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POLITICA
6 settembre 2014
IL REGALO INUTILE DELLA BCE
I giornali ci informano che Mario Draghi, capo della Banca Centrale Europea, ha portato i tassi d'interesse allo 0,05%: dunque "il costo del denaro" (per le banche) è quasi inesistente. Inoltre la Bce si prepara a rilevare dei "pacchetti" in cui le singole banche avranno raccolto i crediti per il denaro concesso alle imprese e alle famiglie. Tutto bellissimo. Ma a chi non è un economista professionale rimane la libertà di fare i conti con le dita.
Il denaro è una gran cosa, meglio averlo che non averlo. Senza di esso non si fa quasi niente. E tuttavia è necessaria una distinzione. Se si va al ristorante, e si paga il conto, è un po' come se uno quel denaro lo "mangiasse" e dunque è un bene di consumo. Se invece si comprano le uova dal produttore e si vanno a vendere al mercato, il denaro non serve ad essere "consumato" ma ad attuare un'operazione lucrativa: in questo caso si chiama "capitale". Il denaro speso per consumi è essenziale perché diversamente nessuna impresa produce e fa profitti, il denaro capitale invece serve soltanto se si intende intraprendere. Ed proprio questo che rende dubbiosi rispetto ai provvedimenti della Banca Centrale.
Innanzi tutto c'è il dubbio che le banche ritirino denaro non per prestarlo alle imprese o alle famiglie ma per comprare esse stesse titoli di Stato. Con un rendimento del 3% (tutte le cifre hanno soltanto valore d'esempio), sottratto lo 0,05% da pagare alla Bce, si ha un ricavato del 2,95% per la semplice fatica di girarsi i pollici. 
Ma fingiamo di essere ingenui. Facciamo che il tasso d'interesse della Bce sia zero e che le banche se ne servano per concedere mutui a tassi bassissimi, dato che già un 4% sarebbe per loro un 4% netto. Mentre se il tasso della Bce fosse del 5%, per ottenere lo stesso 4% le banche dovrebbero praticare un tasso del 9%. Dunque, abbassando il tasso d'interesse della Bce, il denaro dovrebbe costare meno, a imprese e famiglie. In realtà i prestiti saranno concessi soltanto a coloro che dànno garanzie di rimborso, e Dio sa quanto siano divenute prudenti le banche. Che pratichino un interesse del 4, del 9 o del 20%, se il mutuo non è rimborsato è una catastrofe del 100% più le spese. 
Ed inoltre, se le banche, incoraggiate dalla Bce, divenissero generose e i prestiti inclusi nei "pacchetti" poi non fossero rimborsati, chi si accollerebbe la perdita? Qua si amerebbe saperne di più.
Ma c'è una perplessità ben più importante. Chi crea un'impresa mira al profitto. Ammettiamo che questo profitto sia del 10%, che per lanciare l'impresa sia necessario un capitale e che questo capitale lo si possa ottenere al 6%: l'imprenditore fonderà l'impresa se il 4% di profitto gli è sufficiente. Ovviamente, se ottenesse il denaro al 16%, l'imprenditore aprirebbe lo stesso l'impresa, se il profitto sperato fosse al 20%. Ciò significa che il costo del denaro, da solo, significa poco: è un parametro che va collegato ai ricavi. Se il costo del denaro fosse zero, ma anche il profitto sperato fosse zero, l'imprenditore non fonderebbe l'impresa; perché poi il capitale dovrebbe restituirlo senza averci guadagnato niente. Invece l'impresa non soltanto deve guadagnare, ma guadagnare abbastanza per rimediare anche a qualche imprevisto negativo.
Un basso costo del denaro rivitalizza le imprese marginali. Quelle che prima rischiavano di chiudere e ora, con quel piccolo guadagno in più, possono sperare di sopravvivere. Ma l'economia di un Paese non si regge sulle imprese marginali. Se la sensazione è che, chiunque apra una merceria in provincia di Matera, finirà con l'essere sommerso di spese e tasse, nessuno si muoverà. È quello che avviene in Italia. Il problema non è finanziario, è produttivo. Un'impresa non vive del suo capitale, vive dei suoi profitti. E se non li ha, o non apre o chiude o va all'estero. Se non c'è la prospettiva del guadagno, le sirene delle banche con le banconote in mano non incantano nessuno. 
Non si è capito e non si vuole capire che l'Italia si salverà quando sarà lecito fare profitti e al limite arricchirsi. Se l'impresa è considerata dal fisco il pozzo di San Patrizio, si provocherà una crisi senza soluzione. La pecora bisogna tosarla, non ucciderla. L'Italia invece ha la bava alla bocca contro i capitalisti affamatori del popolo e il risultato è quello che vediamo. Matteo Renzi, con i suoi ottanta euro, ha parlato spudoratamente di "operazione di ridistribuzione della ricchezza". Ora prepariamoci a ridistribuire la miseria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 settembre 2014

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18 dicembre 2011
SVILUPPO A FONDO CORSA

La crisi economica, ha detto Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, rischia di essere grave come quella degli Anni Trenta del secolo scorso e stavolta sarebbe globale: non vedremmo “nessun Paese immune dalla crisi”.

