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POLITICA
5 novembre 2011
I DIBATTITI INSOPPORTABILI

Chi tiene gli occhi aperti rischia lo strano destino di essere a volte in ritardo e a volte in anticipo. Dal momento che seguo l’attualità, mi accorsi fra i primi dell’esistenza del computer: ma quando alcuni cominciarono a parlarne anche per i privati (erano gli Anni Ottanta) mi dissi che a me non serviva. La mia macchina per scrivere, una Olivetti Studio 44 che conservo come una gloriosa reliquia, mi bastava e mi avanzava. Fra l’altro, a detta di tutti, quel computer era costoso e difficile da usare: e allora perché procurarsi un problema? Non feci parte dell’avanguardia.

Poi invece me ne prestarono uno e me ne innamorai. Il progresso, rispetto alla Studio 44, era impressionante. Prima, per elaborare un testo o per spostare un paragrafo, magari ritagliavo la pagina, fino ad avere delle striscioline. Col bel risultato che alla fine, come premio, dovevo ricopiare tutto. E se battendo commettevo un errore, c’era poco da fare, rimaneva lì: non ero disposto a ribattere l’intera pagina. Il computer invece risolveva tutto: si dava l’ordine di stampa solo quando il testo era soddisfacente. Ed io, pur vergognandomi di far parte della retroguardia, di coloro che non avevano capito subito le potenzialità del nuovo mezzo, mi legai ad esso per sempre.

Con mia sorpresa poi scoprii che, mentre mi consideravo un ritardatario, per altri ero un precursore. Uno dei primi che si erano convertiti. E in effetti la valanga del computer si è avuta dopo gli Anni Ottanta. Come si vede, il presto e il tardi a volte sono relativi.

Questo genere di vicenda si è riproposto recentemente a proposito dei dibattiti televisivi. Quando molti anni fa Maurizio Costanzo lanciò “Bontà loro”, in molti seguimmo con passione questo tipo di spettacolo. Finalmente non si offriva più un programma artificiale e preconfezionato, ma una conversazione fra persone reali, che parlavano di argomenti di attualità. Era come se si fosse abbattuto il dislivello fra il palcoscenico e la platea, come se si fosse attuato un pareggiamento per il quale anche noi potessimo sentirci protagonisti dentro quella scatola magica, e i personaggi della scatola magica finalmente si rivelassero esseri umani come noi. La cosa fece valanga. E infatti il talk show, soprattutto quello politico, è divenuto una colonna portante di tutti i palinsesti. 

Ma oggi ho ancora una volta l’occasione di chiedermi se sono in anticipo o in ritardo sui tempi. Perché personalmente, da molto tempo ormai, i dibattiti non li sopporto più. Se ce n’è uno e mi si chiede: “Che c’è stasera, su quel canale?”, rispondo: “Niente”. Come se lo schermo fosse nero. L’idiosincrasia è giunta così lontano che neanche provo a seguirli per cinque minuti. Nemmeno se stanno parlando uno che la pensa come me e un altro che la pensa come me. È la voce umana, l’inciampo. E poi la demagogia, la mancanza di rispetto per la verità, la superficialità, la volgarità espressiva, l’eccesso di passione, le continue, insopportabili interruzioni, la gara a chi parla più forte e più a lungo. Oh, Madonna!

Non fanno per me, questi spettacoli. E così mi chiedo: per i computer non sono stato né fra gli ultimi né fra i primi. Vuoi vedere che sarò fra i primi per i talk show? Non fra i primi come spettatore - in centinaia di migliaia abbiamo seguito immediatamente questo genere di spettacoli - ma fra i primi che li abbandonano per sempre.

Quante sono le persone che ne sono tanto mortalmente stanche da preferire a qualunque conversazione politica (o, peggio ancora, a qualunque stupido dibattito su un delitto di moda) un documentario sugli orsi polari o la replica di un poliziesco americano, perfino se ne ricordano la trama? Mi piacerebbe voltarmi indietro e vedere quanti mi seguono. Non per capeggiare il gruppo - capeggiare è un verbo che non fa per me - solo per consolarmi. Per poter dire che non sono il solo che non ne può più, non sono il solo ad avere cattivo carattere, non sono il solo ad avere questi accessi di misantropia e di orrore della parola umana.

