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POLITICA
12 agosto 2020
ALLAH SALVI IL LIBANO
Dio benedica il Libano. Se non ci fosse, potremmo pensare che l’Italia sia il Paese più sfortunato e peggio governato del Mediterraneo. Il Paese è piccolo, è circondato da vicini bellicosi, è popolato da gruppi etnici e religiosi in perpetuo conflitto, è tormentato da guerre civili, invasioni straniere, attentati e, negli anni recenti, da una crisi economica che nel marzo scorso lo ha portato, a forza di aumentare il debito pubblico, al default (fallimento). Suona come un monito, per qualcuno?  A chi è paziente si consiglia comunque la lettura della voce “Libano” su Wikipedia. Non sarà il vangelo, ma certo ne saprà molto di più.
Il Libano è geograficamente l’erede dell’antica Fenicia. E infatti, come i loro lontani progenitori, gli abitanti hanno una vocazione commerciale e finanziaria. Finché nell’inestricabile insalata religiosa della popolazione è prevalsa la tolleranza, il Paese è stato prospero ed ha goduto di una sorta di “libertà occidentale”. Tanto che il Libano appariva diverso da tutti gli altri Paesinella regione, naturalmente Israele escluso. Fu il tempo, negli anni Cinquanta e Sessanta, in cui esso veniva definito “la Svizzera del Vicino Oriente”. 
Purtroppo non è durata. Da mezzo secolo la storia del Libano è un susseguirsi di violenze, di delitti, di prevaricazioni, fino ad un sentimernto di insicurezza che ha spinto molta parte della popolazione, in particolare cristiana, ad emigrare. E così è molto aumentata la percentuale della popolazione musulmana. Sino alla costituzione del Partito di Dio (Hezbollah) strano ircocervo di organizzazione terroristica sciita, partito politico, longa manus della Siria e più lontano, dell’Iran, che tende a dominare il Paese. Né l’afflusso di profughi siriani e palestinesi ha migliorato le cose. Si è trattato di quasi due milioni di persone, in un Paese che di abitanti ne contava sei. Cioè si è inserito nella società quasi un terzo di nuovi residenti. Piuttosto turbolenti.
Ora si è avuta l’immane esplosione di migliaia di tonnellate di nitrato d’ammonio (salvo errori) e la gente è scesa in strada. Si sono avute grandi violenze contro le incolpevoli forze dell’ordine, sono stati attaccati dei ministeri e infine – è notizia recente – il governo è stato spinto a dimettersi. E così veniamo al presente: si va a nuove elezioni. 
La gente è scesa in piazza perché vuole la testa di chi non ha impedito lo scoppio del porto; perché è stanca della corruzione; perché soffre della crisi economica e, dovendosela pur prendere con qualcuno, stramaledice il governo. Ma l’osservatore straniero rimane scettico. Anche se sa menare le mani, questa gente rimane ingenua. Che cosa spera di ottenere? Anzi, più esattamente, che cosa crede sia possibile ottenere?
Ecco in che senso i problemi del Libano sono esemplari di una situazione senza uscita. Se si vuole la pace e la prosperità bisogna che esistano alcune condizioni. In primo luogo una popolazione omogenea per colore della pelle, lingua e religione. Diversamente si avranno sempre contrasti fra i vari gruppi. Ecco perché bisogna essere risolutamente contrari ad ogni innesto di gruppi allogeni, perché un giorno o l’altro essi, fatalmente, creeranno problemi. O perché maltrattati dal gruppo dominante o perché si immaginano maltrattati dal gruppo dominante. Si pensi al caso dei negri degli Stati Uniti.
In secondo luogo, bisogna che la tolleranza sia sentita da tutti come una sorta di dogma infrangibile. E questa non è una conquista da poco. La civile Europa ha capito la lezione solo dopo che le guerre di religione l’hanno insanguinata per molti decenni, fino alla pace di Augusta, a metà del XVI Secolo.
In terzo luogo, nessuno deve mai dimenticare che l’indipendenza non è una dichiarazione su un foglio di carta, è un dato di fatto che è anzitutto militare. Se un Paese è in grado di difendersi, o se fa parte di un’alleanza che nel caso è capace di difenderlo, è indipendente; se non è capace di difendersi, è indipendente finché a un suo vicino non convenga dominarlo. E infatti per qualche tempo, soltanto un paio di decenni fa, il Libano è stato invaso e dominato dalla Siria.
Infine – e questo vale per la corruzione – non ci si può aspettare una classe dirigente e un governo impeccabili, se corrotta – o indifferente all’etica – è tutta la popolazione. Principio questo che vale in particolare per l’Italia. Ecco perché i moti di piazza che ci mostrano le televisioni, a Beirut, lasciano scettici. Quando i libanesi si saranno calmati, constateranno di essere ancora in un Paese corrotto, popolato da fazioni in lotta fra loro, ed economicamente fallito. In cui per molti la soluzione è ancora la stessa: andarsene.
Dio, non ti limitare a benedire il Libano, vedi se puoi dargli una mano. Non vedo nessun altro che possa farlo.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
11 agosto 2020



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POLITICA
11 agosto 2020
TRA SCILLA E CARIDDI
O, per essere più precisi, “Between the Devil and the deep blue sea”
      Stimo così poco l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri che da più di un anno, ogni volta che appare in televisione, tolgo l’audio. Ma se scorro il sito dell’Ansa non posso chiudere gli occhi su questo titolo: “Stretto di Messina, dopo il ponte si guarda al tunnel”. E allora mi rendo conto che non sono un maniaco, quando mi precipito sul tasto “Mute” all’apparire del nostro elegante premier, ma uno che ha mangiato la foglia. 
Stavolta non so se ne ha parlato lui personalmente o la ministra De Micheli(1), comunque (l’ha detto lei stessa) in accordo con Conte. Una cosa è certa: non importa quanto un argomento sia futile, se uno sa che i competenti ne discutono da decenni, un minimo di prudenza dovrebbe indurre a star zitti. O almeno ad informarsi sullo stato della “querelle”. E se, per il Ponte sullo Stretto di Messina, non si parla più di tunnel da tempo immemorabile , non è possibile che l’idea sia stata accantonata per qualche buona ragione? O la De Micheli e Giuseppe Conte credono che il mondo sia nato con loro, e che prima che loro se ne occupassero non esisteva? 
Del progetto la ministra De Micheli ha detto che “stiamo facendo tutte le analisi tecniche del caso”, evidentemente perché nessuno mai aveva pensato a questa soluzione. Perché quella è “un’area sismica, un’area vulcanica”, “come il Presidente Conte” sa, mentre tutti gli altri lo ignoravamo.
Nella mia incompetenza io vedo un altro problema. Non è la prima volta che si scava una galleria in una zona sismica, ma lo Stretto di Messina non è un guado. Non è che un sub o un palombaro, con una bella resistenza, potrebbero traversarlo a piedi, camminando sul fondo. Infatti esso ha una profondità massima di 250 m. Una profondità che, ancora durante la Seconda Guerra Mondiale, era proibitiva per i sottomarini da guerra. E poiché un eventuale tunnel non può essere scavato a qualche metro da quel fondo, arrotondando per eccesso diciamo che il tunnel dovrebbe essere a trecento metri sotto il livello del mare. Lasciando da parte i problemi sismici, lasciando da parte i problemi di temperatura, a quella profondità, e di aerazione, soprattutto se se ne volesse fare un tunnel stradale, c’è il problema di come arrivarci.  Prima di inabissarsi sotto lo Stretto, la strada dovrebbe digradare fino ad arrivare a quel livello. E considerando una pendenza del 5%, cioè quattro metri di dislivello per ogni cento metri (che è già parecchio per un Tir a pieno carico) se ne deduce che la rampa stradale per scendere al livello del tunnel dovrebbe essere di un chilometro ogni quaranta metri, cioè di sette chilometri. Sette chilometri da una parte, sette chilometri dall’altra, più tre di Stretto, arriviamo ad un totale di circa venti chilometri. Certo, un ingegnere potrebbe essere più preciso di me. Ma questa gente dove vive?
Del resto, la De Micheli, dall’alto della sua sapienza storica, dice che “si tratta di un'opera tanto discussa negli ultimi 20 anni”. Già, perché prima lei non ne aveva avuto notizia. La signora dimentica che certi problemi non sono stati discussi negli ultimi vent’anni, ma negli ultimi due millenni. Questione di zeri. Si pensò di tagliare l’Istmo di Corinto tanto tempo fa, che il primo tentativo concreto, nel senso che ci lavorarono degli operai, lo operò un certo Nerone, imperatore di Roma. Di cui forse perfino lei ha sentito parlare.  E passare lo Stretto è stato da sempre un problema civile, commerciale e militare. I romani, se non avevano gli eccellenti consulenti della De Micheli, avevano tuttavia qualche valido ingegnere. E tuttavia lo Stretto è ancora lì.
Se del tunnel non si parla più da molti, molti decenni, è perché è una soluzione assurda. Soprattutto quando ormai ce n’è un’altra a portata di mano (tanto che la sola progettazione è costata centinaia di milioni di euro). Basterebbe finanziarla, per averla in breve tempo, spendendo meno che per il famoso e inutile “reddito di cittadinanza”. Ma già, se così fosse l’UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici) rimarrebbe disoccupato e costerebbe all’erario un fottio di soldi in sola Cassa Integrazione.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
(1)https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/08/10/stretto-messina-dopo-il-ponte-si-guarda-al-tunnel-_8a752662-ffaa-4853-ab29-493242c9b749.html




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POLITICA
8 agosto 2020
Ricolfi
Raccomando la lettura di questo articolo di Luca Ricolfi, sul “Messaggero”:

http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/intranetarticle?art=508863390_20200808_14004&section=view&idIntranet=212



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POLITICA
8 agosto 2020
UN PONTE FRA LEGGENDE E BUGIE
La veloce ricostruzione del fu Ponte Morandi è stata ed è l’occasione di molti discorsi sconclusionati. Molti quasi non credevano che l’Italia fosse  capace di costruire un ponte in un tempo così breve, mentre in generale, per lavori pubblici meno costosi e meno complessi, passano anni ed anni. Ma la tecnologia italiana non c’entra affatto. La nostra normale lentezza non dipende dalla tecnologia, dipende dalla burocrazia, dai mille controlli, dalle mille autorizzazioni, dalle mille vertenze, insomma dalle infinite procedure. Se le regole fossero diverse, tutte le opere potrebbero essere realizzate in poco tempo: ma è un “se” immenso.
Né ci possiamo meravigliare perché gli operai hanno lavorato – a quanto si dice – giorno e notte: per ottenerlo basta pagare di più. E forse le imprese se lo sono potuto consentire perché, in questo caso, lo Stato decide che cosa e a qual prezzo, e i Benetton pagano a piè di lista. Si immagini con  quale gaudio questo genere di prospettiva è stato considerato dalle imprese straniere che facevano l’ipotesi di investire in Italia.
Il ponte è stato costruito velocemente perché è stato come se fossimo sulla Luna. Si è usata una regolamentazione inventata ad hoc. Stavolta – forse per motivi di populismo – nessuno ha osato mettersi di traverso. Nessuno ha presentato decine di denunce in Procura (che del resto, essendo la magistratura coinvolta nel processo ex ante, forse l’avrebbe cestinata). Nessuno è ricorso al Tar, nessuno è stato accusato di abuso d’ufficio, di turbativa d’asta, di collegamento con la mafia e di aver commesso la strage di Bologna. Chissà, quando si sarà posata la polvere, magari verrà fuori qualcuno con una denuncia che darà luogo, a babbo morto, a un interminabile processo. Ma per oggi, niente. 
Chi parla di “modello Genova” deve chiedersi: si possono riprodurre altrove queste condizioni? Ovviamente sì. Basterebbe riformare i codici e le abitudini della magistratura.  Basterebbe rendere impossibili le astuzie e le scorrettezze dei concorrenti agli appalti pubblici, le lentezze dei ministeri, quelle delle organizzazioni ambientaliste, dai protettori del paesaggio e chissà di quanta altra gente. Basterebbe raddrizzare le gambe ai cani.
Fra l’altro non è che a Genova si sia realizzata un’opera d’arte: malgrado la firma prestigiosa di Renzo Piano, quel ponte è peggio che brutto, è banale. Qualcuno lo ha definito “una riga da disegno sostenuta da matite verticali”. E questo quando invece il progetto di Calatrava era bellissimo. Ma perfino il vecchio Ponte Morandi era più audace. 
Ma parliamone, di questo ponte che è crollato. Tutti si esprimono come se l’evento sia stato impensabile, innaturale, inammissibile. E invece nel 2018 il ponte era già “morto”, nel senso che il suo creatore non l’aveva progettato perché durasse fino a quella data. In eterno durano, terremoti permettendo, soltanto i ponti in pietra, come Ponte Milvio. Morandi  l’aveva concepito per un tempo molto più breve. Insomma il ponte andava abbattuto anni fa. Il cemento armato è duttile e permette audacie costruttive, ma alla lunga l’armatura arrugginisce, si assottiglia e vi saluta. Che voi siate o no sul ponte.
“Ma allora perché non lo si è rifatto prima? dirà qualcuno. E comunque perché non lo si è sorvegliato meglio, sapendo che era ‘oltre la scadenza’? Nel dubbio, perché non lo si è chiuso? Si vuol forse negare che qualcuno è stato responsabile del crollo?”
Belle domande cui è facile rispondere. Non si è distrutto il ponte per rifarlo nuovo perché, per farlo, erano necessari molti soldi. Che l’Italia non ha. E quando li ha, non li spende per rifare i ponti. Inoltre, per questo lavoro, si sarebbe dovuto chiudere il ponte per un lustro o due (il tempo normale dei lavori pubblici in Italia) e i genovesi avrebbero cavato gli occhi alle autorità. Infine – last but not least – non è che il Ponte Morandi fosse l’unico in quelle condizioni: forse la maggioranza dei nostri ponti è “oltre la scadenza”, e quale governo si potrebbe sobbarcare l’onere di rifarli tutti? Ecco perché, quando sento parlare di “mettere in sicurezza” mi viene da ridere. Se un manufatto in cemento armato è molto vecchio l’unico modo di metterlo in sicurezza è eliminarlo. 
Altro problema: chi era tenuto alla sorveglianza? In primo luogo la società concessionaria, ovviamente, ma, a pari titolo e a fortiori, il Ministero competente. Dico a fortiori perché per risparmiare la concessionaria potrebbe anche tendere a trascurare un po’ la sicurezza, ma il Ministero non caccia un soldo, ha soltanto il compito di sorvegliare ed eventualmente chiedere ad altri di spendere il necessario. Non ha scuse se sorveglia male. 
E c’è di più. La sicurezza del Ponte Morandi era in discussione da molto tempo. Prova ne sia sul pilone ovest gli stralli erano stati raddoppiati, in modo da sostenere l’impalcato per così dire anche essendo inefficienti i vecchi stralli. E infatti quella parte del ponte è rimasta intatta, malgrado l’enorme trazione del resto del ponte che rovinava. E altrettanto si contava di fare, al più presto, con gli stralli del pilone centrale, e a questo scopo la società Autostrade aveva più volte sollecitato (con raccomandate) il Ministero ad autorizzare questa operazione. Purtroppo il Ministero neppure rispondeva. Prendere nota di quanto fosse sensibile alla sicurezza dei cittadini. Così infine la società ha programmato la riparazione per settembre, anche mancando l’assenso del Ministero. Ma il disastro si è avuto un mese prima. Ebbene, chi è il massimo responsabile del crollo del Ponte Morandi?
Ecco perché si può essere mortalmente stanchi di tutti i discorsi sul “modello Genova”. Troppa gente se la cava con la domanda: “Se si è fatto lì, perché non lo si fa nel resto dell’Italia?” Che è come chiedere a me: “Se uno scattista fa i cento metri in undici secondi, tu perché non fai altrettanto?”
Non solo l’impresa non può fare di meglio, ma vive in un mondo che le è ostile. E infatti non mi ha convinto la sentenza della Corte Costituzionale, quando ha negato l’incostituzionalità dell’esclusione della società Autostrade dalla ricostruzione del ponte, che le toccava per contratto. Attribuisco quel giudicato alla “carità di Patria”, cioè allo scopo di non sconfessare il governo fino a metterlo in crisi, ma questo gesto avrà un costo altissimo. Tutte le grandi società  straniere sono avvertite: se succede qualcosa, i patti sottoscritti con lo Stato italiano sono carta straccia. E se uno si rivolge alla Corte Costituzionale, si vede dare torto anche dalla Corte Costituzionale. Tutto ciò nessuno lo dimenticherà. Soprattutto all’estero.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
7 agosto 2020



permalink | inviato da Gianni Pardo il 8/8/2020 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 agosto 2020
L'ITALIA A UNA SVOLTA
Qualcuno potrebbe pensare che la democrazia sia il migliore regime del mondo. Qualcun altro che sia il meno cattivo ma la distinzione è oziosa. Che sia fra i buoni o che sia fra i cattivi, quel regime è quello preferibile. 
Il regime peggiore è certamente la tirannia, ma c’è una parente della tirannia che ha troppi quarti di nobiltà per essere squalificata a scatola chiusa. La monarchia francese non può certo essere paragonata alla dittatura di Stalin o di piccoli autocrati come Bokassa o Mugabe. La monarchia inglese ha addirittura avuto il suo martire in Carlo I, così convinto di essere re per diritto divino, da giocarcisi la testa. E tuttavia, malgrado il regicidio, l’Inghilterra è poi tornata alla monarchia. Dunque è lecito chiedersi: la monarchia assoluta (e decente) presenta qualche vantaggio, rispetto alla democrazia?
La risposta è sì. Il re che regna e governa è al riparo della tentazione del peculato, per l’ottima ragione che tutto gli appartiene già. Non per caso si è parlato di “Stato patrimoniale”. Un secondo e ancor più grande vantaggio è che il sovrano sa di dover rispondere della sua azione al popolo e alla storia. Il politico democratico guarda al massimo alle prossime elezioni (Giuseppe Conte addirittura al prossimo mese) il sovrano sa che fra dieci anni il re sarà ancora lui. E potrà essere accusato di non avere curato in tempo la scuola, l’Amministrazione della Giustizia, la burocrazia e insomma tutte quelle istituzioni le cui riforme danno frutti soltanto dopo parecchio tempo.
In democrazia nessuno è disposto a pagare il prezzo dell’impopolarità per benefici che si avranno quando al potere ci sarà qualcun altro. Sicché in democrazia vige un principio ben poco ragionevole: meglio riscuotere oggi cento, anche se in futuro ciò costerà trecento al Paese, che pagare oggi cento per avere trecento in futuro. Con un altro governo.
Naturalmente questa distorsione pesa tanto più quanto più i governanti sono privi di amor patrio. Ecco perché i Paesi con un più alto livello morale e una maggiore coscienza nazionale, come quelli influenzati dalla Riforma, sono in condizioni migliori di noi. Da noi la mancanza di scrupoli è una piaga nazionale, da cui non vanno certo esenti i politici.
Questo spiega il nostro disastro. Sappiamo di avere bisogno di riforme ma tutte le riforme comportano problemi immediati e offrono dividendi lontani, sicché tutti i governi si guardano bene dal realizzarle. E se la gente si lamenta, danno  la colpa di tutto ciò che non va ai governi precedenti. Come se loro non si comportassero nell’identico modo. 
L’Italia attuale riesce tuttavia nell’ardua impresa di essere in una situazione peggiore delle precedenti. Forse mai in passato abbiamo avuto un’intera classe politica composta per la maggior parte da ignoranti incapaci, interessati soltanto a rimanere dove sono. Quale che possa essere il prezzo per la nazione. Basti vedere come, in occasione della crisi del Covid, il governo sia riuscito a spendere cento miliardi (includendo i 25 recentemente ottenuti) in sussidi e bonus, pensando soltanto al consenso immediato e senza occuparsi del rilancio del Paese. Ma questo non è il peggio. Il peggio è che le circostanze potrebbero non consentirci di perpetuare questo giochetto. I politici pensano (e dicono) che, sperperati cento miliardi, dovrebbero arrivarne più di duecento dall’Europa. Dunque, al 2021 “Pensa Dio”. Ma stavolta Dio deve essersi distratto.
Se le autorità europee e gli Stati “frugali” mantengono le intenzioni annunciate, la concessione dei prestiti dell’Europa è condizionata da una serie di adempimenti: un piano di riforme da presentare, e fare approvare, ad ottobre; la redazione di progetti particolareggiati riguardanti le singole riforme, con le loro technicalities, i loro tempi, i loro costi e i benefici che se ne attendono; infine la puntuale – e controllata – attuazione di quei piani. In altri termini, contrariamente a quanto sempre avvenuto in passato, se vuole sopravvivere finanziariamente, l’Italia si trova oggi obbligata a fare sul serio le riforme, non a parlarne e rinviarle soltanto, come ha sempre fatto. Ce la farà? Soprattutto se saranno riforme di tipo liberale, non collettivista, secondo la vocazione nazionale? La parola agli ottimisti. Infatti la risposta dei pessimisti è un semplice “no”.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
5 agosto 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/8/2020 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 agosto 2020
IL PD, INDEGNO EREDE DEL PCI
C’è un nodo politico di cui la gente non si occupa. Perché è complicato e perché è noioso. Alla gente basta sapere che il Movimento 5 Stelle ha ridotto di un terzo il numero dei parlamentari, facendo risparmiare un sacco di soldi ai contribuenti, e che a settembre bisognerà confermare questa sacrosanta riforma.
Purtroppo non è vero che i contribuenti risparmieranno un sacco di soldi. Con gli sperperi cui siamo abituati, la somma che si risparmierà è una miseria. In compenso la riforma nelle condizioni attuali, produrrà notevoli guasti. 
Quando, agli inizi del Conte 2, i Cinque Stelle hanno insistito per portare avanti questa riforma, il Pd si è dichiarato d’accordo, purché, prima, si approvasse una nuova legge elettorale. I Cinque Stelle l’hanno promessa, ma poi è andata esattamente come per la riforma (abolizione) della prescrizione. I “grillini” hanno promesso ambedue le cose, non hanno fatto né l’una né l’altra. Passata la festa, gabbato lo santo. Coloro che hanno creduto ai “grillini” si sono dimostrati “grulloni”.
La nuova legge, in assenza di tutti i provvedimenti che avrebbero dovuto accompagnarla, è un disastro. Dal momento che i parlamentari diminuiscono, bisognerà ridisegnare i collegi elettorali e questo richiederà mesi. E se nel frattempo il governo cade, come si va a votare, con la nuova legge ma con i vecchi collegi, creando un caos indescrivibile? Oppure ci sarà un interminabile interregno, aspettando che si creino i nuovi collegi? Senza dire che, come scrive oggi Stefano Folli su “Repubblica”, abbiamo “la prospettiva di un Parlamento a macchia di leopardo, in cui alcune parti d’Italia sono rappresentate più di altre e qualcuna non lo è per nulla”. E nel frattempo, chi scrive la legge di stabilità, chi negozia con l’Unione Europea, chi guida lo Stato? 
Bisognerà inoltre riorganizzare il funzionamento del Parlamento, perché verranno a mancare onorevoli e senatori per tutte le incombenze del sistema. Insomma è una mezza catastrofe e non a caso Goffredo Bettini, uno dei maggiorenti del Partito Democratico, ha dichiarato la propria perplessità al riguardo. Ma come sperare di ottenere il no, dall’elettorato, se per la gente si tratta di mandare a casa dei fannulloni, quando non dei ladri, e di recuperare miliardi (?), secondo la politologia del M5S?
A questo punto diviene forse più interessante una nota sulla decadenza della sinistra.
Il marxismo è stato vissuto dalle masse più o meno come una religione. Si trattava di arrivare alla fine della storia col trionfo finale della classe dimenticata, dopo quella borghese. Si trattava di arrivare alla fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si trattava – almeno come ideale – di avere da ciascuno secondo le sue capacità, e di dare a ciascuno secondo i suoi bisogni. Il tutto in un ambiente di libertà e di rispetto per l’individuo, secondo i dettami di quello che si è chiamato “umanesimo marxista”. Lo scopo sembrava tanto nobile che era lecito pagare altissimi prezzi, pur di raggiungerlo. Al punto che si giustificava così la “dittatura del proletariato”, cioè del tiranno che comandava il Partito, in quanto la sua stessa oppressione poliziesca non mirava al suo capriccio, ma al raggiungimento di quel paradiso socialista la cui realizzazione era parte integrante del comunismo futuro.
E tuttavia non si è stravolta questa magnifica teoria soltanto per giustificare il potere di Stalin, la si è usata anche per legittimare ogni forma di immoralità e perfino il più bieco cinismo. Il Comunismo, come l’Islàm, era una religione disposta ad imporsi con le armi, incluse quelle della menzogna, della calunnia, della doppiezza, del tradimento e all’occasione della tortura e dell’assassinio. Andando a cercare i nemici fin in Messico.
Qualunque mezzo era accettabile. Lenin ha potuto dire che “Una menzogna mille volte ripetuta si trasforma in verità” e “Se i fatti ci danno torto, tanto peggio per i fatti”.  Così possiamo capire il comportamento di tutti i partiti comunisti, e in particolare del Partito Comunista Italiano. Giustificato dai suoi ideali, e dalla sua mentalità sostanzialmente criminale, il Pci di un tempo avrebbe fatto un solo boccone del Movimento 5 Stelle.  E invece il Partito Democratico si è lasciato infinocchiare da un Talleyrand del livello di Alfonso Bonafede, con la sua abolizione della prescrizione non seguita da nessuna riforma. Ha concesso il taglio dei parlamentari fidandosi della promessa di avere prima una legge elettorale, dei nuovi regolamenti parlamentari e via dicendo. Cioè siamo passati da Stalin, capace di mancare di parola anche col Padreterno, se mai avesse stretto un patto con lui, a un Nicola Zingaretti capace di farsi imbrogliare come un’educanda da gente come Luigi Di Maio, Vito Crimi e, se fosse stato in delegazione, dallo scemo del villaggio. In questa favola, il lupo si lascia mangiare da Cappuccetto Rosso.
L’attuale Partito Democratico non è l’erede del Pci. Quello aveva una sua grandezza criminale, questo ha la debolezza di mente e culturale dell’ultimo della stirpe. Quello il cui sangue prima è diventato blu, e poi acqua. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
4 agosto 2020