La cosa si spiega. Dal punto di vista della prosperità e dello sviluppo industriale, tra gli Anni Trenta del secolo scorso e il mondo attuale ci sono molte differenze. Basta considerare il numero di telefoni o di automobili: attualmente Paesi come il Marocco sono più ricchi dell’Italia di quel tempo. Allora la crisi americana riguardò solo le nazioni ad alto livello di sviluppo, e non toccò i Paesi poveri: perché poveri erano e poveri rimasero. Oggi invece, se gli europei e gli americani cominciassero a comprare meno prodotti dei Paesi emergenti, anche questi Paesi soffrirebbero della recessione.

Le economie di molti Stati sono interdipendenti. Se improvvisamente si trovasse una soluzione per la fusione nucleare, si disporrebbe di elettricità in quantità praticamente infinita e questo renderebbe se non superfluo, certo molto, molto meno necessario il petrolio. L’aria delle nostre città - riscaldate elettricamente e piene di automobili silenziose - sarebbe più pura, ma si annuvolerebbe il cielo dei Paesi esportatori di petrolio. Per loro sarebbe una catastrofe. L’Arabia Saudita farebbe un salto all’indietro di molti decenni, gli Emirati Arabi si accorgerebbero che è ben triste non avere una buona terra da coltivare, l’Iran perderebbe molta della sua baldanza. E cambierebbe il quadro anche per Paesi impensati come il Venezuela, la Nigeria, il Kazakhstan. Ma torniamo al presente.

Se la crisi attuale durasse, da un lato l’Occidente acquisterebbe di meno, creando problemi ai Paesi esportatori, dall’altro, con l’aumento della disoccupazione e la conseguente probabile diminuzione dei salari, aumenterebbe la sua competitività. Campo in cui ci siamo messi volontariamente nei guai. Siamo fieri dell’euro a poco meno di 1,35 $ e non ci accorgiamo che così rendiamo care le merci che esportiamo e a buon mercato quelle che importiamo. Con difficoltà per i nostri produttori.

L’Italia è uno dei Paesi in cui la crisi economica è più grave. La sua situazione è resa particolarmente difficile, oltre che dal cambio dell’euro, dal peso degli interessi sul debito pubblico. Ma neanche gli altri stanno benissimo. A parte il fatto che anch’essi hanno un notevole debito pubblico, un po’ tutti siamo forse arrivati alla totale maturazione di un certo tipo di società. Non si può andare oltre. Il mondo era stato organizzato per un’umanità che lavorava molto e si contentava di poco, oggi l’Europa e l’America hanno una società che vuole molto lavorando poco. Per qualche tempo è andata bene ma ora il sistema mostra la corda.

Con l’aumento della vita media non si possono più concedere ai vecchi le pensioni di una volta. Col costo delle cure mediche molto aumentato, diviene un enorme fardello assicurare il servizio sanitario a tutti. E si potrebbe continuare. Lo Stato moderno ha il fiato grosso. Chissà che la crisi, che tuttavia speriamo non si verifichi, non ci induca un po’ tutti a più miti consigli, sia in materia demografica, sia in materia di benessere.

Potremmo disegnare un nuovo modello di società che mira non ad uno “sviluppo sostenibile” ma, più umilmente, alla “sostenibilità della situazione”, a uno sviluppo che sa di essere già “a fondo corsa”. Ci si rivolgerebbe a Dio con parole nuove. Non: “Signore, ti prego, dammi di più” ma “Signore, ti prego, non mi dare di meno”.

Il concetto dell’infinito progresso, nato nel Settecento, col tempo è divenuto un dogma. I fatti lo hanno giustificato a lungo, perché avevamo molta strada davanti a noi: ma ormai ne abbiamo percorsa tanta che dobbiamo chiederci se non siamo andati troppo lontano.

Per decenni Malthus è stato ridicolizzato sottolineando che i progressi dell’agricoltura hanno permesso di nutrire - molto meglio che in passato - un’umanità che per il suo numero, secondo i calcoli, sarebbe dovuta morire di fame. Ma mentre si rideva, si dimenticava il principio di partenza della teoria: le dimensioni della Terra sono invariabili. Anche quando avremo reso fertile il Sahara, se l’umanità sarà composta da cinquanta o cento miliardi di persone, si rischierà la fame.

