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POLITICA
18 gennaio 2020
IL TELEFONINO NELLA CAVERNA
Nell’attuale italiano placcato inglese si chiama “outing”, cioè dichiarare pubblicamente qualcosa che si sa in anticipo tutti riproveranno. No, non è che mi sia accorto di essere gay.  Alla mia età, del resto, il sesso è un problema teorico. Il mio “coming out” (approssimativo sinonimo del precedente) riguarda l’ecologia e, trattandosi della nuova religione, non pretendo di convincere nessuno. Parigi valeva bene una messa per Enrico IV di Navarra, figurarsi se Roma non valeva un “In hoc signo vinces”, per Costantino. Contrastare le nuove religioni non è salutare.
Ma i grandi vecchi hanno dei privilegi e persino lo Stato ha degli scrupoli, quando deve sbatterli in galera. Un po’ tutti esitano fra l’ammirazione per la saggezza degli anni (quanta letteratura, su questo!) e il sarcasmo per i vegliardi svaniti. Vecchio, nell’Iliade, è quasi un insulto e ancora oggi in inglese “senile” significa demente. Così, se un vegliardo come me va contro la nuova religione, può sempre sperare di essere perdonato per infermità mentale. 
Una cosa è certa: chi si permette di dubitare del cambiamento climatico viene considerato con la stessa indignata incredulità con la quale un tempo si guardava a chi non credeva all’esistenza delle streghe. Ogni epoca ha le sue certezze e per fortuna oggi la Santa Inquisizione non c’è più. Ne siamo certi perché Papa Francesco non è stato arso. E allora sarà pure lecito dubitare dell’esistenza delle streghe. Soprattutto quando si è quasi loro contemporanei.
Cominciamo con l’enumerare, alla rinfusa, gli articoli di fede del nuovo culto. Tutti gli esseri viventi, piante e animali, hanno il diritto di fare quel che cavolo vogliono, e l’uomo no: perché loro sono i padroni di casa e noi siamo soltanto mal tollerati ospiti; il clima è cambiato; l’uomo influenza il clima e dunque il clima è cambiato per colpa dell’uomo; quando l’aria è irrespirabile, si devono fermare tutte le automobili, diabolici ordigni moderni. Del resto, andare a piedi fa bene alla salute e un tempo si “andava a piedi da Lodi a Milano, per incontrare la bella Gigogin”. In ogni caso, la salvezza è nel ritorno (a piedi) alle caverne, bandendo ogni invenzione successiva a quella della pietra levigata, ad eccezione del telefonino. 
Ebbene, dubito quin. Il primo punto è erroneo per una ragione molto semplice: non esiste distinzione fra me e gli animali.  Alcuni sono più forti di me, come il toro; altri più deboli, come il coniglio; alcuni sono erbivori, come gli gnu e altri sono carnivori, come i leoni; alcuni sono più intelligenti di me, come il gatto, e altri più stupidi di me, come la giraffa; infine ci sono gli onnivori, come i maiali e gli uomini, che del resto viaggiano appaiati anche per altre ragioni. Col mio titolo di animale sono anch’io un padrone di casa. E anche se a me la carne non piace, rivendico il diritto di chi mi sta accanto di amare le bistecche. Dolente per i bovini, ma ho la giustificazione: i canini che ho in bocca. 
Dicono che il clima sia cambiato ma, a parte il fatto che si parla al massimo di un grado o due, in passato il clima ha fatto dei salti di una decina di gradi o più: fino ad avere ghiacciai un po’ dovunque o leoni nella savana francese. E giuro che non sono stato io. E non sono neppure colpevole della mini-glaciazione del Settecento. Forse allora hanno contrastato il riscaldamento globale perché gli uomini si sono astenuti dall’andare in automobile e le mucche dallo scoreggiare, per non incrementare l’effetto serra.
Ma ammettiamo pure che il clima sia un po’ cambiato e guardiamo su un mappamondo quanto è grande il Pacifico. È facile credere che le formichine umane possano cambiare il clima di questa enorme sfera? Ma forse non ne avete mai preso in mano uno. E poi, ad ammettere che un cambiamento ci sia stato, come si dimostra che ne è causa l’uomo? E che colpevoli siano le auto diesel? Magari sarà scritto nel catechismo di prossima pubblicazione, ma la mia miscredenza è a prova di catechismo.
Quanto al misoneismo, è una delle più grandi e costanti bestialità. Da che mondo è mondo, si attribuisce alle novità la capacità di creare i più grandi cataclismi. Inutile stare a rivangare le profezie apocalittiche che hanno accompagnato la nascita delle ferrovie e mille altre invenzioni utili. Basta avere un po’ di cultura storica. Ma l’umanità non impara, e ogni tanto dissotterra mummie di antiche battaglie perse per stramaledire, per esempio, i vaccini. Di questo argomento mi rifiuto di discutere. Spero soltanto che, dopo avere vaccinato i loro figli, i genitori anti-vaccini muoiano di morbillo, vaiolo e afta epizootica, in modo da far salire un po’ il QI dell’umanità. Purtroppo non posso augurargli di sgombrare il campo perché colpiti da elettrosmog, perché di quella morte – ma soltanto di quella – vorrei morire io. Se proprio dovessi morire.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      18 gennaio 2020



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POLITICA
16 gennaio 2020
IL FASCINO LETALE DEL SOGNO
Mi è capitato di vedere un breve filmato in cui le onde del mare si accanivano contro una scogliera ed ho sentito che quello spettacolo aveva un significato. Le onde – era chiaro – attaccavano coraggiosamente la costa, sfracellandosi e trasformandosi in mille elegantissimi spruzzi, mentre gli scogli si riscoprivano e assistevano impassibili alla ritirata del mare sconfitto. Sconfitto, ma pronto ad un nuovo attacco. E mentre le onde si suicidavano, i loro cimieri bianchi, aerei merletti, forse non morivano, forse si trasformavano in angeli e ascendevano al cielo. 
Naturalmente mi sono dato dell’imbecille. In ciò che avevo creduto di vedere non c’era niente di vero. Vero sarebbe stato se quelle onde le avessi lanciate io, se fossi rimasto io, ritto e impassibile, a sostenerne l’urto. Se insomma quello spettacolo l’avessi voluto io. Ma dal momento che non aveva senso – se non nella mia versione antropomorfica del reale – quei secondi mi avevano presentato uno specchio nel quale avevo visto l’uomo delle caverne.
La mentalità dell’uomo è naturalmente animistica. Dal momento che la maggior parte delle nostre azioni sono volte ad un fine, tendiamo a pensare che il mare, il fulmine, il freddo, se causano la morte di un uomo, lo hanno voluto, E infatti i media dicono: “Lo hanno ucciso”. Se qualcuno sfugge alla morte, si è salvato per miracolo. Se non è morto, qualcuno (Dio, il Destino, la Fortuna?) ha voluto che non morisse. L’idea che avvenimenti per noi importantissimi possano dipendere esclusivamente dalla catena causa-effetto ci risulta repellente. Ci pare assurdo che a un uomo settantenne muoia un figlio cinquantenne: ne siamo offesi come se la realtà non avesse tenuto fede ai patti. 
Noi viviamo immersi in una realtà che trasformiamo in spettacolo antropomorfico. E se a questa tendenza soggiacciono gli uomini più prosaici, ignoranti  e grossolani, è segno che essa è irresistibile. Soltanto con uno sforzo, e ripassando mentalmente le proprie nozioni sul vento e sul mare, lo spettacolo della tempesta ridiviene puramente meccanico.
E se, contraddicendo questa pulsione, una minoranza fa lo sforzo di uscire – fin dove può – dalla gabbia dell’antropomorfismo,  milioni di persone di questo fenomeno nemmeno hanno idea, ed hanno della realtà una versione totalmente stravolta. Immaginano che le cose abbiano un senso, e quando non lo vedono, non ne deducono che non esiste ma che è nascosto. Comunque c’è, ci deve essere. Se vedono il forte che fa male al debole, lo trovano assurdo, senza capire che in natura questa è la regola generale. Vale fra i pesci e nella giungla, non si vede perché non dovrebbe valere fra gli uomini. Ma già, nella visione antropomorfica della realtà, l’uomo è qualcosa di diverso da tutto il resto. Fino a far nascere credenze che contraddicono platealmente la realtà e, per così dire, la raddrizzano. Tutti gli animali muoiono, non l’uomo. Se la realtà è crudele e immorale, Dio pareggerà i conti, punendo i cattivi e offrendo eterna felicità ai buoni. 
L’umanità è composta prevalentemente di sognatori. Il sogno, già come concetto, induce all’ammirazione, in realtà è un cancro del pensiero. Un’interpretazione gravemente erronea della realtà. In questa, Cenerentola rimane in cucina e sarà fortunata, se invece di essere stuprata dal carbonaio, troverà un contadino che la sposerà.
Gli adulti, invece di aiutare i bambini a crescere, li inducono ad essere ancor più disorientati.  Gli uomini, scontenti della realtà, approfittano dell’arte per creare le favole, i film a lieto fine, predicano ottimismo e falsificano i dati reali. Incoraggiano gli inferiori - nell’aspetto, nel reddito, nelle capacità intellettuali e caratteriali - a credere che “possono farcela”, che per loro c’è tanto spazio quanto ce n’è per i fortunati. Lasciando alla vita l’incarico di deluderli e calpestarli. 
Madame Bovary fu il calco letterario di una normanna reale, morta in circostanze analoghe. La povera Emma si era talmente abbeverata al romanticismo che, vedendo apparire all’orizzonte un qualunque donnaiolo ben vestito, lo immaginava come un Principe Azzurro innamorato. Il sogno, almeno all’inizio, si presenta innocente come un bambino. Poi, a poco a poco, si trasforma in un tiranno, e le sue vittime non riescono più a liberarsi. 
Gli esempi rimontano alla più remota antichità, dalla mitica Torre di Babele ad Alessandro Magno, da Cesare a Gengis Khan. Ovviamente non si dice che ogni conquistatore è un folle. Gli anni passati da Cesare a guerreggiare in Gallia servirono coscientemente da trampolino per il destino romano. Ma in quegli anni rischiò molte volte la vita. E se così fosse avvenuto, non avrebbe certo lasciato una grande traccia nella storia. Hitler è certo stato chiaramente la vittima di un sogno spropositato e criminale, simile in questo a Mitridate, che ebbe per tutta la vita l’ambizione di battere i romani, finché fu costretto a suicidarsi in un bunker, nel suo caso una reggia. 
Il sogno è un pessimo consigliere. Non solo suggerisce cose sbagliate, ma non tende  a servire un uomo, tende a divenirne il padrone. È vero che questa monomania ci ha offerto molti geni i quali diversamente avrebbero rinunziato alla gloria, ma non si può per questo dirne bene. L’umanità ne ha ricavato un vantaggio, ma gli interessati ne hanno subito tutti gli svantaggi. Per non parlare di quella miriade di esseri umani, e stavolta parliamo di milioni, che sono convinti di avere un merito e si battono tutta la vita – inutilmente – per affermarlo. Di solito sono degli omini patetici che si fanno delle illusioni, ma fra loro ci sono anche autentici geni misconosciuti. 
Se l’uomo avesse un’esatta coscienza dei suoi limiti farebbe molto meno di ciò che fa, e vivrebbe meglio di come vive. La prima cosa cui baderebbe sarebbe la misura del “lifespan”, l’arco della vita umana. Considerando che, se mi va bene, vivrò ottant’anni, che cosa mi conviene, godermi a trent’anni, e a volontà, l’ebbrezza dell’acquavite, o fino ad ottanta la placida, amichevole compagnia del tè? Mi conviene affrontare la vita con l’affettuosa compagnia di un coniuge perbene, o darmi agli amori avventurosi ed effimeri? E riguardo al sogno: mi conviene procurarmi con grandi sforzi la stima degli intimi e l’annosa, delusa speranza di un grande successo, o godermi le opere di coloro che ce l’hanno fatta (e chissà quanto cara l’hanno pagata) ed avere dunque il meglio senza sforzo? Perché sperare che per una stagione migliaia di giovani canticchino una mia canzone, quando posso ascoltare il Requiem di Mozart?
Nel discorso ai morti, Ettore (nella commedia “La Guerra di Troia non avrà luogo”, di Giraudoux) dice che probabilmente fra i caduti ci sono tanti eroi quanti vigliacchi, e che comunque la vera coccarda della gloria è essere ancora vivi dopo la guerra. Concetto che si potrebbe ampliare e completare dicendo che la vera coccarda, nella vita, non è aver vinto la guerra, ma non avervi partecipato.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      15 gennaio 2020



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POLITICA
14 gennaio 2020
NO ALLA TREGUA
Quale sia, esattamente, la situazione in Libia è difficile dirlo. Da un lato i reporter non hanno certo intera libertà di movimento, quando un conflitto è in corso, dall’altro ciò che dichiarano le parti interessate non è degno di fede. Quando scoppia una guerra, la prima vittima è sempre la verità. 
Pare che i miliziani del generale Khalifa Haftar siano già in qualche quartiere di Tripoli, e che controllino parti del territorio fra Benghazi e Tripoli, ma la diffidenza induce a non essere sicuri di niente. Una sola cosa certa: molti degli interessati alla questione stanno facendo pressione sulle parti – da un lato Haftar, dall’altro  Fayez al-Sarraj - perché si giunga ad una tregua. 
Sull’opportunità di essa vi è un largo accordo: infatti una situazione stabile e di pace è nell’interesse dei terzi. Che in questo caso sono proprio molti, alcuni addirittura con loro uomini sul terreno, ed avendo offerto costose forniture di materiale bellico. Si va dalla Russia alla Turchia, dall’Egitto agli Emirati Arabi, dall’Arabia Saudita all’Unione Europea, dalla Francia all’Italia, dirimpettaia della Libia. Così nei giorni scorsi, a Mosca  si è stilato un accordo di cessate il fuoco che è stato infine firmato da Sarraj, mentre Haftar, dopo avere partecipato ai negoziati, ha chiesto tempo per pensarci, promettendo che avrebbe dato la risposta il giorno dopo, cioè oggi. A questo punto il nostro ineffabile Primo Ministro, perdendo come tante altre volte, una buona occasione per tacere, ha detto che Haftar si è preso questa notte per pensarci su, “Ma io sono fiducioso che domani sottoscriverà" il documento. E invece stamani il generale Haftar, senza curarsi del fiducioso Conte, ha detto che non firmerà l’accordo. Ed ha lasciato Mosca. 
Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, inviperito, ha minacciato di “infliggere una lezione” al generale di Benghazi, se dovesse riprendere i suoi attacchi. Ma la tregua in questo momento è divenuta così inverosimile che lo stesso suo ministro degli esteri ha detto: "Se Haftar continua così, la conferenza di Berlino (prevista per la fine della settimana) non avrà senso".
Gli avvenimenti di Mosca sono significativi. La tregua – cioè una sospensione delle operazioni – può avere parecchie funzioni. Può servire se ambedue i belligeranti sono così stanchi dei combattimenti, tanto allarmati per le perdite umane e tanto scoraggiati, riguardo alla vittoria, che sono disposti ad addivenire ad una pace. In questo caso, la tregua è soltanto una preparazione alla fine del conflitto.
Una tregua può essere accettata quando conviene ad ambedue i belligeranti, sia pure per scopi divergenti. Per esempio uno spera di ottenere un po’ di tempo per ricevere rinforzi e poter resistere all’attacco dell’altro, mentre questi può aver bisogno di quel tempo proprio per ben organizzare l’attacco. 
Altri scopi ancora si possono ipotizzare, ma uno soltanto è certamente escluso: che si depongano le armi per amore della pace. Se uno dei belligeranti sente che la vittoria è a portata di mano, non accetterà nessuna tregua. Mai. I romani – addirittura – avevano come principio di non accettare che la vittoria, come conclusione delle guerre. E questo spiega il loro intestardirsi a piegare i Parti. Ma nella pressoché totalità dei casi sono riusciti ad applicare quel principio. Anche dopo Canne, non hanno preso in considerazione l’idea di darla vinta ad Annibale. 
Dunque, se Sarraj ha firmato, e Haftar, malgrado le pressioni di tante grandi potenze, non lo ha fatto, è segno che il secondo è sicuro di avere carte vincenti in mano. E chissà che il tempo di riflessione richiesto – meno di ventiquattr’ore – non sia servito a stabilire contatti con i suoi alleati, in modo da essere sicuro di ottenere gli aiuti e il consenso per il risultato decisivo.
Ovviamente, come in tutte le guerre, i calcoli di Haftar potrebbero essere sbagliati, o potrebbero essere giusti e poi non dare i risultati previsti, per malasorte o per qualche altra ragione. Ma il rifiuto della tregua, e la richiesta di qualche ora (non qualche settimana) di tempo, prima di dare la risposta, fanno pensare che Haftar si creda molto, molto vicino al risultato finale. Ed è anche per questo che le minacce di Erdogan sembrano poco convincenti. Infatti dovrebbe rovesciare la situazione sul terreno in un tempo così breve, da far impallidire la Blitzkrieg di Guderian.
In ogni caso, a giudicare da questo episodio, entro gennaio dovremmo avere le idee più chiare sulla sorte della Libia.
Gianni Pardo 
14 gennaio 2020




