi, dei bambini ed anche delle persone isolate o disarmate si fonda sulla repressione dei reati contro la persona. Per questo chi, come Pietro Maso, ha ucciso ambedue i genitori per impossessarsi dei loro beni, è visto come la quintessenza di ciò che è condannabile. Non è concepibile né perdono né oblio. Ognuno pensa alla propria sicurezza, ai sacrifici che ha fatto per i figli e all’amore che ha dato loro. Un parricida per interesse è la contraddizione più totale delle regole su cui si fonda la società.

Si può, per audacia, andare contro le regole della convivenza, ma bisognerebbe cercare sempre di rimanere all’interno di quel limite che fa parlare di una ragazzata o un’imprudenza. Se si supera una certa soglia c’è il rischio che non si possa più sperare nell’oblio. Nessuno incaricherebbe un pedofilo di accompagnare i propri figli piccoli a scuola, neanche se ha già scontato la sua pena ed ha fatto anni di buona condotta in carcere. La legge Gozzini esiste per i magistrati, ma non per le famiglie. Nemmeno per le loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 ottobre 2008

 





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POLITICA
24 ottobre 2008
CHI MERITA DI ESSERE POVERO

Quando si parla di ricchezza di solito lo si fa in una di queste due direzioni: o ci si riferisce alla produzione di beni e servizi, all’interno di un Paese, e in questo caso è un concetto positivo, oppure ci si riferisce alla quantità di beni posseduta da una singola persona, e in questo caso è un concetto tendenzialmente negativo. Dalla constatazione dell’esistenza di poveri e ricchi si passa infatti alla condanna dell’ingiusta distribuzione della ricchezza, come se mai qualcuno l’avesse distribuita.

Le “disparità sociali” suscitano immagini mentali costanti. Il povero è un padre di famiglia che vive in un tugurio, che non sa che cosa dare da mangiare a dei figli smunti e vestiti di stracci, mentre il ricco è un signore panciuto che vive circondato dal lusso più sfrenato, senza fare assolutamente niente. E mentre il primo non ha nessuna possibilità di sfuggire al suo infame destino, il secondo non ha fatto nulla per meritare la sua situazione di privilegio. L’idea di base è che “qualcuno” abbia dato poco ad uno e troppo all’altro: e per questo si parla di “ridistribuzione”.

Questa diagnosi della realtà – fondamentalmente falsa - ha qualche giustificazione storica. In passato la massima ricchezza – quasi l’unica – è stata la terra. E poiché la proprietà terriera si tramandava di padre in figlio, c’era chi nasceva ricco, e rimaneva tale per tutta la vita, e c’era chi nasceva povero e tale rimaneva. Un tempo la possibilità di passare dalla povertà alla ricchezza, o viceversa (mobilità sociale) è stata molto scarsa.

La situazione ha del resto giustificato in parte le teorie di Jean-Jacques Rousseau e il sentimento, largamente diffuso, per cui la possibilità di lasciare in eredità ai propri figli infingardi la ricchezza accumulata è un’ingiustizia. Né lontano da queste idee è stato Karl Marx il quale, assegnando allo Stato la proprietà dei mezzi di produzione (e il primo mezzo di produzione è la stessa terra), aboliva la ricchezza ereditaria. Purtroppo queste teorie, plausibili dal punto di vista morale, sono rovinose dal punto di vista economico. Chi ha tentato di applicarle ha abolito i ricchi (non quelli “più uguali degli altri”) ma ha impoverito gli stessi poveri. Tanto che oggi nessuno ne parla più.

La migliore soluzione, per attenuare le ingiustizie sociali, è la possibilità di cambiare la propria situazione col proprio lavoro e con la propria genialità. Cosa certo possibile nella civiltà contemporanea. Negli Stati Uniti dei tempi eroici ci si vantava della possibilità di cambiare la propria sorte, passando da spiantati a miliardari. E anche in Italia si è a lungo parlato della sorte di alcuni Martinitt - bambini allevati in un orfanotrofio - che sono diventati magnati dell’industria: un nome per tutti, Angelo Rizzoli. La mobilità sociale non è una comoda autostrada ed anzi la scalata al successo e alla ricchezza è raro che riesca: ma non è impossibile.

Nella società contemporanea ognuno non si deve tanto chiedere se la propria situazione sia giusta o ingiusta, quanto che cosa ha fatto per divenire ricco e se ne ha la capacità. Non c’è infatti tanto una “distribuzione” della ricchezza quanto una “conquista” della ricchezza.

È vero che per questa impresa alcuni partono meglio equipaggiati di altri – il figlio dell’avvocato può ereditare la clientela del padre – ma nessuno è escluso dalla corsa. Come prova la storia di molti, anche semi-analfabeti.

In questo esame di coscienza bisogna escludere quei meriti che sono molto apprezzati dallo stesso interessato ma non dalla società. Se uno ha le mani che non tremano e sa costruire mirabolanti castelli di carte non per questo dovrà attendersi pubblici riconoscimenti e milioni di euro. Analogamente, se ci si considera ottimi scrittori, pittori di genio, o inventori di miracolosi congegni, è inutile rammaricarsi. Questi diplomi nessuno li può attribuire a se stesso ed anzi in linea di principio bisogna accettare l’idea che si è ricchi o poveri esattamente secondo ciò che s’è saputo fare nella vita. Proprio per questo personalmente riconosco che merito di essere povero. Ammesso che avessi qualche merito, non ho mai saputo monetizzarlo – per ignavia, per orgoglio, per mancanza di ambizione e soprattutto per pigrizia – e non si vede perché dovrei essere ricco, avere una carica importante o esercitare una professione di prestigio.

Chi legge oggi avrà finalmente conosciuto uno che dice: sono un povero che merita di essere povero.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 ottobre 2008




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POLITICA
23 ottobre 2008
LA VERA RICCHEZZA
A VERA RICCHEZZA
Quando si pone l’aggettivo “vero” dinanzi ad un concetto si rischia di apparire pedanti prima ancora di cominciare. Quell’aggettivo infatti significa: “Fino ad ora avete pensato questo o quello ma non ne avete capito niente. Ora arrivo io…”.
Per giunta, se appena appena si conoscono di dialoghi di Socrate, si sa che nulla è più rischioso del lanciarsi a dare definizioni senza riflettere. Si rischiano in questi casi tutte le cattive figure che, a proposito di ciò che è “sacro”, fanno gli interlocutori di quel filosofo nell’“Eutifrone”.
È dunque opportuno scendere dalle vette della filosofia e dell’etica per fermarsi all’umile piano del lessico. La ricchezza è il contrario della povertà. In un mondo primitivo e pastorale è ricco chi ha molte bestie, povero chi ne ha una o due. Naturalmente, in un mondo sviluppato è ricco chi ha molto denaro e molti beni. Si può discutere sul significato di “molto”, ma è certo che chi possiede dieci milioni di euro è ricco. E chi ne possiede magari solo uno è ancora benestante. Ricco è uno che ha una quantità di beni largamente superiore alla media del Paese in cui vive.
Naturalmente, qualcuno in questo caso potrebbe obiettare che non si chiedeva una statistica economica ma, appunto, di sapere qual è la vera ricchezza. Se proprio si volesse accettare questa discutibile sfida, si potrebbe dire che bisogna distinguere due campi, quello economico e quello non economico. Economicamente, si potrebbe definire vera ricchezza quella che continua a ricostituirsi, perché quella immobile ha la brutta tendenza a dissolversi. E dunque la vera ricchezza sarebbe quella che deriva da un eccellente reddito. Il ricco in questo caso può spendere a volontà perché, tanto, non intacca il capitale. Ma questa precisazione non ha il potere di dichiarare falsa la ricchezza di colui che ha dieci milioni di euro. Ché anzi, se si insistesse, si otterrebbe l’esclamazione dell’uomo di buon senso: “Vorrei avere anch’io quella che voi chiamate falsa ricchezza!”
Bisogna rassegnarsi. La vera ricchezza economica è avere molto denaro e molti beni.
Viceversa, uscendo dall’ambito economico, la “vera ricchezza” diviene quanto di più opinabile. La Bibbia dice che chi trova un amico trova un tesoro; un proverbio meridionale dice che “chi è ricco d’amici è libero da guai”; Cornelia chiamava i suoi figli “i suoi gioielli”; gli innamorati si chiamano l’un l’altro “tesoro” e i vecchi dicono che la più grande ricchezza è la salute. Ognuno pone la ricchezza in ciò che lo fa felice. E dunque il tema diviene non: “Che cos’è la vera ricchezza?” ma: “Che cos’è la vera felicità?”
Il discorso diviene finalmente in discesa. La felicità è qualcosa di soggettivo. Se uno è felice, anche solo perché si illude, questo non impedisce che felice sia. E dunque, dopo aver detto che “la felicità è sentirsi felici” si può solo aggiungere che bisogna fare in modo che non si tratti di qualcosa di passeggero ma al contrario di uno stato che si è raggiunto e che ormai è stabile. E questo può darlo solo la saggezza.
Visto che ognuno può pensarla come vuole, almeno in questa pagina si conclude che la vera ricchezza è la saggezza. Fra l’altro, essa rende quasi inutile la stessa ricchezza economica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 ottobre 2008



