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POLITICA
22 settembre 2017
NON PIOVE PIU', VENDI IL CANNONE
S’immagini un Paese dove non piove da tempo. Molti pensano che non pioverà più e ovviamente reputano inutile impermeabilizzare le terrazze, comprare ombrelli, creare fognature e canali di scolo. A che serve proteggersi contro la pioggia se non pioverà mai più? Sembra un discorso da pazzi ma non lo è. 
L’Europa vive il più lungo periodo di pace della sua storia. Dal 1944 al 2017 sono settantatré anni. Quanta gente ha una memoria personale della fame, dei bombardamenti, e nel Nord, addirittura, della guerra civile? Per così dire, tutti gli abitanti del continente hanno soltanto la nozione della pace. Non hanno visto epidemie di morbillo, e pensano che i vaccini siano inutili. Insomma sono le vittime della loro ignoranza e del limite costituito dalla loro esperienza personale.
In questo senso si potrebbe dire che i vecchi colti sono vecchi due volte: hanno imparato molto da ciò che hanno vissuto, ma hanno imparato molto anche da ciò che hanno studiato. La cultura allunga di secoli la loro esperienza.  Non hanno vissuto la tragedia della peste, ma la conoscono perché fece strage in Grecia nell’antichità, e in Europa nel ‘600. Deprecano come tutti il terrorismo islamico ma non ignorano che anche noi, qualche secolo fa, ci siamo scannati in nome di Cristo. E se l’Europa ha la fortuna di un lunghissimo periodo di pace, ciò non significa che non pioverà più. Inconcepibile che francesi e inglesi si facciano guerra? Nient’affatto, se la sono fatta per secoli, in passato. Francesi e tedeschi a braccetto? Certo, ma si sono scontrati per tre volte, recentemente; con Napoleone, con Bismarck e con Hitler. 
La guerra è un fenomeno da non escludere mai, perché è iscritto nel nostro Dna. Ci sono specie che fanno guerre (gli uomini e le formiche, per cominciare) e specie che nemmeno immaginano che cosa sia: per esempio i gatti o le balene.
Dunque, ogni progetto che elimini la guerra dall’orizzonte è irrealistico. È stupido dire che si può fare a meno dell’esercito soltanto perché non se ne ha bisogno oggi. Sarebbe come affermare che non si ricorrerà mai al medico soltanto perché attualmente ci sentiamo bene. E purtroppo questo errore è correntissimo. Lo si vede nell’irresistibile voglia di non spendere in armamenti e nell’imperante frazionismo delle nazioni. Quando Praga e Bratislava facevano parte dell’Impero Austroungarico, chi avesse attaccato queste città se la sarebbe vista con Vienna. Oggi invece la Bielorussia, la Moldovia, Malta, le Repubbliche Baltiche ed altri ancora, come potrebbero difendersi, se attaccati? Certo, potrebbero contare sugli alleati, ma c’è un principio storico indefettibile: l’alleato ti difende se gli conviene difenderti, diversamente ti lascia al tuo destino. 
Soltanto chi è in grado di difendere sé stesso è una vera nazione sovrana. La Francia è indipendente perché ha l’armamento atomico e un esercito moderno. Noi non soltanto non siamo una potenza atomica ma al nostro esercito lesiniamo il centesimo. E infatti militarmente non siamo indipendenti. Finché non pioverà, non ci bagneremo.
Ecco perché la razionalità vuole che si sia molto severi nei riguardi dell’imperante separatismo. Se già sono deboli la Spagna o l’Italia, i baschi, i catalani, i padani non si chiedono quanto peserebbero, da soli? L’attuale tendenza al frazionamento è una delle forme della stupidità contemporanea. I catalani poi vorrebbero come prima lingua il dialetto catalano. Con quale utilità? Chi, nel mondo, conosce il catalano? E perché conoscere bene il dialetto senza importanza di una regione e non conoscere veramente bene una lingua d’enorme importanza internazionale come lo spagnolo? Ma già, in questo sono stati preceduti da Malta, che si è liberata dell’inglese e parla maltese: con grande vantaggio della sua cultura e della facilità degli scambi internazionali.
Viviamo sognando progetti assurdi. Addirittura pericolosi, nel tempo, perché presuppongono una stabilità internazionale pressoché eterna. Io piango ancora pensando all’errore commesso dalla Francia nel 1954, quando votò contro la Comunità Europea di Difesa: avremmo avuto un esercito continentale e saremmo stati in grado di contare sulla scena internazionale. 
Oggi l’Europa è inesistente, nella geopolitica. In compenso forse avremo nuovi mini-Stati che, per la loro difesa,  disporranno  di bellissimi cartelli di divieto di accesso. Un temibile disco rosso sbarrato da una fascia bianca orizzontale. . 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 settembre 2017




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POLITICA
19 settembre 2017
UNO VALE UN MILIONE
Il Movimento 5 Stelle può anche fare tenerezza. Chi si sentirebbe di essere severo con i giovani, con i semplici, con gli ignoranti? Forse che da ragazzi non abbiamo fatto anche noi le nostre brave sciocchezze? Ci sono errori che, come le malattie esantematiche dell’infanzia, sembrano obbligatori per tutti. L’evidenza è di solito garanzia di verità, ma cederle senza riflettere può essere un errore.
Un ottimo esempio sono le etimologie popolari. Basta chiedere: perché febbraio si chiama così? Perché in inverno si ha spesso la febbre. In realtà, febbraio è “il mese dedicato alle purificazioni”. Da dove deriva il verbo “falcidiare”? Evidente, da falce: tagliare i redditi, i ricavi, i vantaggi. E invece deriva dal nome di Publio Falcidio, che avrebbe anche potuto chiamarsi Papinio o Vitulliano. La tentazione di saltare alle conclusioni è irresistibile e rimane eccessiva la fatica di aprire un dizionario.
Purtroppo, queste illusioni ottiche del cervello si ritrovano anche in politica. Se si verificano troppi reati di un certo tipo, a molti (inclusi i parlamentari) sembra ovvio che il rimedio sia l’inasprimento delle pene. Mentre ogni competente di diritto penale sa che non è così.  
La prima qualità di un politico, pensano gli incolti, è l’onestà. E invece gli studiosi sanno che un onesto imbecille fa molti più danni  di un politico disonesto ma capace. Come del resto ha scritto Benedetto Croce. I ragazzi partono da una certa idea rivoluzionaria e poi, cammin facendo, se sono intelligenti, magari arrivano alle conclusioni dei loro nonni. Chissà quanta strada debbano ancora fare, i seguaci di Grillo.
Sono queste le ragioni per le quali i giovani dei Cinque Stelle possono far tenerezza. Da quando sono apparsi sulla scena, non fanno che mostrare  quanto sia stata assurda l’idea di prendere sul serio un comico. Nessuno nega che l’umorismo richieda una grande capacità di critica e proclami spesso, ridendo, verità che altri temono di affermare. Ma l’umorismo ha lo scopo di divertire, non di ammaestrare. Il comico non è né un filosofo né un politologo, e le contraddizioni non lo squalificano. Non gli si può chiedere ciò che è al di là della sua portata. E infatti, applicando le sue ricette, si va a sbattere. Non sorprende che i “grillini”, delle cinque marce, fino ad ora abbiano usato soltanto la marcia indietro. 
Nel caso specifico, si possono allineare parecchie “lezioni della realtà”. Beppe Grillo, quando non contava più del suo giardiniere, sosteneva che uno vale uno. Era nel suo interesse. Lui, che non era nessuno, valeva quanto il Presidente della Repubblica. Una volta che è divenuto il capo del suo  partito, ecco che uno – lui – vale per tutti. Se soltanto fa capire di gradire Di Maio come candidato Primo Ministro (un concorso che nessuno ha bandito) ecco che gli altri concorrenti neanche si presentano. I dittatori regnano incutendo paura, a Grillo basta essere l’Unto del Signore. Di riffa o di raffa, la decisione finale spetta a lui, rete o non rete. Come si è visto a Genova. A costo di perdere le elezioni.
Ma il M5S non ha appreso soltanto questa lezione. Oggi sanno finalmente che l’uomo giusto è l’uomo giusto, anche se è sotto indagine da parte della magistratura. Come nel caso di Di Maio. Insomma hanno scoperto l’acqua calda. Viceversa si ostinano a non aprire gli occhi sul fatto che nessun partito che si ricordi, ha mai ottenuto il 51% dei voti. Dunque, se non si allea con nessuno, il Movimento somiglierà al Msi. Solo che i voti del partito di Almirante erano stati chiusi in frigorifero dagli altri, mentre il partito di Grillo lo fa da sé.
Comunque, sotto la pressione ostinata della realtà,  il M5S somiglia sempre più a un partito come gli altri. Fa le stesse sciocchezze e alla fine, quando gli capita di governare, combina disastri. Oggi cerca di parlare il meno possibile di Virginia Raggi, come fosse colpevole di chissà che, mentre la sventurata applica soltanto i principi del partito. Inclusa l’obbedienza cieca, pronta e assoluta a Grillo. Viceversa il sindaco di Parma ha governato bene, ma ha dimostrato di pensare con la sua testa e per questo è stato espulso dal partito. Il reprobo arrivava a pensare che Grillo potesse sbagliare.
La speranza è che gli italiani aprano gli occhi sul fatto che protestare non significa fare politica. Nessun cancro è stato mai guarito dalle imprecazioni.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 settembre 2017




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POLITICA
18 settembre 2017
MONETE, BITCOIN E IMBROGLIONI
Chi legge i giornali e si interessa alle monete alternative sa che i Bitcoin, in un paio di giorni, hanno perduto il 40% del loro valore. E tuttavia, malgrado la volatilità di questi mezzi di pagamento, il loro numero continua a moltiplicarsi. E allora, prima di pensare a vietarli (come ha fatto la Cina) bisognerebbe capire qual è la ragione del loro successo. Soprattutto per sapere se realmente presentino qualche vantaggio rispetto alle monete ufficiali.
I bitcoin, per chi non lo ricordasse,  sono titoli da spendere, via internet, per regolare transazioni o per spedire capitali. Non sono tracciabili, si prestano benissimo ad operazioni illegali e non fanno correre gli stessi rischi delle monete ufficiali, fra cui l’euro. Il gestore si impegna a non emetterne più di una certa quantità, sicché non c’è da temere l’inflazione. Anzi, recentemente si è avuta una fiammata speculativa che ne ha fatto aumentare enormemente il valore. Ma poi la bolla è scoppiata, come si diceva.
I difetti  di questa moneta sono evidenti. Innanzi tutto, il suo valore può essere influenzato dal mercato. Qualcuno dirà che ciò è naturale e infatti perfino l’oro ha variazioni di valore: una crisi di fiducia nelle monete nazionali fa aumentare il suo prezzo e un’accresciuta offerta lo fa diminuire. Ma – questo è il punto – queste variazioni non potrebbero mai raggiungere sbalzi del 40%, in due giorni. E nessuna crisi mai ne azzererà il valore. Infatti l’oro non è un pezzo di carta, e neppure un’annotazione nei registri della banca: è un metallo, un bene rifugio, una merce come il caffè o il cotone (beni che sono anch’essi quotati, nella borsa merci). Ciò che lo rende speciale è l’incorruttibilità, la frazionabilità, e il fatto d’essere universalmente amato.
La moneta è un facilitatore degli scambi, perché è accettata da tutti ed ha un valore standard. Queste caratteristiche si riscontrano soprattutto nell’oro, mentre non si riscontrano nella cartamoneta. La cartamoneta non è accettata da tutti, nel senso che nessun commerciante di Napoli o di Praga accetterebbe una banconota del Burundi o dell’Uzbekistan, e non sarebbe  accettata nemmeno nello stesso Paese che la emette, se non l’imponesse lo Stato che dice al creditore: “Se non accetti che il debito ti sia rimborsato nella moneta che io stampo, dichiarerò il debitore libero dall’obbligazione nei tuoi confronti. O accetti questa moneta, o non avrai niente”. Si chiama “corso forzoso”.
Quanto al valore della cartamoneta, è ovvio che – come per ogni altro mezzo di pagamento – dipende dalla quantità che se ne immette nel mercato. Se lo Stato ne stampa poca (caso raro) si ha deflazione, e la moneta vale molto. Se lo Stato ne stampa molta (caso frequente) si ha inflazione, e la moneta vale sempre meno. Notare che se la moneta fosse costituita da pezzi d’oro, lo Stato non potrebbe immetterne sul mercato quanta ne vuole, perché prima dovrebbe procurarselo,  quel metallo. Viceversa, con la moneta costituita da carta, la Zecca non ha nessuna difficoltà. E ciò vale per qualunque moneta che non sia costituita da merci. Gli oggetti – cioè le merci come l’oro, l’argento, le pecore (da cui pecunia), il sale, le pellicce (in Canada, nell’Ottocento) - non si possono moltiplicare, la cartamoneta sì. 
I gestori dei bitcoin – sulla base di calcoli complicatissimi - si sono impegnati a non crearne più di un certo numero. Ma se barano, chi li punisce? Insomma, se non ci fidiamo della Federal Reserve o della Banca Centrale Europea, perché dovremmo fidarci dei gestori delle monete alternative?
Forse bisognerebbe ricordare una verità assolutamente banale: la ricchezza è costituita da beni, non da simboli di beni. Con la cartamoneta posso avere molte cose, ma dopo averla risparmiata potrei anche accorgermi che ne ottengo molto di meno di ciò che mi aspettavo. Semplicemente perché la cartamoneta si è svalutata. E comunque i conti in banca, i bitcoin, e tutte le altre monete alternative, sono promesse di beni, non beni. E come tutte le promesse possono essere parzialmente mantenute o non mantenute affatto. Prima del caso dell’Etruria la gente aveva dimenticato che anche le banche possono fallire. E anche gli Stati possono fallire (si ricordi l’Argentina). Viceversa, con un lingotto di un chilo d’oro sottobraccio si è ben accolti dovunque. 
I  bitcoin nascono dalla speranza di sfuggire alla nota disonestà dello Stato, ma nulla dice che essi permettano di sfuggire alla disonestà dei privati. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 settembre 2017




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POLITICA
17 settembre 2017
MOLLICHINA

Berlusconi ha definito Luigi Di Maio “una meteorina”. Al giovane è andata ancora bene. Al vecchio leader poteva scappare “meteorismo”.
G.P.




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POLITICA
16 settembre 2017
IL COLPEVOLE DEL PROBLEMA NORDCOREANO
Il “Corriere” ha scritto una cosa ovvia: il problema nordcoreano è stato reso insolubile dall’inerzia di Clinton, Bush e Obama. Ma l’affermazione è coraggiosa. Mentre è di moda dire peste e corna di Trump, almeno del primo e del terzo di quei presidenti (ovviamente democratici) nil nisi bonum. Anni fa, attribuire loro quella responsabilità sarebbe apparso azzardato, assurdo, oltraggioso. Già Bush junior è stato condannato per la vigoria con cui ha reagito all’11 settembre. Dunque quei tre vanno assolti. Perché sul momento hanno agito come tutti desideravano che si agisse. Cosa che induce a sconfortanti considerazioni. 
L’uomo si è autodefinito sapiens, ma ovviamente ha esagerato. Quando si tratta di ottenere vantaggi immediati è molto capace, ma sapiens non è certo. Per noi il titolo più adatto sarebbe: homo faber. Un primate che sa usare le mani e costruirsi utensili, ma non molto di più. La nostra preziosa corteccia cerebrale è spesso lasciata a riposo. 
L’intelligenza non è capire che ci si bagna quando piove. E neanche inventare l’ombrello. L’intelligenza è andare al fondo delle cose. Capirne il valore e le implicazioni per il futuro. Anche quando non sono evidenti. E invece il fumatore, se gli parlano del fatto che il fumo è cancerogeno, sorride. Magari ammette coraggiosamente che tutti dobbiamo morire, ma non appena il medico legge delle analisi, e si rabbuia, il coraggio svanisce e il nostro eroe trova finalmente la forza di smettere di fumare. Chiude la porta dopo che i buoi sono fuggiti. Sapiens?
Come si è visto con i tre Presidenti americani, questo fenomeno si ha anche in politica. La Corea del Nord, prima, non era né un pericolo immediato, né un pericolo irrimediabile. E  allora si è trovato normale aspettare che lo divenisse. Come si dice in inglese, molti vedono la luce soltanto quando ne sentono il calore. Quanti milioni di americani avrebbero protestato contro un presidente che, magari dieci o vent’anni fa, avesse messo in riga – certo non con le buone - la Corea del Nord? Non possiamo gettare addosso la croce a chi si è limitato a belare. Semmai dobbiamo dare la colpa alla democrazia. In questo tipo di regime – d’accordo, il migliore che c’è - neanche l’uomo più potente della Terra può prescindere dall’opinione del popolo. Neanche se il popolo sbaglia. 
Un episodio storico fra mille. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Francia - perfettamente democratica e pacifista -  non si riarmò. Invece la Germania, guidata da un maniaco, si riarmò fino ai denti e cominciò a dimostrare quanto fosse bellicosa. E tuttavia, quale fu la reazione? Ancora durante la Conferenza di Monaco. le grandi democrazie credettero di ammansire Hitler con i sorrisi e con le concessioni. 
Ma anche quelle vicende contengono una lezione. Le dittature esercitano il massimo della loro forza e usano il massimo del realismo perché le decisioni sono prese velocemente, da chi non deve renderne conto a nessuno. Magari da un capo che conosce la vigliaccheria, la lentezza e i pregiudizi degli avversari ed è capace di approfittarne cinicamente. Le democrazie invece somigliano a un omaccione sonnacchioso che desidera soprattutto essere lasciato in pace. Perfino se gli segnalano un incendio, chiede se veramente sia tanto vicino. Se veramente ci sia pericolo. Se veramente deve alzarsi e cercare di metterci rimedio. 
Questa dissimmetria segna buona parte della storia contemporanea ma non sempre opera a favore dei dittatori. Innanzi tutto essi spesso si ubriacano della loro potenza, fino a fare il passo più lungo della gamba. Infatti le nazioni civili sono lente, pavide. e spesso ingiustificatamente ottimiste: ma i dittatori sbagliano se pensano che siano imbelli. A meno che non riescano a batterle al primo colpo – come riuscì a Hitler con la Francia – poi dovranno aspettarsi una reazione tremenda. La violenza dell’omaccione, una volta sveglio, fa paura. Fra l’altro perché, avendo il migliore sistema sociale, le nazioni democratiche sono spesso ricche e l’argent fait la guerre.
Ma tutto ciò quando prima si è rischiata la morte. Finché non si arriva allo show down, i provocatori hanno il vantaggio della prima mossa e l’aureola dei grandi condottieri, mentre persino i Presidenti degli Stati Uniti sembrano inconsistenti fantocci. Se parlano di proteggersi in tempo, i giornali gli chiedono: “Che cosa prova che chi ci ha sparato volesse colpirci?”
Nel mio intimo, ho sempre rimproverato alla Francia di non avere invaso la Ruhr negli Anni Trenta, secondo i termini del trattato di pace. Avrebbe impedito il riarmo della Germania. Ma il governo francese del tempo mi avrebbe obiettato: “Si rende conto di quale sarebbe la reazione dell’opinione pubblica internazionale e soprattutto di quella francese?” 
Ormai non ci rimane che aspettare. Forse Kim Jong-un, come tutti i giovani scervellati, e come tutti i dittatori poco abituati al contraddittorio, insisterà fino a spararsi sui piedi. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 settembre 2017




