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POLITICA
14 settembre 2014
LA VALIDITA' DELLE RIFORME STRUTTURALI
Su Scenarieconomici.it si legge: "Il Nobel Paul Krugman ridicolizza per l’ennesima  volta la presunta cura di tutti i mali: le riforme strutturali". La stessa ripresa della Spagna, ammesso che realmente ci sia, non dipende da esse.
Paul Krugman non è soltanto un economista e un Premio Nobel, è anche un pubblicista dalle idee chiare, che esprime con grande semplicità. Sul New York Times è stato spesso un piacere condividere le sue critiche alla conduzione della crisi europea, francamente disastrosa. E tuttavia - per ragioni non economiche ma semantiche - appare lecito porre in dubbio la validità dell'affermazione iniziale.
Nei seminari - seguendo una tradizione che risaliva alla Scolastica - un tempo si insegnava che, prima di discutere, bisogna mettersi d'accordo sul significato dei termini usati. Diversamente si rischia di accapigliarsi senza che ci si renda conto che si sta parlando di argomenti diversi. Nel nostro caso, per l'appunto, bisogna intendersi sul significato delle "riforme strutturali". Naturalmente chiunque - Krugman incluso - ne ha un'idea: ma siamo sicuri che sia la stessa che ne hanno gli altri?
Per prima cosa bisogna stabilire che cosa sia una riforma. È certamente una modificazione, ma di quali proporzioni? Si va dal cambio della denominazione - dal Ministero dell'Educazione Nazionale al  Ministero della Pubblica Istruzione - al totale stravolgimento dell'istituzione, e perfino alla sua abolizione. Anche l'aggettivo "strutturale" può dar luogo a perplessità. Qualunque significato  gli si attribuisca - per esempio "fondamentale" - lascia irrisolta la perplessità su che cosa sia fondamentale e che cosa non lo sia. Dunque l'affermazione di Krugman, tanto risoluta quanto generica, secondo la quale le "riforme strutturali" non risolveranno niente, in tanto sarà valida in quanto si sia chiaramente precisato che cosa si intende con quell'espressione. 
Ammettiamo per ipotesi che qualcuno, rifiutando le famose "riforme strutturali", affermi che la salvezza del Paese si otterrà soltanto rendendo molto più competitiva la sua produzione industriale. Questo risultato si può ottenere svalutando massicciamente la moneta nazionale, liberalizzando totalmente i salari, abbassando brutalmente la pressione fiscale e in altri modi ancora. Ebbene, che cosa impedisce di chiamare ognuno di questi provvedimenti "riforma strutturale"?
Krugman, secondo la breve recensione di "Scenarieconomici", contesta la validità delle riforme spagnole e scrive che "la depressione ha portato ad una graduale, dolorosa svalutazione interna che ha abbassato il costo del lavoro, rendendo la Spagna più competitiva all’interno dell’Europa", anche se i lavoratori spagnoli ne sono stati massacrati, ed anche se la ripresa è debole e lenta. "Chi considera quanto sopra come un trionfo delle riforme strutturali, ha dei preconcetti così forti che non si prende la briga di dare un’occhiata a quel che dicono i dati".
Le affermazioni sembrano contraddittorie. Se si ammette che, pur con tutti i suoi limiti, il provvedimento sta avendo effetti positivi, e se si ammette che la svalutazione interna ne sia la causa, un provvedimento del governo che la attua non opera forse una "riforma strutturale"?
Facciamo invece l'ipotesi che il provvedimento da adottare per salvare la Spagna, l'Italia, o qualunque altro Paese in gravissima difficoltà, debba essere un altro, e poco importa quale. Una volta che lo si sarà indicato, che cosa vieterà di chiamarlo "riforma strutturale"?
Krugman critica un alto funzionario dell’eurozona per avere invitato gli Stati a prendere esempio dalla Spagna. E certo, visto dove hanno condotto il continente, non si ha nessun interesse a difendere gli alti funzionari europei. Tuttavia è lecito chiedere: sarebbe cambiato qualcosa se invece di affermare che "sono fondamentali le riforme strutturali" quel signore avesse detto che "sono fondamentali i provvedimenti capaci di rilanciare l'economia"? Sia le "riforme strutturali" sia "i provvedimenti capaci di rilanciare l'economia" sono scatole semantiche vuote, in cui ciascuno può mettere ciò che vuole. E nessuno può negare che quei "provvedimenti", se realmente avessero la capacità di operare il miracolo, sarebbero benedetti e da adottare immediatamente.
Allo stato della discussione il problema delle "riforme strutturali" è un non problema. Ciò che importa è sapere che cosa è necessario per fare uscire dalla stagnazione un gigante paralitico come l'Italia. Soltanto quando avremo trovato questo rimedio miracoloso,  e quando avremo visto che effettivamente funziona, ci preoccuperemo di battezzarlo in pompa magna, magari in cattedrale: ma la cosa più importante non è il nome che gli daremo.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 settembre 2014

