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POLITICA
8 dicembre 2014
MERKEL: ACCUSE ALLA RUSSIA, ALLA FRANCIA, ALL'ITALIA
La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha rilasciato una brevissima intervista che riguarda la situazione nell'Est europeo. Della Francia e dell'Italia parla soltanto di passaggio. Si legga "Die Welt"(1).  

La Cancelliera federale Angela Merkel (CDU) vede l'annessione della Crimea soltanto come un caso di politica antieuropea di Vladimir Putin. La Merkel ha detto alla "Welt am Sonntag": "La Moldavia, la Georgia e l'Ucraina, tre Paesi del nostro vicinato orientale, per loro decisione sovrana hanno sottoscritto un accordo d'associazione con l'Unione Europea. E la Russia ha creato difficoltà a questi tre Paesi".
Per realizzare questa destabilizzazione Mosca non si è arrestata neanche dinanzi alla possibilità di ledere l'integrità territoriale degli altri Paesi. La Merkel ha detto testualmente: "Così la Repubblica di Moldavia soffre da anni  del conflitto riguardo alla Transnistria. Noi abbiamo compiuto grandi sforzi politici per aiutarla, ma fino ad ora, purtroppo, inutilmente. La Georgia soffre nello stesso modo da anni del conflitto "congelato" nell'Ossezia del Sud e nell'Abkhazia. L'Ucraina deve sopportare l'annessione della Crimea e gli scontri nell'Est del suo territorio. Inoltre vediamo che la Russia cerca di creare dipendenze economiche e politiche in alcuni Paesi dei Balcani occidentali".
La Merkel ha vigorosamente riconfermato la sua intenzione di sostenere, se del caso anche militarmente, L'Estonia, la Lettonia e la Lituania che si sentono minacciate dalla Russia: "La questione di una guerra nel Baltico non si pone. Ciò nonostante è in vigore l'art.5 del Patto della Nato, cioè l'impegno all'assistenza per tutti i membri dell'alleanza", ha spiegato la Merkel. "Per questo contribuiamo a disporre nuove forze d'intervento rapido per esempio per la sicurezza dello spazio aereo del Baltico, e da un organismo di direzione comune a Stettino lavoriamo ad un patto militare con polacchi e danesi".  
La Merkel si difende, nell'intervista alla "Welt am Sonntag", dalla critica dei suoi tre predecessori nell'incarico Helmut Schmidt (SPD), Helmut Kohl (CDU) e Gerhard Schröder, che si sono dichiarati a favore di una posizione conciliante nei confronti della Russia. Al riguardo la Merkel dice: "Sono convinta che la risposta europea comune riguardo alle azioni della Russia sia stata corretta. Non può rimanere senza conseguenze il fatto che la Russia abbia leso l'integrità territoriale e la sovranità dell'Ucraina che essa aveva assicurato per contratto col Memorandum di Budapest del 1994".
La Merkel ammonisce la Francia e l'Italia riguardo alle riforme.
La Merkel tuttavia ammonisce anche i Paesi in crisi dell'Unione Europea riguardo al dovere di intraprendere ulteriori sforzi di riforma. "La Commissione dell'Unione Europea ha stabilito un calendario riguardo al momento in cui la Francia e l'Italia devono presentare ulteriori provvedimenti. Ciò è modificabile, perché ambedue i Paesi si trovano effettivamente in un processo di riforme". E il Presidente della Commissione dell'Unione Europea Jean-Claude Juncker ha per questo rinunziato (http://www.welt.de/134808211) ad infliggere punizioni ad ambedue i Paesi, benché essi vogliano contrarre più debiti di quanto sia permesso dalle regole di stabilità dell'Unione europea. Ma la Merkel per questo chiede riforme aggiuntive: "La Commissione ha tuttavia reso chiaro che ciò che fino ad oggi abbiamo sul tavolo, non è ancora sufficiente. E a questo punto di vista mi associo".
(Traduzione di Gianni Pardo).

Come si vede, le sue frasi che riguardano la Francia e l'Italia hanno per soggetto, la prima: "La Commissione UE "; la seconda Jean-Claude Juncker, e la terza ancora la Commissione. Di suo ha solo detto: "A questo punto di vista mi associo". Prima, durante i loro governi, Monti e Letta sono stati proni dinanzi alla stessa Angela Merkel, come scolaretti pronti a fare i compiti a casa assegnati dalla signora maestra. Ora vige la moda contraria, e tutti salgono sugli spalti a stracciarsi le vesti per la dignità offesa, proclamano che l'Italia non prende lezioni da nessuno, che la Merkel "farebbe bene a guardare prima in casa sua", che noi stiamo facendo miracoli e chiediamo rispetto,. Rischiamo così il patetico. Si vede nei fatti che le nostre riforme sono insufficienti a rilanciare l'economia. Viviamo una situazione economica di cui non si vede l'uscita, le agenzie di rating dichiarano i nostri titoli a un passo dall'essere junk bonds, spazzatura, e invece di prendere atteggiamenti gladiatori faremmo bene a tenere un basso profilo. 
La Cancelliera si è espressa in maniera molto moderata, non ha insultato nessuno e non ha detto nessuna falsità. È stata risoluta fino alla brutalità, non esitando neppure a parlare di reazioni militari, ma nei confronti della Russia di Putin. Per la Francia e per l'Italia le è bastato lasciare la patata bollente alla Commissione Europea.
I politici italiani sono talmente "nombrilisti", come direbbero i francesi, o "self-centered", come direbbero gli inglesi, che in un gravissimo problema di stabilità internazionale vedono soltanto il fatto che la Merkel, riguardo all'Italia, ha la grave colpa di vedere ciò che vedono tutti. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 dicembre 2014
(1)http://www.welt.de/politik/deutschland/article135095580/Merkel-wirft-Moskau-vor-Osteuropa-zu-destabilisieren.html

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POLITICA
14 settembre 2014
LA VALIDITA' DELLE RIFORME STRUTTURALI
Su Scenarieconomici.it si legge: "Il Nobel Paul Krugman ridicolizza per l’ennesima  volta la presunta cura di tutti i mali: le riforme strutturali". La stessa ripresa della Spagna, ammesso che realmente ci sia, non dipende da esse.
Paul Krugman non è soltanto un economista e un Premio Nobel, è anche un pubblicista dalle idee chiare, che esprime con grande semplicità. Sul New York Times è stato spesso un piacere condividere le sue critiche alla conduzione della crisi europea, francamente disastrosa. E tuttavia - per ragioni non economiche ma semantiche - appare lecito porre in dubbio la validità dell'affermazione iniziale.
Nei seminari - seguendo una tradizione che risaliva alla Scolastica - un tempo si insegnava che, prima di discutere, bisogna mettersi d'accordo sul significato dei termini usati. Diversamente si rischia di accapigliarsi senza che ci si renda conto che si sta parlando di argomenti diversi. Nel nostro caso, per l'appunto, bisogna intendersi sul significato delle "riforme strutturali". Naturalmente chiunque - Krugman incluso - ne ha un'idea: ma siamo sicuri che sia la stessa che ne hanno gli altri?
Per prima cosa bisogna stabilire che cosa sia una riforma. È certamente una modificazione, ma di quali proporzioni? Si va dal cambio della denominazione - dal Ministero dell'Educazione Nazionale al  Ministero della Pubblica Istruzione - al totale stravolgimento dell'istituzione, e perfino alla sua abolizione. Anche l'aggettivo "strutturale" può dar luogo a perplessità. Qualunque significato  gli si attribuisca - per esempio "fondamentale" - lascia irrisolta la perplessità su che cosa sia fondamentale e che cosa non lo sia. Dunque l'affermazione di Krugman, tanto risoluta quanto generica, secondo la quale le "riforme strutturali" non risolveranno niente, in tanto sarà valida in quanto si sia chiaramente precisato che cosa si intende con quell'espressione. 
Ammettiamo per ipotesi che qualcuno, rifiutando le famose "riforme strutturali", affermi che la salvezza del Paese si otterrà soltanto rendendo molto più competitiva la sua produzione industriale. Questo risultato si può ottenere svalutando massicciamente la moneta nazionale, liberalizzando totalmente i salari, abbassando brutalmente la pressione fiscale e in altri modi ancora. Ebbene, che cosa impedisce di chiamare ognuno di questi provvedimenti "riforma strutturale"?
Krugman, secondo la breve recensione di "Scenarieconomici", contesta la validità delle riforme spagnole e scrive che "la depressione ha portato ad una graduale, dolorosa svalutazione interna che ha abbassato il costo del lavoro, rendendo la Spagna più competitiva all’interno dell’Europa", anche se i lavoratori spagnoli ne sono stati massacrati, ed anche se la ripresa è debole e lenta. "Chi considera quanto sopra come un trionfo delle riforme strutturali, ha dei preconcetti così forti che non si prende la briga di dare un’occhiata a quel che dicono i dati".
Le affermazioni sembrano contraddittorie. Se si ammette che, pur con tutti i suoi limiti, il provvedimento sta avendo effetti positivi, e se si ammette che la svalutazione interna ne sia la causa, un provvedimento del governo che la attua non opera forse una "riforma strutturale"?
Facciamo invece l'ipotesi che il provvedimento da adottare per salvare la Spagna, l'Italia, o qualunque altro Paese in gravissima difficoltà, debba essere un altro, e poco importa quale. Una volta che lo si sarà indicato, che cosa vieterà di chiamarlo "riforma strutturale"?
Krugman critica un alto funzionario dell’eurozona per avere invitato gli Stati a prendere esempio dalla Spagna. E certo, visto dove hanno condotto il continente, non si ha nessun interesse a difendere gli alti funzionari europei. Tuttavia è lecito chiedere: sarebbe cambiato qualcosa se invece di affermare che "sono fondamentali le riforme strutturali" quel signore avesse detto che "sono fondamentali i provvedimenti capaci di rilanciare l'economia"? Sia le "riforme strutturali" sia "i provvedimenti capaci di rilanciare l'economia" sono scatole semantiche vuote, in cui ciascuno può mettere ciò che vuole. E nessuno può negare che quei "provvedimenti", se realmente avessero la capacità di operare il miracolo, sarebbero benedetti e da adottare immediatamente.
Allo stato della discussione il problema delle "riforme strutturali" è un non problema. Ciò che importa è sapere che cosa è necessario per fare uscire dalla stagnazione un gigante paralitico come l'Italia. Soltanto quando avremo trovato questo rimedio miracoloso,  e quando avremo visto che effettivamente funziona, ci preoccuperemo di battezzarlo in pompa magna, magari in cattedrale: ma la cosa più importante non è il nome che gli daremo.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 settembre 2014

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POLITICA
17 agosto 2014
PERCHÉ NON SI MODIFICA L'EUROZONA
     Prima, nell'eurozona c'erano i sani e i malati. I sani - Germania in primo luogo - non solo stavano bene, ma erano anche convinti che la loro salute dipendesse dalla loro virtù. Tanto da avere la tendenza a dire a quelli che soffrivano: "Ben vi sta". Quelli che stavano peggio - fra loro l'Italia - pur riconoscendo le loro colpe, sostenevano invece che i sani avrebbero dovuto aiutarli. Se non altro nell'interesse della comunità. Ma la cosa, ammesso che fosse possibile, era molto difficile da spiegare ai popoli "ricchi". I loro contribuenti infatti avrebbero così tradotto gli eventuali programmi di salvataggio: "Pagare per chi ha scialacquato? Noi che magari all'occasione abbiamo stretto la cinghia? Non se ne parla". La formica di La Fontaine ha sempre la comprensibile tentazione di rispondere alla cicala: "Ah, mentre io lavoravo lei cantava? E dunque balli, ora".
È andata così per molto tempo. Ma ora il rallentamento colpisce tutti e i segnali d'allarme sono seri. La Francia va veramente male, anche se per decenza non bisogna dirlo a voce alta; la Germania vede diminuire le proprie esportazioni e non ha più una accettabile crescita del suo pil, e insomma non sono più i "piigs", i cattivi, a preoccupare, è l'intera fabbrica della moneta comune. Ecco perché da più parti si invocano una modificazione dei patti, un rinnovamento che coinvolga le autorità comunitarie, la Banca Centrale Europea e tutti i governi, in modo da far ripartire l'economia. Ma è un vano chicchiericcio. Finché si parla di "un piano di azione che coordini politiche monetarie e fiscali", di "un’azione atipica di rilancio dell’economia", come fa il Corriere della Sera, ci si esprime con ovvietà vagamente papali. E non si può certo dire che gli strumenti dell'azione concreta non sono indicati perché noti a tutti e condivisi. La realtà è che essi sono diversi, opinabili e proprio per questo molto difficili da adottare.
C'è inoltre un'importante componente psicologica. Fino ad oggi, i Paesi in difficoltà hanno riconosciuto che pagano il fio dei loro debiti, delle loro diseconomie e al limite della loro corruzione. Anche se giudicano le regole comunitarie una causa della loro interminabile crisi, non possono negare che sono loro che hanno commesso l'errore di sottoscriverle. Possono gridare "è tutta colpa dell'euro!", ma l'euro non gliel'ha imposto a nessuno. Ché anzi - si pensi al viso compiaciuto di Romano Prodi - sul momento quella moneta è stato vista come una promozione in serie A.
Ciò rende pericoloso toccare l'attuale equilibrio. Se tutti i Paesi concordassero grandi riforme della struttura comunitaria, da un lato ci sarebbero sicuramente alti prezzi da pagare (anche da parte delle nazioni "sane"), dall'altro non è neanche sicuro che quei provvedimenti funzionerebbero, e tutti i popoli protesterebbero fieramente contro l'"Europa". Mentre fino ad oggi hanno dato a sé stessi la colpa dei loro mali, una volta che si fosse intervenuti per guarirli, la colpa si darebbe proprio a quell'intervento. "Le nuove regole hanno favorito gli altri e hanno danneggiato noi", "i nostri governanti si sono fatti imbrogliare", "bisogna assolutamente buttare tutto all'aria ": sarebbe una gara a chi si lamenta di più.
Fra l'altro, il punto dirimente è il mantenimento dell'euro, che oggi sembra fuori discussione. Ma se l'errore è stato istituirlo in assenza di un'unione politica, l'errore malgrado i nuovi trattati persisterà. Perché certo non si realizzerà durante la tempesta una unione che non si è realizzata durante la bonaccia. Se al contrario la moneta comune fosse stata un'operazione azzeccata che necessita soltanto di qualche piccolo aggiustamento, come mai nessuno sa dire qual è, questo aggiustamento, e come mai non c'è unanimità, su di esso?
Se, per pura ipotesi, la soluzione fosse "la creazione di un monte di debito pubblico comune, di cui è garante la comunità", tutti lo chiederebbero. Oggi invece una tale proposta solleverebbe più proteste che applausi. E con qualche ragione. Se ad esempio l'Italia, non correndo più il rischio del default, si mettesse a far galoppare di nuovo il debito (attualmente corre soltanto) "per rilanciare la propria economia con investimenti pubblici", e poi non ci riuscisse, l'Olanda e la Finlandia sarebbero costrette a togliere la loro garanzia. E allora perché darla, oggi, dal momento che le conseguenze potrebbero essere disastrose? Lo stesso vale per ogni altra proposta. E infatti non c'è nessuna idea comune su come risolvere la crisi continentale. 
Se navighiamo a vista da anni è perché nessuno si azzarda a dare un colpo di timone. Né l'Unione Europea né i singoli Stati. È un po' come se tutti aspettassero che il malato guarisca da sé. Oppure che muoia, senza che però se ne possa dare la colpa ai medici.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 agosto 2014