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POLITICA
14 settembre 2017
LO IUS SOLI E UN GIUDIZIO POSTUMO SUL 4 DICEMBRE
Quando, nel dicembre scorso, si è trattato di votare a favore o contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi, per una volta mi sono trovato in contrasto con parecchi amici. Molti di loro – seppure turandosi il naso – erano convinti che, per il bene del Paese, bisognasse votare sì. Inoltre sullo sfondo, ma forse più importante, dal punto di vista emotivo, c’era il giudizio su Renzi. Il mio era assolutamente negativo, forse perché la demagogia e le bugie mi mandano in bestia, ma anche quello “abbastanza positivo” di molti altri aveva un sapore di rassegnazione. Ci si rassegnava ad accettare questo tentativo, e il suo proponente, come il meno peggio. 
Sappiamo com’è andata. Ora tutto è passato ed abbiamo l’occasione per riprendere la discussione a bocce ferme. La passione è spenta, e l’esame dei fatti può divenire più obiettivo, soprattutto dal momento che abbiamo la fortuna di avere sottomano un esempio chiarificatore.
Se ho capito bene, la Camera ha votato una legge che istituisce lo ius soli, in materia di cittadinanza. Col sistema risultante dal referendum del 4 dicembre 2016, l’iter della legge sarà completo quando il testo sarà approvato senza variazioni anche dal Senato. E invece in questa sede la legge non è stata nemmeno “calendarizzata”, cioè messa in discussione. Nella Camera Alta la legge non passerebbe: perché “mancano i numeri”, cioè perché l’opposizione è più forte del Partito Democratico. 
Tutto ciò merita spiegazione. La Camera attuale è il risultato della legge elettorale di Calderoli, soprannominata Porcellum. In base ad essa, il Pd (anche se è stato lungi dall’avere la maggioranza dei voti) ha avuto da solo la maggioranza dei seggi. Ha fruito cioè di un forte premio di maggioranza che lo mette in grado di approvare una legge anche se tutti gli altri eletti sono in disaccordo. Il Senato invece ha un sistema diverso, nel senso che il premio di maggioranza (sempre in base al Porcellum) è assegnato su base regionale, e il risultato è stato che la sua composizione è diversa da quella della Camera. Inoltre ci sono stati molti cambi di casacca, sicché il Senato somiglia a una macedonia mal riuscita. Ma questo è un altro conto. 
Attualmente il Pd non fruisce, in Senato, della comoda e artificiale maggioranza di cui gode alla Camera. Una maggioranza tale che la Consulta l’ha dichiarata anticostituzionale. Dunque la composizione della Camera Alta, malgrado i suoi difetti, riflette meglio le opinioni degli italiani. Quando dunque il Partito Democratico – per ragioni ideologiche, e per “fare qualcosa di sinistra” – ha voluto introdurre lo ius soli,  alla Camera ha potuto votarselo da sé, ed è ciò che ha fatto. Ma al Senato le cose vanno diversamente. E se questa Camera è contraria, come lo sono gli italiani,,non se ne parla. Questi i fatti.
Ora immaginiamo che cosa sarebbe successo (naturalmente nella prossima legislatura) se nel referendum del 4 dicembre avesse prevalso il “sì”. Con la legge detta Italicum, nell’unica Camera rimasta la maggioranza sarebbe andata non alla coalizione, ma addirittura al singolo partito che fosse risultato primo alle elezioni. E questo senza nemmeno aver superato una soglia minima di voti. L’Italicum infatti questa soglia l’aboliva. Insomma – come detto molte volte – un singolo partito, dominato magari da un singolo uomo, nel nostro Paese avrebbe potuto fare il bello e il cattivo tempo, magari seguendo le proprie ubbie politiche o utopiche.
Attualmente, con le norme risultanti dalle sentenze della Consulta, il premio di maggioranza è attribuito alla formazione che raggiunge il 40% dei voti: un risultato inverosimile, nel quale nessuno spera seriamente. Con l’Italicum – si ripete - il premio di maggioranza (più del 50% dei seggi alla Camera) sarebbe andato a qualunque partito che fosse arrivato primo, anche di un’incollatura. 
Per renderci conto degli effetti di questa legge, immaginiamo che un partito abbia il 25% dei voti, mentre gli altri hanno il 24%, il 23%, il 10% e il rimanente 18% vada disperso fra i partitini. Questo primo partito potrebbe imporre all’Italia una legge – lo ius soli – che non piace al 75% degli italiani. I tre quarti. E se consideriamo l’astensione, all’80 o al 90% dei cittadini. Bel risultato. 
Inoltre, con quella riforma, non ci sarebbe più stato il voto condizionante del Senato: la Camera che oggi impedisce l’entrata in vigore di una legge invisa a tanti. Ecco perché c’è da essere contenti del risultato del referendum. Molti probabilmente hanno votato “no” soltanto per mandar via Renzi, ma quel voto è comunque benedetto. Quanto meno, ha conservato sia una migliore rappresentatività del Parlamento, sia la possibilità di correggere leggi evidentemente sbagliate. 
Non si può infine dimenticare che, secondo molti, ed anche secondo Matteo Renzi, uno dei meriti di quella riforma era che avrebbe reso più veloce l’iter parlamentare dei provvedimenti. Ma appunto, considerando la pletorica, confusa e a volte inutile legislazione italiana, Dio benedica le lentezze e i controlli. Bisognerebbe sintetizzare, concentrare e ridurre le nostre leggi, non moltiplicarle all’infinito.
Gianni Pardo
14 settembre 2017





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POLITICA
12 settembre 2017
LA DEMOCRAZIA, GOVERNO DEGLI STUPIDI
La democrazia è il regime in cui comanda il demos, il popolo. E in particolare la maggioranza del popolo. E poiché la maggioranza è composta da sciocchi, la democrazia è il regime in cui comandano gli sciocchi. Ciò non significa affatto che ci sia un tipo di governo migliore della democrazia. Dunque ci conviene tenercela stretta. Ma ciò non impedisce che abbia dei difetti, fra i quali quello di essere il sistema in cui comandano gli stupidi. 
Una tesi così drastica abbisogna di solide dimostrazioni, di cui la prima, paradossalmente, potrebbe essere: “Se non ti sei accorto che la maggioranza è composta da imbecilli, significa che sei un imbecille pure tu”. Ma lasciamo da parte le battute e ragioniamo seriamente.
Il livello culturale medio dei laureati è sconfortante, e la maggioranza della popolazione non è neppure laureata. L’azione del governo riguarda i campi più disparati, tanto che non si pretende neppure in Parlamento che tutti i deputati siano sufficientemente informati per avere un parere. E infatti esistono le “Commissioni Parlamentari”. Dunque figurarsi se sono sufficientemente informati i semplici cittadini. Si potrebbe continuare, ma alla fine si sbatte contro il punto fondamentale: può darsi che i cittadini non siano sufficientemente informati per decidere, ma rimane il fatto che essi non votano sui singoli provvedimenti (referendum a parte), votano per decidere chi deve votarli, quei provvedimenti. E – naturalmente – votano per quelli che la pensano come loro. 
Passiamo ad una dimostrazione pratica, mediante un esempio che abbiamo sotto gli occhi. Quando l’immigrazione dalla Libia si intensificò al punto che i Paesi a nord dell’Italia di fatto chiusero le loro frontiere, l’Italia continuò eroicamente a ricevere tutti quelli che si presentavano. L’opinione pubblica stigmatizzava vivamente chi metteva in dubbio il dovere di salvare chi era in pericolo di vita, di chi cercava legittimamente di sfuggire all’oppressione o semplicemente ad una esistenza miserabile. Non solo: chi osava mettere in dubbio questo atteggiamento era trattato da insensibile, immorale, e perfino da antidemocratico e anticostituzionale. Infatti la nostra Costituzione prevede l’asilo politico. E se qualcuno faceva notare che i veri rifugiati politici erano una percentuale insignificante di quelli che si mettevano in viaggio, riceveva per tutta risposta che la distinzione fra rifugiati politici e rifugiati economici non aveva senso. Non bisognava tenerne conto. È necessario insistere? Certo che no. Sei mesi fa tutti noi eravamo in Italia, tutti leggevamo i giornali e sentivano la televisione, per non parlare dei discorsi del Papa.
Le persone di buon senso facevano notare che qualunque tipo di dovere si scontrava con una domanda: “Ammesso che avessero ‘diritto’ all’ospitalità italiana cento milioni di africani, avremmo potuto accoglierli?” Certo che no. Ma il ragionamento non valeva dinanzi ai buoni sentimenti. “Sì, certo, cento milioni sono parecchi. Ma intanto che faccio, rimando indietro questi poveri disgraziati, li lascio affogare in mare?” E infatti questo atteggiamento (che cortesemente non definisco) è andato avanti per mesi e mesi. Se si fosse votato in quel momento, il popolo avrebbe sostenuto chi era a favore dell’immigrazione clandestina. Anche perché i media prendevano pressoché tutti questa posizione ed è difficile andare controcorrente. Soprattutto nel Rio delle Amazzoni.
Poi l’afflusso divenne alluvionale, e il basso popolo (quello a diretto contatto con gli immigrati) cominciò a spazientirsi. Scoppiarono degli scandali, delle sommosse, delle rudi prese di posizione di paesini e sindaci, e il vento cominciò a poco a poco a cambiare. Quelli che prima erano degli svergognati senza cuore divennero i precursori di un atteggiamento nazionale. Accoglienza sì, ma cum grano salis. Fin dove si può, come dice oggi il Papa. Purché si possa poi integrarli. E comunque senza favorire il commercio di carne umana. Insomma con mille ragioni si è passati dalle porte spalancate al regolamento Minniti che ha drasticamente ridotto il flusso dell’immigrazione. Prima si diceva che nessuno avrebbe mai potuto fermarlo, anche perché eravamo obbligati a seguire la legge del mare, poi l’impossibile è diventato possibile. Forse qualcuno ha abrogato la legge del mare.
Qui non si vuol prendere una posizione sul problema degli immigrati. Si vuol soltanto far notare che o il popolo è stato stupido prima, quando è stato per l’accoglienza indiscriminata, o è stupido oggi che è assolutamente contro l’accoglienza indiscriminata. Mentre una persona intelligente avrebbe assunto sin da principio la posizione giusta e non l’avrebbe cambiata. 
Gianni Pardo
12 settembre 2017




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POLITICA
11 settembre 2017
SI', MA CHI PAGA?
Quand’ero ragazzo, a proposito dell’istinto ho letto la divertente storia della pelopea del Messico. Si tratta di una vespa che, per assicurare la sopravvivenza della sua specie, crea una sorta di cilindro, vi deposita il suo uovo o quello che è, forse anche il cibo di cui dovrà da prima nutrirsi il piccolo, e infine chiude il cilindro con un coperchio. Il suo compito è finito. La cosa divertente è che se, in corso d’opera, le si sottrae il contenuto del cilindro, e perfino la chiusura inferiore, la vespa non si scompone, continua il suo programma e chiude il cilindro col previsto coperchio. Il povero insetto non è stupido come sembra. Il fatto è che in natura non c’è nessuno  sconsiderato che per capriccio vada a vanificare totalmente il suo lavoro. L’intervento dell’entomologo non era fra i fatti prevedibili.
Cambiamo scena. Immaginiamo una famiglia che, per la sera di Natale, abbia progettato di mangiare salmone, innaffiandolo di vino bianco. Tutti sono d’accordo che quel pesce debba costituire il piatto forte della cena, ma la disputa si accende quando si tratta di stabilire il modo di cucinarlo. Le ricette si scontrano, sul vino ci si accapiglia come sui migliori principi morali, e intanto l’ora della cena si avvicina. Finché il Pierino di casa domanda: “Ma il salmone e il vino li abbiamo?” E la risposta è “no”. E quando quello chiede ancora: “E i soldi per comprarli li abbiamo?”, la risposta è ancora “no”. Si direbbe che una famiglia del genere sia più stupida della pelopea.
La metafora si applica ad una sterminata quantità di casi. Quando si tratta di politica, ad esempio, ognuno dice la sua. I pareri divergono, la discussione diviene appassionata e tuttavia un punto accomuna tutti i protagonisti: si prescinde dai costi. Su questo sono tutti d’accordo. I costi deve affrontarli lo Stato il quale – chissà dove – troverà i fondi necessari. 
Le cose non vanno diversamente quando si tratta di morale. Se si discute di ciò che la società dovrebbe fare, si è tanto più severi, quanto meno si sia costretti a pagare il costo di ciò che si predica. Gli uomini più rigidamente contro l’aborto potranno chiedere che esso sia vietato persino alla donna rimasta incinta dopo uno stupro: certo, loro questo problema non l’avranno mai. Contro l’adulterio sono soprattutto gli anziani e i giovanissimi. Tutti sono pronti ad impiccare i politici per il minimo sgarro, ma sono tollerantissimi per le proprie piccole o grandi colpe. Perché i politici sono “loro”, ed “io sono io”. In  generale le sofferenze imposte in nome del Bene sono sacrosante. Purché altrui.
Ogni volta che si discute di morale, esattamente come per la politica, nessuno fa questione di costi. Quel che è giusto è giusto e va fatto. Ne abbiamo avuto un esempio col problema dei migranti, riguardo ai quali parecchie persone, anche al massimo livello, hanno parlato di doveri assoluti e imprescindibili. Si è dichiarato empio essere razionali, parlare di costi, addirittura della semplice attuabilità delle raccomandazioni. Il Bene non scende a compromessi. Neanche con la realtà.
Troppo spesso dà lezioni chi pensa che il costo lo pagheranno gli altri. Un conto è essere a favore del sussidio ai disoccupati, un altro conto pagare per tutti al ristorante. Quando si tratta di mettere mano al portafogli, il problema del denaro cessa di essere indecente. 
In realtà, il problema di “chi paga?” dovrebbe essere in tutti i casi risolto per primo. Né è lecito cavarsela con espressioni falsamente tecniche o allusive, come quando si parla di “reperire le somme necessarie nelle pieghe del bilancio”. Non soltanto il bilancio non ha pieghe, ma ragionando in questo modo avrà piuttosto dei buchi.
L’ideale sarebbe che fosse accettato da tutti un inflessibile principio generale: nessuno è morale e generoso se ciò che propone è a spese d’altri. 
Gianni Pardo
11 settembre 2017