Allora, c’è qualcuno?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

5 novembre 2011


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SOCIETA'
4 luglio 2011
SANTORO ESEMPLIFICA LA HYBRIS
Dopo la rottura delle trattative con Michele Santoro, TI Media (La7) si è limitata ad uno scarno commento di quindici parole quindici. Poi ha lasciato che il tribuno di Salerno dicesse tutto quello che voleva e infine ieri, forse stanca delle calunnie, forse a ciò spronata da Enrico Mentana che chiedeva “chiarezza”, ha detto la sua(1).
Innanzi tutto, come previsto, la rottura non è avvenuta per motivi economici. Avevamo scritto che in questo caso sarebbe stato più semplice spiegare: “non si è raggiunto l’accordo sul compenso”. Secondo l’Azienda invece “la rottura delle trattative è dovuta alla richiesta continua e perentoria effettuata dal dott. Michele Santoro di riservarsi il diritto, una volta individuato il tema della trasmissione, di modificare, anche in senso profondo, l`eventuale ‘premessa’, gli ospiti in studio, la scaletta, i filmati da trasmettere e quanto altro fosse necessario per gestire in totale autonomia il programma da Lui condotto, senza alcun ragionevole preavviso”. Cosa che “pone ingiustificati rischi legali di natura penale e civile (solo questi in parte manlevabili) in capo all'Editore, che non si è ritenuto di correre”. Cioè La7 non è disposta ad essere solo la serva del conduttore, cioè La7 non è la Rai.
L’Azienda non si è neppure privata di irridere le illazioni del Fatto Quotidiano. Questo giornale ha attribuito la rottura alla circostanza che “fosse scomparsa dalla manovra del governo una norma per il diritto di accesso a internet che avrebbe penalizzato Telecom Italia”. I contrasti sono nati ben prima che fosse redatta la “finanziaria”, afferma la nota. Si sa che La7 è tutt’altro che filogovernativa, ma non poteva non denunciare che la “notizia” della Gazzetta delle Procure è solo una ingenua bufala antiberlusconiana.
Santoro ha avuto un difensore in Mentana. Enrico si è battuto per averlo a La7 ma ha lo stesso sbagliato indirizzo. Quando si ha da fare con i satrapi mediorientali le genuflessioni non bastano mai. Dopo che Enrico ha addirittura proposto di accollarsi i rischi legali della trasmissione (se abbiamo capito bene) è stato compensato con questa frase lapidaria: “Pur nutrendo nei suoi confronti una enorme stima professionale, ritengo che abbiamo nei confronti del potere (economico, politico ed editoriale) atteggiamenti molto distanti. Il che ci rende diversamente liberi”. Mentana ha risposto(2) con una lettera che definire mite è eufemistico: si è sdraiato a scendiletto, cercando di ammansire il Genio Irritato, e si è limitato a confermare che favorirà l’arrivo di Santoro a La7. “Ci proverò lo stesso, insieme agli altri ‘diversamente liberi’ ”.
Chissà che veramente non sia diversamente libero. Quanto meno da chi avrebbe dato al Superconduttore del diversamente arrogante, del diversamente presuntuoso e del diversamente e stupidamente offensivo. Ma Enrico è quello che prima si è dimesso dal Tg5, facendo la mossa della prima donna che offesa si chiude nel suo camerino. Poi, quando le sue dimissioni sono state effettivamente accettate, ha implorato di tornare in video, e infine, quando non l’ha ottenuto, ha messo in giro la voce che era stato licenziato.
Anche se Mentana è, come persona, largamente migliore di Santoro, che brutti personaggi, che brutta storia. La vicenda sembra l’esemplificazione del concetto di hybris. Secondo i greci, gli dei erano molto, molto tolleranti, per l’eccellente motivo che non erano essi stessi modelli di virtù. Ma nella Grecia classica la virtù non era tanto costituita da un’indefettibile moralità, quanto da un’indefettibile moderazione. Moderazione nel peccare e moderazione, avrebbe detto il Molière del Tartuffe, persino nella virtù. Se si eccedeva, alla fine per questa hybris si incappava nell’ira degli dei. O perfino di quel Fato cui nemmeno gli immortali potevano opporsi.
Probabilmente questo imperativo religioso nasceva da un’osservazione pragmatica. La realtà spesso perdona gli errori, a volte ne perdona molti, ma alla lunga il colpevole di hybris ne commette uno che presenta il conto totale. Se Napoleone non avesse sfidato l’intera Europa, chissà. Se Hitler non avesse attaccato la Russia e non avesse dichiarato guerra all’America, chissà. Se Santoro non si fosse ritenuto un Genio Assoluto e Intoccabile, chissà. Ma comportandosi come si comporta, appare fatale che sbatta contro un ostacolo insuperabile. Se infine andrà a La7, non sarà alle condizioni Rai. Gli dei non sono tolleranti all’infinito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 luglio 2011

(1)http://www.corriere.it/politica/11_luglio_03/santoro-la7-rottura_89917630-a584-11e0-980c-35d723c25df8.shtml
(2)http://www.corriere.it/spettacoli/11_luglio_04/lettera-mentana_75fe72ce-a603-11e0-89e0-8d6a92cad76e.shtml


