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4 maggio 2014
PURTROPPO IL SALARIO MINIMO È LA DISOCCUPAZIONE

Il Senato statunitense ha bocciato la proposta di Obama di un salario minimo federale di 10,10$ l’ora. E si sono opposti anche alcuni senatori democratici. Ciò benché, nel Paese, la proposta in generale piaccia e alcuni Stati abbiano un salario minimo superiore anche di parecchio a quello federale proposto. La ragione per votare contro pare sia stata la previsione che quel provvedimento produrrebbe un aumento di paga per circa 900.000 lavoratori, ma farebbe perdere il posto di lavoro ad altri 500.000. Naturalmente, per avere una fondata opinione personale in materia, bisognerebbe essere specialisti della politica economica statunitense. Ma è lecito discutere un interrogativo che sta a monte, rispetto al fatto di cronaca: ha senso un salario minimo?
Chi vorrebbe questa base retributiva – e sono moltissimi – lo fa sostenendo una nobile tesi: “Non è giusto che qualcuno lavori per meno della tale somma. Dunque imporremo al datore di lavoro di versargli come minimo il tale importo”. Il ragionamento sembra imbattibile e tuttavia ha un piccolo difetto: chi dice che il datore di lavoro assumerà il lavoratore, al nuovo costo? E chi dice che lo manterrà, se già l’ha assunto?
L’imprenditore che ha bisogno di un dato lavoratore e non ha alternative (delocalizzazione, lavoro nero, robotizzazione) l’assumerà anche pagando più del salario minimo. È perché reputano di aver bisogno di loro che alcune grandissime imprese pagano ai top manager compensi mirabolanti. Qualcuno giudica queste somme scandalose, ma non bisogna dimenticare che chi gliele paga è un privato il quale reputa, pagandogliele, di ricavarne un profitto. Nessuno si sognerebbe di parlare di salario minimo per Marchionne. 
Ma la regola vale anche al livello più basso. Se sono le nove di sera della Vigilia di Natale, si è rotto un tubo, la casa è allagata e vogliamo che l’idraulico venga a salvarci, bisogna essere disposti a pagargli due o tre volte quello che si sarebbe pagato un qualunque martedì mattina non festivo. E non è neanche detto che venga.
Il salario minimo avrebbe un senso se il lavoro fosse una certezza. Se cioè fosse sicuro che lo si avrà e lo si manterrà. Ma un posto si ha quando l’imprenditore ci guadagna. Se egli ha questo interesse, non sarà necessario imporgli nessun salario minimo: offrirà un salario anche maggiore. Se viceversa, vista la retribuzione obbligatoria, non vede una possibilità di guadagno, si limiterà a non assumere. Esistono infatti imprese marginali che, lungi dal fare lauti profitti, sono a rischio di antieconomicità. E dunque di chiusura.
Per la mentalità di molte persone, ci sono due dogmi: per quanto si lamentino, tutti gli imprenditori indistintamente fanno profitti enormi; e comunque, anche se non li fanno, devono assumere lavoratori e mantenerli indefinitamente. A momenti neanche il fallimento giustifica il licenziamento e infatti, se l’impresa è abbastanza grossa, si chiede la nazionalizzazione. In realtà bisognerebbe vietare molto severamente qualunque cartello che tenda a mantenere artificialmente bassi i salari, ma questo riguarda il diritto penale, per il resto devono valere le leggi del mercato. Finché ci saranno imprenditori privati non si potrà imporre loro di assumere lavoratori più di quanto si possa imporre ai cavalli di bere.
Questo argomento dimostra ancora una volta che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Imponendo una paga minima, lo Stato non vieta tanto al datore di lavoro di pagare un salario inferiore, quanto al lavoratore di ottenere una qualsivoglia retribuzione, se non è assunto. Il vero salario minimo è la condizione di disoccupato, la cui retribuzione è zero.