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POLITICA
3 agosto 2020
RENZI L'ANTIMACHIAVELLICO
Non pretendo che il presente sia sempre eroico ma, se è drammaticamente noioso e totalmente privo di luce, l’attenzione si appanna, l’intelligenza arranca e la tentazione del sonno si ingigantisce. Infine, a quel presente, siamo assenti noi.
Tutti gli editoriali che sono pubblicati in queste settimane sembrano rimasticature. Riflessioni su argomenti minimi. Cronache di personaggi privi di spessore, comparse in una commedia dell’arte. 
Se qualcuno governasse, le sue azioni sarebbero comunque degne di analisi, perché da esse dipendono le sorti della nazione. Ma in Italia nessuno governa. Nel globo terracqueo infuriano la tempesta della pandemia e il dramma della recessione e la nostra plancia di comando è deserta. L’Italia ha come capitano l’abbrivio e l’abbrivio non è una rotta: è il ricordo di una rotta. Coloro che dovrebbero intravvedere una strategia per il futuro si occupano soltanto del galleggiamento. Per Dante gli ignavi meritavano di essere duramente puniti, nell’Italia attuale hanno invece un lauto  stipendio e la promessa di una pensione da parlamentari. Le sole cose cui tengono. 
In questo panorama spicca Matteo Renzi che, sempre ricordando Dante, sopra gli altri “come aquila vola”. Del resto, per volare come un’aquila non ci vuole molto, se i passeri si chiamano Conte, Zingaretti, Crimi. O se in televisione compaiono gli occhiali di Toninelli, senza niente dietro. Questo per dire che Renzi è intelligente mentre gli altri sembrano torpidi, è eloquente mentre gli altri sono fumosi, è coraggioso, mentre gli altri sono pavidi. È un politico, mentre gli altri sembrano passeggeri che hanno sbagliato treno. 
Purtroppo, Renzi riesce a spiccare, ma in negativo. Gli altri hanno la scusa della loro mediocrità, lui invece, malgrado le sue qualità, non capisce la politica e, per un uomo che ne ha fatto la sua vocazione, è gravissimo.
In materia di politica. pure se la maggior parte del tempo lo si è frainteso, cinque secoli dopo abbiamo ancora tutto da imparare da Niccolò Machiavelli. Questi  non era affatto un uomo immorale: si è limitato ad esplicitare le regole della politica, partendo dall’esperienza concreta. Dunque non gli importava che si fosse buoni o cattivi, ma che si fosse efficaci o inefficaci, adeguati o inadeguati, vincenti o perdenti. Se, in un dato momento storico, avesse sempre prevalso il più buono, Machiavelli avrebbe insegnato come essere superiormente buoni. E se ha lodato il duca Valentino non è perché lo trovasse apprezzabile, ma perché, in un mondo di spietati assassini, era l’assassino più spietato di tutti. Era soltanto una questione di metodo. 
Un ottimo esempio riguarda la virtù. Per lui, poco importava se il Principe avesse o no questa o quella virtù, importante era che avesse la fama di averle tutte. Perché la nomea di sleale e crudele lo avrebbe danneggiato. Machiavelli non ignorava che è difficile avere la fama di persona virtuosa, e tuttavia reputava l’imperativo di averla così importante, che in fin dei conti, scriveva, il miglior modo di ottenerla è quello di meritarla sul serio.  
Ecco in che senso Matteo Renzi è un pessimo politico. Il Duca Valentino poteva fare a tradimento una strage di rivali, ma nel suo mondo non c’erano giornali, non c’erano televisioni, non c’era internet. E invece Renzi, in un mondo in cui della nostra vita privata rimane ben poco di nascosto, è divenuto l’esempio dell’amorale, dello spergiuro, dell’ opportunista. Di un uomo privo tanto di scrupoli quanto di ideali. La sua unica regola, pressoché esibita, è quella di fare ciò che gli conviene in un dato momento e così perfino chi, prono all’insegnamento di Machiavelli, è disposto ad ammirare chiunque sia perfettamente adeguato al mondo politico in cui vive, è costretto a disprezzare questo fiorentino attardato. Uno che crede alla tecnica della stilettata nella schiena, sbucando da dietro un tendaggio. Dinanzi a tutti.
In molti l’abbiamo avuto in simpatia. In molti l’abbiamo ammirato per la sua fulminea scalata del potere. Ma poi l’uomo si è rivelato talmente “florentin” (come dicono i francesi, intendendo “subdolo e senza scrupoli”), che il disgusto per questo comportamento costantemente spregevole e costantemente ostentato, ha superato ogni altra considerazione. Errore esiziale, dal punto di vista machiavellico.
Non è strano che il giovane, che pure un giorno aveva ottenuto un 40% dei voti degli italiani, si sia ridotto ad un misero 3%, e sia costretto a mettersi di traverso se c’è il rischio di uno sbarramento al 5%. Oggi appare infido ad amici e nemici, ad ex amici e ad ex nemici. Probabilmente anche a quei pochi che l’hanno seguito nella sua attuale avventura. Forse l’ultima. 
Un uomo che non può essere difeso nemmeno da chi stima molto Machiavelli sbaglia comportamento perfino in un panorama politico, come quello italiano, in cui siamo abituati ai peggiori miasmi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
2 agosto 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/8/2020 alle 7:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 agosto 2020
PIETRO MASO ALL'ERGASTOLO
Pietro Maso nel 1991 uccise entrambi i genitori per avere l’eredità. Condannato a trent’anni di reclusione, ne ha scontati ventidue ed ora è libero. In questi giorni aveva anche ottenuto il reddito di cittadinanza ma la cosa si è saputa, ha fatto scandalo e uno Stato che segue le grida della folla per sapere che cosa fare – il sistema di Ponzio Pilato – gliel’ha revocato. Sulla “Stampa” Mattia Feltri scrive giustamente che questo è l’atto di uno Stato “vendicativo” che rinnega la stessa Costituzione, quando parla di “rieducazione del condannato”. Effettivamente, se Maso si comporta da cittadino normale, dovrebbe costituire un caso di “rieducazione” riuscita. Se invece lo Stato vuole considerarlo irrecuperabile, che elimini le ipocrisie della Costituzione. 
Tutto ciò che precede è l’oggettività politica e giuridica. L’organizzazione della giustizia, che pure tante volte ci è sembrata crudele e insensibile, in fondo è una funzione impersonale dello Stato. Normalmente punisce ma non odia, e soprattutto dimentica. Addirittura la Costituzione parla di ricupero sociale del condannato. Purtroppo così dimentica la realtà. Non soltanto moltissimi sono peggiorati, dalla detenzione, ma anche coloro che realmente ne escono “rieducati”, per la gente sono dei paria. Il codice concepisce la “riabilitazione”, la gente no. Anzi per certi reati infligge l’ergastolo senza aspettare nessuna sentenza. 
Certi crimini vanno contro gli istinti fondamentali della specie umana. Si può concepire l’omicidio in stato d’ira ma, se si sono uccisi i genitori o i figli, se si è ucciso con premeditazione, con crudeltà, o su commissione, la gente non ha bisogno di consultare nessun codice. La condanna immediata è “fine pena mai”.
Ecco perché la gente si è scandalizzata, per la concessione del reddito di cittadinanza a Pietro Maso. Lui non è uno che, tanto tempo fa, ha ucciso: è ogni giorno, e finché morirà, un parricida. Nessuno si sogna di perdonarlo o di dimenticare.
A questo dovrebbero riflettere tutti coloro che pensano di commettere un delitto. Chi assumerebbe come cassiere un ex condannato per furto? Chi vorrebbe come professore privato della figlia un ex condannato per violenza carnale? Inutile chiedersi se sia giusto, se i cittadini che sono “dalla parte del bene” si rendano conto di quanto sia spietato non perdonare mai e rifiutarsi di esaminare il caso particolare. La realtà è quella che è, ed è inutile tentare di esorcizzarla con belle parole. Certi crimini, se scoperti, si scontano per il resto dell’esistenza. 
Questo argomento è doloroso. Per cominciare esiste il dubbio del “determinismo psichico”. Tanta brava gente che non ucciderebbe una mosca e poi ci sono persone che commettono crimini orrendi. Non è possibile che siano oggettivamente “diverse”? Mi addolora comunque il pensiero di quei pochi che si sono veramente pentiti, sono addirittura disposti ad essere ancor più scrupolosi degli altri e tuttavia rimangono inchiodati al passato. Con un marchio contro il quale non c’è appello, non c’è ricorso e neppure revisione del processo. Perfino quando, magari parecchi anni dopo, si dimostra che la condanna fu il frutto di un errore, i “colpevolisti” non cambiano opinione, e subodorano qualche trucco. 
La società è un mostro che non perdona perché non ha testa e non ha cuore. Ma i malintenzionati farebbero bene a tenerne conto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      1° agosto 2020



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POLITICA
29 luglio 2020
IL MASSIMO MERITO DELLA DEMOCRAZIA
Leibniz ha scritto che questo “è il migliore dei mondi possibili”, ed è stata per lui una grande fortuna che ai suoi tempi non ci fossero internet, chat, “leoni da tastiera” e “haters”, tossici dell’odio. Se ci fossero stati, quel grande filosofo e matematico sarebbe stato sommerso dai sarcasmi dei colti (si pensi al “Candide” di Voltaire) e dalle pernacchie degli incolti. Perché, da sempre, tutti hanno capito che, secondo Leibniz, questo mondo è perfetto. Più o meno come Conte, che aveva previsto che il 2019 sarebbe stato un anno bellissimo. 
In realtà, per quel che ricordo, Leibniz intendeva dire che il mondo è lungi dall’essere perfetto ma per Dio è stato impossibile farne uno migliore. Nel senso che gli altri sarebbero stati peggiori. Comunque bisogna evitare le frasi che si prestano ad interpretazioni equivoche. 
Un’analoga e pericolosa affermazione è quella secondo cui la democrazia è il miglior regime possibile. Anche qui, si rischiano i fischi e le ironie. Dunque bisogna dire, tutto d’un fiato: “La democrazia è il miglior regime possibile perché gli altri fanno ancora più schifo”. Così, forse, ci si salva. È come dire che la paralisi delle gambe è sempre meglio di un cancro in fase terminale. Solo se si è arrivati a questo punto senza troppi danni si può rispondere alla domanda: e perché la democrazia è il male minore? 
Qui il discorso si fa complicato. Perché, se uno li enumera, i difetti della democrazia sono tali e tanti da mettere in dubbio il principio stesso che essa rimanga “il miglior regime possibile”. Per avere partita vinta, l’unico sistema è quello di citare il suo merito essenziale, quello contro il quale l’interlocutore non ha parata: la democrazia è l’unico sistema che permette di mandare a casa i governanti e sceglierne di nuovi. “Ma, obietterà l’avversario irriducibile, questo permette anche di mandare a casa un buon governo e mettere al suo posto un cattivo governo”. Cosa perfettamente vera. E però non bisogna arrendersi: “Sì, ma il governo peggiore sarà mandato a casa al turno seguente”. E così finalmente possiamo stilare i principi generali della democrazia e le ragioni per cui bisogna preferirla.
1 La democrazia è il regime in cui comanda il popolo.
2 Il popolo è ignorante, disinformato, emotivo, credulone e perfino stupido. Dunque, nella misura in cui può governare – scegliendo i suoi rappresentanti – sceglierà spesso personaggi notevolmente ignoranti, disinformati, emotivi e creduloni. E per giunta interessati soltanto alla propria rielezione. 
3 Naturalmente, essendo pessimi, questi personaggi non possono governare che in modo pessimo. 
4 Il grande vantaggio della democrazia è che il popolo ha la possibilità di eliminare questi figuri e mandarne altri al potere. Il grande svantaggio è che i nuovi venuti difficilmente saranno migliori di quelli che sono stati mandati via. E allora, dirà il nostro intrepido interlocutore: “Che vantaggio c’è, a conti fatti, se, a sentire te, in ogni caso il Paese sarà governato male?” Il vantaggio c’è, eccome: 
5 il peggior governo possibile non potrà far danni per più di quattro o cinque anni di legislatura. E alla scadenza è mandato a casa, sperando che chi lo seguirà sia meno cattivo. Ché del resto, se non lo fosse, sarebbe anch’esso mandato a casa, dopo quattro o cinque anni. 
Fra i difetti della democrazia c’è che il popolo è capace di mandare a casa anche un governo che ha governato accettabilmente. Perché tutti adorano punire chi non ha realizzato i loro sogni impossibili. Non dimentichiamolo: fu trombato anche Winston Churchill dopo che, scusate se è poco, aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale. Ma in una vera democrazia nessuna tirannia, nessun malgoverno è durevole. Stalin ha dominato la Russia all’incirca per trent’anni, dal 1923 al 1953, ma con libere elezioni probabilmente sarebbe arrivato soltanto al 1928. E non sarebbe stato piccolo beneficio, per quell’immenso Paese.
Concludendo, non dobbiamo troppo affliggerci vedendo continuamente in televisione colui che si crede il Presidente del Consiglio dei Ministri. Perché il suo naso a trampolino da salto con gli sci è infinitamente preferibile ai baffoni di Iosif Vissarionovic Džugašvili.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 luglio 2020



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POLITICA
28 luglio 2020
IL PEGGIO VIENE DOPO IL COVID-19
Chissà quanti saranno stufi di sentir parlare del Covid-19. E tuttavia, al di là dei morti, dei disagi, dei drammi economici che ha provocato, quel piccolo virus merita riflessioni più ampie. 
Forse non immaginavamo che la nostra società fosse così vulnerabile. Così dipendente da piccole cose, piccole abitudini, piccoli piaceri, come l’idea di andare a cenare in pizzeria. È sempre sembrata una cosa senza importanza, da decidere di tanto in tanto, quasi distrattamente. ma è bastato chiudere le pizzerie e i ristoranti per qualche mese, e si è visto quanta gente dipendeva, per guadagnarsi da vivere, da quel “capriccio”, da quella “decisione senza importanza”.
Il Covid-19 ha messo in luce che la prima, incompressibile necessità dell’essere umano è mangiare. La “domanda” di cibo è estremamente rigida e neanche la peste riuscirebbe a piegarla. Viceversa, tolto il cibo, di che cos’altro possiamo fare a meno? La risposta del Covid-19 è stata: “Quasi di tutto”. 
Purtroppo, proprio di quel “quasi tutto” che nel momento dell’emergenza appare superfluo, vivono normalmente milioni di persone. Se per un momento si ferma la domanda del superfluo, chi del superfluo vive non sa come cavarsela. Chi produce lusso o divertimenti non consuma lusso o divertimenti, si procura un reddito col quale pagare la spesa quotidiana, la pigione, il mutuo. Se scompare il reddito, sono disperati il lavoratore interessato e tutti coloro che dipendono da lui: la sua famiglia, il padrone di casa, la banca, lo Stato. Né quest’ultimo – come invece è stato imprudentemente proclamato dall’insulso Giuseppe Conte – può mai provvedere a tutti coloro che una pandemia priva del sostentamento. 
La società è capace di adattarsi ai cambiamenti ma per farlo richiede tempo. Oggi non esistono più i fabbricanti di carrozze, e neppure i vetturini, ma il passaggio dal carretto all’automobile è stato così graduale che nessuno è morto di fame e tutti hanno avuto il tempo di “riciclarsi”. Viceversa, come può sopravvivere una guida turistica sessantenne, se improvvisamente non arrivano più turisti? Per decenni era sembrato che quell’attività fosse normale, come gestire una farmacia o insegnare nelle scuole, ed improvvisamente si è visto quanto flessibile fosse quella “domanda”. Un alito di vento, e nessuno vuol più sentirsi illustrare i resti del Foro Romano, la bellezza della Cappella Sistina o il significato degli scavi di Pompei.
Queste osservazioni sono piuttosto tristi, ed è naturale che ci si chieda che conclusione bisogna trarne. La più naturale sarebbe che chiunque sappia di vivere rispondendo ad una “domanda” molto flessibile (come il pellicciaio, l’agente di viaggio o l’attrezzista teatrale) dovrebbe avere da parte un capitale di riserva, tale da poter sopravvivere un anno senza lavorare. O più precisamente cercando un’occupazione nuova, prima che si esauriscano le riserve. Purtroppo ciò è inverosimile. La maggior parte delle persone non dispone di riserve, soprattutto in un tempo in cui il risparmio non è rimunerato ed anzi è sempre a rischio furto da parte dello Stato.
Una seconda ipotesi è quella dell’assicurazione, che però si rivela subito insostenibile. L’assicurazione si fonda sul principio che gli assicurati sono cento e l’evento da indennizzare è uno, non certo il trenta o il quaranta per cento. In questo caso l’Assicurazione non indennizzerebbe nessuno, perché avrebbe incassato in premi meno di quanto le si chiederebbe in indennizzi. Che è poi la ragione per cui nessuna assicurazione assicura contro i terremoti(1).
Una terza ipotesi è che dei danni provocati dagli eventi catastrofici si faccia carico lo Stato e purtroppo anche questa soluzione è insostenibile. Lo Stato ha spesso i bilanci in bilico, e in Italia li ha anzi costantemente in deficit. Come potrebbe farsi carico di un “incidente” nazionale, che riguarda tanti milioni di danneggiati, cui non potrebbero far fronte nemmeno i Lloyds di Londra? La cassa integrazione, i sussidi, la sospensione delle imposte, sono tutti pannicelli caldi, di breve durata. Per non dire che sono controproducenti. I sussidi danno un falso sentimento di sicurezza (falso perché non durano) e la sospensione delle imposte, nel momento in cui lo Stato abbisogna di risorse maggiori del solito, è impossibile.
Comunque è inutile dire al lavoratore: “Intanto ti do io un sussidio per un paio di mesi”. Perché quell’uomo e la sua famiglia vorranno mangiare anche dopo il “paio di mesi”. La risposta giusta è: “Se hai fame, vai alla mensa dei poveri, che cercherò di sovvenzionare. E nel frattempo cercati un lavoro”. 
Purtroppo in Italia dire “Cercati un lavoro” sembra una provocazione. Anzi, un’irrisione. Perché quell’invito abbia un senso, bisogna che il mercato del lavoro sia talmente libero che sia permesso retribuire una giornata di lavoro con due pasti. Se il Paese è ridotto ad occuparsi innanzi tutto del cibo, è il cibo la misura del lavoro, non il contratto collettivo. Se no avremo un cittadino che continuerà a vivere serenamente come prima, ed un cittadino che non avrà da mangiare e comincerà a pensare seriamente a qualche rapina. Naturalmente bisognerebbe tagliare anche stipendi e pensioni, in modo che tutti partecipino allo sforzo di riprendersi, senza che ci siano privilegiati col 100% del reddito normale. 
Mi rendo conto che questo genere di provvedimenti sarebbe in realtà molto più complesso da come è qui indicato, ma non sarebbe male se la questione fosse seriamente studiata prima che l’evento si verifichi, in modo da avere pronti i piani per far fronte all’emergenza. Non è ammissibile che uno Stato spenda cento miliardi per rispondere al problema attuale, come abbiamo fatto noi, senza nulla prevedere per il “dopo”. Anzi, senza nulla fare per le centinaia di migliaia di imprese che non riusciranno a “riaprire”, quando si disporrà del vaccino e si tornerà alla normalità. Chiunque sia una persona ragionevole dovrebbe sudare freddo, pensando al prossimo inverno. 
Ma queste sono prediche inutili, come giustamente Einaudi definì un suo scritto di economia. Perché la voce della ragione è fra le più flebili e la gente l’ascolta quando ormai è troppo tardi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 luglio 2020
(1) Se qualcuno si fosse visto proporre un’assicurazione contro il terremoto, è perché pochissima gente si assicura contro i terremoti, e dunque gli assicurati non sono “tutti coloro che potrebbero richiedere una copertura assicurativa” (si pensi ai proprietari di automobili) ma un nugolo sparuto di persone molto prudenti.



