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giannipardo@libero.it
POLITICA
21 febbraio 2018
ESOPO DICE LA SUA GENTILONI
La favole moderne hanno l’intento di divertire i bambini e proprio per questo le migliori sono quelle dei fratelli Grimm. Mentre la favole di Perrault hanno tracce di moralismo e quelle di Andersen echi di un insuperato dolore, le favole dei due tedeschi - forse perché tratte dai racconti popolari – sono del tutto prive di ideali. Non disdegnano l’orrore, il sadismo, la fantasia per la fantasia e di “morale” c’è soltanto il successo del protagonista. Ma soltanto perché in esso si identificano i piccoli, ed è significativo che non importa se poi costui vince perché migliore moralmente o semplicemente più furbo e più privo di scrupoli. Il bambino è tendenzialmente amorale. 
Le favole antiche avevano invece intenti precisamente pedagogici, tanto da essere per la maggior parte “teoremi gnomici”, come li ha definiti qualcuno. Cioè apologhi col preciso scopo di insegnare qualcosa. Forse anche per questo né Esopo né Fedro sono stati grandi artisti, mentre l’unico, grandissimo artista della congrega è Jean de la Fontaine. Occasionalmente moralista, occasionalmente cinico, sempre preoccupato della bellezza.
Proprio pensando alla politica italiana di questi giorni, viene in mente una favola di Esopo. Una volta le rane, stanche dell’anarchia, chiesero un re a Giove. Il padre degli dei rise della richiesta e gettò nello stagno un travicello. Le rane, resesi conto della sua inerzia, coprirono d’insulti il pezzo di legno e chiesero un altro re. 
 Scrive Esopo: “Allora fu mandato da Giove un orribile serpente acquatico, che fece una grande strage di rane. Invano le misere rane correvano per tutta la palude per evitare la morte con la fuga: poi mandarono di nascosto Mercurio a Giove per aiutare le sfortunate. Ma il re degli dei punì la stoltezza delle rane con parole dure: ‘Poiché non avete voluto sopportare il vostro bene, ora tollerate il vostro male’”.
La favola parte dal pezzo di legno e arriva al serpente ma nulla impedisce il procedimento inverso. Infatti, nel tempo che segue gli eventi dolorosi. gli uomini mostrano di avere appreso la lezione. Se c’è un momento in cui tutti sono disposti a pagare alti prezzi per la pace, è dopo la fine di una guerra. Mentre è soltanto dopo un lungo periodo di pace che i popoli divengono bellicosi. Se Giove avesse inviato prima il serpente, e poi il re Travicello, le rane quest’ultimo lo avrebbero amato. 
In Italia abbiamo fatto un’esperienza di questo genere. Per circa mille giorni abbiamo avuto Matteo Renzi: un Primo Ministro clamoroso, eccessivo, sbruffone. Egocentrico, retorico, arrogante ed eccessivamente sicuro di sé. Insomma una sorta di incarnazione dell’eccesso, della hybris greca. Non era sprovvisto di qualità: era eccellente dialettico e grandissimo comunicatore, era energico e aveva coraggio da vendere. Appariva travolgente in ogni senso. Abbatteva avversari e ostacoli come birilli e molti cominciarono a sperare che potesse compiere miracoli. Naturalmente l’impossibile è al di à delle capacità umane (qualcuno dice anche di quelle di Dio) e alla lunga gli eccessi stancano. Così, nel giro di pochi mesi, l’umore delle rane cambiò. Quando l’interessato cominciò a rendersene conto – siamo a metà 2016 - per salvarsi moltiplicò gli interventi e le pressioni, senza capire che così moltiplicava anche i motivi del rigetto. Un rigetto che infatti si manifestò, clamoroso e irrimediabile, col referendum del quattro dicembre.
Il serpente acquatico fu seguito da Paolo Gentiloni, uomo pacato, beneducato e rispettoso di tutti. Un Primo Ministro tutt’altro che invadente e quasi grigio. Non prometteva grandi risultati ma non provocava grandi guasti. Era riposante, insomma, e umanamente amabile. Non fosse altro per il contrasto con il predecessore, cominciò a raccogliere una universale messe di simpatie. Forse perfino esagerate. Esagerate perché un ottimo Primo Ministro non è soltanto un maestro di cerimonie. Deve realizzare grandi e benefici cambiamenti nella vita nazionale, soprattutto quando una nazione, come la nostra, è in crisi da un decennio.
Naturalmente questa non è una critica a Gentiloni. Nelle condizioni date probabilmente nessuno avrebbe potuto far di meglio. Ma il punto è che il solo fatto di non essere Renzi non trasforma nessuno in un gigante della storia. 
Oggi invece questo genere di errore è di moda. Un intero partito, il M5s, pensa che, se il direttore della banca scappa con la cassa, il miglior direttore di banca sarebbe un uomo onesto. Come se dirigere una banca fosse l’affare del primo venuto e come se un uomo onesto non potesse provocare in buona fede più danni di un disonesto. 
Il problema non è scegliere fra Renzi e Gentiloni. Soltanto se San Gennaro moltiplicasse per due i voti attualmente previsti avremmo il dubbio sulla personalità del Pd cui affidare la premiership. Il problema è l’entità dei danni che Renzi ha provocato al Pd. E dunque la percentuale di voti che il partito otterrà fra meno di due settimane. Naturalmente, se per qualche mese non si riuscirà a costituire un governo, ci terremo volentieri Paolo Gentiloni. Ma senza mitizzarlo. 
Francamente, si può essere molto, molto stanchi di mitizzazioni e demonizzazioni. Le dimensioni dei nostri politici non permettono né l’una né l’altra esagerazione. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 febbraio 2018




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CULTURA
20 febbraio 2018
PHILOSOPHARI


Quando avevo dodici o tredici anni i compagni di gioco mi irridevano chiamandomi “filosofo”. Sono cresciuto e sono diventato vecchio – nel momento in cui scrivo ho superato da tempo gli ottant’anni – e filosofo non lo sono affatto divenuto. Ho visto divenire professori di filosofia persone che al pensiero si interessavano più o meno quanto un carrozziere o un salumiere, mentre io in questo campo non ho fatto un passo e da autentico professionista sono stato soltanto un pensionato. Non ho nemmeno letto molte opere di filosofi, anzi quasi nessuna. Di ogni sistema di pensiero m’è interessata solo la sintesi, quale può darla un buon testo universitario o di divulgazione. Troppi filosofi si sono lanciati in complessi e sistematici modelli di pensiero fondati su un assunto mitologico e personale, basti pensare allo Spirito di Hegel.
Non ho mai avuto abbastanza tempo e abbastanza pazienza, per leggere grandi libri. E non parliamo poi degli autori di cui si sa che hanno scritto libri “grandi e difficili”, come Hegel, appunto. Di lui non tenterei di leggere una pagina perché il nulla non ha sapore neppure in confezione regalo. Al riguardo la penso come Schopenhauer. Ho letto molto di più Voltaire, perché sa anche essere divertente. Montaigne, perché è un amico. Nietzsche, perché certi suoi pensieri (a volte contenuti in brevissimi aforismi) sono lampi di luce folgoranti e indimenticabili. E se ho letto un grosso libro di filosofia è stato quando esso era grosso come numero di pagine, ma piccolo, per quanto riguardava ogni singolo argomento. Ad esempio la Storia della Filosofia Occidentale di Bertrand Russell. E questo anche perché quel gentiluomo ha il senso dell’umorismo e in fondo non sembra prendere molto sul serio né i filosofi né la filosofia. 
Sarei dunque assolutamente abusivo, nella confraternita dei filosofi. Né questa esclusione potrebbe provocarmi un dolore, perché verso di loro non ho mai sentito il minimo sentimento di reverenza. Al massimo di simpatia, quando ho potuto considerarli persone che avrei amato frequentare, come Socrate, Hume o Russell, appunto. I grandi nomi, le grandi cariche non riescono ad impressionarmi. Il Papa è per me un signore che ama vestirsi in modo curioso. Ma ci sono perfino periodi dell’anno in cui la gente comune può vestirsi come meglio crede.
Ciò che forse val la pena di dire, per onestà, è che il mio non essere un filosofo è stato in un certo senso conseguenza della mia filosofia. Un po’ come Rousseau, che i libri pongono fra gli illuministi, lui che odiava a morte gli illuministi e l’Illuminismo. Il fatto è che il libro della mia filosofia, invece di scriverlo, e magari imporlo ad incolpevoli studenti universitari, l’ho semplicemente vissuto. Come Socrate. Soltanto che, diversamente da Socrate, non ho meritato nessun Platone accanto a me.
Ora chiunque sghignazzerà: “Vuoi vedere che questo imbecille vuole paragonarsi a Socrate?” E allora mi spiego meglio.
Immaginiamo un pittore convinto che la pittura sia morta. Per coerenza, la sua unica opera possibile sarà una tela bianca. E infatti per un mese o due egli appende al muro una tela, come sua opera; poi se ne stanca, va ad aggiungerla alla collezione, in cantina, e appende al muro una nuova tela bianca. Direte che è un pazzo, naturalmente, ma non rimane un pittore? Io sono un filosofo come quel pittore è un pittore. La mia teoria filosofica mi ha ridotto all’afasia. A meno che non siate tanto generosi da chiamare pittore qualcuno che si limita a contemplare tele bianche.
Tutto cominciò quando, ragazzino, fui “convertito” al Cattolicesimo da un amico appena più anziano di me che mi parlò di Aristotele e di Tommaso d’Aquino. Divenni un cattolico fervente e ciò dette un senso all’intera realtà. Poi però, ragionando sulla Fede, mi posi cento problemi e arrivai alla conclusione che quell’edificio razionalmente non stava in piedi. Qualcuno avrebbe potuto chiamare la mia crisi “religiosa” ma in realtà fu “intellettuale”. Prima avevo creduto perché convinto dai ragionamenti, poi smisi di credere perché non sapevo obiettare più nulla ai miei stessi ragionamenti. Avrei preferito continuare a credere ma non potevo nulla contro la mia razionalità e vissi quel cambiamento di prospettiva con autentico strazio. 
Per un tempo che a quell’età mi era sembrato lunghissimo, il Cattolicesimo era stato la spina dorsale del mio pensiero, e all’incirca a sedici anni la decostruzione di quella teoria mi obbligò ad accettare il sistema di pensiero risultante da quella demolizione. Non fu impresa da poco. Venendo meno Dio, l’anima e in generale lo spirito, tutto crollò. Fu come abbandonare i grattacieli e ricominciare dalle caverne.
La gente non ci pensa, e non ci pensano neppure i miscredenti, ma non è che si possa togliere Dio dal panorama lasciando il resto invariato. Se Dio non esiste, o se esistendo non si occupa degli uomini (fa lo stesso), e l’uomo non è stato creato da Lui, la vita umana non ha senso. O, almeno, l’uomo non ha più senso di qualunque altro animale. Lo stesso l’Universo, se non è stato creato per un fine, è pura materia, e non può avere uno scopo. Dunque aveva ragione Shakespeare: “La vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito e di furore, che non significa nulla”. Non è verità da poco.
L’intera realtà va guardata con altri occhi. Mentre gli uomini credono confusamente che ci sia qualcosa al di là dell’evidenza quotidiana - e parlano di Bene, di Legge, di Morale come di valori oggettivamente esistenti, al di fuori del nostro pensiero personale - in realtà al di fuori e aldilà non c’è assolutamente niente. Il Bene è ciò che gli uomini, secondo i tempi, i luoghi, e gli interessi di chi ha il potere, dichiarano Bene. La Legge non è diversa dal Bene. La Morale, lo dice la stessa etimologia, è il risultato delle convinzioni prevalenti dei singoli. Certo, è meglio che non si uccida, ma soltanto perché, se ci fossero molti omicidi, avremmo paura per noi stessi e non vivremmo tranquilli. L’unica cosa che esiste è la materia. Il mondo in cui crediamo di vivere, quello in cui sembra che ci sia “molto di più”, non è che la rappresentazione mentale di ciò che siamo riusciti ad organizzare, come guide del vivere insieme. Siamo maggiormente intelligenti, rispetto agli altri mammiferi, ma non diversamente intelligenti.
In particolare, la realtà non mostra nessuna prova dell’esistenza di un’anima immortale e per giunta la sua sostanza “spirituale” sarebbe in contraddizione con l’essere all’interno del nostro corpo, come già obiettavo durante la mia crisi religiosa. Ciò che è all’interno e non all’esterno ha una frontiera fisica, e dunque non è spirituale.
 Comunque l’anima è un’ipotesi di cui non abbiamo bisogno. Chiunque abbia avuto un cane ve lo confermerà.  E ovviamente, non esistendo l’anima e non essendo spirituale, nulla può sopravvivere alla nostra morte. Non ha senso parlare di aldilà, di inferno, di paradiso, di giudizio universale. Siamo degli esseri il cui orologio biologico è programmato per farci invecchiare e morire. I discorsi che i preti fanno in occasione dei funerali sono da schiaffi. 
La mia decostruzione fu coerente, spietata, totale. Non rimase in piedi nulla. Non fu soltanto un individuo insignificante come me a rimanere orfano e solo. Divennero dei falliti esistenziali assolutamente tutti gli esseri umani, anche se non se ne accorgevano e si davano delle arie. Qualcuno potrebbe definire questa posizione nichilista, ma era soltanto la conseguenza della morte di Dio. 
Questa visione della realtà fece svanire le sovrastrutture, le ubbie e i sogni della società umana. Le nuvole si erano diradate, la visione aveva contorni chiari, addirittura scolpiti, e il Sole non era certo colpevole di mostrare un deserto di pietre. La mia vita non aveva senso e non valeva la pena di strapazzarsi per nessuno scopo. Perché nessun fine valeva nulla. Come scrisse Jules Laforgue: “Et devant ta présence épouvantable, ô Mort, Je songe qu'aucun but ne vaut aucun effort”, e dinanzi alla tua spaventosa presenza, o Morte, mi accorgo che nessuno scopo vale alcuno sforzo. 
Perché trascurare la bellezza di albe e tramonti, perché rinunciare al riflesso della luna sul mare, soltanto per non perdere qualche ora di studio o, peggio, un buon voto agli esami? Chi mi diceva che non sarei morto prima di godere del frutto delle mie fatiche? Così ero già il professionista del non far nulla di utile. Ero per la vita contemplativa, senza nemmeno sapere che la raccomandava caldamente Aristotele.
La parola “cosmo” oggi significa universo, ma in origine significava “ordine”. Infatti gli uomini credono di vivere in un universo ordinato. In realtà, già allora, gli uomini erano per me degli animali nemmeno tanto pensosi, e certo non tali da meritare la qualifica di “sapiens”. Il panorama intellettuale risultante dalla mia crisi adolescenziale, se vogliamo chiamarla così, può far paura, ma per un’intera, lunga vita, esso mi ha fornito un indefettibile orientamento che nessun fenomeno mai è venuto a turbare. Forse l’ho pagato caro, ma non è stato un cattivo acquisto.
I principi che reggevano la società umana erano privi di base. Dostoevskij ha sbagliato, scrivendo la famosa frase: “Se Dio è morto allora tutto è lecito”. La morte di Dio non è l’autorizzazione a divertirci come ragazzini incustoditi, è l’ordine di farci carico di noi stessi e del nostro destino. Io sentii allora il bisogno di costruirmi una morale e per fortuna la trovai, d’istinto, nell’utilitarismo. “Vivi moralmente perché vivere in modo morale è più comodo che vivere in modo immorale”. Naturalmente ciò implicava che, se l’immoralità mi fosse venuta comoda e non avesse comportato rischi, avrei dovuto adottarla con entusiasmo. Dunque in campo sessuale sono sempre stato del tutto immorale. Ciò che due adulti consenzienti possono fare di comune accordo non riguarda affatto i terzi. Sono stato per l’eutanasia, per le unioni degli omosessuali, e per la libertà di ogni comportamento che non riguardi gli altri. 
Forse la tragedia della mia adolescenza fu determinata dall’aver preso tanto sul serio la religione e le sue implicazioni. Mentre per molti Dio è una convenzione fra le altre, per il teologo, venuto meno quel pilastro, vien giù tutto. Rimane un cielo vuoto e, sotto di esso, una realtà puramente materiale. Tutto ciò di cui la gente si riempie la bocca – gli ideali, il senso della storia, le religioni, le filosofie, i pregiudizi e perfino le superstizioni – sono scomparsi. Tutte le cose cui la gente attribuisce una sorta di esistenza autonoma, divengono inconsistenti idola. Un modo di dare sostanza a semplici concetti. Un’allucinazione prodotta dal linguaggio, quasi che ogni parola rimandasse ad un oggetto effettivamente esistente, dietro di essa e al di là di essa. 
Del resto, non è forse questa l’origine del concetto di anima? Che cos’è, questa cosa impalpabile, se non un’indebita sostanzializzazione del pensiero? L’unica cosa certa è che pensiamo e il pensiero non è un “qualcosa” in sé: è soltanto l’attività del cervello, come il movimento del braccio è l’attività del braccio. Il nostro stesso “io” non esiste in sé, è soltanto il momento in cui col pensiero ci riferiamo a noi stessi.
La decostruzione delle illusioni è seria quando è totale. Purtroppo, quando riesce, piuttosto che scrivere un libro per enumerare tutte le cose che non esistono, diviene più facile indicare ciò che è rimasto: ed è rimasta soltanto la materia. 
Non potevo fare una carriera di filosofo, se tutto ciò che avevo da dire era: “Non c’è niente da dire”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 febbraio 2018




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CULTURA
19 febbraio 2018
LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA
Un articolo di Matteo Sacchi, sul “Giornale” del 18 febbraio(1), recensisce due volumi di notevoli scienziati sul modo della conoscenza umana. E poiché il testo di oggi è un commento a queste idee, invito chi ha la voglia e la pazienza di discutere di questi argomenti a leggere prima l’articolo, dal doppio titolo: “L’intelligenza umana è una geniale ignoranza – Controcultura ai confini della conoscenza”.

Se c'è un campo in cui la conoscenza umana sta procedendo speditissima è la metacognizione. Non fatevi venire subito il mal di testa e non lasciate che il vostro cervello agisca d'impulso - lo fa molto più spesso di quello che possiate (...) segue alle pagine 24-25 (...) immaginarvi - facendo tabula rasa di fronte a una parola dall'aria complicata. Non lo fa per cattiveria, ma soltanto perché è in grado di memorizzare, al massimo, un gigabyte di dati (molto meno di un personal computer) e quindi tende a non farsi invischiare in complicazioni. Complicazioni che invece piacciono molto ai cervelli giovanissimi, quelli dei bambini. La metacognizione, in sostanza, è semplicemente la mente che pensa la mente per capire come la mente funziona e apprende. Così è più facile da capire (non si deve ricorrere al vocabolario), ma non troppo più facile, e la curiosità potrebbe spingervi a continuare a leggere. E poi, magari, a farvi arrivare in libreria per mettere le mani sui due volumi da cui parte questo articolo. Il primo è La vita segreta della mente del neuroscienziato argentino Mario Sigman (Utet, pagg. 264, euro 20). Sigman, fondatore dell'Integrative Neuroscience Laboratory di Buenos Aires, è uno dei massimi esperti del sistema decisionale del cervello. Nel suo saggio, approfondito ma molto divulgativo, illustra un sacco di meccanismi mentali che agiscono sempre negli esseri umani, ma che spesso sono controintuitivi. Qualche esempio. Il cervello ha enormi capacità innate di sinestesia. Accosta in maniera innata concetti visivi a concetti legati al suono, concetti spaziali a concetti temporali. Così quasi tutti gli esseri umani pensano che il futuro sia davanti e il passato dietro, o che il rosso sia caldo e il blu freddo... Al fondo di molte delle nostre decisioni ci sono queste sintesi istantanee fatte dal cervello. Il cervello «riflette» quando gli elementi da analizzare sono relativamente pochi e c'è il tempo per farlo. In altri casi si attivano meccanismi automatici. Può sembrare incredibile, ma se i fattori di calcolo sono troppi chi ci azzecca di più è chi si affida all'istinto. Non parliamo poi dei colpi di fulmine e dell'amore. Gli esperimenti condotti dai colleghi di Sigman hanno dimostrato con buona approssimazione che il colpo di fulmine tende a portarci, come accade ai roditori, semplicemente verso chi ha un pattern di difese immunitarie diverse dalle nostre. È una garanzia biologica di produrre cuccioli sani, con un corredo immunitario ampio. Poi entrano in gioco, per carità, meccanismi più complessi, ma alla fine il cervello, di base tende a ricorrere a una serie di risposte precostituite, molte delle quali sono «di pancia». Sulla stessa linea d'analisi anche l'altro volume su cui volevamo incuriosirvi (sì, anche con vili trucchetti retorici che, visto come è fatto il cervello, funzionano sempre). È il saggio di Steven Sloman e Philip Fernbach: L'illusione della conoscenza (Raffaello Cortina, pagg. 316, euro 26). I due scienziati cognitivi si muovono sullo stesso terreno di Sigman, ma dedicano largo spazio ai limiti dei meccanismi decisionali di noi umani. In pratica dimostrano con molta chiarezza che la maggior parte delle nostre decisioni sono prese a colpi di «pressapoco». Avete presente il celebre monologo del film Sogni d'oro di Nanni Moretti? Quello che recita in furioso parossismo: «Io non parlo di cose che non conosco!»? Ecco Sloman e Fernbach vi dimostrano con decine di esempi che in pratica parliamo quasi soltanto di cose che non conosciamo davvero. Tutti usano il water, ma moltissime persone ignorano come possa funzionare. Svariati test dimostrano che la maggior parte degli individui, pur sapendo andare in bicicletta non sono in grado di disegnarne schematicamente una... Il risultato è che, per lo più, anche in politica ci affidiamo a opinioni di riporto. Moltissime delle nostre scelte avvengono sulla fiducia. E quando si tratta di scegliere di chi fidarsi, e perché, scattano meccanismi archetipi che poco hanno di razionale. Ma non soltanto in politica. Anche quando nel 1954 gli Stati Uniti provarono i primi ordigni termonucleari, sbagliarono i calcoli sul loro potenziale proprio per eccesso di fiducia. Ecco, sono casi, questi, in cui la creatività della mente umana, così artistica, rischia di mostrare facilmente la corda (metafora che viene dal mondo tessile e figlia della nostra abitudine cognitiva a oggettivare). Il modo migliore di evitarlo è conoscere i suoi meccanismi. Che ci piacciano oppure no. 
Matteo Sacchi

