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POLITICA
19 settembre 2014
LA SECESSIONE DELLA SCOZIA NON CI SARA'
La secessione della Scozia non si farà. A questo punto ogni commento è inutile. È come quando si sfugge per un pelo ad un brutto incidente stradale: non esistono ferite e danni da incidenti non avvenuti. E tuttavia l'episodio induce a riflessioni. 
Vivendo lontani da quella nordica regione, magari non si hanno tutti gli elementi di cui dispongono gli specialisti, in particolare in un campo, quello finanziario, che sembra tuttavia cruciale. Ma i commentatori in coro hanno detto che ci aspettava il "sì" soprattutto dalle persone emotive e dai sedicenni, a cui è stato concesso di votare proprio per incrementare il favore all'indipendenza. Infine l'affluenza alle urne è stata altissima, l'85%. Mettendo insieme questi dati ne risulta che gli stessi organizzatori del referendum sapevano che la secessione non era - o non appariva - ragionevole. E infatti contavano sulla suggestione della parola "indipendenza" e sull'idealismo dei giovanissimi, disinformati per età. E la constatazione è triste. 
Ancora una volta in democrazia lo scopo da raggiungere prevale sui mezzi impiegati per raggiungerlo. Anche se i promotori della secessione diranno che propugnavano una secessione "ragionevole e utile", è chiaro che erano disposti ad ottenerla con mezzi "emotivi e scorretti". E in Occidente questa è cosa di cui ci si dovrebbe vergognare. I comunisti hanno imposto dovunque la dittatura "per il bene del popolo che non capisce", invece la democrazia vuole che si faccia quel che il popolo desidera, senza che lo si inganni. Se poi "non capisce" e sbaglia, la pagherà. In democrazia il popolo è considerato adulto. 
Tutto questo meccanismo dimostra comunque quanto sbagliata fosse la proposta che non ha vinto. Presumendo che, come si dice, abbiano votato per il "sì" soprattutto gli emotivi, si spiega l'altissima affluenza alle urne. Mentre di solito i vecchi tendono a non scomodarsi per andare a votare - perché disillusi di tutto, perché stanchi e malandati - stavolta si direbbe che abbiano ritrovato il vigore della giovinezza, pur di contrastare una decisione dannosa per la loro piccola patria. In questo senso si rivelerà un boomerang anche il voto ai sedicenni perché questi, crescendo, diranno ai figli: "Anch'io, a suo tempo, ho votato per l'indipendenza, ma poi ho capito che era un errore".
Più interessante sarebbe sapere se questa apertura ai sedicenni sarà mantenuta per altre occasioni elettorali. Normalmente, se si considerano i giovanissimi come "prevalentemente emotivi", ci sarebbe da aspettarsi un voto per il Labour Party, ma ciò proprio in Scozia, dove quel partito vince da sempre, potrebbe rivelarsi ininfluente. Col sistema del seggio uninominale, che il candidato prevalga con una percentuale più o meno forte non ha importanza. 
Naturalmente si sarebbe lieti di sapere se, al di là di ciò che ne dicono i commentatori e gli interessati, quell'indipendenza sarebbe stata o no un affare. Purtroppo, è un problema troppo complesso per trattarlo brevemente o per giungere ad una conclusione incontestabile. 
Malgrado un nome pieno di fascino romantico, e malgrado la bellezza di una città come Edinburgo, la Scozia è una regione senza importanza. È povera (salvo il dono del petrolio di un Allah geograficamente distratto) ed ha gli stessi abitanti della Sicilia. Ma una Sicilia dal clima infame
Il vagamente astioso nazionalismo scozzese sembra più una ipercompensazione nei confronti degli inglesi, tanto più numerosi ed importanti, che l'affermazione di una convinta superiorità. Se ci sono tante barzellette sulla tirchieria degli scozzesi è perché un tempo erano talmente poveri che, quando scendevano in Inghilterra, gli inglesi pensavano che non volessero spendere perché avari. 
In generale si direbbe che la Scozia abbia vagheggiato la sua indipendenza come quei ragazzi che, a vent'anni, spasimano dal desiderio di "andare a vivere da soli". È soltanto dopo che scoprono che chi vive da solo riceve le bollette della luce, del gas, del telefono,  e che tutto ciò che serve in casa va comprato. 
Un altro motivo per l'indipendenza, si può immaginare, è la stanchezza, anzi l'indignazione, di vedersi chiamare "inglesi" all'estero. Per gli scozzesi è come sentir negata la propria identità. 
Ma questi ultimi sono argomenti di conversazione da trattare dopo avere fatto molto onore ad uno degli articoli di più meritato successo per le esportazioni scozzesi: il whiskey.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 settembre 2014


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POLITICA
15 settembre 2014
LA SECESSIONE DELLA SCOZIA
Riguardo alla minacciata secessione della Scozia, c'è una considerazione che sovrasta le possibili conseguenze per la Gran Bretagna e perfino per gli altri movimenti indipendentisti: il problema delle dimensioni degli Stati.
