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POLITICA
16 ottobre 2014
IL CERTO E L'INCERTO NELLA LEGGE FINANZIARIA

Il fastidio, quando si tratta di leggi finanziarie o di provvedimenti importanti zeppi di numeri, è che non si è sicuri di capire. Del resto, soltanto alcune persone, in Italia, sono realmente capaci di leggere e comprendere il bilancio dello Stato: figurarsi se può farlo uno che nella vita si è occupato d'altro. Dunque della legge finanziaria si occuperanno i giornali e i politici. Noi cittadini normali aspetteremo soltanto i risultati. 
"Diciotto miliardi di tasse in meno", dice Matteo Renzi. E gli italiani non lo prendono sul serio. Infatti, se gli credessero, danzerebbero nelle piazze con più entusiasmo dei francesi il quattordici luglio. Al contrario è allarmante l'entità della manovra annunciata: trentasei miliardi di euro. Anche se ormai è fuor di moda farlo, si rimane sgomenti traducendo quella cifra nella vecchia moneta: si tratterebbe di quasi settantamila miliardi di lire.
Quando si tratta dello Stato, il buon senso vuole che si diano per sicure le spese e per aleatorie le entrate. Le prime fanno felici la gente e sono praticamente certe, mentre è raro che si incassino le somme che si è promesso di incassare. Per questo conviene occuparsi di queste ultime. Sono loro che rappresentano il vero problema. Il risultato totale infatti potrebbe essere una spesa in deficit e un ulteriore aumento delle tasse e del debito pubblico. 
Il governo ha annunciato che i fondi saranno reperiti per quindici miliardi con risparmi di spesa, per 3,8 miliardi con la lotta agli evasori fiscali, e infine per 3,6 miliardi con una (ulteriore) tassazione delle rendite finanziarie. Più altre somme minori. La tassazione delle rendite, per partire dall'ultima voce che tanto piace alla sinistra, va contro l'articolo 47 della Costituzione più bella del mondo, ma ciò non importa. Piace a sinistra e tanto basta. Più grave è che renda l'Italia sempre più un posto in cui è da dissennati tenere i propri capitali. Gli italiani non possono sfuggire e pagheranno di più, ma chi può sfuggire all'avidità del nostro fisco veleggerà per altri lidi. Il nostro è il Paese d'elezione dei poveri in canna.
Quanto alla lotta all'evasione, vien da sorridere. Innanzi tutto come mai, sapendo che se ne possono trarre esattamente 3,8 mld (non 3,7 o 3,9) questi miliardi non sono stati riscossi prima? Se i cespiti erano tanto ben noti, tanto ben precisati da poterne determinare il gettito e da essere certi che i tributi saranno incassati nel giro di un anno, perché si è aspettato fino ad oggi? Forse lo Stato era connivente con gli evasori? La verità è che quei 3,8 mld (non 3,7, non 3,9) sono una mera speranza e null'altro.
Né molto diverso è il discorso sui quindici miliardi (ma avevamo sentito diciassette) di tagli alle spese, snobisticamente denominati "spending review". Anche qui: se era facile farli, perché non sono stati fatti prima? Non si può dimenticare che chi doveva organizzarli, Carlo Cottarelli, se n'è andato. E se prima sono stati impossibili, perché dovremmo credere che saranno possibili ora?
In concreto, o lo Stato aggredirà spese che i cittadini considerano vitali e irrinunciabili, provocando un malcontento incontenibile (L'Imu non si è potuta abolire perché richiedeva 4,5 mld!) oppure, come si dice, lo Stato opererà questi risparmi passando la patata bollente agli Enti locali. Cioè ai Comuni e alle Regioni. Questi dovranno rivalersi sui cittadini e in fin dei conti si avrà un aumento delle tasse, anche se con la grande soddisfazione di sapere che il ricavato andrà agli Enti Locali e non allo Stato. Sai che sollievo. E Renzi osa proclamare uno sgravio d'imposte di diciotto miliardi?
A queste sedicenti "entrate" si aggiungono poi 11,5 mld di spesa in deficit. Cioè aggiungendoli al nostro debito pubblico. Certo, esso viaggia già oltre i duemilacento miliardi e non se ne accorgerà neppure: ma se ne accorgeranno l'Europa e i mercati, che crederanno sempre meno alla rimborsabilità del nostro debito pubblico. L'impegno del fiscal compact è degno dei Fratelli Grimm.
Il Presidente Renzi ha così giustificato il suo progetto: "Noi pensiamo che per l’Italia valgano la duplice categoria delle circostanze straordinarie: riforme strutturali e situazione economica". La situazione economica la vediamo, per le riforme strutturali la nostra vista è insufficiente. È proprio brutto che, qualunque cosa dica, questo politico riesca a suscitare una reazione di scetticismo.
Naturalmente ci auguriamo che le nuove norme rendano più facile la ripresa economica. Ma mentre questa è soltanto una speranza, siamo al contrario sicuri che vedremo nuove tasse e nuove imposte. Forse fino alla paralisi della nazione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
16 ottobre 2014

