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POLITICA
1 maggio 2011
UN DIFFICILE RAPPORTO CON LA VERTA'
Chi, per mestiere o per passione, si interessa di attualità, finisce col fare una distinzione fra gli articoli che riflettono i discorsi appassionati e superficiali che si potrebbero sentire al bar e quelli che a momenti sembrano fuor di luogo in un giornale: talmente uno li vedrebbe bene in saggi di politologia.
È questo che rende indimenticabile un nome come quello di Augusto Guerriero. Chi si accostava ai suoi articoli era fulminato dalla sua chiarezza e dalla sua semplicità. Mentre su certi argomenti, fino a quel momento, avevamo avuto idee confuse e il timore che ci fosse molto di più da capire, con “Ricciardetto” (il suo pseudonimo) avevamo la sensazione di un’elementare evidenza. Poi, si poteva non essere d’accordo: ma sapendo su che cosa e per quali motivi. L’appuntamento settimanale con le sue tesi, su “Epoca”, era da molti sentito più come un bisogno che come un dovere.
Queste caratteristiche di abbagliante fascino intellettuale non furono esclusivamente sue. Già nell’antichità ne esistono fulgidi esempi: Tucidide è detto “padre della storia” perché capace di scrivere chiaro senza che mai si trascuri la serietà dell’informazione. Egli è inoltre riuscito, nei discorsi degli ambasciatori, ad esporre contrapposte tesi politiche con uguale forza dialettica: dimostrando così come la realtà sia ben più complessa di come la vedono i superficiali e i fanatici. Questo genio tranquillo potrebbe essere detto maestro perfino di un’attività che ai suoi tempi non esisteva, il giornalismo: a tal punto è stato capace di scrivere in modo avvincente e di non disdegnare il particolare interessante.
Il merito massimo di questo ateniese rimane tuttavia la sua stupefacente oggettività pur nel momento in cui descriveva una guerra che opponeva la sua patria e Sparta. Una guerra cui egli partecipò non come spettatore ma come uno dei comandanti. E questa è una ragione per la quale non si finirebbe mai di tesserne le lodi. Svetonio è divertente ma le sue pagine si leggono ponendole istintivamente sul registro del corsivo. Tucidide si legge col rispetto dovuto ai testi sacri.
I grandi maestri del giornalismo – oltre a Guerriero vengono alla mente i nomi di Walter Lippman, Indro Montanelli, Alistair Cooke e, fra i viventi, George Friedman – hanno la caratteristica di applicare agli avvenimenti contemporanei la lezione di Machiavelli. Partono dai fatti – la situazione geografica, economica, militare, storica e culturale dei vari Paesi – e dagli interessi che ne derivano. Poi, immaginando i governanti come persone del tutto prive di scrupoli ed egoisticamente attente solo al bene del loro Paese, ne deducono le intenzioni e i probabili comportamenti. La loro grandezza deriva, come nel caso di Tucidide, da uno sconfinato amore per la verità che non si flette dinanzi alle passioni personali o alle illusioni etiche. Essi hanno sempre il coraggio di dire le cose come stanno - coraggio che qualcuno chiama cinismo – e ciò anche quando la realtà è contro la loro Patria o la loro fazione politica.
Questo atteggiamento è una delle ragioni della loro estrema chiarezza. Noi lettori, se ci si parla di ideali, ci chiediamo fino a che punto abbiamo capito bene o, peggio, fino a che punto non si stia cercando di imbrogliarci. Se invece ci parlano di pericoli da evitare e di vantaggi da ottenere, di dare e avere, per così dire, siamo tutti competenti. Come non ci sono analfabeti quando si tratta di leggere le banconote, non ci sono incompetenti quando si parla di interessi.
Un esempio chiarirà questo punto di vista meglio di molti discorsi. Come è noto, in Italia vige un sistema elettorale di cui tutti si sentono in obbligo di dire male. Esso è stato votato da una maggioranza di centro-destra ed anche per questo nel centro-sinistra ci si compiace di chiamarlo “Porcellum”. Fin qui, tutto chiaro. Ma come mai, se ne pensano tanto male, i rappresentanti del centro-sinistra questa legge non l’hanno modificata, anzi, non hanno neppure posto in cantiere la sua modifica, durante gli anni in cui furono al potere? La risposta è semplice: la legge, apprezzata al suo nascere anche da Walter Veltroni, favorisce i grandi partiti: dunque,  in Italia, il Pdl e il Pd. Con essa, a parte questi due, si salvano solo quegli altri partiti che essi accettano nella loro coalizione. Dal momento che la Stella Polare dell’interesse è praticamente indefettibile, è facile capire che non si sega facilmente il ramo su cui si è seduti.
Nel dicembre del 2010, quando in tanti invocavano la caduta del governo Berlusconi “magari solo per creare un governo tecnico che realizzi la riforma della legge elettorale”, in molti sorridevamo. Era uno specchietto per le allodole. E non era necessario essere geniali, per capirlo: semplicemente perché l’eliminazione del premio di maggioranza andava contro gli interessi di quelli stessi che parlavano. Cambiare il modo di designazione dei candidati sì, si potrebbe, ma il premio meglio non toccarlo: è ciò che ha fatto vivere tranquillamente il governo Prodi alla Camera dei Deputati.
La lezione dei grandi intellettuali è solo una: quel buon senso e quel senso del reale che essi hanno in misura eccezionale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
30 aprile 2011
politica estera
8 marzo 2011
SCENDERE IN PIAZZA PER I RIBELLI LIBICI
Il bambino esclama “Il re è nudo!” perché non si rende conto dei rischi che corre. Chi invece è adulto, da un lato teme la disapprovazione di tutti, dall’altro è spinto dal buon senso a dubitare di se stesso: “Possibile che tutti si sbaglino ed io solo abbia ragione?”
Il problema però ha una soluzione. Invece di affermare una verità pubblica e valida per tutti (“Il re è nudo”), basta affermare una convinzione soggettiva e non impegnativa: “Io  lo vedo nudo”.
Questo vale per le rivolte nel Nord Africa e in particolare per quella libica. In questi giorni abbiamo sentito in tutte le salse che i rivoltosi si battono per la libertà e per la democrazia: tanto che, secondo Walter Veltroni, saremmo in dovere di scendere in piazza per sostenerne le ragioni. Altri dicono addirittura che dovremmo aiutarli con l’istituzione di una zona di interdizione aerea o con un intervento armato sul terreno. Tutto bellissimo. Come gli abiti nuovi dell’imperatore. Ma noi questi abiti non riusciamo a vederli.
Per quanto riguarda gli eventuali interventi militari ventilati da Obama, non è necessario spendere molte parole. Le sue dichiarazioni potrebbero essere la prova che questo Presidente ha sbagliato mestiere. La Russia, che di interventi armati in altri Paesi si intende anche di più, si è già dichiarata risolutamente contraria. Ma torniamo alla situazione all’interno del Paese.
Di una rivolta si conoscono le intenzioni quando ne sono noti i programmi ed i capi. La Rivoluzione Francese fu talmente ideologica che il cambiamento sopravvisse all’autocrazia di Napoleone e a Waterloo. Se invece la rivolta scoppia dal basso, per puro scontento e senza avere alle spalle una corrente di idee, potrà divenire una rivoluzione ma ognuno darà a questa parola un suo proprio significato: e non è detto che il risultato accontenti tutti. Anche disuniti, è facile distruggere: costruire è molto più difficile.
Tra le intenzioni dei rivoluzionari e l’esito della rivoluzione si stabilisce spesso un divario che può giungere alla contraddizione più conclamata. Si parte con gli ideali di libertà di Voltaire e si arriva al Terrore. Né è necessario ipotizzare una nequizia intenzionale della tirannide. Si può pensare di Lenin tutto il male che si vuole, ma non c’è ragione di negargli la buona fede: egli avrebbe certamente voluto una Russia migliore di quella degli Zar. Il punto è che di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno. Si vuol liberare il proletariato dalle sue catene e con  Stalin si giunge al terrorismo di Stato.
Non tutti i Paesi hanno la possibilità di avere le stesse istituzioni. Gli inglesi, pure capaci di regicidio, sono da sempre per una monarchia sostanzialmente costituzionale; viceversa i russi, dopo avere abbattuto una monarchia assoluta, ne hanno creata una ancora peggiore. E hanno dovuto attendere settant’anni prima di provare ad adottare una democrazia che ancora oggi alcuni giudicano imperfetta.
Venendo alla Libia, dietro la sommossa non si vede nessun programma. I rivoltosi parlano di libertà, ma che cosa intendono, con questa parola? Fra l’altro, spesso “la rivoluzione divora i suoi figli”: come essere sicuri che non avvenga anche stavolta? Che garanzie abbiamo che l’eventuale tentativo di instaurare una democrazia non si volga presto in autocrazia, se perfino la civilissima Francia nel giro di dieci anni passò dalla Bastiglia a Napoleone? Non vorremmo che tutto si riducesse alla stanchezza di vedere la faccia di Gheddafi. E, a proposito di facce, in Iran sono passati dalla faccia di Reza Pahlavi a quella di Ruhollah Khomeini: non è detto che ci abbiano guadagnato.
Il pessimismo nasce anche da una sorta di considerazione geografica. In  Europa, nel corso del Ventesimo Secolo, l’Italia, la Spagna e la Germania hanno conosciuto la dittatura e tuttavia, immediatamente dopo, sono ridivenute democratiche come erano prima. Viceversa la totalità dei regimi dei Paesi islamici è composta da autocrazie. Quando non da confessate dittature. Come essere fiduciosi che la Libia, ben meno culturalmente sviluppata di Paesi come l’Egitto o la Tunisia, arrivi immediatamente alla democrazia? Non ci sono arrivati i palestinesi, comparativamente più acculturati, come potrebbero arrivarci loro? Nessuno lo esclude, certo: ma esserne sicuri sembra francamente eccessivo.
Gheddafi, a dir poco, è un personaggio tra il folcloristico e l’allarmante e sappiamo che i ribelli lottano contro di lui: ma è poco per scendere in piazza con Veltroni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2011