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spettacoli
10 giugno 2011
SANTORO ADORA IL DIO DENARO
Avevo un amico allergico alla retorica e con un forte senso del reale che una volta si trovò a discutere con un tale il quale, ad ogni piè sospinto, ripeteva: “Non è per i soldi, è per il principio”. E lui gli lanciò: “Senta, le do ragione sul principio e lei mi dà i soldi, d’accordo?” Ma l’altro era un uomo da nulla.
Ci sono “mosse” che fanno fare bella figura ma hanno un prezzo altissimo. Un prezzo che bisogna essere disposti a pagare. Le dimissioni per indignazione, per esempio. Se si danno, non bisogna contare sul loro rigetto. E se vengono accettate bisogna rinunziare definitivamente e senza recriminazioni al posto precedente. Enrico Mentana si dimise da direttore del Tg5 perché non gli concessero una serata speciale su un avvenimento d’attualità e fu molto sorpreso quando le dimissioni furono seriamente accettate. Tanto che prima protestò, poi mise in giro la leggenda, tutt’ora viva, che l’avevano licenziato, infine minacciò di far causa per avere il suo vecchio posto. Deprimente. Ha detto Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui”. Analogamente, se si fa la grande mossa, o ci si comporta da eroi, dopo, o non si è nemmeno normali galantuomini. Mentana ormai potrebbe conquistare il Vello d’Oro, quell’episodio lo qualificherà per sempre.
Queste considerazioni tornano in mente leggendo dell’addio di Michele Santoro, in televisione. Ecco la frase fondamentale: “Se il Cda della Rai lo volesse, la prossima stagione io potrei continuare a fare questa trasmissione per un solo euro a puntata”. E il mio amico realista direbbe che il Cda della Rai dovrebbe raccogliere subito il guanto di sfida. Dovrebbe pubblicare oggi stesso un comunicato nel quale si dice che si accoglie la proposta. Santoro è atteso in Rai per firmare il contratto, che sarà uguale al precedente, salvo che per il quantum del consenso. Vorremmo proprio vederlo, il caro Michele, che va a lavorare per un euro a puntata. Anche se, con i circa quattro miliardi e mezzo di lire che la Rai gli ha pagato purché se ne andasse, può lavorare gratis per il resto della sua vita. Ed anche della prossima, se per caso rinasce.
Santoro è un demagogo della specie più smaccata. È capace di dire: “Io non voglio più essere in onda perché lo decidono i giudici” come se i magistrati lo avessero obbligato, mentre è lui che ha fatto di tutto, in primo grado e in appello, perché il magistrato del lavoro obbligasse la Rai a riprenderlo e a mandarlo in onda in prima serata. E soprattutto, se andare in onda per via di sentenza gli fa schifo, perché l’ha fatto, fino ad ora? O per caso questo modo di andare in onda gli fa schifo se confrontato con i due milioni e trecentomila euro che gli ha offerto la Rai?
La realtà è che si attendeva e si attende a giorni la sentenza della Cassazione su questa vicenda di lavoro e ciò significa – con le sentenze dei magistrati non si sa mai – che Santoro rischiava di  essere estromesso dalla Rai senza un soldo. Dunque ha scelto il molto denaro subito, rinunciando ad Annozero, piuttosto di rischiare tutto pur di rimanere in Rai ed assicurare il servizio ai suoi devoti. Altro che puntate ad un euro l’una! Questo è il comportamento, lecito, di chi pone il denaro al di sopra di tutto. Di qualcuno che per non rischiarlo rinuncia a qualunque cosa: e noi non lo criticheremmo, se solo non osasse infliggere al prossimo la retorica del padre ferroviere, la stanchezza del combattente che non ce la fa più a “resistere, resistere, resistere”, e via dicendo. Santoro ha fatto i suoi interessi, come quando ha brigato un’elezione a deputato europeo solo per la paga, non andando praticamente mai a Bruxelles. E fa i suoi interessi oggi. Non si atteggi dunque a predicatore, nel momento in cui il suo comportamento è più eloquente delle sue parole.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
10 giugno 2011
P.S. Questo articolo merita un P.S. Paolo Garimberti (Direttore della Rai, di sinistra, ex di “la Repubblica”), rispondendo alla proposta di Michele Santoro di lavorare per un euro a puntata ha affernato: “Santoro è uomo Rai e conosce le procedure faccia un progetto e lo presenti al direttore generale, è lei che decide”. Ha anche aggiunto: “Santoro è una star e non può essere retribuito con 1 euro. Il suo contratto va valutato secondo il mercato. Non scherziamo sul lavoro”, ha anche specificato Garimberti, invitando il giornalista a non essere demagogico. Poi il Direttore ha anche criticato l’uso delle telecamere del servizio pubblico per parlare dei propri contratti, “non lo condivido, è fuori regola”. E non gli è bastato. Infatti ha aggiunto velenosamente: “Ora ho capito - ha aggiunto Garimberti - perché ha annullato la conferenza stampa, lì avrebbe avuto un manipolo dei giornalisti, ieri ha parlato ad otto milioni di persone. Io, essendo il presidente della Rai, mi devo accontentare di una conferenza stampa”.
Personalmente bado alla sostanza e secondo me Garimberti, benché chiaramente irritato con Santoro, e benché gli abbia rinviato la sfida (“faccia un progetto e lo presenti”), non è un grande avvocato della propria tesi. Avrebbe dovuto dire seccamente: “Venga a firmare”. Poi avremmo visto.
L’invito a non essere demagogico è nulla in confronto all’invito a firmare un contratto per un euro a puntata. Ma Garimberti non ha preso Santoro sul serio. E ha fatto male. Lui, da giornalista e uomo Rai, sa benissimo che quella del caro Michele era vuota demagogia, ma lo sanno i devoti del Grande Conduttore?