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ECONOMIA
2 novembre 2013
TO TAX OR NOT TO TAX
Pare che, di riffa o di raffa, chi ha una casa o un’impresa, dopo avere scampato il pericolo di essere arrotato dal camion dell’Imu, finirà triturato dal treno di  un’altra salva di imposte dai nomi fantasiosi. In questo campo è facile dire cose gradite. Basta imprecare contro il governo e ricordare quanto guadagnano e quanto prendono di pensione i politici e le persone importanti nel nostro Paese. Basta sottolineare che il peso del fisco è insopportabile, che la nazione è in depressione e che la disoccupazione è tragica. Tutte cose vere. E però, anche a non avere simpatia per la compita democristianeria di Enrico Letta, a queste constatazioni si possono contrapporre considerazioni altrettanto vere. Dal momento che anche a Palazzo Chigi sanno come la pensano gli italiani, se potessero diminuire le tasse invece di aumentarle, se potessero esonerare la casa, i negozi (che chiudono) e i capannoni da tutti i pesi fiscali che li opprimono, forse che non lo farebbero? Forse che i soldi che ci chiedono se li mettono in tasca? Forse che non sanno quanto li renda impopolari tutto questo parlare che si fa di tasse, contributi, imposte, accise e prelievi di sangue? Se dunque si comportano come si comportano è da pensare che ciò facciano perché costretti da un’ineludibile necessità. E rimane solo da chiedersi quale sia e se sia veramente “ineludibile”.
L’Italia ha vissuto per decenni al di sopra dei propri mezzi, facendo debiti. Si pensi ai membri di una famiglia che per anni ed anni abbiano goduto di un certo tenore di vita e ad un certo punto si vedano chiedere di abbassarlo notevolmente: la resistenza è naturale. Ognuno reputa in perfetta buona fede che quello che ha sempre avuto sia stato un suo diritto, rimanga un suo diritto e non possa essere né eliminato né ridotto. Lo stesso per l’Italia. Noi teniamo talmente ai vantaggi cui siamo stati abituati che non permettiamo assolutamente che lo Stato ce ne privi. Solo che, per non privarcene, l’erario o fa nuovi debiti o ci tassa di più. Ma per quanto riguarda i debiti abbiamo un doppio stop. Da un lato ci siamo impegnati con l’Unione Europea a non sforare un deficit del 3% del pil, dall’altro - avendo già un debito di oltre 2.030 miliardi, in aumento per giunta - c’è il pericolo che i creditori si allarmino e non comprino più i nostri titoli. Ciò provocherebbe il nostro default e il crollo del sistema economico europeo. Dunque il governo è nella tenaglia di una necessità “giuridica” (sostenuta anche dalle promesse di eventuale aiuto) da un lato, e da una necessità economica dall’altro.
Infatti la nostra depressione è drammatica, non se ne intravede la fine e tuttavia allo Stato non rimane che tassarci di più. Rischiando di uccidere la pecora invece di tosarla. E poiché tutto ciò somiglia ad un incubo, rimane da vedere se sia proprio necessario usare l’aggettivo “ineludibile”.
Qui la risposta si fa difficilissima. Indubbiamente, se ci fosse un modo facile di svalutare drammaticamente, di uscire dall’euro  e di ripartire da zero, è quello che faremmo. Ma, a parte il fatto che questo programma somiglia ad un’apocalisse, il diavolo si nasconde nei particolari. Come uscire dall’euro? In accordo con l’Unione Europea o contro di essa? E che ne sarebbe del nostro debito? E quali le conseguenze sulle nostre importazioni, sui nostri salari, su tutta l’economia nazionale? Chi pagherebbe il conto più pesante? Quale sarebbe la situazione del Paese, dopo una simile decisione? In quanti anni ci riprenderemmo? È probabilmente per questi interrogativi che a Palazzo Chigi sono in buona fede, convinti che la situazione attuale, con tutti i suoi guai, sia migliore di quella che avremmo cercando di uscire dall’impasse. Ma hanno ragione?
Il dubbio non riguarda solo noi. Non è soltanto l’Italia ad essere incastrata fra la padella e la brace, lo sono anche altri Paesi europei importanti, a partire dalla Spagna e dalla stessa Francia. La politica economica di Berlino – asse portante dell’Eurozona – è stata recentemente accusata da Washington di essere all’origine della depressione continentale. Gli americani hanno ragione? Nessuno può dirlo, però l’ipotesi che l’attuale politica economica europea sia sbagliata non è una semplice sciocchezza, se la fa anche il Presidente Obama. E ovviamente non per sua personale ed estemporanea iniziativa.
Il problema dell’Italia e dell’Eurozona è l’attuale modello economico sbagliato, che nessuno vuole modificare. Solo il futuro ci dirà se lo si potrà mantenere ancora a lungo, o se una crisi scioglierà con un doloroso colpo di spada un nodo che si credeva insolubile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 novembre 2013


