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POLITICA
11 novembre 2011
PREVISIONI SUL FUTURO DELL'ITALIA

I politici, si sa, sono animali privi di morale. La loro bussola indefettibile, si ripete, è l’interesse. E tuttavia in questo campo bisogna fare delle distinzioni. È vero che molti sono mossi dall’avidità finanziaria ma non tutti. E non sempre. Per ciò sarebbe meglio dire che la loro bussola indefettibile è l’egoismo, che è qualcosa di più vasto dell’interesse.

Quando Robert McNamara lasciò la presidenza della Ford per divenire Segretario della Difesa degli Stati Uniti, rinunciò ad uno stipendio mirabolante per uno molto più modesto. In questo caso l’interesse finanziario fu sicuramente escluso, ma ciò significò soltanto che l’ambizione rappresentava un interesse maggiore.

Il fenomeno non è del tutto eccezionale. Il piccolo politico di provincia mira al potere per ricavarne prestigio ed anche vantaggi concreti per sé e per i suoi amici. Ma, a mano a mano che si sale nella gerarchia, accanto all’interesse nel senso banale del termine divengono più pressanti le ragioni dell’ambizione. L’ideale, se appena si pensa di averne la capacità, diviene quello di non essere più un semplice peón, in Parlamento, ma di farsi notare per l’oratoria, di dare il proprio nome a una legge, di divenire sottosegretario e ancor meglio ministro. Più si sale nella carriera, più si pensa che si sarà giudicati dalla nazione e - somma speranza - dalla storia. Ciò spiega l’assoluta integrità finanziaria di personaggi come Stalin, Mussolini o Hitler: mentre alcuni dittatorelli sono stati capaci di circondarsi di un lusso rivoltante, coloro che pensavano di provocare uno storico cambiamento della società erano certi di avere addosso gli occhi della storia e non si abbassavano all’ostentazione della ricchezza e del potere. Non ne avevano bisogno. Il loro ego aveva ben altro alimento.

La cosa non è stupefacente. L’italiano di una certa età, sentendo il nome “Goria”, risponderebbe: “Giovanni Goria. Non è stato un Presidente del Consiglio?” E per questa fama i politici darebbero un braccio: infatti nessuno ricorda chi fossero i suoi ministri, nel 1987, ma molti ricordano almeno lui.

Il futuro dell’Italia, considerando la situazione attuale, dovrebbe essere scurissimo e tuttavia le considerazioni che precedono offrono qualche consolazione. Finché sono stati all’opposizione, i politici di centro-sinistra hanno solo pensato a conquistare il potere, a costo di provocare una crisi nel momento più drammatico e di farla pagare carissima all’Italia: ma tutto potrebbe cambiare nel momento in cui la loro coalizione vincesse le elezioni. Un Presidente del Consiglio dei Ministri di sinistra saprebbe che la storia lo ricorderà come colui che affossò o salvò il suo Paese e ciò potrebbe indurlo a cambiare radicalmente il suo comportamento. Mentre dall’opposizione avrebbe definito macelleria sociale i provvedimenti della maggioranza e avrebbe invitato i sindacati a fare una serie di scioperi generali, dal banco del governo non solo potrebbe essere disposto ad adottare gli stessi provvedimenti, ma sarebbe capace di mandare l’esercito per imporli. Non tanto per amore dell’Italia, ripetiamo, quanto per amore di sé. Il principio per cui i politici si muovono solo per egoismo non è infranto: è solo che agli alti livelli esso può cambiare obiettivo.

Abbiamo riso per diciassette anni dell’idea che Berlusconi fosse sceso in politica per i propri interessi economici, ora ridiamo all’idea che un capace uomo di sinistra (ammesso che lo trovino) divenuto Primo Ministro, penserebbe solo a favorire gli amici o a mettere le mani sull’erario mentre l’Italia affonda. Pensiamo al contrario che si preoccuperebbe di fare il bene del nostro Paese con tutti i mezzi a disposizione: al limite correndo il rischio dell’impopolarità.

È questa la differenza fra il moderato e il fanatico. Il fanatico attribuisce ogni malvagità e ogni nequizia all’avversario politico, proprio perché la limitatezza della sua mente non concepisce nulla di magnanimo. Il moderato invece sa che l’avversario politico è un uomo non estremamente diverso dal proprio favorito e che, venuto il momento, sia pure spinto dall’ambizione, per la sua buona fama farà quello che reputerà migliore per tutti.

Il cretino ha visto in Berlusconi il male assoluto, il moderato spera che l’uomo di sinistra non solo sia intenzionato a fare il bene della nostra patria comune, ma spera soprattutto che questo bene lo identifichi correttamente e non lo confonda col male. Se infatti sbagliasse, anche in buona fede, non per questo i danni sarebbero minori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 novembre 2011


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POLITICA
10 dicembre 2010
Gianni Pardo lascia il forum Ok Notizie
Ieri mi hanno scritto gli amministratori del forum per “ricordarmi” alcune regole del forum ed hanno cominciato con le parole: “Gentile utente, stiamo meditando sulla possibilità di assumere una squadra di moderatori con il compito di seguire esclusivamente la sua persona al fine di rendere la sua permanenza su oknotizie la piu' confortevole possibile”. La loro ironia è francamente fuor di luogo. Mi si scrive per minacciarmi il “ban” (“Detto questo la informiamo che non seguiranno ulteriori delucidazioni riguardo il regolamento di oknotizie”) e ci si permette anche di prendermi per i fondelli? Ma con chi credono di avere a che fare? L’ironia è la mia, arma, non loro. E infatti la loro “ironia” sconfina con la sua parente povera: l’irrisione.
Su Ok notizie avrei solo voluto fruire del normale rispetto dovuto ad un uomo perbene e la dirigenza di Ok notizie non me l’ha assicurato. Per  questo la minaccia di “ban” mi aveva lasciato freddo: perché ero già ad un pelo dall’andar via; lo scontro con gli ignoranti e i violenti mi aveva stancato. Ora vedo che sono stati vietati i miei commenti, e non so se corrisponda al “ban”. Certo è che me ne vado.
“Non è consentito innescare flame” e inserire insulti, mi scrivevano. Interessante, parliamone. Ci sono forumisti di sinistra (praticamente tutti) che intervengono a proposito e a sproposito solo per insultare gli altri. Chiunque sia sospettato di votare per il centro-destra  è trattato da servo, leccaculo, disonesto, evasore fiscale, prezzolato, ignorante e qualunque altro insulto venga in mente. Per decine e decine di volte. Ma gli amministratori si sono svegliati per me, inviandomi un commento all’articolo sugli “Odioti”: perché non è lecito trattare da “colpevole di odio fino all’idiozia” chi si comporta così.
Sempre a proposito di “flame”: i personaggi pubblici di centro-destra sono il bersaglio di ogni sorta di contumelie e sono irrisi con i soprannomi più offensivi - anche se spesso sciocchi ed infantili - che si riescano a trovare. Sono free game. Gli si può sparare senza aspettare la stagione della caccia  e questo già nei titoli dei “post”. Non è accendere “flame”, questo? Una volta ho chiesto agli amministratori come tollerassero la cosa - visto che ci sarebbe anche materia per querele - e mi hanno detto che il forum permette la libera espressione delle opinioni. Ebbene: anche questo mio scritto esprime un’opinione. Vedremo se riuscirà a permanere sul forum.
Ma c’è la segnalazione dell’abuso, si dice. Parliamo anche di questo. Se uno lo segnala, o l’insulto rimane lì, oppure è eliminato il giorno dopo e oltre, cioè quando ha ottenuto tutti gli effetti desiderati. E se infine uno, stanco di vedere l’insulto rimanere, risponde, magari con maggiore garbo e stile, il risultato finale, quando si ha, è che siano cancellati ambedue i commenti. Uno si ritrova appaiato ai maleducati e accusato di avere acceso un “flame”.
Per quanto riguarda me personalmente, ho ben capito di avere rappresento un problema. Turbo il quieto vivere dei frequentatori di sinistra. Turbo il pensiero unico dominante. E oggi finalmente convergono la mia volontà di sparire e la volontà di molti frequentatori del forum di vedermi sparire. Così potranno gridare in coro “Abbasso Berlusconi!”
Né so che cosa ci guadagnerà OkNotizie, visto che sono convinto di avere fatto aumentare il successo dei gruppi che ho frequentato. Ma non è affar mio.
Un forum di uomini liberi dovrebbe sanzionare sollecitamente e adeguatamente gli insulti e i “flame” di tutti. Dovrebbe essere aperto, in condizione di parità, alle varie opinioni politiche, con uguali obblighi di urbanità. Diversamente chi lo amministra si dimostra parziale e classicamente “democratico”. Confermando che in certi ambienti non è permesso aprir bocca a chi la pensa diversamente.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
P.S. Ho poi visto che ero stato bandito anche dall'inserimento di testi. Sicché questa risposta non è potuta apparire su quel forum. Ulteriore riprova di democrazia.
POLITICA
2 dicembre 2010
ELEGIA SULLA MORTE DELLA SINISTRA
Elegia sulla morte della sinistra: una morte che non si è ancora verificata ma che potrebbe aversi, se non nello spirito - ché l’essere di sinistra è una categoria mentale e caratteriale ineliminabile - certo nella vita politica.
Non c’è da compiacersene. Anche se è più facile dichiararsi vincitori quando l’avversario non si presenta, in democrazia la presenza di partiti contrapposti è garanzia di libertà e perfino di correttezza. Se, per tanti anni, la Democrazia Cristiana - e più tardi anche il Psi - hanno potuto imporre tangenti sui lavori pubblici, cioè istituzionalizzare il peculato, è stato perché il Pci - che non è mai andato al governo - non protestava. E non protestava perché anch’esso faceva i suoi bravi affari sottobanco e riceveva anche inconfessabili finanziamenti dall’Unione Sovietica. In quella situazione bloccata, il “bipolarismo imperfetto”, i due grandi blocchi hanno trovato una sistemazione di comodo estremamente lontana da quella legalità che oggi è diventata un mantra nazionale.
Forse, se il Pci avesse reputato concretamente possibile andare al governo, malgrado la divisione del mondo in due blocchi, avrebbe cavalcato la tigre della legalità quanto e più di oggi. Non sarebbe stato difficile: la corruzione era universale ed evidente. E infatti, non appena qualcuno decise che, essendo cessato il “pericolo comunista”, si poteva scoperchiare il Vaso di Pandora, è venuto giù tutto. Ed è nato il bipartitismo perfetto.
L’opposizione in democrazia non è un fastidio da eliminare, è una significativa componente del sistema se ha reali possibilità di andare al governo. Ciò la rende insieme audace e responsabile. Purtroppo un simile modello di opposizione in Italia è in pericolo. E per spiegarlo bisogna allineare alcuni dati.
È venuta meno la speranza palingenetica che teneva in piedi il Pci e la sinistra ha meno appeal che in passato. Nessuno crede che, andando al governo, essa possa, o debba, cambiare il modello di società. Si tratta dunque di qualche aggiustamento pragmatico della rotta. È troppo poco, per le menti semplici.
È venuta meno l’innegabile centralità dei successori del Pci. Non solo si sono abbassate di molto le percentuali dei consensi (dal 36%, se non ricordiamo male, del 1976, al 26% attuale, dieci punti), ma del vecchio partito è crollato perfino il sistema: si è passati dal monolitismo alla moda imperante di sparare a zero contro li Segretario.
Come se non bastasse, si era pensato ad un rinnovamento totale della linea politica, approfittando della nuova legge elettorale (voluta anche dai “democratici”), con lo slogan: o votate per noi, o disperdete il vostro voto. E poi si commisero due errori esiziali: prima si permise a Di Pietro di entrare nella coalizione col proprio simbolo, poi non si capì che bisognava contrapporsi a lui, quando cominciò a “sparare sul Comitato Centrale”, per usare l’espressione di Mao Tse Tung. Ci si lanciò invece in una rincorsa all’estremismo parolaio e questo ha portato il Pd all’afasia. Non solo non ha un programma ma teme sempre e soltanto di essere scavalcato a sinistra.
Infine, il caso Vendola. Dal momento che il Pd non ha saputo proseguire sulla strada del “partito di sinistra, moderato e ragionevole, adatto a governare”, la competizione si è spostata sul piano della protesta; del più stupido e sterile antiberlusconismo; del massimalismo utopistico; del sogno vago e confuso, ma sonoro e armonioso, di un Nicola Vendola.
Costui ha tutto per affascinare chi si accontenta dell’eleganza delle formulazioni astratte. È capace di inserire nel suo discorso politico la parola “racconto”, confessando così, freudianamente, di non collegare la politica alla realtà effettuale. E nel contempo ha tutto per allarmare i moderati: è di estrema sinistra; si proclama omosessuale; porta un orecchino che non significa niente ma disgusta gli anziani; non rifiuterebbe l’alleanza con la sinistra oggi extra-parlamentare; e infine ama proporre un profilo anti-partito, come se dovesse cambiare il mondo, mentre la nazione non crede più alle favole.
In queste condizioni, una vittoria della sinistra capace di governare diviene improbabile. Ecco perché si parla tanto di governi denominati con i nomi più fantasiosi, mentre la banale realtà è che, andando al voto, la sinistra teme di perdere. E teme, se vincesse, di trovarsi anche peggio di come si è trovato Prodi, col suo ultimo governo.
Non sta a chi non è di sinistra proporre un rimedio. Sia perché nessuno può farlo meglio degli interessati, sia perché forse un rimedio non c’è.
Tutto questo spiega la malinconica elegia. Il Pci era un partito antidemocratico e pericoloso, ma gli arrise per decenni un grande successo. La sinistra attuale è sinceramente democratica ma sta affondando nell’irrilevanza.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
2 dicembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.