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POLITICA
27 luglio 2020
DISPERAZIONE
Quando, nelle rassegne stampa, vedo un nome che mi ispira fiducia, mi precipito a leggere l’articolo ma, devo confessarlo, la maggior parte delle volte, rimango deluso.  I migliori commentatori vedono chiaro, analizzano la realtà e le prospettive ragionevoli, e concludono invariabilmente per il vicolo cieco del pessimismo. Se si vuole trovare un po’ d’ottimismo bisogna andare a leggere gli articoli degli idealisti, dei visionari, degli scervellati di sinistra, e spesso si è costretti dai conati di vomito a interrompere la lettura. Sembra che l’alternativa sia tra la stupidità e la disperazione.
Non sto accusando nessuno. Se mi capita di rileggere un mio vecchio articolo, l’impressione non cambia. Neanch’io sfuggo al pessimismo sterile. Ma al riguardo rivendico – a me stesso e ad editorialisti come Angelo Panebianco, tanto per fare un nome – non una vaga giustificazione, ma un’esimente incontestabile: l’analista non è chiamato ad agire in sala operatoria, è chiamato, come massimo, alla diagnosi e alla prognosi.
Più sottile è la questione della “rimproverabilità”. Mi si può chiedere: “Tu pontifichi, dall’alto della tua insignificanza e della tua irresponsabilità, ma al posto di chi governa sapresti far di meglio? ”
Il buon senso mi induce a rispondere un risoluto “No”. Sia pure aggiungendo che proprio per questo non accetterei un posto di comando, neanche se me l’offrissero. Ma la questione va parecchio oltre.
La rimproverabilità si esplicita in questa affermazione: “Hai sbagliato e potevi non sbagliare”. Ma ciò implica che l’accusato va assolto se dimostra che non era libero di far altro, che anzi ha provato a far altro e gli è stato impedito. Dunque, anche se è lecito essere disgustati dal livello di cultura e competenza di alcuni politici in vista (in particolare dei Cinque Stelle) il problema cui bisognerebbe dare risposta è: “I nostri governanti guidano il Paese o ne sono guidati?” La mia sensazione è che ne siano guidati. Non si spiegherebbe diversamente che, nel turbinare dei governi della Prima Repubblica, e persino nei decenni del maggioritario, pur passando da figure incolori a personaggi sgargianti come Berlusconi, di sostanziale, in Italia, non sia mai cambiato niente. Se non in peggio. 
Una parentesi, per la verità, c’è stata: i venti anni che hanno seguito la Seconda Guerra Mondiale. Forse perché gravemente scottati da ciò che avevano patito, e dalla delusione succeduta alla sbornia fascista, gli italiani di quegli anni non avevano grilli per la testa. Certo, c’era l’incombente presenza dei comunisti che a quei grilli avevano soltanto cambiato il colore, dal nero al rosso, ma la maggior parte pensava che c’era da lavorare, da sudare, da ricostruire. E per giunta lo Stato ereditato dal fascismo era più “leggero” dell’attuale. 
Ciò ci portò al “Miracolo economico”, ma con la prosperità si attenuò progressivamente il senso del reale. I protagonisti della vita nazionale divennero i figli di coloro che avevano vissuto il fascismo, la guerra e la ripresa. Come tutti i figli dei nuovi ricchi, essi si convinsero che la ricchezza non poteva che esserci, che lo Stato disponeva di un Pozzo di S.Patrizio, che i conti erano soltanto un’opinione e che l’impossibile era possibile, sol che lo si volesse. Insomma, mentre i loro genitori avevano operato il miracolo della Ricostruzione, essi posero mano alla Distruzione del reale liberale in nome della Realizzazione dell’Ideale marxista. Così rimisero indietro l’orologio, tornando all’illusione. E non ne siamo più usciti.
Ecco perché la rimproverabilità degli attuali governanti è piuttosto bassa. L’intero Paese è pressoché sordo alla voce dei fatti e chi cercasse di guidarlo in modo realistico sarebbe presto tolto di mezzo. Ecco una dimostrazione: il più grave problema attuale dell’Italia è come far risollevare il Paese dopo la mazzata del Covid-19. Ebbene, si leggano i giornali: chi si occupa seriamente di questo? Il “Corriere” parla della “Linea Conte”, cioè di un ectoplasma, e per giunta neanche in prima pagina. È vero, parla anche di riforme al Sud (Araba Fenice) ma è soltanto un’intervista.  La “Stampa” ci parla dell’effetto “smart working”. Il “Messaggero”, il “Giornale”, “la Verità” e “Il fatto quotidiano” ci parlano di Attilio Fontana e “Libero” del vaccino anti-Covid. Su come gli italiani si procureranno di che vivere in autunno, neanche una parola. E mancano due o tre mesi.
Gli italiani viaggiano sul Titanic ma non hanno mai creduto all’esistenza degli iceberg. Del resto, nel Mediterraneo non ce n’è.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 luglio 2020.




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POLITICA
27 luglio 2020
LE RIFORME CHE CONDIZIONANO I FINANZIAMENTI
L’Italia ha le casse vuote. Per questo chiede uno scostamento di bilancio (ancora debiti) di venticinque miliardi. Purtroppo le opposizioni non sono disposte a votare il provvedimento a scatola chiusa e alcune delle loro richieste – per esempio quelle della Lega – sono rovinose. Sicché la maggioranza potrebbe trovarsi obbligata a chiedersi come pagare stipendi e pensioni. Per non dire che potrebbe anche cadere il governo, e questo mentre non abbiamo neppure una maggioranza di ricambio, con un serio programma. 
Intanto, in un modo o nell’altro, per il Covid l’Italia si “spara” qualcosa come cento miliardi e il nostro debito pubblico si avvicina ai 2.500 miliardi, con una percentuale sul pil da spavento. Ma che importa, gli italiani sono convinti che il debito non sarà mai ripagato e i mercati finanziari assorbiranno sempre i nostri Titoli di Stato. Infatti il problema di cui si discute è quello del Mes e Vito Crimi, dei Cinque Stelle, dice che non ne abbiamo bisogno, perché presto avremo i 209 miliardi dell’Europa. Come chi, a Ferragosto, si rifiutasse di mangiare, tanto ha già prenotato il Cenone di Capodanno. 
Il vero problema, per come lo vedo io, è il fatto che i miliardi “europei” sono seriamente condizionati dalla presentazione di progetti di riforme riguardanti la Pubblica Amministrazione, la Giustizia, la Scuola, il mercato del lavoro, la semplificazione legislativa ed altro ancora. Da noi ci si attendono piani particolareggiati e minutamente applicativi, che dovranno prima essere approvati da Bruxelles. Fra l’altro, il piano generale dovrebbe essere presentato entro ottobre e ancora non ci si è posto mano. Chi dice che riusciremo a redigerlo in tempo? 
Qualcuno potrebbe pensare che mostrarsi scettici e pessimisti dipenda dalla tentazione di apparire saggi e competenti. Qualcun altro potrebbe pensare che il pessimismo nasca dall’opinione negativa che si ha degli attuali governanti. In realtà, gli ostacoli che qui si prospettano non riguardano questo governo, ma la natura stessa della materia. Per essere adeguatamente compreso, il  problema deve essere discusso sul piano teorico.
Di riforma si parla quando una situazione è giudicata molto negativa. Come l’amministrazione della giustizia in Italia. La riforma si distingue dalla correzione, dall’innovazione, dal miglioramento, perché è radicale e costituisce un “ripensamento”, una “riprogettazione” dell’intera istituzione, mentre i singoli cambiamenti mirano a correggere singole disfunzioni. 
Purtroppo la situazione esistente non è il frutto della volontà di qualche malintenzionato: è il portato del passato. Di ciò che si è fatto fino a quel momento. E coloro che sono toccati dai mutamenti, per abitudine o per interesse, resistono con tutte le loro forze. Ciò spiega perché, sino ad oggi, si è sempre parlato di grandi riforme, e – per quel che ricordo – non se ne è realizzata nessuna. 
Da ciò discende che in tanto si può concepire una grande riforma in quanto ricorrano due condizioni fondamentali: chi vuole attuarla deve avere un’idea chiara e precisa di ciò che vuole ottenere, essendo pronto a combattere contro tutti e a superare ogni ostacolo, per quanto impervio. Si pensi alla riforma della Turchia, attuata da Atatürk. La seconda condizione è che, alla risolutezza del progetto, corrisponda una forza massiccia e coesa che sostenga quel piano. Pensiamo alla Rivoluzione Francese. Il movimento partiva dall’Illuminismo e aveva intenti così chiari, che gli stupidi ostacoli opposti dalla monarchia e dai nobili, invece di scoraggiarlo, lo resero più aggressivo. Fino a fanatizzarlo, come avvenne col Terrore.
Ma, perché esista la forza riformatrice, è necessario che nella società ci sia un movimento di opinione abbastanza importante, nella direzione giusta. Se invece l’intera società è divisa in mille fazioni, in mille partiti l’un contro l’altro armati, come si può sostenere adeguatamente un progetto coraggioso? Il dissenso sarà implacabile già al momento del progetto. E non perché i protagonisti siano stupidi o fanatici: semplicemente perché esistono opposte ideologie dalle quali non si riesce ad uscire.
Nella mentalità liberale, il capitalista fonda l’impresa con lo scopo del profitto, e per realizzarlo crea posti di lavoro. Nella mentalità marxista ancora largamente presente in Italia, poco importa che l’impresa sia privata o statale, essa non ha lo scopo di produrre un profitto ma quello di creare posti di lavoro. E questi devono essere mantenuti, quand’anche nel frattempo fossero  divenuti antieconomici. Si pensi all’Alitalia e all’attuale blocco dei licenziamenti. In Italia è considerato normale che un imprenditore sia costretto a pagare uno stipendio ad un lavoratore di cui non ha alcun bisogno, perché glielo ordina lo Stato. Questo è qualcosa che non ha senso economico, ma soltanto un senso politico. In queste condizioni, come si può attuare da noi una riforma del lavoro quale potrebbe piacere ad un Paese liberale del Nord Europa?
Immaginiamo un genio capace di capire dove risiedono tutte le magagne della Pubblica Amministrazione e capace di eliminarle, diminuendo della metà il numero dei dipendenti e il costo per lo Stato. Domanda: quale Italia lascerebbe andare in porto un simile progetto? Quanti partiti non si lancerebbero in groppa alla tigre, per ricevere i voti degli statali minacciati di licenziamento?
Ammettiamo ancora che alla fine, presi alla gola, gli italiani dicano all’Unione Europea: “Abbiamo talmente bisogno di quel denaro che accettiamo qualunque condizione. Scrivete voi stessi le riforme”. Prima domanda: l’Italia accetterebbe un simile diktat, con un contenuto francamente liberale e tale da disturbare moltissimi “rentier” del sinistrismo? E quand’anche dicesse di sì, pur di avere il denaro, farebbe poi veramente quelle riforme?
Né ci si può cullare, come oggi si tende a fare, sulla generosità degli aiuti promessi. Più grandi sono le possibilità, più grandi sono i progetti. Dunque la discussione sarà asperrima, anche perché l’Italia è in arretrato in moltissimi campi. La maggior parte delle scuole sarebbe da sistemare o ricostruire (quanti edifici sono antisismici, quanti hanno le vie di fuga in caso di incendio?)  Le carceri sono sovraffollate e bisognerebbe costruirne decine e decine; le nostre strade sono piene di buche; molti ponti e viadotti sono a rischio crollo; molti servitori dello Stato sono sottopagati (vigili del fuoco, agenti di polizia, carabinieri, professori, la lista è lunga). Insomma, se ci dessero 209 miliardi tutti insieme ci sarebbe una bella rissa, intorno a questa tavola imbandita. E alla fine sembrerebbero addirittura pochi. Ma il fatto è che non ce li daranno. L’erogazione è diluita nel tempo, condizionata dall’adempimento degli impegni assunti, ed anche dal fatto che siamo riusciti a sopravvivere fino all’arrivo del denaro. 
Noi, attualmente, abbiamo le casse vuote. Non ci siamo ancora ripresi dal Covid e dobbiamo tuttavia tirare fino all’estate prossima, non si sa come, con un governo che invece di pensare alla sopravvivenza pensa a distribuire bonus. E i politici sono tutti contenti, perché ciascuno è convinto che avrà personalmente duecentonove miliardi in tasca e potrà farne ciò che vuole. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 luglio 2020




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POLITICA
25 luglio 2020
PERCHÉ OGGI NON SCRIVO NIENTE
Cassandra era una bella donna, tanto che perfino Apollo se ne era invaghito. Donna, diciamo, non ragazza. Infatti non aveva nulla di acerbo, nulla di timido, ed era così sicura di sé che sembrava non dare importanza alla sua straordinaria attrattiva sessuale. Camminava senza dondolare i fianchi, non esagerava in scollature, non aveva addosso niente di eccentrico, e tuttavia la sua presenza dava alla testa. Era il suo corpo, a prescindere da ogni sua volontà al riguardo, che gridava agli dei e agli uomini la sua bellezza.
E tuttavia Cassandra intimidiva. Si diceva che avesse respinto la corte di un dio, facendolo proprio imbufalire. Si diceva che, dietro il suo sguardo sereno e dominatore, ci fosse un’implacabile profetessa, e che troppo spesso le sue profezie annunciavano sventure. Così non molti osavano rivolgerle la parola.
Ma un uomo – un vecchio, per quei tempi, presto avrebbe avuto settant’anni – non la temeva. La sua veneranda età, il poco caso che faceva del proprio aspetto e la sua universale notorietà, lo ponevano troppo al di sopra del sospetto che potesse disturbare una signora. Così quando, incontrando Cassandra, le si avvicinò, lei gli sorrise:
- Ti conosco, tu sei Socrate.
- Buongiorno, Cassandra. Mi permetto di parlarti perché – dimmi se sbaglio – ho visto errare sulle tue labbra un sorriso, e ne sono stato molto lieto. Il tuo sorriso non era rivolto a me o a qualcuno in particolare. Sorridevi alla vita, e la cosa mi ha fatto veramente piacere.  Credo infatti che tu abbia tutto il diritto ad essere felice, a cominciare dal fatto che sei tanto bella. Sapere che la sorte si accanisce contro di te, mi è sempre dispiaciuto.
- Vecchio, hai la vista buona. Effettivamente sorridevo. E non a te. E neppure alla vita, come pensavi. Sorridevo perché, finalmente, sono riuscita a vedere il lato positivo della mia storia. La conosci?
- Sì.
- E allora sappi che noi siamo due martiri della verità, io in passato, tu in futuro. E mi sono accorta che, nel mio caso, le mie disgrazie nascono dal fatto che questa verità sul loro futuro io l’ho detta a tutti. E tutti mi hanno odiata, come se quel futuro fosse opera mia. Così ho deciso di non dire niente più  nessuno. Se mi chiedono “Come sarà il mio futuro?” rispondo: “Gli dei sono giusti, il tuo futuro ti tratterà come meriti”. E tutti se ne vanno consolati, non comprendendo il senso della mia risposta. Così siamo tutti felici, ed anch’io ho diritto di sorridere.
- Al prezzo di non dire la verità.
- Certo, un prezzo che anche tu dovresti pagare, se volessi vivere tranquillo. Ma,lo sai, sono una profetessa: so che non lo farai.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      25 luglio 2020



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POLITICA
24 luglio 2020
QUANTO CI DARA' VERAMENTE L'EUROPA
Per quanto riguarda i soldi che ci sono stati promessi dall’Europa, è difficile tenere conto di tutti i dati che si raccolgono a destra e a manca. Oltre tutto, si va dall’ottimismo esagerato di chi non ha capito niente (“Ci danno 750 miliardi gratis”) a chi crede di aver capito il trucco e dice, con Salvini, “È tutta una fregatura”. Come non bastasse, esiste anche la difficoltà di districarsi in ambiti sconosciuti, a cominciare dalle istituzioni europee. Quanti saprebbero dire la differenza fra Consiglio Europeo e Commissione Europea(1)?
Per dare un’idea dell’insufficienza delle nostre nozioni, partiamo da una delle poche cose che crediamo di sapere. Se ci chiedono : “Che cosa ci viene dato gratis e che cosa è un prestito che dobbiamo restituire?” siamo pronti a snocciolare i numeri che ci hanno ripetuto in coro tutti i giornali: circa ottanta miliardi sono un regalo e centotrenta sono un prestito, che dovremo restituire. Totale 209.  È vero? Sì, ma fino ad un certo punto. 
Infatti quei numeri non rispondono a un’altra domanda. L’Unione Europea questi 750 miliardi dove li ha presi? O forse li aveva già? La triste risposta è che l’Europa questi soldi non li aveva e non li ha: il progetto è quello di chiederli alle Borse. Dunque, per fornire prestiti e sussidi agli Stati membri, l’Europa non può che contrarre dei debiti e questi, per loro definizione, sono costituiti da somme che vanno restituite. Il vantaggio che offre l’Europa è che i mercati si fidano più di essa nel suo complesso di quanto si fidino dell’Italia o della Grecia, e dunque gli interessi saranno bassissimi. E tuttavia dobbiamo siamo fare un passo avanti e chiederci: chi deve restituire il denaro che l’Europa sta prendendo a prestito?
Non basta rispondere: “La stessa Europa”, perché l’Europa non è né una banca né un’impresa che produce profitti. Non ha fondi e non ha il potere di imporre tributi(2), Insomma è soltanto un’istituzione soprannazionale e non dispone di risorse proprie. Dunque pagheranno gli Stati che fanno parte dell’Unione Europea (ancora non si sa con quale meccanismo) ciascuno in proporzione alle proprie dimensioni.  Dunque anche dall’Italia. E così abbiamo la risposta finale.
Credo che il peso finanziario dell’Italia, nell’Unione, sia del 14%. I contributi a fondo perduto che essa dovrebbe ricevere corrispondono al 28% del monte “regali”, dunque l’Italia dovrebbe ricevere il doppio di ciò che le toccherebbe, ed ovviamente qualche altro Stato riceverà meno di ciò che gli toccherebbe. E tuttavia non aspettiamoci il Perù.
Rifacciamo i conti. L’Italia riceve 130 miliardi che deve restituire. Riceve poi 80 miliardi di sussidio a fondo perduto, e deve restituire la metà (più o meno) della somma. In totale ha 170 miliardi di prestiti e quaranta di regalo(3), ma questo regalo (che deve ancora essere approvato) va spalmato su cinque anni, perché tanto dura l’operazione salvataggio. La media  è di otto miliardi l’anno. Ora, se teniamo presente che il nostro prodotto interno lordo annuale viaggia intorno ai 1.800 miliardi, ne risulta che il “regalo” europeo corrisponde allo 0,44% del nostro bilancio annuo. Non che sia un’elemosina, ma è chiaro che, se dobbiamo salvarci, dobbiamo farlo con le nostre forze. Ripagando poi i debiti contratti.
Quanto detto spiega anche il malcontento di alcuni Stati, in occasione dei negoziati di Bruxelles. Perché se l’Italia contribuisce per la metà a ripianare i debiti contratti per versare dei sussidi ai Paesi che hanno sofferto del Covid, ovviamente ci saranno altri Stati che contribuiranno con il doppio di ciò che preleveranno. Qualcuno ci può spiegare perché dovrebbero essere contenti? O perché non dovrebbero chiedere incentivi e compensazioni, per dire di sì? Solo a Napoli, “nisciun è fess”?
Comunque, prima di brindare, qui in Italia, faremmo bene ad aspettare il seguito. Alla manna crederò soltanto quando la vedrò cadere dal cielo. Infatti essa è sottoposta a condizioni che, se conosco l’Italia, per noi sono assolutamente impervie. E comunque, ad andar tutto bene, il denaro dovrebbe cominciare ad arrivare nella seconda metà del 2021. Campa cavallo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
24 luglio 2020
(1) Mi sono informato, ma non ne so molto di più. “il Consiglio dell'Unione europea rappresenta i governi dei singoli Stati membri; la Commissione Europea rappresenta gli interessi dell'Europa nel suo complesso”.
(2) Qualcuno parla di tasse europee a carico delle multinazionali, delle emissioni di CO2 e di altro ancora. Ma si ricordi che, se si tassa un’impresa, essa gira il “peso” sui consumatori, aumentando i suoi prezzi. Insomma anche per questa via, alla resa dei conti, pagherebbero i singoli Stati.
(3) Da qualche parte ho letto un netto di venticinque miliardi, ma non era spiegato come si giungeva a questa cifra.



