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politica estera
3 marzo 2014
L'UCRAINA, LA CRIMEA, LA RUSSIA
Quando comandano i dati obiettivi
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L’Ucraina, per molti giovani, è un nome pressoché nuovo. Già mezzo secolo fa ci si stupiva che, all’Onu, quel Paese avesse un seggio e solo i più colti facevano caso al fatto che l’U.r.s.s. non era la Russia, ma una Unione di Repubbliche. Oggi invece dobbiamo tenere a mente che il più esteso Paese d’Europa dopo la Russia non è più la Francia ma l’Ucraina. E mentre al tempo dell’Unione Sovietica da quel Paese venivano alcuni fra i massimi dirigenti dell’U.r.s.s., oggi il governo di Kiev afferma che “la Russia ci ha dichiarato guerra”. Dunque tutto il discorso deve essere ripreso da capo.
La Russia è un Paese immenso che soffre di mali eterni. Non ha quei grandi fiumi in senso est-ovest che sarebbero stati utilissimi per i trasporti a basso costo, ne ha di inutili, in senso sud-nord. Ha un clima nefasto ed insufficienti accessi al mare. Vladivostok è lontanissima ed è un miracolo che Murmansk sia libera dai ghiacci. Con San Pietroburgo e il Mar Nero ha accesso a mari importanti, ma ambedue chiusi da stretti, lo Skagerrak e il Kattegat a Nord, e il Bosforo a sud. Ai “mari caldi” si arriva col permesso della Turchia.
E tuttavia la vera, grande disgrazia della Russia, è un’altra: quella di non avere frontiere naturali. E infatti, pur essendo immensa, essa vive da sempre con il complesso dell’accerchiamento e la paura delle invasioni. Paura che l’ha spinta, nel corso dei secoli, ad inglobare quanti più territori è possibile, proprio per tenere sempre più lontani gli invasori. Per questo ha occupato gli Stati fino al Caucaso o – con l’Ucraina – fino ai Carpazi: finalmente delle frontiere naturali. E con questo arriviamo al presente.
Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, molti degli Stati periferici hanno voluto ritrovare la loro indipendenza. E se i Paesi dell’Asia centrale dopo tutto sono strategicamente poco importanti, le frontiere occidentali sono rimaste molto sensibili: come si è visto quando la Russia, per non perdere la Georgia, è stata disposta ad intervenire militarmente. Ha segnalato al mondo che l’indipendenza della sua periferia è condizionata alla sicurezza della Santa Madre Russia e che, se questa è in ballo, Mosca non guarda in faccia a nessuno.
Oggi lo schema si ripropone ancor più complicato. L’Ucraina è uno Stato, ma non una nazione. La metà occidentale parla ucraino e guarda ad occidente, la metà orientale parla russo e guarda ad est. Inoltre, il Paese non è importante per l’Europa ma è importante per Mosca: perché, se si alleasse con l’ovest, l’eventuale invasore non incontrerebbe l’ostacolo dei Carpazi. Infine c’è il problema della Crimea, sede naturale ed ideale della flotta russa: prova ne sia che quando Khrushchev, benché essa fosse di nazionalità russa, ne fece una Repubblica autonoma, e la consegnò a Kiev, riguardo ai porti furono stabiliti patti speciali. 
L’Ucraina si fa delle illusioni sull’Europa. L’immagina civile, prospera, unita e disposta a sostenerla contro lo scomodo vicino orientale. In realtà l’UE rischia di esplodere, vive da un decennio una grande crisi economica e non ha né l’interesse né la possibilità di sostenere un grande Paese bisognoso. Per non dire che non ha la forza per difenderlo militarmente, se la Russia l’attaccasse.
Come se non bastasse, esso non è unito all’interno. Almeno un terzo del Paese non vedrebbe male un ritorno nel seno della grande Russia, mentre la parte occidentale vede quella orientale come popolata da tendenziali traditori. E che non sia un’esagerazione si vede in questi giorni in Crimea, dove i soldati russi (senza insegne e mostrine, siamo a Carnevale, tempo di travestimenti) sono applauditi da gente che sventola la bandiera rossa, blu e bianca.
Mosca in questo contesto bada soltanto ai propri interessi. Da un lato non tiene ad invadere la metà orientale dell’Ucraina – priva di valore strategico – dall’altro, in nome del vecchio principio dell’autodeterminazione dei popoli, sente di poter approfittare dell’occasione in Crimea. Se gli abitanti di quella penisola desiderano far parte della Russia, perché mai bisognerebbe costringerli a dipendere da stranieri? Il famoso ideale europeo del XIX secolo può ancora servire, e dunque si fa finta di correre in soccorso dei fratelli separati. Essendo abbastanza forti per non temere la reazione di nessuno.