Né lo Stato può dire: “Assumete al salario che volete, metto io di tasca mia ciò che manca fino al tale livello”. È vero che in questo si realizzerebbe veramente il salario minimo, ma le dichiarazioni mendaci e le truffe sommergerebbero lo Stato e l’erario non potrebbe mantenere la promessa. Per giunta i magistrati dovrebbero mandare in galera centinaia di migliaia di persone. 
Il salario minimo è una stupidaggine fondata sull’idea che la domanda di lavoro sia rigida e che l’occupazione si crei per decreto. Nel recente Primo Maggio a Pordenone la leader della Cgil ha chiesto “maggiori investimenti” per il lavoro. Ella ignora sovranamente che oggi lo Stato potrebbe realizzare maggiori investimenti soltanto abolendo i semafori agli incroci.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 maggio 2014


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POLITICA
17 agosto 2010
GLI U.S.A. DEVONO SCUSARSI PER HIROSHIMA?
Gli U.S.A. si devono scusare per Hiròshima? Il problema è posto da più parti come conseguenza dell’orrore suscitato dagli effetti della bomba atomica sulla popolazione civile. Questo orrore non dipende dal numero dei morti: il solo bombardamento di Dresda ne ha provocato di più. Non dipende dal fatto che le vittime siano state uccise in una frazione di secondo, ché anzi questo è più pietoso di ciò che hanno sofferto gli ebrei nel Ghetto di Varsavia o nei campi di sterminio: dipende dal panico - terrore magico-religioso - ispirato dal fatto che l’uomo possa, schiacciando un bottone, annientare un’intera città. Simili ai grandi tragici greci, ci chiediamo se l’uomo abbia il diritto di far concorrenza agli dei; se abbia il diritto di strappare il fulmine di mano a Zeus.
Il tempo di guerra per noi europei risale a oltre sessantacinque anni fa. È dunque comprensibile che molti non sappiano più che cosa sia. Né li soccorre lo studio della storia, visto che a questa fatica ben pochi si sottopongono. Oggi si parla di guerra come si può parlare della disfida di Barletta o della Secchia Rapita: per sentito dire e come esercizio letterario.
La guerra è una delle cose più orribili che si possano concepire. È una vergognosa caratteristica della nostra specie, che condividiamo con le formiche. Stramaledirla non serve a niente. Non riusciremo mai a trattenere il fiato per un’ora, come i capodogli; non riusciremo mai ad essere una società affettuosa, soccorrevole e mite come quella degli sciacalli; non riusciremo mai ad evitare la guerra: per noi la violenza intraspecifica è normale. Noi ci uccidiamo vicendevolmente e a volte organizziamo con entusiasmo grandiosi stermini di decine di milioni di morti.
Per secoli, la guerra ha avuto lo scopo di battere un esercito fino ad indurre il nemico ad arrendersi o ad accettare le condizioni di pace. Per quanto barbaro, lo scontro è avvenuto in campagna (e campagna significa infatti “ciclo di operazioni militari”), mentre i civili rimanevano a casa. Con l’aviazione e con la moderna tecnologia le cose sono cambiate. Quel gentiluomo di Hitler ha avuto la brillante idea di indurre la Gran Bretagna alla resa o all’accordo non battendola in battaglia ma terrorizzando e ammazzando un gran numero di civili. Ci ha provato a Coventry e ci ha provato a Londra, con i bombardamenti e con i primi missili. Ma oltre che un crimine contro l’umanità è stato un pessimo calcolo. Non solo l’Inghilterra non si è arresa, ma ha poi restituito la pariglia con gli interessi ad Amburgo, a Colonia, a Dresda, dovunque, fin quasi a fare della Germania tabula rasa. Si è passati dalla guerra in campagna, contro i militari, alla guerra in città contro i civili. Uccidendone decine, centinaia di migliaia.
Non ci si può stupire di Hiròshima. Il mezzo con cui si uccide è secondario rispetto alla volontà di uccidere. Se gli Stati Uniti si devono scusare di qualcosa, è di appartenere a questa umanità.