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POLITICA
22 ottobre 2008
L'ECONOMISTA COME PROFETA
Gli economisti, insieme con i giuristi e gli psichiatri, sono persone che cercano di capire la realtà su una base di sereno realismo. Sono dunque studiosi simpatici. Inoltre, non raramente, condiscono i loro testi con un sapido humour: basta citare i nomi di Antonio Martino, Sergio Ricossa e Carlo Cipolla. Tutto questo dovrebbe ispirare stima e rispetto ma proprio in questi giorni ci sono contro di loro sentimenti di rancore, quando non esplosioni di indignazione: “Ma come, tutti bravi e con la fronte cinta d’alloro, e nessuno che abbia saputo non diciamo prevenire, almeno prevedere questa tempesta?”
Il fatto è innegabile. Sin dalla fine del 2007 tutti prevedevano una ripresa, tutti consigliavano di rimanere in Borsa, anche se i corsi calavano. Le quotazioni non potevano che rimbalzare, non potevano che compensare abbondantemente le perdite subite. E invece i corsi sono andati sempre più giù e chi non è saltato in tempo dalla nave che affondava è stato quasi derubato dei propri risparmi. Nessuno ha aiutato gli investitori a parare la botta, né i teorici che parlano dalle cattedre universitarie, né i pagatissimi supercompetenti delle banche, delle Borse e dei fondi di investimento. E allora, sono colpevoli, questi grandi professionisti?
La risposta sorprenderà ma è no: ma non è una risposta benevola come si potrebbe pensare.
L’andamento del mercato non è determinato dalle scelte di un uomo, di una banca, di un paese. E nemmeno da Wall Street. Ciò che lo determina sono le scelte di milioni di esseri umani. Non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Come prevedere quale sarà la moda, l’anno venturo? Come prevedere il successo di un giocattolo sciocchino e infantile come l’hula-hoop? L’economia dei mercati sembra altrettanto irrazionale ed imprevedibile. Come può il greggio calare da centocinquanta a settanta dollari in qualche settimana? Come sapere fino a che punto è giustificato l’ottimismo di tanti, che spinge i corsi in su, o il pessimismo di tanti, che li spinge in giù? E soprattutto, come prevedere in quale momento la tendenza smetterà di essere al rialzo per divenire al ribasso, o viceversa? Sono cose che nessun può sapere.
I professori d’università che insegnano economia, avendo speso una vita sui libri, dovrebbero essere più colti degli operatori di Borsa. Dovrebbero essere capaci di capire le tendenze dei mercati e, per conseguenza, le tendenze delle Borse. Ma non è così. Altrimenti, smetterebbero d’insegnare: investirebbero in azioni e in breve tempo sarebbero ricchissimi. Come sarebbe chiunque che potesse conoscere in anticipo, magari solo di una settimana, i corsi della Borsa. Se quei professori continuano ad insegnare è segno che preferiscono vivere di uno stipendio sicuro piuttosto che di profezie basate sulla loro sapienza economica.
Gli economisti, quando va bene, sono profeti del passato. Spiegano i fenomeni economici dopo che si sono verificati e gli andamenti della Borsa quando appaiono in colonne bene allineate nei giornali economici. Il passato si conosce quando è consegnato alla storia e i profeti valgono quanto i redattori di oroscopi.
Se c’è qualcosa per cui professori e competenti vanno condannati non è dunque per la loro incapacità di prevedere il futuro: questo li accomuna al resto dell’umanità. Ciò che è imperdonabile è la loro eventuale prosopopea. Troppo spesso parlano con l’aria pensosa di chi conosce cose che il profano nemmeno immagina e invece dovrebbero essere molto più umili, al punto che non dovrebbero nemmeno proclamare: “ve l’avevo detto” quando i fatti gli dànno ragione. Gli si potrebbe Infatti rispondere: “Stavolta ha avuto fortuna”.
Per il futuro, non ne parliamo nemmeno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 ottobre 2008



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POLITICA
21 ottobre 2008
DI PIETRO E MACHIAVELLI
DI PIETRO E MACHIAVELLI
Le norme non valgono più di coloro che le applicano. Se le interpreta un homo bonus, dicendi peritus (un galantuomo che sa di diritto, come i romani definivano il giurista), anche una legge mediocre darà buoni risultati. Viceversa non c’è legge, per quanto ben fatta, che in mano ad un giudice incolto o disonesto non conduca a risultati disastrosi.
Machiavelli ha stabilito la legge secondo cui in politica le norme etiche vanno invocate solo per ricavarne il cinico vantaggio di apparire virtuosi: nella realtà bisogna assolutamente guardarsi dall’applicarle, diversamente si darebbe ai nemici un vantaggio incolmabile. Il Principe deve lodare la verità senza dirla, predicare la santità della parola data senza mantenerla, celebrare il valore dei patti per poi violarli. Ma anche una legge “immorale” va applicata con intelligenza. Nel Cinquecento questi principi funzionavano perfettamente perché era un’epoca in cui la grande massa del popolo era composta da analfabeti; in cui mancavano i moderni mezzi di comunicazione; in cui bastava che il Signore si facesse vedere inginocchiato in chiesa per farsi credere un uomo buono e pio. Oggi è diverso. L’informazione penetra dappertutto. Un politico non può avere un’amante che i giornali lo scoprono; non può usare l’auto di servizio che rischia un processo per peculato; non può rimangiarsi un’affermazione che subito i media lo svergognano. Non è cambiato il diritto d’essere immorali in politica: è cambiata la facilità di beneficiarne. Oggi il segretario fiorentino si rassegnerebbe a dire: avete il diritto di essere dei farabutti, ma la cosa è talmente pericolosa che vi conviene essere morali.
Di Pietro è fermo ad una lettura cinquecentesca di Machiavelli. Una volta ottenuta l’associazione col Pd, non ha fatto altro che tradire i patti – ad esempio quello del gruppo unico e quello dell’unità d’azione – e ha solo tirato l’acqua al proprio mulino. È andato avanti a colpi di estremismo, di esagerazioni retoriche, di demagogia. Non ha badato a niente e a nessuno. Non ha visto che il proprio profitto e non ha tenuto nessun conto delle ragioni che hanno fatto nascere il Pd. Questo partito infatti, per modernizzarsi, ha rinunciato agli atteggiamenti più grevi e fanatici e soprattutto si è amputato degli alleati di estrema sinistra. Ha capito che il loro massimalismo da un lato non l’avrebbe portato alla vittoria, dall’altro non gli avrebbe comunque permesso di governare. Di Pietro invece ha solo pensato che, se erano stati eliminati certi partiti, non era stata eliminata la loro base elettorale: e per questo si è buttato a corpo morto ad impadronirsene. Ha cominciato ad esprimersi come Diliberto, come Pecoraro Scanio, come i girotondini, e con la sua concorrenza sleale il progetto politico del Pd l’ha affossato. Oggi una vittoria del centro-sinistra è meno verosimile che nell’aprile di quest’anno.
In questi mesi, mentre il Pd è sembrato logorarsi, l’ex-magistrato ha acquistato una visibilità sproporzionata. Ha sfruttato con ogni mezzo e senza nessuno scrupolo la leva dell’estremismo popolare e ha visto aumentare le intenzioni di voto a suo vantaggio, per esempio in Abruzzo. Si è comportato come il Principe. E fin qui bisognerebbe applaudirlo. Ma le idee vanno applicate con intelligenza: diversamente esse si rivoltano contro chi le vorrebbe sfruttare. Se il Pd si mantiene fermo nella scomunica – ma la coerenza non è il forte dei partiti - Di Pietro si troverà a combattere da solo: la fama d’inaffidabile e d’egoista è infatti un bagaglio molto scomodo. Quando si dovesse tornare a votare, in un quadro tendenzialmente bipartitico, chi l’accetterebbe in una coalizione? O quante probabilità ci sono che, come alternativa a Berlusconi, l’Italia sceglierebbe Di Pietro?
Per la virtù Machiavelli oggi consiglierebbe a Di Pietro di predicarla un po’ di meno e praticarla un po’ di più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 ottobre 2008



