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giannipardo@libero.it
vita da impiegato
21 aprile 2018
IL M5S È NATO MORTO
Il partito fondato da Beppe Grillo è utopico e millenaristico, in particolare nella sua ansia di rinnovamento morale, di purificazione e persino di espiazione per gli indegni. La designazione di “Movimento” che gli è stata imposta, non soltanto lo distingue almeno formalmente dai partiti, ma nel caso specifico è giustificata se pensiamo che movimento corrisponde a “moto”: come si parla di moti del cuore, nel senso di sentimenti. Esso infatti non ha dietro di sé una struttura ideologica, politica, economica e filosofica (come il marxismo) ma si limita alla rabbia nei confronti del male e al vagheggiamento nei confronti del bene. Amerebbe tanto far nascere una società nuova, diversa e migliore, ma non ha idea di come fare. Ciò induce a giudicarlo un assurdo politico. 
L’impostazione di base, quella che storicamente si è notata per prima, è una forsennata campagna di moralizzazione. Dimenticando che l’onestà è un requisito dell’ordinata vita sociale, non un requisito della buona politica. Non basta essere onesti per governare bene. Chi ruba, ruba soltanto milioni, chi governa male provoca danni per decine di miliardi. 
Inoltre non si può prendere a metro dell’onestà l’amministrazione della giustizia. Diversamente sarebbero colpevoli Socrate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. I giudici possono essere faziosi, le leggi possono essere liberticide. Chi si fiderebbe, oggi, della fondatezza della condanna di un politico in Turchia? La magistratura non vale più delle leggi che applica, e le leggi non valgono più del Parlamento che le ha approvate. 
La campagna di moralizzazione è stata anche autolesionista. Volendo dimostrare che si deve fare politica in nome dell’ideale, il Movimento ha preferito l’obbedienza alla competenza. Così ha voluto che i parlamentari devolvessero per nobili scopi (inclusi i profitti della Casaleggio & Associati) buona parte della loro remunerazione, dimenticando che quella remunerazione non è nata per attribuire un privilegio ai parlamentari ma per permettere anche ai poveri di fare politica. Analogamente, i vituperati “vitalizi” hanno lo scopo di permettere a chi, per fare politica, danneggia gravemente la propria vita lavorativa, di sopravvivere quando si chiude la parentesi parlamentare. Un avvocato che abbandona il proprio studio per due legislature, dieci anni, al ritorno quanti clienti troverà? E soprattutto, queste sono sommette rispetto a ciò che si spreca in favore dei falsi invalidi o si sprecherebbe in favore dei falsi disoccupati che beneficerebbero del “reddito di cittadinanza”.
Altra istituzione calunniata dagli imbecilli è l’immunità parlamentare. Nel 1993 essa è stata stolidamente mutilata dagli stessi beneficiari, divenuti per l’occasione  ignoranti e incoscienti, e i “grillini” ancora storcono il naso dinanzi al poco che ne è rimasto. Perché non hanno mai studiato e non sanno che è essa è nata per proteggere i parlamentari meno forti (i rappresentanti del Terzo Stato, si sarebbe detto in un’altra stagione) da una magistratura più pronta a servire l’establishment che i deboli. 
Il M5S, seguendo i suoi pregiudizi infantili, reputa infallibile la magistratura. Stramaledice Berlusconi in quanto condannato una volta (per un reato che personalmente reputo prescritto) e non nota che precedentemente è stato assolto più di venti volte. Se i magistrati fossero infallibili, perché lo avrebbero accusato a torto tante volte, come certificato dai loro stessi colleghi? E se un uomo è assolto più di venti volte da gravi accuse, è proprio tanto fantasiosa l’ipotesi che sia stato perseguitato nella speranza di condannarlo per qualcosa?
Altra forma di imbecillità politica è il divieto di più di due legislature. Questa gente non sa che governare richiede competenza, e la competenza si acquista con anni di pratica, fino a costituire poi un autentico patrimonio, di cui può vantarsi un uomo come Giuliano Amato. Ora facciamo l’ipotesi che Luigi Di Maio, invece di essere un giovanotto poco qualificato, sia un autentico genio. Viene nominato Primo Ministro e governa per cinque anni in modo ammirevole. A questo punto, ovviamente, il minimo sarebbe fargli un monumento. E invece, secondo i sacri principi del Movimento, bisognerebbe impedirgli di divenire un professionista della politica. Bisognerebbe mandarlo a casa, ad esempio perché ha completato due legislature. Tutto ciò nasce dal pregiudizio che chi fa politica è un parassita e un disonesto. 
Altro esempio di demenza politica: poiché tutti i partiti sono corrotti e infestati di disonesti, il Movimento ha ripetuto per anni che non si alleerà mai con nessuno. E così, per cinque anni, non ha concluso nulla. I “grillini” hanno inutilmente scaldato i banchi della Camera e del Senato. Hanno soltanto promesso che avrebbero cambiato l’Italia, dopo avere ottenuto il 51% dei voti. Finalmente, qualche mese fa, il Movimento ha ammesso che nessuno mai, in Italia, ha avuto il 51% dei voti, e probabilmente nessuno mai l’avrà, e allora hanno cambiato musica. Per cominciare, si sono dati una nuova immagine. Meno proclami assurdi, meno utopie, meno insulti. E poiché il loro programma ufficiale (votato da trentacinquemila sostenitori, e vantato come ammirevole forma di democrazia diretta) era tale da far scappare chiunque avesse un minimo di buon senso, hanno cambiato anche quello. Il testo è stato modificato, integrato, edulcorato. Gli è stato tolto il pungiglione, quando necessario. 
Il documento era stato votato via Web da trentacinquemila fedelissimi, nessuno l’aveva preso sul serio e nessuno si accorse degli aggiustamenti. Purtroppo un rompiscatole del “Foglio” ha comparato la nuova versione alla vecchia ed ha sottolineato le infinite differenze, decise dall’alto, tutt’altro che democraticamente e senza rendere conto a nessuno. E dire che quelli che l’avevano votato rappresentavano ben lo 0,0003% degli undici milioni di elettori che hanno messo una croce sul simbolo dei Cinque Stelle.
In realtà, la modificazione di un testo insignificante e ignorato da tutti, semplice documentazione della rabbia cieca di gente spesso ignorante e superficiale, non avrebbe importanza, se il Movimento non si riempisse tanto la bocca di correttezza, trasparenza e onestà. E infatti, scoperto il falso, l’intera Italia ha deriso il M5S. 
La verità è che il Movimento non ha idee. L’Unione Europea, l’euro, ed altro ancora che prima erano il male assoluto, divengono cose accettabili e da difendere, quando si tratta di una campagna elettorale. Sarà pure stata un’utile conversione, e il parroco della politica potrà pure riammetterli all’eucarestia, ma quanto è affidabile un partito che cambia programma, per andare al governo?
Come se non bastasse, il Movimento ha anche dimostrato che un altro dogma non era stato consacrato nel Concilio di Trento. Quello secondo cui il Movimento non poteva coordinare la sua azione con nessuno. Quando si è accorto che per avere la maggioranza bisogna avere il 51% dei seggi in Parlamento, ha chiesto il sostegno della Lega o del Pd, come fossero equivalenti. Il M5S è per la moralità in senso finanziario, ma non in senso politico. Il denaro olet, il voto politico non olet. Perfino Vespasiano si sarebbe vergognato di un simile ragionamento.
Se non casti cauti. Se a questo disgustoso cinismo ideologico si accoppiasse almeno l’abilità nell’esecuzione del delitto, ci si potrebbe ancora levare il cappello. Secondo la lezione di Machiavelli, in politica conta il risultato. Ma i “grillini” si sono comportati come qualcuno che volesse sedurre una donna prendendola a calci. A coloro che avrebbero dovuto aiutarli non hanno offerto né un programma concordato né posti di governo, hanno offerto soltanto l’onore di sostenerli. Nel caso di Forza Italia il voto favorevole (in cambio di niente) non soltanto sarebbe stato accettato senza ringraziare, ma sarebbe stato “tollerato”. L’ha detto Di Maio in televisione dopo aver parlato con la Presidente Casellati. Quando progettano un colpo, i ladri cercano prima un ricettatore per piazzare la merce e accettano l’idea di compensarlo per il suo disturbo. I “grillini” no. Chiedono il voto soltanto perché a loro fa comodo averlo. Sarebbe il colmo dell’arroganza, se l’arroganza non fosse qui battuta dalla stupidità. 
Il Movimento 5 Stelle è un mostro della politica che può fare soltanto danni. Sta dimostrando di essere inadatto già in queste settimane, quando dopo quasi cinquanta giorni dalle elezioni non è riuscito a costituire un governo e forse non riuscirà a costituirlo neppure in futuro. Fino a rendere del tutto vana quella vittoria tanto vantata. Quanto alla sua capacità di far danni, l’unico modo di convincere (forse) i suoi sostenitori sarebbe l’esperienza. E infatti avrei tanto desiderato che Salvini dichiarasse sciolta la coalizione con Berlusconi e andasse a rompersi l’osso del collo insieme col Movimento. Ma il destino non mi ha accontentato. Anzi, fino ad ora mi ha tolto anche il possibile divertimento di vedere Luigino Di Maio, il giovanotto dalla cravatta immarcescibile, nella parte del Primo Ministro. Come si dice in napoletano “pochade”?
Politicamente il M5S è nato morto e quasi nessuno se n’è accorto. Il problema è che il cadavere insepolto non ci possa procurare qualche infezione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 aprile 2018




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POLITICA
20 aprile 2018
IL GRANDE GIORNALISTA
Se si dovesse indicare un grande giornalista politico, sarebbe ovviamente necessario porsi il problema del criterio da adottare per la scelta. E il problema risulterebbe meno semplice del previsto. Una delle poche qualità su cui tutti sarebbero d’accordo, è che il grande giornalista deve scrivere in bella lingua, coniugando correttezza, eleganza e suprema chiarezza. E già questo basterebbe ad eliminare parecchia gente dalla lista. Ma il punto più difficile sarebbe un altro: il contenuto. Perché al riguardo si ha il classico limite della coperta troppo corta. Si va dal massimo di certezza, unito quasi alla banalità, al massimo di brillantezza, purtroppo confinante con l’invenzione.
Il giornalista serio si limita ai fatti certi. Perfino le sue previsioni per il futuro si riferiscono ad eventi talmente probabili che la loro indicazione risulta banale. La lettura dei suoi testi rende bene il quadro della situazione ma non risponde quasi per nulla alla sete di saperne di più. Questo tipo di giornalista è più un analista che un opinionista. E infatti, se azzarda un’opinione, sottolinea umilmente che si tratta soltanto di un’ipotesi. Quasi con l’aria di scusarsi. 
Viceversa il giornalista brillante riferisce voci di corridoio, riporta pettegolezzi, confida indiscrezioni ed è perfino capace di descrivere la grande politica internazionale come una lite fra persone piuttosto che mostrarla come uno scontro di titanici interessi. Ovviamente la lettura dei suoi testi è più accattivante, più avventurosa e più emozionante. Ma tra lui e il giornalista serio c’è la stessa differenza che passa tra un ponderoso trattato di storia e un documentario televisivo sullo stesso argomento. Nel primo prevalgono i dati importanti, nel secondo quelli spettacolari. 
Alla domanda: “Chi è un grande giornalista?” bisogna dunque rispondere: “Grande per chi?” 
Sere fa in televisione Lucio Caracciolo, il direttore di Limes, a chi gli chiedeva una previsione per il futuro, ha risposto pianamente: “Non ne ho la più pallida idea”. Questo, agli occhi di alcuni, gli dà il fascino dell’onestà. Ma un’altra, nutrita categoria di telespettatori penserà: “E allora perché lo hanno invitato? Per dire ‘non lo so’ basto io”. Il giornalista brillante invece ha risposta a tutto. E se non l’ha, è capace d’inventarla. 
Al riguardo non ho mai dimenticato un episodio – assolutamente vero, perché ne sono stato testimone - di molto tempo fa, che vi racconto omettendo il nome del colpevole soltanto perché non ho più i necessari riferimenti. Sappiate comunque che si tratta di uno dei massimi editorialisti del Corriere della Sera. Ancora oggi. 
Dunque questo signore andò a Dallas a rivedere i luoghi dell’attentato al Presidente John Fitzgerald Kennedy, e parlò a lungo della stanzetta da cui Oswald aveva sparato. Descrisse in modo colorito lo stato di abbandono del luogo, la finestra col vetro rotto, la polvere dovunque. E criticò vivacemente le autorità per non avere capito che quel luogo derelitto faceva ormai parte della storia e avrebbero più o meno dovuto trasformarlo in un museo. Per sua sfortuna un altro giornale – credo “il Foglio” – aveva notizie precise al riguardo. E in un lungo articolo dimostrò che l’editorialista aveva inventato assolutamente tutto. Quella stanza era curatissima, era in condizioni del tutto diverse da quelle descritte ed era stata trasformata proprio in una sorta di museo. Insomma, il grande giornalista aveva scritto un pezzo di fantasia. Ed io, da allora non ho mai più letto un suo rigo. 
Alberto Ronchey era invece tutt’altra pasta di professionista. Si documentava e criveva chiaro e solido. Naturalmente lo apprezzavo e proprio per questo tanti anni fa mi stupii vedendo che i colleghi lo stimavano per la cura con cui controllava la validità di ogni sua affermazione. Nella mia ingenuità, fino a quel momento mi ero illuso che quella fosse una pratica di tutti i giornalisti. 
Enzo Biagi invece, pur essendo a ragione un celebrato giornalista divenne quasi una leggenda perché non azzeccava quasi mai una citazione. Se scriveva che una frase l’aveva detta Richelieu poi risultava che l’aveva detta Talleyrand, se citava Machiavelli poi risultava che le parole erano diverse e l’autore era Guicciardini. 
Ci sono cose che sembrano stupide, ma bisogna controllare anche quelle. La grafia dei nomi, per esempio. Teheran o Tehran? La capitale del Madagascar è Tananarive, come credevo un tempo, o Antananarivo, come leggo oggi? Per non parlare del dovere di pronunciare correttamente parole e nomi stranieri, per cui è (era?) famosa la BBC. Mentre la nostra televisione è una scuola d’ignoranza. Basta seguirla e si consegue una laurea in errori d’inglese.
Dovendo scegliere a chi conferire il diploma di grande giornalista, forse avrei delle difficoltà. Mentre per quello di pessimo giornalista la lista farebbe pensare ad una rubrica telefonica. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2018




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POLITICA
19 aprile 2018
SOLIDARIETA' DI CATEGORIA CON BERLUSCONI
Gli uomini di bassa statura sono (siamo) un po’ ridicoli. Bisogna dunque riderne? Nient’affatto. Non siamo più nella savana primigenia e l’essere più alti e più forti conta poco. Per giunta i piccoletti, inconsciamente convinti di dover compensare quello che un tempo fu uno svantaggio, sono più aggressivi e vendicativi dei giganti. Mai prendere in giro un uomo per la sua statura insufficiente: un paio su dieci si metteranno a ridere, ma gli altri otto ve la faranno pagare, se appena possono. 
E questo vale anche per le donne. È vero che sono meno muscolose degli uomini ed è anche vero che, normalmente, sono meno ambiziose di noi, perché un tempo, nella savana, avevano già abbastanza da fare con i figli e il resto. Ma anche in questo campo le cose sono cambiate. Ci saranno ancora le madri di famiglia, ma le donne non hanno un cervello inferiore e se decidono di scendere in campo non sono meno temibili degli uomini. Anzi, lo sono di più. Perché, come gli uomini di piccola statura, sanno di partire con l’handicap. E dunque sono stati dei pazzi quelli che hanno osato sfidare Golda Meir o Margaret Thatcher. Ed anche senza andare a cercare questi esempi illustri, si può star certi che una preside o una giudice non sono meno autoritari ed autorevoli dei loro colleghi maschi. 
Un’ultima categoria da rispettare sono i vecchi. Non per ragioni morali, o per il naturale ossequio da tributare ai capelli bianchi. Più semplicemente perché accanto ai molti vecchi deboli, malati, decaduti dal punto di vista intellettivo (cioè inferiori) ci sono quelli in buona salute mentale, i quali ovviamente non si sentono vecchi intimamente e sono capaci di reazioni più violente e vendicative del previsto. Come se non bastasse, i più saggi di loro si rendono conto perfettamente di non avere molto da vivere e dunque sanno anche di non avere il tempo di aspettare che la corrente del fiume gli faccia passare sotto gli occhi il cadavere del loro nemico. Il loro nemico, se possono, lo gettano nel fiume loro stessi. Oltre tutto, che cosa possono temere, se sono comunque condannati a morte?
La conclusione generale è che è meglio rispettare tutti e non presumere mai che la vittoria sarà facile. È una regola di morale, di buona educazione ed anche di prudenza. Hai visto mai che quel piccoletto sia anche mentalmente cintura nera di karate?
Al riguardo, c’è una nota particolare, riguardante Silvio Berlusconi. Il quale ormai rientra in almeno due delle citate categorie. È reputato (a torto) di piccola statura, ed è reputato (a ragione) vecchio. Né è reso più giovane dal fatto di avere tanti capelli e nessuno bianco. Per temperamento – lo sanno tutti - è sempre stato un piacione, uno che ha il vizio e la debolezza di voler piacere a tutti. Ma non è prudente scambiare la bonomia per debolezza. Anche il buono, se morsicato, può morsicare a sua volta, magari dimostrando d’avere denti più lunghi dell’aggressore.
Lo abbiamo visto in questi giorni. Degli ingenui come Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno potuto pensare che non contasse più, che dovesse comunque seguire ciò che loro, giovani, avrebbero deciso, e non si sono privati di farglielo notare a muso duro. Il risultato è che si sono ritrovati ambedue col sedere per terra. Salvini addirittura pubblicamente sbertucciato, come non lo sono mai stati Massimo D’Alema o Romano Prodi, che pure al Cavaliere hanno mosso guerre ben più efficaci. Di Maio reso quasi ridicolo dalle sue pretese, smentite dalla realtà.
Berlusconi, proprio perché è vecchio, può esercitare le sue vendette anche senza tenere conto dell’interesse del Paese. Che ne sarà dell’Italia fra dieci anni, o forse fra cinque, non è cosa che lo riguardi. I novantenni sono molto meno numerosi degli ottantenni. Ma soprattutto, come detto, la corrente dei fiumi non è affidabile. Meglio fare da sé. 
Il Cavaliere risponde all’attacco persino con lo stesso stile. Nel senso che gioca le sue ultime partite all’insegna del sarcasmo: “Visto che siete tutti più bravi di me, vediamo come ve la cavate se non vi aiuto. Visto che disprezzate così disinvoltamente il prossimo, vediamo che faccia fate, quando qualcuno vi risponde per le rime”.
Sarà che sono basso e vecchio, ma non riesco a dissociarmi da Berlusconi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2018




