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POLITICA
23 aprile 2019
LA VALUTAZIONE DI SÉ
Un amico, da sempre un frequentatore dell’alta borghesia di Milano, mi ha scritto a proposito di Enrico Cuccia una cosa interessante: quell’uomo era inattaccabile perché incorruttibile e perché “ispirato da una mostruosa supervalutazione di sé”.Questo collegamento tra un’adamantina virtù – il disinteresse pecuniario – e una grandissima autostima, è interessante. 
Ogni uomo porta avanti la propria vita fra difficoltà e compromessi. Fra imprescindibili necessità e piccole vigliaccherie. E così, non di tutte le nostre azioni ci potremmo vantare in pubblico. Ecco che cosa intendeva Terenzio con le parole: “Nihil humanum a me alienum puto”, non reputo estraneo a me nulla che sia umano. Ed è al contrario questo sentirsi diversi e superiori che rende i moralisti da strapazzo spregevoli. Per non parlare dei giustizialisti, accigliati imbecilli digiuni di diritto. Tutti costoro pontificano e dimenticano che, scavando bene, anche nella vita dei santi si trovano magagne. Non per caso, nei processi per la beatificazione, in Vaticano, c’è un “Avvocato del Diavolo”. Le magagne saranno magari perdonate, ma non per questo giudicate inesistenti.
Nel momento in cui l’individuo si trova dinanzi al bivio su come comportarsi, pesa molto l’opinione che ha di sé. Se si sa debole e disprezzato sarà portato anche a barare: tanto non ha nessuna immagine di sé da difendere. Se anche si sacrificasse per un bel gesto, non per questo gli altri lo stimerebbero o gliene renderebbero merito. I maschilisti, per esempio, hanno sempre accusato le donne di essere bugiarde, dimenticando che non hanno mai concesso loro la parità. E se una donna rischia di ricevere uno schiaffo, per aver detto il vero, perché non dovrebbe mentire? Per fortuna, almeno nelle società evolute, tutto questo è sempre meno attuale.
All’altro estremo c’è ì’uomo che può permettersi una tale opinione di sé da non piegarsi a nessuna lusinga – ecco l’indifferenza di Cuccia per il denaro – e a nessuna minaccia. De Gaulle, durante l’attentato del Petit Clamart, mentre la sua auto era crivellata da colpi d’arma da fuoco, rimaneva diritto, al suo posto, e soltanto alla fine cedette all’implorazione delle sue guardie del corpo di non offrire un così comodo bersaglio. Dinanzi all’alternativa tra morire e inchinarsi ai terroristi, il Generale sceglieva la morte. Né diversamente si comportarono molti alti ufficiali italiani che, durante la Prima Guerra Mondiale, visitando il fronte, per dare ai fanti l’esempio del coraggio, si esponevano al nemico, in piedi col binocolo al di sopra della trincea. Finendo spesso ammazzati dai cecchini austriaci. Tanto che l’Alto Comando dovette vietare quella pericolosissima esibizione. Non servivano soltanto i fanti, servivano anche i generali.
La “mostruosa ipervalutazione di sé” può a volte essere un errore: non tutti siamo De Gaulle e neanche Enrico Cuccia. Ma una cosa è certa: se i giapponesi sono in media molto più onesti di noi, è perché nello spirito della nazione c’è la dignità del singolo. Questi non deve “perdere la faccia” (cioè l’onore) neanche se ne va della sua vita. Noi italiani invece sappiamo di avere di fronte un nemico scorretto e ben poco preoccupato dell’onore: e per questo lo preveniamo, facendo i furbi per primi. Per non parlare della Cosa Pubblica e dei governanti, che giudichiamo nel modo più severo. La “Cosa Pubblica” (“Res Publica”) era la religione dei romani, mentre in un certo sSd l’unica cosa da prendere sul serio non era la Cosa Pubblica, ma la Cosa Nostra. Perfino l’arte ha consacrato questi principi. Nel film di Monicelli, “La Grande Guerra”, due fanti si comportano da bugiardi, da vigliacchi e da imbroglioni senza scrupoli, cercando di salvare la ghirba. Soltanto quando il loro tradimento, a favore degli austriaci, comporterebbe la morte dei commilitoni, affrontano la morte. Ma lamentandosi e senza credersi degli eroi. 
Noi italiani possiamo essere pronti a morire per gli amici, ma difficilmente ci sacrificheremmo a morire per la nazione. Che infatti, in questo senso non esiste. In Italia non c’è un popolo, c’è un insieme di sessanta milioni di individui, più o meno in lotta fra loro. Forse una dose di ipervalutazione di noi stessi non ci farebbe male.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      23 aprile 2019 



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POLITICA
22 aprile 2019
LA SIRIA IMPARTISCE LEZIONI
Bashar al Assad, se pure con notevoli aiuti esterni, ha vinto la guerra civile. Ora, tornata la pace, il governo siriano si oppone con tutti i mezzi – leali e sleali – al ritorno dei 5,5 milioni di espatriati. Che quei poveracci desiderino ritrovare la loro casa, i loro terreni (quando li possedevano) e, insomma, la loro vita normale, è ovvio. Ma è interessante osservare la ragione per la quale il governo scoraggia questi ritorni, e nel modo più risoluto. 
Da molto tempo la Siria ha una popolazione mista, dal punto di vista religioso: una maggioranza sunnita, una minoranza sciita, e un gruppo dominante alawita. Gli alawiti sono una setta sciita. Ciò spiega il sostegno che l’Iran sciita ha offerto contro gli insorti, prevalentemente sunniti. 
Naturalmente, per la maggior parte, i rifugiati all’estero sono sunniti. E il Paese che ne ha accolti di più – per fratellanza religiosa – è stato la Turchia. Ankara sperava di vederli tornare in Siria da vincitori, ma comunque pensava che il soggiorno di quei tre milioni e passa di siriani sul suolo turco sarebbe stato temporaneo. E lo stesso vale per il Libano. Ora invece, stante il rifiuto di Damasco di riaccoglierli, rischiano di doversene far carico a tempo indeterminato. E questo precedente potrebbe in futuro scoraggiare l’accoglienza di coloro che fuggono via dalle guerre. 
Questi fatti comunque illustrano alcune verità che, nell’epoca contemporanea, tendiamo a dimenticare. Il potere può essere spietato ed è del tutto infondata la convinzione che gli uomini contemporanei siano meno crudeli dei loro progenitori. L’uomo non cambia. 
Bisogna riconoscere che fra i principali motivi della guerra civile c’è stata l’ostilità dei sunniti nei confronti di un governo sostanzialmente sciita. Cosa che spiega anche l’appoggio dato agli insorti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. Ora, con la fine della guerra, si offre ad Assad la possibilità di riequilibrare in parte la composizione della popolazione in proprio favore. Tenendo lontani cinque milioni di sunniti, ed accettando eventualmente immigrati cristiani o almeno sciiti (cui potrà anche regalare i beni rapinati ai rifugiati) si troverà a dominare una popolazione meno ostile e tendenzialmente più fedele al governo. Ovviamente farà ciò al prezzo di depredare milioni di persone, di farne degli sbandati, di lasciarli in balia di governi estranei che potrebbero anche divenire ostili, insomma al prezzo di un crimine contro l’umanità come quelli che abbiamo conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale, ma di questo poco si cura. Chi vuole può lasciarsi andare a condannare nel modo più severo il governo di Damasco, ma l’indignazione dei terzi non cambierà nulla. Assad non si lascerà intimorire dalla reazione internazionale, la quale fra l’altro potrebbe anche non esserci, e non arrivare neppure alle orecchie dei lettori di giornali. Assad potrebbe tenersi indisturbato il frutto di questa rapina.
Ma è giusto vedere anche le colpe delle vittime. Non bisogna infatti dimenticare che in tutte le legislazioni sono previste pene severissime per chiunque insorga deliberatamente contro lo Stato. Il Libro Secondo del nostro mite Codice Penale, nella parte in cui tratta “Dei delitti in particolare”, non comincia dall’omicidio, dalle lesioni personali e men che meno dal furto: comincia dai “Delitti contro la personalità dello Stato”. In altri termini, il potere repressivo dello Stato ha come primo interesse quello di tutelare il suo committente. Chi mette in pericolo l’integrità o l’indipendenza dello Stato, soggiace alla pena della reclusione non inferiore a dodici anni (art.241). E sarà condannato all’ergastolo se “porta le armi contro lo Stato”(art.242). O a morte (a morte, sissignori) se esercitava un’alta funzione. 
In Occidente ci siamo abituati all’idea che sia un diritto andare contro lo Stato, anche con la violenza (si vedano i sabati dei “gilets jaunes”, in Francia), ma in ogni tempo il potere ha reagito ferocemente contro chi lo ha attaccato. Per secoli e millenni, chi ha osato farlo ha saputo che la scommessa prevedeva il potere, in caso di vittoria, o la morte, in caso di sconfitta. Ecco il senso del passaggio del Rubicone. L’atteggiamento attuale, per il quale ci si aspetta che, constatato l’esito, si dica “abbiamo scherzato”, è del tutto estraneo all’esperienza storica. 
Se Assad sta approfittando della situazione per attuare una sorta di pulizia etnica, l’unica differenza rispetto al passato (e al futuro, se mai gli arabi vincessero sugli israeliani) è che i cittadini sgraditi egli non li ha uccisi, e non li ha neanche deportati, visto che se ne sono andati volontariamente. Insomma ai rifugiati poteva anche andare peggio. Mi rendo conto che questo punto di vista forse farà accapponare la pelle a molta gente, ma è soltanto il punto di vista della storia, in coerenza con la natura umana.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
Pasqua 2019




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POLITICA
20 aprile 2019
CAMPANE A MORTO
Quasi non l’avrei creduto possibile: mai vista una simile concordanza fra tante illustri testate. Il Corriere, per cominciare, il Sole24Ore, con due editoriali, la Repubblica con tre, la Stampa con due e, ovviamente, Libero, tutti predicono che questo governo è sull’orlo del baratro, che sta per cadere, che non può durare. Quasi come fosse una certezza. Se non sapessi quanto sono difficili le profezie (soprattutto quelle riguardanti il futuro, diceva Mark Twain) dinanzi ad un simile coro non potrei che inchinarmi. In realtà, pur ammirando il coraggio di tanti giiornalisti, non oso associarmi al coro. E scusatemi se la prendo alla lontana.
Una volta, ero appena adolescente (l’unico momento in cui sono stato credente), mi sono trovato a discutere con un seminarista del peccato mortale e dell’inferno. Io gli dicevo che mi sarebbe sembrato se non normale almeno comprensibile che si condannasse ad un’eterna sofferenza chi in vita si era comportato veramente male. Ma la Chiesa ci insegnava che Dio comminava l’inferno anche per la bestemmia, peccato mortale, e chiedevo se ci fosse proporzione, tra qualche parola sconsiderata, se pure offensiva, e una condanna tanto tremenda.
Il mio amico era intelligente e, come si diceva una volta, loico. Ammetterai, cominciò, che è più grave dare del cretino al proprio professore che al proprio fratello, o dare della puttana a una madre badessa che a una compagna di classe. Insomma l’insulto è tanto più grave quanto più grande è la dignità della persona offesa. Ora, dal momento che la dignità di Dio è infinita, infinita è pure la gravità della bestemmia. Incontestabile. Tanto che la risposta giusta, un paio d’anni dopo, si rivelò l’abolizione di un Dio tanto suscettibile.
Ma un concetto andava salvato. La conseguenza di certe premesse vale quanto valgono i soggetti coinvolti. Se una coppia ha fondato il proprio legame sulla più totale veridicità, una sola menzogna incrinerà il rapporto, per quanto bello fosse. Chi è stato deluso, se ha preso sul serio quel patto (vagamente assurdo e inumano) sarà tenuto alla rottura. Ma, se in una coppia abbondano le bugie, gli inganni, i tradimenti, le rotture e le riconciliazioni, che senso avrebbe buttare all’aria tutto per una scappatella in più? 
Lega e Cinquestelle si scambiano accuse, minacce, insulti. E se parlassero seriamente, se fossero coerenti, se per loro le parole avessero veramente un peso, sarebbero tenuti alla rottura. Ma sono hidalgos? Basti vedere come sparano le affermazioni più inverosimili, e quanto facilmente promettono cose impossibili. Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione si sarebbe forse suicidato, se fosse stato pubblicamente sbugiardato; questi politici invece, se gli si dimostra che hanno mentito, che hanno detto una sciocchezza, che si sono contraddetti, risponderebbero convintamente: “Embeh?, sarebbero capaci di rispondere. Prima mi è convenuto dire quella cosa, e l’ho detta; ora non mi conviene più e dico altro. Se siete più bravi di me, fatevi eleggere e governate”. 
Insomma abbiamo da fare con persone che non hanno dignità. Naturalmente qualcuno che ha almeno leggiucchiato Machiavelli potrebbe obiettare che nessun serio politico ha dignità. E c’è del vero, in questo. Lo diceva anche il grande Niccolò. Ma il Segretario proseguiva dicendo che il Principe, se non ha nessuna virtù, lo stesso deve apparire come uno che le ha tutte. Il suo sforzo deve essere tale che, in fin dei conti, forse gli conviene averle sul serio, quelle virtù. 
Quello che oggi è venuto meno, lo stesso dovere dell’apparenza. Quel ritegno, e persino quell’ipocrisia che, secondo La Rochefoucauld, sonoi “l’omaggio che il vizio tributa alla virtù”.Proprio in questa sede è stata criticata un’orripilante frase di Di Maio, e si sopravvive. Una signora la cui competenza economica è più che dubbia può buttare in faccia ad un economista del calibro di Carlo Padoan: “Questo lo dice lei”, quasi parlasse col suo salumiere. E se qualcuno fra i maggiorenti aggrottasse la fronte, udendo le parole della coraggiosa signora, la maggior parte dell’elettorato dei Cinquestelle risponderebbe col solito: “Embeh? Erano di parere diverso”.
Ecco perché le zuffe attuali, nel governo, non sono da prendere sul serio. Con i personaggi che presidiano la scena, c’è da attendersi di tutto. Potrebbero litigare e separarsi per sempre per un nonnulla, come potrebbero riconciliarsi e abbracciarsi dopo aver trattato l’interlocutore da mafioso e sua madre da bagascia. Tanto, siamo nella suburra. Andiamo a bere un bicchiere insieme. il contratto non è stato toccato.
La loro inaffidabilità è tale da non potere contare nemmeno su quella Stella Polare che funziona con tutte le persone equilibrate: l’interesse personale. Nel loro caso vale il detto di Voltaire: “Non è vero che tutti gli uomini agiscono per interesse. Se fosse vero, ci sarebbe modo di mettersi d’accordo con loro”.
La realtà potrebbe benissimo contraddire i migliori politologi e potrei perfino esserne dispiaciuto. Dispiaciuto, ma non sorpreso. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 aprile 2019



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POLITICA
19 aprile 2019
UN SINTOMO: LA LIBIA
Una domanda che molti si porranno distrattamente: “Ma che sta succedendo, in Libia?”
L’atteggiamento disinteressato è comprensibile. In primo luogo, se non ce ne vengono dei fastidi, chi comanda in Libia è cosa che non ci riguarda. In secondo luogo, la situazione è confusa, e la stessa domanda corrisponde a dire: “Non che me ne importi molto, ma non ho capito che avviene. Voi sì?”
La realtà è che siamo in molti, a non capirci niente. Esiste tutto un gioco in cui si incontrano e si scontrano parecchi fattori. C’è una questione di legalità: Sarraj è sostenuto dall’Onu, Haftar no; di potenze: confinanti o lontane, schierate – almeno teoricamente – con l’uno o con l’altro campo: una situazione  sulla quale prevale, e con largo margine, la forza militare. 
Paolo Mieli, sul Corriere, insiste sul fatto che avremmo il dovere di stare dal lato del potere legittimo, e non vede che sta parlando di un dato ininfluente. Se Haftar, da solo o perché sostenuto da altri, prenderà il potere a Tripoli, nel giro di qualche mese la Libia sarà unificata sotto questo “uomo forte”. Se invece Sarraj riuscisse a resistere, Haftar dovrebbe ritirarsi nei suoi quartieri, e rischieremmo comunque una partizione della Libia, secondo nuove linee di frontiera. Una cosa è sicura: dal momento che, di fronte alla forza, la legalità in politica internazionale non vale niente, non rimane che aspettare di vedere come si concluderanno gli scontri sul terreno. 
Ciò che del resto stanno facendo anche le grandi potenze. Il sostegno della Francia ad Haftar sembra fatto prevalentemente di parole, e quello dell’Italia a Sarraj addirittura di mormorii. Quanto agli Stati Uniti, secondo una politica cominciata da Obama (e proseguita entusiasticamente da Trump), visto che non sono coinvolti i loro interessi, non appena si è visto Haftar all’orizzonte, i pochi militari americani, temendo di farsi accidentalmente male, si sono imbarcati e sono spariti. 
Certo, se l’Europa invece di essere un club litigioso e sostanzialmente impotente, sapesse parlare con una voce sola  - e possibilmente la voce del cannone - la sorte della Libia sarebbe decisa a Bruxelles o a Strasburgo. Ma l’Europa non ne è capace. La Libia è il caso esemplare di un mondo disordinato, in cui non esistono neppure grandi alleanze capaci – sia pure nel loro interesse – di imporre una certa sistemazione. L’egemonia è una prevaricazione a carico dei più deboli, ma spesso offre loro un bene che non saprebbero conquistarsi da soli: la pace. 
Un’ultima nota riguarda la terminologia usata in questi frangenti. Per la Libia qualcuno ha parlato di “guerra civile”. Evidentemente è passato molto tempo, da quando l’Europa sapeva molto chiaramente che cosa fosse una guerra. La Libia è un Paese non molto sviluppato, non molto popolato, e certamente non molto forte, in cui si scontrano due fazioni in quella che è poco più di una rissa. I telegiornali parlano commossi di oltre duecento morti, fra cui anche dei bambini (come se le bombe avessero il dovere, o la possibilità, di schivarli), dimenticando quanti morti ci sono stati nella battaglia della Somme o a Verdun. Quanto alla guerra civile, per sapere che cos’è, chiedere agli spagnoli. 
Se tutto ciò è vissuto come allarmante, è perché il nostro disarmo morale, il nostro atteggiamento imbelle ci fanno temere il minimo alito di vento. Noi speriamo sempre che siano altri ad occuparsi della nostra sicurezza. Dimentichiamo – noi italiani che calpestiamo il loro stesso suolo – che i romani persero l’impero quando rinunciarono a combattere per sopravvivere e affidarono la loro difesa agli stessi barbari. 
Il mondo va avanti a caso. Sembrano salvarsi da questo marasma soltanto Paesi che per la loro forza economica e militare (Stati Uniti), oppure per il loro peso complessivo, sostenuto da una guida forte e unitaria, come la Cina, non esitano ad agire per i loro propri interessi. E fra i forti dobbiamo mettere la Federazione Russa, non tanto per il suo potenziale economico (francamente trascurabile) quanto per la determinazione e la spregiudicatezza di una guida politica che la fa pesare molto più di quanto dovrebbe. Esattamente il contrario di ciò che avviene per l’Europa: un gigante economico castrato dalla sua decadenza. Un continente discorde per temperamento e imbelle per vocazione.
Noi assistiamo da puri spettatori all’intera storia del mondo. Ci limitiamo a sperare che il destino ci risparmi, che altri cavino le castagne dal fuoco, e ci facciamo forti della nostra debolezza, del nostro pacifismo, della nostra superiore moralità. In altri termini siamo come un cane randagio, in attesa che qualcuno ci metta il guinzaglio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 aprile 2019 



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POLITICA
19 aprile 2019
DI MAIO DIXIT
È concepibile che si giudichi un uomo da una sola delle sue frasi? La risposta sembrerebbe dover essere negativa e tuttavia l’intero Occidente ha giudicato Ponzio Pilato da una sola frase. Se si ha in mano la vita di una persona, e la si giudica innocente, non si può permettere che sia uccisa, dicendo: “Me ne lavo le mani”. Anche più correntemente, se un imputato di omicidio ammette di aver commesso il fatto ma si giustifica affermando: “Dio mi ha ordinato di farlo” o è uno schizofrenico o è un abietto simulatore. Certo quella frase peserà, nel suo processo, a suo favore o contro di lui. Perché da sola definirà la sua qualità. 
Ora noi ci troviamo dinanzi ad un caso del genere. Leggiamo sul “Corriere” queste parole di Di Maio: “Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà. Se Tria punta ad aumentarla, si può dimettere”. 
Queste parole sono come un tema di concorso nazionale, nel senso che chi deve svolgerlo, se è preparato, potrebbe scrivere non un testo di mille parole, ma un intero libro, sopra di esse. Infatti potrebbe anche dipingere un quadro a tutto tondo della mentalità di colui che le ha pronunciate.
Cominciamo da principio. Da anni l’Italia viola le regole comunitarie e spazza la polvere sotto il tappeto promettendo di compensare tutto, con sforzi raddoppiati, l’anno seguente.  Questi patti sono stati chiamati “clausole di salvaguardia”. Il giochetto si è già ripetuto un paio di volte, ma non c’è da farsi illusioni. A parte il fatto che le condizioni attuali non sono identiche alle precedenti, il creditore che ha già concesso delle dilazioni è sempre meno propenso a concederne altre. E infatti, per come stanno attualmente le cose, a fine anno o aumentiamo drammaticamente l’Iva, fino a rastrellare da una nazione. già tartassata dal fisco e in piena crisi, tanto denaro da raddrizzare la barca, oppure, se troviamo (dove?) ventitré miliardi  di euro, l’Europa ci dispenserà dall’aumento pattuito. Si tratta di trattati internazionali, scritti e sottoscritti dall’Italia, di valore assolutamente cogente, checché dica qualunque Di Maio. 
Il ministro dell’economia Giovanni Tria, in Parlamento, ha soltanto ricordato questi dati, precisando che – non essendo ancora stati reperiti i ventitré miliardi necessari per togliere la spoletta alla bomba – allo stato attuale l’aumento dell’Iva è previsto per l’inizio dell’anno prossimo. 
Ed ora torniamo alle parole di Di Maio. “Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà”. Un futuro lineare e semplice corrisponde o ad una previsione scientifica (“L’astronave è sulla rotta giusta e atterrerà regolarmente”) oppure ad una promessa che va però completata specificando ciò che si farà per ottenere quel risultato. Diversamente si è aperta la bocca e le si è dato fiato. O forse Di Maio pensa che l’economia mondiale penda dalle sue labbra e, intimidita, si darà da fare per impedire un fatto che darebbe fastidio al M5s?
Quanto alla seconda frase, è un capolavoro di scorrettezza. Dire che Tria punta ad aumentare l’Iva è come dire che il collega medico punta intenzionalmente a far morire il malato. Roba da querela. Mentre nella specie Tria – proprio in base a dati obiettivi – ha detto che l’attuale traiettoria della navicella spaziale, in mancanza di correzioni di rotta, al rientro sulla Terra andrà a schiantarsi al suolo. È concepibile che si adottino provvedimenti per impedire questo esito, ma finché ciò non avviene, la previsione scientifica è inesorabile, come sono inesorabili le leggi della fisica. Naturalmente questo non vuol dire  che si punti alla morte degli astronauti, caro Di Maio, vuol dire soltanto che non basta auspicare la loro salvezza, se poi non si fa nulla per renderla possibile. Attribuire a Tria un’intenzione che non ha, che nessun galantuomo potrebbe avere, è commettere veramente una mala azione. È attribuire ad altri comportamenti inconcepibili, o forse concepibili soltanto per chi li ipotizza.
Infine il botto finale: “Se è così, si dimetta”. Un capolavoro. Queste parole significano forse che le clausole di salvaguardia scatteranno se c’è Tria al ministero dell’economia, e si faranno da parte, svanendo nell’aria sottile, se Tria se ne va? Ma dove vive il nostro Ministro dello Sviluppo? Crede che quelle clausole siano un affare personale di Tria e che, scomparso lui, scompariranno anch’esse? Si rende conto che se quel ministro fosse costretto alle dimissioni per avere detto una piana verità, ciò potrebbe essere interpretato  come l’intenzione dell’Italia di non tenere fede ai patti sottoscritti, con possibile, rovinoso terremoto borsistico, spread alle stelle e magari il default del Paese?
Non sempre è facile concludere schivando le querele. Ma forse non è necessario strapazzarsi, quando i fatti parlano da sé. Credo di ricordare che, in nessun momento della tragedia, Shakespeare dica: “Guardate quanto è cattivo Riccardo III”. Si limita a farlo agire e parlare. E anche qui le parole di Di Maio ci dicono non soltanto chi è, e quanta competenza abbia in materia di economia, ma anche – volendo essere ottimisti sul suo livello mentale – che stima abbia dell’intelligenza degli italiani. E in che misura sia eventualmente capace di approfittare della loro disinformazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 aprile 2019



