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POLITICA
16 marzo 2010
SANTORO, CAPIRE UN FANATICO
Per capire gli altri il metodo più semplice è ricordare ciò che abbiamo sentito o pensato quando ci siamo trovati in una situazione analoga. Ma proprio per questo è difficile capire le persone in cui non riusciamo a riconoscerci.
In tutte le civiltà il furto è imperdonabile. L’uomo civile disprezza perfino il leone, quando si accorge che è capace di rubare le prede alle iene o ai leopardi. Il ladro dunque sa di esporsi al giudizio negativo della società e ciò malgrado continua il suo esecrabile “mestiere”: come mai? Probabilmente si considera già in partenza un reietto, uno cui è stato imposto un ingiusto marchio d’inferiorità e di infamia, tanto che ormai non ha più remore e se finisce in galera non è un dramma. Fa parte del gioco. Questa auto-squalificazione spiega certe audacie dei delinquenti: sono capaci di commettere reati balordi ed imprudenti perché si considerano merce vile e spendibile. Le conseguenze e il domani non contano. Per capire il ladro d’ appartamenti bisogna immaginare tutto un altro mondo mentale.
Partendo da queste premesse si può cercare di capire il fanatico. Costui, come il paranoico cui somiglia, è una persona normale in tutti i sensi, salvo per ciò che lo mobilita psicologicamente: lì non valgono i principi e i ragionamenti che si applicano negli altri casi. L’antisemita si lascia andare a tesi balorde e improbabili di cui di solito si vergognerebbe, l’antiamericano crede che la Casa Bianca ha organizzato l’abbattimento delle Torri Gemelle, lo scienziato fervente cattolico è capace di credere alla sospensione delle leggi fisiche nei miracoli, il comunista è capace di credere alla teoria marxista malgrado il suo universale fallimento, il tifoso è convinto che tutti gli arbitri ce l’hanno con la sua squadra. Persone normali salvo si tocchi quel certo tasto.
Per capire questi atteggiamenti bisogna pensare che la molla fondamentale è il sentimento di un’estrema evidenza.
Immaginiamo qualcuno la cui certezza di base sia che la modernità è un male. Costui, anche a voler posare a moderato, non riuscirà a non farsi sfuggire espressioni, commenti e battute che corrispondono alle sue teorie. Se qualcuno dicesse “Sono stato svegliato dal telefono” potrebbe dire sorridendo: “Ecco a che serve questa invenzione”. Un incidente stradale? Se solo fosse andato a piedi! Un mal di stomaco? Con la spazzatura che mangiamo oggi! E perfino il dramma di sapersi condannati a morte per cancro otterrebbe come commento: “Per fortuna, un tempo si moriva senza sapere né quando né perché”.
Il fanatico infatti è un maestro di paralogismi. Usa una logica ferrea, partendo da premesse false, per giungere a conclusioni assurde: se nelle Torri Gemelle sono morti pochi ebrei, è ovvio che sono gli ebrei che hanno organizzato l’attentato. Ad un livello meno scandaloso, è capace di affermazioni avventate, cominciando con le parole: “In  nessun Paese del mondo…” ma si stupirebbe se uno gli chiedesse: “Sei sicuro che questo non avvenga nel Bhutan? Nel Burkina Faso? In Birmania o nel Madagascar?” La domanda gli pare assurda. Lui diceva una cosa evidente di per sé, che importa del Burkina Faso?
 Il fanatico politico, anche quando si sforza di “essere moderato”, rimane un fanatico. L’antiberlusconiano viscerale, per esempio, dice che il Cavaliere “non rispetta nessuna regola”, ed è sostanzialmente “il padrone del suo partito e forse dell’Italia”. Mentre dice questo si considera un moderato perché in realtà lui pensa che sia un pendaglio da forca sfuggito al boia e una calamità per l’intero Paese. Se dunque qualcuno gli dice che il Cavaliere rispetterà pure qualche regola, a cominciare da quelle democratiche, si indigna. Come! Lui era stato moderato, aveva concesso il novantotto per cento, e ora gli si nega il due per cento?
Qualcuno una volta riassunse brillantemente l’antiberlusconismo con questa frase: “Se Silvio Berlusconi camminasse sull’acqua molti ne dedurrebbero che non sa nuotare”.
È con questa mentalità che si può arrivare a capire la buona fede di un personaggio come Michele Santoro. Parte da certezze assolute, innegabili, solari, ed esse tornano a galla continuamente. Per questo “Annozero” è profondissimamente fazioso mentre il suo conduttore si considera un onesto giornalista: egli infatti non dice quello che pensa di peggio, dice solo quello che pensa di meno peggio. Quello che reputa innegabile. E se gli vietano di dirlo, non pensa che attacchino lui, pensa che attacchino la possibilità di dire la pura verità.