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POLITICA
18 aprile 2018
SE IL PD SI ALLEA COL M5S
La sensazione di tutti è che, come fino ad oggi non si è arrivati ad un accordo fra i partiti, per quanto riguarda la formazione del nuovo governo, non ci si arriverà neppure nelle poche ore che ci separano dal momento in cui il Presidente Mattarella risolverà la questione a suo modo. Comunque Francesco Verderami, sul Corriere della Sera(1), riporta, fra virgolette, questa frase di Giancarlo Giorgetti, noto e influente esponente della Lega: “Sentitemi, Mattarella ci metterà alle strette. Prima darà mandato alla Casellati per una esplorazione, poi — visto che non se ne farà nulla — lo schema cambierà. E scommetto che finirà con un governo di M5S con l’appoggio esterno del Pd”. L’ipotesi è interessante e val la pena di esaminarla, quand’anche non dovesse realizzarsi. 
Innanzi tutto non è affatto detto che il Pd sia disponibile a concedere l’appoggio esterno. Questo genere di accordo prevede che una forza politica sostenga una maggioranza senza tuttavia entrare nel governo. E cioè senza avere i vantaggi del potere. Dunque è una soluzione che si adotta in particolari casi, che non somigliano alla situazione attuale. 
Nella realtà, non si vede perché il Pd dovrebbe pagare il prezzo politico di essersi alleato con una forza tante volte definita “populista”, “antisistema”, e capace di combinare disastri, per poi non avere nessun vantaggio. Fra l’altro, non sarebbe nell’interesse dell’Italia. Dal momento che tutti hanno poca stima dell’esperienza e delle capacità politiche dei pentastellati, bisognerebbe partecipare alle riunioni del Consiglio dei Ministri per evitare i passi falsi o, quanto meno, per avvertire del pericolo. 
Inoltre, la sete di potere di tutti quelli che si occupano di politica, non dei “democratici” in particolare, rende pressoché inverosimile una generosità chiamata “appoggio esterno”. Dunque ci si occuperà soltanto di una eventuale, piena partecipazione del Pd al governo. Ed anzi si deve essere d’accordo con Verderami quando scrive che per il M5S il “forno” del Pd “avrebbe un costo altissimo”. La cosa è comprensibile. Dal momento che il Pd potrebbe dire “o fate un governo con noi o non fate il governo”, potrebbe ottenere ben più di quel 35% dei posti di potere che corrisponde alla percentuale della sua partecipazione nella maggioranza. Nessuno ha dimenticato quanto ha ottenuto il Psi dalla Democrazia Cristiana, malgrado la disparità dei consensi nelle urne.
Piuttosto, è interessante riflettere sulle possibili conseguenze di una simile alleanza, qualora si realizzasse. La prima cosa da tenere presente è che l’utopia è la sostanza stessa del Movimento. E l’utopia, “per se”, è di sinistra. Infatti, in questo senso è di sinistra la Chiesa Cattolica (si è visto con la Democrazia Cristiana) e di sinistra è lo stesso Papa Francesco, contrariamente al teologo tradizionalista Ratzinger. Né il Movimento è stato reso più moderato dai voti “nuovi”. A parere di tutti, una buona parte di essi proviene proprio da quegli elettori di sinistra che sono stati scontenti del moderatismo centrista di Renzi. Tutto ciò corrisponde a dire che l’alleanza M5S. Pd sarebbe altamente profittevole soprattutto per coloro che non ne fanno parte. Infatti sarebbe una coalizione di sinistra con tendenze utopiche e massimaliste: una miscela esplosiva da cui potrebbe uscire distrutta l’Italia e comunque distrutti ne uscirebbero i partiti della coalizione. 
Fra l’altro, secondo una vecchia teoria, l’utopia può avere un temporaneo successo, in un Paese, quando governa in un periodo di grande prosperità. Cosicché può regalare una parte della ricchezza accumulata negli anni della ragionevolezza. Ma a parte il fatto che nemmeno la ricchezza accumulata, o regalata dalla natura, come il petrolio, salva dal fallimento (si pensi al Venezuela) chi va al potere in Italia in questo momento trova un Paese in recessione; con un debito pubblico astronomico; con un servizio del debito che, fino ad ora (cioè in tempi di bonaccia) ci costa 60-80 miliardi l’anno; con vincoli esterni che ci vietano di dilatare ulteriormente il debito; con tremende scadenze che derivano dal fiscal compact da noi sottoscritto, e si potrebbe continuare. Il governo non avrà libertà di manovra, e l’unica libertà che avrà sarà quella di mandare in malora il Paese. 
Gli unici dati positivi di questa ipotesi sono il fatto che si ristabilirebbe, se non il bipartitismo, certo il bipolarismo destra-sinistra. L’alleanza M5S-Pd avrebbe infatti fatto risuscitare un centrosinistra simile a quello del secondo governo Prodi. L’altro dato positivo, per chi non è di sinistra, sarebbe che i partiti rimasti all’opposizione avrebbero il vantaggio di tornare al potere, alle successive elezioni, magari prima della scadenza della legislatura. Soltanto il M5S e il Pd, alleandosi, possono dare nuova vita al centrodestra, anche quando Berlusconi non ci sarà più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2018
http://www.corriere.it/politica/18_aprile_17/governo-giorgetti-lega-prevede-finira-gli-m5s-l-appoggio-pd-68107a22-41ba-11e8-8f14-73bb1310218e.shtml



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POLITICA
17 aprile 2018
UN BENE PER L'ITALIA, UN MALE PER IL PD?
I giornali parlano di un dibattito interno al Pd, sul comportamento da tenere durante i tentativi per varare il nuovo governo. Di solito, queste discussioni lasciano del tutto indifferenti i lettori di giornali. “Affari loro”, si pensa. E con ragione. Ma stavolta la discussione ha riflessi teorici – etici e politologici – che trascendono l’occasione concreta.
Il problema nel Pd è stato posto in questi termini: bisogna evitare ad ogni costo un’alleanza di Lega e Cinque Stelle, per il bene del Paese, o bisogna scegliere l’opposizione? Nel secondo caso, secondo i calcoli, si mandano questi pericolosi incompetenti a sbattere il muso e si ritrova il proprio elettorato nel momento in cui si conclude la loro avventura. Per chi fosse interessato a questi particolari, la prima tesi appartiene a Dario Franceschini e ai suoi amici, la seconda tesi appartiene a Matteo Renzi e ai suoi amici.
La questione può essere discussa su più livelli. Il più futile è quello corrispondente ai portabandiera delle due tesi. In altri termini, si potrebbe scegliere o rifiutare la seconda tesi secondo che si abbia simpatia o antipatia per Renzi. Ma sarebbe un errore, perché gli interessi in gioco sono ben più importanti dei rapporti personali. Il secondo livello riguarda l’interesse del Partito Democratico. Che cosa gli conviene di più? La questione è controversa. E se è controversa per i grandi capi, figurarsi per gli spettatori. Il più interessante è però il terzo livello, quello che riguarda l’interesse del Paese. 
È vero che un governo Lega-Movimento potrebbe essere assolutamente deleterio per la nazione? Infatti, se per caso quell’alleanza fosse positiva per l’Italia, non ci sarebbero dubbi: Franceschini avrebbe torto e Renzi potrebbe dire che la permanenza all’opposizione, da lui suggerita, è resa obbligatoria dalla situazione reale. Ammesso invece che quell’alleanza fosse negativa per l’Italia, si comprenderebbe la discussione. Il dubbio fondamentale diverrebbe: bisogna far prevalere l’interesse del Pd o quello dell’Italia? 
E qui si apre un’altra dicotomia. Perché se per caso un’alleanza Pd-centrodestra fosse la cosa migliore per l’Italia ma lo fosse anche per lo stesso Pd, Franceschini avrebbe largamente ragione e Renzi largamente torto. Purtroppo, il vero, drammatico problema si porrebbe se si fosse convinti che l’alleanza Pd-centrodestra sarebbe un bene per l’Italia e un male per il Pd. 
Questo sarebbe un dibattito degno di passare alla storia. Si sarebbe lieti di avere un Tucidide nascosto in un angolo e capace di riferirci, nel suo modo geniale, le tesi contrapposte. Infatti, chi sostenesse che bisognerebbe salvare il Paese, a costo di distruggere il proprio partito, dimostrerebbe un eroico senso dello Stato quale si è raramente visto nella nostra nazione. Diciamo eroico perché il Pd non potrebbe aspettarsi nessuna gratitudine, dai cittadini. E ciò sia perché neanche se ne accorgerebbero, sia perché, nel caso, non crederebbero al disinteresse di quei politici. Il riconoscimento dell’atto d’eroismo arriverebbe nei libri di storia, con un ritardo di decenni. Sempre ammesso che arrivasse. Ecco perché, conoscendo la mentalità pragmatica (quando non cinica) dei politici, la proposta di Franceschini è del tutto incredibile. L’interesse di cui bisogna tenere conto è soltanto quello del Pd. 
Dopo tutto, se l’Italia ha votato per il M5S, e se questo Movimento, una volta al governo, provocherà disastri, non ci sarà da lamentarsene. La democrazia funziona così. Il popolo ha anche il diritto di mettersi nei guai. Né lo si può salvare contro la sua volontà, perché l’unico modo sarebbe – se fosse possibile – attraverso l’instaurazione di una dittatura.
La domanda fondamentale, a conclusione delle distinzioni che precedono, è: qual è l’interesse del Pd? Tutte le opinioni sono lecite e quella di chi scrive è che, per una volta, ha ragione Matteo Renzi. Innanzi tutto, la posizione suggerita da Franceschini potrebbe essere interpretata come ignobile volontà di partecipare al potere, anche in posizione subalterna. Poi, malgrado l’umiliazione, si potrebbe non ottenere lo scopo. Dunque è meglio che i “grillini” si scottino le dita maneggiando le leve del potere. Da un lato il loro governo potrebbe non durare, e fra poco tempo chi sarà stato all’opposizione avrà un grande vantaggio; dall’altro potrebbe durare e scontentare tutti, ed anche in questo caso il Pd ne avrebbe un vantaggio.
Ma forse la discussione rimarrà del tutto teorica, perché non è detto che il Pd abbia il potere di permettere o impedire la formazione del futuro governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 aprile 2018




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POLITICA
16 aprile 2018
LA VERA NATURA DEL M5S
La natura del Movimento 5 Stelle è così insolita che si teme di sbagliare qualunque cosa se ne dica. E così, se si vuole arrischiare qualche considerazione, è bene farlo con spirito giocoso: “Vi avverto che desidero soltanto passare il tempo”.
I partiti sono caratterizzati da ideologie più o meno nobili, più o meno antiche, più o meno chiare. Ma tutti hanno almeno un’idea sommaria di che cosa significhi, per esempio, essere di destra o di sinistra. Il M5S, invece, non si è mai saputo dove collocarlo. Perché non propugna una data teoria o la realizzazione di un dato programma: ha ideali vaghi e fumosi, come quello dell’onestà, che appartengono a tutti e non significano niente, oppure programmi realizzabili soltanto col denaro fornito dallo Spirito Santo. Il partito si limita ad esprimere un sentimento di rabbia e di protesta. Insomma la voglia di gettar giù tutto. 
Ora può essere vero che un impianto elettrico sia “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Ma poiché c’è una regola d’arte, si sa anche che strada intraprendere per ripararlo. Se invece si considera tutta sbagliata l’organizzazione sociale e politica, ma non si sa come rifondarla, si rimane col cerino acceso in mano. Non basa dire “Vaffanculo” a tutti i soggetti che la fanno funzionare, quella società, bisogna anche rispondere a molte domande: chi chiamiamo a sostituirli? chi ci dice che i nuovi venuti siano migliori di quelli che abbiamo mandato via? in che direzione andare, se non ci siamo mai interessati di politica o di economia?
Il Movimento è prigioniero di slogan a base puramente emotiva. Per esempio: il mondo politico è talmente corrotto che con esso non è concepibile nessuna collaborazione, nessun compromesso, nessuna alleanza. E infatti dal 2013 al 2018 il M5S non ha contato niente. Poi, all’approssimarsi delle elezioni, i personaggi meno irrazionali hanno finalmente capito che la realtà è ineludibile. Andare al potere da soli (ottenendo il 51% dei voti) è inverosimile e non rimane che cercare alleanze. Ovviamente questo smentisce il sogno della purezza incontaminata e scontenta gli elettori: ma che si può fare di diverso?
Inoltre, appena vinte le elezioni, dopo aver sempre proclamato di non essere interessati alle poltrone, i “grillini” hanno arraffato tutte quelle che hanno potuto. Forse erano stanchi di stare in piedi, nelle piazze, a inneggiare al disinteresse. 
Poi, pensando di andare al governo, si sono accorti che non si possono allarmare i mercati o gli alleati europei. E allora ecco Luigi Di Maio, in giacca e cravatta d’ordinanza, che recita da mane a sera la parte di un Primo Ministro, se non conservatore, certo rassicurante. Prima, tutto il Movimento ha gridato vaffanculo all’Unione Europea, all’euro, alla Nato, poi, “il candidato premier” s’è rimangiato tutto, lasciando il mondo a chiedersi: qual è il vero M5S: quest’ultimo, estemporaneo, o quello storico di Grillo, di Di Battista e di tanti altri? 
I dogmi del partito sono assurdi ma su ogni argomento il Movimento ha sempre ragione - anche quando cambia opinione - e gli altri interamente torto. Ma col 32,6% dei voti, pur avendo sempre ragione, non si governa e allora i Cinque Stelle hanno cominciato a proporre a tutti un’alleanza. Purtroppo in questi termini: “Siamo disposti ad accettarvi come alleati purché non pretendiate di modificare il nostro programma – che è l’unico giusto - o di avere posti di governo. Tutto quello che offriamo è l’onore di sostenerci”. E poi si sono stupiti che non ci fosse la fila per accettare quell’onore. 
Altro dogma: “Non soltanto siamo gli unici onesti, ma abbiamo anche il diritto di decidere chi è accettabile e chi è inaccettabile. Per esempio, Berlusconi è inaccettabile”. Ma – la vita è imprevedibile – Berlusconi non è stato d’accordo, e il risultato è stato quello che vediamo. Nel frattempo il cerino acceso ha continuato ad accorciarsi fra le loro dita e loro si stupiscono: “Ma se abbiamo vinto le elezioni, come mai non siamo al governo? Se undici milioni di elettori hanno indicato Di Maio come Primo Ministro, come mai non l’hanno nominato?” Non li tange il fatto che le elezioni le vince chi ottiene più del 50% dei voti; che Di Maio è il candidato di Grillo e non degli elettori; e che il Primo Ministro lo nomina il Presidente della Repubblica, non Casaleggio. Cadono dal pero tutti i giorni.
E così finalmente si capisce la natura del Movimento Cinque Stelle. Esso non ha né un’idea della politica né un’idea della realtà. È costituito ad immagine e somiglianza di milioni d’italiani arrabbiati, i quali credono che la protesta sia una politica. Un po’ come credere che avere mal di denti corrisponda ad essere specializzati in odontoiatria. È per questo che quel movimento è pericoloso. Dopo tutto, meglio avere al volante un autista discutibile che lasciare quel posto vuoto, mentre si imbocca la discesa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 aprile 2018




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POLITICA
15 aprile 2018
I QUARTI DI SNOBILTA'
Il nobile è condannato ad essere nobile. Già da bambino gli parlano del suo albero genealogico, delle figure più illustri della sua casata e dei suoi doveri di membro di una classe superiore. E questo privilegio è anche un limite. Molte cose che gli altri fanno a lui sono vietate, o potrà permettersele superando le remore della sua famiglia e del suo condizionamento. Perfino quando si tratta di sposarsi, gli altri possono scegliersi chi vogliono, per il nobile la famiglia preferisce che la scelta cada su un altro nobile. Mai dimenticare “chi si è”.
Per rappresentarsi questo quadro il plebeo deve fare sforzi di fantasia, ma il nobile riesce ad immaginare in che modo il plebeo vede sé stesso? A questa curiosità posso rispondere io.
Un famoso aneddoto (forse nemmeno vero) riferisce che una volta Einstein, dovendo riempire un formulario per entrare negli Stati Uniti, alla voce “razza” abbia scritto “umana”. Ma questo perché era tedesco. Se fosse nato in Alabama avrebbe scritto “bianca”. Analogamente io non mi sento un plebeo perché si può sentire tale soltanto uno che frequenta i nobili, come accadeva a Voltaire; uno che vorrebbe frequentarli; uno che, come lo snob, vorrebbe imitarne lo stile e le abitudini. Io invece sono così serenamente plebeo che nemmeno me ne accorgo. 
Non ho complessi d’inferiorità e i nobili mi fanno simpatia. Li immagino (forse romanticamente, pensando a Vigny) portatori di una tradizione e di una cultura che meritano rispetto. Quanto a me, se qualcuno mi sbattesse sul muso i suoi antenati, gli risponderei con la vecchia battuta: “I miei invece risalgono ad Adamo”.
In tutto ciò sono favorito da una totale umiltà di origini. Nonni contadini, forse tre analfabeti su quattro, e nessuna idea dei bisnonni. Perfino con la mia propria famiglia non c’è stato un sentimento di appartenenza. Loro mi volevano un bene normale e anch’io gliene volevo, ma rimanevo separato. Non ho sposato né le loro idee, né le loro abitudini, né niente. Del resto ai miei tempi i bambini erano più autonomi e le famiglie li lasciavano vivere. Così mi sono considerato un essere umano nato casualmente in un posto piuttosto che in un altro, in una famiglia piuttosto che in un’altra. E forse perfino il mio amore per le lingue straniere si spiega così: parlando un’altra lingua ho potuto attuare una diversa “casualità” di venuta al mondo. 
Questa fragilità delle radici spiega perché mi sento italiano, ma non del tutto. Quella nazionalità è soltanto quella che conosco meglio. Il mio mondo non è diviso verticalmente, dalle frontiere, ma orizzontalmente, dal livello mentale. Certi nobili possono vantare quattro quarti di nobiltà, io sono così privo di status che posso vantare quattro quarti di “snobiltà”. Sono senza legami persino come plebeo e dunque non ho doveri verso nessuna classe sociale, verso nessuna convenzione, verso nessun gruppo. All’occasione mi permetto addirittura atteggiamenti da aristocratico con la puzza sotto il naso. Dinanzi a tanta musica leggera contemporanea, dinanzi a tanti spettacoli televisivi, dinanzi a tanto melenso sentimentalismo popolare, storco la bocca con il leggero disgusto di chi si è allontanato da secoli da quel fango.
Che bellezza, non essere nessuno. Che bellezza, non dover rispondere alla famiglia, al parentado, al proprio ambiente. Chi non sente di appartenere a nessuna corporazione non ha superiori. È questo che permise a Diogene di pregare Alessandro di non togliergli il sole. Diogene non considerava sé stesso superiore ai cani, ma proprio per questo non considerava Alessandro superiore a lui. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 marzo 2018