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POLITICA
23 luglio 2014
IL TEMPO NEMICO DEL M5S
Il Movimento 5 Stelle, che lo si apprezzi o che lo si deprechi, ha parecchi seggi in Parlamento. Dunque conta. E contano anche le sue vicende interne. Ma non tutti hanno la buona volontà di occuparsi, giorno per giorno, della cronaca minuta che lo riguarda. E del resto, per diagnosticarne l’evoluzione, è forse più importante annusare l’aria che seguire i battibecchi e le giravolte dei protagonisti.
Il Movimento non è nato, come il comunismo, da un’ideologia. I marxisti avevano un’idea precisa, anche se sbagliata, del modello economico e sociale che intendevano instaurare e dunque erano identificabili. Grillo invece è partito da un’opposizione netta e violenta contro i partiti e contro tutto, senza proporre un modello diverso. Il suo messaggio è stato un semplice “no”, e un invito - “andatevene” - espresso in modo volgare. Poi è stato come se il successo elettorale dicesse al M5S: “Ora avete la forza per agire in concreto e vi aspettiamo alla prova”. E qui si è vista la tara fondamentale del Movimento: non aveva la più pallida idea di ciò che avrebbe dovuto fare. 
Come se non bastasse, la realtà si è incaricata di porre subito il problema. Pierluigi Bersani è andato col cappello in mano a proporre a Grillo di partecipare al governo ma era passato troppo poco tempo dalle elezioni e il Movimento non se l’è sentita di smentirsi così nettamente. Aveva detto urbi et orbi che tutti i partiti erano squalificati e infrequentabili, aveva promesso agli elettori che esso sarebbe stato “diverso” e “fuori”, e non poteva dire di sì. Ma ora è passato un anno, e un po’ tutti siamo indotti a ripensare a quel bel detto (di Talleyrand?) secondo il quale si può fare di tutto, con le baionette, salvo sedercisi sopra. Nel senso che certi atteggiamenti possono essere momentaneamente utili, ma non possono rappresentare una posizione definitiva.
Il problema di chi dice soltanto “no” è che rischia, se non riesce a togliere il potere a chi ce l’ha, di divenire insignificante; e se ci riesce, di dover poi dire dei “sì” ed agire concretamente, perdendo la rendita dell’opposizione. È l’attuale problema dei “grillini”. Dopo che all’inizio si sono fatti inseguire per mesi dal Pd, un anno dopo sono loro ad inseguire il partito di Bersani. Forse perché comincia a serpeggiare la percezione della delusione degli elettori. A che scopo avere tanti deputati e tanti senatori, in Parlamento, se non si cava un ragno dal buco e non si influenza neppure il governo del Paese? Perfino il minuscolo Nuovo Centro Destra può dire “se è così non ci stiamo”, perché è essenziale per il Pd. Mentre finché regge la maggioranza di governo, finché regge l’alleanza con Forza Italia per le riforme, il M5S può pure abbaiare alla luna. Tutto questo è conseguenza dell’audacia, anzi, del colpo di genio di Renzi: alleandosi con Berlusconi per le riforme ha con ciò stesso resi irrilevanti i “grillini”. Oggi possono dire di sì, possono dire di no, possono creare qualche problema e qualche rallentamento, ma non sono affatto determinanti. Come se non bastasse, hanno dato all’opinione pubblica l’impressione che implorassero il Pd di concedergli udienza - loro che prima apparivano come quelli che avrebbero potuto concederla - e il Pd di Renzi, prima ha fatto fare loro anticamera, poi gli ha detto sul muso che tirerà comunque avanti per la propria strada.
Si comprende dunque il malumore di tanti, nel Movimento. Da un lato ci sono coloro che si chiedono, essendo contro l’intero sistema nazionale, a che serva battersi – a costo di qualche umiliazione – per ottenere una piccola modifica nella nuova legge elettorale. Dall’altro ci sono coloro che temono, se il tempo continua a passare, che gli elettori si accorgano della totale inutilità del Movimento, cui potrebbe conseguire una disastrosa batosta elettorale. E per questo vorrebbero entrare in gioco.
Non sta ai terzi dire chi ha ragione e chi ha torto. Forse si potrebbe sostenere, generosamente, che hanno tutti ragione e che il torto sta a monte. La realtà è piena di tante negatività, che dicendo no difficilmente si sbaglia. E sarà magari vero che, come ha detto qualcuno, “decidere corrisponde a ridurre tutti gli errori possibili ad uno”: ma chi decide di non decidere può pagarla ancor più caro. Chi dicesse di no a tutti i cibi morirebbe di fame. 
Col tempo Beppe Grillo e alcuni suoi amici si accorgeranno che senza dire dei sì e senza sporcarsi le mani non si costruisce nulla.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
22 luglio 2014

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ECONOMIA
29 giugno 2014
PERRY È LA' E NON LO VEDIAMO
Ci sono quelli che la “ripresa economica” la dànno per avvenuta. La definiscono “debole”, “fragile”, pressoché invisibile come gli abiti nuovi dell’imperatore, ma è lì. E se non la vedete è colpa vostra. Altri, di vista meno acuta, la dànno per imminente. Anche se sono anni che ne sentiamo spostare in avanti la data. Ma su un punto l’universo mondo sembra d’accordo: la ripresa o c’è o ci sarà presto. 
Atteggiamento stupefacente. Se si sono poste tutte le condizioni perché un avvenimento si verifichi, non rimane che aspettare. Ma se non si è fatto nulla per modificare la realtà che ha condotto alla crisi, quell’ atteggiamento è demenziale. Durante la siccità i contadini attendono la pioggia e basta, sia perché non possono provocarla, sia perché è fatale che piova, una volta o l’altra. Ma un atteggiamento del genere non si giustifica in economia. In Russia hanno aspettato per settant’anni che il comunismo producesse la prosperità promessa e quella prosperità non si è mai avuta. 
A sentire il governo, ciò che produrrà questa ripresa – se non dovesse verificarsi prima per impulso dello Spirito Santo – sono le riforme. Cose taumaturgiche già solo a nominarle. E tuttavia, di quali stiamo parlando? E quanto saranno incisive? Se si stabilisse che tutti i documenti della Pubblica Amministrazione devono essere scritti su carta verde pallido, questa disposizione influenzerebbe l’intera macchina dello Stato: ma non cambierebbe nulla. E anche quando si parla della giustizia, bisognerebbe scendere sul concreto specificando quale sarebbe il provvedimento che la renderebbe veloce e credibile. Invece oggi nessuno osa proporre nemmeno uno schema. La scelta è infatti fra una riforma possibile che non riforma niente e una riforma impossibile che riforma tutto, avendo tuttavia la certezza che i magistrati protesterebbero comunque. E magari, come tante altre volte, l’avrebbero vinta.
Gli atteggiamenti ottimistici possono far contente le folle e portare voti ai politici ma non servono a comprendere la realtà. Alcune situazioni di degrado sono senza rimedio (la decadenza dell’Impero Romano), altre (il Giappone dopo la visita del Commodoro Matthew Perry) sono suscettibili non solo di salvataggio ma di impensati e positivi sviluppi. Tutto dipende da come un popolo vive il difficile momento e in primo luogo dalla sua mentalità. Il Giappone ebbe l’intelligenza di capire che o cambiava o sarebbe rimasto indietro. E cambiò, accidenti se cambiò. I romani invece si cullarono  nella fede dell’immortalità dell’Impero e sperarono sempre di cavarsela senza sporcarsi le mani personalmente. La loro furbizia li perdette.
Se parliamo delle grandi nazioni europee, il caso dell’Italia è fra i peggiori. Le cause della sua decadenza, quanto meno ad alcuni, sono chiare. Esse sono costituite dall’accumulazione di un’infinita serie di errori che la straordinaria capacità di sopravvivenza degli italiani ha saputo a lungo neutralizzare. Finché il vaso non ha traboccato. Ma la convinzione generale - se si eccettuano i veri produttori di ricchezza, imprenditori e autonomi - è che la ripresa deve esserci alle condizioni attuali. E cioè, mentre si proclama con voce stentorea che queste condizioni devono essere in grande misura cambiate, in concreto si pretende che cambino per non cambiare. Che le riforme riguardino sempre altri. Che nessuno le paghi. Insomma che l’Italia rimanga com’è.
Un esempio è il mercato del lavoro. Ammesso per ipotesi che la salvezza possa venire da una legge contenuta in meno di una sola riga – “libertà di licenziamento, libertà di retribuzione” – quanti sarebbero disposti a sottoscriverla? Tutti tendono a pensare che il grande freno alla liberalizzazione del lavoro venga dai sindacati: ma se i sindacati fossero la Camusso, Bonanni e Angeletti, non sarebbero sufficienti neanche per giocare una partita di bridge. Se hanno tanta forza, è perché hanno dietro di sé i lavoratori che la pensano come loro. 
Il Partito del Freno è forse il primo, in Italia. Per questo, per potersi vantare d’aver cambiato qualcosa, l’attuale Primo Ministro si è lanciato in primo luogo in riforme che non riguardano la vita quotidiana della gente: la legge elettorale e l’abolizione del Senato. Se invece fosse stato convinto che la riforma capace di dare una svolta all’Italia era, per dire, quella della giustizia, da quella avrebbe dovuto cominciare, non dal problema se i nuovi senatori debbano o no essere eletti e retribuiti. Ma è stato troppo furbo per tentare l’impossibile.
Si chiarisce così il problema della ripresa. Molti credono che essa sia fatale. I miscredenti invece si chiedono se l’attuale assetto nazionale sia ancora capace di produrre prosperità o se esso sia su un binario morto. E quale Commodoro Perry gli italiani aspettino per accorgersene.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 giugno 2014 

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POLITICA
18 giugno 2014
L'EDITORIALISTA AMMUTOLITO

Questo testo è inviato col sistema Linux, di cui non ho pratica. Mi scuso per gli eventuali inconvenienti.


L’EDITORIALISTA AMMUTOLITO

Il giornale è caratterizzato dal fatto di essere quotidiano. Del resto“giornale” significa proprio questo. E non potendo, come Internet, dire ciò che è avvenuto cinque minuti prima, dovrebbe essere la cronaca di ciò che è avvenuto il giorno precedente. Ma in un mondo in cui molta più gente vede la televisione di quanta non ce ne sia che legge i giornali, dai migliori fra questi ultimi ci si aspetta il commento sugli avvenimenti e soprattutto la previsione dei possibili sviluppi: infatti i dati – a meno che non si tratti della cronaca locale – si conoscono da tempo attraverso la televisione o perfino la radio.

Il quadro rende problematica la vita dell’editorialista. Alcuni se la cavano buttandola sul colore: raccontano la realtà come una commedia, ridicolizzano questo e quello, raccontano retroscena in parte inventati, rischiano smentite e al limite querele. Il giornalista serio invece è condannato alle previsioni “ragionevoli” e per questa ragione si trova in una situazione di rischio: se non le fa, risulta poco interessante; se le fa, può essere ridicolizzato dai successivi avvenimenti.

Ciò è particolarmente vero in questo momento. L’Italia dipende per il suo futuro dalla situazione economica europea ed internazionale, e le Borse sono capaci di reazioni improvvise ed impensate. Al riguardo, previsioni è meglio non farne. Anche in politica interna viviamo un momento di insuperabile incertezza. Qui il grande punto interrogativo è rappresentato dalla vicenda di Matteo Renzi. Nessuno mette in dubbio la sua volontà riformatrice, ma questo è un dato che conta poco: abbiamo già visto politici partire lancia in resta per poi non concludere nulla. Il primo ostacolo che incontra qualunque Primo Ministro è la Costituzione: essa impone che egli non abbia grandi poteri e che la sua voce, che sui giornali pare tanto più importante di quella dei altri ministri, in realtà non conti più della loro. Quanto alle riforme, tutti i partiti dicono di volerle, ma ognuno propone una ricetta diversa e solo su un punto alla fine - almeno fino ad oggi - si dimostrano tutti d’accordo: nell’affossarle. E allora, come fare previsioni?

Da un lato ciò che non è mai avvenuto potrebbe pure avvenire; dall’altro ciò che non è mai avvenuto è improbabile che avvenga. Né possiamo perdere tempo a commentare le dichiarazioni che l’attuale Primo Ministro rilascia a getto continuo. Solo il tempo dirà se saremo autorizzati a ridere delle sue innumerevoli e mirabolanti promesse o se una volontà risoluta fino all’incoscienza non avrà compiuto i miracoli che la prudenza politica ha solo blandamente sognato. Renzi potrebbe avere successo se riuscirà a trovare armi di ricatto nei confronti dei suoi colleghi di partito e nei confronti degli alleati. Insomma l’unica speranza è che il nostro Primo Ministro sia ancor più figlio di buona donna di quanto non appaia.

Il risultato di tutto ciò è la noia dell’attesa. Solo i fatti avranno un significato e ci troviamo nella situazione di chi aspetta l’esito delle analisi cliniche: quando sappiamo che i nostri desideri, le nostre paure, le nostre previsioni non valgono nulla, rispetto a ciò che dirà la chimica.

Per giunta, riguardo alle riforme, si può avere un’ulteriore perplessità: dobbiamo correggere qualche errore qua e là, o è entrato in crisi il nostro modello socio-economico? E ancora: il nostro  soltanto o anche quello europeo? Infatti la crisi non è esclusivamente italiana e perfino la Germania, se le cose andranno veramente male, avrà molto da preoccuparsi.

Fra l’altro, almeno per quello che ne sappiamo, le sbandierate riforme o sono acqua fresca (e al riguardo si pensa alla Pubblica Amministrazione o alla Giustizia), o si tratta di riforme a costo zero e utili, ma in un altro Paese. La sostanziale abolizione del Senato, che pure sarebbe perfetta per accelerare il nostro defatigante iter legislativo, andrebbe benissimo altrove, ma in un Paese caratterizzato dalla faziosità più sfrenata, dal tradimento come consuetudine, dai cambi di campo e dagli agguati, chi ci salverà da qualche legge disastrosa votata in un momento di distrazione, se non ci sarà più una seconda Camera? A meno che non rendiamo “seconda Camera” l’attuale terza, cioè la Corte Costituzionale, quella Corte tanto avvezza a dichiarare anticostituzionale ciò che non le piace. Dopo tutto, considerando con quanta pazienza gli italiani hanno accolto parecchie delle sue decisioni, possiamo dire che l’Italia è una Repubblica fondata sui magistrati.