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POLITICA
18 aprile 2019
UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL PRESENTE
Non è vero che tutte le nazioni sono uguali ed hanno pari difetti e pari qualità, pari capacità e pari tendenze. Senza nessuna punta di razzismo, è lecito dire “i tedeschi sono così”, “i francesi sono cosà”, e via di seguito. Infatti non se ne fa una questione di razza, ma una questione di sviluppo storico, di imprinting e in fin dei conti di condizionamento dei singoli.
I greci del mondo classico non credevano molto al merito personale. Soprattutto in campo morale. La loro Divina Commedia sono i poemi omerici di cui, nello stesso mondo classico, molte persone colte conoscevano a memoria brani interi. Talmente essi erano fondamentali nella loro cultura. E proprio in questi poemi possiamo scorgere i punti di riferimento dell’anima greca. 
Il vincitore è Achille, ma Achille vince perché non è del tutto umano. Perché è invulnerabile. Perché è favorito dagli dei. E non ha altri meriti, oltre quello del suo poco rischioso valore guerriero: è irascibile ed egoista. È violento, suscettibile, e in una parola poco amabile. Ma ciò malgrado è l’eroe vincente, perché così ha voluto il Fato. Mentre Ettore è anch’egli un eroe, ma non è invulnerabile. Il suo valore deriva dal suo coraggio, dalla sua capacità di affrontare il pericolo pur sapendo di correre dei rischi. E non basta: è anche un buon figlio, un buon marito e un buon padre. E tuttavia, qual è la sua sorte? Quella di essere ucciso da Achille. Perché nel duello questi, per giunta, è favorito dalla divinità che lo protegge. Per i greci dunque essere ammirevoli moralmente non serve a sopravvivere. E infatti chi è il loro eroe nazionale? Non Achille, perché non si può pretendere di avere sempre gli dei al proprio fianco. E neppure Ettore: è Ulisse. Colui che fa prevalere la Grecia su Troia con l’inganno, non vincendola in battaglia. 
Ulisse non è particolarmente morale. Tutta la sua storia, sia nell’Iliade, sia nell’Odissea, è la storia di un furbo che riesce a cavarsela nelle peggiori situazioni: che si tratti di Polifemo, delle sirene o della Maga Circe. E non per merito di qualche divinità. Se per vent’anni non riesce a tornare nella sua Itaca è perché la sua mancanza di morale è eccessiva (hybris) al punto da offendere gli dei. Nettuno non gli perdona non tanto di avere accecato suo figlio Polifemo, quanto di averlo irriso, dopo. 
La caratteristica dei greci è stata quella di non essersi allontanati molto dal loro io – un io umano, troppo umano, avrebbe detto Nietzsche – e di non soffrire di un eccesso di superio. Infatti nemmeno oggi sono particolarmente affidabili. E non è un caso che Nietzsche abbia ritrovato nella Grecia classica quella liberazione dell’anima umana dai legacci ebraico-cristiani che per secoli hanno ammorbato l’aria dell’Europa. I greci avevano il coraggio di essere sé stessi e di legittimare le loro peggiori tendenze. Del resto avevano reso umano, e composto di “peccatori”, perfino il loro Olimpo. 
L’Italia, come tendenza di fondo, è più greca che germanica. È vero, i romani della Repubblica erano più vicini ai tedeschi che ai greci, ma già nel I Secolo a.C. abbiamo visto lo scatenamento delle ambizioni, degli egoismi, delle crudeltà. Neanche Roma, pur avendo avuto un altissimo funzionario a guardia dei costumi, il Censore, è stata un modello di moralità. Per non dire che poi è arrivata a grecizzarsi, ad orientalizzarsi, a scadere in tutti i sensi, col basso impero. I greci almeno erano abbastanza individualisti da amare la democrazia, mentre la Roma degli ultimi secoli non ebbe istituzioni diverse da quelle persiane, di quel Grande Re - tiranno orientale - che i greci aborrivano. 
Questi i due “Paesi caldi” che hanno dato forma mentale all’Europa e, in buona misura, al mondo intero. Ma poi sono nati i grandi “Paesi freddi” del Nord. Forse qui gli uomini sentivano di avere un nemico comune, una Natura ben poco sorridente ed anzi brutale, contro la quale bisognava far gruppo. Infatti già i germani quali ce li descrive Tacito sono più uniti e soprattutto più morali, come popolo, di quanto fossero i romani. E questa tendenza alle virtù – che ancora oggi rende gli olandesi tanto più onesti di noi, in media – col tempo è divenuta insofferenza nei confronti del Papato. Impossibile perdonargli la sua avidità, la sua ipocrisia, il suo tradimento degli ideali cristiani. Lutero è nato in Germania e non poteva nascere in Italia, dove del resto la sua Riforma non attecchì. E le caratteristiche della Riforma sono interessanti da parecchi punti di vista. Soprattutto per capire le differenze fra Nord e Sud d’Europa. 
I greci erano pronti ad accettare che si vincesse o si perdesse per volontà degli dei, e questo costituiva dopo tutto un discarico di responsabilità. Perfino la furbizia contrapposta alla lealtà si giustifica con la volontà di contrastare un destino avverso. Avverso senza ragioni morali: magari per il capriccio di un dio. E contro un destino immorale è lecito barare. Con Lutero invece sparisce questa comoda scorciatoia. C’è un solo Dio, ed è il dio della moralità. Non esiste più la confessione: si risponde dei peccati direttamente a Dio, a tu per tu, senza intermediari e senza la possibilità di una finta assoluzione, concessa da un peccatore come noi. 
I nordici sono più morali di noi perché non concepiscono un fatalismo come quello di cui sono vittime i musulmani (che in fin dei conti sono dei perdenti nati, per questo). Ognuno sa di essere responsabile dei propri risultati, agli occhi di Dio e agli occhi dei concittadini, che non perdonano facilmente chi infrange le regole accettate. E chi si arricchisce onestamente, contrariamente a quanto leggiamo nel Vangelo, è stimabile anche agli occhi di Dio. .
Naturalmente queste correnti sono spesso sotterranee e inconsce. Né queste grandi nazioni vivono ed agiscono in vaso chiuso. La Riforma, pur non attecchendo in Italia, anche da noi provocò una forte reazione morale, con la Controriforma. E analogamente gli ideali sociali e comunitari che nell’Ottocento sorsero prima in Francia ed ebbero il loro culmine in Germania, con Marx, col tempo si diffusero anche in Italia. Col socialismo nella prima metà del Ventesimo Secolo (e del socialismo, seppure “nazionale”, fa parte anche il fascismo) e con il comunismo nella seconda metà. 
Gli italiani si allontanavano dalla religione – anche se una religione più formale che sostanziale -  per essere sempre più preoccupati del bene comune, del riscatto dei poveri, dell’uguaglianza, e perfino della morale (soprattutto pubblica, cioè altrui). A questo quadro però corrispondevano le classi superiori, mentre il popolo coglieva, di questo movimento, soprattutto la parte economica: e per cominciare l’aumento dei salari. 
Così il Paese, nei lunghi anni che vanno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a una decina d’anni fa, è vissuto con un double standard. La classe colta, se pure senza rinunziare a nessuno dei suoi privilegi, si è ammantata dei massimi ideali della sinistra, mentre la classe inferiore ha mirato al sodo ed ha creduto sdi potere sfruttare uno Stato che si dichiarava in dovere di essere generoso. Per questo chiedeva sempre più vantaggi. Col risultato che, finché c’è stato grasso da eliminare, la democrazia si è retta senza grandi scossoni, malgrado il contrasto fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. La prima che faceva finta di essere cristiana e il secondo che faceva finta di essere comunista. 
Ma quando infine il debito pubblico è divenuto tale che bastava una mossa sbagliata in più e sarebbe stata la catastrofe, quando non si è potuto spendere più di quanto lo Stato incassava (ché anzi lo Stato era costretto a spendere meno di quanto incassava, perché una buona parte delle sue risorse se ne andava per pagare gli interessi sull’enorme debito pubblico accumulato) è cominciata la vera scontentezza popolare. Da oltre dieci anni si parla di crisi economica, in tutta l’Europa, ma soltanto in Italia essa è arrivata ad essere una crisi di sistema. Infatti il popolo italiano ha smesso di credere in tutti gli idola precedenti. Da tempo non era più cristiano – se mai lo è stato, al di là delle forme – ora non crede più nemmeno nel socialismo, nel comunismo e nella stessa democrazia. 
Il Movimento di Grillo corrisponde a questa delusione, a questa rabbia, a questo nichilismo senza argini. La classe dirigente ha raccontato fandonie – l’eterno progresso, l’eterna prosperità, un welfare regale – e merita di essere annichilita. Così tutto è rimesso in discussione, perfino il mondo moderno, e qualcuno ha osato vagheggiare una “decrescita felice”, senza accorgersi che soltanto la prima parte della formula, la decrescita, era possibile. Si sono messi in discussione persino i vaccini, quasi tornando ai tempi di Pasteur e Jenner. Perché neanche la scienza ha più avuto voce in capitolo. La competenza, che pareva un presidio incrollabile, è contestata. “Se i competenti ci hanno condotto qui, abbasso la competenza”. Né può indurre in errore l’insistita e ripetuta richiesta di “Onestà, onestà, onestà”. Infatti l’onestà che si invoca è, ancora e sempre, quella altrui. Molti di quelli che hanno invocato l’onestà sarebbero disposti a fingersi poveri per ottenere il reddito di cittadinanza. 
Il popolo italiano improvvisamente si è liberato dai complessi che gli avevano imposto ed ha gettato via la maschera. ”Mi dite che devo essere cristiano, che devo essere comunista, che devo sacrificarmi per il prossimo, ma io ho il coraggio di dirvi che non sono così. Sono ateo, egoista, consumista, pragmatico. Se possibile, voglio avere vantaggi senza faticare. E certo non sono disposto a condividerli con persone troppo abbronzate, che francamente disprezzo. E che comunque disturbano me, nel mio quartiere. Mentre nel vostro non vengono”. 
Il popolo italiano è arrabbiato e si sente finalmente libero di protestare contro tutto e tutti. Con  l’entusiasmo dell’omosessuale che fa coming out, finalmente si riconosce per quello che è. Rigetta disinvoltamente tutte le autorità, tutti gli occhiacci, tutte le condanne e tutti gli sdegni nazionali e internazionali. È un momento di follia, ma anche di liberazione. La contestazione di un superio imposto dall’esterno in favore di un realistico io. Purtroppo però questo non aiuta gli italiani e non li aiuterà, perché hanno tendenza a buttare nello scarico il bambino insieme con l’acqua sporca.
Appendice politica attuale. 
Un amico, l’ingegner Nicola De Veredicis, mi ha chiesto: “E allora come mai il Pd, in questo contesto che sembra contraddire tutto ciò che la sinistra ha predicato per decenni, ha ancora il coraggio di dichiararsi contro l’immigrazione, tanto sgradita al popolo? È ovvio che questo rischia di fargli perdere dei voti, piuttosto che acquistarne”. Giusto. Ma forse i dirigenti del Pd sono convinti che il loro elettorato non sia sparito. Lo credono confuso, arrabbiato, perfino momentaneamente accasato in altri partiti, ma ancora da recuperare. Cosa che potrebbe avvenire quando il popolo si accorgerà che l’Italia ha imboccato una strada sbagliata. E poiché la sinistra non riesce a concepire una società migliore di quella socialista, raccoglie da terra una vecchia bandiera umanitaria e la sventola, nella speranza che susciti antiche nostalgie. 
Le previsioni non sono molto fauste. Tutto dipende da quanto quei dirigenti abbiano visto bene. Se l’elettorato di sinistra ancora esiste e se è ancora capace di prendere sul serio i vecchi ideali, il Pd potrebbe star seminando oggi per mietere domani. Se invece la crisi si risolverà riconoscendo che bisogna adottare un nuovo modello economico-sociale, saranno vincenti coloro che questo modello avranno identificato per primi, facendosene gli alfieri. Ma oggi costoro non si vedono, nemmeno all’orizzonte. 
Forse il momento topico, la grande svolta, si avrà dopo il grande lavacro di una crisi spietata. Dopo anni di sofferenze. Forse, spinti dalla necessità, invece di tornare al passato e ai suoi miti, riusciremo ad imboccare la via del futuro. Una cosa è certa: non sarà gratis. Il biglietto per questo viaggio potrebbe essere fra i più alti mai pagati. . 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
17 aprile 2019




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SOCIETA'
17 aprile 2019
OTTOCENTOMILA
In Libia c’è uno scontro tra milizie che i media italiani, in mancanza di notizie hanno ribattezzato guerra civile. Il capo di Tripoli, per ottenere aiuto, ha detto che c’è il rischio per l’Italia si imbarchino ottocentomila persone fra cui centinaia di ex terroristi  dell’Isis ed altri delinquenti.
A questo punto, il nostro ruspante Ministro degli Interni Matteo Salvini ha intimato alle navi militari di impedire l’arrivo di questa fiumana di persone. I militari hanno protestato che loro non ricevono ordini dal Ministro dell’Interno, ma dal Ministro della Difesa, e molti, in primis i dirigenti del M5s, hanno dato ragione agli ammiragli. Naturalmente c’è da pensare che Salvini, prima di dare ordini ai militari, avrà pure chiesto ai suoi collaboratori se poteva permetterselo. Ma ammettiamo pure che abbia sconfinato e che gli altri ne abbiano approfittato per assestargli una bastonata sul muso.
Questo lo stato della lite quotidiana. Ora si può dubitare che in Libia ci sia una guerra civile; si può dubitare che, nel caso, abbandonerebbero il Paese ottocentomila persone (su quanti natanti possono imbarcarsi ottocentomila persone? Quante navi da crociera della flotta Costa possono noleggiare?); si può dubitare che troverebbero il denaro per pagarsi la traversata; si può dubitare (come dicono le anime belle) che, una volta giunti in Italia, dall’Italia sarebbero poi redistribuiti (e accettati) dagli altri Paesi europei; si può dubitare che tanti terroristi siano ansiosi di venire in Italia, anche perché l’Isis ha perso la guerra, quelli che fuggirebbero di prigione sono noti per nome e cognome e in Italia finirebbero al fresco); si può dubitare che Salvini abbia il diritto di chiudere i porti a coloro che fuggono da una guerra (ammesso che ci sia una guerra) e che possa dare ordini alle navi militari. Ma si possono anche trascurare tutti questi singoli punti e andare alla sostanza politica della faccenda.
Che abbia ragione o che abbia torto, Salvini fonda il suo successo sullo stop all’immigrazione, quella che tanto piaceva all’establishment (quello che abita ai Parioli, dove non ci sono migranti) e tanto poco piaceva agli italiani. Questi ultimi non credevano affatto che non si potesse dire di no, Salvini ha effettivamente detto di no, e gli italiani hanno raddoppiato le intenzioni di voto per la Lega. Questi i fatti, comunque li si vogliano giudicare. Ora i magistrati di Trapani, di Catania e di altrove cercano di ostacolare Salvini, denunciandolo per ogni sorta di reati e il M5s, in perdita di velocità, cavalca la tigre, nella speranza di limitare il successo della Lega. I mass media sono dalla parte di chi critica Salvini e questi potrebbe trovarsi in gravi difficoltà, soprattutto se cominciassero ad arrivare non ottocentomila, ma ottantamila migranti e gli altri Paese europei – come è prevedibile – rifiutassero di prendersene ognuno qualche decina di migliaia. 
E da qui può partire un ragionamento terra terra. Ammettiamo che Salvini abbia torto, giuridicamente. Ammettiamo che la sua intimazione alla Marina Militare sia illegittima. Ma era illegittimo anche il passaggio del Rubicone, da parte di Cesare. E tuttavia, quando arrivò a Roma, invece di essere messo a morte, come prescriveva la legge, finì con l’essere nominato “dittatore a vita”. La logica della politica non è la logica giudiziaria. E se la legge prevalesse sulla politica, invece di essere alla Terza Repubblica, come dicono gli ottimisti, saremmo ancora ai Re di Roma.
Dunque è facile vedere che la mossa di Salvini è fatta per piacere alla gente, non ai giuristi, e per conseguenza, o i suoi oppositori non riusciranno a fermarlo, e per lui sarà un altro motivo di successo; oppure riusciranno a fermarlo, e per la gente Salvini sarà considerato una sorta di martire e non sarà tenuto responsabile di nulla, checché accada in seguito. E così aumenterà ancora i propri consensi. Se poi – addirittura – si dimettesse e facesse cadere il governo, si risparmierebbe le inevitabili critiche che attendono chi ha voluto governare senza tener conto dei “numerini”. Non dimentichiamo che, soltanto per evitare l’aumento dell’Iva (ammesso che ci riesca) il governo dovrà trovare una ventina di miliardi quest’anno e ancor più l’anno prossimo. 
Proprio non capisco il Pd, il M5s e tutti quelli che mettono i bastoni fra le ruote di Salvini. Non interessa se costui abbia ragione o torto: quello che è sicuro è che fa la volontà del popolo, per quanto riguarda i migranti, e che chi lo contrasta perderà consensi. Dunque, ad ammettere che la sua ostinazione nel parlare di “porti chiusi” sia un errore, l’unica cosa da fare è non contrastarlo e lasciargli l’intera responsabilità nazionale e internazionale del suo atteggiamento. Se è vero che semina vento, che raccolga tempesta. 
Ma poi questo governo non ha avuto il coraggio di andare contro il popolo quando ha chiesto provvedimenti sbagliati e rovinosi per le nostre finanze, come il reddito di cittadinanza e “quota cento”, e dovrebbe andare contro il popolo per provvedimenti a costo zero, approvati da un’impressionante percentuale della popolazione?
Ho fatto bene a non darmi alla politica. È chiaro che non ne capisco niente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 aprile 2019



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POLITICA
14 aprile 2019
LA SATURAZIONE
Che gli esseri umani siano capaci di sbagliare non è una notizia. Ci muoviamo infatti in una foresta inestricabile di cause ed effetti e non sempre riusciamo a prevedere l’effetto delle nostre azioni. Ciò che invece stupisce è il fatto che si siamo capaci di ripetere esattamente gli stessi errori che, qualche tempo prima, abbiamo visto commettere e pagare. Ammesso che Hitler volesse più “spazio vitale” per il Reich, perché non si è accontentato della Polonia? Perché attaccare la Russia, dopo l’infelice esperienza di Napoleone?
Vale anche per la vita quotidiana. Sposare una donna divorziata può essere un affare, ma è difficile che sia un affare sposare una donna che ha già avuto tre mariti. Certo, potrebbe essere stata sfortunata, una volta. Magari due. Ma è più probabile che sia una peste lei, se anche il terzo marito è scappato. Se in un certo posto tutti inciampano, cominciamo a guardare dove mettianmo i piedi. 
Abbiamo sotto gli occhi un esempio significativo. Matteo Renzi aveva un bel faccino, un eloquio scorrevole e convincente ed era incontestabilmente simpatico. Quando è comparso sulla scena sembrava il giovane attore cinematografico che, prima che appaia la parola “Fine”, realizzerà l’impossibile. E infatti il giovane è passato da un trionfo all’altro. Ma poi ha cominciato a vedersi troppo spesso in televisione; ha parlato troppo e troppo spesso si è vantato di successi inesistenti.  Quando infine ha cominciato ad imperversare giorno e notte in televisione, per venderci la sua riforma costituzionale, è arrivato il momento in cui l’intera nazione l’ha giudicato insopportabile. Così la bella promessa della politica italiana si è trasformata. da “uno che sarà”, a “uno che fu”. Non sarebbe ovvio che tutti prendano buona nota del fenomeno?
Invece la stucchevole figura di Di Maio e il faccione di Salvini compaiono continuamente e troppo a lungo sullo schermo televisivo. Spesso, anche cambiando programma, uno si ritrova lo stesso personaggio nell’altra rete. Se prima era Di Maio, dopo è Salvini. O viceversa, ma senza tregua. Ora addirittura i media ci infliggono le loro storie sentimentali, con annesse foto. Non è ovvio che finiranno col pagarla? Come non pensano che – come avverte un vecchio proverbio - “il troppo è come l’insufficiente”? 
Non è che Matteo Renzi sia improvvisamente divenuto un imbecille, il fatto è che, se appena compare sullo schermo, la risposta emotiva mia è: “Oh, no!” E presto potrebbe essere la reazione di tutti.
La saturazione è quasi sempre irreversibile. E se questo è vero per un politico di talento come Salvini, personaggi come Di Maio, Toninelli, Bonafede e soci dovrebbero rendersi conto che, se cade il governo, nel giro di ventiquattr’ore rientreranno nel più definitivo anonimato.  All’idea di rivederli, la prevedibile reazione sarà: “Oh, no! Basta!”
Ovviamente tutti costoro potrebbero difendersi dicendo che la colpa è dei giornalisti che li inseguono per filmarli e porgli domande. Ma dovrebbero rendersi conto che quei giovani col microfono in mano non gli fanno un favore. Non li inseguono perché sono importanti, li inseguono perché è il loro mestiere e domani li schiferebbero senza scrupoli, se il filmato non si vendesse. 
Al riguardo è indimenticabile un episodio. Enrico Cuccia, forse il più famoso banchiere italiano, non concedeva interviste. Una volta un giornalista d’assalto lo sorprese per la strada e prese a camminargli accanto, ponendogli domande. Cuccia camminava, in assoluto silenzio, ma l’altro non la smetteva. Domande su domande, con l’attesa della risposta. La scena è andata avanti per tutto il percorso e Cuccia, alla fine, non ha nemmeno salutato. “Domandare è lecito, rispondere è cortesia”, dice un proverbio. 
Se ci si accorge che si compare troppo spesso in video, bisogna uscire da una porta secondaria. Oppure salutare con la manina e sparire. E invece questo governo sembra volersi scavare la fossa con le sue mani. Presenza smodata. Ricerca costante dell’evento cui associare la propria faccia (alla Pertini a Vermicino, per intenderci). E poi vanterie come se piovesse. Provvedimenti demenziali spacciati per toccasana nel momento stesso in cui la gente legge indici economici catastrofici, previsioni nere, in presenza di uno spread raddoppiato e di una crescita negativa. Uno sforzo diuturno di rendersi antipatici. In questi casi, a meno di avere una faccia bella e simpatica come quella del ministro Alfonso Bonafede, l’epilogo è fatale.
Ma alcuni continuano a credere che il miglior posto per accendersi una sigaretta sia nella penombra di una polveriera. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
aprile 2019




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POLITICA
11 aprile 2019
NETANYAHU E LA PACE ISRAELO-PALESTINESE
La vittoria di Benjamin Nethanyahu è stata salutata con un moto di delusione da chi sostiene la causa dei palestinesi. Netanyahu ha bloccato da anni i colloqui di pace e la sua rielezione non migliora certo le prospettive. Ma se quel primo ministro chiude ai palestinesi non bisogna chiedersi se è giusto o ingiusto bisogna chiedersi se fa o no l’interesse degli israeliani. Se Netanyahu avesse veramente chiuso la porta in faccia alla pace, sarebbe una sorta di criminale, e gli ebrei sarebbero degli sciocchi a sostenerlo: ma la realtà è diversa.
Israele, pur tenendo il coltello dalla parte del manico, ha sempre fatto pgni sforzo per arrivare alla pace: proprio perché le conveniva. Nel 1993 Shimon Peres arrivò a stringere pubblicamente la mano ad Yassir Arafat, in presenza di un Bill Clinton che stava tra loro come il gran sacerdote nello sposalizio della Vergine di Raffaello. Immagino che Peres per superare il disgusto avrà ingoiato un chilo di tranquillanti, e tuttavia la pace non si è avuta, né allora né dopo. 
A conclusione della Guerra dei Sei Giorni (1967) ai palestinesi è stata promessa la rivincita. Questione di settimane. Forse un paio di mesi. Invece sono passati oltre cinquant’anni e siamo al punto di partenza. Ciò perché quei poveracci, abbandonati perfino dalla Giordania (che ha rinunciato ad averli come cittadini) sono stati sempre mal consigliati. Mentre Israele, da vincitrice, ha cercato disperatamente la pace, i palestinesi, da vinti, sono stati sobillati da chi non soffriva sulla propria pelle la condizione di paese occupato, fino ad avanzare richieste irricevibili.
In maggioranza i palestinesi sono gente laboriosa e pacifica: ma non hanno mai avuto leader ragionevoli. Da fuori tutti soffiavano sul fuoco dell’odio, e i leader sono sempre stati degli estremisti e perfino dei criminali. A cominciare da Arafat per finire oggi con Hamas. E Gaza nel mondo è uno dei posti peggiori in cui vivere. Dunque i palestinesi sono stati resi irragionevoli e ciò ha finito col bloccare tutti i negoziati. Fino ad arrivare  all’accettazione di Israele del fatto che sono inutili. 
Poi per decenni i palestinesi – come sempre spinti da chi non ci perdeva nulla – hanno cercato di piegare gli israeliani col terrorismo. Tutte le forme di crudeltà contro gli inermi di cui oggi parla il mondo, dai dirottamenti aerei alle stragi di innocenti con auto-bomba, dai terroristi suicidi all’attacco di commando per sparare all’impazzata su degli inermi, tutto è stato inventato per applicarlo contro Israele.E allora il mondo assisteva indifferente: era un affare israelo-palestinese. 
Ma il tempo è passato e gli israeliani, avendo capito che non si poteva avere un rapporto normale con i palestinesi, hanno edificato un muro che li tenesse lontani. Ciò ha reso Israele un Paese pacifico come pochi. Nessun attentato da tempo, se non qualche imparabile atto di terrorismo individuale, e comunque niente di serio o di allarmante. Ovviamente le anime belle europee hanno criticato quel muro, come se fosse immorale avere una porta blindata in un quartiere di ladri. E nel frattempo, mentre quel terrorismo che prima era sembrato un affare israelo-palestinese è sparito proprio dalla Palestina, quel cancro si è spostato nelle grandi capitali europee, fino a stragi assurde come quella di Nizza, di Parigi, di Madrid, di Mumbay, e di tanti altri posti. Ora saremmo lieti noi, di poter erigere un muro per tenere lontano chi ci vuole uccidere. 
I palestinesi hanno sbagliato tattica. Prima hanno chiesto assurdamente una vittoria a tavolino dopo aver perso sul campo di battaglia, poi non soltanto non hanno accettato la pace ma, non avendo armi leali da opporre a Tsahal, si sono dati al terrorismo. Così Israele si è arroccata sempre più, fino a togliere loro ogni arma. 
I palestinesi   sono come quei proprietari di case che, volendole vendere a cento, resistono per anni, sul mercato, fino al momento in cui sono costretti a svenderle, rimpiangendo di aver perso l’autobus quando gli offrivano ottanta. Ma di realismo, nel mondo arabo, non ce n’è mai stato molto. 
Ormai gli israeliani la pace la vorrebbero, ma non ne hanno più bisogno; mentre i palestinesi ne avrebbero bisogno ma hanno soltanto imparato a rifiutarla. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 aprile 2019