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POLITICA
16 marzo 2010
SANTORO, CAPIRE UN FANATICO
Per capire gli altri il metodo più semplice è ricordare ciò che abbiamo sentito o pensato quando ci siamo trovati in una situazione analoga. Ma proprio per questo è difficile capire le persone in cui non riusciamo a riconoscerci.
In tutte le civiltà il furto è imperdonabile. L’uomo civile disprezza perfino il leone, quando si accorge che è capace di rubare le prede alle iene o ai leopardi. Il ladro dunque sa di esporsi al giudizio negativo della società e ciò malgrado continua il suo esecrabile “mestiere”: come mai? Probabilmente si considera già in partenza un reietto, uno cui è stato imposto un ingiusto marchio d’inferiorità e di infamia, tanto che ormai non ha più remore e se finisce in galera non è un dramma. Fa parte del gioco. Questa auto-squalificazione spiega certe audacie dei delinquenti: sono capaci di commettere reati balordi ed imprudenti perché si considerano merce vile e spendibile. Le conseguenze e il domani non contano. Per capire il ladro d’ appartamenti bisogna immaginare tutto un altro mondo mentale.
Partendo da queste premesse si può cercare di capire il fanatico. Costui, come il paranoico cui somiglia, è una persona normale in tutti i sensi, salvo per ciò che lo mobilita psicologicamente: lì non valgono i principi e i ragionamenti che si applicano negli altri casi. L’antisemita si lascia andare a tesi balorde e improbabili di cui di solito si vergognerebbe, l’antiamericano crede che la Casa Bianca ha organizzato l’abbattimento delle Torri Gemelle, lo scienziato fervente cattolico è capace di credere alla sospensione delle leggi fisiche nei miracoli, il comunista è capace di credere alla teoria marxista malgrado il suo universale fallimento, il tifoso è convinto che tutti gli arbitri ce l’hanno con la sua squadra. Persone normali salvo si tocchi quel certo tasto.
Per capire questi atteggiamenti bisogna pensare che la molla fondamentale è il sentimento di un’estrema evidenza.
Immaginiamo qualcuno la cui certezza di base sia che la modernità è un male. Costui, anche a voler posare a moderato, non riuscirà a non farsi sfuggire espressioni, commenti e battute che corrispondono alle sue teorie. Se qualcuno dicesse “Sono stato svegliato dal telefono” potrebbe dire sorridendo: “Ecco a che serve questa invenzione”. Un incidente stradale? Se solo fosse andato a piedi! Un mal di stomaco? Con la spazzatura che mangiamo oggi! E perfino il dramma di sapersi condannati a morte per cancro otterrebbe come commento: “Per fortuna, un tempo si moriva senza sapere né quando né perché”.
Il fanatico infatti è un maestro di paralogismi. Usa una logica ferrea, partendo da premesse false, per giungere a conclusioni assurde: se nelle Torri Gemelle sono morti pochi ebrei, è ovvio che sono gli ebrei che hanno organizzato l’attentato. Ad un livello meno scandaloso, è capace di affermazioni avventate, cominciando con le parole: “In  nessun Paese del mondo…” ma si stupirebbe se uno gli chiedesse: “Sei sicuro che questo non avvenga nel Bhutan? Nel Burkina Faso? In Birmania o nel Madagascar?” La domanda gli pare assurda. Lui diceva una cosa evidente di per sé, che importa del Burkina Faso?
 Il fanatico politico, anche quando si sforza di “essere moderato”, rimane un fanatico. L’antiberlusconiano viscerale, per esempio, dice che il Cavaliere “non rispetta nessuna regola”, ed è sostanzialmente “il padrone del suo partito e forse dell’Italia”. Mentre dice questo si considera un moderato perché in realtà lui pensa che sia un pendaglio da forca sfuggito al boia e una calamità per l’intero Paese. Se dunque qualcuno gli dice che il Cavaliere rispetterà pure qualche regola, a cominciare da quelle democratiche, si indigna. Come! Lui era stato moderato, aveva concesso il novantotto per cento, e ora gli si nega il due per cento?
Qualcuno una volta riassunse brillantemente l’antiberlusconismo con questa frase: “Se Silvio Berlusconi camminasse sull’acqua molti ne dedurrebbero che non sa nuotare”.
È con questa mentalità che si può arrivare a capire la buona fede di un personaggio come Michele Santoro. Parte da certezze assolute, innegabili, solari, ed esse tornano a galla continuamente. Per questo “Annozero” è profondissimamente fazioso mentre il suo conduttore si considera un onesto giornalista: egli infatti non dice quello che pensa di peggio, dice solo quello che pensa di meno peggio. Quello che reputa innegabile. E se gli vietano di dirlo, non pensa che attacchino lui, pensa che attacchino la possibilità di dire la pura verità.