In natura, grosso significa forte. La gente parla dell'inimicizia fra cani e gatti: di fatto i cani possono vedere i gatti come prede mentre i gatti non se lo sognano nemmeno, di vedere come prede i cani. Perché sono più grossi. Del resto, i cani che sono aggressivi con i gatti lo sarebbero anche con le tigri? 
Per quanto riguarda gli Stati, il problema si configura in modo diverso in tempo di pace e in tempo di guerra. In tempo di pace le grandi dimensioni hanno importanza per le economie di scala, per l'ampiezza del mercato interno e per il sostegno alle zone più povere da parte delle più ricche. Ché anzi, è proprio quest'ultima la ragione per la quale la Catalogna o la "Padania" sognano l'indipendenza: pensano con qualche ragione che, separate dal resto del Paese, sarebbero più ricche e pagherebbero meno tasse. E corrispondentemente sarebbe veramente sciocca una Calabria che sognasse l'indipendenza. L'idea di una secessione è spesso comprensibile dal punto di vista economico ma lo è molto meno dal punto di vista della sicurezza. 
Parlare di questo argomento in un'Europa che vive in pace da quasi settant'anni appare a molti sorprendente. La guerra, si pensa, è una cosa che appartiene ai libri di storia. Una cosa da selvaggi. Anche chi reputa la Germania all'origine dei nostri guai economici non sogna per questo di dichiararle guerra, neanche con degli alleati. Siamo persone civili. A massimo alziamo la voce, non le mani.
Questo punto di vista è del tutto erroneo. Attualmente non è imminente o probabile nessuna guerra ma, essendo essa una delle caratteristiche della specie umana (come lo è delle formiche) non la si esorcizza con l'ottimismo. È fatale che prima o poi ricompaia  e allora, dal punto di vista militare, le dimensioni contano. Se l'Iraq invade il Kuwait, gli Stati Uniti possono concepire il piano di bacchettare Saddam Hussein e fargli sputare l'osso. Ma se oggi la Russia invadesse l'Ucraina, chi prenderebbe le armi per difendere Kiev? Diremmo tutti che l'azione di Mosca è immorale, inqualificabile, criminale, ma non andremmo oltre le parole. L'orso russo è molto grosso. 
Chi parla di secessione o d'indipendenza, lo fa considerando che non ci saranno più guerre. In realtà, quando il cielo si annuvola, un Paese grande si chiede che cosa gli convenga fare, mentre un Paese piccolo, se attaccato, può soltanto arrendersi o sperare che un alleato potente lo difenda. Ma a sua volta questo alleato interverrà militarmente soltanto se gli conviene.
Nel caso della Scozia, il pericolo di un'invasione è remoto, perché quella regione non è ricca, non ha vicini (a parte l'Inghilterra) e comunque può contare sul fatto che Londra, gelosa della sua insularità, interverrebbe nel proprio interesse. Ma se la Sicilia fosse indipendente - condizione che vagheggiava dopo la Seconda Guerra Mondiale - in caso di attacco, l'Italia si mobiliterebbe per difenderla? C'è da dubitarne. Essa costa più di quanto non renda e non è strategica per la difesa della penisola.
La storia fornisce conferme. Secondo le alleanze, nel 1939, quando la Germania invase la Cecoslovacchia, le potenze occidentali sarebbero dovute intervenire in difesa di Praga. Ma non lo fecero. Non erano in ballo loro interessi vitali e, sperando che il dittatore di Berlino si sarebbe contentato di quella preda, preferirono mancare di parola. Perfino quando Hitler invase la Polonia la Francia non lo attaccò, si limitò alla "drôle de guerre" (la strana guerra) rintanandosi dietro la Linea Maginot. Tutti speravano che il temporale si scatenasse su altri.
Da qualunque punto si parta, si arriva sempre alla stessa conclusione: quando si tratta di difesa, cioè di guerra, cioè di morire, ognuno pensa a sé stesso e i piccoli non hanno speranza. In altri termini, è per amore di Edinburgo e di Milano che si deve essere per l'integrità della Gran Bretagna o dell'Italia. La piccola Svizzera, pur avendo dei vicini civili, è armata fino ai denti. Israele non ha questa fortuna e infatti, oltre ad avere un fortissimo esercito, si è anche dotata della bomba atomica: a chi ti minaccia di sterminio è necessario rispondere con una minaccia parimenti credibile.
Ma siamo in tempo di pace, e nessuno, mentre si rosola sotto il sole d'estate, crede alla tormenta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 settembre 2014

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permalink | inviato da giannipardo il 15/9/2014 alle 10:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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