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POLITICA
10 aprile 2019
ERISTICA
“Di vaccini parlo soltanto con chi è laureato in medicina”, ha detto un famoso clinico. Con ragione. Ci sono campi così specialistici che già il loro linguaggio li rende esoterici. Se i matematici di professione hanno difficoltà a capire la teoria della relatività, come volete che dica qualcosa di plausibile chi ha difficoltà con le quattro operazioni?
E tuttavia, come ha detto qualcuno , “Non è importante avere ragione, è importante vedersela dare”. E ciò corrisponde a dire che, dal punto di vista pragmatico, verità e bugia hanno lo stesso valore: l’essenziale è che convincano. 
Non è un caso che tutti i patrizi romani studiassero diritto e retorica. Diritto per il cursus honorum, cioè per fare carriera nell’amministrazione pubblica; retorica, cioè la buona lingua e l’arte di parlare in pubblico, per convincere l’uditorio. Gli esseri umani infatti sono più sensibili alla suggestione che al ragionamento. Dovendo dimostrare che un delitto è tremendo non bisogna descriverlo, bisogna mostrare una fotografia. Non è un caso che Antonio, per sollevare la plebe contro i congiurati, abbia mostrato la toga di Cesare intrisa del suo sangue. L’orrore di un delitto raccontato bisogna rappresentarselo mentalmente, una toga inondata di sangue è qualcosa che si vede. 
Per risultare convincenti bisogna essere bravi con gli esempi e i paragoni. La teoria è astratta, mentre l’esempio è concreto, quasi “visivo”. Inoltre, dal momento che sembra parlare d’altro, il paragone suscita nell’ascoltatore minori resistenze. Se si dice che i figli che si comportano male vanno scacciati di casa, molti cercheranno di obiettare: “I figli sono sempre figli, abbiamo sempre dei doveri verso di loro, bisogna piuttosto cercare di riconquistarli”. Per questo è bene partire senza urtarli, dicendo: “Noi amiamo i nostri figli. Sono carne della nostra carne, e sangue del nostro sangue. Sono, come l’acqua, una condizione fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità.  Ma berremo per questo l’acqua di un pozzo avvelenato?” Qui l’artificio tecnico consiste nell’aprire un largo credito alle opinioni dei futuri oppositori, per poi incastrarli con l’ultima frase, altrettanto innegabile.
Per non dire della potenza dell’umorismo. Chi riesce a ridicolizzare l’avversario ha già vinto. In questo campo Voltaire si rivelò un maestro. Rousseau gli mandò il suo scritto sul buon selvaggio e Voltaire gli rispose d’aver trovato quel testo tanto convincente che si sarebbe volentieri rimesso a camminare a quattro zampe, se la mancanza d’esercizio e l’età avanzata non gliel’avessero reso impossibile. Certe battute da sole valgono un trattato. Per esempio questa, di Margaret Thatcher: “Il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri”. 
Invece troppi annoiano il prossimo e non si occupano a sufficienza del punto di vista dell’ascoltatore. Non tengono conto del fatto che tutti hanno tendenza a distrarsi ed annoiarsi. Se si sprecano i primi secondi per fare una premessa si è perduto l’autobus. Bisogna cominciare con l’enunciare la propria tesi nel modo più stringato possibile, accompagnandola, con la migliore prova a disposizione,. Poi, se si è ottenuta l’attenzione del prossimo, si potrà illustrare più compiutamente il proprio punto di vista. Chi annoia non convincerà mai nessuno.
In generale può essere un buon consiglio cominciare “fuori tema”. Il problema condominiale è il riscaldamento ed ecco che uno comincia parlando di Montezuma e di Pizarro. Se è abbastanza artista da narrare bene l’episodio, e abbastanza abile per applicarlo al problema, ha fatto un affare. L’essenziale è che si sia suggestivi. Volendo convincere qualcuno a fare testamento, bisogna dire: “Se una madre ha tre figli litigiosi, gli regala una torta e li invita a mettersi d’accordo o la divide lei stessa, per evitare che litighino?”
La frase del grande clinico, che non parla con chi è laureato in medicina, è dunque sbagliata. Se è convinto (giustamente) che i profani non siano in grado di discutere di vaccini, deve rifiutarsi di partecipare a un talk show. Perché in quella sede tutti credono di avere diritto alla parola. Se proprio non era previsto che se ne parlasse, dovrebbe dire soltanto: “I tecnici sono di questo parere”.  E se qualcuno obiettasse: “Ma io non sono d’accordo”, dovrebbe rispondere sorridendo: “Purtroppo la scienza non tiene conto del Suo parere”. 
Ma non bisognerebbe mai partecipare mai ad un dibattito con degli ignoranti. Come suona un vecchio detto, ”I terzi potrebbero non notare la differenza”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
3 aprile 2019




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POLITICA
9 aprile 2019
SMETTETELA DI AIUTARE SALVINI
La Alan Kurdi, la nave dell’organizzazione non governativa tedesca Sea Eye, dinanzi al divieto di entrare nelle nostre acque territoriali per sbarcare migranti sul suolo italiano, ha cambiato rotta e si dirige verso Malta. Spera di avere migliore accoglienza, anche se le esperienze precedenti non sono incoraggianti. Ma l’o.n.g. non ha rinunciato a scagliare “la freccia del parto” contro il ministro Salvini. Questi “umilia le persone” e “sfrutta tutto e tutti per ottenere il massimo vantaggio possibile da questa situazione”. Ma va detto che la situazione non l’ha creata il ministro: l’ha creata la Sea Eye. 
In realtà è l’intero comportamento della Sea Eye ad essere sbagliato. In primo luogo non ha effettuato un salvataggio di naufraghi, ma un cambio di natante, per usarne uno più adatto all’alto mare. Infatti i migranti – che non avrebbero certo tentato di traversare il Mediterraneo su un gommone e non sono stati raccolti da una nave di passaggio: la Sea Eye era in quel tratto di mare con la precisa intenzione di raccogliere migranti e portarli in Europa, attraverso l’Italia. Forse addirittura su appuntamento, Non sarebbe nemmeno la prima volta. Dunque il suo lamento è scorretto. Si può comprendere la sua intenzione di aiutare l’emigrazione di quei poveracci, ma perché dovrebbe imporne a dei terzi l’accoglienza? E perché dovrebbe ottenere dagli italiani o dai maltesi acqua, cibo ed altri rifornimenti? L’intrapresa è sua e non si vede perché altri dovrebbero pagare tutto a piè di lista. 
E tuttavia ciò è secondario rispetto ad un’altra considerazione. Tutte le organizzazioni di questo genere sembra non si rendano conto che Matteo Salvini su questo argomento ha l’intera Italia, dietro di sé. E che proprio per avere attuato questa politica le intenzioni di voto per il suo partito sono più che raddoppiate. Dunque, se lo accusano di ogni possibile reato, se lo dichiarano malvagio e inumano, non fanno che aumentare i suoi consensi. Sopra l’aureola del salvatore della Patria gliene mettono una seconda: quella di vittima dei falsi buonisti e dei benefattori a spese altrui. 
Pure chi non è d’accordo con la politica di Salvini deve ammettere che questo non è il miglior modo per contrastarla. Oggi come oggi, dichiararsi favorevoli all’immigrazione incontrollata e alluvionale corrisponde a spararsi sui piedi, e che la sinistra continui a farlo è un’occasione di mestizia. Gli ex comunisti non hanno rinunziato al vecchio pregiudizio di avere il diritto di insegnare a tutti che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. E il partito “docente” non cambia politica nemmeno se l’intero popolo la pensa in un altro modo,. Come diceva Lenin: “E se la realtà ci dà torto, tanto peggio per la realtà”. Solo che Lenin poteva dirlo perché era un dittatore, mentre Zingaretti non può ordinare agli italiani come votare. 
Per l’Italia il governo in carica è una disgrazia.  Dunque sostenerlo, come fa la Sea Eye, è delittuoso. Ed è delittuosa anche la politica del Pd. Questo partito è già in gravi difficoltà e si associa ad una causa che, non importa se giusta o sbagliata, è invisa alla massa. Dunque allontana ulteriormente il momento in cui avremo un’opposizione credibile.
La politica non è una religione le cui verità rivelate vanno imposte al popolo. È questo l’errore commesso dai sovietici, talmente convinti della giustezza delle teorie di Marx da averle inflitte alla Russia, e poi all’intera Europa Orientale, per decenni. Al prezzo di infinite tragedie. In molti speravamo di essere guariti da questi fanatismi, ma a quanto pare sono ancora possibili ricadute. 
La politica è l’arte del possibile e deve trarre insegnamento dalla realtà: invece noi seguiamo ciecamente vecchi dogmi. L’intera Europa è malata e i rimedi che si propongono sono quelle stesse ricette di sinistra che l’hanno fatta ammalare. La Francia e l’Italia – che per molti decenni hanno avuto i due più grandi partiti comunisti del mondo libero - hanno statalizzato almeno metà dell’economia ed hanno cercato di farla prosperare con spese assistenziali e investimenti pubblici in deficit. Così oggi hanno ambedue un debito pubblico che rischia di farle fallire. E qual è la ricetta univesalmente proposta? Gli investimenti pubblici in deficit. In queste condizioni qualunque futuro guaio non sarà immeritato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 aprile 2019 




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POLITICA
8 aprile 2019
CONTE NON È NESSUNO
Ogni volta che qualcuno, in Italia, vuol parlare di ansia e sospensione, si butta sull’inglese e parla di “sàspens”. Ogni volta che qualcuno dice “sàspens”, io dico, a bassa voce, “s-spèns”. Perché quella è la pronuncia giusta. Come mai tanta cura, come mai una tale programmata e costante reazione ad un innocente errore come tanti? Non voglio che mi entri nelle orecchie una parola inesistente. Non voglio abituarmi a considerare normale ciò che è anormale. Perché spesso non si tratta soltanto di piccoli errori. Qualcuno ha detto che una bugia ripetuta infinite volte diviene verità e ne prende il posto. Dunque l’unico modo per contrastare un monotono errore, una monotona bugia, è ripetere mentalmente la smentita, con uguale testardaggine e uguale costanza. Sento “pèrformans”? Ed io ripeto: “p-fòrmans. Dicono “manàgement”? Ed io: “mànagment”. Per decenni. Per infine essere costretto ad indignarmi sentendo “flet tax”. Dio mio, la vocale è la stessa: o “flet tex”, o “flat tax”, mentre in realtà è “flaet taex”, con la “a” inglese, che non è né “a” né “e”. Ma poi, questo inglese gliel’ha prescritto il medico?
La ripetizione ha una sua pericolosa suggestione. C’è stato un momento in cui l’Europa ha ripetuto e ripetuto il concetto di “razza ebraica”, mentre una razza ebraica non è mai esistita. Eppure così si è passati da “esiste una razza ebraica”, a “loro sono di razza ebraica e noi no”, per infine concludere: “ammazziamoli”.
Quello di reagire immancabilmente alle inesattezze è un esercizio faticoso, ma è l’unica maniera di non darla vinta alla pubblicità, all’ignoranza, alla demagogia. Per esempio, sentiamo dire che il Presidente del Consiglio dei Ministri è Giuseppe Conte. E infatti lo si aspetta all’uscita, lo si ascolta, lo si intervista, lo si filma e si manda in onda il prezioso risultato. Ed io, ogni volta , ripeto senza la minima animosità: “Non è nessuno”. 
Non ce l’ho affatto con lui. Per quanto ne so, Giuseppe Conte è un professore universitario di diritto (tanto di cappello), un avvocato, parla inglese, veste benissimo, è garbato. Non è parlando del prof.Conte chei direi: “Non è nessuno”. 
Partiamo dalla Costituzione: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Come si vede non si tratta di funzioni da poco. Il primo comma sembra mettere sullo stesso piano da un lato il presidente, dall’altro tutti gli altri ministri e il secondo gli affida la scelta dei ministri. La Costituzione gli dà tanta importanza perché immagina che egli sia alla testa di una maggioranza parlamentare, un politico che determinerà l’azione dell’intero governo. Se tutto questo è vero, in che misura Giuseppe Conte rientra in questo quadro? La risposta è semplice: in nessuna. 
Questo Primo Ministro pesa meno dei suoi vice e anche meno di semplici personaggi come Giorgetti. Non ha scelto lui i ministri, che anzi ha fatto lui stesso parte del pacchetto scelto dai Di Maio e Salvini. È lui che deve avere la loro fiducia, non loro la sua. Insomma questo signore non è il capo del governo perché non è più forte del governo, non ha un suo potere politico, non può minacciare nessuno e non può certo determinare la linea politica del governo. È un facente funzione, un portavoce. Un cappello su una sedia vuota. 
Non è colpa sua. Chiunque fosse stato scelto al suo posto sarebbe nelle condizioni in cui è lui. Dunque, dicendo: “Non è nessuno” non si vuole disprezzare quell’uomo, si intende dire che non è il Presidente del Consiglio dei Ministri descritto dalla nostra Costituzione. Ciò posto, se qualcosa si può addebitare al prof.Conte, è che lui tutto ciò sembra dimenticarlo. Concede interviste e, parlando del governo, dice “noi”, mentre per la costituzione dovrebbe dire “io” e per la realtà né “io” né “noi”. L’art.95 della Costituzione recita infatti: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”. Ora c’è qualcuno in Italia che reputi che la politica generale del Governo sia determinata da Giuseppe Conte?
A Conte può essere rimproverato il fatto che ci costringa a ricordare continuamente come stanno le cose, s-spèns, non sàspens. Invece di tendere alla visibilità, dovrebbe tendere all’ombra. Invece di concedere interviste, dovrebbe star zitto. Dovrebbe provare a farsi dimenticare. Una donna non è responsabile delle sue brutte gambe, ma è responsabile di mettersi in minigonna.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       8 aprile 2019



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POLITICA
7 aprile 2019
L'ICONOCLASTIA DELLE BUSSOLE
Il Titanic è andato a fondo nel 1912. Più di cent’anni fa. E tuttavia nessuno dimentica quel naufragio. Sia per la qualità della nave, sia per il numero di vittime, sia soprattutto per l’indicibile tragedia di centinaia di persone che sapevano di dover morire di freddo, nelle acque gelide dell’Atlantico, fra non molto tempo. E che sapevano di non poter far nulla per salvarsi. 
Quegli sfortunati non avevano nemmeno con chi prendersela. Non con il capitano, innocente. Non con i fabbricanti del transatlantico che, con ragione, l’avevano dichiarato inaffondabile, e che non potevano immaginare una lama di coltello che ne avrebbe squarciato per lungo la fiancata, annientando tutte le loro previsioni. Né potevano essere colpevoli gli scienziati per non avere ancora inventato il radar, un congegno, forse l’unico, che avrebbe realmente potuto evitare quel disastro. Il Titanic è rimasto impresso nelle menti di tutti come icona della tragedia che si vive ineluttabilmente. Ad occhi aperti, in tutto il suo orrore, e senza riuscire a sfuggirle. 
Qualcosa di simile sembra stia avvenendo in Europa. Una sorta di crollo contemporaneo di regole, valori, linee guida. Come si fossero guastate tutte le bussole. Un esempio l’abbiamo in Spagna col caos politico, e l’assurdo indipendentismo catalano, alimentato dall’eccessiva tolleranza precedente. Un altro esempio lo abbiamo dove meno ce lo saremmo aspettato, in quella Gran Bretagna che per secoli è stata maestra di pragmatismo e di democrazia, e che oggi sembra aver perso il primo e dimenticata la seconda. 
Ma ancora peggio del Regno Unito siamo messi noi italiani perché, mentre la nave inglese va senza meta incontro al mare aperto, noi nella nebbia intravvediamo già l’iceberg. E non per questo il capitano cambia rotta. Fra l’altro abbiamo scoperto con terrore che non c’è un capitano. Siamo tutti passeggeri e ognuno cerca di salvarsi ricavando dalla situazione la massima utilità personale, senza rendersi conto che la massima utilità la ricaverebbe dalla massima utilità comune. Ma questo non c’è modo di spiegarlo. Le stesse parole sembrano incartarsi in un ironico mulinello del vento. 
E allora per rendere chiaro il concetto scendiamo sul concreto. All’interno del governo la lite è ogni giorno più conclamata. Prima molti hanno creduto che fra i due partiti lo scontro fosse  una sceneggiata o un gioco delle parti, magari in vista delle elezioni europee. Ora aumenta sempre più il numero di coloro  che credono si sia arrivati alla vera zuffa, in cui non sono nemmeno sclusi i colpi sotto la cintura. E molti si chiedono per quanto tempo ancora il governo potrà sapravvivere.E tuttavia la domanda più angosciosa è un’altra. Se cade il governo, chi, e con chi, governerà l’Italia? Chi firmerà la prossima “legge di stabilità”, e che contenuto avrà? Come reagiranno le autorità europee, le Borse, e soprattutto gli italiani? I nostri politici si battono per avere il miglior titolo sui giornali di domani, e sembrano non accorgersi dell’enorme problema dei prossimi mesi.
Forse tutto ciò dipende, in Italia come in Europa, da una epocale crisi di valori. Il pensatore più dichiaratamente irreligioso dell’Occidente, Voltaire, era politicamente favorevole alla religione. Ovviamente non credeva all’azione di Dio nella vita umana, e considerava la fede un’aberrazione dello spirito, ma era contento che il popolo, oltre a temere il gendarme, cioè la forza dello Stato, temesse anche il “gendarme interno”, instillato nella sua coscienza dal timor di Dio. La religione era un cumulo di falsità, e tuttavia una regola per il popolo. Poi l’Illuminismo ha quasi annichilito la fede ma Jean-Jacques Rolusseau è riuscito a farla sopravvivere trasformandola  nel referente sentimentale di un indistinto buonismo, una “forma della sensibilità”. Così l’ha disancorata dalla dottrina (un po’ come fa ai nostri tempi Papa Francesco) ed ha tolto all’uomo la bussola . Insomma Nietzsche ha finalmente avuto ragione: Dio è morto e con lui anche il gendarme interno. 
L’uomo si è sentito libero, ma anche privo di guida. E questo è stato soltanto l’inizio. Imboccata la china iconoclasta, l’umanità occidentale ha cominciato a distruggere non soltanto gli altari, ma la democrazia rappresentativa; l’autorità dei maggiorenti; l’autorevolezza dei tecnici e perfino la scienza. Nella sua furia oggi non risparmia nulla, trova sia meritorio distruggere tutto, perfino una scuola seria, perfino la lingua italiana, perfino la buona educazione. Siamo alla contestazione per la contestazione.  Ciò che prima aveva valore deve essere distrutto perché ha il torto di essere ancora vivo. E da questo l’anarchia, il caos, la spaventosa ignoranza anche dei cosiddetti laureati. L’Italia merita a pieno titolo la definizione di nave senza nocchiero in gran tempesta. Con quel che segue. 
Ognuno si comporta come se non avesse la responsabilità di nulla. Come se il pane che mangiamo e la libertà di cui godiamo dovessero esserci assicurati non si sa da chi. Siamo come dei bambini piccoli in braccio a papà, lui ci sostiene e noi gli diamo calci, ché tanto certo non ci lascerà cadere. Perniciosa illusione. Anche i transatlantici inaffondabili possono finire in fondo all’oceano. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
4 aprile 2019
L'IMPOSSIBILE FINE DELLA FOLLIA
Se ciò che sta avvenendo a Londra avvenisse a Roma non avremmo difficoltà a capirlo. Non soltanto l’Italia è un Paese unito da poco, ma certo non ha le secolari tradizioni democratiche inglesi. Inoltre noi siamo da sempre – ce lo ha insegnato Dante – una nazione litigiosa. Per noi è quasi più facile allearci con un estraneo contro nostro fratello, che con nostro fratello contro un estraneo. Insomma, l’Italia produce non raramente individui superlativi, ma come nazione, per parecchi versi, non facciamo il peso contro altri Paesi europei. 
Come se non bastasse, il carattere nazionale di noi “continentali” non ci favorisce. Mentre la Germania ha inventato il Romanticismo e – purtroppo – il nazismo, l’Inghilterra ha inventato una democrazia che si tiene il re, e soprattutto la locomotiva a vapore. Cioè  sul continente cerchiamo la soluzione astratta e generale; su quell’isola si cerca una soluzione che “vada abbastanza bene”, duri a lungo e non crei troppi problemi. Gli inglesi sono caratterizzati da un grande pragmatismo, tanto che una volta si diceva che in Inghilterra si era liberi di far tutto, “salvo dir male della Regina e far spaventare i cavalli delle carrozze”. 
Purtroppo stavolta, nella vicenda della Brexit, gli inglesi si stanno comportando come noi e peggio di noi. Dov’è dunque finito il loro pragmatismo? Dove sono le loro fenomenali capacità di compromesso, la loro ricerca di una soluzione non perfetta ma soltanto “abbastanza buona”? Attualmente i vari gruppi – i conservatori, i laburisti, i deputati nordirlandesi, per non parlare degli scozzesi – sono risoluti a non rinunciare al loro punto di vista, crolli il mondo: cioè che si finisca con l’adottare una non-soluzione (no deal) che tutti, in Gran Bretagna come nell’Unione Europea, reputano pessima. Come si spiega tutto questo? È vero che questa soluzione è stata ieri respinta, ma con un solo voto di maggioranza su oltre seicento. Insomma la moneta è caduta testa ma poteva benissimo cadere croce. 
Riguardo a questa insolita ventata di follia albionica, si possono fare soltanto delle ipotesi. Ipotesi che il tempo potrebbe anche smentire ma che può lo stesso essere interessante esaminare, partendo da un dato generale. Quando in una discussione che deve obbligatoriamente avere uno sbocco pratico ci si intestardisce a morte sulla propria posizione non significa che si è assolutamente convinti della bontà del proprio punto di vista, perché questa convinzione l’hanno anche coloro che alla fine accettano un compromesso. La differenza è che, quando si rifiuta ogni soluzione intermedia, è perché si è disposti ad accettare anche il vericarsi dell’ipotesi peggiore. 
Chi teme seriamente l’ipotesi peggiore ha tendenza a fermarsi almeno un momento prima del burrone. Chi viceversa è arrivato ad un tale grado di esasperazione da non temere più nulla, nemmeno il suicidio, rimane fermo nelle sue posizioni. Quasi pensasse: “Peggio di come va assolutamente non può andare. Dunque, eventualmente, muoia Sansone con tutti i filistei”. 
Se questa ipotesi ha qualche fondamento, se ne deduce che gli inglesi non stanno discutendo della Brexit quanto del sistema politico britannico. Accanto alla volontà di far sì che il Paese adotti la soluzione che loro preferiscono, c’è la subordinata: “Oppure buttiamo tutto all’aria”. 
Proprio noi italiani, noi che abbiamo votato per oltre il 32% a favore dei demenziali “grillini”, e che, ancora oggi, non vediamo alternativa all’attuale governo, dovremmo capire gli inglesi. Gli italiani non sono stati stupidi per un terzo (33%) come hanno detto le urne. Si rendevano perfettamente conto che il M5S aveva le idee confuse, era composto da incompetenti, aveva programmi rovinosi o inapplicabili. E infatti non votavano perché esso “facesse qualcosa”, ma perché esso “distruggesse qualcosa”. Mandasse a casa i politici precedenti, facesse la guerra all’establishment in blocco, andasse perfino contro le istituzioni, sia nazionali che europee. Insomma una forma di esasperato nichilismo che richiedeva più il falò della casa comune che la sua ristrutturazione. 
E allora, se questa è la situazione italiana, se questa è la situazione inglese, e se queste sono le situazioni, non del tutto dissimili, in Spagna e in Francia, per non parlare dell’Ungheria, non c’è da pensare che sia in crisi il modello ritenuto universalmente valido, almeno per tutta la seconda metà del Ventesimo Secolo? 
Verso la fine di quel secolo Francis Fukuyama, non riuscendo ad intravvedere nessun sostanziale cambiamento nel futuro delle democrazie, ipotizzava “la fine della storia”, cioè l’assenza di grandi novità. E invece ecco che vent’anni dopo abbiamo forse una diversa ipotesi: forse è vero che le grandi nazioni, pur molto scontente della loro situazione, non riescono ad immaginare nuove istituzioni e nuove soluzioni, ma sono abbastanza folli per volere lo stesso il cambiamento, ad ogni costo. Anche al costo di buttar giù tutto, senza neanche sapere come ricostruirlo. 
Forse Fukuyama ha commesso un errore, parlando di “fine della storia”. In realtà questa non ci sarà mai, perché mai ci sarà la “fine della follia”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
4 aprile 2019