POLITICA
25 dicembre 2010
DE GAULLE, MONTANELLI, BERLUSCONI

Il passato trasforma la realtà positiva in mito. Nessuno parla dei difetti di Alcide De Gasperi e tuttavia doveva averne, se era umano. Magari non quelli, vergognosi e terribili, che l’opposizione gli attribuiva, ma qualcuno certo sì. E invece oggi la stessa sinistra lo tratta come un esempio di statista senza macchia.
Il fenomeno non è strano. Come dice il proverbio, “familiarity breeds contempt”, la familiarità conduce al disprezzo. I vivi che conosciamo personalmente sono umani e criticabili; i morti, se famosi e lontani, divengono monumenti. Da morto De Gaulle è venerato dalla Francia intera, sinistra inclusa. Da vivo fu duramente attaccato dalla stampa, dalla sinistra, e soprattutto dagli intellettuali, fino all’irrisione costante ed implacabile del Canard Enchaîné. Io invece - se è lecito un ricordo personale - già allora lo stimavo talmente da piangere calde lacrime quando morì.
Tanti anni fa, mentre imperversava il peggiore “sinistrismo”, e mentre tanti gli davano del fascista, scrissi a Indro Montanelli tutta la mia stima: gli dichiarai che lo consideravo un grande, uno che avrebbe meritato un monumento. Qualcuno doveva pur dirglielo, mentre tanti lo criticavano, mentre era solo umano, soprattutto mentre era ancora vivo. Non solo mi ringraziò, ma la vita mi ha fornito la soddisfazione di sapere che a Montanelli è stato effettivamente elevato un monumento.
Questo ci conduce a Silvio Berlusconi. Mezza Italia lo odia con un’intensità spaventosa e tuttavia si può essere ragionevolmente certi che fra cinquant’anni questa mezza Italia sarà dimenticata e il Cavaliere campeggerà nei libri di storia. Né sarà difficile enumerare le ragioni della speciale dimensione di quest’uomo che è riuscito a passare in pochi mesi da sconosciuto a Primo Ministro. Che non è stato “un”, ma “il” protagonista della vita politica della penisola dal 1993 fino ad oggi ed oltre. Un gigante.
Quando saranno dimenticati tutti gli altri nomi, quello di Berlusconi sarà ricordato. Del resto, tutti sappiamo chi è stato Francesco Crispi: ma chi furono i ministri del suo governo? Come si chiamavano i suoi oppositori? E se costoro ci sembrano dei nani in confronto al politico siciliano, perché mai i posteri dovrebbero interessarsi di Prodi, di Veltroni, di Fini, di Casini e degli altri? Si può veramente credere che la storia si occuperà di loro?
Naturalmente queste righe irriteranno gli adepti della sinistra. Proprio quelli che da sessantacinque anni non fanno che parlare di Mussolini saranno capaci di negare che la storia considera solo le personalità eccezionali.

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E ora un’appendice riguardo al presente.
Berlusconi è geniale, nell’imprenditoria come nella politica, perché ha un incredibile senso del reale. Laddove gli altri si lasciano ingannare dalle proprie convinzioni e dalle proprie illusioni, lui non perde mai il contatto con i dati concreti, terra terra. Fini gli dichiara guerra e lui pensa semplicemente: la gente non ha la più pallida idea delle ragioni che lui dice di avere ed identifica in me il baluardo contro la sinistra. Lo annienterò. Poi Fini ottiene un seguito maggiore del previsto e mentre un altro si sarebbe scoraggiato e forse dimesso, lui dice: se non otterrò la fiducia andrò ad elezioni anticipate e vedremo se gli italiani scelgono me oppure Fini e Bersani;  se invece la ottengo, governerò ancora. E probabilmente la otterrò perché i peones non vorranno andare a casa. Ancora una volta il senso del reale lo salva. Infatti ottiene la fiducia anche con i voti di due deputati del partito che più lo odia: l’Idv.
Se questo non è strabiliante. La sinistra non si capacita del suo successo perché non comprende che, invece di arrampicarsi sulle astrazioni come fanno i malati di ideologia, lui ha, come i grandi strateghi, la capacità di approfittare in modo imprevisto di situazioni che sembrano sfavorevoli.
Infine la minoranza cerca in tutti i modi di eliminarlo per via giudiziaria e contesta perfino quel provvedimento sul legittimo impedimento che non sarebbe neppure stato necessario. La magistratura considera legittimo impedimento i trentotto gradi di temperatura dell’ultimo degli imputati: perché non dovrebbe considerare tale il colloquio del nostro Primo Ministro con un Primo Ministro straniero?
La questione arriva dinanzi ad una Corte Costituzionale prevalentemente di sinistra e si profila una decisione ostile ma Berlusconi, invece di disperarsi per questi attacchi concentrici, ribalta anche questa situazione a proprio favore. Se gli sarà confermato il piccolo scudo, avrà vinto ancora una volta; se gli sarà tolto, ne approfitterà per denunciare l’irrituale persecuzione di cui è oggetto e l’impossibilità di governare in queste condizioni. Andrà dunque ad elezioni anticipate e dirà che il governo non è caduto per colpa sua ma per colpa di Fini e dei magistrati. Ora l’alternativa è tra lui da un lato e gli ex comunisti, i magistrati faziosi e i traditori alla Fini dall’altro. Che gli italiani scelgano e il premio di maggioranza farà il resto. Chi può essere sicuro che non vincerà ancora?
Un peccato non vivere ancora tanti anni da vedere la giustizia della storia, come per De Gaulle e Montanelli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 dicembre 2010

KEEP SMILING
Segnali che indicano che potreste essere un terrorista:
1.    Per vivere raffinate eroina ma avete obiezioni morali nei confronti della birra.
2.    Possedete un fucile mitragliatore da 1.500 euro e un bazooka da 5000 euro, ma non vi potete permettere le scarpe.
3.    Avete più mogli che denti.
4.    Pensate che i giubbotti siano solo di due tipi, antiproiettile ed esplosivi.
5.    Non riuscite a ricordarvi nessuno cui non abbiate dichiarato la Jihad.
6.    Considerate pericolosa la televisione, ma andate in giro con armi e munizioni.
7.    Nessuna donna vi ha mai chiesto: “Pensi che questo burka mi faccia il culo grosso?”
8.    Avete scoperto con sorpresa che i cellulari hanno usi diversi da quello di far detonare bombe al ciglio della strada.
9.    Vi pulite il culo con la mano nuda e poi trovate impuro il prosciutto.

Storiella di un immigrante in Inghilterra
Un Rumeno arriva in Inghilterra come nuovo immigrato, ferma il primo uomo che incontra per la strada e gli dice: “Grazie, signor Britannico, per avermi permesso di vivere in questo Paese, che mi ha dato una casa, denaro e cibo, assistenza medica gratuita ed educazione scolastica gratuita!”
Il passante risponde: “Lei si sbaglia. Io sono giamaicano”.
Il Rumeno incontra un altro passante: “Grazie per aver creato una così bella campagna, qui in Inghilterra!”, e la persona dice: “Io non inglese, io asiatico”.
Il nuovo arrivato continua a camminare e appena incontra il prossimo passante gli stringe la mano e gli dice: “Grazie, per questa meravigliosa Inghilterra!” L’altro si divincola, alza le mani e dice: “Io vengo dal Medio Oriente, non sono un britannico!”
Finalmente il nostro emigrante vede una vecchia signora e le chiede: “Lei è inglese?” E la risposta è: “No, vengo dall’Africa”.
L’uomo è veramente turbato e le chiede dunque: “Ma dove sono tutti gli inglesi?”
La signora africana guarda prima il suo orologio e poi dice: “Probabilmente al lavoro”.

