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POLITICA
16 giugno 2019
LA SOSTENIBILITA'
Quasi tutti sono in grado di stare su un solo piede. Dunque la cosa è possibile. Ma chi si fidasse troppo di questa affermazione sarebbe presto deluso: infatti dopo qualche secondo o poggia per terra l’altro piede o cade. 
L’osservazione è pedestre (quant’altre mai) ma ovvia: non sempre ciò che è possibile è sostenibile. E tuttavia l’esatta valutazione del tempo, in materia di sostenibilità,  non è da tutti. Mentre  il bambino vive annegato nel presente e raramente si pone il problema del dopo, l’adulto e il vecchio si proiettano nel futuro, tanto da essere sempre preoccupati per ciò che avverrà. Quando le malattie sono un’esperienza ben nota, e la stessa morte una prospettiva non inverosimile, i vecchi si allontanano dai piaceri momentaneamente positivi, come le ubriacature, e si volgono ai piacere che si possono avere a lungo e che, soprattutto, non fanno male: dormire, ascoltare musica, sorseggiare tè, conversare con gli amici, leggere.
Col tempo si impara che la bellezza – come la giovinezza – non è sostenibile nel tempo e che l’amore non è al prezzo della bellezza: è al prezzo dell’amabilità. Anche la felicità è al prezzo del buon senso, del buon carattere stabile, e perfino di qualità cui non si bada a sufficienza, come il humour e, ovviamente, l’intelligenza. Perché si può essere amabili a quindici come a settantacinque anni, mentre giovani si è per un ventennio. Lo stesso successo è un infìdo compagno di strada. Chi non ama tanto il successo, quanto la conquista di un sempre  nuovo successo, non avrà mai pace. E dal momento che la serie dei successi fatalmente si fermerà ad un dato livello, ciò costituirà per l’interessato  una frustrazione: “Perché si è inceppato, il meccanismo? Perché non sono andato oltre?” Chi esagera difficilmente sarà felice perché, per sé stessa, l’esagerazione è insostenibile. 
Questo genere di considerazioni bussa con insistenza, nella nostra mente, a proposito dei due onnipresenti, ineffabili protagonisti della politica attuale, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Costoro  esagerano continuamente, in tutte le direzioni. Si vedono troppo, fino ad essere importuni prima ancora che aprano bocca. Passano continuamente il segno in materia di promesse, di bugie e di cattivo gusto. Peccano nel linguaggio e nella demagogia. Hanno un totale disprezzo della verosimiglianza,  dell’intelligenza degli italiani e perfino di quell’implacabile realtà che li attende al capolinea.
 Ovviamente a queste critiche potrebbero rispondere sbandierando gli applausi e i voti ricevuti. Per non parlare – nel caso della Lega – dei mirabolanti risultati delle elezioni europee. I Dioscuri (come qualcuno li chiama, offendendo la mitologia greca) trattano le loro cariche politiche come enormi giocattoli con cui fare baccano. Sfrecciano sopra le teste dei concittadini facendo ciao ciao con la manina e amano immaginare i cittadini come bambini poveri e vagamente invidiosi che li guardano col naso in su, mentre loro se la godono sulla giostra. 
Lo spettacolo è deprimente. E c’è da compiangerli, pensando alla situazione in cui si troverà uno come Di Maio, una volta sbolliti i fumi dell’alcool. Probabilmente passerà dei mesi a chiedersi come è successo che, mentre un momento prima sedeva su un trono, ora sta sulla paglia insieme con Matteo Renzi. Il quale per giunta, in confronto a lui, è un gigante.
Il successo stabile dipende da ben altri comportamenti. Dovrebbero tutti andare a scuola da personaggi come Angela Merkel. Per non parlare, andando indietro nel tempo, di Konrad Adenauer, o di quell’autentico, straordinario genio che fu Talleyrand. 
Viviamo un’epoca sguaiata, smodata, e perfino maleducata. L’ignoranza non è più una vergogna, ma un diploma di autenticità e di vicinanza al popolo. La demagogia più sfacciata, quella che nega la più ovvia realtà, è presentata come coraggiosa promessa. Siamo alla catena di S.Antonio dei rilanci. E dal momento che la razionalità non ha più corso legale, al Salvini di turno non si può opporre nulla. Mentre ruotano entusiasticamente come dervisci impazziti, non rimane che aspettare: le loro stesse vertigini li abbatteranno. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
16 giugno 2019



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POLITICA
14 giugno 2019
CONVERSAZIONE CON GLI AMICI
Gli amici se ne saranno accorti. I miei articoli non sono più quotidiani e spesso non trattano di politica. In verità, io continuo a scrivere articoli, anche di politica, e poi li butto nel cestino. O nella memoria del computer, che molto gli somiglia. La ragione è che mi sembrano inutili, banali, ripetitivi, in una parola noiosi. Più o meno come mi sembrano noiosi gli articoli dei grandi editorialisti. Questi a volte mettono a fuoco, con sapienza, un minuto particolare della nostra attualità nazionale, ma inevitabilmente lasciano da parte il problema centrale: dove stiamo andando, di questo passo? Che ne sarà di noi? Ci avviamo al happy ending o alla catastrofe? Domande per le quali nessuno ha la risposta. Anche perché raramente un governo fu più cangiante, proteiforme, incostante, inconsistente, mutevole, umorale e disorientato di quello attuale.
Per giunta coloro che sono al potere danno la sensazione di non accorgersi della serietà del momento. Al più alto livello continuano a litigare come se la macchina dovesse guidarsi da sola, e loro potessero occuparsi degli affari loro. Il treno corre a duecento all’ora, non si sa se la linea ferroviaria sia sgombra, e i responsabili continuano a discutere sulle pizze da ordinare o sulle liti dei figli. Un momento si abbracciano e parlano dei regali che si faranno a Natale, un momento – quando sono in vena di essere beneducati – si mandano al diavolo. Ma anche questo è stato detto e scritto cento volte. E poiché non sembra ci sia modo di svegliare la comunità nazionale da questa ipnosi, non rimane che attendere il botto finale, il momento in cui l’esplosione sarà abbastanza forte da proiettarci morti o vivi in qualche prato distante decine di metri. Chissà, forse allora si percepirà per intero la follia di non aver provato ad occuparsi del problema quando ancora si era in tempo.
Oggi Cassandra deve tacere. La sua voce vale quanto il suo silenzio, e forse meno. Un solo esempio e – badate – si parla di numeri, non di opinioni. Per disinnescare l’aumento dell’Iva, a fine anno, sono necessari ventitré miliardi. Dove sono questi soldi? Li abbiamo? Ecco una domanda che sembra non interessare minimamente a Matteo Salvini. Questi  ha solo il problema di spendere altri trenta miliardi per la tassa piatta. Forse il suo ragionamento è più semplice del mio: “Ho bisogno di ventitré miliardi per l’Iva e non li ho. Allora, nello stesso modo come spenderò ventitré miliardi che non ho, potrò anche spenderne cinquantatré, ché tanto il finanziamento è uguale per ambedue le partite: zero per ventitré fa zero esattamente come zero per cinquantatré”, E dovremmo occuparci di deliri contabili di questo genere?
Poi uno si mette a fare ipotesi fantascientifiche: vuoi vedere che l’intenzione di Salvini è quella di far saltare in aria l’intera Italia? Questo , dopo tutto, è meno delirante del programma di spendere cinquantatré miliardi che non si hanno. Ma se così fosse, perché non ci avverte? Non crede che avremmo il diritto di dire la nostra, al riguardo? O reputa che non abbiamo il diritto di mettere il naso negli affari nostri?
Come avrebbe detti Giacomino Leopardi: “Ove per poco il cor non si spaura”. Ed io  perché mai dovrei tediarvi con i miei incubi? Soprattutto considerando che personalmente non ho molto tempo da vivere, e dunque nemmeno da soffrire. Comunque vada, a me è andata meglio dei giovani attuali. Io ho profittato di un’Italia spendacciona, felice e incosciente mentre, insieme ai miei coetanei vi lascerò in eredità un’Italia disastrata e il conto da pagare. 
Non vedo perché per giunta dovrei fare l’uccello del malaugurio. Dunque, buon divertimento e siate felici. Il sole continua a splendere
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 giugno 2019



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POLITICA
13 giugno 2019
LA DECOSTRUZIONE
Un giovane semianalfabeta (intendo col Diploma di Scuola Media Inferiore) vedendomi disponibile al dialogo, mi ha chiesto: “Io vorrei conoscere meglio me stesso. Che libro mi consiglia?” Non sapendo che cosa dire, ho dato la risposta più sincera: “Proprio non saprei”. Ma mi è rimasta sullo stomaco la domanda. Che deve essere proprio difficile. Infatti, secoli prima di Cristo qualcuno ha scritto sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi, gnothi sautòn, conosci te stesso.
Ripensandoci, il problema è doppio. Infatti alla domanda: “ Chi sono?” da un lato sarebbe corretto rispondere: “Sono un essere umano”, dall’altro questa potrebbe essere considerata una risposta evasiva. La domanda infatti sostanzialmente era: “Chi sono io in particolare?” 
Come se non bastasse, le eventuali risposte aprono la porta a un’altra serie di domande. Da un lato: “E quali sono le caratteristiche dell’essere umano?”, dall’altro: “Ciò che ho affermato riguardo a me stesso corrisponde a verità?” In fondo, se il dio Apollo comandava gnothi sautòn, era perché pensava che non ci conoscessimo.
Se siamo vecchi e sereni, abbiamo convissuto per tanti anni con noi stessi da essere diventati buoni amici. E l’argomento ha perso interesse. È più utile tentare di rispondere alla domanda: “Chi sono, in quanto essere umano?” Anche perché rispondere non è impresa da poco.
Tutti concordiamo nell’idea che siamo mammiferi superiori, più o meno della classe dei primati, discendenti da ominidi più o meno vicini agli essere umani attuali. Ma personalmente comincio a divergere dall’opinione corrente non appena, completata quella descrizione, aggiungo: “e nient’altro”, mentre la maggior parte dei miei simili parte da quel dato per parlare di tutto ciò che di serio ed importante riguarda l’uomo. Tanto da rendere inadeguata la definizione di mammifero. 
Ecco il punto. Per me l’uomo è il più intellettualmente evoluto  degli animali, ma nulla di più. Per comprenderlo veramente, la difficoltà non è tanto sapere ciò che bisogna aggiungere alla definizione tassonomica, quanto ciò che bisogna togliere dalle illusioni correnti, considerando le infinite sovrastrutture che la società ha accumulato sul nostro conto. 
E qui siamo costretti a svoltare nella metafisica. Non si può discutere con colui che è seriamente religioso e crede in un Dio provvidenziale che si occupa della sorte di ognuno di noi. Non per disprezzo o pregiudizio, ma perché lui ha una Fede, e fede significa fiducia, non razionalità. Per lui l’uomo è figlio di Dio, ha un’anima, e se si è comportato bene andrà in Paradiso, dopo la morte. Per lui Dio sa tutto, vede tutto, si occupa di tutto, e può intervenire su tutto, solo che lo voglia. Insomma ha una sua concezione della realtà che sarebbe vano voler rimettere in discussione. Ecco perché premetto che sto per parlare a coloro che sono lontani da questa mentalità.
Nel mondo dell’homo sapiens come lo vedo io, non c’è nessun dio. L’homo sapiens non ha un’anima e dopo morto è una carogna come lo è la carogna di un cane o di uno gnu. Noi non siamo destinati né alla giustizia né all’ingiustizia. Nella vita può andar bene ai buoni e male ai cattivi o bene ai cattivi e male ai buoni. Possiamo avere molto più o molto meno di ciò che meritiamo, in tutte le direzioni. Se ci comportiamo con intelligenza e correttezza, le cose ci andranno meglio che agli altri, ma non sempre. Insomma siamo immersi in una società in cui non vige nessuna regola e impera da un lato la causalità, dall'altro la casualità. In un miscuglio inestricabile.
Ecco perché la grande fatica dell’orientamento nella realtà non è tanto quella di “imparare” tutto ciò che si crede a torto sia la realtà, ma quella di disimparare, di dimenticare, di “decostruire” l’immenso edificio delle nostre illusioni. Tutto ciò che si insegna ai bambini tende a disorientarli. Gli si insegna che chi è mite, chi obbedisce, chi è “buono” avrà ogni fortuna, mentre chi è “cattivo” avrà ogni sfortuna. E il bambino, l’adolescente, il giovane ci mette una vita a capire che non è vero. Al bambino bisognerebbe dire: “Comportati bene se no ti punisco in modo da fartene pentire. Poi, quando sarai tu il più forte, deciderai tu che cosa è bene e che cosa è male”. Lezione dura ma non ipocrita. 
Sicuramente non bisogna insegnare a porgere l’altra guancia perché, se questa fosse la regola, nella savana non si salverebbe nessuno. Bisogna insegnare non tanto a porgere l’altra guancia, quanto a non dare il primo schiaffo. “Noi siamo animali sociali, e se tratterai male il prossimo, il prossimo tratterà male te: la cosa non ti conviene”. Ecco una lezione etologica che è, nello stesso tempo, morale e fondata.
Ma per arrivare a tutto questo non bisogna avere idola. Bisogna essere capaci di vedere nella realtà ciò che realmente c’è, e non ciò che ci potrebbe o ci dovrebbe essere. In questo modo da un lato si sarebbe corazzati contro le disillusioni, dall’altro si potrebbe essere dei modelli di virtù, soltanto per avere scoperto che, comportandosi da galantuomini, in fin dei conti si vive meglio che cercando continuamente di barare. 
Questa decostruzione dei miti, degli idola, delle illusioni, dei pregiudizi, è l’impresa di una vita. Io l’ho cominciata da ragazzo e non ho mai avuto a pentirmi dei risultati. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
12 giugno 2019
 




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POLITICA
10 giugno 2019
I FIGLI DI SALVINI E QUELLI DEGLI ALTRI
“Se le regole europee mi dicono di non dare da mangiare a mio figlio che ha fame io che faccio? Secondo me viene prima mio figlio e i miei figli sono 60 milioni di italiani”. Ecco che cosa ha risposto Matteo Salvini quando gli hanno parlato della procedura d’infrazione che l’Europa sta aprendo contro l’Italia, e degli eventuali vincoli che essa ci imporrebbe. 
Quando ho letto questa frase, da prima non ho potuto commentarla, perché le lacrime di commozione erano tali che vedevo lo schermo tutto appannato. Quando finalmente mi sono ripreso – ma non è stato facile - ho ritrovato la forza di rispondere a questa epica tesi.
Immaginiamo che Salvini abbia dei figli affamati, e non abbia il denaro necessario per comprare loro del cibo. Si trova in strada, circondato da circa ventisei, tra ristoranti e pizzerie, ma da un lato, come detto, non ha soldi, dall’altro i ristoratori, temendo che l’italiano passi a vie di fatto, stanno sulle loro soglie pronti a difendere i loro esercizi. Se necessario aiutandosi l’un l’altro. In che modo Salvini può costringere gli altri Paesi dell’eurozona a nutrire i suoi sessanta milioni di figli?
Scendiamo sul concreto. Se l’Italia spende in deficit, aumenta il proprio debito pubblico e questo potrebbe portarla al fallimento (anche se di solito lo si chiama più elegantemente default). Ora Salvini potrebbe dire: “Ma se falliamo sono fatti nostri, no?” Il fatto è che, appunto, non lo sono. Perché, partecipando all’area euro, si tratta di fatti comuni. Se l’Italia vuole fallire a suo piacimento , esca prima dall’euro e, per far buon peso, anche dall’Unione Europea. Ma finché non lo fa un suo eventuale fallimento provocherebbe una gravissima crisi, ed ecco perché l’Unione Europea, esercitando un legittimo diritto di autodifesa,  ci vuole imporre di non contrarre ulteriori debiti.
Ma non è l’unico motivo. Ce n’è un altro, precisamente economico,  che rende insulso il discorso di Salvini. Immaginiamo che l’Europa – totalmente impazzita - dica all’Italia: “Fai tutti i debiti che vuoi. Fra l’altro ho parlato con le Borse, e il globo terracqueo si è impegnato a non farti fallire”. Sembra un sogno e tuttavia avverrebbe che, immettendo sempre più denaro nel sistema, l’euro si inflazionerebbe. Di poco o di molto, non importa. Quello che importa è che, quando uno Stato immette in circolo denaro inflazionistico, i primi prenditori di quel denaro acquistano le merci al prezzo di prima – cioè prima che i prezzi abbiano il tempo di aumentare – mentre i percettori di reddito fisso, avendo lo stesso denaro di prima,  quando il prezzo aumenta comprano più caro le merci, e dunque ne acquistano meno. In altri termini, il vantaggio che ricevono i primi prenditori è pagato dagli ultimi prenditori. Ecco perché l’inflazione conduce i poveri alla disperazione, come vediamo in Venezuela.
Tornando al caso dell’euro, se l’Italia spendendo e spandendo in deficit, immette denaro a fronte di niente nell’area euro, di questo denaro falso profittano i sessanta milioni di figli di Salvini, ma lo scotto lo pagano le altre decine di milioni di figli che appartengono agli altri ventisei Paesi dell’area euro. Domanda per Salvini: lui che parla tanto di legittima difesa riconosce che quei ventisei padri hanno più diritto di difendere il cibo dei loro figli di quanto abbia lui il diritto di sottrarglielo con la forza?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      10 giugno 2019



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POLITICA
9 giugno 2019
MINIBOT PER MINIECONOMISTI
Il denaro è un facilitatore degli scambi. Il barbiere che ha passato ore a tagliare capelli, alla fine, avendo incassato del denaro, va a comprarsi da mangiare e a fare benzina. Il denaro che lui versa ai commercianti corrisponde, sostanzialmente, al valore del lavoro fatto. Un baratto mediato dalle banconote. Il denaro misura impersonalmente il valore di una prestazione, e la incorpora nel biglietto di banca, che costituisce dunque un credito nei confronti  della collettività. 
È proprio questo che distingue il denaro stampato dallo Stato da quello del falsario. Il denaro del privato onesto corrisponde ad una quantità di ricchezza che egli ha prodotto col suo lavoro, mentre il falsario non offre nulla in cambio di ciò che compra con la moneta falsa. Per questo è un ladro. Attenzione, come questo ladro si comporta anche lo Stato quando stampa moneta in eccesso rispetto a quella che ottiene col fisco. Perché la moneta che gli danno i cittadini è frutto del loro lavoro (ed è un credito reale) mentre quella che lo Stato stampa in eccesso è moneta a fronte di niente. Moneta che provoca inflazione, cioè diminuzione del valore della moneta circolante, e dunque costituisce anch’essa un furto perpetrato contro la collettività. 
I titoli di Stato non sono moneta, sono titoli di credito. Bot significa Buono Ordinario del Tesoro e si tratta cioè di una cartella che il risparmiatore compra, versando soldi allo Stato, il quale dal suo lato si impegna a restituire quella somma, più gli interessi, dopo il tempo stabilito. Per questo si parla di Bot a sei mesi, a un anno, a dieci anni. In sostanza, il privato concede un prestito a interesse allo Stato e lo Stato si indebita, vendendogli quella cartella.
Ora ammettiamo che lo Stato stampi Bot di piccolo taglio, diciamo da mille euro,  e poi dica agli imprenditori cui deve del denaro: “Ti sono debitore di 75.000€. Ti va se ti do 75 Minibot, scadenza cinque anni, interesse del 2%? Se li accetti, abbiamo regolato il nostro conto. Se non li accetti dovrai aspettare che abbia la disponibilità finanziaria per pagarti”. Come si configura tutto ciò, dal punto di vista economico? 
Che non si tratti di un pagamento, è evidente. Infatti quei Bot non sono moneta dello Stato, e la prova ne è che il detentore può darli in pagamento soltanto se qualcuno è disposto ad accettarli, oppure può disfarsene vendendoli in Borsa al prezzo di mercato (non al valore facciale). Essi sono essenzialmente una promessa di pagamento, con una dilazione compensata da un interesse.  Ma se così è, lo Stato indebitato era e indebitato resta. Si è soltanto ulteriormente indebitato dell’importo dell’interesse per comprare tempo, e alla fine comunque dovrà pagare in euro. Né i furbi possono pensare che Bruxelles o le Borse non contino quelle somme come parte del debito. Perché parte del debito sono e restano.
Ma ora ammettiamo che lo Stato dica: io ti pago in Minibot, e tu potrai usarli per pagare chiunque: le tasse allo Stato, le merci ai tuoi fornitori, e tutti i tuoi acquisti: nessuno avrà il diritto di rifiutarli. In questo caso lo Stato avrebbe emesso una moneta parallela. Infatti la moneta dello  Stato è caratterizzata dal “corso forzoso”, cioè dall’obbligo per tutti di accettarla come mezzo di pagamento. Ecco perché Mario Draghi ha lapidariamente scomunicato i Minibot dicendo che o si tratta di ulteriore debito o si tratta di una moneta parallela, dunque illegale. È ovvio: se lo Stato si mette a pagare le sue iniziative, i suoi dipendenti e chiunque voglia con i Minibot, aumenta il suo debito. E il nostro è già astronomico.
Ma – si dirà – i destinatari possono rifiutare quei Minibot, pretendendo di essere pagati in euro, unica moneta a corso forzoso dell’Italia. Giusto. Ma la legge può essere cambiata. E se lo Stato la cambiasse, per imporre i Minibot, avrebbe emesso una moneta parallela. Illegale.
Da qualunque lato si affronti il problema, si torna alla dicotomia di Draghi. Per giunta la moneta parallela – formalmente uguale all’euro (Bot da mille euro uguale dieci biglietti da cento euro) - varrebbe meno dei biglietti da cento euro, e dunque tutti tenderebbero a disfarsene al più presto, sicché in giro si vedrebbero soltanto Minibot (legge di Gresham, la moneta cattiva fa sparire la buona dal mercato).
Nell’attuale confusione (molti commenti e pochi dati) ho anche sentito un’affermazione la cui enormità mi fa dubitare della sua fondatezza. Qualcuno diceva che questi Minibot sarebbero titoli senza scadenza. E allora sarebbero evidentemente moneta. Infatti un biglietto da cento euro non ha scadenza e addirittura, se è danneggiato o troppo vecchio, la Banca d’Italia è tenuta a cambiarlo con uno nuovo, gratuitamente. Ma, se così stessero le cose, non si tratterebbe evidentemente di un altro tipo di biglietto di banca, per gli italiani? E questi biglietti di banca non aumenterebbero il debito italiano, oltre a violare le regole comunitarie? E perché i mercati non dovrebbero tenerne conto, quando si tratta di valutare la solvibilità dell’Italia?
Meraviglia che idee così balorde possano essere sostenute da persone che parevano serie e che nessuno abbia abbastanza carità cristiana per chiamare il 118.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 giugno 2019 
P.S. I nostri governanti, nel loro aprioristico sostegno ai Minibot, si fanno forti del fatto che essi siano “inclusi nel Contratto”. E dovrebbero convincere me, che non credo nemmeno a ciò che è scritto nel Vangelo, nel Corano e in “Das Kapital”?




