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POLITICA
6 settembre 2014
IL REGALO INUTILE DELLA BCE
I giornali ci informano che Mario Draghi, capo della Banca Centrale Europea, ha portato i tassi d'interesse allo 0,05%: dunque "il costo del denaro" (per le banche) è quasi inesistente. Inoltre la Bce si prepara a rilevare dei "pacchetti" in cui le singole banche avranno raccolto i crediti per il denaro concesso alle imprese e alle famiglie. Tutto bellissimo. Ma a chi non è un economista professionale rimane la libertà di fare i conti con le dita.
Il denaro è una gran cosa, meglio averlo che non averlo. Senza di esso non si fa quasi niente. E tuttavia è necessaria una distinzione. Se si va al ristorante, e si paga il conto, è un po' come se uno quel denaro lo "mangiasse" e dunque è un bene di consumo. Se invece si comprano le uova dal produttore e si vanno a vendere al mercato, il denaro non serve ad essere "consumato" ma ad attuare un'operazione lucrativa: in questo caso si chiama "capitale". Il denaro speso per consumi è essenziale perché diversamente nessuna impresa produce e fa profitti, il denaro capitale invece serve soltanto se si intende intraprendere. Ed proprio questo che rende dubbiosi rispetto ai provvedimenti della Banca Centrale.
Innanzi tutto c'è il dubbio che le banche ritirino denaro non per prestarlo alle imprese o alle famiglie ma per comprare esse stesse titoli di Stato. Con un rendimento del 3% (tutte le cifre hanno soltanto valore d'esempio), sottratto lo 0,05% da pagare alla Bce, si ha un ricavato del 2,95% per la semplice fatica di girarsi i pollici. 
Ma fingiamo di essere ingenui. Facciamo che il tasso d'interesse della Bce sia zero e che le banche se ne servano per concedere mutui a tassi bassissimi, dato che già un 4% sarebbe per loro un 4% netto. Mentre se il tasso della Bce fosse del 5%, per ottenere lo stesso 4% le banche dovrebbero praticare un tasso del 9%. Dunque, abbassando il tasso d'interesse della Bce, il denaro dovrebbe costare meno, a imprese e famiglie. In realtà i prestiti saranno concessi soltanto a coloro che dànno garanzie di rimborso, e Dio sa quanto siano divenute prudenti le banche. Che pratichino un interesse del 4, del 9 o del 20%, se il mutuo non è rimborsato è una catastrofe del 100% più le spese. 
Ed inoltre, se le banche, incoraggiate dalla Bce, divenissero generose e i prestiti inclusi nei "pacchetti" poi non fossero rimborsati, chi si accollerebbe la perdita? Qua si amerebbe saperne di più.
Ma c'è una perplessità ben più importante. Chi crea un'impresa mira al profitto. Ammettiamo che questo profitto sia del 10%, che per lanciare l'impresa sia necessario un capitale e che questo capitale lo si possa ottenere al 6%: l'imprenditore fonderà l'impresa se il 4% di profitto gli è sufficiente. Ovviamente, se ottenesse il denaro al 16%, l'imprenditore aprirebbe lo stesso l'impresa, se il profitto sperato fosse al 20%. Ciò significa che il costo del denaro, da solo, significa poco: è un parametro che va collegato ai ricavi. Se il costo del denaro fosse zero, ma anche il profitto sperato fosse zero, l'imprenditore non fonderebbe l'impresa; perché poi il capitale dovrebbe restituirlo senza averci guadagnato niente. Invece l'impresa non soltanto deve guadagnare, ma guadagnare abbastanza per rimediare anche a qualche imprevisto negativo.
Un basso costo del denaro rivitalizza le imprese marginali. Quelle che prima rischiavano di chiudere e ora, con quel piccolo guadagno in più, possono sperare di sopravvivere. Ma l'economia di un Paese non si regge sulle imprese marginali. Se la sensazione è che, chiunque apra una merceria in provincia di Matera, finirà con l'essere sommerso di spese e tasse, nessuno si muoverà. È quello che avviene in Italia. Il problema non è finanziario, è produttivo. Un'impresa non vive del suo capitale, vive dei suoi profitti. E se non li ha, o non apre o chiude o va all'estero. Se non c'è la prospettiva del guadagno, le sirene delle banche con le banconote in mano non incantano nessuno. 