Questo schema vale in tutte le direzioni. L’infinito progresso non è un dato scientifico e dobbiamo preoccuparci della situazione reale. Poco importano i principi, inclusi quelli dell’Illuminismo, e tanto per rimanere a quel tempo dovremo dire, come Candide a Pangloss: “Quello che dici è bellissimo, ma intanto dobbiamo coltivare il nostro giardino”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

18 dicembre 2011


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ECONOMIA
14 dicembre 2011
LA MANOVRA DI MONTI È SBAGLIATA

Le cosiddette “manovre” e le cosiddette “stangate” potrebbero essere un rimedio peggiore del male. Se la soluzione dei problemi italiani fosse l’aumento della pressione fiscale, basterebbe raddoppiarla una volta per tutte. Purtroppo non è così.

La pressione fiscale è la somma di imposte dirette e indirette che l’insieme dei cittadini paga ogni anno, in relazione percentuale col prodotto interno lordo. Oggi siamo al 43% o più e questo significa che gli italiani in un anno producono 100 di ricchezza e lo Stato si appropria il 43% o più di quella ricchezza. Se anche così fosse insufficiente, invece di fare manovre si potrebbe portare la pressione al doppio: all’86%. Raddoppiando il gettito e incassando dunque l’erario il doppio, i mercati sarebbero rassicurarti sulla solvibilità dell’Italia e si potrebbe perfino cominciare ad azzerare il debito pubblico. C’è solo un inconveniente: a partire da certi livelli, più si aumenta la pressione fiscale meno incassa lo Stato.

Con una pressione fiscale assurda moltissime attività produttive si fermerebbero e invece di versare, per ipotesi, il 40% del loro reddito, non verserebbero niente. Inoltre molti direbbero: “Io non pago. Se mi pescano, chiudo. Ma, tanto, avrei chiuso comunque”. E l’erario ancora una volta non incasserebbe nulla. Insomma è una legge economica: a partire da un certo livello, aumentando l’imposta, il suo gettito cala invece di salire. E certo non sarà la condanna morale degli evasori che lo farà aumentare.

È inutile che ci si lamenti, come fa Sergio Rizzo, del fatto che dal 1981 a oggi l’evasione fiscale si sia quintuplicata(1). Non è che gli italiani fossero contribuenti onesti prima e ora siano diventati più infedeli: è solo successo che, aumentando la pressione fiscale, sia aumentata la convenienza del rischio. Nessuno, per scendere in strada, salta dal balcone. Ma se la casa brucia, il rischio maggiore è quello di essere arrostiti: e allora si salta. Nello stesso modo, la scelta fra pagare o non pagare le tasse è una normale scelta economica. La convenienza dell’evasione è direttamente proporzionale all’ammontare che si dovrebbe pagare e inversamente proporzionale alla probabilità di essere scoperti.

Se l’evasione è aumentata, come dice Rizzo, è segno che lo Stato ha spinto i cittadini ad accettare alti rischi. Oppure che non sa riscuotere tasse e imposte. Oppure un mix di ambedue le cose. Comunque sia, in questi casi una persona di buon senso da un lato abbassa le aliquote, dall’altro impone solo quei tributi che è capace di esigere. Se si limita a rincarare le aliquote, da un lato tramortisce chi paga, dall’altro favorisce chi decide di non pagare.

Nella congiuntura italiana tutto questo significa che i provvedimenti “suggeriti dall’Europa”, e accettati come “compiti a casa” da Monti, sono sbagliati. L’aumento della pressione fiscale, in un’economia che ormai è in recessione, è sicuramente un errore. Un robusto donatore di sangue può essere generoso, ma fare un salasso a un anemico corrisponde ad ucciderlo. Abbiamo avuto troppe “manovre”. Ci sarà un momento in cui, per quanto forte lo si strizzi, il limone non lascerà cadere neanche una goccia.

Lo Stato dovrebbe tagliare le spese e diminuire le tasse, e invece si va nella direzione opposta. Giustamente Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera(2), ha osservato che Monti ha commesso un errore, precipitandosi ad incrementare la pressione fiscale e rinviando i provvedimenti in favore del rilancio: ciò, a parere di chi conosca bene l’Italia, significa che non li adotterà mai. Avrebbe dovuto liberalizzare molte attività, rilanciare l’edilizia eliminando ogni forma di equo canone locativo (è equo solo quello determinato dal mercato), riformare drasticamente le leggi sul lavoro, e fare tutto questo per prima cosa, subito, perché se già sarebbe stato difficile farlo passare durante la luna di miele dei primi giorni, è impossibile che glielo lascino passare in seguito.