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POLITICA
14 aprile 2018
HANNO RAGIONE TUTTI
Un giorno un giudice, ascoltato l’attore, gli dette ragione. Poi ascoltò il convenuto, e dette ragione anche a lui.  Il cancelliere, scandalizzato, gli fece osservare che non poteva dare ragione a tutti e due, e lui ammise: “Hai ragione pure tu”.
Nell’attuale situazione politica si rischia di ritrovarsi nella scomoda posizione di quel giudice. Matteo Salvini esclude categoricamente un’alleanza del centrodestra col Pd perché il contrasto fra i loro programmi di governo è tale che il leader della Lega dovrebbe rimangiarsi tutto quello che dice da anni. Silvio Berlusconi esclude categoricamente un’alleanza col M5S, per rispondere pan per focaccia ai ragazzotti di Beppe Grillo e perché li reputa inadatti a guidare il Paese. Renzi è lieto di mandare al diavolo sia il centrodestra sia il Movimento, per dimostrare che, se loro gli hanno fatto la guerra, anche lui può fargliela, impedendogli di andare al governo. Meglio la rendita dell’opposizione. Luigi Di Maio infine è nella situazione peggiore. Per anni, il Movimento ha detto che non si sarebbe alleato con nessuno (che schifo, gli inciuci) ed ora si trova a mendicare un inciucio. Per giunta, se non l’ottiene, rischia la scomunica di tutti, perché, malgrado il successo, non riesce a governare. Se lo ottiene, rischia la scomunica dei suoi elettori, perché se cerca una maggioranza a destra, gli si chiederà con sdegno perché non l’ha cercata a sinistra, e se la cerca a sinistra, l’inverso. Se infine la cerca sia a destra sia a sinistra, gli si chiede se considera che siano la stessa cosa il diavolo e l’acqua santa. Insomma rischia di rimanere col cerino del suo 32,6% in mano.
Ognuno ha validissime ragioni per mantenere la posizione in cui è. Il cittadino vorrebbe almeno poter dire: “Io sarei lieto che finisse così”. Ma la situazione è troppo confusa. E dire che le soluzioni sono soltanto tre. Escluso un governo di minoranza, ed escluso un governo dei tecnici, perché attualmente queste due soluzioni sono rifiutate da tutti, rimangono queste possibilità: un governo del centrodestra e sostenitori, un governo del M5S e sostenitori, un governo di M5S e centrodestra alleati. La prima ipotesi è la meno pericolosa, perché avremmo un governo esperto e responsabile, ma nel lungo termine sarebbe la più dannosa perché un Movimento che ha avuto quasi un terzo dei voti, una volta relegato all’opposizione, farebbe uso della peggiore demagogia e forse avrebbe un immenso successo alle prossime elezioni. Favorito in questo da una situazione economica che, fatalmente, renderà impopolare qualunque governo.
Seconda ipotesi, il M5S al governo. Ci sarebbe da compatire un Paese guidato da dilettanti allo sbaraglio. Ma ci sarebbe da compatire anche un partito che non potrebbe più cavarsela con le giravolte, le ambiguità e i vaffanculo. Governare è un’altra faccenda, vero Virginia? Dissipata la nebbia, si vedrebbe la realtà di un Movimento che non ha né idee, né esperienza, né senso del reale. I pochi esperti di economia che dice di avere sono keynesiani e il risultato non può che essere il disastro. Per giunta, se per evitarlo rinsavisse completamente, con una conversione a U, eviterebbe il disastro del Paese ma non il suo. I suoi elettori lo accuserebbero di tradimento, di essersi inginocchiato dinanzi alla Merkel e di ogni possibile nefandezza.
L’alleanza fra M5S e centrodestra? Sarebbe per ambedue l’abbraccio della morte. Gli elettori di ogni partito accuserebbero il proprio blocco di avere provocato dei disastri perché si è alleato con l’altro. Veramente non si sa che pesci prendere. La scelta è fra disastri, immediati o rimandati. Se penso al M5Sal governo, dico “Dio ne scampi”, se penso al M5S all’opposizione dico: “E allora gli italiani non impareranno mai”. E se penso ad una alleanza dei due massimi blocchi, riesco ad immaginare la totalità degli italiani che si sentono traditi.
Molta gente è infelice perché nella vita è rimasto un perfetto nessuno. Ma a volte, per quanto riguarda il potere, si deve essere felici di non avere la responsabilità di decidere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 aprile 2018




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POLITICA
13 aprile 2018
LA FOCACCIA DI SALVINI E IL PANE DI BERLUSCONI
La performance della delegazione del centrodestra a conclusione del secondo colloquio col Presidente della Repubblica è stata francamente imbarazzante. Se la scena di cui si parla non avesse dei precedenti, risulterebbe addirittura incomprensibile. 
Cominciamo dai fatti di giovedì. I tre rappresentanti del centrodestra escono dalla famosa porta tra i due corazzieri e Silvio Berlusconi presenta Matteo Salvini, come se questi avesse bisogno di essere sponsorizzato da chi ha più potere di lui. Per giunta, nella presentazione, Berlusconi sottolinea che Salvini leggerà un testo concordato, quasi a dire: “Non è il nostro capo, è il nostro portavoce”. Poi, mentre Salvini legge il compitino, Berlusconi fa una sceneggiata alla Totò: conta sulle dita i singoli punti, quasi a dire: “Esattamente come abbiamo stabilito tutti insieme”. E infine, quando la lettura è finita, prende per le spalle sia la Meloni sia Salvini, li avvia verso la porta e raccomanda ai giornalisti: “Fate i bravi, sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l’abc della democrazia”, ovviamente alludendo ai Cinque Stelle. Insomma ha gettato un’ulteriore secchiata di fiele nei rapporti con loro. 
Che cosa pensare di questo comportamento di Berlusconi? Normalmente bisognerebbe dire che è inqualificabile. Per cominciare, non doveva presentare Salvini. Invece l’ha fatto probabilmente senza neppure avvertire l’interessato. Non avrebbe dovuto contare sulle dita i singoli punti che leggeva Salvini, sia perché la mimica non era degna delle auguste mura del Quirinale, sia perché era evidentemente un modo per attirare su di sé l’attenzione dei reporter, sottraendola a Salvini. E infatti tutti i giornali hanno scritto che “gli ha rubato la scena”. Infine la battuta sui Cinque Stelle è stata un modo di rendere ancor più dura la vita politica dell’alleato. Berlusconi è dunque il “villain”, il cattivo di questo western? Per nulla. 
Andiamo all’antefatto. Berlusconi si aspettava di arrivare primo ed è arrivato secondo. Fin qui, si chiama democrazia. Ma da quel momento Salvini è stato arrogante. Si è comportato come se potesse dare ordini all’intera coalizione. Ha intavolato negoziati con Di Maio passando sulla testa degli alleati. Ha contribuito ogni giorno ad avvalorare la tesi, divenuta luogo comune, che Berlusconi non contava più niente. Infine, sgarbo supremo, mentre Forza Italia ancora insisteva su Paolo Romani, Salvini, senza aver concordato la mossa con Berlusconi, si mette d’accordo con Di Maio per votare Anna Maria Bernini come Presidente del Senato, senza nemmeno chiedere il parere di Forza Italia. La sgarbo è tale che Berlusconi, sul momento, annuncia la rottura della coalizione. Ma il giorno dopo si rassegna a ritirare la candidatura di Romani, concorda quella di Maria Elisabetta Alberti Casellati e pare ci abbia messo una pietra sopra. La ragione è chiara: sciogliere la coalizione sarebbe stato contro l’interesse di tutti i soci e perfino contro l’interesse dell’Italia. Non soltanto Fi e Lega governano insieme in molte amministrazioni locali, ma il centrodestra non avrebbe più avuto nessun potere contrattuale. Inoltre la Lega, con notevole danno per l’Italia, sarebbe stata spinta ad allearsi col M5S. Come detto, sul momento pare che il Cavaliere si sia rassegnato ad incassare la sberla. Ma nulla è più lontano dalla verità. 
Berlusconi è notoriamente un uomo pacioso e gioviale, ma non si fa la carriera (e i soldi) che ha fatto lui, se si è dei conigli. Infatti da quel momento la musica è cambiata. Berlusconi si è messo a giocare duro, fino alle gomitate più plateali. Non si è più limitato a subire l’ostracismo del M5S, lo ha incoraggiato provocandolo con giudizi sprezzanti su Di Maio e dichiarandosi in primo luogo lui stesso indisponibile all’alleanza. Insomma rendendo assolutamente insormontabile l’ostacolo che Salvini aveva fatto di tutto per superare. Infine, giovedì, si è posto come l’uomo forte del centrodestra ed ha ridicolizzato il leader della coalizione. E questi, non potendo rompere, si è trovato nella stessa situazione in cui, prima, lui aveva messo Berlusconi. 
Tutta la vicenda sembra scritta da Esopo. Dopo Fini, Renzi e tanti altri. Salvini si è comportato da arrogante e, come loro, ha sbattuto il muso. Quand’è che gli uomini impareranno che l’arroganza non conduce da nessuna parte?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2018




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POLITICA
13 aprile 2018
11 MILIONI DI VOTI? NO, UNO O DUE
Piero Ignazi sostiene giustamente, su “Repubblica”, che la situazione politica non si sbloccherà finché Luigi Di Maio non rinuncerà all’assurda – e costituzionalmente infondata – pretesa di essere nominato Primo Ministro. Una richiesta, scrive, “frutto di un mix di esaltazione, inesperienza e arroganza”. E tuttavia l’obiettività vuole che si difenda il povero giovane. Se coloro che hanno i capelli bianchi delegano il comando – o l’apparenza del comando – a un giovane che non ha né esperienza, né cultura politica né pratica di governo, come meravigliarsi, poi, se quello commette errori? Come possiamo imputargli l’esaltazione se, a trent’anni, si vede designare candidato Primo Ministro? L’arroganza è costituita dall’attribuirsi qualità che non si hanno, ma nel suo caso è poi così assurdo che egli pensi di averle, quelle qualità? La verità è che, per come l’hanno “pompato”, il giovane Di Maio si mostra perfino saggio.
La pretesa che Di Maio sia il Primo Ministro è un macigno sulla via che conduce al nuovo governo, ma questo errore non lo ha commesso l’interessato, che in questa faccenda è più o meno un esecutore di ordini. L’ha commesso chi comanda nel Movimento. Di Maio sa benissimo di non essere stato designato da undici milioni di elettori, come gli hanno intimato di ripetere quotidianamente. È stato designato da un solo Grande Elettore (come erano Principi Elettori – Kurfürst - quelli del Sacro Romano Impero): cioè da Beppe Grillo. Esattamente quel latitante politico che di mestiere fa il comico e che, interrogato, oggi direbbe, come l’apostolo Pietro: “Di Maio? Non lo conosco”. Poi, se a qualcuno sembra eccessivo che un quisque de populo abbia potuto designare il futuro Primo Ministro dell’Italia, si può allargare la lista dei Kurfürst a due, aggiungendo Davide Casaleggio. Ma due rimane un numero molto più piccolo di undici milioni. 
Ancora una volta, non si vuol dire male di Di Maio. Sembra un bravo figliolo. Sarà la gioia della sua famiglia e forse sarebbe stato anche un eccellente lavoratore, se gli avessero offerto un lavoro serio. Ma come si può pensare di affidargli la massima responsabilità nazionale? Ché anzi il giovane fa proprio del suo meglio. Se non si tratta di congiuntivi, sa parlare bene, è garbato, pulito, sorridente. Perfino amabile, quando le sciocchezze che è costretto a dire non sono troppo grosse. Ma – salvo ad ottenere col suo partito più del 50% dei voti - Grillo come ha potuto pensare che gli italiani si sarebbero acconciati ad avere come Primo Ministro un giovane che la maggior parte dei politici italiani anziani non avrebbe accettato come portaborse?
Lo stesso suo contrasto con Matteo Salvini induce in errore. Durante la campagna elettorale Berlusconi ha accettato il principio che il leader del centrodestra sarebbe stato il capo del partito che, all’interno della coalizione, avrebbe avuto più voti. E ciò perché era convinto che sarebbe stato lui. Poi è andata come è andata ma  Salvini almeno ha una decina d’anni più di Di Maio. ha fatto la sua strada politica da solo, ha realizzato da sé l’impressionante aumento dei voti della Lega. Insomma, anche se spara sciocchezze da lesionare le mura della città, è un personaggio in proprio. 
Ecco perché è incongruo parlare della coppia Di Maio-Salvini. Non hanno lo stesso peso. Infatti, se gli uomini del Pd non accetterebbero di sostenere Salvini come Primo Ministro è perché non condividono il suo programma, non perché non lo prendano sul serio. Mentre l’ipotesi di Di Maio manda fuori di testa tutti i politici di professione. Il diktat dell’Onnipotente, o dei due Onnipotenti, può essere imposto al Movimento, perché ne tirano le fila; ma il resto del mondo politico italiano ha ancora le proprie idee e la propria dignità. I signori in toga praetexta che siedono in Senato temono per la seconda volta di vedersi imporre come collega, ed anzi come capo, un cavallo. 
Senza offesa per Di Maio, naturalmente. Stiamo parlando di competenza, non di natura umana od equina. E per dimostrare a che punto il nome del giovane Luigi è stato calato dall’alto, basterà chiedere: quanti italiani avrebbero indicato Di Maio come candidato premier, se si fosse seguito il sistema americano della nomination del candidato democratico o repubblicano? Molti oggi dicono che Forza Italia non è concepibile senza Berlusconi, e che anzi, se non ci fosse ancora lui, forse quel partito sparirebbe. Chi direbbe che il Movimento 5 Stelle domani sparirebbe dagli schermi radar, se non ci fosse Di Maio candidato alla carica di Primo Ministro?
Ancora una volta il M5S è vittima di quella hybris, quell’eccesso che fa perdere di vista la realtà. Ma la realtà ha la brutta abitudine di vendicarsi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2018




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POLITICA
12 aprile 2018
LA FOLIE AU POUVOIR
“Le moi est haïssable”, ha scritto Blaise Pascal: l’io è odioso. E se al riguardo qualcuno poteva avere delle perplessità nel Seicento, ogni dubbio è caduto con l’ubriacatura del Romanticismo. E tuttavia ci sono casi in cui della prima persona non si può fare a meno. Per esempio quando si tiene ad evitare che una forma impersonale corrisponda quasi a dire: come è evidente. Quando cioè ci si vuole assumere l’intera responsabilità di ciò che si afferma, confessando che non si dispone di nessuna autorità. Che insomma si vuole soltanto esporre un’opinione e che questa opinione potrebbe anche essere totalmente sbagliata.
E così mi lascio andare ad esprimere un profondo desiderio personale: vorrei tanto, ma proprio tanto, che Matteo Salvini rompesse con Silvio Berlusconi e andasse a costituire un governo con Luigino Di Maio. Ah, l’ho detto, finalmente. Ora non rimane che spiegare i motivi indecenti di questo mio desiderio.
I motivi sono indecenti perché la rabbia, la frustrazione, l’indignazione, la sete di vendetta che spinge Sansone ad uccidere i filistei, persino al prezzo di uccidere sé stesso, sono indecenti. Il Cristianesimo insegna a perdonare e a rigettare la vendetta come modo di raddrizzamento dei torti. L’economia insegna che danneggiare gli altri al prezzo di danneggiare sé stessi è da dementi. La stessa guerra, che insegna a far male al nemico, insegna pure che ciò è razionale quando al nemico si fa un male più grande di quello che si provoca a sé stessi. E invece Sansone, morendo, non subisce un male minore di quello che infligge ai filistei. 
Ecco perché, in un certo senso, l’azione di Sansone è indecente. Come è indecente la mia voglia di vedere finalmente l’Italia che paga il fio della sua immane stupidità. Perché sono italiano anch’io e quel ch’è peggio - essendo in vena di confessioni, confesserò anche questo - amo l’Italia. Sordo alla political correctness, sono persino disposto a chiamarla Patria. Con la maiuscola. 
Il fatto è che sono a quel punto di disperazione che spinge i genitori dei ragazzi drogati a negargli anche un singolo euro. E al limite, se cominciano a rubare in casa pur di procurarsi la droga, a buttarli fuori, perché vadano a cercarsi un tetto, un ponte, una fogna. E non si facciano più vedere.
Nel caso dell’Italia ciò che bramo è che essa apprenda il principio di realtà. Non mi sento più di vivere in un Paese in cui si può prendere sul serio un partito come il Movimento 5 Stelle. O un greve demagogo come Salvini. Per questo vorrei che fossero messi alla prova, quale che ne possa essere il prezzo. Il gioco vale la candela. Se l’Italia ne uscisse guarita da quell’amore del sogno che l’ha resa fascista per oltre vent’anni e più o meno comunista per mezzo secolo, sarebbe un affare. Anche perché, caduto il comunismo, i miei cari compatrioti non hanno smesso di sognare. Basti dire che, mentre si addensano le nubi accumulate spazzando la polvere economica sotto il tappeto, non soltanto non si preoccupano di essere chiamati a pagare il conto delle follie del passato, ma sperano seriamente di ricevere regali a gogò. A questo punto sono troppo imperdonabili per essere compatiti. Che soffrano.
Per favore, se nell’Olimpo c’è un dio dei pazzi, che mi faccia la grazia di mandare Salvini e Di Maio sottobraccio a Palazzo Chigi. E se proprio tengono ambedue ad essere Primo Ministro, restauriamo la carica diarchica dei consoli. Loro saranno felici e anche noi saremo felici di vederli all’opera. 
Il Sessantotto fu troppo timido, chiedendo “la fantasia al potere”. Bisognava avere il coraggio di gridare allora come oggi: “La follia al potere!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 aprile 2018




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POLITICA
11 aprile 2018
LA CIVILTA' DELL'IMMAGINE IN POLITICA
La politica riguarda la guida del Paese e forse per questo molti dei concetti che la riguardano finiscono col riportarsi alla navigazione. La parola governo, etimologicamente, significa timone. E del resto, ancora oggi si dice “governare una barca”. Se si deve correggere la rotta, si parla di “manovra”, come per le navi, e quando si è in acque tempestose si prospetta il rischio di “perdere la rotta”, “finire sugli scogli”, “fare naufragio”. L’insistenza sul parallelo dimostra quanto esso sia naturale. 
Una grande nave richiede una ciurma competente e un capitano che sia all’altezza del compito. Lo scandalo provocato da un personaggio come Francesco Schettino non dipende tanto dal fatto che la sua insufficienza tecnica abbia provocato una trentina di morti, perché questo può capitare a qualunque autista di autobus, quanto dal fatto che egli abbia dimenticato che aveva la responsabilità di una città galleggiante. Al capitano di un grandioso capolavoro dell’industria nautica non si può perdonare una lettura superficiale dei portolani, fino a sbattere contro gli scogli come un qualunque velista della domenica. È questo che spiega l’insolita pena di sedici anni per un reato colposo, anche se si tratta di omicidio.
Ma c’è qualcosa di veramente stupefacente. Mentre la responsabilità aumenta a mano a mano che si sale dalla guida della propria automobile alla guida di un taxi, di un autobus, per finire con un gigante come la Costa Concordia, quando si sale ancora, e si tratta di guidare la nave dello Stato, si ritorna alla casella di partenza. In Italia rischiamo di designare Primo Ministro un giovanotto che difficilmente supererebbe un esame universitario di diritto costituzionale.
Il paradosso della politica è la possibilità che, mentre fra i passeggeri ci sono fior di capitani, di docenti di ingegneria navale e di competenti in ogni sorta, il transatlantico dello Stato sia poi governato da un dilettante. Il sistema democratico rimane il migliore, ma a volte è difficile da deglutire. Esso impone ai competenti di tollerare che la massima autorità sia affidata a qualcuno che di competenza ne ha tanto meno di loro e la cui una specializzazione consiste nel saper fare discorsi demagogici. Se vogliamo uscire dai paragoni nautici, è come se Hamilton, Vettel e Raikkonen fossero i passeggeri di un tassista ubriaco.
Forse proprio per questo bisognerebbe proprio sfatare il mito dell’eletto dal popolo. La massa non è più adatta a designare un primo ministro di quanto sia adatta a designare il nuovo papa. E proprio per evitare i suoi errori, bisogna seguire l’esempio della Chiesa Cattolica che non si fida nemmeno del concistoro dei vescovi e ricorre al conclave.
Nello Stato laico non esistono i cardinali ma si può ottenere quasi lo stesso risultato smettendo di stramaledire i partiti e affidando loro la formazione dei nuovi dirigenti e, al sommo della carriera, degli statisti. Come hanno fatto per molti decenni la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. È per questo che i politici di allora furono di un migliore livello rispetto a quelli di oggi. 
Quello inoltre fu un tempo in cui si badava più alla sostanza intellettuale degli uomini e meno all’immagine che si presentava al popolo. In Italia nessuno, se non eccezionalmente, accennava alla figura da uovo di Pasqua di Mario Scelba, da uccello del malaugurio di don Luigi Sturzo o da nano di Fanfani. Noi invece non smettiamo di parlare della statura di Berlusconi (che nessuno noterebbe per la strada), della capigliatura enfatica (o circense) della ministra Fedeli e del sex appeal di Maria Elena Boschi. Una volta c’era il discrimine cattolico-miscredente, ora cravatta sì, cravatta no. E allora perché ci meravigliamo del basso coefficiente di riempimento della scatola cranica?
Il voto telematico va bene per le canzoni o per i concorsi di ballo, ma per i politici  l’ideale sarebbe che non avessero un viso e forse neppure una voce. Che fossero noti per ciò che hanno scritto e per come hanno governato, non per come si presentano. E poco importa se gli (innumerevoli) analfabeti a momenti non saprebbero nulla di loro. Tanto, non essendo in grado di emettere un giudizio fondato, probabilmente sbaglierebbero.
Non ci si può nascondere che questo punto di vista è da aristocratici. Ma dopo tutto perché mai, se il popolo ha reclamato ed ottenuto il diritto di decidere col voto, gli intellettuali non dovrebbero avere il diritto di dichiarare fuor di luogo la civiltà dell’immagine in politica?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 aprile 2018 