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POLITICA
8 giugno 2019
CAMBIARE L'EUROPA. GIUSTO. MA COME?
Una cosa che si sente dire ogni giorno è che l’Europa sarà pure necessaria, e sarebbe un errore lasciarla, ma non va bene com’è. Va cambiata. Va riformata. Va adeguata e rinnovata. E se lo dicono tutti dovrebbe essere vero. Purtroppo, dire che si è stanchi di qualcosa e si desidera di meglio, non è nemmeno la metà del discorso. È da quando siamo usciti dal Paradiso Terrestre che siamo insoddisfatti della nostra situazione. Se essa dipende da noi, ci lamentiamo della sfortuna di non essere in grado di porvi rimedio; se dipende dagli altri, non troviamo scuse per la loro infingardaggine, la loro stupidità, e magari il loro interesse a nostro danno. 
Lamentarsi è contemporaneamente umano e inutile. Dirci che l’Europa “andrebbe cambiata” è un abuso del nostro udito. Cominceremo a drizzare le orecchie soltanto quando qualcuno ci dirà in che direzione, con quali sistemi, a quali costi e con quali controindicazioni. E ci indichi anche il modo di ottenere il consenso dei cittadini, dal momento che, quando si cambia qualcosa, alcuni sarebbero più felici di prima, mentre altri si sentirebbero danneggiati e dunque non sarebbero d’accordo. 
Un po’ tutti i politici fanno immaginare che l’Europa abbia più potere di loro e sia la vera responsabile del nostro scontento. Certo, qualunque organizzazione fa cose buone e cose cattive, ma l’Europa agisce sempre col consenso degli Stati interessati (anche il nostro) e comunque non può essere responsabile né della nostra disoccupazione né degli enormi interessi che paghiamo sul nostro debito pubblico (65 miliardi, nel 2018). Ce l’ha ordinato Bruxelles di contrarre tutti quei debiti?
L’Europa ha il grande merito di avere realizzato una vasta zona di libero scambio, il cui effetto positivo non dipende da una particolare politica economica ma dal principio dell’utilità dello scambio. Con i dazi o, peggio, con l’autarchia, pagheremmo più caro molte merci. E infatti nessuno, salvo i meno informati, è contro questa libertà di commercio. Quando si parla di cambiare l’Europa, ci si riferisce ad altro senza dire che cosa. Semplice chiacchiericcio. 
Se  l’Europa deve essere cambiata, bisogna innanzi tutto che i politologi indichino la direzione da prendere; poi i tecnici devono dire se è possibile ottenere quei risultati, e con quali mezzi. Si tratta infatti di mettere le mani in un organismo enorme in cui soltanto dei professionisti di altissimo livello sono capaci di orientarsi, prevedendo accettabilmente (e non perfettamente, questo è impossibile) a quali controindicazioni si va incontro. In questo mondo non c’è spazio per gli economisti da bar.
In ogni modo, bisognerebbe sciogliere il nodo fondamentale dell’Unione, e cioè la sua natura ibrida. Se essa vuole essere pressoché esclusivamente una Zollverein, cioè una zona di libero scambio, non si vede perché dovrebbe avere una moneta unica, cosa che crea inestricabili problemi di governance delle diverse economie e  fa pensare a molti, se pure a torto, che è questo impegno comune che toglie loro la libertà di mettere rimedio ai loro problemi economici. 
Se viceversa si pensa – molto giustamente – che l’Europa conterebbe molto più nel mondo se avesse un’amministrazione unica dell’economia (non della sola moneta), delle forze militari assolutamente unificate, e una politica internazionale centralizzata, allora la direzione dovrebbe essere opposta. Bisognerebbe rinunciare alla maggior parte della propria sovranità. Gli stati rimarrebbero, certo, come sono rimasti i cantoni della Svizzera e come sono rimasti i cinquanta Stati degli Stati Uniti, ma da un lato saremmo molto più forti e molto più sicuri, dall’altro i problemi economici più gravi – per esempio quelli dell’Italia – sarebbero di colpo risolti. Perché di essi si occuperebbe l’Europa, sempre che essa ci accetti nell’Unione rafforzata. 
Qualcuno potrebbe chiedere perché l’Europa non cominci proprio da questo, dal salvare l’Italia. Si dimentica che, se l’Europa fosse unita, da un lato garantirebbe il nostro debito pubblico, dall’altro ci imporrebbe politiche tali che il nostro debito comincerebbe a poco a poco a scendere, fino a non costituire più un pericolo. Se oggi è una bomba che ticchetta, è perché esso è enorme e noi non facciamo nulla di serio per farlo diminuire. 
Forse, a tutti coloro che parlano di cambiare l’Europa, basterebbe chiedere a bruciapelo: “Volete abolire l’euro, mantenendo il mercato comune, o volete che l’Europa diventi un grande Stato federale?”
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 giugno 2019
IL PROBLEMA DEI COMMENTI SI QUESTO BLOG
Da parecchio tempo mi viene segnalata la difficoltà/impossibilità di inserire dei commenti su questo blog- Poiché il “giro” di coloro che sono interessati ai commenti è limitato, propongo quanto segue.
1 Tutti i commenti sono inviati a giannipardo1@gmail.com.
2 Tutti coloro che sono interessati ai commenti, sia per inserirli, sia soltanto per leggerli, mi inviino il loro indirizzo email, che io inserirò in una speciale mailing list “Commenti”.
3 Ricevuto un commento, lo inoltrerò a tutti coloro che sono inclusi nella mailing list. 
4 Ovviamente i commenti saranno indirizzati a tutti col sistema “ccn”, con conoscenza nascosta,  in modo che il loro indirizzo non possa essere visto o usato da terzi e neppure, autonomamente, da coloro che inseriscono commenti. A meno che il proprio indirizzo non sia usato come firma, nel quale caso sarà inviato insieme col testo.
5 Se il sistema del blog riprenderà a funzionare – cosa che vi prego di segnalarmi, eventualmente – la nostra rete privata sarà eliminata.
Gianni Pardo



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POLITICA
6 giugno 2019
NON VORREMMO ESSERE NEI NOSTRI PANNI
Il nostro governo ha ricevuto la risposta al documento richiesto qualche giorno fa, e questa risposta è la peggiore che potevano darci: la Commissione Europea ritiene la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia “giustificata”. È la prima volta che l’Europa si appresta ad applicare questa procedura.
Nell’autunno dello scorso anno ci è stata minacciata la procedura “per infrazione” delle regole comunitarie – non per debito eccessivo - e il nostro governo, dopo decine di proclami aggressivi e gladiatori, mandò Tria a negoziare la resa. Il deficit previsto fu ridotto dal 2,4% al 2% (col gioco delle tre carte scrissero 2,04%, per conservare il “4”, quattro  decimillesimi in più). Purtroppo l’andamento dell’economia è stato peggiore del previsto, e non siamo stati in grado di mantenere nemmeno quel 2%. E questo contribuisce a rendere giustificata la procedura d’infrazione. 
Ma c’è di peggio. Come si diceva, stavolta la Commissione ci preannuncia una procedura “per debito eccessivo”. E qui, a naso, le cose divengono anche più difficili. Chi infrange le regole può promettere di comportarsi bene e non infrangerle più. Chi ha un debito eccessivo, invece, ha soltanto la possibilità di ridurlo (usando miliardi sonanti a questo scopo) o, malissimo che vada, a non aumentarlo. Ma già questo significa scordarsi tutti i provvedimenti di cui sogna l’attuale governo.  Non basta: tutto questo entro il nove luglio. Noi che non siamo capaci di raddrizzare la rotta in un anno, stavolta dovremmo riuscirci in un mese. Chi ci crede alzi la mano. E tuttavia, o l’Italia obbedisce all’Europa o sono guai. O forse sono comunque guai. Probabilmente è per questo che sia Salvini sia Di Maio riconfermano i loro impegni: perché sono già nella melassa fino al collo, e possono anche affondare cantando l’inno nazionale.
Ma cerchiamo di essere analitici. Se l’Italia obbedisce, può scordarsi a tempo indeterminato la parola “deficit”. Non ci sarà un euro per tutti i progetti faraonici di cui si è parlato, e bisognerà rimangiarsi i provvedimenti stupidi e dannosi varati fino ad ora, ma di cui gli scervellati menano vanto. Né ci sarà un euro per finanziare la tassa piatta. Se denaro non ne abbiamo e l’Unione ci vieta di chiederlo in prestito, come potremmo – anche volendo - aumentare il debito pubblico? Con quale denaro si potrebbe fare il minimo sforamento, intendendo con questo la minima spesa in deficit? Non è nemmeno necessario che Bruxelles ci imponga in concreto qualcosa, basta che dichiari che il nostro debito non è affidabile, che essa in ogni caso non ci sosterrà, e i mercati non avranno più fiducia in noi.
E non basta. A fine anno, se soltanto vogliamo disinnescare la clausola di salvaguardia che ci impone di aumentare l’Iva (presto al 25%), abbiamo bisogno di una trentina di miliardi. E se non possiamo spenderli in deficit, se cioè non possiamo ottenerli in prestito, e dobbiamo tirarli fuori dalle nostre tasche, con prelievi forzosi da parte dello Stato, come sopporteremo questo sforzo? Soltanto per l’Iva si tratta di cinquecento euro a testa, dunque di duemila euro per una famiglia monoreddito di quattro persone. Ma, come si dice nel Sud, non si può cavare sugo da una pietra.
E allora facciamo che lasciamo aumentare l’Iva. Ma questo aumento corrisponde ad un aumento di prezzo del 3 o 4% di tutto ciò che è gravato di Iva. E si sa che l’Iva si paga anche sui servizi funebri. Insomma non ne scampiamo neanche morendo. Allegria.
Attualmente siamo alle raccomandazioni, efficacemente riassunte da Corinna de Cesare sul Corriere(1), e basta leggerle per rendersi conto che se, per alcune di esse, l’Italia non è disposta a seguirle, per la maggior parte si tratta di autentiche impossibilità pratiche. Insomma, se l’Europa parla seriamente, in luglio si avrà sicuramente la procedura d’infrazione per debito eccessivo. E bisogna dunque chiedersi quali saranno le ulteriori conseguenze. Purtroppo, pur cercando notizie sui giornali, regna la nebbia. Qualcuno – che spero ne capisca più di me – ipotizzava le seguenti soluzioni: o una maxi multa di tre miliardi e mezzo di euro, o l’arrivo della Troika (commissariamento economico dell’Italia da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale) o l’espulsione dall’area euro. Ammettiamo che abbia ragione. La multa mi sembra inverosimile. Sarebbe come obbligare chi è in crisi iperglicemica a mangiare mezzo chilo di cassata siciliana. L’espulsione dall’euro non mi pare sia prevista nei testi da me intravisti, ma potrebbe verificarsi per ragioni obiettive. Se i mercati attaccano l’Italia, e questo attacco coinvolgesse l’Europa, questa per salvarsi potrebbe mollarci. Rimane la Troika, per cinque anni o più. E in quel caso ci potremmo porre un problema che probabilmente si pongono molti cinesi: è meglio avere un governo dittatoriale che non provoca disastri economici o un governo che ci assicura sia politicamente che economicamente la libertà di avviarci al default?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 giugno 2019

(1)Corinna de Cesare
Le raccomandazioni
I nodi sono arrivati al pettine. E leggendo le raccomandazioni di Bruxelles all’Italia, i nodi sono sempre gli stessi. «Il debito italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia» ha sottolineato l’Ue e le recenti «misure, con il trend demografico avverso, capovolgono in parte gli effetti positivi delle riforme pensionistiche del passato e indeboliscono la sostenibilità a lungo termine» delle finanze. Finanze danneggiate, com’è noto, anche dall’ «aumento dei tassi d’interesse dei titoli di Stato osservato nel 2018 e 2019». Ossia lo spread, tornato oggi ad aumentare.
Abbassare il debito
La regola del debito insomma «non è stata rispettata» nel 2018, nel 2019 e non lo sarà nel 2020, e quindi «è giustificata», secondo l’Ue, l’avvio di una procedura per debito eccessivo. L’Italia deve avviare necessariamente un cambio di rotta su questo ed altri punti, secondo la Commissione europea. «Le recenti politiche dell’Italia hanno inflitto danni — ha spiegato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis —. L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante e la crescita si è quasi interrotta». 
Bruxelles si aspetta che il debito italiano salga sia nel 2019 sia nel 2020 oltre il 135%, anche a causa di «un avanzo primario in discesa, e privatizzazioni non raggiunte». E dunque, «sebbene restino limitati i rischi di rifinanziamento nel breve termine, il debito pubblico resta una fonte di vulnerabilità». 
Combattere l’evasione
Come abbattere il debito secondo Bruxelles? Usando le entrate inattese, spostando la tassazione dal lavoro ma soprattutto combattendo l’evasione. È questo un punto su cui l’Ue insiste in particolar modo sottolineando l’importanza di rafforzare l’uso di pagamenti elettronici e abbassare la soglia per i pagamenti in cash. Solo così, secondo la Commissione, si va nella direzione della lotta all’evasione, purtroppo ancora molto diffusa in Italia. 
Secondo le statistiche del ministero dell’Economia, solo 38.291 persone dichiarano redditi superiori a 300.000 euro. A fronte di un total tax rate, l’insieme di tasse e contributi pagato da un’azienda in Italia superiore al 60%. E la pressione fiscale con l’ultima legge di bilancio è cresciuta dal 41,9 al 42,3%. 
Ridurre la tassazione sul lavoro
Una delle raccomandazioni dell’Ue è quella di abbassare la tassazione sul lavoro. L’Ocse ha di recente diffuso il rapporto Taxing wages 2019 dedicato al cuneo fiscale, da cui emergono i differenziali esistenti tra i 36 Paesi che fanno parte dell’Organizzazione. Il cuneo fiscale misura di fatto la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e la corrispondente retribuzione netta del lavoratore. Ebbene, l’Italia si colloca nelle prime posizioni: nel nostro Paese un lavoratore standard single e senza figli a carico è sottoposto a un cuneo fiscale del 47,9%. La percentuale è composta per il 16,7% di imposte personali sul reddito e per 31,2% di contributi previdenziali che ricadono in parte sul lavoratore (7,2%) e in parte sul datore di lavoro (24,0%). Il terzo posto dell’Italia è un gradino sotto il secondo posto della Germania (49,5%) e uno sopra il quarto della Francia (47,6%). 
Attuare le riforme pensionistiche
Per Bruxelles il rallentamento economico «spiega solo in parte l’ampio gap» nel rispetto della regola del debito invece la «retromarcia» su alcune riforme pro-crescita del passato, come quella delle pensioni, ha avuto un ruolo importante. Il riferimento è a «Quota 100», l’operazione fortemente voluta dal governo 5 stelle-Lega e su cui Luigi Di Maio ci ha tenuto subito a sottolineare su Facebook: «Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!». 
 




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POLITICA
5 giugno 2019
L'AUTO-SOSPENSIONE
Luca Palamara si è auto-sospeso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Ieri cinque membri del Consiglio Superiore della Magistratura si sono auto-sospesi. Questi titoli del Corriere della Sera, al di là delle note vicende, inducono a porsi ancora una volta l’interrogativo: ma che cos’è, questa auto-sospensione? La prima risposta è molto semplice: è un istituto giuridico che  non esiste. Ma poiché se ne parla tanto, può essere utile definirlo, e per farlo partiamo dalla sospensione. 
La sospensione è l’atto col quale un’autorità amministrativa ingiunge ad un dipendente di astenersi dalla sua attività istituzionale, cioè dal fare il suo normale lavoro. Per esempio se un ospedale vuole punire un suo medico in seguito ad un grave sospetto, ad una seria infrazione della legge o a una intollerabile mancanza disciplinare, lo sospende. Da quel momento quel professionista non potrà più curare i malati, e ciò fino alla eventuale revoca della sospensione o ad un provvedimento più grave, per esempio il licenziamento. 
Ciò dimostra che la sospensione può avere parecchie facce. Nel caso del medico ospedaliero, se il sospetto è quello di gravi mancanze professionali o deontologiche, se cioè c’è il grave sospetto che egli sia un cattivo medico, la sospensione ha evidentemente lo scopo di impedirgli di fare ulteriori danni. Se viceversa egli è passato a vie di fatto col Direttore dell’ospedale, la sospensione avrà il significato di una punizione e di una minaccia di ancor più gravi provvedimenti. Insomma la sospensione va esaminata nel caso concreto, perché secondo le circostanze può avere significati diversi.
L’auto-sospensione consiste invece nell’annuncio, dato dall’interessato, che in conseguenza degli eventi in cui è implicato, si comporterà come se la sua Amministrazione lo avesse sospeso. E questo atteggiamento – benché di moda, prova ne sia che è nata una parola per designarlo – in fondo è sorprendente. Se l’amministrazione da cui il funzionario o il professionista dipende non ha ritenuto opportuno sospenderlo dal servizio, perché mai dovrebbe ritenerlo opportuno il funzionario o il professionista?
L’annuncio può avere diverse finalità. La prima è la volontà di dimostrarsi così sensibili ai doveri morali da dire: “Voi mi sospettate ma non mi sospendete. Io sono così severo che, se qualcuno fosse sospettato della stessa cosa, lo sospenderei. E per cominciare, dunque, sospendo me stesso”. Ma questo atteggiamento è criticabile per parecchi versi. Se la mossa è destinata ad accreditare l’auto-sospeso come persona di particolare sensibilità etica, ciò è in contrasto con i fatti di cui è accusato. È quasi un volersi presentare non soltanto come innocente, ma come persona che, del tutto all’opposto, è ancor più della media alieno dall’irregolarità di cui è accusato. Ma questo è un paralogismo. Se un capoufficio è accusato di atti di libidine violenti (basta che abbia toccato il sedere di una impiegata) non sarà certo una scusante, per lui, se afferma che da mesi non fa nemmeno l’amore con sua moglie. Perché la reazione del pubblico accusatore potrebbe essere sarcastica: “Ma allora vada a toccare il sedere di sua moglie, invece di quello delle impiegate”. 
Una seconda critica nasce da uno squilibrio giuridico. Se l’autorità non sospende qualcuno, l’interessato dovrebbe esserne contento e, se si trattasse di un altro, dovrebbe battersi perché non sia sospeso, dal momento che la sospensione, come la carcerazione preventiva, si risolve in una punizione anticipata, prima che sia accertata la colpa.
Da qualunque lato la si esamini, l’auto-sospensione è qualcosa che non funziona. Chi si reputa innocente non dovrebbe auto-sospendersi ma, se possibile, dovrebbe fare appello contro questa decisione. Fra l’altro, chi si auto-sospende sottrae indebitamente le proprie prestazioni all’ente da cui dipende e questo è contrario alla deontologia. Anche nel caso in cui si sia disposti a rinunciare allo stipendio. Infatti (per il principio economico dell’utilità dello scambio) se il datore di lavoro gli ha dato quel posto, è perché pensa di ricavarne un’utilità superiore a quella che gli dà in termini di paga.
E infine, al di sopra di tutti gli altri, c’è un problema di buon gusto. Se mi accusano di rapina – reato odioso – non è che, per difendermi, devo proclamarmi un novello Francesco Saverio o una novella Madre Teresa di Calcutta. Basta che dimostri, se mi riesce, di non aver commesso quel delitto. Invece auto-sospendersi tende a darsi un’esagerata aureola di virtù, dimenticando che la società non va in cerca di santi o di eroi, ma di galantuomini che non violano il codice penale. 
In uno stato liberale ed evoluto, bisognerebbe tenere separata la morale e l’amministrazione della giustizia. Riguardo al singolo, in tanto si può affermare che abbia violato il codice penale, in quanto sia intervenuta sentenza definitiva. Punto. E chi crede alla propria innocenza, è a quell’innocenza che deve aggrapparsi, sperando che la magistratura la riconosca.
Insomma, sarebbe bello se questa commedia dell’auto-sospensione avesse onesta e definitiva sepoltura.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
       4 giugno 2019