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CULTURA
19 ottobre 2008
18 APRILE 2008
VELTRONI E IL SIG.NESSUNO
Walter Veltroni ha affermato che l’alleanza con Di Pietro è finita. Domani tutti i giornali commenteranno questa dichiarazione ma ciò che è stupefacente, ciò che suscita meraviglia ed anzi indignazione, è il fatto che ci sia voluto tanto tempo per riconoscere l’errore commesso accettando l’ex-pm nell’alleanza. E che come un grave errore apparisse sin dal primo momento, io l’ho scritto il 18 aprile 2008 in un articolo – dal titolo “L’errore del Pd” - comparso su un paio di blog . Ecco alcuni passaggi.
“ [L’Idv] è puramente e semplicemente il partito di Di Pietro e questo signore, oltre ad avere la caratteristica di apparire rozzo sia nell’espressione che nei programmi, dev’essere discutibile, come approccio umano, se la maggior parte di coloro che si sono messi con lui l’hanno presto abbandonato. È dunque un alleato pericoloso, sia per il suo prevedibile comportamento futuro, sia per l’immagine del Pd. Già oggi, a meno di una settimana dalle elezioni, Veltroni si trova a dover mettere pezze al mancato ingresso dell’Idv nel gruppo unico, contrariamente a quanto promesso.
E c’è di peggio. Il Pd doveva sapere che, lasciando a Di Pietro il simbolo sulla scheda per effetto del “voto utile” ne avrebbe gonfiato la rappresentanza parlamentare. Mentre lo salvava dall’insignificanza, e forse dalla sparizione – chi è sicuro che da solo avrebbe raggiunto il 4%? - ne aumentava il potere di tribuna e di ricatto. Un’estrema imprudenza. Per giunta senza apprezzabili vantaggi.
Se il Pd si fosse presentato alle elezioni veramente da solo, come si è vantato di fare e come non ha fatto, i suoi elettori avrebbero saputo che la scelta era secca: o Berlusconi o Veltroni. Il partito avrebbe forse perso qualche voto, ma non molti: forse che gli elettori di Di Pietro avrebbero votato per Berlusconi? Comunque, avrebbe mantenuto la coesione e l’unità d’azione. Invece, accettando l’Idv, ha permesso a molti elettori che non amavano né Berlusconi né il Pd di votare per l’Idv, rassicurandoli che così non avrebbero disperso i loro voti. In altri termini, il Pd ha “gonfiato” l’Idv non diversamente da come Berlusconi ha gonfiato la Lega, fino a farle avere il più grande successo. Ma mentre Bossi, da parecchi anni ormai, si è dimostrato un fedele alleato, Di Pietro è una mina vagante. Un uomo più interessato alle proprie ubbie e ai propri interessi che al programma della propria coalizione.
Il Pd si è allevata la serpe in seno. Anzi, l’ha fatta crescere fino ad essere un grosso pitone: persino nel momento in cui si tratta soltanto di fare opposizione, l’ex-pm pretende già di essere il Ministro della Giustizia del Governo Ombra. E comunque il dominus della materia giudiziaria.
La conclusione è mesta. Un liberale è lieto della nascita di un grande partito laburista e dell’avvento di un bipartitismo perfetto. Ma non può che essere triste all’idea che questo partito, nel momento della propria nascita, si procuri un inutile inquinamento interno. Rimane solo da sperare che se il Pd dovesse vincere, in futuro, vinca da solo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 aprile 2008
Possibile che ciò che fu chiaro a un nessuno a casa sua, in una regione lontanissima, non fosse chiaro a chi viveva a Roma, al centro della vita politica?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 ottobre 2008



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CULTURA
19 ottobre 2008
LINGUA ITALIANA
Letto sul "trenino" del telegiornale Rai2 delle 18,30 e delle 20,30 di
venerdì 17 ottobre 2008: "Ritirati dal commercio tappetini variopinti per
bambini ritenuti tossici". Effettivamente, alcuni bambini potrebbero essere
definiti tossici: ma non è colpa loro. Sono i genitori che non hanno saputo
educarli e li hanno mandati in scuole dove gli hanno insegnato così male la
lingua italiana che alla fine sono stati assunti in Rai.



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CULTURA
18 ottobre 2008
INTERROGATIVI POSTUMI

INTERROGATIVI POSTUMI

InterrogativI sulla vicenda dell’Alitalia, per chi se ne è interessato

Una delle tragedie intellettuali dell’uomo contemporaneo è quella che nasce dalla difficoltà di ottenere dati affidabili. Si è sommersi da un mare di notizie e tuttavia a volte è impossibile ottenere informazioni sicure su punti essenziali.

Per dimostrare la tesi basterà parlare di qualcosa che si è vissuto in questi mesi e di cui tutti si sono occupati: la crisi dell’Alitalia. È certo che la Cgil ha firmato dopo degli altri e dopo ulteriori negoziazioni. Ma qui cominciano gli interrogativi: ha realmente strappato qualche rilevante concessione in più oppure ha finto di continuare a negoziare solo per dimostrarsi più duro degli altri? Secondo Augusto Minzolini “l’accordo che Guglielmo Epifani ha firmato era, a parte modifiche davvero secondarie, identico a quello che il segretario della Cgil aveva bocciato la settimana precedente” (Stampa, giornale certo non berlusconiano, 30/09/2008). Ma altri potrebbero pensarla diversamente. Infatti a questo interrogativo è ovvio che ciascuno risponda secondo i propri interessi. La Cgil dirà di avere avuto un trionfo personale, altrimenti non avrebbe firmato; gli altri sindacati parleranno di modifiche cosmetiche, e il lettore di giornali non saprà chi ha ragione. Del resto, l’ambiguità conviene a tutti. Se la Cgil avesse realmente ottenuto molto, questo squalificherebbe Cisl, Uil e Ugl che hanno firmato prima. Se la Cgil non avesse ottenuto praticamente niente, si squalificherebbe per avere finto di resistere, mentre alla fine si è calata le brache come tutti. Dinanzi a questi dilemmi, il buon senso insegna che bisogna lasciare che ciascuno canti la propria canzone, senza contraddirlo. Il tutto, nell’attesa che si calmino le acque e si parli d’altro.

C’è tuttavia un esempio ancora più grosso. La compagnia Air France era sì o no disposta a comprare l’Alitalia con tutti i suoi debiti? Anche su questo punto le voci sono discordi e nessuno fa veramente chiarezza. Se fosse vera la versione che si ripete da sinistra (prendeva l’Alitalia così com’era, senza oneri per l’Italia), non si capirebbe perché mai una società straniera fosse disposta a pagare, magari poco, una società che ha miliardi di euro di debiti. Che dunque vale molto meno di niente, perché il niente almeno non è un debito. Si deve ripetere: chi mai comprerebbe una società fallita, con tutte le sue passività? Già per rilevare l’Alitalia depurata delle sue passività (la famosa good company) il governo Berlusconi ha sudato le proverbiali sette camicie per trovare alcuni imprenditori disposti a mettere sul piatto ciascuno qualche centinaio di milioni di euro. Come mai una società straniera sarebbe stata tanto più generosa? E come avrebbe reso capace di sopravvivere una società carica di debiti e di un personale sovrabbondante per migliaia di unità, quando la stessa società oggi, depurata dei suoi debiti e con un personale pesantemente ridotto, prevede di tornare in pareggio fra due o tre anni?

Se invece Air France comprava una parte dell’Alitalia, o se aveva ricevuto dal governo italiano un qualche impegno a farsi carico delle passività, come mai di tutto questo non si è parlato? In realtà, lo ricordava ancora il ministro Sacconi a Porta a Porta del 29 settembre 2008, Air France non avrebbe rilevato i servizi a terra dell’Alitalia, che è come dire che avrebbe letteralmente “lasciato a terra”, anzi sul lastrico, migliaia di lavoratori. Come mai nessuno sottolinea questo tutt’altro che insignificante particolare? O se ne è parlato e nessuno ci ha fatto caso? Berti – il sindacalista capo dei piloti – sosteneva nella stessa trasmissione che il ritiro di Spinetta aveva sorpreso tutti (infatti i sindacati pensavano che il ritiro fosse una mossa nel negoziato) e faceva l’ipotesi che l’affare fosse diventato poco conveniente, per i francesi, a causa dell’aumento del prezzo del petrolio. Un interrogativo in più.

In ogni modo, come mai non sono state puntualmente descritte le condizioni a cui Air France comprava Alitalia? Soprattutto: quali erano i patti riguardo ai debiti e ai livelli occupazionali? Anche ad ammettere che i sindacati siano stati pazzi a rifiutare l’offerta della compagnia francese, quali sono state le ragioni del loro no?

La sinistra tende a dare a Berlusconi la colpa del fallimento della trattativa governo Prodi-Air France, in particolare affermando che se i sindacati hanno detto di no è perché si sono sentiti incoraggiati dall’atteggiamento del capo dell’opposizione: ma se – a parere della sinistra - non c’era alternativa ad Air France, come mai i sindacati hanno creduto piuttosto a Berlusconi che a Prodi e Veltroni? Da quando in qua la Cgil ha tanta fiducia nel Cavaliere da oltrepassare il parere del Partito Democratico e preferire il fallimento (mancando, come previsto allora, la cordata italiana) all’assorbimento da parte di Air France? E come dimenticare che per lungo tempo la stessa sinistra ha irriso la semplice ipotesi di una cordata italiana?

È stata rappresentata dinanzi ai nostri occhi una commedia in una lingua che non conosciamo. È comprensibile che non si abbia voglia di ridere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

1° ottobre 2008




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CULTURA
17 ottobre 2008
LE CLASSI DIFFERENZIALI

LE CLASSI DIFFERENZIALI

Il problema è semplice: come regolarsi con i ragazzi che non capiscono la lingua usata a scuola?

Se si giudica su base morale, non c’è modo di bocciare chi non avrebbe potuto capire ciò che veniva insegnato. Se invece si reputa che la scuola debba servire ad insegnare qualcosa – e, francamente, non sembra un’idea peregrina – non si può promuovere chi, per qualunque ragione, non ha imparato niente: il voto è un giudizio tecnico, non morale. Né si può parlare di discriminazione: la valutazione scolastica – anche negativa - è uno strumento imprescindibile dell’insegnamento.