Alla fine si è attanagliati dal dubbio: ma possibile che queste cose sembrino cose chiare ed evidenti al lettore di giornali, mentre coloro che guidano gli Stati agiscono diversamente? Che siano solo sciocchezze, quelle che precedono?

Ma non vorremmo che poi i fatti ci dessero ragione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

14 dicembre 2011

1) Sergio Rizzo, L’evasione fiscale è quintuplicata: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=183MLQ

2) Angelo Panebianco, il Secondo Tempo http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=17WPDQ


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3 novembre 2011
PATRIMONIALE, RILANCIO, GOVERNO DI EMERGENZA

Ci sono due argomenti fastidiosi che si rincorrono da un articolo all’altro, da un giornale all’altro, fino a provocare l’orticaria solo a sentirli nominare: uno è il “governo-senza-Berlusconi” (oggi chiamato “governo d’emergenza”, visto che i venti nomi precedenti non sono bastati); l’altro è il rilancio economico dell’Italia. Una cosa inutile per una cosa impossibile.

Il debito pubblico dell’Italia è di 1.900.000.000.000 €, un numero troppo grande per essere concepito da mente umana. Per renderlo maneggiabile lo divideremo per 1.000.000, ottenendo 1.900.000. Facciamo che gli italiani siano sessanta milioni e anche qui dividiamo per un milione. Per sapere la quota di debito che grava su ogni italiano basterà dividere 1.900.000 per sessanta: fa 31.666,67 €. Dunque, per una famiglia di tre persone (è la media), 95.000 €. Un padre di famiglia può versare da un giorno all’altro questa somma, per ripianare il debito?

Naturalmente si risponderà che nessuno chiede di azzerare il debito dall’oggi al domani. Giusto. Facciamo allora che si diano tre anni per pagarne la metà: 47.500, 15.850 € l’anno. Chi è in grado di versare una simile imposta? La stragrande maggioranza degli italiani certo no. Insomma il debito pubblico c’è e ci sarà.

Questi calcoli servono anche per un secondo argomento: la famosa patrimoniale. Il prelievo in banca, che impose a suo tempo il governo Amato, è una pessima proposta, sia perché gli italiani non hanno dimenticato quella rapina notturna, sia perché il gettito non servirebbe a mettere in sesto i conti italiani. L’imposta sulla casa sorprenderebbe di meno, ma essa colpirebbe praticamente tutti, anche i più poveri, anche quelli che ancora pagano un pesante mutuo, visto che l’ottanta per cento degli italiani vive in casa propria. S’immagini quanto sarebbe popolare questo provvedimento. E soprattutto, quale sarebbe il gettito? Se si chiedessero mille euro ad ogni capo famiglia di tre persone, si arriverebbe a venti miliardi. Venti miliardi di euro a fronte di millenovecento e nel frattempo le proteste arriverebbero al Cielo. Il massimo che si può fare in questa direzione è mantenere la situazione in equilibrio: non spendere più di quanto si incassa. E questo pareggio di bilancio sarebbe già un miracolo. Un governo che lo realizzasse avrebbe diritto agli applausi degli elettori.

L’unico modo di risolvere il problema del debito pubblico sarebbe un impressionante rilancio dell’economia nazionale. E infatti tutti ne parlano. Se lo Stato incassasse più di quanto spende, e usasse questo surplus per rimborsare i titoli, a poco a poco il debito scenderebbe. Inoltre, dal momento che l’ammontare del debito è espresso come percentuale del prodotto interno lordo annuale, se il pil aumentasse, il debito, a parità di somma, diminuirebbe percentualmente. Gli stessi 1.900 miliardi diverrebbero non – poniamo - il 110% del pil, ma il 108, il 105 o il 102.

E infatti molti – anzi, tutti - chiedono questo rilancio al governo. Ma non dicono come questo governo o un altro, non importa, potrebbe realizzarlo. Nel mito c’è lo Stato che riesce, non si sa con quali finanziamenti, ad abbassare tasse e imposte in modo da incoraggiare i consumi, a dare lavoro a decine di migliaia di persone dando l’avvio a colossali lavori pubblici, e attuando molti altri provvedimenti che avrebbero in comune proprio questo: che lo Stato ci mette i soldi. Solo che i soldi lo Stato non li ha. Se li avesse non avrebbe bisogno di rilanciare l’economia.