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POLITICA
3 giugno 2019
CONTE RUGGISCE, MA FORSE PER FINTA
“Servono chiarimenti o rimetterò il mandato”. Queste sono le parole che il Corriere della Sera mette in bocca a Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di oggi pomeriggio. Premetto che non ho ascoltato il discorso perché, senza offesa, il personaggio mi risulta indigeribile. Aggiungo pure chenon mi fido delle virgolette dei giornali. Ma stavolta, a leggere il resoconto di Paolo Decrestina (che riporto sotto) devo riconoscere che quel titolo risponde alla sostanza di ciò che Conte ha detto, anzi la edulcora. E tuttavia rimango del mio parere: meglio avrebbe fatto a star zitto. Se ho notoriamente una pistola scarica e me ne sto buono in un angolo, nessuno mi noterà. Ma se provo a minacciare gli altri,  mi espongo inutilmente al ridicolo.
Giuseppe Conte deve rassegnarsi al fatto che la sua carica è fittizia. Dal momento che è arrivato a quel posto “per grazia ricevuta”, e non per forza propria, è lui che deve obbedienza ai suoi danti causa, e non il contrario. Non sono loro che devono rendere conto a lui, è lui che deve rendere conto a loro. E, proprio a causa di questi presupposti, alle sue parole si possono dare soltanto tre interpretazioni.
In primo luogo, potrebbe aver ricevuto il mandato di fare un grande favore a coloro che l’hanno nominato. Lui fa finta di esigere impegni e chiarimenti; i due Vice glieli danno; lui fa finta di esserne insoddisfatto, si dimette e cade il governo. Il senso della cosa sarebbe che tutti e due i Vice (o magari il solo Salvini) gli hanno detto che vogliono interrompere la legislatura e sarebbero lieti di farlo cadere  senza tentare di addossare all’altro partner la responsabilità della cosa. Per non avvelenare l’aria più di quanto sia già avvelenata, e forse per non danneggiarsi tutti e due. Conte invece questo risultato può ottenerlo senza correre nessun rischio ed anzi facendo per una volta la figura di uomo forte.
In secondo luogo, Conte potrebbe essersi montato la testa e dirsi che, se pure è vero che non ha nessun autonomo potere, ha almeno quello di dimettersi. E questa è una potente arma di ricatto. Ma per quanto potente essa possa essere, non lo è abbastanza per modificare seriamente il comportamento di uno o di tutti e due i massimi azionisti del governo. Se essi non vogliono farlo cadere potrebbero fornire al Presidente del Consiglio una serie di volenterose bugie e a lui non rimarrebbe che far finta di crederci. Se viceversa avessero in mente la prima ipotesi, potrebbero approfittare dell’occasione per mandarlo al diavolo, obbligarlo a dimettersi, e togliersi il problema del casus belli per andare a nuove elezioni. 
Rimane infine l’ipotesi - vagamente psicopatologica - che Conte non si sia affatto consultato con loro e abbia deciso di fargli questo maxi-dispetto. Cioè di mandarli a casa, lui che non era (e non è) nessuno. Ma questa ipotesi è la meno verosimile. In primo luogo, sarebbe un atto di slealtà - o addirittura di tradimento - considerando l’onore che gli è stato fatto, pressoché gratuitamente. La stizza per essere stato considerato una sorta di burattino (come detto ad alta voce nell’assemblea di Bruxelles) non è una scusante, perché quando ha accettato l’incarico sapeva benissimo in quale condizione si metteva. D’altro canto, chi gli dice che il suo maxi-dispetto, per quanto imprevisto, non sia accolto dagli interessati come un’ottima occasione per risolvere una situazione imbrogliata?
La verità è che ci sono situazioni in cui non bisognerebbe mai cacciarsi perché non c’è modo di uscirne bene. Se la legislatura continuerà, si penserà che il suo è stato il ruggito del topo. Se si fermerà, si dirà che lui ha fatto finta di chiedere chiarimenti, mentre in realtà ha obbedito all’ordine di far cadere il governo. Se infine ci si convincesse che il suo è stato un fallo di reazione del tutto ingiustificato, l’Italia lo giudicherebbe malissimo, come uno che ha fatto fallire l’impresa per cui lavora soltanto perché al mattino gli hanno fatto trovare il posacenere sporco.
Lo dicevo io che la cosa migliore che Conte avrebbe potuto fare, oggi, come in tutti gli altri giorni, era tenere la bocca chiusa. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
Comunque, in calce, ciò che riferisce il Corriere della Sera.
https://www.corriere.it/politica/19_giugno_03/governo-conte-non-vivacchio-o-si-avanti-o-rimetto-mandato-salvini-maio-dicano-se-continuare-0813f6b4-8618-11e9-a409-fe3481384c64.shtml#
Governo, Conte: «Non vivacchio, o si va avanti o rimetto il mandato. Salvini e Di Maio dicano se continuare»
Il premier parla nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Chiedo alle forze politiche una risposta chiara, inequivoca e rapida. Il Paese non può attendere». La replica del vice premier leghista: «Vogliamo andare avanti»
Paolo Decrestina  
Ultimatum. Senza dubbio un ultimatum. Senza perifrasi, senza termini masticati tra il politico e il giuridico: «Non vivacchio, o si va avanti o rimetto il mandato». E questo aut aut è diretto alle forze politiche che sostengono il suo governo, o ancora meglio ai suoi leader: «Chiedo una risposta chiara, inequivoca e rapida. Il Paese non può attendere».
La conferenza 
Il premier Giuseppe Conte parla da Palazzo Chigi, nel corso dell’attesa conferenza stampa organizzata nel tardo pomeriggio, a mercati chiusi. Conte rivendica l’azione del suo governo, un governo che sarà «del cambiamento fino all’ultima ora» della sua sopravvivenza, anche se non «posso sapere quanto durerà, visto che non dipende solo da me». Ricorda il giorno del suo giuramento davanti al Capo dello Stato, rivendica i provvedimenti intrapresi, da attuare e sorvegliare, ma ammette anche di aver «sottovalutato» gli effetti sull’esecutivo di questa perenne e lacerante campagna elettorale. «Personalmente resto disponibile a lavorare nella massima determinazione di un percorso di cambiamento. Ma non posso compiere questa scelta da solo. Le due forze politiche devono essere consapevoli del loro compito. Se ciò non dovesse esserci non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi. Molto semplicemente rimetterò il mio mandato».Salvini: «La lega c’è’»
E mentre il premier è ancora davanti ai giornalisti, il suo vice Matteo Salvini già commenta su Facebook le sue parole. «Noi non abbiamo mai smesso di lavorare, evitando di rispondere a polemiche e anche insulti, e gli Italiani ce lo hanno riconosciuto con 9 milioni di voti domenica». Non solo: «Noi siamo pronti, vogliamo andare avanti e non abbiamo tempo da perdere, la Lega c’è».
La leale collaborazione
Secondo Conte i provvedimenti che il governo deve mettere in campo «richiedono visione, coraggio, tempo, impongono di uscire dalla dimensione della campagna elettorale e entrare in una visione strategica e lungimirante, diversa dal collezionare like nella moderna agorà digitale». Il presidente del consiglio parla più volte di «leale collaborazione», e cioè che «ciascun ministro si concentri sulla propria materia senza prevaricare su scelte che non gli competono suscettibili di compromettere in prospettiva la credibilità dell’intero esecutivo». Leale collaborazione significa che «se ci sono questioni politiche lo si dice rispettando la grammatica istituzionale, parlando in modo chiaro e non lanciare messaggi ambigui sui giornali». Leale collaborazione vuol dire che «se il ministro dell’Economia e il presidente del consiglio dialogano con l’Ue per evitare una procedura d’infrazione che ci farebbe molto male, le forze politiche non intervengono ad alterare quel dialogo riducendo quella trattativa a terreno di provocazione». 
Ancora clima acceso
Da palazzo Chigi si è perfettamente consapevoli che il clima elettorale non si è ancora spento, ed è un clima «che non giova all’azione di governo». «La Lega ha riscosso un successo significativo e i 5 stelle ne sono usciti penalizzati» dalle europee, spiega Conte. «Trattandosi di una consultazione europea non ha ricadute dirette nella distribuzione delle forze rappresentate nel nostro parlamento, ma le forze politiche sono comunità di donne e uomini e quindi i risultati provocano esaltazione nei vincitori e delusione negli sconfitti».
Un ciclo serrato
L’esperienza di governo ha dovuto convivere con «un ciclo serrato di tornate elettorali e ne ha risentito il clima di coesione delle forze di governo», ricorda Conte che poi ammette: «Io stesso avevo sottovalutato questo aspetto. In particolare il voto delle europee, molto complesso, ha accreditato l’immagine di uno stallo nell’attività di governo: questa è una falsità, il governo ha continuato a lavorare perché è iniziata la fase due, dopo la fase 1. Abbiamo svolto un lavoro di squadra incredibile con i vicepremier, con i ministri e sottosegretari e i parlamentari di maggioranza che anche in contesti delicati hanno operato con grande abnegazione. Anzi, auspico un loro maggiore coinvolgimento in futuro avendo apprezzato la competenza professionale ed esperienza civile».
Le fasi del governo
Dalla fase 1 alla fase 2, e cioè una stagione di riforme: contratti pubblici, codice civile, sostegno alle disabilità con l’ambizione di realizzare una azione semplificatrice del quadro legislativo. «Vogliamo una giustizia sempre più rapida, più vicina ai cittadini», insiste Conte. «Stiamo lavorando per ammodernare il sistema infrastrutturale con ricadute per l’intero indotto e con effetti positivi su tutto il settore», aggiunge. «Il nostro cantiere riformatore è aperto e stiamo lavorando per attuare l’autonomia differenziata e io stesso intendo dare massimo impulso al lavoro in corso, per trasferire competenze alle regioni avendo cura di evitare che il legittimo processo riformatore aggravi il divario tra nord e Sud».
Dalla Ue alla Tav
I temi all’ordine del giorno sono diversi. Prima di tutto la Ue: «La prossima manovra dovrà mantenere un “equilibrio dei conti” perché le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle». Poi la flat tax: «Ragiono di una più complessiva e organica riforma del fisco perché la rimodulazione delle aliquote deve inserirsi in un percorso più complessivo, perseguendo una giustizia tributaria più efficiente, su cui lavoro con il ministro Bonafede. Lavoreremo senz’altro alla flat tax ma c’è una riforma organica del fisco di cui il Paese ha bisogno, che attende da anni», risponde Conte. E infine la Tav: «C’è un contratto di governo. Poi c’è un metodo di lavoro: non ci si sveglia dall’oggi a domani e si dice si fa così. Non è che per mesi si attende l’analisi costi-benefici senza discutere e poi si dice `bisogna farla punto´. Non funziona così», sottolinea molto chiaramente il premier. «Siccome c’è un accordo e delle leggi del Parlamento molto responsabilmente ho parlato con Macron e poi mandato il mio ministro dal ministro francese. Un altro passaggio ci sarà a breve con la Commissione Ue. All’esito di queste conclusioni trarremo le fila. O trovo un’intesa con la Francia e la Commissione europea o il percorso è bello e segnato». 
Le opposizioni
Dure le critiche delle opposizioni: «Governo alle prese con il `Gioco del cerino´ tra Conte, Lega e M5S per vedere a chi affibbiare la responsabilità di far cadere il Governo prima di dover affrontare la legge di Bilancio. Lo avevamo purtroppo previsto, quando già nel 2018 denunciavamo che il Governo non sarebbe stato in grado di affrontare la nuova legge di Bilancio per le spese insensate sostenute e per la mancanza di una strategia di crescita economica», commenta il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. «Da Giuseppe Conte ci aspettavamo parole di verità che non ci sono state», sottolinea Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia. «Ci aspettavamo una assunzione di responsabilità per una economia paralizzata e non c'è stata. Ci aspettavamo che assumesse un approccio da Presidente del Consiglio, quale dovrebbe essere secondo Costituzione, invece continua a sentirsi il mero esecutore di un finto contratto. Conte - conclude - ha rievocato Don Abbondio, i due bravi sappiamo chi sono». Per il segretario del Pd Nicola Zingaretti, invece, è «molto grave» che il presidente Conte abbia detto cose di questa gravità in diretta Facebook e non in parlamento o davanti al presidente della Repubblica. Conte si rechi subito in parlamento a riferire le cose che ha detto», ha aggiunto Zingaretti, «perché gli italiani stanno pagando caro questa situazione con lo spread che oscilla tra 289 e 290 punti. Stiamo bruciando milioni di euro ogni giorno». 
Paolo Decrestina 




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POLITICA
3 giugno 2019
NOTA ALL'ARTICOLO PRECEDENTE
Se parlassi di me per il piacere di parlare di me, sarei soltanto un seccatore. Ma se, per una volta, sul modello di Michel de Montaigne, esaminassi me stesso come semplice “échantillon”, “modello”, “pattern” d’umanità o, come si dice anche, “case history”, in modo che ciascuno possa applicare quel singolo caso a un problema generale, allora parlare di me potrebbe essere perdonato.
Ho un caro amico, per giunta vitale ed ottimista per temperamento che, a proposito del mio articolo “Grandi uomini, grandi problemi”,  mi ha scritto: “C’è qualcosa, nel tuo ragionamento, che va oltre la realtà, con un pessimismo troppo difficile per avverarsi”. Gli avrei potuto cordialmente rispondere che il pessimismo non è plausibile secondo che sia verosimile o inverosimile, ma secondo che sia giustificato o ingiustificato. Ma poi ho pensato che forse lui mi sospettava di un punto di vista preconcetto per cui, di fronte ad ogni incertezza, io svolto verso il peggio. E allora ho deciso di esplicitare come funziona il mio cervello.
Premetto che non sempre, quando mi metto a scrivere, so già a quale conclusione arriverò. A volte il problema mi piace e mi siedo al computer con una curiosità: “Ed io che ne penso?” Non è un paradosso. L’intuizione è un conto – e in quel caso si può essere ottimisti o pessimisti – l’analisi è un altro paio di maniche. In questa bisogna dar conto di ogni passaggio, ed ogni passaggio invalido invalida a sua volta l’intero iter.
Nel caso specifico sono partito da una prima, sgradevole constatazione: proprio non so che ne sarà dell’Italia nel breve e nel medio termine. E non lo sanno nemmeno i migliori editorialisti. Ma del presente abbiamo qualche indicazione: e allora partiamo da questo. L’Italia è tanto esasperata da aver abbandonato i grandi partiti tradizionali per volgersi al nuovo. Mentre per molti decenni il risultato delle elezioni è stato lo spostamento di qualche punto da un partito all’altro, oggi questa esasperazione si è espressa nella disponibilità ad affidarsi a formule nuove, per quanto inaffidabili . Si veda al riguardo il voto al M5s e contemporaneamente la disponibilità a cambiare drasticamente parere nel giro di qualche mese: col tracollo di quello stesso M5s. La conseguenza è una totale imprevedibilità del futuro. 
Né può dirsi che questa instabilità sia del tutto una novità. L’Inghilterra, dai tempi di Carlo I, non mette in dubbio la propria libertà, noi invece prima della Prima Guerra Mondiale ci siamo divisi fra pacifisti e interventisti; poi fra comunisti e squadristi; infine ci siamo affidati all’uomo forte Mussolini e abbiamo perso la guerra; abbiamo cercato di imbucarci fra i vincitori ma questi ci hanno mandati al diavolo;   ma noi non ce ne siamo dati per intesi, ci siamo proclamati lo stesso vincitori; divenuti tutti antifascisti, abbiamo abbracciato la democrazia ma per anni abbiamo continuato a flirtare con l’Unione Sovietica, immaginando che sostituendo Mussolini con Stalin sarebbe andata meglio. Cioè dimostrando di non avere capito niente della differenza fra democrazia e dittatura.
No, veramente l’Italia non somiglia alla Gran Bretagna. E infatti, dopo una decennale crisi economica, siamo ancora ad una svolta, senza neanche sapere che cosa desideriamo, se non un vago ”star meglio”. E allora, seguendo la mia riflessione, sono arrivato a questo punto: non abbiamo fiducia nei vecchi partiti, non speriamo più molto dal M5s, l’unico che riceve molti voti è Matteo Salvini. E che si aspettano, da lui, i nostri connazionali? Che sia lui l’uomo forte?
Se è così, l’esperienza dice che, nella stragrande maggioranza dei casi, le dittature hanno effetti gravemente negativi. E tuttavia, qual è stata la massima obiezione che gli amici hanno fatto, in passato, al mio preventivo pessimismo riguardo ai Cinque Stelle? Eccola: “I tuoi famosi competenti ci hanno portato dove siamo. E allora proviamo anche costoro, peggio non potranno fare”. Ragionamento sbagliato, ma suggestivo. E suggestivo potrebbe essere anche oggi ipotizzare che Salvini, da uomo forte, ci tiri fuori dai guai. Infatti “gli uomini deboli” e democratici non ce l’hanno fatta. 
Bene, mi sono detto. Adottiamo l’ipotesi improbabile, quella dell’uomo forte benefico. Ciò risolverebbe il problema? E qui la risposta è stata semplice. Noi abbiamo accumulato una tale quantità di problemi che proprio non si vede come risolverli. Facendo zapping, proprio ieri sera ho  sorpreso Fabio Fazio che chiedeva a Carlo Cottarelli come avrebbe risolto i problemi finanziari di fine anno se fosse stato lui il Presidente del Consiglio dei Ministri. E il professore, strizzando gli occhi e facendo ridere tutte le piegoline del suo viso, ha detto: “Io andrei a Lourdes”.
Bene, seguendo il mio ragionamento anch’io andrei a Lourdes. E se questo è il colmo del pessimismo, che qualcuno lo contraddica spiegando a Cottarelli (e a me, che ascolto in un angolo) che cosa dovrebbe fare per tirare fuori l’Italia dal guaio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 giugno 2019 