Ma l’Italia è un Paese buonissimo: anzi, un Paese tenero e perfino materno. Per questo è facile immaginare che, fino ad ora, i bambini che non parlano l’italiano siano stati promossi in blocco, poveri figli. Finché qualcuno, ancora più buono, avrà detto: sì, ma non gli abbiamo insegnato niente! Li abbiamo promossi e nella sostanza li abbiamo discriminati. Ci siamo comportati come se da loro non ci si potesse aspettare nulla di più della presenza. E gli abbiamo permesso di restare asini per amore. Ma asini sono. Si deve dunque trovare un sistema per ottenere che possano trarre profitto dalla frequenza scolastica. Per esempio, li si potrebbe mettere in una classe speciale in cui metà delle lezioni viene loro impartita nella loro lingua. Oppure fare direttamente lezione nella loro lingua, tanto l’italiano l’imparano fuori.

Buone intenzioni: ma, come ha detto Nenni, c’è sempre uno più puro che ti epura. Le anime belle si stracciano le vesti: “Come? Classi speciali, classi differenziali, cioè ghetti? Questo è immorale, orrendo, razzistico”. Meglio dunque lasciarli affettuosamente ignoranti, amorevolmente analfabeti, teneramente asini.

Uscendo dal ciclo infernale delle opposte bontà, e ragionando in maniera serena (cioè empia) si possono stabilire le certezze seguenti. La prima è che le inferiorità non si risolvono dando loro un diverso nome. I non vedenti sono semplicemente ciechi e i verticalmente svantaggiati rimangono bassi. Anzi, al di sotto di una certa altezza, si chiamano nani. Nel campo della scuola il realismo insegna che:

1)    per principio indefettibile chi non ha imparato il necessario non dev’essere promosso;

2)    chi non conosce la lingua in cui è impartito l’insegnamento non è in grado di imparare;

3)    chi non ha imparato il necessario ma non poteva impararlo non è colpevole della propria ignoranza ma lo stesso non lo si può e non lo si deve promuovere.

Con la promozione immeritata lo scolaro mantiene lacune che spesso non supera più. Ci sono persone che, pur avendo frequentato le scuole dalla prima elementare alla laurea, dicono (a volte addirittura si vantano) di non avere mai capito un’acca di matematica. Le manchevolezze vanno colmate, non ignorate.

Nel caso specifico, se il problema è quello della lingua, o si creano delle classi speciali o si obbligano i discenti a seguire dei corsi d’italiano, in modo da giungere all’integrazione. Devono soltanto recuperare lo svantaggio. Nessuno si nasconde che dovrebbe fare un doppio sforzo, ma non esiste altra soluzione.

Fine della parte ragionevole e ritorno alla realtà effettuale. I bambini sono tutti buoni e belli e non possono essere discriminati. Tutti promossi, todos caballeros. E diamo a tutti scarpe della stessa misura, quale che sia la lunghezza del loro piede, in modo che nessuno si veda considerare diverso.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 ottobre 2008

 




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POLITICA
16 ottobre 2008
TRAVAGLIO, CONDANNA PER DIFFAMAZIONE
 

TRAVAGLIO: CONDANNA PER DIFFAMAZIONE

Marco Travaglio è stato condannato a otto mesi di reclusione e 100 euro di multa per diffamazione a mezzo stampa a danno di Cesare Previti. Con lui è stata condannata, a cinque mesi, la direttrice dell’Espresso. Non è una notizia che riempia di gioia. L’ideale sarebbe che non ci fosse mai nessuna diffamazione e mai nessuno fosse condannato. Soprattutto perché, in questo reato, si scontrano il dovere di proteggere l’onorabilità dei cittadini e il dovere di proteggere la libera espressione del pensiero.

Mentre ci si astiene dal reputare giustificata o ingiustificata la condanna, compito che si lascia ai magistrati di appello, non si può non notare come in questa occasione Travaglio non faccia nulla per cambiare la cattiva opinione che molti hanno di lui. È stato intervistato dal “Corriere della Sera” e si è mostrato spavaldo. Secondo le precise parole riportate dal giornale: “Quello che mi offende di più sono i cento euro di multa» dice ridendo”. Dice ridendo. Per uno che ha sempre venerato i giudici e le loro statuizioni, l’irrisione non è il massimo. Già sarebbe di pessimo gusto da parte di chiunque, ma da parte sua fa ribollire il sangue. Fra l’altro, riderebbe molto di meno se la pena non fosse sospesa e se dovesse passare otto mesi in carcere.

Ma l’ilare giovanotto non si limita a questo. Secondo il Corriere della Sera infatti: “continua con un’altra battuta: ‘Vista l’entità della pena mi conveniva fare un falso in bilancio’ ”. Al riguardo, si potrebbe ricordare che il falso in bilancio – attualmente, sulla base delle ultime modificazioni[1] – nei casi più gravi (così come il reato di diffamazione a mezzo stampa è il più grave dei reati di diffamazione) è punito con la reclusione da due a sei anni. E se è vero che la pena cui è stato condannato Travaglio  (otto mesi) è superiore di un terzo al minimo (sei mesi), aumentando di un terzo la pena minima di due anni si arriverebbe a due anni ed otto mesi. Non è sicuro che Travaglio avrebbe ancora, in questo caso, voglia di scherzare.

C’è un’ultima battuta che merita commento. Previti “Ora è riuscito a trovare un giudice che gli ha dato ragione”. Per un giustizialista, questo è il colmo. In primo luogo, per chi la pensa come lui, qualunque giudice è infallibile. In secondo luogo, che senso ha – a parte il livore e una tendenza alla disinformazione – dire “ha trovato un giudice che gli ha dato ragione”? Previti ha forse potuto scegliere il magistrato del processo? Non lo sa, il nostro frequentatore di aule giudiziarie, che in Italia vige il principio del giudice naturale, quello stesso principio per cui è stato annullato un annoso processo a carico di Berlusconi cui il Tribunale di Milano non voleva rinunciare a nessun costo?

Travaglio ha diritto a ritenere la condanna ingiusta ed ha diritto di sperare di essere assolto in appello: ma il rispetto per la magistratura, che predica dalla mattina alla sera, dovrebbe imporgli un ben diverso linguaggio. La verità è che, per certa gente, “chi va a mio favore è obiettivo e chi va a favore del mio nemico lo fa perché è spregevole”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

16 ottobre 2008




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POLITICA
15 ottobre 2008
BUSINESS AS USUAL
 

BUSINESS AS USUAL

Il tempo non è una fisarmonica. Soggettivamente tuttavia esso si allunga o si restringe secondo il sentimento di chi lo considera. Ai bambini, i tre minuti della giostra sembrano brevissimi, e tuttavia durano lo stesso tempo di chi aspetta, in piedi, che l’uovo finisca di cuocersi.

Il tempo ha la sua misura fondamentale nella vita media. L’effimera o efemera è un insetto che, come dice anche l’etimologia del suo nome, vive più o meno un giorno: per un simile animale, se potesse pensare, non  potrebbe esistere il concetto di stagione. Ma anche l’uomo, che pure studia e vive in media oltre settant’anni, non si dimostra molto più consapevole. Anche per lui, il tempo non è quello che risulta dall’astronomia o dalla geologia - scienze che contano con i milioni di anni - ma quello che risulta dalla sua emotività. Se per caso si susseguono tre inverni di seguito più freddi della media, tutti i giornali parleranno di glaciazione e cercheranno i colpevoli (con annessa proposta di esecuzione capitale). Se invece poi ci sono tre o quattro anni con temperature medie annuali superiori alla media si parlerà di effetto serra, di desertificazione, di morte. I competenti hanno un bel ripetere che, nel corso delle ere, la Terra ha subito ingenti variazioni climatiche, da gravissime glaciazioni fino ad un clima caldo che ha portato gli animali della savana in Francia: nessuno li ascolta.

L’uomo colto cerca di allargare il proprio punto di vista al tempo di cui può dargli notizia lo studio, l’uomo normale è inevitabilmente confinato all’esperienza della propria vita. Ciò che l’ha preceduta è solo sbiadita memoria scolastica. Tanto Caligola quanto Hitler sono solo brutte favole nere. Appartengono a un passato forse mitico, comunque incredibile, e che non potrà mai più tornare. Le persone si incontrano per la strada e dicono “buongiorno!”, nessuno spara a nessuno, e dunque non può essere vero che l’umanità possa essere tanto cattiva. Ahmadinejad sta scherzando.

Questo punto di vista limitato fa sì che le crisi economiche siano vissute perdendo di vista il quadro cronologico in cui bisogna iscriverle. Quando in Francia entrò in attività il telaio Jacquard vi furono addirittura sommosse, talmente i filatori temettero che la nuova macchina gli rubasse il lavoro. Ma se oggi qualcuno racconta l’episodio, ottiene solo dei sorrisi: si sono spaventati per l’introduzione del telaio meccanico? E tuttavia noi non siamo migliori. Nella storia si è passati da una filatura artigianale ad una filatura industriale, dalla macina azionata da un povero mulo alla macchina a vapore, dal calesse ai viaggi in orbita intorno alla Terra ma questo non ha fatto perdere l’abitudine a considerare la novità come una catastrofe. Il fabbricante di candele considererà sempre l’introduzione della lampadina elettrica l’equivalente dell’Apocalisse.