Avventure teatrali
Un uomo portò sua moglie a vedere uno spettacolo teatrale, a Broadway. Fra il primo e il secondo tempo, si accorse che doveva per forza fare pipì. Corse sul retro del teatro e cercò invano il gabinetto degli uomini. Alla fine si rese conto che era entrato fra le quinte. C’era una fontana circondata da un bel fogliame e lui, vedendo che non c’era nessuno in giro, disperato, si aprì i pantaloni e fece pipì nella fontana.
Ebbe parecchie difficoltà a trovare la strada per tornare al suo posto e quando arrivò il sipario era già alzato e il secondo tempo era già iniziato.
“Dimmi, sussurrò alla moglie, ho perduto molto, del secondo tempo?”
“Perduto molto? Ma se sei stato al centro della scena!”


19 novembre 2010
VENDOLA PRO BERLUSCONI
Se l’interesse della propria fazione politica facesse aggio sull’interesse del Paese, a destra bisognerebbe essere felici dei successi di Nichi Vendola e di chi lo sostiene. Infatti la sinistra utopista, massimalista, antiborghese è destinata a perdere. O, se vincesse, a rendersi insopportabile.
I militanti hanno tendenza ad applaudire con particolare entusiasmo i leader che più risolutamente rappresentano i loro desideri e i loro ideali. Purtroppo le elezioni non si vincono in questo modo. Gli esempi forniti dalla storia sono innumerevoli.
Vendola è dichiaratamente omosessuale e per una persona moderna e ragionevole questa è una caratteristica assolutamente senza importanza. Ma tutto l’elettorato è moderno e ragionevole?
Il comunismo ha avuto come base teorica il “materialismo storico”, cioè la negazione di ogni spiritualità. La negazione di Dio. Prova ne sia che Pio XII arrivò a scomunicare i comunisti in quanto tali. Ma il Pci era un partito serio e pragmatico e fece di tutto per farlo dimenticare. Sapeva che l’elettorato si sentiva cristiano e dunque sapeva anche che non era il caso di provocargli delle crisi di coscienza. Riuscì dunque a mettere una tale sordina alla teoria atea da far dimenticare il materialismo storico e da far nascere l’ossimoro del “cattocomunista”. I leader comunisti erano divenuti dei devoti? Nient’affatto. Avevano solo capito che in Italia non si vince andando contro le convinzioni del popolo.
Per quanto riguarda l’omosessualità, è vero che nessuno osa condannarla con parole di fuoco, come ancora si faceva mezzo secolo fa, ma chiediamoci sinceramente quanta gente apprenderebbe senza il minimo turbamento che il proprio figlio è omosessuale. Un conto sono gli atteggiamenti pubblici, un altro le convinzioni segrete. E - non lo si dimentichi - si vota nel segreto di una cabina.
Come se non bastasse, Vendola porta un orecchino, simbolo di provocazione antiborghese, esprime teorie di punta in materie che urtano la Chiesa e sembra faccia di tutto per incantare gli estremisti, gli affamati di speranze tanto sfolgoranti quanto vaghe, per non dire vacue. Il risultato sarà  sempre che questi lo preferiranno a leader sbiaditi e per così dire “compromessi” come Pierluigi Bersani o, prima di lui, Romano Prodi. Solo che il professore, cattolico e borghese, un boiardo di stato con l’aspetto di un parroco, contro Berlusconi una volta ha vinto e una volta ha pareggiato. Quante possibilità avrebbe Vendola di fare altrettanto?
Per tutte queste ragioni chiunque sia a favore del centro-destra dovrebbe essere contento dei successi del fantasioso Nichi. Ma in una democrazia compiuta l’alternanza non solo è naturale, è anche desiderabile. Per questo è sempre da sperare che non solo la maggioranza sappia governare, ma che la minoranza sia pronta e preparata a farlo a sua volta. Quando invece essa si avvita su se stessa e diviene incredibile, le paure sono due, come detto: che non vinca mai o che la sua eventuale vittoria si trasformi in una catastrofe foriera di molte altre sconfitte. Un po’ come è avvenuto con l’ultimo governo Prodi, malgrado gli straordinari sforzi del professore.
L’elettorato di sinistra non capisce che, se la sua parte politica ha un futuro, è seguendo un leader moderato che, piuttosto che lasciarsi suggestionare da poeti del progressismo come Vendola, o da demagoghi da pescheria come Di Pietro, sappia incarnare una sinistra moderna, manageriale e democratica. Qualcuno che capeggi una formazione capace di governare meglio del centro-destra, senza allarmare nessuno e senza promettere la luna. Un politico pacioso e vagamente molle come Veltroni che però abbia dietro il forte carattere di D’Alema unito alla cultura economica di Prodi. È vero che oggi come oggi un simile uomo non c’è, o forse non lo vediamo: ma è anche vero che, se ci fosse, a sinistra non gli darebbero spazio. Da quella parte si gioca ai continui rilanci, a chi protesta di più, a chi denuncia catastrofi più gravi, a chi insulta meglio Berlusconi. Gioco sterile e autoreferenziale.
Peccato. Il “progressista” che ama l’Italia, che non vorrebbe morire berlusconiano, amerebbe non essere costretto a sperare che il buon Dio tolga di mezzo Berlusconi. Al Cavaliere si deve augurare lunga vita ma l’Italia deve avere  una possibilità di ricambio che non sia nello stesso tempo una promessa di disastro per la sinistra.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
19 novembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.


POLITICA
15 aprile 2010
BERLUSCONI E LA NIKE DI SAMOTRACIA
Tempo fa, chi sosteneva che spettacoli come quello di Michele Santoro portano voti a Silvio Berlusconi sembrava fare una battuta. E invece a poco a poco è andato aumentando il numero di coloro per i quali l’antiberlusconismo è un pessimo affare, una politica sterile che non conduce da nessuna parte. A suo tempo lo ha affermato, forte e chiaro, Walter Veltroni: ma il partito non l’ha seguito. Suggestionato da Di Pietro, ha continuato ad innaffiare quotidianamente la quercia dell’antiberlusconismo sui giornali politici, negli spettacoli, nelle interviste, nei talk show, dovunque: e la sinistra è andata sempre più indietro.
L’insistenza di tanti esponenti del Pd su questa linea, malgrado i rovesci, è stata probabilmente determinata dal fatto che l’antiberlusconismo è l’ultima incarnazione di una vecchia tendenza vincente del Pci: quella di scegliere una linea politica, se possibile condensata in un paio di parole, e ripeterla sempre, costantemente, instancabilmente, fino a renderla una sorta di innegabile luogo comune. Un esempio si ebbe nel 1953, con la proposta democristiana di un premio di maggioranza: quello stesso che dal 2006 al 2008 ha consentito a Romano Prodi di non avere problemi nella Camera dei Deputati. Al Pci però il marchingegno non conveniva e dunque vi si oppose con tutti i mezzi. Ma non lo fece spiegando la norma e mostrandone i difetti: ne diede soprattutto una definizione. Parlò di “legge truffa”su tutti i toni, in Parlamento, nelle piazze, sui giornali e alla radio, con una tale insistenza che la proposta fu rigettata. E l’Italia per molti decenni ha conosciuto solo governi precari.
Il sistema col tempo ha cominciato a perdere efficacia. L’implosione dell’Unione Sovietica ha tolto valore a parecchi dogmi, l’informazione è aumentata e, cosa ancora più grave, la sinistra, andando al governo, ha deluso molti elettori: ma non ha rinunciato alla tecnica della ripetizione infinita. È dal 1993, per esempio, che parla del “conflitto d’interessi” di Berlusconi, senza mai indicare un provvedimento che sia stato adottato per favorire economicamente il Presidente del Consiglio. È andata due volte al governo e non ha votato una legge in materia: ma non per questo i suoi uomini hanno smesso di parlarne, anche se gli italiani hanno smesso di ascoltarli. L’attacco è anzi continuato con mille espressioni convergenti: il Premier è un mafioso, un corruttore, uno che va al governo per interesse, uno che impone leggi ad personam, un dittatore tendenziale, un pericolo per la democrazia, la causa di una società immorale, “il male assoluto”. La pratica in qualche caso ha avuto successo: per esempio in occasione del referendum riguardante la riforma costituzionale del 2005. Tecnicamente era un testo non alla portata di tutti gli elettori ma conteneva riforme che sarebbero state utili all’Italia (prova ne sia che alcune di esse oggi le propone il Pd): la sinistra, però, per fini politici, senza indicare i difetti del provvedimento, disse e ripeté che quella riforma era cattiva perché l’aveva voluta il Cavaliere e il risultato fu l’annullamento. Forse tuttavia si è trattato del canto del cigno.
L’idea - ripetuta da tutti e sempre - che se una cosa la fa Berlusconi è cattiva, perfino quando dà una casa ai terremotati dell’Aquila, alla fine ha stancato. È divenuta una sorta di rumore di fondo. Né dimostra qualcosa il successo di Di Pietro: lui infatti può essere felice delle briciole dello scontro, mentre il Pd vorrebbe tornare al governo e non ci può certo arrivare seguendo questa linea.
Nell’ultima tornata elettorale si è molto discusso dell’eredità di Berlusconi, come se fosse morto; dei drammatici contrasti nel Pdl; della parabola declinante del centro-destra, e invece – brusco risveglio - i risultati sono stati assolutamente sconfortanti per la sinistra. Il Cavaliere, che si era rappresentato simile alla famosa statua del Gallo Morente, è riapparso vivo, incombente e vincitore come la Nike di Samotracia.
La sinistra dovrebbe cambiare rotta. La gente bada alla concretezza - per esempio alla pulizia delle strade di Napoli - e Berlusconi non può essere eliminato con slogan negativi. C’è anzi il rischio che la prossima volta, se ci sarà un referendum, l’elettorato confermi la riforma costituzionale in base al principio che, “se l’ha voluta Berlusconi, sarà una cosa buona”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010

