.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
9 marzo 2011
UNA SOLUZIONE PER LAMPEDUSA
Un articolo è lo strumento con cui un giornalista informa i lettori o espone le proprie opinioni. Stavolta avviene l’inverso. Qui si esprimono le perplessità e sta ai lettori fornire le risposte.
Il problema dell’immigrazione clandestina è ridivenuto di stringente attualità e al riguardo è bene ordinare i dati di cui si è in possesso.
L’immigrazione non può raggiungere numeri indefinitamente alti. La politica delle “porte aperte” incontra dei limiti. Coloro che sono “generosi” oggi (ma i più “generosi” lo sono in astratto) potrebbero cessare di esserlo domani. E comunque basta chiedere: se invece di centomila fossero un milione, sareste ancora disposti ad accoglierli? E se invece di essere un milione fossero dieci milioni, sareste ancora disposti ad accoglierli? Dal momento che la risposta è evidentemente “no”, è chiaro che il problema si pone.
L’immigrazione via terra  (Nord Est) è difficile da controllare ma è anche la meno allarmante: gli immigranti sono in maggioranza bianchi e di religione cristiana. Invece l’immigrazione degli islamici, via mare, è vista con particolare apprensione. Non solo perché, come si dice, “non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici”, ma soprattutto perché essi non si integrano nella nostra società. Neanche quelli di seconda generazione, neanche quelli nati e cresciuti in Europa: da disperarsi. E tuttavia è molto difficile contrastarla. Eccone le ragioni:
a)    esiste l’obbligo di soccorrere chi, in mare, è in pericolo. Si spiega così che le motovedette italiane a volte trainano in porto i barconi stracarichi o addirittura prendono a  bordo gli emigranti;
b)    per lo stesso principio non si possono respingere in mare a colpi di cannone i natanti che arrivano fino ai nostri porti;
c)    dato che non si può evitare l’arrivo, o si accolgono questi emigranti a titolo definitivo oppure li si rimanda al loro Paese. Ma questa seconda soluzione è di ardua applicazione. Da un lato la nostra Costituzione prevede l’asilo politico, dall’altro i nuovi arrivati non portano documenti dai quali risulti la loro nazionalità e non si saprebbe a quale Paese riconsegnarli.
Per l’asilo politico si richiedono indagini, e comunque questo problema non interessa la maggior parte dei nuovi arrivati; il punto essenziale è dunque l’ultimo: come rinviare ai Paesi di provenienza persone che arrivano via mare e delle quali non si sa da dove vengono?
Attualmente, se vogliono, gli immigranti che giungono nel nostro Paese in modo illegale ci rimangono. L’Italia, mediante gli accordi con la Libia e la Tunisia, era riuscita a bloccare la partenza degli emigranti, ma l’arrivo non si è mai stati in grado di bloccarlo. Il problema sembra insolubile e tuttavia rimane vero che l’ipotesi di tenersi tutti gli immigranti clandestini, in  numero indefinito, non è sostenibile. Probabilmente la verità è un’altra: non è che non si trova una soluzione, è che non si ha il coraggio di adottarla. Per motivi di political correctness. Motivi che svanirebbero come neve al sole, se l’immigrazione divenisse di massa.
Qui si propone una linea di condotta. Gli immigranti sono accolti su una piccola isola e gli si vieta di venire sul continente. Essi rimarranno lì a tempo indeterminato a meno che non dichiarino la loro nazionalità e, possibilmente, ne forniscano la prova. Magari facendosi spedire i documenti dai parenti. In quel momento cesserebbe l’ospitalità e gli interessati sarebbero riportati al punto di partenza. Né si può chiamare detenzione la situazione di chi è gentilmente riportato a casa, se appena fornisce l’indirizzo. Si potrebbe parlare di “soggiorno coatto in attesa di rimpatrio”. Siamo certi che, dopo un paio di mesi, chiunque si convincerebbe che gli conviene tornarsene a casa. E non appena la notizia si diffondesse, non si imbarcherebbe più nessuno, per l’Italia.
Non sosteniamo di avere concepito una soluzione geniale cui al Viminale non erano giunti. Anzi diciamo umilmente: “D’accordo, abbiamo scherzato. Questa soluzione è sbagliata. Ma diteci perché è sbagliata”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 marzo 2011

