.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
CULTURA
7 aprile 2014
ÉTIENNE DE LA BOETIE
Ogni Paese ha la sua cultura e dunque un italiano che non abbia mai sentito parlare di Étienne de la Boétie è del tutto giustificato. I più colti lo conoscono come “l’amico di Montaigne” ma molti non hanno sentito parlare neppure di Montaigne. E tuttavia questo ragazzo - morì a trentatré anni - fu capace, a diciotto, di scrivere un trattatello di cui ancora si parla: “De la servitude volontaire”. 
La tesi è che il popolo è schiavo, chiunque sia al vertice: un dittatore, un re, o anche dei capi che il popolo stesso ha eletto. La società ha comunque la struttura di una piramide. Al sommo sta chi comanda. Attorno al capo c’è un gruppo di collaboratori e il legame è dato contemporaneamente dall’interesse e dalla paura. I collaboratori da un lato sperano di ricevere dal capo consistenti vantaggi, dall’altro temono che egli possa danneggiarli se non lo sostengono adeguatamente. Il capo da parte sua da un lato se li tiene buoni e li beneficia, dall’altro li teme, perché sa che se essi cessassero di sostenerlo potrebbe cadere. Tutti insieme però, con un meccanismo a cascata, e sempre in base allo stesso principio dell’interesse e della paura (di amicizia e di lealtà non si parla nemmeno), comandano al popolo. Questi - si pensa - non può che subire ed obbedire. Ma La Boétie non è d’accordo e infatti chiede: perché lo fa? Quelli che dispongono di una parte del potere hanno almeno interesse a sostenerlo perché ne beneficiano – e infatti sono schiavi per così dire entusiasti - ma il popolo è chiamato soltanto a pagare per tutti, e non si comprende perché accetti una simile condizione.
La risposta del francese fu che i sudditi, nascendo, si trovano inseriti in una società che funziona già nel modo che si sa e la trovano per così dire inevitabile e giusta. Sono convinti che la loro condizione naturale sia quella di essere schiavi e lo divengono volontariamente. In realtà, se soltanto volessero essere liberi, liberi sarebbero. E infatti, a parere di molti, La Boétie è uno dei precursori dell’anarchismo.
La teoria contiene molti elementi di verità, è suggestiva, e tuttavia, riflettendoci, appare poco utile. Sembra più uno scatto di malumore, un azzardato confronto fra la realtà com’è e la realtà come vorremmo che fosse, che una proposta. Infatti bisogna chiedersi: la società può fare a meno della polizia, dell’amministrazione della giustizia, delle strade e insomma di tutta quell’organizzazione che la fa funzionare pacificamente? E una così gigantesca macchina può funzionare senza un finanziamento, dunque senza imposte? È inutile chiamare servitude, schiavitù, la sottomissione alle norme della comunità. L’horror vacui non esiste solo in natura, esiste anche in politica. Se non ci fosse lo Stato come lo conosciamo non è che saremmo liberi: saremmo schiavi del capomafia locale e tutta la differenza sarebbe che, invece di pagare l’Imposta sul Valore Aggiunto, pagheremmo il pizzo. Con la sanzione della schioppettata.
L’uomo civile è portatore di diritti e di doveri. La Boétie viveva in un momento storico, il Cinquecento, violento e a volte perfino feroce, ma la sua teoria non può essere estesa a regimi civili e rispettosi dell’individuo come quello di cui da secoli dà l’esempio la Gran Bretagna. E dunque dalle sue idee si può trarre un’altra lezione. 
Il dovere del cittadino di obbedire alle leggi non nasce dalla morale, nasce dalla necessità. Non dalla stima per il potere (che spesso non la merita), ma dalla sua inevitabilità. Il cittadino si conforma non perché sia bello e commendevole inchinarsi a chi governa, ma perché disobbedendo avrebbe più guai che obbedendo. Dunque mentalmente non è uno schiavo, perché conserva intatto il suo valore e non concede a chi lo comanda nessuna superiore dignità. Pagherà la contravvenzione stradale, ma non considererà per questo il poliziotto che lo multa un suo superiore. Non sarà mai uno schiavo “volontario”. E sarà pronto a fare la rivoluzione se il potere esagera.
Bisogna ridere della retorica di cui lo Stato si ammanta per legittimarsi ed essere meglio obbedito. Il cittadino deve obbedire per paura, soltanto perché è il male minore. Ma pensa che Socrate abbia fatto malissimo a non fuggire da Atene, una volta condannato. Le leggi non meritano affatto l’omaggio che egli ha loro tributato, col suo sacrificio, e forse, con quel gesto, ha commesso l’unica azione sbagliata della sua vita. Ha invitato milioni di persone a genuflettersi dinanzi allo Stato, un po’ come i gerarchi russi che durante le Purghe non rinnegavano Stalin. 
Lo Stato è una necessità e come tale bisogna accettarlo. Nulla di più. In quanto all’amore, ne merita di più il nostro cane.
Lista quattro, Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 aprile 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. boetie potere stato schiavitù

permalink | inviato da giannipardo il 7/4/2014 alle 13:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
18 gennaio 2010
HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE
Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

sfoglia
marzo        maggio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.