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POLITICA
9 settembre 2017
ISRAELE E COREA DEL NORD - Un articolo interessante
Di Zev Chafets
Israele e la Corea del Nord sono sui lati opposti del continente asiatico, separati da ottomila chilometri, a volo di missile balistico. Ma gli israeliani si sentono molto vicini allo stallo nucleare fra Washington e Pyonyang. Essi infatti hanno fronteggiato questo genere di crisi in passato, e forse lo faranno in futuro.
Un po’ di storia. A metà degli anni Settanta, divenne chiaro ad Israele che l’Iraq di Saddam Hussein stava lavorando per acquisire armi nucleari e missili per recapitarle al destinatario. Saddam aveva già dimostrato una brutalità senza limiti nei confronti dei suoi nemici interni e nei confronti dei suoi vicini. Egli aspirava a divenire il leader del mondo arabo. Sconfiggere Israele era il primo punto della sua lita di cose da fare.
Dopo essere stato nominato primo ministro, nel 1977, Menachem Begin provò a convincere gli Stati Uniti e l’Europa che Saddam era un pericolo chiaro e attuale per lo Stato ebraico, e che bisognava passare all’azione. Begin non fu preso sul serio.
Ma Begin faceva sul serio, e nel 1981 decise che Israele avrebbe dovuto fermare il dittatore irakeno da sola. Gli oppositori politici di Begin, guidati da Shimon Peres, certo persona perbene, consideravano questa una pericolosa follia. Il Ministro degli Esteri Moshe Dayan, il leggendario ex Capo di Stato Maggiore, votò contro l’idea di un’azione unilaterale, sulla base del fatto che ciò avrebbe peggiorato l’immagine internazionale di Israele. Il Ministro della Difesa Ezer Weizmann, ex capo dell’Aeronautica (e cognato di Dayan) era anche lui contro l’azione militare. Pensava infatti che la missione fosse inaccettabilmente pericolosa.
Begin non aveva competenza militare. Ma la sua famiglia era stata annientata nell’Olocausto. Guardava Saddam, che stava apertamente minacciando Israele, e vedeva Hitle4r. Per Begin, stare seduti e sperare che tutto andasse bene non era una strategia; era un invito all’aggressione. Se c’era un costo politico, diplomatico e militare da pagare, meglio pagarlo prima, e non dopo, che gli irakeni avessero la bomba.
Nell’estate del 1981 Begin dette l’ordine. L’aeronautica militare israeliana distrusse il rettore Osirak. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’attacco.  Gli europei dettero di matto. Il New York Times definì l’atto “inescusabile”. Ma il primo ministro israeliano non cercava di essere scusato dal Times o dagli europei, o perfino dall’Amministrazione di  Ronald Reagan, di solito amichevole. Enunciò un semplice principio logico che finì con l’essere designato come Dottrica Begin: Israele non poteva permettere ai suoi nemici dichiarati di avere i mezzi per distruggerla.
La saggezza di questa dottrina divenne chiara un decennio dopo, durante la Guerra del Golfo, quando Saddam Hussein realizzò la sua minaccia di sparare missili SCUD di fabbricazione russa contro le città di Israele. Gli SCUD arrivarono a destinazione, e provocarono qualche danno e un bel po’ di panico, ma non erano armati con testate nucleari. Israele aveva tolto dal gioco questa possibilità.
Analogamente, nel 2007, Israele confermò ciò che aveva sospettato per cinque anni: la Siria, con l'aiuto della Corea del Nord, stava cercando di costruirsi un reattore nucleare. Il Primo Ministro Ehud Olmert, un discepolo di Begin, spedì il capo del Mossad Meir Dagan a Washington, per richiedere l’intervento americano. Il capo della CIA, Michael Hayden, fu d’accordo con la risoluta affermazione di Israele, secondo cui Damasco (col finanziamento iraniano) stava costruendo il reattore. Ma Hayden convinse il Presidente George W.Bush che bombardare il cantiere avrebbe condotto ad una vera guerra, e chi poteva volere una cosa del genere?
Facendo da sé, Israele distrusse il cantiere siriano. a quanto dicono uccidendo in questa occasione un gruppo di esperti nordcoreani. Hayden si sbagliava sul modo in cui avrebbero reagito la Siria, come più tardi ammise egli stesso. Se Israele fosse stata ragionevole ed avesse ascoltato la Cia, Bashar al-Assad proprio attualmente avrebbe armi nucleari.
Pochi anni dopo, il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Ehud Barak hanno speso miliardi di dollari per prepararsi ad eliminare il programma nucleare iraniano. Barak, che pure non era un membro del partito di destra di Netanyahu, il Likud, spiegava: “Vi sono momenti in cui sembra che attualmente non sia necessario attaccare, ma voi sapete che, dopo, non sarete più in grado di farlo”. In casi simili, disse, “le conseguenze dell’inazione sono gravi, ed è necessario agire [subito]”. 
Ad Israele un’azione risoluta fu impedita dall’Amministrazione di Barack Obama che insieme con altre cinque potenze siglò un patto con l’Iran, nel 2015. Naturalmente malgrado le rumorose obiezioni di Israele. Netanyahu ammonì che quel patto era pieno di falle; che avrebbe permesso all’Iran di nascondere il suo programma nucleare e di continuare  a costruire nuovi missili capaci di portare queste armi. Ciò è stato confermato nel 2016 quando l’Iran effettuò il test di un nuovo missile. “La ragione per la quale abbiamo progettato i nostri missili con un raggio di duemila chilometri – disse il Brigadiere Generale iraniano Amir Ali Hajizadeh, “è per essere in grado di colpire il nostro nemico, il regime sionista, da una distanza di sicurezza”.
Da allora, l’Iran ha sempre aumentato la sua aggressiva inimicizia nei confronti dell’Entità Sionista. Non soltanto ha continuato la sua cooperazione nucleare con la Corea del Nord, ha anche copiato la tattica di Pyongyang di creare una formidabile minaccia di artiglieria contro la popolazione civile (attraverso la forza mandataria di Hezbollah in Libano ed ora in Siria). Questa minaccia convenzionale contro Seul è ciò che ha convinto una grande quantità di commentatori americani che qualunque attacco contro la Corea del Nord condurrebbe ad un “impensabile” numero di vittime.
Eliminare dalla mente i pensieri cattivi è un lusso che Israele non si può permettere. Ha dunque installato un sistema di difesa antimissilistica efficiente (qualcosa che non va oltre i mezzi dei sudcoreani e degli Stati Uniti). Si è pure preparata a neutralizzare la minaccia di un bombardamento. L’esercito israeliano sta attualmente realizzando le più grandi esercitazioni militari da diciannove anni. Lo scopo annunciato è quello di prepararsi alla guerra con gli Herzbollah. Israele non intende permettersi di essere tenuta in ostaggio da una minaccia iraniana alla sua popolazione civile, o di avere le mani legate dalla teoria dell’impensabilità.
Questa settimana, il Ministro degli Affari Esteri a Gerusalemme ha pubblicato una condanna della Corea del Nord. “Soltanto una risposta internazionale molto efficace impedirà che altri Stati si comportino nello stesso modo”. Chiaramente, gli “altri Stati” erano un riferimento all’Iran. Ed era anche un messaggio agli Stati Uniti.
Israele, per lunga esperienza, sa che non esiste qualcosa come una comunità “internazionale”, quando si tratta di sicurezza. Ciò che sta accadendo attualmente nell’Asia orientale è un prodotto americano. L’amministrazione di Donald Trump è stata molto chiara, per non dire bellicosa, nel chiedere alla Corea del Nord di rinunziare alle sue ambizioni e alle sue armi nucleari. E questo è stata pure la politica delle precedenti amministrazioni americane. Ma Presidenti come Bill Clinton, George W.Bush ed Obama non erano seri, al riguardo. Essi hanno lasciato che le cose andassero avanti. Disegnavano linee immaginarie, facevano discorsi che non conducevano a nulla e speravano che tutto andasse bene.
Ma le cose non sono andate nel modo desiderato. Quasi mai lo fanno. La Corea del Nord è ora veramente pericolosa – diversamente dall’Iraq e dalla Siria, essa ha già armi nucleari – e le cose non cambieranno in meglio, col tempo. Trump ha detto questo in termini assolutamente chiari. Ma fino ad ora si è trattato di parole. Il Presidente potrebbe star parlando sul serio. Ma potrebbe anche non star parlando sul serio. Forse finirà col pentirsi di essersi messo a discutere con Kim. Forse vedrà ciò come l’errore di un principiante. Potrebbe essere tentato di invertire la rotta e cercare di salvare la faccia con sanzioni fasulle, con vuote risoluzioni delle Nazioni Unite o con negoziati senza frutto. Non lo sto giudicando. Non mi sono trovato nei suoi panni, e non mi piacerebbe essere nei suoi panni.
Ma se il Presidente americano realmente fa marcia indietro, se Kim Jong-un rimane al potere, se mantiene le sue testate nucleari e i suoi missili balistici, e se continua a minacciare gli Stati Uniti e i loro alleati di distruzione nucleare, ogni amico o nemico di Washington riesaminerà la tabella della propria strategia generale. Per Israele, tanto lontana dalla Corea e al contrario così vicina all’aggressione iraniana, questo documento comincia con la Dottrina Begin.
Zev Chafets,  
zchafets@gmail.com
Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo
https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-09-07/israel-has-a-playbook-for-dealing-with-north-korea




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POLITICA
8 settembre 2017
I SALVATORI DEL MONDO (A PAROLE)

Titolo del “Corriere della Sera”: Migranti, la denuncia di Msf: ‘In Libia situazione atroce, leader europei complici’ ”.

Non è la prima volta che si parla con molta preoccupazione di questo argomento. E non ci sono serie ragioni per contestare quanto viene riferito. Personalmente anzi non ho neppure letto l’articolo, perché so già che molti Paesi, soprattutto fra i più poveri e i più sfortunati, sono tutt’altro che umani e compassionevoli. La generosità è un lusso più da ricchi che da poveri.

 Il rispetto del singolo indifeso è uno dei principali meriti delle grandi democrazie e delle grandi civiltà. Infatti non sono mai stato in un Paese dell’Est europeo prima dell’implosione dell’Unione Sovietica. Per paura. All’occasione, come avrei potuto sperare, io cittadino italiano, di essere rispettato da un’Ungheria, una Russia, una Polonia che non rispettavano nemmeno i propri cittadini?

Ammettiamo dunque senza problemi che i libici siano brutali con gli emigranti. Ammettiamo che li considerino come animali da sfruttare e li detengano in condizioni inumane. E con ciò? 

Perché questo è il punto. I Médecins sans frontières (e i buonisti che gli vanno dietro) sembrano reputare che gli europei “dovrebbero far qualcosa” se, per ipotesi, a N’Djamena o a Gaborone, dei poliziotti violentano le detenute, i governi buttano in galera gli oppositori o le bambine vengono infibulate. Dovrebbero impedire che cose del genere si verifichino, a qualunque costo. Nel senso letterale di “pagando qualunque prezzo”,  in termini di denaro, di impegno ed eventualmente di sacrificio dei propri soldati. Tutto questo è demenziale.

Se quotidianamente ci riempiamo la bocca di anticolonialismo e di rispetto della sovranità degli Stati, non abbiamo nessun diritto di criticare né le loro abitudini, né le loro istituzioni. Non abbiamo il diritto di dar loro lezioni su come devono agire o su come devono governare il loro popolo. O magari, abbiamo il diritto teorico di giudicarli male, ma non quello di passare all’azione per obbligarli a comportarsi come vorremmo noi. 

Non soltanto la Libia è uno Stato sovrano, ma è anche uno Stato che gli europei si sono già dati la pena di “migliorare”, politicamente e moralmente. Diversamente perché avrebbero abbattuto il bieco tiranno? E comunque, se per caso le cose in quella regione andassero peggio oggi di come andavano quando c’era Gheddafi, chi si dovrebbe porre delle domande non sarebbe certo chi, come me, sul momento giudicò una follia quell’intervento. Dovrebbe farlo chi, non richiesto, ha creduto di poter migliorare i costumi e il livello di civiltà di un popolo. E magari ha biasimato al passaggio chi, come Berlusconi, non si mostrava entusiasta dell’impresa.

E tuttavia, per astenersi da ogni iniziativa, in questo come in tutti gli altri casi simili, c’è una ragione più seria del rispetto dovuto all’indipendenza altrui: l’impossibilità di farlo a livello globale. Msf ci parla delle condizioni dei migranti in Libia ma ci potrebbero ugualmente parlare del trattamento dei prigionieri negli scontri bellici fra Siria e Iraq, del livello di libertà della Turchia attuale, del livello di vita dei contadini nordcoreani, e di mille altri drammi che si svolgono quotidianamente nel mondo. Il compito sarebbe troppo grande per Ercole, che era un semidio, e forse anche un dio si scoraggerebbe. Il resto del pianto greco è pura scena.

Non solo è assurdo, stupido e calunnioso parlare della complicità dei leader europei, per quanto avviene in Africa o altrove, ma francamente questi leader non hanno sostanzialmente la possibilità di fare molto, né nel bene né nel male. Basti vedere che non siamo capaci di raddrizzare neanche il nostro Paese. In Italia abbiamo da sempre una consistente criminalità organizzata, abbiamo moltissime famiglie in stato di povertà assoluta, una disoccupazione giovanile da far spavento, e un Sud arretrato che non riesce a decollare, sin da quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Non risolviamo un problema che conosciamo bene, e sul quale abbiamo ogni potere, e vorremmo risolvere quelli altrui, dove non abbiamo nessun diritto di mettere becco?

Chi è troppo buono, o è un ipocrita o è un imbecille. Questa preoccupazione, questa sollecitudine, questa pena per i mali del mondo è un vezzo. Una posa. Un modo per scaricarsi la coscienza. Un modo per dire untuosamente: “Io non faccio niente, perché non posso far niente, ma lo vedete quanto soffro? Mentre coloro che qualcosa potrebbero fare, e non la fanno, loro sì sono insensibili e colpevoli. Anzi, complici degli aguzzini”. 

Aureola in omaggio.

Gianni Pardo

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POLITICA
7 settembre 2017
scrive Vittorio Feltri
Scrive Vittorio Feltri:
Caro Marcello Veneziani, hai messo troppa carne al fuoco ma cercherò di chiarire la questione. Tu ammetti che l'autonomia non è sinonimo di secessione. Però aggiungi che nelle intenzioni dei promotori si nasconde uno spirito separatista. A me hanno insegnato che non si fanno processi alle intenzioni e non ne faccio. La realtà del referendum che si svolgerà a ottobre è presto descritta: la Lombardia e il Veneto chiedono soltanto di amministrarsi senza la mediazione di Roma, intesa come sede delle massime istituzioni. Lo pretendono giustamente avendo dimostrato di essere molto più efficienti della capitale. Alla quale non vogliono delegare il compito di aiutare il Sud con i propri soldi, essendo consapevoli che i capitali della fiscalità generale vengono sperperati, rubati o consegnati alla criminalità organizzata. Tanto è vero che il mancato sviluppo del Mezzogiorno è dovuto al fatto che quelle terre sono state private di infrastrutture, le sole che possano garantire sviluppo economico. Se per arrivare in Calabria da Brescia ci vogliono due giorni, ovvio che l'Aspromonte sia e rimanga sempre aspro, senza sbocchi produttivi. Ma torniamo alla Lombardia e al Veneto. Tu le conosci queste regioni? Sono opulente in quanto sgobbano, creano ricchezza di cui non godono perché le tasse che sono costrette a versare finiscono in massima parte a Roma che le usa per pagare il reddito di inclusione, le pensioni a chi non ha versato lo straccio di un contributo, la indennità di disoccupazione a coloro che lavorano due mesi l'anno. Noi nordici siamo stanchi di farci derubare dallo Stato centrale e desideriamo decidere autonomamente dove investire i nostri denari. Tutto qua. Non ce ne frega niente delle leggi ordinarie che tanto il Parlamento non approva se non quelle che premono ai partiti per scopi elettorali. Roma faccia quello che vuole. Se ne infischia della legittima difesa, del fine vita, del testamento biologico, e pensa allo ius soli o a punire la polizia poiché se arresta un criminale non gli offre un caffè o un mazzo di fiori. A noi stanno a cuore i cittadini cui è obbligatorio offrire gli strumenti per lavorare meglio e servizi all'altezza del loro rendimento. Dove è il problema se preferiamo decidere in proprio se realizzare o meno una strada? Fatevi i cazzi vostri e smettetela di darci ordini dato che siamo più bravi di voi a costruire una società civile, ordinata, rispettosa dei codici. Io ho trascorso molto tempo della mia vita in Molise e sono un terrone ad honorem, anche se non cattolico di fede. Non ce l'ho con i meridionali, non ne avrei motivo. Ma leggendo te ho l'impressione che siate voi ad avercela con noi settentrionali solo perché stanchi di essere guidati a distanza da una Capitale politica che fa letteralmente pena e ci saccheggia. Siamo in grado di provvedere a noi stessi. Tu sostieni come me che le regioni sono una iattura. È vero. Ma ci sono e non le eliminano, cosicché le più disastrate impoveriscono le più virtuose. Ci rifiutiamo di andare avanti così. È indubbio che la Sicilia sia autonoma e pessima. Per quale motivo, non oso dire. Ma l'Alto Adige è un giardino che coltiva il benessere oltre alle stelle alpine. Che senso ha criticarlo e paragonarlo all'isola? L'autonomia cementa l'Unità nazionale e non la disgrega. Governare Merano o Bergamo da piazza di Spagna è come fare la passata di pomodori ad Aosta. Salta fuori una schifezza.
Io sottoscritto Giovanni Pardo, da Catania, non posso dare torto a Vittorio Feltri. Che i meridionali mi perdonino, se ci riescono.




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POLITICA
6 settembre 2017
PUTIN GIOCA D'AZZARDO SULLA PELLE ALTRUI
Nella partita a scacchi nordcoreana, Vladimir Putin ha fatto una mossa che potrebbe cambiare la situazione, sul terreno e nella politica internazionale. Mentre l’America implorava nuove e più severe sanzioni contro il regime di Pyongyang, in particolare un embargo internazionale che metterebbe la Corea in ginocchio, Mosca ha definito queste nuove sanzioni inutili ed ha ventilato l’uso del suo veto, in Consiglio di Sicurezza. 
La presa di posizione di Putin ha un senso preciso. Rendendo di fatto impossibili le pressioni economiche costituite da sanzioni severe, l’uomo forte russo ha lasciato sul tavolo soprattutto l’opzione militare. Quell’opzione che gli Stati Uniti, per ottime ragioni, sono tanto riluttanti ad adottare. I primi ad avere paura di un’azione militare preventiva sono infatti i sudcoreani, che all’inizio delle ostilità potrebbero pagare un enorme prezzo. Enorme, anche se non il più grande: perché la Corea del Nord ne uscirebbe distrutta. 
Kim e i suoi generali forse hanno dimenticato di che cosa sono capaci gli americani. La Francia era invasa dai nazisti e agognava la liberazione, ma ciò non impedì che gli americani – alleati – bombardassero tanto brutalmente due città bretoni, Brest e Lorient, che esse ne risultarono totalmente distrutte. Dopo la guerra furono ricostruite da zero, tracciando nuove strade, come se quello spazio fosse soltanto un enorme terreno edificabile. E rinunciando al carattere regionale. Quimper, Saint Malo, e tante altre cittadine prive di importanza militare, sono “bretoni”, Brest e Lorient sono anonime. E se gli americani trattano così gli alleati, si pensi ora ai nemici. Ma già, forse basta ricordare le immagini di Berlino nel 1945.
Si diceva che Putin lascia sul tavolo soprattutto l’opzione militare, e che la sua intenzione fondamentale è quella di mettere in difficoltà l’America, di renderla meno credibile e meno influente nel mondo, e soprattutto nello scacchiere dell’Estremo Oriente. Ma non è detto che la situazione in cui mette gli Stati Uniti sia poi così cattiva. Innanzi tutto, se si chiudono le vie diplomatiche od economiche, e rimangono soltanto le azioni militari, Kim Jong-un sarà costretto o a calmarsi, perché non può andare oltre dove è già andato o a fare una mossa così provocatoria da costituire un casus belli che darebbe ragione agli Stati Uniti comunque rispondano. Se per esempio inviasse un missile balistico sull’Isola di Guam, e centrasse il bersaglio, potrebbe anche darsi che entro i dieci minuti seguenti sulla Corea del Nord, incluso il palazzo presidenziale, cadrebbero venti, trenta, cinquanta missili ben più grossi e potenti di quello caduto su Guam. E nessuno potrebbe dar torto agli Stati Uniti. O almeno, i soliti sciocchi (gli intellettuali in prima fila) li criticherebbero, ma le persone di buon senso sorriderebbero delle critiche. Se ti sparano, e rispondi al fuoco, non puoi avere torto. Mettendo Washington con le spalle al muro, e rendendo più verosimile – quasi l’unica – la risposta militare, Putin mette con le spalle al muro anche la Corea del Nord. Abbaiare è un conto, mordere la coda di un leone è un altro conto.
Molti pensano che l’America – e Trump in particolare – in questa faccenda rischiano di perdere credibilità. E ci potrebbe essere del vero, in questa opinione. Soprattutto agli occhi dei molti Paesi dell’Estremo Oriente. Ma la vittoria appartiene a colui che resiste un minuto di più. Se gli Stati Uniti non si muovono, o Kim alla lunga la smette di fare il bullo, perché sarebbe ripetitivo e sempre meno credibile o fa una mossa sbagliata, e allora l’opzione militare sarebbe necessaria, plausibile ed applaudita. Quanto meno dagli alleati dell’America. 
Si ricordi a questo proposito che, come dicono gli americani, “nulla ha più successo del successo”. Quando un’azione militare – pure discutibile quando è stata decisa – risulta vittoriosa, il Paese che l’ha attuata ne ricava credito e gloria. Si vide con le Falkland. Sembrò azzardato e forse stupido mandare una flotta all’altro capo del mondo per riconquistare un paio di isolette ben poco appetibili e popolate più di pecore che di esseri umani, ma Margaret Thatcher non mollò e ridette smalto al blasone britannico. 
Quello che è triste, nella mossa di Putin, è il suo orrende cinismo. Forse desidera soltanto che, nella partita strategica mondiale, Mosca segni dei punti e Washington ne perda. Ma a parte il fatto che potrebbe succedere il contrario, questa presa di posizione potrebbe costare la vita a decine di migliaia di sudcoreani e a centinaia di migliaia, forse milioni di nordcoreani.
Putin è un politico intelligente e accorto, ma nessuno è infallibile.
Gianni Pardo
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vita da impiegato
5 settembre 2017
LA COREA, UN PROBLEMA INCANCRENITO

Quando compare una macchia d’umidità sul soffitto, quando arriva una citazione ingiudizio, quando il medico è perplesso sui risultati delle analisi, saremmolieti che il problema sparisse da sé o che qualcun altro lo risolvesse.Purtroppo è un atteggiamento infantile. Le persone di buon senso percepisconoimmediatamente che la patata bollente riguarda proprio loro e che non possonopassarla a nessun altro. I veri adulti si attivano immediatamente, sperando diridurre al minimo i danni, perché sanno che col tempo i problemi peggioranoinvece di migliorare. Invece la risposta di molti è il lamento, l’inerzia, e indefinitiva il rinvio, finché è possibile.