Ancora una volta la storia è determinata dalle paure, dagli interessi, dalle illusioni e soprattutto dalla semplice forza militare: quella che dà a Mosca la serenità di fare ciò che le conviene, malgrado gli strilli della stampa internazionale, dell’Onu e dei moralisti di ogni pelame.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 marzo 2014 


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permalink | inviato da giannipardo il 3/3/2014 alle 13:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 marzo 2011
IL GIUDIZIO SU MIKHAIL GORBACIOV
Mikhail Gorbaciov compie ottant’anni e somiglia a Giano Bifronte. Visto da ovest, è un democratico coraggioso, che ha posto termine alla Guerra Fredda ed ha liberato la Russia da un’orribile dittatura. Visto da est è giudicato da molti con severità come colui che ha fatto crollare l’Unione Sovietica, la seconda superpotenza mondiale. Ambedue i fatti sono veri e tuttavia, analizzandoli, si può arrivare alla sorprendente conclusione che Gorbaciov non merita né l’uno né l’altro giudizio.
I meriti democratici di Gorbaciov sono più oggettivi che soggettivi: nel senso che egli non intendeva affatto giungere ai risultati ai quali è giunto. Era un comunista tanto in buona fede da pensare che la società russa, anche se resa più libera e più informata, sarebbe rimasta comunista. Un idealista capace di pensare che il sistema economico sovietico potesse funzionare anche rimanendo statalista. La “perestrojka”, sperava, avrebbe tratto la Russia fuori da una crisi drammatica che fra l’altro rendeva insostenibile la competizione strategica con gli Stati Uniti.
Il suo personale abbaglio è stato la migliore dimostrazione dell’errore insito nel socialismo reale. Finché il comunismo è servito da paravento ad una dittatura asiatica in cui tutto – la terra, le imprese, gli uomini e perfino le loro idee – appartenevano ad un uomo e al suo partito, il regime si è mantenuto. Non appena non s’è più avuta troppa paura per aprir bocca, non appena qualcuno ha preso sul serio gli ideali comunisti, l’Unione Sovietica è implosa.
Come mai la Russia attuale, certo non disposta a tornare indietro, dà un giudizio molto severo sull’ultimo segretario del Pcus?
I nostalgici e i comunisti gli rimproverano di avere turbato un equilibrio che malgrado tutto reggeva. A loro parere o non avrebbe dovuto tentare quelle riforme o avrebbe dovuto tentarle in altro modo: si sa, c’è sempre un altro modo. I vecchi ricordano i tempi in cui l’Unione sovietica si estendeva dal Mar del Giappone alle soglie di Vienna e oltre Berlino; quando il suo nome faceva paura; quando tutti i Paesi del mondo, inclusi i più improbabili, per esempio quelli dell’Africa Nera, si sentivano in dovere di scegliere fra due superpotenze e due modelli di società. In questa visione geopolitica dimenticano la miseria dei lavoratori e la più totale mancanza di libertà.  Dimenticano anche che, con Stalin, per circa trent’anni non si fu mai sicuri che si sarebbe morti nel proprio letto. Dimenticano la corruzione di massa di un sistema in cui senza bakshish (bustarella) non si otteneva nulla e in cui i membri del partito trovavano tutto nei Beriozka mentre i normali cittadini non potevano nemmeno entrarci. Dimenticano tutto perché per il passato si applica il detto romano: de mortuis nil nisi bonum, dei morti si ricordano solo le cose buone. Oggi per esempio pongono l’accento sulla mancanza di disoccupazione di quei tempi: “lo Stato dava pochissimo, ma lo dava a tutti”. Dimenticando che allora si diceva amaramente che “lo Stato fa finta di pagare i lavoratori che fanno finta di lavorare” e che oggi fa capolino quell’abbondanza di tipo occidentale che, ai tempi di Stalin, sembrava una leggenda inventata per screditare il sistema sovietico.
La gente tende a vagheggiare il passato e a sottovalutare le cose positive del presente. Chissà, fra coloro che rimpiangono l’Unione Sovietica ci saranno anche alcuni dei turisti russi che si incontrano a Venezia, a Parigi o a New York, mentre una volta (salvo ad avere il passaporto interno) non era nemmeno permesso viaggiare all’interno dell’Unione Sovietica.
Se la Russia è troppo severa con Gorbaciov, l’Occidente ha per lui un’eccessiva simpatia. Gli presta programmi democratici e anticomunisti che egli non ebbe mai; gli accredita un risultato positivo che (salvo che per la distensione) non fu nelle sue intenzioni e non riesce a comprendere come mai i russi, che pure sono stati da lui oggettivamente liberati, non gli facciano un monumento in ogni grande città.
Nel caso di questo grande uomo si ha un interessante crocevia fra giudizio e pregiudizio, fra memoria del passato e constatazione del presente, fra risultati perseguiti e risultati raggiunti. I russi gli rimproverano un crollo dell’Unione Sovietica che egli non ha mai voluto, gli occidentali una democratizzazione in senso occidentale della Russia cui egli non mirava affatto. A volte la storia sembra prescindere dalla volontà degli uomini sulle cui gambe cammina.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 marzo 2011

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