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ECONOMIA
11 febbraio 2012
LA GRECIA: ACCANIMENTO TERAPEUTICO?

 

Se il conducente guida male, chiunque abbia la patente e sia in auto, sa in che diverso modo condurrebbe il veicolo. Non è lo stesso se si è a bordo di un elicottero. Non solo la guida di quell’aeromobile è molto, molto più complessa, ma è raro che si abbia il brevetto da pilota per quel tipo di velivolo. Dunque mentre in automobile diremmo del guidatore “dovrebbe mettere una marcia più bassa, in questa salita”, in elicottero parleremmo dei risultati, non del modo di ottenerli. Diremmo: “Costui dovrebbe avere una guida meno allarmante, spero di uscirne vivo”. E soprattutto non saremmo certo in grado di dire se la “cattiva” guida dipenda dall’incompetenza dell’uomo ai comandi o da altri fenomeni – meccanici o meteorologici – di cui non siamo a conoscenza.

Quando si tratta di grandi crisi economiche e di interi Paesi, persino il competente si trova nelle condizioni del passeggero dell’elicottero. Può benissimo pensare che chi guida l’economia stia sbagliando, ma non può esserne sicuro. Al limite potrebbe anche darsi che i governanti stiano facendo miracoli e che altri, al loro posto, ci avrebbero già fatto rompere l’osso del collo. Chissà. La macroeconomia è un problema con troppe variabili.

Queste considerazioni vengono in mente nel momento in cui il governo greco va a pezzi. Il Paese, paralizzato da scioperi e proteste, sprofonda nel caos e lo spettro del default è sempre più incombente. Di chi la colpa? Inutile stare a rivangare il passato. Inutile ricordare che la Grecia non si troverebbe nelle condizioni attuali se in passato i suoi governanti – e il suo popolo – non si fossero comportati da folli. Quando il malato arriva in ospedale lo si cura, non ci si chiede se la malattia sia anche colpa sua. Il problema qui è che non si sa se la cura sia quella giusta.

Certo, potrebbe dire qualcuno, se non si fosse provato ad aiutarlo, il paziente ora sarebbe morto. In altre parole, senza l’intervento dell’Europa la Grecia sarebbe già in default e fuori dall’euro. Ma, appunto, è giusto questo accanimento terapeutico? È sempre opportuno tentare di salvare la nave? Se la situazione è disperata, non è meglio che i passeggeri la abbandonino? Ecco il problema: ha senso intestardirsi ad aiutare la Grecia? E ancora: la si sta aiutando, attualmente, o la si sta inutilmente spingendo alla disperazione? Come si può pensare che provocando una feroce recessione si guarisca dal deficit e si risani il debito pubblico?