Nelcaso della Corea del Nord, è il mondo intero che si è comportato da immaturo.Tutti hanno sperato che il problema non fosse ciò che appariva. Tutti hannocontato sul fatto che, se si fosse aggravato, se ne sarebbero fatti carico gliStati Uniti. E questi, che pure sapevano di non potevano contare su nessuno,hanno sperato che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva.Soprattutto hanno pensato che con qualche concessione si sarebbe ammansito il Kimdi turno. Finché, recentemente, avendo incassato tanti aiuti con la promessa di“non farsi la bomba”, la bomba se la sono fatta lo stesso e tutti – acominciare dai Presidenti degli Stati Uniti – ci hanno fatto la figura degliimbecilli.

Naturalmentesono del tutto alieno dal gettare la croce sull’Amministrazione di Washington.Troppe volte l’America è partita con le migliori intenzioni e si è ritrovata adavere molti morti, molte spese e molta impopolarità. Dopo tutto - cartageografica alla mano - tra la Corea e la California c’è il più grande oceanodel mondo.

Ilrisultato è che ora non si sa che cosa fare. Non tanto perché si tema una rispostaatomica, quanto perché non si trova il modo di disarmare questo folle. I pericoliche corre una città di dieci milioni di abitanti come Seul fanno spavento – soprattuttoper l’artiglieria nordcoreana – ma ogni iniziativa potrebbe avere un costopolitico eccezionale: tutti stanno lì a dire che “bisogna fare qualcosa” ma poi,non appena effettivamente si facesse qualcosa, si ricorderebbero che le migliorifrittate si fanno senza rompere le uova, che con le buone maniere si ottienetutto, e che la guerra bisogna farla senza che muoia nessuno.

Lapolitica dell’America è sempre stata quella di evitare la “proliferazione nucleare”.Da questa esigenza sono nati i proclami, i trattati, e le solenni dichiarazionidi garanzia ad ogni costo a favore di Paesi come la Corea del Sud o il Giappone,come per lunghi decenni fu fornita alla Germania, durante la Guerra Fredda. Ilguaio però, quando si fornisce una garanzia, è che in caso d’incidente sidevono pagare i danni. E nella specie Washington potrebbe essere costretta ad usare,se necessario, quell’arma che si era imposto al Paese amico di non avere.Brutta faccenda.

Iltrattato di non proliferazione ha impedito a Paesi pacifici di avere un armamentonucleare, mentre lo hanno Paesi ben poco affidabili come il Pakistan e prestol’Iran. Forse gli americani avrebbero dovuto fidarsi di più dei Paesi alleati eragionevoli, pregandoli addirittura di farsi l’arma atomica e nel contempoavrebbero dovuto impedire ad ogni costo, sin dall’inizio dei preparativi, chel’avessero i Paesi inaffidabili. E tutto ciò, non invocando il rispetto dellafirma su un trattato, ma con l’uso della forza brutale. Meglio farlo contro unapotenza non ancora nucleare che contro una potenza già nucleare.

L’idealesarebbe stato che i Paesi “decenti” si fossero messi d’accordo sui nomi deiPaesi obbligatoriamente denuclearizzati e dire agli altri che sarebbero statidenuclearizzati con la forza, se avessero provato a “farsi la bomba”. Si chiederà:“In base al diritto, in base ai trattati, in base alle risoluzioni dell’Onu?”Assolutamente no. In base al principio per cui: “O fai come ti dico, o tidistruggo”. Che è poi ciò che oggi dovrebbero fare gli Stati Uniti contro laCorea del Nord.

Comprensibilmente,essi non hanno nessuna voglia di farlo. Sia perché nell’intero pianeta imperail pacifismo imbecille, sia perché non vogliono cavare le castagne dal fuocoper la Cina, per la Russia, per il Giappone, per la Corea del Sud, e per ilmondo intero.

Finoad oggi nessuno si è mosso perché “devono pensarci gli americani”. Quelli che sonoriusciti ad impedire l’armamento atomico degli alleati, ma non quello deipossibili nemici. Quelli che si sono mossi senza necessità contro SaddamHussein e Muammar Gheddafi, e non si muovono contro la Corea del Nord. Troppaviolenza sul bersaglio sbagliato, e troppo poca sul bersaglio giusto.

Indipendenteè soltanto chi è capace di difendersi. Ecco perché Paesi di antico buon senso,come la Gran Bretagna e la Francia, hanno subito voluto l’armamento atomico.Persino la giovane Israele, educata dall’odio altrui e dal costante pericolo,si è dotata di un’arma che non ha avuto bisogno di pubblicizzare. Anni fanessuno era disposto a morire per Danzica, ben difficilmente oggi qualcunosarebbe disposto a morire per Gerusalemme. Gli israeliani si sono dunque dettiche, se il caso fosse veramente disperato, quanto meno non andrebberoall’inferno da soli. Un discorso talmente credibile, che non hanno avuto lanecessità di farlo. Gianni Pardo

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POLITICA
2 settembre 2017
L'ANNUSATA
Se nell’aria c’è puzza di bruciato, è segno che da qualche parte qualcosa brucia. Se c’è profumo di zagara, siamo in un posto in cui – come avrebbe detto Goethe – fioriscono i limoni. L’odorato non ci fornisce notizie molto precise, ma in compenso sono dati certi. Non per niente i cani si fidano più del fiuto che della vista. E, come loro, sono degli eccellenti “annusatori” i gatti (che per giunta ci vedono benissimo), Per non parlare degli orsi che – chi l’avrebbe detto? – battono persino i cani. Dunque val la pena di annusare l’aria che tira in Italia, quand’anche fossero dati sommari. Perché essi esprimono l’opinione dei più. 
Il singolo, per esempio il filosofo che desidera sostenere una tesi, cerca degli argomenti validi, appoggiandosi sui fatti, sulla storia, sulla logica. E ciò malgrado, se le sue tesi risultano irritanti, la grande massa finisce col non accettarle. Machiavelli è un grande, vi risponderanno, ma volete prendere sul serio ciò che dice? E che ne sarebbe del nostro livello di moralità? Analogamente, è molto difficile confutare molte delle argomentazioni di Nietzsche, ma “Non è quello che era pazzo e nazista?” E poco importa che la storia neghi l’una e l’altra calunnia. 
Viceversa, basta fare del complottismo a buon mercato per trovare milioni di orecchie attente e cervelli a mezzo servizio pronti a credere che il mondo sia dominato dai massoni, che gli ebrei siano la causa di ogni male, che gli americani non siano sbarcati sulla Luna e che la principessa Diana sia stata una persona eccezionale. Cosa, quest’ultima, forse vera, ma non nella direzione che pensano i suoi adoratori.
L’opinione della folla non ha importanza, quando si cerca la verità. Ma pesa moltissimo nelle democrazie, dove si contano i voti, e se la massa reputa che un perfetto imbecille sia l’uomo del destino, come minimo quell’uomo diventerà Primo Ministro.
Che cosa dice il sentimento attuale degli italiani? Per cominciare, che non hanno fiducia nella politica. Infatti nessun partito e nessuna coalizione sono oggi tanto favoriti, secondo le indagini demoscopiche, da essere sicuri che faranno parte della maggioranza, nella prossima legislatura. Calcolando un 40% di astenuti, e considerando il resto dell’elettorato diviso in tre, risulta che sinistra, destra e “grillini” dispongono di meno del 20% ciascuno. Un italiano su cinque. Veramente poco. Ad ammettere che, pur di costituire un governo, si realizzi una Große Koalition, si tratterebbe pur sempre di (20 + 20) del 40% dei cittadini. Chiamare “maggioranza” una simile coalizione sarebbe difficile. 
Il nostro sistema non si regge tanto sulla volontà popolare, di cui il Parlamento dovrebbe essere il mandatario, ma sul fatto che ogni altro regime è peggiore di quello democratico. Sto su questa barca soltanto perché l’alternativa è affogare.
Altro dato sorprendente, imprevedibile un anno fa, è che la stella di Matteo Renzi è tramontata. Il famoso homo novus ha subito una grossa batosta il 4 dicembre, ma sul momento si è creduto che essa rappresentasse piuttosto una battuta d’arresto che la conclusione della sua carriera. Non soltanto nessuno ha preso sul serio la sua promessa di abbandonare la politica, ma lo stesso interessato, dal giorno seguente la sconfitta, si è mostrato  pronto a tornare a Palazzo Chigi. Quasi ne fosse momentaneamente uscito per andare a prendere un caffè. Infatti ha sostenuto che una legge elettorale diversa poteva essere votata in quattro e quattr’otto, anche prima che la Consulta emettesse il suo verdetto (20 gennaio). Si è sempre dichiarato pronto a nuove elezioni. Spesso ha perfino dato l’impressione di voler far cadere il governo Gentiloni per costringere il Parlamento e lo stesso Mattarella ad interrompere la legislatura. Insomma il tempo è passato e a poco a poco tutte le ipotesi sono cadute, fino ad essere dimenticate. Oggi l’aria dice che si arriverà serenamente alla fine della legislatura e che il governo in carica, al momento delle elezioni, sarà quello di Paolo Gentiloni. 
Dunque quella del quattro dicembre non è stata una battuta d’arresto, ma la fine di un ciclo. Prima Renzi pareva l’uomo che avrebbe cambiato l’Italia, oggi è il segretario (contestato) del Pd. Un partito che ha addirittura subito una scissione. L’ex Primo Ministro non è più tanto simpatico quanto lo era un anno fa, e i suoi innumerevoli nemici, prima afoni, sono divenuti una masnada assetata di sangue. Per giunta il partito da lui guidato sostiene tesi che, per molti, sono irritanti. Si pensi allo ius soli da una parte e al consenso di cui gode il ministro Minniti, per aver fatto cose “non di sinistra”. 
Sono passati pochi mesi, e Renzi non è più il Nuovo, non è più il Giovane, non è più la Speranza. Dello stile “capitano di ventura”, per non dire “Capitan Fracassa”, gli italiani non ne possono più e per questo amano Gentiloni: il suo garbo, la sua calma e per così dire, la sua assenza. Insomma chiunque salvo Renzi. 
Per il resto, navighiamo a vista. Siamo delusi, non abbiamo fiducia in nessuno (men che meno in Renzi) e aspettiamo con atteggiamento fatalistico ciò che ci riserva il futuro. Sperando che non sia del tutto nero.
Gianni Pardo
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POLITICA
31 agosto 2017
LE OBIEZIONI DI UN AMICO
Cari amici,
avevo chiesto delle contestazioni al mio articolo dal titolo “Modesta proposta per la Corea del Nord” e ne ho avuta una interessante da Michele Setnikar, il quale sostiene che, mentre Kim Jong-un, non essendo né serio né credibile, può dire qualunque cosa, gli Stati Uniti sono obbligati dalla loro stessa potenza ad essere seri. “In secondo luogo – mi scrive - il vero problema non risiede in Corea ma in Cina, non fosse per la Cina il ragazzotto cicciottello non sarebbe neppure al suo posto”. E  “Cosa succederebbe se, seguendo la sua proposta gli USA facessero sorvolare Pyongyang da dei bombardieri e l'esercito coreano aprisse il fuoco? Sarebbe un primo colpo coreano o la Cina considererebbe l'azione americana come primo colpo?”
Nel caso di una guerra, che cosa costituisce “il primo colpo”? Ovviamente la prima cannonata, ma anche qualunque atto che possa essere considerato – anzi, che sia tradizionalmente considerato – atto di guerra. La questione è meno semplice di quanto non sembri, per l’eccellente motivo che chi deve dare la riposta è parte in causa. Se tutti hanno assistito ad un omicidio, ma poi si chiede a colui che l’ha commesso se si reputa colpevole, non ci sarà da stupirsi se l’interessato si troverà un’esimente. Poco importa la verosimiglianza dell’affermazione e la validità delle “prove” addotte.
Dunque possiamo dire che costituisce atto di guerra (casus belli) la prima cannonata ma anche qualunque atto che sia tradizionalmente considerato atto di guerra, come per esempio chiudere il rifornimento di acqua di una città, rivendicare l’assassinio di una figura di vertice dell’altro Paese, ed altro ancora. In particolare, per quanto riguarda la Cina, tutto dipenderebbe dall’interesse che essa dovesse ravvisare di avere, nel dare ragione all’uno o all’altro. Nell’obiettività, o nella buona fede altrui, non è affatto il caso di contare, in politica internazionale. 
Ma per ciò che qui interessa, basterà citare un caso del 1967. Gamal Abder Nasser, dittatore egiziano, voleva spazzar via Israele dalla faccia della terra: infatti radunò il suo esercito e costituì un’enorme coalizione per portare a termine questo progetto. Voleva la guerra ma, probabilmente per potersi per giunta dichiarare vittima dell’aggressività sionista, chiuse gli Stretti di Tiran. In altri termini dichiarò che avrebbe affondato qualunque nave israeliana che avesse voluto entrare nel golfo di Akaba, per raggiungere Eilat, o che avesse voluto uscirne. Questo è un evidentissimo casus belli, un esempio classico da trattato di diritto internazionale, e infatti Israele distrusse al suolo l’intera aviazione egiziana, con un raid aereo che resterà nella storia. Senza dire che poi vinse la guerra in Sei Giorni, con conseguenze disastrose per il mondo arabo e soprattutto per la Giordania e la “Palestina”.
Dopo questi fatti, Nasser riconobbe di essere stato l’aggressore? Per nulla. Lo riconobbero almeno i neutrali europei? Sì, salvo fossero antisemiti. In quest’ultimo caso si affannarono (e si affannano ancora) a ripetere che la guerra dei Sei Giorni fu un’iniziativa israeliana. Contro la malafede non ci sono argomenti che valgano.
Dunque, prima risposta per l’amico Setnikar: chi ha sparato il primo colpo sarà sempre opinabile. Perfino Hitler pretese di essere stato aggredito dalla Polonia.
Esaminiamo però il caso attuale: gli Stati Uniti fanno sorvolare dai loro bombardieri la Corea del Nord, la contraerea reagisce, i bombardieri spianano una parte del territorio coreano. In questo caso, incontestabilmente, la prima cannonata l’avrebbero sparata i coreani. Ma dal momento che i giudici sono dovunque parti interessate, gli innumerevoli antiamericani sparsi nel mondo direbbero che il sorvolo è casus belli. Dunque la cannonata sarebbe il “secondo colpo”. 
Gli Stati Uniti tuttavia potrebbero ribattere che le mille dichiarazioni aggressive di Kim Jong-un sono numerosi e caratterizzati casus belli. Gli Stati Uniti non avrebbero mai dato quell’avvertimento alla Corea del Nord (il sorvolo) se essa non li avesse prima provocati e minacciati. Conclusione? Ognuno rimarrebbe della propria opinione, perché ognuno avrebbe interesse a mantenere la propria opinione. Sia che lo faccia in buona fede, sia che lo faccia in malafede, cosa che però interesserebbe soltanto gli storici. Dunque la Cina “deciderebbe” che cosa le convenga avere visto.
Inoltre, all’obiezione di Setnikar si potrebbe rispondere che gli Stati Uniti potrebbero evitare questo problema lanciando dalla Corea del Sud un missile che sorvoli la Corea del Nord, cadendo poi nel Mar del Giappone. Cioè facendo qualcosa che Pyongyang ha ripetutamente già fatto. Come farebbe Kim Jong-un a dire che gli Stati Uniti hanno posto in essere un casus belli centro la Corea del Nord, negando contemporaneamente di averne posto in essere uno identico contro il Giappone? O sono casus belli tutti e due, o non lo è nessuno. Questo per la logica, ma la logica non vale niente, quando c’è l’interesse a sostenere che il triangolo ha quattro lati.
In conclusione – ma, come sempre, potrei sbagliare – nei panni degli Stati Uniti io farei sorvolare la Corea da missili spaventosi, anche a “relativamente bassa” quota; passeggerei nei suoi cieli con i miei bombardieri, e se provocato reagirei pesantemente bombardando. E poi fermandomi. Guerra? Chi ha parlato di guerra. “I nostri aviatori hanno l’ordine di reagire contro chiunque li attacchi, nient’altro”. Chi cerca la guerra è bene che la trovi, diversamente la vincerà senza combattere.
Molti anni fa, Gheddafi “chiuse” il golfo della Sirte, affermando che chi ci fosse entrato senza il suo permesso sarebbe stato attaccato. Si trattava ovviamente di acque internazionali, ma il dittatore libico aveva la sua teoria. Gli americani entrarono nel golfo della Sirte, Gheddafi mandò due aerei contro l’aviazione statunitense e li perse tutti e due. Della chiusura del golfo della Sirte non si parlò mai più. 
Per quanto riguarda la Corea del Nord, l’unico problema è “come” reagire, non “se” reagire;  “quando” reagire, non “se” reagire. E un grande torto hanno tutti i presidenti americani prima di Trump, che hanno lasciato incancrenire questo problema. Come quei romani che patteggiavano con Brenno, hanno creduto che la pace si potesse comprare.
Gianni Pardo
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31 agosto 2017