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POLITICA
13 gennaio 2020
L'IMPOSSIBILE NUOVO PARTITO
Nicola Zingaretti parla di cambiare il Pd, e di fondare non un nuovo partito, ma un partito nuovo (o viceversa, non ricordo). Insomma di rifondare il suo partito per farne il perno intorno al quale aggregare la sinistra. Infatti, a suo parere, ci avviamo di nuovo verso il sistema bipartitico. Lasciamo stare tutta la normale retorica sui programmi, sui bei successi che questa iniziativa potrebbe produrre (e che anzi le auguriamo) e parliamo della sua fattibilità concreta.
È vero, se il M5s si avvia alla dissoluzione, o comunque a non contare abbastanza per parlare ancora di “sistema tripolare”, bisognerà ricorrere alla vecchia distinzione destra-sinistra o centrodestra-centrosinistra. Anche se fra le due ipotesi c’è una distinzione che val la pena di fare subito. 
Per decenni, in Italia, la vera sinistra è stata rappresentata dal Partito Comunista Italiano. I restanti partiti di sinistra, come il Psi, sembravano dei Pci annacquati. La cosa è comprensibile, Infatti il comunismo non voleva ottenere soltanto un insieme di piccole riforme in favore delle classi meno agiate: auspicava la rivoluzione proletaria, cioè il passo successivo rispetto alla Rivoluzione Francese. Il programma era quello di una totale riforma della società, a partire dall’economia che, invece di essere individualista, sarebbe stata collettivista; invece di avere il capitalista privato avrebbe avuto il capitalismo di Stato; invece di essere libera, nelle sue iniziative, sarebbe stata dirigista e cioè sottoposta all’indirizzo dello Stato. Tutto questo per non parlare di dittatura del proletariato, di egualitarismo e pressoché d’orrore della proprietà privata. Dunque tutti sapevano benissimo che cosa rappresentasse il comunismo. 
La destra si contrapponeva a questa sinistra e si fondava innanzitutto su un robusto “no” alla concezione comunista. Questo discrimine era così fortemente sentito che i comunisti italiani  davano del fascista a chiunque non fosse comunista e fosse sospettato di essere liberale. E infatti hanno dato del fascista anche a me. Il confine della destra era nettamente identificabile: bastava essere anticomunisti.
Il tempo è passato e soprattutto si è avuta prima l’implosione dell’Unione Sovietica e poi quella di tutti i partiti comunisti, seppure, in Italia, con un notevole ritardo sugli altri. Da quel momento la vera distinzione non è più stata tra una vera destra e una vera sinistra (che nella cultura comune rimaneva quella comunista) ma tra un’indistinta destra e una generica sinistra socialdemocratica, contaminata col moderatismo di centro. Tanto che si è parlato di centrosinistra. Simmetricamente ha continuato ad esistere un centrodestra, qualificato dall’anticomunismo e dall’esclusione del partito postfascista.
Ma durante questi grandi rivolgimenti storici non è cambiato il sentimento di fondo degli italiani. Curiosamente, già durante il periodo in cui al centro del potere c’è stata la Democrazia Cristiana, l’Italia ha avuto il cuore a sinistra. È stata forse anticomunista, ma pauperista, cristiana, anticapitalista e statalista. Per questo, soprattutto a partire dal 1963, ha fatto una politica sempre più tendente a sinistra, fino ad arrivare alla demagogia demenziale che ha fatto esplodere il debito pubblico. La Dc raccoglieva i voti degli anticomunisti e li utilizzava per far concorrenza al Pci. Così è arrivata alle “convergenze parallele” (cioè all’alleanza inconfessata), al compromesso storico  e infine, morto il comunismo, è confluita nell’erede del Pci. Come era nella sua vocazione. La nazione non è mai stata liberale. 
L’Italia, divenuta socialdemocratica, ha attuato politiche sempre più di sinistra, fino ad urtare (nel primo decennio di questo secolo) contro il fondo corsa del pedale. Dopo avere digerito il grasso accumulato prima, dopo avere speso tutto il denaro che poteva spendere facendo debiti, quando queste risorse si sono esaurite, non ha più saputo che fare. E infatti è entrata in una interminabile crisi che sembra irreversibile. 
Purtroppo i nostri governanti non si sono accorti di nessuna novità. Infatti il “reddito di cittadinanza” per il quale si sono battuti i Cinque Stelle – non molto diversamente dagli “ottanta euro” di Renzi o dalla Quota Cento di Salvini – sono ancora provvedimenti “socialdemocratici”, attuati sostanzialmente a debito e sperando che le Borse non ci gridino un “Basta!” che ci manderebbe a gambe all’aria. Ma siamo agli ultimi fuochi. Il fatto che il Paese sia fermo, quando non va indietro, denuncia chiaramente che si è raggiunto il limite.
È chiaro che il modello ha dato tutto quello che poteva dare. Ora la prosecuzione delle politiche demagogiche, assistenziali, keynesiane e in buona misura folli, potrebbe condurre al default e al disastro. Dunque – e con questo torniamo a Zingaretti – non è che l’attuale Pd non abbia saputo formulare una proposta che lo qualificasse, che gli desse un’identità e una bandiera: è che tutte queste cose non esistono più. Lo spazio di manovra si è esaurito ed ha fatto realizzare la profezia di Margaret Thatcher: “Il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri”. 
I soldi degli altri sono finiti e non c’è nessuna nuova via da imboccare. Non il comunismo (cioè la prosecuzione in linea retta) perché in esso non crede più nessuno e tutti  si sono accorti dei guasti che provoca. Non la socialdemocrazia, perché in questo senso si è già raschiato il fondo del barile, e non se ne tira fuori più niente. Non la vita a credito, perché il credito non è infinito e gli altri Paesi della zona euro non vogliono fallire per colpa nostra. E quando non si può più andare avanti non si può che andare indietro. Ma il Pd di Zingaretti, e tutta la sinistra italiana, lo hanno capito che il futuro è nel liberalismo e non nel sinistrismo? 
Vedendola in concreto, ammettiamo che Zingaretti fondi il Partito Nuovo e dica: “Unitevi a noi, ecco il programma comune”. Ovviamente, se questo programma piacesse a tutti, e tutti fossero suoi ferventi e leali sostenitori, ecco realizzato il successo dell’impresa. Ma un simile progetto azzera un bel po’ di piccole posizioni “apicali”, e nessuno ama i passi indietro. E soprattutto, per piacere a molti un programma deve necessariamente essere vago (e infatti quello di Papa Francesco è estremamente vago) ed è ben poco appetitoso. Mentre, se è particolareggiato, piacerà ad alcuni e scontenterà altri. Inoltre, se sarà nettamente di sinistra sarà irrealizzabile, oppure realizzerà ulteriori e peggiori disastri. E Matteo Renzi direbbe certamente di no. Se invece sarà liberaleggiante incontrerà l’opposizione di coloro che da sempre in tanto si sono sentiti di sinistra, in quanto hanno avuto orrore del liberalismo economico. Insomma qui non avremmo il problema della coperta troppo corta, ma quello del fazzoletto troppo piccolo: tanto forte è la sproporzione fra ciò che si vorrebbe coprire e i mezzi che si hanno per farlo. 
Che sia impossibile formulare un programma per il centrosinistra si vede anche nell’impossibilità di formulare un programma di centrodestra. In questo momento il primo partito italiano è la Lega che si è procurato questo grande successo non con un programma politico credibile, ma un unico, scheletrico e tuttavia chiaro progetto: “Poniamo un termine all’eccesso di immigrazione”. E poiché questo punto era chiaro, e la Lega lo ha realizzato, gli italiani – grati e quasi sorpresi di essere stati ascoltati – l’hanno premiata moltiplicando i suoi consensi per quattro o per cinque. Ma proprio questo successo dimostra che il centrodestra non ha né un’ideologia né un programma. Se si riuscirà a giugulare l’immigrazione, e questo fatto passerà fra le cose acquisite, che cosa rimarrà alla Lega come bandiera da agitare? Quella di Berlusconi? Proprio l’erosione dei consensi del partito di Berlusconi dimostra come il programma liberale abbia pochissimo appeal. Sembrerà assurdo, ma mentre tutto va a rotoli, gli italiani non riescono a concepire che una politica di sinistra, in cui la salvezza non può venire che dallo Stato. 
La conclusione è mesta. Sia il centrosinistra sia il centrodestra sono disorientati. Gli italiani rimangono di sinistra, ma a sinistra non c’è più dove andare. La salvezza economica sarebbe un ritorno all’Italia del dopoguerra (o alla Cina, se si vuole un modello d’attualità) ma è una salvezza che nessuno vuole, perché il liberalismo economico è brutto e cattivo. Dunque, secondo me, Zingaretti non caverà un ragno dal buco. Non per sua incapacità, ma perché l’impresa è impossibile. 
Naturalmente spero di essermi sbagliato su tutta la linea.
Gianni Pardo 
12 gennaio 2020



permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/1/2020 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
12 gennaio 2020
TROPPI IN FAVORE DI TRUMP
Ci sono dei personaggi che, per qualche motivo, sono antipatici a parecchie persone, le quali ovviamente hanno il diritto di manifestare i loro sentimenti. Ma quando il modo in cui ciò avviene supera ampiamente la misura normale, fino a 
raggiungere atteggiamenti di disprezzo implacabile e costante, o addirittura forme di fanatica avversione e quasi di orrore, si ha il diritto di rimanere perplessi. Eccedere nelle dosi è sempre sbagliato. Nelle ricette di cucina la parola “dose” significa “quantità opportuna”: 300g di farina significano 300g di farina, non mezzo chilo. 
Se un personaggio politico ha idee opposte alle nostre, è naturale che lo si voglia  contrastare, ma est modus in rebus. L’esagerazione – come nel caso di Silvio Berlusconi – può essere controproducente e si ha, come per il denaro, l’effetto inflazione. L’eccesso di critiche può volgersi in argomento a favore del bersaglio. 
Oggi qualcosa del genere avviene per Matteo Salvini e soprattutto – su scala mondiale – per Donald Trump. Per  quanto riguarda quest’ultimo, l’errore nella misura è particolarmente stupefacente se si pensa alle numerose occasioni di critica fondata che offre. E allora perché bagnare le proprie polveri, perché fornirgli il prezioso aiuto di critiche sbagliate?
Il massimo esempio è la procedura di impeachment lanciata contro di lui dal Congresso ben sapendo che si tratta di un’arma spuntata. La Camera è a maggioranza democratica, e il Senato è a maggioranza repubblicana. Dunque, come era sicuro che la Camera sarebbe stata a favore dell’impeachment, altrettanto sicuro è che il Senato dirà di no, ed essendo necessaria la maggioranza in ambedue le Camere, l’impeachment non passerà. Anche nel caso che esso fosse giustificato, contribuendo a fare di Trump – quanto meno agli occhi di molti – l’oggetto delle calunnie dei perdenti. Né la procedura procurerà qualche voto in più ai democratici. Chi era contro Trump lo rimarrà, e chi era a favore non sarà certo convinto dal voto di un’assemblea che non ha lasciato passare giorno senza manifestare la sua acre avversione. 
Ma non è tutto. Il Presidente ha un programma discutibile che porta avanti correndo dei rischi, con colpi di scena, azzardi e aggressività. A tutto ciò i democratici avrebbero dovuto rispondere mostrandosi per contrasto saggi, equilibrati, ragionevoli. Invece coloro che corrono per la nomination democratica gareggiano in estremismo di sinistra, fino ad allarmare i benpensanti. E l’attuale trionfo di Sanders in Iowa è in questo senso di pessimo auspicio. Per non parlare dei milioni di americani che hanno già votato per Trump e che oggi, con una Wall Street euforica e una disoccupazione ai minimi, non se ne sono certo pentiti.
È strano che tanti politici non si accorgano che il pendolo si è spostato. Per decenni esso è stato dovunque a sinistra: e dunque si era per i sussidi, per il pacifismo, per l’ecologia, per la political correctness, per l’accoglienza ai poveri del Terzo Mondo e perfino per gli interventi “morali” all’estero. Oggi invece prevale l’isolazionismo, il realismo, il risoluto egoismo (“America first”, quasi “America only”) e persino la brutalità verbale. Le cose che costituiscono il mondo mentale di Trump. Se è vero che, nei sistemi bipartitici, si vince al centro, perché allontanarsi tanto da quel centro? Come mai i democratici seguono tanto ciecamente i loro pregiudizi?
È di oggi la notizia di un’altra improvvida iniziativa: il Congresso ha dato il “via libera” alla risoluzione che limita i poteri di guerra del Presidente, condizionandoli alla propria preventiva approvazione. Ovviamente i rappresentanti non possono ignorare che questo progetto è inaccettabile. Nel caso di un’aggressione atomica  non si possono aspettare i tempi di una pletorica Assemblea: in questo caso la risposta è questione di minuti, se non di secondi. E infatti da sempre il Presidente è seguito da un incaricato con una valigetta con la quale scatenare la Terza Guerra Mondiale. In caso di emergenza, se il Presidente è in bagno, l’incaricato gli chiederà di aprire un po’ la porta e gli passerà la valigetta. E si vorrebbe discuterne al Congresso? Molti americani rischiano di non credere più a nessuna delle accuse dei democratici contro Trump.
In occasione dell’uccisione di Suleimani, i democratici si sono lasciati andare alle più gravi  accuse d’incoscienza contro il Presidente, agli allarmi più preoccupati, alle previsioni più catastrofiche. L’uomo è stato dipinto come un cretino che agisce d’impulso, senza consultare nessuno, e correndo i peggiori rischi. Per poi dover rimettere nel fodero tutte queste armi spuntate, mentre Trump esce da trionfatore anche da questa avventura. Non sarebbe stato meglio criticarlo con moderazione, magari dicendo oggi che è andata bene, ma poteva andar male? 
Forse è proprio vero che Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. 
Gianni Pardo 
12 gennaio 2020




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POLITICA
11 gennaio 2020
HOMO ELEGANS
Una volta chiesi a un giovane fisico delle informazioni sulla gravità e appresi che essa era un mistero. Un mistero che egli condensò brillantemente in questo interrogativo: “Chi lo dice a questa penna che, se la lascio, deve andare verso il centro della Terra?”
In seguito – molti decenni dopo – lo stesso amico, divenuto nel frattempo professore d’università, interrogato da me sulla stessa materia, ha premesso con prudenza che lui si occupa di particelle atomiche, ma mi ha lo stesso parlato delle “onde gravitazionali”, che sembrerebbe abbiano scoperto i suoi colleghi specialisti di quella materia. Ma lo stesso io sono rimasto, se non scettico, inappagato. Che ci debba essere qualcosa - e qualcosa di materiale - che tiene avvinta la Luna alla Terra è indubbio. Che si tratti di onde o di altro poco importa. Io amerei sapere come opera. Insomma, come un bambino,  sono fermo ai vasti “perché”, con tanto di punto interrogativo.
La vicenda della gravità mi ha comunque insegnato ad estendere quella domanda, “Chi glielo dice?”, a molti altri fenomeni. Chi lo dice alla zanzara che tre stanze più in là ci sono io che dormo? Chi lo dice all’albero che deve mandare le radici in giù e i rami in su? E come sa quando arriva la primavera, in modo da fiorire? Per le zanzare si parla di odorato, di feromoni o non so di che altro, ma dove sono gli organi di senso dell’albero? Se è vero che manda le radici verso il buio e i rami verso il sole, dove sono i suoi occhi, per percepire la luce? E dov’è il suo termometro, per la temperatura?
Per me le parole non sono di per sé una spiegazione. Per l’albero si parla di “tropismi”, ed io posso essere d’accordo, ma poi chiedo come funziona quel tropismo. E, se non mi si risponde, io ne concludo che i sapienti ne sanno quanto me.
Partendo da queste idee già in passato mi sono chiesto: “Ma perché moriamo?” E per prima cosa mi sono io stesso dato una spiegazione evoluzionistica. La natura da un canto si preoccupa che il figlio di un gatto sia un altro gatto e la figlia di una giraffa sia una giraffa (credo si chiami “persistenza del fenotipo”) ma d’altro canto, per far sì che la specie possa modificarsi (per meglio adattarsi all’ambiente) la rinnova continuamente, facendo morire gli individui e facendone generare di nuovi. La speranza è che qualche modificazione positiva di uno di loro lo renda più adatto alla sopravvivenza, e che quell’individuo riesca a tramandare per ereditarietà quella caratteristica ai suoi discendenti. Un interesse che non mi era sembrato di tale valore da condannare me a morte, ma tant’è. 
Una spiegazione più concreta – non finalistica, come se la natura coscientemente perseguisse uno scopo - mi fu data quando mi si parlò di orologio biologico, nel senso che il nostro Dna è programmato in modo che dopo l’età della riproduzione e del massimo vigore fisico il corpo cominci a decadere, fino ad arrivare ineluttabilmente alla morte. Essendo un materialista, mi sono detto che l’espressione “orologio biologico” è molto bella ma, se qualcosa parla ad un corpo materiale, deve essere materiale anch’esso. E dunque, dov’era, dov’è, questo orologio biologico? E sono andato anche oltre. Ammettiamo che questo orologio biologico abbia parecchie lancette, una di loro mi dice che devo addormentarmi, e la stessa lancetta dopo qualche ora mi dice che devo svegliarmi. Ma se io stacco quella che mi dice che devo invecchiare e morire? Se metto un dito in questo meccanismo dell’orologio  e lo blocco, mentre continuerò ad addormentarmi e a svegliarmi, smetterò di invecchiare e dunque di morire. Se non per incidente.
Fantasie di un perdigiorno, dirà qualcuno. Vero. Ma il principio secondo cui “effetto materiale richiede causa materiale” è stato costantemente confermato dalla scienza, e addirittura leggo sull’Ansa di oggi che quella parte dell’orologio è stata trovata in un verme che si chiama “C elegans” (io so di non essere mai stato “homo elegans”, ognuno ha i suoi limiti) e il suo ciclo di vita è stato talmente prolungato(1), che, proporzionalmente, è come se un uomo potesse vivere cinquecento anni. Non ho capito perché non “indefinitamente”, ma comunque cinquecento anni non sarebbero male. Sono nato troppo presto per beneficiare di questa tecnica. Peccato. Mi sarebbe piaciuto divenire uno dei nuovi “homo sapiens elegans”.
Gianni Pardo 
http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/biotech/2020/01/10/in-un-piccolo-verme-il-segreto-per-vivere-fino-a-500-anni-_8a922615-6036-4b7e-9974-d0f42fedc0d4.html




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POLITICA
10 gennaio 2020
IL DOPOGUERRA DELLA NON-GUERRA
l generale Qassem Soleimani è stato ucciso una settimana fa e da allora, malgrado le manifestazioni  oceaniche iraniane, non è scoppiata nessuna guerra. Gli sfracelli annunciati dall’Iran (“Un nuovo Vietnam”) - cui soltanto in questa sede non si dava molto credito - non si sono avuti. Anzi non si fa che parlare di tregua e di pace. Ovviamente gli iraniani non hanno smesso di essere ostili agli Stati Uniti e gli Stati Uniti non sono affatto pronti a divenire amici di una feroce teocrazia, ma il ritorno al business as usual è innegabile.
La calma dipende dal fatto che, dopo l’uccisione di Soleimani, la situazione della regione è tornata ad essere di stallo. Molti immaginano che gli Stati chissà che spazi di manovra abbiano, mentre in realtà la loro politica è come un fiume che scorre tra le alte ripe della necessità. Ad esempio, gli Hezbollah, foraggiati ed armati dall’Iran, amerebbero tanto distruggere Israele. Purtroppo, i loro desideri si scontrano con le loro possibilità. Recentemente l’Iran, proprio per renderli più forti,  ha incrementato le forniture ma Israele, prima che gli  Hezbollah divenissero un problema imparabile, ha risolutamente bombardato le loro installazioni in Libano e in Siria, distruggendole e facendo anche dei morti, anche iraniani. Se guerra dev’essere, meglio fare la prima mossa. Né l’Iran ha potuto seriamente protestare, perché è difficile giustificare l’invio, addirittura di “fabbriche di armi” all’estero per aggredire Paesi terzi, e questo mentre il popolo iraniano è irritato perché preferirebbe che il denaro fosse impiegato  per combattere i problemi interni. E così Israele ha potuto mantenere la situazione di stallo.
Ancor più facile è esaminare il sostanziale pareggio tra le altre parti in potenziale conflitto. Gli Stati Uniti e Israele vorrebbero che l’Iran non avesse la bomba atomica, ma sanno anche che non possono impedire a Teheran di farsela. Infatti può fabbricarla di nascosto, anche essendosi impegnata a non farlo. Né possono distruggere i siti nucleari dentro le montagne. Anche a far guerra all’Iran, non possono mantenere questo Paese occupato a tempo indeterminato, perché i costi e i rischi sarebbero enormi. Da parte sua Teheran sa che se si scontra con gli americani sarebbe annientata. Dunque molta propaganda, qualche attentato, se riesce, e per il resto calma e gesso. Tutto questo era evidente sin da prima. 
Né l’Iran può bloccare lo Stretto di Ormuz, mossa che sembrerebbe efficacissima. Infatti non farebbe tanto un dispetto agli Stati Uniti, autonomi, in fatto di petrolio,  quanto alla Cina e ai molti Paesi che importano petrolio da quella regione. Inoltre, essendo il blocco dello Stretto un gravissimo atto di guerra, la marina iraniana potrebbe trovarsi ad affrontare una sorta di coalizione internazionale che la ridurrebbe in cenere. In quello stretto passa l’esportazione del petrolio dell’Arabia Saudita, degli Emirati arabi, del Kuwait e dell’Iraq, e toccando quella giugulare l’Iran potrebbe verificare quanto pesi la collera del mondo. 
Rimane da parlare dell’emotività, della demagogia, dell’allarmismo e anche della vigliaccheria dell’Occidente. 
Quando c’è un problema, l’uomo coraggioso dice: “Farò il possibile per vincere ma, se dovessi perdere,  sopporterò le conseguenze. L’emotivo invece comincia a lamentarsi, ad ipotizzare l’assoluto peggio, a chiedere aiuto a destra e a manca. Si augura che tutto vada per il meglio ma non fa nulla perché ciò accada. Insomma parla a vanvera e peggiora la sua situazione. Soprattutto perché non capisce che, se agire è pericoloso, anche non agire lo è. 
Questo atteggiamento ha una spiegazione storica. L’Occidente è uscito traumatizzato dalla Prima Guerra Mondiale e per questo, negli Anni Trenta, si pensava che non ci sarebbero più state guerre. Poi, nel secondo dopoguerra, quel sentimento è divenuto  addirittura oceanico. La stretta di mano fra De Gaulle e Adenauer, e l’alleanza franco-tedesca che dura ormai da tre quarti di secolo, sono nate da quelle esperienze: l’Europa è diventata addirittura esageratamente pacifista. Si rifiuta di avere un esercito comune, di agire seriamente e unitariamente nella politica internazionale, e si rassegna ed essere imbelle e insignificante. Questo atteggiamento è stato aggravato dal fatto che, per quasi mezzo secolo, gli Stati Uniti hanno offerto la loro protezione all’Europa contro l’imperialismo sovietico, fino a convincerla che la sua difesa è affare di altri.
Ma questa situazione non poteva durare in eterno ed è arrivato il momento in cui gli Stati Uniti hanno tirato i remi in barca, ridimensionando la Nato e lasciando che, in caso di difficoltà, l’Europa se la cavi da sola. Il risultato si è visto e si vede in Crimea. Certo, l’Ucraina non fa parte della Nato, ma siamo sicuri che, in caso di aggressione all’Estonia, si attiverebbe l’art.5 di quel Trattato, e l’Europa userebbe le armi per difendere Tallinn? C’è da credere che tutti si chiederebbero: “Morire per Tallinn?”
 Ogni volta che è possibile, l’uomo trasforma in virtù i propri interessi. L’avaro accumula soldi e dice che lo fa perché vuole provvedere al futuro dei propri figli. L’ambizioso, avido di ricchezza e di potere, si dà alla politica e dice che lo fa nell’interesse della Patria. Il vile si dichiara pacifista e della sua stessa codarda paura, declinata in tutti i sensi, si fa un onore. Il suo stesso catastrofismo è un alibi per restare inerte. Lo abbiamo visto in questi giorni, nella scorpacciata di annunci tremendi, di previsioni apocalittiche e di processi morali a chi osava difendersi. 
Aspre critiche, a meno che il colpevole, essendo già nella lista dei cattivi (come l’Iran), ci apparisse tanto temibile da non osare dirne male. 
Gianni Pardo 
10 gennaio 2020