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ECONOMIA
3 marzo 2012
COLPISCO IL RICCO E PIANGE IL POVERO
Se la medicina dicesse che una eventuale “malattia di Hollbrook” è inguaribile, e l’acqua di una determinata fonte, raccomandata da un santone, la guarisse, la conseguenza sarebbe che, in attesa di scoprire il principio attivo, quell’acqua sarebbe subito prescritta ai malati. Alla medicina interessa guarire, non avere ragione. Per converso, se una casa farmaceutica dichiara che il suo prodotto guarisce una determinata malattia, e poi quel farmaco non lo fa, la colpa non è del malato: è il medicinale che è inefficace.
Le teorie economiche sono come le teorie mediche. Non è che Marx avesse torto: mettendo insieme il capitale e affidandolo allo Stato, dovremmo essere tutti più ricchi. Ed è difficile tollerare che sia più ricco dei lavoratori chi già aveva i soldi e li dà ad altri perché li facciano fruttare. Giustissimo. Solo che l’economia marxista ha prodotto miseria e tirannide, l’economia sulla base del capitalismo privato ha creato prosperità e libertà. E allora Marx aveva torto. Come avrebbe torto chi vantasse un farmaco inefficace.
Oggi viviamo un momento di verifica delle teorie economiche. Dinanzi al rallentamento dell’economia mondiale, e al dramma dell’Europa, gli alti dirigenti della zona euro si sono orientati verso una politica di austerità, di compressione dei consumi e di aumento delle imposte. Provvedimenti che sono stati giudicati recessivi quasi da tutti, e addirittura sbagliati dal premio Nobel Paul Krugman.  Molti, ed io fra loro, come rimedio, vedrebbero piuttosto qualche incentivo al rilancio di tipo keynesiano. E tuttavia è vero che i mercati si sono un po’ calmati, il differenziale di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani è sceso di quasi due punti percentuali e le prospettive, se non di rilancio, sono almeno di tregua. Dunque tutti quelli che la pensano come Krugman potrebbero avere torto. Ma che i provvedimenti fossero recessivi e che la lotta al lusso sia un errore, è oggi sperimentalmente dimostrato. 
Se c’è un comparto emblematico del lusso, è la nautica da diporto. Chiunque abbia avuto a che fare con un cabinato di sette metri (un guscio di noce) sa che una semplice vite, per quel tipo di natante, costa un capitale. La ragione è semplice: il mare corrode tutto e tutto ciò che riguarda il mare deve essere di una qualità speciale. E se per una barchetta costa caro l’acquisto, costa cara la manutenzione, costa caro il posto barca, figurarsi per una barca oceanica o uno yacht.
Il governo Monti, per fare contente le sinistre e la loro base, ha cercato di tassare pesantemente il lusso aumentando di molto il costo del posto barca. Si afferma solo “ha cercato di far contente le sinistre” perché se si aumenta l’accisa sulla benzina, il gettito è pressoché assicurato; viceversa, se si aumenta la tassa sull’ambra del Baltico, la gente o ne farà a meno o comprerà altre pietre dure. È ciò che si è verificato.
In un articolo del Corriere della Sera (“Porti, le tasse accendono la grande fuga”) leggiamo: “Già 27 mila i natanti di diportisti italiani trasferiti all'estero per sfuggire alle imposte: lo Stato perde 104 milioni”. E secondo una ricerca dell’Osservatorio nautico nazionale, ancor più interessante è quanto afferma il presidente dell’Assonat Luciano Serra: «La fuga di unità dai porti italiani, rilevata al 31 gennaio, è di 27.000 unità, l’impatto sulle entrate dirette dello Stato è pari a -104 milioni di euro, e i posti di lavoro a rischio sono 8.900». Inoltre, il mancato indotto generato dai superyacht in transito «ammonterà a 210 miliardi di euro, gli investimenti portuali a rischio arrivano a 1,4 miliardi di euro e l’impatto diretto sulla cantieristica è stimato in una flessione del 35% del mercato interno”. “Stiamo causando un danno di almeno un miliardo e mezzo a voler essere prudenti». 
Come si vede, la politica di odio ai ricchi e ai loro lussi è insieme stupida e miope. Lo yacht è un pugno in un occhio del disoccupato con famiglia a carico, ma non bisogna dimenticare che se quel disoccupato fosse capace di calafatarlo, o di ripararne il motore, o di ormeggiarlo, forse non sarebbe più disoccupato e benedirebbe chi gli paga un salario.
Le cifre sono come sempre opinabili, ma non c’è dubbio: ogni volta che si deprime un comparto produttivo per motivi ideali, la nazione ne ha un danno economico. Per questo, anche se è comprensibile che lo Stato continui a punire il commercio della droga – ma solo perché fa male – non è comprensibile ogni provvedimento volto a fini morali, o tendente a “punire” una classe di cittadini, rei di avere più soldi di altri. Troppo spesso di fatto si puniscono sia gli uni sia gli altri, e soprattutto i poveri. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
3 marzo 2012