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POLITICA
10 aprile 2018
TRE EGEMONIE
L’incontro di qualche giorno fa tra Putin, Erdogan e l’ayatollah Rohani, con tanto di stretta di mano, sorrisi e photo opportunity, può difficilmente trasformarsi in un’alleanza. Probabilmente i tre in questo momento, percependo la sostanziale stabilizzazione della Siria e il ritiro degli Stati Uniti dal teatro mediorientale, vogliono rendere chiaro ai terzi che, dal punto di vista geopolitico, sono loro le potenze egemoniche della regione. E può anche darsi che sia vero. Tenendo conto dei fattori costanti della politica, è però ben difficile che la loro azione rimanga concorde per molto tempo.
In primo luogo, nessuna delle tre potenze agisce per autentici motivi di legittima difesa. Né la Russia, né la Turchia, né l’Iran hanno da temere per la loro esistenza, quanto meno per ciò che dipende dal territorio di cui si parla. Fra l’altro non esistono problemi per quanto riguarda le loro frontiere. I tre Stati sono separati da molte centinaia di chilometri, a parte Turchia e Iran. Ma non si è mai sentito parlare di dispute territoriali, per quanto riguarda questi due Paesi. Al massimo ambedue hanno un problema comune con i curdi. Dunque l’alleanza non è motivata da fattori obiettivi e costanti.
In realtà, le tre potenze sono interessate al Medio Oriente soprattutto per ragioni di influenza politica. Cioè di egemonia. E proprio la natura di questo interesse esclude la stabilità di un’alleanza. Infatti ognuno tenderà ad aumentare il proprio peso e la propria influenza a scapito degli altri, se possibile estromettendolo del tutto dallo scacchiere. L’egemonia non è un potere condivisibile, e quando lo è, lo è in attesa che uno dei due riesca a prevalere sull’altro.
Come se non bastasse, l’alleanza – o se non l’alleanza l’appeasement – tra Iran e Turchia è innaturale. Finché quest’ultimo Paese è stato fedele a Atatürk, le sue azioni potevano essere determinate tenendo conto soltanto dei suoi interessi economici e politici. Ma la Turchia di Erdogan si avvia a divenire uno Stato islamico come l’Iran, con la differenza che essa è sunnita, mentre l’Iran è shiita. E queste due sette islamiche manifestano l’una contro l’altra una costante ostilità che può facilmente trasformarsi in azione bellica. Dunque, nel futuro comportamento di questi Stati, non basterà tenere conto della logica economica e militare, ma bisognerà tenere conto della loro ineliminabile rivalità religiosa. 
Infine, riesce difficile capire quale utilità i tre Paesi potranno ricavare dall’egemonia comune sulla regione. Si è potuto dire che gli Stati Uniti per tanto tempo hanno speso denaro e versato sangue nella regione perché dipendenti dal petrolio mediorientale, ma personalmente non ci ho mai molto creduto. È vero, gli Stati Uniti importavano petrolio dall’Arabia Saudita, dall’Iraq, dal Kuwait e da altri, ma l’avrebbero importato anche se fossero divenuti nemici, perché quelli avevano tanto interesse a venderlo quanto loro a comprarlo. E infatti, se per parecchio tempo non hanno importato petrolio dall’Iran, è stato proprio per porre in atto una misura ostile. Come se non bastasse, recentemente gli Stati Uniti sono passati da importatori netti di petrolio ad esportatori. E dunque il Medio Oriente per loro sarebbe più una fonte di problemi che di vantaggi.
E comunque, se fosse vero che il petrolio motiva questo interesse ad avere un ruolo egemone nella regione, non si vede che cosa l’Iran e la Russia possano ricavare da questa egemonia, dal momento che sono ambedue esportatori di petrolio. 
La Russia teneva ad avere un piede nel Mediterraneo per la propria flotta, senza essere obbligata a chiedere il permesso alla Turchia per uscire dal Mar Nero, ed infatti per questo è stata tanto lieta di disporre del porto di Tartus, in Siria. Ma anche questo è un vantaggio relativo. Perché ovviamente, in caso di bisogno, né la flotta ferma nel porto siriano potrebbe essere rifornita via mare, né essa potrebbe rientrare nel Mar Nero.
Quanto all’influenza shiita sul vasto territorio che comprende l’Iraq e la Siria, è vero che Tehran può inorgoglirsi di questo successo, ma è anche vero che esso rende naturale e rafforza l’alleanza di tutti i Paesi sunniti, che da questo attivismo iraniano si sentono minacciati. In prima linea vanno citati l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo. La stessa Siria, al livello popolare, è largamente più sunnita che shiita. Dunque, senza l’intervento esterno, Assad e i suoi amici alawiti (una setta shiita) difficilmente sarebbero ancora al potere. 
L’esercizio dell’egemonia è qualcosa di piacevole per l’orgoglio ma di devastante per il portafoglio. Se alla lunga se ne sono stancati gli Stati Uniti, che già con Obama hanno cominciato a tirare i remi in barca e non hanno certo cambiato politica con Trump, è probabile che se ne stancheranno anche queste nuove potenze regionali. Anche perché, non appena ne avranno la possibilità, gli alleati si trasformeranno in concorrenti e, chissà, in aperti nemici. 
Può darsi sia vero che Allah ha fatto ai musulmani il regalo del petrolio, ma certo non gli ha fatto quello della pace.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2018




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POLITICA
9 aprile 2018
PER FAVORE, IL M5S AL GOVERNO

Un notevole libro di letteratura francese (di Jean Calvet) per spiegare il realismo come reazione al romanticismo diceva sinteticamente che il romanticismo era stato una malattia, ma “delle malattie o si guarisce o si muore”. Questo detto torna in mente considerando la situazione economica e politica dell’Italia. 
Da molto tempo ci dibattiamo in un’interminabile crisi e non si vede l’ora di uscirne. Un sentimento che deve essere largamente condiviso, se si considera il successo del partito di Erostrato, cioè degli astenuti, degli arrabbiati, degli scoraggiati. In sintesi degli “antisistema”. Essere “antisistema” significa desiderare confusamente “buttar giù tutto per cambiare tutto”. E si dice confusamente perché molti degli antisistema non per questo sono contro la democrazia o contro l’economia di mercato; soltanto manifestano a loro modo una grande, anzi grandissima voglia di “cambiamento”.
A riprova di questo stato d’animo, oggi abbiamo un partito come il M5S che ha ottenuto quasi un terzo dei voti espressi e si dimostra capace di ogni alleanza, anche contraddittoria, purché si mantenga il programma del cambiamento, del rinnovamento e, in una certa misura, della purificazione. La domanda è: se andasse al governo, sarebbe un bene o un male per il Paese? Su questo punto le differenze di opinione sono lecite ma una cosa è certa: questo fatto sarebbe molto importante per la nazione, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso di un risultato negativo.
Naturalmente ci sono delle differenze. Se il risultato fosse positivo, lo sarebbe perché il Movimento ha cambiato linea politica. Cioè non ha mantenuto molte assurde promesse elettorali: e che ne sia capace l’ha già dimostrato, dal momento che ha già messo molta acqua nel suo vino. In questo caso bisognerebbe non soltanto apprezzare i provvedimenti adottati ma seguire la stessa linea di governo anche in futuro, non diversamente da come fece il Presidente Clinton, democratico, seguendo la politica economica di Reagan, repubblicano.
Se invece il risultato fosse negativo, o addirittura disastroso, l’Italia avrebbe una lezione che aspetta di avere da quando è caduto il fascismo e si è innamorata di un altro totalitarismo (stavolta di sinistra). Il bagno di sangue provocato dal populismo, dalla demagogia, dalla noncuranza rispetto alle regole economiche, provocherebbe quella rivalutazione del buon senso di cui abbiamo un disperato bisogno, da decenni. È per questo che la massima disgrazia, a conclusione di questo periodo di ansia istituzionale, si avrebbe se il M5S non fosse in nessun modo coinvolto nel governo. In questo caso l’utopia manterrebbe intatta la sua rendita di posizione, potendo promettere la Luna dai banchi dell’opposizione, e la resa dei conti – a meno di fattori esterni – sarebbe rinviata di cinque anni, cioè fino alle successive elezioni. Quando il M5S avrebbe un successo ancora maggiore. Se questa è veramente la situazione, sarebbe bene cavarsi il dente subito. Mentre ancora siamo in sufficiente salute per affrontare il rischio.
La conclusione può suonare paradossale: quanto più si disistimano il M5S, i suoi dirigenti, la sua organizzazione antidemocratica e il suo vuoto pneumatico in materia di idee, tanto più bisogna augurarsi che vada al governo. Soltanto questo spiegherà alla gente a che serve studiare, avere esperienza di governo, disporre di una competenza. Oggi nessuno si affiderebbe a Di Maio come medico, come ingegnere o perfino come commercialista, ma molti, veramente molti sarebbero lieti di vederlo Primo Ministro. Segno che per tanta gente è più facile guidare l’Italia che un pullman, dal momento che per quest’ultimo mestiere ci vuole una patente speciale. 
La cultura occidentale ha a lungo deriso il Medio Evo col suo culto dell’autorità, rappresentata da Aristotele. Quando si diceva “ipse dixit”, “ipse” era lo Stagirita. Ma non sarebbe certo meglio se “ipse” divenisse Masaniello. E poiché la gente sembra non capirlo, è bene che facciamo appello ad un altro genio, Galileo, il quale ci ha insegnato il valore scientifico dell’esperienza. Mandiamo Masaniello al potere e così, o farà miracoli, o finalmente convincerà la gente che i miracoli non esistono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2018




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POLITICA
8 aprile 2018
DI MAIO QUANTO MENO È DIVERTENTE
Non ho simpatia per Luigi Di Maio. E tuttavia la lettura dell’intervista da lui rilasciata a “Repubblica” induce a un giudizio più sfumato. In primo luogo si deve ammettere che alcuni dei motivi di biasimo non gli competono personalmente, ma in quanto esponente del M5S. Se un partito non ha un’ideologia, se cambia quella che sembra avere in poco tempo, se ha progetti (e promesse) irrealizzabili, se vuole una cosa e il suo contrario, chiunque cerchi di sostenerne le ragioni passerà per un contraddittorio imbecille. Dunque, ammesso che Di Maio dica qualche sciocchezza in conto proprio, ne dice parecchie in conto terzi. 
Viceversa, malgrado i suoi limiti, dimostra una notevole pratica politica nello schivare le domande scomode. Non so in quale misura le sue risposte siano state modificate o limate, in sede di stesura. Né so se le domande siano state presentate per iscritto, per dare il tempo di rispondere per iscritto. Ma se veramente ha saputo rispondere a braccio a tutte quelle domande, senza scivolare su qualche buccia di banana, tanto di cappello.
Purtroppo, in alcuni casi conferma la poca stima dell’intelligenza degli italiani che il Movimento ha più volte dimostrato. Per esempio l’idea di stilare un contratto con un’altra formazione politica, riguardo ad alcune cose da fare una volta insieme al governo. Ecco ciò che dice il giovane leader: “Ognuno porta le sue idee, il contratto si scrive insieme. Per questo ci sediamo intorno a un tavolo, per ragionare e trovare insieme una sintesi che serva a dare risposte e non a scontrarsi muro contro muro”. A parte il fatto che i muri non si scontrano, la proposta è tanto suggestiva quanto imbecille. In primo luogo, i contratti hanno un senso quando esiste un’autorità superiore che ne può far applicare forzosamente le clausole. Se non restituisco il mutuo alla banca, questa può ottenere dal giudice il ricupero forzoso del suo denaro. Ma se due forze politiche firmano un contratto, in caso di violazione di esso a chi possono rivolgersi?
In secondo luogo, un contratto per l’azione di governo o è di una paginetta o due, e non significa niente perché, essendo generico, si presta ad ogni tipo di interpretazione; oppure è lunghissimo e per ciò stesso discutibile e insignificante, come fu il programma di Prodi. Infine, anche se un partito lo violerà platealmente, poi sosterrà che la colpa è di terzi o anche dell’altro partito di governo, e il contratto non sarà servito a niente. Insomma, quella del contratto è un’idea da bar. L’unica – vaga, molto vaga - garanzia è che i partiti che partecipano all’alleanza abbiano già in partenza linee di comportamento, ideali e programmi simili. Un po’ come il partito socialdemocratico e la Democrazia Cristiana, per fare un esempio. 
Poi la giornalista gli chiede che differenza fa tra contratto e inciucio, tante volte stramaledetto dal M5S. Di Maio risponde: “Le alleanze per anni sono state il mettersi insieme per autoconservarsi e autotutelarsi. Stiamo proponendo invece di mettere al centro solo ed esclusivamente l'interesse dei cittadini. Il contratto è una garanzia in questo senso: dentro ci mettiamo le cose da fare per le persone fuori dai palazzi, e non quelle dentro i palazzi. E quelle cose facciamo”. Aria fritta. Corrisponde a dire “Noi siamo buoni e interessati al bene del Paese, gli altri sono cattivi ed egoisti”. Giudizio ribaltabile più di un impermeabile double face. Senza dire che l’impegno alla realizzazione (“e quelle cose facciamo”) può essere preso sul serio soltanto da chi ha votato per la prima volta.
Interessanti i programmi di Di Maio: “Lotta alla povertà e alla corruzione, il lavoro, le pensioni, un fisco più leggero e una pubblica amministrazione che agevola e non ostacola i cittadini e le imprese. E poi sostegno alle famiglie e naturalmente lotta agli sprechi e ai privilegi della politica”. Poteva anche metterci la soluzione del riscaldamento globale e la realizzazione della pace nel mondo. Costava soltanto una riga in più.
Poi gli si fa notare che il centrodestra si ripresenterà unito dal Presidente Mattarella, allontanandosi così da una prospettiva di alleanza col M5S e Di Maio reagisce così: “Salvini sta scegliendo la restaurazione invece della rivoluzione. Il segretario della Lega in questo modo sta chiudendo tutto il centrodestra nell'angolo. E rischia di condannarsi all'irrilevanza”. Salvini non restaura nulla, perché la Lega e il centrodestra fino ad ora sono stati all’opposizione. Né il M5S è per la rivoluzione. Per questa, Di Maio quanto meno dovrebbe togliersi la cravatta. Infine fa ridere che la coalizione che ha ottenuto il massimo dei consensi si stia “chiudendo nell’angolo”. Uno ricorda ridendo: “Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”.
“È evidente che in Italia si sono inventati una legge elettorale che doveva metterci in difficoltà. Ma resta un fatto: siamo la prima forza politica e quasi doppiamo la seconda”. Primo, inventare non è un verbo riflessivo. Secondo, la prima forza politica è la coalizione di centrodestra. Va bene che il giovanotto non porta gli occhiali, ma quella coalizione è visibile a occhio nudo. 
Gli chiede la giornalista: “Se l'unica strada per andare a un governo fosse un suo passo indietro?” E Di Maio: “Questo Paese ha avuto tantissimi presidenti del Consiglio che hanno preso zero voti dagli italiani. Ora c'è un candidato premier che ne prende 11 milioni e la prima cosa che si chiede è che si faccia da parte?” Eh no, non è quello che gli chiede l’intervistatrice. Non si desidera sapere se sia bello, giusto o morale, che lui si faccia da parte, ma se è una condizione rinunciabile o irrinunciabile per il bene del Paese. Di Maio sarà pure abile, nella schivata, ma bisognerebbe segnalargli che questa è una manovra da vecchio politico, da democristiano, insomma da qualcuno che ragiona come hanno sempre ragionato i vecchi politici. Quelli da cui i “grillini” si vorrebbero tanto diversi.
Repubblica chiede che cosa ci sia nel teorico Def di Di Maio: “Misure per rilanciare una crescita economica sostenibile, rispettosa del benessere sociale dei cittadini, ma tenendo il rapporto deficit pil all'1,5”. Inoltre, bimbi asciutti e mamme felici.
Per concludere, il capolavoro. Dice la Cuzzocrea: “Con le nuove regole lei può decidere tutto, anche sulla guida dei gruppi parlamentari. Siete passati dall'uno vale uno all'uno vale tutti?” E Di Maio: “Non è così. Semplicemente, alcune decisioni spettano al capo politico”. Traduzione: “Uno vale uno, al bar si può scegliere espresso o cappuccino, ma sulle cose importanti decido io”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
aprile 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=370155801_20180407_14004&section=view




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POLITICA
7 aprile 2018
ALLE URNE, MA CON UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Alle urne, ma con una nuova legge elettorale. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello? Infatti moltissimi sono convinti che, se non riuscissimo ad avere un nuovo governo, il Presidente Mattarella potrebbe favorire la costituzione di un governo con l’unico mandato di votare una nuova legge elettorale per andare di nuovo a votare. 
In realtà, a parte il fatto che nuove elezioni potrebbero dare lo stesso risultato attuale, l’idea che si possano costituire governi con uno scopo è giuridicamente inammissibile quanto un’imposta di scopo. E tuttavia ci sono concetti che, per quanto infondati, sembrano immortali. Una sorta di sarchiapone della vita pubblica.
Cominciamo dalle imposte di scopo. Se il governo mettesse un’altra accisa sulla benzina per ottenere dei fondi da spendere per i terremotati, e poi usasse quei fondi per tutt’altra finalità, saremmo in presenza di un illecito? Assolutamente no.. Perché le “imposte di scopo” non esistono. 
Per intenderci: è inutile dire: “Non voglio pagare la tassa sui rifiuti perché la casa è chiusa e rifiuti non ne produce”, oppure “perché il servizio di raccolta è attualmente sospeso”. Infatti si tratta di un’imposta e non di una tassa (anche se così la chiama il Comune). Quel tributo non dipende dal ritiro della spazzatura (cui si potrebbe rinunziare, se fosse una tassa) ma dal potere dello Stato di imporre tributi, come l’Irpef. Tutto questo è elementare e tuttavia milioni e milioni di cittadini credono il contrario.
Lo stesso vale per il governo. Ammettiamo che un dato esecutivo – costituito per fare qualcosa – non esegua il compito assegnatogli: lo si può dichiarare decaduto? Certamente no. Un governo dura da quando ottiene la fiducia alla fine della legislatura, a meno che non subisca un voto di sfiducia. Dunque, può fare o non fare ciò che ha promesso e soltanto il Parlamento lo può cacciare. 
Se l’attuale legge elettorale non piace, non è detto che sia possibile votarne un’altra che piaccia a tutti. Qualunque sistema è sempre un compromesso tra la rappresentatività (come si ha con la proporzionale) e la governabilità (come si ha col maggioritario o con un premio di maggioranza). E ognuno reputa “una buona legge elettorale” quella che lo favorisce sul momento, mentre giudica cattive tutte le altre.
Nell’attuale sistema tripartito, ogni proposta che favorisse uno dei tre indurrebbe le altre due forze a coalizzarsi per bloccarla. Mentre se due delle tre forze si mettessero d’accordo, potrebbero votare una nuova legge elettorale o, più semplicemente e subito, costituire una maggioranza e governare. 
L’attuale legge elettorale non è cattiva, è imperfetta. Ma qualunque legge elettorale è imperfetta. La verità è che si dovrebbe smetterla, con questo tormentone. Fra i grandi Paesi l’Italia è forse quello che ha cambiato il maggior numero di sistemi di voto. Fra l’altro senza raggiungere gli scopi sperati, se è vero che a volte si vota un certo sistema per averne un vantaggio e poi esso favorisce gli avversari. È avvenuto anche col Rosatellum.
Bisognerebbe smetterla con le tasse di scopo, con i governi a tempo, con le nuove leggi elettorali, con il nuovo modo di governare. Con tutte le baggianate immaginifiche con cui ci affliggono in campagna elettorale ed anche dopo. Per qualunque governo è già abbastanza difficile assolvere i suoi normali compiti istituzionali e se non sbaglia troppo è già grasso che cola. È la ragione del relativo successo del governo Gentiloni.
Gli ideali, le “rivoluzioni”, i cambiamenti radicali mettiamoli da parte, insieme con i sogni adolescenziali. Speriamo di sopravvivere, di non dover dichiarare fallimento e di uscire dalla crisi. Già per questo impegno minimale la buonanima del Général avrebbe esclamato ancora una volta: “Vaste programme!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2018




