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politica estera
6 dicembre 2011
PARIGI E BERLINO SI ACCORDANO SULLA GESTIONE DELLE CRISI

Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno presentato le grandi linee del nuovo trattato voluto dalla coppia franco-tedesca.

“Fare delle proposte allo scopo di garantire il futuro dell’Europa” nell’ottica del summit europeo dell’8 e 9 dicembre. Ecco il menu della colazione fra Nicola Sarkozy e Angela Merkel questo lunedì. Parigi e Berlino si sono accordati su parecchi punti. Nicola Sarkozy e Angela Merkel hanno ribadito, in una conferenza stampa comune, alla fine del loro incontro, la loro ferma intenzione di ottenere modificazioni sostanziali dei trattati.

“La nostra preferenza va ad un nuovo trattato in ventisette, ma siamo del tutto pronti a farlo in diciassette e con gli altri Stati membri che desiderino di associarsi all’iniziativa”, ha indicato Nicola Sarkozy. In caso di difficoltà, se qualcuno non vuole o non può seguirci, siamo pronti a seguire la via di un trattato in diciassette”, ha insistito Angela Merkel. “L’accordo franco-tedesco è il più completo possibile”, si è compiaciuto il presidente francese. Una lettera particolareggiata sarà consegnata mercoledì al presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy.

Nicolas Sarkozy ha precisato i “capisaldi” che la coppia franco-tedesca immagina per il futuro trattato che desidera vidimare entro marzo:

v                  Niente eurobond. Nicolas Sarkozy s’è allineato sulla posizione di Berlino, reputando che le eurobbligazioni (emissioni di debito pubblico in nome degli Stati europei) “non hanno affatto senso” e “non sono in nessun modo una soluzione della crisi”.

v                  Sanzioni automatiche in caso d’infrazione della regola del 3% di deficit massimo da parte degli Stati membri. “Solo una maggioranza qualificata potrebbe opporsi a questa sanzione”, ciò che è l’inverso di ciò che avviene oggi, ha precisato Nicolas Sarkozy.

v                  Una regola d’oro rinforzata e armonizzata affinché tutti i bilanci degli Stati membri possano essere vidimati o resi invalidi dai giudici costituzionali nazionali. “La Corte europea di giustizia avrebbe il compito di verificare che le regole d’oro nazionali costituiscano un reale impegno dello Stato”, ha precisato Angela Merkel. Ma “la Corte di giustizia europea non potrà invalidare un bilancio nazionale”, ha aggiunto da parte sua Nicolas Sarkozy. Questo accordo “è perfettamente conforme al rispetto della sovranità”, ha affermato il presidente francese.

v                  Il settore privato non potrà più subire delle perdite come nel caso della Grecia per alleviare il peso del debito del Paese. Questo “non avverrà più”, ha indicato Nicolas Sarkozy, e il nuovo trattato sarà conforme alla giurisprudenza del Fondo Monetario Internazionale che esclude la partecipazione del privato. “La regola è che si rimborsano i propri debiti”, ha insistito il presidente francese.

v                  Le decisioni che riguardano il Fondo di aiuto permanente saranno prese con la maggioranza qualificata (cioè circa l’85% dei voti) e non più all’unanimità. “Non vogliamo che alcuni possano bloccare la marcia del treno”, ha dichiarato Angela Merkel. D’altra parte, questo fondo dovrebbe essere funzionante sin dal 2012 e non dal 2013 come si era convenuto prima.

v                  I summit europei dei capi di Stato e di governo si terranno una volta al mese, “finché durerà la crisi”, ha indicato Nicolas Sarkozy. Prima della crisi, si tenevano quattro volte l’anno al massimo.

Nicolas Sarkozy ha aggiunto che egli rispetta l’indipendenza della Banca Centrale Europea. Durante queste ultime settimane si sono sentite molte voci che chiedevano che l’istituzione monetaria comprasse una maggiore quantità di titoli di debito degli Stati sui mercati allo scopo di contenere la crescita dei tassi d’interesse subita per esempio dall’Italia o dalla Spagna.

Le Figaro, 5 dicembre 2011

Trad.dal francese di Gianni Pardo

http://www.lefigaro.fr/conjoncture/2011/12/05/04016-20111205ARTFIG00505-paris-et-berlin-s-accordent-sur-la-gestion-des-crises.php


Per chi volesse il punto di vista tedesco, dalla Bild Zeitung:

IL TRT

IL TRATTATO  DEI DEBITI ZERO DOVREBBE SALVARE L’EURO

L’agenzia di valutazione Standard & Poor’s spara contro la Germania, la Francia e l’intera Europa.