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18 dicembre 2011
SVILUPPO A FONDO CORSA

La crisi economica, ha detto Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, rischia di essere grave come quella degli Anni Trenta del secolo scorso e stavolta sarebbe globale: non vedremmo “nessun Paese immune dalla crisi”.

La cosa si spiega. Dal punto di vista della prosperità e dello sviluppo industriale, tra gli Anni Trenta del secolo scorso e il mondo attuale ci sono molte differenze. Basta considerare il numero di telefoni o di automobili: attualmente Paesi come il Marocco sono più ricchi dell’Italia di quel tempo. Allora la crisi americana riguardò solo le nazioni ad alto livello di sviluppo, e non toccò i Paesi poveri: perché poveri erano e poveri rimasero. Oggi invece, se gli europei e gli americani cominciassero a comprare meno prodotti dei Paesi emergenti, anche questi Paesi soffrirebbero della recessione.

Le economie di molti Stati sono interdipendenti. Se improvvisamente si trovasse una soluzione per la fusione nucleare, si disporrebbe di elettricità in quantità praticamente infinita e questo renderebbe se non superfluo, certo molto, molto meno necessario il petrolio. L’aria delle nostre città - riscaldate elettricamente e piene di automobili silenziose - sarebbe più pura, ma si annuvolerebbe il cielo dei Paesi esportatori di petrolio. Per loro sarebbe una catastrofe. L’Arabia Saudita farebbe un salto all’indietro di molti decenni, gli Emirati Arabi si accorgerebbero che è ben triste non avere una buona terra da coltivare, l’Iran perderebbe molta della sua baldanza. E cambierebbe il quadro anche per Paesi impensati come il Venezuela, la Nigeria, il Kazakhstan. Ma torniamo al presente.