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POLITICA
5 aprile 2018
DUE CERTEZZE DI TROPPO
Di solito, commentare la politica corrisponde ad apprendere dei fatti, capirli (o far finta di averli capiti) e commentarli per i lettori. In questi giorni invece sembra che, con i loro testi, i migliori editorialisti ci allarghino le braccia. Anche le migliori menti non possono che confessarci la banale verità: tutto è fermo, tutto è bloccato, e il futuro è incerto. 
Sorprende però che, in questo mare di incertezze, vengano dati per sicuri due fatti: il Pd non intende in nessun caso allearsi né col centrodestra né col Movimento Cinque Stelle. E poi, quand’anche qualcuno fosse di diverso avviso, il partito è bloccato dall’inamovibile veto di Matteo Renzi. Questi, pur non essendo più il segretario del partito, dispone di una pattuglia di fedelissimi con i quali può bloccare anche l’eventuale cambiamento d’opinione del suo partito.
Questa è la vulgata. Ma rimane lecito avere dei dubbi. Di inamovibile, in politica, c’è ben poco. Cambiano i dati obiettivi, cambiano gli uomini (a volte anche fisicamente, visto che nessuno è immortale), e soprattutto la vera Stella Polare di tutti gli attori non è l’ideologia, è l’interesse. Perfino l’interesse a far trionfare l’ideologia, ma sempre l’interesse. Forse un giorno lo capiranno perfino i Cinque Stelle. Ciò vuol dire che, per realizzare il proprio programma, si può anche fare temporaneamente il contrario di ciò che si era promesso. In questo i comunisti erano maestri insuperabili.
Anche ad ammettere che attualmente il Pd reputi conveniente non allearsi con nessuno e rimanere all’opposizione, chissà che dinanzi ad una buona offerta non cambi opinione. Soprattutto se questa offerta venisse dal centrodestra, in quanto nei numeri questa alleanza sarebbe più forte e solida di quella che si avrebbe col partito di Di Maio. In secondo luogo, il voltafaccia, rispetto a quanto prima proclamato, sarebbe meno scandaloso dell’alternativa pentastellata. Con Forza Italia, la convergenza programmatica non può essere molto difficile, se già nella scorsa legislatura si provò ad attuare il famoso “Patto del Nazareno”. Si tratterebbe soltanto di un bis ed oggi le ragioni per trovare un accordo sembrano forti quanto allora, se non addirittura di più. Naturalmente, per questa ipotesi, c’è da tenere presente l’opposizione della Lega, ma non si sa mai.
 Qualcosa di non molto diverso di può dire anche per un’eventuale alleanza col Movimento. Ovviamente bisognerebbe che i suoi dirigenti ritrovino il senso del reale e scendano a più miti consigli. Ma la fattibilità del progetto è indubbia, soprattutto se questa coalizione disporrà di una pattuglia di transfughi da altri partiti o dal gruppo misto, in modo da avere una maggioranza sufficientemente solida.
Ma – si ricorderà – i commentatori dànno per sicuro un altro dato. Quand’anche il Pd cambiasse opinione – si dice -   Matteo Renzi è irremovibilmente contrario alle alleanze. Ed è vero. È ciò che a detto fino ad oggi. Ma fino ad oggi significa soltanto: “finché gli converrà questo comportamento”. 
L’idea di un Renzi incrollabilmente fermo su una data posizione è inverosimile. Quest’uomo ha un mare di difetti caratteriali e se vogliamo includere nella lista la mancanza di scrupoli (“Enrico, stai sereno”) ne risulta che non avrebbe remore a fare il contrario di ciò che ha promesso di fare. Non è certo cambiato da quando ha assicurato che, perdendo il referendum, avrebbe del tutto abbandonato la politica. Ma non l’ha fatto. Diversamente, attualmente non saremmo qui a discutere del suo presente e del suo futuro.
Non soltanto. Normalmente l’opposizione, soprattutto se si ha di fronte un governo confusionario e guidato da incompetenti, offre una rendita di posizione impressionante. Ma di questa rendita il Pd fruirebbe se, non si sa ancora in che modo, il Movimento e il centrodestra si mettessero d’accordo per formare un governo. Poiché però non è detto che ciò avverrà, lo stallo potrebbe prolungarsi e il disprezzo del Paese cadrebbe su tutti i partiti. Incluso il Pd che, col suo atteggiamento di inflessibile chiusura, avrebbe collaborato a lasciare il Paese senza un governo. E questo annullerebbe i vantaggi dell’opposizione.
Queste riflessioni, bisogna ammetterlo, invece di fornire ulteriori certezze, fanno aumentare le incertezze, ma ciò può essere utile: sia per non limitare il numero delle ipotesi, sia per essere disponibili ad interpretare i segni del futuro, quando essi dovessero manifestarsi. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 aprile 2018




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POLITICA
4 aprile 2018
PECCATO, IL M5S NON HA IL 51%
Se un giovane beve o si droga, i familiari non sanno che cosa fare per salvarlo. Da un lato non si può impedire ad un maggiorenne di rovinarsi, dall’altro ci si dispera, non riuscendo a spiegare a chi si sente forte, in buona salute e invincibile, che l’eroina e l’alcool distruggono quella forza e quella salute. E quando lui stesso finalmente se ne convincerà e si pentirà, sarà troppo tardi per tornare indietro.
Ma non ci si può disperare eternamente. Alla fine, ci si può anche stancare di trepidare per chi non sente ragioni. Forse per questo risulta indimenticabile il Romolo Augustolo di Friedrich Dürrenmatt che, invece di cercare di resistere ad Odoacre, l’aspetta con ansia per fargli le consegne dell’Impero Romano. Se è inevitabile che quell’Impero si dissolva, che lo si aiuti a dissolversi e che sia finita. Nello stesso modo, se qualcuno sembra proprio tenere a rovinarsi, dopo avere cercato di dissuaderlo, ci si può scoprire a desiderare che finisca di autodistruggersi e si tolga di mezzo. Che è sempre un modo di risolvere il problema.
Personalmente sono stanco di trepidare per l’Italia. Questa bella nazione non sente ragioni. Non ne cambiano il corso né l’aritmetica, né la logica, né l’esperienza, né la scienza. Prima induce uomini ragionevoli a comportarsi in modo irragionevole (per esempio i democristiani o personaggi come Prodi e Berlusconi) poi si affida direttamente agli uomini irragionevoli, come Salvini o Di Maio, e ai loro partiti. E allora che cosa si può sperare, se non che costoro realizzino i disastri che sono stati chiamati a realizzare? Chissà che finalmente ciò non riesca ad insegnare agli italiani la validità della tavola pitagorica e della fisica elementare.
È un vero peccato che piccoli motivi di vanità, impuntature sui nomi e pregiudizi reciproci, ci si impedisca di avere immediatamente un autentico governo dei pentastellati. Anzi, è un vero peccato che essi non abbiano ottenuto da soli il 51% dei voti, in modo da potere governare senza dover rendere conto a nessuno. Nemmeno al buon senso. Se è questo che gli italiani desiderano, che siano accontentati.
È un po’ come quando qualcuno, seriamente malato, insiste ad affidarsi ai guaritori piuttosto che alla medicina ufficiale. Gli si può spiegare per filo e per segno come stanno le cose, ma alla fine, perdendo la pazienza, può darsi che ci scappi di bocca la semplice verità: “Senti, dopo tutto, ognuno ha il diritto di ammazzarsi”.
Naturalmente gli amici che leggono queste righe potrebbero obiettare che, come al solito, qui c’è un eccesso di pessimismo. Ma li prego di rassicurarsi: si sbagliano. Io sono più d’accordo con loro di quanto non pensino. Dal momento che – si dice -  i pessimisti hanno torto più spesso degli ottimisti, mi allineo sul parere di questi ultimi e dico che bisogna assaggiare in concreto la loro formula. Se vogliono, voto anch’io per il M5s e mi alleno a gridare “Vaffanculo!”. 
Sono all’incirca cinquant’anni che vedo il Paese avviarsi verso una situazione di oggettivo fallimento economico. E non posso aspettare altri cinquant’anni per avere la conferma che, ubriacandosi tutti i giorni, ci si rovina la salute. Ormai vorrei tanto che l’Italia raccogliesse i frutti dei mirabolanti cambiamenti prospettati da questi coraggiosi rivoluzionari. Oppure, più realisticamente, che subisca le conseguenze del vento che ha così a lungo seminato. In questo secondo caso non sarà una spensierata Schadenfreude (soddisfazione del male altrui) perché il male non sarà altrui. E quand’anche lo fosse, soffrirei per gli amici che mi trovo ad avere su questa sfortunata penisola. Loro sono forse incolpevoli, ma non si può salvare Sodoma perché in essa c’è un Lot.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 marzo 2018




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POLITICA
3 aprile 2018
LA TASSA PIATTA, IN CONCRETO
La tassa piatta (flat tax) non è niente di esoterico. È soltanto, per chi immagina le coordinate cartesiane, una tassazione che, progredendo parallela all’ascissa (quantum di reddito) non sale nella direzione dell’ordinata (percentuale di tassazione). Si parla di tassazione diretta, tipo Irpef, e non anche dell’indiretta, tipo Iva. Le tasse indirette – cioè quelle sui consumi - non sarebbero toccate. Mentre oggi la tassazione diretta va da zero (per la parte esente) a livelli stratosferici, che per le imprese (mi dicono) arriva intorno al 70%.
Matteo Salvini in particolare parla di una tassazione universale del 15%. Naturalmente a questo punto gli innamorati della giustizia sociale (e i demagoghi) insorgono, affermando che si vogliono tassare nello stesso modo i poveri e i ricchi, ma si sbagliano. Per i poveri, ci sono dei correttivi. Già, al di sotto di un certo reddito non si paga niente. Poi si possono stabilire sconti per chi, avendo un reddito basso, ha figli, è disoccupato, o per qualunque altra ragione si reputi meritevole. In questo modo si obbedisce al dettato della Costituzione, che impone a tutti di partecipare alle spese dello Stato in proporzione alle loro possibilità. Pare che Berlusconi abbia proposto la stessa tassa, ma al livello del 25%, che appare molto più realistico. Ma il problema è generale. Posto che a tutti piacerebbe pagare meno tasse, il progetto è attuabile?
Tutti pensano che soprattutto al momento dell’introduzione della nuova tassa, il gettito per l’erario sarebbe minore e non si vede in che modo, se ciò avvenisse (salvo fare nuovi debiti, e sempre ammettendo che ci sia chi è disposto a farci credito) lo Stato potrebbe continuare a pagare stipendi, pensioni e servizi. 
Il ragionamento che fece Reagan, a suo tempo, seguendo Laffer e la sua curva, fu che, abbassando notevolmente le tasse, le imprese e i privati avrebbero prodotto più ricchezza, e dunque, pur pagando tutti meno, di fatto il rilancio dell’economia avrebbe compensato le perdite, rifinanziando lo Stato. Infatti, se il Paese produce di più e consuma di più, mentre le imposte dirette (in Italia l’Irpef, per esempio) danno un minore gettito, con la flat tax il gettito delle imposte indirette (per esempio l’Iva) aumenterebbe di molto.
Facciamo un ragionamento pedestre. Tizio prima pagava l’Irpef, ora paga di meno e gli restano soldi. Con quei soldi va a comprare dei beni di consumo, e su di essi paga l’Iva. Cosicché quello che non ha pagato di Irpef lo paga (volentieri) di Iva, perché mentre le tasse è obbligato a pagarle, nessuno lo obbliga a comprarsi un telefonino nuovo o un paio di scarpe.
Tutta questa è teoria, dirà qualcuno. Ed è vero. Ma si potrebbe indicare l’esempio di Reagan che prima fu molto deriso, per la sua proposta (si parlò di economia da vudù, da magia nera), e poi rimase negli annali come uno dei migliori Presidenti americani. Uno di quelli che hanno permesso la massima creazione di ricchezza. 
Dunque un esempio positivo effettivamente c’è. Purtroppo non prova niente. Ciò che è riuscito una volta potrebbe non riuscire la volta seguente, soprattutto in un altro Paese e in un altro momento economico.  L’Europa è stata rovinata dal fatto che, dopo la crisi del ’29, l’applicazione della teoria di Keynes dette buoni risultati. E infatti, benché poi abbia cominciato a provocare disastri, i governanti hanno insistito con essa fino a creare, per esempio in Italia, un debito pubblico schiacciante e una crisi economica senza soluzione. Ora potrebbe verificarsi lo stesso con le “reaganomics”, come le chiamarono. Con Reagan funzionarono, ma non è detto che funzionerebbero in Italia.
E allora, chiederà qualcuno, bisogna provarla, questa tassa piatta, o è troppo rischiosa? Potrà sembrare strano, ma l’economia è molto più imprevedibile di quanto si potrebbe credere. Gli stessi famosi economisti sono famosi anche per gli enormi errori di previsione che per la maggior parte hanno sempre commesso. 
Qui siamo ovviamente nel campo dell’opinabile. Qualcuno potrebbe dire che, persi per persi, dal momento che non riusciamo ad uscire dalla crisi (checché ne dicano gli ottimisti) tanto vale provare anche questa. Se dobbiamo andare a fondo, tentiamo una mossa disperata. Ma altri potrebbero dire che un certo detto latino ammoniva “quaeta non movere”, non smuovere ciò che è calmo. E anche costoro potrebbero avere ragione.
Occupiamoci intanto dei dati sicuri. Votando la tassa piatta, per l’erario la diminuzione del gettito è una cosa certa. Viceversa l’aumento del gettito, dovuto al rilancio dell’economia, è soltanto probabile. E comunque arriverebbe parecchio tempo dopo la diminuzione del gettito fiscale, perché bisognerebbe attendere il tempo necessario per rimettere in moto l’economia. Certo, se l’Italia non avesse il debito che ha, potrebbe progettare un paio d’anni di deficit. Ma noi siamo indebitati fino al collo, e non è sicuro che i mercati ci farebbero credito.
E allora - sempre “persi per persi” - si potrebbe adottare un’altra linea di condotta. Lo Stato potrebbe tagliare brutalmente le sue spese, perfino riducendo le pensioni sociali, e nel frattempo potrebbe ridurre la pressione fiscale di una somma corrispondente a quel risparmio. Realizzata questa manovra, se riuscisse lo sperato rilancio dell’economia, e il conseguente incremento del gettito fiscale, si potrebbero ripristinare le spese dello Stato, mantenendo bassa la pressione delle imposte dirette. Insomma prima si provocherebbe la stretta della cinghia per rilanciare l’economia, e poi si godrebbero i frutti di questo rilancio. Ma questa è fantapolitica. Le spese non si possono tagliare improvvisamente, per l’impopolarità e i reali problemi concreti che la manovra comporterebbe, e comunque nessun governo mai oserebbe attuarla. 
Insomma non abbiamo speranze. Non ci resta che assistere passivamente a ciò che ci riserva il futuro, soprattutto in presenza di personaggi come Luigi (Di Maio) e Matteo (Salvini). Questi nomi fanno pensare a quelli che i meteorologi americani assegnano agli uragani in arrivo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 febbraio 2018




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POLITICA
2 aprile 2018
NEL LUNGO TERMINE SAREMO TUTTI MORTI
Pare che la frequente citazione di John Maynard Keynes, secondo la quale: “Nel lungo termine saremo tutti morti”, sia spesso usata a sproposito. Molti pensano che quell’economista abbia voluto dire che non vale la pena di preoccuparsi per il futuro, cosicché si possono anche contrarre enormi debiti e lasciarne il peso alle generazioni future. Quando i nodi verranno al pettine, noi non ci saremo più.  
In realtà, la citazione è incompleta. Eccola nella sua interezza: “The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead. Economists set themselves too easy, too useless a task if in tempestuous seasons they can only tell us that when the storm is past the ocean is flat again”. Il lungo termine è una guida fuorviante per amministrare gli affari correnti. Nel lungo termine saremo tutti morti. Gli economisti si assegnano un compito troppo facile e troppo inutile, se in stagioni tempestose tutto ciò che possono dirci è che quando la tempesta sarà passata l’oceano sarà di nuovo piatto. Con queste parole Keynes criticava gli economisti fiduciosi nella “mano invisibile” di Adam Smith, e dunque convinti che, col tempo, le cose si sarebbero aggiustate da sé. La sua idea era che, in momenti di stasi produttiva e occupazionale, lo Stato dovesse rilanciare l’economia. 
Se l’economia ristagna, argomentava, è perché la gente non spende, e non lo fa perché, non avendo un lavoro, non ha soldi. Se invece lo Stato effettua grandi investimenti e dà un lavoro ai disoccupati, questi guadagnano, spendono e richiedono beni che le industrie devono produrre. Le imprese dunque, per produrli, assumono operai, riducono la disoccupazione e l’economia riparte. Credo che questo meccanismo congiunturale sia stato chiamato “acceleratore”. 
Purtroppo, la teoria di Keynes ha subito parecchi gravissimi infortuni. Dal momento che autorizzava a spendere in deficit, molti governi, incluso il nostro, si sono messi a fare debiti, nella vaga speranza che poi l’economia li ripianasse da sé. Di fatto hanno creato un debito pubblico colossale, i cui soli interessi in Italia pesano sui 60-80 miliardi l’anno. E presto (cessando il Quantitative Easing) anche di più.
Tutti hanno fatto finta di dimenticare che l’acceleratore era un meccanismo congiunturale, non qualcosa da usare stabilmente. E invece l’idea che fosse virtuoso contrarre debiti è stata per decenni la dottrina ufficiale. Abbiamo scioccamente creduto che, frustando continuamente un cavallo, questo aumentasse sempre la sua velocità. La conseguenza è stata il nostro debito pubblico.
 Il fanatismo corrente è arrivato al punto che molti hanno creduto che la teoria era avrebbe funzionato anche se il denaro stampato dallo Stato fosse servito a pagare gli operai perché scavassero delle buche per poi riempirle di nuovo. L’essenziale era dare loro un salario. E da questo assunto qualcuno è passato alla conclusione - logica, dopo tutto - che l’essenziale non fosse produrre qualcosa, ma distribuire denaro, “con l’elicottero”. Dunque si poteva darlo direttamente, con sussidi e regalie. Abbiamo forse dimenticato che ancora recentemente Matteo Renzi si vantava di avere dato ottanta euro mensili in più a tutti i lavoratori, naturalmente per rilanciare l’economia? 
Ma, obiettano molti, l’applicazione della teoria di Keynes contribuì alla ripresa dell’America e del mondo, dopo la crisi del ’29. Quella fu la prova sperimentale della teoria, e neppure gli innumerevoli disastri successivi gli hanno fatto cambiare opinione. Ancora oggi, in presenza di una gravissima crisi come la nostra, moltissimi invocano “grandi investimenti pubblici”. E per questo vorrebbero ottenere dall’Europa il permesso di dilatare il nostro già astronomico debito pubblico.
L’episodio del ’29 ci è costato moltissimo. Non basta che un rimedio abbia funzionato una volta. Nella scienza una volta non conta. Se una soluzione è giusta, deve funzionare sempre. Post hoc, una volta,  non significa propter hoc. 
Ed anche a voler ammettere che la teoria Keynes sia perfetta, storicamente è certo che l’applicazione delle sue teorie, per come sono state intese dai governi, ha avuto effetti catastrofici. E quando una teoria economica è disastrosa in concreto, poco importa se sia giusta in astratto. Vale anche per il marxismo. 
Purtroppo, in questo caso, anche la teoria è discutibile. Anche se temporanei e anche se apparentemente applicati a strutture economicamente sane e produttive, gli investimenti statali non sono da raccomandare. Infatti, quando le condizioni ottimali non si mantengono, non per questo le imprese pubbliche chiudono. E dunque divengono un peso per la nazione. Poi, se ci fossero le condizioni per investimenti produttivi, questi investimenti li farebbero i privati (anche stranieri). Se al contrario i privati non intraprendono, perché mai lo Stato – notoriamente pessimo imprenditore – dovrebbe fare profitti quando le imprese private non reputano di poterne fare? Se non c’è spazio per fare profitti, lo spazio non c’è né per i privati né per lo Stato.
E qui si viene al nocciolo della questione. Per molti lo Stato dovrebbe essere un imprenditore migliore dei privati perché, come direbbe Marx, non incassa il plusvalore (il compenso del capitale). Dunque ridistribuisce tutta la ricchezza che produce. Il fatto è, però, che non la produce. Lo Stato opera infatti pressoché costantemente in perdita. Traduciamo la cosa in cifre. Se una grande industria investe un miliardo ed ha un utile del 3%, ne ricava trenta milioni. Se lo Stato investe un miliardo e perde il 10%, sono cento milioni che il contribuente deve pagare. Così si attua un trasferimento di denaro dal lavoro produttivo (quello dei contribuenti) al lavoro improduttivo (quello dei salariati dello Stato). Il Paese si impoverisce.
L’impresa pubblica va molto facilmente in deficit perché non c’è il correttivo del fallimento. E infatti la verità vera è che tanti chiedono l’intervento dello Stato non perché esso sia un buon imprenditore, ma al contrario perché può permettersi di continuare a pagare salari, mentre opera in perdita. Con danno della nazione. 
Abbiamo bisogno di meno Stato, non di più Stato. Non soltanto il prodotto interno lordo già appartiene allo Stato per metà, ma l’Amministrazione mette becco in tutte le attività, rendendole onerose, con un fisco pesante e infiniti adempimenti. Gli stessi investimenti “istituzionali” (per scuole, carceri, ospedali) andrebbero effettuati non per creare lavoroma quando ce n’è assolutamente bisogno. Sono cose chiarissime anche per la famosa cuoca di Lenin, ma in Italia sembrano più astruse della teoria della relatività. 
A Keynes bisognava rispondere: il problema non è se fare, ma che cosa fare. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2018