Discutere con i fanatici non serve a nulla. Una volta – si era ai tempi del Psiup - un giovane di estrema sinistra affermava che in Italia non c’era libertà di stampa. “E chi ti impedisce di pubblicare un giornale”, gli chiese un amico liberale. “Chi me l’impedisce? Non ho i soldi”. “E allora non è che manchi la libertà di stampa”. “Manca eccome: lo Stato mi dovrebbe dare i soldi per pubblicarlo”. “Ah sì? rise l’amico. E chi ti dice che poi avresti dei lettori?” E qui giunse l’indimenticabile risposta finale: “Lo Stato dovrebbe obbligarli a leggere il mio giornale”. Di fronte a qualcuno che “ragiona” così bisogna subito dire che sì, in Italia non c’è libertà di stampa. Non c’è mai stata. E Santoro è la bocca della verità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 marzo 2010
POLITICA
6 febbraio 2010
LA RELIGIONE VERDE
L’uomo ha bisogno di credere e la religione risponde a questo bisogno. Oltre a fornirgli una spiegazione del mondo, essa gli assicura infatti che non morirà, che la giustizia prevarrà e che Dio lo protegge. Si capisce così che abbia avuto un enorme successo e infatti l’ateismo è dovunque minoritario e perdente.
Le religioni tuttavia sono molte, si contraddicono e contengono troppi elementi inverosimili. Per conseguenza – anche per l’affermarsi della mentalità scientifica - nei paesi occidentali si è avuto un graduale passaggio alla miscredenza sostanziale. Dal momento però che la decadenza intellettuale di una teoria non fa diminuire il bisogno di religione, dalla fine del Settecento in poi si è avuta una tripla deriva. Il Cristianesimo - da quella concezione del mondo (anche filosofica) che era - è passato ad essere per molti una credenza sentimentale fatta di fratellanza, umanità e consolazione. Cioè si è svuotato dall’interno. Alcuni si sono volti allo scientismo, che offriva anch’esso una visione del mondo ma non scaldava il cuore. Altri infine sono divenuti ferventi del socialismo che, pur non disponendo di una trascendenza, prometteva una palingenesi: la giustizia sociale, la fratellanza e, ovviamente, la prosperità economica. Infine, e siamo nel Novecento, il socialismo è stato sopravanzato dal marxismo che, essendo più radicale, conteneva maggiori elementi salvifici.
Il comunismo, per un secolo e mezzo, ha appassionato milioni di intellettuali, anche se, dove ha preso il potere, è divenuto una dittatura savonaroliana. I risultati concreti però lo hanno screditato inesorabilmente e infine la catastrofe dell’Unione Sovietica lo ha travolto. Così, l’ultimo quarto del Ventesimo Secolo ha visto l’Occidente senza una religione credibile: lo scientismo era morto da tempo, il Cristianesimo era divenuto una forma di religiosità annacquata, i comunisti erano dei nostalgici aggrappati alla loro teoria solo perché è troppo doloroso rinnegare i sogni dell’infanzia: Babbo Natale esiste, io l’ho visto. I più dunque si sono dati ad una sorta di sincretismo in cui confluiscono religiosità (perché inimicarsi Dio, dopo tutto?), socialismo, scetticismo, pragmatismo e soprattutto consumismo. La religione di Candide: bisogna coltivare il nostro giardino.
Una simile posizione – ampiamente filistea – non poteva però bastare ad alcuni giovani e agli idealisti viscerali. Questi, dal momento che le vecchie credenze erano screditate, sentirono la necessità d’inventarne un’altra, ed ecco la Religione Verde: una sorta di panteismo con al centro il pianeta Terra. Gli articoli di fede di questa religione ecologica - ché di questo si tratta (http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=27433&Itemid=46) - sono sorprendenti: l’Uomo è stato legittimato ad esistere finché è vissuto nelle caverne. Con l’antropizzazione del pianeta invece egli è divenuto un abusivo arrogante e nocivo. Dovrebbe dunque smetterla di fare i propri comodi; di servirsi di tutte le risorse; di favorire o distruggere specie vegetali o animali; di consumare l’ossigeno; di aumentare l’anidride carbonica; di cambiare il clima. Egli ha più o meno gli stessi diritti delle zanzare.
Un simile atteggiamento autopunitivo è una tendenza religiosa eterna. Tutti i culti infatti predicano il digiuno, la mortificazione, la povertà. Dio è sempre corrucciato e i suoi adoratori sono sempre colpevoli: miserere nobis. Al massimo si può implorare il perdono. I Verdi, seguendo Rousseau, predicano per questo il ritorno alle origini, ignorando quanto sarebbe scomodo vivere secondo natura.
La venerazione per la Terra incontaminata non è neanch’essa una novità. La maggior parte delle religioni reputa che il mondo è perfetto com’è e che comunque non possiamo migliorare l’opera di Dio. Da questo nasce il misoneismo: l’avversione verso il progresso scientifico, i lavori pubblici, l’energia nucleare, le novità della medicina, gli ogm e tutto ciò che potrebbe farci stare meglio. Per i Verdi solo ciò che è naturale è buono: a momenti anche la peste.