Lasciando il mito e scendendo sul piano delle cose possibili, bisogna innanzi tutto ricordare è che l’economia non dipende dallo Stato. Tutto quello che lo Stato sa fare è danneggiarla. L’economia si può incoraggiare lasciandola più libera, rimuovendo ostacoli, diminuendo le tasse, liberalizzando il mercato del lavoro, snellendo gli adempimenti burocratici e fiscali e a questo punto si parla spesso di “riforme coraggiose”: ma non è questione di coraggio. Il problema non è quello di formulare una proposta, è quello di trovare un Parlamento che la voti. E qui si sbatte contro una realtà immutabile. In questi anni il Parlamento non ha avuto la forza di attuare le riforme necessarie, pur riconoscendole tali. Ora si chiede: questa forza l’avrà un centro-sinistra abbarbicato all’art.18 dello Statuto dei Lavoratori come i naufraghi della Medusa alla loro zattera?

E allora si arriva all’ultimo capitolo, il governo dei tecnici. Questa soluzione - tanto stupida quanto miracolistica - ha numerosi sostenitori. Molti sono convinti che il governo (una ventina di persone) governi male perché composto da cretini, tanto che sostituendo questi ragazzacci degli ultimi banchi con il primo della classe, quello con gli occhialini e sempre ben pettinato, tutto si risolverà. In molti non comprendono – o  fanno finta – che in primo luogo anche i tecnici hanno le loro idee: e comunque, dovendo prendere decisioni politiche, prenderebbero decisioni politiche, non tecniche. La scelta di un’imposta piuttosto che un’altra non è tecnica. In secondo luogo che anche loro dovrebbero trovare in Parlamento una maggioranza che gli voti i provvedimenti. E se non la trova Berlusconi perché dovrebbero trovarla loro? E se non la trova Bersani perché dovrebbero trovarla loro?

Il problema dell’Italia non è il volante, è il carburante. Tutti conosciamo la meta ma manca l’energia per andarci. Se neanche un governo di centro-destra sa affrontare l’impopolarità di una riforma radicale del mercato del lavoro, saprà farlo una diversa maggioranza?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

3 novembre 2011

ECONOMIA
25 ottobre 2011
CRISI: PERCHÉ GRECIA, ITALIA E SPAGNA

Il mondo è in crisi, dal punto di vista economico. Non c’è nessuno che può salire sul pulpito per sermoneggiare, neanche gli Stati Uniti, ma sta peggio chi è inserito nell’area euro. La “moneta unica” è utile quando è la conseguenza di una unione politica, economica e fiscale, non quando si sogna che ne sia la causa. Anche nell’era della più avanzata tecnologia non è consigliabile mettere il carro dinanzi ai buoi.

Ci si può comunque chiedere come mai, negli stessi decenni in cui l’Europa e l’America sono andate sempre più indietro, altri Paesi e in particolare la Cina siano andati avanti come bolidi. La spiegazione, per il successo economico dei Paesi extraeuropei, è ben nota: un basso costo del lavoro coniugato con un alto livello di scolarità. Essendo disposti a vendere a prezzi concorrenziali le cose che credevamo di essere i soli a saper fare, non potevano non buttarci fuori mercato. Cominciò il Giappone, poi vennero Taiwan, la Corea del Sud, e gli altri. Infine, quando la Cina si è svegliata, ci ha stesi tutti.

Ma la crisi ha colpito e colpisce soprattutto Grecia, Italia e Spagna. Queste nazioni non riescono a rimettersi in moto per salvarsi neppure nel momento in cui si parla di default e la ragione di questo dramma è “culturale”.

Il riscatto del popolo, cominciato con la Rivoluzione Francese, prima è stato “borghese”, poi “proletario”. Il profeta Karl Marx ha indotto quasi metà dell’orbe terracqueo a provare l’esperimento del socialismo reale e il risultato è stato invariabilmente la miseria e la dittatura. Infatti in nessun posto il comunismo è tanto fallito quanto negli Paesi ex comunisti: l’esperienza concreta è chiara anche agli analfabeti.

Ma il comunismo dal punto di vista culturale e sociale ha dominato anche dove non è andato al governo. In Spagna prima della Seconda Guerra Mondiale e in Grecia subito dopo si sono addirittura combattute delle guerre civili in cui una delle fazioni aveva come credo il comunismo. Quanto all’Italia, ha avuto per decenni il più grande Partito Comunista del mondo fra i Paesi liberi. Ancora oggi da noi un intellettuale si vergogna se non è di sinistra.