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POLITICA
8 gennaio 2020
IL MONDO ROTONDO DELLE SARDINE
Ansa: “Le Sardine vanno verso un congresso nazionale, probabilmente uno o due giorni, le cui date saranno rese note entro il 26 gennaio. La decisione è stata presa al direttivo nazionale di Bologna delle Sardine e annunciata stamattina in tv dalla portavoce torinese Francesca Valentina Penotti”.
Notizia scarna ma saporita. Su cui si possono fare alcune considerazioni.
1 La polvere non può rimanere eternamente a mezz’aria. O se la porta via il vento o si posa per terra. Le “sardine” non possono limitarsi a riunirsi in piazza per un’astratta festa del Santo Patrono senza santo, senza processione, senza fede e senza neppure una predica. Sventolare “sardine” di cartone al massimo potrebbe servire ad incoraggiare il salutare consumo di pesce azzurro. 
Chiunque voglia influire sulla società deve dire in che direzione vuole andare, che cosa vuole eliminare e che cosa vuole cambiare. Nessuno ignora che questo è un esercizio pericoloso, perché su ognuno di questi progetti è pur lecito essere in disaccordo. E, in questo caso, il fatto che ci possa essere chi è in disaccordo corrisponde a perdere pezzi prima ancora di cominciare ad agire. Ma è uno scoglio già logicamente ineliminabile. Qualcuno ha detto brillantemente che “decidere corrisponde a ridurre gli errori possibili ad uno”. Ma anche ad essere così ermeticamente pessimisti, rimane vero che il rischio dell’errore, o del dissenso, non può fermare l’azione, semplicemente perché l’azione è a questo prezzo. L’unanimità è soltanto una finzione delle dittature. Dunque ben venga questo congresso nazionale delle “sardine”: si chiariranno le idee e le chiariranno anche a noi. Sempre che concludano qualcosa. 
2 La formulazione di un programma è più difficile di quanto si pensi. Infatti se esso è estremamente vago non avrà presa. Ricordiamoci che l’enorme successo di Matteo Salvini è stato dovuto ad un programma contenuto in due parole, ma due parole molto chiare: “Basta immigrati”. Ma più sarà specifico, più sarà impegnativo. Salvini ha scelto uno slogan e un progetto che avevano il vantaggio di non comportare costi economici, mentre chi ha scelto un programma economico (“aboliamo la povertà”) oppure morale (“onestà, onestà”) rischia di fare una brutta fine proprio perché l’economia continua ad andare malissimo e gli stessi eletti del M5s sono semplicemente umani. Per esempio si rifiutano di scucire il denaro che è legittimamente loro, soprattutto per darlo ad un’impresa privata che non garantisce nulla. I programmi hanno questo di brutto, che se non promettono niente di grandioso non attirano voti, e se promettono grandi cose gli elettori rischiano di ricordarsele e di essere delusi. Altro problema dei programmi è la “singolarizzazione”, cioè il fatto che siano diversi da quelli degli altri partiti. Infatti, se fossero gli stessi del Partito X, perché mai gli elettori dovrebbero votare per il movimento delle “sardine” e non per il Partito X? Purtroppo, in questo campo la concorrenza è agguerrita, e già esistono parecchi partitini, a cominciare da Liberi e Uguali, Italia Viva, +Europa ed altri ancora. Ma un programma dovrà comunque essere formulato.
3 Ammettiamo dunque che il congresso esprima una maggioranza coagulata intorno a quel programma, e che sia sperabilmente ampia. Diciamo i due terzi. A questo punto coloro che si riconoscono in quanto deciso si accorgeranno di essere diminuiti di un terzo. Perché un terzo sarà espulso. Ma i problemi non saranno finiti. Una volta, per sfuggire alla maledizione della parola partito, si sono inventate le denominazioni più fantasiose: Unione, Lega, Alleanza, Movimento, per non parlare dell’abuso del nome del nostro Paese, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Italia Viva e chissà quanti altri. Ma ormai questo espediente è fin troppo noto. Dunque le “sardine” non hanno speranza. Quand’anche si chiamassero “Sardine sott’olio” la gente malvagia direbbe che è nato un nuovo partito. E sarebbe la nuda verità. Insomma bisognerebbe smetterla con quest’odio della parola “partito”. I partiti saranno antipatici, ma l’alternativa alla loro esistenza e al loro funzionamento si chiama dittatura. L’errore sta nel manico. Le “sardine” avrebbero dovuto cominciare col dire che non ce l’avevano con tutti i partiti in quanto tali, ma col fatto che essi non riuscivano – e non riescono – a salvare l’Italia. Sono ancora in tempo, per fare marcia indietro? È quello che vedremo.
In ogni caso, c’è qualcosa di divertente, in questa vicenda. Qualcosa che ricorda i giovani idealisti che nell’adolescenza sognano di vivere una vita diversa, con altri principi ed altri valori rispetto a quelli dei genitori, e poi, a quarant’anni, si accorgono di avere fatto la loro stessa strada, magari con minore successo. Il fatto è che il mondo non si reinventa: tondo era e tondo rimane.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
8 gennaio 2020




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POLITICA
8 gennaio 2020
CHE COSA FARA' IL NEMICO?
Nel campo della politica internazionale c’è un principio generale che non bisogna mai perdere di vista. Alla domanda: “A quale comportamento del nemico bisogna prepararsi a far fronte?” la risposta costante deve sempre essere: “Al peggiore”.
Ciò dipende dalla mancanza di regole del gioco. Mentre in un torneo cavalleresco del Cinquecento, come in un duello dell’Ottocento, gli attori sono tenuti a precise regole e la loro violazione, non che procurargli la vittoria, comporterebbe la  loro squalifica e il disonore, se la polizia insegue un evaso colpevole di omicidio, è ovvio che non dovrà aspettarsi da quell’ergastolano il rispetto di nessuna regola: potrà uccidere ostaggi innocenti, potrà dar fuoco ad un ospedale o far deragliare un treno, perché non ha nulla da perdere. Nemmeno la stima del prossimo, perché quella l’ha già perduta. In  una situazione del genere, il dato fondamentale da tenere presenteè la totale assenza di regole e di remore.
I rapporti internazionali sono simili a questa seconda situazione. Malgrado la pompa delle ambasciate e il linguaggio forbito dei governi, gli Stati, nei rapporti vicendevoli, non hanno più regole del gioco di quante ne abbia l’ergastolano. E ciò semplicemente perché non esiste un’autorità superiore che potrebbe applicarle. Addirittura, l’evaso del nostro esempio può ancora temere che, se avrà esagerato, una volta ripreso potrebbe essere condannato a morte, mentre gli Stati – almeno nell’epoca contemporanea – non corrono questo rischio. Se la Federazione Russa si appropria la Crimea, in palese violazione della legalità internazionale (ammesso che esista), chi può ordinarle di restituirla? A Mosca sono state inflitte delle sanzioni ma le sanzioni non hanno certo ottenuto lo scopo di restituire la Crimea all’Ucraina.
Ciò che mitiga un rapporto “selvaggio” fra gli Stati è l’interesse. Quando due Stati hanno convenienza ad allearsi, il loro egoismo e la loro mancanza di scrupoli saranno attenuati dall’interesse alla collaborazione.  E ciò vale ogni volta che esista un interesse a rapporti in regime di reciprocità, per esempio per fini commerciali. Viceversa, nel momento in cui la situazione si fa grave e uno Stato teme per la propria sopravvivenza, si torna alla legge della giungla, aggravata dall’intelligenza umana. 
Prendiamo il famoso caso del transtalanticoLusitania. I britannici accusarono i tedeschi di avere silurato e affondato un transatlantico carico di civili, i tedeschi accusarono i britannici di avere imbarcato armi su una nave civile, in violazione del patto. E chi aveva ragione? Non lo sappiamo. La verità è che in guerra tutte le parti sono capaci delle peggiori azioni. Tutto ciò che il mondo civile è riuscito ad ottenere è che, in regime di reciprocità, gli Stati in guerra si astengano dalle azioni nocive che non sono funzionali alla vittoria. Uccidere i prigionieri, per esempio. Cosa che peraltro indurrebbe il nemico a fare altrettanto. Ma per questo minimo di civiltà siamo già nella seconda metà dell’Ottocento . Le Convenzioni di Ginevra sono una cosa recentissima.
Il problema si complica ulteriormente nel caso della guerra asimmetrica. Se, tra due Stati, il primo bombarda un porto dell’altro, quest’altro potrà bombardare un porto del primo. Ma quando l’aggressore utilizza un mezzo sleale come il terrorismo, la reazione dell’aggredito può essere una qualunque: dall’invasione del Paese che l’ha favorito (Afghanistan), alla detenzione senza processo dei singoli (Guantánamo) o all’uccisione indiscriminata di sospettati e di civili collegati agli aggressori. Ecco perché la reazione di Israele agli attacchi dei terroristi palestinesi è assolutamente ammirevole. Ai limiti dell’inadeguatezza. Allo sparo di missili da Gaza contro il Sud di Israele Gerusalemme avrebbe potuto reagire con il lancio di missili su Gaza città, facendo ogni volta centinaia di vittime. E sarebbe stata perfettamente giustificata. Infatti quell’azione sarebbe stata simmetrica. Se un intero Stato terrorista come Gaza non ha fatto centinaia di morti, in Israele, non è perché non ci abbia provato. 
E così torniamo alla crisi attuale fra Stati Uniti e Iran. Nell’ipotizzare le loro possibili mosse bisogna tenere presente che in passato essi hanno avuto come limite soltanto la paura delle controindicazioni. Per conseguenza, mentre tutti battono la grancassa delle minacce e delle paure, di fatto non c’è da attendersi molto. L’unica variabile preoccupante è quella della “follia”, una componente che tanto influisce sulla storia. 
Tutti gli Stati sono sottoposti agli imperativi della realtà, ma questa sensibilità ai fatti è caratteristica della salute mentale, e non tutti i governanti sono sani di mente. E mentre in democrazia esiste un sistema di pesi e contrappesi, che limita i danni, il rischio è grande nelle dittature. Qui, l’uomo solo al comando può essere pazzo e nessuno può detronizzarlo. Inoltre, quando la dittatura è teocratica, i governanti rispondono più ad imperativi metafisici che economici o di sicurezza. Ed è questo che li rende tremendamente pericolosi. Perché hanno scopi più importanti della stessa vita umana.
Lo stesso laico ma paranoico Hitler, nei suoi ultimi giorni di vita, sarebbe stato felice se, per vincere la guerra, avesse dovuto sacrificare la vita di dieci milioni di tedeschi in un sol colpo. E comunque, anche rassegnato alla sconfitta, avrebbe desiderato provocare la massima quantità di lutti e di distruzioni alla Germania, per punire il popolo tedesco di non aver vinto la guerra. 
Contro questo genere di prospettive non c’è molto da fare, salvo prepararsi al peggio. Prendendo in considerazione qualunque forma di difesa, incluso lo sterminio preventivo del popolo aggressore. Azione orribile, ma non più orribile di quella che il dittatore progettava, desiderando lo sterminio di un altro popolo e, all’occasione, del proprio. 
Malgrado l’annosa guerra fredda, l’equilibrio del terrore ha preservato la pace, tra Occidentali ed Unione Sovietica perché, a dispetto della differenza di interessi ed ideologie, in tutti i governi prevaleva il buon senso. Ma per il resto non rimane che incrociare le dita.
Prescindendo da queste ipotesi estreme, la storia insegna a non esagerare. Sia i generali che governavano in Grecia, sia quelli che governavano in Argentina, sono stati mandati a casa, i primi perché fallirono l’operazione Cipro, i secondi perché fallirono l’operazione Falkland. Dunque gli ayatollah devono stare attenti a non far subire all’Iran danni troppo rilevanti. Il malcontento popolare, già oggi forte, potrebbe avere una tale fiammata che sarebbero fortunati se riuscissero ad aver salva la vita.
In ogni caso bisogna ribadire il principio: quando si ha a che fare con un nemico senza scrupoli, nella scala delle ipotesi, bisogna sempre partire dalla peggiore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 gennaio 2020
P.S. per chi fosse interessato allo Stretto di Ormuz. 
Un corrispondente mi manda un articolo scritto in inglese (non posso dirvene di più perché l’ho gettato immediatamente) nel cui titolo si legge che se l’Iran chiudesse lo Stretto di Ormuz le conseguenze per il mondo sarebbero catastrofiche. È esattamente il tipo di articolo finto-competente e finto-informato da cui siamo attualmente alluvionati.
È vero, se l’Iran potesse chiudere quello stretto, le conseguenze sarebbero impressionanti. Ma l’autore avrebbe innanzi tutto dovuto chiedersi se l’Iran ne abbia la possibilità . Certo non basta un cartello di divieto di transito. La libertà dei mari è talmente importante che una sua violazione è un atto capace di scatenare le più grandi guerre. È perché l’Egitto provò a chiudere gli Stretti di Tiran che ha subito la più cocente sconfitta dei tempi moderni.  
Tornando allo Stretto di Ormuz, certo l’Iran può provare a chiuderlo, disseminandolo di mine e schierando la sua marina militare, inclusi i minuscoli ma pericolosi “barchini”. Il fatto è che se ci provasse, entrerebbero in  scena i dragamine (non che è le mine siano l’arma assoluta) e se la marina iraniana appena si facesse vedere, non rimarrebbe a galla nemmeno un salvagente scompagnato. L’Iran perderebbe in un sol colpo la sua marina e probabilmente vedrebbe anche distruggere i suoi porti. Dopo di che lo Stretto di Ormuz sarebbe riaperto e sarebbe sì vietato, ma soltanto ai natanti iraniani o diretti ad un porto iraniano. 
E questi sono gli articoli dei competenti?
             Gianni Pardo



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POLITICA
6 gennaio 2020
LA CRISI IRANIANA, MONDATA DELL'EMOTIVITA'
In questi giorni i media continuano a parlare dell’“omicidio mirato” di Qassem Soleimani e non perdono l’occasione per dire una serie di sciocchezze che grida vendetta dinanzi all’Altissimo. E ciò perché i giornali si devono pur vendere, magari seminando allarmismo e riducendo la politica internazionale a chiacchiericcio di comari. A molte di queste sciocchezze si cercherà di dare una risposta, numerando i punti, in modo che sia facile confutarle, se meritano confutazione. Gli argomenti non sono in ordine d’importanza.
1 I giornali parlano di Soleimani come se fosse morto un uomo importante, cosa vera. e moralmente stimabile, cosa falsa. Anzi, peggio che falsa: stupida e incongrua. Di un uomo di Stato il fatto che sia un galantuomo non pesa nulla. Anche Jimmy Carter è certamente un galantuomo e persino un uomo buono, ciò non toglie che sia stato uno dei peggiori Presidenti degli Stati Uniti. Mentre Nixon aveva la fama di imbroglione (lo chiamavano Tricky Dicky, Riccardino il subdolo, lo scaltro) e ancora oggi è esecrato dalla maggioranza degli americani, come bugiardo e immorale; nondimeno è stato uno dei grandi Presidenti statunitensi. Dunque, non soltanto Soleimani non è stato un galantuomo come Carter, ma questo non ha nessuna importanza. Ha più importanza che sia stato un uomo intelligente, un abile stratega, un grande conoscitore dei problemi del Medio Oriente, un grande politico e un uomo estremamente utile al suo Paese, quanto meno riguardo a ciò che la dirigenza di Teheran reputa utile al Paese. Fra l’altro ha avuto l’abilità di cercare di ottenere gli scopi perseguiti dagli ayatollah senza far apparire l’Iran sul proscenio e senza far morire iraniani, in quanto si è servito prevalentemente di “locali”. L’Iran ha soltanto speso molto, che è poi una ragione del rancore degli iraniani nei confronti del loro governo.
I giornali, per sminuire il valore della mossa statunitense, dicono che egli sarà presto sostituito, e questa è una banalità. Morto un Papa se ne fa un altro, dice il proverbio, ma nulla dice che il sostituto varrà il sostituito. Se fosse facile rimpiazzare Soleimani, tutte le lodi precedenti sarebbero ingiustificate. In realtà la morte di Soleimani rappresenta una grande perdita, per l’Iran, e dunque l’averlo eliminato per gli Stati Uniti costituisce un grande colpo di poker, con il quale hanno vinto una bella posta. Per non parlare dell’indiretto monito rivolto ai massimi dirigenti iraniani. Gli Stati Uniti hanno il braccio lungo, ed anche la tecnologia lunga.
2 Si fa un gran parlare di minacce, ma le minacce valgono zero. Chiunque può minacciare qualunque cosa, inclusa la Terza Guerra Mondiale, il problema è se può veramente scatenarla o no. Ma soprattutto nel nostro caso le minacce valgono meno di niente dati i pessimi rapporti fra le parti in causa e dati i precedenti. Se la Germania minacciasse la Francia, o viceversa, la cosa sarebbe gravissima, dato che i due Paesi sono alleati da tre quarti di secolo e cercano da sempre di non farsi la minima sgarberia. Se, al contrario, i palestinesi minacciano gli israeliani, che valore ha la loro minaccia? Zero. Perché da sempre essi cercano in tutti i modi di danneggiare ed uccidere gli israeliani, e dunque non possono fare in futuro più di quanto abbiano fatto in passato. Ed anzi, avendo gli israeliani migliorato di molto le loro difese, nel corso dei decenni (in particolare col “Muro”) le loro minacce si sono talmente svalutate, che negli ultimi anni hanno perfino smesso di formularle. Dunque le minacce dell’Iran non valgono niente. Se potranno fare qualcosa la faranno, questo sì. Ma forse l’avrebbero fatta anche senza la morte di Soleimani. Perché non è che si siano mai trattenuti dall’agire, se non per i rischi che questa azione poteva comportare.
3 Qualcuno ha ingenuamente lodato la prudenza iraniana, facendo notare che fino ad ora non ha messo in atto nessuna delle sue minacce. Dimenticando che, ammesso che l’Iran qualcosa di clamoroso possa fare, avrebbe potuto farlo subito se avesse saputo in anticipo che Soleimani sarebbe stato ucciso. Poiché invece questa è stata una sorpresa - e poiché quell’atto clamoroso richiede una pianificazione e una preparazione - aspettarsi una reazione iraniana ore dopo il fatto era da incompetenti.
4 Un problema interessante è questo: ammesso che l’Iran desideri attuare una vendetta per l’uccisione di Soleimani, chi potrà attuare questa vendetta? Se l’attua Teheran, si espone alla devastante risposta americana, che Trump ha annunciato anche “sproporzionata”, come chi reagisce ad uno schiaffo con una rivoltellata. Se invece l’attuano dei singoli, in particolare dei terroristi, magari di nazionalità non iraniana, come spesso è accaduto, si tratterà di fatti poco importanti, inadeguati a costituire una vendetta per la morte di Soleimani. Non solo. Dal momento che vi sono già stati attentati contro i civili (si pensi alla strage di Nizza) lo stesso collegamento con la morte di Soleimani risulterebbe labile e smentibile. Nessuno ha dimenticato che, finché è esistito, il sedicente Stato Islamico di al Baghdadi ha “rivendicato” qualunque attentato si verificasse nel mondo. Non ha potuto rivendicare gli incendi in Australia soltanto perché è stato eliminato prima. 
Teheran ha un bel dilemma.
5 Trump ha promesso una reazione “disproportionate” ad ogni attacco iraniano. Sproporzionata in questo caso significa “non di uguale valore”. Del resto è normale: se un peso piuma dà un pugno ad un peso massimo, riceverà in risposta un pugno da peso massimo. Ma a questo punto i nostri giornalisti, come sempre buoni e morali, si indignano. Perfino il Codice di Hammurabi, diciottesimo secolo avanti Cristi, prevedeva “occhio per occhio”, e non “due occhi per un occhio”, ha detto stamani, durante la Rassegna Stampa di Radioradicale, il Direttore di Raitre. Dimenticando che il codice di Hammurabi regolava i rapporti tra cittadini, e non tra Stati. Nel diritto internazionale non contano né la morale né il diritto, ma soltanto la forza. Se lui parla di morale e diritto, è come se pretendesse di misurare in grammi la musica di Mozart. E fa male ad indignarsi, citando – per meglio condannare Trump – il rapporto di dieci ostaggi per un tedesco ucciso, durante la Seconda Guerra Mondiale, perché proprio quel rapporto era legale, secondo le Convenzioni di Ginevra. Quel Direttore ha detto che la sua radio si occupa soprattutto di cultura, ma forse non abbastanza di storia e di diritto. 
6 Nel discutere dei problemi che potrebbero seguire a quell’“omicidio mirato”, nessuno ha sufficientemente badato al teatro di guerra. È estremamente probabile che non ci sarà nessun conflitto ma, se ci fosse, sarebbe combattuto sul suolo del Medio Oriente. Cioè, mentre gli aerei americani distruggerebbero industrie, raffinerie, pozzi di petrolio e porti, gli iraniani riuscirebbero forse ad abbattere un aereo o due. E gli Stati Uniti rimarrebbero tranquilli a migliaia e migliaia di chilometri, al di là dell’oceano. E una cosa è leggere di una guerra sui giornali, un’altra viverla. Ma già, dopo oltre settant’anni di pace, in Europa nessuno più capisce questi concetti. Ed è proprio per questa ragione che la guerra rimane estremamente improbabile, dal lato iraniano. Ed è improbabile anche dal lato statunitense, perché un’occupazione a tempo indeterminato dell’Iran, dopo una guerra vinta, sarebbe troppo costosa per gli Stati Uniti i quali forse oggi, se potessero tornare indietro, non invaderebbero nemmeno il desertico e povero Afghanistan.
7 Molti hanno parlato di Donald Trump come di un imbecille emotivo ed impulsivo. Il punto di vista della casalinga di Voghera che misura il prossimo col proprio metro per sarti.
Nessuno dice che Trump sia Metternich o De Gaulle, ma la trafila per divenire Presidente degli Stati Uniti è così lunga e difficile, che è praticamente escluso che un cretino arrivi a quel posto. Ci può arrivare un idealista, come Jimmy Carter o Barack Obama, un uomo incolore, uno sconosciuto come Truman o un superficiale come J.F.Kennedy, ma neanche quest’ultimo era un imbecille o un debole, e Khrushchev l’ha imparato a proprie spese. Il sistema di reclutamento è importantissimo, quando un singolo deve avere molto potere. È la ragione per la quale la Chiesa, nella sua saggezza millenaria, sceglie il nuovo Papa fra anziani, sperimentati e ben noti cardinali. Per evitare brutte sorprese. E la cosa ha funzionato fino ad oggi, per secoli. Forse funzionerà persino con Papa Francesco. Dunque trinciare giudizi sprezzanti su Trump è da stupidi. Può darsi che faccia sciocchezze. Può darsi che danneggi gli Stati Uniti. Può darsi che sia un pessimo presidente, ma aspettate a dirlo.
8 Molti hanno citato con allarme, come conseguenza della morte di Soleimani, la denuncia da parte dell’Iran del trattato che avrebbe dovuto impedirgli di farsi la bomba. Teheran mantiene tuttavia l’impegno  per la ricerca a fini pacifici con l’Agenzia dell’Onu per l’energia nucleare, ma l’Europa si è lo stesso precipitata a pregarla di ripensarci. Tutto questo è inverosimile e ai limiti del ridicolo. 
Teheran ha firmato un trattato per farsi togliere da Obama le sanzioni e nel frattempo continuare a “farsi la bomba”. Non dimentichiamo che, secondo il Corano, un buon musulmano ha il dovere di essere leale con gli altri musulmani, ma ha il diritto di mentire agli infedeli. Ed è proprio per questo che, al momento della firma, Israele ha gridato con quanto fiato aveva in corpo di non fidarsi. I famosi controlli erano inefficienti e, per quel che si poteva sapere, Teheran stava violando gli accordi. Ma l’Europa, nel suo pacifismo (e a causa dei suoi interessi commerciali) era troppo contenta di quel trattato per non chiudere gli occhi sui suoi inconvenienti e sul pericolo rappresentato per gli altri Stati della regione e in particolare per Israele. E infatti Trump, appena al potere, si è ritirato dal trattato. 
A questo punto, che cosa è cambiato, col ritiro di Teheran? Un bel niente. Soltanto la conferma che Israele e Trump avevano ragione. Prima l’Iran si faceva la bomba di nascosto, ora se la farà senza nascondersi: se non è zuppa è pan bagnato. 
9 Interessante il fatto che il Parlamento iracheno (neanche sapevo che ce ne fosse uno) ha votato per il ritiro delle truppe straniere (americane, ma anche italiane e di altri Paesi) dal suolo patrio. Innanzi tutto, pare che il Parlamento non abbia questo potere, e che debba decidere il Primo Ministro. Ma forse ho capito male. Una cosa è certa: gli americani rimarranno in Iraq finché gli farà comodo, perché hanno vinto la guerra. E probabilmente gli iracheni, se ottenessero quel ritiro, farebbero un cattivo affare. Gli americani, gli italiani e gli altri sono l‘ultimo presidio della loro indipendenza - per quello che vale – contro l’invadenza iraniana e il suo tentativo di egemonia sull’intera regione. E comunque, se proprio dovessimo ritirarci, noi italiani ne saremmo contenti. Non abbiamo certo soldi da buttar via.
10 Da principio si è parlato del diverso valore delle minacce, secondo chi le formula. E in questo caso i commentatori si sono lanciati a sottolineare che Tramp esagera, parlando di cinquantadue obiettivi da colpire, contro i trentadue di cui hanno parlato gli iraniani. Anche qui, la solita superficialità. Che importa, quanti sono gli obiettivi? Conta quanto “pesano”. Sarebbe più grave la distruzione di dieci chiese cristiane in Tunisia o San Pietro in Roma?
Senza andar lontano nel tempo, e senza fare strane ipotesi, non si dimentichi il danno inflitto recentemente all’Arabia Saudita da un attentato (fomentato e voluto dal generale Soleimani, e finanziato dall’Iran) che ha causato un danno di milioni, forse miliardi di dollari, distruggendo un oceano di petrolio contenuto nelle grandi cisterne. Ebbene, come dimenticare che anche l’Iran ha grandi cisterne, anche l’Iran ha pozzi di petrolio, e non li può certo nascondere dentro le montagne come i laboratori nucleari. Volendo, una guerra aerea potrebbe provocare all’Iran danni economici incalcolabili, distruggendo l’industria petrolifera, i porti e la marina iraniana. Una guerra è possibile, ma asimmetrica, tutta a danno dell’Iran. E proprio per questo c’è da credere che non ci sarà.

