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POLITICA
19 dicembre 2014
IL MURO DELLA SPESA PUBBLICA
Il taglio delle spese dello Stato è stato proclamato per mesi come il toccasana dell'economia e la migliore fonte di denaro per finanziare la ripresa. E invece da tempo non ne parla più nessuno. I tagli sono previsti nella "Legge di stabilità", naturalmente, ma in maniera così aleatoria e così lontana dai suggerimenti delle autorità europee, che né quelle autorità né la Cancelliera Merkel se ne fidano.
In questi casi tutti gettano la croce sul governo: ma sarebbe un errore. Se Matteo Renzi avesse potuto appuntarsi sul petto la medaglia del primo che sia riuscito nell'impresa, non se ne sarebbe certo privato. Soprattutto pensando che fra un paio di mesi lo scetticismo di Bruxelles si potrebbe trasformare in un problema concreto. Juncker ha parlato di "conseguenze spiacevoli", e speriamo non sia un understatement. Probabilmente il giovane Premier si è reso conto di non poter tagliare le spese, e ha inserito nella Legge di stabilità qualcosa per poter dire, quando sarà, che se non se n'è fatto niente non è stato per colpa sua. Sai che soddisfazione.
La verità è che l'ostacolo è insormontabile. Lo hanno riconosciuto, de facto, Berlusconi, Prodi, D'Alema, Monti, Letta e tutti gli altri. Carlo Cottarelli, che di queste famose spese aveva stilato il programma, ha votato con i piedi e se n'è andato. E nessuno gli è corso dietro per trattenerlo. Cercare un colpevole non serve, è più utile chiedersi il perché di questo muro invalicabile. 
La nostra mobilità del lavoro è pressoché nulla. Se si è tanto discusso dell'art.18 è perché in Italia perdere il lavoro è una tragedia e, a torto o a ragione, quella norma era vista come un argine al licenziamento. Sindacati ed istituzioni hanno sempre fatto l'impossibile per favorire la stabilità dei lavoratori organizzati (gli altri sono figli di nessuno) e addirittura garantirgli particolari vantaggi. Nell'Amministrazione, la cui bassa produttività è mitologica, non è possibile spostare un dipendente da dove è inutile ad un altro posto, non gli si può assegnare una diversa funzione o inviarlo ad una località diversa. E di licenziare qualcuno, neanche se scorretto, non si deve neppure parlare.
Nel lavoro organizzato nessuno può essere mandato a casa e nessuno può essere disturbato. I sindacati difendono anche quelli che sono eternamente "fuori stanza", (ma c'è il loro cappotto, sull'attaccapanni), gli assenteisti, quelli che fanno enormi pause per andare a far la spesa, a volte persino i ladri degli aeroporti. Tutto ciò induce un insieme di comportamenti impuniti che finiscono col costituire un enorme peso finanziario, per lo Stato.
Per non parlare della corruzione. Se gli acquisti per gli ospedali variano negli importi da un ospedale all'altro, da una regione all'altra, è perché variano le creste sulla spesa. E naturalmente tutti si accaniscono per conservare intatta la loro greppia. Ecco un esempio di muro. 
La coalizione per paralizzare il Paese ha sempre avuto successo. Nessuno vuol rinunciare alle brutte abitudini prese negli anni delle vacche grasse. Del resto anche l'opinione pubblica è ubriaca di "diritti" tanto immaginari quanto strenuamente pretesi. Per esempio "il diritto alla casa".
Al di là di tutto ciò esistono cause obiettive. Abbiamo una moneta inadatta all'Italia e non possiamo cambiarla. Subiamo la concorrenza invincibile di sistemi produttivi più efficaci (Germania) o che beneficiano di costi minori (Cina). Siamo incapaci di organizzarci, basti dire che, pur abitando il più bel Paese del mondo, riusciamo a perdere colpi in materia di turismo. E la più grande minaccia è la curva demografica. La denatalità e l'allungamento della vita umana hanno fatto sì che un numero sempre minore di lavoratori deve provvedere a un numero sempre maggiore di pensionati. Per giunta, arrivando ad un'età molto più avanzata, i vecchi hanno bisogno di un'enorme e costosa quantità di cure mediche. Insomma non possiamo più permetterci il modello sociale del passato. Dovremmo rassegnarci ad un più modesto genere di vita, ma sembriamo non averne alcuna intenzione. Ci comportiamo come quei nobili che, decaduti, consideravano il massimo della miseria l'avere un solo servitore. 
Tutte le vie ci sono precluse. Il livello di competitività è basso. Non siamo liberi di assumere e di licenziare. Non possiamo contrattare liberamente le remunerazioni. Non possiamo disporre della nostra moneta. Non riusciamo a tagliare la spesa pubblica. E naturalmente non abbiamo il diritto di sopprimere vecchi e malati. Dunque ciò che non vorrà o non saprà fare il governo lo farà qualche causa obiettiva, per esempio una immane crisi borsistica o la fine dell'euro. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 dicembre 2014


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POLITICA
14 novembre 2014
RENZI E BERLUSCONI, UN SEMPLICE RINVIO
Avant'ieri sera molti italiani aspettavano con ansia il responso dell'incontro fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Immaginavano che i due, giovialoni come sono, si sarebbero scambiati tante barzellette e tante pacche sulle spalle da ricorrere poi all'osteopata: ma a qualche conclusione dovevano pure arrivare. E invece poi il sospirato responso non fu affatto chiaro. Le stesse televisioni, che di solito hanno il compito di chiarire gli arcana imperii, non sono state d'aiuto. Come avessero dimenticato le regole fondamentali del giornalismo. Quando finisce una partita di calcio, prima di discutere dottamente delle strategie degli allenatori e dell'imparzialità dell'arbitro bisogna rispondere alla domanda fondamentale e assolutamente inevitabile: "Chi ha vinto?" Stavolta invece i media si sono limitati a placcarsi con singolare acquiescenza sulla retorica banale del comunicato congiunto. C'è voluto del tempo perché si rassegnassero ad ammettere che i due leader, dicendo di essersi intesi su tutto, non si erano intesi su nulla. 