I giornali sono vuoti e noiosi perché le previsioni sono impossibili e l’attesa cui siamo costretti è interminabile. Per gli ottimisti, naturalmente. Per i pessimisti è angosciosa.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

18 giugno 2014



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ECONOMIA
28 marzo 2014
UN HAPPY ENDING PER RENZI
I sogni son desideri
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La caratteristica pressoché costante delle fictions, dai film polizieschi a quelli avventurosi, dalle commedie rosa ai drammi, è quella di presentare una situazione in cui pare che debba andar malissimo e invece, alla fine, tutto si aggiusta. Happy ending. Perfino nelle tragedie, dopo tutto, c’è a volte un happy ending. È vero, Amleto muore, ma muoiono anche l’intrigante Polonio, la madre infedele, lo zio assassino, lo sleale Laerte. E già arriva Fortebraccio, a raddrizzare i residui torti.
Tutto ciò perché ognuno sogna di trionfare, almeno proiettivamente, sulle avversità e sulle più ovvie previsioni. Nella favola Cenerentola diviene una principessa. Nella realtà una sguattera sporca e ignorante sarebbe rimasta una sguattera sporca e ignorante. Questo bisogno di riscatto immaginario è così forte da distorcere perfino la nostra percezione della situazione. Se fossimo su una nave che sta affondando in mezzo all’oceano, senza scialuppe di salvataggio, non avremmo speranza. E tuttavia, se qualcuno salisse su una sedia e dicesse: “Ho io la soluzione!” forse che non l’ascolteremmo tutti col più grande interesse? Sarebbe evidente che non può averla, quella soluzione, ma in quel momento tutti saremmo disposti a credere a Babbo Natale.
Qualcosa del genere avviene oggi in Italia. La nostra è una condizione così drammatica che siamo disposti ad attaccarci a qualunque speranza, a qualunque spiraglio di luce, a qualunque promessa di Dulcamara. Ed è tanta la voglia di veder riuscire l’attuale Primo Ministro là dove tutti sono falliti, che ciò lo rende fortissimo: nessuno vuole rischiare di essere additato un giorno come colui che si mise di traverso sulla sua strada. La sua e quella dei nostri sogni. Per questo Matteo Renzi si può permettere di parlare tanto, in prima persona. Per questo può addirittura minacciare di andarsene, con ciò intendendo che non si troverebbe mai qualcuno capace di sostituirlo.
Questa rappresentazione, tra la Vida es Sueño di Calderón de la Barca e l’Enrico IV di Pirandello, anche se ci coinvolge tutti, non per questo diviene realtà. Le riforme che non toccano l’economia sono possibili. La legge elettorale non costa niente e si può perfino abolire il Senato, se da quelle parti l’istinto di conservazione si è affievolito. Ma già l’abolizione delle Province o la riforma della Pubblica Amministrazione sono improbabili fatiche d’Ercole. Dove invece l’oceano non perdona è nel rilancio dell’economia, nel governo del debito pubblico e negli adempimenti del fiscal compact. Qui non ci sono alchimie che tengano. Anche a non dubitare della buona volontà di Renzi, e del suo coraggio che sfiora l’incoscienza, nessuno può sperare di nuotare per qualche decina di migliaia di chilometri per poi approdare su una bella isola coperta di palme e fiori esotici. 
La realtà non solo non migliora ma continua sorniona a peggiorare. E se già fatichiamo a pagare gli interessi sul debito mentre lo spread è anormalmente basso, come faremmo se esso tornasse ad essere anormalmente alto, come è stato più volte? E soprattutto, come faremo a pagare, al di là dei sessanta-novanta miliardi di interessi annui che già ci gravano sulle spalle, altri cinquanta o più miliardi l’anno, in obbedienza al fiscal compact, per rimborsare questo debito? È assolutamente evidente che non potremo farlo. Quand’anche il Primo Ministro fosse Superman. E bisogna chiedersi quali saranno le conseguenze. Non basta dire: “Non abbiamo i soldi per pagare e dunque non paghiamo, come non pagano altri Stati disastrati”. Perché questa è soltanto una constatazione. Bisogna pensare al valore del segnale. I mercati potrebbero perdere la fiducia nell’Italia, nell’euro, nel debito pubblico di quasi tutti i Paesi della zona euro, con catastrofiche conseguenze sull’intera Unione Europea.
Ma chi dice queste cose è guardato come un menagramo. La convenzione imperante è che, finché una parte della nave emerge dall’acqua, finché non ci bagniamo i piedi, possiamo continuare a far finta di niente. E questo è molto stupido. Un annullamento del fiscal compact oggi, mentre tutto sembra tranquillo, potrebbe essere “venduto” dall’Europa come un piccolo cambio di rotta. Se invece conseguisse al semplice fatto che uno dei Paesi più grandi dell’Unione non è in grado di far fronte ai suoi impegni, le conseguenze potrebbero essere ben altre. Le Borse sono emotive, quando non isteriche; e come oggi sono troppo ottimiste, con uno spread che ci mette quasi sullo stesso piano della Germania, domani potrebbero essere troppo pessimiste, fino a far scoppiare questo equilibrio che potrebbe andare avanti ancora per qualche anno. Ma, attenzione, non per sempre: precisazione che ha un peso enorme.
Il discorso di Renzi è italo-italiano, contingente e favolistico. La realtà economica ci attende e con noi attende l’intera Europa. Perché se l’Italia andrà a fondo non ci andrà da sola.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 marzo 2014


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ECONOMIA
21 marzo 2014
CHI FRENA LE RIFORME DI RENZI
Galli Della Loggia non vede tutti i nemici delle riforme
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Galli Della Loggia (http://www.corriere.it/politica/14_marzo_21/conflitto-sotterraneo-f5515f36-b0bf-11e3-b958-9d24e5cd588c.shtml) riguardo a Matteo Renzi osserva che il consenso non è così universale e indiscusso come sembra. È massimamente a suo favore la folla indifferenziata dei cittadini che poco si intendono di politica, in particolare di coloro che desiderano un qualunque cambiamento perché, tanto, peggio non potrebbe andare. E sono a suo favore anche i giornali, un po’ per patriottismo, un po’ per non andare contro l’opinione dei lettori. Viceversa riguardo al giovane Primo Ministro sono perplessi e scettici soprattutto coloro che hanno qualche competenza politico-economica. Renzi si esprime come se potesse decidere tutto e in fretta, mentre in realtà non può decidere niente; e in fretta, in Italia, si aumenta soltanto il prezzo della benzina. 
Naturalmente i più preoccupati sono i membri dell’establishment. Ma questi personaggi, interessati allo statu quo, si trovano in tutte le fazioni. E infatti l’editorialista sostiene che, riguardo all’attuale Primo Ministro, il consenso e il dissenso non si situano su opposte rive politiche – destra/sinistra, per intenderci – ma su diversi piani sociali.
In tutto ciò c’è molta verità. Ma non tutta. Si può infatti essere in disaccordo con Galli Della Loggia quando, parlando di establishment, sembra accennare alle persone importanti: ai grandi dirigenti d’azienda, ai ricchi e ai titolari di alte cariche. In realtà, il blocco sociale che si oppone al cambiamento comprende i molti che dell’attuale modello sociale e statale beneficiano anche al livello più basso. Ecco perché da un lato la resistenza ai cambiamenti è efficace, dall’altro essa opera con i governi di qualunque colore. 
E c’è una considerazione che fa andare oltre. Non solo frenano coloro che dallo stato attuale ricavano dei vantaggi, frenano anche coloro che non ne ricavano nulla e non contano niente. È un paradosso che va spiegato.
Se ad un comunista si fa osservare che dovunque si sia tentato di applicare il suo credo i cittadini hanno ottenuto soltanto di essere miserabili e schiavi, spesso si ottiene che neghi la realtà e si arrampichi sugli specchi. Se invece è “intelligente”, riconosce i fatti ma ne ricava una conclusione sorprendente: il comunismo ha prodotto guasti, dirà, non perché fosse sbagliato ma perché non è stato applicato integralmente. Dovunque si è tentato l’esperimento il popolo è stato infelice non perché ci fosse il comunismo, ma perché non ce n’era abbastanza. Insomma: vediamo un ubriaco sporco e lacero, riverso su un marciapiede, e qualcuno ci dice che si è ridotto così perché non ha bevuto abbastanza vino.
Lo stesso avviene in Italia. La maggioranza dei nostri mali deriva da uno Stato spendaccione, avido ed inefficiente. Il rimedio naturalmente sarebbe che esso rinunci ai mille compiti che si è dato, compiti che assolve male e a costi  altissimi, e si occupi, ma bene, dell’essenziale. Ipotesi assurda. Se si ipotizza una cosa del genere non protesta soltanto l’alto establishment, protestano anche i più poveri fra i poveri. Costoro non vogliono che lo Stato spenda meno, vogliono che spenda anche per loro, regalandogli sussidi e provvidenze. E intanto attribuiscono la loro condizione all’avidità dei ricchi. Non meno, ma più comunismo. 
La grande illusione è che lo Stato fornisca tutto gratis. Se dunque Renzi proverà a toccare la sanità, le province, i bidelli, i forestali, tutte le nicchie in cui tanti trovano uno stipendio, un sussidio o una sinecura, si scontrerà non con le persone importanti, ma con l’universo mondo. Infatti tutti sperano che egli “colpisca qualcun altro”. 
Non sono i governi, non sono i politici, non sono i tycoon i massimi conservatori: sono i poveri. E infatti votano per i partiti più conservatori, quelli di sinistra. Oggi Renzi fruisce dei vantaggi della demagogia e del fatto che rimane sul vago. Finché non entrerà nei particolari - dove si annida il diavolo - l’applauso è assicurato. Si pensi alla reazione di quei dipendenti il cui posto di lavoro salta sicché essi rischiano, se non il licenziamento, almeno il trasferimento. E allora, come riformare la Pubblica Amministrazione? Il principio si scrive in inglese, not in my backyard, ma si legge in italiano: toccate chiunque ma non me. E lo dicono in sessanta milioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 marzo 2014

politica interna
4 marzo 2014
LA SPERANZA IN POLITICA
Possiamo sperare che Renzi compia un miracolo?
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Rispetto all’azione di Matteo Renzi ho espresso tante volte il mio scetticismo che qualcuno potrebbe pensare che lo disprezzi. Invece gli amici hanno capito che anch’io sarei lietissimo se il ragazzo avesse successo. E infatti, quando sottolineo l’inverosimiglianza dei suoi propositi, ribattono: “Anche se le tue obiezioni sono sensate, cosa ci impedisce di concedergli un minimo di credito? Cosa ci impedisce, essendo in una situazione terribile, di sperare che egli riesca?”
Secondo il Devoto-Oli, la speranza è l’“attesa fiduciosa, più o meno giustificata, di un evento  gradito o favorevole”. Se l’analista preleva il sangue di un cliente, costui spererà naturalmente di non sentirsi annunciare un brusco aumento della glicemia o della colesterolemia: ma può dirsi che la sua attesa sarà “fiduciosa”? Il tecnico gli dirà la verità, quale che sia, e il suo corpo non gli ha mai promesso l’eterna salute. Il risultato è imprevedibile. 
Il dizionario ha dunque ragione quando, riguardo alla fiducia, pone l’inciso: “più o meno giustificata”. Mentre sappiamo che la rimozione chirurgica di una cisti superficiale di solito non presenta il minimo problema, e dunque la speranza di liberarsene è “molto giustificata”, immaginare di risolvere la situazione fallimentare della propria azienda vincendo il primo premio della lotteria nazionale sarebbe da dementi.  Che cosa ci impedisce dunque di sperare che Renzi riesca? Nulla, salvo la ragionevolezza. 
Se la sua azione dipendesse soltanto dalla buona volontà, dall’intelligenza, dal coraggio, in molti ci lasceremmo andare alle più rosee speranze. Se invece per l’economia crediamo che il compito sia impossibile - per lui come per chiunque altro, di destra o di sinistra, di sopra o di sotto - anche sperare diviene impossibile. 
Per giunta - è notizia di oggi - i primi segnali concreti sono negativi. Ammettiamo che l’attuale Primo Ministro, invece di annunciare una grande riforma al mese, ci avesse promesso soltanto una nuova legge elettorale operativa entro novanta giorni. Sarebbe stato un miglioramento a costo zero, ma ci avrebbe autorizzati a sperare. Almeno una cosa l’avremmo avuta. E invece già qui, al primo ostacolo, la montagna ha partorito il topolino. Dopo essersi impegnato anche per iscritto ad attuare questa riforma subito, per ambedue le Camere, rendendola immediatamente operativa, Renzi ha ceduto ad Alfano (risoluto a non andare alle urne neanche per salvare i figli) ed ha accettato di limitarla alla Camera soltanto.  E il Cavaliere, per debolezza o per non perdere tutto, ha chinato la testa. Così, se il governo cade, avremo le migliori probabilità di avere le Camere con due maggioranze diverse. I transfughi di Forza Italia sono giustamente terrorizzati dal giudizio degli elettori e quel Renzi che roteava la scimitarra si è piegato ai loro interessi di poltrona dei. Scendiamo così dalle vette dei proclami alla concretezza dei compromessi e dei ricatti. Business as usual, signor Primo Ministro. E dire che questa era l’unica riforma nata sotto buoni auspici.
Non è stato cedimento da poco. Se la legge fosse stata valida per Camera e Senato (malgrado qualche difficoltà costituzionale) Renzi avrebbe potuto minacciare Alfano di mandarlo a casa con le elezioni anticipate. Ora al contrario è Alfano che tiene lui al guinzaglio. L’NCD ritarderà in ogni modo l’abolizione del Senato, perché fino a quel momento “non si potrà votare”, e così rimarrà al governo. Renzi per giunta si permette di prenderci per i fondelli dichiarando che la modificazione non ha importanza, “perché tanto il Senato va abolito”. Ma certo. Fra due anni, fra tre, comunque vada, la legislatura finisce nel 2018.
Se si sta attenti all’aria che tira, si direbbe che il giovane fenomeno il picco della parabola l’abbia già raggiunto. Finché si è trattato di “rottamazione”, di primarie, o di nomina a segretario del Pd, la sua ascesa è sembrata inarrestabile. Tanto che molti, per paura di saltare in ritardo sul carro del vincitore, gliele hanno date tutte vinte. Inclusa la sconcia decisione di rovesciare il governo Letta. Ma da quel momento è come se tutti avessero cominciato a chiedersi: “Ma veramente ho scommesso sul cavallo vincente?” E oggi in particolare: “È un cavallo vincente, chi si lascia dominare da Alfano?”
Renzi, per qualche tempo, è stato il sogno. Ma non appena s’è profilato il confronto con la realtà, è nata la gara a chi lo critica meglio, a chi ne vede i limiti, a chi lo giudica più severamente Anche per cose stupide, come la vicenda del sottosegretario Gentile. Figurarsi quanto facilmente gli si perdonerà, domani, di non aver attuato un programma firmato Münchhausen.
Sperare, dunque? Nessuno lo vieta. Anch’io ho comprato il biglietto della lotteria. Ma non ricordo dove l’ho messo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 marzo 2014