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POLITICA
3 giugno 2019
GRANDI UOMINI, GRANDI PROBLEMI
Il futuro è incerto, ma non sempre nella stessa misura. In conseguenza del pasticcio inestricabile della Brexit, in Inghilterra si è molto preoccupati riguardo alla situazione economica: ma nessuno si chiede se domani ci sarà o no una democrazia. Il regime è fuori discussione. Invece in Italia, per decenni, ad ogni elezione si è temuto di essere ad un passo dall’entrata nell’orbita di Mosca, come è avvenuto in Cecoslovacchia nel 1948. Un’angoscia di ben diverso spessore.
Del resto l’Italia è sempre stata piuttosto instabile. Malgrado un esito felice, il suo Risorgimento ha avuto un corso disastroso. Sessant’anni dopo si è affidata ad un Benito Mussolini che, senza essere quel mostro che certa sinistra amerebbe dipingere, ha sospeso la democrazia ed ha infine portato la nazione alla più umiliante sconfitta di tutti i tempi. E non è bastato. Malgrado questa crudele vaccinazione, più o meno metà degli italiani ha desiderato di essere governata prima da Stalin, poi dai suoi successori. 
Comunque, nei sessant’anni che vanno dalla guerra agli inizi del Terzo Millennio, bene o male l’Italia si è abituata alla democrazia.  Sembrava avesse capito che, come insegnava Churchill, essa sia un pessimo regime, e tuttavia il migliore su piazza. Purtroppo, questo idillio è finito. Innescata dal sotterraneo malgoverno dei decenni precedenti, si è prodotta da noi una tale crisi economica cda cui non siamo più stati capaci di uscire e che ha provocato gli effetti psicologici di una guerra perduta. 
Il popolo italiano ha perso la fiducia nelle istituzioni. È  stato sempre più irritato, sempre più nichilista, sempre più disposto a buttare all’aria tutto. E di questo stato d’animo si è fatta interprete una sorta di jacquerie. Milioni di persone sono stati sedotti da un Movimento il cui messaggio era semplicistico e radicale: “Buttiamo giù tutto e ripartiamo da capo, con una classe dirigente interamente nuova. Forse incompetente ma almeno onesta”. Ovviamente, soltanto un Paese annebbiato dalla collera poteva prendere sul serio un simile programma, ma l’Italia era appunto un Paese annebbiato dalla collera. E infatti i consensi sono andati lievitando, fino alle ultime elezioni politiche del 2018, quando il M5s ha avuto il 31,7% dei voti. E con questo siamo al presente.
Alla prova del governo, ovviamente, il risultato dei Cinque Stelle è stato disastroso e gli italiani hanno dimezzato i suoi voti, alle recenti “europee”. La botta è stata tale che nessuno pensa che il Movimento avrà mai, in futuro, i consensi del 2018. E probabilmente, se cade il governo, non tornerà mai più al potere. Ma tutto questo non ci consola abbastanza. Infatti, mentre non ha più fiducia nel nuovo partito, l’Italia continua a non avere fiducia nei vecchi partiti, e non sa dove andare. Si è affacciata persino la tentazione dei popoli immaturi: quella di affidarsi all’uomo forte, in questo caso Matteo Salvini. Infatti questi ha realizzato il capolavoro di farsi sentire come il capo di un partito nuovo nel momento stesso in cui guidava il partito più vecchio in Parlamento. 
Per come sembra, Matteo Salvini non aspira alla dittatura. Se così fosse, ci sarebbe da essere angosciati, visti i risultati conseguiti dai dittatori. Ma qualcuno potrebbe citare le poche eccezioni in cui questo esito non è stato pessimo. Infatti sono esistiti “uomini soli al comando” che sono durati per anni ed anni ed hanno lasciato un ottimo ricordo di sé. La posterità ha talmente ammirato Pericle da parlare dell’ “età di Pericle”, appunto, come di una sorta di miracolo. Un successivo, luminoso esempio è quello di Ottaviano Augusto: uomo equilibrato, abilissimo, capace di mantenere la pace e il consenso per decenni. E infatti anche per lui si parla di “età augustea”. Più recentemente De Gaulle ha salvato la sua patria dal disastro per ben due volte. Il vero successo politico è quello consacrato dalla durata, non quello che danno gli applausi momentanei.
E con questo dobbiamo chiederci quale sarà il nostro futuro. Al riguardo le incertezze sono fondamentalmente due: il carattere di Salvini e la situazione obiettiva. Il leader leghista – per come appare – è un uomo rozzo, brutale, incolto. Le sue idee sono semplicistiche come sono semplicistiche le soluzioni che propone. In materia di economia dimostra una totale ignoranza e sembra incapace di far di conto. Infine, da peso mosca, sfida tutti i pesi massimi di passaggio. Sembra un folle demagogo. Ma lo è? 
A parte il fatto che il suo successo depone in favore di un fortissimo senso del reale, lo stesso eccesso pressoché caricaturale del personaggio fa pensare ad una recita molto riuscita. Cosicché, se Salvini fosse il quasi-dittatore d’Italia, e se la situazione fosse normale, potremmo persino sperare in una buona guida del Paese. Purtroppo però la situazione non è normale. 
Le scadenze che attendono l’Italia – a partire da ciò che ci comunicherà Bruxelles il 5 giugno – sono tali che il popolo dovrà necessariamente soffrirne. Ed anche molto. Né le cose miglioreranno col passare dei mesi, perché a fine anno ci sarà il redde rationem degli scorsi anni. Inoltre ora l’Europa è nettamente mal disposta nei nostri confronti. Gli altri partner europei non sono inclini a tollerare ulteriormente la dissennatezza economica italiana e dunque, quand’anche Salvini avesse l’equilibrio di Pericle, l’abilità di Augusto e l’energia di De Gaulle, i prossimi mesi renderanno ancor più ribelle e ancor più arrabbiato il popolo italiano. Esso si dichiarerà deluso da Salvini, senza rendersi conto che questi non sarà tanto colpevole di non aver mantenuto le promesse, quanto di averle formulate, nel suo delirio di Rodomonte. Ma dinanzi ai portafogli vuoti, non ci saranno scuse che tengano.
Difficilmente la meteora Salvini avrà una lunga durata. E la grande incertezza dipende dal fatto che non si vede una soluzione, per il futuro. Il popolo non capisce che siamo nella condizione di qualcuno che per anni ha fatto debiti ed ha spazzato la polvere sotto il tappeto. Ora i creditori vogliono la libbra di carne shakespeariana e non c’è via d’uscita. È vero che, alla resa dei conti, i creditori rimarranno con un palmo di naso, ma il prelievo del pound of flesh non per questo sarà meno doloroso.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       2 giugno 2019



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POLITICA
1 giugno 2019
CHE COSA HA VERAMENTE SCRITTO TRIA A BRUXELLES
Chi – per carenza di informazioni o di formazione – spesso non comprende ciò che avviene intorno a lui, reputa che “capire” significhi “essersi fatta un’idea”. E per questo spesso gli basta leggere i titoli dei giornali. Per chi invece è abituato a capire veramente (o almeno a sapere di non aver capito) non ha nessuna importanza ciò che dicono i giornali, le televisioni o i cosiddetti “esperti” nei talk show. Se viene votata una nuova legge sulla legittima difesa, va a leggere il nuovo testo, e lo confronta col vecchio. Allora avrà un’opinione – se è sufficientemente competente – sul fatto che la legislazione sia cambiata in peggio o in meglio.
Ora sappiamo che l’Ue prevede di applicare all’Italia una procedura d’infrazione e, prima di pronunciarsi, ha chiesto se ha spiegazioni o giustificazioni da addurre. Le due procedure (infrazione alle regole o per debito eccessivo) sono cose talmente serie che la prima – la meno grave delle due – ha indotto il governo, alla fine dello scorso anno, a fare una precipitosa marcia indietro sul deficit previsto (dal 2,4% al 2%). Purtroppo non siamo stati nemmeno in grado di mantenere questo 2% (pare che siamo già al 2,4%) ed ora si profila il ben più grave rischio della procedura per debito eccessivo. Per debito eccessivo si intende: “tale che i mercati potrebbero pensare che l’Italia non sia in grado di far fronte ai suoi debiti”, e conseguentemente, pesantissimo intervento dell’Unione Europea nel governo dell’Italia. Ma torniamo al presente. 
L’Ue europea è “preoccupata per l’andamento del debito pubblico italiano”, come scrive il “Corriere della Sera”, e chiede informazioni. A questa improrogabile richiesta, all’ultimo momento utile (qualche decina di minuti prima della mezzanotte del 31) il nostro ministro dell’’economia, Giovanni Tria, ha risposto con un breve testo seguito da un altro più lungo, di cinquantotto pagine. Di quello breve il Corriere ha pubblicato (in foto) la parte detta “essenziale”. E questa parte viene qui diligentemente copiata, aggiungendovi dei numeri che rinviano ai commenti. 
Il Parlamento ha invitato1 il Governo a riformare2 l’imposta sul reddito delle persone fisiche3, nel rispetto4 degli obiettivi di riduzione del disavanzo5 per il periodo 2020-2022 definiti nel Programma di Stabilità. Inoltre il Parlamento ha invitato1 il Governo a evitare6 gli aumenti delle imposte indirette6 per il 2020 individuando alternative idonee a garantire il suddetto miglioramento strutturale7.
Di conseguenza (…) il Governo sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente8 comprimibile9 e delle entrate anche non tributarie10.
Fin qui Tria, con l’approvazione dei due partiti che formano la coalizione di governo ed anche del nostro autorevole Presidente del Consiglio dei Ministri. E questo testo sarebbe comico, se non fosse triste.
Già le giustificazioni dell’Italia non dovrebbero indicare i provvedimenti emessi, dovrebbero indicare i loro effetti concreti, ma qui addirittura non abbiamo neanche l’approvazione dei provvedimenti. Il Parlamento invita(1) il Governo a riformare(2) l’imposta sul reddito delle persone fisiche(3) cioè l’Irpef, quella che paghiamo con la dichiarazione dei redditi. Ma in primo luogo gli inviti non sono cogenti, e in diritto questa sarebbe acqua fresca. Poi il Parlamento non dice al Governo in che misura e neppure in che direzione devono andare quelle riforme. Teoricamente potrebbe anche trattarsi di un aggravio delle tasse che paghiamo con la dichiarazione dei redditi. E sappiamo benissimo che non questa è l’intenzione di Salvini. Dunque si tratta di parole generali che potrebbero significare qualunque cosa. E Bruxelles dovrebbe contentarsene? 
Inoltre, affermare che ciò dovrà avvenire nel rispetto(4) degli obiettivi di riduzione del disavanzo(5) è un azzardo che va chiarito. Infatti, se si profila un provvedimento in deficit (come hanno proclamato sia Salvini sia, ora, Di Maio) un provvedimento in deficit non rispetta affatto quegli obiettivi e aggrava la situazione del debito pubblico. Dunque questo rispetto potrebbe essere impossibile. Diverso sarebbe stato il caso se Tria avesse scritto: “sempre che ciò sia possibile rispettando...”, ma, appunto, non è quello che ha scritto. E Bruxelles dovrebbe contentarsi di impegni così vaghi, labili e contraddittori? Infatti il disavanzo(5) è proprio lo sbilancio fra entrate ed uscite. Esattamente quella malefica pratica che fa aumentare il debito pubblico. Dunque o si rispettano gli obiettivi, evitando il disavanzo, o si spende in deficit. 
Ma il Parlamento ha anche invitato(1) il Governo a evitare(6) gli aumenti delle imposte indirette. Quando si parla di imposte indirette si parla di Iva e a questo riguardo si deve ricordare che l’attuale Governo gialloverde si è impegnato ad aumentarla drammaticamente, a fine anno, se non intervengono correttivi. Ma dire a qualcuno che deve evitare qualcosa è sprecare il fiato. Che senso ha dire: “Evita di essere povero e infelice, è meglio essere ricchi e felici”? Tria avrebbe dovuto dire a Bruxelles in che modo l’Italia troverà i ventitré miliardi o quello che sono per evitare l’aumento dell’Iva. E avrebbe fatto piacere anche a noi saperlo. 
Comunque Tria continua parlando di alternative idonee(7). Altra frase che non significa niente. È come se si dicesse che un tumore maligno si guarisce con le terapie idonee ad ottenere questo effetto. “Diamine, verrebbe da dire. Ma dimmelo, quali sono queste terapie!”
Infine il Governo “sta elaborando un programma”(8). E come potrebbe ciò bastare a Bruxelles, se non sa, primo, qual è questo programma, secondo, se sarà effettivamente applicato e, terzo, se avrà gli effetti sperati?
E poi qual è la spesa “comprimibile”(9)? Non si sa che tutti sono d’accordo per il taglio delle spese che convengono agli altri, mentre giudicano immorali e inammissibili quelle che toccano loro? Le spese non si dividono in comprimibili e incomprimibili, ma in “quelle che lo Stato riesce ad effettuare e quelle che lo Stato non riesce ad effettuare”. E fino ad ora, per anni, malgrado cento spending review, non si è riusciti a cavara un ragno dal buco. 
Lo stesso vale per le entrate non tributare(10), che sarebbero la vendita dei beni immobili dello Stato. Un conto è annunciarle, un altro riuscire a portarle in porto, senza svendere il patrimonio dello Stato. E infatti in Italia nessun competente ha preso sul serio questa fonte di finanziamento (una tantum) dello Stato. E se non è stato preso sul serio in Italia, perché dovrebbe esserlo a Bruxelles)?
La conclusione è semplice: Bruxelles non terrà nessun conto di questa lettera. E se ne tenesse conto, sarebbe per motivi suoi, nel suo interesse, non nel nostro. Perché l’Italia non ha fornito nessuna valida ragione per evitare una delle due procedure d’infrazione.
Il cielo è piuttosto nuvoloso.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1° giugno 2019




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POLITICA
30 maggio 2019
IL POSTO DI LAVORO NON È SACRO
Se qualcuno ha visto i recenti numeri di “Fratelli di Crozza” ricorderà che si concludono con una parodia di Vittorio Feltri, presentato come un vecchio sboccato, immorale e brutale, che parla assolutamente fuori dai denti. Un selvaggio. Il sottotesto di quell’atteggiamento – che del resto il falso Feltri mette spesso in evidenza  – è che, quando si è vecchi, ci si può permettere di dire qualunque cosa. Soprattutto se la si considera “fattuale”. E allora, poiché anch’io non sono più un ragazzino, approfitterò di questa libertà.
Se c’è una cosa sacra, sono i posti di lavoro. Si parla di una fusione, di un rischio di fallimento, di una delocalizzazione? La prima preoccupazione dei sindacati, delle televisioni, dei giornali, insomma di tutti, è che siano “salvaguardati i posti di lavoro”. Le imprese private sono responsabili dei loro soldi, dei loro bilanci e dei loro progetti, ma a patto che non diminuiscano i posti di lavoro. Non sembrano avere nemmeno il diritto di fallire - come se lo facessero per capriccio - perché ciò metterebbe in pericolo i sacrosanti livelli occupazionali.
Tutto ciò è assurdo. Vietare alle imprese di licenziare personale o addirittura di fallire sarebbe un po’ come vietare alla gente di morire. Con la differenza che mentre la resurrezione, malgrado qualche illustre esempio, non è divenuta pratica corrente, molta gente crede che si possano far risuscitare tutte le imprese morte affidandole allo Stato. Cioè tenendole in piedi col denaro dei contribuenti. E poi ci si meraviglia se alla fine, con una simile mentalità, non si riesce più ad uscire dalla crisi economica? 
Tutto ciò merita un “coming out” alla Feltri. Ed ecco che, come i vecchi sparano un rumore mal sorvegliato, io sparo un’affermazione demenziale: i posti di lavoro non sono sacri. Un lavoro si può averlo e si può non averlo. Lo si può trovare e lo si può perdere. Si può essere assunti e si può essere licenziati. Come avviene a milioni di muratori, di baristi, di elettricisti, di parrucchieri. Tutta gente che merita a pieno titolo la qualifica di “lavoratore” ma di cui i sindacati, le televisioni, i giornali e le anime belle si disinteressano totalmente. Che il lavoro lo trovino o lo perdano, che con esso si paghino dei lussi o riescano a stento a nutrire la loro famiglia, alla società non gliene importa niente. Se il proprietario della panetteria dice al commesso: “Quella è la porta”, il poveraccio è licenziato.
La “sacertas” del posto di lavoro esiste soltanto quando i lavoratori sono centinaia o, ancor meglio, migliaia. Se poi sono anche ben vestiti e ben retribuiti (anche se l’impresa è in rosso da decenni, come l’Alitalia) neanche l’arcangelo Michele riuscirebbe a scacciarli da un immeritato Eden. Gli unici posti di lavoro veramente sacri sono dunque quelli dei “numerosi e sindacalizzati”. Costoro sono praticamente sempre salvati dal licenziamento a spese dei contribuenti. Per loro il governo si attiva e non per solidarietà umana: soltanto per interesse politico. Per evitare disordini e cattiva stampa. Per viltà. 
Così gli unici padri di famiglia protetti dallo Stato sono coloro che rumoreggiano in piazza, quelli che reclamano fantomatici “diritti”, insomma un vero stipendio per un finto lavoro. E così ogni occupato deve mantenere non soltanto la sua famiglia, ma anche lo Stato, i falsi invalidi, i disoccupati veri e i disoccupati falsi. E poi ci meravigliamo dell’interminabile crisi. 
Il vero rimedio a questo disastro è la piena occupazione. Quando i disoccupati sono pochi, il lavoro si trova facilmente, e addirittura si è in condizione di scegliere. Se non si riesce ad ottenere questa situazione ottimale, la seconda migliore soluzione è la totale licenziabilità, in modo da realizzare la massima mobilità. Per rendersene conto, basta fare un ragionamento. Ammettiamo che il proprietario di quella panetteria abbia un pessimo carattere e licenzi un commesso solo per uno sgarbo. Certo non potrebbe sognarsi di farlo se la sua fosse una grande impresa o l’Amministrazione dello Stato, ma dal momento che quel commesso non è protetto da nessuno, lo può mandar via. Domanda: è in pericolo un posto di lavoro?
Se la panetteria non aveva bisogno di quel commesso, il posto di lavoro economicamente non esisteva e si è soltanto razionalizzata l’impresa. Se viceversa quel commesso era necessario, il proprietario dovrà correre ad assumerne un altro. Dunque il posto di lavoro non si è perso, un commesso c’era prima e un commesso c’è dopo. Non è la stessa persona, ma “i livelli occupazionali” non sono cambiati. E c’è un’altra conseguenza. Chi dice che il nuovo assunto non sia un commesso migliore di quello che è stato licenziato? E chi dice che, essendo migliore, se un giorno fosse lui stesso a voler lasciare il posto, non sarebbe il proprietario ad offrirgli un salario migliore, pur di trattenerlo? 
La licenziabilità comporta una migliore selezione dei lavoratori, mentre oggi, in particolare nell’Amministrazione dello Stato, esistono incarichi in cui tre persone fanno il lavoro che in un’impresa privata fa uno soltanto. L’avere fatto un idolo del posto di lavoro ha drammaticamente impoverito il Paese. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 maggio 2019



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POLITICA
29 maggio 2019
SALVINI E L'EMPATIA
Se si chiedesse di definire l’empatia, molti sarebbero in difficoltà. Eppure è semplice: è la capacità di mettersi nei panni altrui. La sua totale mancanza – per esempio essendo indifferenti mentre si è crudeli – è prova di tendenze criminali.
L’empatia è anche uno strumento che ci può aiutare a capire il comportamento assurdo di qualcuno, semplicemente pensando che, se sembrasse assurdo anche a lui, non si comporterebbe in quel modo. Il padre musulmano che uccide la figlia perché vuole vivere all’occidentale suscita in noi un tale senso di orrore, da vederlo come un mostro. Ma lo è? La realtà è probabilmente che gli hanno messo in testa l’idea che vivere all’occidentale condanni inevitabilmente all’inferno. Così lui preferisce sapere sua figlia morta ma in paradiso. A questo punto potremmo non soltanto condannare lui, ma comprendere anche la necessità di impedire quel genere di predicazione. Meglio tappare la bocca a un imam fanatico che accettare l’uccisione di un’adolescente senza colpa.
Mettersi nei panni degli altri è per i politici un dovere imposto non tanto dall’etica quanto dall’interesse. Come si può avere successo, se non si sa che cosa gli elettori desiderano? E come sapere che cosa desiderano, se non ci si mette nei loro panni? Anche se la cosa non sempre è facile. Lo stesso popolo soggiace infatti a degli idola morali. Se un politico chiedesse all’uditorio se desidera la totale liberalizzazione della pornografia, riceverebbe un coro di no. E tuttavia moltissimi di quelli che hanno gridato “no”, nel segreto della loro casa, si deliziano con i siti porno. È il fenomeno che ha reso famosa la scena con Paolo Villaggio, quando dichiara che il film “La corazzata Potemkin” è “Una cagata pazzesca”. La risata del pubblico è liberatoria proprio perché milioni di spettatori si sono annoiati a morte, assistendo a quell’opera, ma non hanno osato dirlo. Il politico deve andare oltre il perbenismo di facciata per capire ciò che il popolo pensa realmente. E a quel pensiero fare appello. È ciò che ha saputo fare Matteo Salvini.
Per molti decenni da un lato la pruderie esteriore e bigotta della Democrazia Cristiana, dall’altro la severità etica della sinistra, hanno imposto al popolo di venerare cose di cui era vietato dire male. Fu una prima, opprimente versione della political correctness. Ma il colmo si è avuto recentemente, con il dovere dell’accoglienza nei confronti degli immigranti. Un dovere che la nostra Costituzione (questa sorta di Corano) impone nei confronti di centinaia di milioni di persone, dal momento che lo estende a tutti coloro che, nel loro Paese, non fruiscono delle nostre libertà democratiche. Cioè quasi all’intero orbe terracqueo. 
Non soltanto l’intera Italia ufficiale ha sostenuto queste idee, ma la sinistra al potere ha preteso che non esistesse nessun mezzo per porre fine all’invasione. E il popolo subiva inerme questa celebrazione della “Corazzata Potemkin” . Poi è arrivato Salvini il quale ha detto:  “Basta. Non dico di sparare con i cannoni a chi si profila all’orizzonte, ma in Italia entrerà soltanto chi diciamo noi”, e il popolo ha votato in massa per chi finalmente gridava queste parole. 
Ecco il fascino di Salvini. Lui non si è posto come maestro di morale, inguaribile errore della sinistra. Si è invece fatto interprete di ciò che gli italiani realmente volevano, al di là del buonismo nazionale o religioso, e che lui ha percepito con la sua stupefacente empatia. Gli italiani erano tanto stanchi di quell’atteggiamento giulebboso da accettare anche la volgarità e la rozzezza di Salvini come altrettante manifestazioni di autenticità. Lui si è presentato in tutto simile a un popolano qualunque e per questo è stato votato a valanga.
Il popolo, malgrado qualche manifestazione di buonismo conformista, manda i suoi rappresentanti in Parlamento perché facciano i suoi interessi, non perché gli insegnino la morale e la political correctness. Tutto un mondo fittizio di cui non se ne può più. Ecco perché la comparsa di Salvini è stata sentita come liberatoria. 
Purtroppo questo smascheramento delle sovrastrutture non è attivabile all’infinito. In futuro Salvini farebbe bene a non sbagliare nell’interpretazione del subconscio popolare. Soprattutto non dovrebbe dimenticare che molti dei vantaggi che la massa amerebbe avere non sono possibili e soltanto un demagogo può prometterli rischiando il contraccolpo della delusione. Per esempio le sue ultime proposte sulla flat tax sono semplicemente demenziali.
L’Italia ha un disperato bisogno di senso del reale. Per esempio dovrebbe capire che si possono abbassare le tasse soltanto se si tagliano i servizi e i posti di lavoro inutili. Ma in questo campo è inutile nutrire speranze. 
Salvini ha avuto successo con l’immigrazione, ma presto si accorgerà che non si può avere lo stesso successo col fisco, col debito pubblico, con l’Europa, con le riforme. Con i mille guai dell’Italia. Perché a questi mali nessuno vuole seriamente mettere rimedio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      29 maggio 2019. 