Minaccia Berlino con la perdita della valutazione massima della tripla A e la Francia perfino con la perdita di due gradini. La fiducia nella politica della crisi è bassa. Il vertice europeo di giovedì e venerdì dovrebbe rimetterla in piedi, da lì dovrebbero arrivare i segnali ai mercati: abbiamo un piano per la crisi, ce la facciamo!

Lunedì si sono già incontrati a Parigi Angela Merkel e il Presidente della Francia Nicolas Sarkozy, ed hanno indirettamente minacciato gli Stati al di fuori della zona euro con un nuovo sganciamento, se non sono pronti ad un rapido cambiamento dei trattati europei.

Personalmente, nel corso di un summit europeo alla fine della settimana, la Merkel desidera un accordo unanime di tutti e ventisette gli stati dell’UE. “Ma siamo assolutamente risoluti ad un cambiamento del trattato”. Se necessario anche soltanto fra i 17 Stati della zona euro.

Lo scopo è lo stabilimento di un drastico impegno ad una politica di zero debiti degli Stati dell’Ue.

E ne sono parte:

v   Una “Frenata sui debiti” nelle Costituzioni nazionali (la Germania ce l’ha già), il cui mantenimento sarà sorvegliato della Corte di Giustizia europea.

v   Il rifiuto di “Eurobonds” (responsabilità comune per i debiti).

v   Sanzioni automatiche per i colpevoli di debiti, che non dovrebbero più essere più o meno annullate politicamente.

v   Una Banca Centrale Europea “strettamente indipendente” (Sarkozy).

v   Incontri mensili dei capi di Stato e di Governo per il controllo e per un maggiore sviluppo dell’economia.

v   Il futuro ombrello di protezione dell’ESM dovrebbe entrare in vigore nel 2012 invece del 2013.

Il nuovo trattato europeo dovrebbe essere pronto nel marzo 2012 e dovrebbe ristabilire la fiducia nell’euro.

Il Primo Ministro italiano Monti ieri ha difeso la sua manovra di risparmio, con la quale il Paese dovrebbe uscire dalla sua palude di debiti. “Senza questo ‘pacchetto’ di risparmi e riforme l’Italia crolla e finisce in una situazione come quella della Grecia. Sappiamo tutti che ci verrebbero imposti sacrifici ancor più dolorosi, se non applicassimo ora queste misure”. (nik.

Trad.dal tedesco di Gianni Pardo

http://www.bild.de/politik/inland/euro-krise/null-schulden-vertrag-euro-rettung-21396602.bild.html