Se la crisi attuale durasse, da un lato l’Occidente acquisterebbe di meno, creando problemi ai Paesi esportatori, dall’altro, con l’aumento della disoccupazione e la conseguente probabile diminuzione dei salari, aumenterebbe la sua competitività. Campo in cui ci siamo messi volontariamente nei guai. Siamo fieri dell’euro a poco meno di 1,35 $ e non ci accorgiamo che così rendiamo care le merci che esportiamo e a buon mercato quelle che importiamo. Con difficoltà per i nostri produttori.

L’Italia è uno dei Paesi in cui la crisi economica è più grave. La sua situazione è resa particolarmente difficile, oltre che dal cambio dell’euro, dal peso degli interessi sul debito pubblico. Ma neanche gli altri stanno benissimo. A parte il fatto che anch’essi hanno un notevole debito pubblico, un po’ tutti siamo forse arrivati alla totale maturazione di un certo tipo di società. Non si può andare oltre. Il mondo era stato organizzato per un’umanità che lavorava molto e si contentava di poco, oggi l’Europa e l’America hanno una società che vuole molto lavorando poco. Per qualche tempo è andata bene ma ora il sistema mostra la corda.

Con l’aumento della vita media non si possono più concedere ai vecchi le pensioni di una volta. Col costo delle cure mediche molto aumentato, diviene un enorme fardello assicurare il servizio sanitario a tutti. E si potrebbe continuare. Lo Stato moderno ha il fiato grosso. Chissà che la crisi, che tuttavia speriamo non si verifichi, non ci induca un po’ tutti a più miti consigli, sia in materia demografica, sia in materia di benessere.

Potremmo disegnare un nuovo modello di società che mira non ad uno “sviluppo sostenibile” ma, più umilmente, alla “sostenibilità della situazione”, a uno sviluppo che sa di essere già “a fondo corsa”. Ci si rivolgerebbe a Dio con parole nuove. Non: “Signore, ti prego, dammi di più” ma “Signore, ti prego, non mi dare di meno”.

Il concetto dell’infinito progresso, nato nel Settecento, col tempo è divenuto un dogma. I fatti lo hanno giustificato a lungo, perché avevamo molta strada davanti a noi: ma ormai ne abbiamo percorsa tanta che dobbiamo chiederci se non siamo andati troppo lontano.

Per decenni Malthus è stato ridicolizzato sottolineando che i progressi dell’agricoltura hanno permesso di nutrire - molto meglio che in passato - un’umanità che per il suo numero, secondo i calcoli, sarebbe dovuta morire di fame. Ma mentre si rideva, si dimenticava il principio di partenza della teoria: le dimensioni della Terra sono invariabili. Anche quando avremo reso fertile il Sahara, se l’umanità sarà composta da cinquanta o cento miliardi di persone, si rischierà la fame.

Questo schema vale in tutte le direzioni. L’infinito progresso non è un dato scientifico e dobbiamo preoccuparci della situazione reale. Poco importano i principi, inclusi quelli dell’Illuminismo, e tanto per rimanere a quel tempo dovremo dire, come Candide a Pangloss: “Quello che dici è bellissimo, ma intanto dobbiamo coltivare il nostro giardino”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

18 dicembre 2011


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16 settembre 2011
L'ODIO PER (IL CANONE DEL)LA RAI

Secondo un sondaggio dell’Ifel in collaborazione con Swg (1), interrogando ottomila persone si è visto che la tassa più odiata è il canone della televisione (45%). La tassa di possesso del veicolo è al secondo posto, molto distanziata, col 14,2. Qualcuno si stupisce del fatto che questi tributi siano più impopolari di tasse come l’Iva (9,1%), l’Irpef (7,5%) o quelle comunali sugli immobili (6,4%). Viene pure segnalato con meraviglia che due terzi degli interrogati dichiarano che tasse e imposte sono ”un dovere civico” (31,6%) o “uno strumento che garantisce servizi a tutti i cittadini (33,4%) per un totale del 65%. E invece, se c’è da stupirsi, è di quel terzo di imbecilli che non vedono il dovere civico di pagare le tasse o non ne capiscono la funzione. Costoro non si rendono conto che se la strada che percorrono la sera tornando a casa è asfaltata e illuminata, non è perché se ne sia occupato il buon Dio: se ne è occupato lo Stato, con i soldi delle tasse e delle imposte. Nessuna persona ragionevole può essere “contro le tasse”: il problema riguarda soltanto quali tasse, per quale importo e con quali modalità di riscossione.