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POLITICA
28 maggio 2019
SALVINI DEVE VINCERE LA PACE
La vittoria di Matteo Salvini alle elezioni europee di domenica richiama alla mente un problema che si ripresenta costantemente nella storia: non basta vincere la guerra, poi bisogna vincere la pace. La guerra è soltanto la prosecuzione della politica con altri mezzi, come ha giustamente scritto Karl von Clausewitz. E ciò significa che, se la politica è sbagliata, la stessa vittoria non produrrà gli effetti desiderati. 
Ne fornisce un buon esempio la storia romana. Cesare Ottaviano – già malaticcio di suo – fu tutt’altro che un fulmine di guerra. Ma fu uno straordinario politico. A diciannove anni fu capace di mettere nel sacco gente con molti più anni ed esperienza di lui. Era uno che magari non vinceva la battaglia ma poi vinceva la guerra. Adattabile, pragmatico, dissimulatore,  crudele o magnanimo secondo come gli conveniva, e machiavellico secoli prima che nascesse ser Niccolò, questo ragazzo fu una forza cui nessuno seppe resistere. Per giunta non soltanto non finì male, come tanti prima e dopo di lui, ma fu sempre onorato, morì nel suo letto e alla sua epoca la tradizione elevò un monumento, parlando di “età augustea”. La lode che un vangelo tributa a Giovanni il Battista - Inter natos mulierum, non surrexit major Johanne Baptista – è del tutto sproporzionata per quello strano personaggio. Sarebbe stato giusto dire: “Non sorse mai, fra coloro che sono fra i nati dalle donne, qualcuno di più grande di Augusto”.
Fare le pulci a chi ha vinto è da frustrati, ma non vedere le difficoltà che li aspettano è da ciechi. E nel caso di Matteo Salvini queste difficoltà sono di tali proporzioni che ignorarle sarebbe ingeneroso. Infatti, se dovesse fallire, bisognerà ricordarsene proprio per esprimergli umana comprensione. Oggi la sua vittoria scintilla al sole come l’abbaglio di mille elmi d’argento, ma forse nessuno saprebbe indicare in che modo metterla a frutto. 
I problemi fondamentali sono due: con quali alleati prendere il potere e che cosa farsene. Se è vero che, come ha scritto Tucidide, nessun vincitore crede mai alla fortuna, è anche vero che nessun popolo perdona al  suo capo di aver perduto, quali che siano le scuse che può addurre. Salvini non può governare seriamente col Movimento 5 Stelle perché esso ha un problema di sopravvivenza: o questo, per farsi valere, gli mette i bastoni fra le ruote, e potrebbe essere lo stesso Salvini a liquidarlo; oppure gli si accoda, rassegnandosi al ruolo di socio di minoranza, e in questo caso potrebbe essere la stessa base del Movimento a dissociarsi dal governo. Già non si sa quale sarà il ruolo di Luigi Di Maio, dopo questa fenomenale batosta. Il contatto con la realtà del governare lo ha ferito a morte. Il suo partito sembra aver esaurito la spinta propulsiva: quella capacità di creare illusioni e offrire semplicistiche speranze che ha sedotto tanta gente. 
L’alleanza col Movimento ormai non può essre né solida né produttiva, Salvini potrà governare soltanto se troverà altri alleati. Col 34% (ammesso che le future elezioni politiche lo confermino) si conta molto, ma non si governa. E, come se non bastasse, l’Italia fronteggia problemi come quello del lupo, della capra e dei cavoli. Per non dire che il programma di Salvini è incompatibile col Movimento, col centrodestra e col centrosinistra. Ed anche con l’Europa. Ecco il problema della pace. Chi si alleerà con chi, per formare il nuovo governo, e per fare che cosa?  
E questa è soltanto la metà del problema. L’altra è sapere come affrontare (ed eventualmente con chi) il rebus economico di fine anno. Per questo non basterebbe nemmeno aver conquistato il 51% dei voti. Infatti quella percentuale non farebbe nascere dal nulla i molti miliardi necessari già soltanto per scongiurare l’aumento dell’Iva. Per non parlare degli investimenti pubblici di cui tanti favoleggiano per rilanciare l’economia. Dimenticando che l’ultima volta in cui abbiamo fatto scintille, col “Miracolo economico”, non l’abbiamo fatto con i capitali di Stato, ma con la libertà economica..
Tributiamo dunque al vincitore il dovuto applauso e tuttavia, senza arrivare allo iettatorio “memento mori” con cui i romani affliggevano i trionfatori, auguriamo a Salvini che la corona d’alloro non si trasformi in una corona di spine.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
28 maggio 2019



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POLITICA
27 maggio 2019
CHE COSA SI PUO' DEDURRE DALLE ELEZIONI
Prima, quanto meno qui in Italia, abbiamo avuto settimane, anzi un paio di mesi almeno, di stagnazione delle notizie e delle attività, in attesa di questa ordalia del 26 maggio. Ora abbiamo i risultati, sia per l’Europa, sia per l’Italia, e sono tanti da far girare la testa. Tutti ci chiediamo che cosa dobbiamo dedurne e che cosa avverrà. Troppa carne al fuoco. Perfino i sesquipedali dibattiti su tutte le reti televisive e sui giornali sono così numerosi, e comportano una tale alluvione di parole, che alla fine si realizza quel fenomeno per cui un eccesso di informazione si risolve in un’assenza di informazione. 
Per tutte queste ragioni, se siamo frastornati, se abbiamo la sensazione di non capire niente, se non abbiamo idea di ciò che avverrà, ci dobbiamo consolare: non soltanto non siamo gli unici, ma la maggior parte degli altri sono nelle nostre stesse condizioni. E allora, rinunciando alle analisi approfondite e alle previsioni giustificate, contentiamoci di capire ciò che è evidente oggi, lunedì mattina.
In Europa, fino a qualche giorno fa, ci si chiedeva se queste elezioni non avrebbero messo a rischio la politica europea o la sopravvivenza della stessa Unione. Nessuno poteva escludere che, in un soprassalto di rabbia, gli europei da un lato volessero punire Bruxelles per i problemi di cui soffrono, dall’altro si aggrappassero al sovranismo, come alla possibile formula del futuro. Anche se sarebbe stata soltanto il ritorno a un pericoloso passato. 
Soprattutto questo sentimento – di speranza o di paura, secondo i casi – era forte in Italia, dove il partito che rappresenta questa idea era previsto come il più forte. Matteo Salvini più di una volta ha detto che, con queste elezioni, la Commissione Europea avrebbe perso potere e l’Italia, mussolinianamente, avrebbe “fatto da sé”. Non si starà qui a discutere quanto questo progetto fosse serio o semplicemente possibile, una cosa è certa: oggi l’Europa non corre questo rischio. Tutto è prevedibile, ma non un governo europeo sovranista e Salvini sarà costretto a parlare d’altro. I nostri problemi dovremo discuterli o con Bruxelles o con le Borse. Con i pugni sul tavolo al massimo ci faremo male alle mani.
In Italia si è certificata ad abundantiam una chiara tendenza che qualcuno sperava non fosse così risoluta. E invece la Lega, col suo 34%, straccia un M5s dimezzato e ridotto al 17%.  Il Movimento è divenuto  terzo partito dietro ad un Pd che si dava per morto e che oggi risale al 22%, distanziandolo di cinque punti. Un’enormità di consensi: quanti ne sarebbero bastati per far entrare in Parlamento, a Bruxelles, un autonomo partito, dal momento che lo sbarramento è al 4%. 
È un terremoto, ma un terremoto le cui conseguenze non sono oggi esattamente prevedibili. Infatti si possono ragionevolmente allineare soltanto interrogativi. La legislatura potrebbe continuare (anche perché 34+17 fa 51%)  ma ovviamente la Lega peserebbe più di prima. E non sarebbe certo scongiurato, per il Movimento, il pericolo di essere bruscamente licenziato, in qualunque momento alla Lega apparisse utile rompere. Essa ha infatti un biglietto vincente per il prossimo governo, qualunque sia; mentre il partito che fu di Beppe Grillo non ha neanche l’indirizzo di una casa di riposo. 
La Lega potrebbe anche chiedersi se le convenga essere al potere alla fine dell’anno, nel momento più economicamente drammatico per l’Italia. Potrebbe addirittura commettere il delitto di provocare la crisi in coincidenza con la formulazione della nuova legge di stabilità, in modo da non assumersene la responsabilità. Né si può escludere che la legislatura finisca bruscamente, o perché qualcuno lo ha voluto, o a causa di un incidente imprevisto. In ogni caso, non si sa ancora quale nuova coalizione potrebbe sostituire l’attuale. Il centrodestra risulta rafforzato, ma la situazione rimane fluida. Qui non ci rimane che incrociare le dita.
Quanto al Movimento, bisogna chiedersi come reagirà a questa bruciante caduta di consensi. Il ridimensionamento era stato annunciato dalla lunga serie di sconfitte alle amministrative, ma nessuno l’aveva previsto così pesante e per giunta a livello nazionale. Luigi Di Maio riuscirà a rimanere seduto su quella poltrona troppo grande per lui, da cui gli pendono i piedi? E il Movimento rimarrà unito o si spezzerà in due tronconi, uno massimalista di sinistra, e uno moderato filocentrista? Per tutto questo non rimane che aspettare.
Un’epitome di perplessità. Ma il lunedì mattina, mentre ancora non si è smaltita la sbornia di numeri, forse non offre di più.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 maggio 2019




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POLITICA
23 maggio 2019
COME VIENE VISSUTA UNA LINGUA
Rispetto agli altri innamorati delle lingue ho un vantaggio: parto dalla totale ignoranza tecnica di che cos’è una lingua. Ed è bene che spieghi che cosa intendo. 
Una sessantina di anni fai dialetti francesi se non erano morti, agonizzavano. I cittadini parlavano francese con un accento regionale, ma francese. Perfino in Bretagna, dove esisteva una lingua celtica del tutto incomprensibile per i francesi, il bretone resisteva soltanto nel popolo e più spesso in campagna. Nello stesso periodo in Italia l’italiano era la lingua due. Una lingua straniera nota a tutti e usata nelle occasioni ufficiali o parlando con persone di altre regioni, ma assolutamente tutti – per esempio in Sicilia, anche nelle grandi città – parlavano in dialetto, lingua uno. Anche nei coltissimi licei classici, gli alunni fra loro parlavano costantemente in dialetto. Gli stessi professori  che con gli alunni parlavano un italiano forbito (con un tremendo accento regionale) fra loro parlavano in dialetto . L’italiano non era mai una lingua spontanea e i dialettismi erano considerati un peccato mortale. Se un siciliano avesse detto: “Stasera mi leggo un libro. A me diverte questo genere di serata” forse sarebbe stato impiccato sulla pubblica piazza. Mentre oggi simili orrori si sentono in tutta la penisola. E ciò perché l’italiano – o ciò che ne è rimasto – è divenuto per tutti l’idioma naturale, spontaneo e incontrollato che era per me il siciliano. 
È questo il mio vantaggio. Non soltanto ho appreso l’italiano come lingua due, ma so anche come vive la propria lingua uno che non ne ha mai conosciuto la grammatica. L’essere di madre lingua siciliana mi permette di esporre il punto di vista dell’ignorante, di chi non ha nessuna conoscenza tecnica dello strumento che usa. Le parole fluiscono dalla mia bocca o entrano nelle mie orecchie direttamente come pensiero. Ad esempio, ero largamente adulto quando mi sono accorto che in siciliano non esiste il tfuturo. Quasi non ci credevo: “E allora come facciamo, per esprimere il futuro?” Ho formulato alcune frasi, per esempio “domani vado al cinema, “dumani vaiu o cinima”, comprendendo che il futuro – come spesso in inglese – si deduce dal contesto. È un futuro sostanziale in un presente grammaticale. Altra particolarità: come in francese e inglese, il verbo essere vuole l’ausiliario avere, così “sono stato” diviene “ho stato”, cioè “aia statu”. Il verbo dovere non esiste ed è sostituito dal verbo avere: “iddu m’ha pavari” (lui mi deve pagare) e così di seguito. Insomma soltanto da adulto ho scoperto che il siciliano ha una grammatica diversa dall’italiano e soprattutto che io, che parlo correntemente quel dialetto, non la  conosco. 
Tutto ciò è anche servito a spiegarmi perché tanta gente commette continuamente errori che mi fanno saltare sulla sedia. I miei connazionali parlano la loro lingua materna e dunque, letteralmente, non sanno quello che dicono. Il  99% non esita a dichiararci:  “Io di questo non ne parlo”, senza rendersi conto di avere detto: “Io di questo di questo non parlo”. I molti che usano una struttura del tipo: “A me diverte sentir parlare il Commissario Montalbano” non si rendono conto di avere usato un complemento di termine al posto di un complemento oggetto. Ma già, complemento di termine, complemento oggetto, differenza tra aggettivo e avverbio, e cose del genere, ormai sono diventate domande da quiz televisivo. Con effetti disastrosi per il concorrente. 
 L’ignoranza corrente dell’italiano è una conseguenza della battaglia vinta contro la scuola e contro il latino (“lingua inutile”). Quando, prima della maturità, avevamo speso otto anni a studiare latino, dovevamo per forza avere la coscienza tecnica delle lingue. Per sapere che il moto a luogo in latino si esprimeva con “in” o “ad” e l’accusativo, dovevamo prima sapere che cos’era un moto a luogo. Il latino era una così approfondita riflessione sulla lingua da trasformarci in tecnici anche dell’italiano. E infatti noi dinosauri guardiamo ai più giovani come a dei barbari.
Una lingua diviene corretta non quando è parlata ma quando è anche studiata. Ciò spiega come mai a volte dei francesi chiedevano a me se quello che avevano scritto era corretto. Io ero sbalordito ed anche fiero che avessero una simile stima di me, uno straniero. Ma poi ho capito che non avevo nulla di cui inorgoglirmi: io quella lingua l’avevo imparata soprattutto leggendo (e percependone tecnicamente la struttura) dunque avevo della lingua scritta una conoscenza maggiore di quegli artigiani.
In conclusione forse dovrei esprimere una maggiore tolleranza, per gli italiani attuali. Poverini, parlano la loro lingua come io parlo il mio dialetto. Non hanno studiato latino e per giunta non leggono neanche in italiano. Così il degrado della nostra lingua è velocissimo.  Per noi un testo del Settecentoè quasi scritto in una lingua straniera, mentre per un francese un testo del Seicento suona, con poche differenze, come un testo contemporaneo. E non è un caso. Nel 1635,fondando l’Académie Française,  Richelieu le assegnò come primo compito la protezione della lingua francese. Noi invece, piuttosto che correggere gli errori, li legittimiamo. Oggi quasi nessuno dice “adempiere il proprio dovere”, si preferisce “adempiere al proprio dovere”, e non si sa perché. Adempiere è un verbo transitivo. Anche i fenomeni “evolvono”, mentre prima “si evolvevano”,. In compenso, in questo stravolgimento casuale di verbi riflessivi, “ci si mangia un panino”. Un riflessivo che va bene soltanto per il fegato. 
Sentiamo continuamente orrori a volte comici. Moltissimi confondono augurare e auspicare (fino a dire: “Ti auspico un grande successo”), paventare per spaventare, il gergo della malavita e la lingua da usare in un telegiornale: così il delinquente è stato “incastrato” dalle registrazioni, poi è stato “pizzicato” dalla polizia ed ha “cantato”. Per non parlare del linguaggio infantile usato per gli adulti che anche a cinquant’anni hanno una mamma, mentre anche gli ottantenni, invece di orinare, fanno pipì. E  immagino che il loro proctologo si occupi della “pupù”.
Sì, siamo proprio nella merda. Parola italianissima.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 maggio 2019



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POLITICA
22 maggio 2019
IL GOVERNO CADRA'? IL PUNTO DI VISTA DI FREUD
Il governo cadrà o durerà? I motivi per l’uno o per l’altro esito sono numerosi e consistenti. E val la pena di indicarne almeno alcuni. 
I motivi per la rottura sono i più evidenti. I due partiti della coalizione sono diversi in tutto: programmi, ideali, storia politica (i “grillini” non ne hanno alcuna), e per giunta devono fronteggiare una situazione economica di cui non sono colpevoli, ma che hanno contribuito ad aggravare. Le prospettive hanno sbocchi disastrosi o dolorosi, di quelli che condannano all’impopolarità. Inoltre i due leader non hanno stile o forse sono convinti che la volgarità, la demagogia e l’approssimazione paghino più che il realismo e la ragionevolezza
Dunque assistiamo a una rissa continua. Un chiasso da comari in lite che potrebbe da solo portare alla rottura. Si sa, quando si lotta per gioco, finisce che l’escalation della violenza trasformi il gioco in guerra. Ce n’è ad abundantiam perché si rompa. Ma la realtà spesso va contro ciò che ci sembrava ovvio. Avendo esaminato un coleottero estremamente massiccio e pesante, con delle ali esili e corte, un ingegnere aeronautico decretò: “Questa bestia non potrà mai volare”. Ma di fatto il coleottero vola. E analogamente il collante del potere (e, nel caso del M5s, la quasi impossibilità di ritrovarlo dopo averlo perduto) opera potentemente per tenere insieme i litiganti che ogni due o tre sberle si giurano eterno amore.
Fra un anno i commentatori condannati dal Fato a far finta che ne sanno molto più dei loro lettori, diranno che “era ovvio che accadesse” ciò che è accaduto. Basterebbe riprendere una delle due serie gli argomenti sopra esposti, per indovinare che cosa scriveranno. Ma sarà la solita profezia del passato. Quello che noi tutti ameremmo conoscere è il futuro, ed esso è  tutt’altro che ovvio, come ci insegna il coleottero. Per esso al massimo possiamo scommettere, ma non con la presunzione di chi dice: “Andrà così”, come fanno i temerari. Si può scommettere seguendo il sistema dei bookmaker anglosassoni, senza essere sicuri di nulla:  “Io attribuisco alla caduta del governo entro un anno tre possibilità su cinque, tu gliene assegni solo due, e allora se cade entro un anno tu mi dai due, se non cade io ti do tre. 
Per fortuna, in questo gioco delle probabilità, un trucco freudiano ci fornisce l’opinione degli interessati, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pubblicamente dichiarano; “Questo governo durerà tutta la legislatura”, anche se dietro la schiena tengono  il coltello con cui potrebbero assassinarla domattina. E invece quello che pensano realmente lo rivelano per via indiretta, come avviene col lapsus o col “mot d’esprit” del caro Sigmund. Di Maio insulta e provoca Salvini ma poi aggiunge che il governo non cadrà. Matteo Salvini, uomo tutt’altro che mite, per il momento incassa, contando di restituire i colpi con gli interessi in futuro, e tuttavia anche lui assicura che il governo non cadrà. Che significa tutto ciò? Semplicemente che ambedue pensano che il governo cadrà (se non lo pensassero non ne parlerebbero) ma sin da oggi vogliono far credere che sarà per colpa dell’altro.
Come quel marito che diceva: “Io non voglio rompere la famiglia, soltanto perché ho un’amante. Se vuole, che se ne vada mia moglie”, mentre questa diceva: “Io non voglio rompere la famiglia soltanto perché mio marito ha un’amante, ma un amante me lo sto cercando anch’io”. Chi chiamerebbe questo rapporto “amore eterno”?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 maggio 2019