Se non si fosse emotivi, bisognerebbe fare come quei commercianti che, dopo una notte di V2 e distruzioni, mettevano fuori dal negozio il cartello “business as usual”, si lavora come sempre: ma non tutti e non sempre hanno l’eroica flemma di quei londinesi.

Tutto questo vale anche per l’attuale crisi economica. C’è chi, col fallimento della Lehman Brothers, ha perduto una parte consistente del proprio patrimonio, ci sono migliaia di dipendenti che sono rimasti senza lavoro, ci si chiede quando le Borse torneranno alla normalità: è comprensibile che si sia preoccupati. Ma per il resto, chi ricorda i nomi delle imprese fallite nel 1929? Anche allora si sarà pensato alla fine dell’economia di mercato (la Russia sovietica esisteva già da dodici anni) e alla fine della prosperità americana, e invece dieci anni dopo l’America era quella di prima. Inoltre, poco più di vent’anni dopo avrebbe dimostrato di essere la potenza economico-militare di gran lunga più forte del mondo.

Ora, nel 2008, si rifanno gli stessi discorsi. Il mondo occidentale supererà mai questa crisi? Bisognerà cambiare modello produttivo? L’economia di mercato ha fallito? La prosperità economica degli Stati Uniti è stata un bluff? Ci si avvia ad un’economia di Stato non dissimile da quella predicata da Marx? Tutta una seria di interrogativi sciocchi ed isterici, caratteristici di un mondo il cui arco di coscienza storica non va oltre il lustro.

L’economia di mercato non ha alternative, salvo una: la miseria. Dunque quello che stiamo vivendo è, in termini meteorologici, un momento di siccità. Ma pioverà ancora. Basta aspettare. Dopo, qualche pianta sarà inevitabilmente seccata, qualche altra sarà nata e la Natura potrà inalberare il solito cartello: Business as usual.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

15 ottobre 2008

 




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POLITICA
15 ottobre 2008
DAL FORUM DEL CORRIERE "SCIOGLILINGUA"
 

L’ANIMA LINGUISTICA DEI FRANCESI
Il lettore cournasel rimpiange, a proposito del dialetto, “lo sforzo fatto fino a una o due generazioni fa per mantenerlo vivo e parlarlo nell'ambito famigliare e di trasmetterne concetti e valori secondo una secolare tradizione orale”. È un’opinione rispettabile e dovrebbe certo condividerla chi, come me, è di madre lingua dialettale. E tuttavia non sono d’accordo perché credo che quanto affermato echeggi l’idea che i dialetti abbiano più vita, più colore e più sapore della lingua nazionale. È vero che ciascuno ha la sensazione che nessuna lingua sia saporita come quella che gli viene naturale e nella quale è stato immerso da piccolo. Le altre parlate, al confronto, sono sbiadite e quasi artificiali. Ma tutto dipende dalla lingua cui si è stati abituati. Se si fosse stati abituati da sempre alla lingua nazionale, si troverebbe proprio quella piena di vita, colore e sapore. È un’esperienza che si può fare in Francia meglio che in Italia. Dal momento che l’unificazione linguistica là si è avuta prima che da noi, tutti parlano il francese (famigliare) con la spontaneità e la partecipazione con cui un siciliano o un veneto parlano il loro dialetto. E quando si allontanano dalla lingua ufficiale, parlando in argot, parlano un linguaggio che è anch’esso nazionale. Ecco dunque un paese dove i dialetti non esistono più e in cui tutti hanno la sensazione di parlare una lingua carica di affettività, di espressività, di complicità. Il francese esprime veramente l’anima dei francesi.


Gianni Pardo




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POLITICA
14 ottobre 2008
DAL FORUM DEL CORRIERE "SCIOGLILINGUA"
  

Nonno Michelino desidera sapere che significa pardo. In latino, significava leopardo, pantera. Leopardo è ovviamente parola composta da leo, leone, e pardo. Il ghepardo è in origine una francesizzazione di gattopardo e questo termine, a sua volta, deriva dalla credenza popolare, per cui questo animale sarebbe nato dall’incrocio di un gatto e un leopardo.
La “s” fra due vocali è sempre sonora solo in francese (salvo in parole come parasol). In italiano invece la sua pronuncia ha ragioni storiche ed etimologiche e al riguardo l’unica guida è un buon dizionario. E, sia detto al passaggio, “casa” ha la “s” sorda, non sonora.
“Ci tengo” ha il significato spiegato dal professore. Per dirla con altre parole: “È cosa che m’importa molto, cui non saprei rinunciare”.
Insegnare i dialetti nelle scuole sarebbe una follia innanzi tutto perché ci sono altre materie più importanti da imparare prima (il latino e l’inglese, per cominciare), e poi perché in ogni regione ci sarebbe il problema di stabilire quale dialetto insegnare (il milanese a Bergamo?). Quanto alla differenza fra dialetto e lingua, essa – a mio parere – può essere stabilita in base ai seguenti criteri. Se due parlate hanno strutture molto diverse, si è in presenza di due lingue (ladino e italiano, sardo e italiano). Se due parlate sono diverse ma i parlanti riescono a capirsi (calabrese e romanesco) si tratta di dialetti. Infine due dialetti possono divenire lingue diverse per rescriptum principis, diciamo per legge. Mi chiedo infatti, non fosse il Portogallo stato indipendente da tanto tempo, se il portoghese non sarebbe stato un dialetto dello spagnolo. Ma a questa domanda può rispondere chi ne sa più di me.

Gianni Pardo




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POLITICA
13 ottobre 2008
IL FIELE DI "REPUBBLICA"
 

IL FIELE DI “REPUBBLICA”

Il nome di Liana Milella non va dimenticato. Ci sono persone che si sono illustrate per i loro meriti e ce ne sono che si sono illustrate per i loro demeriti: e va detto subito che la signora Milella non appartiene alla prima categoria.

Il giudice Corrado Carnevale è stato reintegrato nella sua carriera e lei (Repubblica, 13 ottobre 2008) scrive: “un record anche per le leggi ad personam. Anzi: doppio record. Stessa persona come beneficiario e stesso governo. Sempre Berlusconi, of course. E con un "graziato" di tutto rispetto, Corrado Carnevale, la toga che fu nota come "l'ammazzasentenze", per via dei processi di mafia che annullava dalla Suprema corte per vizi formali”. A questo punto bisogna avvertire che il buon gusto di questa giornalista è pari a quello di chi, a proposito di un poveraccio calunniato dai giornali come “il pluristrupratore di Forlì”, continuasse a dire, dopo che è stato assolto con formula piena, “colui che fu noto come il pluristupratore di Forlì”. O come chi dicesse di lei “quella signora Milella che fu definita puttana” solo perché, per ipotesi, un pazzo l’avesse chiamata così, essendo poi condannato per diffamazione.

“Carnevale è nel cuore della destra”, lei scrive. E dimentica che Carnevale finì “in un processo per concorso in associazione mafiosa che gli aveva mosso la procura di Gian Carlo Caselli. Fu assolto nel 2002”. Visto che era innocente, possiamo azzardare piuttosto l’ipotesi che egli non fosse nel cuore di Gian Carlo Caselli e della sinistra?

“L'anno dopo – scrive la giornalista - ecco un comma nella Finanziaria per restituire onore e carriera ai dipendenti pubblici, toghe comprese, finite nelle maglie della giustizia ma uscitene illese. Non solo possono tornare in servizio, ma recuperare pure gli anni persi sforando l'età pensionabile”. E questa sarebbe “una legge ad personam”? Ad personam, quando possono beneficiarne tutti i dipendenti pubblici, che sono milioni? E soprattutto: è una legge ingiusta? La verità è che alla sinistra sembra ingiusta se a beneficiarne è uno che non appartiene alla sua parrocchia.

Corrado Carnevale non è una persona simpatica: tuttavia è sempre stato un giudice ineccepibile che ha contribuito a bocciare sentenze invalide per motivi sostanziali o per vizi insanabili. Non a caso Adriano Sofri ha scritto che avrebbe voluto essere giudicato da lui. La sinistra e certi giustizialisti italiani l’hanno a lungo accusato di tutto, fino ad allontanarlo dal suo lavoro e condannarlo all’esecrazione universale ma infine, dopo anni, i magistrati stessi, cioè quegli stessi colleghi che non l’avevano in simpatia, l’hanno assolto con formula piena. A questo punto, a termini di legge, gli è stato attribuito il diritto di mettere tra parentesi gli anni della calunnia, ricuperando quella possibilità di fare carriera che gli era stata ingiustamente tolta. La giornalista sembra non capire che la legge sarebbe “ad personam” se non si applicasse a chiunque nelle sue stesse condizioni; se viceversa si fa una legge in base alla quale il dipendente pubblico ha il diritto di recuperare gli anni persi per colpa altrui, dov’è il privilegio? Ma forse è inutile cercare di ragionare con chi deve ancora attaccare il “giudice ammazzasentenze”.