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28 novembre 2010
COME FUNZIONANO CERTI FORUM DI SINISTRA
Internet, con i suoi blog e i suoi forum, ha un punto in comune con le assemblee di condominio. Nella vita, la voce in capitolo si conquista. Nessuno può intervenire in Parlamento, se non è un deputato; nessuno può intervenire in una discussione in consiglio comunale, se non è un assessore; nessun professore, pur essendo tale, può intervenire nel consiglio dei professori di un’altra classe. Al contrario nell’assemblea di condominio chiunque abiti un appartamento ha diritto alla parola, senza altro titolo che quello di essere proprietario o inquilino di quella casa. E dal momento che tutti abitiamo in case, di fatto tutti abbiamo diritto alla parola, in quel genere di assemblee.
Questa libertà di intervento conduce ad eccessi inimmaginabili: chi ha partecipato a molte di quelle riunioni sa a che punto questo sia dolorosamente vero. Nel caso dei blog e dei forum la cosa è  aggravata dal fatto che, mentre nei condomini ci può anche scappare la querela, sulla Rete è invalso l’uso che si possa dire qualunque cosa senza dover ragionevolmente temere una condanna penale o per danni. Diciamo “ragionevolmente” perché c’è stata un’eccezione: è stato punito un “navigatore” che ha offeso un magistrato. Ma, si sa, alcuni animali sono più uguali degli altri.
Questa libertà di parola totale, accoppiata all’assenza di rischi, è di fatto interpretata come diritto allo sganciamento non solo dalla verità accertata, ma anche dalla semplice verosimiglianza; dal buon gusto; dai dati storici; dal rispetto del prossimo e persino dalla grammatica italiana. “Un’altro” ha tendenza a prevalere su “un altro”. Siamo in regime di suffragio universale e questo autorizza gli ignoranti a votare: cosa giustissima, dal momento che anche loro pagano le tasse. Purtroppo fa anche credere ad alcuni di avere il diritto di fare il passo più lungo della gamba.
Il punto di arrivo di questa situazione è il seguente. Si creano dei forum in cui l’orientamento politico è assolutamente prevalente, in modo da non essere disturbati da voci dissonanti. Il primo dice un’enormità fantastica - senza prove, senza verosimiglianza, senza niente - e subito trova un altro che, dal momento che desidera pensare e dire le stesse cose, gli batte le mani. Tutti e due sono soddisfatti come se avessero combattuto, anzi vinto, una battaglia, un terzo ed un quarto si accodano, e tutti insieme dànno addosso all’incauto che non si dimostrasse d’accordo. Così “si porta avanti” il dibattito politico.
Si può fornire un esempio. Tale “abbatangelo”, protetto dalla sua insignificanza e dalla certezza di non essere querelato, per dire male di un ministro del governo Berlusconi, inserisce su un sito (http://italia-che-resiste.oknotizie.virgilio.it/go.php?us=8e040251534e919) un post dal titolo: “Maria Stella Gelmini figlia di padre Eligio Gelmini, un prete”. Tutto è possibile, ma che prove ha, per dirlo? Un articolo di tale Marco Salvia, il quale, protetto anche lui dalla sua insignificanza, scrive: “Perché l’abusatore di Amelia è zio carnale della Ministra, la cosa è ormai certa per me. Come certa è la manipolazione dei dati avvenuta in rete per nascondere la scomoda parentela, segno di grandissima ‘forza.’ Maria stella è dunque figlia di padre Eligio. Figlia quindi di un prete notissimo puttaniere e nipote di uno spretato incriminato per abusi sessuali su ragazzi in difficoltà”.
E che prove ha, per dire tutto questo, questo Salvia? Nessuna. Non solo scrive “la cosa è ormai certa per me” (e chi se ne frega?), ma quel “dunque” si aggrappa al nulla. Salvia dice tutto questo e basta. E il post, al momento, ha avuto ben dodici commenti. Segno dell’interesse che suscita una simile innegabile rivelazione.
Intendiamoci: non è che sia assurdo che chi si chiama Gelmini sia figlio di un altro, che si chiama Gelmini. Accade tutti i giorni. Ma la cosa deve essere provata per via di anagrafe o, male che vada, per via di testimonianze o, ancora meglio, con l’esame del Dna. Se così non fosse, potrei scrivere che tutti i Ratzinger bavaresi sono figli del Papa e che la madre di chi inserisce certi post...
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 novembre 2010