Guardando le cose dall'esterno, sembra evidente che il vincitore e beneficiario di questo "Nazareno bis", almeno fino ad ora, sia l'assente, il convitato di pietra, come l'ha chiamato qualcuno: il Nuovo Centro Destra. Ottenuto lo sbarramento al 3%, ha buone possibilità di entrare in Parlamento e perfino di rimanere al governo col Pd. Se invece lo sbarramento fosse - poniamo - al 5%, presentandosi da solo probabilmente scomparirebbe, e chiedendo a Berlusconi di essere riammesso nella sua coalizione perderebbe la faccia. Senza dire che rischierebbe di non essere accettato. Una soglia alta è per il Ncd un pericolo mortale. Ed è probabilmente questo pericolo che ha dato ad Angelino Alfano il coraggio di dire a Renzi: "O una soglia bassa o facciamo cadere il governo ".
Questo "coraggio" non costa molto. Cadendo il governo si andrebbe a votare con la legge voluta dalla Corte Costituzionale, cioè con la proporzionale, e Alfano non desidera altro. Dunque potrebbe aver detto: "O la proporzionale con le buone, o la proporzionale con le cattive". Renzi, non potendo opporre nulla di serio, ha ceduto. E a sua volta ha fatto cedere un Berlusconi che non ha molta voglia di andare alle urne. Questi i fatti cui si risale a fil di logica.
Ma in Italia nulla è semplice. Il comunicato ufficiale rinvia compuntamente al Parlamento le questioni in sospeso e ciò fa sì che quella del Ncd non sia una vittoria definitiva. Da un lato è vero che fra un mese o due avrà ancora la possibilità di far cadere il governo, ma dall'altro, se fra qualche tempo il Parlamento imporrà il 3%, il 4% o l'8%, Alfano non potrà farci nulla. Il furbo Renzi potrà per giunta allargare le braccia e dirsi obbligato ad obbedire "al popolo sovrano". Mentre se avesse detto di no ora, sarebbe stato incolpato di avere rotto l'asse "costituente" con FI. 
Qualcuno potrebbe obiettare che quel comunicato ha comunque stabilito la soglia del premio di maggioranza a favore del primo partito (e non della coalizione) che raggiunge il 40% dei voti (e non il 35 o il 37%). Anche se poi il primo partito la coalizione l'ha al suo interno.  Comunque c'è una grande differenza fra le percentuali previste della sola Forza Italia e le percentuali ottenibili aggiungendoci tutti i "parenti" (non escluso neppure il Ncd). L'attribuzione del premio al partito è dunque un regalo al Pd o, Dio non voglia, al M5S. Almeno in teoria. In concreto questo intento è tanto cinico quanto velleitario. 
Il 40% è una soglia inverosimile. Il fatto che il Pd l'abbia toccata non deve illudere. Alle europee si vota per gioco e l'astensionismo è stato alto, quando si tratterà delle politiche molti alzeranno le terga dalla sedia e andranno ai seggi. Dunque si avrà al ballottaggio ed è allora che i partitini, se sarà mantenuto lo sbarramento al 3%, saranno importanti e per dare i propri voti a uno dei due primi arrivati venderanno cara la pelle. Il mercato delle vacche sarà segreto ma all'ultimo sangue. Fino ad ora la sintesi del "Nazareno bis" è questa: "Non temete, al primo turno nessuno avrà il premio. E al secondo ci metteremo d'accordo".
Comunque, come si dice in francese, "un coup pour rien", un giro d'assaggio. Essenziale, per un cambiamento, è che si mantenga il ballottaggio. Dunque non ci rimane che aspettare la legge elettorale sulla Gazzetta ufficiale.
Viviamo il festival dei pregiudizi, della paura e dell'egoismo. Il Pd e Forza Italia hanno il pregiudizio che debbono allearsi fra loro. Il M5S ha il pregiudizio che non deve allearsi con nessuno. FI ha paura di divenire del tutto irrilevante e non osa passare veramente all'opposizione. Il NCD dimostra il comprensibile egoismo di chi lotta per la propria sopravvivenza, anche a costo di provocare l'ingovernabilità. E l'Italia, in tutto questo, è il vaso di coccio.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 novembre 2014


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POLITICA
12 novembre 2014
RENZI GARANTE DI BERLUSCONI
 o di chi ne fa le veci

L'identificazione delle grandi tendenze politiche è difficile e le possibilità d'errore sono grandi. Ma il gioco vale la candela. È stato a forza di cercare come produrre l'oro artificialmente che si è arrivati a creare la chimica.
Oggi la massima tendenza che abbiamo sotto gli occhi è l'evoluzione del Pci e dei suoi successivi avatar. Se pure con un enorme ritardo sulla storia (avrebbe dovuto liquefarsi insieme con l'Unione Sovietica) e se pure con una snervante lentezza, dopo un quarto di secolo quel partito è divenuto altro da sé. Era per la lotta di classe, per la dittatura, per il capitalismo di Stato, insomma, a costo di impoverirci tutti e di privarci della libertà, per il modello sovietico, e oggi non si può negare al Pd di costituire un ribaltamento di tutto ciò. Anche se ha mantenuto la spinta utopica, il disprezzo  per i calcoli "ragionieristici", la tendenza statalistica, la convinta e apodittica convinzione della propria superiorità morale - insomma, tutti quei connotati che, a parere di Luca Ricolfi, l'hanno reso "antipatico" - ha però sinceramente abbracciato la democrazia e l'economia di mercato. Come se non bastasse - e con questo arriviamo all'attualità - Matteo Renzi è riuscito a compiere il miracolo di renderlo non temibile e addirittura "simpatico". Tanto che ha guadagnato parecchi voti al centro, proprio nel momento in cui quei voti hanno cominciato a perderli Berlusconi e i suoi. Ciò ha fatto pensare al sorgere di un partito capace, dopo essersi liberato della palla al piede dei massimalisti di sinistra, di divenire ecumenico come la Democrazia Cristiana. Dunque di farsi votare un po' da tutti, di sbaragliare il centrodestra e di essere il centro ineliminabile e vincente della vita politica nazionale. 