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POLITICA
23 luglio 2020
UN PUNTO DI VISTA SULL'ATTUALITA'
Sul passato abbiamo dati pressoché sicuri, e anche sulle conseguenze concrete di ciò che i protagonisti hanno fatto. Il presente invece, che dovrebbe essere l’ovvio perché l’abbiamo sotto gli occhi, è in realtà avvolto nella nebbia.
Così è lecito porsi la domanda: “Che senso hanno avuto gli avvenimenti di questi giorni?” Forse per la prima volta nella storia è avvenuto che degli Stati hanno regalato montagne di denaro ad altri Stati. È vero, erano all’interno di un trattato pomposamente chiamato Unione Europea; è vero, sono per la maggior parte prestiti; rimane tuttavia il fatto che dei miliardi sono passati di mano a titolo di aiuto, e qualcuno qualcosa ci rimetterà. Qual è la spiegazione?
Le anime belle si lanciano a dire che l’Europa tende ad unirsi, ha spirito solidale, sente finalmente di costituire una comunità e proprio per questo avrà un grande futuro. L’altra spiegazione, quella dei realisti, è naturalmente meno elegante. 
In occasione della crisi del Covid-19, i grandi Paesi si sono resi conto che la situazione era troppo grave per metterci la solita pezza. Per il 2020 l’Italia sta prendendo in considerazione un calo del prodotto interno lordo intorno al 12%. Qualcosa di catastrofico. Così hanno creduto di dovere scegliere: o scaricare l’Italia, pagando il prezzo richiesto per questa operazione, oppure fare un ultimo, disperato tentativo. Fare insomma quella serie di cose assurde che si fanno quando ci si sente in pericolo. 
Partiamo dall’opinione che si ha all’estero di questo bellissimo ma scapestrato Paese. L’Italia è sull’orlo dell’abisso e sa soltanto sprecare miliardi. Uno di questi giorni le Borse potrebbero non comprare i suoi titoli ed essa fallirebbe. Dunque, con le sue sole forze, potrebbe non superare il momento di crisi. E questo sarebbe il meno: il fatto è che, fallendo, potrebbe tirarsi dietro l’euro e, chissà, l’Unione Europea. 
Allora, si sono detti anche a Berlino, la abbandoniamo al suo destino o forniamo a questa demente la possibilità di entrare per l’ultima volta nella sala da gioco e tentare di rifarsi? Se la fortuna non l’assisterà, se perderà anche questa posta, la lasceremo affondare. Avverrà allora quello che potrebbe avvenire già oggi. Ma così abbiamo una speranza.
Certo, nessuno deve farsi illusioni. Non ci sarà una seconda occasione. Non si può sovvenzionare un ludopate per tutta la vita. Questi smette di giocare quando si è giocato anche i bottoni della camicia e non ha più un tetto. Non c’è esortazione, non c’è ragionamento, non c’è esperienza fatta da altri che possa spingerlo a cambiare strada. E tuttavia i rischi rimangono grandissimi.
Allora a Berlino e a Parigi si sono detti: “E sia. Spes contra spem, ottimismo della volontà, o comunque si voglia chiamare la nostra attuale follia, proviamoci. Chissà che stavolta, sotto il morso della necessità, la penisola non guarisca dai suoi mali”. 
Personalmente, non essendo un ottimista, questo tentativo non l’avrei fatto. Non per non aiutare l’Italia, e non per risparmiare i soldi dei contributori netti, ma soltanto perché, in tutta sincerità e mestizia, non credo che l’Italia sia capace di riformarsi. 
Non ce l’ho col fatuo Giuseppe Conte e i suoi disorientati amici del M5S. Anche se il governo fosse guidato da Mario Draghi, anche se fosse sostenuto dai moderati, o perfino da una Große Koalition, rimarrei scettico. All’Italia manca il senso del reale. E senza il senso del reale non si può curare nessun male che derivi dall’illusione. Chi riuscirebbe a convincere il paranoico religioso che la fine del mondo non è imminente?
E questo è il meno. La montagna di miliardi che ci è promessa dovrebbe arrivare a metà dell’anno prossimo. E come sopravvivremo, noi, fino ad allora? La panacea potrebbe esserci consegnata quando il malato è già morto. Neanche il Mes, di cui tanto si parla, è una soluzione. Perché quei soldi sono vincolati alle spese sanitarie. E gli ospedali curano, non forniscono da mangiare. Non sono ristoranti per i disoccupati. 
Io dubito perfino che saremo in grado di presentare in tempo i piani “particolareggiatissimi” delle riforme che ci sono richieste. E siamo sicuri che il Parlamento le approverebbe, malgrado i tanti interessi che esse andrebbero a colpire? Tanto ci credono, i nostri stessi governanti, che non hanno nemmeno cominciato ad occuparsene. E i Paesi “frugali” si accontenteranno di qualche paginetta “pro forma”?
Come dico sempre, meno male che abbiamo Giuseppe Conte. Con un simile condottiero, non si può dubitare della vittoria.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
22 luglio 2020
L'ITALIA E LE RIFORME NECESSARIE
Cominciamo dalla buona notizia, come è stata percepita: l’Europa ci regala ottanta miliardi, e ci concede prestiti agevolati fino ad arrivare ad un totale di duecentonove miliardi. Una somma sbalorditiva. Basti dire che, divisa per i sessanta milioni che siamo, corrisponderebbe a circa tremilacinquecento euro a testa. Quattordicimila euro per una famiglia di quattro persone. Riusciremo a profittare bene di questa manna? Questo è il problema.
In primo luogo, questo meraviglioso risultato ottenuto a Bruxelles implica che il nostro debito pubblico, in rapporto al prodotto interno lordo, salirà dal 134% al 160%. Non oso calcolare quanto fa in miliardi. È vero che i circa centrotrenta miliardi che ci danno in prestito sono garantiti dall’Unione Europea (e dunque i relativi titoli si venderanno senza nessuna difficoltà in Borsa) ma bisognerà pure restituirli e il nostro debito, già inimmaginabile, diviene ancora più strabiliante e più insostenibile. 
Inoltre l’Italia dovrà pagare anche i precedenti debiti. E, se non potrà permetterselo, chi ci andrà di mezzo? Non certo i creditori “senior”, ma quelli che, nel caso di un fallimento di diritto privato, sono i “chirografari”. E chi può assicurare che i chirografari e gli investitori professionali, in futuro, continueranno a comprare i nostri titoli, soprattutto se il nostro debito dovesse continuare ad aumentare oltre il 160%? Qualcuno è disposto a giurare che l’Italia non fallirebbe nemmeno se il suo debito arrivasse al 1.000% del pil? O questo circo si fermerà, una volta o l’altra, o si fermerà l’Italia, crollando. 
In secondo luogo, le somme promesse non arriveranno subito e nemmeno all’inizio del nuovo anno, ma a 2021 inoltrato. E se già oggi lo Stato confessa di avere le casse talmente vuote da non poter consentire neanche un rinvio di un paio di mesi delle tasse che dovrebbero pagare le partite Iva, come ci arriveremo, a quel momento?
Infatti l’enorme somma di 750 miliardi deve ancora essere raccolta, e non sarà erogata né subito né tutta insieme. Farà parte del bilancio europeo e, se non ricordo male, sarà versata ai singoli Stati nel corso di cinque anni. Dunque scendiamo dal sogno dei 209 miliardi e atterriamo sul terreno dei (209:5) quarantadue miliardi. Sono certo una bella somma ma in occasione del Coronavirus lo Stato ha già speso (in deficit) ottanta miliardi e non per questo ci ha fatto nuotare nell’oro. E altri venti miliardi di debiti li farà nei prossimi giorni.
Dare soldi all’Italia è rischioso come darli a un vizioso intossicato dal gioco d’azzardo. Con la sua amministrazione dissennata il nostro Paese, se ha in mano dei miliardi, inventa gli ottanta euro per tutti i lavoratori, il reddito di cittadinanza per chi non fa niente, la quota cento per dare la pensione ai giovani, e così via. Inoltre si permette di spendere per sostenere quel cadavere volante che è l’Alitalia, per tenere in coma vigile quell’ex Ilva che esso stesso ha assassinata, e per acquistare una fetta di “Autostrade”. Per giunta vendendoci la balla che l’Anas potrebbe amministrarle meglio dei Benetton. 
E qui incocciamo in un altro problema. Le autorità europee – sempre che si mantengano le cose annunciate - ci verseranno il denaro soltanto a fronte di piani particolareggiati per realizzare delle riforme epocali. Vorranno sapere come intendiamo spendere i soldi, per fare cosa, e in che modo, e con quali costi, con quali effetti attesi, in quanto tempo. Ci sorveglieranno da vicino perché, se non adempiamo quanto promesso, sospenderanno l’erogazione dei fondi. 
Ma l’Italia quelle riforme non può farle. Se non le abbiamo attuate in passato non è perché non ci siamo accorti della loro necessità, è perché il cammino è impraticabile. Ecco un esempio. La Pubblica Amministrazione è afflitta da una impressionante miriade di norme imperative, cui ogni impiegato deve obbedire. La conseguenza è che i burocrati frenano la produzione e per così dire ogni attività nazionale, ma se non lo facessero rischierebbero di finire in galera. La mania di perseguitare tutti col diritto penale - che impazza in Italia e che ha il suo profeta in Alfonso Bonafede - terrorizza soprattutto gli onesti. I responsabili controllano tre volte invece di una e alla fine non firmano lo stesso, per paura di essere comunque incriminati. 
Riformare questo andazzo è molto difficile. Se semplificare significa lasciare più libertà a chi agisce per conto dello Stato, chi salverà il riformatore  dall’accusa di aver favorito i corrotti, assicurandogli l’impunità per le loro ruberie? I burocrati non vengono dalla Luna, sono spesso italiani perbene che, seppure senza strapazzarsi e senza sudare, fanno del loro meglio per servire il Paese. La pubblica opinione invece è convinta che siano una manica di sadici e di malfattori, da sorvegliare strettamente. Anche con l’antimafia, con l’ecologia, con la tutela del paesaggio, con la tutela dei beni culturali e dell’habitat della drosofila della frutta. Semplificare? È una parola. E infatti quando l’ineffabile Conte ha  partorito un “decreto semplificazione”, si è visto che quel sesquipedale decreto è tutt’altro che “semplificatorio” e tutt’altro che semplice esso stesso. 
Per una seria riforma della Pubblica Amministrazione si richiederebbe uno studio elefantiaco, ad opera di migliaia di esperti, per poi ridurre il personale, andare contro abitudini e privilegi consolidati, contro le convinzioni del popolo, contro i sindacati, e insomma contro l’intera Italia. E come può l’Italia andare contro l’intera Italia?
L’ovvia conclusione è che della riforma della Pubblica Amministrazione si parlerà sempre e non si farà mai. E ora dovremmo progettarla e realizzarla in un paio d’anni, soltanto per avere qualche miliardo in prestito da Bruxelles? Che cos’è, un film di fantascienza?
La riforma della giustizia, anch’essa richiesta dall’Europa, dovrebbe essere più semplice. Per la Pubblica Amministrazione i riformatori hanno da fare con milioni di dipendenti dello Stato, i magistrati invece sono meno di diecimila. Dunque nessun problema. 
Nessun problema? In mezzo secolo non siamo riusciti a condurre in porto nemmeno l’umile separazione delle carriere, cioè qualcosa che si potrebbe fare con un tratto di penna, senza licenziare nessuno e senza diminuire di un euro le retribuzioni. Eppure l’Italia non ce l’ha mai fatta. Ce la farà, ora, a velocizzare l’intera amministrazione della giustizia in breve tempo? Anzi, ce la farà, non dico a realizzare, ma a redigere un progetto di riforma della giustizia che sia credibile a Bruxelles e che non provochi la rivoluzione in Italia? 
Non dimentichiamo che da noi  i magistrati comandano più dei politici e costituiscono il potere supremo. Sono loro che hanno le chiavi delle carceri.
Potrei proseguire, ma è inutile. O l’Europa si rassegna a darci quei soldi “a gratis”, o avremo sì e no la prima tranche, sempre che a Bruxelles accettino i nostri piani di riforma e facciano finta di non sapere che non ne abbiamo mai realizzato uno.
Il nostro futuro va da un massimo ad un minimo. Se sapessimo cogliere l’occasione di questi prestiti condizionati per realizzare le grandi riforme di cui l’Italia ha bisogno da tempo immemorabile, questo sarebbe l’inverosimile, sperato momento di svolta in cui l’Italia smette la sua interminabile decadenza e prende lo slancio per una formidabile rinascita. Se invece – come temo – imbroglieremo il mondo pur di riuscire a sprecare il denaro secondo le nostre migliori tradizioni, allora avremo soltanto rinviato di qualche tempo la meritata catastrofe. 
C’è proprio da essere tristi. Noi abbiamo un disperato bisogno di denaro e di un governo che sia in grado di spenderlo per rilanciare l’Italia. Di fatto, l’arrivo di quel denaro è incerto mentre già sappiamo che il governo è incapace di rilanciare l’Italia. E non perché sia guidato da Giuseppe Conte, per quanto poco io lo stimi: se avessimo Bismarck, Bismarck non caverebbe un ragno dal buco neppure lui. Perché dinanzi a quel buco stanno schierati in battaglia sessanta milioni di italiani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
22 luglio 2020 >



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POLITICA
21 luglio 2020
LA QUALITA' DELLA FRUTTA
Ieri – o forse bisognerebbe dire “stamattina” - si è concluso l’interminabile vertice di Bruxelles e da ogni lato si sentono squilli di tromba. Infatti sono state comunicate le somme che saranno erogate e sono anche superiori a quelle di partenza. Alleluia. L’unico neo, per quanto riguarda l’Italia, è che sono aumentati i prestiti e diminuiti i contributi a fondo perduto (regali). Per il resto nebbia. Forse da Bruxelles non hanno comunicato molto; forse i giornali non hanno avuto il tempo di scrivere qualcosa, dal momento che sono stati stampati quando ancora i negoziati erano in corso, certo è che noi italiani siamo rimasti a chiederci com’è finita. 
Né possiamo fidarci di Giuseppe Conte. Se partecipasse a una corsa col suo avversario, poi sarebbe capace di dire che lui è arrivato secondo mentre il suo nemico è arrivato penultimo. E comunque, quand’anche domani dovesse risultare che a Bruxelles ha mietuto un successo, la cosa non cambierebbe nulla. Non solo il peso specifico di quell’uomo non sarà diverso se va bene o se va male, ma è evidente che il risultato di Bruxelles, più che dagli argomenti di questo o di quello, è dipeso dalla situazione obiettiva, come la giudicavano i presenti. 
Se una differenza ci può essere stata nel valore delle voci degli intervenuti, ciò sarà stato determinato dal peso economico di ognuna delle nazioni. Ecco perché, anche se i due Paesi più importanti d’Europa sono la Francia e la Germania, oggi la Germania conta molto più della Francia che fra l’altro, tanto per ricordarlo, ha un debito pubblico vicino al 100% del pil. Una coda di paglia meno lunga della nostra, ma certo non invisibile. E figurarsi l’Italia, la cui arma principale è costituita dai guai che può provocare all’Europa.
E allora: chi ha perso? chi ha vinto? chi ci guadagna, chi ci perde, e quanto? Attualmente nessuno l’ha chiaro. Certo, è meglio concludere un vertice con un accordo, anche se mediocre, che con un totale disaccordo. Soprattutto in un momento in cui l’Europa, come istituzione, è meno solida che in passato. Ma prima di esultare o di strapparsi i capelli bisogna conoscere i dati di fatto. 
Una cosa tuttavia, ai miei occhi, è allarmante. Il fatto che siano subito state comunicate le cifre dei prestiti e dei contributi a fondo perduto, in modo da provocare l’applauso, senza nulla dire delle condizioni delle erogazioni e dei meccanismi di controllo dell’adempimento degli impegni presi, mi ricorda il comportamento dei fruttivendoli da strada che mettono in alto un pezzo di cartone con un prezzo accattivante e poi fanno una montagna della frutta, mettendoci sopra i frutti più grandi e più belli. Purtroppo poi, quando si tratterà di venderli, li prenderanno soprattutto da sotto, dove sono più piccoli, più acerbi, certo meno belli. Mostrare l’ideale per smerciare il cattivo. E non dimentichiamo che comunque ci apprestiamo a dilatare il nostro già stratosferico debito pubblico.
Gli impegni di queste erogazioni potrebbero risultare veramente indigesti. Mezza Italia ha strepitato e strepita contro le condizioni per accedere al Mes, e nessuno parla delle condizioni per accedere al Next Generation Ue. Condizioni che – sempre che l’Unione Europea sia coerente con ciò che ha detto in passato, cosa di cui non si può affatto essere sicuri - si annunciano ben più gravose. Infatti non dovrebbero indicare soltanto l’ambito in cui spendere le somme ricevute (la sanità, per il Mes) ma il come, e per quali fini, e con quali controlli, con quali conseguenze in caso di inadempimento, e a giudizio di chi. Tutt’altra musica.
Se dovessi parlare io, col fruttivendolo, gli direi: “Metta sulla bilancia i tre chili di frutta che mi vuol vendere, ed io le dirò se la compro o no”. L’Italia, a Bruxelles, ha detto entusiasticamente che “compra”. Io aspetto di vedere la merce.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 luglio 2020



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20 luglio 2020
"IL COLIBRI'" NON VOLA
Il testo di Anna Murabito, alias Alida Pardo, che segue, è una sapida recensione del romanzo “Il Colibrì”, ultimo Premio Strega. Il giudizio è impietoso, ma ampiamente documentato.
G.P.
IL COLIBRÌ” NON VOLA