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POLITICA
3 aprile 2019
PICCOLA NOTA SULL’EDITORIA E RACCONTO ESEMPLARE

Leggiamo sul “manifesto”(1) che  “La direttrice della collana ‘Cadre noir’ la linea ‘gialla’ di una delle più importanti case editrici francesi, ‘Le Seuil’, ha deciso di sospendere la pubblicazione dell'ultimo libro di Cesare Battisti già pronto per la stampa. A suo dire, dopo la confessione degli omicidi commessi dall'autore una quarantina di anni fa, mandare il romanzo di Battisti in libreria sarebbe in questo momento ‘indecente’ ”.  E il testo continua condannando questa decisione: è inaccettabile che “un'opera di fiction, un brano musicale, o qualunque altra espressione artistica possa essere interpretata come apprezzamento assolutorio della biografia del suo autore”. Ci dispiace per il “manifesto”, ma chi scrive quelle righe non ha mai avuto seriamente a che fare con le case editrici. 
Un libro non viene pubblicato per assolvere o condannare il suo autore (questo è vero), e neanche perché sia un capolavoro o una schifezza. Un libro viene pubblicato soltanto perché l’editore spera di venderlo bene e guadagnarci. Perché il suo autore, poco importa che ciò avvenga perché è un santo o un omicida seriale, sollecita la curiosità del pubblico. Non soltanto un romanzo o un saggio sono una merce come la mortadella, ma vengono “consumati” meno onestamente della mortadella. L’insaccato è giudicato dal suo sapore e il giorno dopo, se il cliente l’avrà apprezzato, tornerà a comprarlo, magari consigliandolo agli amici. Il libro invece non si vende, neanche se fosse ottimo, in primo luogo perché nessuno lo assaggia. E, in previsione di questo, nessun editore lo pubblica. Dunque l’editoria applica irremissibilmente il noto principio: “divieni famoso e pubblica un libro”, non “pubblica un libro e diventerai famoso”. 
Cesare Battisti è diventato famoso come terrorista ed ha pubblicato dei libri. Magari buoni, è possibile. Ma non li avrebbe pubblicati se non fosse stato un pluriomicida per motivi politici, coccolato dagli “intellos” parigini. E se ora la funzionaria del “Seuil” parla di non pubblicarlo, non è per motivi morali: semplicemente si rende conto che scrivere “Le Seuil” sulla copertina del libro oggi potrebbe fare cattiva pubblicità alla casa editrice. E ci viene a parlare di indecenza? E non è stata un’indecenza, se così lei la pensa, pubblicare prima gli altri libri? Ci risparmi la predica. La politica editoriale del “Seuil”, come di tutte le case editrici, è puramente commerciale. E nessuno gliene fa una colpa. O forse soltanto quella di non avere letto La Rochefoucauld e di prenderci per allocchi.
Queste osservazioni meritano tuttavia un poscritto. Qualcuno infatti potrebbe obiettare che, se fosse veramente come dico io, non si pubblicherebbe mai lo scritto di un autore ignoto. Giusto. Ma la pubblicazione avviene quando l’editore si lascia convincere dal suo fiuto che, con un adeguato lancio, quel libro si venderà bene e renderà bene. In altri termini, il libro “parte” se l’editore è importante, se è in grado di lanciarlo, se è in grado di comprargli “comparsate” televisive o perfino qualche recensione benevola su giornali importanti. Oltre naturalmente alle spese materiali di stampa, rilegatura e distribuzione. Tutte cose al di là dei mezzi di un singolo autore. E ciò spiega – insieme con la scarsità di opere importanti di autori ignoti – il fatto che si pubblichino libracci tradotti, soltanto perché si sono venduti bene in America. Se uno sconosciuto signor Alighieri proponesse la Divina Commedia ad un editore non si sentirebbe neppure dire di no: semplicemente non riceverebbe risposta. 
Che io l’abbia sempre pensata così lo dimostro anche con un racconto scritto molti anni fa, che chiunque può leggere qui di seguito, se ha tempo da perdere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1) http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=430842817_20190403_14004&section=view

MEL NAVAC

Uno può essere nato a Troina, in provincia di Enna; essere figlio di un piccolissimo proprietario terriero; chiamarsi per giunta Carmelo Scornavacca, ed essere lo stesso una persona intelligente.
L’intelligenza è una qualità che può creare problemi, a chi vuole definirla. Gli scienziati, per cominciare, ne distinguono parecchi tipi e in fin dei conti non sanno come misurarla. Per Carmelo comunque è più semplice dire che, sin da ragazzino, riusciva in tutto. Andava bene a scuola, anche se studiava meno degli altri. Era un leader naturale fra i bambini. Li batteva tutti, per esempio quando si trattava di far volare gli aquiloni – e in quel paese a oltre mille metri d’altezza era raro che non soffiasse il vento – ma era lo stesso molto amato. Infatti non si vantava mai, non irrideva mai colui che aveva battuto ed anzi era prodigo di consigli: “A to cumeta”, il tuo aquilone, gli spiegava in dialetto, “non vola bene per questa e quest’altra ragione. Aspetta che lo aggiustiamo”.
Ma Carmelo il periodo della sua fanciullezza non amava ricordarlo: era stato soltanto un momento di preparazione. Un prezzo da pagare prima di poter spiccare il salto e andare a vivere a Catania, a casa dello zio Mario, per frequentare le scuole secondarie superiori. 
Zio Mario non si era mai sposato perché – amava dire citando Alberto Sordi – “non aveva mai voluto mettere un’estranea in casa”. A maggior ragione aveva avvertito il fratello che ospitava suo figlio ma rifiutava di essere suo tutore. E lo stesso discorso fece al ragazzo quando andò a prenderlo alla stazione degli autobus: 
“Ti avverto, gli disse, a casa, di te, ti dovrai occupare tu stesso. Marietta certo non si può occupare di farti da balia. Sappi anche che questa città è un covo di serpi e alla tua età potresti commettere un sacco di sciocchezze. Per giunta io – l’ho già detto a tuo padre - non ti sorveglierò. Non mi curerà che tu studi, non ti annuserò la bocca per vedere se hai fumato, ti lascerò le briglie sul collo e se esageri mi limiterò a rimandati a casa. O in albergo, se tuo padre te lo paga. Chiaro?”
Carmelo, anche se non aveva ancora compiuto quindici anni, aveva il senso della responsabilità. Sicché lo rassicurò: “A me basta avere un tetto sulla testa e qualcosa da mangiare. Per il resto, sarò io stesso il mio tutore. So perfettamente che il mio futuro me lo devo costruire da me”. E mantenne la parola. Non soltanto non dette mai problemi, allo zio, ma questi, col passare del tempo, si dimostrò più tenero di suo padre. Una volta che glielo disse, lo zio sorrise: “Ma che dici! Tu non sai che fortuna hai avuto, ad avere un padre come mio fratello Antonio. È l’uomo più sano di mente che io abbia conosciuto”. E dal momento che lui personalmente era uno psichiatra, era un parere che contava.
Quando non se ne hanno ancora venti, gli anni scorrono lentissimi ma Carmelo non si annoiava certo. Tolte le ore della scuola, e tolte quelle dello studio – che per nulla al mondo avrebbe sacrificato – frequentava i compagni, giocava al calcio, discuteva di politica, corteggiava le ragazze, si mise perfino a studiare la chitarra. E quando si accorse che aveva bisogno di prendere lezioni a pagamento, non chiese certo denaro allo zio: dette lezioni private, con l’aureola del fenomeno il cui voto minimo, in tutte le materie, era otto.
Ottenuto cum laude il diploma di scuola secondaria, si pose il problema della facoltà universitaria da scegliere. Per lo zio Mario – il primo col quale ne parlò – il problema non si poneva: “Qual è la materia che ti piace di più?” “La filosofia”. “E allora iscriviti in filosofia”. Ma non era così semplice. Quando, venuto il periodo delle vacanze, Carmelo se ne tornò nella sua Troina, suo padre a quel progetto fece un salto. Lo guardò sbalordito e quando riprese fiato gli dette distesamente del cretino. “E poi che mangi?” Infine, con somma sorpresa di Carmelo, gli citò un proverbio cinese: “Chi sposa una donna bella è come uno che compra un campo per guardare il cielo”.
-Che significa?
-Che la filosofia puoi studiarla quanto vuoi, senza per questo farne il tuo miserabile mestiere. All’università devi andare per imparare un mestiere, un mestiere se possibile lucroso. Che so, medicina. Economia e commercio. Biologia. Chi ti impedisce poi di leggere quel che vuoi?
-Ma a me piacciono gli studi umanistici.
-E allora studia legge. È la facoltà di chi non sa che facoltà scegliere.
Fu così che Carmelo, rispettando il parere di suo padre, si iscrisse nella facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania: Siculorum Gymnasium, ateneo che si vantava di essere stato fondato nel 1434, il primo della Sicilia. Da competere quasi con Bologna.
Il diritto fu una sorpresa. A scuola gli erano piaciute tutte le materie (tranne la chimica, a causa della professoressa Calandra, alla quale aveva votato il culto dell’odio) all’università scoprì che andava matto per il diritto romano, e per il diritto costituzionale, e per il diritto privato, persino per la scienza delle finanze. La solita bulimia. E anche qui il voto più frequente, sul suo libretto, fu trenta.
Si laureò in quattro anni (come usava allora), naturalmente con centodieci e lode, e uscì dall’Aula Magna annunciando lieto agli amici: “Visto? Sono finalmente sono passato dalla condizione di studente a quella di disoccupato!”
Mentre già si dava da fare per vedere a quale concorso di Stato potesse partecipare, suo zio Mario, vedendo che Carmelo non chiedeva un soldo a nessuno ma aveva problemi persino per andare a prendere una pizza con gli amici, gli propose, nell’attesa del famoso “concorso”, un lavoro non degno di lui, ma che intanto lo avrebbe reso autonomo. Infatti era amico di un dirigente di un supermercato disposto ad assumerlo per l’estate. Fu così che Carmelo, che nei supermercati era entrato soltanto per fare la spesa, si ritrovò commesso. E il lavoro gli piacque. 
“Sei un dongiovanni della vita”, gli disse suo zio. “Ti piace qualunque cosa. Ti avessero offerto di dirigere un bordello, avresti detto che dirigere un bordello è il più bel mestiere del mondo”.
-È un’esperienza interessante. E comunque la cosa più brutta è non avere soldi.
-Homo sine pecunia imago mortis, aveva sentenziato lo psichiatra. Neanche lui aveva dimenticato i suoi anni di liceo.
Carmelo non rimase a lungo commesso, perché presto divenne cassiere. Poi, anche in forza del suo titolo di studio, passò al reparto acquisti e dopo qualche mese ne divenne il capo. Fu notato dai dirigenti della catena alimentare, cominciò a guadagnare proprio bene e da quel momento divenne sempre più improbabile la partecipazione al famoso “concorso”. Una volta che aveva accennato con i suoi dirigenti alla possibilità di lasciare quel lavoro, questi si erano fatti in quattro per dimostrargli che sarebbe stato un errore, prospettandogli che avrebbe fatto carriera, nell’impresa, e dipingendogli gli impiegati di Stato come grigi travet. Insomma dimostrarono in tutti i modi che tenevano a lui. Il ragazzo che voleva iscriversi alla facoltà di filosofia stava forse per divenire un uomo d’affari. 
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Come spesso avviene, le più importanti decisioni finiamo con l’adottarle per caso. Non diversamente da come è spesso per caso che abbiamo incontrato la donna che poi diviene la nostra compagna per tutta la vita. Tre anni dopo che era entrato in un supermercato come commesso, aveva fatto tanta carriera da essere diventato il responsabile della sede di Siracusa. E da temere anche di divenire workaholic, un intossicato del lavoro. Un uomo prosaico, il cui scopo e la cui funzione nella vita erano quelle di aumentare il giro d’affari di quella struttura. No, questo non doveva avvenire, decise una domenica. Se il Presidente Reagan aveva detto che sarebbe stato un “President from nine to five”, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, anche lui poteva fare altrettanto. 
Fu così che decise di tirare i remi in barca. Al supermercato avrebbe dedicato otto ore al giorno, non di più. E se in questo modo – in base al principio di Peter – avesse dimostrato che non meritava alcuna promozione, tanto peggio. Non abbisognava di più denaro di quello che guadagnava. Per anni aveva mirato almeno all’otto, al liceo; poi al trenta, all’università; ora doveva imparare a mirare al sei. Lo pagavano bene, e bene avrebbe fatto il suo dovere, ma nulla di più, senza zelo. Il sei si chiama anche “sufficienza”.
Prese gusto a programmare la propria vita futura. Doveva in primo luogo dedicare più tempo a Linda, sua moglie, che proprio lo meritava. Alla lettura, se non voleva realmente divenire “il sig.Direttore”. E perché non riprendere la chitarra? Anche se la distanza siderale che lo separava dai grandi solisti lo scoraggiava. Forse avrebbe dovuto dedicarsi alla fisarmonica. Ma soprattutto dovevano occupare il primo posto Linda e la lettura: “Non sono quello che voleva iscriversi in filosofia?”
Mantenne la parola e si accorse che, oltre a leggere, gli piaceva scrivere. Così cominciò con qualche articolo, che Linda trovò interessante. “Scrivi meglio dei giornalisti professionisti”, commentò. Lui le dette un bacio - chiedendole di non insistere, se no le avrebbe creduto – e tuttavia quel passatempo quasi gli prese la mano. Anche se quei suoi scritti finivano invariabilmente in archivio, sorprese Linda scrivendo anche articoli di costume, commenti politici, riflessioni sulla vita, e perfino ricordi d’infanzia. 
Ma presto si stancò della realtà. Di quella ne aveva a iosa col suo lavoro. Dunque  passò ai racconti e infine, inopinatamente,  pose mano a un romanzo. Le pagine presero ad accumularsi, e lui non sapeva in che modo quelle vicende si sarebbero concluse. “Ma proprio non hai una trama, in testa?”, gli aveva chiesto Linda. “Me la racconteranno i personaggi in cerca d’autore, aveva risposto. Questa storia mi terrà compagnia per mesi”.
Ma la vita, ancora una volta, decise al suo posto. La sua catena di supermercati attraversava un periodo problematico. Forse a causa della congiuntura economica nazionale, giungevano echi dalla Francia – cui la catena faceva capo – secondo i quali forse Parigi avrebbe amato ritirarsi dall’Italia. Inoltre i clienti, invece di aumentare, avevano tendenza a diminuire, anche se per questo Carmelo una spiegazione l’aveva: la causa erano certe scelte, riguardo alle linee di vendita che lui aveva vanamente cercato di contrastare.
E cominciò a preoccuparsi. Quando un’impresa chiude, la fanteria di solito rimane al suo posto, anche perché un un edificio che è stato costruito per essere un supermercato probabilmente rimarrà un supermercato. Anche se con un’altra ragione sociale. Viceversa per i dirigenti non c’è nessuna garanzia. Bastava che effettivamente la sua catena si ritirasse da Siracusa, perché  quel supermercato riaprisse con un direttore diverso da lui. Magari semplicemente perché amico dei nuovi padroni. Doveva proprio trovare una soluzione prima di essere costretto a farlo.
Di mettersi a studiare e fare un concorso, non se ne parlava neppure. Erano passati anni, dalla laurea, e non aveva voglia di riprendere quegli studi. Senza dire che avrebbe comunque subito una riduzione delle entrate. Come farla accettare a Linda? Forse avrebbero dovuto accontentarsi di una casa più piccola, forse avrebbero dovuto ridurre le spese correnti, ormai piuttosto cospicue… No, era meglio approfittare della sua nuova competenza come direttore di un’impresa.
Fu così che cominciò a pensare d’aprire un suo supermercato a Noto. C’era una notevole zona scoperta, con un bacino d’utenza che avrebbe potuto rivelarsi eccellente, ed era una buona occasione: ma per aprirlo erano necessari dei capitali, e lui certo non disponeva di somme tanto grandi. Si mise a fare il giro delle banche, ma gli servì soltanto per scoprire che anche una buona idea, perfino quando tutti la giudicano tale, non per questo induce il prossimo ad aprire la borsa dei denari. La banca sarebbe stata lieta di prestargli la somma necessaria, se soltanto lui avesse potuto offrire adeguate garanzie. Ma lui aveva soltanto la sua villa e gli altri due appartamenti che nel frattempo aveva comprato a Siracusa. Robetta. E per il momento non gli restava che continuare a lavorare come al solito.  nel supermercato, sperando che durasse. 
Ma non durò. Improvvisamente la sua catena di supermercati si ritirò dall’Italia, il suo stesso punto vendita chiuse - col solito corollario di sfilate di disoccupati per le vie della città, intervento dei politici e tutto il resto – e lui si ritrovò disoccupato. Tanto che cominciò a vivere dei suoi risparmi. 
Naturalmente tutti parlavano dell’opportunità di riaprire il supermercato, sia per non lasciare senza paga le decine di persone che vi lavoravano, sia per i molti clienti del vicinato, e infine – anzi, soprattutto - perché era un’occasione di guadagno, per chi avesse saputo farci.
Fu qui che Carmelo ebbe il suo colpo di fortuna. Una piccola banca che voleva farsi strada, sapendolo disponibile e stimandolo, si accontentò delle poche garanzie che poteva offrire, e si dichiarò disposta a finanziarlo generosamente, in cambio di una partecipazione minoritaria nel capitale.
Non erano passati sei mesi che Carmelo Scornavacca, uno che mai avrebbe pensato di divenire un imprenditore, si era ritrovato proprietario e direttore di un supermercato. Ma all’occasione era disposto a divenire cassiere, commesso, sorvegliante o elettricista. Doveva riuscire ad ogni costo a pagare le rate del mutuo. E presto i risultati si videro. Non soltanto il supermarket ritrovò la sua precedente clientela ma sotto la sua guida fece molti più affari di prima. “Volevo divenire un filosofo ed ecco che se un genialità sto rivelando, è negli affari, come Voltaire”, si diceva lui mestamente. Infatti, malgrado il successo e la prosperità, il denaro non lo allettava molto.
E tuttavia, se lui non amava il denaro, il denaro amava lui. In capo a qualche anno non soltanto aveva ripagato il debito con la banca, ma l’ingranaggio lo aveva costretto ad aprire anche a Noto quel supermercato al quale aveva pensato un tempo. Prima fece la spola tra Siracusa e Noto, poi ripensò ancora una volta a Ronald Reagan. Come faceva, quel diavolo d’uomo, ad essere Presidente from nine to five? Il segreto non poteva essere che uno: la capacità di scegliere i collaboratori e il coraggio di delegare. 
Ci riuscì. Trovò un direttore come si deve, la macchina prese ad andare avanti con i suoi propri mezzi, e lui divenne sempre più ricco. Tanto che, visto che si presentava una buona occasione, aprì un supermercato a Catania. E poi a Gioia Tauro, a Salerno, a Palermo, a Torre Annunziata, infine in tutta l’Italia. 
Si guardava allo specchio e non si riconosceva. Tanta gente, nel mondo, ha difficoltà a sbarcare il lunario; tanti imprenditori tentano disperatamente di aumentare il loro giro d’affari, e lui, senza strapazzarsi, sembrava azzeccare ogni mossa. “Mi sento Gastone, il cugino fortunato di Paperino”.
La sua fortuna – come essere umano - era però quella di avere mantenuto la sua decisione di tanto tempo prima: non doveva lavorare più di otto ore al giorno. “Il Capo, spiegava ai nuovi dirigenti che assumeva, è un buon Capo se sa scegliere i collaboratori, se sa avere fiducia in loro, e se sa delegare. Voi mi sembrate le persone giuste, ma devo avvertirvi che, nel caso mi sbagliassi, salterete voi, non io. Io non posso sorvegliarvi e non intendo farlo. Ma vi giudicherò dai risultati”. 
E tuttavia, da bravo Gastone, anche in questo era fortunato. Salvo in un caso al quale preferiva non pensare, i suoi dirigenti e tutto il suo personale lo rispettavano, come lui li rispettava. L’enorme macchina funzionava senza uno scossone, e lo spirito di serena collaborazione la pervadeva fino all’ultimo fattorino. Fra l’altro lui non permetteva a nessuno di essere arrogante, come non lo era lui per primo, neanche col ragazzotto appena assunto.
A questo punto si ricordò dell’Impero Romano. Una delle principali cause della sua decadenza, e infine del suo crollo, furono le sue dimensioni. Quando le cose si mettono male, i piccoli mammiferi sopravvivono, i dinosauri scompaiono. Decise dunque di non incrementare le dimensioni della sua impresa, per non lavorare di più e per non incappare nei difetti dei dinosauri. Anzi, cominciò a vendere qualcosa, e a ricavare un reddito dagli investimenti, in tutto il mondo. Era ormai miliardario e, per quanto riguardava la sua catena di supermercati, aveva soltanto il problema di prendere le decisioni strategiche. A titolo personale, aveva soltanto quello di occupare le otto ore al giorno, e forse anche qualcuna in più, che si era riservato.
Da tempo aveva ripreso a scrivere il suo famoso romanzo, quello di prima che avesse il problema di inventarsi un nuovo lavoro, ma andando avanti lo aveva amato sempre meno. Finché decise di considerarlo soltanto un allenamento. Un tempo aveva deciso che la trama l’avrebbero scritta gli stessi personaggi? Bene, stavolta non ce l’avevano fatta. Così cominciò un nuovo romanzo, con una trama perfetta e completa, elaborata, sulla base di un’idea centrale, durante una notte d’insonnia.
E stavolta fu l’innamoramento. Era così contento di ciò che scriveva che non vedeva l’ora di mettersi al computer. E scriveva, scriveva, scriveva tanto che il romanzo fu pronto in due mesi, correzioni e tre riletture incluse.  Personalmente ne era tanto soddisfatto, che stentava a nasconderlo. “Sono diventato narcisista, io che mi vantavo di non esserlo?” Ma anche Linda ne era entusiasta: “Finalmente questa è letteratura. Non è un saggio, non è una tesina universitaria, non è un apologo. Bravo!” Ma come fidarsi del giudizio di una persona che ti vuol bene da decenni?
Così, assunto un nome di fantasia, e dando come indirizzo quello di un suo supermercato, inviò il manoscritto ad un editore. Non ricevette risposta. Stupito, scrisse di nuovo per chiedere notizie, e infine ricevette una lettera, evidentemente pre-scritta, in cui gli si spiegava che quel romanzo “non rientrava nei programmi editoriali della Casa”. Aveva sbagliato editore. Dunque provò con un altro, ma ottenne lo stesso risultato. Un terzo si disse entusiasta del testo ma disposto soltanto a stamparlo “a spese dell’autore”. “E per questo, gli rispose lui, basta una qualunque tipografia”. Fece ancora qualche tentativo e infine si rassegnò. Vicolo cieco.
Passò un anno e gli rinacque la voglia di scrivere. Anche stavolta si ritrovò, lui uomo maturo, in preda ad una sorta di furore creativo. Il testo andava avanti da solo, tanto velocemente, che stentava a tenergli dietro. I personaggi stavolta facevano il loro dovere, tanto che una volta, scrivendo una scena commovente, si sorprese a piangere. Quasi che veramente assistesse a qualcosa che avveniva al di fuori di lui, e che lui si limitava a registrare, sul computer. 
Parecchie settimane dopo il fiume giunse al mare. “E ora il lavoro dell’artigiano”. Quel lavoro che Flaubert conosceva così bene.  Pagina dopo pagina, anzi, paragrafo dopo paragrafo, tolse ripetizioni, sveltì delle frasi, eliminò ambiguità, cancellò qualche goffaggine, e cercò di arrivare a quella perfezione che si chiama semplicità. Naturalmente, finito il lavoro, lo riprese da capo. Come diceva il grande Buffon, “le génie est une longue patience”, il genio è una lunga pazienza.
Solo quattro mesi dopo poté fermarsi, e guardare a ciò che aveva fatto, come un pittore che si allontana dal cavalletto, per dare un giudizio d’insieme sull’opera che ha terminato: “Comunque, non potrei mai scrivere qualcosa di migliore”. Non nel senso che quel libro fosse un incontestabile capolavoro, ma corrispondeva così esattamente al suo ideale che, in ogni modo, per lui era il massimo. Dunque non resistette alla voglia di riprovarci, con gli editori, e ricominciò con la catena dei no. 
Uno, due, tre, finché l’ottavo fu condito da una lettera personale dell’editore. Evidentemente una persona gentile, questo signore gli diceva che il testo gli era veramente piaciuto ma che nel mondo dell’editoria ciò non voleva dir nulla. Se gliel’avesse pubblicato – perché in fondo era questo, il suo mestiere – lui avrebbe sprecato il suo denaro e l’autore si sarebbe soltanto ritrovato con migliaia di libri invenduti. Avrebbe soltanto potuto regalarli agli amici, che li avrebbero accettati con l’aria di fargli un piacere. Se lui fosse stato un famoso calciatore – gli spiegava – se fosse stato una celebrità dello spettacolo, forse perfino un noto pluriomicida, forse il suo romanzo sarebbe stato un successo. Anche se fosse stato di molto inferiore a quello che gli aveva mandato. Invece, essendo lui uno sconosciuto, non aveva speranze. “La regola fondamentale dell’editoria non è: pubblica un libro e diverrai celebre ma divieni celebre e pubblica un libro”. La conclusione fu lapidaria: “Se oggi un ignoto signor Dante Alighieri volesse pubblicare il suo poema, potrebbe farlo soltanto a spese sue. Per poi invadere la sua cantina con le tremila copie invendute del suo inutile libro”.
Le considerazioni dell’editore gli fecero capire che dell’editoria, fino a quel momento, non aveva capito niente. Ma lo indussero anche ad una considerazione generale, proprio partendo da Dante. Il sig.Alighieri era un onesto borghese, iscritto alla corporazione di medici e speziali, che coltivava il piacere della poesia. E infatti, anche appoggiandosi sulla sua enorme cultura, aveva scritto una Divina Commedia che, oltre ad essere un’opera di fantasia e di fede, era anche una sorta di giudizio universale degli antichi e dei contemporanei. Reputava l’opera ben fatta e questo era anche il parere dei contemporanei. Ma quanto valeva, oggettivamente? Per “oggettivamente” bisognava intendere questa domanda: la “Commedia” sarebbe stata dimenticata qualche anno dopo la sua morte, quando non ci sarebbero più stati né l’autore né gli amici cui l’aveva fatta leggere, oppure sarebbe stata considerata per secoli e secoli un capolavoro immortale, sul quale si sarebbero curvate legioni di studiosi, fino a creare la corporazione dei “dantisti”?
Il dubbio era interessante. Dante come doveva considerare sé stesso, uno sciocco rimatore che si chiedeva se per caso non fosse un genio, o uno che – come Mozart – non si rendeva conto di essere uno dei giganti dell’arte di tutti i tempi? La letteratura francese, in questo campo, offre un esempio indimenticabile. Corneille, grande artista, da vecchio venne in uggia a tutti e fu praticamente dimenticato. Viceversa, nello stesso periodo, a teatro aveva un successo straordinario un autore, tale Quinault, che sul momento avrebbe avuto tutto il diritto di considerare sé stesso un genio. Invece che cosa hanno decretato i secoli seguenti? L’amareggiato e dimenticato Corneille fu un genio immortale, Quinault soltanto un nome per specialisti della materia.
Ora chi era lui, un poveraccio afflitto da un cognome ridicolo, uno che aveva fatto i soldi ma era tanto sciocco da credersi un romanziere, oppure un artista che pure valeva qualcosa e che l’infame sistema della pubblicità contemporanea condannava all’oscurità? 
Questo interrogativo, che avrebbe dovuto chiudergli per sempre tutte le porte, gli fece al contrario avere un’idea: “Se l’editoria, come sembra, è questione di marketing, io parto favorito. Perché il marketing è la mia competenza professionale. Se è così che il pubblico ragiona, bisognerà soltanto lisciarlo secondo il verso del pelo. E da ciò nacque un progetto grandioso. Bastava ribaltare il discorso del sig.Alighieri.
“Io, poteva dirsi Dante, non so se la Divina Commedia sia un’opera sbagliata, in ritardo sui tempi, noiosa e pedante o se è un capolavoro immortale. Naturalmente, se l’opera è sbagliata, Dio è stato gentile con me, quando mi ha lasciato nel dubbio. Ma se fosse un capolavoro, che me ne farei della gloria, quando sarò morto? Che ne saprò dell’apprezzamento dei posteri, capaci di dedicarmi vie, piazze, scuole, banconote, e di proclamarmi poeta nazionale?”
Ecco, pensava Carmelo: fatte le dovute proporzioni, questo ragionamento poteva applicarlo a sé stesso. Non aveva scritto la Divina Commedia ma, se l’avesse scritta, secondo quell’editore non avrebbe avuto maggiore fortuna. E allora avrebbe ribaltato il sistema col suo denaro e la sua abilità di professionista della distribuzione. Si sarebbe fabbricato il successo con la tecnologia pubblicitaria e si sarebbe goduto in vita tutti gli omaggi che un Dante contemporaneo potrebbe soltanto sognare. Rideva già di una società che avrebbe indotto a giudicare lui un genio, mentre magari lasciava nell’ombra un genio vero. Così, programmò la beffa con molta cura. 
Innanzi tutto, sempre obbedendo agli imperativi del marketing, decise che chiunque si fosse chiamato Carmelo, e per soprammercato Scornavacca, al massimo poteva vendere salumi. O ancor meglio latticini. Dunque raccolse un pezzettino di ognuno di quei nomi e di “Carmelo” si salvò soltanto “Mel” - Mel come Mel Gibson - e del lungo e prosaico Scornavacca sopravvisse il centro, “Navac”. Un nome di assonanza mitteleuropea, quasi Novak. Questo Mel Navac era nato da qualche parte e viveva da qualche parte, naturalmente, ma certo non poteva avere niente a che fare con la Sicilia terrosa e provinciale di Troina o Siracusa. Anche il titolo del romanzo, che era stato semplicemente “La strada di Armando”, divenne “Bagliori nella notte”.
Poi comprò una piccola casa editrice di Brescia, con tutto il suo personale, e la lasciò vivacchiare per qualche mese, quasi facendosi ignorare. Infine, ordinò al direttore di Brescia di preparare cinquantamila copie del manoscritto che gli inviava. Edizione di lusso, mi raccomando, e che non si preoccupasse delle spese.
Nel frattempo si mise in contatto con una delle migliori agenzie di pubblicità del Paese e organizzò – ancora una volta senza lesinare sulle spese – il lancio in grande stile del romanzo: quasi fosse l’opera molto attesa di un celebre scrittore. La pubblicità sui giornali e in televisione fu così efficace che, prima ancora che il libro fosse in vendita, la gente cominciò a chiederlo nelle librerie. Infine, se pure con molta cautela, si mise in contatto con qualche famoso critico, che sapeva non insensibile agli omaggi monetari, gli mandò il testo in anteprima e nel frattempo gli allungò sottobanco una busta ben gonfia, assicurandosene le critiche entusiastiche. 
La curiosità era divenuta nel frattempo enorme, e lui la coltivò a suon di centinaia di migliaia di euro. Non appena enormi pile del suo libro apparvero nelle librerie, organizzò un premio letterario, intitolandolo a quel libro. Pagando profumatamente, sollecitò qualche dibattito in televisione sul valore e il significato del romanzo, sia in senso letterario che in senso sociologico o addirittura filosofico, e insomma fece tanto baccano da creare ex nihilo un caso nazionale. 
Ancora una volta – come pareva fosse suo destino – l’iniziativa concepita in pura perdita si rivelò un affare. Ben presto non soltanto ricuperò tutte le spese affrontate, ma dovette far uscire una seconda e una terza edizione. E altro denaro guadagnò concedendo i diritti per la traduzione in altri tre Paesi europei. 
Anche in un altro senso le cose andarono meglio del previsto. Il successo di critica del suo romanzo andava infatti al di là di ciò che lui stesso aveva organizzato. Il libro piaceva sul serio, tanto che la curiosità rispetto al suo autore divenne enorme e i giornalisti si misero alla caccia del misterioso artista. Il direttore di Brescia tenne la bocca ermeticamente chiusa (ne andava del suo posto di lavoro) ma non altrettanto fece qualcun altro. Forse ognuno sperava di ricavarne qualcosa, certo è che, mettendo insieme a poco a poco i pezzi del puzzle, la verità venne a galla: il genio ignoto era un miliardario, un magnate della distribuzione commerciale. Mel Navac, nientemeno, era Carmelo Scornavacca. Qualche risata su quel nome e quel cognome fu inevitabile ma, come dicono gli anglosassoni, nulla ha più successo del successo. Non soltanto gli furono perdonati nome e cognome, ma tutti presero a chiamarlo signor Navac. Scornavacca rimase un cognome utile soltanto per amministrare i supermercati o per farne una domanda da quiz televisivo. Era nato Mel Navac: un autore di successo che aveva l’hobby di fare i miliardi con i supermercati. 
Carmelo tuttavia non rinnegava il buon senso contadino di suo padre e cominciò ad essere infastidito da questa beffa che aveva ormai i contorni della verità. Decise dunque che Carmelo Scornavacca doveva vendicarsi di Mel Navac e così, mentre prima aveva fatto di tutto per nascondersi, cominciò ad accettare tutti gli inviti, fino a divenire un personaggio televisivo. “Stasera avremo il piacere di avere con noi Mel Navac, il notissimo autore…”
Grande successo, grande curiosità, ma anche molta meraviglia. Come, mente tutti lo lodavano e l’apprezzavano, lui diceva soltanto di avere fatto uno scherzo all’Italia? Forse era in quel momento, che voleva scherzare, dicendo quell’assurdità, non quando aveva scritto quel libro che aveva fatto riflettere tanta gente, e di cui parecchi si erano addirittura dichiarati ammaestrati a meglio vivere!
Mel scoprì che distruggere un successo è tanto difficile quanto ottenerlo. Già soltanto provandoci si fece una fama d’originale, di siciliano paradossale, quasi di un emulo di Oscar Wilde, e ciò fece semmai aumentare le vendite del suo libro: ecco uno che non si era montato la testa; ecco uno che riconosceva che i soldi servono anche per avere il successo nel campo dell’arte (una cosa che consolò intere legioni di presunti artisti squattrinati); ecco uno che diceva la verità, anche quando non gli conveniva. Vediamo che ha scritto.
Il gioco andò avanti così per qualche mese, finché una sera Mel non si trovò a faccia a faccia con Andrea Saglietti, il famoso critico che lui mai avrebbe tentato di avvicinare, tanto aveva fama di severo e di incorruttibile. Il conduttore del talk show gli chiese anzi:
-Caro Navac, non ha paura di incontrare Saglietti? Lo sa che ha la fama di demolitore di miti?
-Non ho paura, gli rispose sereno. In primo luogo perché non sono un mito, in secondo luogo, il parere di un uomo onesto e al di sopra di ogni sospetto è sempre da rispettare. Può essere erroneo, quel parere, perché siamo tutti fallibili: ma ha il pregio di essere in buona fede.
Saglietti si limitò a sorridergli ironico, e ad accennare un inchino. 
Quando infine venne il suo turno, e il conduttore gli chiese di commentare il fenomeno Navac, il critico si aggiustò gli occhiali sul naso, si sistemò comodo nella poltroncina e guardando Mel negli occhi esordì: 
-Lei, caro Navac, mi fa l’onore di reputarmi onesto e in buona fede. Ed io dovrei in qualche modo ricambiare la cortesia. Confesso invece che mi sarebbe più simpatico se fosse più capace di accettare la verità. Anche quando non è quella che si aspettava.
-Chi glielo dice, che non ne sono capace? protestò Mel. Se lei afferma che il mio romanzo fa pena, accetterò questo sua opinione senza discutere. Se poi lei avrà anche la bontà di motivare le sue osservazioni negative, sarò lieto di studiarle con attenzione. Io venero la realtà.
-Proprio di questo dubito. 
E a partire da questo momento Saglietti proseguì con calma, come un fiume che va tranquillo verso la sua foce:
-Che lei, caro Navac, sia nutrito di buone letture, e perfino di cultura classica, si vede dal suo libro. Per questo non si offenderà se le chiedo una minuzia: ricorda la Patente, del suo conterraneo Pirandello?
-La storia di quello che voleva la patente di iettatore, come no?
-Esattamente. Anche il povero Totò ne fece una brillante macchietta. Bene, lei da tempo si batte per avere la patente di finto genio. Di imbroglione della letteratura. Di autore di una beffa epocale. Dunque ha difficoltà ad ammettere una umile verità: lei è un vero artista ed ha scritto un eccellente romanzo.
Se Mel avesse avuto qualcosa in bocca, gli sarebbe certo andata di traverso. Invece fu tanto sorpreso che si limitò a sgranare gli occhi, come avesse visto un fantasma. Saglietti sorrise:
-Le pare tanto strano? Non ci può essere ogni tanto qualcuno che scrive un bel libro?
-Un bel libro? E allora come mai tutti gli editori me l’hanno rifiutato? 
Mel era sufficientemente indignato per non potersi trattenere dal continuare, parlando con tono appassionato:
-Come mai il successo è venuto da una campagna di marketing fatta da un professionista del ramo, se così posso definirmi? Sono un genio se sono ricco, sono un fesso se sono povero? Lei stesso il mio libro non l’avrebbe degnato di uno sguardo, se gliel’avessi mandato a casa prima della pubblicazione. Lo confessi.
-Ha ragione, ricevo un mare di spazzatura. E il suo libro non l’avrei nemmeno cominciato. Ma ciò non impedisce che, nel suo caso, avrei sbagliato. Mentre avrei reagito correttamente nella stragrande maggioranza degli altri casi. Vede, la questione non è se il suo successo a lei piaccia o non piaccia. E non è nemmeno quella di sapere in che modo l’ha ottenuto. L’unica cosa che importa – almeno a mio parere, per quello che vale – è che Lei questo successo l’ha meritato. La sua beffa non è per niente riuscita.
A Mel scappò quasi da ridere:
-Pensa che saremmo qui, con le telecamere intorno, se non mi fosse riuscita?
Saglietti sorrise come uno che ha la migliore briscola in mano:
-Caro Navac, la sua argomentazione non vale nulla. Lei si definisce un competente di marketing, e facciamo anche di pubblicità. Ma allora Lei m’insegna che una buona pubblicità fa vendere accettabilmente un prodotto medio, fa vendere con grande successo un buon prodotto, ma assassina velocemente un cattivo prodotto: infatti suscita aspettative che sono subito deluse. Ognuno dice al suo vicino: “Guardatene, fa schifo, sono soldi buttati” e nel giro di qualche giorno non soltanto quel prodotto non si vende più, ma rovina l’immagine dell’industria che lo produce. Se dunque la sua beffa, come la chiama lei, è riuscita, è perché non era una beffa. Lei meritava il successo che ha avuto, e non l’avrebbe avuto se non l’avesse meritato.
Mentre ancora Mel cercava quel che avrebbe potuto rispondere, il pubblico scoppiò in un applauso tanto fragoroso che a Mel, imbarazzato, non rimase che alzarsi e accennare un paio d’inchini. 
Gianni Pardo 2003




