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23 luglio 2006

LA DIPLOMAZIA

Nei momenti di crisi da molte parti s’invoca la diplomazia come alternativa alle armi. Alcuni credono addirittura che ogni conflitto possa essere risolto da un’abile e benevola diplomazia. Ee tuttavia è facile vedere come questa concezione sia fallace.

Quando comincia un conflitto armato – secondo l’immortale lezione di von Clausewitz – è chiaro che uno dei due stati pensa di essere militarmente in vantaggio e presenta questa superiorità all’incasso. Significa altresì che ciò che vuole ottenere non è stato capace di farselo dare “con le buone” e per questo von Clausewitz ha scritto che ogni guerra rappresenta “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. La prosecuzione, si badi, non l’inizio. Il conflitto è il momento in cui  la tensione si è spinta tanto lontano da provocare il collasso del sistema.

La guerra costituisce l’aggravamento d’un problema, non la sua nascita. Quando Saddam Hussein invade il Kuwait dal punto di vista internazionale si considera questa azione militare come un inammissibile e ingiustificabile atto di violenza contro uno stato sovrano: ma questo solo perché l’opinione pubblica non ha badato, nei mesi e negli anni precedenti, alla teoria di Hussein secondo cui il Kuwait è una provincia irakena. Egli infatti non ritiene d’andare ad annettere un territorio straniero, ma d’andare a ricuperare una parte del proprio. Nello stesso modo, se la Cina sferrasse un attacco contro Taiwan, mentre per tutto il mondo si tratterebbe di una guerra d’aggressione, per la Cina si tratterebbe di andare a riprendere con la forza, dopo decenni di pazienza, la “Provincia Ribelle”.

La diplomazia non è ignara dei problemi che, in certi posti e in certi momenti, conducono poi ad una guerra, e fa il suo mestiere: ma quando essa scoppia parecchie cose cambiano.

Innanzi tutto, se è vero che chi dà inizio alle ostilità normalmente (secondo Clausewitz) lo fa perché è sicuro della propria superiorità (Hitler, 1939; Arabi, 1967), è anche vero che molto spesso i risultati concreti sono ben inferiori alle aspettative (Spedizione ateniese contro Siracusa, Prima Guerra Mondiale). Ed è a questo punto che ritorna in campo la diplomazia. Se il paese aggressore voleva ottenere trentamila chilometri quadrati di territorio e dopo due anni, malgrado gravi perdite, ne ha conquistati seimila, il successo dell’impresa appare meno certo dell’inizio. Ovviamente anche il paese aggredito, che pure ha offerto un’imprevista resistenza, affronta dal suo lato spese e sofferenze inaudite. La diplomazia a questo punto può cominciare a dire al primo che se gli si concedono quattromila chilometri quadrati, salva la faccia e si risparmia il resto del calvario. E può dire al secondo: stai soffrendo molto, il futuro potrebbe essere ancora peggiore, compra la pace con quattromila chilometri quadrati e poi si vedrà.

La diplomazia non è un’arma autonoma. Non è fatta di prediche e buoni sentimenti. È l’arte di presentare i fatti in modo che ciascuno sia indotto a riconoscere il proprio interesse, senza fanatismi e senza impuntature. Ma per far questo i fatti devono lasciare spazio: e a volte non è così.

Se uno dei due paesi è chiaramente vincente, la diplomazia non potrà far nulla: non ha molto da offrire o da minacciare. Se uno dei due paesi, pur perdente, è guidato da un folle o un fanatico (Hitler, Hamas), nessuna diplomazia potrà far breccia nel suo cervello. Perché sarà disposto a lasciar distruggere il proprio paese piuttosto che scendere ad un ragionevole compromesso (cui tendeva l’attentato di von Stauffenberg). Se i governanti sono particolarmente ottusi, potrebbero non aver occhi per i dati reali. Ecc.

Perché la diplomazia possa avere serie possibilità d’influire sul corso degli eventi sono dunque necessarie condizioni obiettive che spingano al compromesso e governi pragmatici e responsabili capaci di apprezzarle. In questo caso la pace potrà essere raggiunta anche autonomamente, senza intervento di terzi (resa dell’Impero Tedesco nella Prima Guerra Mondiale). Se invece la diplomazia vorrà avere un peso rispetto a un contendente particolarmente animoso o fanatico (Hezbollah), dovrà essere capace di agitare una grossa carota e un enorme bastone. Per esempio un intervento che potrebbe dare un determinante vantaggio al suo avversario.

Senza questo essa è flatus vocis, logomachia o comunque si voglia diplomaticamente designare il chiacchiericcio ad alto livello.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

23 luglio 2006




permalink | inviato da il 23/7/2006 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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