Sospettiamo che se un terzo degli italiani rifiuta in toto il dovere civico di contribuire alle spese della collettività, le domande siano formulate in modo tale da permettere alla gente di “mandare al diavolo lo Stato percettore di imposte”. La relativa benevolenza con cui gli intervistati trattano imposte comunali, Irpef e Iva dimostra appunto che essi riconoscono il dovere di fornire allo Stato i mezzi per erogare i suoi servizi. E dunque vale la pena di occuparsi soltanto delle distinzioni fra le singole voci.

Nel caso della tassa sull’automobile, il tributo è pesante e per giunta non è proporzionale né all’età del veicolo né ai chilometri percorsi. Tant’è vero che qualcuno ha parlato di abolire la tassa e trasferirne l’importo sui carburanti, in modo che si paghi in proporzione al consumo. Il balzello suscita proteste intime in tutti coloro che si vedono richiedere denaro indiscriminatamente, per uno strumento che deve usare per necessità. Un po’ è come se si tassassero le scarpe. Senza dire che alcuni poveri hanno automobili di media cilindrata proprio perché costano meno di seconda mano.

Ancor più chiara è la ragione dell’avversione alla tassa sul televisore e del suo primato negativo. Nel caso dell’automobile, lo Stato può almeno rispondere sottolineando le spese per strade, ponti, semafori, vigili urbani, polizia stradale, e tutto ciò che serve alla circolazione. Nel caso del televisore, lo Stato non ci mette niente: l’etere non gli costa nulla e solo i programmi trasmessi potrebbero essere oggetto di un “abbonamento”, come pudicamente si chiama ancora quella tassa: ma anche il più stupido dei cittadini si accorge dell’imbroglio. La Rai fornisce a pagamento un servizio che altre televisioni forniscono gratuitamente e non per questo si astiene dalla pubblicità che tiene in vita le altre emittenti. Infine i suoi programmi sono spesso faziosi – in netto contrasto con la sua asserita natura di “servizio pubblico” – sicché molti alla fine sono furenti: “E io devo pagare una tassa per sentirmi insultare a domicilio, politicamente?” Infatti Mediaset, che non si può permettere di irritare gli spettatori, è molto meno berlusconiana di quanto la Rai sia antiberlusconiana.

Gli italiani considerano il canone un autentico sopruso che trova la sua ragion d’essere nel mantenimento di quel carrozzone sprecone e inefficiente che è la Rai. Una televisione che fornisce ai politici un mezzo per rivolgersi ai cittadini e condizionarne le opinioni.

La protesta contro il canone Rai è sacrosanta. È vero che lo Stato non è in grado di mandare a spasso metà degli impiegati della televisione pubblica (come sarebbe possibile, senza intaccare la funzionalità dell’impresa), e neppure di privatizzare questo letargico mammut, ma potrebbe, senza perderci, quanto meno dimezzare il canone: basterebbe inserirlo nella bolletta dell’elettricità. Si otterrebbero i seguenti risultati: tutti pagherebbero la tassa, quelli che già la pagano pagherebbero di meno e finirebbe l’ipocrisia dell’ “abbonamento”.

Non è lecito nutrire nessuna speranza. Il governo è incapace di fare qualunque cosa, perché c’è sempre qualcuno che glielo impedisce. Inoltre, se una riforma del genere la facesse Berlusconi, tutti direbbero che l’ha fatta per favorire Mediaset e far pagare il canone anche a quei benemeriti contadini siciliani o quei poveri montanari calabresi che giustamente se ne erano auto-esentati.