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. immigrazione lampedusa libia tunisia

permalink | inviato da giannipardo il 9/3/2011 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 febbraio 2011
IL SIGNIFICATO DELLA RIVOLTA
È innegabile che in questi mesi c’è stato un contagioso vento di rivoluzione nei Paesi arabi. Non solo in Tunisia, Algeria ed Egitto, ma persino in Giordania e in Yemen. Che cosa vogliono, i manifestanti? Pane e libertà. E in primo luogo l’eliminazione dell’uomo che rappresenta il potere.
Una ventata di rivoluzioni fa inevitabilmente pensare al 1848. Ma i nostri avi non chiedevano qualcosa di vago, come il pane: chiedevano l’applicazione dei principi della Rivoluzione Francese, la modernizzazione del Paese, una maggiore libertà che facesse rivivere e trionfare quella spinta che si era creduto di annullare con la Restaurazione. La monarchia sì, ma costituzionale; e la fine di un mondo bigotto e conservatore. In poche parole, i rivoluzionari del Quarantotto avevano idee politiche. Anche se molte delle “rivoluzioni” non approdarono a gran che, certamente in quell’anno la storia subì una drammatica accelerazione. Del resto, proprio allora fu pubblicato il Manifesto di Marx.
Nei Paesi arabi tutto questo non è possibile. Da un lato la mentalità islamica spinge a subire il dominio di un oppressore, dall’altro il livello culturale è estremamente basso: in un anno si traducono più libri in greco che in tutti i paesi islamici riuniti. Come dire che un piccolo popolo che noi consideriamo uno dei fanalini di coda dell’Europa, legge quanto tutte quelle moltitudini messe insieme. Non è un caso se l’unica democrazia reale del Bacino del Mediterraneo sia Israele.
Nella rivolta egiziana quali sono state le richieste della folla? In primo luogo che Mubarak se ne andasse. Uno degli slogan era: “Go out. Just do it”. “Vattene. E basta”. E questo non è che sia molto intelligente. Perché se il quasi dittatore avesse fatto cose sbagliate, proprio quelle cose dovevano essergli rimproverate. Diversamente, chi garantisce agli egiziani che il nuovo uomo forte che dovesse emergere si comporterà diversamente?
Si è forse chiesto un maggiore spazio per gli integralisti musulmani? Neppure questo. Non solo dicono che la Fratellanza Musulmana sia in perdita di velocità, ma gli stessi esponenti del movimento hanno teso a presentarsi come moderati, come un semplice partito politico guidato da dirigenti in giacca e cravatta, senza barba o al massimo con barbette europee. Probabilmente perché sapevano che la grande massa del popolo li guarda con sospetto e una loro eccessiva visibilità avrebbe danneggiato la rivolta.
Poi i rivoltosi, al Cairo come a Tunisi, hanno chiesto “pane”. Se con questo si chiedeva un miglioramento dell’economia in genere, si chiedeva la Luna. In troppi Paesi del mondo (anche in Italia) si crede che il governo possa migliorare la situazione produttiva mentre è vero che può modificarla, ma solo in peggio. La prova l’ha data l’Unione Sovietica: lì lo Stato aveva in mano tutta l’economia. La ricchezza di un Paese nasce dalla sua libertà e dall’industriosità dei suoi cittadini. È ricco un Paese privo di tutto come l’Olanda, che deve addirittura rubare il suo stesso territorio al mare, mentre è povero un Paese che ha tutte le migliori risorse come il Congo.
Se invece si parlava effettivamente del prodotto della panificazione, è noto che questo cibo - salvo che nelle carceri e nelle caserme - non è mai distribuito dallo Stato. Dunque se uno Stato volesse tenere ad un determinato livello il prezzo di questa derrata, potrebbe farlo soltanto dando sussidi ai produttori e imponendo maggiori tasse sulla popolazione. In fin dei conti pagherebbe sempre il consumatore. L’unico sistema per far sì che il prezzo del pane sia basso è quello di produrlo a basso costo, con un’agricoltura meccanizzata ed estensiva come avviene negli Stati Uniti. Ma in Egitto questo non è possibile. A parte l’arretratezza tecnologica del Paese, mancano letteralmente i campi da coltivare. L’Egitto, ha detto Erodoto, è un “dono del Nilo”, nel senso che si può vivere lungo le sponde di quel grande fiume ma il resto è deserto. Dunque il grano è in larga misura importato al prezzo delle commodities quotate in Borsa, e in parte (forse) regalato dagli Stati Uniti. Gli egiziani non dovrebbero stupirsi del prezzo del pane ma della sua esistenza nei negozi.
La vera tragedia delle nazioni musulmane del Bacino del Mediterraneo è una straripante sovrappopolazione, rispetto alle risorse del territorio. Nascono troppi bambini. Troppi giovani sono disoccupati. Troppe famiglie sono disperate. E a tutto ciò non porrà rimedio l’allontanamento di un uomo.
Le folle islamiche non si sono rivoltate per ottenere qualcosa. Del resto non sapevano nemmeno che cosa avrebbero dovuto chiedere. Si sono rivoltate contro una situazione economicamente difficile. Chiedere pane corrisponde a dire “siamo infelici”. Ma la rivolta li renderà felici?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011


sfoglia
febbraio        aprile

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.