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ECONOMIA
1 marzo 2014
UN GIALLO CHE NON SVELA L'ASSASSINO
Se Renzi va a nuove elezioni, che farà di diverso?
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Oggi la “Stampa” pubblica un editoriale(1) che suscita tutto l’interesse di un romanzo giallo con la sola triste differenza che non svela l’assassino. Luigi La Spina comincia col rivelare le grandi speranze del popolo, riguardo a Matteo Renzi, e il grande scetticismo, per non dire il grande pessimismo, della classe dirigente. Il paragone con Berlusconi è di rigore. A parere dell’editorialista il Cavaliere prese il potere sull’onda dell’indignazione popolare per il costo della cosiddetta “dazione ambientale”, che l’economia nazionale non poteva più permettersi. Ma questa rivoluzione - anch’essa attuata contro il potere prendendo il potere, come ora tenta di fare Renzi - fallì. E qui si situa la parte più appetitosa dell’articolo. Il giovane sindaco sta profittando dei “sentimenti di rivolta insensibili ai tradizionali schieramenti politici” manifestati dal popolo: “Ecco perché l’asse della divisione italiana non si situa più in quello orizzontale, fra destra e sinistra, ma in quello verticale, tra innovazione e conservazione”. Ed anche l’Europa favorisce il nuovo governo, perché se non si trova una soluzione innovativa, per l’Italia, è in pericolo l’intero continente. Renzi conta su tutto questo “per sconfiggere le reazioni corporative, già annunciate, sia nel suo partito, sia nel sindacato, che tenteranno di bloccare le riforme”. Ma è probabile che contro tutte queste forze egli fallisca. E a questo punto potrebbe andare alle urne e vincere. 
Così si conclude l’articolo. E mentre è molto brillante la distinzione fra opposizione orizzontale ed opposizione verticale, poi La Spina ci delude perché non dice quali conseguenze ciò avrà. Soprattutto dal momento che è lecito dubitare che ne avrà. Infatti mentre l’opposizione tra destra e sinistra si traduce nel paradigma “ciò che l’uno non ha saputo fare, l’altro forse saprebbe farlo”, e da questo l’alternanza delle due fazioni al potere, l’opposizione fra innovazione e conservazione non è netta. Non è che il popolo sia per l’innovazione e l’establishment per la conservazione, o viceversa: le posizioni sono presenti in ambedue i campi e purtroppo la tendenza di gran lunga prevalente è quella della conservazione. La Spina dimentica la vicenda della Riforma Fornero e dell’art.18: in quel caso, col sostegno unanime della sinistra e della destra, l’establishment tentò una riforma coraggiosa: e chi la fece fallire, se non la rivolta popolare interpretata dalla Cgil? Dunque è il popolo la Corte di Cassazione di queste vicende. È il popolo che a volte si oppone alle riforme.
Renzi si illude se pensa che, proponendo riforme coraggiose, avrà il sostegno della gente. Questa infatti sosterrà le riforme che riterrà contro la casta dei bramini; sosterrà anche quelle elettorali e costituzionali, perché ininfluenti sulla sua vita quotidiana, ma protesterà fieramente contro quelle che, a torto o a ragione, riterrà a sé nocive. Contro questo blocco, nutrito da anni di demagogia, disinformazione e mitologia economica, neanche Ercole potrebbe prevalere. Si tratterebbe di cambiare la mentalità degli italiani in senso meritocratico e di spietata responsabilità personale. E in troppi ne sono visceralmente alieni.
C’è poi un secondo limite, all’innovazione auspicata nell’articolo: l’oggettiva situazione dell’economica. Diversamente da quanto tanti sembrano credere, non si tratta di dare alcune direttive o di darne altre: il problema è aritmeticamente insolubile. Lo Stato è gravato di troppi pesi e a sua volta grava di troppi pesi i contribuenti; la nostra produzione non è competitiva ma i nostri lavoratori guadagnano già poco, quando non sono disoccupati; tutti vogliono le riforme ma nessuno vuol esserne toccato, e questi circoli viziosi ci tirano sempre più giù. 
Naturalmente si parla lo stesso di spending review, di taglio alle spese, di riduzione di costi, di dimagrimento dello Stato, e si dimentica che per decenni ci hanno provato tutti i governi, senza riuscirci. Qualcuno dovrebbe chiedersi perché, e probabilmente l’ovvia risposta è sempre nelle aspettative del popolo italiano per il quale “bisogna tagliare, ma non qui”.
La Spina conclude sostenendo che, se il popolo italiano rimanesse deluso e ritenesse ciò una conseguenza dell’azione di chi si oppone al governo,  Renzi potrebbe ricorrere alle urne ed ottenere una notevole vittoria. La cosa è possibile. Ma non si vede che cosa cambierebbe. Che cosa potrebbe fare di diverso il Primo Ministro, dopo quella vittoria, rispetto a ciò che sta facendo ora? Si può reputare utile che tenga il volante un autista di sinistra o di destra, un autista conservatore o innovativo, ma se il motore è fuso la discussione è oziosa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1 marzo 2014
http://lastampa.it/2014/03/01/cultura/opinioni/editoriali/due-stampelle-per-la-sfida-del-premier-uxZBJ6w76WKij8oIm31f7M/pagina.html


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politica interna
24 febbraio 2014
RENZI A RODI
E ora le perplessità superano gli applausi
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Come si dice di certi attori, Matteo Renzi “buca lo schermo”. È un bel ragazzo che parla col cuore in mano, che non usa il politichese e da cui, come dicono gli americani, “si sarebbe disposti a comprare un’auto usata”. E tuttavia il contatto con la realtà produce le prime incrinature. Se in un telefilm c’è un chirurgo giovane e bello, mentre il suo capo è anziano e tendente all’obesità, si può star sicuri che il primo si dimostrerà miglior professionista del secondo e magari alla lunga lo soppianterà al vertice. È la legge dell’immagine. Ma la politica non va confusa con l’arte. Da anziano Giulio Andreotti era occhialuto, gobbo e con le orecchie a punta, ma ciò non gli impediva di avere un cervello politico di gran lunga più fino di quello di Francesco Rutelli.
Come immagine Renzi è imbattibile e per giunta arriva in un momento in cui l’elettorato italiano è talmente stanco della crisi e dei suoi politici che applaudirebbe chiunque gli sapesse vendere un briciolo di speranza. Non è quello che ha fatto il successo di Beppe Grillo? La differenza fra i due è però che mentre Grillo, prudente, ha mantenuto integra ed incontaminata la sua protesta (rischiando l’insignificanza ma non il rigetto) l’altro ha creduto di poter spendere la sua popolarità anche a Palazzo Chigi. E qui sono cominciati i “distinguo”. Dopo che molti hanno visto come ha varato un governo di “giovani” - siamo appena all’inizio - le perplessità si moltiplicano. Giovani? E che vuol dire, forse è una garanzia che siano migliori dei vecchi? Se poi ciò corrisponde a “inesperti” non si vede il vantaggio. E ancora: il loro capo che promette l’inverosimile è un taumaturgo o un imbonitore? E quand’è l’ultima volta che abbiamo visto un taumaturgo all’opera? 
Un antico aneddoto narra di un tale che si vantava di avere fatto, a Rodi, un salto in lungo eccezionale. Finché uno degli astanti, spazientito, gli ingiunse di dimostrare in concreto le sue capacità: “Hic Rhodus, hic salta”, “Siamo a Rodi, ora salta”. Se prima qualcuno ha potuto invidiare Renzi, oggi molti esiterebbero, prima di prendere il suo posto. Se prima si è fatto a gara per presentarlo come il rinnovamento, come l’immagine del coraggio individuale, e perfino (da destra) come il piddino non trinariciuto aperto al dialogo, ora sembra che si sia instaurata la moda opposta: quella di rivederne le bucce, di esprimere dubbi, di porsi domande. Di pesare la verosimiglianza delle intenzioni.
Indubbiamente il nuovo Primo Ministro le critiche se le è cercate. Come ha potuto promettere con la scadenza di “una al mese” riforme che in Italia, per molti decenni, nessuno è riuscito a fare? È vero: divenuto Imperatore, Napoleone riorganizzò la Francia dal punto di vista amministrativo e giudiziario, oltre che da altri punti di vista, ma disponeva di un vero potere. E chiunque potrebbe forse fare altrettanto, se solo fosse l’imperatore d’Italia. Invece neppure Berlusconi, col suo carisma, col suo potere personale e  col suo “partito azienda”, come l’hanno chiamato, ha potuto fare gran che. Perché il Parlamento non obbedisce al governo e il governo non obbedisce al Primo Ministro. Chi siede a capotavola a Palazzo Chigi non comanda affatto. E infatti Berlusconi, uomo d’azione, si è sempre lamentato che, con questa Costituzione, la carica di Primo Ministro poco ci manca sia onorifica.
Bisogna riconoscere che, nell’attuale circostanza, tutti al governo si sono comportati con umiltà. Il messaggio è sempre stato che ci proveranno, che sanno di correre rischi, che si giocano tutto. E tuttavia dimenticano che la pubblicistica è impietosa. Nel momento dello scacco nessuno ricorderà questi parafulmini e tutti citeranno le critiche ai precedenti politici, il biasimo per l’immobilismo del governo Letta, le promesse delle grandi riforme (una al mese, come certe pillole particolarmente efficaci) e tutti i messaggi ottimistici che sono stati smentiti dai fatti.
Naturalmente i commentatori, malgrado il diluvio di critiche, si sono affrettati ad augurare ogni bene al nuovo governo. Né potrebbe essere diversamente: il suo successo sarebbe anche il nostro, il suo insuccesso lo pagheremmo caro. Ma  si direbbe una giaculatoria. Un modo per dire: “Non pensate che io stia gufando”. Quando qualcuno scrive, come ha fatto Luca Ricolfi, che il programma di Renzi è “qualcosa che va contro ogni ragionevole aspettativa e ogni realistica valutazione dei confini del possibile”, è come se dicesse che possiamo aspettarci solo un fallimento. 
La politica spettacolo è finita. Sul proscenio ora abbiamo le colonne del dare e dell’avere e un umile pallottoliere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 febbraio 2014


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POLITICA
17 gennaio 2014
RENZI HA RAGIONE, MA A CHE SERVE?
Essendo un essere umano, Matteo Renzi è soggetto a commettere errori. Essendo giovane, ne commetterà anche più di altri. Essendo spontaneo gli capiterà di straparlare ed essendo idealista magari farà il passo più lungo della gamba. Ma riguardo al suo discorso di ieri alla Segreteria del Pd si ha molta voglia di dargli ragione. Qualunque giornale vi dirà quanti bei propositi ha espresso, quanta coraggiosa voglia di fare ha manifestato, quanta gratitudine meriterebbe, se riuscisse ad attuare tutto ciò che ha detto. Patrimoniale a parte.
Bisogna essere onesti. È legittimo, che nel suo o negli altri partiti si dissenta su qualcosa. Alcuni potrebbero non essere d’accordo su un premio di maggioranza che falsa i risultati delle elezioni; altri potrebbero voler mantenere il Senato; altri ancora non essere d’accordo sulle modifiche al Titolo V della Costituzione. Ma su una cosa Renzi ha sicuramente ragione: bisognerebbe scuotere questo Paese. Bisognerebbe farlo rimettere in marcia e persino qualche errore sarebbe tollerabile: si capirebbe che si è adottata una cattiva soluzione e si rimodificherebbe ciò che si è modificato. Ma si sarebbe almeno avuto il coraggio di agire. Chi fa magari sbaglia, chi non fa assiste inerte al collasso della nazione. In questo senso, benché rimanga nel vago e dimentichi (non innocentemente) che il diavolo si nasconde nei particolari, Renzi dice cose del tutto plausibili. 
Purtroppo, abbiamo avuto l’impressione di risentire i grandi piani di riforme che a suo tempo esponeva Berlusconi: e proprio qui risiede l’errore di Renzi. Nell’interesse del Paese, tutti dovrebbero accettare che una riforma va approvata anche se per qualche verso non piace. Se essa è la riforma ideale per uno, si può star certi che non è la riforma ideale per un altro. E se si gioca ai veti incrociati non si va da nessuna parte. Ma il Sindaco sembra ignorare qualcosa che i vecchi sanno per esperienza: i nostri politici seguono il principio opposto. Se c’è un particolare che non gli va, se c’è un particolare che li danneggia, si oppongono. E si oppongono se la proposta viene da un partito avverso o da un collega di partito cui si vuole negare il successo. Il risultato è quello che abbiamo visto per decenni. Un andazzo che Renzi non farà sparire solo perché lo critica a gran voce. 
La regola sembra essere che non importa se una proposta sia giusta o sbagliata, basterà che sia nuova e tutti si coalizzeranno per bloccarla. Ad esempio, Berlusconi è stato sempre perseguitato dalla magistratura, ha vinto più volte le elezioni, anche con grande margine, e tuttavia non è mai riuscito a far votare nessuna riforma della magistratura. Neppure la separazione delle carriere, che tutti reputano opportuna e che non lo riguarderebbe particolarmente. A questo proposito si può pensare che si sia opposta la magistratura, ma è una stupidaggine: i magistrati non siedono in Parlamento. Chi ha frenato è qualcuno che aveva interesse a frenare, qualcuno che voleva tenersi buoni gli “amici”, o danneggiare i “nemici”. E ancora: contro venti e maree, Berlusconi una volta riuscì a varare una riforma della Costituzione che aveva molti lati positivi (con modificazioni che ancora oggi si cerca di ottenere) ma la sinistra ottenne di annullarla con un referendum. Perché l’aveva voluta lui.
Renzi l’imparerà per esperienza: non basta che una riforma sia necessaria e non basta che sia ragionevole e plausibile al novanta per cento. Bisogna ripeterlo: se chi dovrebbe votarla è in disaccordo per il cinque per cento voterà contro; se essa, pur essendo un notevole vantaggio per l’intera nazione, danneggia appena un po’ gli amici, sarà rigettata; se sarà presentata da un altro partito, si voterà contro; e se proprio non si riuscisse ad impedire che vada in porto, vincendo le elezioni si impiegheranno i primi mesi a disfare ciò che la maggioranza precedente aveva fatto. Esempio: il governo Prodi dopo il governo Berlusconi. 
Queste osservazioni non intendono condannare questo o quel partito, la destra o la sinistra. Costituiscono una sconsolata diagnosi della mentalità italiana. Il nostro misoneismo e soprattutto la nostra faziosità sono senza limiti. Basti dire che (salvo aggiustamenti minimi) abbiamo l’identica Costituzione del 1948. E se una notevole riforma abbiamo fatto, è stata quella di eliminare sostanzialmente l’immunità parlamentare. Renzi dovrebbe dunque sapere che da noi la maggioranza per modificare la Costituzione non si raggiunge mai o, se si raggiunge, è per fare una cosa sbagliata.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 gennaio 2014