Ma proprio di questo è lecito dubitare. Il fatto che il Pd di Renzi non allarmi più i benpensanti non significa che gli italiani siano finalmente disposti a votare per i comunisti: significa che il Pd non è più comunista. La cosa è certificata dall'autentica contrapposizione agli estremisti di Sinistra e Libertà, dal disprezzo per gli invasati confusionari del M5S, e soprattutto dalla rottamazione dei dogmi più sacri del Pci. Dire che chi fa le leggi è il Parlamento e non i sindacati è fare un salto dal Medio Evo politico alla modernità della Gran Bretagna di quarant'anni fa, quella di Margaret Thatcher.
Tutto ciò potrebbe - è vero - portare il Pd a grandi successi ma, contrariamente a quanto pensano in molti, non porterà affatto alla scomparsa del centrodestra. Se, infatti, a sinistra c'è un partito X, socialdemocratico, laburista, "liberal", e comunque moderato, a destra ci sarà inevitabilmente un partito Y, liberale, conservatore, e comunque moderato, cui l'elettorato si rivolgerà non appena, per qualsivoglia ragione, sarà stanco del partito X. Non sono i partiti ad attirare i voti degli elettori, sono le tendenze degli elettori a creare i partiti. E poiché è nella natura umana, e particolarmente nella natura della democrazia, stancarsi di qualunque governo e dargli la colpa della propria insoddisfazione, in una democrazia che non sia bloccata (come era quella dei tempi della Dc) l'alternanza al governo è inevitabile. Se il partito da contrapporre a quello che non piace non esiste, lo si crea. Non è forse questa la spiegazione del successo di Berlusconi nel 1994?
Il successo attuale di Matteo Renzi e del suo Pd non è la fine della storia, è l'inizio di una nuova fase. Ancora qualche anno fa, quando tentava di andare al governo, la sinistra si serviva dell'immagine di un "non comunista", per esempio l'ex democristiano Prodi, per non allarmare l'elettorato. Ora Renzi è a Palazzo Chigi e nessuno ne è spaventato. Il suo partito è veramente divenuto "Democratico", ha lo stesso nome di quello americano e come quello si contrappone ad un partito "conservatore", di cui per così dire garantisce l'esistenza e la sopravvivenza.
Ecco perché questo è l'inizio di una nuova storia. Perché finalmente anche in Italia ci siamo accorti che il comunismo è morto, che gli avversari politici non sono il diavolo e non fanno temere l'apocalisse. Se può servire si potrebbe dire - con umorismo nero - che "i comunisti" e "i berlusconiani" sono in larga misura uguali: nel senso che attualmente, per quel che ne sappiamo, né gli uni né gli altri sono capaci di tirarci fuori dalla merda.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 novembre 2014

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POLITICA
11 novembre 2014
IL DESTINO DI RENZI

Il futuro non è difficile da conoscere, è impossibile. E non perché sia nascosto, più semplicemente perché non esiste ancora. Predirlo è dunque impresa da profeti, fattucchiere, imbonitori e - categoria più vasta - presuntuosi. Esso dipende da un tale vasto numero di cause da essere totalmente impenetrabile. Si può soltanto tentare d'identificare le forze che, salvo sorprese, potrebbero dare certi risultati: ma soltanto in termini di vaga probabilità. È con tutti questi "caveat" che si può giocare alla chiromante, riguardo a Matteo Renzi. Oltre tutto il personaggio è fuori misura ed è inserito in un contesto fuori misura. 
Lasciando ad altri l'incombenza di ipotizzare le ragioni del trionfo, esaminiamo quelle che potrebbero condurre al suo fallimento. Alcuni l'accusano d'essere "un uomo solo al comando" ma non è detto che ciò sia un limite. Anche Napoleone era solo, nel senso che come lui c'era soltanto lui: ma in realtà aveva tanti amici quanti soldati ai suoi ordini. Il suo esercito lo amava fino al supremo sacrificio e Cambronne non rispose "Merde!", che avrebbe avuto il senso di un semplice e militaresco "no"; rispose: "La Garde meurt mais ne se rend pas", la Guardia muore ma non si arrende.
Il Primo Ministro invece non ha amici affidabili. Non ha accanto a sé grandi personalità disinteressate (come Gianni Letta per Berlusconi) perché si è circondato di figure inconsistenti e piene di entusiasmo, ma più di facciata che di sostanza: giovani invece che anziani, donne - possibilmente belle -  invece che uomini; ignoti quidam piuttosto che vecchie cariatidi piene d'esperienza. Dopo aver messo sprezzantemente da parte i vecchi maggiorenti, a covare rancori e ordire complotti, ha chiamato a salire sul carro del vincitore gente pronta a scomparire al primo scossone. Dimenticando che chi non ha la forza di stare in piedi da solo ancor meno ne avrà per sostenere il Capo.
Renzi riesce ad imporre la sua volontà a tutti, ma non è né stimato né amato. Oltre tutto commette quotidianamente quel peccato di eccesso, la hybris, che gli dei non perdonano a nessuno. L'arroganza e la sfida sono atteggiamenti che finiscono col costare molto. La lista dei suoi nemici - e lui se ne è procurati molti - è lunga. La minoranza del Pd è forse "rosicona", ma i "rosiconi" sono ridicoli finché non hanno la possibilità di infliggere una stilettata alla schiena. I sindacati sono in perdita di velocità da anni ma sono ancora in grado di soffiare sul fuoco dello scontento. I magistrati tentano di sbarrargli la strada e non sono inermi. I giornali, in cui comandano i vecchi, al minimo insuccesso saranno felici di scrivere, sarcastici: "E che vi aspettavate?" La stessa società gli rimprovera la sua parzialità. Con quale coraggio dare ottanta euro ai dipendenti (e non tutti!) che hanno già una normale paga e niente ai milioni di pensionati che ogni mese hanno  meno di loro? È vero, questi sono uno sterminato esercito, ma se è per questo lo Stato non poteva permettersi neanche il regalo demagogico ed elettorale degli ottanta euro ai privilegiati, finanziato con ulteriore debito. E lo stesso alibi del "rilancio dei consumi" s'è confermato una bufala. Il cielo non è certo sgombro di nubi.