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POLITICA
21 maggio 2019
PERPLESSITA' SULLA SEA WATCH
C’è una notiziola, sentita per caso, che potrebbe avere la sua importanza. La Sea Watch 3, la nave che fino ad avant’ieri era alla fonda dinanzi a Lampedusa, dopo avere trasbordato gli emigranti su alcune motovedette italiane, è stata sequestrata. Conseguentemente è stata indirizzata verso il porto di Licata, dove andrà ad affiancarsi alla nave Mare Ionio, anch’essa sequestrata per  analoga vicenda.
Riguardo a queste vicende ho tante di quelle perplessità che chiedo lumi a tutti. La prima domanda  riguarda il contrasto fra il Ministro dell’Interno e la magistratura: che cosa prevedono le leggi, in un caso come quelsto? Mi sembrerebbe infatti gravissimo che un politico si arroghi un potere che non ha, ma non meno grave mi sembrerebbe che, avendo lui quel potere, si vedesse poi scavalcato dall’ordine di un funzionario di Stato come è un qualunque magistrato. Come mai nessuno accusa pubblicamente l’uno o l’altro? D’accordo, io sono un ignorante. Ma lo sono anche tutti gli altri? O sono improvvisamente diventati muti? Come mai nessuno ha scritto un rigo per indicare quale norma di legge ha applicato il Procuratore di Agrigento? Come mai nessuno ci ha fatto ridere indicando quale stupidaggine abbia detto Matteo Salvini,quando ha  ipotizzato di denunciare il magistrato? E se non era una stupidaggine, perché i giornali non sono indignati, dinanzi alla tracotanza di un Procuratore della Repubblica? 
Pare impossibile che tutti siano pronti a sproloquiare su qualunque argomento e poi, in un caso del genere, non si cominci col vedere che cosa dicono le leggi. Anche perché, se esse non esistono, e la decisione è politica, l’ordine dato dal Procuratore di Agrigento costituirebbe un evidente abuso di potere. Dunque, a costo di iessere ripetitivi: : qual è la norma che regge il caso?
Parlando in generale, nessuna nave ha il diritto di attraccare in un nostro porto senza il nostro consenso. Nessuno straniero può varcare la frontiera se l’Italia non glielo consente. Non soltanto egli deve presentare un documento di identità valido, ma il nostro Paese può vietargli di entrare anche se quel documento ce l’ha, in base al proprio discrezionale criterio di opportunità. Per entrare negli Stati Uniti io stesso, il cittadino incensurato di un Paese appartenente da sempre alla Nato, ho dovuto ottenere un visto. Cioè un permesso ad personam, rilasciato da funzionari di Washington che avrebbero ben potuto negarmelo. Dunque i migranti irregolari possono essere respinti o perché sforniti di documenti; o, singolarmente, per motivi di opportunità;  o in base ad una legge che permette l’ingresso soltanto a turisti in possesso di denaro sufficiente per il soggiorno previsto. A New York, prima di farmi uscire dall’aeroporto, mi hanno fotografato, mi hanno preso le impronte digitali, mi hanno chiesto in che albergo sarei andato a dormire e a momenti mi chiedevano che numero di scarpe porto.  In conclusione, non si può credere che il Procuratore di Agrigento sostenga che bisogna accogliere chiunque si presenti. Né quella nave era in pericolo: il mare non era grosso ed essa poteva benissimo riportare i presunti naufraghi in Libia, o depositarli a Malta, oppure in Tunisia, oppure andare a portarli in Olanda, visto che la nave batte bandiera olandese. Salvini, a naso, ha perfettamente ragione, giuridicamente. Ma, ammesso che abbia torto, perché non ci si dice perché ha torto?
E poi ci sono delle perplessità un po’ meno formali. Ammettiamo che il Procuratore di Agrigento abbia ordinato quello sbarco per motivi umanitari. Dunque perché d’accordo con l’Organizzazione Non Governativa Sea Watch. Ma se così fosse, perché poi sequestra la nave? O condivide quel trasporto di migranti, e la Sea Watch è un’organizzazione umanitaria, oppure sospetta quella nave di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e allora i migranti vanno respinti. Per esempio costringendo la nave a lasciare le acque italiane, dopo avere arrestato il capitano.
Non basta. È vero che l’azione della magistratura è sembrata contro Salvini e a favore della Sea Watch, ma se poi la nave è sequestrata e tenuta in un porto italiano per un tempo lunghissimo, come già è avvenuto per la Mare Ionio, siamo sicuri che la magistratura italiana sia benevola verso l’o.n.g.? Respingendo il natante e costringendolo a dirigersi altrove, i migranti sarebbero comunque arrivati in Europa e la nave sarebbe stata libera. Attualmente invece la prodezza di entrare nelle acque territoriali italiane, benché diffidata dal farlo, è costata alla Sea Watch la perdita della nave o – ad andar bene – la disponibilità di essa per parecchi mesi, come avvenuto per la Mare Ionio. E chi dice che lo Stato italiano non passi dal sequestro alla confisca? Non so in che misura il traffico di immigranti clandestini sia assimilabile al contrabbando, ma la legge sul contrabbando prevede la confisca e la distruzione dei mezzi di trasporto usati per commettere quel reato. A questo punto le o.n.g. sarebbero tanto ricche da continuare a fingere di salvare dei naufraghi , sapendo che ogni attracco in un porto italiano gli costa una nave?
La funzione dei giornali dovrebbe essere quella di informare i cittadini, non di partecipare alla rissa quotidiana. E questo vale anche per la Chiesa, per l’Onu, per le anime belle, per il governo e per i giuristi. È tanto difficile farci sapere come stanno le cose? E se non lo sanno, perché non si informano? Urgono risposte.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      



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POLITICA
20 maggio 2019
UN POPOLO INTELLIGENTE MA STUPIDO
La sovranità appartiene al popolo. Queste parole del primo articolo della Costituzione Italiana oggi sono un’ovvietà. Qualcuno chiederebbe: “E a chi volete che appartenga?”
Eppure l’esercizio della sovranità non è cosa semplice: essendo il supremo comando, è anche la suprema responsabilità; e, mentre l’autocrate risponde delle sue decisioni alla storia, (o ai congiurati che lo assassinano) il popolo non ne risponde a nessuno e le paga in prima persona. La Costituzione ha cercato di proteggerlo da sé stesso, aggiungendo che la sovranità dovrà esercitarla “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma il popolo ha anche il diritto di mettersi nei guai, provando ad adottare per esempio la democrazia diretta, e magari internettiana.  
Ciò che la Costituzione intendeva, con quella limitazione, è che la massa non ha la competenza per governare e dunque deve necessariamente delegare questo compito ai suoi migliori rappresentanti. E tuttavia questo problema si inquadra in in un ambito più vasto. 
La democrazia è il miglior regime inventato dall’umanità ma ciò – come aveva ben visto Voltaire - nella misura in cui il popolo è colto e maturo. E infatti, nella maggior parte degli Stati islamici e spesso altrove, la democrazia, anche se tentata, non attecchisce e finisce col volgersi in autocrazia. Ecco perché Oriana Fallaci aveva torto, quando rivedeva le bucce del governo di Reza Pahlavi. Questi aveva perfettamente ragione obiettandole che non avrebbe dovuto sperare di trovare, in Iran, una democrazia come quella inglese. 
In questo quadro, come è sistemata l’Italia? Male, si direbbe. Il Paese, benché sinceramente democratico, prevalentemente colto (se contrapponiamo cultura ad analfabetismo) e composto da persone sveglie, ha dei difetti che lo mettono in pericolo, in particolare un’insufficiente percezione della realtà. 
Per esempio, quando si tratta di valutare sé stessi, gli italiani sembrano soffrire di una forma di schizofrenia. Per evitare il disprezzo di sé, sono capaci di immaginarsi vincitori della Seconda Guerra Mondiale e il 25 aprile di ogni anno festeggiano la “Liberazione”: come se loro fossero stati oppressi da non si sa chi. E a nessuno viene da ridere. Mentre in realtà l’Italia era stata fascista finché le cose andavano bene, al punto che gli Alleati pretesero da noi, come dalla Germania, la “resa senza condizioni”. Questa “rimozione” della storia richiederebbe un Piano Marshall per pagare un esercito di psicoanalisti.
Purtroppo pecchiamo anche  nella direzione opposta. Di contro a questa assurda autoassoluzione, pensiamo di essere il Paese più corrotto del mondo, di avere un alto tasso di criminalità, di essere degli incapaci e insomma che tutti sono migliori di noi, una giaculatoria di ingiustificate autofustigazioni. Ma poi, ulteriore piroetta, ci assolviamo da queste pecche dando la colpa di tutto al malgoverno. Come se non lo avessimo eletto noi e come se i suoi componenti non fossero nostri connazionali. 
Presi ad uno ad uno, siamo individualisti, scaltri, e capacissimi di proteggere i nostri interessi anche a costo di andare contro la legge. Quando invece si tratta dell’amministrazione dello Stato, dimentichiamo il buon senso e diventiamo idealisti, estremisti, collettivisti e, in una parola, stupidi. Vorremmo uno Stato perfetto e onnipresente, amministrato da angeli non italiani, capace di guidarci e accudirci dalla culla alla tomba. Insomma un’Amministrazione che si faccia carico (gratis), di tutti i nostri problemi. Il risultato è che uno Stato parassitario ci carica di tasse e non ci fornisce ciò che ci aspettavamo. Infatti ha, come prima spesa, l’autofinanziamento.
A tutto questo si è recentemente aggiunto un fenomeno, prova finale del delirio. Dopo avere voluto lo Stato com’è, ci siamo talmente arrabbiati contro di esso da chiederne la fine. Come chi dicesse: “Basta, voglio un altro universo”. E questo è ciò che hanno offerto i Cinque Stelle, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Si può dire del popolo italiano quello che un amico inglese diceva di suo figlio: “È tanto stupido quanto è intelligente”. Ed era molto intelligente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 maggio 2019




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POLITICA
19 maggio 2019
SALVINEIDE
Per uno che è ateo, materialista e determinista, l’uomo è, se non una macchina, un essere immerso, come tutto il resto dell’universo, nella catena causale. Questa catena, almeno dal nostro punto di vista, è influenzata da una casualità prospettica (perché noi non possiamo avere nozione di tutte le cause operanti), ma l’altra componente è ciò che il singolo è. Se ama le motociclette e per temperamento è imprudente, per lui è più probabile che per un altro morire in un incidente. 
Per il singolo è del tutto impossibile conoscere il futuro, ma qualche previsione si può azzardare. Memorabile, in questo campo, il momento in cui Gianfranco Fini prese a fare la guerra a Berlusconi. Memorabile perché evidentemente quella strada non aveva sbocco e bastò aspettare per averne conferma. Fini fu letteralmente cancellato dalla realtà. La legge di causalità aveva fatto l’intero suo corso.
Oggi ci si può chiedere quale potrà essere il futuro di Matteo Salvini, che ha ereditato, o piuttosto preso in mano, un partito pressoché agonizzante e gli ha ridato nuova vita. In breve ha realizzato il miracolo di rivitalizzare la Lega, portandola ad un risultato elettorale mai visto, sopravanzando Forza Italia. Un’impresa pressoché napoleonica. In seguito, pur essendo alleato di un partito di incompetenti scervellati, è riuscito a sopravvivere un anno e l’ha fatto cavalcando un solo cavallo, il contrasto all’immigrazione. Ma era un cavallo di battaglia, perché gli italiani erano esasperati. Infatti ha più che confermato quel miracolo, col raddoppio – nelle intenzioni di voto - del già mirabolante esito delle elezioni. Un uomo eccezionale, dunque. Ma è lecito chiedersi in che misura il suo temperamento lo destini ad un successo duraturo. 
Sono esistiti personaggi che il successo se lo sono costruito piano piano, nel corso di molti anni, senza mai sbagliare una mossa, senza mai doversi rimproverare un maldestro atto di spontaneità. Il massimo esempio è stato Giulio Andreotti. Un uomo dall’approccio mite e benevolo, dotato di humour, che si poteva persino sottovalutare, e che invece era così presente a sé stesso, così cosciente di chi aveva di fronte e della situazione in cui si trovava, che proprio non c’erano rischi che sbagliasse una parola. La sua freddezza era tale che non sarebbe stato difficile immaginarselo mentre dava del lei alla sua stessa immagine nello specchio. Andreotti era veramente “per tutte le stagioni”, nel senso positivo che Shakespeare dava a questa espressione. 
Viceversa sono esistiti uomini di successo simili a cavalli da corsa, dal carattere impetuoso e vincente. Capaci di imprese memorabili, ma anche di imprudenze, eccessi, errori. Alessandro Magno, per esempio, era tutt’altro che un esempio di equilibrio. Per non parlare di Hitler, personaggio – oltre che criminale – passionale, visionario, squilibrato, collerico, paranoico. Ha accumulato tanti errori che sarebbe stato stupefacente un duraturo successo, non una tragica fine. E infatti, se non si fosse ucciso, sarebbe stato certamente impiccato.
Salvini non ha il temperamento di Andreotti. È un attore eccessivo, esplosivo, fiammeggiante. Oltre che (volutamente?) fin troppo volgare. Tutto ciò, normalmente, dovrebbe condurlo alla rovina in breve tempo. Ma, a differenza di Fini, sembra intelligente. Non nel senso che Fini fosse uno stupido, ma nel senso che la sua intelligenza si coniuga col buon senso. Salvini è pragmatico e in questo campo – se pure con uno stile opposto – somiglia ad Andreotti. Se si accorgesse di avere imboccato una strada sbagliata, non esiterebbe a fare marcia indietro, forse perfino a chiedere scusa. Infatti come Stella Polare ha uno sconfinato amore per sé stesso e nessuna ideologia. 
Queste qualità ne fanno un personaggio sostanzialmente imprevedibile. Se, seguendo il suo temperamento, si rovinasse con le sue stesse mani (per esempio apparendo troppo in televisione, parlando troppo, scrivendo troppo sulla Rete, commettendo qualche clamorosa gaffe) nessuno potrebbe stupirsene. Anzi, diremmo tutti che era fatale finisse così, date le premesse del suo carattere. Ma è anche vero che questo camaleonte, accortosi che la demagogia, l’aggressività e, ancora una volta, l’eccesso, non pagano, sarebbe capace di mutare improvvisamente pelle, divenendo ragionevole, mite, rassicurante e serio. In questo caso tutti scriveremmo che era da prevedere: la maschera del demagogo volgare ed eccessivo l’ha indossata soltanto finché il pubblico l’ha applaudita. Dunque, quale che sia l’esito, meglio non scrivere: “Ve l’avevo detto”. Perché nessuno potrebbe dircelo. Nel suo caso, a parte gli imprevisti della Fortuna (come sempre del tutto determinanti), in futuro sarà più forte il suo temperamento o il suo cervello? Il cavallo o il cavaliere?
Questo mattatore è vagamente shakesperiano, nel senso di colorato, eccessivo e pressoché paradigmatico. La sua stessa rozzezza, per esempio, è grandiosa, classica, quasi sofoclea. Nel lungo termine egli è soltanto un interrogativo. Nel breve, ci si chiede come uscirà da questa scena. Infatti se, come dicono tutti, questo governo non durerà, egli dovrà immediatamente trovare o una collocazione politica, o comunque una linea di comportamento per far fronte ai colossali problemi di fine anno. E stavolta non bisognerà comprare popcorn, ma qualche chilo di calmanti e ansiolitici. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      19 maggio 2019



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POLITICA
18 maggio 2019
DELITTO DI FORMAZIONE MAINSTREAM
Da sempre, in materia di scuola, si gioca sul contrasto fra formazione e informazione. Tutti, sulla scia di Montaigne che diceva di preferire “une tête bien faite” a “une tête bien pleine” (una testa ben fatta a una testa ben piena) si sono sbracciati a dire che la scuola deve formare, non informare. E così l’informazione è stata tradotta in nozione, la nozione in informazione inutile e il tutto in un concetto universalmente esecrato: il nozionismo. 
La lotta contro il nozionismo è stata vincente. Oggi infatti molti laureati non hanno nessuna traccia di questo difetto e credono che le colonne d’Ercole siano quelle che fece crollare un gigante israeliano, quello che disse: “Muoia Maciste con tutti i Maccabei”. Purtroppo, la realtà non si lascia incantare dalle formule e nei fatti continua a chiedere come si possa formare una testa, se quella testa non è orientata nel tempo (storia), nello spazio (geografia), e nella logica (matematica). 
La formazione è il coronamento dell’informazione ben digerita e condita di riflessioni critiche. Una testa ben vuota non sarà mai una testa ben fatta. Montaigne, per parte sua coltissimo,  sarebbe sicuramente d’accordo, lui che bambino ha parlato latino prima che francese. 
La capacità di riflessione critica dovrebbe essere la missione finale di tutta la scuola. I docenti dovrebbero essere obbligati per legge a non essere mai filogovernativi. Oppure, essendolo, a non dimostrarlo. La scuola non assolve il suo compito proclamando con passione le idee universalmente accettate ma al contrario spiegando come è potuto avvenire che persone perbene e in buona fede abbiano potuto essere antisemite e a favore delle leggi razziali. Questo è capire la storia, non condannare il passato secondo i parametri del presente. Solo in questo modo si possono mettere in guardia i ragazzi contro le idee sbagliate. Ai fascisti bisognerebbe spiegare come si può essere comunisti, e ai comunisti come si possa essere fascisti. Del resto non sarebbe difficile, dal momento che ambedue sono ideologie estremiste e semplicistiche. Oltre che intolleranti. A tutti bisognerebbe ripetere: “Non ridete della caccia alle streghe. Se foste vissuti allora, tutti voi ci avreste creduto, come ci credevano tutti. Allenatevi a pensare che ciò che dicono tutti potrebbe essere falso”.
Io ho insegnato in classi in cui l’unico anticomunista ero io. Così ai ragazzi dicevo ridendo: “So che voi mi considerate fascista, perché non sono di sinistra. Ma durante il fascismo, essendo un liberale,  io sarei stato antifascista, mentre voi, pensandola tutti nello stesso modo, sareste stati fascisti”.
Per tutte queste ragioni mi ha addolorato la notizia di una professoressa palermitana sospesa dal servizio e dallo stipendio per quindici giorni per non avere impedito che i suoi studenti creassero un video in cui si paragonava Salvini a Hitler, e il suo decreto sicurezza alle leggi razziali. Quella donna avrebbe potuto essere una mia allieva, cioè una cara ragazza allineata sulle idee dei suoi compagni comunisti. Forse non ha avuto neanche un solo professore che le abbia insegnato ad essere per principio contro il mainstream, quale che sia. Ma questa professoressa, a cui probabilmente nessuno mai ha insegnato il pensiero critico, come potrebbe insegnarlo a sua volta? E come potrebbe immaginare che ciò che è stato ovvio per tanti decenni (per esempio che tutti i politici di destra sono antidemocratici e possibilmente criminali) possa ad un certo momento divenire anatema? Lei stessa avrà anche insegnato che i partigiani erano buoni (tutti) e i repubblichini cattivi (tutti), che i partigiani hanno vinto la guerra contro i nazisti e che l’Italia non è mai stata fascista, ma soltanto vittima del fascismo. Insomma tutta la serie di falsità su cui si regge il conformismo.
D’accordo, la docente non è una ragazzina, ma avere oggi sessant’anni significa avere avuto quindici anni nel 1974 e posso certificarvi, perché c’ero, che in quel tempo i ragazzi, salvo alcuni coraggiosi disadattati, erano comunisti. Perché questo gli insegnavano i docenti. E se qualcuno non era nemmeno socialista, era considerato un fascista. 
La professoressa di Palermo è un po’ come quei giapponesi che, perdutisi e rimasti soli nella giungla, non si sono arresi e sono stati pronti a combattere inesistenti americani ancora anni dopo che la Seconda Guerra Mondiale era finita. Perché nessuno li aveva avvertiti. Forse quella signora ha incoraggiato i ragazzi a dire peste e corna di Matteo Salvini come forse un tempo lei è stata incoraggiata a dir male di Giorgio Almirante. E nessuno l’ha avvertita in tempo che, una volta al potere, la destra può essere intollerante come la sinistra. 
Una scuola formativa sarebbe una scuola in cui, invece di insegnare un ragionamento esatto, si esponesse un ragionamento inesatto, invitando i discenti a scoprire dov’è il difetto.  Il primo che ha detto che “la verità è inconoscibile” si sarà creduto intelligente. Ma veramente intelligente è stato colui che ha distrutto l’intero scetticismo chiedendo: “Ma è vero che la verità è inconoscibile?” Perché a questa domanda non si può rispondere né sì né no.  In ambedue i casi si distrugge lo scetticismo. Viva i greci dell’antichità, non fosse altro che per avere avuto uomini così.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 maggio 2019