Naturalmente l’élite ha influenzato i cittadini normali sicché la mentalità socialista, statalista e vagamente collettivista è divenuta vangelo. Il risultato è stato un aumento costante dei compiti e del peso fiscale dello Stato il quale, essendo caratterizzato da bassa produttività ed alti costi, ha finito col paralizzare e impoverire la nazione. Esso ha scoraggiato l’iniziativa privata, ha pressoché annullato la mobilità lavorativa ed ha obbedito alle tendenze deteriori di odio agli abbienti (basti pensare alla legge dell’“equo canone”, che ha ammazzato l’edilizia). Il socialismo ha finito con l’essere la caratteristica di tutti i partiti, di destra come di sinistra: del resto lo stesso Mussolini aveva radici politiche socialiste e Hitler non a caso ha fondato un partito nazionalsocialista. Ma mentre la Cina il comunismo l’ha veramente assaggiato, e rinnegandolo si è buttata su un liberalismo economico pressoché selvaggio, fino ad arricchirsi in modo inverosimile, i tre Paesi mediterranei il comunismo non lo hanno mai veramente provato. Lo hanno vagheggiato e hanno pensato che le sue promesse sarebbero state mantenute se solo si fosse abbattuto lo Stato borghese. Da noi la lezione non è stata appresa. Se abbiamo creato la tragedia del debito pubblico è perché, nel momento in cui bisognava spendere, far di conto sarebbe stato da reazionari e liberisti. Se il popolo chiedeva qualcosa non gli si poteva dire di no. Per demagogia i governanti, soprattutto quelli del “Partito di centro che guarda a sinistra”, non si chiedevano se ci si poteva permettere il provvedimento: pensavano solo a mostrarsi preoccupati dei bisogni del popolo e a farsi rieleggere. E il popolo li rieleggeva.

Chi ha provato il comunismo e lo abbandona vede la propria economia ripartire. Se invece l’intero popolo è impregnato di idee comuniste e premia col voto solo i politici che lo illudono in questo senso, ci si avvia verso una inarrestabile decadenza economica.

Se oggi in Grecia come in Italia non si riesce a fare marcia indietro verso un’amministrazione della cosa pubblica meno demenziale è perché le resistenze sono insormontabili. Ancora oggi la Lega, che pure fa parte della coalizione di governo, si oppone alla riforma delle pensioni. Perché, si sa, le conquiste socialiste del popolo sono irrevocabili e la controrivoluzione merita un colpo di piccozza in testa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 ottobre 2011


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ECONOMIA
22 settembre 2011
LE MANOVRE NON SALVANO L'ITALIA

Alesina e Giavazzi hanno scritto sul “Corriere della Sera”(1) un articolo interessante perché fornisce un dato che va in direzione opposta a quello che generalmente si crede: “al netto degli interessi sul debito nel 2012 la Francia avrà un disavanzo pari al -2,4% del Prodotto interno lordo, l'Italia un avanzo del +2%. L'avanzo italiano sarebbe addirittura superiore a quello tedesco, stimato al +1,4%”. Ma l’Italia, malgrado questo, ha un rating inferiore a questi due Paesi a causa del debito pubblico che da noi corrisponde ad un assurdo 120% del prodotto interno lordo.

Va tuttavia sottolineato che questo 120% non è un valore assoluto perché non è un valore assoluto quello del pil: se a debito invariato il pil sale, la percentuale del debito sul pil scende. Facciamo un esempio: se per ipotesi il debito fosse 100 e il pil 100 , avremo il 100% di debito sul prodotto interno lordo. Ma se il pil salisse a 103, e il debito rimanesse a 100, esso corrisponderebbe percentualmente al 97% del pil: perché 100 sarebbe diviso non più per cento ma per 103. Come scrivono i due editorialisti, “la crescita (al denominatore) è importante quanto i conti pubblici (al numeratore). È la nostra incapacità di crescere e di attuare politiche che favoriscano la crescita ciò che davvero preoccupa le agenzie di rating e gli investitori”.

Gli autori proseguono parlando di una manovra di bilancio che, tra il 1993 e il 1998 - governo Amato - aumentò notevolmente la pressione fiscale, tanto che l’economia non si riprese mai più. La spesa pubblica, che era del 43,2% del pil, oggi è al 46,7%. Come si vede, la leva fiscale può rovinare la nazione perché pratica un salasso a qualcuno che è già debole e malato.

La morale della favola è molto semplice. Nel bilancio fra entrate e uscite lo Stato italiano ha un avanzo positivo del 2% e dunque è virtuoso: tuttavia ha un modello economico che ne deprime lo sviluppo e ne azzera le speranze per il futuro. Cambiando questo modello, aumenterebbe il pil, diminuendo percentualmente il debito pubblico, perfino a cifre invariate; aumenterebbe il gettito fiscale, permettendo di diminuire effettivamente, non solo percentualmente, il debito pubblico; e infine la ritrovata prosperità farebbe cambiare il giudizio dei mercati sulla nostra nazione, con benefici di ogni genere.