E tuttavia il più grande, spietato e invincibile nemico di Renzi è la Realtà. Uno può puntare tutto sull'ottimismo della volontà e sull'entusiasmo che travolge gli ostacoli, ma gli argomenti emotivi non modificano i pessimi dati di fatto. Quando la gente constaterà che non si trattava di un immediato rilancio del lavoro e della produzione; che non si facevano quattro riforme in quattro mesi; che la recessione continua a mordere e che non aumentano gli occupati ma l'Iva e le tasse sulla casa; quando cioè dalla retorica dell'ottimismo si passerà all'onda del pessimismo catastrofista, difficilmente la giustificazione - fondatissima - per cui nessuno poteva realizzare l'impossibile lo salverà dall'accusa di averlo promesso e dal coro dei "crucifige".
Ma questo dado ha ben più di sei facce. L'Italia potrebbe fallire. La Cina potrebbe di colpo cambiare regime e politica commerciale. Potrebbe scoppiare l'intera comunità monetaria o al contrario ci potrebbe essere un'imprevista e possente ripresa continentale. Renzi - tocchiamo ferro - potrebbe scomparire per motivi di salute. L'Iran potrebbe tentare di usare la bomba atomica. Lo Stato Islamico potrebbe dilagare come nell'Ottavo Secolo, fino a porre problemi non visti dai tempi di Vienna nel 1683. Tutto potrebbe andare molto peggio o molto meglio del previsto. E a tutti non rimane che incrociare le dita.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
11 novembre 2014


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CULTURA
3 novembre 2014
RENZI ESAGERA, MAIS QUEL GESTE!
Cyrano de Bergerac, nella pièce di Edmond Rostand, non sopporta un commediante mieloso e insipido e gli ingiunge di lasciare la scena. Il pover'uomo protesta che deve pur guadagnarsi da vivere e Cyrano, grand seigneur anche se povero, lo indennizza lanciandogli la sua borsa con la paga del mese. Il suo amico gli rimprovera la follia di quel regalo e lo spadaccino non si difende. Aggiunge soltanto: "Oui, mais quel geste!", sì, ma che gesto!
L'episodio fa riferimento a tutta una linea di comportamento, insieme eroico e brillante, che si può far risalire alla Grecia antica. Il Grande Re, per indurre i greci ad arrendersi evitando la battaglia, gli fece sapere che aveva tanti arcieri da oscurare il cielo con le loro frecce. Ma i greci gli risposero: "Ebbene, combatteremo all'ombra". E non sapevano che secoli dopo si sarebbe parlato di "esprit de panache", qualcosa che si potrebbe definire orgoglio cavalleresco, coraggio spettacolare, sfida temeraria e tuttavia supremamente elegante.
Stiamo parlando di un atteggiamento la cui cifra principale non è il costo dell'azione (se così fosse ne avrebbe affrontato uno grandissimo il nostro Durand de la Penne) ma un dato estetico. Cyrano non dice che il suo gesto sia stato giustificato, dice "Mais quel geste!", esattamente come, dinanzi ad un bellissimo quadro, avrebbe potuto esclamare: "Mais quel art!" 
Un gradino più in basso dell'esprit de panache c'è la guasconeria. Questa ha in sé qualcosa di provocatorio, di arrogante, e confina forse con la smargiassata: ma si fa apprezzare perché esercitata contro chi è più forte. Il  guascone accetta una scommessa azzardata e in un mondo di prudenti borghesi o, per dirla tutta, di conigli, si fa percepire come una ventata d'aria fresca.
In Italia questo atteggiamento è raro, forse anche perché ne mancano gli esempi storici e letterari. È per questo che bisogna apprezzare Matteo Renzi: perché si comporta da guascone senza avere avuto molti modelli.  
Naturalmente non si valuta qui la sua politica, si parla soltanto del suo stile, a cominciare dal fatto che il giovanotto non teme di parlare fuori dai denti. Dichiara che la sua legge sul lavoro non cambierà e aggiunge: "Se qualcuno dei nostri vuole andare con la sinistra radicale, in nome della purezza delle origini, faccia pure: non mi interessa". È il tipo d'uomo che risponde a discorsi vagamente minacciosi con delle frasi non vagamente ma chiaramente minacciose: "Alcuni dei nostri non voteranno la fiducia? Se mettono in pericolo la stabilità del governo o lo fanno cadere, le cose naturalmente cambiano". Lo stile è più meno quello di chi dice: "Venite in piazza, se avete coraggio, ché vi rompo il naso a tutti".
Quale distanza da Giulio Andreotti, soave fino alla perfidia; quale distanza da Mario Monti, incolore perfino nell'aspetto; quale distanza dal gentiluomo Enrico Letta, che mai oserebbe alzare la voce. Renzi è capace di disprezzare il feticcio dell'art.18, è capace di non spendere neppure un requiem per la buonanima del posto fisso. È un soldataccio capace di affettare il salame con la spada ancora sporca del sangue dei suoi nemici e da questo punto di vista costituisce, nella politica italiana, un riposo sospirato da decenni. Forse da sempre. 
Tutto ciò non corrisponde a dire che lo si apprezzi senza riserve. Forse è il contrario. Ma parlando di stile, a momenti il contenuto non conta più. È stato Rembrandt a dipingere un bue squartato e il risultato, invece di essere un'immagine di macelleria, è uno dei suoi quadri più famosi. Nello stesso modo non si dice che il nostro Primo Ministro dimostri il massimo del buon senso, sfidando la minoranza del suo partito; non si dice neppure che faccia un affare, sfidando apertamente la Cgil di Susanna Camusso: ma lo spettacolo ha le sue regole. Quand'anche Robin Hood si sia tecnicamente comportato da ladro, nel contrasto con Re Giovanni non si può non parteggiare per lui.
È un vero peccato che tutto ciò non sia soltanto teatro. Probabilmente Renzi, come dice Maurizio Landini, andrà a sbattere ma, dal suo punto di vista, sta facendo il massimo per salvare il suo Paese. Dunque, anche se la sua lancia si spezzerà contro qualche pala di mulino a vento, bisognerà sussurrare a mezza bocca: "Oui, mais quel geste!"