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POLITICA
1 aprile 2018
UCRONIA DI PRIMAVERA
In un bel giorno di sole dell’aprile 2018 Sergio Mattarella si alzò di malumore. Pur essendo il Presidente della Repubblica Italiana, era abituato a condurre una vita tranquilla. La carica non lo aveva cambiato: si sentiva soltanto un anziano magistrato, magari un buon giurista, ma ciò che apprezzava di più, era essere lasciato in pace. 
Così, con la scusa di non interferire nella vita politica del Paese, ed anche con quella della propria stessa dignità di Presidente che non gli avrebbe permesso di spendersi con troppa generosità, riusciva a vedere poca gente. Passava il tempo a leggere buoni libri, ascoltare musica classica e sfogliare ogni tanto qualche giornale, tanto per vedere a che punto fosse giunta la follia dei suoi concittadini. 
Ma in quei giorni tutto era diverso. Poco più di un mese prima c’erano state le elezioni politiche ed ora il programma della sua giornata era divenuto devastante. Erano previsti incontri con i Presidenti delle Camere, con gli ex Presidenti della Repubblica e soprattutto con le fameliche delegazioni dei partiti. Tutti sarebbero venuti a dirgli quello che sapeva già e tutti gli avrebbero chiesto quello che non poteva concedere e nemmeno promettere. Ma i riti della Repubblica non sono un optional, e così doveva scontare i precedenti mesi di calma e silenzio con questa tempesta di parole, di facce, di seccature. Col rischio di non ricordare i nomi delle più piccole formazioni politiche e di offendere qualcuno. Cosa del tutto aliena dal suo temperamento rispettoso del prossimo.
Per fortuna – sulla sostanza degli incontri - aveva le idee perfettamente chiare. Così, quando si cominciò a fare sul serio, aveva già pronto il suo pistolotto finale. 
La prima delegazione che si presentò al Quirinale fu la pletorica rappresentanza della coalizione di centrodestra. Il Presidente lasciò parlare tutti, mantenne inalterato il suo sorriso paziente ed elusivo, ed alla fine disse semplicemente:
-Insomma, siete la prima coalizione e avete avuto il massimo dei voti, ma i vostri seggi non vi bastano per avere la maggioranza. Ora, se io dessi a uno di voi l’incarico di formare il nuovo governo, e voi non riusciste ad ottenere lae fiducia, il vostro governo rimarrebbe in carica per gli affari correnti, e tutti mi accuserebbero di avervi regalato un governo azzoppato, ma sempre meglio di niente. Dunque vi faccio i miei migliori auguri, ma non posso fare nulla per voi. Andate a cercarvi una maggioranza e tornate quando l’avrete trovata.
Con la delegazione dei “grillini” la cosa andò esattamente nello stesso modo. Di diverso gli disse che erano “la seconda” forza politica, invece della prima, ma per il resto tutto uguale.  Naturalmente Luigi Di Maio protestò: il popolo aveva designato lui come Primo Ministro e dunque aveva diritto a vedersi conferire l’incarico. Più altre affermazioni di questo genere, ma Mattarella non si scompose. Aspettò che finisse, e poi con la calma di un commissario di concorso gli spiegò:
-Caro il mio Di Maio, tutte queste affermazioni sono talmente infondate che, giuridicamente, sono tamquam non esset, anzi, più esattamente, tamquam non essent. 
E il povero Di Maio, che non aveva studiato latino, non sapendo che cosa rispondere, se ne andò con la coda tra le gambe a cercarsi una maggioranza.
Quando fu la volta del Pd, l’approccio fu imbarazzante. Mattarella, molto evidentemente, non conosceva i delegati e gli dovettero indicare Maurizio Martina. Il Presidente gli strinse la mano e gli sfuggì un “Piacere” di cui si pentì immediatamente.
Con loro il problema della maggioranza non si poneva neppure. E quando gli dissero che avrebbero sostenuto un governo che avesse accettato il loro programma, li approvò con un sintetico: “Capisco, capisco”. E li accompagnò alla porta.
Passarono delle settimane, e l’Italia scalpitava. I malumori contro il Presidente della Repubblica montavano. Ma come, perché non aveva tirato fuori un coniglio dal cilindro, come tutti si aspettavano? Quando glielo riferirono, il Presidente non poté reprimere un sorriso: “Ma questi scambiano i notai per prestigiatori?”
E tuttavia quando i partiti chiesero di essere ricevuti per esprimere la loro frustrazione, disse a tutti loro: “Amici, siete venuti ad allargarmi le braccia. Ebbene, anch’io vi allargo le braccia. Non sta a me risolvere il problema. E non posso conferire l’incarico a chi non ha una maggioranza precostituita. Tutto quello che posso fare è conferire un incarico esplorativo al Presidente del Senato”.
Uno degli astanti non si trattenne:
“La Presidente del Senato. La”.
“Chiunque sia”, tagliò corto il Presidente. Ma la fatica della signora Maria Elisabetta Alberti Casellati, malgrado il suo nome sesquipedale, non ebbe fortuna. L’esplorazione fu vana: non c’era nulla da scoprire, in quel deserto piatto, arido, e assolutamente improduttivo. 
E fu così che il Presidente, infastidito dal caldo che già entrava dalle grandi finestre del Quirinale, sciolse le Camere e augurò buone vacanze a tutti. E poi, sollevato, disse al suo Segretario. “Almeno per qualche mese, questi mi lasceranno in pace”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1°Aprile 2018
L’utopia è qualcosa che si racconta, ma in realtà non si è verificata “in nessun luogo”. L’ucronìa non si è verificata “in nessun tempo”. Per esempio, “Storia di che cosa avvenne dopo la vittoria di Napoleone a Waterloo”.




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POLITICA
31 marzo 2018
PER UNA VOLTA RENZI HA RAGIONE
Molti commentatori politici, fra cui Massimo Cacciari, Gianfranco Pasquino, Piero Ignazi e tanti altri rimproverano a Matteo Renzi un bel po’ di cose. Vere. Ha portato il suo partito alla sconfitta più sonora della sua storia. Ha presentato le più che doverose dimissioni ma soltanto per finta. Infatti, da dietro le quinte, intende ancora determinare la linea del partito. E per di più ci riesce: non tanto perché abbia il libero consenso dei suoi colleghi, quanto perché – scrivendo le liste elettorali ad usum delphini, cioè riempiendole di suoi fedelissimi – in Parlamento ha suoi personali yes men. Infine – accusa massima – la linea che sta imponendo al partito è deleteria per il Paese e per lo stesso partito. Stare alla finestra e non far niente è un errore. Non basta prepararsi a godere degli insuccessi dei concorrenti, bisogna far politica. 
Essendo un assiduo antipatizzante di Renzi, dovrei dar ragione ai suoi critici, ma stavolta non ci riesco. Le singole osservazioni sono fondate, ma non credo che l’ex segretario abbia torto sulla linea politica. Anche se, ancora una volta, i metodi con cui la applica sono peggio che discutibili. 
Coloro che rimproverano al Pd la sua attuale posizione lo fanno perché, in questo modo, o non permette la formazione di un governo o rende inevitabile un governo in cui si associano pentastellati e centrodestra. E un simile governo, sempre a parere della sinistra, non farebbe certo il bene del Paese. Del resto – continuano i critici – il Movimento è più di sinistra che di destra, e da un lato l’associazione col Pd sarebbe la più naturale, dall’altro il partito di Renzi potrebbe imporre che siano evitate le più rovinose fra le misure programmatiche dei pentastellati.
La tesi è plausibile. Ma sarebbe molto più valida se il potere negoziale dei piddini fosse tale da imporre realmente una ragionevole azione di governo. Ma questa è una cosa che nessuno garantisce. Una volta che ci si trovasse di fronte a un provvedimento del tutto inaccettabile, l’unica arma del Pd sarebbe quella di provocare la crisi di governo, ritirandosi dalla coalizione. Oppure dovrebbe acconciarsi a votare una legge di cui pagherebbe le conseguenze nelle successive elezioni. Ecco perché, prima di stabilire se partecipare al governo e a quali condizioni, il problema da risolvere è: qual è l’azione prevedibile del governo?
Matteo Renzi reputa – ed io con lui – che i “grillini” siano del tutto inadeguati a guidare il Paese. Inoltre il loro programma è tale da portare l’Italia fino al default (fallimento) al disastro e al caos. Per non dire che è preoccupante il delirio di onnipotenza di Di Maio e dei suoi. È vero, hanno avuto il 32,6% dei voti, ma si comportano come se avessero avuto il 100%. Si è visto dal modo come hanno arraffato tutte le poltrone possibili. Ciò non promette nulla di buono. Nulla di buono, soprattutto, per un socio di minoranza che riesce appena a portarli al di sopra del 50%. In una alleanza il centrodestra potrebbe magari far sentire la sua voce, ma il Pd? Potrebbe soltanto minacciare la propria defezione: e allora non è meglio anticiparla, non accettando qualche strapuntino e non regalando al Movimento un governo in carica per gli affari correnti, in caso di elezioni?
Renzi reputa che il futuro dell’Italia sia nerissimo. Se i “grillini” si associano col centrodestra, malgrado il minor numero di parlamentari, il maggior peso l’avranno loro, perché potrebbero essere sostenuti dai leghisti contro Berlusconi, se questi avesse il coraggio di alzare la voce. E peggio andrebbe nel caso di un monocolore del M5s. In ambedue i casi l’Italia sarebbe governata malissimo. È prevedibile che ci si avvii al disastro, che la legislatura si interrompa e gli italiani siano guariti dal mito del Movimento. E allora, come negare che la cosa migliore sia potersi vantare, domani, di non avere partecipato all’organizzazione della catastrofe?
Il problema è sempre lo stesso: con la sua azione, il prossimo governo avrà effetti positivi o negativi sulla situazione economica? Se saranno positivi, chi non avrà partecipato alla guida del Paese rischierà di scomparire. Se saranno negativi, chiunque sarà stato al governo la pagherà cara. E la rendita dell’opposizione potrebbe divenire enorme: “Finché siamo stati al governo noi è andato tutto bene, ed ora avete visto che cosa hanno combinato questi qui”. 
Tutto il dilemma della partecipazione al governo dipende da questa previsione. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 marzo 2018




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POLITICA
30 marzo 2018
STALINISMO PENTASTELLATO
Sulla base delle norme che si è dato, è lecito sostenere che il M5s è un’organizzazione modellata sui regimi totalitari e dalla stupefacente insensibilità giuridica. Per sostenere questa tesi si fa riferimento a ciò che scrive Sebastiano Messina, su Repubblica (1),
La gente reputa che magistrati e avvocati perdano il loro tempo ad occuparsi di inutili complicazioni. Il cavillo è, per gli ignoranti, il pretesto di cui si servono i giuristi disonesti per aggirare le regole della morale.  Non sanno che il cavillo non esiste. Se abbiamo un codice penale, pieno di norme particolareggiate, è per proteggere il singolo dall’arbitrio del giudice anche nei casi meno correnti. E certamente non basterebbe una sola norma che stabilisse: “Chiunque si comporta male deve essere chiuso in galera”. Perché una simile norma sarebbe la più tirannica del mondo. Infatti, chiunque avesse il potere di applicarla, avrebbe anche il potere di stabilire che cosa intende per male. E si andrebbe dalla pena capitale per aver detto male di Maometto, come in Pakistan, all’esilio e alla morte per stenti per aver (forse) pensato male di Stalin.
Per il M5s si prenda l’espressione: “Comportamenti suscettibili di pregiudicare l'immagine o l'azione politica del Movimento”. Non si dice quali siano questi comportamenti (e dunque quali siano lo stabilisce lo stesso giudice che ha il potere di irrogare la sanzione), e per giunta la sanzione potrebbe essere inflitta senza che sia necessario dimostrare l’esistenza del danno (il “pregiudizio”) in quanto la norma contiene l’aggettivo “suscettibili”. Suscettibile significa “che (forse) potrebbero”. Comportamenti non specificaci i quali “potrebbero”. Non vorrei proprio vivere in uno Stato in cui il codice penale fosse scritto in questo modo. Il regolamento interno del M5s è assolutamente inammissibile dal punto di vista democratico.
Inoltre, nell’amministrazione della giustizia è necessario che il giudice sia “terzo”: e infatti in Italia esso è nominato dopo aver superato un concorso puramente “giuridico”. Nessuno chiede ai candidati le loro opinioni politiche o in che modo, se promossi, intendono amministrare la giustizia. Inoltre, vinto il concorso, non possono essere mandati a casa per avere emesso sentenze che non piacciono al governo. Nel Movimento invece i giudici sono nominati da colui che devono difendere – Di Maio – e per giunta sono tutt’altro che inamovibili. Questo Movimento, dal punto di vista giuridico, ha caratteristiche tali che non possono essere descritte senza rischiare una querela per diffamazione.
Il fatto è che i vari Casaleggio, Grillo, Di Maio e apprendisti stregoni vari si reputano in possesso di una dottrina incontestabile ed infallibile. Inoltre talmente chiara che essi potranno interpretarla senza tentennamenti, per poi infliggere senza scrupoli le più severe sanzioni. Ma queste sono le caratteristiche di una fede, e per giunta di una fede vissuta fanaticamente. E purtroppo, come diceva Nenni, “per un puro c’è sempre un più puro che lo epura”. In altri termini, questo movimento alleva dei fanatici. E i fanatici sono poi quelli che – in nome della purezza della fede – si ribellano alle autorità religiose. 
I dirigenti del M5s corrono il doppio pericolo del “tirannicidio” (unico rimedio contro le dittature) e dell’eresia vincente, come avvenne alla Chiesa Cattolica col Protestantesimo. Se la dottrina è indiscutibile per chi domina, altrettanto indiscutibile è la “vera dottrina” per il fanatico che li contesta. 
La rigidità delle norme, non contraddetta dalla loro vaghezza, consente l’arbitrio nella loro interpretazione e nella conseguente applicazione delle sanzioni. Le regole draconiane sono la semente che fa crescere la protesta. La stessa idea balorda di una multa di centomila euro, assolutamente inapplicabile, costringerà il blando dissidente a separarsi dalla Casa Madre e a farle la guerra. 
Insomma le norme del M5s sono uno scandalo. Per fortuna sono anche autodistruttive.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 marzo 2018
Si consiglia vivamente la lettura dell’articolo: Sebastiano Messina:
 http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=368740756_20180329_14004&section=view 
Il tutto confermato da Mattia Feltri sulla Stampa: 
http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=368711777_20180329_14004&section=view.
Per gli amici delle mailing list, ecco l’articolo di Messina.
Solo un monaco tornato a valle dopo un lungo eremitaggio potrebbe stupirsi, leggendo il cavilloso regolamento che i nuovi parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno dovuto approvare l'altra notte senza fiatare, e persino sorridendo, con disciplina nordcoreana. Che la regola "uno vale uno" era stata sepolta da un pezzo, lo sapevamo già.
Che ormai fosse in vigore il principio "uno vale tutti", messo nero su bianco per blindare legalmente il potere formalmente consegnato a Luigi Di Maio, lo sospettavamo dal giorno delle finte primarie online. E la storia della scorsa legislatura, con il lungo elenco di deputati e senatori grillini precipitosamente espulsi al primo segno di dissenso, non lasciava spazio alle illusioni sulla vivacità democratica - chiamiamola così - dei gruppi che oggi sono i più numerosi di questo Parlamento.
Eppure ha qualcosa di affascinante, questo tentativo di rendere presentabile e persino elegante la camicia di forza che gli avvocati della Casaleggio Associati hanno preparato per le nuove reclute dell'armata pentastellata. A cominciare dal capitolo "principi e indirizzi", nel quale si afferma solennemente che il gruppo parlamentare del M5S "concorre con metodo democratico a determinare la politica nazionale". È un copia-e-incolla dell'articolo 49 della Costituzione, che però ha come soggetto "i cittadini, liberamente associati in partiti" e non i gruppi. L'idea è nobile: peccato che dalla teoria alla pratica il "metodo democratico" evapori rapidissimamente. Perché è davvero inutile prevedere assemblee, presidenti, comitati direttivi e tutto l'organigramma di un vero partito, se poi lo stesso regolamento consegna tutti i poteri che contano a una sola persona, il Capo Politico del movimento, che al Senato non fa neanche parte del gruppo. Eppure è lui, Di Maio, che nomina e revoca i capigruppo (i parlamentari "ratificano"), è lui che sceglie i vicecapigruppo, i segretari, il tesoriere e naturalmente il capo del potentissimo Ufficio Comunicazione, l'uomo che ogni giorno decide chi va in tv (e cosa deve dire).
E suona beffardo, quell'articolo che riconosce a ogni parlamentare il diritto di "concorrere all'elaborazione unitaria delle iniziative parlamentari", ma non quello di esprimere una critica, un dubbio, un dissenso, perché si renderebbe immediatamente colpevole del crimine previsto dal codice militare pentastellato (articolo 21, comma 1, lettera G): "Comportamenti suscettibili di pregiudicare l'immagine o l'azione politica del Movimento, o di avvantaggiare i partiti", definizione volutamente vaghissima che può comprendere di tutto, dall'alito cattivo in su. E il traditore che avrà osato dissentire, oltre a essere espulso con disonore - su proposta del Capo Politico, naturalmente - "sarà obbligato a pagare a titolo di penale entro 10 giorni la somma di euro 100.000,00", punizione senza precedenti nelle democrazie dell'Occidente, anche se sarebbe interessante sapere quale giudice e quale tribunale, sulla base di una norma che forse andrebbe bene per la compravendita di un terzino, costringerebbe mai un parlamentare a pagare una simile "penale".
L'intero regolamento è in realtà un elenco di bei principi enunciati in un articolo e negati in quello successivo. La "trasparenza" declamata all'articolo 2, per esempio, è accuratamente ingabbiata dall'articolo 23, in base al quale per poter leggere gli atti del gruppo è indispensabile un'autorizzazione, "previa deliberazione del Comitato direttivo", come se bisognasse custodire pericolosi segreti. E persino la severità pecuniaria verso chi esce, astutamente presentata come punizione per i voltagabbana, si dissolve in una nuvoletta rosa quando si tratta di aprire la porta ai transfughi degli altri partiti, le cui adesioni saranno benevolmente valutate, purché siano incensurati, non siano iscritti ad altri partiti, eccetera. C'è il divieto d'uscita, dunque, ma non il cartello "Vietato l'ingresso".
Nulla di veramente nuovo, per chi conosca la camaleontica coerenza dei grillini. Più che un pasticcio giuridico, più che uno scivolone politico, questo regolamento degno di un Circolo dei Signori è soprattutto un'occasione mancata, per un partito che vuole governare il Paese. Se questa è la loro idea di democrazia, non è affatto rassicurante.
Sebastiano Messina.