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POLITICA
2 aprile 2019
BATTUTO IN CINISMO
Non pensavo potesse avvenire ma si è verificato. Un amico mi ha fatto notare che forse non ho un sufficiente senso del reale. Ecco di che si tratta. Ho notato che in passato si sono accumulati tanti debiti e tanti rinvii (a volte condensati in “clausole di garanzia” che costano oltre venti miliardi, come nel nostro caso) che  a nessun governo converrà essere in carica nel momento in cui i nodi verranno al pettine. Per l’Italia, il momento in questione sarà a fine anno, quando bisognerà scrivere e votare la legge di stabilità per il 2020. 
Naturalmente, chi sarà obbligato a firmarla ne ricaverà soltanto un’enorme impopolarità. Il fatto che sia immeritata, che essa sarebbe ricaduta su chiunque fosse stato al potere, alla gente non importerà. E proprio per questa ragione ho augurato a questo governo di durare almeno fino alla prossima Befana. È giusto che mieta ciò che ha contribuito a seminare. Quanto ai partiti all’opposizione, il loro mestiere è quello di chiedere al governo di andare a casa. Essi dovrebbero invocare nuove elezioni e dichiararsi pronti a salvare il Paese: ma naturalmente soltanto per la facciata. In realtà dovrebbero pregare il buon Dio che sia questa maggioranza ad affrontare la tempesta di fine anno. Anche per vaccinare il popolo contro il populismo e l’incompetenza. 
Queste le mie idee, e dicendo ciò mi credevo veramente “cattivo”, un campione della Schadenfreude (il piacere di godere dei mali altrui). Ma l’amico di cui vi dicevo mi ha fatto osservare che così trattavo i politici all’opposizione da persone ragionevoli, e nulla è meno sicuro. A suo parere, a costoro interessa andare al governo non per risolvere i problemi dell’Italia, e neppure per ottenere quel modesto compenso che è l’applauso dei cittadini: gli importa andare al potere per avere il potere. Per ricavarne vantaggi personali. Vantaggi che otterranno anche se il Paese va in malora e se il popolo li stramaledice. Ed effettivamente questo punto di vista è più pessimistico del mio. Mi confesso battuto. Ma prima di arrendermi oso avanzare un’ultima obiezione, anch’essa cinica: siamo sicuri che questi politici farebbero il loro interesse?
Scontentare un po’ i propri concittadini non distrugge la carriera di un politico, ma ci sono dei limiti. Se si arriva alla vera impopolarità, come nel caso – per fare un nome – di Gianfranco Fini, la risurrezione non è prevista. Un governo che scontenta gravemente i cittadini è presto mandato a casa, e il singolo politico ne riporta una tale cattiva fama da precludersi ogni futuro. Si pensi al governo Monti. Non ha fatto miracoli ma ha raddrizzato il timone in un momento drammatico. Anche ad ammettere che Mario Monti, “il prof.Sottutto”, sia stato comprensibilmente antipatico (ma fra i politici si è visto di peggio) come si spiega la stramaledizione della professoressa Fornero, la cui legge è stata universalmente considerata provvidenziale? La stessa “quota cento”, su cui tanto ha battuto Salvini, ne mette il costo a carico degli interessati e per il resto non rinnega la legge Fornero. E dire che in campagna elettorale Salvini aveva solennemente e ripetutamente promesso che l’avrebbe abolita. Cionondimeno, converrebbe oggi alla signora Fornero darsi alla politica? La legnosa ma incontestabile signora torinese può sperare che i libri di storia si toglieranno il cappello, dinanzi al suo nome, ma sarà ancora viva per leggerli? E quale politico di mezza tacca - come tutti quelli attualmente su piazza - si occuperebbe seriamente di ciò che diranno i libri di storia, fra un secolo o due? La maggior parte è giustamente convinta che i libri non si ricorderanno di loro nemmeno nelle note. E allora? Proprio non conviene andare al governo per adottare provvedimenti impopolari.
Ecco perché invito il mio amico a scendere con me tutti i gradini possibili del cinismo. D’accordo, i politici non vanno al potere perché intravvedono la possibilità di salvare il Paese, soprattutto in un momento, come questo, in cui appare insalvabile. Vanno al governo nel loro proprio, personale interesse. Ma siamo sicuri che siano abbastanza intelligenti per identificarlo? Lo capiscono che guidare un fallimento non corrisponde all’interesse di nessuno? E che non corrisponde all’interesse del politico nemmeno andare a fare la cosa giusta, come l’ha fatta la signora Fornero? Insomma, che in queste condizioni rischiano di giocarsi il loro intero futuro in politica?
Io tendevo a pensare che i politici fossero sufficientemente intelligenti per sperare, insieme con me, che al potere rimanessero i Cinque Stelle e la Lega; il mio amico non gli attribuisce nemmeno questa intelligenza. Chissà, forse ha ragione lui.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com




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POLITICA
31 marzo 2019
GIAPPONESITA'
Ho una grande stima del Giappone e dei giapponesi, ma alcuni dei motivi di questa stima hanno delle controindicazioni. Accettiamo, per meglio spiegarci, la distinzione freudiana fra es, io e superio. L’es è ciò che siamo per così dire in quanto animali: fisiologia e istinti; l’io è ciò che, a nostro parere, effettivamente siamo; il superio è ciò che dovremmo essere, e a volte, nel silenzio della nostra mente, ci giudica con severità. Noi italiani abbiamo un notevole io e un piccolo superio, i giapponesi invece hanno un superio talmente ingombrante da essere opprimente. 
Il superio nasce dall’educazione familiare e scolastica, la quale a sua volta è influenzata dalla società: dalle sue istituzioni, dalla sua storia, dalla sua religione, da tutto ciò che fa di un italiano un italiano e di un giapponese un giapponese. Se il superio giapponese è così forte, è perché il Giappone è da molti secoli un Impero unitario, retto da un imperatore tenuto a dare ai suoi sudditi l’esempio del senso del dovere. Il popolo dunque è sempre stato tenuto insieme da un senso di appartenenza, da un “noi” nettamente separato dai vicini (per esempio dai coreani e dai cinesi, sentiti del resto come inferiori). Non da un mare, ma da un oceano. Un italiano si sente in primo luogo un individuo in lotta con gli altri italiani; un giapponese si sente innanzi tutto un giapponese, che ha dei doveri nei confronti degli altri giapponesi. Esattamente come loro li hanno nei suoi confronti. L’italiano è un individuo, come lo è il singolo leopardo, il giapponese è il membro di una comunità, come lo è la formica. 
In ogni giapponese è radicato il sentimento dell'incondizionata aderenza alle regole fondamentali del vivere comune. E in primo luogo il sentimento dell'onore. Forse un occidentale ha difficoltà a capire il significato di questa parola, leggermente fuori moda. L’onore è la coscienza e il sentimento della propria dignità; il sentito dovere di corrispondere ad un modello di correttezza, di lealtà, di coraggio ed anche di umiltà. L’uomo d’onore preferirà cento volte dire “Ho sbagliato” - in Giappone a questa dichiarazione a volte seguiva il seppuku, – che “Ho mentito”. Chi ha sbagliato e si suicida è un uomo d’onore, chi ha mentito e continua a vivere, ha perduto la faccia. 
Ovviamente questi modelli aulici non sono la regola per il giapponese medio, ma il giapponese medio sa che questi sono i modelli. Negli esami universitari si dà agli studenti una pagina con i quesiti ed essi pongono quel foglio a faccia in giù, dinanzi a loro, in attesa del segnale di inizio. Nessuno sbircia il suo contenuto, perché sarebbe giudicato un essere spregevole dai suoi colleghi. È questa moralità collettiva che fa del Giappone una fortezza etica. 
In subordine a questo dovere fondamentale c'è quello della cortesia. Persino negli incontri di arti marziali, la prima cosa da fare è un inchino all'avversario. In quell’antica civiltà sanno che i rapporti fra gli uomini sono difficili, e la gentilezza è un lubrificante che, temperando le asprezze, nasconde le punte dell’emotività che potrebbero ferire e permette un’ordinata vita sociale. Si evita persino di rispondere “no” ad una domanda. 
I giapponesi hanno capito che la cortesia non toglie nulla all’energia. La lama del samurai non è meno tagliente perché chi la maneggia è cerimonioso. E invece, nei nostri dibattiti televisivi, noi non porgiamo la palma della vittoria a chi ha superato in argomenti e intelligenza il suo avversario, ma chi ha la voce più tonante. 
Il mondo giapponese tuttavia non è privo di controindicazioni. L’io di ognuno, quello che è diverso da tutti gli altri, in Giappone finisce col restare intrappolato nell’io sociale. In ogni occasione è come se ciascuno si chiedesse: “Come si comporterebbe una persona perbene al mio posto?” Il risultato è che il senso del dovere tende a trasformasi in coscienza della propria inadeguatezza e in mancanza di libertà. Perfino in sentimento di colpa per ciò che è profondamente personale e dunque non condiviso dagli altri. 
L’uomo veramente libero sente di far parte della classe superiore e non soffre troppo di scrupoli. Non segue umilmente le regole di tutti, perché  sente di avere anche il diritto di giudicarle, quelle regole. In definitiva si attribuisce il diritto di essere il legislatore di sé stesso. Perfino quando – per quieto vivere – osserva le leggi del suo Paese, lo fa per pragmatismo, non per sincera adesione a tutti i loro dettati. Si riserva il diritto di dire al vigile urbano: “Ho imboccato un senso vietato e pagherò l’ammenda. Ma questo divieto è stupido”.
Queste stesso ragioni, vissute col segno meno, fanno sentire in colpa i giapponesi che hanno la tentazione di comportarsi liberamente. Un romanzo come “Il fucile da caccia”, di Yasushi Inoue, è pieno di questi slanci trattenuti, di queste parole non dette, di questi tormenti inconfessati. Fino a trasmettere al lettore un sentimento di angoscia costante, e perfino di sotterranea asfissia. Il torto dei giapponesi è quello di ritenere incontestabilmente valide le regole del loro vivere sociale. È sano inchinarsi ad esse quasi fossero sacre? L’obbedienza acritica alle regole dettate da altri non è una virtù. L’occidente ha inventato la democrazia perché, se Marsia è stato scorticato vivo per aver osato sfidare Apollo, è anche vero che gli dei non sono riusciti a piegare Prometeo e Capaneo.
Forse, psicologicamente, è più sano il mondo occidentale. Io sono ateo, non ho fiducia nell’amministrazione della giustizia, considero ogni sconosciuto un furfante (fino a prova contraria) e non stimo la morale corrente. E ovviamente non mi levo il cappello neppure dinanzi alle leggi, a cominciare dalla Costituzione. Tuttavia mi rimane l’onore occidentale e  un’accettabile considerazione sociale, anche per la buona immagine che ho e voglio avere di me stesso. Posso anche essere considerato un law abiding citizen, uno che non viola le leggi, ma lo faccio per quieto vivere, non per fideistica adesione. L’unica fideistica adesione la riservo a me stesso, perché sono l’unico me stesso, finché sono vivo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
31 marzo 2019