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
2 novembre 2014
 

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POLITICA
29 ottobre 2014
RENZI FRA HEATH E LA THATCHER
Tutti abbiamo tendenza ad inforcare il binocolo al contrario: è umano.  La vittima di un omicidio nel nostro palazzo è notizia infinitamente più importante di un terremoto che fa duecento morti in Cina. Meno perdonabile è il fatto che - probabilmente per l'ignoranza delle lingue straniere - viviamo talmente in vaso chiuso da riuscire ad ignorare la realtà del resto del mondo. Provate a dire in giro che l'Italia è stata sconfitta in modo ignominioso, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Provate a dire che la vittoria (degli Alleati) sulla Germania non è stata minimamente influenzata dai nostri partigiani. E poi il famoso "Sessantotto". L'abbiamo vissuto come una sorta di coraggiosa e soprattutto autoctona rivoluzione sociale mentre in realtà fu l'imitazione della protesta degli studenti parigini. I quali a loro volta imitavano i colleghi americani di Berkeley. Ma quanti accetterebbero senza discutere che il Sessantotto italiano fu l'imitazione di un'imitazione?
Ora abbiamo il fenomeno di Matteo Renzi e siamo convinti di assistere ad una clamorosa novità: in realtà non è così. O almeno: è una novità in Italia ma, per quanto riguarda i sindacati, si tratta di un fenomeno vecchio altrove. Per esempio in Inghilterra, dove si è verificato quarant'anni fa. 
Nei primi Anni Settanta del secolo scorso, l'Inghilterra era paralizzata dallo strapotere dei sindacati ed era dunque molto malata, dal punto di vista economico. Tanto che Edward Heath, conscio del pericolo rappresentato da questa anomalia, fece il possibile per riaffermare il potere dello Stato. Infine, prendendo il toro per le corna, cercò di farsi legittimare dalle urne e pose il dilemma: "Nel Paese deve comandare il governo oppure i sindacati?" Gli inglesi gli risposero che dovevano comandare i sindacati. 
Ma fu una vittoria di Pirro. La sconfitta dei conservatori non impedì che ci si rendesse conto che quella era la strada giusta. Infatti, il progetto che Sir Edward non aveva saputo o potuto realizzare fu ripreso e portato al trionfo da Margaret Thatcher. 
In Italia, quarant'anni dopo, il dilemma su chi debba realmente comandare non è stato ancora risolto. La nostra Costituzione stabilisce chiaramente che "la sovranità appartiene al popolo": dunque dovrebbe comandare il Parlamento, ma le norme sono un conto, la realtà è un altro conto. Nel 1987 gli italiani votarono in massa un referendum per istituire la responsabilità civile dei magistrati per dolo o colpa grave e tuttavia esso non fu applicato: né subito, né negli anni successivi. E  non lo è neanche oggi. C'è un detto che calunniosamente si attribuisce soltanto ai Borboni di Napoli: "Le leggi ai nemici si applicano, per gli amici si interpretano". E infatti, in materia di errori professionali, per i  medici le leggi si applicano severamente, per i magistrati si interpretano, giungendo alla conclusione che sono infallibili. Salvo sei o sette, in trent'anni.
Che in Italia comandassero i sindacati, per esempio, si vide ancora una volta quando il governo Monti proclamò ripetutamente e solennemente che avrebbe cambiato (abolito) l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Sia il Presidente del Consiglio, sia la ministra Fornero lo ripeterono tanto insistentemente che pensai: "Si sono spinti troppo oltre. Non potranno fare marcia indietro". Invece poterono. La Cgil disse no e loro chinarono la testa. Ne conclusi che, malgrado la mia veneranda età, ero un ingenuo e che l'Italia non sarebbe mai cambiata.
Ora arriva Matteo Renzi e riesce a non dimostrare rispetto nemmeno per l'infallibilità della sinistra estrema. È come se un parroco affermasse che Dio non esiste. Addirittura è arrivato a dire che chi fa le leggi è il Parlamento, non i sindacati. 
Naturalmente alcuni italiani a queste straordinarie conclusioni erano arrivati da soli. Ma il problema non era intellettuale. Da noi non sono le idee che vanno scoperte, quelle - almeno alcuni - le hanno. Soprattutto se hanno seguito le cronache inglesi. Ciò che è sempre mancato, da noi, è la forza di applicarle. Dunque la domanda è: Renzi è un Edward Heath maldestro e provocatore al di là del giusto, un ragazzotto che non ha mai sentito parlare di hybris e andrà a sbattere, o una Margaret Thatcher capace di rivoluzionare il suo Paese? 
E se non ci riuscisse - visto che fra l'altro gli piace moltiplicare gli ostacoli sul suo cammino - potrebbe quanto meno essere il precursore di qualche vero Uomo come Margaret Thatcher?
È quello che vedremo. Per il momento c'è un uomo abbastanza rozzo per indurre chi ha sempre amato i sindacati più o meno come l'orticaria a trovare che, dopo tutto, anche loro hanno qualche buona ragione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 ottobre 2014

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POLITICA
9 settembre 2014
WORDS, WORDS, WORDS
C'è un serio motivo per non parlare di Matteo Renzi: evitare l'effetto che in francese si designa "mise en abîme", letteralmente "porre nell'abisso". Si tratta di un'immagine che contiene una piccola copia di se stessa, e questa a sua volta una copia più piccola, magari all'infinito. Ognuno può fare l'esperienza di questo fenomeno mettendosi fra due specchi, l'uno di fronte all'altro: l'effetto è quello di una replica dell'identico, quasi fino alla scomparsa nell'abisso, appunto.
Si parla pure di questa tecnica quando l'argomento di un film è un altro film, o addirittura lo stesso film che si sta proiettando. In totale la mise en abîme corrisponde al serpente che si morde la coda (simbolo di eternità) ad un vano girare intorno e, nel caso di Renzi, a un turbine di parole a proposito di un vortice di parole, senza uscire dalla vertigine verbale. Words, words, words, come diceva Amleto.
Per la verità, il Primo Ministro non è il principale colpevole di questo malvezzo. In ciò è il figlio di un'irrefrenabile passione nazionale, il risultato del diffuso convincimento secondo il quale le parole sono sostanza. E infatti, dovendo innovare qualcosa, da noi si comincia col cambiarle il nome, pensando che così il più sia fatto: la sostanza è cambiata. Nessuno nega che magari sarebbe utile cambiare qualcosa in concreto - siamo realisti, noi - ma queste volgari techinicalities possono essere lasciate ad altri. Ai regolamenti. Al governo successivo. Insomma possono aspettare. 