Repubblica dà tuttavia notizie storiche precise: “Eccoci al lodo Carnevale. Partorito giovedì 9 ottobre, al Senato. … Dice così: L'articolo 36… Vuol dire: la disposizione dell'ordinamento giudiziario dell'ex Guardasigilli Clemente Mastella (2007) per cui, chi fu graziato nel 2004 e ottenne la ricostruzione della carriera non può ottenere posti di vertice oltre i 75 anni, ‘è abrogata’. La Mastella cancellava la Castelli che invece non poneva limiti d'età. Ora si torna indietro. E si dà via libera a Carnevale”, Barabba. In realtà l’unica domanda seria è se sia una legge giusta o no. Se si reputa che Carnevale sia stato danneggiato ingiustamente, si deve reputare giusto il risarcimento in forma specifica. Se invece Liana Milella pensa che “chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato”, e cioè che lo Stato non debba raddrizzare i torti nemmeno quando può, si può solo dire che abbiamo una diversa idea della giustizia. 

Repubblica – insensibile a questo punto centrale - si compiace di narrare gli straordinari ed anzi pressoché mafiosi favori di cui ha fruito Carnevale. Leggiamo: “Al Csm si scatena la guerra. Parte il ricorso alla Consulta perché la legge incide sui poteri del Consiglio. La Corte lo boccia. Il braccio di ferro prosegue, il Csm stoppa Carnevale che ricorre al Tar e al Consiglio di Stato. Dove vince”. In altre parole Carnevale  è stato favorito dalla Corte Costituzionale, dal Tar e dal Consiglio di Stato. Una congiura al confronto della quale ogni altra impallidisce.

 Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 ottobre 2008




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CULTURA
12 ottobre 2008
KEEP SMILING
 

Uno studio statistico ha provato che il 61% dei mariti sono sessualmente più attivi durante le ferie. Il perché è chiaro: nel resto del tempo, hanno molto da fare in ufficio.

“E che ti ha detto, il grafologo, studiando la tua scrittura?” “Quel disgraziato! Mi ha detto che sono privo di scrupoli e brutale”. “E tu che gli hai risposto?” “Io? Niente. Gli ho dato un pugno sul naso”.

Temo che la mia banca stia per fallire. Ho emesso un assegno di trecento euro e mi hanno detto che non è coperto.

 “Dottore, dottore, mio marito è pazzo. S’immagini che la mattina beve il caffè e dopo mangia la tazza. Lascia solo il manico!” “Dev’essere proprio matto. Il manico è la parte migliore”.




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POLITICA
11 ottobre 2008
IL DIALOGO IMPOSSIBILE
 

IL DIALOGO IMPOSSIBILE

Da ogni parte si dice che il dialogo politico fra maggioranza e opposizione è definitivamente uscito di scena. La verità è che probabilmente non c’è mai entrato. E l’unica cosa utile è capire perché.

Per comunicare in politica è necessario accettare alcuni presupposti. Che si dica ad esempio:

1)               Non la penso come te, ma non per questo sono sicuro che tu sia talmente stupido da non poter comunicare con te.

2)               Non la penso come te, ma credo che anche tu sia in buona fede e voglia il bene della nostra patria.

3)               Non la penso come te, ma non do per scontato che tutte le tue idee abbiano come origine la disonestà, l’interesse, la malafede.

Se ne potrebbero ipotizzare altri ma già questi sono sufficienti per capire come, in Italia, il dialogo non possa essere che uno slogan politico. Le controparti hanno infatti pregiudizi viscerali.

La sinistra si crede moralmente ed intellettualmente superiore alla destra. Per questo, benché si sforzi a volte di apparire disposta a tendere la mano, perfino nei momenti migliori non riesce ad evitare un atteggiamento di degnazione: quello che la persona intelligente ha nei confronti dell’imbecille. Chi è di sinistra ha difficoltà a credere che l’avversario ragioni rettamente. Ancor meno riuscirebbe ad ammettere che abbia sensibilità per il bene comune. Al massimo gli concede la genialità delinquenziale, l’efficacia di chi è totalmente privo di scrupoli, la furbizia levantina. E questo non è un ottimo viatico.

La destra, a sua volta, ha un’opinione semplice e precisa, riguardo agli uomini di sinistra. Per pensarla in quel modo, dice, bisogna essere incapaci di ragionare, bisogna essere ignoranti di storia, digiuni di economia, privi di senso del reale. In un parola: mentecatti presuntuosi al di là di ogni possibile terapia. Il liberale vede il socialista/comunista/cattocomunista come un malato mentale o, ad andar bene, come un gigantesco ipocrita. Parlare con lui è perdere tempo come sarebbe parlare con un paranoico che dialoga con gli extra-terrestri.

Queste posizioni conducono ad un conflitto privo di tregue su qualunque argomento. L’altro è sempre di parere contrario ed ovviamente in malafede. Per l’uomo di sinistra è incomprensibile che quello di destra “difenda i ricchi contro i poveri”, “gli oppressori contro gli oppressi”, “i delinquenti contro gli onesti”, ecc. e aggiunge: la sinistra può avere sbagliato, basti pensare all’Unione Sovietica, ma almeno non ha mai coltivato programmi spregevoli.

Il liberale dal canto suo guarda all’uomo di sinistra come a qualcuno che ha sostenuto il peggio del peggio, ogni volta chiudendo gli occhi sulla realtà. Una realtà che ha riconosciuto, dopo aver negato l’evidenza in ogni campo, costantemente con decenni di ritardo. Oggi si preoccupa della vera libertà di stampa in Russia, ma a lungo ha creduto alle fandonie della Pravda; si è battuto contro il Piano Marshall, contro la Nato, contro il Mercato Comune, ha difeso la Scala Mobile, il salario variabile indipendente e perfino i missili SS20 puntati contro l’Italia. E per lui quella ungherese del 1956 non fu una rivoluzione popolare contro un’orribile oppressione. Insomma, a sinistra o si è in malafede o si è ciechi.

La sinistra nega alla destra qualunque ideale al di sopra dell’interesse personale, il liberale nega all’uomo di sinistra storico (cioè al comunista) anche l’amor di patria: per decenni ha saputo, sulla base dell’internazionalismo proletario, che l’Italia non era la sua vera patria. Il comunista doveva essere più fedele a Mosca che a Roma. E lo fu. Fino a chiedere che Trieste fosse data a Tito.

Oggi tutto questo fa parte del passato, ma rimane la tendenza a mettere la propria ideologia al di sopra di tutto. Il bene del paese viene dopo quello del partito, prova ne sia che si vota contro gli accordi internazionali del paese, rischiando di metterlo in gravissima difficoltà, se così vogliono i propri sacri principi. È avvenuto per gli impegni militari dell’Italia.

A tutto questo, dal 1993, si è aggiunto l’antiberlusconismo. Il dogma fondamentale della sinistra è che un ricco non può essere onesto, un industriale non può essere amico dei lavoratori, un anticomunista non può che essere un uomo privo di scrupoli e Berlusconi è il paradigma di tutte queste cose insieme: al massimo livello. L’intera sinistra pensa, come si diceva al principio, “che tutte le sue idee abbiano come origine la disonestà, l’interesse, la malafede”. Non si esamina una sua azione per vedere se sia dovuta a pessime motivazioni: se ne è sicuri a priori. È come se il giudice, invece di dire: “Vediamo se quest’uomo è colpevole” dicesse: “So che lo è. Ora vediamo di che cosa”.

In Italia non c’è una tendenza al bipartitismo: c’è una tendenza alla guerra. Non si discute, si spara alla divisa del nemico. E non ha senso parlare di dialogo. Che la maggioranza governi dunque come crede giusto governare, che l’opposizione dica – al popolo italiano, attraverso il Parlamento e la stampa – come la pensa, nella speranza di convincerlo a votare diversamente la prossima volta e che ognuno faccia la sua strada, senza chiedere un impossibile dialogo. Nessuna gazzella crede alla buona fede del leone.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 ottobre 2008




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POLITICA
10 ottobre 2008
IL CORDINZELLO

IL CORDINZELLO

Un gentile corrispondente ha insistito sul concetto che chi non crede in Dio è un credente come chi ci crede. Insomma, ci sono due generi di credenti, quelli che credono in Dio e quelli che hanno la credenza inversa.

L’affermazione non sta in piedi. Ma. visto che insisteva, la seconda volta gli ho risposto, scherzando un po’, nel modo che segue.

Io personalmente sono molto deluso nel riconoscere che lei è un credente nella non-teoria secondo cui tre per tre fa quarantasette. In effetti fa quarantasette e la mia idea che fa quarantasette vale quanto la sua, banale, per cui fa nove. Dunque siamo ugualmente credenti, lei nella teoria che faccia nove ed io nella teoria che faccia quarantasette. E corrispondentemente lei è un credente nella teoria che NON faccia quarantasette ed io... E questa gliela perdonerei, se lei non fosse anche un credente nella non-esistenza dell’unicorno, del fantasma di mia nonna, e, soprattutto, di Topolino. Topolino esiste eccome, io l’ho incontrato. Ma non mi chieda di dimostrarlo, se no le chiederò di dimostrarmi l’esistenza di Dio e lei sarà nei guai J. Non si vergogna un po', ad essere un credente nell'inesistenza di Topolino?