POLITICA
30 marzo 2010
L'INUTILE SUCCESSO DELL'ODIO

Il dato più significativo delle recenti elezioni, a parte l’inaspettato, grande successo del centro-destra, riguarda il futuro del centro-sinistra. Il Pdl gode già di una confortevole maggioranza in Parlamento e il voto alle amministrative non fa che confermargli la serenità con cui può apprestarsi a governare per il resto della legislatura. Viceversa il centro-sinistra non solo è all’opposizione, ma sembra in una situazione disperata dal punto di vista delle prospettive.
Prima di parlarne bisogna sgombrare il terreno dall’artificiale preoccupazione che si affetta, a sinistra, per il successo della Lega. Questo risultato, nel Veneto soprattutto, non ha molta importanza. L’elettorato ha pensato: se il Pdl ha concesso che un leghista fosse candidato a “governatore”, è segno che lo accetta come candidato che è anche suo. E allora perché dare un voto disgiunto, Zaia come governatore e il Pdl come partito? Comunque da anni ormai la Lega si è rivelata un alleato ben più sicuro e pronto a collaborare di quanto siano mai stati l’Udc e An. Questo “sorpasso” veneto somiglia più ad una staffetta che ad una competizione.
I casi più notevoli sono invece quelli dell’Idv e del Movimento di Beppe Grillo.
L’Idv ha avuto un successo che è utile per sé e mortale per il centro-sinistra: infatti l’odio non è un programma di governo. Basta chiedersi: se Di Pietro vincesse alla testa del centro-sinistra, quali riforme farebbe? E sarebbe in grado di farle? In positivo grida solo slogan vaghi (“un governo che governi nell’interesse di tutti e non di uno solo”, “un governo di persone per bene e non di inquisiti al servizio di un corruttore!”), in negativo scarica in ogni occasione una valanga di allarmi apocalittici. L’esperienza dell’estremismo al governo s’è già avuta con il governo Prodi. Tuttavia la semplicità, ripetitività e nettezza del messaggio alla fine ha pagato al di là dello sperato. Il successo del messaggio di odio, stupefacente per le sue dimensioni, si spiega col fatto che questo sentimento è stato coltivato ossessivamente, per anni, dall’intera sinistra. televisioni  e giornali inclusi. E la gente ha semplificato: “Di Pietro almeno gliele canta chiare, a Berlusconi; il Pd invece che fa?”
Più interessante è il successo del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Alla vigilia non avremmo attribuito a questa congrega di scalmanati neanche un minimo di peso e il fatto che abbia invece ottenuto percentuali di tre o più punti (facendo fra l’altro perdere Mercedes Bresso) è altamente significativo.
Il fenomeno rappresenta infatti il punto d’arrivo di una deriva verso il nulla che ha avuto questi passaggi: il Pci, con la rivoluzione marxista, proponeva un diverso modello di società; il Pd, con un messaggio meno netto, si è posto come alternativa socialdemocratica; l’Idv, pure rimanendo nella coalizione, ha adottato l’unica strategia di gridare il proprio odio per Berlusconi; il movimento di Grillo (il punto d’approdo) non propone un diverso modello sociale; non ha un programma di governo; non partecipa ad una coalizione: è odio allo stato puro. Per Berlusconi, per il centro-destra, per il centro-sinistra, per i ricchi, per le grandi imprese, per tutti. Un odio generalizzato e senza sbocchi. E dal momento che è difficile immaginare che gli italiani diano al movimento di Beppe Grillo la maggioranza assoluta dei voti, la sua non è neanche un’impasse: è un tunnel buio e senza uscita, in cui la sinistra tutta può smarrirsi senza ritorno.
E allora si è tentati di tornare indietro e vedere quando si è imboccata la strada sbagliata. Tutto cominciò quando Walter Veltroni permise a Di Pietro ciò che negava a Rifondazione Comunista, ai Comunisti Italiani e persino ai Radicali. Forse il partito sperava di avere in lui un alleato, ma quando è stato scavalcato a sinistra, avrebbe dovuto frenare e rinnegare l’ex pm. Invece ha sempre avuto l’aria di dire: “La penso così anch’io, ma non oso dirlo in questo modo”. Per giunta Pierluigi Bersani non ha elaborato un progetto alternativo credibile. Dire che “bisogna occuparsi dei problemi dei lavoratori”, che bisogna “fare qualcosa per far uscire il Paese dalla crisi” non è cosa che riscaldi i cuori: è acqua fresca.
Il Pd non si è reso identificabile dall’elettorato. Avrebbe dovuto contrastare Di Pietro continuamente, denunciando con veemenza il suo atteggiamento violento e sterile; avrebbe dovuto continuamente sfidarlo ad esporre il proprio programma di governo; avrebbe dovuto evidenziare spietatamente il vaniloquio demagogico di una protesta apocalittica e insulsa. Avrebbe dovuto mostrarsi alternativo all’Idv e non accodarsi mai ad essa. Invece la sua timidezza ha reso così poco credibile la sinistra che l’elettorato più coerente ora comincia a votare un movimento delirante, contro tutto e contro tutti, sostanzialmente anarchico e nichilista.
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quel grande e monolitico partito che fu il Pci si sarebbe avviato ad una decadenza così tragica da essere messo in pericolo – e in minoranza intellettuale – da un comico da avanspettacolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 marzo 2010
POLITICA
27 gennaio 2010
LA FORTUNA DEL PCI, LA SFORTUNA DEL PD

Non c’è nessuna superiore giustizia che presieda alla storia. Il Pd è in gravi difficoltà mentre al Pci per anni ed anni andò bene, anzi benissimo: e dire che ne faceva di tutti i colori. Mentiva spudoratamente, per cominciare. Parlava di superiore libertà in Unione Sovietica, di paradiso dei lavoratori governato da uno dei più grandi e benefici geni dell’umanità, di nome Stalin, di cui vagheggiava il potere anche in Italia. Ciò malgrado aveva successo nei salotti, nella stampa, nelle elezioni.
Questa fedeltà ideale e politica a Mosca non venne meno neppure quando, morto il tiranno georgiano, si trattò di applaudire l’assassinio della Rivoluzione Ungherese e ogni altra mossa del Kremlino, fino alla vicenda degli SS20 e oltre. Nel frattempo il Pci si vantava della sua onestà, della sua correttezza, della sua diversità, della sua incontestabile superiorità morale. Questo, mentre era al soldo di una potenza ostile alla Nato e partecipava a pieno titolo al sistema di finanziamento illecito. Infatti nel momento di Mani Pulite salvò la sua onorabilità solo con una provvidenziale amnistia. Il Pci fu a lungo potente, riverito, obbedito e sostenuto dalla quasi totalità degli intellettuali.
Poi la storia ha voltato pagina. Mentre prima tutto andava bene ad un partito spregevole, dalla svolta della Bolognina in poi tutto è andato male ad un partito molto più stimabile. Nel Pd si discute in modo trasparente e democratico, non c’è un sinedrio segreto che condanna i dissenzienti al rogo e nessuno si sogna di desiderare la dittatura di Stalin. La dirigenza che prima operava per cooptazione ora osa chiedere alla base, con le primarie, chi debba essere il segretario, e il risultato di tutto questo è che il Pd è addirittura deliquescente. Gastone, cui tutto andava bene qualunque cosa facesse, da un certo momento in poi è stato perseguitato da una tenace e nera scalogna, ben peggiore di quella che affligge da sempre suo cugino Paperino.
Per la verità, il Pci aveva il vantaggio d’essere totalmente avulso dalla realtà. Facendo riferimento ad un’Urss completamente chiusa e illeggibile dall’esterno, poteva promettere una mitologica felicità e nessuno poteva smentirlo: perché non fu mai chiamato a dar prova di sé in concreto. Per questo somigliava più ad una religione che a un partito politico; e per questo aveva successo. I sognatori, i frustrati, gli ingenui, gli sciocchi, gli ignoranti e gli idealisti digiuni di storia e privi di buon senso (fra questi gli intellettuali e gli artisti), non potevano che essere comunisti. Ci si deve quasi stupire che il Pci non andasse oltre il 30%. Quel partito di ferro però non vinse mai, mentre, dopo la Bolognina, il partito d’argilla è andato al governo e si è visto che nessuno è capace di fare miracoli. Che disincanto.
Se questo è stato l’errore della base, non minori sono stati gli errori dei dirigenti i quali non si sono resi conto di quanto il mondo sia cambiato. Non hanno osato rinnegare l’ideologia comunista e il Pd è divenuto ibrido, ambiguo, opportunista, inconsistente. Ciò da un lato ha indotto i veri comunisti ad abbandonarlo, dall’altro ha indotto gli avversari a chiamarlo ancora comunista. La mancanza di un’ideologia chiara, risolutamente socialista, ha fatto venir meno la spinta propulsiva: gli elettori hanno visto un partito come gli altri, capace di occhieggiare ai cattolici di Casini e ai veterocomunisti di Diliberto. Un disastro.
A questi errori si è aggiunta la sopravvivenza di certe spregiudicatezze comuniste. Per dimostrarsi democratici i dirigenti hanno inventato le primarie, ma naturalmente finte. Votate per chi volete, purché sia Prodi. Votate per chi volete, purché sia Veltroni. Poi però la pratica è andata avanti da sola e la gente ha votato per Vendola. Analogo errore è stato quello di usare la pratica comunista della calunnia per distruggere Berlusconi. Il popolo è più informato ed ha più spirito critico di un tempo: il risultato è stato che alla fine la gente non ha preso più sul serio le accuse e Berlusconi ha il 70% di consenso fra gli italiani. Ancora un errore è stato quello di continuare a cavalcare il mito della superiorità morale. Con le accuse a Berlusconi si è fatta entrare nella vita pubblica la vita sessuale e privata e il risultato è stato che gli scandali più grossi sono scoppiati sulla testa di esponenti di sinistra come Marrazzo, Delbono e di altri personaggi pugliesi.
Il Pd è un partito colloidale e semicomatoso che sopravvive perché chi è serio e di sinistra per qualcuno deve pure votare.  Ma manca di idee e di un leader carismatico capace di dargliele. Gli manca quel Bettino Craxi contro cui tanto strenuamente lottò il Pci, senza sapere che mandava al macello il suo possibile salvatore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 gennaio 2010