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POLITICA
4 febbraio 2010
LA PERSONALITA' DEL TERRORISTA
L’omicidio premeditato è quello più severamente punito dal codice perché l’autore non ha giustificazioni, né giuridiche né emotive. L’atto di chi vuole scientemente e freddamente la morte di una persona suscita un fremito di orrore e induce persino a pensare a qualche patologia psichica: anche se a volte si tratta soltanto di callosa insensibilità morale.
Il caso del terrorista non rientra però in questo quadro. Qui il colpevole, anche se progetta ed esegue omicidi premeditati, li commette in incertam personam. Getta la bomba nel ristorante e non ha l’intenzione di uccidere quelle persone e non altre: uccide, secondo il caso, dei bianchi, dei Tutsi, degli israeliani, quale che sia il loro sesso o la loro età. In questo modo crede di riprendere lo schema militare: “Non conosco queste persone e non le odio personalmente. Non uccido loro in particolare: sparo alle loro divise. Certo, dentro ci sono degli esseri umani: ma io combatto una battaglia ed è normale che ci siano dei morti. Domani potrebbero ammazzare pure me e non ne sarei meravigliato”.
È un ragionamento delirante, anche se è seguendo questa linea d’interpretazione che tanta parte dei radical chic non è riuscita a nascondere la solidarietà con le Brigate Rosse. La sinistra dei salotti era contro lo Stato borghese, desiderava distruggerlo e per questo, anche se il sistema della violenza non era quello giusto, quei terroristi erano soltanto “compagni che sbagliano”, non “assassini”. Le vittime? Non importavano: al massimo si poteva discutere l’adeguatezza della strategia rivoluzionaria.
Questo sostanziale incoraggiamento agli assassini è – oltre che delittuoso - immensamente stupido. Il singolo non ha il diritto di dichiarare guerre; e le cose non cambiano se si associa con altri venti spostati. La giustificazione “bellica” è tanto valida quanto quella degli hooligans che cercano di accoltellare i tifosi avversari. E poi i terroristi sono dei vigliacchi, tanto è vero che le Convenzioni di Ginevra non concedono ai corpi in borghese le garanzie che prevedono per i combattenti, proprio perché chi aggredisce a tradimento, presentandosi come un cittadino pacifico, è un traditore della società civile. Un nemico del genere umano avrebbero detto, i Romani.
In democrazia il terrorismo è stupido anche tecnicamente. Dal momento che è previsto il rinnovo periodico delle cariche, basta convincere della propria idea la maggioranza dei votanti, in libere elezioni, e il regime che si odiava è abbattuto. Il terrorista deve solo riuscire a farsi votare. E se non ne è capace, come può essere tanto sicuro della sua idea da volerla imporre con la forza?
In concreto il terrorista vuole punire il mondo intero perché è un infelice e un disadattato. Un fallito. Dice di voler uccidere per questo o per quello, ma in sostanza vuole soltanto reagire alla propria insignificanza e sentirsi importante.  Come Erostrato incendiò il tempo di Artemide perché non era in grado né di progettarlo né di costruirlo, il terrorista cerca di rendersi tremendo perché non sa in che modo rispondere ad un mondo che lo considera una nullità. Ha l’ambizione giacobina di leggere negli occhi del nobile il terrore invece del disprezzo.
In una democrazia i terroristi sono in fondo alla scala sociale. Vengono dopo i ladri e gli sfruttatori di prostitute, che dopo tutto sono sani di mente, mentre loro sono un concentrato di odio imbecille. C’è solo una categoria morale più bassa della loro: quella di coloro che gli hanno tenuto il sacco, sedendo in poltrona e sorseggiando whisky.
Al tempo delle Brigate Rosse questi fiancheggiatori viziati e pavidi, rivoluzionari di sinistra a parole, attribuivano qualche giustificazione ai terroristi perché nell’assassinio dell’importante da parte dell’insignificante vedevano proiettivamente la propria rivincita. La vendetta dell’assistente nei confronti del docente ordinario, dell’infermiere nei confronti del primario, dell’avvocaticchio nei confronti del Procuratore Generale. Il loro anelito non era una società migliore – e infatti erano indifferenti alla sorte delle vittime - ma un sollievo per le proprie frustrazioni. Sentivano un odio così acre e profondo per l’umanità da sfogarsi sul primo venuto. Per questo, non fosse che per le sue parole, Adriano Sofri dovrebbe vergognarsi in eterno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 febbraio 2010
CULTURA
25 gennaio 2010
VENDOLA: UN VOTO A FAVORE DI BERLUSCONI
Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.
D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.
Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.
Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.
Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.
Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.
Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.
Prosit.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010

POLITICA
28 dicembre 2009
LE RIFORME IMPOSSIBILI

Tutto il parlare che si fa di riforme da condividere fa pensare a due bulli che hanno tanta voglia di litigare ma non vogliono essere accusati di avere provocato la zuffa. Per questo i politici si profondono in dichiarazioni di buona volontà, accennano perfino ai contenuti, ma avendo sempre l’accortezza di renderli o inaccettabili per la controparte oppure vaghi ed equivoci. In questo modo, quando si trattasse di scendere sul concreto, potranno comunque sostenere che intendevano altro: appunto, vedi caso, qualcosa di inaccettabile per la controparte. Lo scopo finale di queste schermaglie è solo quello di porsi in una situazione di vantaggio al momento dell’inevitabile zuffa.
Bisogna fare qualche esempio. Se si richiede una riforma che assicuri la governabilità, nessuno in astratto può essere contro. Ma per governabilità si può anche temere che si intenda un governo autoritario e illiberale. Se si richiede “una riforma che salvaguardi l’equilibrio democratico tra i poteri” si potrebbe temere che si stia proponendo un totale immobilismo, con la possibilità di paralizzare un esecutivo sgradito. Finché si rimane sulle generali, si ha l’unanimità, appena se ne scende, si scopre che il diavolo si nasconde nei particolari. In questo caso, nella concretezza.
In Italia le riforme che desidera la maggioranza sono incompatibili con quelle che desidera (se le desidera) la minoranza. La prima vuole tagliare le unghie alla magistratura, vuole proteggere Berlusconi dalla persecuzione giudiziaria, vuole rafforzare i poteri del Primo Ministro (chiunque sia), vuole ridurre il numero dei parlamentari e semplificare l’iter legislativo arrivando ad una sorta di monocameralismo. La minoranza invece non vuole che i magistrati siano ricondotti al loro ruolo istituzionale, dal momento che li considera obiettivamente degli alleati politici; poi, solo perché essi non sono d’accordo, non vuole la separazione delle carriere dei requirenti e dei giudicanti; inoltre non vuole né che sia resa più facile la legislazione né che sia rafforzato l’esecutivo, perché in prospettiva vede se stessa più all’opposizione che al governo. A fortiori - ovviamente - non vuole che sia rafforzata la presidenza del Consiglio dei Ministri nel momento in cui ne è titolare Berlusconi.
Quest’ultimo punto è interessante. A sinistra – prima ancora di giudicare negativamente o positivamente le varie riforme - non esitano a dire che, se sono condivisibili, non devono comunque essere profittevoli per Berlusconi. Una legge è buona se riguarda tutti i cittadini ma non Berlusconi. Se invece riguarda tutti i cittadini ed anche Berlusconi, è una legge ad personam. L’ideale sarebbe quello di rafforzare i poteri del Primo Ministro, “a meno che questo Primo Ministro non si chiami Silvio Berlusconi”. E questo è difficile da scrivere in una legge.  
La realtà è che la sinistra, che tanto ha parlato di leggi ad personam, non si vergogna di concepire leggi contra personam. E questo non tanto perché reputi Berlusconi colpevole di chissà che cosa – ché anzi è stato già assolto in istruttoria, in giudizio o per prescrizione un grande numero di volte – quanto perché il fatto che egli mantenga la sua costante qualifica  di imputato è per loro politicamente profittevole.
Le riforme non possono essere condivise e parlarne, tanto a destra quanto a sinistra, è solo ipocrisia. Possono essere tentate soltanto a colpi di maggioranza. Ciò malgrado, non è detto che siano possibili. In passato non c’è stata solo l’opposizione della minoranza, ma anche resistenze all’interno della stessa maggioranza: come fare le riforme, se il Vice Presidente del Consiglio si chiamava Follini? Anche oggi, a parte le sopracciglia alzate di Fini, ci sarà sempre qualcuno che si sente leso dalle riforme o che coglie l’occasione per remare contro.
Visto come vanno le cose, ci si può chiedere se Berlusconi sia sano di mente. Una persona sana di mente potrebbe proporsi di governare l’Italia?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 dicembre 2009

POLITICA
6 ottobre 2009
IL DISPREZZO

IL DISPREZZO

A volte, per capire il mondo, basta guardare in se stessi. Ciò è possibile quando concorrono due fatti: da un lato la “verità pubblica” non convince più, dall'altro si percepisce la concordanza fra il proprio sentimento e quello della massa. I vecchi ricordano ancora lo stato d'animo degli italiani nel 1942-43: la propaganda grondava ottimismo e parlava di vittoria, la gente sapeva che avevamo perso la guerra.

Qualcosa di analogo si verifica attualmente. La sinistra, i giornali, le televisioni strepitano tanto che, se bisognasse credere alla “verità pubblica”, l'Italia sarebbe in piena tragedia; inoltre il governo sarebbe agli sgoccioli e Berlusconi starebbe facendo le valigie. Ma la maggior parte dei cittadini giudicano con la propria testa: non vedono nulla di tutto questo e alla lunga dànno ragione al vecchio detto per cui si può ingannare qualcuno per sempre, tutti per qualche tempo, non tutti per sempre. La gente guarda alla sceneggiata con un certo disinteresse: sono repliche.

La sinistra non si capacita della realtà. Berlusconi è stato a lungo rappresentato come un pedofilo, un disonesto, un profittatore di regime, un dittatore corrotto e corruttore, in una parola il peggiore tiranno che l'Italia potrebbe avere, e tuttavia non solo è ancora al potere, ma beneficia del sostegno dei cittadini. I suoi critici più arrabbiati non capiscono che se essi stessi, pur di sentirsi in buona fede, cercano di credere alle proprie leggende, i cittadini questo auto-inganno non lo attuano e guardano oltre lo schermo delle parole insensate.

Non tutti, naturalmente. Se tutti avessero una visione serena della realtà, Di Pietro non avrebbe elettori. Esiste dunque una frangia dell'elettorato che non soltanto crede alla saga inventata da Repubblica, ma ne desidera ogni giorno nuove dosi, sempre più massicce e gridate. Ma è una frazione della società pressoché costante: infatti i sondaggi non danno un progresso dei simpatizzanti di sinistra. Gli antiberlusconiani viscerali sono sufficienti a far leggere qualche quotidiano, sono sufficienti per organizzare qualche manifestazione, sono capaci di occupare la scena nei giornali e nelle televisioni, ma non molto altro. Fanno un baccano del diavolo e rimangono un gruppetto di scalmanati.

Per comprendere “la pancia” del Paese, non è necessario guardare la stampa. Basta chiedersi: ma io che cosa penso delle escort, delle leggi ad personam, del Lodo Alfano, di tutti i presunti scandali attribuiti a Berlusconi, dei gravissimi danni che sarebbero stati inflitti all'Italia? La risposta è semplice: non ne penso niente. Perché di Berlusconi non m'importa molto e quei danni non li ho visti. Le logomachie, le battaglie di parole dei politici dimostrano che non hanno niente di meglio da fare. Il mio sentimento riassuntivo è un enorme disprezzo per la politica e soprattutto per la sinistra, principale autrice di questo imbarbarimento.

Qui non si tratta di stabilire se l'atteggiamento sia giustificato o plausibile, si tratta di capire come la gente viva l'attuale momento politico. Alcuni – obbedendo al Vangelo secondo “Repubblica” - sacrificano ogni giorno sull'altare dell'odio del Cavaliere. Molti altri giudicano tutte le accuse infondate o senza importanza e si disinteressano della politica. Se dovessero votare domattina, rivoterebbero per Berlusconi: “Non sarà un angelo, chissà quanti imbrogli ha fatto, in vita sua, per arricchirsi: ma gli altri sono peggio di lui”.