“Il colibrì” di Sandro Veronesi è il libro vincitore del più famoso Premio Letterario d’Italia. È appena uscito e pare che abbia venduto già centomila copie, il che significa che anche quelli che non si interessano di letteratura per mestiere o per abitudine sono attirati da un libro che in qualche modo suscita curiosità.
L’autore lo ha scritto per avere successo e ci si aspetta dunque che sia di un approccio facile e scorrevole. Poi si comincia a leggere e si rischia il mal di testa. Dopo la prima scena che prometteva una vicenda agile e brillante, il romanzo si affloscia e si incupisce. Diviene dispersivo, va avanti e indietro, richiede un certo sforzo di attenzione. Pare che un po’ di confusione, di fanghiglia, giovi a “fare moderno”, “fare vero”. Invece a me sembra che faccia “falso”. Mi ricorda quella sabbia sintetica che negli anni ‘70/’80, con opportune bombolette, i proprietari dei fuoristrada spruzzavano a volte suille fiancate per dare l’illusione - o procurare l’invidia – di avventurosi safari. 
In un’intervista rilasciata dallo stesso Veronesi ho letto che ha scritto il libro in cinque anni così come i pensieri e i ricordi si presentavano, senza curarsi della cronologia. Al momento di vararlo, ha deciso che andava bene come lo aveva concepito. Bella fiducia nella fortuna dello scrittore, che non aveva Flaubert. Condita da una certa mancanza di rispetto per il lettore.
Una prima impressione, a lettura finita, è che il libro - a dir poco - non sia nitido. Sembra l’enfatizzazione di una sfocatura, la mesta celebrazione di una mancata comunicazione intellettuale, 360 pagine che “sonnent creux”, suonano cavo. Indipendentemente dall’andirivieni cronologico. A ripensarci, poi, lo sconcerto si accentua: la memoria mette il grassetto ai punti interrogativi.          
La storia è tutta cucita di filo grigio in una spiaggia grigia. Il protagonista è Marco Carrera, un oculista, e la sua vita si svolge nell’arco di settant’anni. Marco è un personaggio dalla psicologia difficilmente identificabile. Forse è un uomo mite e sensibile, forse è idealista e sincero, forse è distaccato e blasé. Forse. Sicuramente è un odiatore di psicoanalisti. È lui il Colibrì. Perché da bambino era piccolo di statura ma scattante, “armonioso” e velocissimo nei movimenti. Ed anche perché, come ci rivela Luisa, l’amore della sua vita, lui impiega tutte le sue forze per stare fermo, mentre il mondo gli si muove intorno. 
Il libro è tutto qui, anche come emozioni. Ci viene ripetuto una ventina di volte che Marco, ragazzino perfetto, era poco sviluppato ma poi, in meno di un anno, per effetto di una riuscita cura ormonale, crebbe di sedici centimetri. Questo dà la misura di una non comprensione con l’autore: lui giudica evidentemente importante e significativo qualcosa che al lettore sembra banale.
La vita di Marco è attraversata da una scia di lutti e di disgrazie: il suicidio della sorella Irene; la morte di cancro di entrambi i genitori; l’incidente mortale della figlia Adele; la nevrosi divorante della moglie e quella accaparrante della figlia. Tutto quello che uno scrittore (ed anche l’uomo della strada) identifica come “dolore”. E questo è uno dei temi, anzi dovrebbe essere il tema principale dell’intero romanzo. Solo che questo elemento, nelle mani dell’autore, perde la sua valenza di male di vivere, di sconfitta, di non senso dell’esistenza, e diventa materiale cronachistico inerte. Ci viene raccontato con la stessa partecipazione emotiva di un verbale dei Carabinieri, con le suggestioni che suscita una visita all’archivio del Comune. E non va meglio con gli altri due filoni che si possono individuare, cioè l’amore e l’“irrealistico”.
Il protagonista, attirato da coincidenze misteriose che poi si rivelano false, si innamora di una ragazza che vede in una trasmissione televisiva, la va a trovare al lavoro, e “naturalmente l’attrazione fisica fu fortissima”. E uno si chiede: perché? Nemmeno Rita Hayworth avrebbe potuto essere così sicura del suo successo. Quel “naturalmente” è impensabile da parte di un qualunque adulto, figuriamoci da parte di uno scrittore che invece ci “rilascia” un’affermazione apodittica, di disarmante superficialità. Si sarebbe tentati di commentare, altrettanto burocraticamente, “Ne prendo atto”.
Dopo la nascita della figlia, lui e la moglie facevano l’amore quando la bambina dormiva: ecco tutto quello che sappiamo del loro erotismo. Veronesi sembra non aver mai analizzato il desiderio sessuale, non ha neanche visto qualche film esemplare come “Bella di giorno”. Altrimenti non si esprimerebbe come un tredicenne complessato. 
Per tutta la vita ama una donna, Luisa, con cui gioca a nascondino, non so se si baciano una volta e, quando hanno l’occasione di pernottare insieme in un albergo, fanno voto di castità, o qualcosa del genere. La spiegazione addotta - perché così non è tradimento – oltre ad essere ipocrita al di là del verosimile, rende un po’ ridicoli i personaggi e fa insorgere il sospetto che Marco Carrera, che tanto detesta gli psicoanalisti, ne avrebbe bisogno. I suoi problemi sessuali sono veramente drammatici. Ma queste considerazioni triviali vengono in mente perché l’autore, che non sa raccontare il dolore, non sa raccontare neanche l’amore. 
Quello di Marco e Luisa sarà, per tutta la vita, un rapporto epistolare. Sarebbe bello se almeno le lettere - erotiche o spirituali non importa - fossero semplici e coinvolgenti, come le tragedie greche, con le loro elementari parole. Ma esse sono il più delle volte, più che cerebrali, cervellotiche. Soprattutto quelle di Luisa che ha uno psicoanalista e forse devono giustificare l’odio di Marco per gli psicoanalisti. Quelle lettere sembrano vaticini per i quali fare ricorso agli interpreti della Sibilla, tanto sono stucchevolmente arzigogolate. E lo stesso vale per le poesie riportate, oscure e legnose. Tranne l’ultima nell’ultima pagina, ma c’è il rischio fondato che il lettore non ci arrivi. 
Questo amore, così falso e così costruito a tavolino, ha il sapore della lana di ferro con cui si puliscono le  pentole. Ma può essere questo l’amore? E quando finalmente Luisa, coraggiosissima, poco prima della morte programmata di Marco, decide di baciarlo davanti a tutti “con la lingua” (ohibò) il protagonista pensa: “Brava, Luisa! Se osceno dev’essere, che lo sia fino in fondo!”. Osceno? Forse l’autore voleva dire “esplicito”, “sfacciato”. 
Non solo il dolore e l’amore, ma nel romanzo tutti i sentimenti e gli umori sembrano non avere consistenza. Una serie di asserzioni, di fredde documentazioni notarili  sostituisce lo schema classico della narrazione pensosa e coinvolgente. E anche quello avventuroso e ondivago del flusso di coscienza. Pagine e pagine si perdono dopo essere state lette, perché non toccano la mente né il cuore. 
Marco, fin da ragazzino, ha la passione del gioco d’azzardo, una passione descritta tuttavia con la stessa intensità peccaminosa di una partita a bocce all’oratorio. Siamo lontani non solo dall’arte di Dostoëvskij, ma dalla realtà percepibile da parte di un attento osservatore. Veronesi mette il gioco d’azzardo sul piano freddo di qualunque hobby o interesse o attività. Dice “andava a giocare d’azzardo” come direbbe “andava a fare una partita a calcetto con gli amici”. Atimia? È questo che l’autore si prefigge? È difficile dirlo. Forse non se la prefigge, certo è il risultato: l’inerzia del sentimento, nella totale equiparazione di tutti gli eventi.
Si va avanti nella lettura del romanzo e cresce una sorta di cattivo umore, di  scontentezza. Perché si rompe quell’intesa miracolosa che lega lo scrittore e il lettore, quella sintonia, quella simbiosi che interrompe la solitudine dell’uomo e fa dire: “Anch’io. Solo che io non lo so dire e tu sì”. 
Il libro è percorso anche da una sorta di irrealtà che non è poesia, non è fantasia, non è favola. È la supina accettazione dell’incomprensibile, dell’incongruo, dell’irragionevole. E qui l’autore dà il peggio di sé. Ad esempio si racconta che il protagonista, bambino chiamato ad esprimere un desiderio davanti a una stella cadente, si augura che la sorella non si suicidi. Aveva forse cinque anni. Cos’era quel bambino, un veggente in pectore? L’autore non ne parlerà più. Che senso ha il racconto di una “curiosità” priva di verosimiglianza?
L’amico di gioco d’azzardo, l’Innominabile, è il personaggio peggiore. È uno iettatore, capace di provocare incidenti sportivi, di fare cadere aerei. La sua descrizione fisica è copiata da Mario Vargas Llosa, come Veronesi ci dirà in nota; la sua evoluzione sociale è copiata da Pirandello, come Veronesi ci dirà ancora. Mai che il protagonista si ponga il problema della sostenibilità scientifica di “capacità” come quelle del suo amico. Ha elaborato anzi una teoria “intelligente”: a lui, Marco, non succede niente finché rimane vicino allo iettatore, come la calma impera nell’occhio del ciclone. Dimentica anche che il ciclone si sposta, e chi era nell’occhio si ritrova nel turbine.
E alla fine, questo personaggio che ha “dormito” per anni nella vita di Marco e nella narrazione, viene risuscitato per far dire al protagonista ormai anziano: “Sai, non credo ai tuoi poteri”. È stato ingaggiato, come professionista della iettatura, da un amico di Marco che ha una bisca clandestina. “Per farlo piangere”, così ci dice ripetutamente l’autore. Ma l’Innominabile non se la sente di “far piangere” Marco e lo avverte. Questi, impavido, rimarrà al tavolo da gioco e vincerà ben ottocentomila euro, dopo aver rischiato però di perdere tutto. Scontro tra titani? Nessun intento grottesco, nessun sarcasmo: racconto di vita vissuta, come andare al ristorante con gli amici. Come si possono narrare acriticamente storie simili? Con personaggi da romanzacci d’appendice dell’Ottocento? Come si può credere alla fortuna, alla iettatura, nel ventunesimo secolo? Nessun proprietario di bisca assumerebbe mai uno iettatore, perché tutti i casino sono fondati sul calcolo delle probabilità, quello che rende ineluttabili le perdite dei giocatori. Diversamente i casino non potrebbero operare. La narrazione di Veronesi è sbagliata sul piano artistico, sul piano scientifico, su quello della normale logica. 
Si è costretti, via via che affiorano alla mente, a ricordare altre terribili incongruità. Marco e la moglie, Marina, hanno una bambina che un giorno racconta al padre di avere un filo attaccato alla schiena: deve stare attenta e non farlo spezzare o aggrovigliare, così, se qualcuno le passa alle spalle, lei con opportune manovre lo sgroviglia. Ma com’è tenera e generosa la mia bambina! pensa il protagonista. E si commuove. Lo racconta alla moglie, e anche lei si commuove. E si commossero per due anni: è questo che scrive Veronesi. Viene voglia di aggiungere: “Tanto, c’era forse qualcosa di cui preoccuparsi? Mica la bambina aveva detto di essere Napoleone!”. “Solo che…”, ci dice l’autore, pensoso: le cose non vanno bene come uno crede. Lo scrittore elabora comportamenti da dementi, senza criticarli, e poi ci dice che la vita si vendica perché abbiamo trascurato i segnali. 
E non solo nell’episodio del filo. Il protagonista sposa una sconosciuta e si aspetta che il matrimonio vada a gonfie vele. Trascurare i segnali. Questi non sono segnali, questa è una mandria di bufali nel corridoio. Ignorata. Come si può concepire una psicologia così elementare e commentare con le considerazioni dell’uomo della strada? Qual è, di grazia, il pensiero di Veronesi, il suo “messaggio”?
 La maestra, finalmente accortasi che nella bambina c’è qualcosa che non va, ed esattamente i genitori, li fece venire a scuola e che fece? “li cazziò”. Sic. L’autore, con una lingua piena di sinonimi a disposizione, non trova altro verbo, neanche l’umilissimo “rimproverò”. Userà “cazziare” con lo stesso significato altre due volte. Alla fine, su suggerimento della maestra, la bambina viene affidata a un terapeuta, che ci viene descritto solo fisicamente. Come se questo dovesse darci un’indicazione sulla sua competenza. Dopo qualche tempo lo specialista sentenzia che la bambina ha bisogno di stare col padre. La piccola sta col padre e guarisce, si allontana dal padre e le ricresce il filo. Passerà tutta la sua vita in simbiosi col padre. Ma che bello.
Un giorno gli comunica di essere incinta, ma non dirà mai di chi. Il dio Marte? Sa comunque che da lei nascerà l’uomo nuovo.  Cos’è, quello della ragazza: un desiderio? una teoria? un po’ di fantascienza? Ancora una volta, nel romanzo, abbiamo una semplice asserzione che basta a sé stessa. Il parto avviene in acqua con il padre a mollo con lei. Chissà cosa ne penserebbe un serio psicoanalista. 
“L’uomo nuovo è una donna”, ci dice infine la ragazza, con una piccolina in braccio e l’orgoglio del pioniere. Forse. Che ne sappiamo di come funzionano i meccanismi mentali di simili personaggi? La sintonia con l’autore è ormai un lontano ricordo. 
E si svilupperà, questo portento con la pelle marrone e i capelli ricci, gli occhi a mandorla da giapponese, azzurrissimi però. E la chiamarono Patchwork, direi, perché ormai un oceano mi divide da Veronesi. Ma lui dice seriamente che la piccola è un concentrato di tutte le razze. Sostituendosi alla madre, morta in un incidente, questa bambina starà accanto al nonno Marco fino alla fine. 
Non voglio parlare del capitolo intitolato “L’uomo nuovo”: non mi occupo di fantascienza trattata come verità, di fantasia onirica, di quelle attitudini per cui, lo ribadisco, uno psicoanalista sarebbe lo specialista opportuno. Sono pagine e pagine di delirio da lasciare peggio che perplessi. Così come non si può parlare del capitolo intitolato “Le invasioni barbariche”, perché interamente tratto dal film omonimo. Tanto varrebbe parlare dell’originale.
Procedo senza curarmi troppo della cronologia, ma lasciandomi guidare da ciò che affiora infelicemente nei ricordi. Come l’episodio dello psicoanalista, divenuto per una crisi di coscienza operatore umanitario, che lascia Lampedusa, dove stava soccorrendo i migranti, e vola a Monaco dall’ex moglie del protagonista per darle la triste notizia della morte della figlia. “È questo il mio compito, aiutare chi soffre”. E tutto a sue spese. Assurdo. 
Non so cosa aggiungere ancora, oltre alla mia tristezza e alla desolazione indotta da elenchi, nomi di strade e monumenti, descrizione di modellini, compunte incursioni in collezioni di libretti di fantascienza, episodi minuti, tutto di una noia mortale. Perfino una lunga lista dei mobili da design contenuti nella casa dei genitori, deceduti. Mobili che qualunque arredatore è in grado di identificare. È troppo poco anche per un ammiccamento ad un ambiente di élite.
Per finire, due parole sulla lingua usata. Impresa difficile, perché si tratta di giudicare il migliore scrittore d’Italia. Penso di poter dire che la sua lingua riserva delle sorprese. A parte “cazziare”, l’autore ci parla di un grande amore che “finisce a schifio” e non si sa a chi si rivolge, a Franco e Ciccio? È un’espressione popolare e desueta. Usata in piena descrizione letteraria arriva opportuna come una stornellata in un corale di j.S.Bach. E un’altra volta Veronesi dirà che la notte ci si alza “per fare una pisciatina”. E sorprende, oh se sorprende. Non perché non si possa dire, ma perché non c’entra: è un’espressione goliardica, scherzosa, familiare. È “fuori registro”. Ma forse Veronesi non sa che cos’è un registro linguistico.
Non si tratta di volere ingessare il linguaggio. Altre volte lo scrittore dirà, per esempio. “Sa chi mi ha liberato, a me?” Oppure “andare in fissa”, che non sono espressioni canoniche, ma riproducono il linguaggio parlato. Oppure “arrampicare”, usato assolutamente, o “i treni infilano in una galleria”. Mode che, anche se non piacciono, non sorprendono. Ma davanti a “non ci parlava”, si rifiuta l’ostacolo, perché “ci” significa inequivocabilmente “a noi”, e invece l’autore voleva dire “le”, a lei. E gli scappa un paio di volte. 
La stranezza magari sorprende, ma la sciattezza sporca soltanto. Proprio un autore che fa dire puntigliosamente (e gratuitamente) al suo protagonista che l’espressione “mi auspico” è sbagliata, certi errori non dovrebbe commetterli. “Mi auspico” è sbagliato, ma “ci parlava” è peggio. 
Avevo individuato anche espressioni eleganti, da vero scrittore. E avevo pensato di citarle, per dare il suo a Veronesi che ha vinto due volte il Premio Strega, ma poi non l’ho fatto. Un capitolo, “Ai Mulinelli”, mi era sembrato il migliore del romanzo, vigoroso e drammatico. Poi in nota l’autore ci dice che in realtà quel capitolo è di Beppe Fenoglio. Avevo sgranato gli occhi su un altro brano, e anche per questo l’autore ci dice di avere attinto alla prosa poetica di Sergio Claudio Perroni. E allora tengo per me quelle belle frasi, che ogni lettore noterà, di chiunque siano. 
Mi ritrovo con un pugno di mosche. Il libro di Veronesi è la storia di un’incomprensione, di un imbroglio, di una rabbia. E la sua premiazione è l’unico mistero saporito della vicenda. 
Anna Murabito (alias Alida Pardo)
alida.pardo@libero.it