Discutere con i fanatici non serve a nulla. Una volta – si era ai tempi del Psiup - un giovane di estrema sinistra affermava che in Italia non c’era libertà di stampa. “E chi ti impedisce di pubblicare un giornale”, gli chiese un amico liberale. “Chi me l’impedisce? Non ho i soldi”. “E allora non è che manchi la libertà di stampa”. “Manca eccome: lo Stato mi dovrebbe dare i soldi per pubblicarlo”. “Ah sì? rise l’amico. E chi ti dice che poi avresti dei lettori?” E qui giunse l’indimenticabile risposta finale: “Lo Stato dovrebbe obbligarli a leggere il mio giornale”. Di fronte a qualcuno che “ragiona” così bisogna subito dire che sì, in Italia non c’è libertà di stampa. Non c’è mai stata. E Santoro è la bocca della verità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 marzo 2010
POLITICA
24 febbraio 2010
TRAVAGLIO, UN PICCOLO UOMO
La storia può essere riferita molto sinteticamente. Marco Travaglio, abituato a crocifiggere il prossimo con le allusioni, è stato colpito con la stessa arma: il giornalista Nicola Porro, del “Giornale”, gli ha ricordato ad Annozero di avere avuto a che fare con Giuseppe Ciuro, un maresciallo poi condannato per mafia e il giovane Marco ha dato di matto. Ottenendo per giunta – supremo sfregio – che sia Porro che Maurizio Belpietro ridessero pubblicamente di lui. A questo punto, l’ira funesta: il portavoce delle Procure ha scritto una lettera aperta a Santoro: “Se inviti quei giornalisti (seguono sanguinosi ed elaborati insulti) io non partecipo più alla trasmissione Annozero”. Al che Santoro ha replicato: “Non sarà una tragedia”.
La realtà in questo è spietata. Non solo si può fare a meno di tutti –  “i cimiteri sono pieni di persone indispensabili” – ma non bisogna mai commettere l’errore di proporre un grande gesto se poi non lo si attua. Dopo quella lettera Marco Travaglio non dovrebbe più andare in trasmissione e invece – vorremmo sbagliarci - ci andrà. Un po’ perché avrà firmato un contratto, molto perché lo pagano e perché quella tribuna gli ha fornito una immeritata notorietà. Come rinunciarci? Soltanto, appunto, non avrebbe dovuto minacciare l’Aventino: una volta adottata questa via o si mantiene la minaccia o si è degli ominicchi. Anzi, dei quaquaraquà. E c’è da sperare che Porro e Belpietro non manchino di ricordarglielo.
Quanto all’“accusa” mossa a Travaglio, cioè quella di aver frequentato quel tale maresciallo che dopo fu arrestato per mafia, non si può negare che sia risibile. Si può prendere l’autobus e apprendere che si è viaggiato con un assassino seriale: ma la contiguità spaziale e persino i rapporti di amicizia non sono mai reato. Nemmeno con i criminali, se non si partecipa alle loro imprese. Queste giustificazioni però non valgono per Marco Travaglio: perché lui è stato capace di accusare il Presidente del Senato Renato Schifani di avere a suo tempo frequentato-parlato-avuto-a-che-fare con un tizio che dieci o vent’anni dopo è stato arrestato per mafia. Senza dire che l’intera Italia, guidata da lui e da Santoro ha accusato Berlusconi di essere un mafioso perché, oltre dieci anni prima di entrare in politica, aveva avuto alle sue dipendenze un ex-detenuto condannato per mafia. Dunque il caro Marco non ha di che risentirsi. Come non ha di che lamentarsi Di Pietro, fotografato accanto a Bruno Contrada. Accanto non significa niente? D’accordo. Ma andate a spiegarlo proprio a loro, a Marco e a Tonino.
Il mestiere di Travaglio è quello di rendersi odioso. Di questo sentimento del resto lui ha fatto un diritto, quando ha detto che odia Berlusconi e sarebbe lieto se morisse. Quello che il giovane moralista ignora è che, come diceva Clémenceau, “si può fare qualunque cosa con le baionette, salvo sedercisi sopra”. Con la spada si possono vincere delle battaglie, ma se si accumulano i nemici si finisce col perdere. Napoleone a Sant'Elena avrebbe potuto spiegarlo a chiunque. Perfino nella politica italiana c’è un caso esemplare: per concorde opinione, Massimo D’Alema è uno dei migliori politici della sinistra ma la sua carriera non corrisponde affatto, come risultati, alle qualità che molti gli attribuiscono. Se come sport si ha quello di fare del sarcasmo sul prossimo, alla lunga il prossimo si vendica.
Travaglio è lungi dal valere un D’Alema e dunque la sua prevedibile carriera sarà molto più breve. Una volta o l’altra scivolerà su una buccia di banana. Per dirne una, lui stramaledice chiunque abbia avuto guai con la giustizia e poi, per difendersi, dice che lui è stato sì condannato per diffamazione ma solo in sede civile. Dimenticando che si evita di querelare perché quell’atto giudiziario rischia di finire nel cestino della carta straccia mentre una citazione per danni è inarrestabile. E infatti così Cesare Previti ha ottenuto un risarcimento proprio da lui. E allora, quanto vale la vita di un uomo che può essere impiccato a queste piccolezze?
La verità è che Marco Travaglio non se ne accorge. Essendo piccolo lui stesso, le piccolezze gli sembrano grandi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 febbraio 2010