Onus probandi incumbit ei qui dicit, dicevano nei seminari, e il principio vale anche in diritto e in filosofia. Non basta voler pensare qualcosa per darla per dimostrata.

Lei dice: “Basta rendere positiva la presunta negazione e cioè potrei ribaltare [la sua affermazione]  dicendo che l’ateo afferma (in positivo) l’assenza di Dio”. Gioco di parole. Se io voglio dimostrare l'assenza di qualcuno in una stanza posso farlo conducendoci il mio contraddittore, mostrandogli la stanza vuota e chiedendogli: "Allora, lo vedi che non è qui?" Ma io non dimostro l'assenza di qualcuno, dimostro la stanza vuota. In positivo. L'esistenza di una stanza vuota. Su questo non ci piove, né in diritto né in teologia.

L’ateo insomma non afferma niente. È il teista che gli dice “Dio esiste”. E solo allora l’ateo risponde “no”. Se un tizio andasse in piazza e dicesse “il cordinzello non esiste” la gente gli chiederebbe se è pazzo. O anche semplicemente gli domanderebbe: “e che cos’è il cordinzello?” Non si può partire da una negazione, dunque la non-credenza è un non-concetto. Bene, è lei che parla del concetto di Dio. Per l’ateo Dio è una fantasia come il cordinzello. Dimostri lei la differenza fra il cordinzello e Dio, diversamente io la proclamerò credente nel non-cordinzello.

Mi creda, ha imboccato un vicolo cieco. Lo so da oltre sessant’anni.

Perché non si limita a credere in Dio, riconoscendo che ci sono i non-credenti? È così semplice, piano, naturale. Ed anche evidente.

Un abbraccio,

Gianni Pardo

 

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CULTURA
9 ottobre 2008
L'INVITO IRRIFERIBILE
 

L’INVITO IRRIFERIBILE

Innanzi tutto i fatti, come li racconta la giornalista Laura Cesaretti. A “Ballarò”, a proposito della crisi finanziaria, Veltroni ha affermato: "Se Berlusconi mi dice che c'è bisogno sono pronto". Berlusconi, intercettato dai cronisti, “fa spallucce” e reagisce con le parole: “Me ne frego”. Ovviamente in molti si sono stracciati le vesti. Se ne frega del capo dell’opposizione? Berlusconi ha poi chiarito che “se ne fregava dei giornalisti, o della loro domanda”: ed effettivamente la risposta sarebbe accettabile se la domanda fosse stata: “che ne pensa dell’affermazione di Veltroni…”? Ma di fatto, tutti hanno riferito le sue parole come se avesse detto: “Me ne frego di Veltroni” e questo sarebbe molto spiacevole. Ciò concesso, andiamo alla sostanza del problema.

Il mondo vive una crisi finanziaria drammatica. Per contrastarla, il paese economicamente più forte della Terra sta impegnando tutte le proprie risorse e non è detto che ci riesca. Anche altrove, a Londra come a Berlino, a Parigi come a Tokyo, dinanzi all’entità del disastro i più competenti economisti e i più grandi politici si mettono le mani nei capelli. Ed ecco arriva Veltroni, uno che non ha nessuna competenza economica e, novello Achille sotto la tenda, dice olimpico: se mi chiamate e mi va, vengo e risolvo tutto. È proprio strano che si abbia voglia di esclamare il famoso “Ma mia faccia il piacere!” di Totò?

Chi è disposto a dare una mano al prossimo in difficoltà si dimostra umano e generoso. Ma se chi è in difficoltà è un chirurgo che opera a cuore aperto e chi gli dice “se c’è bisogno sono pronto”  è un portantino, c’è da mettersi a ridere. Infatti quelle parole significano: “sono pronto a risolvere il problema”. Walter Veltroni, in queste ultime settimane, ha proprio smarrito il senso delle proporzioni. Berlusconi ha perso la pazienza? Ha fatto male. Ma sono molti, quelli che non l’avrebbero persa?

Si può tuttavia fare l’ipotesi che la frase avesse un altro senso. Il leader del Pd non voleva dire - come pure ha detto - “se c’è bisogno sono pronto”: infatti  il bisogno è evidente a chiunque abbia occhi per leggere un giornale od orecchie per ascoltare le notizie. Voleva dire: “Se l’opposizione può contribuire a fronteggiare il problema, è pronta a farlo”. Per esempio predicando fiducia; per esempio non dando addosso al governo in materia economica proprio ora; per esempio ripetendo che l’Italia e il mondo sono gli stessi di due o tre mesi fa; che, insomma, tutto tornerà a posto in breve tempo. Ma sarebbe credibile? L’opposizione, per come si comporta attualmente, sarebbe pronta a far affondare la penisola nel Mediterraneo, se solo questo servisse a far cadere il governo Berlusconi.

Veltroni, in questa occasione, beneficerà del plauso e della solidarietà dell’intera stampa e del mondo ufficiale. E potrà essere contento del risultato. Quello che ignorerà, perché nessun giornale lo scriverà, è che molta gente, in questa occasione, avrà sogghignato. Berlusconi non avrebbe dovuto risponderei con un “me ne frego”, ma con quell’invito di cui Beppe Grillo si è fatto quasi un’esclusiva.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 ottobre 2008




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POLITICA
8 ottobre 2008
LA BICICLETTA CAPITALISTA
 

LA BICICLETTA CAPITALISTA

Quando è crollato il comunismo, gli adepti più fedeli hanno sostenuto una tesi interessante. Hanno detto che le idee di Marx, di Lenin e degli altri teorici erano giuste: solo che gli uomini non erano riusciti ad applicarle. Per questo, molti critici di tendenza comunista ora dicono: per la grande crisi economica attuale volete dare il torto ai banchieri, ma non è che per caso sia sbagliata la teoria del liberalismo in economia? Diversamente, come mai per il comunismo dareste il torto alla teoria e per l’economia di mercato dareste il torto agli uomini che la realizzano?

La tesi non è priva di suggestioni. Bisogna infatti guardarsi dal pericolo di usare un metro per le cose che amiamo e un metro diverso per quelle che non amiamo. È però innegabile che le due teorie si differenziano in modo inconciliabile. Il primo, fondamentale contrasto è questo: mentre nell’economia libera le crisi più o meno gravi sono un fenomeno ricorrente, e la normalità è una vita prospera, nell’economia statalista la normalità è la miseria e non si è mai vista una vera prosperità.

È vero che nell’economia di Stato le crisi o non esistono o sono di scarsa ampiezza, ma questo viene pagato, per così dire, con una crisi permanente: si è costantemente vicini al livello di sopravvivenza. Al contrario, l’economia libera è stata paragonata ad una bicicletta che avanza perdendo costantemente l’equilibrio – come è naturale, visto che si tratta di due sole ruote – ma non cade mai, perché il ciclista corregge continuamente la rotta col manubrio. L’esperienza di molti decenni dice che una bicicletta “che cade continuamente” è molto più veloce di un carretto a quattro ruote, che non cadrebbe mai.

Una volta, durante una serata elegante, George Bernard Shaw, noto misogino, continuava a provocare una signora, arrivando infine a dirle: “Lei è veramente brutta”. Al che la donna replicò seccamente: “Lei è completamente ubriaco”. “Sì, è vero, riconobbe il commediografo. Io però domani sarò sobrio”. Nello stesso modo, le crisi del capitalismo possono essere gravissime, ma se ne esce. Sempre. Perché si tratta di aggiustamenti della traiettoria. La mano invisibile di cui parlava Adam Smith non è quella di una bambinaia che evita al bimbo il più piccolo bobò, però è vero che perfino dopo il 1929 il mondo dell’economia libera è stato florido. Ha imparato la lezione ed è andato avanti. Magari non l’ha imparata perfettamente, come dimostra la crisi di questi giorni: ma nel 2008 nessuno si è suicidato, i fallimenti non sono diventati migliaia e i disoccupati non sono scesi in piazza a milioni.

Bisogna contentarsi. Certo, chi in questo frangente ci ha rimesso somme notevoli non può facilmente accettare questo olimpico ottimismo: ma se si considera tutto, la situazione è difficilissima senza essere tragica. E soprattutto si può star certi che se ne uscirà. C’è un’enorme differenza fra soffrire aspettando la guarigione e soffrire senza speranza.

L’economia di Stato è un sistema in cui un supremo regolatore dirige tutto e non ammette contraddittorio. L’economia capitalista è invece quella che realizzano gli uomini, se sono lasciati liberi di operare. Per conseguenza, in caso di difficoltà, gli si può dire “è il sistema che avete voluto”; e comunque non ce n’è uno migliore. Avete la libertà di lamentarvi, ma sapendo che è come lamentarsi del cattivo tempo.