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POLITICA
6 gennaio 2014
IL SUCCESSO PIROTECNICO DI RENZI
Il bello, parlando di Matteo Renzi, è che ci si sente assolutamente liberi. Riguardo agli uomini politici di solito c’è un’inevitabile prevenzione. Raramente positiva (per esempio, riguardo a De Gaulle) e più spesso negativa: e qui è inutile fare esempi. Per concedere che il personaggio positivo abbia detto una sciocchezza (“Vive le Québec libre!”), o il personaggio negativo una cosa giusta, è necessario superare resistenze intime. Viceversa per quanto riguarda Renzi da un lato ci si sente liberi di apprezzarne la schiettezza, la semplicità, perfino la spontaneità e il coraggio, e dall’altro non è necessario vincere speciali remore per dire che, in una certa misura, è un arruffapopolo. 
Questo gli concede uno status unico. È come quando, nei campionati del mondo, si assiste ad una partita fra due squadre che non appartengono al nostro girone: si tifa per quella che gioca meglio, senza essere accecati da una posizione preconcetta. Analogamente, se si chiede all’italiano medio, prima ancora di sapere per quale partito vota, se al sindaco di Firenze augura di riuscire ad attuare quella svolta nella politica italiana che molti attendono da decenni, si può star certi che la risposta sarà positiva. Ma il problema è un altro: è possibile che ciò avvenga? E se è possibile, è possibile che l’attui Renzi?
La leggenda affermava che chi fosse riuscito a sciogliere il nodo di Gordio sarebbe divenuto padrone del mondo, ma nessuno ci riusciva. Quando fu il turno di Alessandro Magno ecco che il macedone lo tagliò con un colpo di spada. Soluzione altamente simbolica, per un condottiero di eserciti, ma al riguardo si può anche fare un’ipotesi più terra terra. Alessandro potrebbe aver pensato: “Se prima di me tanti ci hanno provato senza riuscirci, può darsi che non si tratti di una prova d’intelligenza o di abilità, e che la soluzione sia impossibile. Dunque il problema si risolve tagliando il nodo invece che sciogliendolo”.
Nella politica italiana si parla di riforme importanti da molti decenni, ed essendo statisticamente improbabile che tutti gli uomini politici e tutti i Presidenti del Consiglio siano stati degli imbecilli, può darsi che questo nodo sia impossibile da sciogliere. Forse  l’impresa potrebbe essere compiuta da un uomo straordinario, come De Gaulle, oppure da un dittatore illuminato, o infine essere la conseguenza di una guerra o di un evento traumatico come il fallimento dell’Italia. Se così fosse, non ci sarebbe nulla da sperare da Renzi: non per incapacità dell’uomo, ma perché il compito è sovrumano. Il sindaco di Firenze non ha, come Alessandro, una spada abbastanza tagliente.
E tuttavia, per amore di discussione, vediamo se, ammettendo che l’impresa sia realizzabile, Renzi sia l’uomo giusto per attuarla. Indubbiamente il giovane è risoluto: basti vedere come è riuscito a divenire segretario del Pd senza prima avere ottenuto il consenso degli ottimati ed anzi trattandoli da cariatidi da archiviare. Inoltre ha un forte senso del reale: ha capito che gli esponenti del Nuovo Centrodestra non possono far cadere il governo perché rischierebbero di cadere, loro stessi, nell’insignificanza e forse nell’inesistenza. Anche se tornassero in Forza Italia Berlusconi li accoglierebbe per riavere il loro elettorato, ma rimarrebbero congiurati privi di successo, e dunque dei reietti. Per questo il giovane sindaco reagisce alle loro minacce con malcelato sarcasmo. E ugualmente con ragione, dal punto di vista del senso del reale, si permette di trattare con scherno Fassina. Richiama spesso la sua investitura popolare e sa di poterla vittoriosamente opporre alla nomenclatura del partito. Ma tutte le belle qualità di questa medaglia hanno un rovescio.
In primo luogo Renzi ignora che un certo suo famoso concittadino ha insegnato che il Principe deve essere, nella sostanza, una volpe e un leone, come è lui, ma all’apparenza deve sembrare un agnello pieno di virtù. Del resto, è per non avere seguito questo consiglio che D’Alema non ha fatto la carriera che si aspettavano in molti, e soprattutto lui stesso. Farsi odiare da tutti è sempre un errore. Oggi Renzi ha contro di sé l’opposizione, il Nuovo Centrodestra, il governo di Letta, il suo stesso partito, il Presidente della Repubblica e buona parte dei giornali. Se anche riuscisse a far varare una nuova legge elettorale (dopo tutto si è obbligato a votarla), e facesse cadere il governo, poi con chi pensa che governerebbe? Si crede talmente furbo da fare i miracoli che non sono riusciti a Bersani?
Per Renzi bisogna forse rispolverare il concetto di hybris: quell’eccesso che gli dei puniscono. Chi ama il successo pirotecnico dimentica che i fuochi d’artificio durano minuti, non anni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 gennaio 2014


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politica interna
30 dicembre 2013
MATTEO RODOMONTE
Enrico Letta è un politico difficile da difendere. Ha delle qualità: è distinto e di bell’aspetto; parla almeno due lingue straniere; è certamente un politico di lungo corso. Ma i difetti non mancano. In mesi di governo non ha fatto niente di notevole: è riuscito a galleggiare, aumentare le tasse e rinviare la soluzione dei problemi. Per giunta affetta costantemente un ottimismo urticante che giorni fa definivamo disneyano. Insomma trasuda doppiezza e perbenismo democristiani. E tuttavia, c’è qualcuno più insopportabile dell’ignavo tronfio. Un personaggio di cui l’umanità ride da tempo immemorabile, senza riuscire a liberarsene. Cominciò Plauto, col Miles Gloriosus. Ne presentò un caso Tucidide, raccontandoci la storia di Cleone. In seguito abbiamo avuto Rodomonte, il modello per antonomasia, e tanti altri casi: per esempio il Mario Monti che nell’autunno del 2011 sputava veleno su Berlusconi dicendo: “Se fossi al suo posto, vedreste”. Infatti abbiamo visto. 
Oggi il personaggio di turno è Matteo Renzi. Il giovanotto è simpatico e sembra spontaneo, ma ciò non basta per assolverlo. Come non si poté assolvere Mario Monti in nome della sua aria di compito professore. E tuttavia bisogna sgombrare il terreno da un  errore: Rodomonte non realizza le prodezze di cui si dichiara capace ma ciò non esclude che altri possa farlo. L’uomo eccezionale è raro ma esiste. Dunque non si può liquidare il nuovo segretario del Pd con un’alzata di spalle. Bisognerà vederlo all’opera.
Per il momento, la prima cosa che bisogna concedergli è di essere un grande comunicatore. Ha accumulato una lunga serie di successi d’immagine perché si esprime con un linguaggio piano, da amico in pizzeria, senza avvolgersi nelle circonlocuzioni fumose dei professionisti della politica. Inoltre, pur essendo espressione di un partito che per molti decenni fu il più militarizzato, è riuscito a farsi percepire come antisistema. Essendo giovane, invece di farsi prendere sottogamba, è riuscito a ribaltare il pregiudizio fino a far sentire se stesso come “nuovo” e gli altri come “vecchi” da rottamare. Ha sparso a piene mani la retorica dell’ottimismo e del coraggio, fino a farsi eleggere segretario del Pd, ed oggi, a meno di un mese da questo successo, si presenta come il più risoluto innovatore. Ma proprio qui, cominciando ad esagerare, rischia di rompersi il naso. 
Le sue parole sono divenute arroganti e proterve. Rifiuta altezzosamente di essere appaiato ad altri “giovani” come Letta o Alfano: loro frutto degli apparati, lui munito di un’investitura popolare diretta. Come De Gaulle. Dichiara che sosterrà Letta soltanto se “farà le cose” che dice lui, il che corrisponde a minacciarlo di morte se non le farà. Secondo le stesse parole del suo accolito Davide Faraone: “Non basta un ritocco, un ‘rimpasto’, o si cambia radicalmente o ‘si muore’ ”. E il portavoce allinea gli errori che il Primo Ministro ha collezionato, soltanto dall’8 dicembre ad oggi, per dimostrare che è un inetto, uno che non ne azzecca una, uno che “fa marchette”, come una puttana. 
Retorica da basso comizio elettorale, dirà qualcuno: ma retorica compromettente. Renzi infatti avalla le parole di  Faraone anche a proposito di “grandi riforme per il paese, con tempi certi di realizzazione” e rilascia mazzi di cambiali con scadenza marzo o aprile. Questo Rodomonte promette di fare, in pochi mesi, quello che nessun Presidente del Consiglio è riuscito a fare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: riforma costituzionale,  riforma della legge elettorale “condivisa”, riforma del lavoro ed altro ancora. Dimentica quanti, prima di lui, si sono accostati con altrettanta fiducia al nodo di Gordio e ne sono usciti scornati. O non sa quante resistenze incontra chi prova a cambiare qualcosa, o il successo della sua infantile retorica lo ha completamente ubriacato. Fino a poco fa ha avuto l’abilità di tenersi sulle generali, ma ora si compromette sul piano della concretezza e non basteranno a salvarlo i jeans e l’assenza di cravatta. Il popolo italiano è disperato, ha già votato per Grillo e a momenti voterebbe per il Diavolo, ma una volta che il suo uomo sarà al potere vorrà vedere i risultati. E come potrà il sindaco realizzare la metà di ciò che ha promesso, nel momento in cui irrita i pochi alleati di un governo in bilico e si mette contro il suo stesso partito? Probabilmente l’astro in ascesa era troppo sfavillante per essere esaminato attentamente, ma quando si pesano i risultati la bilancia non si lascia abbagliare. Promettere troppo è comunque un errore. Chi compie il miracolo di realizzare la metà di quanto ha promesso si vedrà ancora rimproverare di non aver realizzato l’altra metà. 
Se questa diagnosi sia accurata o no, lo dirà la realtà. E dal momento che sono stati promessi “tempi certi e brevi”, prima che sia passato qualche mese tutti i dubbi saranno chiariti. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
29 dicembre 2013


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politica interna
27 marzo 2012
L'ACCORDO DI ABC PER LE RIFORME
Un redazionale del Corriere della Sera informa stasera che i tre segretari Alfano, Bersani e Casini sono giunti ad un accordo di massima per le riforme. Eccolo in sintesi: “riduzione del numero dei parlamentari, revisione dell'età per l'elettorato attivo e passivo, rafforzamento dell'esecutivo e dei poteri del premier in Parlamento, avvio del superamento del bicameralismo perfetto” e, per quanto riguarda la nuova legge elettorale, “potere di scelta dei parlamentari, un sistema non più fondato sull'obbligo di coalizione, l'indicazione del candidato premier, una soglia di sbarramento e il diritto di tribuna”. Che cosa bisogna pensarne? 
In primo luogo, è sempre valido il principio (di ignota origine ma fondatissimo) per il quale “il diavolo si nasconde nei particolari”. Dunque ogni intesa di massima è una non-intesa. Non è un accordo, è un desiderio di accordo. Che poi ad esso si giunga, è un altro paio di maniche. Fra l’altro, il tempo – da oggi alle elezioni del 2013, e con le ferie in mezzo – è piuttosto limitato. Comunque,  non si può essere né programmaticamente pessimisti né programmaticamente ottimisti: bisognerà aspettare. 
Ammettiamo comunque che i tre segretari abbiano giocato con le idee e procediamo analiticamente ad esaminarle, per come sono state riassunte.
1) La diminuzione del numero dei parlamentari, opportuna in sé – perché si risparmia denaro pubblico - riduce la rappresentanza dei parlamentari stessi. Ognuno di loro sarà infatti eletto da un maggior numero di elettori. Non che sia un male, in sé, ma dal momento che si vuole un maggiore “potere di scelta dei parlamentari”, previsto nella modifica della legge elettorale, le due esigenze sono contraddittorie.
2) La “revisione dell'età per l'elettorato attivo e passivo” può essere un errore. Dal momento che questa revisione va nella direzione di aprire le porte a persone ancora più giovani, e dal momento che l’attuale gioventù, viziata e disinformata, è culturalmente peggiore di quella di un tempo, non è detto che si faccia un affare.
3) Il “rafforzamento dell'esecutivo e dei poteri del premier in Parlamento” sarebbe un’ottima cosa. Ma in che cosa consisterà, in concreto, questo rafforzamento? Il solito problema dei particolari.
4) L’ “avvio del superamento del bicameralismo perfetto” è da tutti indicato come una cosa opportuna. E dunque bisogna inchinarsi all’opinione dei più. Ma in un Parlamento in cui vige la pratica del colpo di mano, dell’emendamento a sorpresa, dei franchi tiratori, ed altro ancora, può darsi che un giorno ci se ne debba pentire. Infatti diverrà impossibile mettere rimedio a uno sgambetto nell’altro ramo del Parlamento.
5) Per la legge elettorale, si parla di “un sistema non più fondato sull'obbligo di coalizione”. Ma l’obbligo di coalizione non c’è mai stato. Che cosa intendono, dunque? Perché non parlano più chiaramente della sorte del premio di maggioranza? Una cosa è certa: se c’è l’accordo di Casini, il premio di maggioranza dovrebbe o sparire o essere reso inoffensivo. Il Pdl e il Pd in questo caso farebbero un pessimo affare.
6) Per quanto riguarda “l'indicazione del candidato premier”, dopo Berlusconi si tratterebbe solo di rendere costituzionale una prassi ormai consueta.
7) Infine si parla di “una soglia di sbarramento” e di un “diritto di tribuna”. Queast’ultimo è più o meno un contentino per i trombati, mentre la soglia di sbarramento può facilmente essere immaginata rispondendo a questa domanda: quale percentuale di voti è sicuro di ottenere Casini? Infatti le esigenze sono due, escludere i piccoli disturbatori e nel frattempo non escludere Casini. Fra questi due estremi, tutto è possibile. Da una soglia altissima, che conduce verso un bipartitismo, a una soglia bassissima, che ci farebbe tornare a bomba alla Prima Repubblica. Incrociamo le dita. 
Infatti, il vero problema è quello del premio di maggioranza. Con l’interesse ad essere inclusi nella coalizione, i partiti si devono mettere d’accordo sul programma prima delle elezioni. Sparito il premio di maggioranza, i partiti che hanno superato lo sbarramento cercheranno il programma su cui accordarsi e i partiti su cui accordarsi, dopo le elezioni. Bel guadagno. Uno vota per un dato partito perché faccia una politica bianca e quello, dopo le elezioni, aderisce ad una coalizione che fa una politica gialla. Perché il potere rimane appetibile.
Per fortuna in Italia non bisogna mai bagnarsi prima che piova, perché da noi tra il dire e il fare di solito c’è l’Oceano Pacifico, e a volte si va oltre lo Stretto di Magellano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2012


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ECONOMIA
15 settembre 2011
PERCHÉ NON SI PUO' RILANCIARE L'ECONOMIA

“Sì. Potrebbe anche piovere”. Ecco la risposta che, secondo l’aneddoto, dette il luogotenente al generale sconfitto che, contemplando il campo di battaglia coperto di morti e feriti, aveva chiesto: “Potrebbe andar peggio?”

La gara del pessimismo è tristissima e non si è mai sicuri di vincerla. Dicono che la realtà abbia più fantasia dell’invenzione: dunque può anche essere più carogna di ciò che ipotizza chi vede nero.

Amare considerazioni, per uno che osserva la situazione economica dell’Italia. Allineiamo i fatti: non è scongiurato il pericolo di ulteriori attacchi dei mercati. Non della speculazione, che è un mito, dei mercati. E questi non sono la febbre, sono il termometro. Non è scongiurato il pericolo che sia necessaria una terza manovra. Non è scongiurato il pericolo che anche una terza manovra sia insufficiente. Insomma non è scongiurato il pericolo che l’euro scoppi e l’Italia vada a gambe all’aria.