Un secondo elemento da tenere presente è la logica della guerra. In tempo di pace l’idea di uccidere una persona per salvarne due o tre, o anche dieci, è orrenda. In tempo di guerra invece è normale uccidere cento persone per salvarne una, se i cento sono nemici e l’uno è un commilitone. Gli americani erano compatrioti di quel generale Patton il quale diceva realisticamente ai suoi soldati che non erano lì per morire per la Patria, ma per far sì che i bastardi dell’altra parte morissero per la loro Patria.
Questo principio fu importante nel caso di Hiròshima. La mentalità del Giappone, civili inclusi, era che tutti avevano il dovere di morire invece di arrendersi: i kamikaze sono relativamente stati pochi ma come loro la pensavano tutti. Chi avesse osato obiettare sarebbe stato bollato come vile. In queste condizioni la conquista del Giappone sarebbe costata un enorme numero di soldati e lo sterminio pressoché totale dei giapponesi. Mentre al contrario gli americani volevano tornare a casa vivi. La bomba di Hiròshima fu un messaggio: “È meglio che vi arrendiate. Voi siete disposti a morire per l’Imperatore ma noi potremmo uccidervi tutti senza perdere un uomo”. E perché fosse chiaro il messaggio fu ripetuto a Nagasaki.
Finalmente Hiro Hito, disattendendo i consigli di molti, ordinò la resa. Ai più alti livelli, alla sola idea di sopravvivere alla sconfitta, alcuni si suicidarono: ma la resa fu un affare per tutti. Quanti americani, senza quella bomba, sarebbero morti? Quante centinaia di migliaia di giapponesi si salvarono, se pure a spese di un medievale onore? Del resto i loro capi, così sensibili alla dignità, come mai l’avevano piegata al vile e proditorio agguato di Pearl Harbour?
Non c’è da scusarsi per Hiròshima o Nagasaki, per l’inutile massacro di Stalingrado, per le decine di migliaia di persone bruciate vive a Dresda, per l’inutile Prima Guerra Mondiale, o per tutte le guerre che l’umanità ha combattuto dai tempi di Ramsete. C’è da scusarsi di essere tanto più selvaggi dei coccodrilli i quali, almeno, non si ammazzano fra loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 agosto 2010



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SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
17 gennaio 2010
HAITI E LA CASSA PER IL MEZZOGIORNO
Sul “Corriere della Sera” (16.1.10) è pubblicata una lettera di Victor Uckmar, definito da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Victor_Uckmar) "il più famoso fiscalista e tributarista italiano". Dunque una persona intelligente e un intellettuale della più alta levatura. Ecco il testo: “Rispondiamo con urgenza (ma è già tardi!) all'appello di Haiti, ma recitiamo anche il mea culpa, non essendoci curati—e soprattutto gli Stati Uniti per la vicinanza— di un Paese da sempre in estrema povertà (l'introito maggiore deriva dalla vendita di plasma sanguigno!) che non gli ha consentito le necessarie organizzazioni per affrontare non solo le emergenze, ma anche la vita quotidiana”.
I concetti fondamentali sono tre: 1) bisogna aiutare Haiti; 2) dobbiamo recitare il mea culpa; 3) il nostro disinteresse è la causa del disastro attuale e passato. Su tre affermazioni due e mezzo sono sbagliate. Infatti è vero che il resto dell’umanità ha il dovere di aiutare Haiti: ma bisogna ancora intendersi sul termine “dovere”.
La prendiamo alla lontana. Si potrebbe tradurre il comandamento: “Onora il padre e la madre” con: “Hai il dovere di amare i tuoi genitori”? Forse. Ma sarebbe una traduzione erronea. Chi può imporre ad altri, o perfino a se stesso, di amare? Ecco perché il codice penale (art.570) non punisce l’insufficienza dei sentimenti ma sanziona l’obbligo dell’assistenza familiare (prestazioni essenziali). Naturalmente si può dire, su un altro piano, che si ha il dovere di amare i genitori: ma questo vale nel campo morale e non in quello giuridico. L’invito ha effetto solo su chi è disposto ad accettarlo. E la differenza è fondamentale. Il dovere morale è tale solo per chi lo sente - e dà al beneficiario soltanto un’aspettativa - mentre il dovere giuridico fornisce alla controparte un diritto che può essere reso cogente, per esempio riguardo agli alimenti.