Insomma, in questi giorni, ascoltando le televisioni e dando un’occhiata ai giornali, si hanno buone occasioni per arrabbiarsi.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 
06/01/20




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POLITICA
5 gennaio 2020
L'IMPERDONABILE INCOSCIENZA DEL PD
Gli italiani sono in maggioranza risolutamente contro l’attuale governo e potendo lo butterebbero giù. Ma non possono. Infatti troppi parlamentari temono di perdere per sempre il seggio e per questo, pur di rimanere dove sono, sono disposti ad ingoiare qualunque rospo. Prima l’interesse personale e poi tutto il resto. Sembra una realtà che fa soffrire soprattutto il popolo sovrano, ma ride bene chi ride ultimo.
Da sempre, l’Italia è mal governata ma fino agli inizi del XXI Secolo ci si è potuti illudere che, bene o male, si potesse andare avanti. Poi la crisi ha cominciato a mordere e non soltanto è stata più grave da noi che altrove ma, quando gli altri hanno cominciato ad uscirne, la nostra è ulteriormente peggiorata. Il sistema ha drammaticamente mostrato la corda e gli italiani hanno voluto farla pagare ai colpevoli. Cioè – secondo loro - ai partiti. E dal momento che al governo c’erano andati tutti, nessuno di loro era innocente. L’unica, ovvia soluzione era quella di “mandare tutti a casa” e ricominciare da capo. Così i cittadini hanno votato per il “cambiamento”, per “un diverso modo di governare”, per il Movimento Cinque Stelle.
Ovviamente i votanti non avevano la minima idea di quale fosse questo “diverso modo di governare”, e questo è naturale. Ma non hanno capito che quell’idea non l’avevano neppure i pentastellati. Così hanno mandato al potere dei ragazzini senza cultura di governo (anzi, senza cultura tout court) e costoro hanno  seguito mitologie pauperistiche, ecologiche, misoneiste, antiindustriali e in definitiva antieconomiche, provocando ovviamente disastri.
Gli italiani prima erano stati inviperiti contro tutti i vecchi partiti, poi hanno visto che erano caduti dalla padella nella brace e sono stati inviperiti anche contro i “grillini”. E per questo li hanno bocciati ad ogni successiva votazione, fino alla situazione attuale. Ad un momento in cui lo scollamento tra Parlamento e Paese è tanto grave da essere un vulnus per la democrazia. 
Purtroppo, se è cambiata l’opinione del Paese, non sono cambiati i numeri nelle Camere. E infatti i competenti sottolineano che l’attuale maggioranza parlamentare ha dalla sua la legalità. Vero. Ma la gente non si nutre di Diritto Costituzionale: oggi non soltanto stramaledice i politici quanto e più di prima, ma si sente defraudata della propria sovranità. Come non bastasse, gli stessi elettori di sinistra non possono avere nostalgia del vecchio Pd perché i dirigenti di questo partito, per pura brama di potere, si sono associati al Movimento, essendo dunque disposti a pagare insieme con esso il prezzo del malgoverno. Ed è di questo prezzo, che bisogna parlare.
Gli italiani hanno visto che votare per un partito demenziale, pur di “buttare all’aria tutto”, non paga. Il dottore può sbagliare, ma l’infermiere sbaglia anche di più.  Dunque non sanno più a che santo votarsi. Ne è prova l’afasia delle “sardine”. Questi giovanotti non sanno molto, di niente, ma una cosa gli è chiara: se si trasformano in partito, lo stigma di quella denominazione si abbatterà su di loro, travolgendoli. E lo stesso se si associano ad un partito. E tuttavia, se non fanno questo, che altro fanno? 
Siamo allo stallo e sembra che non avvenga niente.  Ma qualcosa avviene. Coloro che vogliono rimanere in Parlamento a qualunque costo non si rendono conto che ogni giorno che passa aumenta il disprezzo per i politici. Il popolo li giudica una massa d’incapaci attenti soltanto al proprio interesse personale, e cova un livido rancore, una crescente voglia di riscatto. Che non ne tengano granché conto i pentastellati è dopo tutto comprensibile perché sanno che, perduto il seggio,  non lo ritroveranno mai più. Ma come mai il Pd, con la sua storia pressoché centenaria, vuole ottenere questo stesso esito? Come mai non capisce che oggi  dovrebbe accettare il ruolo di opposizione all’inevitabile  centrodestra, rimanendo però un partito vivo e pronto a presentarsi come la futura alternativa? Come non si rende conto che quello col Movimento potrebbe essere l’abbraccio della morte? Khrushchev non riuscì a far scomparire la sinistra dall’Italia, vuoi vedere che ora ci riusciranno i dirigenti del Pd?
Probabilmente questo governo cadrà ben prima della fine della legislatura, e comunque più resisterà, più forte sarà garanzia che il centrodestra domini incontrastato per cinque o forse dieci anni. Nulla è più forte dell’indignazione, in politica. Settantacinque anni dopo la sua fine, gli italiani non hanno ancora perdonato il fascismo: e ora quanto tempo ci metteranno a dimenticare Toninelli, Di Maio, Bonafede, la Lezzi e il resto della compagnia?
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
        3 gennaio 2020



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POLITICA
4 gennaio 2020
SOLEIMANI, IL POCO CHE SAPPIAMO
Non sono un esperto di Medio Oriente ma un po’ lo sono di contraddizioni. Nel senso che se Tizio dice bianco e Caio dice nero, io ci vedo una differenza. Armato di questo straordinario strumento di superiore intelligenza, ho ascoltato la sesquipedale Rassegna Stampa di Radioradicale (stamani affidata a Marco Taradash) durata largamente oltre un’ora e mezza, e in gran parte dedicata all’“omicidio mirato” del generale iraniano Soleimani. A parte la noia, che ogni tanto mi ha costretto ad accorgermi che avevo “staccato la spina” mentale, ho dovuto notare parecchie contraddizioni, nei commenti dei giornali. Fino ad arrivare alla sconsolata conclusione che io rimango un non esperto della materia, ma i giornali che potrebbero erudirmi spesso non ne sanno più di me.
Innanzi tutto ho notato parecchi errori di metodo. Non ci si può occupare di un problema del genere senza conoscere i fatti, gli antefatti e le implicazioni. E se questi non sono disponibili, o sono troppo complicati per riferirli in un articolo, ci si può almeno astenere dalle affermazioni altisonanti, reboanti e disinvolte. Se non sei in grado di giudicare, e se nessuno ti obbliga a giudicare, astieniti dal giudicare.
E invece, nei commenti, si nota spesso che la base del giudizio è morale. È vero che quel generale è stato incluso in una lista ufficiale di terroristi – non ricordo più quale sia – ma questo non autorizza – né moralmente, né politicamente - la sua soppressione, perché chi compila la lista ha spesso i suoi bravi interessi. Parecchi gerarchi nazisti meritavano effettivamente la condanna a morte loro inflitta nel Processo di Norimberga, ma la meritava anche il generale Harris, inglese, che ordinò l’orrendo massacro di Dresda, e a cui invece gli inglesi hanno elevato un monumento. E allora, tutti giustificati o tutti ingiustificati, moralmente, gli omicidi mirati di supposti terroristi? La domanda è mal posta. In questo campo, non si cercano giustificazioni. Ognuno fa quel che gli conviene. Il terrorismo è una forma di guerra e la controparte, considerandosi in guerra, agisce di conseguenza.
Un secondo, imperdonabile errore è quello di giudicare la politica internazionale di una grande potenza col metro di un alterco di cortile. Affermare che Trump ha reagito d’impulso, senza riflettere sulle possibili conseguenze, è da cretini. Nessuno esclude che anche le decisioni più importanti possano essere state prese da incoscienti che agiscono prima di pensare, ma prima di sostenerlo  bisogna averne le prove. Non si può dare come certezza una propria impressione, questo è parlare a vanvera. “Siccome Trump mi è antipatico, sono certo che ha agito senza riflettere”. Un atteggiamento del genere qualifica chi ce l’ha, non Trump.
Altro limite difficile da sopportare, il legalismo. Poiché il generale Soleimani e la sua scorta erano iraniani, e sono stati uccisi su suolo irakeno da americani, c’è chi parla di violazione del diritto internazionale, e della sovranità irakena. Dimenticando che la sovranità in primo luogo è la conseguenza dell’indipendenza economica e militare, che l’Iraq non ha. In secondo luogo, dimenticando che l’Iraq ha perso la guerra contro gli Stati Uniti, e dunque sarà sovrano se e quando gli Stati Uniti lo decideranno. L’Italia, sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, è stata di nuovo sovrana un paio di lustri dopo; la Romania, a seguito della stessa guerra, è stata soggetta all’Unione Sovietica fino alla caduta di Ceausescu, nel 1989, quarantaquattro anni dopo. E la stessa sorte hanno avuto anche Stati che, almeno formalmente, la guerra l’avevano vinta, come la Polonia. E poi, uno Stato decente protegge le ambasciate dei Paesi con cui ha rapporti diplomatici. Se Baghdad non è in grado di proteggere l’ambasciata americana, l’America ha mano libera per difendersi da sé.
A proposito di parlare a vanvera, va anche citato il tanto accennare a presunti “venti di guerra”. Ignorando che a volte le guerre non scoppiano perché i protagonisti siano pacifisti, ma semplicemente perché non hanno la possibilità di farsi guerra. Non soltanto l’Iran è infinitamente meno forte degli Stati Uniti, militarmente, ma gli Stati Uniti sono al di là dell’intera Europa e dell’intero Oceano Atlantico. Dunque Teheran potrà compiere attentati terroristici contro persone e installazioni americane nel mondo, ma questa non si chiama guerra. 
Corrispondentemente gli Stati Uniti potrebbero far guerra all’Iran e magari invaderlo, ma poi? E quanto gli costerebbe? L’Iran non è l’Afghanistan, ha una storia e un orgoglio millenari, e dal momento che, a conclusione dell’occupazione, si sarebbe al punto di prima, tanto vale neanche cominciarla. E allora, una guerra soltanto per impedirgli di avere l’atomica? Neanche questo è possibile, perché le installazioni sono invulnerabili, nel cuore delle montagne. Pesanti sanzioni? Perché no? Ma gli Stati Uniti le hanno già inflitte e l’Iran ne soffre molto. Ma non si chiama guerra.  Insomma, anche se possono aversi attacchi e rappresaglie più o meno gravi, la guerra fra Stati Uniti e Iran è tecnicamente impossibile. Il peggio che potrebbe avvenire, se proprio gli iraniani esagerassero, per esempio affondando petroliere in transito nello Stretto di Ormuz, è che l’aviazione americana distrugga letteralmente il porto di Abadan e altre azioni del genere, magari facendo al passaggio alcune migliaia di morti civili. I vecchi ricordano ancora i bombardamenti americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Non si dimentichi il loro totale dominio del cielo.
Guerra fra Israele e Iran? Piacerebbe molto ad ambedue. Ma se gli Stati Uniti non possono imporre la loro volontà all’Iran, figurarsi Israele. E, quanto ad un attacco mortale dell’Iran contro Israele, è certamente possibile, ma sarebbe mortale anche per l’Iran. Come detto altre volte, l’Iran potrebbe ammazzare in un sol colpo tutti gli abitanti d’Israele, facciamo sei milioni di persone, ma Israele potrebbe uccidere in un sol colpo tutti gli abitanti di Teheran, diciamo trenta milioni di persone, cinque volte tanto. Sono numeri con cui non scherzare. Si chiama “equilibrio del terrore”, ed ha preservato la pace lungo i trenta e passa anni della “guerra fredda”.
Insomma, l’unico problema che varrebbe la pena di dibattere non è se Soleimani meritasse la morte (probabilmente sì, ma non è questo il punto) ma se questo atto sarà profittevole a Washington o a chi altri. Una cosa è certa: con Carter, e perfino con Obama, gli Ayatollah possono aver pensato di giocare sul sicuro, posti anche gli scrupoli di vario genere che trattenevano quei due Presidenti. Con Trump sanno che nemmeno la loro personale vita è al sicuro. E questo non è un atout trascurabile.
Comunque, il giudizio su simili fatti – che vanno dall’insignificante allo sparo di Sarajevo – lo dà in fin dei conti la storia, quando si posa il polverone.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
04/01/20



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POLITICA
2 gennaio 2020
GOVERNO A SORPRESA
Se il 10 agosto si fosse chiesto all’uomo della strada che cosa sarebbe successo, nel caso Matteo Salvini avesse “staccato la spina”, probabilmente avrebbe risposto che si sarebbe andati a nuove elezioni. Il 20 agosto invece, dopo che Renzi in Parlamento ha dichiarato doverosa l’alleanza del diavolo con l’acqua santa, si è stati certi che non si sarebbe andati alle urne. Ma da quel giorno ci si è posto quotidianamente un l’interrogativo: quanto può durare un governo sostenuto da nemici che fingono di essere alleati? 
I fautori della scadenza naturale della legislatura hanno gioco facile a rispondere: “Tanto quanto durerà quell’interesse. Cioè fino alla fine”. Mentre coloro che prevedono una fine anticipata rispondono: “Non sappiamo quale scintilla provocherà l’incendio, ma quando c’è molta paglia e molte scintille, l’esito è indubbio”. Chi ha ragione? Nessuno. Ha ragione chi dice che il futuro è imprevedibile. Tanto che è inutile discutere e scommettere. 
Ma, appunto, scommettere è un errore, perché la scommessa implica una convinzione incrollabile, e dunque certamente infondata, se riguarda il futuro. Mentre non è irrazionale sostenere che, se le probabilità perché si verifichi l’ipotesi A sono molto più numerose di quelle che si verifichi l’ipotesi B, è più probabile che si verifichi l’ipotesi A. È addirittura una tautologia. 
Purtroppo, neanche il calcolo delle probabilità ci porta molto lontano. Se c’è una probabilità su cento che sia estratto il 71, sembra improbabile che il 71 esca alla prima estrazione ed anzi nulla dice che sarà estratto entro i primi cento tentativi. Le leggi statistiche valgono per i grandi numeri, non certo per il numero cento. Certo, su centomila estrazioni il 71 uscirà all’incirca nell’1% dei casi, ma non esattamente l’1%. Insomma, potrebbe anche uscire all’ottantesima estrazione come alla prima, e non dovremmo meravigliarcene. Soltanto se dividiamo i cento numeri in sessanta da una parte e quaranta dall’altra, alle estrazioni vedremo presto una prevalenza dei primi rispetto ai secondi. Perché la probabilità sia realistica deve essere molto grande.
Dunque, anche se “non si sa mai”,  rispetto all’ipotesi che duri fino al 2023, sembra più probabile che il governo cada prima. Lo stesso interesse che lo fa stare in piedi non è una sufficiente garanzia di tenuta. In questo campo non va mai dimenticata un’affermazione di Voltaire (credo nel “Dictionnaire philosophique”): “Non è vero che gli uomini agiscono soltanto per interesse. Se così fosse, ci sarebbe modo di mettersi d’accordo con loro”. 
Voltaire aveva più ragione di quanto credesse. Non soltanto a volte gli uomini agiscono per motivi diversi dall’interesse (per esempio l’odio, l’amore, la religione, il pregiudizio) ma, ancor più spesso si sbagliano sul loro interesse. Questa difficoltà è stata segnalata per primo da Socrate, quando ha detto che gli uomini non fanno tanto il male per fare il male, ma perché si sbagliano sull’identificazione del bene. Se appena ha la possibilità di scegliere, nessuno stratega accetta di combattere una battaglia che pensa di perdere, e tuttavia in ogni battaglia ci sono un vincitore e un perdente. Perché uno dei due ha sbagliato i calcoli, oppure ha subito un imprevisto, oppure è stato sfortunato. 
E non è difficile indicare alcuni elementi che rendono probabile la caduta del governo. L’interesse di evitare le nuove elezioni è condiviso praticamente dall’intero Parlamento ma purtroppo, la caduta del governo non è condizionata dall’accordo dell’intero Parlamento: basta che in Senato cambino poltrona una decina o poco più di senatori e la legislatura finisce. E il personale, piccolo interesse di pochi senatori può prevalere sull’interesse di quasi mille parlamentari. Né a quei pochi importerebbe di far pagare un prezzo altissimo a centinaia di colleghi. In quel mondo l’altruismo è legge quanto lo è fra gli squali.
Un governo sostenuto da una fragile alleanza di nemici è simile a un matrimonio in cui i coniugi si sopportano a stento, per amore dei figli. In questi casi, un qualunque imprevisto può dar fuoco alle polveri, facendo esploderei un rancore lungamente covato. Il caso ricorda una tremenda barzelletta. Un malato chiese al dottore se dovesse preoccuparsi e il sanitario (che aveva diagnosticato un cancro) gli rispose che no. “Però, se deve fare un abbonamento a un giornale, lo faccia semestrale”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
1 gennaio 2020
L'OPINIONE DELLA PELOPEA
A quindici anni mi prestarono un libro di Psicologia, autore Paul Guillaume, che ho poi saputo essere un grande della materia. Mi aspettavo di conoscere meglio l’uomo e invece una delle prime cose che imparai fu che bisogna cominciare dal fatto che le piante mandano le radici verso il basso e i rami e le foglie verso la luce. Si chiamano tropismi e già questa è psicologia. Non soltanto non sappiamo bene come funziona la mente dell’uomo, ma abbiamo parecchio da imparare a partire dai vegetali. 
Poi, a proposito d’insetti e d’istinto, mi si impresse in mente il comportamento della pelopea del Messico. Lo scienziato doveva dimostrare che l’istinto è ignaro del proprio scopo e scriveva che questa sorta di vespa crea un piccolo cilindro di cera, ci mette dentro una preda, poi il proprio uovo, e infine chiude il cilindro con un coperchio. Ma se, nel corso del procedimento, si sottrae la preda destinata a nutrire il nascituro, o l’uovo, o addirittura il fondo del cilindro, in modo che tutto caschi fuori, la pelopea continua serena il suo lavoro, fino al momento di mettere il coperchio. È programmata per agire in quel modo, e non si cura dello scopo da raggiungere. 
Sembrava una cosa da pazzi ma questo comportamento, aggiungo oggi, riguarda anche noi esseri umani. Quand’ero ragazzo, era di moda parlare molto di sesso, vantarsi delle proprie capacità e, se possibile, delle proprie mitologiche conquiste. Io non partecipavo al gioco perché pudico e per giunta incapace di corteggiare le ragazze solo per pomiciare. Ma lo stesso mi stupiva l’aria che avevano tanti di averlo inventato loro, il sesso, e di essere coraggiosi e trasgressivi, nella loro selvaggia voglia di accoppiarsi (“Don Giovanni in Sicilia”, ovvio). Quella gioventù ostentava l’orgoglio della sua provinciale sessuomania e oggi, ripensando alla pelopea, concludo che anche in quel caso funzionava il sesso ignaro del proprio scopo: i ragazzi vivevano il sesso come un’avventura che avevano liberamente scelto di vivere e pensavano dunque di aver voglia di fare ciò che invece erano obbligati a fare.
Non è l’unico caso. Il fatto che l’uomo sia un animale sociale impone la collaborazione e una limitazione della violenza intraspecifica. Questi sono sani istinti ma la gente li veste di morale e addirittura di religione. Se ne fa un dovere che crede altruistico e meritorio agli occhi di Dio. Tanto che gli altri dovrebbero lodarli, come quei ragazzi sbruffoni avrebbero tanto amato essere ammirati.. 
La stessa fame di potere e di successo è una faccia della lotta per il “survival of the fittest”, la sopravvivenza del più adatto e la conquista delle femmine. L’ambizione è più caratteristica dei maschi che delle femmine proprio perché essi devono loro dimostrare che val la pena di sceglierli come partner: perché i loro geni sono migliori di quelli di altri. Cosa che perfino un grande conto in banca può dimostrare.
Tutto questo ci conduce a parlare dei gilets gialli, in Francia. L’incapacità di comprendere la base delle proprie pulsioni, e addirittura la mancanza di curiosità, al riguardo, fa sì che gli esseri umani riescano ad avere dei comportamenti assurdi. I giovani credono sempre di riinventare il mondo e – soprattutto nell’adolescenza – contestano pesantemente i genitori. Tutte libere scelte? Nient’affatto. I giovani credono di riinventare il mondo perché devono esplorarlo e migliorarlo, nell’interesse della specie. E se contestano i genitori è perché quella è l’età in cui, divenuti puberi, dovrebbero allontanarsene, lasciare la casa paterna e metter su famiglia per proprio conto. È una guerra d’indipendenza. E infatti i massimi contrasti con i genitori nascono dall’urgenza della loro vita sessuale, per la quale la natura li dichiara pronti, mentre i genitori sostengono che sono ancora bambini. 
Il ribellismo giovanile è uno dei nostri istinti. I vecchi si accontentano di quello che hanno, sono scettici rispetto alla possibilità di migliorare le cose, e credono inutile provocare i più forti. Il quieto vivere è il supremo valore- Dopo tutto, secondo ciò che la natura aveva programmato, per loro, a quell’età dovrebbero essere morti. I giovani al contrario sono disposti a protestare contro il potere, a rischio della loro vita, perché detestano tutto ciò che fa parte dell’ordine costituito e considerano un dovere cambiare tutto. Purtroppo, mentre questa spinta è lodevole quando porta dalla tirannia alla democrazia, essa non cessa di operare nemmeno quando si è già in democrazia e il potere è tutt’altro che tirannico. Lo vediamo nel mondo occidentale, dove è addirittura in crisi il principio d’autorità. Ma l’istinto della pelopea non sente ragioni. Durante il Risorgimento, quando il Lombardo-Veneto era governato da un’Austria civilissima e perfino capace di ulteriori concessioni, i giovani rivoluzionari dicevano: “Noi non vogliamo che l’Austria diventi più buona, noi vogliamo che se ne vada”. Per avere il governo attuale, naturalmente.
Lo stesso con la Francia che ogni tanto sente il richiamo della foresta, cioè una voglia quasi fisica di rivoluzione. come quando si ha bisogno di sgrachirsi le gambe. L’abbiamo visto nel Sessantotto: allora i giovani conquistarono il potere e poi non seppero che cosa farsene. E lo vediamo oggi, con i gilets jaunes, che sono disposti a tornare in piazza ogni settimana per spaccare tutto perché sì. Devono menar le mani perché le mani gli prudono. E gliele fa prudere l’istinto.  Sono disposti a fare la rivoluzione – invento – per l’aumento del prezzo del Métro ma, se poi il governo rendesse gratuito il Métro, il giorno dopo chiederebbero qualche altra cosa, magari la marijuana gratis per azzerare i profitti degli spacciatori.
Non si può prendere molto sul serio la storia umana. Non la sappiamo più lunga degli altri animali sociali. Credo che perfino la pelopea la pensi così.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1 gennaio 2020