Come altre volte ho tendenza a stupirmi del fatto che grandi menti spendano mesi a pensare e scrivere libri per dire qualcosa di ovvio. Ecco un esempio: qualche tempo fa è stato assegnato il premio Nobel per l’economia ad un professore per aver dimostrato che l’economia è imprevedibile perché risulta dalle decisioni - ben poco scientifiche, ben poco razionali - di milioni di persone. E forse che non lo sapevamo? Le grandi imprese, per le quali questa imprevedibilità costituisce un rischio finanziario, spendono a volte milioni per studiare accuratamente i prodotti che si vendono bene nella speranza di capire qual è l’elemento del loro successo. Lo fanno per produrre a loro volta qualcosa che riunisca il meglio di quelle caratteristiche e faccia realizzare grandi profitti: e il risultato qual è? A volte va bene, a volte va male. A volte addirittura, pressoché misteriosamente , il prodotto in un primo tempo è un fiasco e poi si rivela un best seller (la Cinquecento Fiat del 1960, per esempio, e la Smart, in tempi più recenti). È avvenuto perfino con le opere liriche, alcune delle quali, fra le più famose, hanno debuttato sommerse dai fischi. Era necessario scrivere libroni, per sapere tutto questo?
Anche i due volumi recensiti da Sacchi non fanno andare molto oltre il semplice buon senso. Bisogna premettere che il discorso sulle sinestesie è probabilmente farina del sacco del giornalista: infatti gli esempi sono sbagliati. Quando andiamo verso un luogo e ci allontaniamo da un altro luogo facciamo nello spazio esattamente ciò che facciamo nel tempo, viaggiando dal giorno che ci siamo lasciati alle spalle a quello che vivremo domani. E nello stesso modo il fuoco è rosso e non certo blu. Qui non si tratta di sinestesie si tratta di semplici associazioni mentali. Una vera sinestesia sarebbe sentire odore di lamponi soltanto perché abbiamo avvistato un gatto. Le sinestesie vere sono sensazioni del tutto ingiustificate e per questo patologiche.
Probabilmente ciò che vuol dire Sigman è che i principi che guidano la nostra vita, anche quelli che reputiamo logici e razionali, sono determinati dalla loro utilità, e per questo egli li definisce “automatici”. Ma con ciò non va più lontano di Nietzsche che, già nel XIX secolo, osservava ad esempio che il principio di identità è utile e pragmatico, non logicamente fondato. Infatti non esistono due oggetti identici, e se lo fossero sarebbero comunque in due posti diversi, non potendo coincidere. Per fare un esempio: se andando per i boschi sto per raccogliere un fungo e il compagno di passeggiata mi dice: “Non lo raccogliere, è velenoso”, me lo dice perché crede che quel fungo sia un XXX. Cioè somiglia ad altri funghi XXX, velenosi. Ma poiché nessun fungo è identico ad un altro, e per giunta potrebbe esistere una specie XXY apparentemente identica alla specie XXX, senza essere velenosa ed anzi essendo gustosissima, la sua affermazione è logicamente azzardata, per non dire infondata. E tuttavia chi oserebbe, sulla base di queste considerazioni, mangiare quel fungo? Se un fungo sembra velenoso, è bene saltare dalla somiglianza all’identità. Per la logica astratta potrebbe essere un errore, ma nessuno è disposto a morire in nome della logica astratta. Ecco perché Sigman dice la verità, con quel libro, ma è una verità che non ha il pregio della novità. Il nostro pensiero è economico e spesso si accontenta di abitudini, regole accettate, suggestioni, intuizioni e persino pregiudizi. Ma è storia vecchia.
La tesi del secondo volume è che la maggior parte delle nostre decisioni sono prese a colpi di pressappoco, dal momento che non sappiamo molto delle cose e dei principi che usiamo quotidianamente. In altri termini, ci muoviamo a nostro agio in un mondo di cui crediamo di conoscere tutto e di cui a momenti non conosciamo niente. “Moltissime delle nostre scelte avvengono sulla fiducia”, dice l’articolo, ed è perfettamente vero, sempre che ci intendiamo sul senso della parola “fiducia”, in questo caso. E in che consiste la novità? Non soltanto non sappiamo come funziona lo scarico del water, ma non sappiamo come funziona il telefono, il computer, l’automobile, e la stragrande maggioranza degli oggetti appena appena più complicati di un martello. E allora? Se sapessimo come funziona il telefono, telefoneremmo meglio? 
In realtà la maggior parte delle volte non si tratta nemmeno di fiducia. Questo atteggiamento si ha quando di una cosa non si ha esperienza personale, mentre per il telefono lo constatiamo benissimo che, digitato quel numero, parliamo con chi volevamo parlare. Insomma, questo volume non scopre tanto un meccanismo della nostra mente quanto un principio di economia. Per intenderci: se, per superare l’esame di “Scienza delle Costruzioni”, devo saper spiegare come si costruisce un ponte, studierò come si costruisce un ponte. Ma da infermiere, chimico o sacerdote ci passerò sopra guardando il panorama. E non “per fiducia”, semplicemente perché in vita mia sono già passato su migliaia di ponti senza mai cadere nel fiume. Insomma, a volte si ha la sensazione che molta gente strapazzi le proprie meningi per confermare le evidenze da cui era partita. 
Forse, in realtà, per questi scienziati le cose stanno diversamente. Magari i volumi di diranno molte e più valide cose di quelle riferite dal pur valente giornalista. Non rimane che sperarlo. Di più non si può dire.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 febbraio 2018




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POLITICA
18 febbraio 2018
IL M5S ATTRAVERSO LA FINESTRA DEL GIARDINO
Se è stato piantato un albero, fuori dalla nostra finestra, lo vedremo tutti i giorni e soltanto ad un certo momento diremo, stupiti: “Ma guarda quant’è cresciuto!” I fatti che si verificano molto lentamente rimangono a lungo impercettibili e qualcosa del genere è avvenuto col Movimento 5 Stelle. 
Sembra ieri che chiunque parlasse in nome di quel partito ripeteva in tutte le sedi che esso era contro il sistema, contro le altre formazioni politiche, e del tutto inconciliabile con l’esistente. Perché l’intero esistente era da buttare. Le convergenze, le alleanze, le coalizioni erano inconcepibili. E infatti, quando nel 2013 il Pd guidato da Bersani non ebbe i numeri per formare un governo, i rappresentanti del Movimento rifiutarono ogni offerta, autoescludendosi da una legislatura che comunque andò avanti senza di loro. La posizione dei “grillini” appariva assurda, tanto che molti pensavano che non sarebbero andati da nessuna parte e infatti i pentastellati erano periodicamente costretti a spiegare che aspettavano di avere il 51% dei voti per andare al governo da soli e da soli applicare il loro programma rivoluzionario. Un’utopia.
Siamo andati avanti così per cinque anni e, malgrado la conferma delle previsioni, i capi non annunciavano cambiamenti epocali. Del resto anche i consensi degli elettori non sembravano calare. L’albero sembrava sempre lo stesso. E invece sotto sotto qualcosa è cambiato. Casaleggio senior è morto. Tra una marcia indietro e una marcia avanti, Beppe Grillo si è allontanato sempre più, fino a far pensare che un personaggio improbabile come Luigi Di Maio effettivamente parli in nome proprio e non come portavoce di un capo indiscutibile. 
Siamo al punto che, nell’imminenza delle elezioni, ci dobbiamo chiedere se il Movimento sia quello che abbiamo sempre conosciuto. Non soltanto ha rinnegato tanti dei suoi vecchi mantra, ma, se pure con parole fumose e a volte arroganti, Di Maio ha cominciato a prospettare ripetutamente una partecipazione del Movimento al governo. Il cambio di rotta è stato mimetizzato dalla cortina fumogena di qualche antica giaculatoria ma, seppure attraverso formulazioni arroganti e presuntuose, Di Maio ha manifestato la disponibilità ad “accettare il sostegno degli altri partiti”, purché costoro sostengano il Movimento senza avanzare pretese né di programma né di posti di governo. Quanto ciò sia verosimile, ognuno lo vede da sé. Ma essenziale è la disponibilità e al riguardo è significativa una vecchia barzelletta.
Ad una festa di beneficenza un uomo corteggia una bella signora e ad un certo punto le dice: “Se le dessi cinquecento euro da offrire per i bambini affamati, verrebbe a letto con me?” La signora rifiuta con sdegno. Ma l’uomo propone mille e infine diecimila euro. A questo punto la signora è più che esitante, e l’uomo le dice: “E se invece dessi cento euro a lei personalmente, verrebbe a letto con me?” “Per chi mi ha presa?” si indigna la signora. “Chi è lei, signora mia, finalmente lo sappiamo. Ora è questione di prezzo”.
Per il Movimento, il dubbio era se entrare o no in una maggioranza di governo. Sciolto il nodo, non rimane che mercanteggiare sul programma e sui nomi dei ministri, come sempre è avvenuto. Insomma tutto è cambiato. I dirigenti del partito hanno finalmente capito che, rimanendo alla finestra per un’altra legislatura, non ne avranno una terza in cui fare lo stesso gioco. O sfruttano il capitale politico che ancora hanno in questa occasione, o tanto vale che chiudano bottega. 
Ma i grandi cambiamenti richiedono anche grandi adattamenti e il Movimento, se fosse un partito serio, oggi dovrebbe porsi il problema delle alleanze. I “grillini” hanno sempre stramaledetto tutti e oggi anche i possibili alleati escludono qualsivoglia collaborazione coi partiti “estremisti”, “anti-europei” e “antisistema”, cioè con loro. Ma i pentastellati sono furbi e stanno trasformando in un vantaggio il fatto di non avere una linea politica. Si mostrano ambigui e si tengono le mani libere per potere, domani, allearsi con chi offre di più. Ecco perché oggi non si capisce se il Movimento sia nel sistema o contro il sistema, se sia di sinistra o di destra. La verità è che esso vuole raccogliere ancora una volta i voti degli arrabbiati antisistema, e al contrario potere poi mercanteggiare sia con la destra sia con la sinistra, e fare l’affare migliore. 
Accidenti, se l’albero è cresciuto. È enorme. Somiglia alla Democrazia Cristiana. Anch’essa era ambigua, dal punto di vista ideologico: era il partito che raccoglieva i voti degli anticomunisti e li spendeva poi sottobanco per allearsi con i comunisti. Dal punto di vista pratico era una sorta di cinica massoneria interessata soltanto al potere e al profitto. Il M5s in questo le somiglia molto e chissà che non dovremo a un partito senza bandiera e senza coscienza, la formazione del prossimo governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 febbraio 2018




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POLITICA
17 febbraio 2018
RENZI L'INGUARIBILE
Era previsto che martedì prossimo Matteo Renzi e Matteo Salvini sarebbero stati insieme da Bruno Vespa, per un confronto. La notizia è ora che Salvini non ci sarà. 
I motivi addotti sono tre. Salvini afferma di avere in passato più volte richiesto a Renzi un confronto che questi avrebbe “sdegnosamente rifiutato”. In secondo luogo, per essere presente a quell’incontro, Salvini dovrebbe modificare il suo tour e deludere gli elettori che l’aspettano. Infine lui guarda al futuro e non intende parlare con qualcuno che “in passato, di tempo ne ha avuto fin troppo”. Bla bla. L’essenziale è che rifiuta il confronto. Tanto che Renzi, ricordando con l’occasione l’analogo rifiuto di Di Maio, ha affermato con molto humour che tutti gli negano un incontro eppure lui “non puzza”. 
Renzi ha ragione, non puzza, e quella di Salvini potrebbe anche essere una scortesia. Ma siamo in politica. Non soltanto la cortesia non fa parte del sistema, ma qui le parole sono un conto e la sostanza è un altro conto. Il rifiuto di Di Maio potrebbe avere avuto, come spiegazione, la paura di fare cattiva figura: Renzi è un campione della chiarezza, della dialettica ed anche dell’irrisione. Ma la stessa motivazione non è ipotizzabile per Salvini perché è assolutamente improbabile che quell’uomo possa avere paura di qualcuno. C’è in lui la ferina e brutale aggressività dello squalo. Se ha rifiutato il dibattito è probabilmente per altri motivi.
Non è verosimile che l’abbia fatto per restituire a Renzi la pariglia del rifiuto. Per quanto questo desiderio possa essere comprensibile, per un vero politico l’interesse passa prima dei sentimenti. E questo interesse potrebbe essere la convinzione che, dalla visibilità che potrebbe derivare dal dialogo in televisione, ha più bisogno Renzi che lui stesso. Il meccanismo è ben noto. Quando in politica due personaggi sono in gara, e uno di loro reputa di avere un consistente vantaggio, nega all’altro il confronto per non fargli pubblicità. 
In linea di principio, questa ragione nel nostro caso dovrebbe essere assurda. Le previsioni di voto del Partito Democratico sono largamente superiori a quelle della Lega e dunque dovrebbe essere Renzi, quello che offre visibilità a Salvini. Il fatto che invece sia quest’ultimo a sottrarsi, la dice lunga sulla perdita di velocità del personaggio Renzi. È chiaro che, per il leader della Lega, tutto dipende dalla sensazione di essere lui stesso in ascesa e il Segretario del Pd in discesa. E tanto basta. 
Rimane il dubbio che stia esagerando e bisogna certo fare tanto di cappello al coraggio e al humour di Renzi, quando afferma di non puzzare: ma rimane vero che lui stesso ha fatto questa ipotesi. 
Indubbiamente quest’uomo oggi deve lottare per sopravvivere politicamente. Se alle elezioni il risultato del Pd dovesse essere nettamente inferiore a quello ottenuto da Bersani nel 2013, è probabile che nel suo partito la fronda potrebbe trasformarsi in sommossa e defenestrazione. Né basterebbe far notare che, sommando il risultato del Pd con quello di Liberi e Uguali, si giunge ad un’apprezzabile percentuale: non si possono addizionare al Pd i voti di un partitino nato per fargli la guerra, in odio allo stesso Renzi. Al contrario, qualcuno potrebbe sottolineare che quella scissione si è avuta per colpa sua e di nessun altro.
Fra l’altro, i suoi comportamenti recenti non potrebbero certo aiutarlo. Nella compilazione delle liste elettorali, Renzi ha incluso soltanto i fedelissimi, lasciando al fresco quelli che forse in Parlamento non l’avrebbero sostenuto entusiasticamente. E quale sarebbe stata la sorte degli attuali fuorusciti, se fossero rimasti nel partito? Sarebbero stati messi da parte, ed anche troppo tardi per avere il tempo di fondare un nuovo partito e sperare di sopravvivere politicamente.
Anche a non amare Matteo Renzi, anche a non dimenticare i suoi infiniti errori e i suoi atteggiamenti provocatori, si è tentati di “rosicare”, come direbbe lui, vedendo quanti treni ha perduto. Dopo il 4 dicembre doveva farsi da parte, come aveva promesso, e poi risalire la china dal basso, con un diverso atteggiamento. Invece ha proseguito come se nulla fosse avvenuto, ammettendo come unica modificazione il cambio di residenza, da Palazzo Chigi al Nazareno. Seguendo i sondaggi, si direbbe che neanche l’elettorato gliel’ha perdonato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/elezioni-2018/notizie/anche-salvini-rinuncia-confronto-tv-contro-renzi-elezioni-2018-ca27abe8-1331-11e8-bbf7-75f50a916419.shtml




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POLITICA
16 febbraio 2018
UN FETICCIO: L'AUTO ELETTRICA
Sul Corriere della Sera è comparso un articolo(1) firmato da Milena Gabanelli in cui si dice male delle automobili attuali, che provocano il riscaldamento del pianeta, aggiungendo che, nel giro di qualche decennio, saranno vietate dovunque. Da noi nel 2040. Queste automobili saranno ovviamente sostituite da virtuose auto elettriche ma leggendo l’articolo si scopre che la Gabanelli è giornalista più corretta di quel che si poteva pensare. Infatti riporta parecchi argomenti oggettivamente contrari alla sua tesi. L’unica affermazione apodittica e azzardata è quella con cui l’articolo comincia: “Le emissioni dei gas di scarico delle automobili contribuiscono al riscaldamento del pianeta”. Qualcosa come: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”. 
Comunque, ammettiamo che le auto a benzina o gasolio siano dannose per la salute del pianeta: quelle elettriche possono sostituire le attuali? Secondo la Gabanelli i dubbi più comuni “riguardano la ridotta autonomia, i tempi di ricarica troppo lunghi e, soprattutto, la scarsa diffusione delle colonnine di rifornimento”. Hai detto niente. Significa che, se uno abita a Palermo e vuole passare le vacanze in Val d’Aosta, con la macchina elettrica dovrà fermarsi almeno tre volte dove c’è la colonnina di rifornimento e aspettare ore e ore che la macchina si ricarichi. Magari passando la notte in albergo. Un albergo che fra l’altro non saprebbe come raggiungere, dal momento che l’auto è bloccata alla colonnina. Chi lo farebbe mai? E a che serve un’auto costosa che si può usare soltanto non lontano da casa? 
Né è sicuro che in futuro i tempi di ricarica saranno molto inferiori. In materia di immagazzinaggio dell’elettricità tutte le previsioni sono andate deluse sin dalla fine del XIX Secolo. In quegli anni si esitava fra auto a petrolio e auto elettrica (oltre che a vapore), e si pensava che, se appena si fosse riusciti a migliorare le prestazioni delle batterie, tutte le auto sarebbero state elettriche. Se appena. È passato quasi un secolo e mezzo, e siamo ancora a quel punto. 
Comunque, dal momento che - a quanto dicono - la tendenza è all’auto elettrica, “Aumenterà vertiginosamente la richiesta di energia elettrica”. E bisognerà trovarla. Secondo un competente, “il fabbisogno sarà soddisfatto per il 30% dal carbone, per un altro 30% dallo shale gas, per il 15% dall’idroelettrico, per un altro 15% dalle nuove rinnovabili e per il 10% dal nucleare”. Ma, un momento: il carbone, bruciando, produce CO2, e altrettanto fa lo shale gas. Siamo già al 60% e sento che la Terra continua a tossire. Quanto al resto, l’idroelettrico dà già tutto quello che poteva dare per le città, il nucleare è stramaledetto dai misoneisti e le fonti rinnovabili sono estremamente costose. Lo dimostra la situazione attuale. In teoria l’idea di produrre elettricità con dei pannelli sul tetto è molto allettante e tuttavia, pur di incentivarla, lo Stato è disposto a pagare la metà o più della spesa. Che ne sarebbe, se bisognasse pagare tutto di tasca propria? 
Anche le auto elettriche si vendono pochissimo, benché lo Stato si offra di pagare una parte della spesa. Secondo la Gabanelli, in Italia l’incentivo è di circa tremila euro e la media, nel mondo, è di ben novemila dollari. Non deve essere un affare, questa automobile, se l’unico modo di imporla sarebbe quello di regalarla. 
Oggi “il prezzo delle vetture [elettriche] in media si aggira sui 30 mila euro, su cui pesa fino al 50% la batteria”. E questo è un particolare interessante. Un’auto a benzina, con la normale manutenzione, può andare avanti per vent’anni. Le batterie invece vanno periodicamente sostituite. Pensando che incidono per la metà sul prezzo d’acquisto, ciò significa che dopo qualche tempo ci si troverà ad affrontare una spesa di quindicimila euro. Di che comprare una buona automobile a benzina. Ma scherziamo?
Abbiamo chiaramente bisogno di una flebo di ottimismo. Eccola: “Secondo uno studio di Bloomberg, tuttavia, dal 2010 a oggi il costo delle batterie al litio è diminuito del 73% — passando da 1.000 dollari per kWh a 273 dollari nel 2016”. “Le batterie, inoltre, saranno meno ingombranti, più leggere – oggi pesano una tonnellata – e più veloci da ricaricare”. Eh no, qui non ci siamo. Per quanto riguarda le batterie, le speranze devono essere accolte con scetticismo. È vero, quelle al litio (costosissime) sono migliori delle vecchie ma – a parte il fatto che per un’automobile elettrica pesano forse più di una Panda – bisogna ricordare che l’umanità si scervella da secoli sull’immagazzinamento dell’elettricità e il problema non è ancora risolto: chi dice che ora lo sarà? Soltanto per mettere in moto l’automobile, la mattina, stiamo col fiato sospeso: dopo il freddo di questa notte, partirà?
Senza dire che, leggiamo, l’esperto Tabarelli teme che Tesla possa diventare la nuova Enron, “la multinazionale energetica americana protagonista di uno dei più fragorosi fallimenti della storia”. Secondo l’investitore americano Jim Chanos, l’azienda produttrice di auto elettriche è “strutturalmente non redditizia”. “Tre anni fa si diceva che oggi sarebbe stata in attivo, oggi si dice che lo sarà fra tre anni”. Chi di speranza vive…
La sintesi è semplice: oggi l’auto elettrica è un articolo di fede. Bisogna crederci e basta. E questo, per i miscredenti professionisti, è un esercizio piuttosto difficile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 febbraio 2018




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POLITICA
14 febbraio 2018
EUROPA E ISLAM
Per gli europei, gli immigranti musulmani sono innanzi tutto musulmani. Nel senso che poco importa che siano marocchini, nigeriani o del Bangla Desh, ciò che conta è il fatto che hanno quella religione. E questa è ovviamente una stupidaggine. L’essere musulmani non corrisponde ad appartenere ad un popolo o ad un’etnia. La religione non può essere l’equivalente della nazionalità e un italiano si stupirebbe di vedersi associato, come gruppo, ad un messicano o ad un filippino, solo perché tutti e tre sono cattolici. Fra l’altro, gli stessi musulmani percepiscono fra loro importanti differenze. Noi pensiamo che, quanto meno, “parlano arabo”: ma neanche questo è vero. Non nel senso che parlino lingue radicalmente diverse, ma nel senso che dal Marocco fino all’Iraq e oltre gli abitanti parlano soltanto dialetti, spesso tanto diversi che non si capirebbero. Indimenticabile al riguardo l’esperienza di un mio amico inglese. In un ricevimento di arabi, mentre i vari gruppi parlavano fra loro, un signore isolato chiese, alto e forte: “Does anybody speak English, here?” Pur essendo “arabo” anche lui, non conosceva nessuno dei dialetti dei presenti e non riusciva a comunicare con nessuno.
Fra i musulmani non c’è uniformità nemmeno per il colore della pelle. I sauditi o gli egiziani si sentirebbero offesi all’idea di essere assimilati ai maomettani di pelle nera. Neanche la religione è un sicuro cemento: mentre noi ci accorgiamo appena della distinzione fra cattolici e protestanti, per gli islamici fa un’enorme differenza essere sunniti o sciiti. Nel senso che i primi sarebbero felici di ammazzare i secondi, e viceversa.
A questo punto, la nostra universale convinzione che “i musulmani” siano qualcosa di unitario da trattare unitariamente è stupefacente e merita una spiegazione. Che non è neanche difficile. Sono loro che ci hanno spinti a considerarli diversi da tutti gli altri, tanto da costituire un unico gruppo. E ciò è avvenuto quando dei terroristi musulmani hanno ucciso degli europei perché non musulmani. La contrapposizione l’hanno creata loro. Come si dice, è vero che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani. E allora, per il grande pubblico, poco importa che siano di nazionalità differente. Poco importa che di gran lunga la maggioranza delle loro vittime siano altri musulmani (si pensi all’Iraq) e non cristiani. La gente non va per il sottile. Ricordo una domanda provocatoria e significativa: “Non siete razzisti, lo so. Ma sareste tranquilli se vedeste salire sul vostro stesso aereo un gruppo di arabi barbuti?” 
Il fatto che gli europei considerino gli arabi come un’unica etnia è il riflesso speculare del fatto che dei terroristi abbiano ucciso dei cristiani in quanto cristiani. Che ciò sia giusto o sbagliato poco importa: certo è comprensibile. Soprattutto dal momento che sul suolo europeo abbiamo già un’importante presenza di musulmani che tende per giunta ad aumentare, con il forte incremento dell’immigrazione. Così siamo costretti a chiederci in che modo accogliere questa massa di persone. La percentuale di terroristi, fra loro, è tanto sparuta da essere insignificante, e rimane un problema di polizia. Ma la normale convivenza con i nuovi arrivati costituisce un problema sociale di grandi proporzioni, e bisogna sapere come affrontarlo.
Secondo il mensile “Limes” di gennaio, ci sono due grandi teorie: l’assimilazione e il multiculturalismo. L’assimilazione è quella che praticarono i romani, quando resero culturalmente “romani” tutti gli abitanti dei Paesi conquistati. Ed è lo stesso genere di politica seguito dalla Francia. Questa nazione, probabilmente in nome degli ideali illuministici per i quali, in un mondo laico, tutti gli uomini sono uguali in quanto esseri razionali, ha pensato di ospitare i musulmani trasformandoli in francesi come gli altri. Gli ha offerto l’uguaglianza ed ha sperato che ne approfittassero per non essere diversi dagli altri. Ma il progetto è fallito. I figli e i nipoti degli immigrati spagnoli, tedeschi o italiani, o perfino polacchi, sono divenuti francesi e considerano i loro cognomi semplici bizzarrie. I figli, i nipoti e i pronipoti degli immigrati musulmani sono invece rimasti a parte. Ancora oggi sono considerati diversi e si considerano diversi. Fino alle rivolte nelle banlieue. I musulmani si sono rivelati inassimilabili. 
Vediamo dunque l’altro sistema, il multiculturalismo. Con esso nessuno chiede agli immigrati di divenire indistinguibili. I nuovi venuti nel loro quartiere possono rimanere fra loro, seguire i loro costumi e le loro usanze, purché rispettino le leggi della comunità nazionale. Questa è stata la speranza della Gran Bretagna, ma il progetto non ha avuto più successo del tentativo di assimilazione. 
L’accettazione della diversità nella separazione finisce col creare e perpetuare notevoli attriti. Si arriva alle mani perché tifosi di squadre concorrenti, fra inglesi, da innumerevoli generazioni, figurarsi se non ci saranno attriti fra persone di colore, religioni e usi diversi. I quartieri musulmani sono addirittura arrivati a pretendere il diritto di applicare la sharia, nelle loro comunità, mentre alcune di quelle norme sono inaccettabili per la legislazione inglese. Se questo è il multiculturalismo, possiamo risparmiare gli applausi.
La politica riguarda la praxis, la concretezza. E se la presenza di un notevole gruppo di fede islamica costituisce un problema, poco importa che fondamento abbia quella tendenza al rigetto. In questi casi, o si trova una soluzione (e fino ad ora non si è trovata) o si impedisce che il problema si ponga. Basta vietare l’arrivo degli islamici, quanto meno là dove questo arrivo in massa non si sia già verificato. Ed è esattamente ciò che sta facendo la Polonia, dove pure non ci sono islamici.
Può sembrare un modo molto brutale di porre la questione, ma se un problema è insolubile, si può soltanto evitare che si ponga. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 febbraio 2018