Questa è l’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

16 settembre 2011

(1)http://www.corriere.it/economia/11_settembre_14/le-tasse-piu-odiate-il-canone-rai-in-testa-alla-lista-sergio-rizzo_070403ce-de94-11e0-ab94-411420a89985_print.html

 

POLITICA
17 settembre 2009
LE SOVVENZIONI ALL'ARTE
Uno Stato che si rispetti favorisce le opere d’arte, le sostiene economicamente e a volte le commissiona. Il Partenone non è stato costruito per l’iniziativa di un ricco cittadino, ma a spese della città di Atene: tanto è vero che alla fine Pericle e Fidia ebbero problemi con l’accusa di peculato. Anche i grandi monumenti romani, il Colosseo, gli archi di trionfo, le terme di Caracalla furono costruiti con soldi pubblici. Se la stessa  Firenze ha conosciuto un’epoca d’oro, dal punto di vista artistico, è perché essa era da un lato molto prospera economicamente, ma dall’altro era guidata da autocrati sensibili all’arte e capaci di pagare grandi somme. Né diversamente è andata con la Roma rinascimentale dei Papi. Per tutto questo, sembra naturale che anche oggi lo Stato sborsi grandi somme per sostenere i teatri lirici, il cinema, e perfino molti giornali. E tuttavia, qualche obiezione si può sollevare.
La democrazia è un tipo di regime relativamente recente. Dopo la breve stagione della Grecia classica, per secoli la regola è stata l’autocrazia. Se dunque un imperatore decideva di costruire la Domus Aurea, non è che dovesse ottenere il consenso dei senatori. Nerone aveva il potere e lo usava, sia pure spendendo i soldi dello Stato, e non è che il popolo dovesse essere d’accordo. Nel mondo contemporaneo, invece, chi governa non ha il potere di spendere a suo piacimento: il popolo è acutamente cosciente che quelli sono soldi suoi, pagati con tasse e imposte, e vuole che gliene se ne renda conto. Ma è possibile rendere conto, degli investimenti nell’arte?
Il governante come può essere sicuro di spendere bene quel denaro? Se l’opera che risulta dalla sovvenzione è buona, il popolo ne darà il merito all’artista, se è cattiva ne getterà il biasimo sul governo che l’ha commissionata, “sprecando il denaro dei contribuenti”. Ma appunto: chi può sapere in anticipo se un’opera d’arte riuscirà o no?
C’è poi una seconda obiezione di notevole spessore. Un tempo, quando chi sovvenzionava aveva ogni potere, era considerato naturale che i sovvenzionati facessero di tutto per piacergli. In regime di democrazia, invece, se gli artisti cercano di far piacere al potere sono considerati spregevoli dall’opposizione e dagli intellettuali, se cercano di andare contro il potere è il potere stesso che è considerato sciocco e spregevole: perché paga chi ne dice male.
È un fatto che l’arte è gracile per natura e dunque sembra giusto sostenerla. Ma la soluzione più semplice è che lo Stato favorisca l’arte nell’unico modo che non ha controindicazioni: non le imponga fardelli, la sollevi il più che sia possibile dal peso di tasse e imposte. Con un’IVA bassissima su tutti i prodotti connessi alla cultura e all’arte (libri, spettacoli, produzione di film, ecc.), per esempio, ma senza mai dare un soldo ad alcuno. L’arte deve sopravvivere perché apprezzata dai destinatari. Detto brutalmente: deve piacere al pubblico e, se al pubblico non piace, è giusto che affondi.
Qualche rigo a parte meritano i teatri lirici. Questi, francamente, non solo fanno solo archeologia musicale (e non potrebbero fare altro, vista la qualità della produzione da quasi un secolo in qua) ma costano troppo e servono un numero troppo piccolo di cittadini. Forse bisognerebbe aiutarli, certo non svenarsi per loro.
I greci trasformarono le rappresentazioni teatrali in concorsi in cui votavano gli spettatori e il risultato sono le opere di Sofocle. Mentre in Italia si sovvenziona un’industria cinematografica in cui spesso i film seguono ideologie non condivise dalla maggioranza dei cittadini, non piacciono agli spettatori, costano più di quanto incassano e costituiscono uno spreco di denaro pubblico.
La libertà d’espressione non include il diritto di vedersi fornire un megafono. Quello, ognuno se lo deve procurare da sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 settembre 2009

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