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POLITICA
17 maggio 2019
COSTRETTO A PROFETARE
Carlo Guastamacchia, un amico alla cui affettuosità non potrei mai dire di no, mi sfida con queste parole: “I tuoi ultimi scritti sono inconfutabili cahiers de doléances, dai quali deduci quadri apocalittici mai dettagliatamente descritti”; “Per favore mi (ci) sai descrivere cosa si verificherà il giorno del tracollo?”
Potrei rispondergli che non lo so, ma sono abbastanza umile per tentare di spiegarmi. Anche se, quando si parla di futuro, il dubbio riguarda soltanto la percentuale di errore.
Comincerò con un parallelo. Immaginiamo un commerciante chiaramente in dissesto. Presto non avrà più credito con i fornitori, sicché dovrà chiudere l’impresa. E per sapere questo non occorre la Sibilla. Ma che cosa in concreto accadrà dopo, nessuno può dirlo. Innanzi tutto potrebbe non succedere quasi nulla. I creditori potrebbero rassegnarsi: che ci guadagneranno a richiedere il fallimento? In questi casi i chirografari rimangono a becco asciutto e sarà grasso che cola se si riuscirà a pagare lo Stato e il curatore. Ma qualcuno potrebbe non rendersi conto che questo è l’esito inevitabile, e tentare la carta giudiziaria. Oppure avere ragione di credere che ci sia ancora qualcosa da spremere, da quell’uomo. O infine potrà essere seriamente arrabbiato  col fallito, a causa della sua malafede, e richiedere il fallimento quanto meno per punirlo. Come saperlo prima?
Non basta. Di che fallimento si tratterà? Un normale fallimento o il magistrato ravviserà una bancarotta? E poi, semplice o fraudolenta, per la quale è obbligatorio il mandato di cattura? Le incognite sono molte. Una sola cosa è certa: il commerciante non avrà di che divertirsi. Dunque non è che la Sibilla non sia stata capace di specificare le conseguenze negative della situazione: è soltanto che la loro configurazione concreta dipenderà da molti fattori. Ma sulla loro drammaticità non ci sono dubbi.
L’Italia è indebitatissima. I creditori sono sempre meno disposti a farle credito. È questo che denuncia l’aumento del differenziale rispetto agli interessi richiesti per i titoli tedeschi. Questi sono appetibili anche se non rendono niente, i nostri si avviano a tassi intorno al 3%, cioè un’enormità, considerando che ogni anno piazziamo sui mercati qualcosa come quattrocento miliardi di euro di cartelle. E se noi insistiamo a far aumentare il debito, potremmo arrivare al momento in cui gli investitori non si sentiranno di rischiare il loro capitale, nemmeno se offriamo interessi altissimi. E a questo punto non saremmo in grado di far fronte alle nostre necessità. Nel senso che non avremmo euro a sufficienza per pagare i titoli in scadenza. Oltre che per comprare petrolio, e non solo petrolio, dal momento che dipendiamo dalle importazioni per mille cose, dal caffè alle automobili. 
A questo punto l’Europa potrebbe cercare di salvarci, ipotesi uno, oppure, ipotesi due, potrebbe buttarci fuori dall’euro e dall’Unione Europea. Sempre che abbia questa scelta, infatti la decisione potrebbero prenderla autonomamente i mercati. Comunque partiamo dalla prima ipotesi. Ammettendo che l’Unione abbia la forza e la volontà di salvarci, è ovvio che non lo farebbe gratis (1). Infatti l’unica ragione per farlo sarebbe che il fallimento dell’Italia sarebbe molto costoso anche per gli altri Paesi. E per conseguenza, in tanto ci aiuterebbe, in quanto il non aiutarci le costerebbe anche di più. Se la Francia – per dire – ha trecento miliardi di euro in titoli italiani, è ovvio che sarebbe disposta ad affrontare soltanto un sacrificio inferiore a trecento miliardi. Cinquanta miliardi? Ma quei miliardi dovremmo pagarli noi. 
E poiché anche la Germania ed altri Paesi hanno i nostri titoli, è chiaro che, per tenerci la testa fuori dall’acqua, e per ricuperare in parte i loro soldi, ci chiederebbero di cedergli il volante. Da un giorno all’altro avremmo la scelta tra essere un Paese fallito, cui nessuno fa credito, oppure un Paese che ha svenduto la propria indipendenza ed è eterodiretto. Bruxelles, non Roma, capitale. 
Quanto all’ipotesi due, cioè il fallimento puro e semplice appena delineato, non credo sia necessario descriverne le conseguenze. Basta pensare alle conseguenze del fallimento privato. Oggi paghiamo il petrolio con l’euro, una moneta forte. Domani, tornando alla lira, dovremmo lo stesso pagare in euro o in dollari, e questi euro e questi dollari dovremmo “comprarli” con la nostra lira svalutata. Al cambio che stabiliscono i mercati. Se, per ipotesi, la nuova lira valesse mezzo euro, la benzina domani costerebbe l’equivalente di tre euro a litro. E chi soffrirebbe di più sarebbe senza alcun dubbio chi vive di reddito fisso: lavoratori dipendenti e pensionati. Sto parlando non di appetito ma di fame, sgradevole compagna di viaggio.
Ma forse mi sbaglio. Forse Salvini è il più grande economista di tutti i tempi e non soltanto ci salverà da questi tristi scenari, forse ci condurrà, al di là del Mar Rosso, nella Terra Promessa.
In conclusione, sarà pur vero che non ho indicato e non indico una precisa Via Crucis, per quanto riguarda il futuro dell’Italia. Le strade che si possono imboccare sono parecchie. Ma ciò che importa sapere è che sia la padella sia la brace sono scottanti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
16 maggio 2019
(1) https://www.corriere.it/?refresh_ce-cp, “Non pagheremo i debiti dell’Italia”. Altolà dell’Austria (e anche della Ue).



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POLITICA
16 maggio 2019
GRIGIO PIU' NERO NON DA' BIANCO
Ero giovane, quando è uscito il film di Hitchcock “Psycho”, e sono stato avvertito: “Stai attento, è un film bellissimo ma terribile. C’è addirittura chi sviene per l’emozione. E poi il finale è del tutto imprevedibile”. 
La proiezione confermò le indicazioni ricevute, ma l’imprevisto fu la mia delusione: l’epilogo non mi sembrava razionale. Era un modo di risolvere un “mystery” uscendo dalla verosimiglianza. Come se in un romanzo di Agatha Christie alla fine si scoprisse che la vittima è stata uccisa da un licantropo.
Lo so che Hitchcock è uno straordinario genio del cinema e del giallo, e tale l’ho stimato anch’io, che ho molto goduto dei suoi film. Ma su Psycho non ho cambiato opinione. C’è un limite a tutto. Come disse Napoleone, “Dal sublime al ridicolo, non c’è che un passo”. E nello stesso modo, tra la suprema ammirazione per la soluzione del mistero e il sorriso di sarcasmo per la trovata insulsa, c’è meno di un passo.
La considerazione non vale soltanto nell’arte. Quando una situazione reale si ingarbuglia sempre più, è vano sperare che la soluzione possa essere positiva e brillante. È raro che dall’affastellarsi delle negatività possa nascere la positività. La maggior parte delle volte, come è normale, dalla confusione nasce un esito abborracciato, scomposto e largamente sgradevole. Proprio a proposito di Napoleone basta del resto ricordare come si passò da una situazione in cui si era ubriachi di egualitarismo, di democrazia e di laicismo, agli eccessi selvaggi del Terrore e fino a sfociare in un’autocrazia che non si contentò di chiamarsi monarchia ma addirittura Impero. Una farsa grandiosa in cui un ex tenente d’artiglieria si fece incoronare dal Papa, o più esattamente si incoronò da sé in presenza del Papa, reputato soltanto un utile ornamento per tale cerimonia.
A tutto ciò si pensa – fatte le dovute differenze di scala fra i giganti e i nani – guardando alla situazione politico-economica italiana. Convergono in questo 2019 tanti di quei problemi in attesa di soluzione, con tanti personaggi in conflitto, che proprio non si riesce ad immaginare una soluzione salvifica. Non esiste nessuna spada che possa tranciare questo nodo di Gordio. In primo luogo perché i problemi sono obiettivi, e questi richiedono soluzioni obiettive, che non si intravvedono. La nostra situazione economica, il nostro debito pubblico, gli impegni presi con le “clausole di salvaguardia”, il nostro fisco eccessivamente pesante, le difficoltà che hanno le nostre imprese per sopravvivere e, non ne parliamo neppure, per far fronte alla concorrenza, sono tutti fattori che non si possono esorcizzare. 
I nostri governanti non sono dei geni – non mi strapazzo per dimostrarlo – ma, quand’anche lo fossero, non potrebbero far niente. E per giunta, dimentichi del resto del mondo, essi non fanno che litigare. Non si accorgono di non essere in grado di risolvere i problemi che li attendono, ma quel ch’è peggio sembrano non rendersi conto della loro esistenza. Come i bambini  viziati dicono: “E se arriva l’Uomo Nero io gli do un pugno sul muso”. Continuano a “parlare a spiovere”, come pare dicano a Napoli, non solo complicando la situazione politica fra loro, ma facendo impennare lo spread, tornato nei dintorni dei trecento punti. Quel livello che già l’anno scorso li spinse a cambiare la legge di stabilità. Allora le autorità europee li spinsero a tornare indietro con la coda fra le gambe, ma il peggio è che, cinque mesi dopo, siamo nella stessa situazione di prima: debito che continua ad aumentare, recessione, economia asfittica e spread che sale. E per giunta piove, direbbe Groucho Marx.
Essere ottimisti in questo caso sarebbe come esserlo mentre il Titanic a poco a poco affonda e non ci sono scialuppe per tutti. Bisognerebbe essere capaci di sperare che l’iceberg si trasformi in un’enorme carrozza di Cenerentola, che salva quasi duemila persone.
Rimane soltanto un dubbio: è meglio avere gli occhi aperti e capire ciò che sta succedendo, o essere degli imbecilli incoscienti? Di quelli che, quando infine non possono negare il pericolo, continuano a sperare che “una soluzione si troverà”. 
Come se a Dio dovesse “parere brutto” far soffrire quei bravi ragazzi degli italiani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
15 maggio 2019
LA DROLE DE GUERRE
Tanto in francese – l’aggettivo “drôle” – quanto in inglese – l’aggettivo “funny” - hanno il doppio, se non triplo, significato di buffo, strano e persino inquietante. E infatti, se c’è una cosa che non è buffa è la guerra. Ma la Francia fu formalmente in guerra con la Germania dal settembre 1939, e fino al maggio del 1940 non accadde nulla. È forse normale una guerra dichiarata in cui nessuno spara un colpo, in cui nessuno attacca il nemico, e si sta lì ad aspettare che qualcosa accada? Ecco perché, sul momento ed anche dopo, la Francia designò quel momento storico come “la drôle de guerre”, la strana guerra. Per tutti quei mesi la nazione – impreparata al conflitto – sperò di non essere realmente coinvolta. 
In realtà la guerra, più che “buffa”, era inquietante. La quiete significava soltanto che Hitler voleva avere le mani libere di operare altrove. E che fosse stupido rintanarsi dietro la Linea Maginot (come se i tedeschi non potessero, come nella Grande Guerra, affrontare la Francia passando dal Belgio) la storia lo dimostrò ad usura. Non soltanto rendendo schiava la Francia per quattro anni, ma assestandole un tale colpo, che essa non fu mai più la Grande Potenza che era stata prima.
Se il bollettino meteorologico annuncia tempesta, è stupido rassicurarsi alzando gli occhi e vedendo che il cielo è ancora azzurro. Se la diagnosi parla di cancro, non basta rispondere che ci si sente ancora benissimo. Quando sono riunite tutte le cause perché un fenomeno si verifichi, il fenomeno si verifica. Ma il fascino della bonaccia prima della tempesta è pressoché irresistibile e confesso di esserne stato vittima anch’io. All’università, tre mesi prima dell’esame la data mi pareva tanto lontana che ogni scusa era buona per non studiare. Poi, un mese prima, cominciavo a dedicare un’oretta a quella dannata materia, finché la data era così vicina che ero alla disperazione. Nell’ultima settimana arrivavo a studiare anche quattro o cinque ore al giorno (per me, una prestazione da record) e infine, regolarmente, non dormivo la notte prima degli esami, sperando di riuscire a scongiurare la mia prima bocciatura. 
Ovviamente il fenomeno è più grave quando in questo modo si comporta uno Stato, ma purtroppo in politica vige la filosofia secondo la quale, se il popolo si lamenta di non avere abbastanza luce, basta accendere la candela da ambedue le estremità. È vero, così si consumerà a grandissima velocità, ma che importa? Per i politici l’essenziale è passarla al prossimo governo prima di scottarsi le dita. 
Ed è così che si comporta l’attuale governo. Ha ereditato un Paese disastrato, con un’economia ferma da dieci anni, e ciò anche quando il resto del mondo e dell’Europa si è rimesso in moto. Ma se l’attuale governo non ha colpa per il passato, ha certamente una grave responsabilità per il futuro. Chi assume il comando mentre la nave imbarca acqua, non ha la responsabilità della falla ma non per questo può limitarsi a non allargarla.
Ed invece è esattamente ciò che fa il governo giallo-verde. Non soltanto non ha invertito la tendenza, ma se qualche rimedio ha proposto, è stato un rimedio peggiore nel male: la prosecuzione della politica di “deficit spending”, delle regalie, dell’assistenzialismo e, in sostanza, dell’aumento del debito pubblico. E in questa situazione di drammatico abbassamento del barometro, che cosa annuncia Matteo Salvini? Che lui di uno sforamento del deficit oltre il 3% sul pil, se ne frega. Se c’è da spendere, si deve spendere e poi si vedrà. 
E noi vedremo che aumenta il servizio del debito, che rischiamo la procedura d’infrazione (o quella per debito eccessivo), il fallimento e l’espulsione dall’euro, se non dall’Unione Europea. Per non parlare dell’Iva al 25%. E tutto questo non chissà quando, ma entro la fine dell’anno. Con quale coraggio ci si può comportare da incoscienti a questo punto? 
È vero che, come notava qualcuno, questa gente non è da prendere sul serio. Ciò che dice oggi è capace di smentirlo domani, ciò che ha detto la mattina può essere il contrario di ciò che dice  la sera. Ma ciò significa che siamo guidati da irresponsabili. Non capiscono che le parole, da sole, sono capaci di far aumentare lo spread. E infatti ieri esso è arrivato a 280 punti base e oggi a 290  
A meno che il senso di tutto queto non sia che, dopo aver fatto danni per un anno, i nostri campioni intendano passare la mano ad un altro governo, per dichiararsi non colpevoli della tragedia finale. 
Se una società per azioni fosse guidata come è stata guidata l’Italia dal 1963 (primo centrosinistra), sarebbe fallita da un pezzo. E se i dirigenti del Paese fossero trattati come gli imprenditori privati, per loro si profilerebbe l’accusa di bancarotta fraudolenta. Reato per il quale è obbligatorio di mandato di cattura. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 maggio 2019




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POLITICA
14 maggio 2019
IL FASCISMO NON È MORTO
Immagino di essere fra i pochi ancora vivi che hanno avuto il tempo di essere fascisti. Di essere Figlio della Lupa non m’importava nulla, ma aspettavo di divenire Avanguardista. Infatti adoravo i pantaloni alla zuava. Invece Mussolini perse la guerra, arrivarono gli Alleati con le jeep, la gomma americana e interi capitali da spendere con le puttane, e di pantaloni alla zuava non si parlò più. Almeno così credevo io.
E non solo io. I “grandi” parlavano della guerra al passato e non capivano che diamine volesse fare Mussolini, con l’aiuto di quattro ragazzacci. Era evidente che non avrebbero cavato un ragno dal buco. Agli alleati i soldi e gli armamenti uscivano anche dagli occhi e il fascismo, che già era materia di barzellette mentre ancora il Federale poteva fare paura, dopo il 1943 passò dall’umoristico al patetico. Infine si asciugò come una macchia d’acqua al sole.
Almeno, così si visse la cosa da queste parti. L’intera Italia Meridionale, con una saggezza e un pragmatismo che risaliva ai greci e a quei magliari dei fenici, desiderava soltanto archiviare la guerra, riempirsi finalmente la pancia, ritrovare, se non i lussi, almeno le piccole soddisfazioni di un tempo: il caffè fatto col caffè, e non con l’orzo, il pane bianco, la cioccolata. Sperando sempre che la casa lasciata in città non fosse stata distrutta dai bombardamenti.
Errore. Non avevamo capito niente. Non era affatto vero che il fascismo aveva perso la guerra. Il fatto che gli alleati avessero risalito l’intera penisola, il fatto che De Gaulle e il Generale Leclerc avessero sfilato lungo gli Champs Elysées, il fatto che i russi fossero arrivati a Berlino, talmente distrutta che sembrava spianata col mattarello, erano tutte illusioni ottiche. Il fascismo aveva più teste dell’Idra, era più immortale degli dei dell’Olimpo, e se per caso qualcuno credeva di averlo ridotto in cenere, rinasceva dalle ceneri come la mitologica Fenice.
Prima avevamo vissuto sereni sotto il fascismo, dovendo pagare soltanto lo scotto di un regime parolaio e ridicolo, poi avevamo assistito impassibili a quello che credevamo il suo trapasso, e non sapevamo che soltanto dopo saremmo vissuti con l’angoscia di questo potere immortale e insidioso. I migliori di noi lottavano contro il fascismo, avvinghiati con esso in una lotta mortale, come Ercole e Caco. O era Anteo? Poco importa. La nostra fortuna era che decine e decine di milioni di partigiani, da tutte le montagne, sparavano a valle contro sparuti gruppi di nazisti terrorizzati. In una lotta senza tregua e senza fine.
Tutti siamo capaci di un singolo atto d’eroismo, ma oggi la nazione è chiamata all’eroismo della Resistenza, cioè l’eroismo ultradecennale, quasi secolare. Si deve continuare a lottare anche quando si è stanchi, anche quando è passata un’eternità dall’ultima volta che abbiamo avvistato il nemico, e soprattutto quando ci illudiamo di averlo vinto. 
Ormai, da oltre settant’anni, abbiamo capito che questa guerra non potrà mai essere vinta. Possiamo sopravvivere soltanto se manteniamo integra la nostra vigilanza. Se ci dichiariamo antifascisti almeno un paio di volte al giorno prima dei pasti. Se proclamiamo di non voler condividere uno scompartimento di treno con uno il cui bisnonno una volta gridò: “Viva il Duce!” Soprattutto se accettiamo che l’Italia sotto il fascismo soffrì più degli ebrei ad Auschwitz. Infatti il fascismo, lo hanno stabilito legioni di studiosi (e guai ad ipotizzare il contrario) semplicemente non poté fare una singola cosa buona, nemmeno per sbaglio. Bisogna riconoscere che esso annullò la democrazia tanto completamente che, una volta abbattuto, l’Italia non sapeva più che cosa fosse. Non riusciva a ricordare che regime avesse, prima del 1922, e i partigiani sono stati costretti ad inventare un tipo di regime nuovo, fondato sui valori della Resistenza: cioè la democrazia. Un tipo di regime ignoto a tutti i governi contemporanei e del passato.
Che difficile impresa, questa lotta contro il fascismo. E che forza deve avere questa ideologia, se in un Paese di sessanta milioni di abitanti che pensano al lavoro, alle tasse e, se gli rimane tempo, al calcio, un gruppetto di scalmanati, dopo essersi riuniti in un ascensore, riesce a mettere la nazione in pericolo semplicemente con un saluto romano.
Per fortuna i valori della Resistenza, essendo resistenti, resistono. L’essenziale è essere antifascisti, poi è permesso tutto. I partigiani, per esempio, erano in larga parte sostenitori di Stalin, ma Stalin era antifascista e tanto bastava. Probabilmente, se il Diavolo si fosse proclamato antifascista, sarebbe stato preferito a quel manesco fascista dell’Arcangelo Gabriele.
Forse è meglio che mi fermi. Comincio a smarrirmi. Per questo cerco almeno di salvarmi l’anima con alcune professioni di fede: sono contro l’eresia monofisita e contro le streghe; riconosco che l’Italia ha sbaragliato il nazismo, ridando la libertà all’Europa; ammetto che il cambiamento climatico – che non ho nemmeno visto, ma se è per questo non vedo nemmeno i fascisti – è colpa di Mussolini; ammetto che i fascisti vanno condannati senza processo, perché i processi, nel loro caso, sarebbero una perdita di tempo. Come i libri di De Felice. Infine ammetto, perché l’ho visto con i miei occhi, che dal 1943 al 1944 si scoperse che prima, in Italia, non c’era stato nemmeno un fascista e la guerra l’ha perduta il solo Mussolini.
Ma ciò non impedisce ad uno sterminato esercito di ombre fasciste di minacciarci. Nessun dorma. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 maggio 2019