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POLITICA
30 dicembre 2019
GIUSEPPE CONTE, POLITICO
Ho fatto il possibile per non ascoltare la conferenza stampa di Giuseppe Conte e per non leggere i resoconti che ne hanno fatto i giornali. Cionondimeno ne so di più di quanto vorrei. E in particolare quanto mi serve per dichiararmi sbalordito.
Conte promette che, finito il suo mandato, non lascerà la politica. Anche se non ha nessun mandato degli elettori. A meno che non ne abbia uno, rilasciato su carta intestata della sua S.r.l., da Davide Casaleggio. 
Oggi questo professore parla dei suoi doveri, della sua missione, delle riforme che vuole attuare, e manca poco che, dopo Napoleone e Hitler,  programmi una nuova campagna di Russia. Ve lo dicevo, sono sbalordito. Formalmente è il Presidente del Consiglio e la cosa assolutamente imperdonabile è che si crede veramente il Presidente del Consiglio. 
Questo mi riporta a De Gaulle. Da morto, il Generale è un incontrastato gigante, perfino in questa Italiuzza che allora si permise di snobbarlo e irriderlo. In Francia poi, sul momento, fu fatto oggetto di insistite campagne di odio e di sarcasmo ai limiti del codice penale. E forse oltre. E tuttavia credo di ricordare una bella battuta, contro di lui: “De Gaulle è uno che si crede il Général Charles De Gaulle”. Cioè uno che pensa di essere un mito; uno statista destinato alla gloria imperitura, mentre è un imbecille che, come nelle vignette, somiglia al matto che si mette la mano a metà sotto il panciotto, perché si crede Napoleone.
In realtà, la differenza fra Conte e De Gaulle c’è. De Gaulle forse si credeva un altro, ma quell’altro esisteva, mentre Conte si crede semplicemente quello che non è. Perché oggi l’Italia non ha un Presidente del Consiglio: ha un facente funzioni, un sostituto, una controfigura. Come ho già scritto: un cappello su una poltrona vuota. Conte somiglia a certi attori scervellati che credono, declamando le parole di Amleto, di essere dei principi danesi e dei pensatori. Se poi cambiano ruolo, quale che sia, divengono quell’altro personaggio, alla Zelig, perché scambiano significante e significato, il gesto regale con la regalità, l’urlo di comando col potere di comandare.
Conte dice che non abbandonerà la politica, e non pensa che la politica potrebbe abbandonare lui. Parla di sé come di uno che può guidare i destini d’Italia e dimentica che un comico genovese potrebbe invitarlo a riguadagnare il suo camerino con uno schiocco di dita. Coloro che oggi gli appuntano medaglie sul petto e lo chiamano punto di riferimento, domani potrebbero ricordargli che non appartiene al loro partito, non ha seguaci, non ha alcun potere, e non è nessuno, salvo che per la sua famiglia, sempre che in casa lo stimino.
Non si tratta di una cattiveria. Oggi come oggi, Conte è visto da Renzi come un usurpatore, anzi, come un sacco vuoto che si crede un usurpatore. Di Maio si è pentito di averlo mandato dov’è, perché ha capito che quel signore dall’inappuntabile fazzoletto nel taschino tradirebbe sua madre per una bella poltrona. E per giunta i Cinque Stelle presto saranno loro stessi in piedi. Rimane il Pd, e Conte dimentica che in quel partito si fa carriera al termine di una lunghissima gavetta. Lui forse andava ancora al liceo, quando D’Alema cominciava a perdere potere nel partito. E Bersani è sulla breccia da tanto tempo, che oggi si può permettere persino l’ironia sugli interlocutori, sul suo partito, su sé stesso. Ed essere simpatico. Conte pensa che il Pd gli aprirà le porte, io temo che, se cadesse il governo, a lui non chiederebbero nemmeno di portare il caffè nelle riunioni. Gli altri sono dove sono perché si sono battuti per anni, col coltello fra i denti.
A Conte tuttavia rimane un atout, che sarebbe sciocco sottovalutare: l’immagine. È un naso noto. E in Italia a un naso noto si offre un seggio parlamentare, una poltroncina nei talk show, e gli si pubblica anche il  libro: tutti hanno scritto un libro, anch’io, per servirvi. Ma ho un naso del tutto qualunque. Dunque, effettivamente, potrebbe non sparire. Ma da questo ad avere un ruolo da protagonista, quello di uno che programma le maxi riforme a venire, ce ne corre. Più o meno quanto distava il Picrochole rabelaisiano dai suoi sogni di conquista. Fra l’altro, il suo camaleontismo, la sua demagogia, il suo ottimismo disneyano, la sua fatua inconsistenza non possono certo sfuggire ai professionisti della politica, con cui amerebbe misurarsi. 
Dunque sì, potrebbe riuscire a farsi eleggere deputato, ma nel momento in cui cadesse il governo, e gli togliessero la poltrona da sotto il sedere, e quel sedere andasse a sbatterlo per terra, non è detto che sopravvivrebbe al ridicolo.
In raltà, dovrebbe tenere il becco chiuso. Più o meno come avrebbe dovuto fare  il corvo di La Fontaine, per conservare il suo formaggio. Il camembert non è una corona di re, e neppure di Presidente del Consiglio, ma è tanto meglio di niente.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
29 dicembre 2019
VIVIAMO LA FINE DI UN'EPOCA?
Un giornalista ipotizza(1), anche fondandosi sull’opinione del Papa (per quello che vale), che stiamo vivendo la fine di un’epoca.
Le grandi ipotesi hanno un loro fascino. Chi le formula vede sé stesso (anche se sommessamente, per non farsi fischiare dal loggione) come un profeta. Qualcuno che crede di avere intravisto il futuro come nessun altro. Metto fra questi “profeti” Francis Fukuyama che quasi una trentina d’anni fa parlò di fine della storia. Intendeva che l’umanità aveva finito di esitare tra monocrazia e democrazia, fra marxismo e libero mercato, fra pace e guerra, allineandosi al modello occidentale. Naturalmentre, tutti gli dettero sulla voce. La storia non finisce. Non può finire. C’è sempre un domani, rispetto all’oggi. E questo domani è per giunta imprevedibile. Facile vittoria.
Non ho letto il libro di Fukuyama, probabilmente più serio di come l’ho riassunto io. Né mi affretterei a dargli torto. Chissà, forse voleva semplicemente affermare che non vedeva nessuno sviluppo futuro, nessuna novità all’orizzonte. Dunque non: “Non ci sarà più nessun cambiamento”, ma “Io non intravedo quale cambiamento ci potrebbe essere”. E dopo tutto si è riusciti ad opporgli soltanto un’affermazione dogmatica: la storia non si ferma.
Ora Marco Damilano, in un fluviale articolo sull’“Espresso” (che non ho completato) sostiene che non viviamo un’epoca di cambiamento ma il cambiamento di epoca. E può darsi che abbia ragione. Ma come saperlo?
 Circa dieci anni fa falliva la Lehman Brothers, una grande banca americana, e naturalmente un esercito di investitori, in tutto il mondo, ha perduto un bel po’ di soldi. Ora è ovvio che, se avessero saputo che la banca stava per fallire, tutti costoro avrebbero ritirato in tempo i loro soldi. Ecco il punto: esistono casi in cui non c’è differenza fra previsione e realizzazione. In Borsa la previsione di un evento causa conseguenze prima che l’evento sia compiuto. Tra “previsione” e “realizzazione” non esiste iato. Ora dunque, se noi potessimo vedere che stiamo vivendo il cambiamento di epoca, questa nuova epoca sarebbe già cominciata, proprio come conseguenza di quella nostra coscienza. E la cosa non mi risulta.
Ammettiamo per ipotesi che la nuova epoca sia qualificata dalla totale scristianizzazione dell’Occidente. Dalla perdita non soltanto delle certezze metafisiche, ma dell’esigenza di quelle certezze, della loro ricerca. Del loro concetto, addirittura. Se così fosse, il processo di scristianizzazione cominciò seriamente con l’Illuminismo e divenne acremente cosciente con Voltaire. Dunque l’epoca, nel senso in cui l’intende Damilano, sarebbe cambiata nel XVIII Secolo. Ed anche ad ammettere che allora il cambiamento sia soltanto cominciato, chi dice che ora si sia concluso? La stessa esistenza di un Papa, e la sua eccessiva presenza in televisione, dimostra forse che il Cristianesimo non esiste?
Facciamo un’altra ipotesi. Facciamo che la grande novità sia costituita dalla tecnologia. Mentre Voltaire, risolutamente anticristiano, era stato allevato nella fede cristiana, ed aveva vissuto tutta la vita in un ambiente cristiano - anche perché nella vita quotidiana non molto contraddiceva le ipotesi metafisiche - l’uomo qualunque moderno vive pochissimo in un ambiente cristiano. Moltissimi non sanno nemmeno com’è fatta una chiesa, dall’interno, perché non ci andavano i loro genitori e non ci vanno nemmeno loro. Ognuno è comunque circondato da una tecnologia che gli ripiete da mane a sera il concetto di causa materiale-effetto materiale. Voltaire negava la trascendenza, l’uomo contemporaneo non ne ha nemmeno l’idea. Ma per arrivare a questo mondo ipertecnologico e antimetafisico ci abbiamo messo un secolo, tutto il XX. E la presenza di intere folle in piazza S.Pietro potrebbe dirci che il processo non è ancora concluso.
Se vogliamo buttarla sul “badinage” (parola erudita per “cazzeggio”) faccio un’ipotesi. Invece della scristianizzazione stiamo vivendo l’epoca della “deculturazione”. Una volta c’era chi sapeva leggere e chi era analfabeta, chi aveva studiato e chi non aveva studiato, chi era colto e chi era incolto. Oggi invece tutti sanno leggere (per quello che capiscono) anche se non sanno scrivere, e quelli “che hanno studiato” l’hanno fatto così poco e così male, che il risultato è sconfortante: con l’alfabetizzazione non abbiamo reso la massa colta, ma abbiamo abbassato i colti a livello di massa. 
Quello che mi sorprende, e mi sembra la caratteristica distintiva di questi decenni, è l’ignoranza dominante. L’Italia intera ha riso degli errori di congiuntivi di Di Maio, ma siamo sicuri che, parlando molto, come fa lui, tutti gli altri, inclusi quelli che hanno riso del giovanotto, non sbaglierebbero i congiuntivi? Le mie orecchie, partendo dagli errori che fanno i giornalisti e gli uomini politici,  mi dicono che costoro non hanno studiato e non hanno letto. Parlano l’italiano ad orecchio, tanto da confondere inerte ed inerme, paventare e spaventare, piuttosto e ma anche, e dicono perfino “uno di quelli che è”, in una sarabanda di errori in cui chi conosce l’italiano alla fine si sente spaesato. In Italia non si parla più la sua lingua, quella che un tempo ha studiato magari in un liceo classico del profondo Sud.
Ecco, ci si può chiedere che conseguenze avrà la trasformazione di una società  - che prima comprendeva colti e incolti -  in una società di incolti in cui troppi fanno finta di essere élite e alcuni capipopolo, bravi solo in demagogia, guidano il Paese. Toh, sono passato alla cronaca.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 
29/12/19
(1) http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=474814867_20191229_14004&section=view




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POLITICA
28 dicembre 2019
QUESTIONE DI PROSPETTIVA
C’è un esperimento che non si può facilmente consigliare al prossimo. In primo luogo, perché il suddetto è così affezionato alla propria ignoranza che ogni tentativo di fargli mettere il naso fuori lo allarma. Pensa che si prenderà come minimo un raffreddore. In secondo luogo, è così pigro che lascerebbe la spiegazione a metà. E infine è così stupido che non saprebbe trarne la lezione. Insomma bisogna lasciare il prossimo tranquillo. Bisogna augurargli Buon Natale e promettergli che l’Anno Venturo sarà tanto, tanto migliore dell’Anno Passato. 
E tuttavia a volte c’è qualcuno disposto a correre il rischio di pensare. Uno di quelli, avrebbe detto Nietzsche, che non temono l’acqua fredda. E a questo signore si può proporre una crudele esperienza. Gli si mostra una pagina in cui una macchiolina pressoché invisibile, in un angolo, è la città di Roma, mentre il disco che occupa pressoché l’intera pagina rappresenta la Terra, per esempio vista dalla Luna. Ma non finisce qui, perché la pagina seguente contiene ancora un enorme disco che la occupa tutta, e la macchiolina in un angolo è la Terra. E poi si continua con il sistema solare, la galassia, ogni volta rendendo minuscolo ciò che prima ci era sembrato grandissimo. E questo fino allo sfinimento, fino alla vertigine, fino all’incomprensione e all’incredulità. Come quando ci presentano un numero come Google, cioè una cifra seguita da cento zeri. Questa non è più un numero, è una ghirlanda, un festone, la moltiplicazione all’infinito di uno sbadiglio di “O”.
Chiunque abbia fatto questa esperienza, persino capendola, si rende conto che tutta la storia dell’umanità è stata un errore. Dal primo homo, od ominide che fosse, fino a Galileo. Infatti è il cannocchiale quello che ha sconvolto tutto. Diciamocelo francamente, coloro che hanno scritto la Bibbia l’avrebbero concepita come l’hanno concepita, se avessero avuto un’idea dell’Universo com’è? Quando è probabile, per un astronomo, che Dio abbia creato l’universo per collocarci la Terra, e su questo granello di sabbia, su questa gocciolina di saliva, su questo infinitesimo sputo, Sua Maestà l’Uomo? E questo affinché l’uomo sbudellasse il suo simile, artigianalmente, finché non ha inventato il Zyklon B in modo da gasare sei milioni di ebrei? E la bomba all’idrogeno, che potrebbe fare lo stesso lavoro in modo molto più sbrigativo? In questo contesto, Dio sembra soltanto un errore di geografia.
Ma il problema della prospettiva non è soltanto capace di fregare il pianeta Terra, funziona egregiamente anche quando si tratta di voi e di me. Mi spiego. Se piove a catinelle cercherò di non uscire. Quella pioggia modifica il programma della mia giornata. Ma se nello stesso momento un tifone tremendo sta devastando l’intero Sud-Est asiatico, leggerò distrattamentela notizia, anzi – più esattamente – il titolo, visto che l’articolo non merita la mia attenzione, e mi occuperò del resto. Perché la pioggia riguarda me personalmente, mentre il tifone mi lascia totalmente asciutto. Ed anche questo è un errore di prospettiva.
Io non sono affatto più importante degli abitanti del Sud-Est asiatico. Anche se, in compenso, loro non sono più importanti di me. Siamo tutti degli zeri nei miliardi dell’umanità. E tutta l’importanza che diamo a noi stessi non deriva dall’obiettività – se volete ridere parliamo della superiore dignità dell’essere umano – ma dalla necessità. Se non abbiamo mangiato, cominciamo ad avere seriamente fame e il cibo diviene importante. Anche più della filosofia. Se abbiamo mal di denti, anche se un mal di denti è meno importante del “Problema del Male in sé”, diviene importante se lo soffriamo noi. E così di seguito. Ma la prospettiva sensoriale, individuale, umana di ciascuno di noi rimane un gigantesco errore. La peste, se tornasse, spazzerebbe via milioni di individui con la stessa indifferenza con cui noi calpestiamo un formicaio, o sterminiamo miliardi di batteri con un antibiotico. Ognuno di noi è un nessuno, e se anche, da vivo, può darla a bere a sé stesso, di fatto, poco tempo dopo morto, la sua natura di nessuno è certificata dai fatti. Chi sarebbe in grado di nominare dieci imperatori romani del V Secolo? Quand’ero ragazzo io era d’obbligo leggere Sartre. Oggi, parlando di Sartre a un dicioettenne, avremmo come risposta: “Come hai detto che si chiama?” Non che quel filosofo-romanziere fosse importante, ma allora lo sembrava, come oggi lo sembrano altri, di cui fra cinquant’anni nessuno saprà niente. E figurarsi che ne sarà di noi, con la nostra fame, il nostro mal di denti, la nostra felicità e la nostra infelicità.
Che cosa tremenda, la prospettiva giusta. Coloro che hanno scritto la Bibbia non sanno che fortuna hanno avuto, avendo un Sole che ogni mattina si dava la pena di sorgere, per poi percorrere tutto il cielo fino a dire agli umani che era l’ora di andare a nanna. Quello sì era un mondo ordinato. Ma poi abbiamo inventato il telescopio.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 
27 dicembre 2019