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POLITICA
11 febbraio 2018
LA LEZIONE DELL'F16
Un drone siriano ha varcato la frontiera con Israele e Gerusalemme ha reagito inviando i suoi aerei a distruggere la base da cui il drone era partito. Gli aerei sono stati accolti da un’enorme quantità di missili, tanto che, al ritorno, un F16 israeliano è stato colpito e abbattuto. Naturalmente gli Hezbollah hanno festeggiato ma Israele ha inviato una seconda e più massiccia ondata di bombardieri (la più violenta da molti decenni, secondo Netanyahu) che ha distrutto numerose basi e installazioni in territorio siriano. 
Chi abbia fatto la prima mossa è oggetto di discussione, perché gli Hezbollah (longa manus degli iraniani) negano lo sconfinamento del drone e del resto è futile chiedersi chi dica la verità. Chi riceve una provocazione, se teme che in caso di scontro soccomberebbe, probabilmente fa finta di niente. Chi invece lo scontro lo cerca, la provocazione può addirittura crearla, come fece Hitler con la Polonia. Né è stato specificato il tipo di drone: per essi si va dai giocattoli in vendita nei supermercati ad autentici aerei con cui – come hanno fatto gli americani – si possono attuare vere azioni di guerra. Ma al riguardo nessuno fornisce particolari.
In ogni caso, non serve chiedere: “Chi ha cominciato?” Queste non sono zuffe fra bambini e in guerra, si sa, la prima vittima è la verità. Piuttosto sarebbe utile sapere che significato strategico abbia l’abbattimento di un F16 e se esso significa qualcosa nel bilanciamento delle forze aeree. Fino ad oggi, la superiorità israeliana è stata indubbia. Credo sia stato nella guerra dello Yom Kippur (1973) che lo scontro fra l’aviazione israeliana e quella siriana si è concluso col punteggio di 80 a 0. In altri termini, gli israeliani distrussero l’intera aviazione siriana senza perdere un solo aereo. Come mai ora è stato abbattuto un F16? Le probabili risposte sono: miglioramento delle difese anti-aeree; quantità di missili sparati; caso fortunato o eccessivo senso di sicurezza dei piloti. Comunque una rondine non fa primavera.
Dal punto di vista economico ci si può domandare se l’abbattimento abbia causato un grave danno ad Israele e al riguardo va notato che questa serie della Lockheed è arrivata all’F35, mentre l’F16 è in servizio da quarant’anni.  Dunque, anche se la perdita si valuta in milioni di dollari, non è gravissima. Anche gli aerei da guerra ad un certo punto vanno rottamati. E comunque, Dio sa quali danni ha provocato la risposta israeliana.
Il motivo per il quale Israele ha inflitto una severa punizione alla Siria potrebbe tuttavia essere un altro, al punto che l’abbattimento dell’aereo potrebbe essere stato una circostanza fortunata, di cui il governo di Gerusalemme ha approfittato con un tempismo fulmineo. Infatti la rappresaglia ha permesso la soluzione di un problema che da tempo tormenta Gerusalemme.
 La Siria ha un valore strategico per l’Iran che sogna di creare un’egemonia sciita da Teheran al Mediterraneo, soppiantando quella sunnita, sostenuta da Riad. Dunque appoggia la milizia Hezbollah, in modo da avere nella regione suoi emissari, ben capaci di combattere.  A questo scopo le ha regolarmente inviato armamenti, che purtroppo Israele ha molto spesso distrutto durante il trasporto. Sicché recentemente ha pensato che la cosa più semplice sarebbe stata creare una fabbrica di missili in loco, in modo da evitare il problema del trasporto. E poiché questi missili potrebbero raggiungere e colpire, con un’accettabile precisione, la maggior parte delle città di Israele, da mesi Gerusalemme si è trovata ad affrontare un dilemma: deve subito colpire le fabbriche in allestimento, rischiando di provocare una guerra, o deve sperare che gli Hezbollah e gli iraniani non usino mai quei missili? E tutto ciò sapendo che, nel caso negativo, la popolazione correrebbe gravissimi pericoli. Per non dire che tutti i profeti del passato affermerebbero che bisognava adottare l’altra soluzione.
Se tutto questo è vero, può darsi che abbiamo assistito, senza che nessuno ce ne parli, alla soluzione del dilemma. La giustificazione della perdita di un costoso aereo da guerra potrebbe essere stata l’alibi, colto al volo, per rompere gli indugi e distruggere le fabbriche e le basi iraniane in Siria. Né ci si può stupire del silenzio di tutti. Nessuno ha interesse a fare pubblicità. Israele non confesserà certo di avere attuato un’azione di guerra preventiva, che sicuramente non avrebbe buona stampa. Mentre tutti oggi hanno bevuto la versione dell’abbattimento dell’F16 e relativa rappresaglia. Quanto all’Iran, neanch’esso ha interesse ad indignarsi per le perdite economiche e strategiche subite. Sia perché confesserebbe quanto ne ha sofferto, sia perché così ammetterebbe che veramente vuole distruggere Israele, giustificandone dunque l’azione, indirettamente. E per giunta Trump potrebbe approfittarne per rimettere in discussione il trattato firmato con Obama.
A volte soltanto il tempo spiega il significato di ciò che credevamo d’avere capito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 febbraio 2018




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CULTURA
10 febbraio 2018
IL PENSIERO E LE LINGUE
Sul rapporto pensiero-linguaggio sono state scritte decine e decine di volumi. E lo stesso per quanto riguarda la differenza fra conoscere una sola lingua e conoscerne più di una. Dunque nessuno che non sia uno specialista potrebbe affrontare un argomento del genere. Ma qualcosa incoraggia chiunque a dire la sua, in questo campo. Infatti una signora di circa trent’anni, Andrea Marcolongo, ha scritto un libro per dire, in modo apodittico e letterario, quant’è bella la lingua greca classica ed ha avuto un grande successo: tanto che ce ne parla diffusamente il Corriere della Sera(1). A questo punto mi rendo conto che, forte dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, anche un incompetente come me ha il diritto di sparare balle.
Innanzi tutto, per dimostrare che la signora non parlava scientificamente, riporto qui di seguito parte della mail che le ho inviato. “Gentile signora Marcolongo, lei afferma che il greco antico è “lingua silente” perché “i suoni del greco sono per sempre scomparsi”, “Possiamo leggere, studiare, ma non pronunciare” i testi della letteratura. “Sono arrivati a noi muti”, conclude mestamente. Non so se sto per darle una cattiva o una buona notizia, ma il fatto è che la pronuncia del greco antico, come anche quella del latino, è molto, molto ben conosciuta. In un libro ormai fuori commercio, dal titolo “Sprachen” (lingue), autore il Dr.Heinz F.Wendt, della collana “Das Fischer Lexikon” (Enciclopedia della Fischer), edita a Francoforte sul Meno nel 1961, a pagina 127 vi è un testo in cui ogni riga è ripetuta tre volte: greco antico, trascrizione fonetica e traduzione in tedesco. La trascrizione fonetica è molto accurata, anche con simboli che non conosco. E dire che mi sono un po’ occupato dell’Alfabeto Fonetico Internazionale per quanto riguarda italiano, latino, francese, inglese, tedesco e spagnolo. Se è molto interessata, e se non riesce a trovare il testo che le suggerisco, o altro testo analogo, potrei anche scandire le pagine del mio libro e spedirgliele per e-mail”. 
Se dunque si possono sparare inesattezze di queste proporzioni sul più diffuso quotidiano nazionale, anch’io posso discutere di queste cose, chiedendomi per esempio se possa dirsi che la lingua di una grande civiltà possa essere “più bella”, “più logica” o “più espressiva” di un’altra. 
Si può dare per sicuro che le lingue degli aborigeni australiani o degli indios dell’Amazzonia saranno, come lessico, molto più povere del tedesco. Infatti mancheranno di una grande quantità di termini (e concetti) afferenti alla filosofia, alla chimica o alla medicina, perché non hanno avuto questo genere di conoscenze. Ma quando si tratta, poniamo, di francese e di tedesco, sappiamo che una simile differenza non esisterà affatto. Qualunque testo può essere tradotto dall’una all’altra lingua. E addirittura, la traduzione potrebbe migliorarlo. Molti anni fa, avendo letto Mastro don Gesualdo, fui infastidito dalla lingua infarcita di volontari sicilianismi e pensai che il testo sarebbe stato migliorato da una traduzione in francese, che lo avrebbe mondato di quei vezzi.  Ma non la trovai. Peccato. Quel testo era già migliore dei Promessi Sposi, figurarsi come sarebbe stato se fosse stato corretto da un Gabrielli o anche da un Montanelli.
Per tentare di giudicare lingue diverse è ovvio che bisogna conoscerne almeno un paio, ma il poliglotta finisce quasi col non percepirle. Una lingua straniera somiglia alle sensazioni che si hanno quando ci viene tolto un dente. In un primo momento la bocca sembra tanto vuota che ci si chiede quanto tempo ci vorrà per abituarsi. Poi, dopo qualche ora o qualche giorno, quella differenza non si nota più. Lo stesso con le lingue: finché sono “estranee” sembrano diverse, facendoci l’abitudine uno le “dimentica” ed ogni parlante reputa normale la propria lingua.  Per un inglese è assurdo che gli oggetti inanimati abbiano un genere. Perché il tricheco è maschio e la iena femmina, quando c’è il tricheco femmina e la iena maschio? Senza dire che questi generi poi sono buttati lì a caso. L’Italiano dice “il Sole e la Luna illuminano il mondo”, il tedesco dice: “La Sola e il Luno illuminano la monda”. Un italiano troverebbe assurdo dire, invece di novantasette, quattroventidiciassette, come fanno i francesi, così come un tedesco trova normale dire quattroetrenta invece di trentaquattro. Tutto si trova normale o anormale secondo che se ne abbia o no l’abitudine. 
E tuttavia, si può tentare di stabilire una graduatoria di funzionalità, per qualche caso. Prendiamo il possessivo. Se in italiano diciamo di qualcosa che è “suo”, sappiamo che questo qualcosa è di genere maschile. Ma non sappiamo il genere del possessore. In inglese invece, con “her”, sappiamo che il possessore è una donna, ma non conosciamo il genere della cosa posseduta. Il tedesco infine ci dice il genere e del possessore e della cosa posseduta E tuttavia, parlando in francese o in inglese non ho mai sentito la mancanza del genere della cosa posseduta o del possessore. Una volta che si entra nella mentalità di una lingua, la si parla e basta. Se con una persona si hanno in comune due lingue, capiterà che si usi l’una o l’altra, senza neanche badarci. 
No, non credo che le lingue ci rendano più o meno logici, più o meno espressivi, più o meno intelligenti. Sono soltanto sistemi convenzionali, che conservano al loro interno autentici tesori di conoscenze e sottigliezze ma che, dopo tutto e sempre, non possono valere più di chi le usa.
 Se poi gli inglesi si esprimono in maniera più piana di noi italiani, non dipende dalla lingua, dipende dal fatto che quel popolo è più franco, meno retorico e meno “spagnolesco” di noi. Del resto, qualcuno ha detto che un libro inglese tradotto in tedesco sembra scritto da un bambino, e un libro tedesco tradotto in inglese sembra scritto da un pazzo. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che la lingua tedesca ha una struttura che si può permettere frasi complicate rimanendo chiara, mentre l’inglese ha una struttura semplice e lineare, che non si presta alle frasi contorte. Ma dipende dalla lingua, o dipende dal “genio” delle due nazioni? In filosofia l’Inghilterra è la patria del pragmatismo, la Germania la patria dell’idealismo.
Concluderò con una vecchia battuta: chi va in Marocco per una settimana, scrive un libro; chi ci va per un mese scrive un articolo; chi ci va per un anno non scrive niente. Nella prima settimana tutto sembra nuovo e curioso, poi tutto sembra normale e non lo si “vede” più. 
La maggior parte delle cose che vengono dette sulle lingue – come i ditirambi della signora Marcelongo sul greco antico – non sono il risultato della massima conoscenza. La massima conoscenza si ha quando capita di non ricordare in che lingua si è detto o scritto qualcosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/scuola/secondaria/cards/ecco-mie-nove-ragioni-amare-greco-lingua-geniale/lingua-geniale_principale.shtml




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POLITICA
7 febbraio 2018
CHI GOVERNA L'ITALIA?
Angelo Panebianco, sul Corriere(1), scrive un pregevole articolo nel quale denuncia un grave problema: la politica ha perso potere nei confronti della burocrazia e dell’ordine giudiziario. I politici non riconoscono in pubblico di non potere cambiare gran che, in Italia, perché gli elettori si chiederebbero a che scopo votarli, e tutto va avanti così. Purtroppo, prosegue Panebianco, quelli che hanno il vero potere, burocrazia e magistrati, sanno usarlo per bloccare pressoché ogni iniziativa (inclusa quella di insegnare l’inglese al politecnico), ma non sanno governare. Sono il freno, non il motore del Paese. 
La diagnosi si ferma prima dell’ultimo gradino. Se di qualcuno si dice che è morto “per arresto cardiaco”, si dice la verità. Che nei cadaveri il cuore non batta lo sanno anche i profani. Il punto è: perché si è fermato? Fa differenza se è stato a causa di un trombo che ne ha otturato i vasi o se qualcuno ha sparato al malcapitato. 
È vero, sia la magistratura sia la burocrazia hanno troppo potere, ma ciò non dipende da una loro volontà eversiva, da un loro collettivo e surrettizio colpo di Stato, ma dalla naturale tendenza ad esercitare tutto il potere che viene conferito. E se ce ne viene conferito troppo, ne abuseremo. Come diceva lord Acton: ogni potere corrompe, e un potere assoluto corrompe assolutamente. Il potere la magistratura e la burocrazia non l’hanno chiesto: gli è stato regalato.
Gli esempi sono infiniti. Cominciamo con la modifica dell’art.67 della Costituzione, quella che, all’inizio degli stramaledetti anni di Mani Pulite azzerò praticamente l’immunità parlamentare. Da quel momento i politici sono ostaggio dei magistrati, e lo sono perfino i candidati. Ancora oggi, circa venticinque anni dopo, molti partiti non accettano nelle loro liste “indagati” o persone sotto processo. Ecco la causa di molti dei fenomeni che oggi constatiamo. E l’origine di tutto questo è che il popolo italiano, quello che nel 1993 pensò che tutti i politici fossero disonesti e corrotti, commise l’errore di ritenere che l’immunità parlamentare fosse uno scudo per proteggerli dalla giustizia. Non si capì che quell’immunità non era stata concessa in favore dei parlamentari, ma per l’esigenza della separazione dei poteri. E tuttavia il pregiudizio era ed è così forte, che allora i parlamentari votarono la loro esautorazione e un quarto di secolo dopo nessuno osa riprendere in mano il problema. 
Così, di fatto, tutta la classe politica, dai sindaci dei più piccoli comuni al Presidente del Consiglio, è stata ed è costantemente sotto scacco della magistratura. Questa ha totalmente stroncato prestigiose carriere politiche (qualcuno ricorda Calogero Mannino? Qualcuno ricorda Mastella?) per poi dichiarare innocenti gli accusati.
Ma il fenomeno è stato generale. In diritto amministrativo si impara che “i giudizi di merito” non sono soggetti a verifica giudiziaria. Si diceva: se un professore boccia un alunno ad un esame, nessuno può metterci becco, perché quel giudizio è per sua natura insindacabile e dipende dalla competenza dell’esaminatore, che si suppone qualificato a darlo. Ebbene, questa è storia arcaica. Oggi non soltanto i genitori degli alunni bocciati non raramente ricorrono al Tribunale Amministrativo Regionale, ma questi tribunali non raramente gli danno ragione. I magistrati intervengono anche nella medicina, nella prevenzione degli incidenti e perfino dei terremoti. Presto, invece di avere come simbolo un tocco, avranno un triangolo e un occhio dietro la testa. Siamo arrivati a questa mentalità. Dei genitori hanno fatto ricorso al Tar perché al loro rampollo era stata data una sfilza di nove, mentre loro pretendevano il dieci in tutte le materie. 
Né diversamente vanno le cose in campo economico. La gente non si fida degli imprenditori e dei funzionari pubblici e dunque è contenta di vedere moltiplicati i controlli e i ricorsi per qualunque opera pubblica, col risultato della paralisi nazionale. Inoltre, a forza di cavilli, nella giungla legislativa può darsi che il ricorso lo vinca chi ha sostanzialmente torto (summum ius, summa iniuria): col bel risultato di non avere né l’opera in progetto né la giustizia.
La situazione non dipende né dalla magistratura né dalla burocrazia, ma dal popolo italiano che, contrariamente al buon senso, ha molta più fiducia in queste due organizzazioni che nella politica. Inoltre, ancora contrariamente al buon senso, assegna a quei due corpi compiti politici per i quali essi non sono attrezzati, né come strumenti né come mentalità. Dunque abbiamo una classe politica imbelle, che consideriamo parolaia ed inefficiente, dopo che noi abbiamo voluto che fosse parolaia e inefficiente. Prova ne siano gli applausi che ancora risuonano ogni volta che si parla di galera per qualcuno.
Infine, esattamente settant’anni fa, ci siamo dati una Costituzione piena di tanti principi generalissimi che, essendo appunto generalissimi, consentono alla magistratura le applicazioni più disparate. Quel provvedimento che ha vietato i corsi in inglese all’università è stato ovviamente preso su ricorso di quelli che non conoscevano l’inglese, e sulla base dell’uguaglianza dei cittadini (art.3). La magistratura l’avrà accolto per questo motivo, ma ovviamente poteva rigettare il ricorso, visto che lo scopo della scuola è la formazione professionale. Con la Costituzione si può decidere di tutto.
La decisione dell’insegnamento in lingua inglese era politica, e su di essa dovevano avere potere i politici. Ma con questa Costituzione e con questa magistratura, l’Italia non è più governata dalla politica. Contro di essa tutti manifestano il loro disprezzo e addirittura il loro rancore, sperando che la magistratura butti in galera quanti più uomini pubblici può.
Per fortuna il prossimo quattro marzo cambierà tutto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/opinioni/18_febbraio_07/politica-senza-potere-burocrazie-amministrazione-magistrature-3b6432d0-0b77-11e8-8265-d7c1bfb87dc9.shtml




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POLITICA
5 febbraio 2018
IL RAZZISMO INEVITABILE
Il razzismo ha ben poco a che vedere con la razza. Basti vedere che se ne parla a proposito degli ebrei e gli ebrei non sono una razza. Sarebbe bene non ripetere questo errore scientifico (e tragico) del XX secolo.
Qualcuno nega l’esistenza delle razze perché tra un norvegese e un senegalese non c’è un salto, ma un digradare dalla colorazione della pelle, andando a nord a sud. Cionondimeno, dal punto di vista della gente normale, un norvegese è un bianco e un senegalese è un nero. Che poi questo abbia importanza o no è del tutto secondario. 
I problemi cosiddetti “razziali” si hanno in qualunque società quando un gruppo di abitanti sia sentito come “diverso” dalla maggioranza. La differenza può essere il colore della pelle, la religione, o perfino soltanto la lingua (come in Belgio): ciò che conta è che si possa distinguere un “loro” e un “noi”. 
La prima cosa da dire che – malgrado ogni pregiudizio buonista o politically correct – i gruppi non si equivalgono sempre. L’equivalenza “a priori”, fondata sulla comune natura umana o sulla parità di diritti costituzionali di fatto vale poco. Sia Berlusconi sia io abbiamo uguale diritto a comprare una Lamborghini, soltanto che Berlusconi ha i soldi per comprarla ed io no. Di questa differenza bisogna tenere conto. 
Quando parliamo di “new-comers”, nuovi venuti, spesso si tratta di gruppi effettivamente inferiori. Non geneticamente, semplicemente perché gli emigranti sono quelli che non sono riusciti a cavarsela nel Paese di provenienza. Negli anni Cinquanta a Torino i meridionali che emigravano per lavorare alla Fiat erano disprezzati ed evitati come la peste. Lasciamo da parte qualunque giudizio morale o sociale: il fatto è che dal Sud italiano non emigravano certo gli ingegneri, i professori e i laureati in medicina. In certi quartieri della loro stessa città I catanesi “distinti” a momenti andavano col casco coloniale ed era proprio da quei quartieri (o dal fondo delle campagne) che partivano i più sfortunati. Negare questi fatti non serve a niente. La verità è sempre al prezzo della verità.
Non posso del resto dimenticare un’esperienza di segno opposto. Quel gatto di Kensington, a Londra, che si lasciò placidamente accarezzare, per strada. Gli dissi allora: “Si vede che vivi in una città più civile della mia. Nella mia, vedendomi avvicinare, saresti scappato”.
Gli schiavi americani erano indubbiamente vittime di una delle peggiori violenze che si possano immaginare, ma rimane vero che erano praticamente dei selvaggi incolti, sideralmente lontani dai ricchi proprietari del Sud. Il loro gruppo era oggettivamente inferiore e l’umanità è una genia crudele, che non fa sconti. Anche quando la schiavitù è stata abolita e anche quando molti negri sono emigrati verso città poco razziste, come New York, la loro concentrazione nei quartieri faceva crollare il prezzo degli immobili. Che si possa deprecare vivamente tutto ciò, la realtà non cambia. 
La conclusione è che, dove ci sono gruppi minoritari, si ha un problema, almeno finché non si abbia (quando si ha) una totale integrazione. I nipoti dei “selvaggi” Lo Cascio o Esposito, a Torino, sono dei torinesi come gli altri, perché sono partiti come bianchi fra i bianchi, cattolici fra cattolici, italiani fra italiani. Mentre in Francia i magrebini musulmani, anche se francesi di nazionalità, rimangono degli “Arabes”, e sono sentiti come “diversi”. 
Il problema dei gruppi a volte si risolve col tempo (Torino), a volte non si risolve nemmeno molti decenni dopo (Francia e Stati Uniti). Questo significa che la vera risposta è evitare che il problema sorga. I rumeni che immigrano in Italia sono bianchi, cristiani, e fieri della loro lingua neolatina. I loro figli e nipoti saranno italiani come gli altri. Ma i figli e i nipoti dei senegalesi rimarranno diversi e questo costituirà un problema, anche per loro. La risposta morale e culturale è bella e desiderabile, ma non tutti sono disposti a darla e comunque funziona – quando funziona – dopo molti decenni. Né vale di più la risposta legale. Dichiarare tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge conta poco, quando ci si presenta per prendere in locazione una casa. Perché se la nostra faccia non piace al proprietario, nessuno può obbligarlo a darci la chiave dell’appartamento.
Inoltre, finché il gruppo allogeno rimane piccolo, le discriminazioni sono odiose ma non turbano l’ordine sociale. Quando invece il gruppo allogeno diviene notevole (dicono: quando supera l’8%) la maggioranza - come spesso avviene composta da stupidi - si sente in pericolo e si possono verificare episodi di violenza criminale. Si pensi al Ku Klux Klan. E si pensi al recente episodio di Macerata. Quell’imbecille, sparando per la strada a persone innocenti e pacifiche soltanto perché scure di pelle, si sente un eroe, un protettore della stirpe italiana e della Patria. Lui personalmente merita una pesante condanna per tentato omicidio plurimo, ma ciò non impedisce che il suo gesto abbia un valore di sintomo. Chi non vuole tenerne conto, preferisce l’ideale e dice che tutti gli uomini sono fratelli. Il messaggio della realtà è invece che ogni gruppo minoritario inassimilabile prima o poi crea un problema insolubile 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 febbraio 2018




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POLITICA
4 febbraio 2018
CHE VUOL DIRE ESSERE ATEI

Ho superato da parecchi mesi gli ottant’anni e non ho ancora vinto la ritrosia a parlare in prima persona. Il motivo è sempre stato che l’“io” altrui è odioso e ingombrante. La maggior parte delle volte, quando il prossimo parla di sé, lo ascoltiamo per mera cortesia e aspettiamo soltanto che la finisca. Coerentemente, ho sempre cercato di seccare il prossimo il meno possibile. Forse, quando ci sentiamo costretti a parlare di noi stessi, dovremmo dare soltanto nome e cognome, come i prigionieri di guerra. Anche se loro aggiungevano corpo di appartenenza e grado.

Alla regola del non parlare di sé si possono tuttavia fare delle eccezioni. Se Primo Levi ha parlato della sua detenzione in un campo di sterminio, è stato perché l’umanità sapesse e non dimenticasse. Se S.Agostino scrive le Confessioni, è per mostrare in che modo è arrivato alla fede. Esattamente come Rousseau, anche lui autore di “Confessioni”. Solo che Rousseau voleva mostrare come in lui si fosse incarnato “l’uomo della natura” che predicava. E che per fortuna non è stato imitato. 

Non ho letto questi tre libri. Ho invece letto i “Saggi” di Montaigne. Perché qui l’io non è quello di Michel, è quello di tutti. Se mai ci fu un uomo che non si concentrò su di sé, fu proprio questo dolce filosofo. Se parla in prima persona è perché ha l’impressione di parlare con gli amici. E i lettori del resto hanno la sensazione di incontrare in lui un amico. 

Montaigne non è narcisista e non scrive per vantarsi. Non è impudico e non scrive per raccontarsi. Non presenta nemmeno le sue considerazioni con il sussiego e l’autorevolezza dell’impersonalità. Come ha detto La Bruyère, ci si accosta alla sua opera per leggere un libro, e si incontra un uomo. Un amico, appunto. E nel mio piccolo, seguendo l’esempio di Montaigne, amerei mostrare come si intreccino i diversi aspetti del mio modo di essere che a volte, nel corso degli anni, hanno sorpreso gli amici. 