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POLITICA
9 novembre 2009
IL COMUNISMO SENZA IL COMUNISMO
Sulla “Stampa” Barbara Spinelli, per una volta, parla solo della sinistra  e si poteva dunque sperare che fosse meno acida e supponente: ma è incapace d’essere diversa. Usa il solito tono saccente, la solita sicumera, la solita altera spietatezza nel giudicare l’universo mondo. Tutti i dirigenti di sinistra, da Occhetto in poi, escono dall’articolo con le ossa rotte. O almeno, così lei vorrebbe. Soprattutto D’Alema, che ha una mentalità “da caserma” e soffre di “volontà di potenza”: come se quest’ultima in un politico fosse un difetto.
La prima accusa mossa ai comunisti e ai socialisti è di non aver saputo creare una nuova ideologia una volta che con il muro di  Berlino è caduto il comunismo. In realtà l’addebito mosso ai socialisti è fuor di luogo. Costoro non hanno mai avuto una teoria palingenetica. Scomparso De Martino - un segretario al rimorchio del Pci - ideologicamente non avrebbero più avuto alcun bisogno di rinnovarsi. I programmi socialisti - come l’uguaglianza, la pietà per i più deboli, l’equo compenso del lavoro, il pacifismo, ed altri ancora – sono perfettamente compatibili con l’economia classica, il liberalismo e perfino il Cristianesimo. Il problema non li riguardava.
Mentre il comunismo è dogma o eresia, il socialismo è compromesso. Se vent’anni fa il Pci non fosse stato miope, e  troppo felice di pugnalare alle spalle un concorrente stroncato dalla magistratura, avrebbe potuto rinunciare al proprio nome, ormai impresentabile, e confluire in un Psi allargato, adottandone le idee. Avrebbe rinunciato alla bandiera ma avrebbe dominato quella grande formazione dall’interno, ottenendo quella chiara personalità politica che oggi gli manca. Invece ha cambiato più volte nome ma non mentalità: è lo stesso di sempre. Un Pci sbiadito, confuso e privo di orientamento.
Certe ideologie non muoiono senza eredi, tuttavia. Se si perde la Fede cristiana non è che si rimanga senza ideologia. Si è costretti ad accettare nuovi parametri: la vita non ha senso; la realtà non è supervisionata da Dio (niente Divina Provvidenza); dopo morto, l’uomo non ha una seconda vita, neanche all’inferno; non è detto che i giusti saranno premiati e i malvagi puniti, ecc. Per questo, abbandonando la Fede bisogna domandasi: sono pronto ad accettare tutte le conseguenze teoriche di questo passo?
Per gli ex-comunisti, la domanda era: siamo pronti a divenire socialisti? Barbara Spinelli dunque sbaglia verbo: non si trattava tanto di “creare” una nuova ideologia, quanto di “accettare” la conseguenza del crollo della precedente. E invece parole come moderatismo e socialdemocrazia sono rimaste tabù. Un sintomo di tradimento o, più miseramente, di “inciucio”.
I comunisti non sono riusciti a cambiare. Sono come quei liberi pensatori che vanno a messa la domenica, si sposano in chiesa e sperano che, in fin dei conti, la morte non sia la fine di tutto. Hanno abiurato la loro religione ma solo formalmente, vorrebbero conservarne i vantaggi e conservano complessi nei confronti di coloro che continuano a proclamare ad alta voce ciò che essi pensano ma non osano più dire. Non sono né comunisti né socialdemocratici: sono insipidi.
Forse tutto dipende da una caratteristica della sinistra politica italiana: dopo che si è predicato per molti decenni che il nemico è sempre brutto, sporco e cattivo, diviene difficile dire: “in questo ha ragione”. Deve necessariamente avere torto, in ogni caso. E con questo terrore della ragionevolezza ci si condanna alla declamazione, all’inazione e perfino al ridicolo. Ottimo esempio: Franceschini.
Questa strada è senza uscita. Bersani tuttavia - invece d’avere il coraggio di riprendere col progetto di Veltroni la via laburista al potere - va ancora più in fondo al vicolo. E invece d’irridere il vetero-comunismo sostanziale della sinistra Arcobaleno, si mette a cantare con essa. Così avrà l’ideologia che Spinelli rimpiange: purtroppo un cadavere d’ideologia.
La “mancanza di nerbo” del Pd deriva dalla sua mancanza di idee e del coraggio di seguirle. Se si vuole rientrare nel gioco del potere bisognerebbe lasciare che tutti i fanatici abbaino alla luna e gridino al tradimento. Se il Pd si rivelasse forza critica ma propositiva, mossa più dall’amore per il Paese che dall’odio per la controparte, potrebbe un giorno ottenere anche i voti  di quelli che Berlusconi avesse deluso.
Oggi, lasciare Berlusconi per il Pd è come lasciare un medico mediocre  ma ben intenzionato per un infermiere demente che sa solo infliggere ferite.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 novembre 2009