Per quanto riguarda gli aiuti ad Haiti, si tratta di un dovere morale e questo non va dimenticato. Quando gli haitiani, esasperati per la lentezza dei soccorsi, protestano e bloccano le strade con cataste di cadaveri, si sbagliano. L’aiuto che riceveranno, quando arriverà, sarà un regalo e nessuno può protestare per non aver ricevuto velocemente un regalo. Se da un lato è bello che si senta in modo pressante il dovere morale di aiutare chi vive una tragedia, è anche vero che questo non dà alla controparte alcun diritto. Sarebbe bene ricordarlo.
Uckmar vorrebbe anche che recitassimo il mea culpa. Colpa nostra? Colpa nostra se Haiti è una zona sismica e gli edifici non sono antisismici? La tesi è troppo assurda perché valga la pena di confutarla e tuttavia il fiscalista la spiega: tutti siamo colpevoli della estrema povertà di quel piccolo paese. E c’è da rimanere perplessi. L’abbiamo forse depredato? E dire che la maggior parte degli italiani, fino a ieri, non distingueva Haiti da Tahiti!
Uckmar sostiene che ad Haiti quella povertà “non ha consentito le necessarie organizzazioni per affrontare non solo le emergenze, ma anche la vita quotidiana”. Ce ne può dispiacere, ma come avremmo potuto metterci rimedio? Nessuno riesce a salvare nessuno, sarebbe bene non dimenticarlo. Un Paese come l’Italia cerca di sollevare dalla povertà una propria regione e non ci riesce. Se solo fosse possibile, la Calabria somiglierebbe di più al Veneto. La storia del Meridione italiano non insegna dunque nulla?
Se una cosa sappiamo degli aiuti internazionali (quelli di lungo periodo, non quelli per le catastrofi) è che essi finiscono prevalentemente nelle mani sbagliate. La stessa parte che arriva alla popolazione, quella cioè che avrebbe lo scopo d’indurla a  migliorare il proprio livello di vita, viene spesso utilizzata dalla gente come semplice mezzo di sussistenza. Un po’ come se si mangiassero le sementi. I palestinesi ricevono da sempre montagne di aiuti e sono in questo campo un ottimo esempio.
Nel caso di cui si parla oggi, non si può non osservare che sulla stessa isola ci sono da una parte Haiti e dall’altra Santo Domingo. E mentre i dominicani, per ragioni che non conosciamo, sono prosperi, gli haitiani, per ragioni che non conosciamo, sono in miseria. Tutto ciò non nasce da una maledizione biblica - l’isola è unica - ma da un diverso comportamento economico. Non diversamente da come, sulla stessa terra, gli israeliani sono prosperi e gli abitanti di Gaza miserabili. E a proposito, siamo sicuri che la miseria del Sud Italia sia colpa del Nord Italia?
Le baggianate retoriche devono avere un fascino irresistibile, se se ne rendono colpevoli anche celebrità nazionali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 gennaio 2010

POLITICA
4 novembre 2009
UN WARGAME PER L'IRAN
Qualunque persona di buon senso sa che le soluzioni ai problemi di politica internazionale che si possono inventare parlando con un amico o col barbiere hanno una probabilità su mille di essere valide. Dunque, anche la tattica che sarà qui suggerita, per l’Iran, ha ben poche possibilità di essere ragionevole: viene scritta solo per suscitare le obiezioni di chi è più competente, col risultato che alla fine ne sapremo tutti di più.