Lo scopo di questa esposizione è fondamentalmente quello di mostrare che molte posizioni esistenziali sono ibride, e questa chiacchierata potrebbe servire ad avere le idee chiare sulla propria coerenza, in relazione alla scelta effettuata.

L’evento più importante della mia prima adolescenza fu l’incontro con un giovane, allora liceale, il quale era profondamente credente (tanto che poi si fece prete) e cercò di “convertirmi”. Forse si rese conto del tipo con cui aveva a che fare, e certo non fece appello ai buoni sentimenti. Benché io avessi dodici o tredici anni, il suo apostolato fu portato avanti a base di filosofia. La sua tesi era che il cattolicesimo era una dottrina razionale, interamente dimostrata dalla A alla Z, prova ne sia che cominciò provandomi l’esistenza di Dio. Così conobbi Aristotele e San Tommaso ben prima dei quindici anni e presto divenni furiosamente credente anch’io. Sarei anzi stato contento di incontrare qualche miscredente per metterlo con le spalle al muro con la mia dialettica. Qualcuno ogni tanto mi chiedeva se intendessi andare in seminario ed io rispondevo che non se ne parlava neppure, non amo le scelte irreversibili.

Questo momento della mia giovane vita fu importantissimo perché non si trattò di “aggiungere” la fede alla mia vita normale, ma di “interpretare il mondo alla luce della fede”. Forse è questo che gli scrittori cattolici intendono con: “Rinascere in Cristo”.

In quegli anni non conoscevo la solitudine, perché Gesù era con me. Non avevo perplessità, perché ogni cosa mi era stata spiegata. La mia vita aveva un senso, e l’aveva quella dell’umanità intera. Del resto, anche l’Universo aveva un senso. È vero che la sua vastità sconfinata poteva apparire assurda, se tutto era stato creato in funzione dell’uomo, ma era anche vero che Dio, essendo onnipotente, non aveva problemi di costi, neppure per creare un cielo stellato. Dio era anche la sorgente delle regole morali, sociali, umane. La fede costituiva una sistemazione del reale senza residui e senza falle. Non c’era che da seguire la via tracciata, per infine giungere alla visione beatifica di Dio, che altri chiamano Paradiso.

Tutto ciò durò due o tre anni, poi la mia razionalità prese il sopravvento. Cominciai a formulare delle obiezioni e a proporle ai miei amici preti, rimanendo sempre più impressionato dalla loro incapacità di resistere alle mie osservazioni. Per esempio, essi obiettavano che lo spazio non può essere infinito perché infinito è solo Dio, ed io ancora credente, dicevo che, recatomi al confine dello spazio, avrei sempre potuto tirare una pietra verso l’esterno, creando ulteriore spazio. E loro si contorcevano senza sapermi rispondere. Poi le obiezioni divennero sempre più serie e infine qualcuno mi consigliò di rivolgermi alla fonte. Così un mio cugino mi regalò una riduzione in cinque libri della Summa Theologica di S.Tommaso e fu benzina sul fuoco. 

Già molte delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio facevano ridere. Che diamine voleva dire che, visto che gli uomini avevano sete di giustizia, e sulla Terra non c’era giustizia, “doveva necessariamente esserci” un Dio che un giorno rispondesse a questa sete di giustizia? Se un uomo ha sete, ciò non dimostra l’esistenza di una fontanella nelle vicinanze. E se su un’isola deserta non c’è acqua, e ci sono mille persone assetate, sarà pure orribile, ma anche se quelle persone sono numerose, non per questo non moriranno. E lo stesso per la sete di felicità (argomento pomposamente battezzato “eudemonologico”) e per altre dimostrazioni ancora. Ma soprattutto le mie obiezioni sulla concezione dell’anima immortale divennero così puntute e incalzanti che non soltanto nessuno sapeva controbattermi, ma quando addirittura andai a parlare con un famoso teologo della città, questi mi confessò che, “come le formulavo io”, quelle obiezioni non avevano risposta. 

Non avevo ancora compiuto sedici anni, ma fu come se il Cielo mi fosse caduto sulla testa. Se non abbiamo un’anima immortale, tutta la religione viene giù. E con essa tutto ciò che ad essa è collegato. 

 Le dimostrazioni dell’esistenza di Dio che dànno i filosofi, i preti, e perfino S.Anselmo non stanno in piedi. Inoltre quand’anche ci fosse un Dio creatore, se questo Dio non fosse provvidenziale, se cioè non si occupasse degli uomini (come infatti credevano Aristotele e Voltaire) la sua esistenza o non esistenza sarebbe del tutto ininfluente. Se nella mia città non c’è una banca o se nessuna banca mi fa credito, il risultato per le mie finanze è identico. 

Con l’anima e con Dio non spariva soltanto la religione. Spariva il fondamento della morale. Spariva il senso della mia vita. Anzi, spariva il senso della vita dell’intera umanità. La sua stessa esistenza andava a far parte della zoologia. Spariva d’un sol colpo l’intero soprannaturale. Non c’era altro da vedere, altro da scoprire, altro da cercare. La realtà non era l’apparenza dietro cui c’era la sostanza, ma quell’apparenza era tutta la sostanza. 

In una parola, come prima ero stato un credente che si alzava presto e andava in chiesa a comunicarsi, digiuno, per poi correre a scuola, nello stesso modo ricostruii pazientemente e testardamente la mia nuova realtà sulla base della pura materia. Materia era il mondo, materia era l’universo, materia era tutto ciò che mi circondava, materia ero io. Niente aveva senso, niente aveva scopo, niente aveva una spiegazione. Io non ero più importante di una mosca, e come una mosca sarei scomparso senza lasciare traccia. 

Imparai a non fare l’esame di coscienza la sera, a non dire le preghiere, a non parlare con Gesù, nel mio intimo, dicendomi che sarei stato un pazzo, se l’avessi fatto. Non c’era nessuno, nel mio intimo. Forse non c’ero neanch’io, nel senso che il mio pensiero era soltanto l’attività delle cellule del mio cervello. Ero un accidente naturale come gli animali, le piante e le nuvole. La Terra era una palla impazzita e inutile che girava intorno al Sole, tutto l’universo era un’enorme macchina che girava a vuoto. E anch’io non ero nulla, non potevo sperare in nulla, ero solo, assolutamente solo e insignificante. 

In quegli anni senza amici, senza dialogo e senza speranze ho sofferto come mai più in seguito. Ero un disadattato e neanche nella mia famiglia mi sentivo a mio agio. Questa crisi dell’esistenza l’ho assaporata fino all’ultima goccia di fiele per tre o quattro anni. 

Mi dilungo su questo argomento non per raccontarmi ma per far vedere come l’ateismo è parecchio di più di ciò che crede la gente. La morte di Dio lascia uno spazio molto più grande di un altare vuoto. Se si chiede chi è un ateo, la risposta è: “Uno che non crede all’esistenza di Dio”. E addirittura probabilmente questa è anche la definizione che darebbe di sé lo stesso ateo. Ma questa definizione, se non è erronea, poco ci manca. 

Infatti non è un ateo chi crede nel dovere di farsi una famiglia e di avere dei figli, chi crede che tutti debbano giudicare “male” la pornografia, chi è convinto dell’infinito progresso dell’umanità, chi è sicuro che la sua vita ha un senso e uno scopo, chi pensa che tutti abbiamo il dovere della solidarietà umana, e mille altre cose di questo genere. Forse non crede a ciò che raccontano in chiesa, ma non sa quante ammissioni di “verità” ci siano, nelle idee correnti, di cui non si è reso conto. Cose che ha accettato senza alcuna dimostrazione e che tuttavia guidano la sua vita. L’ateo normale sarebbe sorpreso e offeso se gli si dicesse: “Sei ateo? Allora non sei diverso da un maiale”. Ebbene, il vero ateo dovrebbe rispondere: “Proprio così”. E non per guasconeria, semplicemente perché è la pura verità. Tutta la nobiltà dell’uomo, tutta la nostra superiorità sugli animali e sul resto del nostro pianeta, è pura leggenda. Non c’è niente che dimostri questa superiorità, a parte la nostra vanità. Saremo più intelligenti di un cane, ma questa non è una vera differenza, è soltanto una questione di grado. Il cane potrebbe dire alla tartaruga che fra loro c’è una differenza abissale, perché lui, il cane, è molto più intelligente. E avrebbe ragione. Ma perché mai la frontiera essenziale dovrebbe essere fra la tartaruga e il cane da un lato e noi dall’altra, e non fra noi e il cane da una parte, e la tartaruga? Il salto è maggiore fra un mammifero e un rettile che fra due mammiferi superiori.

Ecco il punto centrale di questa confessione. Si può ammettere l’esistenza di Dio, si può ammettere la concezione corrente della realtà, si può perfino essere molto religiosi, purché si sappia che si stanno ammettendo delle cose indimostrate e indimostrabili. Vi conviene vivere così? Fatelo, ma non escludete Dio, che non è la più assurda delle vostre convinzioni.

E se al contrario non si crede all’esistenza di Dio, e neppure a tutte le cose che alla gente sembrano ovvie, allora l’opera di decostruzione è molto più complessa e radicale del semplice ateismo “teologico”, quello che si limita a negare Dio. Infatti il creatore è il riassunto finale della metafisica, cioè il fondamento di tutto e la spiegazione di tutto. Senza di lui, crolla anche il resto, nulla ha fondamento e nulla ha una spiegazione. La realtà – materiale e meccanicistica - si constata soltanto. E non ha bisogno di sapere perché è. 

Il collegamento fra tutte le credenze che creano la nostra normale mentalità e Dio è più forte di quanto non si pensi. Da un lato abbiamo creato Dio per dare un senso e un nocciolo a tutto ciò che pensiamo, dall’altro se neghiamo Dio togliamo il senso e il significato a tutto ciò che crediamo normalmente. Le dimostrazioni di San Tommaso, secondo cui Dio deve esistere perché gli uomini hanno bisogno di una risposta ai loro aneliti e alle loro speranze, è più profonda di quanto credesse lo stesso Aquinate. E infatti, precedendo lo stesso Feuerbach, Tommaso ha dimostrato, invece dell’esistenza di Dio, l’esistenza del bisogno degli uomini di crearlo.

È inverosimile a che punto tutti noi abbiamo accettato senza saperlo una serie di codici. Ecco un esempio. Per l’italiano normale la morale è quella che insegnano i preti nelle chiese. Poi molti perdono la fede, si dicono miscredenti, ma a quella morale continuano a credere. E se interrogati vi diranno che quella morale è “naturale”. Soltanto che poi non saprebbero che cosa rispondere se gli si facesse notare che le regole morali sono diverse nei diversi luoghi e nelle diverse epoche. Mentre, essendo una la natura umana, dovrebbe esserci soltanto una morale. 

Il profano a questa obiezione non saprebbe rispondere, ma saprebbe farlo Immanuel Kant. Questi, essendo un genio, per la morale ha creato un fondamento astratto ed universalmente valido. La morale, a suo parere, deriva dall’imperativo che ciascuno di noi sente in sé. Una voce che gli dice “tu devi” senza che sia necessario spiegargli perché deve.

Ottima posizione teorica. Ma Kant credeva in Dio e poteva pensare che Dio avesse posto questa molla morale nel cuore di tutti gli uomini. L’ateo invece, non potendo accettare questa ipotesi, potrebbe rispondere che quel “tu devi” è la voce dell’istinto, del condizionamento o perfino dell’abitudine. Niente di morale, dunque. Sicché, prima di obbedire a chi mi dice “tu devi”, io rispondo: “E perché devo?” Tanto che, se non riesco a darmi una risposta valida, l’intera morale svanisce nell’aria. Personalmente rispondo: “Io ‘devo’ perché la mia vita è facilitata se mi comporto da persona perbene”. Questo è il fondamento della mia morale. E mi basta. Ma il fatto che io abbia il potere di giudicarla, di accettarla o respingerla, le toglie ogni valore generale o metafisico.

Analogamente sorrido quando mi sento dare del pessimista. Molti mi imputano questa posizione perché credo a quello che vedo e lo dico senza addolcimenti. Per me non vale niente l’argomentazione napoletana per cui “pare brutto” dire certe cose. Una cosa è vera o falsa, ecco che cosa importa, non il suo sapore. Se gli uomini si comportano da egoisti, io credo che gli uomini siano egoisti. E tutti i discorsi sulla solidarietà umana, tutti i ditirambi su personaggi come Gandhi o Madre Teresa di Calcutta mi lasciano indifferente. 

Non soltanto gli uomini sono egoisti, e non soltanto le eccezioni non contano, ma c’è il sospetto che anche i santi siano egoisti, nel senso che amano il superamento di sé come certi rocciatori che rischiano la vita solo per conquistare una vetta che non li aspettava e non si commuoverà certo vedendoli arrivare. Lo sforzo per lo sforzo, lo sforzo per il record, o anche la compensazione di chissà quali abissi di problemi psichici non sono atti di generosità. 

Molti credono che la miscredenza e l’ateismo siano posizioni comode, una sorta di libera uscita, di autorizzazione a divertirsi e a non tenere conto di nessun vincolo. È una stupidaggine. Il superficiale non si pone neppure il problema morale o metafisico. L’ipocrita trova più comodo levarsi il cappello dinanzi ai principi comuni e nella sostanza fare tutto ciò che vuole. Perfino un genio come Blaise Pascal si lascia andare a questa spregevole posizione, quando parla della sua famosa “scommessa”. Egli si chiede e ci invita a chiederci: “Che cosa rischio, a credere in Dio? Se esiste mi accoglierà in Paradiso, se non esiste non avrò perduto niente”. Insomma fa l’ipotesi di credere in Dio per paura e per pura convenienza. Forse quel giorno aveva voglia di scherzare.

Se ho raccontato una parte della mia giovinezza è stato per sottolineare che per la persona pensosa un ateismo rigoroso è impresa terribilmente ardua. Infatti l’assenza di Dio impone una risistemazione della realtà senza parapetti, senza sostegni, senza la benché minima illusione consolatoria. In un vecchio libro, tanti anni fa, un personaggio ammoniva un amico che, comportandosi in quel modo avrebbe avuto problemi, guai e vermi. “Vermi?” chiedeva l’altro, sorpreso. “Vermi. Nella cassa da morto, chi credi che verrà a visitarti?” Ecco, questa è la visione della vita dell’ateo. Quello che accetta di essere il fratello del maiale, quello che accetta la puzza di carogna che farà dopo morto. Quello che accetta la realtà com’è.

Ora qualcuno mi chiederà se mi sento di consigliare un simile punto di vista. 

Innanzi tutto, sono costretto a dirvi che non m’importa abbastanza del prossimo per invitarlo ad essere in un modo o nell’altro. La salvezza intellettuale dell’umanità in direzione della verità non soltanto non dipende da me, non soltanto è impossibile, ma è perfino inutile. Se un uomo si illude per tutta la vita e muore felice, ha fatto un affarone. Forse è l’uomo di massimo successo e mai gli direi che si è illuso. Nulla vale più della felicità.

In secondo luogo a me, dopo essere riuscito ad accettare la realtà com’è, è riuscito di risalire dal fondo dell’abisso fino ad una costante serenità intellettuale che mi ha accompagnato per più di sessant’anni. E se non sono sicuro che a un altro riuscirebbe la stessa impresa, con quale coraggio potrei consigliargli quella via?

L’unica cosa che mi piacerebbe trasmettere è un chiarimento. Non pensate che credere in Dio o non credere in Dio consista in una semplice dichiarazione. Se accettate la morale corrente, se vi inchinate e tutte le regole del vostro ambiente, in base alle quali ogni cosa va fatta o non va fatta, se siete convinti che “c’è qualcosa di importante al di là di tutto ciò che vediamo” e via di seguito, sappiate che, con Dio o senza Dio, siete dei credenti. Che cosa c’è, esattamente, cinquanta chilometri sotto i miei piedi? Non lo so e non lo saprò mai, è un mistero, ma un mistero insignificante. Che sia roccia o magma non cambia nulla, per me. E certo non mi rende né felice né infelice. Non sappiamo tutto, è vero, ma sappiamo abbastanza per piangere sulla nostra insignificanza e sulla nostra miseria di esseri umani.

Se volete essere dei miscredenti dovete smettere di credere a tutto, perché la maggior parte delle cose che vedete sono sovrastrutture. Guardate il vostro gatto, se ne avete uno, e ditevi che la realtà la vede meglio lui di come la vedete voi. Un gatto non si chiederà mai che senso ha la sua vita, se ci sia un Dio o no e se avremo qualche esperienza dopo la morte. Distinguerà la fame e la sazietà, il freddo e il caldo, l’affetto o la crudeltà, e li vivrà nella loro immediatezza, senza vederci niente dietro, e senza credere che la vita in generale sia gioia o sia dolore. In questo senso la sa più lunga di noi, perché non si racconta stupidaggini. E se è felice è l’esempio da seguire.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

3 febbraio 2018





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POLITICA
3 febbraio 2018
L'ITALIA E LA DEMOCRAZIA
Che noia, tutto ciò che si dice sulle elezioni. Per quanto si possa mettere nelle conversazioni intelligenza e competenza, il campo non può dare ulteriori frutti. La sostanza è nota a tutti: sarà molto difficile avere una maggioranza capace di esprimere un governo e comunque aspettiamo di vedere che percentuali avranno i partiti. Non c’è altro da dire. 
Ma c’è chi non può star zitto. E non per petulanza: per semplici motivi di lavoro. C’è tutta una classe di professionisti che vive di notizie e, se le notizie non ci sono, ricama sul poco che sa, presenta come fatti importanti le chiacchiere di corridoio e in fin dei conti ci annoia. Quanto ai loro invitati, alcuni sono ansiosi di farsi vedere, altri sono in servizio comandato dalla loro fazione, ma anche con loro il risultato non cambia e il disincanto cresce.
Molto dipende dalle illusioni che ci si fanno sulla democrazia. La gente è convinta che essa debba essere il governo del popolo per il popolo, e sopporta a stento che in concreto essa agisca attraverso gli eletti. Poi è anche convinta che questi rappresentanti del popolo debbano essere persone oneste, competenti e del tutto disinteressate. Partendo da simili premesse, è ovvio che non si può che essere delusi dalla democrazia. 
In realtà il popolo non potrà mai comandare direttamente. Innanzi tutto non ha la competenza per farlo. Poi, se potesse decidere, lo farebbe seguendo le indicazioni dei demagoghi. Infine in un villaggio la totalità degli abitanti può riunirsi sul sagrato della Chiesa Madre, ma l’Italia non ha un sagrato abbastanza grande per tutti noi. 
Le massime illusioni comunque riguardano i politici. Questi uomini hanno come primo interesse il loro proprio, come tutti gli altri, e non il bene del popolo. Se a volte fanno l’interesse dei cittadini, è per ottenerne il consenso e il voto. Quando infine – e siamo nella totale eccezionalità – sono veramente interessati al bene del popolo, ciò avviene perché hanno avuto un tale successo da preoccuparsi soltanto del posto che avranno nella storia. 
I politici che la gente reputerebbe “normali”, sono in realtà “anormali” ed anzi “del tutto eccezionali”. Gli eletti sono onesti più o meno quanto gli altri e per giunta esercitano un’attività in cui impera il cinismo, l’interesse e la pressoché totale assenza di scrupoli morali. Dunque i cittadini, piuttosto che essere delusi se i politici non sono modelli di virtù dediti esclusivamente al bene del popolo, dovrebbero essergli grati se  non sono dei criminali dediti esclusivamente a rubare e ad uccidersi fra loro. 
A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi come osi dir bene della democrazia. Il fatto è che, con tutti i difetti elencati, la democrazia è ancora migliore degli altri tipi di regime: mentre in democrazia i politici e i governanti devono temere la disapprovazione del popolo (perché potrebbe non rieleggerli) in una dittatura è il popolo che deve temere la polizia politica, se osa lamentarsi. 
Ecco l’equivoco di fondo. La democrazia, lungi dall’essere il paradiso in terra, è soltanto il meno orrendo dei regimi. Inoltre, col sistema delle elezioni, induce i candidati ad abbondare in promesse. Costoro incrementano così il tasso di illusioni, di successive disillusioni e finalmente di giudizi severissimi sulla democrazia stessa. 
Bisogna rassegnarsi. Le elezioni sono connaturate alla democrazia; le promesse sono connaturate alle elezioni; le delusioni sono connaturate alle promesse. Se volessimo giocare con i paradossi, dovremmo dire che ogni Paese dovrebbe augurarsi promesse non mantenute, perché in questo caso avrebbe la conferma di essere in democrazia. Se invece dappertutto si dicesse che si ha la fortuna di essere guidati da un uomo onesto, forte e sincero, ci sarebbe da allarmarsi. Perché, quando si parla in quei termini, si sta già descrivendo un dittatore.
Ultima ipotesi. Immaginiamo che per una volta il Destino mandi ad un Paese un uomo straordinario, per esempio un uomo che lo salva nel momento del massimo pericolo. Ebbene, pensate che il popolo sarebbe grato al Destino? Non dimentichiamo che dopo la guerra a Churchill è stato preferito Attlee, e che De Gaulle, che non soltanto ha riscattato l’onore della Francia ma le ha dato una nuova Repubblica stabile, ha lasciato il potere dopo un referendum in cui il popolo l’ha sconfessato. 
Dunque non piangiamo troppo sull’Italia attuale, che oltre tutto non è la Francia o la Gran Bretagna: è soltanto un Paese di seconda categoria il quale ha la fortuna di una vera democrazia e la sfortuna di un popolo poco morale, che pretende dagli altri la massima moralità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 febbraio 2018




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diritti
2 febbraio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO - 4
La ribellione

A partire dal Settecento, uno dei miti del mondo occidentale è stato il cambiamento. Questo fenomeno ha avuto due risultati principali: la democrazia, contrapposta al potere assoluto, e il progresso scientifico, contrapposto alla tradizione. Ne è derivato un tale rinnovamento della società che l’umanità attuale quasi non comprende più quella dei secoli precedenti. 
L’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale non possono che essere benedetti. Nessuno può negare che oggi siamo molto più liberi che in passato e soprattutto molto più ricchi: qualunque borghese dispone di più comodità del Re di Francia.
Purtroppo, pochi comprendono la realtà in cui sono immersi. Per farlo, dovrebbero conoscere un mondo diverso, quello del passato, e per questo ci vuole cultura storica. Così credono che la loro realtà sia inamovibile e comunque non possa peggiorare. È l’errore che hanno commesso i cecoslovacchi quando, nel 1948, hanno votato per i comunisti. 
Impera il pregiudizio che il futuro non possa che essere positivo. L’ottimismo settecentesco ha inoltre dato luogo alla convinzione che la modernità sia al prezzo di un rovesciamento dell’esistente e dunque ha condotto al ribellismo. Per molti non è stato neppure indispensabile avere il progetto del nuovo: è stato sufficiente che fosse nuovo per essere migliore. Un errore assolutamente esiziale. Ribellarsi è cosa sacrosanta, quando è necessario, ma ribellarsi per ribellarsi è stupido e a volte catastrofico. 
In Italia, esattamente mezzo secolo fa (o anche un po’ meno, da noi le mode arrivano in ritardo), col “Sessantotto”, si credette che fosse il caso di buttar giù tutto. Nelle scuole e nelle università si combatté contro le nozioni, cioè si cercò di avere la somma senza gli addendi. E così si azzerò quasi il livello culturale della nazione. Si combatté contro l’autorità quale che fosse, contestando tutto senza sapere con che cosa sostituirlo, fino a creare una gioventù disorientata, ineducata, ignorante e velleitaria. Tanto stupida da credere che la rivoluzione fosse un tipo di vestiario e da attribuirsi la qualifica di ribelle perché strimpellava “canzoni di protesta”. Si credeva marxista senza conoscere un’acca di economia, e contestava la democrazia senza indicare un regime migliore. Tutti si riempivano la bocca di vaghi e irenici ideali, fino ad una sorta di scemocrazia.
Il risultato è stato ovviamente negativo. Anche per i supposti beneficiari. Il disorientamento è fonte di dolore perché gli spigoli della realtà feriscono sempre chi non ne tiene conto. E poi, il mito della ribellione è contraddittorio. Se bisogna in ogni caso cambiare, anche quando si è raggiunto il migliore risultato possibile, il cambiamento è verso il peggio. Come l’amputazione, la ribellione è cosa ottima quando serve, e cosa criminale quando non serve. 
Socrate fu condannato a morte con una sentenza tanto ingiusta da essere divenuta il paradigma dell’errore giudiziario. E tuttavia rifiutò di fuggire. Sosteneva di avere scelto di vivere ad Atene perché ne accettava le leggi, e sarebbe stato in contraddizione con sé stesso se ora fosse scappato. Questo è il colmo della non-ribellione, che non consiglio a nessuno. Ma la lezione di quel sommo contestatore dell’esistente fu che non ci si deve ribellare come si pratica uno sport. La civiltà è un punto d’arrivo che l’umanità ha pagato a caro prezzo, e da cui si può sempre tornare indietro. Hitler ha ucciso infinitamente più di Caligola.
La ribellione è come la legittima difesa: se è giustificata, è permesso anche l’omicidio, se è ingiustificata è reato. L’unica cosa che dobbiamo sperare – come suona il detto arabo – è che Allah ci illumini quando dobbiamo distinguere i due casi. 