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7 maggio 2011
FRATTINI E BERLUSCONI, GARA DI GAFFE
I nemici all’occasione mi chiamano servo di Silvio Berlusconi. Caudatario (se sono colti) o leccaculo (se sono volgari). Infine, se sono dei sognatori, mi accusano di essere sul libro paga del Cavaliere. È quest’ultima accusa che mi offende di più: non perché troverei la cosa umiliante, ma perché né Berlusconi né nessuno, vigliacca miseria, mi dà un euro per quello che scrivo.
Dunque mi occuperò piuttosto di un paio d’amici che mi rimproverano più moderatamente di “dare sempre ragione  a Berlusconi”. Uso il buon senso in molte direzioni ma, quando si tratta di Silvio, mi arrampico sugli specchi pur di difenderlo.
Non tenterò di fargli cambiare idea. Se sono paranoico, non li convincerò. Se la loro accusa è sbagliata, non è difendendomi che mi salverò: diranno che voglio prendere due piccioni con una fava, dichiarare infallibile non solo Berlusconi ma persino il suo servo. Limitiamoci ai fatti.
Titolo sul Corriere della Sera: “Libia, missione finita in 3/4 settimane” (1). Franco Frattini: “Le ipotesi più realistiche sono di 3/4 settimane, le più ottimistiche parlano invece di pochi giorni”. Raramente il ministro di un grande Paese ha detto parole più avventate,  correndo il rischio di essere subissato dai fischi del loggione.
In guerra le previsioni sono più azzardate di quelle del calcio: nel 1914 le grandi potenze pensavano che la guerra sarebbe durata pochissimo tempo. In realtà la guerra durò moltissimo e fu tale che perfino quelli che la vinsero ne uscirono dissanguati e stremati. Meglio non fare previsioni. L’unica guerra di cui si può essere sicuri che sarà veramente “breve” è quella cui non si partecipa.
Se l’Italia fosse in guerra da sola, la frase non sarebbe grave: passato il termine, il ministro potrebbe sempre dire che il nemico resiste e bisogna continuare a combattere. Ma in questo caso l’Italia partecipa al conflitto perché membro della Nato. Lo fa malvolentieri, tanto che se alla fine si è decisa a partecipare alle azioni militari è per le pressioni degli alleati. Ora, se fra tre-quattro settimane Gheddafi non si sarà arreso, l’Italia che cosa farà? Mettiamo che prosegua nel suo impegno: Frattini ha dato fiato alla bocca solo per far fesso e contento Umberto Bossi? Se invece si ritirerà dalle operazioni militari come mai avrà fra tre o quattro settimane il coraggio che non ha avuto recentemente, quando bastava dire di no a Sarkozy?
Berlusconi in questa occasione ha fatto anche peggio di Frattini. L’impegno attivo nella campagna di Libia l’ha deciso da solo, dimenticando che la Lega non è un soprammobile della maggioranza. Essa ha il potere di far cadere il governo e il diritto di essere consultata sulle decisioni importanti. Bossi sarà rozzo e brutale, ma in questo caso la sua impuntatura è stata giustificata. Non si è trattato di insufficiente tatto politico: ha subito un’autentica mancanza di rispetto per un intero partito e per il suo leader. Talmente innegabile che Berlusconi non ha trovato una linea di difesa decente e deve ringraziare il buon carattere dell’Umberto (e il suo proprio interesse a non far cadere il governo) se alla fine, nella mozione della maggioranza, non c’è stata la smentita pura e semplice della posizione del Premier. Il problema è stato solo rinviato con l’impegno ad ottenere dalla Nato la fissazione di un breve termine della guerra.
La domanda diviene: che farà l’Italia, se la Nato dirà che vuole proseguire a tempo indeterminato? L’Alleanza non avrebbe torto. È contro ogni strategia militare annunciare in anticipo che si vuol finire la guerra: è come dire al nemico che per vincere gli basterà un giorno di più degli avversari.
Se fosse serio, l’annuncio di Frattini significherebbe che fra un mese l’Italia smetterà le azioni contro la Libia, quale che sia l’opinione della Nato. Se invece non fosse serio, e tendesse a prendere Bossi per i fondelli, bisognerebbe vedere se il Senatur è uomo da permetterlo o no. Berlusconi stavolta ha proprio “écrasé une merde”. È difficile che la notte non faccia brutti sogni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
6 maggio 2011

(1)    http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_06/frattini-fine-missione-libia_21a53fde-77b7-11e0-b371-0fccdd35dd86.shtml