POLITICA
16 giugno 2009
LA REPUBBLICA: UN GIORNALE-PARTITO
LA REPUBBLICA, GIORNALE-PARTITO
“La Repubblica” rappresenta la sinistra meglio della stessa “Unità”. Si dice anzi che sia essa stessa un “giornale-partito”: i suoi lettori sono uniti dagli stessi ideali e si battono contro gli stessi nemici. Il quotidiano naturalmente non si presenta alle elezioni e non prende ordini da una dirigenza esterna ma non per questo è al riparo da un controllo di efficacia: se non ha elettori ha comunque dei lettori, e se questi diminuiscono non è certo un segno di successo. Poi, se la fazione politica favorita perde consensi, il disastro è completo.
Ed è proprio questo, il punto. Riguardo alle vendite, la situazione attuale di “Repubblica” pare non sia rosea - l’ha detto Cossiga, qualche giorno fa - e alle ultime elezioni la furibonda campagna antiberlusconiana sembra essere stata più favorevole a Di Pietro che al partito di Franceschini. Il giornale non può dunque appuntarsi sul petto né una medaglia commerciale né una medaglia politica: e all’osservatore neutrale non rimane che formulare umili ipotesi.
Uno. La proprietà del giornale potrebbe avere pensato che il calo delle vendite derivi da un insufficiente antiberlusconismo e per questo avrebbe incoraggiato il Direttore ad aumentare la dose. Se così fosse, si tratterebbe solo di un errore economico che neanche i risultati, fino ad ora, sono riusciti  a correggere.
Due. Potrebbe trattarsi dello stesso errore in chiave politica e cioè l’idea che la sinistra moderata sia in difficoltà perché non fa un’opposizione più dura e più rabbiosa. Ma anche in questo caso il risultato delle europee e delle amministrative smentirebbe la tesi. Anche se dopo il ballottaggio, ne siamo sicuri, la sinistra farà finta di avere vinto.
Probabilmente “Repubblica” conta eccessivamente sulla stupidità dei suoi lettori. Ha cercato per esempio di montare uno scandalo su questi due fatti certi: Berlusconi è andato ad una festa di compleanno e una ragazza minorenne è andata nella sua villa in Sardegna, insieme con altre, senza che sia emerso nulla di pruriginoso. Bisogna avere a che fare con idioti bacchettoni, per sperare di cavarne fuori una crisi di governo. Basta infatti che qualcuno, di tanto in tanto, chieda: “Ma in realtà, che è successo?” e il soufflé si sgonfierà.
Purtroppo Mauro ha cavalcato tutte le tigri, anche le più balzane: per esempio il preteso abuso dei voli di Stato. Lanciato con strepito nell’imminenza delle elezioni, prima ancora di arrivare al ballottaggio, si è sgonfiato: la magistratura ha già chiesto l’archiviazione, togliendo credibilità alle attuali accuse e forse anche alle future.
Tre. Un’ulteriore ipotesi è che “Repubblica”, dimostrandosi più aggressiva dello stesso Pd, abbia voluto forzarlo a spostarsi a sinistra. Questo sarebbe già un errore - per un partito che deve vincere al centro - ma neanche questa operazione è riuscita: la gestione Veltroni è stata oscillante – tanto che è riuscita a scontentare sia i fanatici che i moderati - e per Franceschini, che si è letteralmente accodato al giornale, il risultato è stato un vago senso di ridicolo e un aumento dei consensi per l’Idv.
Quattro. Rimane l’ipotesi che il giornale non segua un progetto economico o politico ma una linea emotiva, quella di un antiberlusconismo viscerale e privo di dubbi. Incluso quello di favorire il suo stesso oggetto. In questo caso, per avere spiegazioni, non bisognerebbe cercare un politologo o un economista ma uno psicologo.
Berlusconi è un uomo importante ma a forza di denunciarlo e di odiarlo se ne è fatto non solo un gigante ma, per così dire, l’unico politico d’Italia. Non si scrive che di lui. Non si parla che di lui. Qualunque dibattito, in televisione, finisce col trasformarsi in uno scontro tra accusatori e difensori di Berlusconi. Avvenne così decenni fa, in Francia, quando non si parlava che di Dreyfus. Allora tutti i dibattiti erano fra dreyfusiani e antidreyfusiani ma almeno la battaglia aveva un senso: si trattava di sapere se contava di più la vita di un innocente nell’inferno della Caienna o il buon nome dell’Esercito. Qui invece si tratta soltanto di riuscire ad “uccidere” politicamente un uomo perché è un macigno sulla strada della sinistra, perché scherza troppo, perché indossa la bandana, perché lo si odia e basta.
“La Repubblica” è un giornale-partito arrabbiato e inacidito. È un quotidiano che danneggia se stesso e la sinistra. Se non fosse così rancoroso e supponente, si potrebbero anche avere sentimenti di umana comprensione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 giugno 2009

SOCIETA'
14 aprile 2009
LO SMARRIMENTO DEL PD

LO SMARRIMENTO DEL PD

Sergio Romano, nel suo editoriale sul “Corriere”, sostiene che l’Italia è accettabilmente bipolare ma vive una continua guerra fredda. La sinistra considera Berlusconi un’intollerabile anomalia, “unfit to govern”, mentre il Cavaliere considera se stesso l’unico capace di governare e di combattere i “comunisti”. Ma questo Paese ha bisogno di una riforma costituzionale e Berlusconi – secondo l’ex-ambasciatore - dovrebbe fare il primo passo per cooptare la sinistra.

Questa tesi, vista dalla Luna, è plausibilissima, ma scendendo sulla Terra le cose cambiano un po’.

L’idea che si possa intavolare un dialogo con chiunque è un’ingenuità. Durante l’Ottocento, nel Lombardo-Veneto il popolo non aveva molto da lamentarsi del governo di Vienna. Tanto che, quando ci furono ulteriori concessioni, i patrioti dissero: “Noi non vogliamo che l’Austria diventi più buona, noi vogliamo che se ne vada”. Venendo ai nostri giorni, non ha senso invitare al dialogo con Hamas, se gli adepti di quella banda vogliono non un accordo politico ma eliminare tutti gli israeliani, come scritto nel loro Statuto. Non si può arrivare ad un accordo con chiunque. A volte l’unico tipo di accordo che concepisce la controparte è la nostra resa senza condizioni o il nostro suicidio.

Nel caso della politica italiana, il dialogo costruttivo con la sinistra è reso impossibile da alcuni fattori oggettivi. In primo luogo, il Pd è l’erede d’un partito ideologico, palingenetico e rivoluzionario, portatore di una superiore moralità e di un nuovo modello di società. I suoi seguaci, soprattutto alla base, hanno in buona fede creduto alla purezza dei propri ideali e ai biechi, immorali interessi di una controparte che, a loro parere, osteggiava la liberazione degli umili, il riscatto degli oppressi, il progresso civile ed economico dei proletari. La conseguenza di tutto questo, per gli strati popolari, è stato il disprezzo e perfino l’odio per gli avversari. Per gli strati dirigenziali quello stesso odio è divenuto un instrumentum regni irrinunciabile. Che i leader disistimassero o no i colleghi del centro o della destra, erano comunque obbligati, se volevano sopravvivere, a fare sempre la faccia feroce.

Alla luce di queste considerazioni si possono leggere le vicende degli ultimi anni. L’idea della dirigenza che fondò il Pd escludendo l’estrema sinistra fu quella di superare questo schema. Si creò un partito non per odiare la destra e Berlusconi, ma per offrire un’alternativa di sinistra moderata. Purtroppo si commise l’errore di accettare l’alleanza con Di Pietro e per giunta immediatamente dopo si constatò che la rendita dell’odio era ancora molto alta. Abbandonarla interamente all’ex-pm conduceva al disastro.

Da quel momento la politica del Pd è stata esitante. Un giorno ha inseguito il demagogo molisano, un giorno se ne è distaccata, riuscendo ad essere incredibile quand’era estremista e ad apparire molle quando voleva essere moderata. Ne è derivato il calo dei consensi e lo scoramento del partito.

Ecco perché la tesi di Romano appare erronea. Non è Berlusconi che non vuole collaborare con la sinistra per le riforme, soprattutto per le riforme costituzionali. È la sinistra che non può permetterselo, quand’anche volesse. La base interpreterebbe quella collaborazione come tradimento, per non dire come collaborazionismo. Tanto che i leader della sinistra potrebbero dire agli avversari del Pdl: “Noi magari ci accorderemmo volentieri, ma se poi le nostre truppe non ci seguono?”

La tragedia della sinistra non è solo l’immane errore dell’alleanza con Di Pietro: è l’incapacità di scegliere una linea e seguirla anche se temporaneamente impopolare. È la sfortuna di non avere trovato un capo che, invece di seguire la fanteria, fosse in grado di comandarla. Mentre se qualcuno, a sinistra, riuscisse ad accordarsi con Berlusconi, si sarebbe accordato col centro-destra, chiunque nel centro-destra si accordasse con un leader di sinistra si accorderebbe con uno che il giorno dopo il partito potrebbe sconfessare.

In Italia la grande occasione di arrivare a una situazione veramente normale è stata sprecata. Se oggi il Paese si stancasse di Berlusconi, a chi dovrebbe rivolgersi? A Di Pietro? O dovrebbe riesumare le cariatidi del comunismo storico e ripetere l’esperienza dell’ultimo governo Prodi?

Il Pdl somiglia ad un pugile che vince perché l’avversario è malato. Per questo si augura ogni bene al Pd. Non alla sinistra Arcobaleno, non a Di Pietro: al Pd. Perché il Paese ha bisogno di un’opposizione credibile e democratica.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

14 aprile 2009

CULTURA
22 febbraio 2009
SPINELLI: UN EDITORIALE

SPINELLI: UN EDITORIALE

Unicamente per gli estimatori della signora

Barbara Spinelli, per dire che le cose a volte si vedono meglio da lontano – concetto chiaro a chiunque abbia visitato una mostra di pittura – fa riferimento a Usbek e Rica, i protagonisti delle Lettres Persanes. Cosa che provoca un certo fastidio in chi ha letto quel libro di Montesquieu, perché trova la citazione inutile, e anche in chi non l’ha letto, perché lo fa sentire ignorante. La supersignora tuttavia accenna a Luigi XIV, morto nel 1714, mentre le Lettres sono del 1721. Si tratta di un romanzo epistolare che riguarda un periodo di otto anni, dal maggio del 1712 in poi. Dunque un momento in cui, dal 1714, anche se bambino il re era Luigi XV. Ma potrebbe avere ragione lei.