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POLITICA
25 dicembre 2019
ABBASSO LA BONTA'
No, non sono buono. O, per essere più esatti, non sono buono quando essere buoni corrisponde ad andare contro la realtà. Da un lato non farei mai del male a un gatto orbo, spelacchiato, sporco e probabilmente malato (solo in questi casi un gatto è veramente sporco) ma dall’altro non lo saluterei certo con un cordiale: “Ehi, bel micio!” Perché quello non è un bel micio. È un gattto sfortunato. Forse non gli resta molto da vivere ed altri potrebbero trattarlo come spazzatura, mentre io rimpiango di non poterlo aiutare. “Fratello micio, auguri. Che tu possa morire presto, senza soffrire, o che tu possa guarire e tornare ad inseguire gatte”.
Sono sensibile al dolore altrui fino a non potere vedere film violenti, a non potere rileggere le pagine riguardanti l’olocausto in “The Rise and Fall of the Third Reich” di William Shirer, a non potere leggere “Il sangue dei vinti”, di Giampaolo Pansa. Perché mi affliggerei oltre il tollerabile, senza nulla potere cambiare al passato. O perfino all’immaginario di un film. Per me il dolore del mondo è costantemente in agguato. La sua spettacolarizzazione, la sua trasformazione in fiction non bastano a togliergli il pungiglione, perché so che ciò che è immaginario sullo schermo chissà quante volte è stato vero nella realtà. 
I buoni mi risultano insopportabili perché di solito sono buoni gratis. Gratis e contro il buon senso. Non è bontà non educare un bambino, è preparargli un difficile futuro. Non è bontà sovvenzionare un giovane affinché non studi, non lavori, e ciò malgrado trovi normale avere denaro. Non è bontà risolvere il problema degli affamati del Terzo Mondo con l’obolo di cinque euro, perché quel problema si risolve non facendolo nascere. Cioè impedendo di nascere all’affamato. 
I buoni mi risultano insopportabili ogni volta che, dopo un proclama, un gesto, un’offerta, hanno l’aria di dire: “Avete visto quanto sono buono?” In questi casi io non vedo quanto sono buoni, vedo quanto sono vanitosi. Quanto sono capaci di elemosinare un facile applauso. Quanto sono capaci di estorcere un consenso, facendo leva su una facile demagogia. Mercimonio di buoni sentimenti. Simonia.
Sono stato professore e non soltanto non ho mai promosso nessuno perché raccomandato, ma non ho nemmeno promosso nessuno perché lo meritasse moralmente, o perché si sarebbe meglio ripreso l’anno seguente, o perché con i suoi mezzi non poteva fare di più. A chi mi invitava ad essere buono rispondevo che stavano cercando di convincere una bilancia ad indicare un peso falso. Ho perfino fatto ripetere l’anno, per la mia sola materia, al raccomandatissimo nipote del Provveditore agli Studi.
Perfino nel mio foro interno la “cattiveria” della realtà ha sempre avuto la preferenza. Ho avuto una sorella buona come il pane, gentile, lavoratrice, onesta, con tutte le qualità, ma bruttina, ingenua e senza sex appeal. Ed ho sempre reputato normale che rimanesse zitella. Né ero più tenero con me stesso. Da ragazzo, essendo bassino e complessato, mi consideravo tanto negativamente da non osare corteggiare una ragazza perché per me, se lei fosse stata sana di mente, mi avrebbe dovuto ridere in faccia.
A forza di cercare di sfuggire alle suggestioni correnti, mi sono pressoché messo d’impegno a trovare le buone ragioni della parte perdente, fino ad arrivare alla conclusione che, in una controversia, non è vero che uno ha ragione ed uno ha torto, ma spesso hanno torto tutti e due. Certo, sono stato felice quando qualcuno aveva interamente ragione, ma contemporaneamente ero infelice perché, non per questo, la realtà avrebbe riconosciuto quella sua “intera ragione”. Sarebbe stato uno dei tanti contendenti. E infatti nessun avvocato serio si presenta dinanzi al giudice sicuro di vincere.
La bontà mi puzza. Il mondo mi ha troppe volte posto dinanzi alla necessità di lottare per il nio diritto, piuttosto che dover ringraziare per bontà e regali. Dunque non chiedo che gli altri amino in prossimo come sé stressi, mi basterebbe l’adempimento del precetto romanistico di unicuique suum tribuere, dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Il di più, come avrebbe detto il Gesù dei vangeli, “Viene dal demonio”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       25 dicembre 2019 



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POLITICA
24 dicembre 2019
CHE VOLETE, SONO RAGAZZI
Una teoria alla quale sono molto affezionato è che spesso le idee si presentano alla nostra mente sotto forma di immagini. Do un esempio: se si dice che  il diritto costituzionale fa parte del diritto pubblico, viene facile pensare ad un disco con dentro un disco più piccolo. Io, se dovessi  insegnare che cos’è una manovra di accerchiamento, farei un cerchio alla lavagna e poi due frecce avvolgenti, una a destra e una a sinistra, che partono dal basso e tendono a congiungersi in alto. Del resto, non è quello che chiunque disegnerebbe in aria, con le mani, parlando di un accerchiamento?
Non bisogna trattare questi fenomeni con sufficienza. Non soltanto il gesto fa parte della lingua parlata, con pari dignità, ma “idea” ha, come etimologia, “immagine”. Insomma, spesso è questo il nostro modo di pensare. Quando ho progettato di costruire qualcosa - per esempio un tavolo da computer - l’ho fatto ad occhi chiusi, immaginando i vari pezzi, montandoli, vedendo dove la struttura tendeva a collassare e quali spinte bisognava contrastare. Tanto che poi le fasi del disegno e della realizzazione divenivano semplice esecuzione.
Nell’ambito di queste fantasie, in questo cinema mentale, stamani mi si è presentata l’immagine di un gruppo di ragazzi che gioca e, non lontano da loro, un gruppo di vecchi sapienti che commentano i loro giochi prendendoli sul serio e facendoci sopra una “filosofia” di cui i ragazzini non hanno la minima idea. Nella mia immaginazione, quei ragazzini sono i politici al governo. Personaggi come Toninelli, Patuelli, Di Maio, Di Battista, Bonafede e tanti altri che, a giudicare dall’impressione che dànno, non potrebbero essere più lontani dalla storia, dalla filosofia, dal diritto, dall’economia, dalla politologia e, per dirla breve, dalla cultura. E tuttavia guidano il Paese. I commentatori politici dei grandi giornali e le persone colte nel chiuso delle loro case, studiano le loro mosse, citano fatti analoghi del passato, esaminano le prospettive di successo o di insuccesso delle loro iniziative, e le possibili conseguenze sociali. Ma non contano nulla agli occhi dei ragazzini.
Poi la mia fantasia si è affinata. Quei ragazzi non giocano a rincorrersi o a sfogare in altro modo il loro surplus di energie: giocano al dottore. Uno sta male, o fa finta di star male, tutti gli altri studiano il suo caso e propongono rimedi. Naturalmente rimedi di pura fantasia, come potrebbero immaginarli dei ragazzini. Ha mal di schiena? E se lo appendessimo per le mani a una trave? Oppure se qualcuno gli si sedesse sulla schiena, saltellando sulle natiche? Se gli dessimo un’aranciata salata? Ognuno va esponendo la sua terapia, e qualcuno addirittura propone danze rituali o semplici scongiuri, visto che le parole da sole sono capaci di cambiare la realtà. 
E mentre quegli innocenti si divertono in questo modo, e rischiano di far mal al “malato”, i vecchioni a bordo campo prendono sul serio ciò che viene detto, citano la medicina galenica, esumano teorie medievali, ricordano leggende agiografiche di guarigioni miracolose, comparano le ipotesi di quei ragazzini con le più sapienti conclusioni della medicina contemporanea. Né possono fare altro. Non possono fermare la loro ingenua follia o scongiurare i danni che potrebbero provocare, perché sono i ragazzi ad avere il potere e non ascoltano nessuno. Nel nostro caso si può vedere quanto sia vero, a volte, il detto che chi non sa, fa, e chi sa, non fa.
Do un esempio concreto. L’Italia è piena di laureati in legge. Fra loro ci sono autentici giuristi, professori d’università, magistrati, pensatori, tutta una serie di competenti disposti a spiegare al loro portinaio a che serve la prescrizione, nel diritto penale, e tuttavia in Italia siamo arrivati alla sua abolizione voluta da persone che chiaramente, in diritto, sono fermi sì e no ad Hammurabi. 
So perfettamente che la storia non finisce. È possibile che un futuro governo, un legislatore (leggi “Parlamento”) meno ignorante e meno imbelle ponga rimedio alle leggi demenziali dei ragazzini che giocano al dottore. Ma quanto tempo bisognerà aspettare, per avere un governo di adulti? E che prezzo bisognerà pagare, nell’attesa?
Comunque, siamo in democrazia, ed è inutile che si butti a ridere la nomina a Ministro degli Esteri di un personaggio come Luigi Di Maio. Se il giovanotto di Pomigliano ha quella carica, è perché gli italiani gliel’hanno affidata col voto. Dunque è questa la dirigenza che vogliamo e che meritiamo. Forse dovremmo smetterla di astrologare sul futuro dell’Italia, e perfino sulla nostra sorte di individui. Rassegniamoci ad essere processati a vita, se capita, ad andare in galera per motivi fiscali o ad essere condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Ovviamente  perché un nostro cugino di secondo grado, a Lecce, ha preso un caffè con un Tizio sospettato di essere mafioso.
Comunque non possiamo essere troppo severi con i politici che ci governano. Si sa, sono ragazzi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
       24 dicembre 2019



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POLITICA
24 dicembre 2019
CHE VOLETE, SONO RAGAZZI
Una teoria alla quale sono molto affezionato è che spesso le idee si presentano alla nostra mente sotto forma di immagini. Do un esempio: se si dice che  il diritto costituzionale fa parte del diritto pubblico, viene facile pensare ad un disco con dentro un disco più piccolo. Io, se dovessi  insegnare che cos’è una manovra di accerchiamento, farei un cerchio alla lavagna e poi due frecce avvolgenti, una a destra e una a sinistra, che partono dal basso e tendono a congiungersi in alto. Del resto, non è quello che chiunque disegnerebbe in aria, con le mani, parlando di un accerchiamento?
Non bisogna trattare questi fenomeni con sufficienza. Non soltanto il gesto fa parte della lingua parlata, con pari dignità, ma “idea” ha, come etimologia, “immagine”. Insomma, spesso è questo il nostro modo di pensare. Quando ho progettato di costruire qualcosa - per esempio un tavolo da computer - l’ho fatto ad occhi chiusi, immaginando i vari pezzi, montandoli, vedendo dove la struttura tendeva a collassare e quali spinte bisognava contrastare. Tanto che poi le fasi del disegno e della realizzazione divenivano semplice esecuzione.
Nell’ambito di queste fantasie, in questo cinema mentale, stamani mi si è presentata l’immagine di un gruppo di ragazzi che gioca e, non lontano da loro, un gruppo di vecchi sapienti che commentano i loro giochi prendendoli sul serio e facendoci sopra una “filosofia” di cui i ragazzini non hanno la minima idea. Nella mia immaginazione, quei ragazzini sono i politici al governo. Personaggi come Toninelli, Patuelli, Di Maio, Di Battista, Bonafede e tanti altri che, a giudicare dall’impressione che dànno, non potrebbero essere più lontani dalla storia, dalla filosofia, dal diritto, dall’economia, dalla politologia e, per dirla breve, dalla cultura. E tuttavia guidano il Paese. I commentatori politici dei grandi giornali e le persone colte nel chiuso delle loro case, studiano le loro mosse, citano fatti analoghi del passato, esaminano le prospettive di successo o di insuccesso delle loro iniziative, e le possibili conseguenze sociali. Ma non contano nulla agli occhi dei ragazzini.
Poi la mia fantasia si è affinata. Quei ragazzi non giocano a rincorrersi o a sfogare in altro modo il loro surplus di energie: giocano al dottore. Uno sta male, o fa finta di star male, tutti gli altri studiano il suo caso e propongono rimedi. Naturalmente rimedi di pura fantasia, come potrebbero immaginarli dei ragazzini. Ha mal di schiena? E se lo appendessimo per le mani a una trave? Oppure se qualcuno gli si sedesse sulla schiena, saltellando sulle natiche? Se gli dessimo un’aranciata salata? Ognuno va esponendo la sua terapia, e qualcuno addirittura propone danze rituali o semplici scongiuri, visto che le parole da sole sono capaci di cambiare la realtà. 
E mentre quegli innocenti si divertono in questo modo, e rischiano di far mal al “malato”, i vecchioni a bordo campo prendono sul serio ciò che viene detto, citano la medicina galenica, esumano teorie medievali, ricordano leggende agiografiche di guarigioni miracolose, comparano le ipotesi di quei ragazzini con le più sapienti conclusioni della medicina contemporanea. Né possono fare altro. Non possono fermare la loro ingenua follia o scongiurare i danni che potrebbero provocare, perché sono i ragazzi ad avere il potere e non ascoltano nessuno. Nel nostro caso si può vedere quanto sia vero, a volte, il detto che chi non sa, fa, e chi sa, non fa.
Do un esempio concreto. L’Italia è piena di laureati in legge. Fra loro ci sono autentici giuristi, professori d’università, magistrati, pensatori, tutta una serie di competenti disposti a spiegare al loro portinaio a che serve la prescrizione, nel diritto penale, e tuttavia in Italia siamo arrivati alla sua abolizione voluta da persone che chiaramente, in diritto, sono fermi sì e no ad Hammurabi. 
So perfettamente che la storia non finisce. È possibile che un futuro governo, un legislatore (leggi “Parlamento”) meno ignorante e meno imbelle ponga rimedio alle leggi demenziali dei ragazzini che giocano al dottore. Ma quanto tempo bisognerà aspettare, per avere un governo di adulti? E che prezzo bisognerà pagare, nell’attesa?
Comunque, siamo in democrazia, ed è inutile che si butti a ridere la nomina a Ministro degli Esteri di un personaggio come Luigi Di Maio. Se il giovanotto di Pomigliano ha quella carica, è perché gli italiani gliel’hanno affidata col voto. Dunque è questa la dirigenza che vogliamo e che meritiamo. Forse dovremmo smetterla di astrologare sul futuro dell’Italia, e perfino sulla nostra sorte di individui. Rassegniamoci ad essere processati a vita, se capita, ad andare in galera per motivi fiscali o ad essere condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Ovviamente  perché un nostro cugino di secondo grado, a Lecce, ha preso un caffè con un Tizio sospettato di essere mafioso.
Comunque non possiamo essere troppo severi con i politici che ci governano. Si sa, sono ragazzi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
       24 dicembre 2019



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POLITICA
23 dicembre 2019
UN DIVERSO MODO DI FARE POLITICA
Se c’è una cosa normale, naturale, umana e, direi, inevitabile, è essere stufi della politica attuale. Questo sentimento è talmente diffuso che, se qualcuno viene a proporre “un diverso modo di fare politica”, trova subito orecchie attente e speranzose. E, si noti, questa accoglienza positiva si ha ancor prima di sapere se la proposta sarà di destra o di sinistra, realistica o utopica, diversa nei contenuti o soltanto diversa nelle modalità di applicazione. 
Questo spiega il successo di quei movimenti estemporanei come i “girotondi” di tanto tempo fa, il “popolo viola”, checché fosse (neanche me lo ricordo) e tutte le altre manifestazioni di piazza che si autodefiniscono emanazioni della cosiddetta “società civile”. Questa “società” è qualificata dal fatto che non annovera politici di professione. Ma è notevole che spesso i suoi membri aspirino ad uscire dalla società civile per entrare in quella politica. 
Tutto ciò conferma che, in sé, la politica non è un’etichetta di successo. E questo quale che sia la qualità del vino contenuto nella bottiglia. Così, ogni volta che si va “contro”, si parte con un successo che pare travolgente, mentre i vecchi accolgono questi fenomeni con l’atteggiamento disincantato e vagamente ironico di chi dice: “Vediamo quanto durano questi”. Infatti “questi” arrivano dopo “quelli” e “quelli” dopo tanti altri di cui si è persa la memoria. 
Parlando seriamente, la prima cosa che bisogna chiedersi è: in democrazia esiste, può esistere un diverso modo di fare politica? Che possano esistere idee politiche diverse e persino contrapposte, è ovvio; che le modalità possano andare dal triviale (“vaffanculo!”) all’aulico, anche questo è noto: e potremmo trovare altre dicotomie. Ma costituiscono “diversi modi di fare politica”? Certamente no. Infatti, ogni movimento che si voglia presentare come nuovo non rigetta questo o quel modello, ma tutti i modelli precedenti. E così imbocca un vicolo cieco.
La democrazia è caratterizzata dalle libere elezioni. Sono queste che determinano quale maggioranza deve governare il Paese, e in quale direzione. Ovviamente, la democrazia non può accettare che il “nuovo modo di fare politica” consista nell’abolizione delle elezioni e del segreto del voto, o nel consentire alla minoranza di imporre la propria volontà alla maggioranza. Rinnegherebbe la sua stessa essenza. Ma se si accettano le elezioni, la libertà di parola e il resto delle caratteristiche fondamentali della democrazia, con esse si accettano, perché ineliminabili, i comizi, i dibattiti politici, la formulazione di programmi, le campagne elettorali, la demagogia e, ovviamente, i partiti. E questi non cambiano la loro natura se li chiamiamo movimenti, leghe, alleanze, rassemblement, unioni e via dicendo. Infatti io stesso, da sempre chiamo il Movimento 5 Stelle partito, perché per me il nome deve corrispondere alla sostanza, senza ipotizzare distinzioni artificiose e prive di fondamento. Una donna ha tutto il diritto di prostituirsi, ma non ha quello di pretendere che la si chiami escort o accompagnatrice. E comunque il termine “partito” non è indecente. Quelle organizzazioni possono non piacere, come può non piacere la democrazia, ma gli altri regimi sono peggiori, come ha detto Churchill. Se dunque dobbiamo tenerci la democrazia, dobbiamo tenerci anche i partiti. Senza di essi non avremmo la possibilità di far conoscere agli elettori i programmi di governo, l’organizzazione del consenso in vista della costituzione di una maggioranza parlamentare e, in fin dei conti, il regime democratico. 
Così si può venire alle famose “sardine” e ai loro virtuosi rifiuti di trasformarsi in partito. Loro, dicono, non vogliono scendere in politica, non vogliono influenzare concretamente la vita della nazione, ma soltanto idealmente: “Comportatevi bene, ragazzi”. Qualcuno dovrebbe segnalargli che o stanno mentendo o non hanno capito niente. Mantenendo la posizione attuale finiranno con lo svanire nel nulla; costituendosi in partito, contraddiranno ciò che ora sostengono tanto orgogliosamente. E faranno cattiva figura. L’unica soluzione, se vogliono combinare qualcosa, è smetterla subito di parlare del “diverso modo di fare politica”. Prendano il loro biglietto e si mettano in coda. C’è un solo modo di far politica. Se le “sardine” lo accettano, sono le benvenute, e vediamo che ne pensa l’elettorato. Se non l’accettano, sarà come se entrassero in una macelleria insistendo per avere una bistecca di unicorno. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       21/12/19