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POLITICA
30 marzo 2019
SIAMO PIU' STUPIDI DEI NOSTRI PADRI?
Nel 1987 il prof.James Flynn pubblicò uno studio dal quale risultava che, tra il 1947 e il 1972 il QI, Quoziente d’Intelligenza dei ragazzi, era notevolmente aumentato. Propose questo dato alla comunità scientifica e molti altri studiosi si occuparono del problema, confermando la cosa. Nei Paesi sviluppati, l’intelligenza media aumentava, tanto che ci si convinse dell’esistenza di un “effetto Flynn”. Purtroppo, continuando a monitorare questi risultati, ci si è accorti che, a partire da un certo momento, l’effetto si è capovolto: nel senso che, fra il 1970 e il 1993, i risultati sono stati sempre più deludenti. E così si è parlato di un “effetto Flynn capovolto”. Insomma diventiamo sempre più stupidi.
La prima cosa da dire è che la misurazione e la stessa definizione dell’intelligenza sono argomenti contestabili. Tra il serio e il faceto, qualcuno fra gli scienziati ha definito l’intelligenza “ciò che misurano i test dell’intelligenza”. A dire la verità, anch’io sono del parere che è impresa vana voler misurare l’intelligenza “naturale”, distinguendola da quel di più che aggiunge ad essa la preparazione culturale. La cultura, se ci si fa caso,  è “coltura”: il cervello insomma è come un campo che dà più o meno frutti secondo che sia coltivato o no. Inoltre i risultati  concreti dell’intelligenza, ci aggiungo di mio, sono profondamente influenzai dall’equilibrio mentale, dal coraggio e dall’ontestà di accettare la verità, anche quando è imprevista o sgradita, dall’esperienza, e da altri fattori ancora. In sintesi, se un test del QI stabilisse che sono un genio o un cretino, non crederei né all’una affermazione, né all’altra.
Questi test hanno un ulteriore limite. Volendo misurare l’intelligenza e non la cultura, tendono ad essere a struttura matematica. A quanto pare si pensa che la logica funzioni anche in assenza di cultura,  quasi che anche il selvaggio sia capace di ragionare matematicamente. Invece, a mio parere, anche la mentalità matematica è cultura. Ché anzi, se gli insuccessi scolastici in matematica sono così frequenti e clamorosi, è perché ai professori hanno insegnato la matematica, e non come si insegna la matematica. E così ci sono persone colte che si confondono se si sentono chiedere di operare mentalmente una sottrazione. La loro convinzione di essere degli incapaci – ché questo gli hanno insegnato - è così forte, che produce in loro il  rifiuto aprioristico dell’ostacolo. Sono come un cavallo che rifiuta di saltare un metro. 
Con tutti questi limiti, rimane il fatto che chi supera molto bene i test sull’intelligenza è più bravo di chi non li supera. Se, in quale misura, in che direzione, si può anche discutere, ma non raccomando a nessuno di sentirsi dare del cretino da un computer. E allora, come va che prima diventavamo tutti più intelligenti e ora diveniamo tutti più stupidi? Una spiegazione l’avrei. 
Gli anni prima del 1947 sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Anni di fame, di stenti, di pericoli. Anni dominati, più che dai problemi intellettuali, dai problemi della sopravvivenza. Non certo il momento più favorevole per lo sviluppo dell’intelligenza astratta. Tutto il contrario degli anni seguenti. Non soltanto finironoì la fame e i lutti, i bombardamenti e gli esodi, ma tutta l’Europa ebbe voglia di riprendersi, di ritrovare la prosperità e la gioia di esistere. La stessa scuola, benché spesso funzionasse spesso in condizioni pessime (in Italia molti edifici erano stati distrutti o danneggiati) era ancora seria. Se non si studiava si era bocciati e nessuno era traumatizzato. Allorail termine “traumatizzato” non esisteva e si diceva: “asino”. Il risultato era che un ragazzo con la licenza elementare ne sapeva di più di uno che oggi abbia ottenuto la Licenza Media. 
Ma questa situazione non è durata. Raggiunta la prosperità, il mondo sviluppato si è seduto. È arrivato al punto che moltissimi laureati di oggi non conoscono più la Tavola Pitagorica. Ammesso che sappiano che sette per nove fa sessantatré (perché gli suona nelle orecchie) potrebbero rimanere afasici se gli chiedessero: “Quanto fa nove per sette?” E la mano correrebbe alla calcolatrice. A forza di essere assistiti nei minimi compiti, stiamo diventando sempre più stupidi. Si dice che la funzione sviluppi l’organo. A quanto pare, per il cervello, noi stiamo verificando l’ipotesi opposta. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       30 marzo 2019



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POLITICA
28 marzo 2019
IL FUTURO DELLA LEGA
Di fronte ai grandi successi, le persone d’esperienza, piuttosto che entusiasmarsi, cominciano a chiedersi quali fondamenti abbiano e dunque quali prospettive. Indimenticabile al riguardo Letizia Ramorino. Quando le riferivano i trionfi del figlio, la madre di Napoleone reagiva costantemente con le parole: “Pourvu que ça dure”, purché duri. Non durò.
Il successo della Lega è innegabile. Qualche anno fa questo partito periclitava al 4%, poi ha superato Forza Italia col 17% dei voti e ora, andato al governo, quei voti li ha addirittura raddoppiati, almeno nelle intenzioni. Prima aveva all’incirca la metà dei voti del Movimento 5 Stelle, ora ha oltre il 50% in più di loro, sempre nelle intenzioni. Strabiliante. E strabiliante è anche l’equilibrio di Matteo Salvini che, in queste condizioni, non si monta la testa e raccomanda ai suoi di rimanere calmi. A quanto pare, quell’uomo è capace di raccontare agli altri le peggiori bugie, ma non le racconta a sé stesso. Quando i consensi salgono troppo velocemente, altrettanto velocemente rischiano di calare. I “grillini” ne sanno qualcosa. 
Il successo della Lega ha una firma leggibile: Matteo Salvini. Un uomo la cui linea politica è caratterizzata dal pragmatismo. Mentre la tendenza della sinistra è quella di partire dall’ideologia per applicarla alla realtà; mentre i Cinque Stelle non hanno idee, e seguono soltanto le pulsioni della plebe, incluse quelle irrazionali  irrealizzabili, Salvini si chiede che cosa desideri la gente, di importante e di fattibile. Importante, perché diversamente non se ne può fare un cavallo di battaglia; fattibile perché non basta promettere, se poi si va al governo, bisogna realizzare. Così, mentre in Italia diluviavano le parole buoniste o rassegnate riguardo all’immigrazione clandestina, lui si è reso conto di due cose: che gli italiani la pensavano del tutto diversamente e che dire no all’immigrazione dipendeva soltanto da un atto di volontà. E su questo programma ha puntato tutti suoi gettoni. Il successo è comprensibile. Per una volta gli italiani si sono sentiti ascoltati. Si sono visti promettere qualcosa e – oh, miracolo! - quella cosa l’hanno vista realizzata. Salvini ha tirato diritto mentre tutti gli altri frenavano o, echeggiando Giuseppe Giusti – gridavano: “Ohibò”. 
Ma in futuro? Quando ci si sarà abituati al fatto che dopo tutto l’immigrazione basta frenarla e si vive tranquilli? E quando economicamente l’Italia andrà ancora peggio? Qui bisogna avere le idee chiare. Per secoli i geometri si sono arrovellati sulla quadratura del cerchio perché reputavano il problema molto difficile ma non insolubile. È stato necessario aspettare il 1882 perché Lindemann dimostrasse che il problema non era difficile, ma insolubile. E il problema italiano si può risolvere o no? 
Noi abbiamo una doppia difficoltà. Da un lato problemi praticamente insormontabili, come il nostro debito pubblico e la concorrenza straniera,  dall’altro un popolo affetto da un inguaribile sinistrismo sotterraneo. Col loro statalismo, il loro collettivismo, il loro moralismo di facciata unito all’immoralità sostanziale, la loro interpretazione invidiosa del successo altrui, gli italiani rendono impossibili quelle politiche che potrebbero fare uscire dalle secche la nazione. Dunque attualmente la salvezza della Lega potrebbe consistere soltanto nella caduta immediata del governo e in un suo ritorno all’opposizione. 
Il successo di Salvini è dovuto ad una prodezza, ma le prodezze a ripetizione non esistono. Non soltanto allo stupore subentra l’abitudine, ma alla fine del percorso c’è spesso Waterloo. Qualcuno dirò che il passato ci ha fornito l’esempio di partiti che sono rimasti grandi per decenni. Ma ciò è dipeso dalla loro diversa natura e da circostanze differenti. Alcuni partiti parareligiosi, come il partito comunista, hanno beneficiato più delle speranze che offrivano che di realizzazioni. Infatti, quando sono stati messi alla prova, sono rimasti al potere trasformandosi in dittature. Altri, come la Democrazia Cristiana, sono vissuti della paura dei comunisti e spendendo il denaro dei figli e dei nipoti. Laddove il popolo è pragmatico e alieno da grandi speranze, come nella Gran Bretagna, il two party system non produce tanto l’alternarsi dei successi del governo, quanto l’alternarsi della delusione del popolo che sposta il voto sul partito all’opposizione. Perché la realtà è costantemente inferiore alle speranze. 
Proprio non si riesce a prevedere un duraturo successo, per la Lega. Innanzi tutto, se l’attuale governo non cadrà presto, la Lega sarà fatalmente coinvolta nel disastro dei “grillini” e comunque non potrà sfuggire ai problemi politici ed economici di fine anno (legge di stabilità). Ciò basterà per ridimensionarne drasticamente la popolarità. 
Il massimo che si possa augurare alla formazione di Matteo Salvini è di rientrare in una coalizione di centrodestra, rimanendo all’opposizione. Il successo arriderà soltanto ai partiti che saliranno sul carro del potere se e quando un’Italia convalescente comincerà a risalire la china. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 marzo 2019
 




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POLITICA
27 marzo 2019
IL GOVERNO - MA NON L'ATTUALE - È IL PROBLEMA
La fragilità dell’attuale maggioranza è evidente e la prognosi più frequente è che l’esecutivo durerà fino alle elezioni europee di maggio. Tanto che ci si chiede soprattutto quale partito gli “staccherà la spina”. E tuttavia è possibile che la questione sia più futile di quanto non sembri. Il problema non è tanto quello di sapere quando questo governo cadrà, quanto quello di capire quale governo accetterebbe di subentrargli. Infatti la situazione appare disperata. Da ogni nuovo esecutivo il popolo si aspetta dei miracoli – di solito annunciati nel discorso col quale si chiede la fiducia  - e invece, nel nostro caso, il miracolo sarebbe quello di non affondare. 
Dopo anni ed anni di rinvii, di polvere sotto il tappeto, di escamotage e di “clausole di salvaguardia”, non abbiamo più vie di scampo: l’economia del Paese boccheggia e per la “finanziaria” del 2020 sono necessari  molti miliardi che non abbiamo. Non soltanto è inutile che il popolo speri in chissà quali regali, ma la grande impresa sarà quella di  attuare i provvedimenti richiesti per mantenere fede agli impegni ed evitare che le Borse ci facciano dichiarare fallimento. 
Ma quanti italiani capiscono queste necessità? Se farà il necessario, il governo in carica a dicembre sarà odiato e mandato al più presto a casa. Se invece  non riuscirà ad evitare il fallimento dell’Italia, sarà ovviamente stramaledetto. Quale persona ragionevole accetterebbe un simile incarico, col rischio di essere considerato il becchino della patria? Quando Tajani e lo stesso Berlusconi pregano Salvini di “staccare la spina” al più presto a questo governo bisogna sperare, per la loro salute mentale, che stiano mentendo. Noi non siamo inglesi. Se un Churchill nostrano ci promettesse “lacrime e sangue” noi l’inseguiremmo coi forconi. “Chi l’ha detto che questo Hitler sia veramente il satanasso che descrive lui? Meglio la resa”.
Nella primavera del 2018 Matteo Renzi ha avuto ragione. Era evidente che il Paese aveva bisogno dell’opposto di un governo dei Cinque Stelle. E poiché per un tale governo non c’erano i numeri, non era intelligente  associarsi ad un’impresa che si sapeva votata al fallimento. Magari, assistendo allo spettacolo, non si sarebbero sgranocchiati popcorn, come al circo, ma il buon senso voleva che si lasciasse a questi nuovi barbari  l’intera responsabilità del risultato.
Oggi i giornali e la politica si occupano d’altro, ma è come raccontare barzellette durante la veglia del cadavere. Il  disastro è sotto gli occhi di tutti i competenti. Ne danno prova i dati economici, lo stato dei rapporti internazionali, e i risultati delle “amministrative” che certificano la montante delusione degli stessi “grillini”. L’unica cosa di cui gli italiani sono contenti è la fine della manfrina buonista secondo cui non c’era modo di opporsi all’immigrazione incontrollata. Ma una rondine non fa primavera. Soprattutto non dà lavoro ai disoccupati, e non rilancia l’economia. A fine 2018 la procedura d’infrazione fu evitata per un pelo, ed ora che le condizioni economiche obiettive sono notevolmente peggiorate come si confezionerà una legge di stabilità? La volta scorsa l’Europa è intervenuta a frenare gli slanci inflazionistici dell’Italia ma la prossima volta non si tratterà di frenare nuove concessioni, si tratterà di stringere la cinghia fino all’asfissia soltanto per pagare il conto degli impegni assunti. E per evitare (se ci riusciremo) soluzioni rovinose come un pesante aumento dell’Iva. Chi accetterebbe di tenere la barra, con un simile programma? 
Né si può ipotizzare una “soluzione Monti”. Quel governo, che pure permise all’Italia di superare un difficile momento, è oggi universalmente esecrato. Dunque, a parte il fatto che probabilmente non troverebbe i voti necessari,  qualunque politico al quale  si proponesse di formare un governo di salute pubblica avrebbe il diritto di rispondere: “Per farmi sputare addosso da tutti? Che i “veri amici del popolo” diano la prova delle loro capacità”.
Ecco perché i problemi attuali sembrano futili. Quelli importanti ricadranno sul governo in carica in novembre e dicembre. Gli allegri governanti di oggi hanno aggravato, piuttosto che tentato di risolvere, i problemi dell’Italia. Hanno seguito l’esempio di Luigi XV: “Après moi le déluge”. E allora perché non dovrebbe piovere su di loro, piuttosto che su altri? 
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
        27 marzo 2019



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POLITICA
25 marzo 2019
CHE COSA SEGUIRA' LA FINE DEL CAPITALISMO
Il “Corriere” da notizia dalla visita in Italia del prof.Wolfgang Streeck, illustre sociologo già direttore del Max Planck Institute per lo Studio delle società. Il titolo annunciava una sua teoria sulla fine del capitalismo e confesso che mi aspettavo idee più originali di quelle che ho letto nell’articolo a lui dedicato(1). Purtroppo il sociologo è “collocato saldamente nella sinistra politica tedesca” e si vede. Dice che il capitalismo è entrato nella «fase finale» per le sue contraddizioni interne,  ed è chiara l’eco delle parole di Karl Marx.  Non diversamente da quando dice che “Il capitalismo sta nell'investire capitale per creare più capitale per più investimento”. Per non dire che, secondo lui, il capitalismo del libero mercato non può convivere con la democrazia. Che infatti, in Gran Bretagna, non s’è mai vista. 
Che delusione. Ma andiamo a ciò che ha detto d’interessante sulla fine del capitalismo. Streeck sostiene che il sistema socio-economico attuale si avvia verso una grande crisi perché non è sostenibile nel lungo termine. Il capitalismo comunque non perirà colpito al cuore da una coltellata ma in seguito a mille feritine. Ad ognuna di esse si poteva forse mettere rimedio, ma tutte insieme sono letali.
Le ragioni del crollo sono ammirevolmente riassunte in questa progressiva e  irresistibile triade: “declino della crescita, crescente disuguaglianza e aumento del debito - pubblico, privato e complessivo”. Ma la teoria diviene discutibile subito dopo, non appena ci si chiede che cosa seguirà questo drammatico momento.
Streeck , che forse non osa sperare nel ritorno del comunismo, sogna almeno il socialismo. Naturalmente lo sogna senza i difetti che esso ha già denunciato in passato, ma questo discorso è stato fatto infinite volte, e inutilmente,  a proposito del comunismo. Senza i suoi difetti l’Unione Sovietica sarebbe stata libera e ricca. L’unico socialismo esistente è quello reale. Quello al cui fallimento stiamo assistendo. 
Ma l’orizzonte del professore è limitato dalle teorie di Marx. Il sistema attuale “non sarà necessariamente seguito dal socialismo e da un altro ordine definito, ma da ‘un duraturo interregno’, da un ‘periodo prolungato di entropia sociale’, in sostanza di disordine”. Un caos in cui prevale un “irragionevole edonismo competitivo”, dice mestamente. La sua fantasia è incapace di andare oltre un pregiudizio dirigista. Sembra pensare che gli uomini, per sopravvivere, debbano forzatamente abbracciare una teoria economia. Che, se non fossero guidati dallo Stato, non saprebbero come produrre ricchezza. E questo è completamente falso. Gli uomini creano ricchezza perché hanno interesse a farlo, e l’interesse non ha bisogno di essere predicato.
Ma per argomentare compiutamente devo partire da lontano. Il capitalismo non è stato inventato dagli economisti classici. Essi lo hanno soltanto “constatato” e “descritto”, cercando di capirne le regole. Marx invece non si è limitato ad osservarlo: ha sostenuto che andava cambiato. Bisognava sostituire il capitalismo privato col capitalismo di Stato, attuando, dopo la rivoluzione borghese, la rivoluzione proletaria. Il mondo occidentale ha rigettato le teorie di Marx e tuttavia ha introdotto sempre maggiori elementi di dirigismo statale nel capitalismo privato. Non ha seguito i dogmi economici di Marx ma ha aderito ai sentimenti del comunismo. La nostra società ha sposato il socialismo ma s’è tenuto il comunismo come amante, fino a creare quello che chiamerei un “capitalismo privato che ha mala coscienza”. Lo si è visto mille volte, Per esempio, tutti gli scontri in materia di salario, sono stati visti come la giusta protesta dei lavorator per i loro diritti calpestati, o meglio, per dirla col linguaggio di Marx, come una lotta contro lo sfruttamento dei proletari. E lo Stato poteva non essere al loro fianco?
Per molti decenni il risultato non è stato negativo. Il progresso della tecnologia e il boom demografico hanno a lungo permesso che il sistema funzionasse e così si è creato sempre più benessere. Oltre alla fideistica convinzione che sarebbe andata sempre meglio. Finché impercettibilmente ma inesorabilmente, il sistema ha cominciato a rallentare, fino a giungere, all’inizio del Terzo Millennio ad una stasi di cui non si vede la fine. A mio parere, nei Paesi sviluppati ciò è dipeso  dall’enorme aumento della pressione fiscale. È stato infatti necessario finanziare uno Stato vorace e onnipresente e alla fine si è messa tanta sabbia negli ingranaggi che la macchina ha cominciato a rallentare. E, in Italia, a fermarsi. 
L’errore è consistito nell’intervento statale. Un sistema libero, guidato dagli interessi individuali e limitato soltanto dal codice penale, riesce seriamente a individuare ed eliminare il guasto prima che divenga metastasi. Se una linea produttiva è superata dalla tecnologia o dalla concorrenza estera, il mercato la elimina senza pietà. Invece, secondo la mentalità contemporanea, quello stesso Stato che prima ha tassato a morte le imprese, quando esse rischiano di fallire, e buttare sul lastrico gli operai, è intervenuto a salvarle, con i soldi dei cittadini. E così ha falsato il libero mercato ed ha impoverito il Paese. Il caso dell’Alitalia ha toccato le vette dello scandalo. Lo Stato, cercando di correggere gli errori del proprio dirigismo, ha iniettato nella società ulteriori dosi di dirigismo. Da almeno mezzo secolo si ha l’impressione che lo Stato corra continuamente a destra e a manca a turare falle, riuscendo soltanto, con un diluvio di interventi e di leggi,  a complicare la vita del Paese in modo inimmaginabile. Lo dice lo stesso Streeck, quando parla di “un continuo lavoro di riparazione” da parte dello Stato. Quello Stato, dico io, che si è creduto il medico, mentre era esso stesso la malattia. 
Così, nel nostro “socialismo reale”, l’erario ha avuto un sempre maggiore più bisogno di denaro ed ha reagito con una tassazione di rapina. Per giunta non riuscendo neppure ad applicarla seriamente e creando vittime del fisco ed evasori felici. Un disastro . 
Se fosse liberata dall’intervento dello Stato programmatore, la società tornerebbe al suo stato naturale; quello che osservarono Adam Smith e David Ricardo. Forse Streeck non si è reso conto che il capitalismo privato non è una “teoria”, come il marxismo: è la posizione di “default” dell’economia, il suo equilibrio stabile. Gli esseri umani, lasciati liberi, si comportano da capitalisti. Il sistema non è esente da difetti, ma la differenza è che il socialismo, volendo la perfezione, alla lunga crea miseria, mentre la libertà economica, col suo “irragionevole edonismo competitivo”, crea ricchezza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
24 marzo 2019
 (1)Corriere della Sera - La Lettura - Danilo Taino - 24/03/2019 pg. 5 N.382 - 24 marzo 2019. Forse leggibile anche in http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=429167500_20190324_14004&section=view



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POLITICA
23 marzo 2019
UNA PIAGA DEL NOSTRO TEMPO: L'OBESITA'
Un ex diplomatico americano (James Hansen) mi fornisce alcuni dati interessanti: la percentuale di americane obese è del 41,5%, e un altro 27,5% è sovrappeso. Il totale ci porta al 69%. Insomma quasi tutte. E il bello è che le femministe americane o danno la colpa di questo dramma agli uomini oppure dicono che “obeso è bello”. Ma su questo si può leggere il divertente articolo di Hansen, in calce. A me interessa fornire un’ipotesi sul fenomeno. 
Come è noto, l’uomo esiste da milioni di anni. E ovviamente in questo lungo tempo si è notevolmente evoluto. Ma altrettanto ovviamente questa evoluzione è insignificante in un tempo molto breve: diciamo centomila anni. E figurarsi ventimila. Da ciò possiamo dedurre che l’uomo attuale è identico, come fenotipo, a quello di ventimila anni fa. Naturalmente la vita che conduceva l’uomo di quel tempo è molto diversa dalla vita di oggi. Ma mentre sono cambiati moltissimo l’ambiente e le comodità, non è cambiata la natura fisiologica dell’uomo. Dunque abbiamo la stessa fame che aveva il nostro progenitore. La differenza è che abbiamo una totalmente diversa disponibilità di cibo. Oggi possiamo mangiare finché non siamo sazi mentre allora la fame era la compagna di ogni giorno. Infatti non si facevano certo pasti regolari. La caccia un giorno poteva andare benissimo e un giorno poteva andare malissimo. La conseguenza era che da un lato  si mangiava poco e male, dall’altro, quando c’era la possibilità di ingozzarsi, era bene farlo. Perché non si sapeva quando sarebbe stato il prossimo pasto. 
Purtroppo, come conseguenze di tutto ciò, noi abbiamo una fame sproporzionata rispetto al nostro dispendio energetico: infatti non passiamo certo la giornata a percorrere i campi o le foreste in cerca di prede e di frutti; inoltre crediamo erroneamente di avere sempre il diritto di mangiare finché siamo sazi, mentre in natura ciò avveniva saltuariamente. Se non vogliamo ingrassare, a partire da una certa età non dovremmo mai sentirci sazi, alzandoci da tavola. Altrimenti saremo inevitabilmente obesi. Non bisogna “fare una dieta” per dimagrire, bisogna accettare l’idea di alzarsi da tavola “costantemente” insoddisfatti. 
Ma non è facile. Rimanere magri in una società in cui tutto congiura a farci ingrassare è da eroi. E queste imprese della volontà non sono più di moda. Un tempo la sobrietà e l’autodominio erano raccomandati, ora queste virtù sono dimenticate, quando non giudicate obsolete. La società dei consumi del resto si regge più sui consumi che sullo stoicismo. Chi mai spenderebbe un euro per fargli pubblicità? Il bambino è ingozzato da mane a sera e tutta la famiglia è al suo servizio concedergli tutto ciò che può desiderare. Non si insegna più a nessuno a resistere alla fame, al freddo, alla fatica. Quando queste cose sono occasionalmente inevitabili, l’individuo si trova spiazzato e si sente vittima di un’ingiustizia. Perché le difficoltà non hanno mai fatto veramente parte della sua vita. Il giovane spartiate veniva educato per divenire un guerriero, il giovane contemporaneo per divenire un cliente di pizzeria. 
In questa totale estraneità al concetto stesso di stoicismo, si nasconde una tremenda insidia. L’uomo moderno non è preparato all’idea che dovrà affrontare un nemico: sé stesso. Non essendo abituato a resistere alle tentazioni negative, diviene schiavo delle sue pulsioni. Senza chiarezza di idee, senza dominio di sé e senza maturità, diviene infelice e si rifugia in un piacere facilmente disponibile: quello del cibo. Con le conseguenze negative che non sono in primo luogo estetiche: il vero danno è alla salute e all’aspettativa di vita.  
Il caso delle donne aggiunge ulteriori particolarità. La stessa società che offre loro cibo a volontà (magari pieno di grasso e di zuccheri), presenta immagini di donne desiderabili e magrissime. Con le curve, certo, ma  soltanto nei punti giusti. Ma avere quella linea comporta continue privazioni, soprattutto appena arrivate ai trent’anni. Quando magari si ha una famiglia da mandare avanti, dei figli che danno problemi, la difficoltà di conciliare casa e lavoro e, non raramente, una certa stanchezza coniugale. Tutto un quadro già abbastanza negativo per sé. Diviene difficile accettare che il breve momento in cui ci si siede a tavola debba divenire anch’esso un motivo di sofferenza e di frustrazione. Così, mentre la bilancia continua a dare progressive cattive notizie, arriva il momento in cui tante donne si rassegnano a non essere né magrissime né desiderate. 
Poi veleggiano stancamente per strada, divenendo quasi delle caricature, ma sarebbe crudele ridere di loro. Le obese sono le fallite del sesso e della felicità.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 marzo 2019