Parlando della recente crisi del Pd, la signora scrive che i giornali stranieri (NYT, Süddeutsche Zeitung, Le Monde, il Guardian, El País, vedi caso tutti di sinistra) “si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills”. Ciò che la Spinelli e i giornali stranieri non capiscono è che certi magistrati, e la sinistra attraverso loro, hanno disperatamente cercato di distruggere Berlusconi per via giudiziaria; non ci sono riusciti e, come una barzelletta fa ridere la prima volta, ma non certo la terza o la quarta, gli italiani non danno più retta a questo genere di accuse. Per giunta, col lodo Alfano, il Parlamento ha posto fine alla persecuzione. Dunque ora gli italiani sono lieti di aspettare la fine della legislatura, per sapere come finisce la storia di Mills, e intanto se ne disinteressano. Senza dire che questo signore potrebbe essere assolto in Appello o in Cassazione (dov’è finito il garantismo?) e senza dire che la motivazione potrebbe dare atto che non esiste collegamento con Berlusconi. Perché non attendere?

La giornalista rimprovera al Pd l’“incapacità di fare opposizione”. “Il Partito Democratico non è nato mai”. E segue una lunga fila di sferzanti e disgustate accuse, tanto che uno alla fine si chiede: ma perché diamine a sinistra non le danno tutti i poteri, almeno per sei mesi, come si faceva con i dittatori nella Roma antica? Lei ha tutte le soluzioni, è la campionessa (la imitiamo nello snobismo) dei Besserwisser, di quelli cioè che ne sanno sempre di più, dei saccenti, degli sputasentenze.

Quello dell’attuale Pd “Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale”. A forza d’insultare Berlusconi con questa accusa, ora la si mette anche sul groppone dei leader di sinistra. Fra non molto si accuseranno anche loro di volere instaurare le dittatura?

“I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre”. Quanto disprezzo scende da questo Olimpo! L’intera Italia, di ogni colore, provoca la nausea. Barbara rappresenta la versione laureata di coloro che, per riassumere la politica, dicono soltanto: Sono tutti ladri!

E poi, che male c’è a volere il potere? E chi farebbe carriera, in politica, se non mirasse al potere? O bisognerebbe fare carriera per divenire presidente della Dame di San Vincenzo?

“Le correnti del Pd e Di Pietro lo [Veltroni] hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo”. Anche questa analisi è veramente pregevole. Invece di indicare un programma politico, la Spinelli indica un nemico da abbattere. E le si potrebbe perdonare questo svarione politico se almeno quella politica si fosse rivelata vincente: invece la sinistra – continuando ad aggrapparsi all’antiberlusconismo come unico collante – ha preso un mare di batoste. Gli elettori sono sempre più insensibili alla critiche a Berlusconi. Non si può gridare al lupo al lupo per quattordici anni ed avere ancora ascoltatori. Seguire l’esempio di Di Pietro? Quando si dice la cultura politica.

Poi la signora ci presenta un lungo excursus sulle vicende della Sfio, sempre perdente contro De Gaulle, senza accorgersi di star così paragonando Berlusconi a De Gaulle. Dunque la Sfio perdeva, finché non arrivò Mitterrand che si oppose a De Gaulle e, fulmine di guerra, “in una decina d’anni… portò la sinistra al potere”. Come quel malato immaginario morto ottantenne che fece scrivere sulla sua tomba: “Ve lo dicevo che ero malato”.

“Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte”. Vero, la prima volta col ribaltone e il ritardo nel ritorno alle urne ottenuto con la frode da Scalfaro. La seconda per sei decimillesimi di voto, col risultato che, meno di due anni dopo, gli italiani lo hanno mandato via con un voto umiliante. Forse per non correre il rischio dei sei decimillesimi.

 “Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione”. Vero. Ma la Spinelli dovrebbe dirci se era giusta o se era sbagliata. Anche perché la grande coalizione, che lei loda, è quella che ha impedito a Prodi di governare. Il Pd è stato un’idea giusta realizzata male e avvelenata dall’incomprensibile presenza di Di Pietro.

Per concludere la signora ci racconta diffusamente la trama dell’Angelo Sterminatore di Buñuel e uno pensa: Oh, se solo avesse voluto dedicarsi a commentare i film!

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

22 febbraio 2009


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CULTURA
18 febbraio 2009
IL PROBLEMA DELLA SINISTRA

IL PROBLEMA DELLA SINISTRA

La situazione attuale della sinistra è problematica e forse una soluzione vera e propria non esiste. Qualcuno può rimpiangere i numeri e il successo del Pci ma quel partito disponeva di vantaggi che non esistono più: aveva un’ideologia, se non indiscutibile, certamente “forte” e che molti vedevano vincente. Aveva come punto di riferimento una superpotenza di cui poteva (mentendo) vantare i successi. Infine non era mai al governo, sicché non era mai chiamato a realizzare le sue promesse. Non ci si possono dunque aspettare dall’erede di quel partito gli stessi numeri e le stesse percentuali.

La realtà contemporanea è post-ideologica. I modelli di governo variano poco sia che vincano – per intenderci – i laburisti, sia che vincano i conservatori. Il mondo attuale è dominato dai fatti. Molti hanno sperato che Obama, succedendo all’impopolare Bush, risolvesse con un colpo di bacchetta magica i problemi degli Stati Uniti ma non è stato così e non sarà così. Non per demerito suo, semplicemente perché “i fatti sono la causa di morte di molte teorie”. E la grande novità è che a questa conclusione sia arrivata la maggioranza degli italiani.

Il Pci poteva promettere la luna e molti gli credevano. I sindacati hanno potuto parlare a lungo di ineguaglianze sociali, di tassazione dei ricchi e di ridistribuzione della ricchezza; oggi la gente è troppo informata per credere a queste fandonie. Per questo quando la Cgil tuona contro il precariato i giovani le rispondono in cuor loro che preferiscono piuttosto mettere un piede nel mondo del lavoro che aspettare un posto a tempo indeterminato che potrebbe non arrivare mai. Come se non bastasse, con l’alterigia di chi detiene il verbo, la Cgil ha infine rotto l’unità sindacale, rischiando di auto-emarginarsi. Giove rende dementi coloro che vuol perdere.

Il centro-sinistra non è molto lontano dal centro-destra, è socialdemocratico nella sostanza, ma è svantaggiato dalle mitologie di cui non riesce a liberarsi. Si dichiara a favore dei clandestini, delle leggi che fanno uscire dal carcere i condannati, degli immigrati, dei somari a scuola, dei sindacati anche quando sono nocivi, dei laici nei problemi bioetici e non importa neppure, alla fine, se abbia torto o ragione, nei singoli casi: importa che non sente più il polso del paese. Non capisce che andare contro Brunetta è da suicidi. Continua a sbagliare, come quando ha “rifiutato” i quaranta euro per i poveri chiamandoli con aristocratico disgusto “un’elemosina”. C’è gente che con quella sommetta può fare la spesa. È una continua sconfitta. Il Pd guarda con disprezzo agli atteggiamenti demagogici della Lega e la Lega guadagna punti percentuali. Si dissocia dalla politica di Di Pietro ma Di Pietro è vicino agli strati meno raffinati; in totale non solo ha perduto il messaggio rivoluzionario marxista-leninista ma appare più un club radical-chic che un partito dei lavoratori. Infine, diversamente dal centro-destra, non dispone di un leader carismatico e vincente. Veltroni, personalità inconsistente, è stato del tutto inadeguato ma bisogna riconoscere che è stato oggetto di critiche non univoche: segno che la formazione che aveva dietro di sé era composita e contraddittoria. Ed anche segno che un altro, al posto suo, probabilmente non avrebbe fatto meglio.

Il Pd è incerto sulla propria stessa identità, subisce la concorrenza di un “alleato” scorretto (ma perché l’hanno accettato?), e manca di un programma alternativo. Manca persino di singole proposte di soluzione e non ha il coraggio di associarsi a quelle positive della maggioranza: gliene lascia l’esclusivo merito. In totale soffre di una perdita di credibilità di cui la sconfitta di Soru in Sardegna è una conseguenza. Il Paese è in recessione ma gli italiani sono convinti che a Palazzo Chigi la sinistra farebbe anche peggio.

Se non si tiene conto dei partiti dell’estrema sinistra, che gli elettori hanno praticamente cancellato, oggi le due grandi coalizioni hanno programmi sostanzialmente equivalenti. La differenza è negli uomini che li rappresentano e nella sensibilità agli umori del Paese. Gli uomini del centro-destra non fanno certo faville, ma quelli del centro-sinistra riescono perfino ad essere peggiori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 febbraio 2009

 

CULTURA
25 gennaio 2009
IL PRAGMATISMO, IL CARATTERE, L'INTELLIGENZA

IL PRAGMATISMO, IL CARATTERE, L’INTELLIGENZA

Criticare Walter Veltroni è come sparare sulla Croce Rossa. Per questo va subito detto che quest’uomo non potrebbe avere il passato che ha, e non potrebbe avere il posto che occupa oggi, se fosse soltanto uno sprovveduto.