POLITICA
26 settembre 2009
L'OVERDOSE IMMUNIZZANTE

L’errore dell’opposizione
Gli intellettuali e i giornalisti di sinistra non si capacitano che gli italiani continuino a sostenere Berlusconi. Li capiscono così poco che alla fine non sanno che ricoprirli d’insulti. Sono ignoranti. Sono rimbecilliti dalla televisione. Bevono come idioti le balle che gli propina la destra. Non hanno nessuna sensibilità morale. Non hanno buon gusto. Non hanno intelligenza. Non hanno dignità. Ma gli insulti, come si usa dire, sono gli argomenti di chi non ha argomenti. E per questo può forse essere utile che sul mistero cerchi di illuminarli uno di questi ignoranti, immorali, cretini ecc.
La rivelazione – forse sconvolgente – è che parecchi sostenitori del Pdl non votano tanto per Berlusconi quanto contro i suoi oppositori. Non si tratta dunque – come ripetono tanti giornali come “Repubblica” o “l’Unità” – di uno sviscerato e cieco amore per il Cavaliere ma di un risentimento e di un disprezzo profondi per la parte che lo avversa: un’opposizione priva di idee che ha scelto come politica l’attacco all’uomo di Arcore e l’ha condotto con forsennata acrimonia, per mesi e per anni, non arretrando dinanzi a nulla, nemmeno le calunnie. I risultati non sono stati quelli sperati e, invece di capire di avere imboccato un vicolo cieco, l’opposizione parlamentare e quella cartacea hanno creduto che l’errore fosse dovuto – nientemeno – alla loro mitezza: e per questo hanno rincarato la dose. Il disastroso effetto finale è sotto gli occhi di tutti. E ancora una volta non perché si siano offesi i sentimenti d’amore per il Cavaliere, ma perché la campagna è stata controproducente. Una sinistra urlante e schiumante di rabbia, che vomita accuse e contumelie, non ha stile,  non suscita consensi e perde credibilità. Siamo al punto che tutti i conflitti d’interesse, tutti gli annunci di gravissimi reati e tutto il gossip pruriginoso lasciano gli italiani di ghiaccio. L’overdose, invece di uccidere, ha provocato l’immunizzazione.
Quella sinistra che depreca il “lodo Alfano” non comprende di avere creato uno scudo più efficace di quello votato in Parlamento. La gente è convinta che Berlusconi sia oggetto di un odio forsennato e ne deduce che tutte le accuse, perfino quelle eventualmente fondate, sono calunnie. Oggi potrebbe mettersi a fare rapine a volto scoperto dinanzi alle telecamere e gli italiani lo assolverebbero. “È un fotomontaggio”. “È un sosia”. “È un’invenzione di Repubblica”.
La sinistra è talmente lontana dal rendersi conto di tutto questo, che non comprende più il fenomeno da essa stessa creato. Insulta Berlusconi dalla mattina alla sera e il suo consenso non cala. L’Italia sprofonda nella recessione e il suo consenso non cala. Annozero spara per ore a palle incatenate contro di lui, e il suo consenso non cala. Lo stesso Silvio si presenta da Vespa e l’audience non è brillante, ma il suo consenso non cala. C’è di che sbattere la testa contro il muro.
La spiegazione è che molti elettori non hanno più bisogno di ascoltare l’interessato. Ascoltano, se pure distrattamente, lo strepito della sinistra e usano un meccanismo mentale semplicissimo: se lo dice “Repubblica” è falso. Se lo afferma Di Pietro è demenziale. Se lo grida Santoro è una calunnia. A questo punto, perché ascoltare Berlusconi? Per sostenere lui basta guardare chi sono i suoi nemici: questa opposizione è fanatica, scorretta e indecente. Con le sue strida incanterà quel venti per cento che ha da tempo adottato l’antiberlusconismo viscerale, ma il fiele di Franceschini, le sparate apocalittiche e sgrammaticate di Di Pietro, le accuse di “Repubblica” lasciano indifferente il popolo italiano. Se il pubblico televisivo trascura Berlusconi quando appare nel programma di Vespa, e gli preferisce un insulso programma d’evasione, è perché ha già emesso il verdetto finale. Quello che non ammette gravami. Gli oppositori possono sintonizzarsi a milioni su Annozero per assistere alla settimanale messa cantata della loro religione, e rimarranno una setta, senza nessuna speranza di divenire maggioranza ed impedendo anzi al Pd di conquistarla.
L’attuale sinistra è la massima nemica della sinistra. Con i suoi eccessi  ha reso roccioso l’odio di un italiano su tre per Berlusconi ma placidamente stabile il sostegno degli altri due. Il leader del Pdl si limita a intascare i benefici di un’opposizione tanto violenta e vociante quanto inefficace.
Questa politica può essere utile a Di Pietro, può creare audience per Santoro, può aiutare qualche giornale a riconquistare lettori, ma condanna quella che fu un’orgogliosa sinistra a un futuro plumbeo e senza speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
26 settembre 2009