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POLITICA
30 agosto 2017
MODESTA PROPOSTA PER LA COREA DEL NORD
Il problema rappresentato dalla Corea del Nord è gravissimo ed è comprensibile che chiunque abbia a cuore la pace del mondo ci torni su con la mente. E non riesca a trattenersi dal cercare una soluzione che gli permetterebbe almeno di dire: “Io farei così”. Magari, in un accesso di autostima, potrebbe anche aggiungere: “Ma quegli sciocchi degli americani, dei cinesi e di tutti gli altri, perché non fanno come dico io?”
La realtà è più amara. “Quegli sciocchi" non sono sciocchi e si arrovellano sul problema molto più di noi. Per l’ottima ragione che sono chiamati a risolverlo, non a parlarne soltanto. Se non fanno niente, è perché fino ad ora nessuna delle soluzioni, fra quelle immaginate, li convince tanto da farli passare all’azione.
Questo punto deve essere estremamente chiaro. Chi in privato ragiona sui grandi problemi, non ha la responsabilità di risolverli. Inoltre, se gli statisti affrontassero la questione con la soluzione immaginata dal lettore di giornali, e ne conseguisse un disastro, lui potrebbe cavarsela con un semplice: “Sì, mi sono sbagliato”, mentre loro sarebbero condannati dall’opinione pubblica dei loro Paesi e in seguito dalla storia. Chi mai ha perdonato a Mussolini l’azzardo di scendere in guerra a fianco di Hitler?
Vale anche per casi meno gravi. Sicuramente, nell’ordinare l’invasione dell’Iraq, George W.Bush era convinto di fare cosa utile per il suo Paese. Ma quando è sembrato che così non sia stato, l’iniziativa è stata messa sul suo conto come una colpa imperdonabile. Il lettore di giornali accarezza il suo progetto, e poi dorme tranquillo, chi dovrebbe agire continua invece a chiedersi quale sfortunata e imprevista circostanza potrebbe trasformarsi in un’immensa tragedia.
Ecco perché, sul problema della Corea del Nord, non bisogna fare il passo più lungo della gamba. Non soltanto bisogna riconoscere che non è facile risolverlo,  bisogna anche essere pronti a sentirsi dimostrare che si sono dette stupidaggini. E nel mio caso particolare, se qualcuno mi dimostra proprio questo, mi premurerò di ringraziarlo. Perché la sua dimostrazione mi lascerà più informato di quanto non sia attualmente.
Mancando di dati riservati e dovendo trattare l’argomento come un gioco di strategia militare (wargame), bisogna partire dai pochi punti fermi. La comunità internazionale condannerà in ogni caso il primo che oserà usare l’arma atomica. Inoltre, se Pyongyang osasse fare questa mossa, gli Stati Uniti – dal punto di vista atomico immensamente più potenti – sarebbero autorizzati a fare di quel Paese tabula rasa. Dunque Kim Jong-un, per quanto demente, non oserà brandire l’arma nucleare. Il problema va considerato “nucleare a parte”. 
Nucleare a parte, tutto ciò che attualmente turba il mondo sono le parole e le provocazioni di un giovane dittatore. E, considerata la situazione di fatto, sarebbe concepibile reagire con un’alzata di spalle. Ma sarebbe un errore. In primo luogo ciò potrebbe incoraggiare quel giovanotto sovrappeso ad osare sempre di più, e in secondo luogo i Paesi minacciati e derisi rischierebbero di perdere la faccia. Chi tira la coda del leone dimostra che è sdentato. 
E allora mi sono chiesto: “Non è che, per caso, il fatto che, in tutte le direzioni ci siano dei vicoli ciechi costituisca esso stesso la soluzione?” Se non si può usare l’atomica per primi, se non si può invadere il Paese (perché troppo costoso in tutti i sensi) se non si può essere sicuri che, ad una pesante rappresaglia (per esempio un devastante bombardamento sui presunti siti nucleari) quel pazzo non reagisca con l’atomica, e se dopo tutto siamo soltanto infastiditi e preoccupati dal comportamento di Kim Jong-un per ragioni di dignità, perché non rispondergli con la stessa moneta?
Perché non pubblicare fotografie di fotomontaggi con Pyonyang in rovine, accanto alle storiche foto di Berlino nel 1945? Perché non descrivere per filo e per per segno quanto più potenti siano le bombe americane rispetto a quelle di cui dispone Kim, magari spargendo milioni di volantini su Pyongyang? Perché non far passare sulla Corea del Nord missili enormi, magari partiti addirittura dagli Stati Uniti? Perché non farla sorvolare da stormi enormi da bombardieri capaci di distruggere con bombe convenzionali un’intera città, come è avvenuto a Dresda? Insomma, se Kim Jong-un mette a rumore il mondo con minacce insensate e atti che costituiscono casus belli, perché non rispondergli con parole insensate e atti che costituiscono casus belli?
Lo scopo sarebbe quello di sgonfiare la sua retorica guerriera agli occhi del suo popolo, dimostrando che è una tigre di carta, non potendo usare l’atomica. Fra l’altro, se l’esercito nordcoreano osasse reagire, sarebbe una buona scusa per spianare il territorio in cui si trova la contraerea nel raggio di un chilometro tutt’intorno. Tanto per essere chiari. 
Come si vede, sarebbe provocazione contro provocazione. Perché questa mossa è sbagliata?
Gianni Pardo
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POLITICA
28 agosto 2017
IL POPOLO PIU' SFORTUNATO DELLA TERRA
Questo articolo si presenta come un indovinello. Nel senso che di un certo popolo dirò parecchie cose, ma non dirò il suo nome. Né in quest’occasione né in seguito. Dunque è un indovinello senza soluzione. E se qualcuno chiedesse: “È questo, il popolo?”, sarebbe lui ad attribuirgli tutte le caratteristiche che enumererò, non io. 
La prima sfortuna di un popolo è quella di non essere stato favorito dalla Natura. Il territorio degli Stati Uniti, per esempio, è immenso; è protetto da due invalicabili frontiere naturali, l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico; ed è ricco di tutto. Di risorse, di petrolio, di acqua, di vie navigabili, di minerali e di ogni ben di Dio. Il popolo di cui parlo invece non ha nessuna di queste fortune.
Un popolo può anche essere debole ed avere una storia sfortunata, ma cionondimeno costituire una nazione e avere un’innegabile identità. Si pensi alla nazione armena, che secoli di oppressione straniera non hanno mai fatto sparire, e non hanno mai disciolto in un altra. Per non parlare del popolo ebraico che è sopravvissuto a poco meno di duemila anni di lontananza dalla propria terra, e che tuttavia, pure disperso nel mondo, ha conservato la propria identità. E non sempre per sua fortuna.
La democrazia è un regime pieno di difetti ma l’umanità non ha inventato di meglio. Dunque bisogna levarsi il cappello dinanzi ad un Paese come la Svizzera, che è del tutto privo di risorse naturali, è schiacciato fra colossi, è senza sbocchi sul mare, è frammentato da montagne pressoché insormontabili, e tuttavia ha una delle più perfette e stabili democrazie del mondo. Mentre il Paese che non nomino non soltanto non è una democrazia, ma anche se gliela regalassero la perderebbe in breve tempo. Perché ad essa non è educato. Per così dire la democrazia non fa parte della sua civiltà.
Ci sono poi piccole nazioni che hanno una storia gloriosa sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista economico. Il miglior esempio è quello dei Paesi Bassi. Questi non soltanto riuscirono a conquistare un immenso impero, talmente più grande della madrepatria da ispirare la battuta: “La coda che agita il cane”, ma contesero all’Inghilterra il dominio dei mari. Inoltre ebbero una grande importanza nello sviluppo culturale dell’Europa e ne costituirono sempre una notevole componente economica. I tedeschi chiamano l’Olanda “Der kleine Riese”, il piccolo gigante, mentre il Paese che non nomino non ha mai avuto una storia gloriosa, non ha mai avuto importanza culturale, ed è sempre stato poverissimo. Non ha nemmeno inventato l’orologio a cucù.
Ci sono regioni che i loro vicini desiderano conquistare e possedere, e proprio per questo hanno una storia tormentata. Si pensi alle Fiandre, così a lungo contese fra Est ed Ovest. O la Crimea, fra Ucraina e Russia. O ancora l’Alsazia, fra Francia e Germania. Ebbene, il popolo di cui sto parlando, originariamente sottomesso a due vicini, li ha visti tutti e due rinunciare volontariamente alla sovranità sul suo territorio. Pur di non avere a che fare con esso. Una sorta di record mondiale.
Ci sono Paesi che, sulla via del progresso, non sono stati fermati dalla povertà delle loro risorse naturali: perché hanno disposto di una risorsa rara ma preziosa: l’intelligenza accoppiata alla cultura. I nomi sono facili da fare. Il Giappone, innanzi tutto. Un arcipelago sovrappopolato, con una parte del proprio striminzito territorio pressoché inabitabile (Hokkaido), e che tuttavia, con la sua cultura, si è costruito un’economia fortissima e un grande peso nel mondo. Né molto diversamente si è comportata la Corea del Sud, per non parlare di Israele, che è ricco e prospero in un ambiente naturale in cui i suoi vicini sono ai limiti della sopravvivenza. Invece, il popolo di cui parlo è prevalentemente ignorante, e non rischia di uscire da questa condizione. Perché l’amore per la cultura - o il semplice riconoscimento che la cultura è condizione della prosperità - non fa parte della sua civiltà.
Infine ci sono Paesi che, soltanto a nominarli, fanno sognare vite tranquille in ambienti puliti, come la Svizzera o la Danimarca, ed altri che, pur non essendo fra i più prosperi del mondo, hanno una tradizione di dolcezza buddista: penso alla Tailandia, detta anche “il Paese del Sorriso”. Ebbene, il popolo di cui parlo è famoso per le atrocità commesse per molti decenni, tanto che l’idea di andare a visitare il suo territorio sembra assurda. 
E non è tutto. Il popolo di cui parlo ha battuto il record mondiale della stupidità secondo la definizione dell’economista Carlo Cipolla: il cretino, ha scritto Cipolla, è colui che fa il male degli altri facendo contemporaneamente del male a sé stesso. Il popolo di cui parlo ha sprecato ogni occasione che ha avuto per migliorare la propria sorte, in nome di sogni irrealizzabili e di vendette assurde. E mentre l’Algeria, se pure a prezzo di una guerra, ha ottenuto la propria indipendenza, ed altrettanto hanno fatto le innumerevoli ex colonie della Corona britannica o della Repubblica francese, questo popolo non è indipendente ed è riuscito a trasformare l’aggettivo che lo designa in sinonimo di problema e di pericolo.
Non conosco un popolo più sfortunato, o forse più imperdonabile.
Gianni Pardo
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POLITICA
27 agosto 2017
SUSSIDI AI DISOCCUPATI
Quando si constata un grave disagio sociale come la miseria, la malattia, e soprattutto la disoccupazione, i giornali interpretano il sentimento dei lettori e si chiedono se il governo potrà fare qualcosa. In generale, la risposta prevista è una promessa di denaro. Ed è ciò che leggiamo in un articolo della Stampa(1) in cui si parla di assegni ai disoccupati e di incentivi per gli “under 32” (visto che abbiamo abbandonato l’italiano in favore del “footballese”). Purtroppo la regalia non vale molto, come risposta. E potrebbe anche essere controproducente.
Immaginiamo che la nazione sia un carro. Tutta la forza propulsiva di cui si dispone sono due cavalli, e se pure l’ideale sarebbe quello di portare un’enorme quantità di merce a grande velocità, in realtà il rendimento sarà massimo quando il carro non sarà troppo carico, e quando i cavalli saranno trattati bene. Essenziale è anche l’atteggiamento del carrettiere. Questi non potrà aumentare il rendimento massimo del trasporto - che è un dato obiettivo - e dunque il suo grande dovere consisterà nell’evitare che quel rendimento diminuisca ben al di sotto del massimo. Non si tratta di fare miracoli, si tratta di non fare errori.
Per quanto riguarda la disoccupazione, in Italia il carrettiere sbaglia troppo. Non sono i sussidi che possono contrastarla: sono le offerte di lavoro dei privati. E se queste offerte sono insufficienti, bisogna incentivarle. Soltanto in questo modo – tenendo conto della realtà - ci sarà una speranza di invertire la tendenza. 
La prima cosa da ricordare è che nessun imprenditore assume qualcuno “per dargli un lavoro”. L’assume per guadagnare di più. Se manca quell’incentivo che per molti ha un suono immorale, “profitto”, le offerte di lavoro mancheranno. Quali che siano le promesse dei politici. 
Lo Stato – lottando contro il sintomo, e non contro la malattia - può fornire un sussidio a coloro che non hanno un lavoro, ma sarà a spese dei lavoratori attivi e in generale dei contribuenti. Un secondo modo di aiutarli è chiamato, con terminologia divina,  “creazione di posti di lavoro”: per esempio realizzando opere pubbliche. Ma questa iniziativa ha piuttosto lo scopo di distribuire salari che di procurare un ritorno economico allo Stato, e dunque ci riporta allo schema precedente: una spesa a carico dei contribuenti. Nei rari casi in cui l’opera pubblica è utile alla nazione, questa utilità si avrà nel lungo termine, mentre l’aumentata pressione fiscale deprimerà subito la produzione di ricchezza. 
Altra cosa da non dimenticare: la cartamoneta è carta, mentre la ricchezza è costituita da beni e servizi. Dunque prima di pensare a distribuirla bisogna pensare a produrla, e l’esperienza dice che se se ne produce molta, finirà col ricadere un po’ su tutti: basti guardare che cosa si trova nella spazzatura dei Paesi ricchi e che cosa si trova nella spazzatura dei Paesi poveri; mentre se se ne produce poca, e si tassano pesantemente gli operatori, questi creeranno ancor meno ricchezza di prima. Perché sapranno che, producendone più del minimo, il di più gli verrà tolto. Il denaro con cui il governo paga i sussidi è ricchezza tolta a chi l’ha prodotta per essere data a chi non l’ha prodotta. E poco importa che chi la riceve non abbia potuto produrla: il fatto rimane. E se si esagera, sarà come togliere la biada ai cavalli e pretendere che il carro  trasporti un carico maggiore. Lottare contro la disoccupazione con dei sussidi corrisponde ad aumentarla.
La realtà è implacabile. Chi assume dei lavoratori lo fa per amore del profitto. Basta sottrarglielo in tutto o in parte, e smetterà di assumere lavoratori. Questo ragionamento – tanto elementare quanto decrepito – non è ripetuto a sufficienza e infatti la gente non l’ha capito. Ogni volta che si annuncia un provvedimento in favore delle persone in difficoltà, lo Stato fa la figura del generoso, mentre di fatto non ha alcuna possibilità di essere generoso per l’ottima ragione che, non producendo ricchezza, non può regalare nulla di suo. La sua unica possibilità di avere denaro è prelevarlo dai cittadini, o per via diretta, col fisco, o per via indiretta, con l’inflazione. Non dimenticando che quest’ultima pesa soprattutto sui più deboli, cioè sui percettori di reddito fisso. 
Da troppi decenni in Italia si cede all’illusione infantile che lo Stato disponga di un pozzo di San Patrizio con cui far felici tutti. È vero che per un’organizzazione elefantiaca, un milione di euro in più o in meno non fa differenza, ma se alla fine i milioni sono miliardi, ed anzi molti miliardi, l’economia tende a fermarsi e il Paese diviene il fanalino di coda dell’Europa.
Gianni Pardo
 (1)http://www.lastampa.it/2017/08/21/italia/politica/assegni-ai-disoccupati-e-incentivi-agli-under-ecco-il-piano-per-il-lavoro-del-governo-gentiloni-mTyV10VxSOmhOIsop9dJQM/pagina.html
24 agosto 2017
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POLITICA
26 agosto 2017
LA COPERTA CORTA DELLA STORIA
Quando la coperta è troppo corta, la discussione non ha mai fine. L’esigenza di giustizia postula la prevedibilità e questa, a sua volta, la certezza del diritto. Ma un diritto certo è anche un diritto rigido, che in qualche caso mal si adatta al problema concreto, e allora si tende a concedere un maggiore potere a chi amministra la giustizia. Purtroppo questo maggiore potere si può tradurre in arbitrio, ed allora si torna a porre l’accento sulla certezza del diritto. La coperta è troppo corta ogni volta che le esigenze sono ambedue tanto giustificate quanto opposte. 
Altro esempio assolutamente classico riguarda, nella democrazia, il bilanciamento fra rappresentatività e governabilità. Con una legge elettorale proporzionale, probabilmente il governo sarà debole e fragile. La governabilità ne risentirà pesantemente. Se invece la legge elettorale conferisce un grande potere ad un solo partito, la governabilità sarà assicurata, ma la maggioranza dei cittadini sentirà il governo come estraneo, se non come nemico. Ed è questa la ragione per la quale “una legge elettorale perfetta non esiste”.
Tuttavia si osserva che, in realtà, i vari Paesi non sono amministrati bene o male secondo le loro istituzioni, ma, per così dire, secondo il loro temperamento. Se un esercito straniero imponesse a molti Paesi dell’Africa o dell’Asia istituzioni perfettamente democratiche, si potrebbe star certi che dopo qualche tempo quei Paesi sarebbero tornati a qualche forma di autocrazia. Non si afferma ciò per una sorta di razzismo, lo dice l’esperienza. Viceversa, la maggior parte dei Paesi europei hanno tendenza a non amare l’oppressione poliziesca, il comando di un solo e l’insufficiente rispetto del singolo. Infatti poco importa se siano monarchie o repubbliche, se abbiano leggi elettorali tendenzialmente proporzionali o maggioritarie, il risultato è una sostanziale democrazia. Ed anche se vi è una parentesi di dittatura, come in Italia e in Germania nel XX Secolo, da questi regimi le nazioni ritornano alla democrazia formale e sostanziale.
Tutto ciò fa pensare alla teoria che personalmente ho imparato da George Friedman (l fondatore e direttore della rivista americana di geopolitica Stratfor) in base alla quale ciò che determina la politica dei Paesi non sono i vari governi o i vari uomini, ma la sua condizione geografica e conseguentemente economica e militare. La Russia, essendo vastissima come territorio e prevalentemente spopolata, non potrà fare a meno di un possente governo centrale, sostenuto da un forte apparato poliziesco. Cosa che è l’assoluto opposto della Svizzera, aggiungerei. I Paesi dell’Europa centrale ed orientale, non avendo frontiere naturali, vivono nell’ansia della propria sicurezza, che non risparmia neppure il grande orso russo. Viceversa gli Stati Uniti, dietro il baluardo naturale di due oceani, quest’ansia non sanno nemmeno che cosa sia. Tanto che si potrebbe arrivare a porsi il problema della funzione della politica. Se la geopolitica è così determinante, se quella che potremmo chiamare etnopolitica (la politica determinata dalla natura di un popolo) pesa tanto, come credere che con la politica si possa cambiare qualcosa?
In realtà, non bisogna esagerare. La storia offre esempi sia di grande stabilità – la Gran Bretagna che, perfino dopo Cromwell e il regicidio, torna alla monarchia – sia di grandi cambiamenti: la Francia che da monarchia assoluta diviene repubblica e modello delle repubbliche. Mostra Paesi immobili nel tempo e dominati dalla religione, come parecchie nazioni del vicino oriente, e poi il grandioso esperimento di Atatürk. Al punto che soltanto il futuro dirà se la Turchia è tornata ad essere un sultanato o vive una crisi da cui uscirà tornando al kemalismo.
Insomma val la pena di fare politica. Sia perché non si può fare diversamente, sia perché, come ha detto Guglielmo il Conquistatore, non è necessario sperare per intraprendere: ma non ci si possono fare illusioni. Credere – come fanno in tanti – che gli italiani possano essere resi tutti specchiatamente onesti dalla severità delle leggi è una pura sciocchezza. Basti vedere come è andata e come va con la truffa di chi timbra il cartellino e va ad occuparsi degli affari suoi invece di lavorare. La persistenza del fenomeno, malgrado le infinite denunce, indica che, alla base del fenomeno, c’è mancanza di dedizione da un lato, e la mancanza di controllo dall’altro. Del resto, nella Russia sovietica non vigeva il principio per cui “lo Stato fa finta di pagare i lavoratori che fanno finta di lavorare”? 
Il problema italiano fondamentale, e il vero snodo del problema, è che il singolo lavoratore trova naturale marinare il lavoro – come i ragazzi la scuola – e non si vergogna dinanzi al collega. Il rischio è piuttosto che sembri un fesso il collega onesto, e tutto questo non si cambia con le leggi, dall’oggi al domani.
La conclusione è volterriana. Di fronte a tanta complessità, non rimane che “coltivare il nostro giardino”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 agosto 2017