Però è anche possibile che l’euro sopravviva o che l’Europa, magari dopo aver perso per strada la Grecia e il Portogallo, riesca a salvare l’Italia. Ma non è detto che non lo faccia per poi accompagnarla cortesemente alla porta e augurarle buon viaggio insieme con la Spagna. Forse siamo too big to fail, troppo grossi per fallire, quanto meno di botto, ma certo nessuno ci vorrà se saremo solo una palla al piede. Il samaritano aiutò quel poveraccio una volta, non gli fece un abbonamento dal sarto.

Visto che non siamo sicuri di vincere la gara del pessimismo, proviamo a vincere dal lato dell’ottimismo.

Che cosa potrebbe salvare l’Italia? La risposta è semplice: un modello produttivo di ci sui si possono fornire alcune caratteristiche. Abolizione della maggior parte delle norme sindacali; licenziabilità ad libitum e senza giustificazioni; niente contratto nazionale, libera contrattazione fra lavoratore e datore di lavoro; licenziamento di una buona percentuale dei dipendenti pubblici, in parte razionalizzando l’Amministrazione statale, in parte abolendo uffici e servizi; riforma sanitaria nel senso che ciascuno è obbligato ad assicurarsi privatamente; scuola severissima e costosa; riduzione delle università a una o due per regione; raddoppio del prezzo dei carburanti; tutti in pensione a settant’anni, uomini e donne; niente pensione di anzianità, al massimo fine dei contributi a partire da un certo numero di anni di contribuzione; niente pensioni sociali, solo mense per i poveri o dormitori pubblici; chiusura delle ferrovie dello Stato, salvo la dorsale adriatica, la dorsale tirrenica e il collegamento con Genova, Torino, Milano e Venezia; taglio drastico di tasse e imposte per riportare il peso del fisco sotto il 30% del pil; meglio se il venti. Non è necessario continuare, perché se si tentasse di attuare metà o anche solo un terzo di queste riforme, gli italiani insorgerebbero come un sol uomo e non se ne farebbe niente.

Se tutto questo è vero, è anche vero che è inutile parlare di ripresa produttiva. È come se, con la stessa automobile, senza variare il carico, senza cambiare percorso, senza cambiare carburante e senza mettere le mani nel motore, si pretendesse di andare molto più veloci. L’Italia si è messa nei guai creando un modello produttivo inefficiente, sprecone, spesso ingiusto, ma gli è visceralmente affezionata. È convinta che quell’automobile dovrebbe portare un carico maggiore e andare lo stesso più veloce. Poi, quando vede che essa ha tendenza a fermarsi, le aumenta il carico. A cominciare da quello fiscale.

Il nostro Paese non può essere salvato perché gli italiani lo vogliono com’è. Probabilmente i ferrovieri sarebbero disposti ad abolire la sanità pubblica, i medici sarebbero disposti a licenziare metà degli statali e gli statali sarebbero disposti a chiudere le ferrovie. Ogni settore è disponibile alle riforme degli altri settori ma ognuno blocca la riforma che lo riguarda. E trova subito alleati: da noi è più probabile il consenso per le piaghe da decubito che per l’azione.

Silvio Berlusconi avrebbe potuto salvare l’Italia? Assolutamente no. Né lui né nessun altro. Ciò che avrebbe potuto fare di meglio, sarebbe stato dimettersi immediatamente dopo la vittoria del 2008 e passare la mano. In questo momento gli italiani starebbero ancora cercando disperatamente una testa di turco, senza trovarne una abbastanza grossa. Mentre ora, se si dimettesse, gli darebbero la colpa della crisi economica mondiale. Ma la sorte di Berlusconi è senza importanza. La situazione è quella che è. E non ci allarmano tanto i guai attuali dell’Italia, quanto il fatto che potrebbe anche piovere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

15 settembre 2011


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18 luglio 2011
TUTTO DA RIFORMARE, SALVO NEL MIO CAMPO
Ernesto Galli della Loggia è un grande intellettuale italiano. Questo aggettivo, nel suo caso, ha due significati. Il primo è una lode: appartiene ad un Paese la cui tradizione culturale è enorme. La nostra grande letteratura boccheggiava e moriva nel Cinquecento mentre quella tedesca per nascere doveva ancora aspettare due secoli.
Il secondo significato invece è negativo: l’intellettuale italiano è caratterizzato dalla sua faziosità e dal suo insufficiente senso del reale. Tutta la prima parte del suo articolo di oggi sul “Corriere”(1) è infatti all’insegna di un qualunquismo da ballatoio. L’Italia è in preda allo scoramento e alla frustrazione e ne sono causa “il senso d'inadeguatezza di ogni nostra infrastruttura, le disfunzioni di quasi ogni nostra istituzione”, uniti all’ “incapacità di chi dirige la cosa pubblica d'immaginare qualche rimedio, di dare l'impressione (almeno l'impressione) di capire che cosa è in gioco; la sua incapacità di avere un sussulto che rappresenti un segno di svolta rispetto al corso fatale degli eventi”. Un pugno di cretini e d’incapaci, signora mia. Mentre noi italiani – inclusi quelli che fanno andare avanti le nostre infrastrutture e le nostre istituzioni – siamo tutti innocenti.
Questo scoramento riguarda anche la base elettorale della destra, perché “gli esponenti della destra, i suoi ministri, non sanno mai dire una parola, mai compiere un gesto, mai trovare un'occasione simbolica che trasmetta un messaggio di serietà e di coerenza, di preoccupazione per l'interesse collettivo, magari anche contro il proprio; un gesto che sia testimonianza di sollecitudine per l'identità della nazione e il suo futuro”. Che le dicevo, signora mia? Ha notato tutti quei “mai”? Mai una parola, mai un gesto, mai un’occasione simbolica. La verità è che sono tutti dei ladri.
Ma il politologo non rimane al livello di queste superiori generalizzazioni: scende sul concreto. Ricorda come notai e avvocati della maggioranza hanno frenato un provvedimento del governo. È avvenuto che “un buon numero di deputati e di senatori di un partito si ammutinano contro il loro stesso governo per difendere i propri interessi personali” e il segretario Alfano che cosa ha detto? “Assolutamente nulla”. Non ha lanciato “il minimo avvertimento”. Dimentica il politologo che quei deputati e senatori possono fare cadere il governo o persino votare la sfiducia ad Alfano, mentre Alfano non ha nessun potere su di loro. Stalin agli ammutinati avrebbe certo lanciato anche più di un monito ma noi dobbiamo contentarci del ministro siciliano.
“È così, mi domando, che si difende la dignità della politica, l'interesse generale?” Francamente no. Ma ci dica Ernesto come si fa, se non ci si chiama Josif Vissarionovich.
Il provvedimento concreto denunciato con più parole dall’articolo - e da Galli Della Loggia pro domo sua - è comunque il metodo di valutazione dei titoli universitari, in vista della conquista delle cattedre universitarie. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca calcola così le pubblicazioni dei candidati: monografia pubblicata all’estero, 3 punti; articolo pubblicato all’estero, 1,5;  monografia pubblicata in Italia, 1,2; articolo italiano, mezzo punto. La cosa gli sembra assurda: dunque non bisognerà più scrivere in italiano? “Va subito precisato che naturalmente l'Anvur agisce in piena autonomia dal ministero dell'Università e della Ricerca” ma questo non annulla l’accusa bruciante che segue: “la sua delibera la dice lunga su che cosa pensi del proprio Paese e della sua identità una parte degli intellettuali italiani”.
Ma è proprio questo il punto: l’Anvur ha torto, nel giudicare la comunità universitaria italiana come corrotta e mafiosa, nel senso che non si favorisce il merito ma gli amici e gli amici degli amici? Al punto che non ci possiamo più fidare di nessuno?Veramente non ha notato che il massimo titolo per divenire professore universitario è quello di essere figlio di un professore universitario?
Non è questione di lingua.Non si tratta di pubblicare in inglese o in francese (sono pronto a tradurre: si assicurano scrupolo professionale e prezzi bassi), si tratta di pubblicare non perché raccomandati o amici, ma perché si dice qualcosa che valga la pena di leggere. Se il metro stabilito dall’Anvur è spietato ed umiliante, Galli Della Loggia dovrebbe spiegarci che è immeritato, non che è spietato ed umiliante. Se no si comporta come quei genitori che incolpano i professori dei voti bassi dei figli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 luglio 2011

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_17/della-loggia_interesse-collettivo_f11d4016-b044-11e0-b0ea-f35f7bc4068c.shtml
POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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POLITICA
19 giugno 2010
LA POLITICA DEL PD
Gli scacchi sono una lotta fra bianchi e neri. Se uno ha i neri, guarda i bianchi come nemici e cerca il modo di farli fuori. Finita la partita, se ne può fare un’altra, con i bianchi, e stavolta sono i neri l’esercito del male.
Nello stesso modo, si può cercare di rispondere a questa domanda: che cosa farei, se dovessi dare la linea politica al partito opposto al mio?
La prima cosa da vedere è quale sia “il partito opposto”. Si potrebbe infatti vedere come contraltare un partito come l’Idv, ma dal momento che esso è appare poco serio, parleremo del Partito Democratico.
Guardando il mondo da sinistra, la prima ovvietà è che oggi non si può proporre un rivoluzionario modello di società. Il Pci lo fece per decenni, ma allora si credeva ad una rivoluzione comunista oggi divenuta archeologia. Dunque una politica di sinistra deve agire nell’ambito del modello sociale attuale e dal momento che per il centro-destra e per il centro-sinistra sono uguali sia le condizioni di fatto sia gli strumenti che si possono utilizzare, le differenze fra i due tipi di politica non possono essere molto grandi.
Oggi è inutile proporre soluzioni miracolistiche perché anche il popolo sa che sono impossibili. Il Pci aveva il vantaggio di offrire un totale rivolgimento del società ma non fu mai chiamato a realizzarlo, il Pd invece non può denunciare una totale inefficienza nella lotta all’evasione fiscale, per esempio, perché è stato al potere per cinque anni con Prodi e D’Alema, più altri due anni recentemente e, senza sua colpa, non è cambiato molto. Né la sinistra ha potuto debellare la disoccupazione, il lavoro nero, gli incidenti sul lavoro e tutti quei mali che affliggono da sempre l’Italia. Dunque le promesse, in questo campo, sono inutili: la gente non le prende molto sul serio.
Lo spazio politico che rimane è quello delle piccole, utili proposte: proposte tali che, andando al governo, si possano effettivamente realizzare. Oppure tali che la stessa maggioranza le adotti subito, non potendo però evitare che l’opposizione se ne attribuisca il merito. Lo schema non dovrebbe essere: “Noi, al governo, faremo miracoli”, ma “Noi, al governo, faremo leggermente meglio”. È questo uno degli errori di Silvio Berlusconi: dalla mera fattibilità tecnico-economica è passato alla fattibilità politica, trovandosi infine ad avere fatto promesse che, con tutta la buona volontà, non poteva mantenere.
Lo Stato può essere paragonato ad una grande berlina, risultato di decenni di progresso automobilistico: nessuno mette in discussione che la migliore soluzione sia quella delle quattro ruote - non tre e non cinque - ma lo spazio per i miglioramenti esiste. C’è stato un momento in cui qualcuno ha inventato i freni idraulici, un altro gli ammortizzatori, un altro ancora la barra antirollio e, più recentemente, l’Anti-Bloc System. Ecco il campo dell’opposizione. Mentre la maggioranza dedica la maggior parte del suo tempo a far funzionare la macchina così com’è, l’opposizione potrebbe studiare i particolari migliorabili.
Naturalmente questo schema richiederebbe un’enorme mole di lavoro per piccoli progressi: ma è meglio non avere altro da proporre che critiche al governo? E magari, occasionalmente, insulti alla ministra Gelmini usando l’espressione “rompere i coglioni”, come ha fatto il Segretario Bersani?
Se si propone una riforma, esiste certo la difficoltà tecnica di farla capire alla gente: ma proprio per questo dovrebbe essere ben spiegata e l’opposizione non dovrebbe proporne altre per parecchio tempo. In modo che in giro ci si convinca che sarebbe utile e che il governo fa male a non realizzarla.
Facciamo un esempio ma che può dare un’idea. Gli italiani che devono fare un versamento alla posta si armano di santa pazienza: sanno che potranno dover impiegare mezz’ora, visto come funzionano gli uffici postali. E non è assurdo che – nell’epoca in cui si fa benzina con i distributori automatici – non si possano dotare gli uffici postali di una macchina con due fessure, una in cui si inserisce il bollettino e l’altra in cui si inseriscono i biglietti i banca? Se la procedura fosse possibile, quante benedizioni riceverebbe chi l’ha inventata e adottata?
L’Italia aspetta da sempre una grande riforma della Pubblica Amministrazione che forse non vedremo mai: non potremmo più semplicemente migliorare qualcosa?
Naturalmente le proposte dovrebbero essere abbastanza particolareggiate per suscitare le proteste degli interessati: solo questo le renderebbe credibili, rendendo credibile, di rimbalzo, l’opposizione. Fra l’altro, nel caso la maggioranza adottasse il provvedimento,  quelle proteste ricadrebbero su di essa.
L’opposizione, se vuole riconquistare l’elettorato, deve essere fattiva e credibile: esattamente ciò che oggi non è.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 maggio 2010