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POLITICA
19 luglio 2020
L'UNIONE EUROPEA IN PIZZERIA
Se è lecito avere in antipatia una parola, nel caso specifico un aggettivo, confesso l’esistenza di una vecchia ruggine fra chi scrive e “semplicistico”. Semplicistica è definita una soluzione facile e chiara, e tuttavia sbagliata. L’aggettivo implica che la soluzione è illusoria, ma le ragioni che la rendono impraticabile richiederebbero un lungo discorso. L’affermazione è facile, la confutazione è difficile. E tuttavia la confutazione vale quanto valgono le ragioni che non sono state esposte. Se colui contro il quale è stato sparato l’aggettivo “semplicistico” risponde: “Ho tutto il tempo necessario. Dimostrami perché la mia tesi è sbagliata”, l’interlocutore non ha scampo. Infatti la presunta vittima ha risposto: “Hic Rhodus, hic salta” (“Non sparare vanterie fornisci, dimostrazioni”) che è un proiettile ben più grosso di “Semplicistico”.
Proprio per queste ragioni, quando, riguardo ad un problema, mi si presenta un’argomentazione semplice e ineccepibile, prima di tentare di rigettarla, mi chiedo se per caso non sia quella giusta. Del resto ciò corrisponde al principio del “rasoio di Occam”, per il quale ciò che è evidente ha grandi probabilità di essere vero. Dunque anche problemi planetari possono essere affrontati con un semplice, piano buon senso. Pressoché “semplicistico”.
Immaginiamo ventisette amici che vogliono cenare in pizzeria ma purtroppo non sono d’accordo su quale pizzeria scegliere e alla fine le soluzioni sono fondamentalmente due: o tutti seguono il parere della maggioranza, oppure venti andranno da una parte, sette dall’altra.
L’Unione Europea è composta di ventisette Stati e pare che la maggioranza sia per il Next Generation Ue (ex Recovery Fund). Invece alcuni (Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia) o sono contro, o sono per il suo ridimensionamento, o sono per stringenti controlli sull’uso che i Paesi beneficiari dei finanziamenti faranno delle somme ricevute. Infatti, i beneficiari, e soprattutto l’Italia, vorrebbero la maggior parte delle somme in regalo, senza seri condizionamenti per l’uso che intendono farne.
Ora, se il caso fosse simile a quello della pizzeria, basterebbe dire: “Non ci sono problemi: Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia vanno da una parte, e tutti gli altri dall’altra”. E invece questo non sembra possibile perché, sempre tornando all’esempio della pizzeria, in questo caso la maggioranza vuole che la minoranza paghi molto di più di ciò che mangerà, tanto che, se non ci fossero i piccoli, forse la maggioranza non potrebbe entrare in pizzeria.
E allora tutto cambia. Se la discussione vertesse sulla solidarietà europea, sugli ideali comunitari, sulla futura unificazione dell’Europa, si potrebbe andare avanti lasciando da parte i pochi dissidenti. Anche perché non sono fra i più importanti Stati d’Europa. Se viceversa la discussione verte sul fatto che alcuni Paesi finanziariamente ben amministrati dovrebbero regalare miliardi ad alcuni Paesi finanziariamente amministrati in modo demenziale, si comprende che quelli dicano: “E perché mai? Al massimo, potremmo un po’ aiutarli – visto che il loro fallimento danneggerebbe anche noi – se attuano tali riforme da evitare che in seguito si torni ad una situazione simile a quella attuale. Ma in linea di principio, guardando all’esperienza, non ci fidiamo di loro e vogliamo controllare fino all’ultimo centesimo l’uso che si farà dei nostri soldi”. Come dargli torto?
L’Italia, la Spagna ed altri Paesi vorrebbero avere partita vinta semplicemente protestando, facendo la faccia feroce, parlando di ideali comuni e di necessità di aiutare i più deboli. Aria fritta, quando si tratta di soldi. Per quanto riguarda gli ideali, l’Europa può fare a meno dell’Olanda. Ma, se ha bisogno dei soldi dell’Olanda, la smetta di parlare di ideali.
Pare che il premier polacco abbia detto: “Questi qua chiamano sé stessi Paesi frugali, io li chiamo Paesi avari”. Non potendomi permettere di dare dell’imbecille al Capo di uno Stato estero, gli farei semplicemente notare che, nel suo mondo, “avaro è chi vuole tenersi i suoi soldi, mentre generoso è chi vuole i soldi altrui”. Troppo comodo.
Il fatto che a Bruxelles la discussione si trascini da giorni dimostra che l’Europa ha bisogno dell’Olanda e non l’inverso. Dunque è inutile ironizzare – come credo faccia Marco Travaglio – sul fatto che l’Olanda è una piccola nazione di diciassette milioni di abitanti. I fatti dicono che l’Italia, con i suoi sessanta milioni di abitanti, è col cappello in mano dinanzi ai diciassette milioni. E non esiste il diritto all’elemosina.
Se Salvini, Travaglio, Conte e tutti gli altri sono offesi dal comportamento dei Paesi frugali, nessuno impedisce a Conte di sbattere la porta, tornare in patria e mettere in atto le sue stesse parole, quando ha detto: “L’Italia farà da sé”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
18 luglio 2020
IL PIANO DI ADAM SMITH PER SALVARE L'ITALIA
Ci sono nomi che producono in me un immediato riflesso di diffidenza e di disprezzo. Ce ne sono altri cui sono invece pronto ad inchinarmi. E uno dei (pochi) nomi positivi, è quello di Adam Smith, il padre della moderna economia. 
Leggo una sua frase e rimango ammirato, perché ciò che Smith scriveva tanti anni fa potrebbe essere la soluzione per la nostra tormentata e dissestata Italia di oggi: “Little else is requisite to carry a state to the highest degree of opulence from the lowest barbarism, but peace, easy taxes, and a tolerable administration of justice”,  “si richiede poco altro per portare una nazione al più alto grado di opulenza, partendo dal più basso stato di barbarie, a parte la pace, tasse facili da pagare, ed una tollerabile amministrazione della giustizia”. 
Dal punto di vista economico, l’Italia è nelle peste. Basti dire che fra il 2008 e il 2020 (secondo quanto scrive Fubini sul “Corriere”) la Germania ha avuto un incremento economico del 13%, la Francia del 7%, la Spagna del 3%, mentre l’Italia si è avuto un calo del 9%. Abbiamo perso 22 punti in percentuale su cento nei confronti della Germania. In soli dodici anni. Io passo per pessimista ma, dinanzi a questi numeri, risulto addirittura ottimista.
In questo stesso momento il nostro Presidente del Consiglio discute a Bruxelles con chi dovrebbe salvarci dal fallimento e per concederci questi prestiti e questi regali (chiamati “contributi a fondo perduto”) se mai saranno effettivamente disponibili, richiede all’Italia di presentare dei piani dettagliati di riforme. Riforme tali da rilanciare il Paese e non vaghi impegni. Soprattutto non generici libri dei sogni, come sono stati tutti i discorsi di insediamento dei nuovi governi. L’Europa pretende progetti particolareggiati, precisando le scadenze dei vari adempimenti, il loro costo previsto e i benefici che se ne aspettano. Tutte cose che il nostro governo non ha ancora nemmeno cominciato a scrivere. E dire che dovrebbe presentare il relativo documento già all’inizio dell’autunno, se non vado errato. 
E allora torniamo ad Adam Smith per vedere in che misura il suo consiglio potrebbe essere valido. Le condizioni sono tre: pace, fisco tollerabile, buona giustizia. La pace – miracolo nella storia – è qualcosa di cui beneficiamo da settantacinque anni, tanto da considerarla (imprudentemente) un bene acquisito. Quanto al problema della giustizia, non è tanto questione di soldi quanto di volontà politica. Se il Parlamento prescindesse dall’opinione dell’insieme dei magistrati, se avesse l’intelligenza di capire dove sta il difetto e di correggerlo, e fosse insomma capace di rivoluzionare da cima a fondo le nostre procedure giudiziarie (se necessario con l’accetta) potremmo avere una giustizia che, pur non essendo più “giusta” di quella attuale, sarebbe almeno veloce. Il vero problema è quello fiscale. 
L’Italia ha una bassa produttività, un debito pubblico mostruoso, un eccessivo carico di spese assistenziali, e tuttavia ha un disperato bisogno di abbassare le tasse. Purtroppo, come i più attenti avranno notato, pure quell’Europa che è disposta a concederci dei prestiti e a farci dei regali, lo farà a patto che non li utilizziamo per la riforma fiscale. E, sentendo queste parole, qualcuno penserà che a Bruxelles sono pazzi, visto che proprio di quello abbiamo bisogno. Ma la condizione ha un senso. 
Se l’Europa ci dà dei soldi e noi li utilizziamo per spese assistenziali, senza chiedere nulla ai contribuenti, l’Italia non cambia di un “et” e, finito l’effetto dei regali, si troverà al punto di prima. L’Europa vuole invece che l’Italia si riformi in modo da avere un bilancio che le consenta non soltanto di sopravvivere con le sue forze, ma anche di cominciare a ripagare il debito pubblico. Dunque le riforme da effettuare non sono ulteriori elargizioni a pioggia, o addirittura sprechi,  come si è fatto fino ad ora, ma modificazioni dell’assetto socio-economico. Insomma la riforma fiscale va fatta tagliando le spese, non accollandole all’Europa. L’Italia ne è capace? Ecco di che cosa si discute a Bruxelles. 
Alcuni Stati europei, in particolare l’Olanda, la Danimarca e l’Austria, vogliono che l’Italia abbia dei finanziamenti ma per fare riforme serie riguardanti la giustizia, la burocrazia, il mercato del lavoro. Poi, da sola, deve tagliare le spese e riformare il fisco. Non solo. A termini di contratto, quei Paesi si riservano di accettare (o rifiutare) il piano particolareggiato di riforme prima di cominciare ad erogare somme. Poi vogliono che il piano sia attuato secondo le scadenze temporali previste (riservandosi in caso di inadempienza di sospendere i pagamenti) e ovviamente controllando personalmente la veridicità di questi “avanzamenti lavori”. La gente si aspetta la manna dal cielo, in realtà i soldi potrebbero non esserci (se i Paesi “frugali” si opporranno) oppure potranno esserci, ma a condizioni ben più pesanti di quelle che ci hanno fatto rifiutare il Mes. 
Per fortuna abbiamo un Presidente del Consiglio che questo genere di problemi li risolve “spielend”, come direbbero i tedeschi. Per lui sono un gioco.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
17 luglio 2020
UN PAESE SMART
Molti considerano alcune parole imparentate soltanto perché vivono nella stessa casa e si somigliano fisicamente ma “le apparenze ingannano”. Ecco un esempio di falsa coppia linguistiche: “carino” e “bello”, in inglese “nice” e “beautiful”. “Nice” può anche essere un nano di terracotta dipinta, in giardino, ma nessun esteta userebbe per esso l’aggettivo “beautiful”. Uno chalet di montagna può essere carino, ma per il “beautiful” bisogna rivedere il Tempio della Concordia. Carino è un romanzo alla moda, bello è “Delitto e Castigo”. Il carino ha un confine in comune col kitsch, il bello ce l’ha con l’estasi.
Ma m’interessa di più la differenza fra “intelligente” e “sveglio”, in inglese “intelligent” e “smart”, anche se “smart” ha un ambito semantico ben più vasto. 
Lo smart se la cava bene nella vita, capisce al volo ciò che gli conviene e non raramente, per quanto riguarda le faccende concrete, è un passo o due avanti agli altri. Ma le sue possibilità si fermano lì. È più capace di scoprire scorciatoie che di aprire nuove strade; più capace di accettare compromessi che di combattere e, dopo tutto, più capace di vincere battaglie che guerre. Mentre il furbo cerca di risolvere la questione in quel singolo caso, a suo vantaggio, l’intelligente ha una visione approfondita del reale: non salta facilmente alle conclusioni e cerca di ravvisare la norma universale che regge quel genere di problemi. Per così dire, il furbo cerca un trucco, l’intelligente cerca una legge. 
Spesso l’intelligenza perde contro la furbizia. Il suo approccio col prossimo, non essendo fondato né sulla retorica né sull’emotività, è più difficile e l’intelligente risulta spesso “irritante”. Se propone la soluzione giusta, la gente si chiede se ne esista una furba e meno cara. Di fronte a un deficit, l’intelligente si chiede come raddrizzare il bilancio, il furbo si chiede chi possa fargli credito e se possa far pagare qualcun altro.
L’Italia stima lo smart più dell’intelligente e può darsi che questa mentalità – si pensi a molti film di Alberto Sordi – sia derivata dalla nostra storia. L’hidalgo spagnolo, considerando España una nazione di guerrieri, crede d’avere obblighi nei confronti dell’onore proprio e del Paese. L’Italia è stata invece  una nazione frammentata, invasa, tiranneggiata, asservita, e l’italiano sente un solo imperativo: quello di cavarsela senza danni. Non perché sia un vile  ma perché la sua profonda convinzione è quella di non appartenere ad alcuna comunità. Nessuno si darebbe da fare per lui, e lui stesso, se è lì, è perché non è riuscito ad evitarlo. 
Il passato non ci aiuta. Ogni volta che dei giovani italiani hanno sentito entusiasmo per la Patria, in guerra, malgrado il loro personale eroismo, si sono trovati mal comandati e perdenti. Pensiamo a tutte le guerre del Risorgimento. Pensiamo all’ “attacco frontale” della Prima Guerra Mondiale, con conseguente massacro dei fanti. È stato così in tutta l’Europa; ma gli italiani hanno sentito che l’Italia li mandava a morire per niente. E Cadorna è stato visto come un macellaio. Né le cose sono andate meglio nella Seconda Guerra Mondiale. I giovani sono andati alla guerra cantando, per scoprire che l’Italia era del tutto impreparata, al punto che essi erano irrimediabilmente in condizioni di inferiorità nei confronti del nemico e soprattutto degli alleati tedeschi. Dopo una serie di sconfitte e voltafaccia, non ci si può aspettare che gli italiani siano grandi guerrieri. 
Se il loro comportamento medio è quello dei furbi, è perché non credono a niente. Non credono che il risultato si ottiene col merito, e provano ad averlo “con qualunque mezzo”, leale o sleale, morale o immorale, lecito o illecito. Per preparasi alla vita da adulti, cominciano copiando il compito in classe a scuola e sperando durante l’interrogazione che i compagni siano bravi a suggerire e il professore sia sordo. Sono anche disposti a comprare la laurea. Tanto, per l’assunzione richiedono il pezzo di carta, non la competenza. 
Questa mentalità da magliari è la spina dorsale dell’Italia. I nostri governanti non risolvono i problemi: ne danno la colpa a qualcuno, li rinviano, e sperano di passarli al governo seguente. Fino a farli incancrenire, e farsi disprezzare dall’intero Paese. Ecco un esempio indimenticabile. Molti anni fa, un ministro delle Finanze, per fare contenti i politici del momento, ebbe l’idea smart di richiedere ai cittadini di pagare anche le tasse dell’anno seguente. Così, in quell’anno, raddoppiò il gettito. Ma da allora tutti i contribuenti sono tenuti ad infiniti calcoli di acconti e di saldi. Vantaggio per un anno, seccature per sempre. Una volta io, per recuperare un credito, ci ho messo una decina d’anni.
Molti criticano un “politico” come Giuseppe Conte che oggi dice una cosa e domani un’altra. Che annuncia mille meraviglie e non ne realizza nemmeno un decimo. Che, di fronte ad ogni ostacolo, se la cava con un rinvio. È proprio un italiano smart (smart significa anche elegante) perché ha scarsa personalità, scarsissime convinzioni, e per giunta gli italiani lo applaudono. Perché dovrebbe cambiare?
Da ragazzo, quando cominciavo ad interessarmi alla lingua francese, lessi una pièce di Sartre, “Les mains sales”, “Le mani sporche”. In una scena il protagonista Hugo esorta un sicario a non fare una certa cosa, “per rispetto di sé stesso”. Quello ride e chiede al compagno: “Dimmi, tu ti rispetti?” L’italiano medio non rispetta nemmeno sé stesso. E per questo siamo vicini al bellum omnium contra omnes di Hobbes. Amiamo soltanto i nostri figli, un po’ i nostri genitori, e ancora un po’ meno gli amici: più oltre, hic sunt leones.
Chi si sente un cittadino, chi vorrebbe che si tenesse conto dell’interesse nazionale, chi volesse una società intelligente e non furba, è considerato freak, una persona stravagante. O, più semplicemente, un fesso. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 luglio 2020



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POLITICA
16 luglio 2020
MIOPIA DEL GOVERNO
Ho una causetta in corso. Penso di avere incontestabilmente ragione e tuttavia trepido: come finirà? Una cosa è aver ragione, un’altra vedersela dare. Fra l’altro (come sostenevo in un vecchio articolo, “Stultitiae Cupiditas”) la tesi balzana e imprevista, per dar torto a chi ha ragione, ha un suo fascino per i cretini. E chi dice che il mio giudice non sia un cretino? 
Ma racconto questo per dire che, comunque finisca la mia causa, quand’anche in modo scandaloso, la cosa non avrà nessuna importanza per l’Italia. Già ne avrà poca per me, infatti la causa non l’ho cominciata io. Ma non è sempre così. Il fatto che la giustizia sia estremamente lenta, in Italia, pesa su tutti, e soprattutto sull’economia italiana. Se un’impresa straniera pensa di investire da noi, deve anche fare il calcolo se potrà eventualmente permettersi di aspettare anni che i giudici decidano. Si pensi alla vicenda dell’ex Ilva. E infatti nel dubbio si astiene. 
Se un singolo è vittima di un’ingiustizia, sono affari suoi. Se il caso ha invece un rilievo internazionale, le cose cambiano. C’è un caso sul quale non ho i dati necessari (forse nessuno li ha) ma che rimane paradigmatico: il caso Autostrade. Non m’interessano i Benetton.  Non m’interessa quella società. Non m’interessa neppure sapere chi nel (presunto) accordo ci guadagna e chi ci perde. M’interessa però che, a detta di tutti, la penale prevista per l’Italia, in caso di revoca della concessione, a termini di contratto, ammonta a ventitré miliardi. Ora leggo che il Governo, nel “Decreto Milleproroghe” dello scorso anno (imposto con la “fiducia”) ha ridotto d’autorità quella somma da ventitré a sette miliardi. Che cosa penseranno gli investitori e gli imprenditori internazionali della validità delle clausole dei nostri contratti? 
Poi leggo che, anche se i giudici ancora non hanno deciso niente, il governo ha deciso, esso sì, che il crollo del ponte Morandi è avvenuto per colpa della famiglia Benetton e che ne conseguono x, y e z. Intendiamoci, potrebbe anche essere vero: ma sta ad un giudice stabilirlo. E invece il governo ha stabilito che, in deroga al contratto, il ponte non sarebbe stato ricostruito dalla società. Anzi, essa sarebbe stata esclusa dall’eventuale gara, mentre i costi della ricostruzione, anche moltiplicati per due (come pare siano stati)  sarebbero stati girati ad essa. Tutte cose da lasciare tramortito qualunque giurista, ma, a quanto pare, sono io che son facile da tramortire. Perché al contrario la Corte Costituzionale ha stabilito che tutto quello che si è detto andava e va benissimo, non è anticostituzionale. Alleluia.
Ora ammettiamo che io compri un biglietto della compagnia FlyingWings per andare a Londra e che una volta a bordo la hostess mi dica che viaggerò in piedi. Tornato a casa cito in giudizio la FlyingWings e un giudice mi dà torto. Infatti nel biglietto non c’era scritto “posto a sedere”. Lasciamo perdere il diritto e chiediamoci: chi mi impedirà ora di raccontare la storia a tutti quelli che conosco, a non prenotare mai più un volo con quella compagnia, e a contribuire a farle perdere tutti i clienti che hanno, come me, la stupida ambizione di viaggiare seduti? Un conto è il diritto, un altro la vita economica.
Tornando al problema della società Autostrade, non interessa molto sapere se questa società abbia ragione o torto, e neanche quanto perderanno o addirittura guadagneranno i Benetton. Ciò che importa è che l’impresa è talmente grossa, che gli eventuali danni che subirà da questo uso disinvolto del potere li pagheranno folle di azionisti ed anche parecchi grandi investitori, nel nostro caso tedeschi e cinesi. E che cosa penseranno, tutte le imprese del mondo, che c’è un giudice a Roma come, ai tempi di Guglielmo, c’era un giudice a Berlino?
Qui il rischio è di contribuire alla mala fama del nostro Paese, fino a scoraggiare anche un venditore cinese d’ombrelli di carta. Tutti sapranno che da noi è inutile firmare dei contratti, perché poi prevale la legge del più forte. Ed eventualmente il più forte è un governo che non ha rispetto della cultura liberale.
Stavolta, come altre volte, il problema dell’immagine prevale sul punto di vista giuridico. Anni fa, il giudice Corrado Carnevale aveva ragione al cento per cento e tuttavia fu creata contro di lui un’immagine negativa (bollandolo come l’“ammazzasentenze”) e passò i suoi guai. Per anni. Soltanto la sua costanza e il fatto che avesse ragione tanto incontestabilmente che nemmeno chi era prevenuto contro di lui poteva negargliela, fece sì che fosse risarcito, reintegrato e gli fosse perfino permesso di ricuperare gli anni persi. Ma qui un risarcimento era possibile. E invece chi può ridare a Berlusconi – ammesso che sia stato condannato ingiustamente – gli anni di politica che gli sono stati negati, e chi riparerà i danni inflitti al suo partito e a coloro che lo votavano?
Se l’impressione internazionale sarà che in Italia non ci si può fidare né del diritto, né dei contratti, né del governo e forse – Dio non voglia – della Corte Costituzionale, chi ci salverà dall’essere considerati economicamente dei paria? A duecentotrent’anni di distanza, il mondo non ha ancora dimenticato, l’imbroglio degli “Assignats” francesi, l’insolvenza della Russia degli zar e successori, e a Firenze, risalendo addirittura al Rinascimento,  nessuno ha dimenticato l’insolvenza dei re di Francia. Venendo a tempi più recenti, l’Argentina per decenni ancora sarà antonomasticamente il Paese fallito. Vogliamo fare la stessa fine? Vogliamo proprio aiutare chi ci vuol dipingere come sessanta milioni di magliari?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 luglio 2020



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POLITICA
15 luglio 2020
L'ELEFANTE THAILANDESE
Forse – ma soltanto forse – siamo padroni dei nostri comportamenti. Di certo non siamo padroni delle nostre emozioni. Io ho vissuto tre quarti d’ora di paura a dorso d’elefante, e in quei momenti non potevo certo pensare ad altro.
Mia moglie ed io eravamo in Thailandia e, fra le promesse del viaggio, c’era un bel giro a dorso d’elefante. All’“Elephant Camp” ci fecero salire su un palco vagamente simile a quelli per le impiccagioni, portarono vicino il pachiderma a noi destinato, col classico sedile sulla groppa, e ci fecero salire. Immediatamente si partì. 
Noi, altrettanto immediatamente, ci accorgemmo che eravamo in posizione scomodissima. Il sedile era montato male, pendeva in avanti  e non c’era nessuna sbarra per appoggiare i piedi e trattenersi. Né i piedi potevano arrivare al dorso dell’elefante. Dunque l’alternativa era quella di attaccarsi, contorcendosi disperatamente, allo schienale, e cercare di resistere fino alla fine, senza cadere da circa due metri e mezzo d’altezza.
Ma, dirà qualcuno, perché non dirlo al conducente, al “kornac” pare si chiami, seduto a cavallo del collo del pachiderma, che stava lì dinanzi a noi? Domanda ingenua. In che lingua? Io avrei potuto proporgliene mezza decina, ma lui parlava soltanto tailandese. E il giro non finiva mai. Gli altri si beavano della passeggiata, facevano fotografie, io mi chiedevo in che condizioni sarei stato, una volta raccolto da terra. O in che condizioni sarebbe stata mia moglie, col suo scheletro Swarovsky, cioè bello e fragile. Alla fine siamo tornati vivi alla base, ma quell’esperienza mi ha insegnato che, quando si teme per la propria incolumità, non ci sono argomenti interessanti per la conversazione né sufficienti occasioni per guardarsi intorno e apprezzare il panorama.
Oggi ho pensato a questo lontano episodio vedendo che, mentre gli articoli che mando agli amici parlano di questo e di quello, io personalmente non riesco a staccare la mente dal mio rovello, dalla mia segreta disperazione per quanto riguarda il mio Paese. L’idea che la sorte di tante persone possa essere nelle mani di quattro scalzacani senza competenza, senza idee chiare, senza coraggio, mi affligge al di dà di ciò che mi sento di esprimere. Anche perché gli altri potrebbero farmi notare che non gli dico niente di nuovo. Che io stesso ho già scritto queste cose troppe volte e che non serve a niente lamentarsi. 
Vangelo. Ma se un padre ha un figlio poco intelligente, violento, drogato, e poi sa che è stato arrestato dai carabinieri perché ha partecipato ad una rapina in farmacia, pensate che dirà: “Ben gli sta?” Ovviamente sarebbe il commento giusto, ma un padre malgrado tutto vuol bene a suo figlio. E avrebbe soltanto voglia di piangere. 
È la mia situazione con l’Italia. Da innumerevoli decenni vedo i suoi errori “crescere e moltiplicarsi”, e dunque so che essa dovrà pagare un conto per troppo tempo rinviato. E anch’io avrei voglia di piangere sulla mia patria. 
Per giunta in passato si è verificato un fatto paradossale. Io ho identificato gli errori a mano a mano che venivano commessi, “dannandomi l’anima”, gli altri ci hanno fatto l’abitudine, fino  a non prendere sul serio gli avvertimenti del buon senso. Hanno continuato a comportarsi in modo irrazionale e il sole ha continuato a brillare. Come spiegare a degli incompetenti che l’aritmetica e la vita non perdonano? Ciò che loro hanno visto è che la vita perdonava tutto, l’aritmetica era disprezzata come “atteggiamento ragionieristico”, e dunque era messa da parte, fino al totale itrionfo della generale demenza. Perché il nostro è un Paese demente. Più esattamente demente e cretino.
È demente quando non capisce come certa mentalità – e conseguenti comportamenti – siano nocivi. Per esempio avere ingessato il mondo del lavoro e avere creduto di averlo “protetto” con mille vincoli e pastoie, è da dementi, visto che la produttività langue, gli imprenditori non assumono (per paura della legislazione vigente) e il nostro mercato del lavoro è paralizzato. E lo stesso vale per mille altre cose, per esempio – e sarà l’ultimo esempio – per la burocrazia. Se lo Stato si mette a regolare e controllare anche gli spilli, la conclusione sarà che ci saranno ulteriori spiragli per la corruzione, lentezze infinite per bolli, pareri e verifiche, e magari chi dovrebbe mettere la firma finale non la mette per paura dell’ “abuso d’ufficio”. Un reato di cui probabilmente si è reso colpevole perfino il Padreterno in occasione della Creazione. Con una simile commessa, possibile che tutto sia regolare, per la legge italiana?
Ma se questa è la demenza, perché poi ho definito cretino questo Paese? Perché un demente normale può perfino ricavare qualche profitto, dalla sua patologia. Stalin ha danneggiato l’umanità come forse nessun altro prima o dopo di lui, ma è morto, amato e riverito, nel suo letto. Era un criminale, non un cretino, come avrebbe detto Carlo Cipolla. Invece la nostra dirigenza ha danneggiato l’Italia e sé stessa, in quanto ne ha ricavato una disistima pubblica che ci ha condotti al successo del M5S. Il quale però, essendo soltanto l’esagerazione dell’Italia precedente, ha combinato più guasti di prima. Così il Paese è stato portato all’attuale stato confusionale. Con “outlook negativo”, come direbbero le agenzie di rating.
E a che serve parlare di tutto questo? Assolutamente a niente. Potrebbe indurre qualcuno a cambiare comportamento? Neanche pensarci. E allora – ecco la conclusione – perché ne parlo? Soltanto perché non riesco a poggiare i piedi, per non scivolare, perché temo di farmi male, e perché in un caso del genere si pensa solo allo sforzo da fare per sopravvivere. Se mi rimane un po’ di forza, la uso per stramaledire i cretini che ci hanno messi nella situazione in cui siamo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 luglio 2020