Se questa è la nostra mentalità, come dare torto a chi sazia la nazione di ciò che essa più brama, parole e illusioni? Basta guardare i sondaggi: gli italiani, al 64%, apprezzano Matteo Renzi e nel frattempo non credono all'efficacia della sua azione per quanto attiene l'economia e il salvataggio della nazione. Traduzione: "Il nostro capitano è bellissimo, peccato che non riesca a salvare la nave dal naufragio". Siamo un popolo di esteti.
Su questo punto bisogna intendersi: non è che Renzi sia colpevole di non aver salvato l'Italia. Infatti era impresa impossibile. Ma è colpevole di averlo promesso, e dal momento che la sua popolarità rimane alta, è chiaro che quella "culpa felix" gli è stata di grande vantaggio. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur, il volgo vuol essere ingannato, e dunque che lo sia. 
Purtroppo, il gioco limita i suoi effetti all'ingannatore abile e all'ingannato che domanda di esserlo. Riguarda anche chi, pure innamorato delle parole (per esempio quelle di Baudelaire) con loro alla fine ha una tale familiarità che è come se le avesse sposate: le ama e tuttavia ne vede limiti e difetti. Gli perdona sorridendo il vezzo femminile di tentare di raggirarlo, ogni tanto, per farlo felice, ma non se ne lascia ingannare. Quando si tratta delle cose più serie, per esempio il denaro o la salute, non ci si salva né con l'armonia verbale di Baudelaire, né con la "musique" di Verlaine. Nessun creditore ha mai accettato un sonetto per saldare un debito di un milione.
La storia suscita brutti ricordi, in questo campo. Risuona nelle orecchie il tronfio "Vincere, e vinceremo" di un demagogo che conduceva la propria patria al disastro, mentre avrebbe fatto meglio a non entrare in guerra oppure ad entrarci avendo un esercito. È per lui un peccato che sia vissuto tanto tempo fa. Allora ci parlava ogni tanto dalle facciate delle case, oggi avrebbe fatto quotidianamente faville con i centoquaranta caratteri di Twitter. Purtroppo la sua parabola dimostrò che i fondali di teatro somigliano alle mura, ma poi non resistono nemmeno alle schioppettate. 
In questa Italia a scartamento ridotto e a responsabilità limitata, neanche un Giamburrasca come Renzi rischia di fare seriamente danno. Non più di quanto ne farebbero il Re Travicello, o il capitano del Titanic dopo lo scontro con l'iceberg. Provoca guasti pressoché irreparabili soltanto nel livello intellettuale dei commentatori italiani che costringe ad entrare in questa quotidiana giostra di parole. E loro si sentono obbligati a discuterne instancabilmente, a soppesare i sogni come fossero programmi, le promesse come fossero previsioni, le parole come fossero cose. 
Forse l'uomo di buon senso dovrebbe sottrarsi a questo ingranaggio. Se siamo andati al cinema con una sola automobile, e il film è veramente cretino, non rimane che uscire e dire agli amici: "Sono al bar dell'angolo. Passatemi a prendere, quando finisce". Nello stesso modo dovremmo seguire il consiglio di Amleto e ritirarci in convento finché l'Italia non fallisce, oppure finché non compare San Giorgio personalmente per uccidere il drago della stagnazione. Comunque finché non si arriverà a ridere o a piangere sul serio, naso a naso con la realtà, senza essere inondati di parole.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 settembre 2014

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POLITICA
5 settembre 2014
L'AVVOLTOIO DEL DISINCANTO
Sulla testa di Matteo Renzi volteggia da tempo, ad ali ferme, l'avvoltoio del disincanto. I gufi sono animali da preda, che il pranzo e la cena se li procurano da sé, uccidendo; gli avvoltoi invece, che pure hanno così cattiva fama, si limitano a tenere d'occhio il territorio: il dramma, nella savana, è sempre all'ordine del giorno e basta aspettare. Se un animale è malato o morente, difficilmente arriverà vivo alla fine della giornata.
Il paragone, parlando di Renzi, è da scongiuri napoletani. E tuttavia questo avvoltoio non augura il male di nessuno, si limita a prevedere e al massimo a far pulizia. In particolare nessuno augura a Renzi di fallire: perché se fallisce lui con lui fallisce la nazione intera. Tanti auguri dunque. Purtroppo, se alziamo gli occhi al cielo, quelle due ali ferme ed eleganti è come se un po' ridessero dei nostri auguri.
La vicenda di questo governo ricorda la fine ingloriosa delle illusioni eroiche e sovrumane. L'agiologia è piena delle storie di santi che hanno digiunato totalmente, per tempi lunghissimi, ma un qualunque medico osserverebbe che o mangiavano di nascosto o sono morti dopo appena qualche settimana. Né miglior fortuna aspetta chi, al Casino, si crede furbo con la "martingala semplice" (raddoppiare sempre la posta, se si è perduto). Questo è il miglior modo per dissipare in poco tempo anche il patrimonio di Creso. Molta gente, più istruita, si limita a dire: "Oggi è la mia giornata fortunata", reinveste la piccola vincita sul tappeto verde, e infine esce dal casinò con meno soldi di quanto ci è entrata. C.v.d. Ognuno dovrebbe parafrasare gli scettici e dirsi realisticamente: "La fortuna non esiste, e se esistesse giocherebbe contro di me".
La realtà, testarda e paziente, aspetta tutti alla fine del percorso, che è sempre in chiave di fine delle grandi illusioni. Le parole più belle del mondo, per un paralitico, sono: "Alzati e cammina!". Ma anche a pronunciarle con entusiasmo l'effetto non è quello che hanno descritto Matteo, Marco o Luca. 