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POLITICA
25 agosto 2017
RICOSTRUIREMO TUTTO
Agosto è un ottimo mese per fare i bagni, ma non per i giornali. Il mondo è chiuso per ferie e le notizie scarseggiano. Così, se c’è un attentato o un terremoto, i giornalisti ringraziano il Buon Dio e spendono milioni di parole per non dire nulla. I commentatori, con aria afflitta, ci dicono che i terroristi sono cattivi, che i terremoti sono tremendi, che le vittime sono innocenti, e che sarebbe bello se tutto ciò non si verificasse mai più. Poi mettono in un cassetto gli articoli, e sono pronti a tirarli fuori la volta seguente, ché tanto la notizia sarà la stessa e andranno benissimo. Basterà cambiare i nomi delle località.
E tuttavia i politici riescono a far peggio dei giornalisti. A chi ha perso la casa o, cosa ancor più triste, una persona cara, è normale esprimere il proprio rincrescimento. È anche opera meritoria, se se ne ha la possibilità, offrire un aiuto concreto, anche se temporaneo: un alloggio, del cibo, dei medicinali. Ma promettere la ricostruzione di tutto ciò che è andato distrutto è imperdonabile. Semplicemente perché è impossibile. 
E tuttavia, ogni volta che c’è un terremoto, si sentono questi assurdi discorsi. Chi ha esperienza non riesce a reprimere un ghigno di sarcasmo. Perché sa già come finirà. Basti pensare al terremoto di Amatrice e dintorni, appena un anno fa.  Ai sopravvissuti fu subito promessa la ricostruzione di tutto entro qualche mese, “dov’era e com’era”, e ad un anno di distanza – come previsto dai pessimisti – non sono state nemmeno rimosse le macerie.
L’Italia è vicina alla linea di confine di due grandi placche terrestri, e dunque i terremoti sono frequenti e letali. Letali – soprattutto - perché molte case sono vecchie, costruite quando gli italiani non avevano molto da spendere e non c’era cultura antisismica. O i poveri non se la potevano permettere. Poi lo Stato, con la sua caratteristica inefficienza, ha perso la capacità di sorvegliare l’abusivismo edilizio, e molte delle nuove costruzioni sono divenute delle trappole. I verdi e gli esteti si indignano per l’oltraggio al paesaggio o alla natura, ma la cosa peggiore è che le case sono spesso improvvisazioni  di  artigiani dell’edilizia. Così, se c’è un terremoto, è inevitabile che ci siano decine di morti. Se non centinaia. E ciò mentre in Giappone, dove i terremoti sono molto più violenti che da noi, non muore nessuno, perché gli edifici sono progettati per resistervi.
Dunque d’accordo, esprimiamo la nostra solidarietà e la nostra comprensione ai malcapitati, dal momento che non possiamo fare di più: ma perché promettere una ricostruzione che non ci si può assolutamente permettere? Se c’è un sisma di bassa entità, in una zona poco abitata, si possono anche costruire alcune casette non dissimili da baracche. Ma per il resto, se il sisma è forte e colpisce una grande città, nessun Paese si potrebbe mai permettere la spesa della ricostruzione. Il terremoto del 1908 provocò tali conseguenze, a Messina e sulla costa calabra, che la parola ricostruzione non avrebbe avuto senso. Soltanto la posizione strategica dell’agglomerato urbano ha fatto sì che col tempo la città risorgesse, dov’era prima, ma tutt’altro che “com’era prima”. Anche perché costruirla com’era prima sarebbe stato criminale. 
I terremoti sono una cosa tremenda, ma non c’è ragione di renderli ancor più insopportabili con promesse che producono irrisione e sarcasmo nei più avvertiti, e false speranze – che si tramutano poi in rabbia – nei più ingenui. Questo è un modo gratuito di procurarsi il rancore dei cittadini. Perché non limitarsi a concedere sgravi fiscali, a chi volesse ricostruire la propria casa? Questo lo Stato potrebbe farlo. Meglio promettere poco e mantenere la promessa, che promettere molto e non far nulla. Senza dire che, a voler far di più, si rischia di impegolarsi in qualche spesa enorme con possibili ricadute in materia di corruzione e di scandali.
Per le case vecchie c’è ben poco da fare. Per quelle in costruzione, tutti dovrebbero essere avvertiti che gli edifici antisismici costano di più di quelli normali e che soltanto in quel momento possono decidere se accettare o no il rischio di morire sotto le macerie. Ogni altro discorso è una perdita di tempo. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 agosto 2017




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POLITICA
23 agosto 2017
I GRANDI DANNI DEL FASCISMO
Un fenomeno sociale può rivelarsi più dannoso da morto che da vivo. È la storia del fascismo. Questo movimento, accanto a qualche pregio, ebbe moltissimi difetti. Instaurò, riguardo a Benito Mussolini, un culto della personalità che lo rese di fatto il dittatore d’Italia. Il governo fu forte ed ebbe mano libera in tutte le direzioni. Non vi furono altri partiti oltre il Partito Nazionale Fascista, e non fu tollerato il dissenso. Ovviamente fu abolita la libertà di parola e di stampa e i sindacati – o ciò che ne rimase - furono servi del regime. Mussolini parlò di un ritrovato valore guerriero degli italiani, del tutto inverosimile, e glorificò il nazionalismo fino ad esiti francamente ridicoli. Infine, confermando la pretesa furbizia italiana, commise l’errore esiziale di entrare in guerra. Ma se, nel 1915, dopo avere aspettato un anno, l’Italia scelse il cavallo giusto, nel 1940, dopo avere aspettato un anno, Mussolini invece scelse Hitler, il cavallo sbagliato. E quanto sbagliato. 
Prima il Paese era vissuto in una realtà immaginaria fatta di sogni e di orpelli. Poi fu svegliato dalla fame, dalle bombe, e dalle immani distruzioni di una guerra persa ignominiosamente. E tuttavia il disastro  non ci fece rinnegare la nostra letale furbizia. Sperando ancora una volta di sedere gratis al tavolo dei vincitori, e cercando assurdamente di farci perdonare una guerra velleitaria e d’aggressione, nel 1943 la guerra la dichiarammo alla Germania già sconfitta. Volevamo far parte degli Alleati e a questa soltanto noi assurdità facemmo finta di credere. Anzi, facciamo ancora finta, ogni 25 aprile. 
Nel 1944, fenomeno unico nella storia, sparirono senza lasciare traccia quaranta milioni di fascisti italiani. L’unica traccia che lasciarono, in negativo, fu la reazione anafilattica in base alla quale tutto ciò che aveva a che fare col fascismo era da rigettare con orrore. La damnatio memoriae non ammetteva attenuazioni, e non si rinunciava agli errori di giudizio nemmeno quando l’errore era dimostrato tale da inconfutabili storici. Quasi che l’anoressia fosse la cura per l’obesità.
Della vita dei nostri lontani antenati non siamo molto informati. A volte possiamo soltanto distinguere quelli che inumavano i loro morti da quelli che li cremavano. Il punto comune è comunque la necessità di impedire ai cadaveri, nota fonte di contaminazione, di far male ai vivi. Lo prova la storia dell’asepsi, nata quando Semmelweiss scoprì che i medici usavano gli stessi ferri per le autopsie e per aiutare le donne a partorire, facendole così morire di setticemia.
Purtroppo, sul reale pericolo rappresentato da certe cose, si innesta la superstizione. Chi, volendo locare una casa, dicesse agli occasionali visitatori: “Sa, in questa stanza è morto mio nonno”, li scoraggerebbe. “Dormire nella stanza in cui è morto qualcuno? Ma scherziamo?” Mentre in realtà ciò è avvenuto in quasi tutte le case e comunque la cosa non ha importanza. La scienza dice che i morti sono morti. Ma non è ciò che dice la gente. “Avrete ragione, ma intanto tocco ferro”.
La stessa cosa è avvenuta col fascismo. Il suo cadavere è stato sotterrato sotto uno strato di terra troppo sottile, e noi da settant’anni continuiamo a sentirne la puzza. Infatti non viviamo in un regime democratico, ma in un regime antifascista. Se quel regime l’avessimo dimenticato, magari vent’anni dopo la sua fine (1964!) avremmo modificato una Costituzione che rende il nostro governo debole e incapace di governare. Non avremmo più confuso l’amor di Patria (espressione vagamente indecente) col nazionalsocialismo. Non avremmo confuso l’ordine pubblico con l’oppressione poliziesca. Non avremmo considerato una forma di razzismo la protezione della nostra identità. E invece siamo rimasti manichei. Essendoci raccontata la leggenda nera che il fascismo era stato il male assoluto, abbiamo creduto di avere trovato un’infallibile Stella Polare nell’antifascismo. Se il fascismo non aveva tollerato gli scioperi, l’antifascismo avrebbe dovuto consentire ai sindacati di sabotare l’economia nazionale. Se il fascismo faceva la faccia feroce, noi non dovevamo nemmeno avere un esercito serio. Se il fascismo era anticomunista, ora non si sarebbe permesso che si fosse anticomunisti. E se qualcuno osava proclamarsi anticomunista, gliela si faceva pagare. In tutte le direzioni abbiamo fatto dell’antifascismo la religione nazionale, senza renderci conto di conferirgli così un’importanza storica e ideologica che non ha mai meritato.
Ci siamo così tenuti una costituzione che postula governi deboli e incapaci di governare. E dopo che Renzi ha provato ad esagerare nella direzione opposta, instaurando una sorta di dittatura dell’uomo forte del partito più forte, ora siamo tornati alla proporzionale pura e alla nostra beata ingovernabilità. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 agosto 2017




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POLITICA
22 agosto 2017
LA POLITICA DEL PORTAFOGLI
Nelle autocrazie i cittadini non possono influire sul modo di governare il Paese, e dunque badano esclusivamente a cavarsela nelle condizioni date. Nelle democrazie i cittadini possono influire sulla condotta dello Stato e dunque c’è una maggiore partecipazione alla vita politica. Secondo la Costituzione, in questo regime il sovrano è il popolo stesso, ma nella realtà chi comanda è il Parlamento. O, più precisamente, gli ottimati che, dall’interno o dall’esterno di quelle Camere, determinano l’azione del Parlamento.
In democrazia, il momento in cui si decide chi governerà, è il momento in cui il popolo elegge i suoi rappresentanti. Purtroppo, il popolo giudica i candidati sulla base di ciò che dicono. Ecco perché è tanto importante saper parlare. Non è un caso che nella Roma antica le materie di studio in fondo fossero soltanto due: diritto e retorica. Il diritto perché, avendo successo, si era poi chiamati ad amministrare la Cosa Pubblica; l’arte oratoria perché serviva a farsi eleggere, ad  influenzare le decisioni del Senato, ed a percorrere il cursus honorum, magari fino al consolato. Né le cose andavano diversamente nel Paese che la democrazia l’ha inventata: basta leggere “La Guerra del Peloponneso” di Tucidide.
In democrazia bisogna essere capaci di esporre belle teorie, anche se poco applicabili. Bisogna fare delle promesse, anche quelle che si sa non potranno essere mantenute. Bisogna  dire al popolo ciò che vuole sentirsi dire, e poco importa che in fondo si tratti di echeggiare un autoinganno. E tutto ciò corrisponde a dire che la democrazia naviga in un mare di bugie. È anche per questo che, pur reputandola il miglior sistema di governo, nessuno può negare i suoi molti e gravi difetti. Chi vuole avere successo è costretto ad essere bugiardo e ipocrita, avendo a che fare con un popolo – per esempio quello italiano - molto mediocremente perbene, e che tuttavia vorrebbe amministratori di specchiata onestà e dediti soltanto al bene comune. Amministratori che dunque provengono dalla Luna, non dal suo seno. Poi, quando si accorge che sono semplicemente umani, li disprezza, e dimentica che non li avrebbe eletti se avessero detto la verità. 
Purtroppo, non è l’unico inconveniente. La politica ha lo scopo di offrire al popolo i massimi benefici, e ciò fa nascere le teorie sul modo di produrli. Così abbiamo la ricetta liberale, quella marxista, quella keynesiana e via dicendo. I politici – anche i più mediocri -  maneggiano “idee” dalla mattina alla sera. Ma, anche in questo caso, la Stella Polare rimane l’approvazione della massa. E infatti in molti campi si adottano i sogni degli ingenui. 
Il buonismo ad esempio è quell’atteggiamento corrente che non fa di conto, quando lo scopo è meritevole. È uno scandalo che dei bambini muoiano di fame, nutriamoli. Ci si mette in moto, e soltanto dopo ci si accorge che non si sa come fare, e che quei piccoli, oltre ad essere sparpagliati, magari sono molto più numerosi dell’intera popolazione italiana. Che importa, il buonista guarda all’ideale di una umanità fraterna, generosa, altruista. Un’umanità che non esiste. In questo campo il meno colpevole è certamente il Papa, perché è il portatore di un messaggio trascendente. Dio, se vuole, può realizzare in un fiat le dodici fatiche d’Ercole. Il Pontefice è soltanto chiamato ad annunciare l’eu-angelion, la buona novella, il Vangelo. 
Purtroppo lo stesso atteggiamento si ritrova nei politici., che non hanno nessuna Provvidenza cui rinviare. Magari trascurando i più poveri, lisciano il pelo dei cittadini elettori che non se la passano troppo male: perché – si sa - il buonismo è tanto più facile quanto meglio si sta economicamente. Come diceva Ennio Flaiano: “Io non sono comunista, non me lo posso permettere”. 
Così però finisce che la politica si dà la zappa sui piedi. A forza di frequentare benestanti, intellettuali e teorici, i politici, perdono il contatto col popolo, fino a colpirlo nei suoi interessi economici. E si accorgono troppo tardi di avere commesso un errore irreparabile. Il popolo prima se le beve tutte, ma poi reagisce con rabbia. E qualunque politica che lo colpisca personalmente è rigettata con passione. Non c’è buonismo che tenga.
Il problema dei migranti è un altro eccellente punto di osservazione. Chi vive nei quartieri alti, di quei poveracci sente parlare in televisione, mentre chi vive nei quartieri poveri si trova a condividere con loro le strade e a volte le baracche.  I benestanti sono sensibili agli ideali della Costituzione, i poveri soffrono della convivenza con i nuovi disperati. Finché i problemi dei cittadini non divengono così grandi che il popolo minaccia la rivoluzione e i partiti si accorgono di avere dato vita all’antipolitica. Quella voglia di anarchia  che è l’anticamera della tirannide.
L’ignoranza, lo scrupolo antirazzista e il buonismo irenico spingono troppi parlamentari a sottovalutare i problemi. È vero, bisogna incantare i cittadini con le parole, ma bisogna anche non dimenticare che il portafogli è molto più vicino al cuore di quanto non lo siano le orecchie.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 agosto 2017