politica estera
27 aprile 2011
PERCHÉ L'ITALIA BOMBARDA LA LIBIA
Se mio padre è un perfetto galantuomo, sarebbe strano che non lo trattassi col massimo rispetto. Ma questo rispetto non può estendersi fino a giudicarlo una persona intelligente se tale non è. Nello stesso modo, la democrazia è il miglior tipo di regime che l’umanità sia riuscita ad inventare ma ciò non può obbligarci a non vedere i suoi difetti.
Una persona informata e con un minimo di cultura è allarmata pensando che le sorti del Paese dipendono anche dal voto di un uomo di cui ha conosciuto la perspicacia in occasione dell’ultima assemblea di condominio. Il cittadino medio è tanto incompetente in economia, in diritto e in politica quanto lo è in chimica, glottologia e storia degli Assiri. Dunque, per ottenere il suo consenso, bisogna spiegargli i problemi in forma per lui comprensibile e la conseguenza è che la politica è grandemente influenzata dalla retorica e dalla demagogia. Fino ad esserne non raramente stravolta. Inoltre, i cittadini diffidano con ragione dei governanti e i candidati si presentano sempre sotto il migliore aspetto morale. “Gli altri sono cattivi, noi siamo buoni”, “Gli altri pensano a se stessi e ai loro amici, noi siamo disinteressati, e vi faremo ottenere ogni sorta di vantaggi”. Il tutto dà luogo ad un autentico festival delle bugie.
Il correttivo, in democrazia, è che il buongoverno e il malgoverno hanno infine effetti concreti. Può avvenire che il corpo elettorale attribuisca all’esecutivo meriti o demeriti che non ha ma esiste comunque un controllo dei risultati che può condurre alla riconferma della maggioranza o al suo insuccesso.
Questo meccanismo funziona molto meno bene in politica internazionale. Se già i cittadini sanno poco di ciò che avviene nel loro Paese, figurarsi quali idee possano avere in campo geopolitico. Non solo gli mancano le necessarie nozioni di geografia fisica ed economica, non solo non sanno molto dei flussi energetici e delle merci, delle alleanze e delle storiche inimicizie, ma non sono nemmeno equipaggiati per capire come funziona questo mondo: qui imperano infatti la nuda forza, gli interessi privi di scrupoli, l’egoismo più sconfinato elevato al livello di suprema virtù. Gli Stati hanno fra loro rapporti che, sotto l’apparenza della cortesia, corrispondono a quelli di animali in competizione per il cibo e le femmine. E che per il cibo e le femmine sono disposti a sopprimere i concorrenti.
La forza dei dati concreti spiega molti comportamenti che sorprendono l’uomo della strada. Questi non si rende conto che spesso contano più le necessità obiettive che i programmi politici. Obama ha fatto una campagna elettorale dando ad intendere che avrebbe totalmente cambiato la politica di Bush, avrebbe chiuso Guantanamo e avrebbe posto fine agli impegni bellici internazionali degli Stati Uniti, e di fatto ha lasciato tutto come prima. Anzi, ha aumentato il numero degli effettivi impegnati in Afghanistan. L’idolo delle sinistre (e delle donne) J.F.Kennedy si è reso responsabile dell’impantanamento degli Stati Uniti nel Vietnam. Un caso simile si è avuto persino da noi: Massimo D’Alema, da Presidente del Consiglio, ha impegnato l’Italia in un’azione bellica nei Balcani, a fianco degli Stati Uniti, contro la quale avrebbe ferocemente protestato – anzi, sarebbe “insorto” – se in quel momento avesse fatto parte dell’opposizione. Soprattutto tenendo conto delle tradizioni pacifiste e antiamericane della sinistra. Ma un conto è tenere un comizio a Bologna, un altro guidare l’Italia. Come ha detto Bismarck, “Quanto meno la gente sa di come si fanno le salsicce e le leggi, tanto più serenamente dorme” (1).
Se i governanti sono necessariamente ipocriti in politica interna, in politica internazionale lo sono molto di più. In qualunque Paese civile si cerca di fare il bene di tutti, senza danneggiare nessuno, se possibile, e questo rende facile almeno l’apparenza della moralità. Viceversa, in campo internazionale non si può spiegare gran che ad un popolo ubriaco di morale e di buone intenzioni. Quand’anche esso riconoscesse la necessità di ottenere un certo risultato, vorrebbe che l’omelette fosse ottenuta senza rompere le uova. In campo internazionale i governanti hanno il problema di guidare il Paese o nascondendo le vere ragioni delle decisioni o ammantandole di falsi scopi.
La differenza fra politica interna e politica estera è la stessa che c’è fra “noi” e “loro”. Nella nazione, parliamo di “noi”: e “noi” siamo tutti. Nessuno può essere speso a vantaggio di un altro. Fuori dalla nostra nazione invece ci sono “loro”, e se appena la gente percepisce un pericolo, la regola diviene: meglio che perdano un miliardo “loro” che un milione “noi”; meglio che “loro” muoiano piuttosto che “noi” rischiamo di essere feriti.
Riguardo alla Libia, ciò che non si può dimenticare è che la geografia non cambia. Essa era lì al tempo dei Romani e sarà lì ben dopo di noi. E non cambia neppure l’economia: quel Paese ha tanto bisogno di vendere il suo petrolio e il suo gas quanto noi abbiamo bisogno di comprarlo. Dunque, se il bottegaio si è chiamato Gheddafi, è stato necessario avere a che fare con lui. Il fatto che sia antipatico, che in passato abbia maltrattato, depredato ed espulso gli italiani, avendo dopo persino la tracotanza di chiedere dei risarcimenti, non cambia il fatto che sia il negoziante sotto casa.
Poi il vento è cambiato e per ragioni che ignoriamo la Francia e l’Inghilterra hanno sentito l’urgenza di rimuoverlo dal potere. Molti italiani hanno allora dato libero sfogo alla loro antipatia, trasformandola audacemente in una buona ragione per azioni belliche, fino a considerare “protezione dei civili inermi” dei raid sull’ufficio di Gheddafi, chissà, magari con la speranza di ammazzarlo.
L’ultima giravolta del governo italiano – per noi incomprensibile – è la promessa di partecipare agli attacchi aerei. Ma visto che s’è capito ben poco di tutta la vicenda libica, possiamo solo sperare che il nostro governo sappia ciò che fa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
27 aprile 2011

 (1) “Je weniger die Leute wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser schlafen sie!”