Ma siamo umani. Il bisogno di sentire annunciare miracoli, soprattutto quando non vediamo altre soluzioni, ci rende creduloni. E non molti hanno riso, quando il nostro Matteo ha programmato una grande riforma al mese. Ora la promessa è stata spostata sull'arco dei mille giorni (otto volte tanto) senza neanche chiedere scusa. Ma la gente comincia a credergli meno di prima. Fra l'altro il giovanotto ha l'impudenza di chiedere: "Giudicatemi alla fine di questi giorni". Chiede cioè la licenza di fare eventualmente sciocchezze per quasi tre anni, mentre noi stiamo tutti zitti, per poi magari dirci: "Scusatemi, se la nave è affondata", come se avesse rotto un bicchiere?
Il disincanto è palpabile. Il numero dei perplessi, degli scettici, dei critici e infine dei sarcastici aumenta di giorno in giorno. L'accumulazione delle difficoltà comincia a prevalere sull'ottimismo di un leader che affermava di disinteressarsi sovranamente di cifre e di previsioni, perché la sua volontà avrebbe prevalso su tutto. Tutti avremmo voluto che fosse vero, ma poteva esserlo? È attuale la notizia che gli stipendi dei dipendenti pubblici rimangono bloccati ancora per un anno, contrariamente a quanto dichiarato prima dal governo e dalla ministra Madia. Mancano i soldi, dicono, e le parole non riescono a farli sbocciare dal nulla. Ma tu guarda. Ecco il classico caso della realtà che aspetta alla fine del percorso. Il risultato comunque è la promessa di una quasi-sollevazione di esercito e polizia. Come diceva Massimo Troisi ad un oggetto: "Perché non vieni da me, perché non ti muovi? Che ti costa? Se lo facessi, tutta la mia vita si aggiusterebbe. Forza, muoviti, vieni". Ma la telecinesi è una bufala. Come è una bufala che si possano fare le nozze coi fichi secchi.
La situazione dell'Italia è drammatica. Come scrive Ricolfi, o il governo agisce sul serio, e cade, oppure dura, ma non fa niente. E in ambedue i casi, c'è da chiedersi che ne sarà di noi. Tanta gente sciocca si sta svegliando dall'ipnosi dell'ottimismo a tutti i costi, ma ciò non corrisponde a dire che ora sarà facile imboccare la via della salvezza. Il navigatore di bordo non la indica. E comunque chi ama questo sfortunato Paese non ha come desiderio quello di  veder punito chi ha illuso il prossimo, o di vedere irrisi gli ingenui che gli sono andati dietro: desidera piuttosto che per una volta la realtà sia più ottimista della Tavola Pitagorica, che la statuetta vada verso Troisi, che Matteo Renzi riesca a dire all'economia italiana: "Alzati e cammina!". Anche se i paragoni, a volte, sono veramente devastanti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 settembre 2014


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POLITICA
29 agosto 2014
MATTEO RENZI È UNA FAVOLA

Quel genio di Marx (Groucho, a chi avevate pensato?) sosteneva che non si sarebbe mai iscritto ad un club che avesse accettato come socio uno come lui. E anch'io mi trovo a vivere una analoga contraddizione: sono così allergico all'idea di essere un militante che ho spesso la tentazione di iscrivermi al partito opposto al mio. Me ne astengo perché presto avrei la tentazione di tornare indietro, e allora è meglio che rimanga dove sono. Ciò però non m'impedisce di soccombere spesso alla voglia di vedere le buone ragioni del mio avversario, fino ad avere l'aria di difenderlo. E dunque d'apparire un traditore. Come diceva Nietzsche: "Non appartengo a nessun partito. Nessun partito me lo perdona".
Passano le settimane, passano i mesi, le riforme non vedono la luce. L'economia italiana non si riprende, le tasse aumentano, e un giorno o l'altro tutti daranno addosso a Matteo Renzi, con l'entusiasmo di chi sa di appartenere ad una massa e di non correre rischi. 
Non ci si potrà stupire. Le grandi simpatie della folla sono volatili, e dall'Osanna al Crucifige la strada a volte non è molto lunga. Se poi c'è di mezzo la delusione, il mutamento di stato d'animo è particolarmente comprensibile. È cosa molto gradevole prendere sonno con un'interminabile ninna nanna di promesse: ma al risveglio i messaggi di un portafogli vuoto contano più delle battute - indubbiamente brillanti - del più scoppiettante Presidente del Consiglio che abbiamo mai avuto.
Quel giorno bisognerà difendere l'innocente giovanotto fiorentino: chi crede a promesse assurde non è meno colpevole di chi le fa. Se arriva un Principe Azzurro e ci dice che farà una riforma epocale al mese - non in un vago futuro, ma nei prossimi centoventi giorni - chi lo prende sul serio è una vittima predestinata della Catena di S.Antonio, dei venditori di terreni sulla Luna e, se non è più in galera, di Wanna Marchi. 
Fra l'altro l'intraprendente ammaliatore sa, o almeno dovrebbe sapere, che si muove in un contesto da film horror. Avanzando cade nel baratro del default finanziario; indietreggiando è divorato dal coccodrillo della recessione; aggrappandosi al ramo del fisco lo vedrebbe spezzarsi perché già sopporta un carico eccessivo. Forse potrebbe salvarlo la corda della spending review, ma purtroppo, se ne accorgerà, ogni volta che tenderà la mano per afferrarla, essa si ritirerà di scatto, magicamente. L'unica alternativa che gli è concessa (come del resto a tutti i suoi predecessori) è in che modo fallire: se provandoci o rimanendo fermo, ed essendo accusato - come gli altri - di non aver fatto nulla. 
Finché l'Italia non cambia sul serio (e non si vede come) questa difesa del Primo Ministro va conservata accuratamente, perché potrebbe servire parecchie volte, per chiunque commetta l'imprudenza di formare un governo. L'attuale situazione economica si pone rispetto al nostro governo, e in fondo rispetto a tutta l'Europa, come il Pacifico in tempesta rispetto ad un peschereccio. O non c'è nulla da fare, di fronte alla forza della Natura, o nessuno ha capito ciò che potrebbe fare. Da anni un economista come Paul Krugman raccomanda una ricetta opposta a quella sin qui adottata, ma se negli Stati che più contano non gli ha dato ascolto nessuno, si può far torto ai nostri ministri di non averla adottata da noi? 