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POLITICA
13 luglio 2020
IL GIUSTO RANCORE DEI GIOVANI
A volte ho la sensazione che la vita mi prenda per i fondelli. E con ragione. Io mi reputo realista fino al cinismo, fino a giocare al cattivista, e addirittura confesso di considerare per certi versi “inferiori” i musulmani, i negri e, restando in Italia, noi meridionali. E tuttavia, se vedessi maltrattare un musulmano o un negro in quanto tali, mentre altri guarderebbero indifferenti, io interverrei. A mio rischio e pericolo. E qui sento la vita che sghignazza. “E tu eri quello che diceva che…”
In teoria potrei scrivere pagine intere su un ambiente e una religione che peggiorano la qualità umana della gente, come avviene in certi Paesi del Medio Oriente. Ma se poi in concreto una data persona è perbene, troverà spalancati la mia porta ed anche il mio cuore, quale che sia la sua religione e la sua razza.
Alle generalizzazioni un po’ credo, per esempio riguardo all’incapacità imprenditoriale dei meridionali italiani. Ma ciò non impedisce che la St Microelectronics, fiore all’occhiello del Sud italiano, sia stata fondata e portata al successo da un ingegnere, Pasquale Pistorio, nato nella lontana e terrosa Agira. Cittadina che un catanese guarderebbe come un avamposto della Legione Straniera. 
La vita mi ha contraddetto perfino  in piccole cose assolutamente impreviste. Da ragazzo ero abituato a giudicare superiori i gatti maschi bianchi e neri – perché a casa avevamo un supergatto bianco e nero – e poi ho raccolto per pietà una gattina soriana, specie per me inferiore. Col risultato che questa gatta è stata il grande amore della mia vita, prima della mia moglie attuale, scoprendo persino che i gatti bianchi e neri sono gatti e basta, mentre i soriani, con le loro strisce nere e giallastre, sono di razza. La mia piccola Grif era nobile, mentre il supergatto della mia infanzia era solo una persona intelligente.
Ma lascio queste divagazioni feline per venire all’argomento che mi sta a cuore: la sorte dei giovani. Comincio col dire che essi fanno parte dei gruppi che non stimo molto. Tutti coloro che si sdilinquiscono sui giovani mi danno un indicibile fastidio. In questo campo Sandro Pertini fu un olimpionico di retorica stupida. I giovani non saranno tutti degli scervellati che “pisciano contro vento”, come ha scritto Rabelais, ma a me sembrano problematici, presuntuosi, ignoranti, disinformati, velleitari, viziati, e per dirla tutta dei supremi rompiscatole. Ho tanta voglia di frequentare dei ventenni, anche femmine, quanta ne ho di avere mal di denti. 
E tuttavia quando ne vedo uno, e considero la sua situazione, avrei voglia di prendere a calci tutte le persone fra i venti e gli ottant’anni (io stesso mi salvo a stento, perché li ho superati). Infatti il nostro è un Paese criminale. I giovani sono viziati, coccolati, accarezzati e, per il resto, riguardo alle cose serie, potrebbero anche morire. Non c’è nessuno spazio, per loro. I vecchi sono illicenziabili. I giovani non possono essere stabilmente assunti, perché rappresentano un rischio troppo grande per il datore di lavoro, con un Paese capace di “bloccare i licenziamenti”. Come se il padrone, invece di assumerli, li avesse adottati. L’ascensore sociale è bloccato, o più precisamente è ancora capace di scendere, ma non di salire. Le raccomandazioni contano più del merito. La soluzione è non raramente l’emigrazione, con disagio dell’interessato e danno erariale, dal momento che la nostra università è quasi gratuita. Per giunta, in generale, la scuola non forma e non informa. Munito di un diploma immeritato, il giovane non è capace nemmeno di scrivere una pagina senza fare errori d’italiano. Addirittura, la scuola non insegna ai ragazzi nemmeno l’onestà e la buona educazione. Infine li tratta troppo bene, mentre poi la vita li tratta troppo male. Insomma siamo in presenza di un disastro formativo. 
I giovani avrebbero il diritto di fare la rivoluzione. Per fortuna sono troppo ignoranti e disinformati, per farla. Non hanno nemmeno idea di quanto le generazioni che li hanno preceduti siano state insieme egoiste, stupide e soprattutto dementi.
Nell’ultimo mezzo secolo gli italiani non si sono preoccupati che dei lavoratori a tempo indeterminato e dovutamente sindacalizzati.  Per loro ogni premura e ogni preoccupazione; per gli autonomi, le cesoie dei tosatori. Perfino col rischio, come per le capre, di togliergli anche pezzi di pelle. Per gli impiegati di Stato, a partire dai magistrati, ogni tolleranza per assenze, bassa produttività ed errori; per gli imprenditori la massima severità in materia fiscale, infortunistica e via dicendo. Per i ricchi, oppressione fiscale confinante con l’esproprio; per quelli così così, il massimo ottenibile e, infine, a compensazione, una diffusa inefficienza, in modo che gli onesti e quelli che non possono sfuggire paghino troppo, e i furbi o coloro che lo Stato non riesce a vedere, non paghino niente.
E non è stato il peggio.  Il peggio è stato che, negli ultimi trent’anni del secolo, gli italiani hanno speso quello che guadagnavano e quello che avrebbero guadagnato in futuro i loro figli e nipoti, fino ad accumulare uno stratosferico debito pubblico che condanna i giovani d’oggi, se mai supereremo l’attuale crisi, a farsi carico, ognuno di loro, di  un pensionato e a cercare per decenni di ripagare i debiti contratti da quei criminali dei loro genitori e dei loro nonni. E se invece ne saranno esentati, sarà perché sopporteranno le conseguenze di un fallimento di cui si parlerà per secoli. Perché esso imporrà delle sofferenze inaudite ad un  popolo stupidamente convinto che tutto non potesse andare che bene. “Siamo a diecimila metri d’altezza, perché dovremmo preoccuparci, se i due motori si sono fermati? La terra è talmente lontana!” Sembra un discorso da pazzi, ma è veramente quello che hanno detto gli italiani, per tanti decenni. Chi li ammoniva era una Cassandra rompiscatole.
Se potessimo risuscitare le legioni di imbecilli che hanno combinato questo disastro si giustificherebbero con mal digerite teorie keynesiane. Ma poi non saprebbero come rispondere a queste domande: “Ma non lo sapete che Keynes parlava del suo moltiplicatore, cioè la spesa a debito, soltanto come manovra congiunturale, esclusivamente congiunturale? E non vi siete accorti che per decenni avete speso enormi somme per investimenti, non ottenendo nulla e nel frattempo il debito aumentava? Se vi siete accorti che la medicina non faceva bene al malato, ma anzi lo faceva star peggio, perché non avete smesso? Con quale coraggio, con quale senso di responsabilità, avete sempre curato i vostri interessi e quelli dei vecchi, mentre spendevate il denaro che i vostri figli e nipoti un giorno avrebbero guadagnato, sempre che l’Italia non fallisca?” 
Anche chi non ha simpatia per i giovani, senso di colpa dovrebbe averne da vendere. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 luglio 2020




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POLITICA
11 luglio 2020
CESARE FINO A DICEMBRE
Come la penso sul prolungamento dello stato di emergenza fino a dicembre, ventilato da Giuseppe Conte? Non ho esitazioni: sono contro. E la nettezza di questa immediata reazione mi ha meravigliato. 
Bartolo di Sassoferrato, uno dei più famosi giuristi di tutti i tempi, diceva: “Quando mi propongono un quesito, io prima sento qual è la soluzione giusta, e poi cerco le ragioni giuridiche per sostenerla”. Leggendo questa frase cominciai a chiedermi se, a questo punto, Bartolo fosse poi quel grande giurista che dicevano, se in sostanza il suo giudizio era su base emotiva. Ma poi intervenne una contro-argomentazione. Poteva anche darsi che Bartolo fosse così competente, e conoscesse tanto bene il diritto, da vedere la soluzione “giuridica” prima ancora di cercare nei codici che cosa l’ordinamento stabiliva al riguardo. Semplicemente perché quello che i codici stabilivano lo sapeva già. 
Nel mio caso forse è scattata la paura dei pieni poteri. Non solo è un rischio affidarli a a qualcuno che non li merita, ma chi li merita oggi potrebbe non meritarli domani. Nerone per qualche tempo fu un buon imperatore, poi divenne pessimo, e nessuno poté destituirlo. Anche Hitler i peggiori danni alla Germania li provocò da quando – credo nel 1943 – fece “votare” una norma per cui la sua personale volontà aveva forza di legge. Non raramente questi eccessi conducono ad una morte prematura. E infatti ad Erdogan consiglierei vivamente un più accurato studio della storia.
L’esempio principe, nella mia mente, rimane però quello di Giulio Cesare. Premetto che sento per quest’uomo un’ammirazione pressoché sconfinata. Fu uno stratega straordinario, un politico straordinario, un letterato straordinario, a livelli tali che per ognuno di essi sarebbe rimasto nella storia. Una sorta di triplice genio. E tuttavia la mia considerazione di quell’uomo ha subito un irreparabile colpo quando ho letto che, circa un mese prima del suo assassinio, aveva chiesto ed ottenuto la carica di “dittatore a vita”. 
Questo ha rivoluzionato tutto ciò che avevo pensato fino ad allora. Bruto, Cassio e gli altri congiurati non si erano allarmati senza ragione. È vero che Cesare era un genio. È vero che, visti i precedenti, probabilmente non avrebbe abusato del suo potere, come non ne abusò poi Ottaviano Augusto, ma chi ama la repubblica non può che essere terrorizzato all’idea che qualcuno detenga poteri troppo vasti e senza controllo.
Rimango contrario alla congiura, innanzi tutto perché, mentre von Stauffenberg aveva già tutte le prove del male che Hitler stava facendo alla Germania, Cesare ancora era famoso per la sua moderazione e la sua clementia, anche nei confronti dei nemici interni. Poi perché l’aggressione sanguinosa di molti contro uno, per giunta disarmato, mi disgusta irrimediabilmente. Ma quelle parole, “dittatore a vita”, si sono stampate nella mia mente a lettere di fuoco. Se mi avessero chiesto di aderire alla congiura, avrei risposto: “Avete ragione, ma non partecipo ad un assassinio di gruppo. Cercate un altro modo, e vi aiuterò”.
Per rigettare la richiesta di Conte basta l’argomentazione di Alessandro Sallusti: in questo momento l’emergenza virus non c’è. Se dovesse ripresentarsi ne parleremo. Ma devo riconoscere che reputo a democrazia italiana abbastanza forte per resistere anche a Giuseppe Conte. In realtà, la mia ostilità al provvedimento nasce dal giudizio sull’uomo. 
Secondo l’economista Carlo Cipolla, ciò che caratterizza il cretino, rispetto al delinquente, è che il delinquente vi provoca un danno nel suo interesse, mentre il cretino è capace di provocare un danno a voi mentre lo provoca anche a sé stesso. Ora io non voglio dire che Conte sia un cretino, ma lo considero del tutto inadeguato alla carica che occupa oggi e che occuperebbe domani, con i pieni poteri fino a dicembre. Il massimo di cui è capace è annusare l’aria, chiedersi che cosa potrebbe volere il popolo, e farlo. Ma se questo può essere utile per vincere le elezioni, non sempre è utile per affrontare le crisi. In tali momenti la storia chiede a chi governa non di fare ciò che il popolo desidera, ma ciò che al popolo è realmente utile, anche se esso è contrario. Ce lo vedete Conte, che assume provvedimenti impopolari soltanto perché giusti?
Il politico può essere un mediocre, l’uomo di Stato no, e ancor meno il dittatore. Il politico, come ha detto qualcuno, guarda alle prossime elezioni, l’uomo di Stato alla prossima generazione. E poi l’uomo di Stato ha un’azione limitata dalle istituzioni del suo Paese, il dittatore non ha limiti. E per conseguenza è responsabile del risultato, quale che sia, anche se dovuto esclusivamente alla malasorte. 
La massima qualità di Giuseppe Conte è un’ambizione assolutamente sfrenata, una duttilità ai limiti della amoralità, una totale mancanza di scrupoli. Tutto ciò può sicuramente essere utile a lui, ma il suo disinteresse per l’Italia ne fa una persona da tenere lontana dal potere. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 luglio 2020



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POLITICA
10 luglio 2020
TRAVAGLIO E "IL FATTO QUOTIDIANO"
Il nome di Albert Pierrepoint agli italiani non dirà molto. Saranno invece più numerosi gli inglesi che lo conoscono perché, malgrado l’assonanza francese, Pierrepoint è stato un famoso boia del Regno Unito. Nella sua lunga carriera, durata 25 anni e finita nel 1958, ha ucciso fra 435 e 600 persone. Figlio d’arte, è rimasto famoso, oltre che per i lunghi anni in cui ha prestato servizio, per la professionalità e la velocità con cui portava a termine il suo triste compito, risparmiando ogni sofferenza ai condannati e in questo distinguendosi da meno accurati colleghi. Pierrepoint era una persona perbene.
Per quanto il suo mestiere ci possa fare orrore, bisogna avere rispetto per quest’uomo. O si abolisce la pena di morte, o si stima chi la esegue in modo corretto e “compassionevole”. Come insegna un detto francese, non esistono mestieri stupidi, esistono persone stupide. Naturalmente, potendo scegliere, è meglio allestire banchetti di nozze che fare il becchino ma l’inciso “potendo scegliere” non è stato inserito a caso. 
Quando ci si trova a praticare un dato mestiere perché pressoché costretti dalle circostanze, e lo si fa onestamente, senza compiacimenti e senza sadismi, si è esenti da qualunque critica. Infatti nessuno mai ha criticato Pierrepoint. Chi invece esercita un mestiere spregevole perché l’ha scelto o, non avendolo scelto, prende piacere nella parte spregevole di esso, non ha scuse. 
Questa regola vale anche per i giornalisti. La parte gradevole del mestiere è dare belle notizie, annunciare salvifici piani di governo, commemorare grandi uomini, rendere noti i progressi della scienza. La parte sgradevole è dare cattive notizie, descrivere i crimini, far  conoscere le malefatte del prossimo, denunciare gli scandali, rivelare le debolezze dei grandi.
Nella persona di Marco Travaglio abbiamo un esempio di scelta volontaria e negativa. Egli ha costruito la sua notorietà e la sua carriera sul moralismo, giudiziario e no, e sulla denuncia delle male azioni, vere o ipotizzate, del prossimo. Il suo giornale vive rimestando da mane a sera, a volte per decenni, le indagini, anche le più cervellotiche, che una parte della magistratura ha inventato per perseguire personaggi ritenuti nocivi. E spesso poi assolti dai colleghi della “giudicante”. Si pensi al ministro Calogero Mannino e a vicende giudiziarie, come il famoso “processo trattativa [Stato-Mafia]” che si è trascinato per decenni senza approdare a nulla.
Da molti anni ormai Travaglio ha fatto e fa tutto questo, con una costanza, una pervicacia, una acredine che lascia tramortiti. Sembra credere, con Camillo Davigo, che i cittadini si distinguono in colpevoli e colpevoli che non sono stati scoperti. Con due sole eccezioni, naturalmente, Davigo e Travaglio. Il “Fatto Quotidiano” si mostra convinto della fondatezza di qualunque denuncia, e continua a confermarla malgrado ogni successiva assoluzione, ovviamente ottenuta con la frode. Continua a gabellare il proscioglimento per intervenuta prescrizione come condanna evitata per un difetto del sistema. O, ancor meglio, per la diabolica abilità di avvocati disonesti e prezzolati. A dare la notizia dell’assoluzione, quando la dà, provvede con un colonnino, mentre l’annuncio dell’arresto era stato dato a quattro colonne.
Francamente, ci si può chiedere se questo sia giornalismo. Travaglio ha sempre insistito sulla colpevolezza di Andreotti, anche quando è stato assolto. Basandosi su che cosa? Sul fatto che un privato cittadino, anche se giudice, lo riteneva colpevole per il periodo prescritto. Periodo per il quale Andreotti non era stato processato e non avrebbe potuto esserlo; non avrebbe potuto difendersi, perché nessuno poteva accusarlo. Né il giudice avrebbe potuto pronunciarsi riguardo all’innocenza o alla colpevolezza, perché quel tempo era sottratto al suo giudizio. Vero è che avrebbe potuto assolverlo anche per quel periodo, se l’innocenza di Andreotti gli fosse apparsa ovvia e cristallina, ma se l’innocenza non è ovvia e cristallina, ciò non vuol dire che l’imputato sia colpevole. 
Comunque, da parte del redattore della motivazione, dichiararlo colpevole per quel periodo è una scorrettezza giudiziaria e un’invasione di campo della magistratura a danno della storia. Campo nel quale il diritto non ha alcun privilegio, potendo stabilire soltanto la “verità processuale”, sulla materia di sua competenza. E in questo caso non lo era.
Non si può plaudire costantemente all’abbattimento per via giudiziaria di qualunque persona in vista, quasi una conferma del retropensiero: “Ve lo dicevo che meriterebbero di andare tutti in galera”. Questo è un atteggiamento nichilista e soprattutto l’indice di una frustrazione. Di una sindrome di “rancore dell’inferiore”, come avrebbe detto Nietzsche. 
Il caso del “Fatto Quotidiano” è interessante perché, mentre qualunque persona equilibrata e di buon gusto ha tendenza a ritrarsi da tutte le pagine che grondano fiele, quel giornale sopravvive – se non prospera – perché ha un suo lettore-tipo affezionato. Uno che vuole sentirsi confermare ogni giorno che lui è un nessuno soltanto perché in questo mondo c’è posto soltanto per i disonesti. E infatti tutti, salvo lui, meriterebbero di marcire in carcere. 
Ma il giornale è citatissimo nelle rassegne stampa e Travaglio è una star. Una star prolissa, docente, irridente e supponente, ma lo stesso una star. Lilli Gruber l’ha invitato tante volte alla sua trasmissione che presumo questo le abbia fatto perdere spettatori. Io stesso ho considerato la presenza del Catone un segnale rosso. Anche perché la Gruber gli consentiva di parlare per tempi infiniti e a questo punto non bastava togliere l’audio: bisognava cambiare definitivamente canale. 
Ma Travaglio non potrebbe esistere se non ci fossero i suoi lettori ed estimatori. Dunque di queste persone occorre occuparsi. Sono dei mostri? Nient’affatto. Da sempre la folla è rancorosa e sanguinaria. Se la sua squadra perde, è per colpa dell’arbitro. Che bisognerebbe scuoiare vivo. E se la colpa dei giocatori è proprio innegabile, allora vorrebbe inseguirli fuori dallo stadio per linciarli. E poi tutti i politici sono dei ladri. Tutta la società è organizzata per favorire i disonesti. È perché la folla ama il peggio, fino a farne uno dei suoi spettacoli preferiti, che l’esecuzione delle condanne a morte è passata dalle piazze ai cortili interni delle prigioni. Perché, alimentando il sadismo col piacere di veder uccidere qualcuno, si rischiava di incrementare la criminalità. 
E tuttavia l’eccesso morale di Travaglio è evidente per un altro verso. Chi cerca costantemente il marcio nel comportamento del prossimo è evidentemente convinto della propria impeccabilità, dimenticando la mala fine di molti precedenti “incorruttibili” come Robespierre, Yagoda e Beria. Questo atteggiamento i greci lo definivano “hybris”, un eccesso che grida vendetta agli occhi degli dei. 
Non sostengo che ci siano soltanto galantuomini, in giro. Ma se di ognuno si sapesse assolutamente tutto, quanti si salverebbero? Ha ragione Amleto quando chiede: “Se ciascuno di noi fosse trattato secondo il suo merito, chi sfuggirebbe alla frusta?” Né di parere diverso è la Chiesa, quando fa recitare: “Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori”. Noi chi? Noi tutti. Incluso Marco Travaglio. 
Un atteggiamento come il suo – che considero una spietatezza contro l’umanità - mi indurrebbe a desiderare che una volta o l’altra sbatta il muso nel modo più violento, e poi naturalmente mi pento di questo atteggiamento, perché – appunto -  è “travagliesco”. La magnanimità, cioè avere una grande anima, si vede nella clemenza, parola resa celebre da Giulio Cesare. E comunque nella pietà, se non si può evitare la punizione. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 luglio 2020