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POLITICA
10 maggio 2019
L'IRAN E LA BASE DELLA MORALE
L’Iran ha dichiarato che riprenderà l’arricchimento del suo uranio, cioè il procedimento per procurarsi la bomba atomica. Normalmente una notizia dovrebbe provocare allarme, ma non stavolta. Infatti nessuno ha seriamente creduto che avesse smesso. 
L’Iran lavora da anni a questo progetto e annuncia la propria intenzione di cancellare Israele dalla faccia della terra. Gerusalemme, già da anni potenza atomica, ha scongiurato le grandi potenze di porre un limite all’aggressività di Teheran, dal momento che una guerra nucleare farebbe molto più dei sei milioni di morti israeliani. La caccia all’ebreo non è più gratuita. Ma bisogna riconoscere che l’impresa era ed è più che difficile. Anche per questo, anni fa, Obama scelse la via del negoziato: Teheran, in cambio di vantaggi economici (fine dell’embargo) si impegnò a rinunciare all’arma atomica ma Israele, così come tutte le persone di buon senso, non credette affatto alla buona fede dell’Iran. Era sicura che quel Paese, mentre otteneva notevolissimi introiti petroliferi, avrebbe proseguito nascostamente il suo programma nucleare.  Ma ad Obama e agli ingenui europei (ingenui ma interessati a fare affari) piaceva troppo dire: “Abbiamo salvato la pace”. E così Israele gridava nel deserto. 
Tutto ciò finché a Washington non è arrivato Trump. Il nuovo Presidente, come aveva promesso, non soltanto ha rinnegato il trattato ma ha addirittura minacciato di corpose sanzioni economiche le imprese europee che violassero l’embargo imposto all’Iran. E quanto all’attuale minaccia di Teheran, farà spallucce come tutti gli altri: “Non è una novità”.  E infatti non c’è nessun allarme.
I musulmani soffrono di un deficit di credibilità. Ciò dipende anche dal Corano che, mentre biasima la bugia fra credenti, l’autorizza nei confronti degli infedeli. Così l’europeo medio si fida sempre della parola dei giapponesi e mai della parola dei musulmani. Sarà esagerato ma è così. E questa vicenda induce a considerazioni di ben più vasto raggio. 
In natura la violenza fra individui dello stesso gruppo è raramente mortale. Ciò, infatti, sarebbe contrario agli interessi della specie. Purtroppo invece fra gli esseri umani la violenza è frequente e la società ha da sempre cercato di proteggere i più deboli, addirittura creando un tabù a protezione dei bambini e delle donne. Ma poiché è stato difficile trovare un motivo valido per contraddire la legge della giungla, ha cercato un fondamento indiscutibile e metafisico: il comando di Dio. Sul Sinai il Roveto Ardente non dice a Mosè che l’uomo non deve uccidere per questa o per quella ragione, si limita a imporre seccamente: “Tu non ucciderai”. E perfino: “La vendetta è mia”. Cioè: “Se c’è da raddrizzare un torto, della violenza mi occupo io” 
Ovviamente, la realtà non mostra abbastanza spesso l’intervento di Dio. La sua assenza infatti è stata particolarmente notata ad Auschwitz. Così la società contemporanea, tendenzialmente miscredente, si trova dinanzi ad uno scomodo dilemma: o accetta la morale per conformismo (ed è una ben povera base) o è costretta a riconoscere la legittimità del bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. 
E tuttavia personalmente avrei una soluzione. Se vietare i reati per motivi morali è poco efficace, si può provare a dimostrare che sono contrari al nostro interesse. La sanzione della bugia, come abbiamo visto, è la perdita di credibilità. Teoricamente, l’Iran stavolta potrebbe addirittura essere stato sincero e leale, ma gli avversari pensano che non ci si può fidare della parola degli ayatollah e ciò li costringe a prepararsi per gli scenari peggiori. Inclusi quelli più nocivi per Teheran. E non è un caso unico. Se la monarchia giapponese e la monarchia inglese sono durate tanto a lungo, è perché i loro sovrani si sono comportati con moderazione. Alla fine la stima per loro ha fatto sì che nessuno osasse contestarli e loro stessi evitassero di comportarsi da tiranni. Hilter invece è andato a scuola da Caligola e così ha provocato la sua rovina. Se invadendo la Russia si fosse comportato generosamente, sarebbe stato accolto come un liberatore dalla tirannia di Stalin. Viceversa, da quel criminale stupido che era, si comportò in modo spietato nei confronti della popolazione civile (che disprezzava) fino ad indurla alla più risoluta resistenza. I palestinesi, stupidamente sobillati dagli altri arabi, hanno adottato contro Israele il terrorismo più sleale e più immorale. E che cosa ne hanno ricavato, dopo tanti decenni? Israele s’è chiuso a riccio, e oggi è uno degli Stati più sicuri del mondo, mentre i palestinesi non hanno guadagnato né un centimetro di terra, né un’oncia di indipendenza, né un soldo di vantaggi economici. Sono dei perdenti su tutta la linea, e Gaza vive di carità. Se invece avessero cercato la collaborazione con i vincitori, avrebbero beneficiato del boom economico israeliano e la Palestina avrebbe potuto essere uno degli Stati più prosperi e potenti del Vicino Oriente. 
La base della morale è la semplice constatazione che l’uomo onesto vive meglio del disonesto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 maggio 2019




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POLITICA
7 maggio 2019
ITALIA ULTIMA PER CRESCITA, INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE
La situazione economica del nostro Paese è estremamente difficile. Per far fronte alle scadenze di fine anno, avremmo bisogno di decine e decine di miliardi, che non abbiamo e non sappiamo dove andare a prendere. I geni che ci governano parlano di impossibili “tagli alle spese”,  di vendita di beni immobili, di lotta all’evasione fiscale e di altre fanfaluche, e questo mentre progettano altre spese, per esempio la flat tax, che darebbe una bella botta alle entrate dell’Erario. A letto abbiamo un morente per setticemia e i due due dottori discutono se iniettargli escrementi o liquami. Loro sono degli asini, ma è anche vero che perfino un luminare non saprebbe che fare. Il peggioramento è stato tollerato troppo a lungo. 
Nel corso degli anni, per rientrare nei ranghi, l’Italia ha fatto all’Europa delle promesse che non ha mantenuto, rinnovandole e all’occasione aggravandole con impegni ancora più grandi (clausole di salvaguardia). Ora di noi non sono stanche soltanto le autorità comunitarie, cominciano ad esprimere la loro insofferenza anche alcuni Stati e non possiamo aspettarci nessun aiuto. È di questi giorni la dichiarazione del cancelliere austriaco Kurz che ha rimproverato all’Europa di essere troppo tollerante con i Paesi che non rispettano le regole di bilancio. 
L’Europa dichiara che l’Italia è ultima per crescita, investimenti e occupazione(1) e potrebbe decidere per una procedura d’infrazione. Un provvedimento che ci farebbe piuttosto male, se è vero che, per evitarlo, perfino i nostri baldi Dioscuri l’anno scorso hanno fatto una precipitosa marcia indietro, con la coda fra le gambe. Ma potrebbe andar peggio. Le autorità potrebbero scegliere la procedura per eccesso di debito pubblico e in questo caso, per quel che ho capito, l’Italia sarebbe “commissariata” e Bruxelles prenderebbe nelle sue mani la guida dell’economia del nostro Paese. E se a questo affronto l’Italia sovranista dicesse di no, sarebbe tutto risolto? Purtroppo no. 
Obbedendo all’Europa indurremmo i mercati a pensare che la situazione italiana è in mani sicure e tutto potrebbe stabilizzarsi. Se invece dicessimo di no, le Borse potrebbero pensare che siamo al prologo del default e punirci con uno spread stratosferico. O addirittura non sottoscrivere più i nostri titoli di Stato. Col risultato di farci fallire. E non stiamo parlando di un tempo vagamente futuro, stiamo parlando del giugno prossimo. 
Di fronte a simili prospettive qualunque buon padre di famiglia penserebbe a come risparmiare e trovare i soldi per le scadenze. Invece nel governo si parla costantemente di nuove spese in deficit, per esempio l’autonomia fiscale delle regioni settentrionali. Siamo ai liquami per curare la setticemia. Intendiamoci: se Salvini dicesse che non c’è nessuna ragione per la quale i lavoratori del nord devono finanziare i meridionali “infingardi” la tesi sarebbe razionale. Ma dal momento che i cittadini votano anche al Sud, la tesi diviene: “Facciamo contento il Nord, ma non scontentiamo il Sud, mantenendo i servizi coi soldi dello Stato”. Soldi che non ci sono. E dire che questo doveva essere, per il nostro Premier, un “anno belissimo”. 
Tutti i provvedimenti di cui vanno cianciando i nostri governanti richiedono soldi, soldi, e ancora soldi. E questo mentre Fitch ci valuta un gradino sopra la spazzatura: quotazione, questa, che corrisponde a dire alle Borse: “Non comprate questi titoli”. E nel frattempo i Dioscuri (o sono Eteocle e Polinice?) non si chiedono come si possa salvare l’Italia. ma soltanto quando gli convenga far cadere il governo. 
Già. far cadere il governo: e poi? Di tecnici non si parla neppure, perché è divenuto sacramentale dire peste e corna del governo Monti e della Fornero. Ma anche le altre ipotesi provocano un moto d’orrore. M5s e Pd? Mai sia. Lega e Berlusconi? Salvini ha detto su tutti i toni di non voler tornare con lui e, comunque, avrebbero i voti? Un secondo governo gialloverde? E allora perché rompere questo? Nuove elezioni? E chi dice che fornirebbero una soluzione diversa? Soprattutto, chi dice che, mentre non c’è nessuno al timore, non si vada a sbattere, tutti quanti siamo?
In questo momento, per salvarci dovremmo avere un governo capace di imporre ai cittadini una politica di lacrime e sangue. Invece abbiamo questi magliari che continuano a promettere la Luna, e credono di esorcizzare i trattati internazionali con dichiarazioni gladiatorie del tipo: “L’Iva non aumenterà. E basta”. Che stanchezza. Anzi: che disperazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 maggio 2019
(1) Titolo di testa del Corriere della Sera on-line, annunciando il rapporto Ue pubblicato il 7/5/2019



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POLITICA
6 maggio 2019
BUGIE E FASCISMO
Naturalmente ognuno ha diritto non soltanto alle proprie opinioni, ma anche alle proprie impressioni: la mia è quella di essere sommerso dalle bugie ufficiali. E sono talmente stupido da rettificarle senza tregua, nella mia mente: “Questo non è vero”, “Questo non è vero”, “Quest’altro non è vero”. Fino a togliere l’audio, quando parlano certi politici, per non affaticare inutilmente le mie orecchie e il mio cervello.
Però si direbbe che il resto del Paese la pensi diversamente. Basta leggere i giornali per vedere che il governo gialloverde gode di una sufficiente fiducia per andare avanti. Dunque anche smerciando bugie dalla mattina alla sera si ha successo e si conserva il potere? Domanda notevole. Quasi di portata storica. Cui si può provare a dare qualche risposta. 
La prima me la regalò l’ing.Natasha Stefanenko, molti anni fa, quando era ancora fresca di Russia. Le chiesero come mai il regime permettesse la proiezione dei film americani in cui si vedeva una società opulenta, sideralmente lontana da quella con cui i sovietici si dovevano confrontare ogni giorno, e la giovane rispose che nessuno credeva niente di ciò che vedeva al cinema. Quella società era ovviamente immaginaria. I governanti americani raccontavano balle ai loro cittadini dalla mattina alla sera, esattamente come il Kremlino le raccontava a loro. Insomma il loro governo aveva talmente mentito, che i russi non soltanto non credevano a ciò che gli raccontava Mosca, ma nemmeno a quello che gli altri governi raccontavano ai loro cittadini. Questo nichilismo della verità ha avuto pochi confronti e lo lasceremo da parte.
In Italia le menzogne, le promesse eternamente ripetute, le rosee previsioni, gli auto-elogi e le auto-celebrazioni, tutte le ottimistiche fantasticherie di cui Salvini e Di Maio inondano le orecchie degli italiani, hanno finito col creare una realtà parallela. La gente dice: “Quella che vediamo fa schifo ma pare che, a giorni, magari fra un paio di mesi, tutto si aggiusterà. Ce l’hanno detto tante volte che, se non proprio il 100%, almeno qualcosa ci dovranno pur dare”. Poi, stavolta come le altre volte, arriva la delusione. Per fortuna, in democrazia c’è modo di sfogarsi: ogni tanto ci sono le elezioni, il governo cattivo viene mandato a casa, se ne crea uno nuovo (buono, questa volta) e si ritorna alla casella di partenza. 
Comunque, almeno finché non cade il governo, le bugie pagano eccome. E tuttavia anche con questa distinzione, rimane vero che non bisogna esagerare. Dove c’è la libertà di stampa non bisogna arrivare agli apici orwelliani della Russia Sovietica. Fino ad un certo livello, le bugie si riesce a dimenticarle; oltre un certo livello, divengono esplosive e fanno saltare in aria tutta la baracca. 
Prendiamo il nostro Paese. Gli italiani sono convinti che i politici sono una manica di bugiardi, di corrotti, interessati in primo luogo al loro personale utile. Arrivano persino ad esagerare, in questo giudizio negativo. Ma poi, per sostituirli, chiamano al governo uomini non molto diversi dai precedenti, perché il mercato non offre altro. Dopo tutto si sa che il sistema democratico è pessimo, ma il mondo non offre di meglio. Dunque rassegnazione e business as usual.
Ma quando un regime per vent’anni spara bugie e crea illusioni, per poi far precipitare la nazione nel baratro della più nera realtà, le cose cambiano. Se questo avviene, non soltanto le bugie non sono più perdonate, ma ne nasce una damnatio memoriae appassionata e fanatica, con connotazioni religiose, che nel nostro caso si chiama antifascismo.
E questa idea ha gettato un fascio di luce sulla realtà. Spesso mi ero chiesto come mai gli italiani, pressoché totalmente digiuni di storia, si appassionino tanto al fascismo, nato e morto rispettivamente circa cento e ottant’anni fa. Ed ora ho trovato la risposta: non gli hanno ancora perdonato il cumulo di bugie che il regime gli rovesciò addosso, seguito dal disastro della Seconda Guerra Mondiale. E allora - proseguono le mie riflessioni - non è impossibile che se, per esempio a fine anno, ci troveremo in braghe di tela, e la quantità di bugie fino ad ora usate apparirà nella sua enormità, ci sarà una reazione analoga. Proprio non vorrei che gli italiani confondessero l’inadeguatezza della nostra classe politica con i naturali difetti della democrazia. Perché a quel punto potrebbero desiderare qualcosa di diverso e questo sarebbe tremendo. Infatti non capirebbero che, dopo quasi ottant’anni di antifascismo, starebbero vagheggiando un ritorno al fascismo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 maggio.




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POLITICA
5 maggio 2019
L'AUTOMOBILE ELETTRICA
Sono nato miscredente e non sono mai riuscito credere a nessun tipo di mito. È da sempre che proporrei all’Imperatore di rivestirsi ché rischia un raffreddore, per non parlare delle risate del popolo. E qual è il segreto di una simile impermeabilità all’illusione? Semplicemente l’accettazione di ciò che vedo. Di ciò che capisco, di ciò che mi sembra vero e per cominciare verosimile. Se la sopravvivenza dell’anima al corpo appare fantastica, e tutte le esperienze portano ad escludere che qualcosa di vivo rimanga dopo che si è morti, la cosa più semplice e coraggiosa è ammettere che, dopo la morte, siamo morti. E basta. Non è più difficile di così. È vero, qualcuno per qualche tempo ci ricorderà, qualcuno leggerà perfino parole nostre, ma sarà “vivo” il ricordo, sarà “vivo” il foglio di carta al quale abbiamo confidato quei pensieri, ma noi personalmente saremo morti. E ciò butta all’aria la cattedrale degli auto-inganni, a cominciare dalla religione.
Se l’umanità si ubriaca di illusioni è perché i nostri pensieri non ci sono indifferenti. Nel momento in cui si affacciano alla nostra mente sono sono facilmente accolti o facilmente rifiutati secondo che ci facciano piacere o dispiacere. Se ci dicono che siamo immortali, benché ogni messaggio della realtà smentisca questa stupidaggine, abbiamo tendenza a crederci. Se ci dicono che non c’è nulla oltre ciò che vediamo, che la vita non ha senso, e che realmente moriremo, come tutti, diciamo “Ohibò” e rigettiamo queste evidenze. Ovviamente usando l’aureo argomento logico per il quale simili affermazioni sono “troppo brutte per essere vere”. Alla più banale delle verità l’umanità preferisce il più inverosimile dei sogni.
E dire che ci sono delle evidenze incontrovertibili. Nulla impedisce teoricamente di costruire un’automobile a vapore. Ma chi si metterebbe, la mattina, ad accendere il fuoco, portare l’acqua all’ebollizione, per poi fermarsi dopo ogni po’ di strada per rimettere sotto i tubi della caldaia nuovo combustibile per tenere acceso il fuoco? Sorridete? E infatti il progetto è stato abbandonato già nell’Ottocento. Ma, attenzione, non altrettanto buon senso si mostra a proposito dell’auto elettrica, quella che a suo tempo partecipò al ballottaggio con l’auto a vapore e l’auto a benzina. Allora si abbandonò il progetto perché le batterie pesavano troppo, concedevano all’automobile un’insufficiente autonomia,e comunque richiedevano un tempo troppo lungo per la ricarica. Ora invece, dopo oltre un secolo di impressionante progresso tecnologico, le batterie pesano troppo, concedono all’automobile un’insufficiente autonomia e comunque richiedono un tempo troppo lungo per la ricarica. 
Quello che è cambiato è che oggi c’è l’ecologia è l’automobile elettrica deve ad ogni costo essere adottata. Abbiamo il dovere di considerarla migliore. Proprio non si capisce perché mai gli automobilisti di tutto il mondo non si precipitino a comprarla. E i difetti di cui abbiamo parlato? “Li risolveremo”. Può essere, ma non sono stati ancora risolti. Chi avrebbe potuto prevedere, all’inizio del Novecento che, dopo un secolo, soltanto per mettere in moto il motore, avremmo ancora avuto a bordo batterie pesantissime, di breve durata e all’occasione richiedono ore di ricarica? Se quei problemi non sono stati risolti in tanti decenni, chi ci assicura che lo saranno in futuro? E comunque, non sarebbe normale comprare l’automobile dopo che li avranno risolti, non prima che li risolvano? 
Tutto ciò che si è riusciti a fare è stato produrre batterie al litio, costosissime e adatte a piccoli usi, come i telefonini. Le stesse batterie per le auto elettriche, avanzatissime e costosissime (circa il 40% del costo dell’intera automobile) richiedono comunque un lungo tempo di carica e non assicurano una sufficiente autonomia. Insomma siamo al punto di partenza. 
Inoltre l’automobile elettrica non è economicamente concorrenziale: né come autonomia né, soprattutto, come prezzo. Dunque è come se non esistesse. Cercare di venderla è come proporre gazzose al posto del vino, al doppio del prezzo. E infatti la Tesla, la più famosa fabbrica di automobili elettriche, è drammaticamente in rosso per miliardi di dollari(1). Semplicemente non riesce a vendere le sue automobili e sopravvive soltanto  perché l’umanità non vuole rinunciare all’auto elettrica che, anche se tecnicamente ed economicamente non esiste, ha il dovere morale di esistere come noi abbiamo il dovere morale di comprarla. 
Quell’auto non regge la concorrenza. Se per ognuna negli Stati Uniti è stato proposto un gigantesco incentivo di quasi diecimila dollari (a carico del contribuente) è ovvio che si sia invogliati a comprarla. Ma quell’automobile dovrebbe costare 40.000$ e pagarla dunque 30.000. Se invece costa più di centomila dollari, che importa che la sia possa comprare a novanta, se con trenta si ha un’eccellente auto a benzina, con maggiore autonomia e senza tempi di ricarica?
Non ho nulla contro l’auto elettrica. Anzi, se sarò ancora vivo, la comprerò e me la godrò. Quando esisterà. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=435662552_20190504_14004&section=view



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