Non si è capito e non si vuole capire che l'Italia si salverà quando sarà lecito fare profitti e al limite arricchirsi. Se l'impresa è considerata dal fisco il pozzo di San Patrizio, si provocherà una crisi senza soluzione. La pecora bisogna tosarla, non ucciderla. L'Italia invece ha la bava alla bocca contro i capitalisti affamatori del popolo e il risultato è quello che vediamo. Matteo Renzi, con i suoi ottanta euro, ha parlato spudoratamente di "operazione di ridistribuzione della ricchezza". Ora prepariamoci a ridistribuire la miseria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 settembre 2014

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permalink | inviato da giannipardo il 6/9/2014 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
18 luglio 2014
LE TEORIE PER USCIRE DALLA CRISI
Si fa un gran parlare di ripresa economica e ci si chiede quale sarebbe lo strumento per ottenere questo bel risultato. Le proposte sono diverse. Alcuni sono partigiani  di un intervento più risoluto dello Stato il quale, anche contraendo debiti, potrebbe rilanciare la produzione ed abbattere la disoccupazione con massicci investimenti. Altri invocano tagli di spesa ed una forte riduzione della tassazione. Una cosa è certa: se ci fosse una ricetta sicura, la discussione cesserebbe. E dal momento che si è nel campo delle ipotesi anche il profano può dire la sua.
Il semplice fatto che gli economisti si pongano il problema del “che fare” implica che esista qualcuno che può “fare”. E naturalmente si parla dello Stato. Nessun altro organismo possiede gli strumenti coercitivi e le risorse per influire significativamente sull’economia di una nazione. L’Amministrazione tuttavia non ha una grande capacità imprenditoriale. Non sa produrre ricchezza con risultati economici apprezzabili, e lo si è visto dovunque si sia tentato di applicare il capitalismo di Stato. Tanto che nessuno oggi osa proporre questa soluzione. 
Lo Stato non opera positivamente ma per sottrazione. Non può far concorrenza alle imprese, può soltanto favorire una produzione in confronto ad un’altra, in quanto imponga alla prima tasse e pesi minori che alla seconda. Gli strumenti dello Stato sono le leggi e il fisco, e questi non “producono”, si limitano ad indirizzare, usando la “forza coercitiva”.
Uno Stato può tassare molto e intervenire molto, o tassare poco e intervenire poco. Il vero discrimine, al di là delle sapienti teorie, è il quantum dell’azione statale, e per conseguenza il quantum di pressione fiscale. In questo campo è questione di fede. Chi pensa che lo Stato compia interventi benefici non sarà mai convinto da chi afferma che lo Stato è una sanguisuga, e chi pensa che lo Stato sia una sanguisuga non sarà mai convinto da chi afferma che esso sia benefico. È tanto inutile discutere con un nostalgico del comunismo quanto discutere con un nostalgico del capitalismo ottocentesco.
E tuttavia si può porre un problema a monte: il prelievo fiscale crea ricchezza o ne distrugge? Va innanzi tutto scartata l’ipotesi che lo Stato prelevi cento e distribuisca cento: infatti ci sono i costi del prelievo e della distribuzione. Anche se lo Stato prelevasse poco, e i suoi funzionari fossero altissimamente produttivi, il saldo sarebbe comunque aritmeticamente negativo. Inoltre è stupido sognare che lo Stato non prelevi nulla: si ha pure bisogno dell’esercito, della polizia, della scuola, delle strade, delle mille cose che i privati esigono ma non possono procurarsi da sé. Dunque la scelta è fra il prelievo “assolutamente necessario” (bassa pressione fiscale), e il prelievo “per attività non assolutamente necessarie” (alta pressione fiscale). Col limite finale dello Stato (sovietico) che, salvo eccezioni, si riserva tutte le attività.
La distinzione non è costante nel tempo. Quando non esistevano le automobili, le ferrovie facevano parte delle spese necessarie: i cittadini infatti non avevano altro modo per spostarsi sul territorio. Ma oggi sono ancora necessarie? Un Paese che continua a gestire ferrovie tenendo basse le tariffe opera antieconomicamente. Lo Stato è notoriamente un pessimo imprenditore - anche perché servito da impiegati e salariati che, mancando l’interesse personale e il controllo del “padrone”, battono fiacca - e dunque la ricchezza che distribuisce è solo una frazione di quella prelevata per produrla. Nel bilancio generale provoca dunque una distruzione di ricchezza. Si invochino pure le soluzioni stataliste, purché si confessi che le si vogliono per motivi morali e non economici. Un biglietto del treno che copre per metà o meno il costo del servizio (il quale servizio a sua volta è inefficiente) è un assurdo economico. Potrebbe essere un sussidio in favore dei più poveri, ma alla comunità costerebbe di meno versare la metà del costo di quel biglietto ad una compagnia di trasporti privata, che almeno opererebbe in modo economico ed in regime di concorrenza.
Il discrimine macroeconomico, nell’attuale crisi come nella normale vita del Continente, è l’alto o basso intervento dello Stato. E poiché da questo intervento dipende l’alta o bassa pressione fiscale, le grandi teorie non importano. Si tratta soltanto di decidere se si vuole che i cittadini siano liberi e responsabili di sé o se devono essere sotto la tutela di uno Stato che si occupa di tutto, sprecando involontariamente, ma inevitabilmente, ricchezza.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
18 luglio 2014

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permalink | inviato da giannipardo il 18/7/2014 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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