È inutile che si dica, come si sente da ogni parte, che il collasso della Grecia avrebbe conseguenze gravissime su tutta l’Europa. Nessuno sostiene che sarebbe una scampagnata. Il problema è: si può evitare? E come? E se non si può evitare, a che scopo bruciare ancora denaro, e tenere quel Paese sulla graticola, con l’illusione di essere vittima dell’Europa, se la conclusione è già scritta? Con un totale reset, un azzeramento della situazione, almeno i greci saprebbero che devono cavarsela da soli, che nessuno li aiuta ma nessuno li maltratta. E che nessuno, all’estero, è colpevole dei loro guai.

Ci rendiamo conto che i Paesi che detengono titoli di Stato greci, per somme ben più cospicue di quelle spese fino ad ora per sostenere quel governo, siano spaventati. Alcune loro banche rischiano di seguire la Grecia nel default ma, ancora una volta, non si sa per quanto tempo si potrà evitare di calare le carte e vedere il gioco di tutti. E dal momento che il crollo della Grecia potrebbe innescare una tempesta finanziaria, sarebbe forse opportuno vedere in anticipo quali Paesi salvare, costi quel che costi, e quali Paesi abbandonare, costi quel che costi. Si potrebbero lasciare al loro destino, per dire, Grecia e Portogallo, e salvare ad ogni costo Spagna e Italia. Forse l’Europa riuscirebbe a sopportare le conseguenze dell’abbandono di quei due piccoli Paesi, certo non resisterebbe al crollo dell’Italia e non parliamo del crollo di Italia e Spagna insieme. Perché non avere un piano B?

Dinanzi a questo disastro si sarebbe felici di poter dire: “Io farei così”. Sarebbe una consolazione velleitaria, ma comunque una consolazione. Invece il buon senso impone di non trattare da cretini i governi che su questo problema si scervellano da mesi. Accettiamo dunque, umilmente, che essi abbiano fatto e facciano il meglio che sia possibile. Ma rimarrà il diritto di dire che questo “meglio” non è per ciò stesso “buono”. E ci riserviamo il dubbio che questo meglio possa non salvarci da una realtà inevitabile, che finirà comunque col trionfare.

Che si sappia, nessuno mai ha vinto contro i mercati.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 febbraio 2012