La vecchiaia

Il nostro elenco alfabetico, come la nostra vita, si conclude con la vecchiaia. Una fase dell’esistenza ricoperta di malinconia e di lamenti.  “Senectus semetipsa valetudo”, la vecchiaia è già in sé una malattia, dicevano i romani. “Senectus ipsa est morbus”, confermava Terenzio. Ma lagnarsi della vecchiaia ha poco senso. Come diceva un tremendo vegliardo siciliano ai ragazzi: “Carusi, la vecchiaia è cosa brutta. Speriamo che non ci arriviate”.
Certo, è vero che la vecchiaia toglie le gioie che dà un corpo valido e forte. Come toglie le gioie del sesso e le speranze per il futuro ma, se lascia intatto l’intelletto, è il momento in cui, libero dal lavoro, l’individuo può godere di ogni momento della propria giornata. Finalmente può dedicarsi a tempo pieno ai piaceri immortali della lettura, dell’amicizia, della musica, e dell’amore, se ha ancora la fortuna di avere accanto la persona amata. In queste condizioni, la vecchiaia può essere un tempo felice, da gustare il più intensamente che sia possibile. Anche perché si sa che ormai non durerà a lungo. 
Il vecchio più infelice è quello che scimmiotta i giovani. Quello che fa finta di corteggiare le donne (“Amico mio, e se poi ti dicesse di sì?”). Quello che ad ogni occasione vuole dimostrare di “farcela ancora”. Essere vecchi non è un merito, come nell’antica Cina, e non è nemmeno una vergogna, come forse credono negli Stati Uniti. È una stagione della vita che ha i suoi inconvenienti ma anche le sue gioie e i suoi piaceri.
Fra l’altro, accettando di essere vecchi, si acquista la dignità dei propri anni. Nulla è più patetico di un vecchio che si rende ridicolo cercando di divertire gli altri. E se pure non si può imporre ad un secolo come l’attuale il dovere della gravitas romana, il rispetto della propria età è un dovere per ogni individuo, soprattutto se vuole che anche gli altri la rispettino. A certi vecchi, quando verrà ad annunciargli che il loro tempo è finito, anche la Morte darà del Lei. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 gennaio 2018  4. Fine.




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POLITICA
1 febbraio 2018
DUE NOTE
GIANFRANCO FINI NEL BARATRO

Per carattere, non mi riesce di infierire su chi è caduto. E nel caso di Gianfranco Fini, l’altezza da cui è caduto e il baratro in cui è sprofondato sono da record.
Non lo nascondo, quando quell’uomo cominciò a contestare Berlusconi, a fargli il controcanto per principio e a provocarlo in ogni modo, fino a dimostrare una sorta di odio incomprensibile, mi chiesi se volesse battere il record dell’ingratitudine o se fosse impazzito. Non soltanto il suo comportamento era spregevole ma non era neanche comprensibile dal punto di vista dell’interesse. Mi faceva pensare a un ladro che cercasse di svaligiare un appartamento al ventesimo piano, calandosi dal ventiduesimo, a rischio della vita, per rubare un milione di euro in banconote false. Banconote che lui stesso sapeva essere false. 
Essendo sempre stato convinto che ciò che è assurdo non può che finir male, non solo ho previsto che Fini non sarebbe andato da nessuna parte, ma ho cominciato a desiderare che la realtà mi desse al più presto ragione. Anche quando l’ex delfino di Almirante ha fondato un partito, e per qualche tempo si è potuto pensare che potesse avere successo, sono rimasto scettico. Gli apprezzamenti che egli riceveva da sinistra erano chiaramente interessati. Erano il frutto del principio per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Tutto ciò – pensavo - sarebbe durato soltanto finché lui fosse stato Presidente della Camera. Poi la punizione si sarebbe abbattuta su di lui. Insomma aveva la scadenza incorporata, come uno yogurt. 
Mi sedetti dunque sul bordo del fiume, augurandogli l’inevitabile vendetta di Ate. Sentimento che molti non giudicheranno nobile, ma personalmente sono convinto che il desiderio di vendetta sia legittimo. Lo Stato ne ha assunto il monopolio, ma col codice penale ha solo cambiato il titolare dell’esercizio del diritto, non ha contestato la validità del diritto stesso. Al riguardo va infatti ricordato che il principio biblico del “dente per dente, occhio per occhio” è vittima di un annoso fraintendimento. Lungi dall’essere barbaro, “occhio per occhio” significa “occhio per occhio”, e non “morte per occhio”. La vendetta deve essere proporzionata. 
Ebbene, nel caso di Gianfranco, la Dea della Vendetta mi ha spiazzato. Ero pronto ad accettare, per quell’ex politico, la definizione di ingrato, di velleitario, di sciocco. Di “coglione”, perfino, come si è definito lui stesso. Ma delinquente? Amico dei criminali? Evasore fiscale, corrotto, corruttore? E degno di essere trascinato in catene dinanzi al giudice penale, per infine concludere il percorso in galera? No, non chiedevo questo. 
Ovviamente non si tratta di dichiarare colpevole o innocente un accusato della cui vicenda in concreto non si sa nulla. E tuttavia, come prima era lecita l’ansia di vendetta, oggi spero sia lecita la mia speranza che Fini esca assolto da questa vicenda melmosa. Non fosse altro per la dignità della nostra nazione. Se Machiavelli ha assolto il duca Valentino da indicibili crimini non è stato perché non sentisse il normale disgusto morale e giuridico per il suo comportamento, è stato perché teneva conto delle dimensioni della contropartita. Chi guida una famiglia ha l’obbligo di essere morale, chi guida uno Stato no. Il Principe deve avere una sola religione, l’interesse del suo Paese, quello che i francesi chiamano “égoïsme sacré”, e il perseguimento della propria politica, se la reputa giusta. Dunque mi sarei aspettato che Fini tradisse Berlusconi, che mentisse, che mancasse alla parola data, che insomma facesse tutto ciò che – tenendo conto dei parametri contemporanei – sarebbe stato “lecito” al politico machiavellico. Ma andare a rubare polli no, neanche se i polli sono costituiti da milioni di euro. E infatti la cosa mi sembra così incredibile che continuo a sperare nella sua innocenza.
Ate è una divinità minore del pantheon greco ma la religione greca era anche un’interpretazione del reale. Plutone e Proserpina spiegano le stagioni, Efesto le eruzioni dell’Etna. Di Ate, la dea della vendetta, la mitologia dice che spesso spingeva le sue vittime a commettere il peccato di “hybris”, l’eccesso che offende gli dei. Come dire che ella somigliava al Satana cristiano, quello che prima spinge gli uomini a peccare e poi li accoglie nell’Inferno.
I greci avevano un concetto tremendo dell’ira degli dei. Giunone non si limita a punire Niobe uccidendone una figlia, fa uccidere tutti e quattordici i suoi figli. Apollo, dopo aver vinto Marsia nella gara del flauto, lo scuoia vivo. La punizione di Fini mostra una spietatezza inconcepibile per noi contemporanei. Forse la religione greca non ha più corso legale, ma chissà che Ate non sia ancora viva.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1 febbraio 2018
Domani l’ultima puntata di Socrate, il fallito extralusso. 

DIVERTISSEMENT FILOSOFICO

Scrivere questo testo è un azzardo e infatti lo definisco uno scherzo. Il minimo che mi si possa dire è: prima di parlare di Kant, ti sei laureato in filosofia? Prima di muovere obiezioni alla Critica della Ragion Pura, l’hai letta? Sei presuntuoso a questo punto? 
Il fatto è che, più che di intimidire il fantasma del filosofo di Königsberg, io ho voglia di sapere quali obiezioni si possono muovere al mio ragionamento. E dunque invito gli amici a muoverle. 
Secondo Kant, per ciò che ho capito, il tempo e lo spazio sono gli unici modi in cui si può concepire l’esistente. Questo modo di percepire la realtà è talmente inevitabile e connaturato all’essenza dell’uomo che, per lui, esso è a priori. A priori significa “non derivante dall’esperienza”.
Questa affermazione mi pare discutibile. È vero che non riusciamo a concepire nulla al di fuori del tempo e dello spazio: e infatti, riguardo al tempo, per qualunque momento è inevitabilmente concepibile un prima e un dopo. Come pure, per ogni punto nello spazio, si può immaginare un altro punto nello spazio, con l’unica alternativa che sia vicino o lontano, pieno o vuoto. Ma proprio queste inevitabilità significano che noi abbiamo avuto da fare con esse sin dal primo albeggiare della coscienza. Il bambino che tende la mano per prendere qualcosa che è posto in alto e non ci arriva impara che il suo braccio è troppo corto, per quel risultato. E, si badi, “troppo corto” è una determinazione spaziale. 
La percezione dello spazio è immediata, anche se il concetto di spazio arriva dopo. La concezione dello spazio non è a priori: prima se ne fa l’esperienza concreta e poi si acquista il concetto astratto di spazio. È vero che lo spazio e il tempo sono gli unici modi in cui riusciamo a metterci in contatto con la realtà intorno a noi (e, per il tempo, anche “dentro di noi”) ma ciò avviene in età pre-critica. Soltanto successivamente la mente elabora quell’esperienza fino a risalire al concetto di spazio. E lo stesso vale per il tempo.
Anche gli animali si rendono conto del tempo e dello spazio, se pure senza farne argomento di dibattito filosofico. Non è nemmeno necessario scomodare i mammiferi superiori (anche se ho visto dei gatti esitare valutando ripetutamente se la distanza rientrava nei limiti della loro capacità di saltare), basta un rettile come il camaleonte. Questa bestiolina, prima di lanciare la sua lingua come una fionda appiccicosa per catturare le sue prede, calcola esattamente la distanza, e non dà luogo all’attacco se non è sicuro che l’obiettivo rientri nella portata della sua straordinaria arma. Come filosofo ne sa certamente meno di Kant, ma come esperto del lancio della lingua nessuno lo batte.
Purtroppo, anche per quanto riguarda molta parte delle teorie kantiane, devo dire che tutto ciò che riguarda l’a priori non mi convince. Per me di a priori non c’è niente. Tutto nasce dall’esperienza. Anche la logica, anche l’aritmetica. Do un esempio. Dire che “Andrea è un uomo” è un’affermazione sicuramente vera, che non aggiunge nulla che già non si sapesse, direbbe Kant. Ma dimentica che potrebbe essere falsa. Io potrei aver chiamato Andrea il mio cane. Insomma ciò che verifica la fondatezza delle affermazioni non è la loro validità linguistica, ma l’evidenza. E invece i filosofi ragionano tutti come se le parole le avessero inventate loro, oppure un Dio, o fossero comunque uno strumento naturale come l’aria che respiriamo. 
Di fatto il linguaggio è un condensato di pensieri, di concettualizzazioni, di convinzioni, di riflessioni, tanto che qualcuno l’ha definito “una segmentazione del reale”. Persino quando Cartesio crede di avere finalmente raggiunto una verità incontestabile, scrivendo “cogito ergo sum”, non si accorge che nel momento stesso in cui arriva alla sua prima verità, “sum”, sta usando uno strumento, il linguaggio, che preesiste alla sua esperienza di esistente. Se fosse stato un tedesco, invece di scrivere: “je pense, donc je suis”, avrebbe scritto “ich denke, also bin ich”.  Dunque avrebbe potuto porre, come prima certezza, invece di “penso, dunque sono”, “penso in tedesco, dunque la lingua tedesca esiste”. 
Non soltanto: nel momento in cui dice ad altri “penso, dunque sono”, presuppone che questi altri esistano, altrimenti perché avrebbe scritto quella pagina di libro? In “cogito, ergo sum”, sono contenute tante di quelle ammissioni che il caro Renato poteva risparmiarsi parecchia fatica, semplicemente “sapendo” che esisteva ed era capace di scrivere sia in latino sia in francese.
Vi prego, datemi torto. Dimostratemi che mi sbaglio. Mi pare pernicioso questo mio atteggiamento per cui oso pensare che due giganti come Cartesio e Kant dicano cose inesatte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1° febbraio 2018




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POLITICA
31 gennaio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO 3
La cultura e l’arte

La cultura è vista da molti – e soprattutto dai ragazzi – come una seccante incombenza.  Effettivamente studiare è a volte faticoso, e comunque sempre noioso. Ma del resto, anche comprare gli ingredienti, cucinare e preparare la tavola è noioso. È il risultato, mangiare, che è piacevole. Nello stesso modo, nessuno dice che acquisire una cultura sia facile, è averla che è un piacere. Fra l’altro perché, oltre ad essere un’occasione di godimento in sé, è lo strumento per acquisire ulteriore sapere. A partire da un certo momento, quando non si tratta più di esami o di esigenze professionali, una notevole quantità di dati ben digeriti allarga l’esperienza ai secoli passati e permette di capire molte cose che diversamente rimarrebbero avvolte nelle nebbie dell’ignoto. La conoscenza moltiplica le forze intellettuali del singolo a tal punto che in tempi antichi essa era esoterica: la si reputava un tale potere da negarla ai semplici cittadini. E perfino ad Adamo ed Eva.
Se queste argomentazioni sembrano eccessive e retoricamente celebrative, basterà chiedervi: “Avete mai avuto il piacere di risolvere un piccolo problema, riparare un oggetto, trovare il modo di eliminare un guaio? Se ricordate la gioia intima di quel piccolo trionfo intellettuale, sapete qual è il vantaggio della cultura”. In questo campo non è neppure necessario raggiungere personalmente risultati straordinari: la brillantezza che provoca entusiasmo non è necessariamente la propria. I Dialoghi di Socrate, ad esempio, non raramente sono un fuoco d’artificio dell’intelligenza. La capacità che aveva quell’uomo di ribaltare un’idea che fino ad un momento prima ci era sembrata ovvia, è straordinaria. Una simile lucidità si ritrova in Nietzsche. Quando la smette di giocare al profeta e non esagera, smonta una tale quantità di pregiudizi e di illusioni che – non posso dimenticarlo - anni fa, dopo aver letto “La gaia Scienza”, sentivo di “avere portato a smacchiare il mio cervello in lavanderia”. E non è un piacere, sentirsi liberati da tante zecche mentali conformiste, stupide e a volte paralizzanti?
Come se non bastasse, la cultura offre puri piaceri privi di sforzo. Basta pensare alla musica. Chi dice di amarla, e magari poi parla di una canzone, non conosce il meglio. È abituato a qualcosa di elementare e perfino di ripetitivo, anche se dura appena tre o quattro minuti. Chi ama la grande musica ha invece la possibilità di godere, magari per tre quarti d’ora, di una composizione mirabile per complessità e varietà, capace di provocargli tali emozioni da lasciarlo letteralmente spossato. Non si parla delle tiepide mondanità dei concerti, si parla di tempeste intime che possono facilmente sfociare in lacrime incontenibili. 
E non val la pena di acquisire la sensibilità a simili piaceri, dalla passionalità scatenata di Ciaikowskij alle armonie astratte e divine di Bach? Che bisogno c’è di alcol a quaranta gradi, quando il nettare di Mozart è a settanta?
Epicuro è famoso per essere stato il filosofo del piacere. Ma ciò che molti ignorano è che, proprio per essere stato lo specialista del meglio della vita, non ha consigliato l’alcol o gli stravizi. Per lui i piaceri da coltivare al di sopra di ogni altro, anche perché non fanno male e si possono praticare per tutta la vita, sono l’amicizia e la conversazione. Quest’ultima infatti, a partire da un certo livello, è cultura.
Ecco perché Socrate disprezzava i beni della terra. Disponeva di tante cose, migliori del denaro e del lusso, da non potere invidiare i cosiddetti ricchi. Se era tanto benevolo con gli altri era perché si sentiva – ed era – tanto superiore a loro da poterli considerare bambini da compatire.

Il lavoro

Esiste tutta una letteratura che esalta il lavoro. Ed è una letteratura assurda. Necessario e bello non sono la stessa cosa. Tutti sappiamo che in ogni casa, per quanto piccola, c’è un gabinetto: ma chiedete ad uno stitico se la funzione escretiva sia un piacere, qualcosa di nobile cui innalzare inni di lode e dedicare commosse celebrazioni. 
Il lavoro serve a procurarci da vivere. È dunque un’attività necessaria, ma da questo a parlare di amarlo, ce ne corre. Nietzsche ha giustamente scritto che, a Luigi XIV, la frase “il lavoro nobilita l’uomo” sarebbe apparsa come un’inammissibile volgarità. Per i romani nobili il lavoro era l’attività naturale degli schiavi o almeno del volgo. Forse questo è eccessivo, soprattutto se pensiamo che Augusto lavorava indefessamente per l’intera giornata. Ma è certo sbagliato parlarne come se potesse essere sempre qualcosa di piacevole. Già il semplice fatto di essere obbligatorio lo rende gravoso. La guida alpina ha trasformato in lavoro il suo sport preferito ma, dal momento in cui ne ha fatto il suo mestiere, quello sport è divenuto fatica e non divertimento. 
Naturalmente ci sono le eccezioni. Il lavoro può essere gradevole quando è creativo, come nel caso del grande artista, del grande docente, del grande giornalista. Perfino un artigiano può appassionarsi alla propria attività, perché in una certa misura anch’essa è “creativa”. Ma non bisogna biasimare quel novanta o più per cento di persone che lavora soltanto perché non può farne a meno. Come non bisogna lodare coloro che si lasciano prendere talmente dal loro lavoro da non smettere mai, fino a rubare tempo al riposo e alla salute. Individui che sono divenuti macchine impazzite, che girano a tutta velocità ed hanno perso la nozione della loro funzione. Chi ama il lavoro è spesso qualcuno che non ha niente di meglio da amare. Nemmeno sé stesso.
Socrate aveva scoperto un modo per fare a meno di lavorare e infatti se ne asteneva. E ora siamo sinceri: veramente ha dato meno all’umanità di quello che le conferisce un ortolano o un portalettere?
Il lavoro serve alla vita, non la vita al lavoro. Nella nostra esistenza esso ha un posto, ma deve stare al suo posto, e chi dice che, senza la sua attività professionale, si annoierebbe, confessa con ciò di non avere mai vissuto per sé stesso, di avere acquisito una “Werkzeugnatur”, una natura di utensile, come diceva Nietzsche. Di non avere mai avuto quella vita personale di cui Socrate è uno degli insuperabili campioni. 
Socrate non è stato il servitore di nessuno, nemmeno di sé stesso, se è vero che della sua stessa fama dopo la morte gli è importato così poco che non ha mai scritto un rigo. E tuttavia ha bevuto la cicuta col sorriso. Si è spento soddisfatto dei suoi settant’anni e consolando quelli che, intorno a lui, già piangevano la sua morte.
      Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
      28 gennaio 2018 3-Continua




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POLITICA
30 gennaio 2018
RENZI, IL GIGANTE
Al cinema, quando i due protagonisti si baciano, il film d’amore finisce. Quando finalmente il buono ammazza il cattivo, finisce il film western. Insomma nella fiction le vicende umane hanno una conclusione, nella storia non è così. Perché c’è sempre un dopo. Possiamo essere convinti di avere incontrato il nostro partner ideale per la vita, ma soltanto quarant’anni di unione affettuosa dimostreranno valida quell’intuizione.
Nella storia a volte è più difficile vincere la pace che vincere la guerra. E a questo si pensa contemplando la parabola esistenziale e politica di Matteo Renzi. Questi, con la presentazione delle liste per le prossime elezioni, ha completato un ciclo assolutamente mirabile. Infatti si è comportato come una squadretta di provincia che perde la maggior parte delle partite e alla fine vince lo scudetto.
In poco più d’un anno Renzi è passato da una sconfitta all’altra. Chiunque avrebbe considerato conclusa la sua vita politica, lui invece è riuscito negli stessi mesi a divenire l’unico arbitro e padrone del suo partito. Benché abbia subito una scissione, benché le previsioni riguardanti le elezioni siano negative, è riuscito non soltanto a dominare la minoranza interna, ma ad eviscerarla in modo che, comunque vadano le cose, anche dopo il 4 marzo lui possa continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Tanto che potrà allearsi o non allearsi con chi vuole, e gli altri non avranno che da obbedire. Infatti gli eletti saranno stati tali se non esclusivamente, certo principalmente in nome della fedeltà al padrone.
In un film, la storia potrebbe finire qui. Titoli di coda. Ma nella vita la vicenda continua, inesorabilmente. A volte premia i cattivi e punisce i buoni, altre volte punisce i cattivi e premia i buoni e in qualche caso, addirittura, punisce gli uni e gli altri. Ma riguardo a Renzi non si riesce ad essere ottimisti. Per ragioni statistiche.
Ha cominciato dichiarando guerra a tutti (ricordate la rottamazione?) e gli è andata bene. Ha tradito Enrico Letta e gli è andata bene. Ha perduto rovinosamente un referendum sulla sua riforma costituzionale, e dopo tutto gli è andata bene anche questa: infatti è rimasto in sella, come Segretario del partito, ed ha saputo approfittarne come nessun altro. Ha sbeffeggiato e umiliato alcuni colleghi fino a spingerli alla secessione, e gli è andata bene. Ciò malgrado, invece di smetterla di cavalcare e bastonare gli altri come somari riottosi, curando almeno i rapporti con i colleghi rimasti, ha escluso dalle sue liste elettorali tutti i sospettati di non amarlo a sufficienza. In Parlamento ha voluto avere una truppa forse meno valida, certo più fedele. Le proteste sono state universali, ma quando mai il duca Valentino si è curato dell’opinione pubblica? E tuttavia si può dubitare che le sue siano state tutte mosse azzeccate.
Per cominciare, la sconfitta delle prossime elezioni potrebbe essere più pesante del preventivato. Anche la base non lo ama più come un tempo. I nemici di Renzi sono ormai tanti che sarebbe più facile contare gli amici. Insomma sono ormai innumerevoli quelli che sognano di farlo fuori, politicamente. 
Ma Renzi potrebbe dire, come Caligola, “oderint, dum metuant”, mi odino pure, purché mi temano. Ma lo stesso egli commette un errore imperdonabile. Se è vero che umiliare Orlando o Cuperlo, dopo tutto, può danneggiarlo fino ad un certo punto, c’è qualcuno il cui potere è incontrastabile: l’elettorato. Gli iscritti del Pd sono in drammatico calo e soprattutto nessun leader può sopravvivere a lungo, se i risultati sono disastrosi. Quando tutti cominciano a temere per la propria sorte e il leader appare perdente, anche i vigliacchi divengono coraggiosi e il tradimento è dietro l’angolo.
Se Renzi, invece di trasformare il Pd in Pdr, Partito di Renzi, avesse ucciso Stalin e si fosse appropriata l’Unione Sovietica, avremmo potuto profetizzargli un dominio assoluto di quell’immenso Paese, fino alla morte, sempre che fosse stato capace di usare gli stessi metodi del suo predecessore. Ma, a parte il caso di un tiranno sospettoso, sanguinario e più onnipotente dell’Onnipotente, farsi troppi nemici non è mai stata una buona politica. Non appena si è allentata la morsa del terrore, sono cadute come birilli Berlino, Varsavia, Bucarest, Praga. E infine è implosa la stessa Unione Sovietica.
Renzi si comporta da Capitano di Ventura, anzi da Gengis Khan, ma ha sbagliato palcoscenico. In democrazia non vigono le stesse regole della steppa. Non si è leader contro venti e maree, inimicandosi tutti salvo mamma e papà. Il gigante sembra inarrestabile, ma anche i giganti inciampano. Di questo passo lo storico si siede sul bordo del fiume e aspetta il seguito. Se tiene conto delle lezioni del passato, sa che non aspetterà a lungo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 gennaio 2018
Domani il seguito dell’articolo “Socrate, un fallito extralusso”. 