Il sentimento prevalente degli italiani è il disprezzo. Le parole scivolano sulle menti e alla fine ci si attacca a poche cose concrete: non si paga più l'ICI, a Napoli non c'è più la spazzatura per le strade, sono state costruite case per i terremotati. Riguardo ai politici, trovano grazia solo coloro la cui azione sembra ispirata dalla stessa ostilità per la casta: per i burocrati battifiacca sostenuti dai sindacati, per i docenti assenteisti, per i magistrati arroganti. Ecco perché Brunetta entusiasma tanti: la sua crociata corrisponde al sentimento degli italiani.

Col suo antiberlusconismo clamoroso e privo di scrupoli, la sinistra non rovescia Berlusconi e realizza il capolavoro di squalificare se stessa e l'intero sistema politico. Oggi un gentiluomo non si sentirebbe di frequentare né Montecitorio né le redazioni dei giornali: sono ambienti, come certe bettole, in cui una persona per bene non dovrebbe mai farsi vedere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 ottobre 2009

POLITICA
26 settembre 2009
L'OVERDOSE IMMUNIZZANTE

L’errore dell’opposizione
Gli intellettuali e i giornalisti di sinistra non si capacitano che gli italiani continuino a sostenere Berlusconi. Li capiscono così poco che alla fine non sanno che ricoprirli d’insulti. Sono ignoranti. Sono rimbecilliti dalla televisione. Bevono come idioti le balle che gli propina la destra. Non hanno nessuna sensibilità morale. Non hanno buon gusto. Non hanno intelligenza. Non hanno dignità. Ma gli insulti, come si usa dire, sono gli argomenti di chi non ha argomenti. E per questo può forse essere utile che sul mistero cerchi di illuminarli uno di questi ignoranti, immorali, cretini ecc.
La rivelazione – forse sconvolgente – è che parecchi sostenitori del Pdl non votano tanto per Berlusconi quanto contro i suoi oppositori. Non si tratta dunque – come ripetono tanti giornali come “Repubblica” o “l’Unità” – di uno sviscerato e cieco amore per il Cavaliere ma di un risentimento e di un disprezzo profondi per la parte che lo avversa: un’opposizione priva di idee che ha scelto come politica l’attacco all’uomo di Arcore e l’ha condotto con forsennata acrimonia, per mesi e per anni, non arretrando dinanzi a nulla, nemmeno le calunnie. I risultati non sono stati quelli sperati e, invece di capire di avere imboccato un vicolo cieco, l’opposizione parlamentare e quella cartacea hanno creduto che l’errore fosse dovuto – nientemeno – alla loro mitezza: e per questo hanno rincarato la dose. Il disastroso effetto finale è sotto gli occhi di tutti. E ancora una volta non perché si siano offesi i sentimenti d’amore per il Cavaliere, ma perché la campagna è stata controproducente. Una sinistra urlante e schiumante di rabbia, che vomita accuse e contumelie, non ha stile,  non suscita consensi e perde credibilità. Siamo al punto che tutti i conflitti d’interesse, tutti gli annunci di gravissimi reati e tutto il gossip pruriginoso lasciano gli italiani di ghiaccio. L’overdose, invece di uccidere, ha provocato l’immunizzazione.
Quella sinistra che depreca il “lodo Alfano” non comprende di avere creato uno scudo più efficace di quello votato in Parlamento. La gente è convinta che Berlusconi sia oggetto di un odio forsennato e ne deduce che tutte le accuse, perfino quelle eventualmente fondate, sono calunnie. Oggi potrebbe mettersi a fare rapine a volto scoperto dinanzi alle telecamere e gli italiani lo assolverebbero. “È un fotomontaggio”. “È un sosia”. “È un’invenzione di Repubblica”.
La sinistra è talmente lontana dal rendersi conto di tutto questo, che non comprende più il fenomeno da essa stessa creato. Insulta Berlusconi dalla mattina alla sera e il suo consenso non cala. L’Italia sprofonda nella recessione e il suo consenso non cala. Annozero spara per ore a palle incatenate contro di lui, e il suo consenso non cala. Lo stesso Silvio si presenta da Vespa e l’audience non è brillante, ma il suo consenso non cala. C’è di che sbattere la testa contro il muro.
La spiegazione è che molti elettori non hanno più bisogno di ascoltare l’interessato. Ascoltano, se pure distrattamente, lo strepito della sinistra e usano un meccanismo mentale semplicissimo: se lo dice “Repubblica” è falso. Se lo afferma Di Pietro è demenziale. Se lo grida Santoro è una calunnia. A questo punto, perché ascoltare Berlusconi? Per sostenere lui basta guardare chi sono i suoi nemici: questa opposizione è fanatica, scorretta e indecente. Con le sue strida incanterà quel venti per cento che ha da tempo adottato l’antiberlusconismo viscerale, ma il fiele di Franceschini, le sparate apocalittiche e sgrammaticate di Di Pietro, le accuse di “Repubblica” lasciano indifferente il popolo italiano. Se il pubblico televisivo trascura Berlusconi quando appare nel programma di Vespa, e gli preferisce un insulso programma d’evasione, è perché ha già emesso il verdetto finale. Quello che non ammette gravami. Gli oppositori possono sintonizzarsi a milioni su Annozero per assistere alla settimanale messa cantata della loro religione, e rimarranno una setta, senza nessuna speranza di divenire maggioranza ed impedendo anzi al Pd di conquistarla.
L’attuale sinistra è la massima nemica della sinistra. Con i suoi eccessi  ha reso roccioso l’odio di un italiano su tre per Berlusconi ma placidamente stabile il sostegno degli altri due. Il leader del Pdl si limita a intascare i benefici di un’opposizione tanto violenta e vociante quanto inefficace.
Questa politica può essere utile a Di Pietro, può creare audience per Santoro, può aiutare qualche giornale a riconquistare lettori, ma condanna quella che fu un’orgogliosa sinistra a un futuro plumbeo e senza speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
26 settembre 2009

POLITICA
19 settembre 2009
UNA DISCUSSIONE SUL SIGNOR "CONTRO"
Sul “Giornale” del 17 settembre 2009, alle pagine 1 e 21   è stata pubblicata un’intervista al prof.Renato Cocchi il quale sostiene che esistono persone “contro”, contro tutto e contro tutti. Costoro protestano sempre, non sono mai d’accordo con ciò che gli altri dicono, votano per i partiti di estrema sinistra o di estrema destra e sono perfino capaci di cambiare opinione se gli si dà ragione. Ciò avverrebbe, a suo parere, per motivi precisamente psichiatrici e neurofisiologici.
Il mio amico pedagogista prof.Alessandro Zucchelli, in una lettera che purtroppo non posso riprodurre, dice invece: è vero che chi è contro magari vede Annozero, ma “C’è una quota di ‘contro’ che è così contro da non votare e da non seguire alcuno spettacolo”. Sono i “contro” assoluti. L’opposizione, scrive, è caratteristica di quel periodo evolutivo detto fase anale freudiana: “il momento in cui il bambino dice di no a tutto o quasi quanto i genitori gli propongono”. E questo atteggiamento a volte si prolunga fino all’adolescenza e oltre. Ma per quanto riguarda i “contro” assoluti non si è di fronte ad un fenomeno del genere. Infatti “L’ipotesi più valida, a mio parere, scrive, è quella dell’invidia”. “L’invidia nasce quando si attribuisce a fortuna o peggio a ipotetici reati un successo altrui che viene rincorso ma non raggiunto dall’invidioso (Joseph Epstein – “Invidia” – 2006)”. E per questo si sviluppa “la tecnica di pensiero espertissima nell’immaginare quale reato possa aver commesso chi è più ricco o ha più potere di me”.
Il prof.Zucchelli estende la sua diagnosi ad un’intera parte politica: questa invidia, sostiene, è “il motivo di disgregazione della sinistra: ormai, non è più possibile che qualcuno abbia un briciolo di potere più degli altri senza che venga accusato di scorrettezza: la sinistra si condanna a restare senza leader”. Può darsi che sia vero e può darsi di no. Certo è che la sinistra è passata dall’obbedienza cieca, pronta e assoluta dei tempi di Stalin e Togliatti – fase orale, si direbbe in psicoanalisi – ad una fase in cui qualunque capo deve essere contestato e distrutto.
Perché? Perché: “È lì dove vorrei essere io”.
Il soggetto veramente “contro” è inoltre, sempre secondo Zucchelli, un appassionato adepto di ogni dietrologia e penso abbia ragione. A mio parere il meccanismo sarebbe questo: nella paura che si scopra che si è lasciato ingannare, chi non è sicuro della propria intelligenza proclama continuamente di aver capito quello che gli altri non hanno capito. E in primo luogo che la verità ufficiale è un inganno nel quale sono caduti gli altri, non certo lui.
Ma l’argomento centrale è talmente stimolante da suscitare, anche in chi non ha un briciolo della competenza dei due professionisti, la tentazione di esprimere la propria opinione. E in questo senso si può ipotizzare che la causa prima sia ancora un’altra: un malessere generale, più vasto e pregnante.
L’invidia può essere settoriale. Un violinista può soffrire per il successo del compagno di conservatorio divenuto direttore d’orchestra ma potrebbe lo stesso essere un donnaiolo, un ottimo giocatore di bridge o anche un padre e un marito felice: insomma per il resto potrebbe non lamentarsi. Viceversa il soggetto “contro” non è uno che si limita ad invidiare l’uomo in vista: invidia tutti. Tutti gli sembrano immeritatamente più sereni, più fortunati e soprattutto più felici di lui. A questo punto non gli rimane che azzerare i loro vantaggi dichiarandoli falsi. Sono bene inseriti nel loro ambiente? Sono conformisti, sono degli illusi, sono pecore. Hanno successo in politica? È perché hanno l’animo dei portaborse, si sono venduti. Si divertono al cinema, con gli amici, giocando al pallone? Sono dei superficiali che non amano la vera arte (magari un noioisissimo film di produzione malese), che frequentano filistei, che inseguono un pallone come mentecatti. Si sono sposati? Servono la specie, da bravi conigli. Hanno molte donne? È solo perché riescono a resistere alla loro stupidità: loro stessi infatti sono soli. Oppure vanno con le donne per usarle, l’amore è impossibile. E si potrebbe continuare. L’invariabile conclusione è che il vero “contro” è afflitto da una così cocente disistima di sé da essere, prima che “contro tutti”, “contro di sé”.
A volte questi poveretti sembrano voler gridare a chiunque la loro  disperazione esistenziale e per questo non si radono, si vestono male,  esibiscono  una zazzera di dubbia pulizia e si presentano come quei derelitti che sono. Sembrano dire: “io sono diverso”, “io sono un artista”, “io non partecipo al vostro mondo banale”, ma il significato profondo è: “io so di essere un escluso”. E implorano inconsciamente una pietà che rifiuterebbero con sdegno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 settembre 2009