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POLITICA
20 agosto 2017
IL VERO PERICOLO NON È IL TERRORISMO
Il terrorismo fa molto parlare di sé. Troppo, perfino. Infatti la sua efficacia deriva esclusivamente dall’orrore che provocano i suoi crimini. Se la notizia fosse taciuta o ridotta all’essenziale, e comunque si evitasse di parlarne instancabilmente per ore, l’effetto dell’attentato sarebbe trascurabile. Noi paghiamo alla libertà di parola il prezzo di offrire un megafono al terrorismo. Ma questa è una vecchia storia.
Più interessante è rispondere a una domanda: ammesso che il terrorismo, come vorrebbero i musulmani, rappresenti lo scontro tra moralità e immoralità, tra religione ed empietà, fra Occidente e Oriente, chi vincerà?
In materia di economia, di sviluppo tecnologico, di armamenti, e da ogni altro punto di vista, i dati di fatto dimostrano che i terroristi non vinceranno mai. Basti dire che le armi che usano, dalle automobili ai treni, dagli aeroplani agli esplosivi, sono prodotti occidentali. Né può avere un peso la morte di un centinaio di persone in un continente che viaggia al di sopra dei quattrocento milioni di abitanti. Il terrorismo, prima ancora che orrendo, è assurdo. È un’impresa che non conduce da nessuna parte, e cui alcuni giovani sacrificano la loro vita soltanto perché ignoranti, stupidi, e spesso strumetalizzati da chi se ne sta al sicuro.
Il vero pericolo, per ogni società,  non deriva tanto da un attacco esterno e militare, quanto da ciò che può farla divenire altro da sé. Se Cesare avesse soltanto conquistato la Gallia con le armi, la Gallia alla prima occasione sarebbe ridivenuta la Gallia. Invece si romanizzò subito. I Galli non esistettero più, e oggi i francesi sarebbero stupiti di apprendere di avere il nome di una tribù germanica. Viceversa la Grecia, pur “islamizzata” dai Turchi sin dal 1453 (salvo errori) si è sentita non musulmana, non turca e non araba fino all’indipendenza. Secoli di dominazione militare e amministrativa non ne hanno cambiato l’anima. Ancora oggi, passando la frontiera dalla Turchia alla Grecia, si ha la sensazione che l’aria stessa sia diversa.
La vera conquista è quella culturale. Malgrado un’occupazione di mezzo secolo, la russificazione dell’Europa Orientale non è riuscita all’Unione Sovietica. Neppure in quell’Ucraina che, inglobata con la Rivoluzione, è già pressoché russofona. Viceversa, con le loro cose peggiori,  gli Stati Uniti hanno esercitato un tale fascino sull’Italia, che l’intera nazione scimmiotta e sfregia un inglese che non riesce ad imparare. I contadini di Caltanissetta chiamano il figlio Kevin e la figlia Jennifer. 
La conquista culturale dell’Occidente, da parte del mondo musulmano, è del tutto impossibile. L’islamismo, con annesso terrorismo, è una causa persa. Se un pericolo rappresenta, è d’altro genere. 
Una volta conquistata la Gallia, i romani non si sono trasferiti in massa in Provenza. E men che meno al nord. I coloni e gli amministratori sono stati una sparuta minoranza, ma hanno avuto un effetto di lievito. Il loro contatto romanizzò gli indigeni, tanto che presto si parlò di gallo-romani. Dunque il conquistatore può modificare il conquistato. Ma può avvenire anche l’inverso: secondo il celebre detto, Graecia capta ferum victorem coepit, la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore. Roma si grecizzò a tal punto che, morendo, Cesare non disse né “Tu quoque, Brute, fili mi”, né “Et tu, Brute, fili mi”, come riferito, perché quelle parole le disse in greco.
Il dramma si ha quando il nuovo arrivato non assimila a sé il gruppo indigeno o non si assimila ad esso. In questo caso rimane un corpo estraneo, un po’ come quegli strumenti che ogni tanto i chirurghi dimenticano nel corpo dell’operato. Avendo bisogno di manodopera, i nascenti Stati Uniti commisero l’errore di importare schiavi neri, e questi, anche liberati ed anche economicamente assimilati, sono rimasti “diversi” a causa del colore della loro pelle. In Francia è avvenuta la stessa cosa, con i musulmani di seconda, terza o quarta generazione. Perché anche dopo un secolo i musulmani sono sentiti diversi dagli europei e si sentono diversi da loro.
La conclusione è semplice: il terrorismo non cambierà nulla, per la civiltà occidentale. Viceversa costituisce un pericolo per la pace sociale l’importazione di un gruppo non assimilabile. Dunque dovremmo cercare di non commettere l’errore che hanno commesso due grandi civiltà imperiali, la Gran Bretagna e la Francia. I cittadini inermi che perdono la vita negli attentati non sono vittime del terrorismo, sono vittime del buonismo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 agosto 2017




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POLITICA
18 agosto 2017
L'AFASIA
L’afasia è una malattia. O forse il sintomo di una malattia. Comunque si tratta dell’impossibilità di parlare. E tuttavia la natura umana è così varia, che si può anche essere indotti a ricercare una malattia. Ma per spiegare un tale fenomeno bisogna andare indietro nel tempo e vedere come ci si è arrivati.
Come tutti, sono partito all’attacco della vita con una grande voglia di amore e con una grande curiosità. Quanto all’amore, per decenni mi è andata così risolutamente male, che alla fine l’ho escluso dalla mia vita. La più serena relazione affettiva l’ho avuta con una gatta, quella gatta che la mia prima moglie ha portato via con sé per sempre, quando ci siamo separati.  Per la curiosità, desideravo soprattutto viaggiare e, parlando lingue straniere, mettermi in contatto con altri mondi. Dunque conoscere l’Europa e conoscere gli uomini. Ma ovviamente, dal momento che sono sempre stato povero, era difficile che realizzassi un simile progetto. Viaggiare e risiedere all’estero, anche soltanto per un mese o due, costa parecchio oggi, e sembrava addirittura proibitivo decenni fa. Comunque non potevo neppure sognare di chiederlo ai miei genitori. Così ho imparato qualche lingua da solo e a casa mia. 
Ma il programma è proseguito. Per quanto riguarda la curiosità, ho presto capito che alcune cose sono veramente da vedere – la cattedrale di Colonia, per esempio – per molte altre si può fare riferimento alle cose che si sono già viste. Per esempio, la maggior parte dei ponti, la maggior parte degli insignificanti edifici moderni e la maggior parte delle grandi città. Ovviamente queste sono tutte diverse, ma altrettanto ovviamente alla fine alle differenze non si fa caso. Si può passeggiare a Bangkok esattamente come a Berlino o, immagino, a Buenos Ayres. 
Che cosa bisogna aver visto, allora? Per la grande arte - per il bello, cioè - è inutile allontanarsi dall’Europa. Al di fuori di essa non c’è molto. In Oriente si trova di frequente un grottesco troppo colorato, che sembra un’imitazione di sé stesso; un po’ dovunque si può trovare il carino, dal momento che tanta gente non si rende conto di quanto sia lontano dal bello; infine c’è il curioso, che tanta gente apprezza golosamente, e che è soltanto infantile. 
Il tempo inoltre è andato risolutamente contro il turismo. Ci sono troppi divieti, troppa gente, troppe automobili e niente parcheggi. La prima volta che ho visto la cattedrale di Chartres ho lasciato l’auto di fronte alla facciata, ho visitato la chiesa, e me ne sono andato quando sono stato sazio. Ammesso che uno si possa saziare di quel capolavoro. Col tempo invece il problema è divenuto sempre più difficile: una volta, tornato per pura nostalgia a Saint Malo, c’era la fila delle auto molto prima della cinta muraria. Inversione di marcia. E il fastidio non mi ha risparmiato nemmeno in posti di seconda categoria. Credo sia stato nell’insignificante Angoulême che, per fermarmi un po’ al centro, ho fatto non so quanti giri e alla fine me ne sono andato. Perfino nella piccola e cara Ratisbona, quando ci sono tornato per un pellegrinaggio nel passato, non ho trovato posto. Alla fine me ne sono andato, contentandomi dei miei ricordi. La poesia del secondo incontro era andata in frantumi. 
Oggi c’è spazio soltanto per i viaggi organizzati. E questi viaggi stanno a quelli veri come uno snack snocciolato da una distributrice automatica sta ad un pranzo in una trattoria di qualità. Forse il tempo dei viaggi è finito. Si è perso nella folla di un’umanità sempre più numerosa. 
Lo stesso m’è successo con i rapporti umani. Devo ammettere che per la stragrande maggioranza mi sono venuti in uggia. Le vicende dei singoli non m’interessano, a meno che non divengano opera d’arte o riguardino 
la storia. Né mi verrebbe in mente di raccontare la mia vita ad altri, perché li annoierei quanto loro annoierebbero me, se mi raccontassero le loro. Questo è uno dei motivi per i quali riesco sempre meno a vedere film. Mi capita di assistere con pazienza per una buona parte della proiezione e lasciar perdere il resto. Anche a un quarto d’ora dalla fine. 
A forza di spolpare la vita, sono arrivato all’osso. Per quanto riguarda l’amore, con la mia seconda moglie ho avuto la massima fortuna e su questo non mi dilungo. Come vita privata, va bene. Quanto agli altri, che bisogno ho di incontrarli? Ormai la buona notizia è che in tutta la giornata il telefono non ha mai squillato per me. E avviene spesso.
Purtroppo, questo nirvana corre sempre sull’orlo dell’insignificanza. Ogni tanto si affaccia la noia, anche se essa è accolta come una gentile compagna di vita. E perfino un lusso. È il segno che non c’è nessun problema e nessuna speranza. 
Il puro esistere. L’osso della vita. E purtroppo la stessa sorte subisce la curiosità della storia. Gli uomini si fanno sempre le stesse illusioni, commettono sempre gli stessi errori e si mettono sempre negli stessi guai. Chi ha capito come stanno le cose non ha bisogno di insegnamenti; e chi mpm l’ha capito non lo capirà certo perché qualcuno glielo spiega. Ed ecco l’afasia. Un’afasia che si chiama buon senso al piano terra e saggezza ai piani alti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 marzo /16 agosto 2017




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POLITICA
16 agosto 2017
PERCHÉ I MIGLIORI SONO I PEGGIORI
Tempo fa Luca Ricolfi scrisse un articolo che fece molto rumore. Il titolo – se ricordo bene - era: “Perché siamo antipatici” e il noto professore si riferiva in generale ai politici e agli uomini di sinistra. Di quella ammissione si parlò parecchio. E non perché nessuno prima si fosse accorto di quanto quella gente fosse antipatica, ché anzi la parte avversa, quando ne aveva il coraggio, esprimeva tutta la propria esasperazione, ma perché finalmente la critica veniva dalle stesse file degli “antropologicamente migliori”.
A mente fredda si può però osservare che Ricolfi forse aveva torto nella sua tesi non perché gli uomini di sinistra fossero simpatici, ma perché non erano i soli ad essere antipatici, e per la stessa ragione. L’ambito era ed è molto più vasto. Infatti antipatici sono anche gli ispirati, i moralisti, gli apocalittici, i prelati, i profeti, e in generale tutti coloro che sono convinti di essere i portatori di una verità superiore; cioè di una teoria, di un sistema, di un messaggio salvifico. E ciò fornisce una significativa indicazione sull’origine del loro atteggiamento.
Se discutiamo con qualcuno, e siamo di parere diverso, quand’anche reputassimo il nostro interlocutore un perfetto idiota, nella nostra mente di uomini comuni rimarrebbe chiaro il concetto che la pensiamo diversamente. E la cosa riguarda soltanto noi. Possiamo pensare che l’opinione dell’altro – ovviamente errata – offenda la nostra intelligenza, la nostra cultura, la nostra esperienza, ma nulla che vada oltre noi. Viceversa, l’ “uomo migliore”, colui che si sente portatore di un valore superiore, non contrappone all’interlocutore la propria verità, ma la Verità in sé. E proprio per questo non riesce a nascondere il proprio dispetto per tanta cecità, il proprio disprezzo, e in conclusione la propria intolleranza per errori tanto gravi quando dannosi.
L’uomo migliore, discutendo, non difende sé stesso, difende l’umanità e perfino il suo interlocutore. E dunque s’indigna, vedendo che l’altro osa andare contro il proprio interesse. Al comunista convinto il lavoratore dipendente che, invece di aderire alla rivoluzione che vorrebbe salvarlo dallo sfruttamento, difende il sistema capitalistico, appare come un insopportabile incrocio tra un imbecille e un suicida. Come potrebbe trattarlo con sincero rispetto? E poco importa il fatto che, dovunque quella rivoluzione sia stata tentata, il lavoratore sia stato poi ancor più miserabile: la teoria è troppo giusta per essere messa in dubbio da qualche banale fatto storico. 
Se, ai tempi dell’Inquisizione, gli uomini di Chiesa erano intolleranti in materia di religione, non era perché fossero personalmente intolleranti, ma perché agivano in nome di un Dio che non era tollerante. O in nome degli altri fedeli che potevano essere indotti, dagli eretici, a giocarsi il Regno dei Cieli. Infatti dicevano che la loro attività consisteva nell’ “Eliminare la mela marcia, affinché non infetti le altre mele del cesto”. Agli occhi dei contemporanei l’Inquisizione rimane il fenomeno della massima intolleranza concepibile, perché contro la libertà di pensiero, ma gli inquisitori si sarebbero sinceramente stupiti di questo giudizio. Come rivendicare il diritto all’errore, e il diritto di rischiare l’eterna dannazione?
Il comunismo, il moralismo, il denaro, l’ecologia, il buonismo, e tutte le idee abbracciate con passione divengono una sorta di religione. E ogni sorta di religione, da questo punto di vista, è contraria al rispetto del prossimo e ai principi democratici.
È perfino divertente vedere come anche coloro che non hanno studiato, e non brillano certo per acutezza di pensiero, si rendano conto che l’appoggiarsi ad un principio superiore renda apparentemente più forti. Nelle discussioni a proposito di denaro, quando alla fine ci si impunta, c’è spesso il balordo che dice: “Sa, non lo faccio per il denaro, ma è una questione di principio”. Ed è divertente vedere la sua faccia quando gli si risponde: “Va bene, io do ragione a lei sul principio e lei dà ragione a me sul denaro”.
Questa disonestà di fondo dei “migliori” fu diagnosticata in modo tanto brillante quanto brutale da Ernest Renan – uomo che il mondo dei credenti lo aveva conosciuto da vicino – quando affermò: “Ho conosciuto parecchi furfanti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto dei moralisti che non fossero dei furfanti”. E infatti, ciò che apparenta così facilmente il moralista al  furfante è che quest’ultimo, quando fa il proprio interesse, lo spaccia spesso per l’interesse della controparte, di Dio, della Morale, dell’Umanità. E il fatto che a volte sia addirittura in buona fede è soltanto un’aggravante.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 agosto 2017




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POLITICA
13 agosto 2017
I FATTI SMENTISCONO LE TEORIE SUI MIGRANTI
I Médecins sans Frontières, a proposito del “salvataggio” dei migranti, hanno rifiutato di firmare il regolamento emanato dal nostro Ministero degli Interni sul comportamento delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo perché questo regolamento imponeva la presenza a bordo delle navi di due agenti di polizia giudiziaria armati (carabinieri). Questi agenti avrebbero avuto il compito di controllare la conformità dell’attività svolta alle leggi del mare e alle leggi italiane. Il rifiuto di MsF è stato motivato dal fatto che, essendo questa un organismo non governativo, e dunque “neutrale” (fra l’Italia e gli scafisti?) la presenza di uomini armati a bordo era in contrasto con i suoi principi fondamentali.
Ieri comunque l’Italia ha molto ammorbidito il suo regolamento, affermando che gli agenti non sarebbero stati necessariamente armati, ma soltanto se ciò avesse deciso la magistratura nel caso specifico. A questo punto Médecins sans Frontières, sfidando il ridicolo, ha annunciato che rinuncerà alla sua attività umanitaria, perché essa è divenuta “troppo pericolosa”.  
Tutto ciò permette sapide considerazioni. Se l’Italia ha potuto rinunciare ai carabinieri armati è perché le armi non servivano a nulla. Nessuno ha mai pensato che si dovessero proteggere le navi dei soccorritori, e certo i carabinieri non dovevano sparare contro gli scafisti perché il sospetto era al contrario quello di una loro combutta con le o.n.g. Il loro ruolo era quello di osservare ciò che avveniva ed eventualmente riferirne all’autorità giudiziaria italiana. Ed è proprio ciò che volevano evitare gli operatori di Médecins sans Frontières. Prova ne sia che, una volta tolte le armi, non hanno firmato lo stesso il regolamento. Se l’avessero fatto si sarebbe del tutto eliminato l’andazzo precedente, e l’attività delle loro imbarcazioni si sarebbe trasformata in quella - teoricamente sempre sostenuta da tutti - di “occasionale salvataggio” dei migranti, e non di “servizio di taxi” concordato.
MsF si è trovata in un bell’imbarazzo. Prima, per non firmare, aveva avuto la scusa delle armi dei carabinieri, ma come rifiutare ora? Il “danno” della loro presenza rimaneva immutato. Ma per una volta il destino è sembrato venire in soccorso dell’organizzazione francese. La Libia ha vietato alle imbarcazioni delle o.n.g. di incrociare nelle immediate vicinanze delle coste libiche, dovendosi tenere a circa cento miglia nautiche, corrispondenti a circa 180 km. Naturalmente promettendo di difenderle (eventualmente con le armi) dalle intrusioni dei natanti non autorizzati. Ovviamente quelli di MsF si sono detti che non potevano più mettersi d’accordo con gli scafisti per appuntamenti in mare, perché i carabinieri se ne sarebbero accorti; non potevano nemmeno incrociare nelle vicinanze dei luoghi di partenza dei migranti, perché i libici lo avrebbero impedito, e tutto questo significava che avrebbero potuto “salvare” i migranti soltanto incontrandoli per caso, in mare aperto: episodio raro, e più o meno corrispondente a “mai”. Dunque meglio chiudere.
La realtà è trasparente. Mentre prima le o.n.g. traghettavano i migranti con la scusa degli “esseri umani in pericolo di vita”, in realtà erano d’accordo con gli scafisti. Ora alle parole dovevano corrispondere i fatti, e questo cambiava tutto. Nelle attuali condizioni, i Médecins dovrebbero realmente salvare chi si trova per caso in pericolo, e ovviamente non se ne parla. L’ampliamento della zona di sorveglianza libica li ha totalmente scoraggiati. 
E tuttavia, come giustificare il ritiro, confessando di aver mentito, fino ad oggi? Qualche genio ha avuto l’idea di affermare che, a questo punto, l’attività di salvataggio era divenuta “troppo pericolosa”. Ma di che si parla? Se le navi non entrano nelle acque territoriali libiche non corrono nessun pericolo. Sarebbe come dire: “Non mi avvicino al mare a meno di cinquanta metri, perché non so nuotare”. È una bugia infantile.
Insomma nel giro di qualche ora si è avuta la prova provata che tutta questa manfrina del salvataggio degli esseri umani in pericolo era una farsa. Gli italiani si lambiccavano il cervello per trovare un freno alla slavina di immigranti, ed è bastato un buffetto, anzi, sostanzialmente, la verità dei fatti, per far crollare l’ipocrita edificio dei “salvataggi” nel Mediterraneo. Il pericolo di vita non corrisponde certo alla situazione di coloro che in cento su un gommone semisgonfio si allontanano di qualche centinaio di metri dalla costa, perché hanno appuntamento con i “soccorritori”. Queste persone, salvo imprevisti, “fanno finta” di essere in pericolo. E quando gli imprevisti si sono verificati, è stato soltanto perché non si è realizzato il normale programma.
A quanto pare, il “velo di Maya” era veramente una sottile garza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 agosto 2017