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POLITICA
29 gennaio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO - 2
L’amicizia

Altro problema dell’età contemporanea è la solitudine. Se non si è avuta la fortuna di incontrare, nell’adolescenza, quell’amico o quell’amica che ci hanno iniziati al dialogo intimo, non abbiamo neppure l’idea di poter realmente parlare in prima persona. Non sappiamo di potere ascoltare il flusso di autocoscienza di qualcun altro. Oggi la psicoanalisi è meno di moda di anni fa, ma la seduta di analisi è stata per molti la prima occasione in cui hanno potuto aprirsi e sfuggire alla prigione del loro io muto. Il dialogo fra grandi amici è un arricchimento e una guida, quanto meno perché ci fa vedere che la vita può essere per gli altri un’esperienza diversa dalla nostra. Last but not least, l’amicizia è un’esperienza molto vicina all’amore. Al dialogo si aggiunge infatti un sincero interesse per l’altro, una condivisione delle esperienze, il piacere di stare insieme ed anche di sentirsi amati. La grande amicizia è una essenziale esperienza intellettuale ed affettiva che richiede disciplina, tolleranza, generosità e non raramente perdono. E proprio per queste sue caratteristiche, per la sua “non-gratuità”, che l’amicizia è il migliore apprendistato dell’amore. 
Il Simposio di Platone offre un bel quadro di che cosa può essere un incontro fra amici. Nella nostra epoca tecnologica gli sciocchi considerano invece amicizia lo scambio di messaggi col telefonino, la comunicazione delle informazioni più inutili e triviali o addirittura di fotografie: “Questo è il mio cane”. La povertà di un simile rapporto può essere misurata pensando che Epicuro, per molti il docente dei piaceri, ha scritto che il più grande e il più consigliabile di loro è l’amicizia. Purtroppo, non può avere un amico chi non è abituato ad aprirsi, a discutere senza aggredire, a tollerare una critica, e chi non capace di interessarsi sinceramente degli altri senza per questo divenire invadente. L’amicizia non è pigiare su un tasto, per dare o ricevere l’amicizia, come si fa su Facebook. L’amicizia concessa a centinaia di persone sta alla vera amicizia come le marchette di una puttana di strada stanno all’amore. 
L’amicizia non si compra e tuttavia ha un alto prezzo. Tanto alto che molti non l’hanno mai conosciuta e poi si sentono soli. Ma per fortuna hanno il telefonino e possono farsi dei selfie con dei conoscenti. Così, in fotografia, non sono soli.

L’amore

Se già l’amicizia costituisce un’essenziale finestra sul mondo degli altri, uno strumento essenziale per non sentirsi soli e conoscersi meglio, l’amore è l’università, il dottorato di ricerca, la massima specializzazione, in materia di rapporti umani.
Nei rapporti umani positivi si possono distinguere tre stadi: l’amicizia, l’innamoramento e l’amore. Nessuno dei tre è facile da amministrare. L’amicizia, che pure è il più semplice perché non include il sesso e non pretende l’esclusività, rimane lo stesso un rapporto difficile, e infatti non tutti hanno avuto l’esperienza di un’amicizia vera, profonda, indimenticabile, che segnano una tappa della nostra vita, quasi come avviene con i matrimoni. Ed è questa la ragione per la quale difficilmente, chi non ha conosciuto l’amicizia, conoscerà il grande amore sereno e duraturo. È difficile frequentare l’università quando non si sono prima apprese le basi della conoscenza. E soprattutto quando il primo contatto con l’amore si ha attraverso l’innamoramento. Questo può interamente falsare la prospettiva, perché è come studiare la patologia prima di studiare la fisiologia.
L’innamoramento è uno strano fenomeno, frutto di una potentissima pressione dell’istinto per indurci alla riproduzione. Qualcosa di simile all’estro degli animali. È un momento della vita in cui i parametri normali sono falsati. Una persona diviene ad un certo momento speciale, anzi, tanto speciale da apparire incomparabile, insostituibile. È vista molto più bella di quanto non sia e il tempo che si riesce a passare con lei è puro rapimento. Così a quest’uomo o a questa donna si ha tendenza a perdonarle qualunque limite e qualunque errore, cosicché si deve concludere che l’innamoramento è una totale falsificazione della realtà. L’innamorato è disposto a fare le follie che non farebbe mai, in tempi normali. Per questo il fenomeno è comparabile all’estro degli animali i quali, in quei momenti, sono capaci di badare meno alla propria stessa sopravvivenza e divengono imprudenti, perché pensano soltanto ad accoppiarsi. Infatti i grandi sportivi reputano sleale cacciarli in quel periodo. 
Naturalmente l’innamoramento ha i suoi quarti di nobiltà. Innanzi tutto è un’esperienza che è bene avere avuto, per comprendere il fenomeno e i nostri congeneri quando si comportano da dementi perché innamorati. Ma l’innamoramento ha tanto poco a che vedere con l’amore che è strano non sia designato con un’altra parola. L’amore deriva in parte dal giudizio positivo che si dà dell’altra persona, mentre l’innamoramento può aver luogo pur dando un giudizio sostanzialmente negativo dell’oggetto del proprio sentimento. L’amore è nato per durare, l’innamoramento ha la scadenza incorporata. Questo spiega come tanti matrimoni, nati da una passione travolgente, durino a volte pochi mesi, senza lasciare il residuo di un’accettabile amicizia e a volte nemmeno la capacità di comportarsi civilmente.
L’amore può arrivare dopo l’amicizia, dopo l’innamoramento, dopo la semplice coabitazione (come avveniva a volte nei matrimoni combinati) ma è poi un rapporto di solido e affidabile affetto, di dialogo, di comprensione, di solidarietà. Un’alleanza che veramente sconfigge la solitudine, che lega due persone così intensamente da formare una sorta di unità. Una caro, una sola carne, dicevano i latini.
L’amore è forse la più grande fortuna che possa capitare ad un essere umano. Ma è una fortuna che bisogna meritare. Indubbiamente c’è un elemento casuale, nell’incontrare la persona giusta, ma il sorgere e il consolidarsi del rapporto dipende dal modo in cui esso è stato curato. Il successo è il risultato di una costante disciplina, di una grande generosità, di un inossidabile buon senso. E ancora di una disponibilità al perdono, alla tolleranza, alla cortesia. E di tutto ciò che si dà si ha l’9mpressione di ricevere altrettanto e forse di più. L’amore è capace di dare, in pianta stabile, il meglio di ciò che l’innamoramento riesce a dare in forma magica, per un breve momento. 
In forma magica. L’innamoramento è infatti patologico perché fa apparire vero ciò che non è vero, fa sembrare facile, naturale e senza sforzo ciò che invece è raro, difficile, e frutto di una conquista. E per questo nasce male e dura poco. L’amore – che pure sembra un dono degli dei – è invece una conquista a due e un capolavoro. Il più bel fiore della nostra vita non dura se non è accuratamente accudito e tenuto nel giusto clima. È vero, il suo costo è alto, ma vale largamente più di quanto costa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 gennaio 2018 2 Continua




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POLITICA
29 gennaio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO
Immaginate che vi chiedano: “Che ne pensi di un uomo che ha un mestiere d’oro fra le mani e non lo esercita, veste di stracci, va in giro scalzo anche in inverno, passa il tempo per la strada a parlare con la gente, si ubriaca, ha seri problemi con sua moglie e si è fatto una tale fama che le autorità sono allarmate e forse lo condanneranno a morte?” Un tipo ben poco raccomandabile, pensereste. Eppure è appena stato descritto Socrate. Oggi il filosofo è protetto dalla sua fama, ma il giudizio che, se non fossero avvertiti della possibile cattiva figura, darebbero di lui i bravi borghesie contemporanei sarebbe anche più severo di quello degli ateniesi di allora. Questi, fra i molti difetti, non avevano quello di essere moralisti. 
Non val la pena di difendere Socrate. Sia perché in parte le accuse sono fondate, come ben sapeva Santippe, sia perché il valore di quest’uomo – sia dal punto di vista intellettuale sia dal punto di vista morale - è stato talmente grande da far dimenticare tutto il resto. 
Forse vale piuttosto la pena di chiedersi: ma lui stesso, l’uomo Socrate, come viveva? Quelle sue stranezze, quelle sue condizioni di vita che molti avrebbero giudicato inaccettabili, lo hanno reso felice o infelice? E qui la risposta potrà sorprendere: Socrate era sereno. Si godeva la vita in letizia e a volte divertimento. È vero, beveva vino fino a ubriacarsi (ma pare reggesse meravigliosamente l’alcol) ed era povero in canna: ma era ebbro di vita e di pensiero, senza aver bisogno d’altro. La sua stessa superiorità intellettuale era velata da un’ammirevole bonomia. Anche se Platone ci mostra quanto impietosamente ironico fosse nei confronti dei suoi interlocutori, si vede anche che non li umiliava, ed anzi li ricopriva di complimenti, lungo la conversazione. E non era colpa sua se quelli erano troppo grossolani per percepire la sua tremenda ironia. 
La figura di Socrate irradia una serenità e un’olimpica gioia di vivere. Il suo sorriso - che nemmeno la condanna a morte riesce a scalfire – non è la più piccola delle lezioni che ci ha lasciato. Purtroppo è anche una lezione largamente dimenticata.
Nella nostra epoca la tendenza è a delegare la nostra vita ai servitori, intendendo per servitori tutte le persone e tutti i marchingegni che possono farsi carico dei nostri bisogni e dei nostri desideri. Abbiamo dimenticato che la maggior parte delle cose che possono rendere bella la nostra vita è il risultato di uno sforzo, di un percorso, di una conquista. La nostra anima è inerte e sembra nata per essere passiva. Col risultato che in fin dei conti la nostra vita è avvelenata. Non l’apprezziamo e finiamo fin troppo lontani dal sorriso di Socrate. Lo straccione felice. 

Amici e nemici, in ordine alfabetico – L’alcol

L’alcol è un primo esempio di questa fuga da sé stessi verso il piacere. Dimenticando che nessuno fugge da sé stesso, perché quel sé stesso e la sua realtà lo aspettano al ritorno da qualunque momentanea evasione. L’ebbrezza dell’alcol è un banale sostituto chimico dell’entusiasmo che possono dare l’amore, l’arte, la bellezza, l’intelligenza. Tutte cose che non fanno male alla salute e che possono essere fruite con un cervello vigile. È vero, nessuna di esse gratuita, ma chi ha detto che il piacere debba essere esente da sforzo? Quale rocciatore sarebbe contento di un’influenza che l’inchioda a letto, dove dopo tutto sarà costretto a riposarsi, invece di essere attaccato a una parete a strapiombo, faticando ai limiti delle possibilità umane e per giunta rischiando la vita? 
L’alcol deve il suo fascino all’accessibilità della sua ebbrezza, nel senso che bastano i soldi, per averlo. Per giunta, bevendo insieme con altri, si scambia l’annebbiamento per togetherness, per convivialità, per amicizia: mentre è soltanto un modo sbrigativo per giocarsi la salute, spesso soltanto per ragioni di imitazione, per spirito gregario, perché lo fanno gli altri. Perché fa sentire “coraggiosi”, mentre il coraggio consisterebbe nel dire di no e nel trattare gli altri da sciocchi conformisti. La notizia di una ragazza di quindici anni in coma etilico, data ancora una volta dai giornali, è la storia di un fallimento educativo, igienico, e persino dell’intelligenza. La salute – non lo dicono soltanto i posacenere e le nonne artritiche, è il primo bene. Chiunque la strapazzi, chiunque la rischi è un cretino che sega il ramo su cui è seduto.
È vero, anche Socrate beveva, ma era un uomo capace di resistere al freddo, andando in giro scalzo anche in inverno, di fare il suo dovere di oplita senza divenire un miles gloriosus senza mai lamentarsi e senza manifestare paura, capace di mantenere fede ai suoi principi anche questo gli poteva costare la vita, e lo fece più di una volta: quando mai avrebbe potuto divenire schiavo dell’alcol? Forse, più che perdonare a lui il vino, dovremmo dire: “Divenite simili a Socrate, e potrete bere tutto il vino che vorrete. Purché non diveniate alcolizzati, come non lo divenne lui”. 
Al riguardo aggiungo una nota personale. Quando avevo vent’anni usavo dire, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che a settant’anni avrei ripreso a fumare e, se fossi giunto a ottant’anni, mi sarei dato all’eroina. Ora gli ottant’anni li ho compiuti e non ho nessuna voglia né di ubriacarmi, né di sigarette né di eroina, perché la vita mi pare bella e avventurosa anche soltanto rileggendo la vita di Socrate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28gennaio 2018 1.Continua




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25 gennaio 2018
LA SCUOLA SENZA CONTROLLO DI QUALITA'
Il professore di matematica può arrabbiarsi con l’alunno che, malgrado le spiegazioni più chiare, non capisce qualcosa. Invece il tappezziere che deve montare una tenda, se ha difficoltà, non può arrabbiarsi con nessuno. Sta a lui trovare la soluzione giusta. E se non la trova, forse non è un bravo tappezziere. 
Il controllo della competenza, nel caso degli artigiani, è obiettivo e costante, mentre nel caso del professore di matematica non lo è. Il ragazzo potrebbe essere ottuso, ma anche lui potrebbe essere meno chiaro di quanto creda. 
In certe professioni il controllo di competenza è soltanto statistico e da un singolo caso non si può dedurre nulla. Se un medico sbaglia spesso è un cattivo medico, se sbaglia raramente è un ottimo medico. 
Altra differenza: mentre l’aiutante dell’idraulico, a forza di vedere come si lavora, può benissimo imparare il mestiere, per altre attività – per esempio insegnare storia e filosofia nei licei – è necessaria una formazione molto più lunga. Un tempo si partiva dalle scuole elementari e, passando attraverso vari filtri chiamati “esami”, dopo una ventina d’anni e un concorso di Stato, si diveniva professori. Da questo sistema derivava l’impossibilità, per il privato, di controllare la competenza minima richiesta, e per questo lo Stato ha istituito i titoli di studio con valore legale. 
Un tempo essi avevano un reale valore. Il professore di storia e filosofia era uno che era stato promosso con merito in terza e quinta elementare, in terza e quinta ginnasiale, e nell’esame di maturità. Infine aveva conseguito laurea e abilitazione, per concludere con successo una gara per pochi posti a Roma. Non era strano che questi professori poi fossero pressoché venerati dai liceali. Oggi invece si fanno salire in cattedra, senza concorso, infornate di migliaia di professori. E il risultato è quello che è. 
Un tempo era possibile che occasionalmente si fosse promossi pur meritando di essere bocciati, ma era improbabile che, per fortuna o per raccomandazione, si potessero superare tutti gli esami che, nel caso del professore, erano ben otto, dalla terza elementare al concorso di Stato, per non dire che le materie d’università, ciascuna con un professore diverso, erano come minimo una ventina. Per rovinare un simile sistema di reclutamento, sarebbe stato necessario un impegno concorde e costante dell’intera società, cosa che appariva veramente ardua. Ma arduo non corrisponde ad impossibile, e infatti, a partire dal 1968, l’impresa è stata portata felicemente a compimento. 
Prima non si è bocciato nessuno alle elementari e la licenza elementare è divenuta un attestato di frequenza. Poi i professori della Scuola Media Inferiore si sono trovati di fronte dei ragazzi con i quali non potevano certo svolgere sul serio il programma previsto e per prima cosa dovevano tentare di fare il lavoro che i maestri elementari non avevano fatto. Non ci riuscivano gran che e in teoria avrebbero dovuto bocciare i ragazzi ma la Scuola Media Inferiore era divenuta anch’essa scuola dell’obbligo, e “obbligo di studio” passò a indicare “obbligo di promozione”. La licenza media è stata data a tutti, costituendo di fatto anch’essa un certificato di frequenza. 
Naturalmente in tutte le classi ci sono sempre stati dei ragazzi che hanno avuto voglia d’imparare e docenti che hanno avuto voglia di insegnare. E quando i primi incontravano i secondi, il risultato era eccellente: ma erano le eccezioni.
A questo punto nelle Scuole Secondarie Superiori da un lato si è partiti da un livello così basso che non si poteva certo andare lontano, dall’altro si è applicata anche qui la mentalità dell’obbligo di frequenza prevalente sull’obbligo di studio. E infatti, arrivati all’esame finale, la società ha voluto che si promuovessero tutti i ragazzi. La percentuale (assurda) è stata del 97%. Meno di un bocciato per classe. 
All’Università sono ovviamente arrivati studenti insufficientemente alfabetizzati, incolti e superficiali. E visto che gli studi potevano apparire ardui, per loro, si sono ridotti gli anni d’Università a tre. E si sono chiamati “dottori” coloro che un tempo non avrebbero superato l’esame di maturità. 
Ora sono arrivati in cattedra i risultati di questo sistema scolastico e il risultato è che la certificazione del “titolo di studio” in molti casi risulta falsa. Abbiamo alunni ignoranti, laureati ignoranti e professori ignoranti\. Un’intera società composta da ignoranti. Ascoltare i telegiornali è divenuto uno strazio o un’occasione di risate, per chi ha un bel carattere. 
L’ignoranza è divenuta sfacciata. Ortega y Gasset, quasi cent’anni fa, ha osservato che una caratteristica della massa divenuta padrona della società è quella di non vergognarsi dei propri errori e di esibirli come un diritto. Oggi chi si vede correggere ride. O magari alza le spalle: “Ma tanto mi avete capito, no?” Come direbbe un cane, dopo avere scodinzolato o dopo aver ringhiato.
Se il professore fosse pagato secondo quanto i ragazzi hanno realmente imparato non sarebbe così “generoso” di promozioni. Sarebbe nelle condizioni dell’idraulico che non è pagato se non ripara il guasto. Dal momento invece che nessuno lo controlla, il professore fa credere di essere “buono”, promuovendo, mentre è soltanto uno che ruba lo stipendio. Inoltre, dal momento che le famiglie, se non si comporta così, protestano e vanno dal Preside o ricorrono al Tar, il dilemma per molti è divenuto: “Lavoro sul serio e mi metto nei guai, o non faccio nulla e sono apprezzato da tutti?” E, come dicono a Napoli, “accà nisciun è fess”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 gennaio 2018




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POLITICA
23 gennaio 2018
PERCHÉ TANTE PROMESSE INVEROSIMILI
In questi giorni la politica è estremamente noiosa. Gli interessati si battono per i posti in lista e i seggi sicuri, i partiti – tutti - sparano balle grandi come case e nessuno si occupa realisticamente della situazione economica e del debito pubblico. Anche perché è impossibile farlo. Tutto ciò può avere un interesse per chi partecipa alla campagna elettorale ed ha qualche possibilità di entrare in Parlamento: ma per i cittadini tutte queste discussioni valgono assolutamente zero.
Di certo c’è che dopo il cinque marzo avremo una bella gatta da pelare. Forse ci vorranno mesi, per costituire un governo, e comunque questo governo, una volta varato, non ci offrirà nulla di ciò che in questi giorni ci è stato promesso. Chiunque vinca. 
Questo stato di cose crea una sorta di quieta disperazione. Se la politica non ci riguardasse così da vicino, potremmo anche dimenticarla e pensare ad altro. Viceversa essa avrà una notevole influenza sulle nostre vite e allora si comprende che si facciano mille commenti, mille calcoli, mille previsioni. Pur sapendo che il compito è impossibile. 
Forse val la pena di spiegare questa impossibilità. Gettando in aria una monetina, sappiamo che avremo testa o croce. Ma già con un dado le possibilità sono sei. E quando il risultato dipende dalla decisione di mille, centomila o parecchi milioni di persone, l’impresa è assolutamente disperata. Neanche le indagini demoscopiche aiutano molto. In primo luogo, danno risultati diversi fra loro. Poi hanno una validità approssimativa, nel senso che ammettono di potersi sbagliare del due o tre per cento, un due o tre per cento che in fin dei conti potrebbe poi risultare dirimente. Infine la gente potrebbe sia mentire all’intervistatore (soprattutto quando è tentata di votare per un partito che i benpensanti giudicano male) sia cambiare opinione, all’ultimo minuto. Ecco perché il risultato delle elezioni è a volte così sorprendente. 
Fra l’altro chi decide è colui che vota, ma proprio costui è tutt’altro che cosciente di decidere qualcosa. Al contrario pensa che il suo voto è una quantità insignificante, e dunque vota da “irresponsabile”. Essendo convinto di non contare nulla, è capace di votare per il diavolo, col bel risultato che, se molti hanno il suo stesso atteggiamento, alla fine il diavolo può vincere le elezioni. È ciò che è avvenuto con Donald Trump. Chissà quante persone, in America, avrebbero votato per qualcun altro, se avessero pensato che veramente Trump poteva vincere.
Il futuro è tanto più imprevedibile quanto maggiore è il numero di fattori da cui dipende. Nel nostro caso, dunque, più che alle discussioni fra i politici, più che ai loro programmi e alle loro promesse, bisognerebbe guardare alla situazione obiettiva. Perché quella, almeno, può essere osservata.
Di sicuro c’è che il nostro modello socio-economico è difettoso. Lo dimostra il fatto che da anni andiamo peggio degli altri membri dell’Unione Europea. E il modello nessuno potrebbe cambiarlo perché tutti lo reputano quello giusto. Ciò spiega perché i rimedi proposti dai candidati siano tutti immaginari e si riassumano nel miracolo di spendere di più senza incassare di più. 
E tuttavia proprio questo stato di cose illumina la situazione. Se i problemi dell’Italia ammettessero una soluzione, almeno un partito la proporrebbe. Ai tempi del Pci i comunisti ci avrebbero detto che la rivoluzione proletaria, con l’instaurazione di un sistema sovietico, avrebbe cambiato tutto. Ed effettivamente l’avrebbe cambiato, anche se in peggio. Oggi una soluzione drastica di questo genere – per il meglio, però – non esiste. E allora i partiti fanno a gara di bugie. Tutti sono convinti che se non mentissero anche loro concederebbero agli avversari un indebito vantaggio, un vantaggio che potrebbe anche farli vincere, e allora anche loro promettono la Luna. Così parlano di “redditi gratuiti” e inducono i cittadini a sognare di vivere a spese degli altri. Anche se non si sa chi siano questi altri e se, esistendo, sarebbero in grado di mantenere la moltitudine dei nullafacenti.
Il fatto che le promesse siano inverosimili ed eccessive, prima di indurci ad un giudizio morale sui politici, dovrebbe farci capire che in questo momento nessuno è in grado di proporre un programma per farci uscire sul serio dalla crisi. Questo fatto si spiega con la paradossale situazione per la quale il nostro modello non funziona ma gli italiani rimangono così rocciosamente convinti che sia quello giusto che, pur non capacitandosi del fatto che non funzioni, non riescono a proporne uno diverso. 
Così siamo a rimorchio della realtà. Di fronte ad una situazione senza via d’uscita siamo inerti ed è per questo che la politica è noiosa. 
Non ci rimane che vivere come possiamo, aspettando di assistere a ciò che avverrà. L’unica certezza è che la Terra continuerà a girare esattamente nel tempo di ventiquattro ore al giorno. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 gennaio 2018




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POLITICA
22 gennaio 2018
MOLESTIE ALLE DONNE
Quando su un dato argomento se ne sa più degli altri, si è ben attrezzati per scrivere un articolo. Quando invece se ne sa di meno, l’impresa si presenta in salita. Se parliamo di molestie alle donne è esattamente il mio caso. Il mio disgusto per le chiacchiere e per gli affari altrui mi ha impedito di leggere un rigo su questo argomento, da quando si è smascherato il produttore Harvey Weinstein. Dunque non solo non ho capito il fenomeno, ma non ho neanche la beata convinzione corrente d’averlo capito. Per ogni cosa mi chiedo “where is the beef?”, cioè “dov’è la sostanza?” Di vero, di reale, di provato che cosa c’è?
Si parla sempre di “molestie” ma che cosa sono nessuno me lo spiega. Deve trattarsi di un comportamento disdicevole, non ne dubito, ma i comportamenti disdicevoli vanno dal ruttare rumorosamente ad uccidere il Presidente degli Stati Uniti. E non tutti sono sanzionati o sanzionabili penalmente. Dunque, di che stiamo parlando, esattamente? 
Queste considerazioni non sono oziose. Nel diritto penale esiste ciò che i tedeschi definiscono “Tatbestand”, cioè l’insieme dei dati necessari perché si abbia un dato reato. Nel caso del furto il Tatbestand è la sottrazione di una cosa mobile al possessore. Se la cosa non è mobile, se per esempio si tratta di una casa, si potrà avere un altro reato, ma non il furto. In che cosa consistono esattamente le molestie? Diversamente diviene impossibile ragionare con cognizione di causa.
Il codice penale, all’articolo 660, per le molestie, prevede questa contravvenzione: "Chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo" è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a 516 euro. 
Ma quando si parla di molestie alle donne, non pare si alluda a ciò. Infatti ciò che ha fatto Weinstein, checché sia stato, non è avvenuto in luogo pubblico o aperto al pubblico. E neppure per telefono. Dunque bisogna pensare a molestie in senso più generale. Ma quali, esattamente?
Se metto le mani addosso ad una donna senza il suo consenso, si tratta di atti di libidine violenti. Se la chiudo in una stanza, senza neppure toccarla, pur di poterla corteggiare per il tempo che voglio, commetto il reato di sequestro di persona. Se la tengo per un braccio, per costringerla ad ascoltarmi, commetto il reato di violenza privata. Se mi accoppio con lei costringendola con la forza o con le minacce, si tratta di violenza carnale. E attenzione, le minacce consistono in un “male ingiusto”. Se un uomo dice ad una donna: “O vieni a letto con me o ti brucio la casa” si ha violenza carnale. Viceversa, se quell’uomo dice: “Se vieni a letto con me ti do la parte di protagonista nel prossimo film”, od anche “O vieni a letto con me, o non ti do la parte di protagonista” non si tratta né di violenza carnale né di molestie. Infatti non dare la parte non costituisce male ingiusto. Al massimo potrebbe costituire il reato di induzione alla prostituzione. Ma se la donna cede e poi denuncia l’uomo dovrebbe anche riconoscere di essersi trasformata in una prostituta. Infatti è prostituzione vendere il proprio corpo, e poco importa che sia per cento euro, per quindici chili di parmigiano o per la parte in un film. 
Insomma, più ci ragiono e meno capisco la cosa. Il caso è semplice: se l’uomo commette un reato, che lo si denunci per quel reato. Se ne possono ipotizzare parecchi, come si è visto. E se invece ciò che l’accusato ha fatto non costituisce reato, di che stiamo parlando? Infatti mi allarma moltissimo che quel tale Harvey Weinstein, dopo tutto quello che si è letto e sentito sul suo conto, sia ancora a piede libero. Come mai la giustizia penale non si sta occupando di lui? 
Non vorrei che si scambiassero per molestie i normali tentativi di portarsi a letto una donna. Dalla nobile motivazione di esserne sinceramente innamorati, alla pedestre volontà di risparmiare il denaro da dare alla prostituta
Forse stiamo facendo una montagna del vecchio gioco del sesso fra uomo e donna. È disdicevole corteggiare una signora sposata col solo fine di portarsela a letto ma è con sgomento che lei, ad un certo momento della vita, si accorge di non avere più alcuna necessità di scoraggiare le avances sessuali. Perché allora scopre di potere avere, nel film della vita, soltanto la parte di nonna. 
Per favore, salvo il caso di reati, lasciamo il codice penale immaginario fuori dalla camera da letto. Guasterebbe il divertimento.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 gennaio 2018