 Gli stranieri che visitano gli USA sono spesso colpiti dalla prevalenza dell’obesità che trovano—e anche dalla seconda impressione, che il fenomeno sia più presente tra le donne. Già nel 2016, secondo il National Institute of Health, la proporzione della popolazione femminile americana che rientrava nella definizione di obesità superava il 41,5%, mentre un altro 27,5% era solo “in sovrappeso”. Insieme, il 69% delle donne americane potevano essere descritte come “fisicamente abbondanti”… Il futuro non promette meglio. Sempre nel 2016 il tasso di obesità tra i maschietti del gruppo d’età tra i 6 e gli 11 anni era del 7%, mentre quello delle coetanee femmine superava il 18%. C’è da temere l’arrivo di una nuova e ancora più ampia generazione di americane “plus-size”. L’associazione tra il peso in eccesso e il femminismo radicale negli Stati Uniti non viene negata neppure dalle attiviste più accese—che però spesso danno la colpa agli “oppressori” maschi: un’ipotesi corrente è che le donne mangino di più nel tentativo di proteggersi dal “male gaze”, lo “sguardo lascivo” maschile. Cioè, ingrasserebbero appositamente per pararsi dai desideri degli uomini. Oltre a spostare il discorso femminista negli Usa sul tema della “bellezza interiore”, la crescente massa corporea del movimento ha anche innescato il tentativo di trovare aspetti positivi—”grasso è bello”—nel sovrappeso e di considerarlo una forma di rivolta contro i canoni di bellezza “artificialmente imposti” dagli uomini. L’autrice Laura Brown, nel suo “Fat Oppression and Psycotherapy” dichiara che l’obesità offrirebbe perfino dei vantaggi per la salute, almeno nel senso che restando grasse si evitano i pericoli—bulimia, anoressia, depressione e ansia—insiti nel tentativo di aderire a standard di bellezza convenzionali. Sono tematiche che hanno portato all’emergere del fat feminism, un’importante tendenza della cosiddetta “quarta onda” del femminismo anglosassone. L’idea è che, avendo ottenuto le necessarie protezioni legali, il movimento dovrebbe ora concentrarsi sulle percezioni sociali. Ha ottenuto una prima vittoria quando la Mattel, molto criticata per il concetto di bellezza femminile espressa dalla bambola Barbie, ha lanciato all’inizio del 2016 la “Curvy Barbie” dalle forme più massicce. Presente solo nel mercato Usa, dopo vendite dapprima positive non ha salvato le fortune delle famosa bambola, in declino dal 2009. L’associazione tra femminismo e peso in eccesso è concessa a tal punto che le attiviste anglosassoni tendono ad assumersene i meriti, seppure in maniera rovesciata, come nel caso della Presidente della “Food Board” della Città di Londra, Rosie Boycott, che si è recentemente fatta una sorta di autocritica per il suo attivismo nel liberare le donne dalle cucine di casa per mandarle nel mondo del lavoro e, di conseguenza, nel mondo malsano del fast food. Rispondendo a una domanda sul ruolo del femminismo nell’attuale epidemia di obesità, Ms. Boycott ha risposto di sentirsi “parzialmente responsabile” per la “lost generation” di quelle che consumano cibi industriali. “Ho detto loro: ‘Non state in casa a preparare i pasti... Così farete strada’. Invece abbiamo perso tutto… Hanno smesso tutte di cucinare”. Indipendentemente dai meriti o demeriti, ciò che allarma è che, secondo i dati, l’obesità femminile nel mondo anglosassone prevalga—di molto—sul semplice sovrappeso. Che imparino i maschi oppressori…
James Hansen




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POLITICA
21 marzo 2019
IL PUNTO DI VISTA ETOLOGICO SULL'UOMO
Immaginiamo di fare un viaggio su un pianeta extrasolare in cui c’è una popolazione intelligente quanto noi, anche se differente da noi in quasi tutto. E lì qualcuno ci chiede: ma come sono questi uomini, questi esseri come lei? Sono buoni o cattivi, avidi o generosi, morali o immorali? Quali sono le loro pulsioni fondamentali? Le domande sarebbero molte, ma le perplessità, al momento di rispondere,  sarebbero anche più numerose. Perché a ciascuna delle domande, qui sulla Terra, gli altri probabilmente darebbero risposte differenti dalle nostre. Il campo è del tutto opinabile.
Se quel viaggiatore fossi io, so che risponderei con mentalità da etologo. L’etologo è colui che crede d’avere, come primo compito, non quello della valutazione, ma quello dell’osservazione. Non chiama gelosia il fatto che il leone escluda gli altri maschi dall’accoppiamento. E non chiama slealtà il fatto che parecchie leonesse collaborino per abbattere una sola preda, magari un cucciolo. L’etologia prescinde dalla morale. Ma è sicuro che, se ci fosse un altro essere umano accanto a me, direbbe a quegli extraterrestri: “Non gli date ascolto. L’uomo è qualcosa di diverso, rispetto a tutti gli animali. E per cominciare non è un animale”. Avrebbe ragione?
Secondo molti sì, ma io mi permetto di ribadire il mio punto di vista. Il fatto che l’uomo sia più intelligente degli altri animali, che possegga un linguaggio elaboratissimo, che sia ‘faber’ come nessun altro, sono cose verissime. Ma non vanno oltre il dato offerto da queste frasi. Essere il più intelligente non significa essere diverso, significa essere migliore. Il cane è più intelligente della talpa, ma qualcuno direbbe mai che è “qualcosa di diverso” dalla talpa? Esattamente come animale è il cane e animale è l’uomo. A me sembra chiaro che la convinzione che l’uomo sia qualcosa di diverso, rispetto agli animali, rifletta più che altro la stima di sé. Un adeguamento al vocabolario che contrappone uomo e animali, ma non fornisce certo una dimostrazione di questa opposizione. 
Fra l’altro, la nostra superiorità sugli animali è incontestabile in campo mentale, ma lo è forse in tutti i campi? La maggior parte dei grandi mammiferi corre più veloce di noi; molti di loro hanno un fiuto decine di volte più fine del nostro (per non parlare degli orsi, campioni in questo campo); i gatti hanno una migliore visione notturna; l’aquila distingue un topo in un prato da cento o duecento metri d’altezza. Per non parlare di quel cretino dello squalo che tuttavia possiede sensi incomparabili. Noi battiamo gli animali nell’intelligenza, loro ci battono in molti altri campi. Ma ciò significa soltanto che ciascuno ha la sua specializzazione.
E c’è un secondo motivo, per fermarsi all’etologia. Una considerazione morale, letteraria, idealistica dell’umanità si scontra con la realtà. Quando di un criminale si dice che è stato “inumano” si dice una sciocchezza. Se quel comportamento fosse stato inumano, il criminale non avrebbe potuto tenerlo. E se lo ha tenuto, inumano non è. Nessuno dice che tutti, o la maggioranza, si comportino così, ma ciò dimostra una grande variabilità di comportamenti, nulla di più. Invece il punto di vista morale vorrebbe poter dire che gli uomini normali si comportano bene, mentre coloro che si comportano male sono l’eccezione o la patologia della specie. E non è vero. Ad esempio, gli uomini, a differenza di altri animali, non rifuggono dalla violenza intraspecifica. E questo sia al livello artigianale e dilettantistico (delitto) sia al livello industriale e organizzato (guerra). 
L’essere umano, come tutti gli animali, ha degli istinti. Tuttavia, a causa del suo più elevato livello mentale,  diversamente da loro ha comportamenti meno stereotipati. Fino a differenze impressionanti. Il nostro istinto di riproduzione va dal vagheggiamento della donna angelicata alla violenza carnale e al sadismo. L’istinto di conservazione è occasionalmente contraddetto dal suicidio. Ma, considerando la media, i comportamenti negativi sono più marginali che prevalenti. 
Se lo si adotta programmaticamente, il punto di vista etologico  offre il vantaggio di non stupirsi più di nulla. Di non indignarsi, di non essere delusi, di non sognare più di cambiare l’umanità.  Un simile progetto è destinato al fallimento. La Chiesa si è battuta per millenni contro l’istinto sessuale come fonte di piacere, ed ha sempre perso. Addirittura, con Papa Francesco, ha tendenza a gettare la spugna. 
Contro l’istinto sessuale, contro l’istinto di dominazione, contro l’egoismo, la pigrizia e tutto ciò che costituisce la natura dell’“uomo prevalente”, nel lungo termine si perde sempre. Non c’è riuscito il socialismo reale, non c’è riuscito nemmeno l’omicidio di massa, come in Cambogia, con i Khmer Rossi. Si può turbare l’equilibrio, ma poi il pendolo torna al centro. All’uomo come lo vede l’etologo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 marzo 2019 




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POLITICA
20 marzo 2019
VECCHI E GIOVANI, OGGI E DOMANI
C’è stato un momento della mia vita in cui ho aspettato che una vecchia signora morisse. Non l’odiavo affatto, ché anzi non l’avevo mai vista, ma una certa situazione giuridico-economica si sarebbe sbloccata soltanto con la sua morte. Del resto, fare il calcolo di ciò che sarebbe conseguito a quella fine non era impresa né malevola né peregrina: la povera donna aveva novant’anni ed era paralizzata a letto. Non era certo indelicato pensare alla sua morte.
Ma la signora compì novantuno anni. Novantadue. Novantatré, ed era sempre lì. Costava alla famiglia un bel po’ di denaro, perché aveva bisogno di due badanti, ma compì anche i novantacinque anni. I novantasei. Insomma cominciai a convincermi che fosse immortale. Per farla breve, prima di morire compì cento anni.  Racconto questa storia perché è indicativa di come reagiamo emotivamente ai fatti della vita. Se un episodio assolutamente sicuro comincia a tardare troppo, sotto sotto si insinua il sospetto che forse non si verificherà mai. O comunque si verificherà troppo tardi per avere effetto sul quadro che noi avevamo previsto. 
A queste considerazioni ho pensato, nel momento in cui leggevo che Matteo Salvini propone la flat tax per le famiglie con meno di cinquantamila euro di reddito annuo. Questa somma corrisponde a più di quattromila euro lordi al mese e dunque la quasi totalità delle famiglie, disponendo di un reddito inferiore, dovrebbe beneficiare del nuovo provvedimento e, per rimpiazzare il mancato gettito fiscale, sarebbe necessaria una somma spropositata. Una somma di denaro, che lo Stato italiano assolutamente non ha. e non può recuperare, né tagliando le spese (mai nessuno c’è riuscito), né recuperando somme mirabolanti dalla lotta all’evasione fiscale (mai nessuno c’è riuscito), né aumentando le tasse (in questo sono riusciti tutti, ma è inutile frustare un cavallo morto). 
Insomma, assolutamente non ci sono i soldi per una simile operazione. Al contrario, probabilmente, saremo obbligati dall’Europa ad operare una manovra correttiva, per la quale non si sa dove andare a grattare il fondo del barile. Non che parlare di ulteriori regalie e spese, dovremmo ricordarci che in agguato, in fondo alla strada, ci aspetta il crollo economico del Paese. 
Questo crollo, per come la vedo io, è come la morte della vecchia signora. Se ci sono tutti i presupposti perché un evento si compia; se – per così dire – è del tutto inevitabile, c’è poco da discutere: bisogna rassegnarsi al fatto che avverrà. Certo, se poi passano gli anni e l’evento non si verifica, molti cominciano a pensare, comprensibilmente, che non si verificherà mai. Che colui che ne parla è semplicemente uno iettatore. Forse non vale la pena di occuparsene, forse basta comprare un corno rosso. Addirittura si possono promettere al popolo sussidi in modo da campare senza far nulla, si possono offrire posti di lavoro in un Paese con milioni di disoccupati, si possono abbassare le tasse mentre lo Stato già paga sessanta miliardi l’anno su un debito pubblico che corrisponde al 133% del prodotto interno lordo. Cioè tutta la ricchezza che l’Italia crea in un anno e quattro mesi di attività produttiva.
E allora uno si stanca. Se ragionare e far di conto è attività da empi, ed anzi, come direbbero al piano terra, da iettatori, allora va bene, siamo d’accordo: tutto va bene. Se l’Europa ci  bastona e ci richiede provvedimenti amarissimi, se le Borse ci strangolano, se le agenzie di rating ci declassano, che importa? Noi – imperterriti seguaci di Mussolini – tireremo diritto. O “diritti”, come dicono quelli che escono dalle scuole attuali.
E così noi vecchi diciamo ai giovani che hanno ragione. Siamo dei gufi del malaugurio. Non ci rimane che toglierci di torno, anche per evitargli il costo di tenerci ancora in vita. Ma loro ci rimproverano di essere ancora vivi, non ci rimproverano la cosa peggiore che abbiamo fatta: avere dato all’Italia la mentalità che è ancora la loro. Una mentalità contro la quale non si ribellano affatto. Perché anche a loro sembra giusta. Sicché, in fin dei conti, noi ne avremo beneficiato, loro ne pagheranno il conto, ma se lo meritano, perché non sono migliori di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 marzo 2019 




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POLITICA
18 marzo 2019
L'INSICUREZZA DELLA SICUREZZA
Per l’aereo caduto in Etiopia si fa un’ipotesi agghiacciante, e cioè che l’incidente sia stato causato da un software programmato per evitare che accadano incidenti. La possibilità è stata presa in considerazione perché un incidente dalle modalità del tutto simili si è verificato per un aereo, identico come fabbricante e come modello, caduto in Indonesia. 
Un aeroplano di solito viaggia in orizzontale. Poi, quando deve atterrare, magari cento chilometri prima, comincia a perdere quota, tenendo l’aereo col muso verso il basso, come un’automobile che proceda in discesa. Quando invece decolla, tiene il muso verso l’alto, come abbiamo visto tutti in migliaia di filmati. L’aereo ha interesse a raggiungere al più presto una certa altezza, sia per evitare gli ostacoli a fine pista, sia perché prima arriva ad alta quota, prima comincerà a consumare meno carburante. Ma ecco il problema: fino a che punto l’aereo può cabrare, cioè impennarsi?
Un autobus che procede in salita può superare certe pendenze, ma oltre una certa inclinazione il motore non sarebbe più capace di fare andare avanti il veicolo e questo si fermerebbe. La stessa cosa avviene per un aereo. Se l’angolo verso l’alto è eccessivo, l’aeroplano non avrà più la forza di proseguire l’ascesa e si “fermerà”. Purtroppo la sua strada è l’aria, e giunto a questo momento, chiamato “stallo”, non sarebbe più governabile. Infatti i suoi impennaggi non fenderebbero abbastanza aria per rispondere ai comandi del pilota e l’aeroplano probabilmente cadrebbe a vite, come una foglia morta. E sarebbe la fine per tutti.
Ciò potrebbe verificarsi  perché il pilota è inesperto, perché ha perso i sensi, perché vuole suicidarsi o per qualunque altra ragione e dunque, per la sicurezza dei passeggeri,  il fabbricante sogna di rendere l’errore “impossibile” e inventa un software automatico che obbliga l’aereo a calare il muso, in modo da evitare lo stallo, quand’anche il pilota volesse opporsi. E qui sorge un nuovo problema. E se fosse il software, a guastarsi? In questo caso, il computer “penserebbe” che l’aeroplano rischia lo stallo, mentre in realtà procede in orizzontale, lo obbligherebbe a rimettersi in quella che crede sia la posizione corretta, ma in realtà lo farebbe puntare verso il suolo, con le disastrose conseguenze che abbiamo visto. 
Il problema non riguarda soltanto gli aeroplani ma tutti i sistemi di sicurezza. Quando si vuole essere sicuri che non accada una cosa, si rischia che ne capiti un’altra, altrettanto grave o peggiore. Prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle di New York, la cabina di pilotaggio era aperta. Poi dei terroristi hanno potuto prendere il controllo di quattro aerei contemporaneamente e abbiamo avuto il più grande attentato che si ricordi. Allora si è rinforzata e chiusa la porta della cabina, in modo che nessun estraneo possa entrare in essa, se i piloti la chiudono. Solo che poi, sulle Alpi, un pilota tedesco, rimasto momentaneamente solo,  ha deciso di suicidarsi mandando l’aereo a sbattere contro una montagna. E nessuno, neanche il comandante, momentaneamente uscito dalla cabina, ha potuto fermarlo. La cabina, come da programma, è rimasta inaccessibile, fino alla strage senza superstiti. E allora, come la teniamo, aperta o chiusa, quella porta? 
Torniamo all’episodio recente. Se oggi creassero un software che impedisce al pilota di puntare diritto verso la terra, e poi questo meccanismo si guastasse, il computer potrebbe impedire all’aereo di atterrare, o addirittura farlo andare in stallo. Il risultato sarebbe lo stesso: la morte per tutti. Né si può permettere al pilota d’intervenire, perché un pilota può anche volersi suicidare, mentre un computer non avrà mai questa tentazione. 
Il problema è finalmente chiaro. La sicurezza di cui sogna la gente non esiste. La vita non è mai a rischio zero e non c’è una soluzione definitiva. Si può soltanto scegliere quale rischio correre e bisogna prepararsi a perdonare chi si occupa di queste cose. Sia che si tratti di chi prepara software che impediscono incidenti, sia che si tratti degli operatori che, per sbaglio, provocano disastri. Anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale la coperta rimane troppo corta, per prevedere tutto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 marzo 2019




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POLITICA
17 marzo 2019
IGNORANZA BENEFICA
Ricordate la storia del brutto anatroccolo? Il senso di quella fiaba è che a volte, all’inizio, si considera inferiore qualcuno che un giorno si rivelerà superiore; si prende per negativa una cosa positiva. Nella mia vita c’è stato un anatroccolo del tutto imprevisto: la sensazione della mia ignoranza. 
Tutto è cominciato con una forma di stupore. Da ragazzo mi capitava spesso di essere immerso in un’evidenza corale – qualcosa che tutti conoscevano bene, vedevano nello stesso modo e giudicavano nello stesso modo – mentre io dovevo confessare che non ne sapevo niente, e proprio per questo non osavo pronunciarmi. Naturalmente ne ricavavo una sorta di senso di inferiorità. Quasi invidiavo le certezze altrui. Ma questo non bastava per farmi assumere lo stesso atteggiamento degli altri. Perché su tutto prevaleva la mia coscienza di non saperne abbastanza e la mia diffidenza nei confronti dei giudizi del prossimo.
Questo atteggiamento è rimasto costante anche quando sono cresciuto. Per esempio, non ho mai capito perché si debbano disprezzare le prostitute. Che cosa gli si rimprovera? Di far merce del loro corpo? Ma non è quello che fanno tutti i lavoratori manuali, tutti coloro che sudano, per guadagnarsi da vivere? E comunque, a me che importa, di come si guadagnano da vivere? E infatti, quando mi è capitato di averci a che fare, ho sempre dato loro del lei, anche quando erano “nell’esercizio delle loro funzioni”. Facendo ridere i miei amici, ma non per questo cambiando comportamento.
Fra l’altro, ho sempre trovato ridicola la distanza fra la retorica del lavoro (quello che “nobilita l’uomo”) e la prostituzione. Nell’unico anno in cui ho insegnato nella Scuola Media inferiore, mi sono sentito così umiliato da ciò che ero costretto a fare per vivere, che la parola “prostituzione” non mi faceva più paura. Era la sensazione che avevo. Mi prostituivo per tre-quattro ore al giorno e infine, al suono dell’ultima campana, era come se il mio spirito, simile a quello di una prostituta, facesse una doccia per eliminare le tracce di quel basso servizio. 
E così è andata per gli omosessuali. Non ho avuto molto a che fare, con loro. Una paio di volte, di fronte a qualche goffo approccio, ho reagito gentilmente, col sorriso, facendo capire che non ero interessato. E una volta è stato con un prete. Sarò duro e calloso, ma invece di riportarne i famosi “traumi” di cui si riempiono la bocca (e forse la tasca) i giornali, ho soltanto sentito pietà per quel pover’uomo frustrato.
Non ho mai capito, né da ragazzo né in seguito, la stramaledizione degli omosessuali. Della sessualità altrui non mi importa assolutamente nulla. Al contrario sono eternamente rimasto grato, fino a non dimenticarlo mai, a un omosessuale che, a me ragazzino, fabbricò con le sue mani una maschera da sub: un pezzo di vetro sagomato ovale, e una camera d’aria ritagliata in modo da potersi stringere da un lato al vetro e dall’altro prolungarsi in due strisce annodate dietro la nuca. Non mi chiese mai nulla, non mi toccò con un dito, mi regalò un meraviglioso strumento per le mie immersioni, soltanto per farmi piacere. Non fosse che per lui, non dirò mai male degli omosessuali in quanto tali.
La mia ignoranza mi ha reso estraneo a tutto ciò che la gente crede ovvio senza chiedersi se sia ovvio. Il mio anatroccolo mentale si è trasformato in un cigno. Ho adottato, pressoché naturalmente, il “dubbio metodico” cartesiano. 
Così, invece di irridere chi aveva gusti diversi dai miei, mi sono posto il problema della feroce ostilità all’omosessualità, tanto corrente quand’ero ragazzo. Un’ostilità di primo acchito incomprensibile, come quella nei confronti della masturbazione, dell’onanismo (la pratica del coitus interruptus) e perfino della volontà di non avere figli. È evidente che l’estrema ostilità dell’umanità nei  confronti di questi comportamenti nasce da un’unica causa: la paura dell’estinzione della specie umana. Quando la fame era all’ordine del giorno, quando la vita era breve, quando la mortalità infantile era altissima, l’istinto della specie ha spinto tutti ad avere quanti più figli era possibile. Dunque chi era omosessuale, chi disperdeva il suo seme, chi non metteva al mondo dei figli, mancava al suo dovere nei confronti della specie. Un peccato mortale che, ancora oggi in Iran, qualche demente pensa sia degno di meritare l’impiccagione. 
Ebbene, se smontiamo la severa considerazione dell’omosessualità nei suoi elementi costitutivi, come non vedere che essa oggi è assolutamente assurda? Se un pericolo corre oggi il pianeta Terra è quello dell’iperantropizzazione, non quello dell’estinzione della specie umana. Senza arrivare all’impiccagione di chiunque abbia avuto più di quattro figli – che sarebbe il giusto contrappeso alle impiccagioni iraniane per sodomia – una cosa è certa: fanno meno danno alla collettività gli omosessuali di coloro che fanno figli per poi non essere in grado di nutrirli e tirarli su. I bambini affamati del terzo mondo mi indignano meno dei loro genitori. 
Molti anni fa ho letto – non so nemmeno se fosse vero, ma poco importerebbe - che in Giappone era vietato comprare un’automobile, a meno che non si potesse dimostrare di disporre di una rimessa o di un posto auto. Nello stesso modo tutti – per amore dei bambini – si dovrebbero rendere conto che non basta metterli al mondo, bisogna poi essere in grado di allevarli. E se non si è in grado di farlo, è delittuoso imporre loro una vita di stenti. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      16 marzo 2019