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POLITICA
22 dicembre 2019
PAESI A MARCIA AVANTI, PAESI A MARCIA INDIETRO
Sono troppo vecchio per sperare di sapere che ne sarà dell’Italia nel 2040. Anzi, non ho neppure la speranza di arrivare al 2030. E questo significa che le mie curiosità si devono necessariamente rivolgere al passato piuttosto che al futuro. Né manca la materia da studiare: il passato è come un oceano e noi disponiamo di una barchetta per esplorarlo. Ciò malgrado, se non ho speranza di cavarmii alcune curiosità future, può essere utile che le indichi a chi quella speranza può permettersela. 
La prima constatazione che mi ispira il mondo attuale è che in esso si distinguono Paesi che guardano al futuro, che sperano di migliorare e comunque di arrivare ad un certo risultato; poi Paesi stazionari e infine Paesi avviati al decadimento. All’inversione di marcia e alla subalternità. Compilare delle liste è azzardato e se ne può lasciare il compito ad ognuno. In questa sede basterà indicare la differenza fra due Paesi vicini come la Cina e il Giappone. La Cina è in pieno sviluppo, ed ha il problema di come risolvere i problemi di questo sviluppo. Il Giappone invece, come nazione, è fermo ai risultati del grande boom economico seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Da allora Tokyo si chiede come fare a non scivolare a marcia indietro, mentre Beijing si chiede come fare a non inciampare andando a marcia avanti.
L’Europa somiglia più al Giappone che alla Cina. Anzi, è più in crisi del Giappone, perché è arrivata da molto tempo agli standard moderni, che ha addirittura creato. E dunque è molto, molto più vecchia di tutti gli altri Paesi. Inoltre le sue grandi conquiste intellettuali e morali, a poco a poco, si sono trasformate in tare genetiche. Un po’ come quei bambini che, a forza di essere curati, lavati, accuditi e protetti, diventano fragili e imbelli. Ecco perché vero l’Europa più propensa ad andare a marcia indietro che a marcia avanti.
Ovviamente, questa impietosa diagnosi si applica in particolare al Paese che abbiamo sotto gli occhi. L’Italia somiglia a quelle persone che, un tempo molto ammirate, non essendo più sicure di sé, cercano un modello cui conformarsi. Sperano che quell’atteggiamento le farà apparire come se avessero la personalità che non hanno più. Sono come quei poveri (anche di spirito) che, avendo saputo che fra i ricchi e famosi la moda è quella di pettinarsi in un certo modo, si precipitano ad imitarli. Insomma l’Italia somiglia a coloro che, dovendo andare in vacanza, non si chiedono che posto hanno la curiosità di conoscere, ma che posto è di moda visitare. L’Italia non è “opinion follower”, non “opinion leader”.
Ovviamente tutto ciò è il risultato di una frustrazione. Siamo stati grandi ancora nel Rinascimento, dal punto di vista dell’irraggiamento sociale e culturale, ed è come se non ci consolassimo di essere divenuti un Paese periferico. Un giorno abbiamo insegnato ai re di Francia a mangiare con la forchetta e ora ci precipitiamo ad adottare le mode più sciocche, come Halloween, le nenie più insopportabili come “Tanti auguri a te, tanti auguri a te”, e perfino trucchi commerciali come il Black Friday. Per non parlare della moda dell’inglese, che ai nostri occhi ha l’unico, grande merito di essere la lingua parlata dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale. 
Naturalmente qualcuno mi dirà che l’inglese non è soltanto questo: è la “seconda lingua” più parlata nel mondo, tanto che è indispensabile se si vuole viaggiare, studiare all’estero, e via dicendo. Ben povere obiezioni. Infatti tutto ciò avrebbe dovuto spingere gli italiani ad imparare l’inglese ma non è quello che hanno fatto. Si limitano a scimmiottarlo. Conoscono alcune parole e se le sparano con disinvoltura, sentendosi moderni, ma non sanno niente altro. Quelle parole non le capirebbero se appena fossero inserite in un contesto insolito. Inoltre pronunciano quelle quattro parole in maniera così infame da renderle a volte incomprensibili a chi veramente parla inglese. A meno che non abbiano abbastanza fantasia da capire che chi ha parlato di una capra (sheep) voleva in realtà parlare di una nave (ship).
L’Italia si è lanciata a seguire entusiasticamente anche le mode più deleterie del Ventesimo Secolo: l’assistenzialismo, l’ipersindacalismo, il Sessantottismo, il pacifismo irenico, il rifiuto della forza anche quando serve per l’autodifesa, il perdonismo in tutte le sue forme, a cominciare dalla promozione degli asini. Anche all’Università. Ho visto laureare in lingue, specializzazione inglese, un giovane incapace di comprendere un testo in inglese e di allineare una frase in quella lingua, per quanto elementare. Époché era convinto di pronunciare bene l’inglese, con lui ho fatto un crudele esperimento. Con un registratore in funzione, gli ho fatto prima leggere un testo e poi gli ho chiesto di riconoscere e tradurre le parole che aveva appena ascoltate. Non ci riuscì. Semplicemente perché pronunciava le parole a fantasia, come gli pareva che “suonasse bene”. Laureato in grammelot. Ecco perché l’Italia mi sembra condannata ad un regresso inarrestabile, con alla fine lo status di colonia. 
Ma l’intera Europa non è che stia molto meglio. Ancora oggi gli europei sono convinti che la loro difesa militare sia un dovere degli Stati Uniti. E se il Presidente degli Stati Uniti gli dice che devono toglierselo dalla testa, mettono rimedio alla cosa rimproverandolo. E comunque – pensano – nessuno ci attaccherà mai. Le guerre sono decisamente fuori moda.
Noi vecchi non abbiamo nessuna ragione per rimpiangere di non poterci togliere le curiosità riruardanti il futuro. Probabilmente sarà un grande vantaggio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21/12/19




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POLITICA
20 dicembre 2019
NON RIESCO A RISPETTARE LE SARDINE
Forse lo faccio per legittima difesa, ma ogni volta che non capisco, invece di entrare in crisi, mi dico che non c’era niente da capire. Naturalmente questo non vale per la teoria della relatività, per i geroglifici egiziani e per un mare di altre cose, per le quali si richiede competenza. Ma vale per la politica, perché essa si indirizza al popolo e, in quanto membro del popolo, anch’io dovrei essere qualificato a capirla.
Ho poi una seconda briscola da giocare, in questo campo, e riguarda l’economia. Poiché l’economia si occupa della produzione di ricchezza, è facile dire che è valida se ne produce molta e non è valida se produce miseria. Sulla base di questa premessa, non val la pena di leggere das Kapital: per dire che quella teoria è sbagliata, basta vedere che in concreto, dovunque si sia voluto applicarla, la miseria è aumentata. Può darsi che, se il pianeta Marte è popolato di angeli, lì funzioni: ma dell’economia marziana mi importa poco.
Tornando alla politica, non avendo capito che vanno a fare in piazza le cosiddette “sardine”, e neppure che cosa vogliono e che cosa intendano fare, ne deduco che vanno in piazza per passare il tempo. Che non sanno né che cosa vogliono né che cosa intendano fare. E dunque, fino a nuovo ordine,  sono del tutto irrilevanti. 
Una vecchia esperienza mi ha insegnato che il mistero spesso non nasconde niente, e comunque più delusioni che miracoli. Una persona che ci sorprende, che ci lascia perplessi, che ci fa stare a disagio (che “ci intriga”, come si direbbe nel discutibile italiano di oggi), spesso non è molto sana di mente. Mentre una persona semplice, chiara, rassicurante, è probabile che sia anche equilibrata. Nello stesso modo, trovo comprensibili il liberalismo – col suo amore della libertà e della responsabilità individuale – e perfino il “sinistrismo”, col suo amore del collettivismo e dello statalismo. Tanto da amare il primo e guardarmi dal secondo come dalla peste. Ma che cosa vogliono, le sardine, in questo contesto? Che non si dicano parolacce? Io non ne ho mai dette in vita mia, e tuttavia penso che, dopo cinque minuti di conversazione con me, non mi considererebbero un loro amico. E allora?
Le idee vaghe semplicemente non sono idee. Finché le “sardine” fluttuano a mezza altezza, come api bottinatrici, non hanno importanza. Io aspetto che si posino. Che prendano una direzione. Che decidano qualcosa. Desiderare il bene piuttosto che il male, la concordia piuttosto che la lite, il rispetto degli altri piuttosto che la maleducazione, non corrispondono a un programma. Mi sembrerebbe più importante che prendessero posizione su qualcosa di significativo, per esempio la prescrizione nel diritto penale. 
Ogni argomento serio è divisivo e, per ciò stesso, qualificativo. Qualcuno che, come me, è terrorizzato dall’eccessivo potere dei Pubblici Ministeri, è chiaramente un liberale. Mentre uno che ragiona come il ministro Bonafede, se quello si può chiamare ragionare, è un giacobino attardato. Non sarò d’accordo con lui, come lui non sarebbe d’accordo con me ma, se parlassimo, sapremmo almeno che cosa pensa l’altro. Anche se, per essere più esatti, soltanto io saprei che cosa pensa lui, dal momento che lui parla inarrestabilmente e non lascia spazio agli altri. Forse, proprio per questo, lo pianterei lì e me ne andrei.
Francamente, non capisco il rispetto di cui sono oggetto le “sardine”. Troppa gente si leva il cappello dinanzi ad una piazza piena. Forse vogliono essere fra i primi a lisciare il pelo ad un possibile nuovo potere? 
Una folla è una folla, nulla di più. E di solito non è simpatica. Non ho niente contro i tifosi di calcio, ma uno stadio pieno di ventimila spettatori urlanti non mi entusiasma. Né maggiori emozioni mi provocano le folle della festa del Santo patrono o quelle che prendono sul serio il Papa in Piazza San Pietro. Le “sardine” hanno un detto che riguarda proprio loro, e su cui dovrebbero meditare: “Un milione di sardine non sono più intelligenti di una singola sardina”. Anche a voler contestare questa affermazione, cioè anche a voler ammettere che ci sia una sardina molto più intelligente delle altre, che mandino lei a parlare dal palco, e l’ascolteremo. Ma un milione di sardine mute, o rappresentate da personaggi insignificanti, quando non discutibili come le  mogli di qualche terrorista di Hamas, sono interessanti soltanto per i delfini, che ne fanno una scorpacciata.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
19 dicembre 2019
NON SI DOVEVA CONDANNARE A MORTE MUSSOLINI
Sono contro la condanna a morte di Luigi XVI, di Mussolini, di Ceausescu e forse persino di Stalin. E poiché questa affermazione mi avrebbe fatto balzare sulla sedia, se l’avesse formulata un altro, devo spiegarmi compiutamente.
Il paradigma del delitto gravissimo è certamente l’omicidio. Questa azione è condannata sia dalla morale sia dalla legge penale. E tuttavia né la morale né il codice penale si applicano ai governanti. Infatti la loro funzione ne prescinde. Ogni volta che da un lato c’è la morale o il diritto, e dall’altro l’interesse della nazione, è quest’ultimo che deve prevalere. 
Il dittatore decaduto potrà essere processato - ed anche condannato a morte, se questo la legge prevede – soltanto per un delitto privato. Per esempio, se avrà ucciso o fatto uccidere la propria moglie, perché questa azione non ha nulla a che vedere con la sua azione di governo. Se invece avrà fatto uccidere tutti gli assediati di una cittadina, non dovrà essere condannato, se appena è plausibile l’ipotesi che l’abbia fatto nell’interesse dello Stato. Nell’antichità i vincitori a volte si spingevano fino a far uccidere non soltanto donne e bambini, ma anche i cani e i cavalli. 
È questa la distinzione che va fatta. Nell’antichità la crudeltà nei confronti dei vinti aveva anche uno scopo deterrente. Si avvertivano tutti gli altri nemici di quanto fosse pericoloso opporsi ad una certa potenza. E quando  questa crudeltà era deprecata, non era per motivi morali, ma per motivi tecnici. Sostiene Tucidide (forse per bocca di uno dei tanti ambasciatori) che, se l’assediante è noto per la sua crudeltà, ciò potrà ritorcersi contro di lui. Infatti i difensori di una città si batteranno fino alla morte, ché tanto non hanno alternativa, e ciò renderà più cara e difficile la vittoria. 
La distinzione è fra la responsabilità dell’individuo e quella del Capo di Stato. L’individuo risponde alla morale e al codice penale, il Capo di Stato soltanto al bene della nazione. Se Hitler fosse morto prima di attaccare la Russia, sarebbe stato ricordato come un grande della storia tedesca. I suoi errori, le sue azioni immorali, persino il programma di sterminio contenuto in Mein Kampf, sarebbero stati ignorati con un’alzata di spalle. Si sarebbe badato al fatto che, al costo di soli due anni di guerra, aveva lasciato un Terzo Reich immenso. Quasi l’Europa unificata sotto il dominio di Berlino. Mein Kampf? Si scrivono tante cose, che poi rimangono sulla  carta.
Ecco perché è stato assolutamente ridicolo, al processo di Norimberga, accusare i gerarchi nazisti di “guerra d’aggressione”. A parte il fatto che è spesso molto difficile distinguere una guerra d’aggressione da una guerra difensiva, tutti i grandi e celebrati conquistatori hanno condotto guerre d’aggressione. E allora bisognerebbe processare Alessandro Magno, Cesare, Attila, Gengis Khan, i Conquistadores, Napoleone? In realtà, a tutti costoro sono stati alzati solenni monumenti. 
Nel momento della sconfitta dell’uomo di Stato bisogna distinguere le azioni – per quanto deprecabili - intese all’interesse della sua nazione, da quelle che rispondevano soltanto al suo cinico interesse personale. Soprattutto nell’antichità, nel corso di una guerra poteva avere un senso ordinare la morte di mille prigionieri. Al contrario far uccidere l’amante della moglie è sempre un crimine. E il dittatore, assolto per un massacro, potrebbe avere l’ergastolo per un singolo omicidio. 
Ecco perché è inescusabile il modo come sono stati fatti morire Mussolini e Ceausescu, mentre si doveva condannare a morte Saddam Hussein non per aver “gasato” migliaia di curdi, ma per aver fatto assassinare a tradimento i suoi due generi. La prima fu un’orrenda azione di guerra, la seconda una violazione del codice penale irakeno. Analogamente avrei condannato a pesanti pene tutti i gerarchi nazisti che si resero responsabili di atti contrari al codice penale tedesco, mentre avrei dovuto assolverli per le rappresaglie contro la popolazione civile, dopo gli attentati all’esercito tedesco. E in effetti, persino nel delirio antinazista dell’Italia appena uscita dal fascismo, per le Fosse Ardeatine i nazisti sono stati condannati non per i trecento innocenti trucidati, ma per i sette in più rispetto a quelli previsti dalle leggi di guerra.
Concludo col sentimento che sottende questa tesi. Suscitano un profondo orrore le atrocità della guerra, ma fa anche orrore la spietatezza nei confronti del vinto. Non si dovrebbero mai considerare condannabili le azioni che avrebbero potuto essere utili alla sua nazione. Per questo giustifico – anche se mi costa farlo – il proditorio attacco giapponese di Pearl Harbour, nel 1941, dal momento che l’intenzione era quella di assicurarsi in un sol colpo la supremazia navale nel Pacifico. E poi giustifico le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, se quello era il modo di vincere in un sol colpo la guerra, risparmiando centinaia di migliaia di vite.
La storia non è per palati fini. Chiunque sia scandalizzato da questo testo si abbia le mie scuse, ma accolga anche l’invito a continuare – come ha sempre fatto – a non leggere libri di storia.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 
19 dicembre 2019
Colgo l’occasione per augurare Buon Natale a tutti



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POLITICA
17 dicembre 2019
IL GIGANTE A BORDO CAMPO
In origine “idea” significava “immagine”. E l’etimologia trova conferma nell’esperienza corrente. Dopo le elezioni abbiamo da leggere numeri e numeri, ma si vedono anche dischi divisi a spicchi di vari colori, e sotto ci dicono che il rosso è il tale partito, il verde il tal altro, e via dicendo. C’è qualcuno che non trova più intuitiva l’immagine rispetto ai numeri? 
Una delle più feconde trovate dell’umanità è stata quella di rappresentare graficamente i suoni di una lingua piuttosto che il significato delle parole. Così si è passati dagli ideogrammi all’alfabeto ed è stato un immenso progresso. Ma lo stesso l’ideogramma rimane più consono alla natura umana. Nella stessa civiltà dell’automobile la maggior parte dei cartelli stradali, per obblighi e divieti, sono costituiti da ideogrammi, validi quale che sia la lingua dell’utente, e in tutti gli alberghi i gabinetti maschili e femminili sono distinti da ideogrammi.
La cosa funziona persino in politica. Stamani, ascoltando la rassegna stampa in cui si parlava di “sardine”, ho scoperto che la mia reazione generale era di fastidio e disprezzo. E mi sono accorto che ciò dipendeva da un’immagine che mi si era formata in mente. Avevo immaginato i manistanti come ragazzini che giocano all’interno di un cortile protetto (quello dell’opposizione e dell’utopia) e sognano di andare a giocare fuori, ignorando che fuori c’è il mondo della realtà, pieno di incognite e di nemici. E dove sono destinati a fallire. Perché la realtà non perdona nemmeno i ragazzini. Ed ho anche pensato a Mussolini. Finché ha parlato dei destini imperiali della Roma fascista, finché ha aggiunto alle date, per esempio al 1938, l’inutile chiosa “XVI E.F.”, “Sedicesimo dell’Era Fascista”, ed altre baggianate, è rimasto al potere. Quando invece  ha sfidato la realtà, trascinando l’Italia in una guerra che non era assolutamente in grado di combattere, è finito appeso per i piedi.
Gli uomini agiscono, si amano e si odiano, come fossero soli al mondo. Invece a bordo campo c’è un gigante che li lascia fare finché non si spazientisce. Quando questo avviene, distrugge i più tracotanti con una zampata. Quel gigante è la realtà “effettuale”, come l’avrebbe chiamata Machiavelli. 
La realtà è anche una bussola interpretativa del presente. Il Movimento di Grillo, quando è nato, è sembrava caratterizzato da un eccesso di utopismo, di semplicismo e di ignoranza. Addirittura i “grillini” disprezzavano la competenza, la tecnica, l’economia, tutti gli strumenti necessari a chiunque voglia esercitare il potere. In queste condizioni, mi sono detto, non potranno che perire. Ma naturalmente, come nel caso di Mussolini, da prima ho avuto torto. Perché erano ancora all’opposizione, e dunque erano fermi alle parole. Quando invece – sospinti dalla rabbia di un popolo superficiale - sono andati al potere, il Gigante ha cominciato ad inseguirli a calci. Non soltanto hanno perso tutte le consultazioni elettorali ma si sono avviati al tramonto e all’estinzione. 
Non contraddice questo paradigma la durata di regimi assurdi e dannosi come il “socialismo reale”. Quando la realtà ci mette più tempo del previsto ad intervenire è perché è contrastata dalla violenza. Come adesione volontaria il comunismo russo è durato soltanto un paio d’anni. Poi, dai tempi dello stesso Lenin, si è mantenuto con la dittatura e il gulag. 
Ora si parla delle sardine, e questi sfaccendati hanno ancor meno idee di quante ne avessero a suo tempo gli stessi grillini. Finché si limiteranno alle comparsate in piazza, avranno modo di passare il tempo e di sentirsi importanti. Quando invece scenderanno sul terreno della concretezza la musica cambierà. Il Cristianesimo ha potuto vivere di utopia per una ventina di secoli ma solo perché ha puntato tutto sull’aldilà. Invece l’amministrazione della polis, cioè la politica, è affare di questa vita, e l’esperienza non perdona. 
Questi pesciolini credono di differenziarsi dal Partito Democratico perché ne rifiutano le bandiere, ma chi gli dice che governerebbero meglio di loro? Fra l’altro, il Movimento di Grillo, inalberando soltanto la bandiera della protesta, poteva presentasi come una novità. Ma le sardine non potrebbero fare altrettanto, mentre il M5s è ancora sulla scena. Ed anzi mentre muore proprio per avere adottato la formula che anche loro ora vorrebbero adottare.
Gli uomini non vogliono convincersi che la coperta è comunque troppo corta. È impossibile far felici tutti e già parlarne è una truffa. Per non dire che alla fine il gigante si spazientisce.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
17 dicembre 2019




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POLITICA
16 dicembre 2019
OLTRE LA DIVINA PROVVIDENZA
Quella che una volta chiamavamo nevrosi (ora mi dicono che bisogna cambiare terminologia) è una forma di disturbo mentale caratterizzato da una parziale distorsione della realtà. Sembra una cosa da nulla, ma convivere con una persona “disturbata” è piuttosto faticoso. Il fobico ha paura di qualcosa che tutti considerano innocuo ma impone ai congiunti di tenere sempre conto delle sue idiosincrasie. Chi è maniaco della pulizia impone agli altri regolamenti, abluzioni, precauzioni e riti accettati per non infliggergli un’angoscia ed anche per avere la pace.  Se il congiunto è claustrofobico bisognerà rinunciare all’ascensore, oppure aspettare che lui arrivi ansando al quarto piano. O rinunciare a far visita agli amici che hanno avuto la pessima idea di abitare al settimo piano. 
La famiglia del nevrotico finisce con l’adottare una diversa mentalità rispetto a quella normale. In casa dell’aracnofobico accetterà di considerare una tragedia l’avvistamento di un ragno. In casa dell’acrofobico sarà impossibile smontare la plafoniera perché papà non può salire su una scala.  Naturalmente la famiglia sa benissimo che ciò cui è obbligata non è normale, e nondimeno ci ha fatto una tale abitudine da considerarlo un dato. A casa d’altri, prima di mangiare, ognuno si laverà le mani col sapone di Marsiglia, con quello a schizzo, o magari soltanto con l’acqua, per poi asciugarsi con la carta igienica. Invece a casa propria userà il sapone disinfettante, l’unico approvato dal rupofobico, o ipocondriaco che sia, e si asciugherà in un foglio di Scottex, rigorosamente usa e getta. “Ti sei lavato col sapone disinfettante?”, si accerterà lo stesso il nevrotico.  “Certo, sì”. E così si potrà cenare in pace.
Ora i miei connazionali mi perdoneranno se dico un’enormità. Vivere in Italia mi dà la sensazione di coabitare con un numero tale di nevrotici da instillare nella mentalità corrente distorsioni accettate da tutti, fino a creare una realtà parallela. Scelgo di sostenere questa tesi con un solo esempio, riguardante lo Stato. 
Gli italiani - non le persone colte, i costituzionalisti, gli economisti o gli storici, ma la gente comune - hanno un’idea contraddittoria dello Stato. Quasi per convenzione, dicono che è corrotto, è un ladro, un oppressore, l’ipostasi di ogni ostacolo che si incontra nella vita associata. Ma Giano ha una seconda faccia, opposta alla prima. Da questo punto di vista lo Stato è la mamma. Anzi, la Divina Provvidenza. Non soltanto ha la funzione di renderci felici (gratis) ma deve accoppiare questo dovere con quello di farci da balia. Deve far sì che non ci accada alcunché di male, quand’anche esso dovesse dipendere dalla nostra stolidità. Se qualcuno cade da un balcone senza ringhiera non si pensa che quel tale era proprio uno stupido, ci si chiede che cosa ha fatto lo Stato per evitare l’evento. E che cosa farà per punire chi non l’ha impedito. 
Lo Stato deve darci un lavoro, lo dice anche la Costituzione. E se non riesce a darcelo, ci deve dare lo stesso il “reddito di cittadinanza”. Insomma, esistono sia  il dovere di lavorare, sia il diritto di mangiare, ma questo diritto non dipende da quel dovere. In fin dei conti abbiamo tutti il diritto di vivere a spese dello Stato. E poi ci si lamenta della pressione fiscale.
Lo Stato deve proteggerci dagli alberi che il vento può sradicare, dai fiumi che possono straripare, dalle frane montane e dalle tempeste di mare. In una parola ha più doveri di quanti ne avesse la Divina Provvidenza. E infatti non è che gli italiani ringrazino da mattina a sera questo Leviatano servizievole: anche quando fa miracoli, non fa che il suo dovere. Se un terremoto distrugge delle case, secondo la gente lo Stato deve ricostruirgliele. Non è responsabile del terremoto, ma non è comunque colpa sua, se ha permesso che la gente vivesse in case non antisismiche? E non  deve forse ripianare le perdite dei clienti delle banche che falliscono? Infatti avrebbe dovuto sorvegliarle meglio. 
Per concludere citerò un piccolo episodio significativo, nella sua assurdità. Tempo fa a Roma una turista australiana è stata brutalmente violentata. Il colpevole è stato identificato, è stato condannato a sei anni di carcere ed anche a risarcire la vittima con cinquantamila euro. Ma il colpevole non aveva un soldo e allora lo Stato italiano ha versato alla vittima poco meno di cinquemila euro. E che cosa è successo, a questo punto? L’erario è stato ringraziato? Per niente. La cosa ha suscitato indignazione e scandalo. Come, cinquemila euro di risarcimento per un episodio così disgustoso? Che figura ci fa, l’Italia? È comprensibile che quella turista non torni mai più. 
L’episodio è esemplare perché è stata usata la parola “risarcimento” e, come direbbe il caro Sigmund, nulla è più rivelatore del lapsus. Si parla di risarcimento come se la donna l’avesse violentata lo Stato. O come se la polizia potesse impedire tutti i delitti. O come se chiunque subisse una perdita, un’aggressione, una disgrazia, avesse poi diritto a vedersi indennizzare dallo Stato, colpevole di non avere impedito l’evento. 
Ma, a sud delle Alpi e a nord di Capo Lilibeo bisogna far finta che tutto questo sia normale. Riprenderemo la nostra razionalità quando torneremo fra la gente sana di mente. All’estero.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
P.S. Titolo dell’Ansa di ieri: “http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2019/12/15/figlia-fu-uccisa-30-anni-fa-lo-stato-mi-risarcisca_e050af66-6062-4d0d-bd6a-5914bee4f53a.html”