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POLITICA
10 agosto 2017
IL REATO DI PIETA'
Se lascia loro e viene da noi è un convertito, se lascia noi e va da loro è un traditore. Morale: non bisogna lasciarsi suggestionare dalle parole e dalle loro connotazioni. Contano i fatti. 
E poi non bisogna essere disonesti Se il giudice assolve l’imputato di omicidio, il padre della vittima non può dire: “Hanno ucciso mia figlia una seconda volta”, perché nessuno può essere ucciso due volte e la bassa retorica è irritante. Non può dire: “Hanno lasciato libero l’assassino di mia figlia”, perché queste parole significano che i magistrati hanno reputato quell’uomo colpevole e tuttavia l’hanno lasciato libero. Se ciò fosse vero, e si potesse dimostrarlo, quei giudici non andrebbero biasimati, andrebbero denunciati. Si può certo contestare la sentenza (se non fosse lecito non esisterebbe l’appello) ma con queste parole: “Io rimango convinto che sia lui il colpevole”. Oppure (se se ne è capaci): “Io sono convinto della sua colpevolezza, e posso dimostrarvelo. Ascoltatemi”. Cosa che fra l’altro è molto più efficace di un po’ di retorica spicciola.
Analogamente, non si può invocare la libertà di parola per qualunque cosa si sia detta. Chiunque può affermare che il Tal dei Tali è stato un pessimo ministro, ma non può dire che “ha rubato a man bassa”. Perché il primo è un giudizio politico, il secondo costituisce diffamazione con l’attribuzione di un fatto determinato, cosa che può del tutto naturalmente comportare una condanna penale. 
Sia detto di passaggio, al riguardo qualcuno potrebbe obiettare che all’indirizzo di quel ministro ha sentito gridare “Ladro, ladro, ladro!”, in Parlamento, e  che l’accusato di diffamazione ha manifestato esattamente lo stesso pensiero. In realtà la questione è più complessa. I deputati (ai sensi dell’art.68 della Costituzione) non sono punibili per qualunque cosa dicano nel corso della loro attività politica, ma di analoga guarentigia non fruiscono i privati cittadini. Anche se potrebbe funzionare per loro – se avessero da fare con giudici particolarmente scrupolosi – l’esimente di cui all’art.59, 4° comma,  del codice penale.
Sempre a proposito di “parlare a sproposito”, qualcosa del genere si verifica in questi giorni. Gli accusati di reati connessi con l’immigrazione clandestina, invece di proclamarsi innocenti (se non hanno commesso il fatto), o colpevoli (se lo hanno commesso) se la cavano costantemente con un escamotage: “Se soccorrere chi rischia di morire è un reato, ho commesso questo reato. E lo commetterò ancora”. Applausi. 
Questa frase è di una stupidità esemplare. L’idea di definire reato il salvataggio di chi rischia di morire è contraria ai più elementari istinti della nostra specie, ed è un assoluto assurdo in un Paese come il nostro. Se qualcuno è accusato di aver commesso un atto punibile, si può star certi che non è quello di aver salvato qualcuno. Sicuramente si tratta di qualche circostanza concomitante, di un reato occasionato da quel fatto, non certo di un disinteressato atto di umanità.
Non bisogna dunque stravolgere la realtà dei fatti e la loro qualificazione giuridica. Se esistesse una norma che punisce ciò che si reputa un atto di umanità per il quale bisognerebbe essere lodati e non puniti, non bisogna contestare l’attività del giudice, il quale applica soltanto la legge, ma quella del legislatore, cioè del Parlamento. Se la legge punisce severamente l’offesa al Presidente della Repubblica (senza nemmeno che egli si scomodi a presentare una querela) non bisogna prendersela con lui, se si è processati; e neppure col giudice: una legge va osservata perché esistente, non perché giusta. E se è ingiusta ne va invocata l’abolizione o la modifica, non l’inosservanza. 
Per tutte queste ragioni, le eventuali contestazioni alla nuova regolamentazione dell’attività delle organizzazioni non governative in materia di salvataggi in mare ed immigrazione clandestina vanno motivate tecnicamente. Sarà ovviamente lecito invocare le ragioni ideali che stanno alla base di una nuova norma al momento di formularla, cioè de iure condendo, ma cavarsela insultando il Parlamento che l’ha votata, e i funzionari dello Stato che la applicano, non è cosa degna di persone intelligenti.
Che è poi la spiegazione della frequenza con la quale si sentono questi insulti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 agosto 2017




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POLITICA
9 agosto 2017
CANTONATE DELL'ECONOMIST
Riferisce un articolo di Repubblica(1) che, secondo l’Economist, la data della guerra contro la Corea del Nord è già fissata. Si avrà nel marzo del 2019. Si conteranno trecentomila morti nella Corea del Sud e un numero incalcolabile al nord, su cui gli americani sganceranno “la madre di tutte le bombe nucleari, la B61-12”. E non si sa quante migliaia saranno le vittime cinesi del fall out proveniente da sud. E come reagirà la Cina?
Se non avessimo già visto con quale disinvoltura, disinformazione e faziosità l’Economist trattò a suo tempo Silvio Berlusconi, strabuzzeremmo gli occhi e, nel dubbio, toccheremmo ferro. Invece, ammaestrati dal fatto che quella grande testata non è garanzia di verità e a volte neppure d’intelligenza, possiamo fare alcune semplici considerazioni.
Gli Stati Uniti hanno usato l’atomica a Hiroshima e Nagasaki. Il mondo non l’ha mai dimenticato e, in grande misura, non gliel’ha nemmeno perdonato. Gli americani hanno sempre fatto notare che, considerata la mentalità del tempo, i giapponesi si sarebbero fatti uccidere più o meno tutti, pur di ritardare l’avanzata dei nemici sul suolo giapponese. Si era già visto ad Okinawa. Insomma sarebbero morti milioni di giapponesi, uccidendo centinaia di migliaia di americani, senza alcun senso politico o militare, avendo il Sol Levante tecnicamente già perso la guerra da tempo. La cosa è talmente vera, che l’Imperatore Hiro Hito, intenzionato a salvare i suoi sudditi, ebbe grandi difficoltà a far accettare la resa. E benché tale fosse la sua volontà, alcuni suoi alti ufficiali non si rassegnarono alla vergogna di una sconfitta accettata e si suicidarono.
Gli americani, sapendo tutto questo, si resero conto che bisognava convincere i giapponesi che la resistenza era inutile e tragica. Uccidendo centomila abitanti di Hiroshima si sarebbero salvate milioni di vite, e tuttavia Hiroshima non bastò: fu necessario sacrificare anche Nagasaki, e fu necessario che l’Imperatore fosse più ragionevole del suo Stato Maggiore. Ebbene, malgrado tutto ciò, gli Stati Uniti non sono stati perdonati. Come si può immaginare che oggi essi potrebbero usare l’atomica contro la Corea del Nord, senza necessità?
Washington non ha alcun interesse a sterminare i coreani, del resto innocenti delle follie del loro dittatore. Vogliono soltanto impedire che quel Paese possa rappresentare una minaccia per i suoi vicini e per gli Stati Uniti. E per rendere inoffensivo un cobra non è necessario ucciderlo, basta togliergli le ghiandole velenifere.
È pensabile che gli americani scatenino una tempesta di fuoco “come il mondo non l’ha mai vista”, ma con bombe convenzionali. Che del resto fanno già abbastanza danno. Distruggerebbero tutti gli impianti di produzione nucleare noti e tutti gli impianti che che “forse” sono tali. Bombarderebbero con bombe di straordinaria potenza anche i sili dove potrebbero essere contenuti i missili, e dovunque farebbero danni immensi. Ovviamente ucciderebbero anche – questo sì - chiunque si trovasse sul posto o azzardasse una mossa di difesa, ma la città di Pyongyang non avrebbe nulla da temere. Al massimo potrebbe essere distrutta la reggia dei Kim, ma soltanto per il valore simbolico della cosa. Niente milioni di morti, niente armi nucleari, niente fall out sulla Cina, niente incubi di giornalisti afflitti da cattiva digestione.
Ovviamente, dopo questa prima ondata, gli americani sorveglierebbero la zona e sarebbero pronti ad una seconda ondata, se appena scoprissero di aver trascurato qualcosa. Ma non immagino nulla di più. Potrei sbagliare, certo, ma neanche l’Economist si priva di questa possibilità.
Una seconda ipotesi, e qui veramente ci sono da fare gli scongiuri, è che i nordcoreani osino provare ad inviare un missile atomico sugli Stati Uniti o anche sulla Corea del Sud. In questo caso, se c’è un attacco con armi nucleari, è concepibile che si risponda con la stessa moneta. E allora sì, la Corea del Nord si sarebbe suicidata. 
Se una bomba atomica scoppiasse sulla Corea del Sud, della sorella del Nord non rimarrebbe pietra su pietra. I morti non sarebbero “alcuni” milioni, ma “molti” milioni. Sempre che questa vendetta non si attui anche se il missile sia fatto scoppiare in volo, dal momento che, secondo il codice penale, l’articolo che punisce l’omicidio è lo stesso che punisce il tentato omicidio, sempre il 575.
Ma prima di pensare all’Apocalisse è meglio ipotizzare un bombardamento tremendo, modello Seconda Guerra Mondiale o peggio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 agosto 2017
 (1) Angelo Aquaro, Sfida agli Usa, Pyongyang alza il tiro ma arrivano i primi segnali di svolta, la Repubblica, 8 agosto 2017




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POLITICA
8 agosto 2017
IL RISCHIO DI CHI ABBAIA
Una delle caratteristiche delle autocrazie moderne è che, disponendo del controllo totale dei giornali, non hanno limiti nelle vanterie, nelle minacce e nelle bugie. Invece, in democrazia, la pluralità delle voci è una garanzia di libertà e di controllo della verità. Se il governo dice qualcosa di falso, i giornali d’opposizione si fanno un piacere di gridare che sta mentendo. E all’occasione non si privano neppure di ricordare le promesse non mantenute, i programmi non realizzati, e tutti i fallimenti di chi è al potere. 
Un esempio indimenticabile di “verità di regime” risale a circa tre lustri fa. Gli Stati Uniti – a torto o a ragione - parlavano di dare una lezione esemplare a Saddam Hussein, e questi, invece di cercare di dimostrare che sarebbe stato un errore, ha cominciato a sparare minacce apocalittiche. Gli americani, proclamava, non sapevano in che guaio si stavano mettendo, quale prezzo avrebbero pagato in termini di sangue e quanto si sarebbero pentiti di avere attaccato l’esercito irakeno. Sappiamo come andò a finire: gli Stati Uniti vinsero sul campo in poco più di cento ore. Ma questa fu soltanto l’umile realtà. Fino al giorno prima, nel sogno, Saddam Hussein era stato temibile e molti commentatori occidentali si erano compiaciuti di prenderlo sul serio, soltanto in odio agli americani.
E tuttavia c’è un dubbio più difficile da chiarire. Il popolo irakeno poteva non sapere come stavano le cose, perché non aveva una stampa libera. I giornali occidentali potevano dar retta a Hussein perché gli antiamericani non mancano mai, perché gli imbecilli non mancano mai, e perché gli imbecilli antiamericani sono imbecilli due volte. Ma lo stesso Saddam Hussein? Lui era ovviamente informato. Basterà un solo particolare tecnico: i carri armati americani, fra le altre caratteristiche, avevano una gittata talmente superiore a quella dei carri irakeni, che erano in grado di distruggerli prima che questi potessero rispondere al fuoco. Dunque Hussein sapeva di mandarli al macello Per non parlare del dominio americano del cielo. E allora, a che scopo Hussein formulava quelle tremende minacce, se poteva far paura a molti, ma non agli unici che contavano, cioè ai militari americani?
Lo stesso problema è oggi sul tappeto a proposito della Corea del Nord. Questo poverissimo Paese è sul punto di essere attaccato dagli Stati Uniti, e il suo dittatore, mentre apprende che le nazioni più importanti, praticamente all’unanimità, stanno decidendo ulteriori e pesanti sanzioni economiche contro di esso, tuona che: “La vendetta sarà mille volte più grande”, e nessuno costringerà Pyongyang a rinunciare al suo programma nucleare. La Corea “è pronta a dare agli Stati Uniti una severa lezione con la sua forza nucleare strategica”. La quale “forza” non minaccia nessuno, “eccetto gli Usa” e chi desse loro manforte. Inoltre, avverte Kim Jong-un, gli Stati Uniti non devono contare sul fatto che sono difesi da un Oceano. Dimenticando che quello stesso Oceano è ciò che dà tempo anche ai tirasassi di colpire un missile balistico. C’è da sgranare gli occhi. Quasi si vorrebbe chiedere. “Ma scherzate o dite sul serio?”
I molti che hanno la vocazione di sostenere sempre e comunque chi ha torto (una legione, anzi, un esercito, quando si tratta dei palestinesi) difendono Kim Jong-un con un argomento vecchio ma sempre efficace: “Non parla sul serio”. “È propaganda di regime”.“Coltiva l’orgoglio nazionale”. Insomma, è un cane che abbaia ma non morde, anche se oggi ha denti nucleari.
Queste giustificazioni non valgono nulla. È vero, ci sono cani che abbaiano ma non mordono ma, vedendo un cane minaccioso, chi saprebbe dire se morde o  abbaia soltanto? A Monaco, nel 1938, ci si convinse che Hitler non era pericoloso, era soltanto un po’ smargiasso. E quell’errore non è stato certo l’unico, nella storia. Sicché la giusta regola è sparare a qualunque cane che si mostri aggressivo, senza chiedergli la sua opinione sui rapporti con gli umani. Nel caso risultasse poi una brava bestia che non farebbe male a nessuno, chiederemo scusa ai suoi padroni per averlo soppresso, ma loro avrebbero dovuto tenerlo al guinzaglio.
Rispetto ai cani, nel caso della Corea del Nord, c’è una differenza. Quelle care bestie seguono il loro istinto e non sono colpevoli di niente, tanto che se avessimo ammazzato un cane che non ci avrebbe mai morsi ne saremmo molto dispiaciuti. Viceversa – in campo internazionale - chi minaccia il peggio al prossimo non dovrebbe lamentarsi, se riceve una schioppettata in mezzo agli occhi. Perché se la sarebbe cercata. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 agosto 20170




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POLITICA
7 agosto 2017
LITTLE MONSTERS
Un agriturismo vicino Bologna fa affari perché non accetta minori inferiori dei quattordici anni e assicura un ambiente riposante, silenzioso e civile. Naturalmente il proprietario è stato bollato con giudizi di fuoco su molti social, e qualcuno si è chiesto se quel divieto sia legale.
Secondo il Testo Unico della legge di pubblica sicurezza (art.187), gli operatori “non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo”. Ma nessuno può vietare a un club, a un bar, a un albergo di avere delle regole. In un club di nudisti non si può circolare vestiti. Il divieto di fumare ormai è pressoché generalizzato. Sembra strano doverlo ricordare, ma durante un concerto di musica classica non è permesso nemmeno bisbigliare. Negli aeroplani non è permesso stare in piedi durante il decollo o l’atterraggio. Ognuna di queste regole corrisponde ad un “legittimo motivo”, e nessuno può lamentarsene. Dunque rimane da vedere se sia giuridicamente plausibile il divieto riguardante i minori. Fra l’altro, anche se sono molto rari, soprattutto in Italia, esistono bambini beneducati. Possibile che, soltanto per la loro età, siano esclusi loro e la loro famiglia?
Il divieto, diranno molti, sarebbe comprensibile non  per tutti i bambini, ma per quelli che gridano, giocano a palla, corrono incontrollati, a volte perfino fra i tavoli, cantano, si azzuffano e dànno fastidio. Il fatto è che non c’è modo di distinguerli. Se i little monsters fossero di colore verde, basterebbe scrivere un cartello: “Non sono ammessi i bambini verdi”. Ma il guaio è che da prima sembrano uguali agli altri. E allora, quid iuris?
Immaginiamo che una famiglia con bambini si presenti in un albergo, in un ristorante, in un agriturismo, e si appresti a fruire dei servizi dell’impresa. Naturalmente accettandone le condizioni. Poi però i bambini si comportano come dei selvaggi e l’esercente (ancora una volta a rigor di legge), ingiunge alla famiglia di andar via, anche se ha pagato la stanza, il pranzo o quello che sia. Perché questo impone il diritto. “Secondo la legge, io non ti posso vietare l’ingresso, secondo la legge tu non puoi dare fastidio agli altri clienti”. È verosimile che la famiglia obbedisca, senza sollevare obiezioni? Ed è verosimile che i carabinieri, se richiesti, intervengano per far rispettare quel contratto? In Italia, dove il bambino è re? 
E allora il dilemma è chiaro. Lo Stato deve assicurare la quiete pubblica, e dunque i carabinieri dovrebbero intervenire. Se lo Stato non è in grado di farlo o non vuole farlo, il cittadino – come avviene nel caso della legittima difesa – ricupera il diritto di tutelare da sé i propri interessi. Che poi sono anche gli interessi degli altri clienti, come si deduce dal successo dell’agriturismo di Bologna. E questa tutela si può ottenere soltanto preventivamente, eliminando la possibilità che la situazione conflittuale si verifichi. Esattamente rifiutando l’ingresso anche ai minori (forse) bene educati.
Perfino chi adora i bambini dovrebbe riconoscere che la legge non può essere strabica. Se impone ai terzi i bambini, deve imporre ai bambini di essere bene educati; e se non lo sono, non può imporli. 
Il problema non è né nuovo né esclusivamente italiano. In altri Paesi sono nati (con sovrapprezzo) i voli “childrenfree”, dove quel free suona come il “senza” in senza conservanti e senza coloranti.  Insomma comincia ad essere lecito essere stanchi delle “piccole pesti”. 
Sotto traccia, il problema ci riporta ad un fondamentale istinto della specie. Poiché i bambini rappresentano la sopravvivenza dell’umanità, molta gente per istinto considera empio e inammissibile che qualcuno non li adori, sempre e comunque. Al ristorante non sopporterebbe mai cani, barboni, ubriachi molesti e pitoni inoffensivi, ma chi glielo facesse notare otterrebbe uno scandalizzato: “Ma mi vuoi dire che sono la stessa cosa?” E purtroppo la risposta, per chi non adora i bambini, è sì: “Io non ce l’ho con i bambini, io ce l’ho col rumore”.
Ma è un discorso in salita. Perché chi dovrebbe applicare la legge ha gli stessi istinti della maggioranza delle persone. La giurisprudenza italiana ha infatti imposto ai condomini di tollerare l’abbaiare dei cani (e Dio solo sa quale livello sonoro hanno queste bestie) con la motivazione che quel rumore “è normale nella vita associata”. Cioè devo sopportare un enorme fastidio soltanto perché è frequente. Ma forse molti giudici di cassazione abitano in villa ed hanno dei cani. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 agosto 2017




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