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POLITICA
27 maggio 2010
LA CRISI DELL'INTELLIGENZA NEL MONDO
L’attuale crisi dell’euro e dell’Europa è difficile da capire, per chi non è un economista di mestiere. In realtà è stata difficile da capire anche per gli economisti di mestiere, se è vero che non l’hanno evitata, non l’hanno vista venire e non ne sono stati meno sorpresi dell’uomo della strada.
Se si ascoltano i governi, le prospettive per il futuro e i commenti sono cautamente ottimistici. Se invece si leggono i giudizi degli editorialisti indipendenti - soprattutto americani - impera il pessimismo più nero: si parla di una Grecia certamente incapace di restituire il denaro preso a prestito; dell’uscita della Germania dall’euro e per conseguenza della fine di questa moneta; di provvedimenti tanto necessari – i tagli alla spesa – quanto capaci di indurre piuttosto recessione che rilancio della produzione: insomma di uno spaventoso disastro in qualunque direzione si volga lo sguardo.
Perché mai ci si trova in una situazione così priva di uscite di sicurezza? A nostro parere – ma siamo perfino più ignoranti degli economisti! – il vicolo cieco in cui si è infilata l’Europa dipende dal fatto che non si è commesso “un” errore, ma una tale serie di errori che ormai, correggendone uno, se ne aggrava un altro.
Se un imprenditore comincia a spendere più di quanto guadagna, ed è del tutto incapace di raddrizzare la sua economia, comincerà a far debiti con la banca. Poi, non potendo rifondere la banca, si rivolgerà agli strozzini per ripagarla almeno in parte. Ma rimarrà indebitato con gli strozzini e per restituire il dovuto almeno in parte si farà concedere un prestito da un boss della droga. Infine, naturalmente, non potrà pagare nemmeno il boss della droga e la conclusione finale sarà che si troverà in debito con la banca, con gli strozzini e, peggio, col capomafia. Sarà dunque fallito, rischierà la vita, ma in ogni modo quelli che gli hanno fatto credito piangerebbero sulle loro irrimediabili perdite.
A quanto sembra, l’Europa si è messa in un guaio simile. La Grecia ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, ma se il problema fosse solo questo, l’Unione Europea potrebbe escluderla dall’euro, magari con un escamotage tecnico per non violare il vecchio trattato, che non prevede né esclusioni, né uscite volontarie dall’euro: potrebbe creare una “nuova” unione monetaria in cui non accetterebbe Atene. Ma la situazione non è così semplice. I creditori della Grecia sono soprattutto banche francesi e tedesche. Se dunque si costringesse Atene a dichiarare il default (la cessazione dei pagamenti), a rimanere col cerino in mano sarebbero le banche dei Paesi della zona euro, banche che forse rischierebbero di fallire, e il debito greco finirebbe ugualmente per ricadere sulle spalle degli altri Paesi europei. Dunque questa non è la soluzione. Ma allora qual è?
Se la Grecia – come prevediamo in molti - non ripagherà né i vecchi debiti né i nuovi debiti, ci si può rassegnare a finanziarla indefinitamente, in modo che in parte viva a spese dei contribuenti austriaci, belgi, italiani, francesi, ecc.? È inconcepibile. Fra l’altro, se si scoprisse che è possibile questa comoda maniera di vivere a spese degli altri, molti cercherebbero di approfittarne: in primo luogo il Portogallo. Poi la Spagna. Poi l’Irlanda. Poi l’Italia. Alla fine chi pagherebbe per tutti, Babbo Natale?  Il vicolo non ha uscita.
Come direbbero i furbi, “non bisognava mettersi in questa situazione”: ma il fatto è che ormai ci siamo immersi fino al collo. Tutte le teste coronate dell’economia, i banchieri che vanno in pensione con liquidazioni miliardarie, i professori che officiano dall’alto delle cattedre più prestigiose, i governanti che sembrano tenere in mano il timone del mondo non hanno capito niente di ciò cui andavamo incontro. Non sosteniamo che noi l’avremmo capito: non ci chiamiamo né Eugenio Scalfari né Barbara Spinelli, back seat drivers mondiali. Sosteniamo soltanto che bisognerebbe essere più umili. I modelli matematici irti di integrali e lettere greche intimidiscono i lettori di giornali ma non intimidiscono la realtà. Essa sta dicendo che il fior fiore delle intelligenze europee e nordamericane è stato capace di portare l’Europa ad una crisi a fronte della quale quella del 1929 comincia a sembrare una scampagnata fuori porta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 maggio 2010