POLITICA
7 giugno 2009
SCALFARI BIFRONTE
SCALFARI BIFRONTE
L’articolo di Eugenio Scalfari del 6 giugno, su “Repubblica” , dimostra che, se c’è un’interferenza emotiva, si possono dire delle enormità. Se invece si è sereni, si è al massimo della propria intelligenza. Finché si occupa di storia, il famoso direttore scrive un testo pregevole e condivisibile, che ci si sentirebbe sinceramente di raccomandare; poi, non appena si avvicina all’attualità, ecco vengono  frasi come questa: Berlusconi è “un giocoliere che ostenta… il suo qualunquismo congenito e festevole” e però sta facendo nascere “un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo”. Insomma, è uno sciocco ma ci domina tutti, o anche: Ercole non era nessuno, però era un semidio.
Poco dopo, tanto per dimostrarsi equanime, il nostro editorialista esagera contro l’opposizione. Parla di analfabetismo politico e scrive: “Per certi aspetti anzi a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti”.  Che gli intellettuali non siano molto competenti in politica sarà magari vero; e sarà pure vero che il fatto di essere di sinistra non è garanzia di superiore intelligenza o cultura: ma dire che i “sedicenti” intellettuali di sinistra sono “i più analfabeti di tutti” è un’inutile esagerazione. Si ha voglia di esclamare ironicamente: “Ohibò!”
In realtà, quella dell’analfabetismo politico è contemporaneamente una verità (quanta gente conosce vantaggi e svantaggi dei diversi sistemi elettorali?) e una bugia: se fossimo analfabeti oggi, quando tutti sappiamo leggere e scrivere e comprendiamo la lingua nazionale, come bisognava qualificarci circa un secolo fa, quando ci concessero il suffragio universale maschile? Quei governanti erano dunque pazzi? Ancora una volta, perché esagerare?
Viceversa è assolutamente vero che, soprattutto a sinistra, esiste una pressoché autolesionistica fedeltà al proprio ideale. Questo atteggiamento porta al frazionismo, e in totale all’annullamento dell’azione politica concreta.  Detto questo, si sarebbe amato che Scalfari, invece di limitarsi a deprecare il fenomeno, l’avesse spiegato.
Il liberalismo tende ad una pacifica convivenza contemperando i diversi egoismi: e prende in considerazione l’uomo com’è, con i suoi difetti; la mentalità di sinistra tende invece, se non proprio ad un’utopia, ad un mondo molto più giusto di quello presente. La coscienza del proprio ideale fa sentire l’interessato moralmente migliore e questo lo rende arrogante e tendenzialmente intransigente. Transigere, dicevano i romani, è aliud dare, aliud retinere, dare qualcosa, trattenersi qualcosa. Ma se si è in possesso di una superiore verità, di un bene superiore, come accettare qualche bugia e qualche male? Scalfari sbaglia, quando accusa gli uomini di sinistra di narcisismo: non sono innamorati di sé, sono innamorati dell’idea di cui si sentono portatori. È la loro ideologia, ad essere narcisistica: essi ne sono solo gli strumenti. Si tratta di un serpente che si morde la coda.
Anche la battaglia di Ricolfi per convincere gli uomini di sinistra a smetterla di sentirsi i migliori dovrebbe avere un diverso bersaglio. L’invito non dovrebbe essere: “Smettetela di essere, voi, arroganti”, ma: “Smettetela di pensare che la vostra idea sia talmente perfetta da non permettere compromessi”. Molti mali non derivano dalla cattiveria di alcuni, o di una data classe sociale, come pensava il polveroso Marx, ma dall’immodificabile natura umana; e dunque non bisogna tendere ad una società di angeli, ma ad una società in cui chi sbaglia troppo sia messo in galera.
Purtroppo, non solo è difficile convincere i sognatori di queste piane evidenze, ma la certezza che essi hanno della loro superiorità morale li rende altezzosi e calunniatori. Per loro la controparte è composta di persone in malafede, di amanti del profitto, di disonesti. Gli stessi giornalisti, se critici con la sinistra, sono pennivendoli, scribacchini a libro paga, servi del potere. Il semplice atteggiamento di moderazione, di comprensione della natura umana e dei suoi difetti, viene facilmente visto come cedimento agli interessi, propri o altrui. Al denaro, all’immoralità. Questo spiega anche l’odio per i berluscones: se sono a favore di uno che si è arricchito, che dunque è un disonesto, è perché sono spregevoli anche loro.
Se poi uno insiste sul punto che l’utopia finisce con l’essere dannosa (la storia lo prova), che è meglio cercare una soluzione intermedia e moderata, ottiene da un uomo di sinistra questa risposta irritata: “Insomma, vorresti che divenissi un liberale. Scordatelo”. E chissà che non abbia ragione, meglio scordarselo. E impedirgli soltanto di giungere al potere.

Gianni Pardo,
7 giugno 2009
POLITICA
6 giugno 2009
IL DISCORSO DI OBAMA AL CAIRO
NOBILE ED INUTILE
Sul momento, il discorso di Barack Obama al Cairo è sembrato così insignificante, che si è reputato fosse il caso di tributargli solo un applauso di cortesia. Ma oggi si leggono ditirambi, soprattutto sulla stampa di sinistra, ed è dunque il caso di riprendere l’argomento. Non per disprezzo riguardo al Presidente degli Stati Uniti - nazione nel nostro cuore come poche altre - quanto perché, come i discorsi del Papa, è stato tanto nobile quanto inutile. E dal momento che gli aggettivi “nobile” e “inutile” sembrano fare a pugni, è bene spiegarsi con un esempio.
Immaginiamo che un autobus si ritrovi senza carburante nel deserto. Tutti i passeggeri considerano sconsolati la situazione e si chiedono come uscirne. Si sa che da quella strada non passerà nessuno fino al giorno dopo. I telefonini non hanno campo. Nessuno ha acqua e tuttavia il sole è forte: alle dieci del mattino la temperatura è già di ventinove gradi, non c’è ombra da nessuna parte e, mancando il carburante, non c’è neanche l’aria condizionata. A questo punto un predicatore si alza e dice:
“Sarebbe bello che nessuno mai si venisse a trovare in questa situazione. Gli esseri umani dovrebbero avere la capacità di resistere alle alte temperature senza disidratarsi e senza soffrire, e non è detto che, con l’evoluzione della specie, un giorno non ci si arrivi. Così come, del resto, si potrebbe arrivare a respirare sott’acqua. Forse che i pesci non ci riescono? Perché perdere la speranza? Ma torniamo a noi. Non è tollerabile che chi organizza il servizio dei satelliti trascuri ampie zone del territorio. Non è giusto che noi siamo qui, isolati, e dobbiamo rimpiangere, nel Ventunesimo Secolo, di non avere un colombo viaggiatore. Nel deserto c’è poca gente che ha bisogno del telefonino? Ma quanto vale, una vita umana? E non è una buona ragione per cambiare la copertura telefonica del territorio? Sarebbe poi utile se, in previsione di un guasto come quello di cui stiamo soffrendo, i fabbricanti di autobus prevedessero un serbatoio aggiuntivo, da tenere sempre pieno per ogni evenienza. E quanto all’acqua…”
Il predicatore potrebbe parlare a lungo e nobilmente. Magari non per dire seimila parole, come Obama, ma certo per indicare tante belle soluzioni che, attuate, avrebbero impedito il verificarsi della scomoda situazione. Ma a che servirebbe il suo discorso? Ben diverso sarebbe se potesse dire: ho qui un bidone di gasolio; ho qui venti litri d’acqua; ho qui un piccione viaggiatore che andrà a chiedere aiuto per noi. Ho qui la soluzione del problema.
Il caso di Obama non è diverso. Ha detto che negli Stati Uniti ci sono molti musulmani e che lui stesso ha avuto molti contatti con la loro civiltà. Che fra Occidente ed Islam l’odio, e a più forte ragione il terrorismo, sono un errore. Che bisogna lottare insieme contro la violenza e condividere il progresso. Che gli americani sarebbero lieti di andarsene al più presto dall’Afghanistan, se solo i loro risultati fossero raggiunti. E lo stesso sarà presto per l’Iraq. Tanto Israele quanto i palestinesi vivrebbero molto meglio se rinunciassero alla violenza e convivessero pacificamente. Poi si è detto preoccupato per la proliferazione nucleare, ha parlato in favore della democrazia, della tolleranza e della libertà religiosa, in favore dei diritti delle donne e dello sviluppo economico. Non ha detto che sarebbe bello se nel Sahara piovesse di più, ma l’affermazione non sarebbe stata fuori contesto.
In concreto, il discorso del giovane Presidente non contiene nulla di più di frasi ottative e bei principi. Chi non ci crede, e ne ha la pazienza, legga il testo . Su nessun argomento ha detto, né poteva dire: “Ecco, ho qui la soluzione del problema”. Ho il gasolio, ho l’acqua. Ha detto che con un atteggiamento positivo da parte di tutti gli interessati le difficoltà possono essere superate, ma – appunto – come ottenere che gli altri abbiano improvvisamente questo atteggiamento positivo?
Questa pedestre demolizione potrebbe essere proseguita scendendo nei particolari, ma essa è francamente troppo facile perché ne valga la pena. La verità è che Obama ha fatto un bel discorso letterario ma nulla di più. Caricarlo di elogi epocali, come fanno parecchi esimi commentatori italiani (in particolare di sinistra), corrisponde a renderlo ridicolo. E Barack Obama non lo merita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 giugno 2009