L’economia di mercato è un sistema imperfetto. Ma anche la vita è un sistema imperfetto. Solo che è tanto più bella della sua alternativa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 ottobre 2008




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POLITICA
7 ottobre 2008
QUESTIONI LINGUISTICHE
  

ACCENTI ACUTI E GRAVI

Un lettore ha sollevato una questione interessante: sapere se la distinzione fra accento acuto e grave abbia senso, in italiano. La risposta è – direbbero i filosofi – anfibologica: si ha torto sia se si dice no, sia se si dice sì. Per fortuna, si può corrispondentemente avere ragione in ogni caso, se solo si precisano i punti di vista. L’italiano perfettamente pronunciato distingue la “e” chiusa da quella aperta. Per questo, la pronuncia di “perchè”, con la “e” aperta, come si usa per influenza di certi dialetti del nord, strazia le orecchie. E dunque la scrittura con la “e” sormontata dall’accento acuto, è non solo corretta perché così impone la tradizione ortografica italiana, ma perché, come dice il prof.De Rienzo, corrisponde alla corretta pronuncia. Il linguista Gabrielli tanti anni fa, in un suo libro, “Lo stile corretto”, suggerì addirittura il metodo, che lui personalmente applicò in quel testo, di mettere l’accento acuto o grave su tutte le parole, per segnalare la pronuncia che spesso in molti ignoriamo. Tuttavia si può sostenere, come “gaetano”, la teoria opposta. I suoni di una lingua sono importanti quando sono discretivi. Casa e cassa, pane e pene, vino e viso sono parole ben diverse perché per gli italiani le doppie hanno valore discretivo, come la distinzione fra “a” ed “e” o quella tra “n” e “s”. Viceversa, se si pronuncia “casa” con la “s” sorda o con la sonora, se si pronuncia “perché” con la “e” chiusa o aperta, nessuno ci fa caso e la comprensione non è minimamente impedita. Per questo alcuni fonologi hanno ipotizzato il concetto di archiphonème, arcifonema. Per la “e” chiusa il simbolo è \e\, per la “e” aperta il simbolo è una epsilon, per l’arcifonema il simbolo sarebbe \E\ (una “e” poco importa se aperta o chiusa). In sintesi: la distinzione degli accenti è doverosa ma non essenziale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
6 ottobre 2008
L'AUTO-DELEGITTIMAZIONE
 

L’AUTO-DELEGITTIMAZIONE

Dal “Corriere della Sera” on line di oggi.  Veltroni dice che Berlusconi «Pensa solo ai suoi problemi. E il sistema della comunicazione è piegato al pensiero unico». “Solo in Italia capita che il presidente del Consiglio sia proprietario di televisioni, di giornali, della pubblicità, di assicurazioni, di una parte importante dell'economia del Paese; che la figlia del presidente del Consiglio sieda nel salotto buono di Mediobanca”. E daglie. Insomma, lui continua. E dunque possono continuare anche i commentatori.

Da qualche giorno Veltroni è presente nei titoli di prima pagina dei giornali con continue affermazioni al vetriolo. Non si tratta né di uno scatto di nervi né di un cambiamento della sua personale visione della politica, ammesso che ne abbia una. Sembra che quel leader stia lottando per sopravvivere: è contestato all’interno del suo partito, è scavalcato ogni giorno a sinistra da Di Pietro, è demoralizzato da una popolarità di Berlusconi che darebbe il magone a qualunque opposizione e dunque ha sentito che doveva uscire dall’angolo. Solo che lo fa nel modo sbagliato.

Qualcuno reagisce a questa critica chiedendo: “Ma volete, voi del centro-destra, stabilire come deve comportarsi il capo dell’opposizione?” La risposta è ovviamente no. Ma è vietato chiedersi se questo comportamento sia utile in primo luogo al partito e in secondo luogo al paese?

Il Pd si trova in una situazione difficile. Deve scegliere fra le due politiche che ha adottato in passato. La prima è un’edizione un po’ sbiadita del massimalismo aggressivo e comunista dell’estrema sinistra, la seconda - proposta al momento della fondazione del Pd – è una politica socialdemocratica tanto pronta alla collaborazione, se serve al bene del paese, quanto alla resistenza risoluta, se la maggioranza cerca di danneggiarlo.

Questa seconda scelta – che era stata proposta come Dna del Pd - era molto coraggiosa. I partiti moderati di sinistra hanno sempre subito l’ipnosi dell’estremismo: il principio “pas d’ennemi à gauche”, niente nemici a sinistra, ha fatto sì che non si sia mai avuto il coraggio di dare risolutamente torto a chi delirava. Chi ha esagerato ha sempre avuto ragione: in fondo, quale esagerazione è più grande di una rivoluzione? E proprio questo per anni ha predicato il Pci. Sono cose che il subconscio non dimentica. Dunque, nello scaricare i partiti dell’Arcobaleno, nel votarli all’annientamento, il Pd non scommetteva sul presente (ché tanto la sconfitta nel 2008 era data per sicura) quanto sul futuro. Si trattava di convincere gli italiani che anche a sinistra ci poteva essere una cultura di governo ragionevole, infinitamente lontana dalle paure medievali dei Verdi, assolutamente in contrasto con un comunismo arcaico come quello di Diliberto, perfino capace di sganciarsi dal comunismo ambiguo, a metà strada tra Ekaterinenburg e il cashmere, di Bertinotti. Questo si poteva ottenere criticando il governo in maniera credibile: “loro hanno fatto bene, noi avremmo fatto meglio”. E perfino: “questa proposta è giusta, la facciamo nostra e ne rivendichiamo il merito votandola anche noi”. Dopo questi atteggiamenti, sarebbe apparsa credibile anche la risoluta opposizione ad un provvedimento effettivamente discutibile.

Ma per fare questo sarebbe stato necessario vincere l’inerzia di un popolo di sinistra educato ad avere come stella polare un antiberlusconismo per certi versi fanatico. Bisognava soprattutto essere l’unica opposizione. Purtroppo invece ci si è associati a un Di Pietro il quale, sin dal primo giorno, ha cercato di pescare nel bacino di scontento cui non dava più voce la sinistra estrema. L’ex-magistrato ha provato in tutti i modi a spremere il frutto secco dell’antiberlusconismo e a cercare di ottenere i consensi di coloro che non si sono sentiti rappresentati dalla nuova politica del Pd. In questo modo non prepara un futuro di maggioranza al centro-sinistra ma di ciò non gli importa assolutamente nulla: il suo mondo finisce alla “o” del nome Di Pietro.

Dinanzi a questa concorrenza, il Pd non ha saputo reagire come avrebbe dovuto. Se avesse seguito la propria politica avrebbe dovuto denunciare il populismo grezzo e in mala fede dell’Italia dei Valori; avrebbe dovuto distanziarsi da tutti gli eccessi e praticare l’opposizione moderata e costruttiva che aveva predicato. Avrebbero dovuto buttare Di Pietro fuori dalla coalizione, facendo capire all’elettorato che quella non era più e non poteva mai più essere più la politica della sinistra. Alle prossime elezioni l’Idv avrebbe fatto la fine dell’Arcobaleno e il Pd si sarebbe presentato come una credibile alternativa di governo.

Non è andata così. Si è scelto il ritorno al passato. Lo stile Diliberto senza Diliberto. E questo è molto triste. Perché la maggioranza è così ampia da non avere bisogno del dialogo con l’opposizione e lo strepito sui giornali non conduce a niente. Solo all’auto-delegittimazione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 ottobre 2008




permalink | inviato da giannipardo il 6/10/2008 alle 18:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
5 ottobre 2008
ERRORI DI PRONUNCIA
 

Per i meridionali lo scontro tra vocali può dare esiti drammatici. Per questo, avendo difficoltà a pronunciare il gruppo “sr” o (meno frequentemente) “sl”, interpongono una “d”, pronunciando “Israele” come “Isdraele”, “sradicare” come “sdradicare” e perfino “sdlittare” (quando non “sdilittare”) per “slittare”. Per non dire che psicologico diviene “pissicologico”. Ma si tratta solo di difetti di pronuncia, del resto non rarissimi anche fuori di Sicilia: basti pensare che tutti gli italiani, trovando difficile la pronuncia di “Basra”, l’hanno prima trasformata in “Bàssora”; poi, per ancor maggiore comodità, in “Bassòra”. Viceversa non c’è modo d’insegnare che si pronuncia Wladìmir e non Wlàdimir. Si tratta comunque di un fenomeno che si verifica un po’ dovunque. Per esempio, un francese di mia conoscenza aveva tendenza a pronunziare la parole “psychologue” come “spychologue”. Del resto, la parola “fromage” è deformazione di “formage” e la parola spagnola “milagro” è deformazione di miracolo, con la “l” e la “r” che si scambiano il posto. Tuttavia il campionato del mondo l’ha battuto una professoressa (!) che una volta è riuscita a parlare di Wittìgenstein, mettendo l’accento su una vocale che non c’è.

 Gianni Pardo




permalink | inviato da giannipardo il 5/10/2008 alle 13:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
4 ottobre 2008
KEEP SMILING
 

Due vecchi amici si incontrano dopo tanti anni. Fra le altre domande uno chiede: “E tua moglie, ha mantenuto la sua bella linea?” “Mantenuto? L’ha addirittura raddoppiata”.

Come mai il tuo cane corre sempre all’angolo quando suona il campanello della porta? È un boxer.

Il vecchio signore va nella Kneipe (bettola) al bordo del bosco e, incontrando il medico del paese, gli dice orgoglioso: “Dottore, lo sa che cosa ho abbattuto, oggi, a caccia?” “Sì, risponde l’altro. È già  venuto da me a farsi medicare”.




permalink | inviato da giannipardo il 4/10/2008 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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