Ma “cambiare modello economico” è un sogno che corrisponde ad un programma di impossibile attuazione. In Italia la convinzione generale è che nulla deve essere cambiato, né in materia di legislazione sul lavoro, né in materia di amministrazione della giustizia, né in materia di sanità, né in materia di previdenza. Come ha scritto qualcuno, in Italia si avvicendano le stagioni solo perché non dipendono dal governo. Come dimenticare che siè avuta una mezza sollevazione solo perché si erano ridotti i finanziamenti a film nati morti o a indegni cinepanettoni? Ma erano parte delle “necessità culturali” e il governo ha fatto marcia indietro. Se non si può vincere sulla lobby di quattro cinematografari, come sperare di piegare la casta dei magistrati? Come togliere agli italiani il diritto all’illicenziabilità o la speranza di vivere da pensionati per venti o trent’anni?

Il governo Berlusconi è gravemente colpevole di non avere attuato le necessarie riforme. Esse erano nel suo Dna e i suoi sostenitori gli rimproverano giustamente di non averle portate a termine. Ma chi può sperare che quelle riforme poi le faccia chi, nel suo Dna, ha ancora una mentalità sovietica? Chi ha la convinzione che lo Stato, senza prendere nulla a nessuno, debba poi dare tutto a tutti?

L’articolo del “Corriere” afferma inoltre che la famosa “patrimoniale” non risolverebbe il problema ed anzi “sarebbe esiziale per la crescita perché diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti”. In altri termini, il governo Berlusconi dovrebbe approfittare del momento drammatico non per chiedere altri soldi (per esempio con la patrimoniale) ma per piazzare quei colpi che non gli sarebbero consentiti in nessun altro momento. E questo sarebbe giustissimo, se fosse vero che questi “colpi” attualmente gli sono consentiti. In realtà non è così. Le riforme sono impossibili per le universali resistenze, a cominciare da quelle che provengono dall’interno della stessa coalizione di governo. Se l’acqua non arriva al fumaiolo, nessuno crede veramente che la nave possa affondare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

22 settembre 2011

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_settembre_19/alesina-giavazzi-emergenza-crescita_f0603b0c-e27f-11e0-9b5b-a429ddb6a554.shtml


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ECONOMIA
15 settembre 2011
PERCHÉ NON SI PUO' RILANCIARE L'ECONOMIA

“Sì. Potrebbe anche piovere”. Ecco la risposta che, secondo l’aneddoto, dette il luogotenente al generale sconfitto che, contemplando il campo di battaglia coperto di morti e feriti, aveva chiesto: “Potrebbe andar peggio?”

La gara del pessimismo è tristissima e non si è mai sicuri di vincerla. Dicono che la realtà abbia più fantasia dell’invenzione: dunque può anche essere più carogna di ciò che ipotizza chi vede nero.

Amare considerazioni, per uno che osserva la situazione economica dell’Italia. Allineiamo i fatti: non è scongiurato il pericolo di ulteriori attacchi dei mercati. Non della speculazione, che è un mito, dei mercati. E questi non sono la febbre, sono il termometro. Non è scongiurato il pericolo che sia necessaria una terza manovra. Non è scongiurato il pericolo che anche una terza manovra sia insufficiente. Insomma non è scongiurato il pericolo che l’euro scoppi e l’Italia vada a gambe all’aria.

Però è anche possibile che l’euro sopravviva o che l’Europa, magari dopo aver perso per strada la Grecia e il Portogallo, riesca a salvare l’Italia. Ma non è detto che non lo faccia per poi accompagnarla cortesemente alla porta e augurarle buon viaggio insieme con la Spagna. Forse siamo too big to fail, troppo grossi per fallire, quanto meno di botto, ma certo nessuno ci vorrà se saremo solo una palla al piede. Il samaritano aiutò quel poveraccio una volta, non gli fece un abbonamento dal sarto.

Visto che non siamo sicuri di vincere la gara del pessimismo, proviamo a vincere dal lato dell’ottimismo.

Che cosa potrebbe salvare l’Italia? La risposta è semplice: un modello produttivo di ci sui si possono fornire alcune caratteristiche. Abolizione della maggior parte delle norme sindacali; licenziabilità ad libitum e senza giustificazioni; niente contratto nazionale, libera contrattazione fra lavoratore e datore di lavoro; licenziamento di una buona percentuale dei dipendenti pubblici, in parte razionalizzando l’Amministrazione statale, in parte abolendo uffici e servizi; riforma sanitaria nel senso che ciascuno è obbligato ad assicurarsi privatamente; scuola severissima e costosa; riduzione delle università a una o due per regione; raddoppio del prezzo dei carburanti; tutti in pensione a settant’anni, uomini e donne; niente pensione di anzianità, al massimo fine dei contributi a partire da un certo numero di anni di contribuzione; niente pensioni sociali, solo mense per i poveri o dormitori pubblici; chiusura delle ferrovie dello Stato, salvo la dorsale adriatica, la dorsale tirrenica e il collegamento con Genova, Torino, Milano e Venezia; taglio drastico di tasse e imposte per riportare il peso del fisco sotto il 30% del pil; meglio se il venti. Non è necessario continuare, perché se si tentasse di attuare metà o anche solo un terzo di queste riforme, gli italiani insorgerebbero come un sol uomo e non se ne farebbe niente.