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15 dicembre 2019
NIEMOLLER
Il discorso di Renzi al Senato è stato, se non mirabile, ragionevole. Lo ha tenuto per difendere sé stesso e la fondazione Open, ma poco importa: che in Italia ci sia uno squilibrio fra i poteri, che il giudiziario debordi sul politico, e il politico sia intimorito dal giudiziario è la pura verità. 
Naturalmente, nessuno gli ha dato manforte. E Renzi del resto non merita compianto perché in passato lui stesso non ha dato manforte ai mille che sono stati messi in croce da un’iniziativa giudiziaria. Una dimostrazione per tutte: Silvio Berlusconi, prima di essere condannato per un’accusa peggio che  discutibile, era stato assolto più di venti volte. E queste assoluzioni dimostrano o no che oltre venti accuse erano infondate? Eppure l’impressione più frequente è stata che, “se era così spesso accusato, non poteva che essere colpevole”. 
Il fatto che le parole accorate e giustissime di Renzi non suscitino echi non può stupire. Infatti su questo tema è praticata da tutti i politici una colpevole inerzia o peggio: basti pensare alla corale abolizione dell’immunità parlamentare ai tempi di Mani Pulite. Tutti sembrano ritenere che il guaio capitato ad altri non possa capitare a loro. Che poi è la ragione per la quale molti non vogliono indossare la cintura di sicurezza in auto: “E perché dovrei avere un incidente stradale?” 
Per giunta il fenomeno si estende ai casi più gravi. Su questo argomento il pastore e teologo tedesco Martin Niemöller, internato per anni nei lager nazisti, ha scritto un testo che è divenuto giustamente famoso. Purtroppo è stato declinato con molte variazioni, secondo l’uso che ciascuno ha voluto farne, e per questo vado a cercare il testo originale, quale lo fornisce de.Wikipedia.org (1). Ecco la mia traduzione: “Quando i nazisti presero i comunisti, ho taciuto; io certo non ero comunista. Quando imprigionarono i socialdemocratici, ho taciuto; io certo non ero socialdemocratico; quando hanno preso i sindacalisti, ho taciuto; io infatti non ero un sindacalista; quando hanno preso me, non c’era più nessuno che potesse protestare”.
Questo comportamento è fin troppo frequente. Quando qualcosa riguarda un numero relativamente piccolo di persone, tutti tendono a disinteressarsene o a stravolgerlo. Per esempio, come ci si deve comportare con un figlio drogato all’ultimo stadio? I soggetti interessati possono essere alla disperazione e tuttavia i terzi si rifugiano – con involontaria ma colpevole crudeltà – nella superficialità, nel luogo comune e nel conformismo buonista. “Un figlio, anche se è un drogato, bisogna saperlo comprendere”. “Bisogna aiutarlo a uscire dal suo vizio”, “Anche se è violento, anche se ha rubato in casa, anche se pare abbia commesso una rapina per procurarsi la droga, è sempre un figlio”. Mille di queste generosissime dichiarazioni, rilasciate da chi non sa niente dei drogati e tuttavia è lo stesso pronto a condannare i genitori. 
Ecco che cosa intendeva Niemöller quando parlava di tacere, voltarsi dall’altra parte, rimanere inerti. I problemi degli altri per noi sono immaginari o meritati. Dal momento che soltanto una piccola percentuale della popolazione si trova ad essere implicata in un processo penale, non molti si interessano delle guarentigie a favore del cittadino accusato. Anzi spesso cedono allo stupido pregiudizio per cui ogni accusato è colpevole. E così sono addirittura contro quelle guarentigie.
Perfino nel campo del diritto civile, se ci si lamenta della lentezza della giustizia, si hanno soltanto echi distratti da chi non ha subito la stessa sorte. Eppure non è necessario cercare casi straordinari. Un padrone di casa che abbia la sfortunata idea di sfrattare un inquilino, per esempio perché non paga la pigione, per un tempo lunghissimo sarà obbligato a pagare le spese straordinarie dell’immobile e perfino il condominio dell’insolvente, per non parlare delle spese legali. Se poi la causa è una cosa seria, i processi non finiscono mai, i rinvii sono anche di anni e a poco a poco muore anche la speranza. Ma chi ne parla è ascoltato con scetticismo. L’interlocutore, per convincersi della gravità del problema, aspetta che la cosa capiti a lui. Ma a quel punto, come direbbe Niemöller, sarà lasciato solo, come lui ha lasciato soli gli altri.
Il fatto stesso che da noi si sia potuta concepire l’abolizione della prescrizione (invece di scandalizzarsi per i tempi della giustizia) dimostra la nostra totale insensibilità per l’angoscia dell’accusato, innocente o colpevole che sia. Il piccolo borghese è capace di dire: “Che m’importa? Io non ho mai messo piede in un palazzo di giustizia”. E non gli succederà nulla, perché la stupidità non costituisce reato.
Quando, nei primi Anni Novanta, vidi comparire in televisione un gruppo di inquirenti di Mani Pulite che protestava contro un provvedimento governativo, avendo persino partita vinta, mi sono detto che l’Italia era perduta. Se la politica si arrendeva al potere legislativo fino ad abolire l’immunità parlamentare, e se cedeva dinanzi ad una irrituale comparsata televisiva di magistrati, per il cittadino non c’era più speranza. Non mi sbagliavo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1) “Als die Nazis die Kommunisten holten, habe ich geschwiegen; ich war ja kein Kommunist.
Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, habe ich geschwiegen; ich war ja kein Sozialdemokrat.
Als sie die Gewerkschafter holten, habe ich geschwiegen; ich war ja kein Gewerkschafter.
Als sie mich holten, gab es keinen mehr, der protestieren konnte”. 



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POLITICA
13 dicembre 2019
L'INCERTO FUTURO DEL REGNO UNITO
È triste sentirsi sempre indietro di un giro. Quando in Inghilterra si è tenuto il referendum sulla Brexit, e questa è risultata vincente, non so perché, ho gioito. Forse perché i benpensanti la davano per un errore. Forse perché, da vecchio anglofilo, ho “ragionato” come i vecchi inglesi, che a qualunque vantaggio hanno sempre preferito l’“inglesità”. Forse semplicemente perché sono stato un imbecille come loro. Infatti la realtà ha presto dimostrato che la Brexit sarebbe stata un grossolano errore, per nulla conveniente per quel piccolo arcipelago.
Dunque ho dovuto cambiare canzone, e cominciare a sperare che l’Inghilterra riuscisse a fare marcia indietro. Cosa che ho fatto per circa tre anni, intravedendo una concreta luce quando il Parlamento è riuscito a bloccare Boris Johnson. Al costo – per alcuni – di perdere il seggio. 
Infine – ed è cronaca di questi giorni – Johnson ha convocato nuove elezioni per il 12 dicembre – ieri – ed io mi sono trovato spiazzato. Boris era per la Brexit entro il 31 gennaio, e questo non mi piaceva. Ma contro di lui c’era un impresentabile e ambiguo Jeremy Corbyn e per me è stato come se m’avessero chiesto di scegliere fra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Corbyn no, innanzi tutto perché lo davano per perdente, e dunque era inutile sporcare la mia scheda. Johnson, allora? Per una volta, ho ringraziato Dio di non essere inglese. I britannici hanno votato a valanga per il leader conservatore ed io, per la seconda volta, sono rimasto indietro di un giro. 
Ora sappiamo che Johnson ha vinto, con una tale maggioranza che, qualunque cosa accada in futuro, in questo campo, non avrà scuse. Poverino. Non vorrei essere nei suoi panni. O nelle sue scarpe, come dicono da quelle parti.
Comunque, il mondo intero sembra contento di quell’esito. Il sospiro di sollievo della Gran Bretagna, dell’Unione Europea e perfino dei mercati si spiega con la fine di una troppo lunga incertezza. Brexit sì, Brexit no, Brexit sì, Brexit no, basta. Ma quando la fine dell’incertezza annuncia la certezza di un guaio, non è che sia una grande gioia. 
Tutti i motivi per i quali i terzi dicevano che sarebbe stato opportuno un referendum che annullasse la Brexit erano validi prima e sono validi oggi. Né si può essere sicuri che la valanga di voti a favore di Johnson sia una valanga di voti a favore della Brexit. La fortuna del dandy inglese (solo un dandy potrebbe permettersi quella capigliatura) è stata quella di avere un avversario impresentabile. Già mi ero molto stupito quando il Partito Laburista ne aveva fatto il suo leader, e ora farne il suo candidato, col suo programma assurdo, è stato un suicidio politico. Al punto che non sono sicuro che gli inglesi abbiano votato per la Brexit: forse hanno votato contro Corbyn. E non è strano che ora questo pittoresco personaggio sia stato invitato a lasciare il posto di leader dei laburisti.
I laburisti sono stati estremisti e sono stati puniti. Quasi mi stupisco che conoscano così male le radici profonde della loro nazione. Per non dire che la storia, con Margaret Thatcher, e con i laburisti di quegli anni, avrebbe dovuto insegnare loro dove si va a parare, quando si esagera.
Comunque, è fatta. Purtroppo, se la Gran Bretagna lascia ufficialmente l’Unione il 31 gennaio, poi avrà soltanto undici mesi per un’uscita ordinata e concordata. Un tempo che i competenti giudicano assolutamente troppo breve. E allora che farà, Johnson? Si butterà sul “no deal” (nessun contratto) e l’uscita disordinata, che tutti giudicano catastrofica, soprattutto per l’Inghilterra? Oppure chiederà un rinvio, e si continueranno i negoziati, ancora e ancora, fino allo sfinimento? Dimenticando che, se ha vinto, è stato perché tutti, sulle due rive della Manica, ne avevano abbastanza di questa interminabile saga?
Johnson è un vero politico. Scervellato, emotivo, privo di scrupoli, energico, demagogo, forse anche più intelligente e colto di quanto non appaia. E come tutti i grandi politici è più bravo a vincere le battaglie che le guerre. Ma ora, con dietro un grande e disciplinato esercito, se non conduce l’Inghilterra alla vittoria dovrà essere bravissimo a inventare scuse. Anche se, probabilmente, non serviranno a niente, perché chiunque sia colpito nel portafogli non ha orecchie per le dotte spiegazioni.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 dicembre 2019 



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POLITICA
13 dicembre 2019
IL "MES", IN BREVE
Lo so, mi avventuro in un terreno minato. Ma se qualcuno mi correggerà, non che farmene un problema, lo ringrazierò.
Il Meccanismo Europeo di Stabilità è un contratto comunitario per correre in soccorso dello Stato che si trovasse ad avere grandi difficoltà finanziarie. Del tipo di quelle che hanno portato Portogallo, Spagna e Irlanda ad una sorta di amministrazione controllata. E questi Stati ne sono usciti risanati. La Grecia invece è arrivata, nei fatti, fino al fallimento, ed ha sofferto molto di più.
Il rischio di un momento di difficoltà non risparmia nessuno. Soprattutto non risparmia i Paesi col più alto debito pubblico, e dunque i primi ad essere interessati a disporre di un paracadute dovremmo essere noi. Ovviamente però, se vogliamo che gli altri si impegnino ad aiutarci, dobbiamo noi impegnarci ad aiutare loro, Francia e Germania incluse. 
Dicono però alcuni che quando le nostre quattro banche sono state in difficoltà, ce la siamo cavata da soli (bail in), mentre poi abbiamo dovuto aiutare le banche francesi e tedesche. Dimenticando che, quando si è progettato il meccanismo, noi l’abbiamo altezzosamente rigettato mentre gli altri quell’ombrello l’hanno comprato. Comunque, acqua passata.
Oggi molti temono che per l’aiuto, in caso di bisogno, agli altri non si porranno particolari condizioni, mentre per noi ci sarà il rischio (o la certezza?) della ristrutturazione del debito. E non capiscono che non è questione di trattati. Se un miliardario si presenta in banca perché è rimasto senza contanti in tasca, il direttore gli stenderà un tappeto rosso perché si compiaccia di accettare diecimila euro. Se invece si presenta un quisque de populo, o un Paese con 2.300 miliardi di debiti, gli faranno mille domande e gli chiederanno mille attestati.
Per salvare l’Italia non tratterebbe di centinaia di miliardi, ma di un bel mucchio di miliardi. È dunque normale – come stabilisce chiaramente il Mes - che i soci si chiedano (e le chiedano) se è in grado di restituire il denaro. Qualcuno, per difendere il trattato, sottolinea ipocritamente che in esso non si parla di ristrutturazione del debito. È una difesa miserella. Se parliamo di gangrena è inutile precisare che si potrebbe essere obbligati ad amputare. 
Ma appunto: che cos’è questa ristrutturazione del debito? È un pietoso eufemismo. Una foglia di fico per coprire l’indecente espressione: “Concordato fallimentare preventivo”. Cioè l’Italia ammette di non poter far fronte ai suoi debiti e propone di rimborsarli al 70% (per buttare lì una cifra), diminuendo di altrettanto il suo debito pubblico. Un meccanismo che non dipende dal trattato, ma dalla situazione finanziaria dell’Italia. Se essa sarà in grado di pagare i suoi debiti, non ci sarà alcuna ristrutturazione; se viceversa non sarà in grado di farlo, non ci sarà santo in cielo che possa evitarcela.
Naturalmente, questa ristrutturazione non piacerebbe a nessuno. Non certo ai creditori, che perderebbero una bella percentuale del denaro che si aspettano di avere, e accetterebbero il concordato per non perdere ancora di più. Non alle banche italiane, che hanno la pancia piena di titoli pubblici e che di quella percentuale si vedrebbero decurtare le loro riserve. Non a tutti gli italiani, per cento motivi che è inutile enumerare. Ma l’eventuale concordato non nasce dall’opinione della comunità europea, e neppure dal fatto che il governo italiano ha firmato il Mes: sarebbe determinato dalle Borse se, improvvisamente, nessuno più comprasse i nostri titoli, ritenendoli carta straccia. 
E così veniamo alla sostenibilità del debito. Che l’Italia lo possa rimborsare o no, prima che dalla realtà effettiva, dipende dall’opinione dei mercati.  E per questo risulta patetico Giuseppe Conte quando dice che il nostro debito è sostenibile. Innanzi tutto, la cosa non dipende dal suo giudizio, ma dal fatto che gli investitori internazionali comprino o non comprino i nostri titoli di Stato. E poi non importa che il debito sia sostenibile oggi, dovrà esserlo se e quando l’Italia si rivolgerà ai firmatari del patto per essere aiutata. 
Interessante è poi la tesi di coloro che dicono: “Se accenniamo alla ristrutturazione del debito pubblico, potremmo svegliare il cane che dorme e provocare noi quella ristrutturazione”. Giusto. Ma non è evitando di parlare del cancro che saremo esentati dala chemioterapia. 
Ecco perché la discussione sul Mes è futile. Tutti ne parlano come se le eventuali condizioni per aiutare l’Italia – e in particolare la ristrutturazione del debito - dipendessero dal trattato o dalla malvagità dei soci europei. Invece non dipenderebbero né da loro né da noi, ma dalla realtà borsistica. È del debito che bisognerebbe discutere. Se noi fossimo capaci di ridurlo, sia pure di poco ma costantemente, diverrebbe sostenibile e non avremmo bisogno del Mes. Se viceversa, come avviene ormai da anni, lo lasciamo sempre lievitare, fatalmente diverrà insostenibile. 
E qui c’è da prendersi la testa fra le mani. Non soltanto il debito continua ad aumentare, ma a Roma vorrebbero che aumentasse anche più velocemente e chiamano questa manovra suicida “flessibilità”. In queste condizioni, sarà grasso che cola se all’occasione otteniamo un concordato preventivo.
            Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
12 dicembre 2019
LE SARDINE E CASA POUND
Non mi interesso abbastanza delle “sardine” e neppure di “Casa Pound” per sapere perché quest’ultima era stata invitata a una manifestazione ittica. E non conosco neppure le ragioni per le quali il pesce azzurro ha poi ambiato opinione. Se è vero che l’hanno allontanata perché “fascista” me ne duole. Non perché abbia simpatia per quei dinosauri, ma perché l’Italia è stata piena di stalinisti fino a Khrushchev, e nessuno si è mai sognato di emarginarli. Addirittura, Giorgio Napolitano l’hanno fatto Presidente della Repubblica. Dunque, in materia di democrazia, non abbiamo nessuna verginità da salvare.
Tuttavia la vicenda mi ha incuriosito, tanto che mi sono chiesto: se dipendesse da me, chi escluderei da una manifestazione, da una riunione, da un dibattito? E la prima risposta che mi è venuta in mente è stata:”Nessuno”. 
Non è che io sia l’uomo più civile e tollerante del mondo. È soltanto perché, per decenni, ho provato il massimo orrore intellettuale per i comunisti, eppure ho avuto da fare con tanti di loro. Molti ho dovuto considerarli persone perbene e alcuni sono anche stati anche veri amici. Se ho tollerato gente che sosteneva Stalin, l’autore delle massime sofferenze umane dei secoli recenti - anche perché ha avuto più tempo di Hitler - per fare danni, perché non dovrei tollerare degli imbecilli nostalgici del saluto romano e di altre velleità imperial-demagogiche?
Così sono stato costretto a ipotizzare non un comunista, non un fascista, e non un qualunque criminale, ma  il “peggio del peggio”. E per me il peggio del peggio è un terrorista islamico. Ecco la domanda: accetterei di discutere con costui? Magari in un talk show, o in un salotto privato? 
Ovviamente la prospettiva è tutt’altro che gradita. E tuttavia ho scoperto il nocciolo della questione: la possibilità del dialogo non dipende dalle idee dell’interlocutore, ma dalla sua buona educazione; e, in mancanza di questa, dalla  serietà delle regole del gioco.
Io non avrei difficoltà a discutere col terrorista, con lo stalinista, con l’antisemita, e perfino con l’imbecille (ammesso che si possa distinguere quest’ultimo dai precedenti) all’unica condizione che non mi insultino, non mi interrompano e mi sia concesso lo stesso tempo concesso a loro. Io non ho paura dei loro argomenti, ho paura della rissa, della cagnara da cortile di certi dibattiti che si vedono in televisione. Dunque pretenderei che a miei interlocutori sia tolto il microfono, quando esprimo la mia opinione, essendo placidamente disposto a rinunciare al mio quando tocca a loro. 
Insomma, non ho paura degli argomenti degli altri: il peggio che possa capitarmi è che gli debba dare ragione. Ma assolutamente mi rifiuto di risultare perdente per il volume della voce, per la disinvoltura nell’interrompere e per l’aggressività verbale. 
Ecco perché non capisco l’esclusione di Casa Pound. Le cosiddette “sardine” non discutono, non espongono idee, non hanno un programma. E allora manca perfino l’appiglio per la lite. Dunque che cosa temono? Che i neofascisti non cantino “Bella Ciao”? Non sembra un grande problema. Del resto quel grande capolavoro musicale, nell’insistito abbaiare della parola “Ciao”, non ne soffrirebbe. Dunque basterebbe che gli amici di Casa Pound si impegnassero a star zitti e buoni, e non si vedrebbe perché escluderli. Forse soltanto perché le “sardine” sono antifasciste? È questa la loro tolleranza? È questo il modo come predicano l’amore e la fine dell’odio? 
Personalmente sarei disposto parlare con loro, a unirmi a loro malgrado la mia idiosincrasia per le greggi belanti, e questo benché il loro comportamento mi autorizzi a proclamare che sono disposto ad intrupparmi con chiunque, inclusi leghisti e neofascisti, salvo che con le sardine. Oltre tutto così pareggeremmo. Infatti la mia esclusione sarebbe simmetrica alla loro.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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