Le principali qualità di un politico sono il pragmatismo, il carattere e l’intelligenza. La prima qualità è essenziale perché la politica è l’arte del possibile e chi manca del senso della realtà ha difficoltà a distinguere ciò che è attuabile da ciò che non lo è. Il carattere è essenziale per incidere sulla realtà: infatti è la qualità per la quale un uomo, a volte rischiando di essere annientato, determina gli avvenimenti piuttosto che subirli. L’intelligenza infine, sulla base delle caratteristiche precedenti, può dire qual è la mossa più opportuna. Il tutto, naturalmente, senza tenere in alcun conto la morale.

Gli esempi storici sono abbondanti. Romano Prodi è stato un campione del pragmatismo. A capo di una coalizione incoerente e rissosa, chiamato a governare in una situazione impossibile, si è sempre piegato a ciò che, in quel momento, poteva assicurargli la sopravvivenza. Per questo è stato capace di durare dove altri non avrebbe saputo. Il carattere gli è servito a mediare, ad inghiottire rospi, a frenare la propria suscettibilità. Ha seguito l’aureo principio per cui si dice: “Sono il loro capo e dunque li seguo”.

Charles De Gaulle invece è stato un campione del carattere. Mentre il suo intero mondo e la Francia crollavano, è rimasto diritto, lungo i suoi quasi due metri, ed ha pensato solo a come far ritrovare alla sua patria un futuro e l’onore. Si è comportato come se i messaggi sconfortanti della realtà non lo raggiungessero ed ha mirato - con uno straordinario carattere da visionario - a ciò che ha realizzato quattro anni dopo: entrare a Parigi alla testa della Seconda Divisione Blindata francese.

Dell’intelligenza in politica è più difficile parlare: sia perché di solito i grandi non ne difettano seriamente, sia perché, da sola, è più uno svantaggio che un vantaggio. È in combinazione con le altre due qualità che dà il meglio di sé.

Walter Veltroni è un politico puro. Nella vita non ha mai fatto altro. Non ha nemmeno studiato abbastanza seriamente per ottenere un diploma di liceo classico o scientifico. E dal momento che è arrivato molto in alto – Direttore dell’Unità, Vice Primo Ministro, Segretario del Partito Democratico – sicuramente non gli manca il pragmatismo: ha per esempio capito che oggi le punte polemiche, l’asprezza dei modi e l’arroganza alla lunga non pagano. D’Alema ne sa qualcosa. Meglio dunque apparire come l’uomo del dialogo, del comportamento civile e garbato.  Queste caratteristiche – pure se fanno rischiare il giudizio di inconsistenza – servono egregiamente per guidare una squadra in tempo di pace: ma purtroppo questo tempo è finito. Il Pd è all’opposizione e se è vero che Prodi ricuciva ogni giorno la tela di Penelope della sua coalizione, è pure vero che tutti i partiti che la componevano erano seduti su una bomba, sapevano che se avessero perso il potere, chissà quando l’avrebbero rivisto e dunque c’era modo di farli ragionare. Veltroni invece è costretto ad un esercizio senza rete. I suoi oppositori non hanno nulla da perdere. Lui stesso capeggia un partito che non è un partito ma due partiti. Ha un alleato che è un concorrente e un nemico. Infine ha di fronte una maggioranza che gode di un insolito credito nel Paese. In una situazione così difficile è comprensibile che si annaspi e per ribaltarla contro venti e maree sarebbe necessario il carattere di De Gaulle: ma è esattamente ciò che manca al Segretario del Pd.

Si è eletto questo eterno adolescente come il re travicello che si sperava non avrebbe dato fastidio a nessuno e ci si è accorti d’avere bisogno di un Alessandro il Grande, di un Hernán Cortés, di un guerriero capace di trascinare i suoi uomini perfino in una battaglia senza speranza. Forse Veltroni avrebbe saputo fare tutto quello che ha fatto Prodi: oggi invece non è nemmeno capace di gestire un alleato come Di Pietro, se necessario facendone un nemico.

Non è un campione del carattere e, secondo le previsioni attuali, sarà messo da parte come un esecutore incapace.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 gennaio 2009

CULTURA
16 dicembre 2008
I NAUFRAGHI EGOISTI

I NAUFRAGHI EGOISTI

I pessimi risultati ottenuti dal Pd in Abruzzo, benché previsti, inducono a meste riflessioni, in particolare per quanto riguarda Walter Veltroni.

Riguardo ai capi il popolo ha due atteggiamenti contrapposti. Da un lato li disprezza, li giudica corrotti, interessati, prevaricatori e in passato persino crudeli. Dall’altro li considera intelligentissimi, giusti, benevoli e benefici. Al punto che mentre nell’Unione Sovietica avvenivano le maggiori nefandezze, spesso chi ne era vittima diceva: “Ah, se Stalin sapesse tutto questo!”

Per non parlare dei mediocri che sono solo campioni nell’arte dell’intrigo, i capi sono non raramente persone superiori alla media ma in una direzione soltanto. Sono intelligenti ma privi di senso morale (il duca Valentino); sono buoni ma del tutto inadeguati al ruolo ricoperto (Luigi XVI); sono dominatori ma poco lungimiranti (la maggior parte dei dittatori): insomma hanno una carta da giocare ma non tutte le carte. E quelle che mancano a volte li portano alla rovina.

Inoltre il capo di un governo o di un partito viene spesso visto come colui che decide ma questo è vero solamente in parte. Il singolo subisce condizionamenti molto maggiori di quelli che immagina la gente. Ciò è particolarmente vero nei Paesi democratici. Qui i leader sono uomini come gli altri che per giunta non dispongono di grandi poteri. Ed anche ad ammettere che siano superiori alla media, devono affrontare problemi molto superiori alla media: per questo non raramente si rivelano inadeguati. Procedono a tentoni, appoggiandosi a questo o a quello, cercando di non scontentare troppe persone, e sperano che tutto vada bene. L’andamento di un partito o dell’intero Paese dipende da tanti di quei fattori che sperare di dominarli è poco realistico.

È per tutto questo che il giudizio su Walter Veltroni non può essere disinvoltamente severo. L’enormità dell’errore commesso nella primavera di quest’anno, quando si permise a Di Pietro di partecipare alla coalizione, mantenendo nome e simbolo, fu ed è evidente. Non solo molti, sul momento, lo dicemmo ad alta voce, ma non riuscimmo a capacitarcene e non ci riusciamo neanche oggi. Quel grande partito si amputava della sua stessa memoria storica, ed anche di un’estrema sinistra che gli aveva comunque consentito di andare al potere, al solo scopo di presentarsi da solo e depurato di ogni scoria, e ora annullava questo vantaggio alleandosi con un giustizialista fascistoide e inaffidabile come Di Pietro? Fino ad arrivare al risultato abruzzese?

Ma – appunto - quell’errore immane si può attribuire al solo Veltroni? Dov’erano, allora, tutti i maggiorenti del partito? E se erano in disaccordo, perché non l’hanno detto? E se non l’hanno detto perché erano in minoranza, come mai la maggioranza era per Di Pietro? Qualcuno poteva realisticamente pensare di vincere le elezioni, con lui, dopo i due anni disastrosi di Prodi? Valeva la pena di vendersi l’anima per qualche decimale in più, essendo lo stesso sconfitti? Il mistero – sottolineato come tale ancora ieri da Massimo Franco sul Corriere della Sera – rimane irrisolto. Ci sono molte domande cui risponderà la storia.

Ciò che si può ragionevolmente pensare oggi è che Veltroni non è l’unico responsabile dei guai del Pd. Forse avrebbe potuto tenere un po’ più spesso la bocca a freno, ma quanto a cambiare realmente le cose, non se ne parla. Ma ormai, che fare? chiederebbe un nuovo Lenin.

Bisognerebbe dissociarsi da Di Pietro, costi quel che costi. Denunciarlo per quello che è. Lasciargli l’esclusiva di quella piazza rumorosa che tuttavia non porterà mai nessuno al potere. Meglio un’amputazione che la morte. E poi riunire un congresso in cui ognuno sia costretto a dire la sua. Ma questa soluzione non è alle viste. Gli amici del Pd aspettano che Walter si consumi fino alla trama, nella speranza di succedergli. Lui stesso, cosciente del fatto che un congresso ben difficilmente lo lascerebbe al suo posto, ritarda per quanto può questo chiarimento. Gli opposti interessi, anzi le opposte grettezze sono però pagate dal Pd. Questo partito, non che rappresentare la moderna alternativa di centro-sinistra, sembra solo una zattera colma di naufraghi egoisti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

16 dicembre 2008


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permalink | inviato da giannipardo il 16/12/2008 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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