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POLITICA
3 giugno 2009
MASANIELLO AFFONDA IL PD

MASANIELLO AFFONDA IL PD

Nella società dei leoni il capobranco è tale perché è in grado di respingere gli assalti dei giovani maschi. Questi tuttavia sono la speranza del branco: se uno di loro vince, è segno che è più forte del precedente monarca. La vita dei partiti non è diversa. Chiunque sia il segretario di un partito, è normale che ci sia qualcuno che fa di tutto per fargli le scarpe. Dal punto di vista umano è sleale ma, etologicamente, è fattore di progresso. I partiti anchilosati, quelli che non si rinnovano, quelli in cui il capo continua a comandare non perché è il più forte ma solo perché già comandava, non hanno un futuro.
Il leone che riesce ad essere l’anima alfa  ha comunque il dovere di assicurare la sopravvivenza della specie. Magari con geni più vigorosi. Analogamente, colui che aspira a divenire il capo del partito deve tendere a prendere in mano il partito per portarlo al successo: la politica del pretendente non è quella del tanto peggio tanto meglio, è quella che potrebbe migliorare la vita dei cittadini.
Queste regole però non valgono per tutti. Chi si presenta come il paladino di una categoria destinata per sua natura a rimanere piccola (il partito dei cacciatori, il partito degli antiabortisti o quello degli “arrabbiati”) non ha né la speranza né l’intenzione di divenire il leader del Paese. Mira soltanto ad ottenere qualche modesto risultato: dare testimonianza delle proprie idee, avere un paio di parlamentari a Roma e qualche rimborso elettorale. Nulla di più. Per questo non ha preoccupazioni, riguardo alla collettività: la cosa non lo riguarda.
Antonio Di Pietro, che di questo genere di leader marginale è un esempio perfetto - anche se non della migliore qualità – non ambisce ad essere il nuovo capo della sinistra. Non vuole salvare l’Italia e soprattutto non vuole salvare il Pd. Vuole solo rosicchiare voti per aumentare il proprio consenso, si direbbe quasi il proprio profitto. Sa perfettamente che esagerando in ogni occasione, facendosi portavoce degli odiatori del più basso livello, dando costantemente addosso a Berlusconi, potrà salire al sei o all’otto per cento, ma non potrà mai governare il Paese. Il massimo che può realizzare, paradossalmente, è impedire che questo risultato lo raggiunga il Pd, ma proprio questo non lo turba. Mentre il giovane leone non lotta contro il branco ma contro il vecchio leone, Di Pietro lotta anche contro il branco. La  sopravvivenza della specie non gli interessa.
Per il Cavaliere l’ex-pm rappresenta un’assicurazione di lunga vita politica. Per questo nel centro-destra si dovrebbe essere felici della sua presenza e tuttavia, in tutte le persone non fanatiche, prevale l’indignazione. Anche chi non è di sinistra pensa che il Pd è l’erede del Pci e della Dc e si chiede come sia possibile che il rampollo di due delle più nobili famiglie politiche del Paese sia ridotto a questo punto. Un partito che ha avuto il coraggio di cancellare dalla realtà partiti carichi di ideologia - gloriosamente comunisti, si direbbe quasi - è affondato da un Masaniello qualunque.
Negli anni recenti, l’unica speranza del centro-sinistra è stata il progetto esposto a suo tempo da Veltroni: creare un partito fondato non sull’antiberlusconismo, ma su idee socialdemocratiche. Non un partito di proteste ma un partito di proposte. E soprattutto un partito che sapesse aspettare il proprio turno. Fatalmente, un giorno o l’altro arriverà la stanchezza del berlusconismo e comunque l’uscita di scena del protagonista. Non bisognava dunque preoccuparsi delle elezioni del 2009, all’inseguimento di Di Pietro, bisognava prepararsi alla traversata del deserto. Lo stesso Berlusconi non è forse stato per anni all’opposizione, uscendone rafforzato?
Con Franceschini il Pd non si è reso conto che c’è qualcosa di peggio dell’essere uccisi dai nemici: essere uccisi dal ridicolo. Un demagogo può avere successo col più basso strato della società, una sinistra credibile dovrebbe invece saper proporre un migliore governo. Solo questo – se si riuscisse a convincerne i cittadini – le darebbe una nuova speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 giugno 2009

POLITICA
18 maggio 2009
IL SUCCESSO DI DI PIETRO
IL SUCCESSO DI DI PIETRO
Non è vero che, quando non si ha pane, si possa sempre mangiare la “brioche” della leggenda. È vero piuttosto che, mancando il prodotto preferito, il consumo si rivolge al succedaneo. Durante l’ultima guerra mancava il caffè e si tostava l’orzo; mancava la benzina e alcune macchine andavano a carbonella; mancava il pane e diventavano più interessanti le castagne e le patate. Il successo può essere determinato dalla mancanza di meglio.
In Italia ci sono dei cittadini che non hanno in testa teorie politiche od economiche ma idiosincrasie ma rancori e voglie di rivincita. Applaudirebbero anche il Diavolo, se solo andasse contro quelli che considerano i propri bersagli, e sono irriducibilmente protestatari. Sono persone che, per i motivi più diversi, vivono male la propria vita e invece di cercare in sé i motivi del proprio disagio, li ributtano all’esterno. Si creano dei nemici immaginari, delle teste di turco cui dare il torto di tutto: i preti, i capitalisti, gli ebrei, Berlusconi, le multinazionali, chissà.
Per molto tempo costoro hanno trovato un interprete nel Pci non perché questo partito fosse demente, ma perché il suo messaggio era sentito come palingenetico e se ne aspettavano dunque una completa rivoluzione sociale, un definitivo raddrizzamento dei torti, la fine della miseria per gli ultimi. La felicità.
Naturalmente il Partito, che pure era al corrente dei guasti del socialismo reale, non aveva nessun interesse a smentire le leggende e a smorzare le speranze ma il crollo dell’Unione Sovietica ha reso impossibile continuare a raccontare la saga del “paradiso dei lavoratori”. I partiti comunisti, oltre a cambiare nome, hanno dunque annacquato il loro messaggio: in senso positivo (promettendo meno) e in senso negativo (condannando meno gli avversari). Ma questo non è andato bene a tutti. Alcuni elettori non avevano bisogno di una sinistra moderata, appena un po’ alternativa: avevano bisogno di qualcuno che gridasse a gran voce la loro rabbia contro tutto e contro tutti. Qualcuno che definisse gli avversari affamatori del popolo, ladri e imbroglioni. Qualcuno che nel frattempo li facesse sentire moralmente migliori e vittime dell’ingiustizia.
Il Pci lasciò degli orfani da adottare e alcuni politici approfittarono dell’occasione. Nacque così Rifondazione Comunista con le sue imitazioni, i Comunisti Italiani, i Verdi e gli altri gruppuscoli. Formazioni che non avevano l’irrealistica ambizione di governare e i cui dirigenti - reperti arcaici della politologia - si contentavano di avere qualche seggio, qualche giornale e, per alcuni, il titolo di segretario.
Andati inopinatamente al potere con Prodi, questi partiti non riuscirono (ovviamente) a realizzare le loro idee ma riuscirono ad impedire la governabilità. Con le elezioni del 2008 si sono infine avuti dei fenomeni a cascata: Il Pd, dichiarando di correre da solo, ha fatto sparire gli estremisti dalla scena. Lo spazio lasciato libero sarebbe rimasto vuoto se il Pd non avesse commesso l’errore di accettare l’alleanza con Di Pietro e questo ha completamente stravolto il quadro.
Di Pietro, da quel furbo che è, ha capito che, se non c’era più Rifondazione Comunista, non per questo erano spariti i suoi elettori. Non gli rimaneva che stendere la mano per impadronirsi degli scontenti, fino a rendere scialbo e incredibile quel Pd che l’aveva salvato dalla sparizione. L’operazione non è stata nemmeno costosa: è stato sufficiente dire sesquipedali, animose sciocchezze contro il potere, e in particolare contro Berlusconi, perché quegli elettori non chiedevano di più.
Oggi Di Pietro esprime soltanto  lo scontento esistenziale di una parte dell’elettorato. Egli sa benissimo che la sua formazione non s’ingrandirà mai a sufficienza per andare sola al potere: ma l’Idv è un partito-impasse che approfitta delle frustrazioni degli ingenui e corrisponde agli interessi del suo fondatore.
Il Pd è confuso. Non capisce che non può vivere sperando che Berlusconi commetta errori enormi - o sparisca lasciando in giro solo degli sprovveduti - e non capisce che può salvarsi solo se riprende il programma originario: quello di un partito socialdemocratico che sia un’alternativa credibile al centro-destra. Se invece rincorrerà Di Pietro, o non tornerà mai al governo o non potrà governare.
C’è solo da sperare che queste semplici evidenze siano tali per tutti, nel corso del prossimo congresso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