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29 marzo 2018
SE BERLUSCONI SIA VIVO O MORTO
Presto sarà un mese che si sente dire che Silvio Berlusconi è stato sconfitto, è morto, è bollito. È affetto da marasma senile e politicamente non conta più niente. Se una cosa la dicono tutti va presa sul serio. Ma prendere sul serio non vuol dire crederci. Se si legge che Gramsci è morto in carcere, benché molto malato, non c’è ragione per dubitarne e per non condannare il fascismo per questo eccesso. Nondimeno, basta una piccola ricerca, e si scopre che non è andata così. E la verità storica deve prevalere sulle leggende. Se Berlusconi fosse realmente sconfitto, non resterebbe che prenderne atto. Ma, appunto, la notizia è vera?
I fatti fondamentali in questo campo sono due: Berlusconi e il suo partito hanno ottenuto alle ultime elezioni circa il 14% dei voti. Nessuno nega che sia stato un drammatico calo, rispetto al passato, ma non bisogna esagerare. Se al contrario, prima, la media dei voti di Forza Italia fosse stata del 10%, e ora fosse arrivata al 14%, che dovremmo fare, oggi, gridare sui tetti che ha avuto una grande vittoria? Non è più semplice contentarsi di constatare i fatti e vedere quali sono le conseguenze concrete, nella situazione data?
In questa sede ci occuperemo delle percentuali dei seggi ottenuti in Parlamento e non delle percentuali assolute, perché sono i seggi, quelli che contano, quando si tratta di governare. Ecco i numeri. Il M5s ha il 36.5% dei seggi alla Camera e il 36,4 al Senato. Il centrodestra ha il 42,5% alla Camera e il 43,8% al Senato. Il centrosinistra ha il 18,8% alla Camera e il 18,5% al Senato. All’interno del centrodestra i numeri sono i seguenti, sempre in percentuale dei seggi: alla Camera, Lega 19,8%; FI 17%; Fd’I 5%; al Senato, rispettivamente, 18.8%, 18,2% e 5,2%. Si noti che i seggi della Lega e di Forza Italia non sono sideralmente lontani, come numero. Dunque bisognerebbe astenersi da reboanti esagerazioni. 
È chiaro che il M5s, alleandosi con la Lega, avrebbe il 56,6% dei seggi alla Camera e il 55,2 al Senato. Assolutamente comode maggioranze. Maggioranze che tuttavia costerebbero troppo a Salvini, se per andare al governo dovesse rompere con Berlusconi: infatti non soltanto non sarebbe più il leader del centrodestra, ma nel governo col M5s sarebbe un socio di minoranza. Il passo inoltre gli creerebbe enormi problemi in tutti gli organismi locali del Nord in cui il suo partito è alleato con Forza Italia. Senza dire che rischierebbe di essere punito dai suoi elettori, per avere distrutto la coalizione di centrodestra. Forse, personalmente, Salvini sarebbe lieto di pugnalare Berlusconi, ma politicamente pare che non se lo possa permettere. 
Tanto per fare tutte le ipotesi, il M5s avrebbe una maggioranza alleandosi con la sola Forza Italia o, a fortiori, col centrosinistra. Ma l’alleanza con Berlusconi è considerata fuori questione, sia dal lato dei “grillini” sia dal lato dei berlusconiani. E attualmente la coalizione di centrosinistra reputa indispensabile stare a guardare, senza compromettersi. Vicolo cieco.
Come si vede, salvo ripensamenti dei protagonisti, l’unica possibilità per formare un governo nelle condizioni attuali è un’alleanza del M5s non con la Lega, ma con tutto il centrodestra. Dunque anche con Berlusconi. E allora è proprio vero che l’anziano leader è bollito? Se Forza Italia dice di sì, basta che il M5s si dichiari d’accordo. Se dice di no, e Salvini non è disposto a suicidarsi politicamente, con chi mai il M5s costituirà il governo? 
Sarà duro da digerire, ma il M5s ha la possibilità di ottenere il governo soltanto se riesce ad allearsi con il centrosinistra o con Berlusconi. E allora, è proprio irrilevante quest’ultimo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 marzo 2018




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POLITICA
28 marzo 2018
DI MAIO SEMBRA UN PALESTINESE
Perché non si è arrivati alla pace in Palestina? Perché gli arabi hanno attaccato militarmente gli ebrei (1948, 1956, 1973), hanno sempre perso e poi, costantemente, hanno tentato di negoziare come se le guerre le avessero vinte invece che perse. Un atteggiamento che non ha bisogno di aggettivi.
Ora in Italia abbiamo i “grillini” che si comportano in modo simile, cioè senza tenere conto dei dati oggettivi. Affermano per cominciare che, o Di Maio è nominato Primo Ministro o non ci sarà un governo. Perché il popolo ha indicato lui per quella carica. Non si sa quando ciò sia avvenuto. Non si sa che potere abbia il popolo di designare il Primo Ministro. Non si sa dove tutto ciò sia stato consacrato nella Costituzione, ma poco importa. È ciò che afferma il M5s e non può essere che così. Tanto che Matteo Salvini, secondo il “Corriere”, afferma: “Sbaglia. Così salta tutto. No a veti a Forza Italia” 
Tutto ciò si spiega esattamente come si spiega l’atteggiamento dei palestinesi.
La distinzione fra il possibile e l’impossibile, il reale e l’immaginario, l’opportuno e l’inopportuno, è caratteristica degli adulti. E anche il senso di responsabilità. Che è poi la ragione per la quale non si concede la patente di guida per autoveicoli prima dei diciotto anni. Non è perché, prima di quell’età, un ragazzo non abbia la capacità tecnica di guidare un’automobile, ma perché non è sufficientemente cosciente delle sue responsabilità. Tutte queste differenze furono icasticamente riassunte da Rabelais mezzo millennio fa quando scrisse che a una certa età “si piscia contro vento”. 
Sembra che Luigi Di Maio si voglia iscrivere alla confraternita di coloro che non tengono un sufficiente conto del vento. Il suo atteggiamento sarebbe comprensibile se il suo Movimento avesse ottenuto il 51% dei seggi sia alla Camera sia al Senato, ma il suo risultato è soltanto un 32,7%. Una cifra che invita gli italiani a levarsi il cappello, ma non a dichiararlo padrone del Parlamento. Fra l’altro, forse i “movimentisti” non erano ancora nati quando la Democrazia Cristiana, pur avendo i numeri per governare da sola, si associò volontariamente un paio di piccoli partiti. Il monocolore è rischioso, non fosse altro per le maggiori responsabilità che comporta.
Il M5s nella situazione data ha un tale numero di seggi che, o si associa con qualcuno, concedendo qualcosa, o non va al governo. E quando si dice “qualcosa” non si intende un vassoio di panzerotti: il socio di minoranza non potrà certo pretendere l’uguaglianza dei vantaggi – così come i palestinesi non possono pretendere uguali vantaggi con gli israeliani – ma non per questo non avrà buone briscole in mano. Dirà sempre: “Tu puoi avere di più, ma ricordati che io posso anche non farti avere niente”. Ed è su questa base che si negozia. 
Fra l’altro – si tende a dimenticarlo – nel caso di un’associazione con la coalizione di centrodestra, il junior partner, il socio di minoranza, è proprio il M5s, col suo 32.7%, contro il 37% degli amici di Salvini.
Dunque è assurdo – anzi, peggio che assurdo, infantile – pretendere di dettare legge. Per giunta, se Di Maio fosse persona da prendere sul serio, a questo punto sapremmo che il suo senso dello Stato è tale che, o si fa contento il suo piccolo ego, o il Paese non avrà un governo. Senza dire che è sempre possibile che, stufi delle sue bizze, gli altri partiti (che insieme hanno ottenuto il 62.3%) trovino il modo di formare un’alleanza, lasciando fuori al freddo quel Movimento che si è tanto vantato della vittoria.
Tutta la commedia sembra l’eco della convinzione che le parole creino la realtà. Non basta dare una cosa per sicura, perché questa diventi realmente sicura. Fra l’altro, che senso ha emettere simili pubblici proclami, quando non si tratta di convincere l’opinione pubblica – che in questo caso non ha nessun potere – ma dei dirimpettai che hanno tutto il cinismo e tutta la spregiudicatezza di normali politici? 
Fra l’altro, si dimentica che Mattarella è libero di designare chi vuole. In teoria potrebbe dire paternamente a Di Maio: “Ragazzo mio, tu mi sei simpatico, ma sei troppo giovane per questa carica e io non mi sento di conferirtela”. Che cosa potrebbe fare il caro Luigi, di fronte ad un atteggiamento del genere? La Costituzione non dice in base a quali criteri il Presidente della Repubblica debba conferire l’incarico di formare il nuovo governo. 
Ma già, come tutti i sacri testi, la Costituzione è più citata che letta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2018




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POLITICA
27 marzo 2018
DOPPIA PIROETTA CON AVVITAMENTO
Intervistati, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, senza mordersi l’un l’altro, hanno parlato del programma del futuro governo. Ed hanno realizzato due piccoli capolavori simmetrici: Di Maio non ha citato il reddito di cittadinanza e Salvini non ha citato la flat tax. 
Gli àuspici hanno dovuto osservare contro sole il volo degli uccelli, facendosi una visiera con la mano, gli aruspici hanno dovuto a lungo studiare le viscere degli animali sacrificati, ma tutti sono arrivati alla stessa conclusione: quelle omissioni erano altamente significative. Significano che i due grandi raggruppamenti stanno cercando di rimuovere dalla strada su cui incontrarsi i macigni più grandi. Forse i due eserciti stanno già organizzando le rispettive salmerie.
Lodevoli sforzi. Ma abbastanza inutili. Se i leader intendono mascherare il rinnegamento (inevitabile) dei loro programmi elettorali, può darsi che ci riescano con i commentatori politici, attenti ad ogni loro trasalimento e per i quali a volte una settimana sembra un secolo. Ma se – per il bene della nazione, s’intende, ma è inutile precisarlo, lo sanno tutti - fra due mesi i capi del M5s e del Centrodestra arriveranno alla conclusione che faranno il governo insieme, la maggior parte degli italiani ne sarà sorpresa. Molto. Proprio perché non segue con attenzione le vicende della politica. 
I movimenti impercettibili riescono a nascondere il cambiamento a chi li osserva spesso, ma se si rivede lo stesso sito cinquanta o sessant’anni dopo, perfino un bradisismo risulta evidente. Ecco perché i leader che si fanno vicendevolmente arcani segnali di fumo perdono tempo. Ci saranno persone – e fra queste centinaia di migliaia di votanti del M5s e del centrodestra – che si sono addormentate lasciando quei due partiti acerrimi nemici e si sveglieranno trovandoli a braccetto. Non soltanto a braccetto ma concordi nel non realizzare né le promesse dell’uno né le promesse dell’altro. Alleluia.
Naturalmente, accanto ai politologi e a coloro che pensano soltanto agli affari loro, ci sono gli uomini di buon senso, per quanto pochi. Questi non hanno mai preso sul serio i programmi di Salvini e di Di Maio e dunque, avendo prima coperto i loro programmi di un velo di più o meno taciuto disprezzo, domani potrebbero essere i più benevoli. Perché non si erano mai fatti illusioni. Ma quelli che si aspettavano il reddito di cittadinanza? Quelli che si aspettavano la flat tax? E il resto degli italiani, che si aspettava la Luna?
I “grillini” come potranno accettare l’alleanza con Berlusconi? I centristi come potranno riverire come statisti i ragazzotti del Movimento, fino a ieri qualificati da incompetenti, ignoranti, sognatori e “più pericolosi dei comunisti di un tempo”? Mistero gaudioso.
Molti in questi giorni hanno cantato il de profundis per il Cavaliere e per Forza Italia, ma di questo passo c’è il rischio che il famoso Salmo 129 debba essere cantato per parecchi partiti. Se il governo non facesse miracoli (e come potrebbe?) se non durasse, e se si dovesse tornare alle urne prima della fine della legislatura, qualcuno potrebbe invidiare il Pd, se veramente rimarrà all’opposizione.
Signori, comprate il popcorn, lo spettacolo si annuncia avvincente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2018
http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=368195561_20180326_14004&section=view




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POLITICA
27 marzo 2018
COMPRENDERE LA RUSSIA. E PUTIN
Di George Friedman

Putin è stato rieletto presidente della Russia. Non è il genere di Russia e neppure il genere di presidente che i democratici di sinistra occidentali si aspettavano quando l’Unione Sovietica è crollata nel 1991. Essi volevano e si aspettavano che i valori e le istituzioni della penisola europea divenissero le istituzioni e i valori russi, e si aspettavano che la Russia si allineasse sull’Occidente. 
Retrospettivamente, non è chiaro perché ci si aspettasse tutto questo. La Russia in molti sensi è fondamentalmente diversa dall’Occidente, ed è stata così per secoli. E non è che se ne sia scusata. A parte un piccolo gruppo di “occidentalizzanti” – intellettuali innamorati dell’Occidente – il pubblico russo ha abbracciato, o almeno accettato, la Russia per quello che è. Ciò è mostrato dal fatto che Putin è enormemente popolare, malgrado le difficoltà economiche della Russia. Le aspettative dei “democratici” occidentali sono state deluse dai riformisti zaristi, dai governanti sovietici e ora da Putin. Il problema è che i riformisti liberal vedono la Russia, ed altri Paesi, come nazioni desiderose di divenire come loro. È una forma di narcisismo occidentale che conduce ad un fraintendimento del mondo.
La Russia è fondamentalmente diversa, geograficamente, dal resto dell’Europa. Il resto dell’Europa è una regione marittima, con lunghi fiumi che conducono a porti e dove nessuno è lontano dal mare più di 650 chilometri. La Russia è essenzialmente priva di sbocchi sul mare. I porti dell’Oceano Artico sono frequentemente ghiacciati e i porti del Mar Nero e del Mar Baltico potrebbero avere il loro accesso agli oceani bloccato da nemici che controllano gli angusti stretti. Tutti questi porti sono distanti dalla maggior parte della Russia.
Tucidice distingueva Atene, una potenza marittima i cui abitanti vivevano nella ricchezza ed avevano tempo per l’arte e la filosofia, e Sparta, un territorio privo di sbocchi sul mare il cui popolo viveva una vita di stenti con poche possibilità di autoindulgenza ma era capace di sopravvivere in condizioni che avrebbero annientato gli ateniesi. Ambedue i popoli erano greci, ma erano molto diversi.
Lo stesso può dirsi della Russia e dell’Europa. In quanto potenza senza sbocchi sul mare, le occasioni della Russia per il commercio internazionale e un efficiente sviluppo interno sono limitate. Le vite dei suoi cittadini sono difficili, ed essi possono sopportare privazioni che atterrerebbero (ed hanno atterrato) altri Paesi europei. Un Paese vasto, con una popolazione dispersa, come la Russia, può essere tenuto insieme soltanto da un possente governo centrale che controlla un apparato di politica interna e di sicurezza che riesce a contenere le tendenze centrifughe caratteristiche di ogni Paese. Richiede un regime che non soltanto ha la massima autorità sull’intera nazione ma anche l’apparenza dell’autorità – una forza irresistibile che non può essere sfidata. 
Ci sono stati momenti di grande turbamento politico in Russia, ovviamente, fra gli altri la Rivoluzione Russa e la caduta dell’Unione Sovietica. Ma l’Occidente ha continuamente confuso il crollo delle istituzioni come una liberalizzazione ed ha mancato di riconoscere la cosa come nello stesso tempo disastrosa per la Russia e aliena dalla cultura russa. L’Occidente è stato sempre sorpreso quando la Russia è ritornata ad essere ciò che è sempre stata, accusando Stalin o Putin di avere ristabilito le istituzioni che stabilizzano la Russia, e considerando questa come una sfortuna dovuta alla malvagità di un uomo. Malvagi essi possono pure essere stati, ma essi hanno capito il problema russo meglio di quelli che pensavano che la Russia potesse divenire come l’Italia o la Francia. 
La Russia ha inoltre fatto l’esperienza di guerre terribili che hanno insegnato ai russi che la guerra è sempre possibile e che la più grande difesa è stata una profondità strategica. Gli svedesi, i francesi e (due volte) i tedeschi hanno insegnato loro questa lezione. Gli occidentali sentono che la Russia dovrebbe andare oltre la sua storia antica. Ma molta parte del fondamento logico dietro l’Unione Europea è la memoria delle due guerre mondiali, e il desiderio che non si ripetano mai più. Negli Stati Uniti, la Guerra Civile è ancora il prisma attraverso il quale sono visti la maggior parte della loro storia e molti degli attuali dibattiti. Le guerre che sono state combattute non abbandonano le memorie delle nazioni, e le guerre che hanno combattuto i russi danno forma al modo di pensare di tutti i russi. Essi desiderano uno Stato e un leader abbastanza forti per prevenire un’altra di quelle guerre o, dovesse lo stesso verificarsi, abbastanza forti per condurre la Russia alla vittoria. Se gli europei temono il ritorno del nazionalismo, e gli americano temono il razzismo, i russi temono la debolezza.
Se Vladimir Putin fosse morto in un incidente d’auto nel 2000, sarebbe stato sostituito da un altro Putin con un nome diverso. Tenere insieme la Russia – prevenire delle insurrezioni e proteggere la patria – è il compito che deve affrontare qualunque governante russo di successo. Putin – attraverso le minacce ai nemici, sia interni sia internazionali – è ciò che né Gorbaciov né Yeltsin furono. Sta governando un Paese debole, devastato dai bassi prezzi del petrolio e dai sempre maggiori costi della difesa, una combinazione che provocò il collasso dell’Unione Sovietica. È perfettamente cosciente delle debolezze, e sa che riconoscerle e mostrarsi impaurito, come fece Gorbaciov, sono cose che possono provocare un disastro. È importante vedere la Russia per ciò che è: un Paese debole guidato da un governante che comprende che l’apparenza della debolezza è più pericoloso della stessa debolezza. 
La storia russa è piena di bluff. Per esempio, le storie dei villaggi di Potemkin nei quali l’apparenza era impressionante, ma le cui strutture ricostruite erano soltanto le facciate degli immobili con niente dietro, per farle apparire come se la Russia fosse più sviluppata di quanto fosse. C’è molto, oggi, dietro la facciata, ma non tanto quanto Putin vorrebbe che noi pensassimo.
La Russia deve essere capita per com’è, non come l’Occidente vorrebbe che fosse. È importante che non ci illudiamo pensando che sia possibile la riconciliazione con la Russia, o che gli interessi degli altri Paesi siano gli stessi di quelli della Russia. Questa è un’altra illusione occidentale: la credenza che la comprensione dell’avversario conduca alla pace. A volte, conduce alla comprensione che un Paese è veramente e irrevocabilmente un avversario. Ma, per il momento, è necessario afferrare che Putin non ha condotto la Russia ad una posizione negativa, ma che la Russia è tornata alla sua situazione normale, e Putin ha presieduto a questo ritorno. Egli non ha creato la Russia, ha semplicemente fronteggiato la realtà russa senza tirarsi indietro.
(Traduzione di Gianni Pardo)
______________