POLITICA
10 aprile 2010
I COMUNISTI SONO BUGIARDI
Jean Rey era arrivato alla conclusione che, in ogni reazione chimica, gli elementi che entrano nella reazione stanno fra loro in proporzioni costanti. Ma non ne era sicuro. Per questo si espresse in forma dubitativa e disse qualcosa come “pressoché costanti”. Poi arrivò Lavoisier che affermò la legge senza tentennamenti: tanto che oggi essa porta il suo nome e nessuno ricorda l’altro scienziato.
Lavoisier è stato  un estremista, nell’esprimere in quel modo le sue conclusioni? Evidentemente no. Il fatto è che la realtà a volte è senza sfumature. Alla domanda: “È il Sole che gira intorno alla Terra o la Terra che gira intorno al Sole?” non si può rispondere “con moderazione”, come quel settecentesco studente di Oxford, che disse: “Talvolta gira il Sole,  talvolta la Terra”.
Naturalmente non si può essere altrettanto netti in altri casi. Per esempio: vale la pena di sposarsi? Dando ragione ai pro e ai contro di Panurgo, Rabelais ha scritto una delle sue interminabili tirate, dicendo una volta sì e una volta no: “E tu allora sposati, e tu allora non ti sposare, e tu allora sposati…”
Ci sono casi in cui la tesi esige mille precisazioni e mille distinzioni ma ce ne sono altri in cui è lecito avere convinzioni ferme e nette. Se uno è stato imbrogliato da un amico una, due, tre volte, lo si può biasimare se infine non gli crederà mai, qualunque cosa dica?
In questo senso confesso di essere un estremista anch’io. Di alcune cose sono così fermamente convinto che non le discuto neppure. Per dirne una, penso che i comunisti siano sempre e comunque degli inguaribili bugiardi. Quando va bene, mentono in buona fede: e non perché la verità non sia visibile, ma perché chiudono gli occhi. In generale, se dicono la verità, è perché non c’è una bugia che sia più utile.
Questo punto di vista dipende dalle infinite esperienze di una lunga vita. Ho cominciato a conoscere i comunisti a quindici anni, leggendo “Ho scelto la libertà”, di Viktor Kravcenko e ricordo che i sovietici e i loro accoliti in tutto il mondo hanno cercato disperatamente di negare ciò che quel libro diceva. Ci fu persino un processo! Ma era la pura verità, infine confermata da Nikita Khrushchev, e solo allora ammessa dai comunisti italiani.
È andata sempre così. I sovietici negavano di essere gli autori della strage di Katyn? Ed io credevo invece agli osservatori internazionali che, su richiesta dei tedeschi, avevano stabilito che quei ventimila polacchi non erano stati uccisi dai nazisti. Ora anche Putin ammette che è stato uno dei tanti crimini di Stalin, e non il peggiore.
I sovietici e i loro lacchè occidentali affermavano che quella ungherese non era una rivoluzione di popolo ma una controrivoluzione pagata dagli occidentali? Io sapevo che mentivano, ancora e sempre, spudoratamente. E oggi nessuno ne dubita.
L’abitudine comunista di dire ciò che fa comodo, spacciandolo per verità, si è manifestata in tutte le direzioni: dalla politica internazionale alla politica nazionale; dalle condizioni di vita del popolo russo sotto Stalin all’utilità del Piano Marshall; dalla necessità dei missili Cruise contro gli SS20 alla convenienza del Mercato Comune. La loro indefettibile costanza fa pensare che, per loro, la verità non sia, come diceva San Tommaso, adaequatio mentis et rei, corrispondenza dell’idea alla realtà, ma corrispondenza dell’idea a quanto stabilito da Mosca. Caduta l’Unione Sovietica, per l’Italia “è vero ciò che danneggia Silvio Berlusconi”.
Mi viene da ridere, quando sento parlare di riforme condivise. Se il Pdl fosse in grado di proporre le migliori riforme del mondo, scritte a quattro mani da Mosé e Solone, i comunisti (o comunque si chiamino i loro successori) direbbero lo stesso di no: perché il merito ne andrebbe al Cavaliere. Duynque metteranno tra le ruote tutti i bastoni che riusciranno a trovare e riproporranno un referendum anche contro quelle riforme – come la riduzione dei parlamentari o il bicameralismo imperfetto – che oggi dicono di volere. Lo hanno già fatto, no?
Oggi si dicono disponibili a discutere e collaborare? Come diceva Laocoonte: Timeo Danaos et dona ferentis, ho paura dei greci anche quando portano doni. Meglio tenere chiuse le porte della città.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2010

POLITICA
1 marzo 2010
BERLUSCONI A CAVALLO
Ora che si è liberato del problema giudiziario, si tende da ogni parte a invitare Berlusconi ad occuparsi di più dell’Italia e a realizzare le riforme, inclusa quella della giustizia. Sergio Romano (1) pensa a quelle “istituzionali, anzitutto, ma anche alla riforma fiscale, a quella della pubblica amministrazione, alla lotta contro la corruzione, alle infrastrutture, alla Tav, al nucleare, ai porti, al Sud, alla ricerca scientifica”. “Gli chiediamo… di coinvolgere in questa nuova fase tutti i suoi connazionali, anche quelli che non hanno votato per lui”. “Ha di fronte a sé tre anni. Non sono pochi”.
C’è di che essere assaliti dallo sconforto. Se Sergio Romano, ignorando completamente la realtà, scrive così, che ci si può aspettare dagli altri?
Il senso delle sue affermazioni è in primo luogo che Berlusconi non ha operato le riforme che avrebbe potuto realizzare, e poi che ora, se volesse, potrebbe realizzarle da solo. In tre anni. Magari accettando la collaborazione fattiva e disinteressata dell’opposizione. Una bella favola.
Mezza Italia passa il tempo a sputare disprezzo e veleno sull’uomo di Arcore, e poi la stessa mezza Italia, cosa strabiliante, lo reputa capace di fare miracoli. Pur di rimproverargli tutto, anche gli antiberlusconiani con la puzzetta sotto il naso come Sergio Romano, gli attribuiscono poteri che forse non aveva nemmeno Stalin.
Dato l’immenso successo che ha avuto, Silvio Berlusconi può solo sperare nel plauso dei libri di storia. Dunque avrebbe sicuramente amato realizzare tutto quello che ha promesso: non è solo “un uomo del fare”, è “un uomo smanioso di fare”. In realtà la sua azione è stata sempre condizionata dal regime di coalizione; dai mille contrappesi previsti da una Costituzione che nel 1947, per la paura non ancora smaltita di Mussolini, ha voluto castrare l’esecutivo; soprattutto dall’opposizione dei suoi alleati: qualcuno ha dimenticato Follini? E quando infine, per rendere più agile la vita politica, ha ottenuto una riforma costituzionale, la sinistra è riuscita a farla abrogare con un referendum.
Questo è un Paese in cui tutti chiedono le riforme ma tutti tengono costantemente il piede sul freno. Si rifiutano non solo le novità che impongono sacrifici ma anche quelle che non costano niente: per pigrizia, per misoneismo, per andare contro il governo. C’è stata perfino una levata di scudi contro la recente riforma della scuola che pure, a detta dei competenti, non aveva molto di criticabile. Non appena si cambia qualcosa si protesta con sfilate e scioperi, si grida che si attenta alla Costituzione, che Annibale è alle porte, che si è distrutta la scuola italiana – o, secondo i casi, la giustizia, l’ambiente, la sanità ecc. – I  magistrati addirittura escono dall’aula in cui si inaugura l’anno giudiziario prima ancora che sia stata operata la minima riforma.
Abbiamo un sistema che tende all’immobilismo. Anche i partiti che si autodefiniscono “riformatori” quando vanno al potere riformano ben poco. L’ultimo governo Prodi passò addirittura i suoi primi mesi a disfare le leggi del governo precedente, fra cui quella sull’utilissimo “scalone” previdenziale. Pur di andare “contro Berlusconi” aggravò le finanze dello Stato. Né si ricorda qualche grande riforma di quel governo. Non fu neanche realizzata la legge sul famoso “conflitto d’interessi”.
In particolare per quanto riguarda la giustizia, non appena si pensa ad una modificazione le obbiezioni si sprecano. Si vogliono premiare i giudici che lavorano molto? Si dirà che si favoriscono le sentenze un tanto al chilo e che si penalizzano i giudici scrupolosi. Si vogliono impedire gli eccessi di politicizzazione dei magistrati? Si dirà che se ne vuol fare una categoria di cittadini minus habentes. Si vuole impedire che si candidino a diventare parlamentari nello stesso distretto in cui hanno operato da magistrati? Si dirà che si viola l’art.3 della Costituzione. Si vogliono far pagare loro gli errori più marchiani? Si dirà che i giudici non giudicherebbero più con serenità. Non si finirebbe mai. Non appena si scende sul concreto, tutti contro.
Non è sicuro che Berlusconi possa condurre in porto una sola importante riforma. Se ci riuscisse, invece di rimproverarlo per non aver realizzato le altre, bisognerebbe fargli un monumento equestre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 febbraio 2010
(1) http://www.corriere.it/editoriali/10_febbraio_28/romano_66b1a922-243f-11df-826d-00144f02aabe.shtml

POLITICA
28 febbraio 2010
CALMA PIATTA
Stefano Folli, editorialista della Stampa, è un moderato - nel senso che non si butta ad avere idee ardite o troppo personali - e per questo può essere prezioso: non fornisce folgorazioni intellettuali ma aiuta a capire il clima del momento.
Nel suo articolo del 24 febbraio (1) scrive che: “Le cronache rovesciano nelle redazioni dei giornali notizie di collusioni inquietanti fra politica, mondo economico e malavita”, e riferisce, condividendole, le preoccupazioni di Giuseppe Pisanu - un “notabile” di lungo corso, come lo definisce - per il quale viviamo un momento che può «disgregare le basi della convivenza civile e delle istituzioni democratiche». Nientemeno. La nostra sarebbe un’emergenza tanto grave, e tanto diversa da quel ritratto ottimista che Berlusconi dà della nazione, da richiedere, come dice Gianfranco Fini, una sorta di union sacrée per procedere al varo di “riforme condivise” di cui c’è assoluta urgenza. Inoltre “si avverte tutta la difficoltà in cui è costretto ad agire Berlusconi”, fra l’altro perché “la magistratura è passata alla controffensiva”.
Folli non è il solo, a gridare questi allarmi. Si sente parlare da ogni parte di nuova Tangentopoli, di crollo di questa Seconda Repubblica (anche se è ancora la Prima), di crisi del sistema, di degrado civile, di Armageddon. Con tutto il rispetto dovuto all’illustre editorialista e agli altri noti commentatori, tutto questo ricorda una anziana signora, la zia Maria, che a novantadue anni, in buona salute, rifiutava le congratulazioni di un nipote: “Buona salute? Ma se ho appena avuto un raffreddore…”
Prescindendo dai raffreddori e considerando la situazione con la dovuta calma, si deve notare che gli scandali – non diversamente dagli omicidi per rapina - sono sempre esistiti. In Italia come nel resto del mondo. Bisogna lottare contro di essi, bisogna punire i colpevoli, ma è sciocco sognare di eliminarli per sempre. Né è il caso di dar loro chissà quale importanza politica: i reati non sono notizie, se per notizie si intendono le novità. Che la giustizia faccia il suo corso e tanto basta.
Per quanto riguarda le riforme condivise di cui parla Fini, la migliore risposta l’ha data sulla “Stampa”Riccardo Barenghi (Iena) con questa battuta: “Tesoro, mettiti a letto che ti racconto una favola per farti addormentare. Quale papà?  Quella delle riforme condivise”. Infatti in Italia c’è da sempre un tale clima di scontro che la sola idea di condividere qualcosa col “nemico” squalifica chi la propone. Tempo fa D’Alema, stanco della logomachia sulle beghe giudiziarie di Berlusconi, disse che una “leggina” che togliesse di mezzo questo problema sarebbe stata il male minore per l’intera Italia, avrebbe rasserenato il clima e permesso una più efficace legislazione. A momenti lo lapidavano.
L’unica riforma condivisibile sarebbe l’eliminazione di Berlusconi ma nel centro-destra questo  forse piacerebbe solo a Fini o quasi.
In Italia c’è una solida maggioranza che ha prenotato il Parlamento fino al 2013 e verosimilmente resterà in sella fino ad allora: pur di non andare a casa, è vissuta quasi due anni quella “nave dei folli” che fu l’ultimo governo Prodi. Berlusconi, del quale si avvertirebbe “tutta la difficoltà in cui è costretto ad agire”, in realtà ha le difficoltà normali di un Premier privo di reali poteri e costretto a mediare in un paese litigioso e linguacciuto. Inoltre, per quanto riguarda gli scandali, personalmente non è per nulla coinvolto. E non ha più problemi giudiziari.
La verità che sottostà a tutto questo è che nessuno si rassegna a vivere un momento insignificante della storia. Come la zia Maria, ha bisogno di credere che un raffreddore sia un dramma, che uno scandalo significhi crisi e che siamo alla vigilia della fine del mondo.
In realtà in Italia non sta avvenendo niente di speciale. Business as usual e anzi noia as usual: soprattutto dinanzi a tragedie immaginarie. Se proprio si ha bisogno di avventura, scontri, vittorie e sconfitte, si guardi il Grande Fratello. Se invece si hanno interessi di più alto livello, ci si occupi di politica internazionale. Le cronache giudiziarie si possono lasciare al Fatto Quotidiano e agli altri fogli di gossip.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 febbraio 2010
(1) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-febbraio-2010/politica-corruzione.shtml?uuid=487f9d4e-2131-11df-9577-f5c6c14bceee&DocRulesView=Libero&correlato

POLITICA
14 gennaio 2010
I PRINCIPI GENERALI DELLA COSTITUZIONE
Se la Costituzione fosse indispensabile al funzionamento della democrazia di un paese sviluppato, il Regno Unito l‘avrebbe: ma non l’ha. Se ne deduce che della Costituzione si può fare a meno. Tuttavia è vero che se Reinhold Messner può scalare l’Everest senza maschera d’ossigeno, non tutti possono permetterselo. L’Inghilterra non ha bisogno di una Costituzione scritta perché le sue tradizioni democratiche sono così antiche, così solide, così indiscusse, che fanno parte del suo dna e non è più necessario imporglieli con una legge. I Paesi con tradizioni democratiche meno antiche (Germania, Italia), o politicamente passionali e litigiosi come la Francia, hanno invece una Costituzione scritta e fanno bene ad averla. Infatti distorsioni della pratica democratica si sono avute perfino in presenza di questa camicia di forza: la legge, come si dice sostenessero i Borboni di Napoli, ai nemici si applica, per gli amici si interpreta. Un esempio si è avuto nel 1994-1995 quando per favorire una parte politica, in contrasto con la volontà dell’elettorato, si impedì il ritorno alle urne.
Le Costituzioni si distinguono in flessibili e rigide. Le prime sono modificabili con legge ordinaria, dunque facilmente. Le seconde sono al contrario volutamente difficili da cambiare, e nel caso si voglia farlo si richiedono particolari procedure.
Le Costituzione italiana è rigida e contiene due generi di norme. Nella prima parte ci sono dichiarazioni di principio, per esempio quella riguardante l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge; nella seconda ci sono norme tecniche, per esempio la durata di una legislatura. Al riguardo si dice continuamente che si può modificare la seconda parte (quella tecnica), mentre deve rimanere assolutamente intangibile la prima parte, perché si tratta di principi di civiltà. Purtroppo, i grandi principi sono in concreto salvaguardati più dalla maturità politica del popolo che non dalle dichiarazioni reboanti – di discutibile natura giuridica - di una carta costituzionale. Per questo bisognerebbe limitarli al massimo: con interpretazioni faziose, essi possono condurre a risultati abnormi. Basti dire che in concreto l’eventuale incostituzionalità di una norma è dichiarata da un organo ad elezione politica come la Corte Costituzionale. Dal momento che la genericità di una norma si presta ad interpretazioni estensive o smaccatamente di parte, si corre dunque il rischio che una legge voluta dal popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti sia annullata in base alle proprie convinzioni da un Sinedrio inamovibile.
Un esempio teorico. Secondo l’articolo 2, “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo…” Ma giuridicamente si può riconoscere solo un diritto esistente. Se invece si rinvia, come in questo caso, ad un fantomatico “diritto naturale” – indimostrato,  indimostrabile e di cui anzi i giuristi normalmente negano l’esistenza - si rinvia a proprie apodittiche e indeterminate convinzioni che un giorno potrebbero indurre a dichiarare “inviolabile” un diritto che è tale solo nella mente dei giudici costituzionali.
Un esempio pratico è il lodo Alfano. Veramente il Primo Ministro è uguale a un bidello di Catanzaro? La legge stabilisce mille differenze fra i cittadini a seconda della loro funzione. È contro l’uguaglianza dei cittadini l’art.68 della Costituzione che ancora oggi stabilisce che un parlamentare non possa essere arrestato senza il consenso della Camera cui appartiene? Questo è stato un caso in cui un eccellente principio generale ha prodotto notevoli danni politici, di cui ancora oggi subiamo le conseguenze. Ma i membri della Corte Costituzionale non sono angeli, hanno per la maggior parte simpatie per la minoranza parlamentale e le eventuali difficoltà del Paese non gli dispiacciono.
Non è utile che la Costituzione predichi grandi principi. O il Paese li applicherà senza che nessuno glieli gridi, oppure il fatto che la Costituzione li stabilisca solennemente non ne comporterà l’applicazione. Non ha avuto seguito nemmeno il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, che pure è stato votato dai cittadini a stragrande maggioranza! Né si può dimenticare che la Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche era piena di ottimi principi: era la pratica che non la rispecchiava.
Solo gli ingenui e gli incompetenti credono che, affidandosi al giudice, si vada sul sicuro. Il diritto è uno dei più alti raggiungimenti di Roma e dell’umanità, ma cammina sulle gambe degli uomini e non sempre arriva dove doveva arrivare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 gennaio 2010