CULTURA
8 maggio 2009
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
L’operazione navale con cui le motovedette italiane hanno riportato 277 emigranti sulle coste libiche, da cui erano partiti, ha avuto grandi consensi da parte della maggioranza degli italiani e ha fatto levare grandi proteste da sinistra. Da sinistra e da parte di quegli organismi, come l’Onu, che personalmente non fanno niente ma sanno sempre quello che dovrebbero fare gli altri. Quale può essere l’atteggiamento di una persona razionale e tuttavia non insensibile alle ragioni dell’umanità?
Il problema ha un ambito generale. Se qualcuno ha sete, non ha che da bere acqua. Se viceversa ha il cancro, la chemioterapia ha pesantissime controindicazioni e per giunta non sempre contrasta adeguatamente la malattia. Ciò malgrado, chi si asterrebbe dal curarsi con la chemio, solo perché si perdono i capelli e si hanno parecchi altri malanni?
Un rimedio non cessa di essere consigliabile solo perché ha anche conseguenze sgradevoli: la sua positività dipende infatti da un bilanciamento tra vantaggi e svantaggi. Proprio per questo è sciocco stare a sottolineare lungamente i lati spiacevoli: o si dimostra che essi prevalgono sui benefici oppure si può smettere di parlarne.
Nel caso degli emigranti rimandati in Libia, è vero, si frustrano le speranze di centinaia di poveracci; è vero, qualcuno sfugge a regimi infami e vorrebbe chiedere asilo politico (ma pare possa farlo anche presso le autorità italiane in Libia); è vero, in Libia queste persone potrebbero essere trattate malissimo e magari essere rimandate a morire nel deserto. Ma se questa politica italiana fosse mantenuta, il flusso degli emigranti dall’Africa verso l’Italia cesserebbe, e non ci sarebbe più nessuno rimandato in Libia, nessun emigrante frustrato, nessun emigrante mandato a morire nel deserto. La sofferenza di quei 227 e di quegli altri che dovessero mettersi in mare in queste settimane sarebbe un alto prezzo da pagare, ma da pagare per evitare che altri emigranti muoiano in mare a centinaia, come è avvenuto, o che vengano a vivere una vita di stenti, quando non di criminalità, in Italia.
Non è l’unico caso in cui la pietà e la moderazione fanno incancrenire il problema. Se non si cedesse ai ricattatori, i primi ricattati pagherebbero un prezzo altissimo ma la pratica criminale cesserebbe. Infatti mancherebbe il profitto che ne è la molla. Fra l’altro, non va dimenticato che a volte il ricattato paga e non per questo evita il male minacciato, inclusa l’uccisione dell’ostaggio.
Né diversamente vanno le cose per i pirati al largo del Corno d’Africa. Anche qui, si fanno mille discorsi per non adottare la politica più semplice: basterebbe sparare dall’alto delle navi sui barchini dei pirati e tutto finirebbe dall’oggi al domani. Pratica dura, magari eccessiva verso dei ladri del mare che tuttavia non vengono per uccidere? Sarà, ma questo sistema farebbe cessare la pirateria, mentre gli attuali rimedi sono inefficaci.
E poi, non sono gli stessi pirati che hanno minacciato di uccidere i marinai, se il riscatto non è pagato? O se, Dio liberi, qualcuno avesse in mente di intervenire nelle loro basi?
C’è naturalmente da preoccuparsi della vita degli innocenti marinai già in loro mano. Ma anche a questo riguardo è facile osservare che, se si fosse reagito con questa durezza sin dalla prima volta, quei pochi marinai – anche se è doloroso dirlo - sarebbero stati solo una controindicazione: innanzi tutto non è detto che, mancando il profitto, i pirati avrebbero messo ad esecuzione la loro minaccia, e, comunque, dopo non ci sarebbero stati altri arrembaggi. Se invece si è molli, il numero dei marinai prigionieri dei predoni aumenta, come è di fatti aumentato, e nulla assicura che una volta o l’altra non ci sia un massacro.
Quando, per non pagare un piccolo prezzo, se ne paga poi uno più grande, non si dimostra buon senso. Ma questa è una qualità di cui l’epoca contemporanea non sembra abbondare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

CULTURA
10 marzo 2009
LA CONTRADDIZIONE DEL GENIO

LA CONTRADDIZIONE DEL GENIO

Michele Serra, incontestato genio di “Repubblica”, scrive un articolo contro il “piano casa” e coglie l’occasione per stigmatizzare l’accusa, rivolta alla sinistra, di frenare sempre. “Lo slogan "sinistra del no" – afferma - è semplice e funzionale: attribuisce all'opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un'alacre attivismo”. Che invece il governo non ha, come Serra non ha alcun attivismo ortografico.

Secondo lui quell’accusa di essere “la sinistra del no” è un mero pregiudizio, con l’aggravante “che il merito delle questioni scompare. Si fissano (o si rifissano) le parti in commedia, quella dell'operoso Berlusconi e quella dei suoi neghittosi osteggiatori, e si evita accuratamente di parlare delle scelte concrete, delle loro conseguenze, dei pro e dei contro”. Qui il grande giornalista ha ragione, è cosa da non farsi. Dimentica però un piccolo particolare, riguardo al caso concreto: il “piano casa” non è stato ancora pubblicato. Dunque, è proprio lui che non tiene conto dei dati concreti, è proprio lui che parla contro norme che ancora non conosce, come non le conosce nessuno, per la semplice ragione che non sono ancora state precisate.

“Quando si tratti, poi, di decidere se è giusto o ingiusto dare corso legale a centinaia di migliaia di piccoli abusi edilizi, favorire l'iniziativa privata magari a scapito di interessi collettivi nevralgici come l'integrità del paesaggio (quel che ne resta), ri-condonare di fatto l'attitudine anarchica che molti italiani scaricano sul territorio, allora ci si accorge che si deve risalire la china della caricatura propagandistica costruita in anni di sapiente semplificazione dei problemi”. Ma questo opinionista che bada tanto ai fatti, che sfugge così completamente alle suggestioni televisive e alla propaganda per i gonzi, come può dare per certi migliaia di abusi a scapito degli interessi collettivi, ecc., se ancora non si sa - e non sa lui stesso - di che cosa si stia parlando? Tutto il suo articolo è una negazione dell’accusa, rivolta alla sinistra, di pronunciare dei “no” pregiudiziali, ed ecco che si dà la zappa sui piedi. Scrive un articolo per dire un “no” pregiudiziale, appunto, ad un provvedimento che non conosce, come non lo conosce nessuno, per l’ottima ragione che ancora non esiste. E se poi, una volta conosciuto, quel provvedimento meritasse le critiche che oggi gli si rivolgono, come potremmo prendere sul serio l’obiettività e la buona fede di Serra, ricordando che le stesse cose le ha dette quando ancora non lo conosceva?

Un bel proverbio meridionale così recita: “Fatti una buona fama e puoi andare a dormire”. Michele Serra è considerato un grande giornalista e un grande umorista e può dunque scrivere un articolo come questo, sul secondo giornale d’Italia. Ma stavolta, se umorismo c’è, è involontario.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

10 marzo 2009

CULTURA
1 marzo 2009
IDEOLOGIE FUORI MERCATO

IDEOLOGIE FUORI MERCATO

Moltissimi degli attuali adulti, richiesti di distinguere le due fazioni essenziali della politica italiana, direbbero che sono i comunisti e i fascisti. Oppure i socialdemocratici e i liberali. Ma nel Ventunesimo Secolo bisogna cambiare le categorie.

I fascisti non sono più in giro dal 1945. Chi ne parla lo fa per fini educativi, come le madri che parlano dell’Uomo Nero. E qualcuno, in mancanza di vittorie reali, si vanta di averlo ucciso.

I comunisti, dopo essere stati la speranza del futuro, sono il fallimento del passato. Resistono dove sono riusciti a mantenere la dittatura e come ideologia non contano più. Ma ci sono, appunto, i socialdemocratici e i liberali, dirà qualcuno. Purtroppo, non è del tutto esatto.

I socialdemocratici hanno avuto importanza quando avevano delle mete da raggiungere: l’assicurazione contro le malattie, le pensioni sociali, le famose conquiste sindacali e molte altre cose che si riassumevano in un riequilibrio sociale a favore dei più deboli. Se pure al prezzo di un allargamento dell’ambito dello Stato e dei suoi prelievi fiscali. Ma questo non poteva durare all’infinito. Relativamente presto ci si è accorti che il carro dello Stato, gravato di troppi pesi, rallentava vistosamente. La “giustizia sociale” non aveva e non ha dinanzi a sé un cammino infinito. Un esempio per tutti: si è partiti con l’idea che il “padrone” sfruttava i lavoratori (mitologia comunista) e dall’idea che lottare contro il padrone era moralmente giusto ed economicamente conveniente. Bisognava ricuperare ulteriori parti della ricchezza prodotta, rosicare il plusvalore. Poi si è visto che esagerando c’è un momento in cui l’impresa chiude, e si è vistosamente rallentato. In Germania i lavoratori hanno accettato una riduzione dei salari, pur di conservare alcune imprese nel Paese. Il mito è a fondo corsa, ha sbattuto contro un limite invalicabile.

Nello stesso periodo i liberali, partiti dalla mentalità del Padrone delle Ferriere, si sono adattati a trovare naturale una politica sociale e compassionevole. La loro resistenza alla sinistra è stata più tecnica che ideologica e oggi si è giunti al momento in cui la discussione non verte su che cosa fare, ma su come farlo. Il programma è comune e si discute solo sulla sua realizzabilità. Non diversamente da come alcuni allenatori consigliano la marcatura a zona e altri la marcatura a uomo.

La distinzione non è più teorica, ma fattuale, fra idealisti e realisti. Gli idealisti pongono l’accento sui valori, sulle posizioni irrinunciabili, sulla dignità dei lavoratori, sulla pietà per i più poveri (mai colpevoli di essere tali) e non raramente, quando propongono un piano, sono fieri della loro generosità e della loro volontà di fare il meglio. Non si chiedono gran che se il Paese se lo possa permettere o no: è una cosa da fare e i conservatori obiettano solo perché hanno un’anima da ragionieri. Non vedono che ci sono casi in cui bisogna gettare il portafogli oltre l’ostacolo.

I realisti sono invece quelli che accettano di partire dalla realtà com’è e oltre essa non vanno. Se il ministro Brunetta impone agli assenti il pagamento di una piccola somma e l’assenteismo statale cala del 40% essi ne deducono che, prima, quel 40% approfittava di regolamenti troppo permissivi. E sono contenti. Gli idealisti al contrario pensano sia inumano obbligare qualcuno ad andare a lavorare mentre non ne ha voglia e forse (forse) si sente male. È inumano e antisindacale. E sono indignati quando qualcuno proclama Brunetta il più grande ministro della salute di tutti i tempi, viste le decine di migliaia di guarigioni ottenute in un sol colpo.

Dopo una stagione, durata mezzo secolo, in cui la grande massa degli italiani è stata tendenzialmente idealista, è arrivato il momento in cui essa ha perso le proprie illusioni e vota per partiti privi di grandi ideali. Partiti che promettono cose concrete, perfino antisindacali ma utili.