POLITICA
24 agosto 2009
MINOSSE FA IL GIORNALISTA

Barbara Spinelli accoppia, ad una notevole prosopopea che si vorrebbe altamente culturale, una superficialità di giudizio impressionante. Questo ci ha indotto più di una volta a prenderla un po’ in giro e anche gli articoli recenti   ne fornirebbero l’occasione: ma ci si può chiedere se non si stia sparando sulla Croce Rossa. Forse è più utile allargare il discorso al mondo dei giornali.
La politica è l’arte delle scelte. Perfino un dittatore che governa nel proprio esclusivo e personale interesse deve chiedersi in qual modo potrà massimizzare le utilità e ridurre costi e rischi. Per questo si circonda di consiglieri i quali gli sono tanto più utili quanto più sono liberi di dire il loro parere. Nel caso della democrazia, la discussione è per così dire universale. Le scelte della maggioranza sono commentate ogni giorno dall’intera nazione, in piazza, nei giornali, nelle radio, nelle televisioni, e infine ricevono la loro valutazione conclusiva in occasione delle elezioni politiche. Se non ci fosse la possibilità di denunciare le malefatte e gli errori del governo, e se specularmente non ci fosse la possibilità di dimostrare che non si tratta di malefatte ma di ottimi provvedimenti, se cioè non ci fosse la libertà di parola, i cittadini non potrebbero formarsi un’opinione. Per questo essa è uno dei pilastri fondamentali della democrazia.
Purtroppo, questo fondamentale diritto non distingue la critica fondata dalla critica infondata, la denuncia coraggiosa dalle calunnie, l’argomentazione intelligente dall’argomentazione demagogica e pretestuosa. E dal momento che il governo, se potesse, dichiarerebbe sciocche o calunniose tutte le accuse, è obbligatorio tollerare anche quelle che sciocche e calunniose sono veramente. C’è la libertà di parola, e c’è fatalmente la parola in libertà.
Alla lunga tuttavia il grande pubblico finisce con l’avere un minimo di senso critico. Impara che non bisogna prendere sul serio tutto quello che si dice in un comizio di paese, in un giornaletto di provincia o in un talk show. Viceversa deve stare attento quando parlano i grandi politici – e in questo fa benissimo – e quando parlano i grandi giornalisti – anche se in questo secondo caso sbaglia pesantemente. Questi ultimi infatti sono poco affidabili: non hanno alcuna responsabilità e non sono mai chiamati a rispondere di ciò che hanno scritto. Se consigliano al governo di fare una sciocchezza, e quello non la fa, il consiglio è dimenticato. Se invece il consiglio è seguito, fanno presto a dire che la responsabilità non era loro e anzi spiegheranno che non volevano dire ciò che hanno detto. Lo Scalfari di turno cade sempre in piedi.
Questa impunità dà alla testa e i giornalisti si lasciano andare a giudizi tanto severi quanto sbrigativi: Bush è un cretino, Sarkozy un presuntuoso, Putin un delinquente, Obama un dilettante, la Merkel una madre di famiglia che farebbe bene a tornare ai suoi fornelli. Poi, si esprimono sempre come se loro avessero saputo in anticipo quello che è poi avvenuto. Fanno anzi capire che l’avrebbe capito chiunque. Chiunque ma, vedi caso, non loro stessi qualche mese prima.
In questo senso gli articoli di Barbara Spinelli sono esemplari. La signora tratta da sciocchi e ciechi i governanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Germania e degli altri paesi europei.  Questi imbecilli non hanno capito niente dell’Iraq, dell’Afghanistan, di niente. Non l’hanno neppure studiato i Paesi in cui intendevano intervenire ed hanno solo commesso errori. Tanto che lei sembra non capacitarsi che si possa essere tanto stupidi. Non la sfiora l’ipotesi che stia giudicando altezzosamente il meglio dell’umanità. Non immagina che qualcuno, sbalordito, potrebbe chiederle: “Ma tu, chi diavolo sei?” La signora non ha di queste preoccupazioni e del resto non ne hanno né Giorgio Bocca, né Michele Santoro, né Eugenio Scalfari né tutti coloro che trattano il Globo terracqueo come un ragazzino discolo da prendere a scappellotti. Credono che il silenzio di George W.Bush, invece di dimostrare che essi non esistono, nel mondo, sia un’ammissione di colpa.
Se i grandi hanno commesso e commettono errori, pur disponendo di eccellenti consiglieri e di dati non in possesso del primo venuto, niente e nessuno dimostra che i soloni dei giornali non li avrebbero commessi. Non è perché il barbiere ci dà ragione che siamo i più grandi politologi del mondo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 agosto 2009