Naturalmente una persona di buon senso sa che se non abbiamo fame, se non abbiamo freddo in inverno e caldo in estate, se moriamo a ottant’anni, è perché la scienza ci ha regalato vantaggi che neanche Luigi XIV sognava di avere. Dunque considera i Verdi soltanto una minoranza rumorosa. Poi, dal momento che della nuova religione non si osa dir male,  fa una distratta genuflessione verbale e tira diritto.
In materia d’ecologia, per le preoccupazioni ragionevoli, bisogna dare ascolto solo agli scienziati classici. Perché discutere con quelli ferventi della nuova religione è del tutto inutile: sono come quegli studiosi cattolici che dichiarano “documenti storici” i Vangeli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 febbraio 2010

POLITICA
4 gennaio 2010
FATTIBILE È
Per quanto riguarda la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina si può innanzi tutto dubitare dell’opportunità di spendere tanto denaro per un’opera del genere; si può dubitare della sua redditività, una volta costruito; si può persino dubitare della sua utilità, se non si è mai atteso un traghetto solo il sole d’agosto per un paio d’ore: ma quello che stupisce è che parecchi dubitino della sua fattibilità tecnica.
Se, fra amici avvocati o professori di letteratura, col cervello un po’ annebbiato da un’abbondante cena, ci mettessimo a discutere della possibilità di realizzare una nave lunga un chilometro, potremmo parlare per molto tempo ed anche divertirci, senza avere la pretesa di dire cose serissime. Non essendo in grado di costruire nemmeno una barca di quattro metri, sapremmo di star chiacchierando. Il problema sorgerebbe se uno degli amici, particolarmente sciocco, avesse l’ardire di dire “è impossibile costruirla” oppure che “è sicuramente possibile costruirla”. Queste affermazioni infatti vanno lasciate ai competenti e per giunta costoro, se veri competenti, probabilmente non sarebbero perentori, a meno di avere precise certezze scientifiche. Rimane il fatto che non tutti attendono di possedere i dati necessari, prima di aprire bocca: si fondano su quella che gli sembra un’evidenza e, l’evidenza gioca a volte brutti scherzi.
Quando si cercava di trovare il modo di volare con qualcosa di più pesante dell’aria, molti erano scettici. Non solo vedevano i rischi che presentava l’impresa, ma reputavano anche che “se Dio avesse voluto che volassimo, ci avrebbe dato le ali”: e questo bastava per condannare il tentativo. La realtà invece ci dice oggi che non si riuscirebbe ad andare a New York in nave neanche se lo si volesse.
Lo stesso per l’altezza degli edifici. Quando pietre e mattoni non sono più stati sufficienti si è trovata la tecnica dell’acciaio. Prima si è costruito l’Empire State Building, oggi è in costruzione, a Dubai, un grattacielo alto circa ottocento metri. Impossibile? Meglio non dirlo. Per edifici alti un chilometro secondo i tecnici è solo una questione di costi. La gente invece è tendenzialmente ferma alla Torre di Babele, nello stesso tempo empio simbolo di ambizione costruttiva e di fallimento.
Il Ponte sullo Stretto rientra in questo genere di fenomeni. Il manufatto è studiato da molti decenni e ci hanno messo mano fior d’ingegneri da tutto il mondo: per questo è supremamente irritante sentir dire che non lo si può costruire. E invece si sentono gli incompetenti che sparano: “È assurdo, perché quella è una zona sismica”. Come se questo i costruttori non lo sapessero. “Perché la campata è troppo lunga”, come se non fosse il primo problema. “Perché la Sicilia si sta allontanando dalla Calabria”, come se questo dato geologico fosse un segreto. In realtà il Ponte potrebbe essere inopportuno, ma fattibile è.
L’opposizione nasce da due molle fondamentali: la prima è puro e semplice misoneismo. “Se Dio avesse voluto che andassimo a piedi asciutti da Villa S.Giovanni a Messina non avrebbe fatto lo Stretto”. La seconda è un inconscio ma incompressibile anti-meridionalismo: “Ma che ce ne importa, di come i siciliani varcano lo Stretto? Perché dovremmo rimetterci noi che magari non l’utilizzeremo mai?”
Infine, come se non bastasse, dal momento che Silvio Berlusconi si è fatto promotore di un’impresa che gli isolani vagheggiano da molti decenni, l’opposizione al Ponte è anche opposizione a Berlusconi. E per questo diviene acida, dogmatica, fanatica.
Il Ponte è sicuramente fattibile e sarebbe utile per molti versi. Quanto ai costi, si vedrà. Visto che all’impresa partecipano anche privati, e visto che questi non hanno la vocazione di rimetterci, è anche possibile che alla fine quell’opera si riveli un affare. Come è possibile il contrario, ovviamente: ma perché essere sicuri del fallimento?
Nessuno che vada a S.Francisco tralascia di visitare il Golden Gate. Nessuno che vada ad Istanbul omette una visita al ponte che scavalca il Bosforo e certo non si dimentica il nuovo ponte del golfo di Corinto. Il Ponte di Messina (come umilmente sarebbe bene chiamarlo) farà parte di questa ristretta schiera di grandi monumenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 gennaio 2010

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