Quella che ancora oggi chiama se stessa sinistra, dinanzi a questo panorama, si gratta la zucca e non si capacita. Vorrebbe vendere un’ideologia scaduta e non trova compratori. E crede che le rimanga solo la risorsa di stramaledire il capo dei filistei.

La vera soluzione sarebbe invece quella di accettare che il Manifesto di Marx è fuori moda. Che il programma dei lendemains qui chantent (un futuro felice e radioso) è incredibile. Bisognerebbe non opporsi e basta ad un governo moderato ma batterlo sul suo stesso terreno, proponendo autentiche migliorie ai progetti tendenzialmente comuni. Bisognerebbe spiegare agli elettori che si sarebbero fatte le stesse cose: solo meglio. Questo darebbe qualche possibilità per il futuro. L’opposizione alla Di Pietro porterà qualche voto a quel piccolo, dannoso politicante, ma mai la sinistra al potere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

27 febbraio 2009

CULTURA
18 febbraio 2009
IL PROBLEMA DELLA SINISTRA

IL PROBLEMA DELLA SINISTRA

La situazione attuale della sinistra è problematica e forse una soluzione vera e propria non esiste. Qualcuno può rimpiangere i numeri e il successo del Pci ma quel partito disponeva di vantaggi che non esistono più: aveva un’ideologia, se non indiscutibile, certamente “forte” e che molti vedevano vincente. Aveva come punto di riferimento una superpotenza di cui poteva (mentendo) vantare i successi. Infine non era mai al governo, sicché non era mai chiamato a realizzare le sue promesse. Non ci si possono dunque aspettare dall’erede di quel partito gli stessi numeri e le stesse percentuali.

La realtà contemporanea è post-ideologica. I modelli di governo variano poco sia che vincano – per intenderci – i laburisti, sia che vincano i conservatori. Il mondo attuale è dominato dai fatti. Molti hanno sperato che Obama, succedendo all’impopolare Bush, risolvesse con un colpo di bacchetta magica i problemi degli Stati Uniti ma non è stato così e non sarà così. Non per demerito suo, semplicemente perché “i fatti sono la causa di morte di molte teorie”. E la grande novità è che a questa conclusione sia arrivata la maggioranza degli italiani.

Il Pci poteva promettere la luna e molti gli credevano. I sindacati hanno potuto parlare a lungo di ineguaglianze sociali, di tassazione dei ricchi e di ridistribuzione della ricchezza; oggi la gente è troppo informata per credere a queste fandonie. Per questo quando la Cgil tuona contro il precariato i giovani le rispondono in cuor loro che preferiscono piuttosto mettere un piede nel mondo del lavoro che aspettare un posto a tempo indeterminato che potrebbe non arrivare mai. Come se non bastasse, con l’alterigia di chi detiene il verbo, la Cgil ha infine rotto l’unità sindacale, rischiando di auto-emarginarsi. Giove rende dementi coloro che vuol perdere.

Il centro-sinistra non è molto lontano dal centro-destra, è socialdemocratico nella sostanza, ma è svantaggiato dalle mitologie di cui non riesce a liberarsi. Si dichiara a favore dei clandestini, delle leggi che fanno uscire dal carcere i condannati, degli immigrati, dei somari a scuola, dei sindacati anche quando sono nocivi, dei laici nei problemi bioetici e non importa neppure, alla fine, se abbia torto o ragione, nei singoli casi: importa che non sente più il polso del paese. Non capisce che andare contro Brunetta è da suicidi. Continua a sbagliare, come quando ha “rifiutato” i quaranta euro per i poveri chiamandoli con aristocratico disgusto “un’elemosina”. C’è gente che con quella sommetta può fare la spesa. È una continua sconfitta. Il Pd guarda con disprezzo agli atteggiamenti demagogici della Lega e la Lega guadagna punti percentuali. Si dissocia dalla politica di Di Pietro ma Di Pietro è vicino agli strati meno raffinati; in totale non solo ha perduto il messaggio rivoluzionario marxista-leninista ma appare più un club radical-chic che un partito dei lavoratori. Infine, diversamente dal centro-destra, non dispone di un leader carismatico e vincente. Veltroni, personalità inconsistente, è stato del tutto inadeguato ma bisogna riconoscere che è stato oggetto di critiche non univoche: segno che la formazione che aveva dietro di sé era composita e contraddittoria. Ed anche segno che un altro, al posto suo, probabilmente non avrebbe fatto meglio.

Il Pd è incerto sulla propria stessa identità, subisce la concorrenza di un “alleato” scorretto (ma perché l’hanno accettato?), e manca di un programma alternativo. Manca persino di singole proposte di soluzione e non ha il coraggio di associarsi a quelle positive della maggioranza: gliene lascia l’esclusivo merito. In totale soffre di una perdita di credibilità di cui la sconfitta di Soru in Sardegna è una conseguenza. Il Paese è in recessione ma gli italiani sono convinti che a Palazzo Chigi la sinistra farebbe anche peggio.

Se non si tiene conto dei partiti dell’estrema sinistra, che gli elettori hanno praticamente cancellato, oggi le due grandi coalizioni hanno programmi sostanzialmente equivalenti. La differenza è negli uomini che li rappresentano e nella sensibilità agli umori del Paese. Gli uomini del centro-destra non fanno certo faville, ma quelli del centro-sinistra riescono perfino ad essere peggiori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 febbraio 2009

 

CULTURA
28 gennaio 2009
LO SCISSIONISMO DELLA SINISTRA

LO SCISSIONISMO DELLA SINISTRA

Lo scissionismo della sinistra in Italia è una malattia endemica che merita spiegazione.

Se una teoria nasce dalla realtà concreta, cercherà sempre di adattarsi ad essa. La monarchia ad esempio è cambiata: mentre nel 1649 Carlo I Stuart preferì farsi decapitare piuttosto che rinunciare al principio del diritto divino, oggi nessun re si intestardirebbe a chiedere il potere assoluto e tutte le monarchie europee (salvo lo Stato della Città del Vaticano) sono costituzionali.

Le cose vanno diversamente quando alla base di una dottrina non c’è la realtà ma un dogma sovrannaturale. La Chiesa per esempio ha stabilito il principio della difesa della vita quando la mortalità infantile era un’autentica piaga e lo mantiene ancora oggi, quando la piaga è diventata la sovrappopolazione: questo perché ne ha fatto un principio immodificabile, fino a vietare la contraccezione dove i bambini muoiono di fame e fino a chiedere che la donna stuprata non abortisca. Il dogma, una volta formulato, è immodificabile, qualunque ne sia il costo: dallo scisma anglicano all’allontanamento della maggior parte dei credenti. Dio non può cambiare opinione.

Lo scissionismo della sinistra si spiega nello stesso modo. Questa parte politica reputa di disporre di un metro infallibile per misurare il bene e il male avere una propria Bibbia intangibile: i sacri testi marxisti. Purtroppo, come è avvenuto nella storia della Chiesa, la realtà è mutevole e i testi si prestano ad interpretazioni. Il   risultato è che il singolo comunista serio vive il dissenso altrui non come una diversità di opinione ma come un’eresia pericolosissima, una negazione della fede, una collusione col nemico. Mentre nell’ambito liberale chi ha un’opinione diversa dalla maggioranza sa di doversi inchinare ad essa, in base ad un principio di democrazia, nell’ambito dogmatico il singolo, sulla base della sua interpretazione dei testi, si considera l’unico fedele alla vera dottrina. È la maggioranza che la sta tradendo e dunque lui, costi quel che costi, ha il dovere di riconfermarla nella sua purezza: è ciò che pensavano Maometto, Lutero, Hus, Calvino.

La certezza di essere nel giusto rende intolleranti. Il comunista che si convince del tradimento del proprio partito non si lascia scoraggiare dal fatto che ogni scissione è nociva; non pensa che si indebolisce il movimento dei lavoratori e che non tutti i dissensi valgono una guerra: piuttosto che piegarsi è disposto a tutto. La flessibilità e il compromesso sono infatti altrettante forme di debolezza, di simonia, di tradimento. Il vero credente ha il dovere di tenere alta, anche da solo, la bandiera del dogma.

Quando Occhetto fondò il Pds, coloro che reputarono questa operazione un tradimento degli ideali del Partito Comunista Italiano fondarono un partito alla sua sinistra. Quando una frazione di questo Partito reputò a sua volta che si fosse imboccata una strada sbagliata, si ebbe una scissione degli scissionisti e nacque il Partito dei Comunisti Italiani. A farla breve, ecco che cosa abbiamo oggi: il Partito della Rifondazione Comunista, Iniziativa Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, il Partito Comunista Italiano Marxista Leninista, la Lista Comunista per il Blocco Popolare, il Partito Comunista dei Lavoratori, la Sinistra Critica,  il Partito di Alternativa Comunista, e l’ultimo venuto di Niki Vendola, la Rifondazione per la Sinistra. E a questi si aggiungono il Sole che Ride e la Sinistra Democratica. Si potrebbe fare giustificatamente del sarcasmo, su questa tendenza all’atomizzazione, ma sarebbe fuor di luogo. La colpa non è dei frazionisti: è di una concezione religiosa della politica.

Il liberale si sente a disagio, quando parla con persone che appartengono a questa galassia aggrappata al dogma: essendo abituato a ragionare sui fatti non può capire chi, invece di riconoscere l’enorme errore storico del marxismo, sogna che quel sistema potrebbe ancora funzionare. Il moderato parla dei disastri che il comunismo ha provocato nei paesi dell’Est europeo, in Cina, a Cuba, in Vietnam, e ottiene dal comunista solo contorsioni mentali e la riconferma che il sistema è buono: sono gli uomini che non sanno farlo funzionare. Come se, in futuro o altrove, dovessero farlo funzionare gli angeli.

Il buon senso consiglia di non discutere mai con i cattolici ferventi, con i comunisti e con gli antisemiti. Non si ottiene mai nulla. Bisogna solo evitare di cadere in loro potere. La storia ha chiaramente spiegato che cosa si rischia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 gennaio 2009

 


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