CULTURA
11 maggio 2010
LA CRISI DELL'EURO NON È AFFATTO FINITA
LA CRISI DELL’EURO NON È AFFATTO FINITA
Settecentocinquanta miliardi di euro, 1.452.200.000.000.000 di lire, un numero che non si sa nemmeno come leggere. Forse un quadrilionequattrocentocinquantaduetrilioniduecentomiliardi? Uno si toglie il cappello, dinanzi a questa montagna di denaro messa insieme dai principali stati europei. Ma poi si chiede: chi è più forte, l’insieme dei governi o il mercato?
Quando si disputa il titolo mondiale dei pesi massimi, non basta essere grossi, forti e allenati, perché anche l’avversario è grande, grosso e allenato. La domanda è: si può essere ragionevolmente sicuri che l’associazione di tutti i poteri forti sia più forte del mercato? La nostra opinione è no.
La Borsa è dominata da una quantità enorme di operatori e ognuno di loro ha solo il problema di identificare la soluzione giusta per il proprio interesse: per sé, non per il Paese o per il mondo. Sputare veleno contro la speculazione è dunque inutile. È vero che ci sono operatori che possono spostare facilmente grandi somme e influenzare momentaneamente il mercato, ma è anche vero che di fronte ai fenomeni di grandi proporzioni sono impotenti pure loro. Come lo sono i governi, anche se coalizzati: il mercato non lo ferma nessuno.
Un padre ricco può salvare il figlio dal fallimento, ma se è lui stesso in dissesto il fallimento è fatale. È grasso che cola se si arriva ad un concordato preventivo (ci perdono i creditori). Se infine l’impresa che sta per fallire si chiama Chrysler o Fiat, può salvarla solo il governo: e qui si arriva al nodo finale. Lo Stato salva una grande impresa a spese dei contribuenti e il giro si ferma all’interno dei confini nazionali. Ma se è lo Stato stesso che non riesce ad onorare le scadenze dei debiti contratti? In questo caso la situazione è senza rimedio: nessuno è disposto a salvarlo gratis. Le uniche soluzioni possibili sono che o quello Stato fallisca e sospenda i pagamenti (l’ha fatto l’Argentina), oppure cambi talmente politica che riesca non solo a spendere meno di prima ma anche ad avere un surplus con cui pagare il debito contratto per salvarsi. È il miracolo che ora dovrebbe fare la Grecia.
Quante probabilità ci sono che un Paese che per anni ha consumato più di quanto produceva si metta improvvisamente a produrre più di quanto consumi? Le promesse della Grecia sono credibili?
C’è di peggio. Se quel Paese, pur riuscendo a sopravvivere con gli aiuti ricevuti, non riuscirà a far fronte con regolarità alle scadenze del debito, il pessimismo dei mercati aumenterà e si tramuterà in speculazioni al ribasso per Portogallo, Spagna e chissà chi altro. E le banche centrali e i governi non potranno in nessun modo salvarli. Gli Stati solvibili li lasceranno fallire e torneranno alle monete nazionali. L’euro scoppierà e il quadrilione di lire rimarrà nella casse dei governi perché, usandolo, lo si sprecherebbe senza per questo evitare il disastro.
Se viceversa – miracolosamente, ma chi crede ai miracoli? – la Grecia dovesse effettivamente riuscire a raddrizzare la barra, i mercati potrebbero convincersi che questo è possibile e che l’Europa comunitaria è in grado di curare i propri mali. Questo ridarebbe vigore all’euro, nuovo slancio all’Unione, nuova speranza agli europei. Ma il pessimismo non sarebbe per questo sconfitto. Rimarrebbe infatti sempre possibile chiedere: e se il prossimo malato non fosse altrettanto virtuoso? Si può guarire da una malattia ma è vero che non tutti ne guariscono. E se il prossimo malato fosse una grande nazione come la Spagna?
S’è fatto male ad introdurre la moneta comune in un blocco di Stati rimasti indipendenti. Per il momento, almeno a medio termine, l’Europa dipende dalla Grecia. Se quel Paese, malgrado i suoi sindacati, malgrado la sua corruzione e il suo clientelismo, compirà un miracolo, forse l’Unione Europea si salverà. Se invece non ci sarà nessun miracolo, invidieremo tutti la Gran Bretagna che a suo tempo non ha adottato l’euro.
 Per otto anni, dal 2002, l’Europa ci ha fatto credere che fosse possibile una moneta comune senza l’unione politica: ora l’illusionista si toglie il cilindro, fa l’inchino, e ci spiega che non si possono contraddire le leggi della natura.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 maggio 2010