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POLITICA
15 aprile 2011
GRANDI UOMINI, GRANDI ERRORI
Ci sono illusioni che sopravvivono a tutte le smentite. Si ha un bel ripetere che i numeri ritardatari del Lotto non hanno nessuna probabilità più degli altri di “uscire”, la gente continuerà a crederci. Analogamente non si ottiene nulla ripetendo che i Grandi Statisti sono da un lato più intelligenti e dall’altro più capaci di commettere errori di quanto la gente non pensi. Molti li giudicano cretini e poi si aspettano che non sbaglino mai.
Il fenomeno ha una spiegazione. I grandi del passato sembrano giganti perché hanno vinto. E infatti di Catilina sappiamo poco perché perse. Lo stesso Alessandro, se fosse morto in una delle sue prime battaglie, sarebbe stato l’ignorato figlio di Filippo. Il paragone con i contemporanei è sbagliato: è come confrontare con i vincitori delle passate edizioni i cento ciclisti del giro d’Italia di quest’anno. Risulterebbero quasi tutti dei brocchi.
“La familiarità genera il disprezzo”. Tutti sono pronti a trattare da grand’uomo Togliatti e ad irridere Pierluigi Bersani, mentre Togliatti è l’inescusabile complice di un grandissimo criminale e Pierluigi Bersani è un galantuomo. Ma il primo non fa parte del presente ed è facile mitizzarlo.
Bisognerebbe rispettare di più i contemporanei. Non si diventa Presidenti della Repubblica Francese se si è mezze calzette. Nicolas Sarkozy è un uomo straordinario. Ma anche gli uomini straordinari possono commettere enormi errori. Nel maggio del 1940 Mussolini ha creduto che la guerra fosse finita e questo è costato a lui la vita e all’Italia il peggiore disastro dal momento della sua unità. Sarkozy ha anche lui sbagliato quando ha creduto che come era andata in Tunisia e in Egitto dovesse necessariamente andare in Libia. Ha dichiarato guerra al vinto e ha sperato di cingere il proprio capo con una corona d’alloro ottenuta a basso costo. Purtroppo, la realtà gli ha risposto con una raffica di vecchie regole. Intervenire nelle vicende interne di un altro Paese non è quasi mai un buon affare. Una guerra non si svolge quasi mai come previsto. L’aviazione da sola non vince nessun conflitto e soprattutto non bisogna dimenticare che, quando parla il cannone, le nostre parole non si sentono. È inutile ripetere tre volte al giorno “Gheddafi se ne deve andare”. Si rischia di far notare ancora di più la propria sconfitta.
Sarkozy forse trascinerà la sua patria in qualcosa di peggiore della sconfitta: nel ridicolo. E non si capisce perché l’abbiano seguito una nazione pragmatica e saggia come la Gran Bretagna e (almeno in un primo momento) quegli Stati Uniti che hanno una situazione sia economica sia militare che non consente ulteriori avventure. Non  parliamo dell’Italia per carità di Patria.
Leggiamo dunque le scarne notizie che al riguardo compaiono oggi, fino alle 16, sul Televideo Rai. 
Ore 0,01 Libia. Per la Francia “Gheddafi deve andare via. Bisogna esercitare robusta pressione militare finché Gheddafi andrà via”.
2,07 Libia. Annullato volo per gli Usa del leader degli insorti libici Jibril. Lo ha reso noto la Commissione Esteri del Senato americano.
7,06 Brics. Vertice in Cina di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (Brics). Uniti sul “no” all’uso della forza in Libia.
11,15 Libia. Juppé: “La Francia è contraria ad armare i ribelli anti-Gheddafi. Non siamo in questa disposizione di spirito”.
13,14 Libia. Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, insiste per una soluzione “politica” e chiede immediato cessate il fuoco.
13,56 Libia. Clinton: gli Usa continueranno  a partecipare alle operazioni militari fino alla completa uscita di scena di Gheddafi.
La prima notizia corrisponde alla convinzione che si possa ottenere la pioggia parlando alle nuvole. L’ultima è pressoché falsa: la realtà mostra il ritiro sostanziale degli Stati Uniti, l’insufficienza delle azioni fin qui intraprese e l’impossibilità di andare oltre quello che s’è fatto fino ad ora. Robusta pressione militare? Ma se la Francia è contraria ad intervenire con truppe di terra e perfino (Juppé) “ad armare i ribelli anti-Gheddafi”! Gli Stati Uniti non ricevono il capo degli insorti, Jibril e il Segretario dell’Onu chiede un cessate il fuoco, come fa chiunque stia perdendo;  e sembra non rendersi conto che, se le armi tacciono, Gheddafi ha vinto.
Per questa campagna nata dalle rodomontate di un Presidente che pensava di schiacciare Gheddafi come una zanzara la campana a morto la suonano la Germania, che si è saggiamente astenuta dal partecipare, e soprattutto Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi Stati sono importantissimi e due di loro siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto. E se non si usa la forza, in Libia, come si obbliga Gheddafi ad andar via?
Per chi aveva scommesso su questa azione la realtà è molto mesta. Dal punto di vista militare gli insorti non hanno alcuna possibilità di vincere la guerra. Dal punto di vista politico la Libia non ha più le prime pagine dei giornali. Sul terreno a Gheddafi basterà aspettare che gli europei si stanchino di questa storia e se ne tornino a casa con le pive nel sacco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2011