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21 gennaio 2018
NOT TO SEE THE WOOD FOR THE TREES
C’è un’espressione inglese che dice più di quanto non si pensi di primo acchito: non vedere il bosco a causa degli alberi. Significa avere molti dati, su un fatto o su un problema, e non vedere il significato totale di quei dati. La folla dei singoli elementi fa dimenticare il concetto generale che li riassume e, a volte, li spiega. 
Spesso ciò avviene non tanto perché l’uomo non sia capace di concepire quel concetto, quanto perché non gli viene nemmeno in mente che potrebbe cercarlo. Se chiedessimo a qualcuno: “Ti piacerebbe vedere il Taj Mahal per soli trecento euro?” e l’interrogato non sapesse che cosa è, otterremo come risposta: “E che cos’è o chi è, il Taj Mahal?”  Quell’esperienza non poteva mancargli, perché. ignoti nulla cupido: non si può desiderare qualcosa di cui non si conosce nemmeno l’esistenza.
Questo vale anche per gli alberi e il bosco. Il significato generale di un insieme di dati costituisce per la maggior parte degli uomini un ignotum che non suscita alcuna curiosità. Ciò perché, anche per la specie umana, quello di sopravvivere è stato per decine di millenni un impegno costante che non gli ha lasciato alcun tempo libero. Il suo cervello si è dunque concentrato sulla riuscita di ciò che faceva in ogni momento: catturare e uccidere una preda, trovare frutti commestibili, sopravvivere ad un’aggressione. Gli stessi momenti di piacere – come quelli derivanti dal cibo o dal sesso – lo occupavano interamente e immediatamente, perché non si dilatavano mai a gastronomia o erotismo. La giornata lavorativa corrispondeva alla presenza del sole e non c’erano né domeniche né momenti di ozio. Soltanto quando la sua vita è divenuta più prospera e più sicura, l’uomo ha potuto concedersi il lusso di pensare, anche in modo non immediatamente utilitario. Ma questa attività non è mai divenuta corrente. 
Quando il tempo libero e il riposo sono divenuti patrimonio di tutti, il singolo è stato felice di approfittare della nuova prosperità per una vita più comoda ed anche per divertirsi: ma fra i lussi reputati degni di essere perseguiti non c’è mai stato quello di pensare. Pensare significa cercare il significato generale di un insieme di fenomeni, è attività filosofica che molti reputano faticosa e inutile. Anche se inutile non è certo. 
Immaginiamo un grande castello in cui tutti sono indaffarati chi a pulire, chi a decorare, chi a preparare lussuose stanze da letto, chi ad organizzare un grande banchetto. Un visitatore chiede: “Ma aspettate qualcuno d’importante?” “Altroché: il re”, gli viene risposto. “Vi ha annunciato che arriverà?” “Ah no, non abbiamo nessuna notizia, al riguardo”. Ora basta domandarsi: prima di affaticarsi, non valeva la pena di sapere se il re dovesse veramente venire? Quello era il senso generale del tutto. 
Ma questo fenomeno lo constatiamo ogni giorno. Se chiedessimo ad un giovane: “Qual è la prima qualità della tua donna ideale?” probabilmente ci risponderebbe: “Vorrei che fosse bella”. “Giusto, gli potremmo concedere. La donna bella è la più indicata per il miglioramento della specie. Ma non è necessariamente la migliore per te. Altre qualità vengono prima, l’equilibrio mentale, l’intelligenza, la generosità. Allora, qual è la prima qualità della tua donna ideale?” E la risposta sarebbe ancora: “La bellezza”. Perché è preconfezionata dalla specie. Non è facile insegnare ai giovani che il principio dovrebbe essere: “Non devo cercare una donna che sia utile alla stirpe ma una donna che sia adatta a me, che possa rendermi felice e che io possa rendere felice”.
Molta parte della vita dei singoli si svolge all’insegna di questi programmi considerati “ovvi e necessari”, senza che nessuno si chieda se hanno senso, perfino in relazione allo scopo che gli si attribuisce. L’uomo avido che accumula instancabilmente beni e denaro, riservando a sé stesso soltanto il tempo del sonno, è un insensato. Non riuscirà mai a godere dei vantaggi che accumula e dunque è un meccanismo impazzito. Tutto ciò perché non si è posto la semplice domanda: “Perché vivo in questo modo? Qual è lo scopo della mia vita?”
 Il mondo contemporaneo tende a vedere gli alberi e a non vedere il bosco. Mentre adora la tecnica non ha idea di che cosa sia la scienza: compra l’ultimo modello di telefonino e nel frattempo crede all’omeopatia. Non distingue il male dal peggio: trova opprimente e ingiusto lo Stato liberale e vota per lo Stato socialista. Anzi, fino a non molto tempo fa, lo Stato sovietico. 
Vista nel suo complesso, l’umanità fa cadere le braccia. Ma forse una passeggiata nel bosco ci insegnerebbe qualcosa. Fra gli alberi vedremmo migliaia di formiche indaffarate, nessuna delle quali si chiede quale sia lo scopo del formicaio. E se valga le fatiche di una vita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 gennaio 2018




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POLITICA
18 gennaio 2018
REPLICA ALLA TESI DIFENSIVA DI DE BENEDETTI
Giorni fa ho finto di essere l’avvocato dell’accusa contro Carlo De Benedetti. Ora lui si è difeso dinanzi al Tribunale di Lilli Gruber e a mia volta utilizzo il diritto di replica. Ma questo dopo aver confessato che, se la sua difesa mi avesse convinto, mi sarei precipitato a dargli ragione. Semplicemente perché sono molto più contento di vedere qualcuno assolto piuttosto che condannato. Purtroppo invece la sua difesa è inconsistente. Forse avrebbe dovuto lasciare l’incarico a un giurista più bravo di lui. 
Riporto le sue parole: È “tutto un po’ ridicolo. Era un segreto di pulcinella la riforma. Era nel programma di Renzi che tra l’altro non mi ha detto niente di particolare e se lo avesse voluto fare non lo avrebbe fatto davanti ad un usciere. Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. “Al mio broker parlo tutte le mattine è una mia abitudine. Perché gli ho detto delle Popolari? Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro. Se sapevo che il mio broker era intercettato? No, non lo sapevo. Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi´ ma solo perché non aggiungeva nulla. Era pleonastico”. Le sottolineature sono mie, e preannunciano che risponderò ad ognuna di esse.
Un segreto di Pulcinella? Se fosse stato un segreto di Pulcinella, le azioni di quelle banche sarebbero già salite quando quel segreto fosse stato conosciuto da tutti. Anche altri avrebbero investito. E soprattutto non avrebbe trovato nessuno che gliele vendesse al prezzo al quale lui le comprò, guadagnandoci seicentomila euro. Infatti quei seicentomila euro li avrebbero guadagnati i venditori, se si fossero astenuti dal vendere. Invece – come è noto - lui ha investito cinque milioni quando è stato sicuro che il decreto sarebbe passato, e ciò mentre altri non investivano proprio perché non erano ancora sicuri che il decreto sarebbe passato. Inoltre, a dimostrare che non si trattava di un segreto di Pulcinella ci sono le domande del suo consulente finanziario, il quale gli chiede appunto se il decreto passerà. Se fosse stato un dato noto a tutti l’avrebbe già saputo e non avrebbe posto domande al riguardo. 
“Era nel programma di Renzi?” E quanti programmi non si realizzano?
“Non mi ha detto niente di particolare”. Effettivamente, un’informazione sul fatto che un decreto passi o non passi non è niente di particolare. Tutta la differenza sta nel fatto di averla o di non averla, quell’informazione. E poi se costituisca reato.
“Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. La prima frase costituisce la sostanza dell’insider trading. La seconda frase è in parte inutile (che si sarebbe trattato di un decreto era quello che pensavano tutti, anche perché i provvedimenti finanziari del genere, proprio per evitare speculazioni, vengono di solito presi mediante decreto) e in parte falsa: Renzi non ha detto “domani”, ma ha detto a breve scadenza, e tanto bastava perché convenisse investire: cinque milioni che hanno dato una plusvalenza di seicentomila euro. Per De Benedetti saranno soldini, ma molta gente ucciderebbe per un centesimo di quella somma.
Come mai egli ha investito cinque milioni? “Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro”. Eh no, De Benedetti non ha pensato, De Benedetti ha saputo. E per certo, vista la fonte.
“Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi’”. E te credo, direbbero a Roma. Perché quell’ammissione è la prova dell’insider trading. 
E poi comunque si contraddice: se quell’informazione fosse stata un segreto di Pulcinella, perché mai avrebbe dovuto nascondere il fatto che di essa era al corrente anche il Primo Ministro? Non dice forse che “Era pleonastico”?
In conclusione, la difesa dell’accusato non ha fornito nessun elemento a sua discolpa e, in qualche caso, ha fornito ulteriori riscontri all’accusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018




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POLITICA
18 gennaio 2018
L'APPLAUSO È UNA DROGA
Vivo in provincia e la persona più importante che ho conosciuto è stata mio cugino, che è arrivato ad essere Presidente di Sezione della Cassazione. Ma, come si sa, la parentela è un caso. Come se non bastasse, sono un dannato misantropo e. se mai m’avessero proposto (e chi, poi?) di divenire membro del Rotary, avrei detto un risoluto no. Non è che ce l’abbia con quel club, ché anzi c’è gente che farebbe carte false per esservi ammesso: voglio soltanto riconoscere che come esperto di rapporti con uomini di successo non sono un’autorità.
Viceversa ho un amico che ha avuto occasione di conoscere molti personaggi noti in ambito nazionale. Così ho avuto l’idea di porgli la domanda: “I tuoi contatti con queste figure importanti le hanno sminuite, ai tuoi occhi, o te le hanno fatte considerare anche più stimabili di quanto pensino i molti che non le hanno mai incontrate?” 
Premetto che non avrei chiesto questo parere al primo che passa. Spesso chi è deluso dal poco che è riuscito a fare nella vita, coglie ogni occasione per dire peste e corna di chi ce l’ha fatta. Invece il mio amico è tutt’altro che un invidioso. Non soltanto anche lui ha fatto molta strada, ma è sereno, benevolo, pronto ad applaudire il prossimo con molta generosità. Dunque ero preparato a credergli qualunque cosa mi avesse scritto. E tuttavia la sua mail mi ha sorpreso: 
 “Caro Gianni,
  la domanda permette una risposta molto semplice, quando ricordiamo che il termine ‘persona’ deriva dall’etrusco phersu, cioè ‘maschera’. Ebbene, ognuno di loro, senza eccezione, ci teneva a rappresentare, in maggior o minor grado, la ‘persona’ pubblica che era. Ormai quella maschera era lui, in tutto e per tutto, e doveva ‘rappresentarla’. Ogni situazione era per lui una sede opportuna per recitare il suo copione. Questa, in assoluto, è la regola. Per tutti e sempre”.
Francamente, sono rimasto stupito, perché recitare è mentire. Non per caso “ipocrita” in greco significava “attore”. E chi ha bisogno di mentire, se non colui che reputa la menzogna più bella della verità? Il grande uomo di televisione che recita la parte del grande uomo di televisione dinanzi al medico che dovrà curarlo o dinanzi al commercialista che dovrà consigliarlo dimostra qualcosa di inaspettato: non è sicuro di essere all’altezza della sua immagine pubblica. E dal momento che teme di non essere colui che gli altri si aspettano che sia, quel personaggio lo recita. 
Non sto affatto dicendo che tutti gli uomini importanti valgano poco ed abbiano bisogno di nascondersi dietro il loro nome. Sto dicendo il contrario. È assolutamente probabile che privatamente essi non siano né migliori né peggiori degli altri, e qualcuno sicuramente sarà largamente superiore alla media. Dunque non avrebbero nessuna ragione di preoccuparsi. Invece commettono l’errore di pensare che ciò che sono non basti ed è questa la ragione per la quale recitano il loro copione, come dice il mio amico. Da un lato il loro narcisismo li spinge a chiedere l’applauso in ogni occasione, dall’altro, temendo che quell’applauso non arrivi, si esibiscono: “Sì, sono proprio quel gigante che avevi immaginato”. 
E dire che la realtà è tanto più semplice. Un mio amico lavorava in banca e un giorno pensò di cambiare istituto di credito. Così, in vista della nuova assunzione, ebbe un colloquio con uno psicologo, apprendendo in seguito che quel professionista si era profuso in lodi incredibili, sul suo conto. Tanto che se ne stupiva. 
–Ma tu che gli hai detto?
-Io? Niente di speciale. Abbiamo parlato del più e del meno. Non mi ha chiesto niente di speciale e non gli ho detto niente di speciale.
-E non hai capito il perché delle lodi?
Così gli spiegai che chiunque, in questi casi, cerca di fare bella figura. E dimostra così di essere un insicuro. Di voler essere giudicato migliore di quello che è. Mentre lui, essendo assolutamente sé stesso, aveva dimostrato di non aver bisogno di nascondersi. Non si considerava né un asso né un incapace, ma era serenamente convinto di essere sufficientemente qualificato per quel lavoro e dunque, con lo psicologo, parlava del più e del meno. E il professionista, che si aspettava di incontrare un candidato bugiardo, si stupiva di aver trovato un uomo sereno. 
A me una volta andò diversamente. Mi lasciai convincere da un amico, spaventato dalla mia spontaneità, a mostrarmi serio, raffinato e colto, e così non fui assunto.
La verità è che nella vita parte favorito chi è convinto di non avere niente da dimostrare. L’applauso è una droga pericolosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018




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POLITICA
17 gennaio 2018
IL RAZZISMO E LA NATURA UMANA
Ci sono fenomeni che nessuno può impedire, perché inerenti alla natura umana. Uno di questi è l’omosessualità, che esiste anche in Paesi in cui è punita con la morte. Né migliore sorte avrebbero i tentativi di estirpare la prostituzione o la violenza. 
Di fronte a queste tendenze bisogna avere le idee chiare. Se l’omosessualità non fa male a nessuno, cercare di impedirla è, prima che inutile, stupido. La diversità degli omosessuali è soltanto occasionale e privata: per il resto sono cittadini come tutti gli altri. Per la prostituzione si dovrebbe essere più cauti, ma soltanto perché può essere occasione di pericolosi contagi. Al riguardo era più razionale quella legge che, senza perdere tempo a condannare moralmente quel mestiere, sottoponeva le prostitute a controlli periodici. Anche la violenza è conforme alla natura umana, ma dal momento che fa male a chi la subisce, la sua severa repressione è indispensabile. Quanto meno si scoraggerà il fenomeno. 
Fra le pulsioni ineliminabili della natura umana possiamo anche mettere la guerra, che infatti è sempre esistita e non coincide con la semplice “violenza”. Gli animali combattono per le femmine o per il territorio, ma non si associano in grandi gruppi per combattere contro altri gruppi di congeneri. La violenza è individuale, la conoscono moltissimi esseri, la guerra è un “noi” contro “loro” ed appartiene ad alcune specie soltanto. Per esempio le formiche. 
Che cosa determini il “noi” e il “loro” ha un’importanza limitata. Può trattarsi del colore della pelle, della lingua che si parla, della religione che si pratica o del territorio di appartenenza: tutto è sufficiente a far scattare una guerra. Basta che ci siano interessi in conflitto, o perfino semplici pregiudizi, tali da operare una distinzione e renderla aggressiva. 
In questo quadro il razzismo si configura come una guerra a basso potenziale, spesso ma non sempre incruenta. E, come la guerra, si nutre del sentimento di “noi” e “loro”, qualche che sia il discrimine. 
Nella cultura occidentale il razzismo fa pensare al disprezzo che l’uomo bianco nutre per l’uomo di colore ma questo è soltanto un fatto contingente. I greci chiamavano barbari quelli che non parlavano greco. Per i romani il colore della pelle funzionava al contrario e avranno sentito disprezzo per i pallidi e biondi e germani, perché rispetto a loro essi erano i barbari. I cinesi e i giapponesi disprezzavano ampiamente i non cinesi e i non giapponesi, inclusi ovviamente gli occidentali. 
Un fondamentale motivo di distinzione dei gruppi è il livello di civiltà. Non sarebbe stato possibile che i coloni di lingua inglese non giudicassero inferiori gli aborigeni australiani; questi erano ancora all’età della pietra (come del resto i pellerossa americani) mentre loro venivano da uno degli Stati più moderni del mondo.
Prima di giudicarlo male, bisogna riconoscere che il razzismo è un fenomeno naturale. Il razzista non è un mostro, e a volte il suo atteggiamento è conseguenza della generalizzazione di precedenti esperienze. Avevo una ventina d’anni quando sentii raccontare che all’Ostello della Gioventù di Monaco di Baviera gli italiani erano ospitati esclusivamente ed obbligatoriamente all’ultimo piano, perché avevano la fama di fare baccano e di disturbare gli altri ospiti. Non so se fosse vero. Se lo era, non sarebbero stati i dirigenti ad essere razzisti, sarebbero stati gli italiani ad essere maleducati. Se invece non era vero, e quella limitazione era stabilita sulla base di un pregiudizio, quei bavaresi erano razzisti nel senso peggiore. Quello stupido. 
Purtroppo ciò avviene spesso. Il razzismo inammissibile è quello che si nutre di pregiudizi privi di giustificazione, come nel caso dell’antisemitismo. Ed è anche il caso dell’ostilità contro i “coloured” quando essi – come a New York – sono perfettamente integrati. Dove invece c’è una base reale, il fenomeno inevitabilmente risorge. Negli Anni Cinquanta i torinesi consideravano i meridionali più o meno come i sudisti americani consideravano i negri.
Il razzismo, anche totalmente ingiustificato, nasce pressoché inevitabilmente quando all’interno di un grande gruppo si forma un gruppo minoritario di una certa consistenza. Qualcuno dice l’8%. Basta che fra i due gruppi esista una differenza di religione, oppure di pelle, di costumi, di lingua (si pensi ai valloni e ai fiamminghi, che pure giuridicamente sono tutti belgi) e ciò basta perché nasca tra loro l’ostilità. “Noi” contro “loro”.
Dal momento che il fatto è naturale, la cosa migliore è evitare che il gruppo minoritario divenga tanto grande da acquistare visibilità e far nascere l’attrito sociale. Se mezzo milione di angeli volesse venire a stabilirsi a Roma, bisognerebbe dire: “No grazie”. Perché gli angeli, per il semplice fatto di avere usi e costumi diversi dagli altri, sarebbero “loro” e diverrebbero un problema. 
Tutto ciò costituisce un valido motivo per limitare l’immigrazione in Italia. Non per un giudizio negativo sui nuovi arrivati, semplicemente perché gli italiani li sentono come “loro”, in particolare gli “inassimilabili”. Per non dire che gli stessi immigrati si sentono diversi. Forse è più pacifica una società unitaria composta, se non proprio da delinquenti, da persone che hanno lo stesso basso livello di moralità, che una società composta da Cherubini e Serafini. Perché, per i Cherubini, i Serafini sono degli insopportabili “loro”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 gennaio 2018 




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POLITICA
15 gennaio 2018
IL M5S STELLE NEL 1930

Ortega y Gasset, il famoso saggista e filosofo spagnolo del secolo scorso, ha scritto in un suo libro (“La ribellione delle masse”), pubblicato nel 1930,  un paragrafo che sembra perfetto per descrivere il Movimento 5 Stelle. 

Nessuno, credo, deplorerà che la gente si goda la vita oggi in maggior misura e numero di prima, dal momento che lo desidera e ne ha i mezzi. Il guaio è che questa decisione presa dalle masse - di esercitare le attività proprie delle minoranze - non si manifesta, né può manifestarsi, soltanto con riguardo ai piaceri: è piuttosto una modalità generale dell’epoca. Così – anticipando ciò che vedremo più oltre – credo che le innovazioni politiche degli anni più recenti non significano altro che l’impero politico delle masse. La vecchia democrazia viveva temprata da un’abbondante dose di liberalismo e di entusiasmo per la legge. Per servire questi principi, l’individuo si obbligava a imporre a sé stesso una disciplina difficile. Sotto la protezione del principio liberale e della norma giuridica potevano agire e vivere le minoranze. Oggi assistiamo al trionfo dell’iperdemocrazia nella quale la massa agisce direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e il suo gusto. È sbagliato interpretare le situazioni nuove come se la massa si fosse stancata della politica e incaricasse persone speciali di esercitarla. È tutto il contrario. Questo è quello che avveniva prima, questa era la democrazia liberale.  La massa presumeva che, dopo tutto, con tutti i suoi difetti e le sue piaghe, le minoranze dei politici ne capivano un po’ più di essa dei problemi pubblici. Ora, al contrario, la massa crede di avere il diritto di imporre e dar vigore di legge a tutte le sue chiacchiere da caffè. Dubito che vi sia stata un’altra epoca della storia in cui la moltitudine sia arrivata a governare tanto direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo di iperdemocrazia.
E poco dopo aggiunge:
       Ciò che è caratteristico di questo momento è che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dovunque. 
 (Traduzione dallo spagnolo di Gianni Pardo)
MOVIMENTO CINQUE STELLE Nadie, creo yo, deplorará que las gentes gocen hoy en mayor medida y número que antes, ya que tienen para ello el apetito y los medios. Lo malo es que esta decisión tomada por las masas de asumir las actividades propias de las minorías no se manifiesta, ni puede manifestarse, sólo en el orden de los placeres, sino que es una manera general del tiempo. Así -anticipando lo que luego veremos-, creo que las innovaciones políticas de los más recientes años no significan otra cosa que el imperio político de las masas. La vieja democracia vivía templada por una abundante dosis de liberalismo y de entusiasmo por la ley. Al servir a estos principios, el individuo se obligaba a sostener en sí mismo una disciplina difícil. Al amparo del principio liberal y de la norma jurídica podían actuar y vivir las minorías. Democracia y ley, convivencia legal, eran sinónimos. Hoy asistimos al triunfo de una hiperdemocracia en que la masa actúa directamente sin ley, por medio de materiales presiones, imponiendo sus aspiraciones y sus gustos. Es falso interpretar las situaciones nuevas como si la masa se hubiese cansado de la política y encargase a personas especiales su ejercicio. Todo lo contrario. Eso era lo que antes acontecía, eso era la democracia liberal. La masa presumía que, al fin y al cabo, con todos sus defectos y lacras, las minorías de los políticos entendían un poco más de los problemas públicos que ella. Ahora, en cambio, cree la masa que tiene derecho a imponer y dar vigor de ley a sus tópicos de café. Yo dudo que haya habido otras épocas de la historia en que la muchedumbre llegase a gobernar tan directamente como en nuestro tiempo. Por eso hablo de hiperdemocracia. 
E poco dopo aggiunge:
Lo característico del momento es que el alma vulgar, sabiéndose vulgar, tiene el denuedo de afirmar el derecho de la vulgaridad y lo impone dondequiera.