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POLITICA
28 dicembre 2009
LE RIFORME IMPOSSIBILI

Tutto il parlare che si fa di riforme da condividere fa pensare a due bulli che hanno tanta voglia di litigare ma non vogliono essere accusati di avere provocato la zuffa. Per questo i politici si profondono in dichiarazioni di buona volontà, accennano perfino ai contenuti, ma avendo sempre l’accortezza di renderli o inaccettabili per la controparte oppure vaghi ed equivoci. In questo modo, quando si trattasse di scendere sul concreto, potranno comunque sostenere che intendevano altro: appunto, vedi caso, qualcosa di inaccettabile per la controparte. Lo scopo finale di queste schermaglie è solo quello di porsi in una situazione di vantaggio al momento dell’inevitabile zuffa.
Bisogna fare qualche esempio. Se si richiede una riforma che assicuri la governabilità, nessuno in astratto può essere contro. Ma per governabilità si può anche temere che si intenda un governo autoritario e illiberale. Se si richiede “una riforma che salvaguardi l’equilibrio democratico tra i poteri” si potrebbe temere che si stia proponendo un totale immobilismo, con la possibilità di paralizzare un esecutivo sgradito. Finché si rimane sulle generali, si ha l’unanimità, appena se ne scende, si scopre che il diavolo si nasconde nei particolari. In questo caso, nella concretezza.
In Italia le riforme che desidera la maggioranza sono incompatibili con quelle che desidera (se le desidera) la minoranza. La prima vuole tagliare le unghie alla magistratura, vuole proteggere Berlusconi dalla persecuzione giudiziaria, vuole rafforzare i poteri del Primo Ministro (chiunque sia), vuole ridurre il numero dei parlamentari e semplificare l’iter legislativo arrivando ad una sorta di monocameralismo. La minoranza invece non vuole che i magistrati siano ricondotti al loro ruolo istituzionale, dal momento che li considera obiettivamente degli alleati politici; poi, solo perché essi non sono d’accordo, non vuole la separazione delle carriere dei requirenti e dei giudicanti; inoltre non vuole né che sia resa più facile la legislazione né che sia rafforzato l’esecutivo, perché in prospettiva vede se stessa più all’opposizione che al governo. A fortiori - ovviamente - non vuole che sia rafforzata la presidenza del Consiglio dei Ministri nel momento in cui ne è titolare Berlusconi.
Quest’ultimo punto è interessante. A sinistra – prima ancora di giudicare negativamente o positivamente le varie riforme - non esitano a dire che, se sono condivisibili, non devono comunque essere profittevoli per Berlusconi. Una legge è buona se riguarda tutti i cittadini ma non Berlusconi. Se invece riguarda tutti i cittadini ed anche Berlusconi, è una legge ad personam. L’ideale sarebbe quello di rafforzare i poteri del Primo Ministro, “a meno che questo Primo Ministro non si chiami Silvio Berlusconi”. E questo è difficile da scrivere in una legge.  
La realtà è che la sinistra, che tanto ha parlato di leggi ad personam, non si vergogna di concepire leggi contra personam. E questo non tanto perché reputi Berlusconi colpevole di chissà che cosa – ché anzi è stato già assolto in istruttoria, in giudizio o per prescrizione un grande numero di volte – quanto perché il fatto che egli mantenga la sua costante qualifica  di imputato è per loro politicamente profittevole.
Le riforme non possono essere condivise e parlarne, tanto a destra quanto a sinistra, è solo ipocrisia. Possono essere tentate soltanto a colpi di maggioranza. Ciò malgrado, non è detto che siano possibili. In passato non c’è stata solo l’opposizione della minoranza, ma anche resistenze all’interno della stessa maggioranza: come fare le riforme, se il Vice Presidente del Consiglio si chiamava Follini? Anche oggi, a parte le sopracciglia alzate di Fini, ci sarà sempre qualcuno che si sente leso dalle riforme o che coglie l’occasione per remare contro.
Visto come vanno le cose, ci si può chiedere se Berlusconi sia sano di mente. Una persona sana di mente potrebbe proporsi di governare l’Italia?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 dicembre 2009

POLITICA
21 dicembre 2009
IL PARALLELO INDECENTE: PD-HAMAS
D’Alema ha proposto un qualche accordo con la maggioranza e il risultato è stato una corale levata di scudi. Eppure lo schema era il seguente: noi concediamo qualcosina a Berlusconi, magari solo un’opposizione non fanatica, e lui ci darà questo, e questo, e questo. Basta leggere le parole di Beppe Fioroni, come le riporta il “Corriere”(1): “La spina giustizia fa molto male a Berlusconi e lui non può certo pensare che siamo noi a levargliela. Questo non ce lo può proprio chiedere. Ciò detto, se lui accetta le nostre proposte in materia di riforme (sia quelle sociali che quelle istituzionali) e se lui rinuncia al presidenzialismo, e fa il legittimo impedimento, noi non glielo votiamo, ma non facciamo l'opposizione con la bomba atomica”.
La sintesi è che Silvio Berlusconi dovrebbe nientemeno fare le riforme come le suggerisce il Pd, ottenendo in cambio un’opposizione civile per un singolo provvedimento. Viene da ridere. La maggioranza ha i numeri per approvare qualunque legge, salvo quelle costituzionali, e l’opposizione può essere ostruzionistica ma alla fine la maggioranza prevale sempre. Il Pd dunque non ha molto da offrire ed ecco che le sue pretese divengono stratosferiche: pretende di dettare le riforme – tutte – come se il Pdl fosse in minoranza. Lo schema sembra demenziale e tuttavia non è nuovo. Da oltre sessant’anni il mondo ne ha un altro, sotto gli occhi: in Palestina.
In origine fu offerto uno Stato ciascuno agli ebrei e ai palestinesi ma questi non l’accettarono: scatenarono una guerra e la persero. Israele allargò il proprio territorio e prese Gerusalemme ma questo non piacque ai palestinesi i quali insieme con tutti i loro alleati nel 1967 scatenarono una nuova guerra. Che persero. Passarono dunque da Stato indipendente a “Territorio Occupato”.  Dopo quarant’anni hanno finalmente abbassato le loro pretese? Macché. Avevano dei pendolari che andavano a lavorare in Israele,  ma hanno dato la stura agli attentati e questa fonte di reddito si è inaridita. Avevano comunicazioni con uno Stato più progredito del loro, ma hanno continuato con gli assassini di innocenti e il risultato è stato la recinzione. Hanno perso sia i vantaggi economici che l’arma del terrorismo. Sparavano razzi su Ashdod ma Israele ha bastonato Gaza ed hanno dovuto smettere. Oggi sono alla canna del gas e dopo tutto questo si accontentano dell’indipendenza? No. Vogliono Gerusalemme loro capitale, vogliono il ritorno di milioni di profughi, non chiedono che gli israeliani si ritirino, per dire, dal novanta per cento dei “Territori Occupati”: chiedono che abbandonino la Palestina o si suicidino in massa. Non restituiscono l’unico (innocente) ostaggio israeliano di cui sono in possesso in cambio di parecchie decine di detenuti, vogliono stabilire quali e quanti devono essere i detenuti da scambiare. E via dicendo. Sono tutti così irragionevoli? Certo che no. Ci sono i moderati. Costoro, pur chiedendo tutto ciò che s’è detto, offrono il riconoscimento di Israele e per questo sono additati come traditori della santa causa. Come, riconoscere Israele! Come, permetterle di esistere! Gli uni e gli altri dimenticano però che quello Stato esiste già e loro non hanno nessuna possibilità di costringerlo a fare alcunché. Ci sono persone che non tengono nessun conto della realtà.
Per il Pd avviene qualcosa di analogo. Da un lato la maggioranza ha un margine confortevole, il governo ha l’approvazione del paese, la popolarità di Berlusconi è enorme, dall’altro si crede che offrire “un’opposizione moderata per un singolo provvedimento” sia chissà che concessione e, in compenso, si chiede la luna. Anche qui, naturalmente, chi fa questa proposta è additato come traditore della santa causa.
Paragonare il Pd ai palestinesi è cosa indecente: ma per certi estremisti (e non sono pochi) il parallelo con Hamas è giustificato.
Alcuni scervellati sono così convinti di essere dal lato della ragione, così sicuri che l’avversario è brutto e cattivo, e che, per quanto forte, dovrà necessariamente dichiararsi vinto (anche in cambio di un buffetto sulla guancia), che perdono totalmente la percezione della realtà. In queste condizioni, come a favore dei palestinesi non si è visto nulla di nuovo negli ultimi quarantadue anni, c’è da temere che il Pd rimanga all’opposizione per altri quarant’anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2009
  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/alema-veltroni-sfogo-attacchi_5d764934-ed40-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml


POLITICA
17 dicembre 2009
MOLLICHINE - FINI E LE RIFORME CONDIVISE
MOLLICHINE
Un titolo che fa sognare mezza Italia: “Oggi Berlusconi torna a casa”.
Fini critica la fiducia al governo. È comprensibile. Infatti lui non l’ha per niente.
Boom di vendite per le miniature del Duomo di Milano. In attesa di una nave carica di kit per voodoo casalinghi con bambole di Berlusconi, aghi e tutto.
Vogliono fare a pezzi la Bocconi. Stiamo tornando al terrorismo: a pezzi e Bocconi.
L’attentato alla Bocconi del “Fronte anarchico informale”. Alla buona. Non è inamidato e complimentoso. Non dice: “Le reca disturbo se depongo qui questa bombetta?”
Fini: superato il livello di guardia. Siamo alla guardia scelta. Per il livello di maresciallo c’è tempo.
Dinanzi al giudice, Tartaglia: “Mi piace Di Pietro”. È chiaro: mira all’infermità mentale.
Il garante Rai: “Verificare obiettività ed equilibrio”. A verifica effettuata: “Non ci sono”.
A Copenaghen sembra che non si arriverà ad un accordo sul clima: tira una brutta aria.
Bocconi. Cesare Martinetti, sulla Stampa: “Non siamo agli Anni Settanta”. Basta un’occhiata al calendario.
Fini: “Sto con Napolitano”. And the apple pie.
Stampa. Il Pdl offre la tregua al Pd. Da domani niente più dum dum, solo pallottole normali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 dicembre 2009

FINI E LE RIFORME CONDIVISE
Molti dicono che le grandi riforme, in particolare quella della Costituzione, devono essere condivise: cioè progettate e votate insieme da maggioranza ed opposizione. Sono parole ragionevoli che dovrebbero essere approvate da tutti. E in effetti lo sono: in teoria. Nella pedestre realtà, le cose stanno tanto diversamente da essere autorizzati a sorridere.
In psicoanalisi si parla del “principio di realtà”. Il nevrotico è capace di avere paure sganciate dai pericoli, può credersi amato oppure odiato senza essere né l’una né l’altra cosa, e la terapia tende appunto a fargli ricuperare il “principio di realtà”. Quello per cui, anche se uno ha una paura folle di prendere l’ascensore, sa che l’ascensore non è pericoloso e fa uno sforzo per usarlo.
Le più grandi difficoltà nascono dal fatto che alcune false rappresentazioni sono utili all’interessato. L’artista che non riesce a sfondare può interpretare la cosa come il risultato dell’incompetenza di critici e pubblico o come un meritato giudizio negativo sulla sua opera. È evidente che, quand’anche tutto orientasse effettivamente verso la seconda interpretazione, la prima è molto meno frustrante ed è per questo quella più spesso adottata.
Per quanto riguarda le riforme condivise, non c’è dubbio che l’ideale sarebbe una leale collaborazione nell’interesse del Paese; ma questa collaborazione, secondo il principio di realtà, è nel novero delle cose possibili? Sembra che la risposta sia un risoluto e maiuscolo NO.
Non si tratta di stabilire di chi sia il torto. Non si tratta di vedere se le riforme che potrebbero proporre la maggioranza o l’opposizione siano utili e ragionevoli. Si tratta di osservare che, qualunque riforma, se proposta da destra, sarà rifiutata e stramaledetta da sinistra; e se proposta da sinistra sarà rifiutata e stramaledetta da destra. Anzi si può star certi che la sinistra non proporrà mai una riforma accettabile per il centro-destra, non per malvagità ma per non rischiare di essere accusata dai suoi elettori di essere scesa a patti con Silvio Berlusconi. In queste condizioni, a che serve parlare di riforme condivise?
Quali riforme può dunque realizzare il centro-destra, anche se il centro-sinistra si oppone? Non può modificare la Costituzione perché, quand’anche lo facesse, poi il centro-sinistra griderebbe tanto da indurre una buona parte degli elettori ad annullare la legge con un referendum. È già avvenuto. E quella riforma non era neppure cattiva. Dunque la maggioranza ha libertà di movimento solo in materia di leggi ordinarie. Purtroppo, anche in questo caso non può dimenticare che, se esse non piacciono al centro-sinistra, la Corte Costituzionale può annullarle. È già avvenuto, perfino in modo scandaloso col Lodo Alfano. E allora?
Rimangono tre soluzioni. Il centro-destra fa il possibile nelle condizioni obiettive, pur sapendo che le carte sono truccate. Oppure, seconda soluzione, sforna a getto continuo leggi anche chiaramente anticostituzionali, in modo che, fra il tempo della promulgazione e il momento in cui la Corte Costituzionale le annulla, hanno  prodotto i loro effetti. Potrebbe ad esempio sfornare un simil-Lodo Alfano ogni sei mesi. Naturalmente questa pratica sarebbe denunciata come eversiva e truffaldina, ma si potrebbe rispondere che è eversiva e truffaldina anche una Corte Costituzionale di parte. La terza soluzione potrebbe adottarla il solo Silvio Berlusconi, dicendo: “M’avete stufato. Me ne vado nei Mari del Sud. Fatemi sapere ogni tanto come vanno le cose”.
In realtà questa soluzione è da escludere perché il Cavaliere ha contratto un debito con gli italiani che hanno avuto fiducia in lui. Potrebbe però aspettare il 2013 e dire a tutti: “E ora sbrigatevela da soli. Non vi aiuterò nemmeno nella campagna elettorale”.
Chissà che quel giorno, dopo esserci lamentati per vent’anni di un uomo troppo ingombrante, non dovremo lamentarci di un vuoto troppo ingombrante. Perfino la sinistra sarebbe in imbarazzo: è forse la stessa cosa odiare Tremonti o Gianni Letta?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 dicembre 2009

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