POLITICA
4 marzo 2009
LA GAFFE DE BERLUSCONI

LA GAFFE DI BERLUSCONI

I giornali hanno a lungo parlato di una gaffe che Berlusconi avrebbe commesso, nel corso dell’ultimo vertice italo-francese, parlando sottovoce con Sarkozy. Il Cavaliere avrebbe detto a Nicolas: “Sono io che ti ho dato la tua donna”, alludendo all’italianità di Carla Bruni. Ora, da un lato Berlusconi parlava in privato con un amico, ed aveva il diritto di scherzare come voleva. Dall’altro, c’è veramente gente che ha tempo da perdere: basti dire che due parlamentari di sinistra, due signore, hanno addirittura presentato una denuncia.

Andando alla sostanza, una prima nota riguarda la traduzione dell’espressione “ta femme”, che non va tradotto “la tua donna” ma “tua moglie”. In francese come in tedesco “femme” e “Frau” significano, secondo i contesti, donna o moglie. Dunque la frase di Berlusconi sarebbe molto meno volgare di come hanno voluto credere gli antipatizzanti nostrani.

Poi, da prima i giornali hanno parlato di lips reading, cioè hanno detto di avere capito ciò che diceva Berlusconi dal movimento delle sue labbra, mentre in seguito ci si è messi a discutere sulla registrazione delle parole. Per il lips reading, evidentemente si trattava di una bufala. Questo metodo per capire le parole pronunciate non è poi tanto semplice: i sordi ci mettono anni, ad impararlo. E comunque è accettabilmente facile se la persona parla la nostra lingua, è vicina e di fronte. Berlusconi invece parlava in francese, da straniero, era lontano e, a giudicare dalla fotografia, di profilo. Atteniamoci dunque alla registrazione.

Secondo Palazzo Chigi, il nostro premier avrebbe semplicemente detto: “Tu sai che io ho studiato alla Sorbona”, cosa del resto coerente con l’argomento trattato in quel momento e questa è la versione che alla fine è risultata incontestabile. Secondo quanto scrive il “Corriere della Sera”, ormai non ci sono più dubbi: l’esame più approfondito della questione ha dato ragione a Berlusconi e Canal Plus, che aveva lanciato la notizia, ha fatto una magra figura. Fine. Ma qui interessa esaminare la questione in teoria.

Bisogna cominciare col riportare in fonetica, nella misura in cui lo consente l’alfabeto del computer, le due frasi. La prima (“c’est moi qui t’ai donné ta femme”) sarebbe: “semuakitedonetafàm”; la seconda (“tu sais que j’ai étudié à la Sorbonne”) sarebbe (y = u francese): « tysekjetydiealasorbòn ». Mettendo accanto le due frasi, “semuakitedonetafàm”  e “tysekjeetydiealasorbòn” si vede chiarissimamente non si somigliano neppure un po’. E allora?

La morale della favola è che certe notizie valgono poco e certi giornalisti non valgono nulla. I giornali hanno costruito una notizia sull’assoluto nulla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

4 marzo 2009


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