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POLITICA
11 maggio 2010
LA CRISI DELL'EURO NON È AFFATTO FINITA
Settecentocinquanta miliardi di euro, 1.452.200.000.000.000 di lire, un numero che non si sa nemmeno come leggere. Forse un quadrilionequattrocentocinquantaduetrilioniduecentomiliardi? Uno si toglie il cappello, dinanzi a questa montagna di denaro messa insieme dai principali stati europei. Ma poi si chiede: chi è più forte, l’insieme dei governi o il mercato?
Quando si disputa il titolo mondiale dei pesi massimi, non basta essere grossi, forti e allenati, perché anche l’avversario è grande, grosso e allenato. La domanda è: si può essere ragionevolmente sicuri che l’associazione di tutti i poteri forti sia più forte del mercato? La nostra opinione è no.
La Borsa è dominata da una quantità enorme di operatori e ognuno di loro ha solo il problema di identificare la soluzione giusta per il proprio interesse: per sé, non per il Paese o per il mondo. Sputare veleno contro la speculazione è dunque inutile. È vero che ci sono operatori che possono spostare facilmente grandi somme e influenzare momentaneamente il mercato, ma è anche vero che di fronte ai fenomeni di grandi proporzioni sono impotenti pure loro. Come lo sono i governi, anche se coalizzati: il mercato non lo ferma nessuno.
Un padre ricco può salvare il figlio dal fallimento, ma se è lui stesso in dissesto il fallimento è fatale. È grasso che cola se si arriva ad un concordato preventivo (ci perdono i creditori). Se infine l’impresa che sta per fallire si chiama Chrysler o Fiat, può salvarla solo il governo: e qui si arriva al nodo finale. Lo Stato salva una grande impresa a spese dei contribuenti e il giro si ferma all’interno dei confini nazionali. Ma se è lo Stato stesso che non riesce ad onorare le scadenze dei debiti contratti? In questo caso la situazione è senza rimedio: nessuno è disposto a salvarlo gratis. Le uniche soluzioni possibili sono che o quello Stato fallisca e sospenda i pagamenti (l’ha fatto l’Argentina), oppure cambi talmente politica che riesca non solo a spendere meno di prima ma anche ad avere un surplus con cui pagare il debito contratto per salvarsi. È il miracolo che ora dovrebbe fare la Grecia.
Quante probabilità ci sono che un Paese che per anni ha consumato più di quanto produceva si metta improvvisamente a produrre più di quanto consumi? Le promesse della Grecia sono credibili?
C’è di peggio. Se quel Paese, pur riuscendo a sopravvivere con gli aiuti ricevuti, non riuscirà a far fronte con regolarità alle scadenze del debito, il pessimismo dei mercati aumenterà e si tramuterà in speculazioni al ribasso per Portogallo, Spagna e chissà chi altro. E le banche centrali e i governi non potranno in nessun modo salvarli. Gli Stati solvibili li lasceranno fallire e torneranno alle monete nazionali. L’euro scoppierà e il quadrilione di lire rimarrà nella casse dei governi perché, usandolo, lo si sprecherebbe senza per questo evitare il disastro.
Se viceversa – miracolosamente, ma chi crede ai miracoli? – la Grecia dovesse effettivamente riuscire a raddrizzare la barra, i mercati potrebbero convincersi che questo è possibile e che l’Europa comunitaria è in grado di curare i propri mali. Questo ridarebbe vigore all’euro, nuovo slancio all’Unione, nuova speranza agli europei. Ma il pessimismo non sarebbe per questo sconfitto. Rimarrebbe infatti sempre possibile chiedere: e se il prossimo malato non fosse altrettanto virtuoso? Si può guarire da una malattia ma è vero che non tutti ne guariscono. E se il prossimo malato fosse una grande nazione come la Spagna?
S’è fatto male ad introdurre la moneta comune in un blocco di Stati rimasti indipendenti. Per il momento, almeno a medio termine, l’Europa dipende dalla Grecia. Se quel Paese, malgrado i suoi sindacati, malgrado la sua corruzione e il suo clientelismo, compirà un miracolo, forse l’Unione Europea si salverà. Se invece non ci sarà nessun miracolo, invidieremo tutti la Gran Bretagna che a suo tempo non ha adottato l’euro.
 Per otto anni, dal 2002, l’Europa ci ha fatto credere che fosse possibile una moneta comune senza l’unione politica: ora l’illusionista si toglie il cilindro, fa l’inchino, e ci spiega che non si possono contraddire le leggi della natura.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 maggio 2010

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