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POLITICA
15 gennaio 2018
L'OCCIDEDENTE NON È IL TUTORE DEL MONDO
Maurizio Molinari è un serio e apprezzato giornalista ma oggi sostiene una tesi molto discutibile(1). A suo parere le democrazie occidentali hanno il torto di tenere eccessivamente all’appeasement, tanto da lasciare troppo spazio ai dittatori. Egli cita tutta una serie di eventi in cui i governi occidentali hanno mancato al loro dovere. Quando, nel 1938, per amore della pace sacrificarono la (1)Cecoslovacchia agli appetiti di Hitler; quando hanno assistito senza intervenire all’arrivo dei carri armati sovietici a (2)Praga nel 1968; quando non hanno contribuito ad abbattere (4)Bashar el Assad in Siria; quando non hanno fatto nulla per l’indipendenza del (5)popolo curdo; quando non si sono attivati per la sopravvivenza dei trenta milioni di (6)venezolani in preda alla fame e dalla violenza, o dei 24 milioni di (7)nordcoreani sottoposti ad un’allucinante dittatura, che li affama anche per concedersi il lusso di minacciare il mondo. Molinari ha dimenticato la (3)Rivoluzione Ungherese del 1956, che aggiungo io. A suo parere, esiste il rischio che questo pacifismo ad oltranza - o questa inerzia, se vogliamo chiamarla così - “torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori”.
Francamente, c’è da rimanere molto perplessi. La vastità dei compiti che il noto editorialista assegna all’Occidente Democratico è tale che nessuno mai avrebbe le disponibilità finanziarie e le forze per sostenere un simile sforzo. Per un singolo capitolo si sarebbe anche potuto discutere, ma dal momento che Molinari non fa eccezioni, e avrebbe voluto che si reagisse a tutto, di fatto ci assolve egli stesso da tutto. Perché nessuno è tenuto all’impossibile e l’esagerazione stessa della tesi ne dimostra l’insostenibilità. 
Ma anche la teoria è infondata. Ammettiamo che la democrazia, le libertà occidentali e i nostri diritti umani siano il meglio che il mondo abbia prodotto: purtroppo, questa è soltanto la nostra idea. Come dimostriamo, a chi preferisce la dittatura (come in generale avviene nei paesi arabi) che la democrazia è un regime migliore? Come dimostriamo agli iraniani che le idee di Jefferson, in materia di politica, sono migliori di quelle di Dio, contenute nel Corano? Se dunque insistessimo a far accettare a tutti le nostre idee non lo faremmo in forza della loro validità, ma in forza delle nostre armi. 
Inoltre, pure ad ammettere che l’Arcangelo Gabriele venisse a confermare che la democrazia è il miglior regime politico, chi ci ha nominati tutori del mondo? Per gli Stati sovrani la libertà consiste anche nel diritto di sbagliare. Quando nel 1948 la Cecoslovacchia si affidò ai comunisti, perdendo così per cinquant’anni la libertà, lo fece in piena libertà. E se poi la pagò veramente cara, imputet sibi, dia a sé stessa la colpa.
Noi occidentali bianchi non abbiamo nessun titolo per dare lezioni agli altri. Ai tempi di Kipling si parlava del white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, cioè il compito naturale dell’uomo più forte e civile di guidare i popoli meno forti e meno civili. Ma oggi quel burden farebbe ridere. Fra l’altro ha pessima fama. Da settant’anni e più l’Occidente si batte il petto per essere stato colonialista, e dimentica – o fa finta di dimenticare – che le cosiddette colonie molto spesso stavano meglio prima che dopo essere divenute indipendenti. Finché c’è stato l’uomo bianco non s’è mai visto un Bokassa al potere, in Africa. Chiedere agli interessati se avrebbero preferito vivere nella Rhodesia o nello Zimbabwe. E prima della partenza dei francesi non c’è mai stata una “guerra del pane”, in Algeria. 
Fra l’altro, mentre i cechi e gli slovacchi si pentiranno per secoli di avere votato per i comunisti, molti popoli la democrazia la rifiutano anche quando gli viene regalata. Per questo bisogna tenere grande conto della traiettoria inerziale dei popoli. Ci sono Paesi che, in un modo o nell’altro, ricadono da sempre nella tirannide. O è la loro geografia, che l’impone, o è la loro religione, o è la loro ignoranza, poco importa. L’unica è lasciarli al loro destino. Non è nemmeno il caso di averne pietà perché, per così dire, se uno spezza le loro catene, loro se ne comprano altre. Questo punto di vista è tremendo, bisogna riconoscerlo, ma è frutto della riflessione: quell’attività per cui lo specchio non è responsabile di ciò che mostra. E sono buoni esempi, in questo campo, l’Iraq e la Libia. Una volte che degli incauti occidentali li hanno liberati da un orribile tiranno come Saddam Hussein o da un autocrate che non era certo il peggiore, come Gheddafi, sono ricaduti nel caos e nella tirannide. E lo stesso avverrebbe in Siria, se si cacciasse via Bashar el Assad.
Molinari vorrebbe che l’Occidente intervenisse a favore dei deboli e degli oppressi, ma dimentica la lezione della maggiore esperienza, in questo campo. Un governo dittatoriale ed oppressivo (quello del Vietnam del Nord) voleva conquistare il Vietnam del Sud, per una volta democratico, per imporgli la dittatura comunista. Gli Stati Uniti interveneroi, con costi enormi in termini di dollari e di sangue, e tuttavia non credo siano stati subissati dagli applausi. Soprattutto non quelli degli idealisti e delle anime belle. Perfin Obama questo l’ha capito.
Infine non sta in piedi nemmeno la conclusione di Molinari, secondo cui questa neutralità potrebbe spingere le democrazie nelle trappole dei dittatori. I guai non ci sono venuti dai mancati interventi negli affari altrui, ma da un insufficiente armamento e da una insufficiente risolutezza. L’errore di Londra non è stato quello di cedere a Hitler, nel 1938, è stato quello di non avere approfittato dei due anni, dal 1938 al 1940, per armarsi fino ai denti e schiacciare Hitler quando poi ha cominciato ad attaccarla. Se dovete discutere con un coccodrillo della fame che lo attanaglia, il vostro migliore argomento è un fucile da caccia grossa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 gennaio 2018

(1) L'OCCIDENTE NELLA TRAPPOLA DEI DITTATORI
La lezione di Praga '68
Il 5 gennaio di 50 anni fa Alexander Dubcek assumeva la guida del governo della Cecoslovacchia dando inizio a quella che sarebbe divenuta la Primavera di Praga ovvero la rivolta non violenta contro l'occupazione sovietica che Mosca schiacciò nell'agosto seguente con l'intervento dei carri armati del Patto di Varsavia mentre l'Occidente assisteva impassibile. La scelta degli Stati Uniti e dell'Europa di non tendere la mano alla Primavera di Praga trovò la sua giustificazione nella Guerra Fredda, che vedeva il Vecchio Continente diviso dalla «Cortina di ferro» con le superpotenze di Washington e Mosca protagoniste di un equilibrio atomico che minacciava il Pianeta. Ma nella Storia dell'Occidente, dei suoi valori e diritti generati dalle rivoluzioni britannica, americana e francese, quel momento resta uno dei più bui: voltare le spalle ai desideri di libertà dei cecoslovacchi fu un momento di cecità collettiva pari al tradimento con cui a Monaco nel 1938 Londra e Parigi avevano accettato di sacrificare proprio la Cecoslovacchia ai desideri di Hitler e Mussolini, spianando la strada alla Seconda guerra mondiale. A Monaco 1938 come a Praga 1968 fu la fede assoluta nell'appeasement che spinse le democrazie nella trappola dei dittatori, rinunciando a difendere diritti e libertà. Ricordare l'errore morale e politico compiuto con la Primavera di Praga serve oggi all'Europa ed all'Occidente per tentare di non incorrere nello stesso sbaglio, tenendo a mente ciò che distingue le democrazie: l'impegno per il rispetto dei diritti fondamentali degli individui alla vita, alla libertà ed alla prosperità. E ciò significa avere il coraggio di battersi - anche solo con la forza della ragione - quando vengono violati. Lo fece John F. Kennedy nel 1963 davanti alla Porta di Brandeburgo pronunciando le parole «Ich bin ein Berliner» per denunciare l'oppressione dei popoli dell'Est e lo fece Ronald Reagan, nello stesso luogo, nel 1987 chiedendo all'Urss di «abbattere» il Muro di Berlino, facendo capire che i regimi comunisti sarebbero crollati. Se tutto ciò riguarda la nostra generazione è perché ancora una volta l'Occidente appare tentennante, se non pavido, di fronte alle massicce violazioni di libertà individuali in più nazioni. Per sei anni non ha ostacolato in Siria un dittatore come Bashar Assad impegnato a massacrare il proprio popolo causando la maggioranza delle oltre 400 mila vittime della guerra civile. Da oltre tre mesi assiste immobile alla repressione del sogno dell'indipendenza del popolo curdo, che ha liberamente votato per rivendicarla e solo per questo è vittima di un asfissiante assedio economico-militare da parte di Iraq, Turchia ed Iran. Da due settimane esita ad esprimersi in soccorso della rivolta del pane dei più poveri fra gli iraniani, vittime di un regime che dilapida le risorse in avventure belliche tese a destabilizzare il Medio Oriente. Per non parlare del silenzio con cui si assiste all'agonia di 30 milioni di venezuelani, schiacciati da fame, povertà e violenza causate da venti anni di chavismo. O della fretta con cui si dimenticano le brutalità nei confronti di 24 milioni di nordcoreani da parte di un regime fondato sul culto della personalità che accumula ogive e missili nucleari al fine di ricattare la comunità internazionale. Ecco perché è legittimo chiedersi se milioni di siriani, curdi, iraniani, venezuelani e nordcoreani oggi non provino la stessa amarezza e delusione nei confronti dell'Occidente che ebbero i cecoslovacchi aspettando invano anche solo un cenno di sostegno delle democrazie davanti all 'ava n z a re d e i cingolati con la Stella Rossa. Dobbiamo chiederci se non stiamo sbagliando oggi, come si sbagliò allora, a non tendere la mano verso chi anela alla libertà a Damasco e Teheran, Pyongyang e Caracas. Dobbiamo chiederci se l'appeasement di oggi - non più dovuto ai pericoli della Guerra Fredda ma a interessi assai prosaici - non torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori. Il cui unico intento è dimostrare la caducità degli ideali di libertà di cui i Paesi occidentali, pur con tutte le loro contraddizioni e debolezze, sono portatori.




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POLITICA
14 gennaio 2018
L'INEVITABILE FUTURO DEL DEBITO
Il nostro debito pubblico è così grande che non riusciamo percepirne le dimensioni. E questo ci offre un grande vantaggio: non rendendoci conto del pericolo che corriamo, viviamo “come se”. Come se non esistesse, come se non fosse una minaccia. Come se non fosse sicuro che, una volta o l’altra, si trasformerà in tragedia. 
Di solito a questo genere di premessa segue una predica. Stavolta invece non ci sarà nessuna predica: per l’eccellente motivo che a questo problema non c’è rimedio. Se anche si riuscisse a far preoccupare gli italiani, si sarebbe ottenuto soltanto di dargli un dispiacere. 
La prima domanda che bisogna porsi è: c’è modo di eliminare il debito pubblico? L’ideale sarebbe ovviamente rimborsarlo e non contrarre ulteriori debiti. Ma per renderci conto delle dimensioni del problema, partiamo da una semplice constatazione. Noi paghiamo degli interessi sul nostro debito pubblico. Dal momento che la Banca Centrale Europea da molto tempo compra una parte dei nostri titoli di Stato, abbiamo la fortuna di pagare meno che in altri momenti. Ma la manovra della Bce non durerà in eterno: sappiamo già che è destinata prima a diminuire di dimensioni e infine a sparire. Comunque, nell’attuale situazione favorevole paghiamo più o meno settanta miliardi l’anno di interessi. Ebbene, se dividiamo questa somma fra i sessanta milioni di italiani, il conto è di millecento euro l’anno. Ciò significa, per una famiglia di quattro persone (magari monoreddito) quattromilacinquecento euro l’anno. E quanto pagheremo, quando finirà il quantitative easing? 
Se questo è vero per gli interessi, quanto dovremmo pagare per il capitale? Qui il calcolo è ancor più semplice. Duemilatrecento miliardi, diviso sessanta milioni, fa oltre trentottomila euro a testa. Circa centocinquantaduemila euro per una famiglia di quattro persone. Ovvio che ciò non potrà mai avvenire. Dunque un primo punto irremovibilmente stabilito è che il debito non potrà mai essere rimborsato con euro attuali, cioè con soldi buoni. Neanche se il nostro pil ripartisse a razzo. Se ciò avvenisse, infatti,  i mercati ne sarebbero rassicurati, ma questo non eliminerebbe il debito, e forse ci incoraggerebbe ad aumentarlo.
E allora, dirà qualcuno, il nostro debito è eterno? Magari. Purtroppo una volta o l’altra cesserà di esistere e c’è da temere che questo avvenga con un big bang. Basta esaminare le diverse ipotesi. Dal momento che non possiamo rimborsare il debito e paghiamo per interessi sul debito più di quanto paghiamo, in media, per l’Irpef, perché almeno non dichiariamo che non pagheremo più gli interessi? Sarebbe già un gran sollievo. 
Purtroppo, ogni anno paghiamo le somme corrispondenti alle cartelle in scadenza e lo facciamo contraendo nuovi debiti. Cioè prendendo a prestito circa quattrocento miliardi. Dunque, se ci rifiutassimo di pagare gli interessi, gli investitori, non avendo nessuna prospettiva di guadagno, non ci presterebbero più i quattrocento miliardi con cui rimborsare le cartelle in scadenza e noi da subito dovremmo dichiarare fallimento. Perché anche gli Stati possono fallire. È successo ad altri Paesi, in particolare all’Argentina, e per l’Italia l’abbiamo temuto in concreto nel 2011. In realtà, per il nostro fallimento non è nemmeno necessario sospendere il pagamento degli interessi: sarebbe sufficiente che i mercati dubitino della nostra capacità di pagarli. 
Per azzerare qualunque debito, dicono molti, l’unico sistema è una notevole inflazione. Perché in termini di potere d’acquisto si restituirebbe, per ogni mille euro ottenuti, quattrocento, trecento o ancor meno euro. Ma questa operazione è possibile? 
Per programmare l’inflazione, bisogna essere padroni della propria moneta. Il Giappone è più indebitato di noi ma è padrone del suo yen e può svalutare quando vuole. Mentre noi, per cominciare, anche volendo svalutare, abbiamo una parte del nostro debito formulato in modo tale da dover essere ripagato, comunque vada, in “euro buoni”, non in “euro svalutati” o “nuove lire svalutate”. Poi siamo legati all’euro e l’Europa non ci può permettere di svalutare il nostro euro perché, essendo la moneta unica, svaluteremmo anche l’euro degli altri. 
Rimane la nostra uscita dall’euro, ma se facessimo ciò le Borse perderebbero fiducia in noi e non ci concederebbero ulteriori prestiti. Conseguenza: il fallimento.. E considerando che il nostro debito pubblico è detenuto per il quaranta per cento da stranieri, si immagini quanto sarebbero felici quelli che posseggono novecentoventi miliardi di euro sottoscritti dall’Italia, di ritrovarsi dall’oggi al domani più o meno con un palmo di naso. Fino ad oggi l’Europa ci ha sostenuti per impedirci di fallire, nell’interesse di tutti. Domani ce la farebbero pagare considerandoci dei paria internazionali, dal punto di vista finanziario, e ci metteremmo anni, a riemergere. Si veda già quanto severamente viene trattata la Gran Bretagna della  Brexit, dopo che non fa più parte del club.
In realtà ci troviamo incastrati in una situazione in cui non possiamo andare né avanti né indietro. Non possiamo uscire dalla situazione attuale per i motivi detti, e non possiamo rimanerci indefinitamente, sia perché pagare settanta miliardi l’anno di interessi (che presto potrebbero anche essere cento o molto più, quando finirà il quantitative easing) è un fardello troppo pesante, sia perché, malgrado il pericolo, il nostro debito pubblico continua a crescere. Dunque arriverà fatalmente il momento in cui Borse e investitori non potranno continuare a far finta che l’Italia onorerà sempre il suo debito. E dunque falliremo.
È bene avere un’idea di ciò che significa il fallimento dell’Italia. Per cominciare tutti i fornitori internazionali (di grano, di petrolio, di elettricità, di gas, di cotone, di caffè e di tutto ciò per cui non siamo autosufficienti) vorrebbero essere pagati con soldi buoni (euro a pieno valore, dollari, sterline, ecc.). E noi dovremmo procurarceli a qualunque costo e a qualunque prezzo. Poi dall’oggi al domani tutti i percettori di reddito fisso (operai, impiegati e pensionati) si vedrebbero dimezzato o peggio il potere d’acquisto. 
Forse il modo più semplice di dare un’idea di ciò che avverrebbe è dire che dall’oggi al domani il denaro non avrebbe più valore, se non per una piccola percentuale. Infatti la svalutazione fa sì che ciò che prima si comprava con dieci poi si compra con trenta io quaranta, e dunque il denaro vale molto, molto di meno. Mentre una casa continua a valere ciò che valeva prima. E ciò produrrà un’enorme disparità fra chi possedeva beni e chi possedeva denaro. Soprattutto coloro che vivono a reddito fisso il denaro se lo vedranno squagliare nelle mani e in definitiva pagheranno per quell’enorme debito pubblico di cui per un certo tempo hanno beneficiato tutti gli italiani. Anche quelli che ora non ne soffrono.
Quanti ai risparmiatori, chi ha denaro, chi ha crediti, chi ha titoli di Stato potrà guardare le sue banconote e finalmente rendersi conto che sono pezzi di carta. Che sono sempre stati pezzi di carta. E che con quei pezzi di carta lo Stato ha ingannato i suoi cittadini per anni. Fino a far pagare lo scotto di una politica demenziale a una parte di loro soltanto: gli impiegati, gli operai, i pensionati, i poveri e i risparmiatori. Mentre coloro che al momento del patatrac avranno case, gioielli, barche, terreni, quadri, automobili di lusso, oro e beni di ogni genere, saranno quelli che soffrono meno. Perché l’inflazione non riguarda affatto i beni. E con loro continueranno a galleggiare coloro che sono in possesso di abilità professionali. Infatti il dentista o il fabbro continueranno a chiedere di essere adeguatamente compensati, per i loro servizi. E dire che sono a favore dell’uscita dall’euro quelli che parlano a nome del popolo più povero e più arrabbiato!
Quando il denaro conta poco, alcuni arrivano a chiedere di essere pagati in natura. Si è visto in Sicilia nel settembre del 1943, nel momento in cui lo Stato italiano si è liquefatto e gli alleati stavano per arrivare: la gente arrivò a pagare il necessario offrendo oro e gioielli, o perfino una parte del corredo della figlia, perché a quei tempi si usava ancora il corredo. Oggi non abbiamo più nemmeno quello.
Il debito pubblico è una tragedia. Ma questa tragedia sembra uno scherzo rispetto a quella che avremo in futuro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 gennaio 2018
P.S. Un amico mi scrive:
Quello che è successo in Sicilia nel 1943 è lo stesso accaduto in Liguria, ed è durato un anno e mezzo, da fine ’43 e maggio ’45: la Liguria (particolarmente quella di Levante) non è e non è mai stata autosufficiente in generi alimentari, ha pochissima terra coltivabile,  praticamente nessun allevamento: la borsa nera impazzava, chi poteva fabbricava sale con acqua di mare e dai miei posti, Sestri Levante, lo portava a Genova, 50 chilometri a piedi perché le ferrovie erano distrutte, e di lì in treno in Piemonte dove cambiava un chilo di sale contro 4 chili di farina (spesso sequestrata dalle Brigate nere come “contrabbando”). I produttori di olio stavano meglio: loro vendevano soltanto contro oro, il prezzo lo facevano loro e i piemontesi pagavano bene. Chi non aveva olio e non aveva sale vivendo di stipendi da fame cercava di coltivare ogni francobollo di terra disponibile e per avere qualcosa dai contadini del posto o dai borsari neri si è venduto tutto quello che aveva, oro gioielli e persino mobili




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POLITICA
13 gennaio 2018
FATE COME ME, VOTATE M5S
Miei cari amici vicini e lontani, come diceva Nunzio Filogamo, devo annunciarvi una decisione che da me non vi sareste aspettata: alle prossime elezioni, senza alcun dubbio, voterò per il Movimento 5 Stelle. Dopo tutto ciò che ho scritto, nel corso di anni, capisco che sarete sorpresi. Forse anche indignati. E proprio per questo, prima di riparlare del Movimento e della mia improvvisa conversione, devo premettere alcuni riferimenti storici.
Tutti sanno che il colpo di grazia alle speranze persiane fu la sconfitta di Salamina, e tutti sanno che quella vittoria fu esclusivamente merito di un uomo, Temistocle. Fu lui che ne curò la strategia. E tuttavia, proprio colui che salvò la Grecia e l’Occidente, qualche tempo dopo si mise al servizio del Grande Re. Proprio quel tiranno che aveva così efficacemente combattuto. E la sua statura di uomo fu tuttavia tale che in seguito gli Ateniesi lo richiamarono in patria, affidandosi a lui. Dunque anche un grande uomo può cambiare opinione. L’unica differenza fra Temistocle e me è che lui cambiò due volte campo, mentre la mia fede in Beppe Grillo è incrollabile. Che nessuno speri in un ripensamento. 
In questo senso la mia conversione, più che a quella di Temistocle, somiglia a quella di Paolo di Tarso. Questi, dopo avere perseguitato i cristiani, in seguito ad un’apparizione di Gesù in persona, sulla via di Damasco, divenne quello che tutti chiamiamo San Paolo. Conversione di centoottanta gradi, se mai ce ne fu una.
Insomma di conversioni più o meno famose, da S.Agostino al Fra Cristoforo manzoniano, fino a André Gide, che smise di essere comunista dopo un viaggio in Russia, è piena la storia. Il mio diritto alla conversione non può essere messo in discussione, soprattutto perché, mentre le esitazioni di Temistocle furono più o meno sempre determinate dall’interesse, la mia conversione somiglia a quella di Paolo. Lui fu convertito da Gesù, io da Orietta Berti. 
La cantante, oggi settantaduenne, aureolata anche dalla saggezza che dà l’età, essendo ospite della trasmissione “Un giorno da Pecora”, su Rai Radio 1, ha detto: “Gli voglio dare il voto, al mio amico Grillo, gliel'ho sempre promesso ma non l'ho mai votato, lo voterò il 4 marzo”. E tanto mi è bastato per cambiare bandiera. Ovviamente non solo a me. Infatti è prevedibile una slavina di conversioni. Se ne è allarmato moltissimo il Partito Democratico, tanto che ha preso a protestare con quanto fiato ha in gola.
 Il deputato Sergio Boccadutri, componente della Commissione di Vigilanza Rai, ha proclamato che quella dichiarazione della Berti viola la par condicio. I “democratici” contano dunque di presentare un esposto all’Agcom per chiedere se la cosa sia legale. Questo politico conta precisamente di chiedere “che l'Agcom valuti se non siamo di fronte ad una chiara violazione della legge, come sembrerebb; se non sia il caso di comminare delle sanzioni e in che modo possano essere sanata la questione nei confronti delle altre forze politiche”. 
M’è venuto da sorridere. Il Boccadutri non si rende conto della realtà. Come non vede che il male, se male è, è ormai fatto? Come me, centinaia di migliaia di elettori voteranno ora il M5s e lui non potrà farci nulla. È la democrazia, bellezza. 
Fra l’altro, già bastava l’auctoritas della Berti, per convincere centinaia di migliaia di elettori (forse milioni) ma lei ha per giunta fornito elementi imbattibili, ineludibili e inconfutabili per l’opportunità di quella scelta politica. Ecco ciò che ha detto di Di Maio: “Penso che il suo difetto sia che è troppo bello. Quando una persona è troppo bella poi non è tanto credibile quando parla. Io l'ho visto di persona, ha dei bellissimi lineamenti e delle belle mani, poi l'abbronzatura non ne parliamo. E poi non è basso”. Ora vi chiedo, come potrei non votare per un uomo così bello? Non è vero che la bellezza può essere un difetto. Della principessa Diana dicono che nella Scuola Media non facesse faville, tanto che non so se l’ha superata, e tuttavia non è stata forse adorata? Perché? Perché molti la trovavano bella. Quanto a Dio Maio, la sua abbronzatura vagamente maghrebina l’avevo notata, ma non mi ero accorto delle sue mani. Un uomo con mani così – a parte il fatto che potrebbe fare pubblicità a molte creme emollienti – è sicuramente il più indicato per guidare un Paese come l’Italia. Di solito si dice che ci vuole “mano ferma”, ma chi preferirebbe una mano ferma a una mano bella? Di Maio è certamente il miglior Primo Ministro possibile. 
In conclusione, non soltanto non mi pento della mia conversione, ma invito tutti a fare come me. Seguite l’esempio di Orietta Berti, non potreste mai averne uno migliore. E quanto alla sua opinione politica basterà dire, come si faceva per Aristotele: ipsa dixit. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 gennaio 2018




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