Vladimir Putin has been re-elected as president of Russia. This is not the kind of Russia nor the kind of president Western liberal democrats expected when the Soviet Union collapsed in 1991. They wanted and expected the values and institutions of the European Peninsula to become Russian values and institutions, and expected Russia to align itself with the West.
IN retrospect, it is not clear why this was expected. Russia is in many ways fundamentally different from the West, and has been so for centuries. And it hasn’t been apologetic about it. Apart from small groups of Westernizers – intellectuals enamored by the West – the Russian public has embraced, or at least accepted, Russia for what it is. This is shown by the fact that Putin is enormously popular, in spite of Russia’s economic difficulties. Western liberal expectations have been disappointed by Czarist reformers, Soviet rulers and now Putin. The problem is that liberal reformers see Russia, and other countries, as nations eager to become like them. It is a form of Western narcissism that leads to a misunderstanding of the world.
An Irresistible Force
Russia is geographically fundamentally different from the rest of Europe. The rest of Europe is a maritime region, with extensive rivers leading to ports and where no one is more than 400 miles (650 kilometers) from the sea. Russia is essentially landlocked. The ports on the Arctic Ocean are frequently frozen and the ports on the Black Sea and the Baltic Sea could have their access to the oceans blocked by enemies that control narrow straits. All of these ports are distant from most of Russia.
Thucydides distinguished between Athens, a maritime power whose inhabitants lived in wealth and had time for art and philosophy, and Sparta, a landlocked territory whose people lived a hardscrabble life with limited opportunities for self-indulgence but were able to survive conditions that would break Athenians. Both were Greek, but they were different.
The same can be said for Russia and Europe. As a landlocked power, Russia’s opportunities for international trade or even efficient internal development are limited. The lives of its people are hard, and they can endure privation that would (and did) break other European countries. A vast country with a dispersed population, Russia can only be held together by a powerful central government, controlling an internal political and security apparatus that manages the centrifugal tendencies inherent in any country. It requires a regime that not only has ultimate authority over the whole country but also has the appearance of authority – an irresistible force that cannot be challenged.
There have been massive disruptions in Russia of course, including the Russian Revolution and the fall of the Soviet Union. But the West continually confused the collapse of institutions as liberalization, and failed to recognize this as both disastrous for Russia and alien to Russian culture. The West was always surprised when Russia returned to what it was, blaming Stalin or Putin for re-establishing the institutions that stabilized Russia, and regarding this as a misfortune due to the wickedness of one man. Wicked they might have been, but they understood the Russian problem better than those who thought Russia might become like Italy or France.
Russia has also experienced terrible wars that taught the Russians that war is always a possibility, and that the greatest defense was strategic depth. The Swedes, the French and, twice, the Germans taught them this lesson. Westerners feel that Russia should get beyond ancient history. But much of the rationale behind the European Union is the memory of the two world wars, and the desire that they never be repeated. In the United States, the Civil War is still the prism through which much of its history and many current debates are framed. Wars that have been fought haunt the memories of nations, and the wars the Russians fought shape the thinking of all Russians. They look for a state and a leader strong enough to prevent another such war or, if it must come, strong enough to lead Russia to victory. If Europeans fear the return of nationalism, and Americans fear racism, Russians fear weakness.
A Weak Country
If Vladimir Putin had been hit by a car in 2000, he would have been replaced by another Putin with a different name. Holding Russia together – preventing insurrection and protecting the homeland – is the task facing any successful Russian ruler. Putin – through his intimidation of enemies, both foreign and domestic – is what Gorbachev and Yeltsin were not. He is governing a weak country, wracked by low oil prices and increasing defense costs, a combination that triggered the collapse of the Soviet Union. He is well aware of the weaknesses, and knows that acknowledging them and showing fear, as Gorbachev did, can create havoc. It is important to see Russia for what it is: a weak country led by a ruler who understands that the appearance of weakness is more dangerous than the weakness itself.
Russian history is filled with bluffs. Take, for example, the stories of Potemkin villages in which what looked like impressive, reconstructed structures were really just the fronts of buildings with nothing behind them, to make it appear as though Russia was more developed than it was. There is much behind the facade now, but not as much as Putin wants us to think.
Russia must be understood as Russia is, not as the West wants it to be. It is important not to delude ourselves into believing that reconciliation with Russia is possible, or that the interests of other countries are the same as those of Russia. That is another Western illusion: the belief that understanding adversaries leads to peace. Sometimes, it leads to an understanding that a country is truly and irrevocably an adversary. But for the moment, it is necessary to grasp that Putin has not taken Russia to an unfortunate condition, but that Russia has returned to the mean, and Putin has presided over the return. He did not create Russia; he merely faced the Russian reality and didn’t flinch.




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POLITICA
26 marzo 2018
IL FUTURO DEL PD
Chi prova ad immaginare il futuro del Partito Democratico, si accorge di non avere dati. Ma può consolarsi pensando che neanche gli altri li hanno. Forse nemmeno gli attuali dirigenti del Pd. E tuttavia non è detto che questo atteggiamento di incertezza – e conseguente inattività - sia un errore. Del resto questo è il comportamento raccomandato da Matteo Renzi, e non è affatto detto che debba sempre avere torto. 
Ammettiamo che si formi un governo, e già questa ammissione costa uno sforzo. Ammettiamo che le formule immaginabili siano un governo di minoranza del M5s (tipo “governo della non-sfiducia”), un governo M5s-Lega, con rottura del centrodestra, o una Große Koalition M5s-Centrodestra. In tutti questi casi, il M5s si troverebbe a governare, e questo basterebbe a cambiarne l’immagine che ne ha l’opinione pubblica. Non è che se ne voglia dir male, ma innanzi tutto nessuna realtà è mai bella come il sogno, e Dio sa se i 5 Stelle hanno sognato e fatto sognare. E poi è innegabilmente vero che il futuro è molto scuro. È scuro dal punto di vista politico, dal punto di vista delle scadenze economiche e dal punto di vista dei contraccolpi dell’inevitabile delusione, dopo le promesse mirabolanti della campagna elettorale. A questo punto, che interesse può avere un “piccolo” partito a rinunciare ai vantaggi dell’opposizione? 
L’opposizione, per definizione, ha vita facile. Critica il governo quando fa cose giuste (basta sempre dire che si poteva fare ancora meglio) e figurarsi quando, sia pure per ragioni indipendenti dalla sua volontà, esso scontenta gravemente la gente. I cittadini le spianeranno volentieri la strada per una ripresa di popolarità. È questa la ragione per la quale, il più delle volte, la maggioranza che ha governato non è riconfermata nell’incarico.
Dallo Stato in regime democratico i cittadini si aspettano l’impossibile. È perfino avvenuto che abbia perso le elezioni il governo Churchill, dopo che aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale. Figurarsi nel caso dell’Italia, in un momento in cui si sono accumulate tante nuvole temporalesche, che la tempesta non è una probabilità, è una certezza. Tra conti da ripianare, interessi sul debito pubblico, disoccupazione massiccia, deindustrializzazione, manovre richieste dalle autorità europee e possibilità che scattino le famose “Clausole di salvaguardia”, non sarebbe eccessivo indossare un giubbotto antiproiettile.
E allora, dal momento che il Pd non ha nessuna necessità di condividere le responsabilità di governo (di cui non potrebbe in nessun modo condizionare l’azione) e dal momento che, per così dire, è rimasto solo ad occupare il ruolo d’opposizione alieno da ogni compromesso, perché non approfittarne per lucrare i futuri vantaggi di questa battuta d’arresto? Soprattutto considerando – a giudicare da ciò che scrivono i commentatori politici – che centrodestra e Movimento sembrano irresistibilmente attratti da una collaborazione che potrebbe squalificarli tutti e due?
Una possibilità di andare al governo il Pd l’avrebbe nel caso di un accordo col centrodestra. Ma, che sia saggiamente, che sia stupidamente, questa soluzione è vista come impossibile dagli interessati e, poiché secundum non datur, per una volta ha interamente ragione Renzi: meglio stare a guardare, perché gli spettatori non possono mai essere accusati della qualità dello spettacolo.
Uno spettacolo che appare tutt’altro che entusiasmante. Perfino chi è sempre stato visceralmente anticomunista, vedendo come si comportano i 5 Stelle e Salvini, non può che augurare grandi fortune al Pd. Soltanto uno stolto, come scriverebbe Ratzinger, può dimenticare che al peggio non c’è fine. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 marzo 2018




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POLITICA
25 marzo 2018
INTERPRETIAMO IL PRESENTE
Riguardo al significato politico dell’elezione dei presidenti delle due Camere, chi legge i giornali non riceve una sola risposta, ne riceve molte. E tutte in termini di certezza. In realtà di quell’elezione sappiamo poco e del futuro non sappiamo assolutamente niente. Chi dice: “Chissà che cos’è successo, chissà che succederà”, non sa di essere stato molto più saggio della maggior parte degli editorialisti. 
L’elezione dei presidenti delle Camere non comporta particolari vantaggi politici all’una o all’altra fazione e corrisponde ad un interesse comune: consentire il funzionamento del Parlamento e l’inizio della nuova legislatura. E la “necessità istituzionale” di questo passaggio copre e giustifica ogni sorta di accordo, sporco o pulito, nobilitandolo con l’interesse della nazione. Ma proprio questa particolarità, che giustifica ogni “inciucio”, lo svuota di significato politico. Chiunque volesse servirsene potrebbe sentirsi rispondere che si è accettato il precedente compromesso soltanto perché lo scopo era contingente. Dunque si potrebbe dire che, con l’elezione dei presidenti delle Camere, non è successo nulla.
Fra l’altro il centrodestra aveva i numeri per eleggere da solo una forzista al Senato, mentre ha avuto più significato che ci sia stato un accordo fra centrodestra e M5s per eleggere un “grillino” alla Camera. Ma, dal momento che non era irragionevole concedere la presidenza al partito più votato, perché non accettare la momentanea recita di un accordo modello Große Koalition, che tanto piaceva a Matteo Salvini? 
L’attuale discussione politica trascura un punto essenziale: l’enorme differenza fra l’elezione dei presidenti delle Camere e la formazione di un governo. I presidenti hanno funzioni amministrative, da esercitare nel segno dell’imparzialità, mentre il governo ha funzioni politiche e sorge per realizzare un programma. E Dio sa se i programmi sono diversi. È facile mettersi d’accordo riguardo al pareggio di bilancio, ai sussidi ai disoccupati, alla pressione fiscale, ai rapporti con l’Europa? L’impresa è talmente in salita che non si riesce ad immaginare il risultato. E invece, con una fretta incomprensibile, i commentatori hanno dato per politicamente morto Silvio Berlusconi, per definitivamente cancellato il Partito Democratico, per incontrastato trionfatore Luigi Di Maio. 
Bisogna avere un maggiore rispetto del futuro. Nel 1940 chi avrebbe immaginato che Hitler sarebbe stato ignominiosamente sconfitto? Per giunta, finché si discute per formare un governo, si è ancora nel regno delle parole ma, quando si agisce in concreto, gli elettori guardano ai risultati, e questi non si lasciano esorcizzare dalle parole. Matteo Renzi l’ha constatato sulla sua pelle. Fra l’altro, proprio i 5Stelle e Salvini hanno suscitato tali speranze, che il risultato non potrà che essere una grande delusione. Infatti o non realizzeranno i loro programmi, e gli elettori saranno delusi, o i risultati di quella realizzazione saranno disastrosi, e gli elettori saranno delusi. Chi dice che quel giorno molti elettori non si dicano che si stava meglio quando si stava peggio?
Molti parlano di una collaborazione fra Lega e M5s per costituire un governo di scopo, per fare una nuova legge elettorale e tornare al voto, per aumentare ulteriormente i loro consensi. La favola di Perrette et le pot au lait, in italiano Pierina e la ricottina. 
La collaborazione fra Lega e M5s è più difficile di quanto non si dica, perché, per attuarla, Salvini dovrebbe veramente rompere col centrodestra, e andare a fare il vice di Di Maio. E poi, quale sarebbe il programma comune, dal momento che i loro sono in contrasto? Cercando di armonizzarli e di annacquarli, deluderebbero i loro elettori già prima di ottenere la fiducia in Parlamento. 
Quanto al governo di scopo, si sa che Mattarella non intende avallarlo. Un governo è un governo. Fra l’altro, tutti parlano in questo caso di un esecutivo con un compito limitato, la votazione di una nuova legge elettorale. Ma nessuno dice quale legge. Il Rosatellum non piace, ma in che direzione modificarlo? Come si è spesso visto, è difficilissimo mettersi d’accordo. La legge dovrebbe consentire la governabilità del Paese ma, a parte i limiti imposti dalla Corte Costituzionale, l’elettorato è politicamente tripartito. Come si può ottenere una maggioranza sicura, con l’elettorato diviso in tre?
L’errore della maggior parte dei commenti dei giornali dipende dal fatto che essi si affannano a parlare di questi giorni come se fosse avvenuto chissà che, mentre il più deve ancora avvenire, e al riguardo non sappiamo niente. I retroscenisti in queste occasioni si travestono da moscerini, e ci raccontano quello che hanno detto Tizio e Caio nelle riunioni più segrete. Mentre noi abbiamo la riprova del fatto che non sappiamo niente. Salvini, dicendo ai suoi di votare per Anna Maria Bernini, ha talmente stupito Berlusconi che questi, la sera stessa, ha dato per finito il centrodestra. La mattina seguente, alle undici, lo stesso Berlusconi ha detto che il centrodestra si era ricompattato, che si era d’accordo sul nome di Maria Elisabetta Casellati, e che si sarebbe votato per il candidato del M5s alla Camera, e che lui si fidava di Salvini. Perché questo voltafaccia? Perché totalmente sconfitto o perché la partita, dietro le quinte, è stata del tutto diversa da come ci è apparsa? Perché pretendere di saperlo già?
La cosa più semplice è mettersi comodi e aspettare il seguito. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 marzo 2018




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POLITICA
23 marzo 2018
IL RUBICONE DI SALVINI
Salvini, con un colpo di mano, e senza l’accordo di Forza Italia, ha proposto la forzista Anna Maria Bernini per la carica di Presidente del Senato. Il senso ufficiale della mossa di Salvini è quello di rimuovere l’ostacolo formale del nome di Paolo Romani, indigesto al M5s, proponendo, generosamente e altruisticamente, una candidata non della Lega, ma di Forza Italia. Se il M5s non fosse disposto a votare questa candidata, se ne dedurrebbe che non vuole concludere un accordo col centrodestra, nemmeno per le presidenze delle Camere, al di là delle obiezioni per la persona di Romani. 
Il senso è in realtà tutt’altro. Innanzi tutto, proponendo il nome della Bernini, Salvini non è affatto generoso per l’ottima ragione che il voto della Lega per un candidato di Forza Italia è stato contrattato e compensato con la designazione di Salvini come leader del centrodestra, anche in occasione delle prossime consultazioni del Presidente della Repubblica.
In secondo luogo, l’eventuale votazione a favore di Anna Maria Bernini non fornisce al centrodestra nessuno speciale vantaggio in quanto, secondo ciò che concordemente affermato dagli osservatori, il centrodestra, al Senato, ha i numeri per votare da solo chi vuole. 
In terzo luogo, il fatto di dare al M5s la possibilità di votare per un candidato di centrodestra che non sia Romani non offre nessuno speciale vantaggio, al Movimento, perché la mossa non prelude affatto ad un’alleanza centrodestra-M5s. Ad essa sono assolutamente ostili tanto il centrodestra (salvo la Lega) quanto il Movimento. Al massimo la mossa di Salvini può essere un ramoscello d’ulivo agitato verso i “grillini” per significare che fra la Lega e loro ci potrebbe domani essere un accordo, e che Salvini è disposto a rompere con Berlusconi. Ma per far questo non era necessario votare la Bernini.
Fra l’altro in questo senso la mossa di Salvini non sembra molto azzeccata, se è vero quanto scrivono tutti, e cioè che quella eventuale alleanza vedrebbe Salvini in posizione subordinata a Di Maio, nel futuro governo. Per non parlare dell’impopolarità che potrebbe conseguire ai provvedimenti demenziali contenuti nel programma sia dei 5Stelle sia dello stesso Salvini.
Ma vediamo come reagisce Silvio Berlusconi. A votazione avvenuta, tutti i giornali riportano questa telegrafica dichiarazione: “'Voti Lega a Bernini rompono coalizione. Smaschera progetto governo Lega - M5s”.
Da qui in poi bisogna ragionare come se fosse certo che Berlusconi non cambierà idea, e che i suoi lo seguiranno in questa constatazione. Dunque che la coalizione sia stata rotta. Perché se così non fosse, tutti i ragionamenti sarebbero invalidi: ma non per colpa di chi ha preso sul serio le parole del Cavaliere. 
Ammesso che Berlusconi sia perfettamente serio, ammesso che i suoi lo seguano, ammesso che la coalizione di centrodestra, almeno fino a nuovo ordine, non esista più, le conseguenze sono le seguenti.
Salvini non è più il leader del centrodestra perché non c’è più un centrodestra. Essendo soltanto il leader della Lega, o diviene il terzo partito in Parlamento, privo di alleati e insignificante, o va al governo con il Movimento. Ma a questo scopo andrebbe a negoziare in condizioni di grande debolezza. Infatti, mentre il Movimento potrà continuare a pensare di essere talmente forte, che i partiti dovranno per forza rivolgersi ad esso, la Lega o si accorda col Movimento, per così dire a qualunque condizione, o rimane insignificante in Parlamento. Posizione molto, molto scomoda. 
Né può aspettarsi gratitudine, dai “grillini”, per avere voluto aprire loro una porta, a costo di rompere la coalizione di centrodestra, perché in politica l’ingratitudine è una regola indefettibile. Ci si mostra grati soltanto quando conviene mostrarsi grati. E non è questo il caso.
L’unico atout di Salvini è il fatto che, se il Movimento non farà una buona offerta alla Lega, dovrà farla al Pd. E dovrà essere veramente migliore di quella presentata alla Lega, perché il Pd, con questa alleanza, rischia moltissimo. 
Quanto a Berlusconi – sempre che mantenga la posizione assunta stasera – potrebbe aver fatto il calcolo seguente. Salvini è talmente ambizioso che, avendo avuto un grande successo elettorale, ha interpretato questo successo come la sua consacrazione a padrone del centrodestra. Al punto che, votando per la Bernini, ha creduto di aver forzato la mano a Forza Italia, facendo capire a questo partito e a Berlusconi chi comanda. Dunque Berlusconi e il suo partito sono stati posti dinanzi a questa alternativa: o cedere e prepararsi ad obbedire in tutto e per tutto a Salvini, o non cedere, e mandare a monte i piani di Salvini, del M5s, e un po’ di tutti. Ritirandosi personalmente in un’opposizione dura e pura.
A questo punto, se il M5s accoglie Salvini come alleato, e gli fa un’offerta accettabile, avremo un governo grillini-leghisti che l’Europa accoglierà col giubilo col quale vengono accolti i terremoti. Se questa alleanza non si realizzerà, il M5s sarà costretto a negoziare col Pd, e non sarà facile, perché per ottenere quell’alleato dovrebbe cambiare programma. Infine, l’ultima possibilità è che Salvini, constatando che il suo colpo di poker non è riuscito, ritiri la candidatura Bernini, si rassegni a sostenere Paolo Romani, e ricucia il centrodestra, prima che la fine della coalizione rappresenti anche la sua personale.
Ma questa è cosa che vedremo nelle prossime ore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/3/2018 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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