Se tutto questo è vero, è anche vero che è inutile parlare di ripresa produttiva. È come se, con la stessa automobile, senza variare il carico, senza cambiare percorso, senza cambiare carburante e senza mettere le mani nel motore, si pretendesse di andare molto più veloci. L’Italia si è messa nei guai creando un modello produttivo inefficiente, sprecone, spesso ingiusto, ma gli è visceralmente affezionata. È convinta che quell’automobile dovrebbe portare un carico maggiore e andare lo stesso più veloce. Poi, quando vede che essa ha tendenza a fermarsi, le aumenta il carico. A cominciare da quello fiscale.

Il nostro Paese non può essere salvato perché gli italiani lo vogliono com’è. Probabilmente i ferrovieri sarebbero disposti ad abolire la sanità pubblica, i medici sarebbero disposti a licenziare metà degli statali e gli statali sarebbero disposti a chiudere le ferrovie. Ogni settore è disponibile alle riforme degli altri settori ma ognuno blocca la riforma che lo riguarda. E trova subito alleati: da noi è più probabile il consenso per le piaghe da decubito che per l’azione.

Silvio Berlusconi avrebbe potuto salvare l’Italia? Assolutamente no. Né lui né nessun altro. Ciò che avrebbe potuto fare di meglio, sarebbe stato dimettersi immediatamente dopo la vittoria del 2008 e passare la mano. In questo momento gli italiani starebbero ancora cercando disperatamente una testa di turco, senza trovarne una abbastanza grossa. Mentre ora, se si dimettesse, gli darebbero la colpa della crisi economica mondiale. Ma la sorte di Berlusconi è senza importanza. La situazione è quella che è. E non ci allarmano tanto i guai attuali dell’Italia, quanto il fatto che potrebbe anche piovere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

15 settembre 2011


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CULTURA
5 aprile 2009
UN TELEGRAMMA A SCALFARI

UN TELEGRAMMA A SCALFARI

L’articolone domenicale di Eugenio Scalfari contiene una sola idea. Nel mondo c’è una grande crisi, che dipende dal crollo della domanda. Come risolverla? Ecco: “è ormai maturo il tempo per procedere verso l'eguaglianza delle condizioni di partenza tra i ceti, le etnie, i generi, gli individui. Condizione che necessariamente comporta una profonda redistribuzione dei redditi e della ricchezza tra paesi opulenti, paesi emergenti, paesi poveri”. “Non ci sarà crescita senza redistribuzione del reddito e della ricchezza”. “Il rilancio della domanda passa inevitabilmente per il suo finanziamento, finanziamento di massa per rilanciare la domanda di massa. La necessità della redistribuzione è dunque la condizione primaria per il rilancio della crescita”.

Qualche osservazione:

1)    Chi dice a Scalfari che, in origine, non ci sia stata “uguaglianza delle condizioni di partenza”? Fra gli uomini delle caverne c’erano dunque dei Rockefeller che stavano in panciolle mentre gli altri andavano a caccia?

2)    Chi gli dice che, realizzata di nuovo l’uguaglianza delle condizioni di partenza (cioè una povertà generalizzata) dopo qualche tempo non ci saranno di nuovo disuguaglianze? Forse che non ce ne sono più in Russia e in Cina, dove per tanto tempo la povertà è stata programmata dall’alto e generalizzata?

3)    Chi gli dice che ci sia stata una distribuzione della ricchezza (visto che si tratta di re-distribuzione), per cui un dio ha dato di più all’uno e di meno all’altro? Non potrebbe essere che questa distribuzione non ci sia mai stata e che alcuni siano stati capaci di arricchirsi ed altri (fra cui chi scrive) no?

4)    Chi dice a Scalfari che un qualunque Paese europeo sarebbe disposto a dividere il suo reddito col Burkina Faso, l’Uganda e tutti gli altri paesi dell’Africa, per essere esattamente al loro livello, in modo da avere le stesse condizioni di partenza (verso il disastro)?

5)    Scalfari parla di “finanziamento di massa”. Ci farebbe anche la cortesia di dirci dove trova questo denaro? Questo finanziamento sarà pure la condizione primaria per il rilancio, ma è come se si dicesse che per abolire la povertà basterebbe che tutti fossero ricchi.

Conclusione: la fama di Scalfari come giornalista rimane un mistero.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

5 aprile 2009


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