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POLITICA
9 luglio 2020
L'ECOLOGIA E L'IDROGENO
Come ha scritto Paracelso, “Dosis sola facit ut venenum non sit”. Soltanto la dose impedisce che qualunque cosa non sia un veleno. E corrispondentemente, qualunque veleno cessa di essere un veleno, quando la dose è insignificante.
Questo principio non è valido soltanto per la medicina. Infatti, se vi chiedono: “La severità è un bene o un male?”  non bisogna rispondere sì o no, perché l’unica risposta ammissibile è: “In quale caso e in quale misura?”
Purtroppo il problema delle dosi è fastidioso. Tutti amerebbero avere risposte chiare e preconfezionate, “il vino fa buon sangue”, oppure “l’alcool uccide”. Invece perfino cose innegabilmente positive, come la libertà, possono diventare veleno se in dose eccessiva. Per la libertà, la conseguenza si chiama anarchia.
Così abbiamo lo strumento per affrontare il problema dell’ecologia. Dichiararsi a priori pro o contro è una stupidaggine. Se non ci occupiamo per nulla della Terra, un giorno ci pentiremo della nostra spensieratezza. Ma se ce ne preoccupiamo troppo, finiamo con  il danneggiare l’umanità,. Non è che la gente sia contenta di morire di fame per non morire d’inquinamento. Né sono sopportabili coloro che, per amore di tutti gli animali, vorrebbero impedire all’uomo di vivere o quasi. Fra l’altro dimenticano che, male che vada, l’uomo è un animale come gli altri, e va rispettato. 
Stabilito il principio, ci si può chiedere come identificare la giusta dose. Prendiamo il caso della guerra, che è certamente una cosa orribile. La prima reazione delle persone buone è: “Aboliamola”. “Rendiamola illegale”. Ma un minimo di riflessione dimostra che questo progetto è irrealizzabile. E allora permettiamo che sia stupidamente crudele? Una persona ragionevole può stabilire questo principio: “In guerra è lecito tutto ciò che tende alla vittoria, mentre è vietato tutto ciò che arreca dolore o morte senza essere utile alla vittoria”. Posso bombardare un quartiere operaio, nel tentativo di uccidere il massimo numero di lavoratori della vicina fabbrica di armi, perché questa azione (orribile) serve a vincere la guerra. Mentre è vietato uccidere i prigionieri perché i prigionieri non possono contribuire alla vittoria del loro Paese, e ucciderli serve soltanto a provocare un’analoga risposta del nemico. E allora ecco le convenzioni di Ginevra. Addirittura, i prigionieri feriti vanno curati esattamente come i propri combattenti. E poi tutta una serie di regole. Tutti i combattenti devono indossare la divisa e chi non l’ha, se è armato o commette atti ostili,  può essere ucciso sul posto, senza nessuna formalità. E ciò perché se non si possono distinguere i combattenti dai civili del Paese nemico, gli eserciti nel dubbio uccidono tutti. Con le Convenzioni di Ginevra la guerra è rimasta barbara, ma non inutilmente barbara. 
Così torniamo  all’ecologia. Se è vero che vivendo non possiamo non produrre rifiuti solidi, che cosa ci costa sistemarli in contenitori separati per carta, plastica, e umido? D’altro canto dobbiamo essere comprensivi. Sappiamo benissimo che bovini e suini sono nostri parenti stretti, non diversi da un cane o un gatto (in particolare i suini) ma l’uomo è un carnivoro e, anche se è sperabile che diveniamo tutti vegetariani, non possiamo impedire, a chi lo desidera, di mangiare carne. Dunque dobbiamo tollerare i macelli. 
Ciò posto, per l’ecologia il principio sarà: “Tutto ciò che può essere utile al pianeta, con il limite degli importanti interessi dell’uomo”. E ovviamente questo metro si applicherà in modo diverso a una popolazione che vive in un Paese sviluppato e ricco, e potrà permettersi anche ingenti spese per l’ambiente, e a chi vive in un Paese povero, al limite della sopravvivenza. Nel secondo, le regole devono necessariamente essere molto più tolleranti, perché la vita dell’uomo ha la precedenza su tutto il resto. Il cielo azzurro è uno straordinario spettacolo, a condizione di non avere la pancia vuota.
Se è lecito essere tendenzialmente ostili all’ecologia come la si concepisce oggi, è perché di essa non si discute in termini di religione. A sentire i fanatici, non solo tutti abbiamo il dovere di obbedire ai precetti ecologici ma, chi non lo fa, anathema sit. Fino a non tenere conto della realtà. “Il futuro è l’automobile elettrica”, dicono. “Tutti dobbiamo avere un’auto elettrica”. “Bisognerebbe ammettere in città soltanto le auto elettriche”. Senza considerare il loro costo, il loro limitato raggio d’azione e i tempi di ricarica. Il risultato è che si parla dell’auto elettrica come se fosse per domattina e per tutti, mentre ce l’hanno in pochi, e sarà così ancora a lungo. 
Il colmo dell’irragionevolezza lo si raggiunge nell’ostilità al combustibili fossili, dimenticando l’alto costo e la scarsa affidabilità e costanza delle energie rinnovabili. Ma alla Fede non si può obiettare nulla. Così lo Stato, a spese dei poveri,  ha regalato ai ricchi (che si potevano permettere la spesa iniziale) la metà del costo dei pannelli fotovoltaici. E ora, in pieno delirio, parla addirittura di rimborsargli il 110% delle spese per analoghi interventi.
All’ambito della demenza sembra appartenere anche ciò che dichiara alla “Repubblica”(1) Marco Alverà, amministratore delegato della Snam. Secondo lui l’uso dell’idrogeno come combustibile è il futuro. Ora, come si sa, questo gas non si ritrova da solo in natura e si separa dall’acqua usando un’enorme quantità di elettricità. E come la produciamo? Secondo Alverà ciò non dovrà avvenire mediante una centrale nucleare, perché ogni ecologista ortodosso è contrario alle centrali nucleari. Ma non ci sono problemi: l’idrogeno si ottiene “facendo passare elettricità ricavata dal solare o dall'eolico in una vasca d'acqua per separare l'idrogeno dall'ossigeno”. 
Questo signore ha idea della quantità d’elettricità che si dovrebbe prima produrre in questo modo? E quanto costerebbe al kW? Di fronte a simili piani, a volte mi viene il dubbio che gli ingegneri abbiano meno senso del reale dei poeti. O dei profeti. Avesse parlato della fusione fredda, quando ci sarà, ancora ancora, ma se col solare non siamo riusciti nemmeno ad illuminare le nostre case, come può pensare di fare andare ad idrogeno persino le navi?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=505162488_20200708_14004&section=view 



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POLITICA
8 luglio 2020
NON SONO NESSUNO, MA ALMENO NON SONO LUI
Da tutti i punti di vista obiettivi, Giuseppe Conte “vale” più di me. È giovane ed io sono vecchio. È elegante ed io sono piccolo e sgraziato. È professore d’università e io sono soltanto un pensionato. Guadagna un bel po’ di soldi ogni mese, ed io me la cavo appena. Infine – si sai, ma va ripetuto perché a molti può apparire incredibile – è anche il Presidente del Consiglio dei Ministri. In tutta onestà, non c’è partita.
E tuttavia ho di lui una pessima opinione. Quando appare e parla (purtroppo parla sempre) tolgo il sonoro. Non val la pena di disturbare le mie orecchie. Del resto, se non ho il telecomando a portata di mano, riesco lo stesso a non ascoltarlo, “staccando” mentalmente.  Al riguardo la vita mi ha recentemente offerto un paragone imprevisto. Un rivolo d’acqua cadeva in una bacinella da una certa altezza, e quel rumore continuo e tuttavia costantemente variato nelle intonazioni, pareva qualcuno che parlasse, raccontando una storia lunghissima, incomprensibile e, in fin dei conti, noiosa. Un’altra immagine che mi si formò in mente, fu quella di una vecchina che, con la sua voce monocorde, recitava una posta di rosario dopo l’altra, senza che nessuno badasse a lei. Nemmeno la Madonna. E infine – ecco, ci arrivo, Conte mi fa l’effetto di uno che fa soltanto finta di parlare. Il suo sembra un ampolloso “grammelot” in una lingua sconosciuta. 
Conte è un nulla in giacca e cravatta e tuttavia ho cominciato col dire che tra lui è me c’è un abisso. Un abisso in cui tutto è a suo favore. Come si conciliano le due cose?
Prendete Miss America e uno scienziato Premio Nobel per la Fisica. Il mondo riderebbe dello scienziato se salisse sul palco insieme alle ragazze, come riderebbe di Miss America se, in un congresso di competenti, volesse dare la sua opinione sulle teorie del grande fisico. Analogamente, un Generale di Corpo d’Armata comanda a una folla sterminata di uomini e tuttavia non ha nessuna autorità sul pensionato tremante che fa la fila dinanzi a lui. Infatti, se provasse a scavalcarlo, non soltanto se la dovrebbe vedere con la reazione indignata del vegliardo, ma con tutti gli astanti, che non mancheranno di fargli sapere ciò che pensano di lui. Forse Giuseppe Conte è un generale, ma io non faccio parte dell’esercito. E per lui sento soprattutto compassione. Lui è ingenuamente felice delle luci della ribalta, io so che la sorte lo ha già condannato alla sconfitta e all’ignominia, anche al di là dei suoi demeriti. 
In Europa l’Italia è prima in classifica, per la riduzione del prodotto interno lordo (11,2%). E poiché, già da prima, era una campionessa per quanto riguarda il debito pubblico, somiglia ad una donna che ha un tumore, forse maligno, e per di più si è presa un tremendo Herpes Zoster. La pandemia per noi è stata tanto drammatica che l’unico dubbio riguardava quale fosse il male minore. Dovevamo scegliere se morire di virus o di fame e il governo ha scelto di seguire integralmente i consigli dei virologi. Sapeva benissimo che i problemi economici erano immensi, ma li ha “risolti” con piccoli aiuti e immense, improbabili  false promesse. 
Non è tutta colpa di Conte. Il nostro Stato è abituato a risolvere i problemi distribuendo sussidi e facendo ulteriori debiti. E poiché l’Europa ha anche sospeso il Patto di Stabilità, alleluia, crediamo di avere avuto il permesso di spendere a volontà. Realizzeremo il miracolo storico del pitocco che spende come Creso. L’Europa ci regalerà tanti miliardi che l’unico problema sarà come utilizzarli. 
Favole. L’Italia ha tali debiti che potrebbe anche fallire, se appena le Borse si allarmassero. Non soltanto dobbiamo agli investitori quasi 2.500 miliardi, ma una buona parte dei nostri impegni è “senior”, nel senso che le somme vanno rimborsate per prime e al 100%, rendendo ancor più miseri i rimborsi dei titoli non “senior”. 
L’allegria con cui in Italia si parla di chiedere prestiti - a cominciare da Matteo Salvini – è da perfetti incoscienti. Il pregiudizio che i debiti non si pagano mai è soltanto un pregiudizio. Anche l’insolvente la paga, e la paga cara. 
E questo non è il peggio. In Italia impera l’idea che si aiuta l’economia distribuendo ricchezza che non si è prodotta, per esempio sussidi in deficit. Niente fa entrare in testa ai nostri connazionali che la ricchezza prima si produce e poi si distribuisce. Da noi tutti sono convinti che non soltanto lo Stato può distribuire ciò che non ha, ma che questa attività farà nascere per miracolo la ricchezza che non si aveva. E che le imprese vadano al diavolo.  Ecco come si leggono in Italia le teorie di Keynes. 
La conseguenza è che in autunno chiuderà un’infinità di fabbriche,  si perderanno forse milioni di posti di lavoro e lo Stato ha già sparato tutte le sue cartucce. Ha “distribuito” i proventi della Cassa Integrazione Guadagni chiedendo alle imprese di anticiparli ed ha quasi mantenuto i “livelli occupazionali” vietando i licenziamenti. Ma quando non potrà più fare nessuna di queste cose, quando i nodi verranno al pettine, come si troverà? 
Non soltanto Giuseppe Conte non può far nulla contro questo mare di guai, ma l’incauto si sgola quotidianamente a promettere l’impossibile, quasi avesse la voglia suicida di far convergere su di sé il rancore dell’intera nazione. 
Quest’uomo è l’epitome di tutti i nostri difetti. Bella apparenza, poca sostanza. Tendenza a credere al potere magico delle parole. Tendenza ad ingannare il prossimo. Tendenza a tirare a campare, lasciando incancrenire i problemi. Presunzione di riuscire a darla a bere al popolo italiano, alle Borse, ai partner europei ed anche al buon Dio, se passa dalle nostre parti. 
La realtà prima o poi presenta il conto. Per decenni l’Italia ha spazzato la polvere sotto il tappeto, ha violato i trattati, ha usato mille sotterfugi e mille furbizie, ma la forza di gravità non fa sconti ed è sfortunato colui che guida la baracca nel momento dello show down. Attualmente, questo signore all’Altissimo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
8 luglio 2020



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POLITICA
7 luglio 2020
LA NEMESI E L'INAZIONE
I greci avevano tendenza a dare un nome - e trasformare in un dio - la maggior parte dei fenomeni naturali. Poi costruivano intorno ad essi delle favole – miti – che ne narravano le gesta e ne spiegavano la mentalità. Se Nettuno si arrabbiava, ecco una tempesta di mare. E se era irritato Giove, ecco il fulmine.
Correntemente noi conosciamo la Nemesi come la dea della vendetta, ma i greci erano più sottili di noi. Ne dà conferma il dizionario, quando così la definisce: “Personificazione della giustizia, in quanto garante di misura e di equilibrio specialmente politico-sociale, e come tale divinizzata nell'antichità classica; modernamente intesa come fatale punitrice della tirannide e dell'egocentrismo attraverso le alterne vicende della storia”.
La “vendetta” non è quel “male” che pretende tanto buonismo corrente. La civiltà è in parte riuscita a sottrarla ai privati per affidarla allo Stato, ma essa è ancora vigente e santificata dall’ordinamento giuridico, il quale non l’abolisce e si limita ad avocarla a sé. E per lo Stato, conformemente alla definizione del dizionario, si tratta più di ristabilire l’equilibrio turbato dall’azione illecita che di far soffrire chi si è comportato male. 
Nemesi non era soltanto la dea della vendetta, cioè la protettrice di coloro che dovevano raddrizzare un torto e compensare un ingiusto dolore; interveniva anche quando era stato commesso il peccato di “hybris”, di eccesso: che fosse un eccesso di superbia, di crudeltà, di vanità o di mancanza di rispetto agli dei, cioè alla morale. Comunque la sua mano era pesante. Tanto che illustrare le sue gesta corrispondeva anche a  consigliare di guardarsi da certi errori. 
La dea non era soltanto la personificazione di un risentimento che arma la mano dell’ultore, era anche la constatazione che l’errore non porta a nulla di buono. Che la presunzione di impunità conduce al disastro. Che la realtà da prima sembra assistere passivamente allo svolgersi degli eventi, poi è capace di attivarsi, quasi avesse prima a lungo cospirato contro il colpevole, mentre questi si credeva al sicuro. Si spiega così come la  Nemesi possa abbattersi anche su chi credeva di non meritarlo, perché non aveva fatto nulla. Dimenticando che qualcosa avrebbe dovuto fare. In questo senso è rimasta famosa una breve composizione di Martin Niemöller: “Quando i nazisti presero i comunisti, ho taciuto; io certo non ero comunista. Quando imprigionarono i socialdemocratici, ho taciuto; io certo non ero socialdemocratico; quando hanno preso i sindacalisti, ho taciuto; io infatti non ero un sindacalista; quando hanno preso me, non c’era più nessuno che potesse protestare”.
L’inazione può essere delittuosa quanto l’azione. Infatti il codice penale stabilisce che: ”Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Ed è per questo che l’attuale comportamento del governo appare insensato. La politica del rinvio è sciocca. Quando è sicuro che i mesi e gli anni si limiteranno ad accatastare in un angolo i problemi, per poi chiedere che siano risolti tutti insieme, l’insuccesso è assicurato. Come la collera di coloro che di tali eventi subiranno le conseguenze.
In Italia la situazione prevista per settembre è una bomba che ticchetta in modo assordante, e i nostri rappresentanti pensano soltanto a prolungare di qualche settimana la possibilità di scaldare gli scranni del Parlamento. Ci scandalizziamo per le brioche di Maria Antonietta (una leggenda) ma almeno la regina di Francia era una principessa venuta da Vienna. Una che non aveva mai avuto contatti con la realtà di tutti. Ma questi nostri parlamentari fieramente proletari, a partire dal facente funzioni Giuseppe Conte, non sono stati allevati nelle corti di Vienna o Parigi. Eppure, a giudicare da come si comportano, sembrano allevati in un palazzo reale che non conosciamo. Forse sulla Luna. E c’è proprio da preoccuparsi, per loro. Perché la Luna è lontana, ma la Conciergerie è vicina, e ancor più vicina è la Place de la Révolution.
 In questo senso, il passato è stato molto più severo. Chi governava poteva anche morire nel suo letto ed essere onorato nei secoli, come è stato per Augusto, ma poteva facilmente lasciarci le penne, come un’infinità di imperatori romani. Oggi l’errore politico conduce soltanto al ricambio di governo e alla concessione di una pensione anche a coloro che hanno governato malissimo; in passato, e fino agli anni di Ceausescu, il prezzo da pagare è stato spesso il sangue. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
4 luglio 2020



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POLITICA
6 luglio 2020
IL MES INCOMPRENSIBILE
Henri Bergson ha scritto una frase indimenticabile: “L’intelligence est caractérisée par une incompréhension naturelle de la vie”, l’intelligenza è caratterizzata da un’incomprensione naturale della vita.
Per non fare un torto all’illustre filosofo francese, prima di utilizzare l’affermazione per i miei scopi, indico quello che pare sia il senso dell’affermazione. Secondo Bergson, noi non  siamo immersi in un mondo statico, ma in un mondo fluido e, mentre l’intelligenza lo studia come un elemento inerte e pressoché immutabile, la sua realtà è inafferrabile e indomabile, tanto che il senso della nostra vita e della nostra realtà forse lo comprendiamo meglio attraverso l’istinto, rimasto vicino alla natura, che attraverso l’intelligenza. Questa falsifica, raffredda e geometrizza la realtà. Tutto questo, sempre che la pagina scritta da un suo studioso corrisponda alle idee del pensatore.
Per i miei scopi personali, invece, la frase ha sempre avuto un senso che potrei sintetizzare cambiandola così: l’intelligenza è caratterizzata da un’incomprensione naturale degli uomini. Infatti gli esseri viventi in generale sono oggetto di scienza e sembrano più comprensibili. Perfino gli animali, che per molto tempo sono rimasti dei totali estranei (tanto che perfino una persona ragionevole come René Descartes ha potuto parlare di “animali macchine”) si sono visti riconoscere un’intelligenza e comportamenti adattativi straordinari. Ai tempi di Cartesio l’etologia non esisteva, ma oggi questi concetti ce li hanno spiegati migliaia di documentari. Perfino a me bambino è sempre stato evidente che un gatto non è uguale ad un altro gatto. Fra gli altri io ho avuto una gatta pazza, un gatto “filosofo” (tanto che lo chiamammo “Phil”) e un’altra gatta “frigida” e pressoché atimica. Naturalmente accanto ad altri gatti equilibrati, affettuosi e beneducati.
Con gli uomini invece è tutto un altro paio di maniche. Essi si sono talmente allontanati dalla vita naturale che rischianmo di non capire più la realtà, e di essere a loro volta incomprensibili per i loro simili. In materia di sicurezza sul lavoro, per esempio, il principio dovrebbe essere: “Bisogna impedire che un operaio che stia normalmente attento possa cadere da un’impalcatura”. Invece oggi si pretende che il principio sia: “Bisogna rendere assolutamente impossibile che anche il più imbecille e il più imprudente degli operai cada da un’impalcatura”.  Perché il principio corrente – incomprensibile per l’uomo razionale – è che al singolo minus habens deve pensare la collettività, maternamente. All’occasione condannando al carcere la persona intelligente che, non riuscendo ad immaginare l’inimmaginabile, non ha impedito l’evento provocato dall’imbecille. E così assistiamo alla scena, inverosimile in natura, del datore di lavoro che insiste perché l’operaio indossi il casco protettivo.
Ma questo è soltanto un esempio. Ciò che mi interessa sottolineare è che, nella mentalità corrente, “il peggio non soltanto è inverosimile: deve essere reso impossibile”. A tal punto che il singolo non prende nemmeno le più  elementari precauzioni. Tanto, se succedesse qualcosa, la colpa non sarebbe sua. 
A questo punto, se ha la tentazione di spiegare al prossimo l’errore, l’intelligenza comincia a scoraggiarsi. Ecco un esempio politico attualissimo. Come si sa, il mondo politico è spaccato tra chi vuole chiedere subito le somme messe a nostra disposizione col Meccanismo Europeo di Stabilità, e chi invece è contrario, perché il Mes ci impone condizioni in contrasto con la nostra sovranità. Ed effettivamente quell’aiuto ci impone il dovere di utilizzare le somme soltanto per la sanità.  Né si può escludere – aggiungono i contrari - che, in base ai termini del contratto, in futuro ci sia imposto quant’altro venisse in mente alle autorità europee. E che tutto ciò sia vero o no, qui non interessa. Facciamo anzi il caso che abbiano ragione coloro che rifiutano il Mes. Costoro infatti preferiscono che ci si rivolga direttamente alle Borse, o che si aspettino i fondi, reputati ben più cospicui e generosi del piano Next Generation Ue, prima chiamato Recovery Fund. Purtroppo, ci sono delle controindicazioni.
Per quanto riguarda l’emissione di Titoli di Stato, rivolgendoci direttamente alle Borse, non dimentichiamo che esse non sono affatto obbligate a comprarli. E, se non lo facessero in una singola occasione, la conseguenza sarebbe il default (fallimento) dell’Italia. Inoltre, mentre il Mes ci concede dei prestiti senza interessi, quelli delle Borse ammonterebbero a circa cinque miliardi. Ma questo è il meno.
Più problematico, per l’intelligenza come la vedeva Bergson, è il suggerimento di aspettare i fondi, regalati o prestati, dal Next Generation Ue. Infatti l’erogazione di questi fondi è condizionata alla sottoscrizione di precisi impegni riguardanti impressionanti riforme. E non si tratta di vaghe parole. Lo Stato richiedente, per esempio l’Italia, deve presentare un piano dettagliato tale da rimettere lo Stato in carreggiata. Il piano poi non sarà accettato a scatola chiusa: dovrà prima essere approvato dalle autorità di Bruxelles ed eventualmente corretto secondo loro le indicazioni. In seguito non soltanto l’Italia dovrebbe effettivamente procedere a quelle riforme (sappiamo quanto sia facile, dalle nostre parti), ma le somme promesse sarebbero versate a mano a mano che le riforme siano concretamente realizzate. Il denaro arriverebbe secondo lo “stato avanzamento lavori”. Domanda: rifiutiamo il Mes, che ci chiede soltanto di dedicare le somme alla sanità, e non ci accorgiamo che il Next Generation Plan ci richiede molto, molto di più? Ci mette una cavezza al collo e può tirare le redini con tale forza da farci sanguinare la bocca?
L’intelligenza capirebbe che gli ostili al Mes dicessero: “Siamo ostili al Mes e al Next Generation Ue, ci rivolgeremo ai mercati e, se dovessimo fallire, saranno affari nostri”. Ma dire: “Siamo ostili al Mes e favorevoli al Next Generation Ue” è qualcosa che l’intelligenza non può capire. Quanto meno la mia. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 luglio 2020



permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/7/2020 alle 9:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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