POLITICA
30 luglio 2009
SUGGESTIONI TELEVISIVE
SUGGESTIONI TELEVISIVE

L’influenza della televisione è molto grande nei campi in cui la gente abbassa la guardia. Se i telegiornali cantano dalla mattina alla sera le lodi del governo, o passano il tempo a denunciarne le magagne, non per questo i telespettatori si convinceranno delle tesi dei giornalisti: è un campo in cui tutti sospettano la faziosità e nessuno crede a tutto quello che sente. Al contrario la televisione è irresistibile come modello per l’arredamento, le pettinature, i divertimenti, il comportamento sociale. Nessuno pensa di doversi difendere dai vizi di pronuncia, dagli errori di italiano, dalla sciatteria mentale che fluiscono dal piccolo schermo. Nell’uomo il principale organo di relazione con la realtà non è il cervello, sono gli occhi: e la televisione proprio agli occhi si rivolge. Essa non incide molto in campo intellettuale – e per questo le trasmissioni di Piero Angela non indurranno mai i telespettatori a rinunciare all’oroscopo – mentre è fin troppo efficace nel campo della suggestione. E tanto più convince quanto meno predica. Se si presenta Tremonti come un superministro, c’è ancora gente che lo reputa un incompetente nocivo. Se invece in una telenovela Kevin ama Samantha, ci saranno genitori, a Caltanissetta o a Portogruaro, che invece di chiamare i figli Giorgio e Luisa li chiameranno Kevin e Samantha.

La televisione pesa poi molto diversamente secondo che si tratti di un individuo o di un partito. In anni molto lontani (è morto nel 1979)  ci fu un ministro – si chiamava Giuseppe Lupis - il quale, soprattutto da anziano, era purtroppo molto brutto. Se si fosse dovuto servire della televisione, per fare politica, non sarebbe potuto diventare nemmeno assessore a Bagnara Calabra. Kennedy invece ha battuto Nixon perché era biondo, di bell’aspetto, ed aveva un naso molto più regolare del suo concorrente. Lo stesso Obama è stato eletto sulla base del suo modo suggestivo di predicare e di promettere la luna (ma vagamente, senza specificare).

I partiti invece, mancando necessariamente del carisma che può avere una persona, beneficiano meno del vantaggio del piccolo schermo. Le idee non sono ciò che la televisione può comunicare meglio: la politica e l’economia, per il grande pubblico, rimangono astratte. E poiché, al contrario degli amori di Kevin e Samantha, influenzano la vita di tutti i giorni con le tasse, i servizi, la sicurezza, è alla fine sulla base di queste cose che la gente le giudica. La suggestione, in questo campo, vale solo per i fanatici.

Le emittenti private, in teoria assolutamente libere,  sono costrette a tenersi lontane dalla faziosità. Una linea pesantemente berlusconiana – o antiberlusconiana – disgusterebbero parecchi spettatori e farebbe perdere audience. Il che non sarebbe grave se non diminuissero anche i ricavi della pubblicità. Emilio Fede, caso unico, rappresenta una nicchia e non rimane in onda per tutta una prima serata. Faziose possono al contrario essere le reti della Rai (che in teoria non sarebbero libere di schierarsi politicamente) perché la Rai vive anche di canone. Essa può dunque permettersi un interminabile spettacolo come quello di Michele Santoro: anche se non è detto che sia un vantaggio, per la sinistra. Il tribuno e la sua banda rischiano infatti di convincere chi è già convinto e di urtare parecchi incerti, ottenendo un effetto contrario alle intenzioni.

 Se fosse vero che Berlusconi al potere dispone di 3+3 televisioni, e se fosse vero che le televisioni fanno vincere le elezioni, come fantastica l’opposizione, bisognerebbe poi spiegare come mai il Cavaliere ha perso le elezioni nel 1996 e nel 2006. La verità è che la gente ha più senso critico di quanto non si creda. Il televisore è fondamentalmente un elettrodomestico che produce fiction. Alla fine tra Crozza che imita Brunetta e Brunetta personalmente, si fatica a fare distinzione.

Alle elezioni del 2008, quanto meno a Napoli, la distinzione l’ha fatta la spazzatura.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 luglio 2009

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