Giorni fa si è scritto, con un sentimento di disperazione ma purtroppo  molto realisticamente, che quello dell’Iran è un problema insolubile . Si sono esaminate le diverse opzioni: la distruzione dei siti noti, l’invasione via terra ecc., ma nessuna di esse risolve il problema di un regime fanatico,  dotato della bomba atomica, che proclama di voler distruggere un intero Stato. E soprattutto: per quanto tempo bisognerebbe occupare l’Iran?
La soluzione che qui si propone parte proprio dalle difficoltà che sono state esposte e, per così dire, le trasforma in vantaggi.
In Afghanistan il grande problema è che i talebani si confondono con la popolazione, e per conseguenza gli Stati Uniti e i loro alleati non possono trarre vantaggio dalla loro enorme superiorità quanto ad artiglieria ed aviazione. In Iran invece il problema è quello di eliminare dei siti, ben individuati; e di distruggere prevalentemente cose e non persone. Washington potrebbe dire: sappiamo che nel tale luogo, tot longitudine est, tot latitudine nord, c’è un sito nucleare. Vi diamo due ore di tempo per evacuare tutti coloro che ci lavorano. Se il sito è in una città, sgombrate l’intero quartiere, ché se poi a voi non importa dei vostri cittadini, figuratevi a noi. Sappiate comunque che scadute quelle ore, del sito, che sia in campagna, su un’isola, in una città, non rimarrà pietra su pietra. Dolenti per i danni; dolenti per le eventuali vittime; dolenti per le eventuali fughe di radioattività ma sappiate che, se non rinuncerete ai vostri programmi, distruggeremo uno dopo l’altro tutti i vostri siti nucleari, sia quelli attuali sia quelli che doveste aprire in seguito. Qualunque attività di questo genere sarà come una “richiesta” di distruzione totale.
Purtroppo, se si volesse impedire che l’Iran, per rappresaglia, mini lo stretto di Ormuz, bisognerebbe distruggere l’intera flotta iraniana e qualunque cosa galleggi e possa portare una mina. In seguito si vieterebbe per giunta alle imbarcazioni battenti bandiera iraniana di lasciare i porti. Anche questa punizione terribile dell’Iran (che se la sarebbe cercata) è una cosa che una grande potenza, dotata di grandi mezzi tecnologici, può fare senza sforzo.
Come si vede si tratterebbe di ribaltare contro i suoi autori quella perfida invenzione del Ventesimo Secolo chiamata “guerra asimmetrica”. Stavolta asimmetrica nel senso che l’Occidente infliggerebbe colpi durissimi senza subirne alcuno. Nessuna assicurazione stipulerebbe una polizza sulla vita ai piloti iraniani che osassero levarsi in volo col loro aereo.
Naturalmente gli iraniani potrebbero cercare di portare tutte le fabbriche nel cuore delle montagne. Ma da un lato un buon bombardamento può sigillare le entrate della fabbrica dentro la montagna, dall’altro i drone e gli aerei potrebbero distruggere qualunque mezzo di trasporto che si avvicini a quella montagna, stavolta uccidendo anche gli occupanti dei mezzi. Fra l’altro, se gli americani volessero presidiare quell’entrata con dei paracadutisti bene armati, potrebbero farlo facilmente. Gli iraniani che osassero attaccare gli statunitensi in campo aperto sarebbero sterminati in men che non si dica. Occupare e presidiare un intero, grande paese, è impresa costosissima, impedire che si entri in una montagna si può fare con  l’aiuto dell’aviazione e poche decine di uomini.
Come è ovvio, l’opinione pubblica internazionale protesterebbe: lo fa sempre, e l’Iran avrebbe la solidarietà del blocco dei Paesi anti-Occidente, quella che all’Onu si chiama “maggioranza automatica”. Ma non si fanno omelette senza rompere le uova. O gli Stati Uniti fanno capire che fanno sul serio o, un giorno, potrebbero amaramente pentirsi di avere permesso ad un gruppo di fanatici religiosi di menarli per il naso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 novembre 2009

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