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POLITICA
16 marzo 2019
LAMENTO SULLA PATRIA DI CHURCHILL
Lo spettacolo che sta dando il Regno Unito mi addolora. Da sempre ho un amore speciale, per quel Paese, anche se non me ne nascondo i limiti. E sono parecchi. Ma i meriti superano i demeriti. 
In questi giorni sono costretto a dissotterrare un concetto che spesso si dimentica. Molti, sul Continente, accanto ad un’ingiustificata antipatia per i britannici, coltivano miti sulla loro ragionevolezza, sul loro self-control, sul loro pragmatismo. Certo, gli inglesi quelle qualità cercano di dimostrarle. Ma anche loro sono umani e occasionalmente sono capaci di passioni irragionevoli, di azioni insensate, di incomprensibili eccessi. Se il gentiluomo di Rudyard Kipling è spesso esistito, non sono lontani dall’“inglesità” neppure gli hooligans del calcio. La rissa annegata nella birra del pub fa parte delle tradizioni e se in un dissenso qualcuno spara la famosa domanda: “You’re calling me a liar?”, “Mi stai dando del bugiardo?”, non ci vuol molto perché scorra il sangue. Il pugilato non è nato nelle public school, è nato nelle strade inglesi
Ma qui stiamo parlando della Brexit, dirà qualcuno, non di operai avvinazzati. Parliamo di Westminster. Di scranni sui quali si sono seduti personaggi illustri e indimenticabili. E infatti c’è di che essere tristi. E tuttavia  al riguardo ho la tentazione di azzardare una spiegazione.
Noi continentali teniamo molto conto dell’opinione altrui. L’idea di essere considerati degli originali, di renderci ridicoli, in una parola la paura che la nostra diversità si possa tramutare in disprezzo, fa sì che l’aggettivo  “eccentrico”, in italiano, abbia una connotazione negativa. Gli inglesi invece considerano una sorta di dovere il distacco dall’opinione corrente e la capacità di sorprendere il prossimo. Soprattutto se sono ricchi, famosi o importanti. Del resto, è una faccia del loro famoso humour. Per questo sono capaci di comportamenti irragionevoli. Forse è un eccesso di cielo grigio e di pioggerella sottile che li induce ad essere colorati, anticonformisti e infine, come nel caso della Brexit, irrazionali. Raramente si è vista, come in questa occasione, una tale coralità nell’atteggiamento infantile. Non voglio questo, non voglio quello, e non voglio neanche il loro opposto. Voglio soltanto dire di no, e chi se ne frega delle conseguenze. Rright or wrong, what I said. O forse ciò che mi capiterà di dire domani. 
Purtroppo stavolta gli amici che siedono nelle Houses of Parliament stanno giocando col destino dei loro connazionali. Con la stabilità e la prosperità del loro Paese. Sembrano in preda ad una sorta di indomabile delirio, come avessero improvvisamente peduto il contatto con la realtà. E non è la prima volta. Negli Anni Trenta, quando le nuvole si addensavano nel cielo e la Germania si riarmava pericolosamente, Londra continuò a sperare nell’appeasement. A credere che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva. Non si comportò dunque in maniera ancora più irresponsabile di come stia facendo oggi? 
In quegli anni, malgrado l’evidenza delle ambizioni e delle violenze di Hitler, la Gran Bretagna  ebbe l’incoscienza di non prepararsi allo scontro. Ancora nel 1938 sperò di potersela cavare con i sorrisi e le firmette di Neville Chamberlain a Monaco. Ormai è storia vecchia, ma chi avrebbe detto, nel 1940, che l’Inghilterra sarebbe stata capace di resistere a Hitler, e perfino di battere nei cieli una Luftwaffe che da anni si preparava a dominare i cieli? 
Gli inglesi, messi alle strette, furono ridotti a confidare nella flotta, nelle tempeste della Manica, e in Dio. Poi, certo, ci fu la gloriosa “Battaglia d’Inghilterra”, con l’epico commento di Churchill in lode dei giovani piloti inglesi, di cui tantissimi perirono: “Never was so much owed by so many to so few”, “Non c’è mai stato un debito tanto grande di tantissimi verso pochissimi”. Ma quel detto fa ancora oggi correre un brivido nella schiena, perché ci fa misurare l’entità del miracolo. E poi i britannici dettero la prova di una sorta di eroismo collettivo, oggi francamente improbabile. 
L’Inghilterra ragionevole, pragmatica, prosaica, perfino, mise a rischio per insipienza la propria indipendenza e la propria libertà. Si salvò con un’epopea che forse rappresenta il punto più alto della storia inglese, ma ciò non toglie che gli inglesi siano stati pazzi, veramente pazzi, in quegli anni Trenta. Se Dio non avesse avuto pietà di loro, se non gli avesse mandato Winston Churchill, che da sempre aveva tenuto gli occhi aperti, forse la Gran Bretagna sarebbe stata un’altra Francia, un’altra Danimarca, un’altra colonia.
In questi giorni Theresa May sta mostrando una volontà di ferro, una resistenza coriacea che stupisce, in una donna. Ma stupisce soltanto chi non sa che le donne, per sopravvivere, devono essere più forti degli uomini. Tanto che è molto, molto imprudente sfidare personaggi come Indira Gandhi, Golda Meir o Margaret Thatcher. Se sono arrivate ad un posto di comando, è perché per anni sono vissute a pane e battaglie. E proprio per questo, anche se la sua figura allampanata non suscita simpatie, non si può che augurare alla signora May quel successo che, fino ad ora, le è sfuggito. Per il suo bene, ma soprattutto per il bene di un Paese che ha un posto d’onore nel nostro cuore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 marzo 2019 



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POLITICA
15 marzo 2019
MARX E L'UTILITA' DELLO SCAMBIO
La lettura di una monografia su Karl Marx(1) si è rivelata talmente sorprendente, su un punto della sua teoria, che ho letto alcune pagine almeno tre volte, per essere sicuro di avere capito bene.
Marx nega l’utilità dello scambio. Un principio che per me è sempre stato un’innegabile evidenza economica(2). In sintesi: ammesso che un oggetto costi dieci euro, chi lo compra preferisce l’oggetto a dieci euro, chi lo vende preferisce dieci euro all’oggetto. E dopo la compravendita ambedue sono contenti dell’affare fatto. Si chiama utilità dello scambio. In altri termini, benché abbiano scambiato x contro y, e pur essendo certo che, in termini monetari, x=y, dopo lo scambio è come se il primo avesse x+v, e il secondo y+v, dove “v” è il valore in più attribuito a ciò che si ottiene (diversamente non si avrebbe lo scambio). Dunque è vero che nello scambio di merci di pari valore (anche il denaro è una “merce”) si ha un pareggio, ma Marx non considera che da sola la parità di valore commerciale non determina lo scambio. Se ho in tasca dieci euro, e un libro costa dieci euro, ma io non ho voglia di leggerlo, non lo comprerò. Se lo compro, è segno che il piacere di leggerlo vale più di dieci euro, e quel “di più” si chiama utilità dello scambio. Sorprendentemente, Marx non sembra d’accordo. Provo a dimostrarlo con una citazione. 
Secondo il saggio citato (Pag.110),  “Ogni produttore-possessore di merci le scambia con altre (con la mediazione del denaro) che hanno lo stesso tempo di lavoro incorporato. Di conseguenza, nel mercato, nella circolazione delle merci, ogni produttore esce con lo stesso valore con cui è entrato, avendo solo cambiato tipologia della merce trasportata; portava grano, che aveva in eccesso, ed ora ha lo zucchero, di cui aveva bisogno. Potremmo dire che torna a casa col suo, non porta via niente di niente”. Tutto ciò è completamente falso. Se, scambiando le merci, non ne ritraesse nulla, non scambierebbe le merci. E se le scambia, è segno che ne ritrae un vantaggio. Un surplus di ricchezza.
Quando ho letto questa teoria di Marx, mi sono chiesto se non avessi le traveggole, ma lui prosegue il suo ragionamento applicandolo per giunta in modo asimmetrico al rapporto di lavoro. 
Prima ha parlato di colui che ha delle merci (o denaro) da scambiare al mercato. Poi parla del lavoratore, che ha soltanto la sua prestazione da offrire. E qui si ha lo scambio lavoro-salario, che, secondo Marx, è simile e conforme agli altri scambi. Dunque avviene (o dovrebbe avvenire) sulla base che x è uguale a y, in termini di valore (o di denaro). Il capitalista, per produrre, ha bisogno di macchine e di operai. Egli (Pag.111) “Realizza uno scambio mercantile conforme alla legge del valore. In questa operazione non si appropria di valori altrui, esce con lo stesso valore con cui è entrato, sebbene sotto forma di macchine e di forza lavoro”. Descrive questa (irrealistica) ipotesi per dimostrare che, se il capitalista fosse onesto, non dovrebbe guadagnare nulla. E già questo è sbagliato. Chi compra o vende, non esce dal mercato con lo stesso valore, diversamente nemmeno ci sarebbe andato. Ma andiamo avanti.
Il capitalista acquista macchine, lavoro e produce beni che poi vende. Marx vede dunque tre fasi: il capitalista prima è acquirente di mezzi di produzione (con uno scambio che secondo lui, essendo sempre alla pari, non gli procura nessun vantaggio), poi è venditore (con uno scambio che secondo lui, essendo sempre alla pari, non gli procura nessun vantaggio), e dunque quand’è che guadagna? Guadagna, secondo Marx, quando paga l’operaio meno della ricchezza che quello produce col suo lavoro (lucrando il plusvalore). Da qui lo sfruttamento del lavoratore, il suo risentimento, la lotta di classe e in prospettiva la rivoluzione mondiale. Mai tanta intelligenza fu usata per dire sciocchezze.
Il capitalista diviene più ricco quando compra i macchinari, diversamente non li comprerebbe, quando paga gli operai, diversamente non li pagherebbe, e quando vende la merce prodotta, diversamente non la venderebbe. Ognuno di quegli scambi, liberamente operati e desiderati, ha aumentato la ricchezza complessiva. Sono più ricchi coloro che gli hanno venduto i macchinari, gli operai che hanno ricevuto il salario liberamente pattuito e coloro che hanno comprato le merci prodotte. 
Del resto, come mai Marx non si accorge di essere entrato in contraddizione con sé stesso? Se ogni scambio è a somma zero, come mai soltanto lo scambio lavoro-salario non sarebbe a somma zero? Forse, direbbe Marx, perché bisogna pure spiegare la ricchezza finale del capitalista. Ma le risposte sono due: in primo luogo, non c’è nessun mistero, tutti si arricchiscono; in secondo luogo, se il capitalista si arricchisce di più, è perché la sua personale “produzione” (quella derivante dallo “spirito imprenditoriale”) sul mercato vale di più della capacità di lavorare con le proprie braccia. Infatti guadagna molto di più, per un’ora, il ginecologo o il dentista, del semplice operaio. Perché la sua prestazione è più richiesta. Senza dire che il dentista non corre il rischio di fallire, mentre il capitalista/imprenditore  rischia il suo denaro, se sbaglia il modo di condurre la sua azienda.
Così risulta peregrina ed infondata la perorazione finale che il saggista riferisce, attribuendola a Marx (Pag.113): “Precisamente così si risolve il mistero di questa valorizzazione e della continua crescita del capitale: si fa a spese dello sfruttamento del lavoratore, pagandogli la forza lavoro al suo valore di merce, al suo valore di produzione, e non al valore che questa forza lavoro realmente aggiunge. La ricchezza del padrone, che genera la sua povertà, proviene dal suo lavoro. Lo scontro di classe si rivela inevitabile, dal momento che il capitalismo non può esistere senza valorizzare il capitale, e ciò implica inesorabilmente lo sfruttamento. Pertanto la tesi della lotta di classe e della necessità della rivoluzione resta così fondata oggettivamente nella logica del capitalismo”. Questo è un delirio derivante da una premessa erronea: l’idea che lo scambio sia a somma di ricchezza zero. E dimenticando che, agli occhi del lavoratore, il salario vale più della sua prestazione, diversamente si terrebbe la prestazione e rifiuterebbe il salario, esattamente come avviene per qualunque altro scambio.
Mai avrei creduto che un secolo di marxismo fosse fondato su un errore così banale. Ma la mia ignoranza potrebbe avermi indotto in errore e – appunto per questo – sono qui pronto ad ascoltare chi avrà la bontà di correggermi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 marzo 2019 
(1)Marx, dall’agorà al mercato, di José Manuel  Bermudo, Editore Hachette Fascicoli s.r.l. Milano 2015.
(2) https://giannip.myblog.it/2019/03/12/massaie-e-coccodrilli-qualche-concetto-deconomia/




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POLITICA
14 marzo 2019
DEL TAV NON SI È PARLATO ABBASTANZA
Si è parlato fin troppo del fatto che il Tav si dovesse fare o non fare, ma non si è parlato abbastanza del fatto che quella discussione era sul nulla. E per questo non poteva avere né vincitori né vinti. L’enorme diatriba è stata soltanto una enorme operazione di disinformazione. E proprio di questo non s’è parlato abbastanza. 
Poiché tutto questo sembra un gioco di parole, mi spiegherò meglio. Immaginiamo che ci sia un uomo molto malato e che i medici al suo capezzale si accapiglino, a lungo, sulla terapia da adottare. Poi qualcuno fa notare che, sin da prima che si mettessero a discutere, il malato era morto, e dunque la discussione è inutile. E ciò malgrado, si continua a discutere della terapia per guarirlo. Ebbene, ecco il punto, per come l’ho capito io: si è parlato a lungo di fare o non fare il Tav, mentre non si è parlato abbastanza del fatto che la discussione è inutile, in quanto la cosa è già decisa.
Che cosa si è fatto credere, agli italiani? 1) Che l’undici marzo si dovesse decidere se realizzare o non realizzare il Tav, in Italia; 2) Che dalla decisione, sulla quale Movimento 5 Stelle e Lega erano su posizioni opposte, dipendeva la sopravvivenza del governo; 3) Che ambedue i partiti erano così fermi nella loro posizione, da essere risoluti a non fare marcia indietro, quali che potessero essere le conseguenze; 4) Che la situazione è stata risolta dal nostro Primo Ministro Giuseppe Conte, il quale – con una lettera inviata alla Telt – ha messo in chiaro che per il momento non si decideva niente, e che l’Italia si riservava di ritirarsi dal progetto, senza spese e risarcimenti da pagare.  5) Che la Telt si è piegata all’ingiunzione dell’Italia, tanto che tutto è stato rinviato e il governo è salvo, mentre il M5s canta vittoria. 6) E comunque, anche ad ammettere che il Tav non sia stato definitivamente affossato, su quell’opera deve pronunciarsi il Parlamento o lo stesso popolo, con un referendum.
Ebbene, non ci si crederà, ma tutte queste affermazioni sono false. Riprendiamole ad una ad una. Primo punto. L’undici marzo non si trattava di pubblicare i bandi per la realizzazione del Tav in Italia, ma la pubblicazione dei bandi per la dimostrazione di interesse a partecipare alla gara (”Avis de marchés”) per la realizzazione del tunnel in zona francese. Gara i cui appalti saranno pubblicati in seguito. Questa è una decisione sulla quale, ovviamente, l’Italia non aveva e non ha alcuna autorità. E infatti l’organo direttivo della Telt (la società italo-francese, con sede a Parigi, che dovrebbe realizzare l’opera) ha votato all’unanimità per la pubblicazione degli  “Avis de marchés” e tutto è andato come previsto. Semplice routine. 
Secondo punto. Dalla decisione non dipendeva affatto la sopravvivenza del nostro governo, perché la decisione stessa non era presa in Italia e non riguardava l’Italia. Riguardava l’adempimento, da parte della Francia, degli impegni assunti . Dunque in Italia – e questo vale per il terzo punto - non ci potevano essere né vinti né vincitori. I vincitori e i vinti ci saranno quando starà all’Italia decidere qualcosa sul Tav, ammesso che ne abbia la facoltà, non prima. 
Quarto punto. La Telt non si è piegata a nessuna ingiunzione, per l’eccellente ragione che ha semplicemente attuato quanto previsto da sempre, senza nessuna modificazione. A che cosa avrebbe dovuto o potuto opporsi? Né ha molto senso parlare del fatto che l’opera possa e debba essere ridiscussa. Infatti può essere ridiscussa e conseguentemente perfino annullata, senza spese, ma  con l’unanime accordo di Italia, Francia e Commissione Europea. E noi sappiamo benissimo che al contrario l’Europa e la Francia sono risolutamente favorevoli alla realizzazione. l’Italia con chi discuterà, la cosa, con sé stessa? 
Punto quinto. Semplicemente falso.
Punto sesto, ecco una versione da ignoranti. I referendum sono vietati dalla Costituzione quando riguardano trattati internazionali.  E qui si tratta appunto di un trattato internazionale, ratificato a suo tempo dal Parlamento italiano. Per revocarlo con un referendum bisognerebbe nientemeno cambiare la Costituzione, in modo da renderlo possibile, e questo  con una procedura lunga e macchinosa. Neanche a parlarne. Oltre tutto il Parlamento a maggioranza è per il Tav (Pd e Forza Italia sono a favore), e comunque non ci sarebbe tempo prima dei bandi italiani, che dovranno per forza essere pubblicati fra sei mesi. A meno di pagare somme astronomiche, e parliamo di miliardi. Per non parlare della nostra rispettabilità internazionale.
Rimane un’ultima domanda. Come mai ci hanno propinato tante panzane? La risposta è semplice. Il Movimento 5 Stelle, dopo tante sconfitte e tante marce indietro, aveva bisogno di dimostrare ai suoi elettori che manteneva i suoi impegni elettorali. E allora ha combattuto una battaglia immaginaria, raccontandoci anche di averla vinta. Con ciò ha dimostrato il più melmoso cinismo e la più totale fiducia nella nostra ignoranza. Questo partito, che ha tanto gridato “Onestà, onestà”, ci ha mentito a tutto spiano. Quella battaglia non poteva vincerla né questo governo, né nessun altro governo, perché l’Italia si è già pronunciata a suo tempo, firmando trattati internazionali e ratificandoli in Parlamento.
Il Movimento pensa dunque che i nodi non verranno mai al pettine?  
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
 
Chi non crede ai dati sui quali si fonda il mio articolo legga il “Corriere della Sera”: https://www.corriere.it/politica/19_marzo_09/tav-lettera-l-ora-presa-giro-0b7909fa-42a4-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/3/2019 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 marzo 2019
MASSAIE E COCCODRILLI-2
Il lavoro è entrato anche in un’altra interessante discussione: la valutazione dei beni. I pensatori del Settecento distinguevano il valore d’uso di una merce dal suo valore di scambio. Il valore d’uso dello zucchero consiste nel fatto che preferiamo un tè zuccherato a un tè amaro. Il prezzo di un chilo di zucchero può variare nel tempo, ma il nostro piacere del tè zuccherato (cioè il nostro valore d’uso) rimane invariato. Ma se, per il singolo, il valore d’uso è pressoché costante, il valore di scambio di ogni merce varia col tempo e con le circostanze (variazione dei prezzi). Se un chilo di zucchero vale tre chili di grano, diremo che il valore di scambio fra le due derrate ha il rapporto uno-tre. Poi, se lo zucchero diviene scarso, il suo valore di scambio aumenta (e ci vorrà più grano per averlo), e viceversa se diviene abbondante. Il valore di scambio di una merce è misurato con i termini del baratto, o col denaro, che quella merce costa. 
Alla ricerca di un elemento obiettivo per determinare il valore di una merce, David Ricardo - uno dei fondatori dell’economia classica e dunque uno dei miei idoli - ricorse all’idea che questo valore oggettivo fosse la quantità di lavoro necessaria a produrlo. Metro che, essendo sganciato, almeno teoricamente, dal valore di scambio (nel senso che è costante) è “incorporato” nella merce. Secondo Ricardo, in un’economia di mercato equilibrata, valore d’uso e valore di scambio (prezzo) tendono a convergere. Non intendo rivedere le bucce di Ricardo, non me lo potrei permettere, ma se non credo in  niente sarò pure autorizzato a muovere obiezioini.
Innanzi tutto, non vedo a che scopo ricercare il valore oggettivo delle merci. Non serve a niente, e per giunta non è nemmeno detto che un valore oggettivo esista. Quanto al valore d’uso è troppo soggettivo per essere usato come metro del valore oggettivo della merce. Né mi sembra che lo stesso lavoro sia un buon metro, in materia di valore. Se camminando trovo una pepita d’oro da cinquanta grammi, come lavoro mi sarà costata soltanto la fatica di abbassarmi a raccoglierla e come valore di scambio andremmo a parecchie migliaia di euro. Il lavoro “incorporato” in essa è insignificante.  Inoltre il tempo e la fatica necessari alla produzione di un bene variano molto nel tempo e nello spazio. Filare la lana con un fuso di legno significava produrre poco filo in molto tempo, mentre una moderna filanda produce moltissimo filo in poco tempo. Il valore dei beni misurato con il lavoro “incoroprato” in essi, è fuorviante. Il contadino del Burundi che gratta la terra con la zappa si affatica come uno schiavo e ricava poco dalla terra; l’americano della “Corn belt” coltiva i cereali con macchinari moderni, sta comodamente seduto e produce infinitamente più grano del contadino del Burundi. Il lavoro incorporato in un quintale di grano del Burundi è costato molto più sudore di quello incorporato in una tonnellata americana ma non per questo potrà essere venduto ad un prezzo maggiore.
Il riferimento alla fatica del produttore  - oggi così frequente - risponde a mio parere a un pregiudizio morale, che del resto presumo Ricardo non avesse affatto. La gente sarebbe capace di pensare che bisognerebbe rimunerare più generosamente la merce che è costata molto lavoro rispetto a quella che è costata poco lavoro. Perché essa ha “più valore”. Ma è un errore. In questo campo ho ricevuto una lezione indimenticabile. Parlando con un amico del più e del meno mi è capitato di dire che avevo per le mani una traduzione di lingua francese, e mi sentivo come un ladro perché, venendomi molto facile, andavo come un treno. Quasi mi limitassi a copiare il testo. Soprattutto procedevo molto più speditamente che se la traduzione fosse stata di lingua inglese. Forse, dicevo,  dovrei proporre uno sconto al committente. Il mio amico mi smentì con sdegno: “Dici sciocchezze. Al contrario, dovresti chiedere di più. Se per il francese vai tanto veloce significa che sei estremamente competente e il tuo lavoro sarà ottimo. Dunque meriti di essere pagato di più per il francese che per l’inglese”. Aveva perfettamente ragione. Al cliente non importa quanta fatica è costato il lavoro, gli importa soltanto la qualità del risultato.
Non credo nel tempo di lavoro incorporato nella merce come misura del suo valore. Non credo al valore morale del lavoro come elemento che debba influenzarne la remunerazione. Rimane soltanto il valore più pedestre: il prezzo , quale lo determina il mercato. E questo elemento mi basta e avanza, per orientarmi . Il resto è letteratura. 
Tutto ciò vale, al passaggio, per sorridere ancora una volta della nostra Costituzione, quando dice che il lavoro deve “in ogni caso” assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa”. Al datore di lavoro del genere di vita della controparte non importa assolutamente nulla, come al lavoratore non importa nulla sapere se i produttori della merce che compra al supermercato siano stati sufficientemente remunerati, per fargli avere quel prodotto a quel prezzo. 
Il lavoro non deve assicurare niente a nessuno, a parte la remunerazione al lavoratore e la prestazione al datore di lavoro. Il loro quantum – in un mercato libero – dipende dalla domanda e dall’offerta. Se nel villaggio c’è un solo idraulico ed avete la casa allagata, quell’artigiano potrà richiedere qualunque prezzo e voi dovrete pagarlo. Se invece nel villaggio ce ne sono quattro, cioè troppi, voi potrete tirare sul prezzo, magari fino a non assicurare una vita dignitosa a quell’artigiano e alla sua famiglia. Se poi vi facesse pena, dategli un buon consiglio: che cambi mestiere o luogo di residenza. 
Quando si tratta di denaro, la realtà è spietata. E sono spietati anche i moralisti. Costoro sono molto generosi col denaro degli altri o dello Stato, ma al loro badano come tutti gli altri. Nessuno pagherebbe a ciglio asciutto un prezzo abnorme solo per fare vivere dignitosamente la famiglia dell’elettricista o del tappezziere. La realtà non ha mai letto la Costituzione Italiana.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 marzo 2019, fine
Ho letto qualche pagina su Marx e mi riservo di commentarla. Si direbbe che il filosofo di Treviri, nel caso del lavoro  dipendente (che è un caso particolare di scambio) - capisca l’utilità del capitalista (e la chiama plusvalore) e non capisca l’utilità del lavoratore, che per lui è sfruttato. Se ho capito bene, siamo all’assurdità più completa. Ma mi riservo di scrivere un autonomo articolo, al riguardo.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/3/2019 alle 6:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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