È vero che Renzi, diversamente dal mite Enrico Letta, ha avuto la tracotanza di parlare dell'Italia come di un Paese che sfida l'Europa, che la guiderà e la tirerà fuori dalla recessione. Ma via, era una battuta tanto per ridere, fra le altre. Diversamente bisognerebbe prendere Münchhausen per un personaggio storico.
Il nostro futuro non è incoraggiante. Gettando una moneta, l'alternativa realistica è una. O testa, e continueremo a peggiorare lentamente, come abbiamo fatto fino ad ora, o croce, e il peggioramento sarà brusco, magari non solo per noi ma per tutta l'Europa. Ma esiste anche l'alternativa irrealistica: nessuno ignora che, cadendo, una moneta può rimanere in piedi sul suo bordo. E se questo accadesse, l'Italia improvvisamente ripartirebbe a razzo, Renzi farebbe tutte le riforme promesse, i magistrati e i sindacati non si metterebbero di traverso, la Pubblica Amministrazione diventerebbe snella e veloce come una mezzofondista e soprattutto - miracolo degno della resurrezione di Lazzaro - il fisco si dimezzerebbe.
Sarebbe un finale favoloso. Del resto, chi può negare che il nostro Presidente del Consiglio sia "una favola"?
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 agosto 2014


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POLITICA
18 agosto 2014
LOSE-LOSE
I pessimisti - forse poco informati - sostengono che per l'Italia non ci sono speranze. Si tratta soltanto di sapere quando ci sarà il crac. Gli ottimisti - forse poco informati - pensano che ne usciremo ma non sanno dire con quale rimedio né ad opera di chi. Facendo parte dei primi, ci affrettiamo a studiare le idee di Alesina e Giavazzi(1), perché non sono disinformati e non appartengono né ai pessimisti né agli ottimisti, né ai governativi  né agli antigovernativi. Nell'articolo infatti aprono grandi crediti al Primo Ministro ma cominciano dandogli torto quando sostiene che "non esiste un caso Italia": fatto 100 il Pil del 2008, quello italiano è oggi al 91%, mentre quello della Francia è salito a 101% e quello della Germania addirittura al 104%. 
Reso omaggio al loro sforzo di obiettività, rimane lecito discutere le loro proposte per uscire dal pantano. La prima sarebbe "un taglio simultaneo delle tasse in tutti i Paesi", e corrispondenti graduali  riduzioni di spesa, ma loro stessi ammettono che il progetto è di difficile attuazione. Non foss'altro, aggiungiamo, perché richiederebbe l'accordo di tutti. 
La strategia alternativa è un taglio delle tasse sul lavoro e una liberalizzazione del suo mercato (costo 33 miliardi l'anno), naturalmente con riduzioni delle uscite della medesima entità. Le idee su dove reperire i risparmi sulla spesa abbondano e basta seguire i suggerimenti di Carlo Cottarelli o, prima di lui, dello stesso Giavazzi. Ma qui casca l'asino: innanzi tutto si sono allineate due riforme di cui fino ad oggi nessun governo si è mostrato capace. È come dire che si batterebbe il campionato del mondo di salto, superando l'asticella a due metri e mezzo. Ma siamo sicuri che rientri nelle capacità umane? Inoltre una liberalizzazione del mercato del lavoro trova ostili moltissimi italiani e soprattutto il partito del Primo Ministro. Infine trentatré miliardi sono una somma sbalorditiva: ricordiamo che il Governo non ne ha trovati quattro e mezzo per abolire la tassa sulla casa e non sa dove sbattere la testa per coprire il regalo degli ottanta euro. 
Tagli di spesa? Non scherziamo. Se fossero stati facili, tutti i governi li avrebbero già attuati. Avrebbero fatto felici gli italiani e avrebbero acquisito imperitura gloria. In realtà non siamo ancora riusciti a far sì che per gli ospedali le siringhe abbiano lo stesso costo in tutta l'Italia, altro che risparmiare decine di miliardi. Poi, per dimostrare all'Europa che siamo finalmente cambiati (ma lo siamo?) a questi miracoli bisognerebbe aggiungere le grandi riforme. Soprattutto quella dello Statuto dei lavoratori, quella della giustizia civile e quella della P.A. E che ci vuole.
Nelle previsioni, le spese sarebbero immediate e i benefici futuri. Dunque a breve l'Italia sforerebbe i parametri e tornerebbe ad essere "sorvegliata". Ma, ci consolano gli editorialisti, "più riforme variamo prima di violare le regole, più tenue, o addirittura irrilevante, sarà la sorveglianza". Ora, della sorveglianza uno potrebbe anche disinteressarsi: il punto è che se l'Italia fosse in grado di riformarsi non si troverebbe nella situazione attuale. E invece c'è fino al collo. 
Naturalmente ciò che non è mai avvenuto potrebbe avvenire domani ma noi italiani siamo purtroppo noti per essere prodighi di promesse. Ormai tutti, per credere alle nostre grandi riforme, vorrebbero prima vederle. È dunque difficile pensare che l'Europa allenti i lacci dei trattati sulla fiducia. Col fiscal compact abbiamo avuto la faccia tosta di impegnarci a rimborsare ogni anno il 5% della parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil (secondo Wikipedia). Ora il debito è di oltre 2100 mdl  e corrisponde a oltre il 130% del Pil;  130-60 fa 70 e il 70% di 2.100 mld fa 1.533 mld. Divisi per venti (5%), oltre settanta miliardi l'anno. Potremmo mai pagarli, rimborsando nel contempo i titoli in scadenza?
Gli editorialisti si rendono conto dell'inverosimiglianza di ciò che hanno proposto e ipotizzano una terza soluzione: rimanere al di sotto del 3% del rapporto deficit-Pil, "con tagli marginali e qualche aumento nascosto della pressione fiscale". Purtroppo ciò ci manterrebbe nell'attuale stagnazione e le previsioni degli osservatori continuerebbero a peggiorare. Essi arrivano dunque ad una conclusione non win-win (positiva in ogni caso), ma lose-lose: è molto difficile che riusciamo a muoverci, ma  rimanendo immobili avremo un altro anno di "crescita negativa", con possibili effetti devastanti sullo spread, sulle tasse e sul rapporto debito-Pil. E questo potrebbe salire al 150%, "sollevando dubbi sulla sostenibilità del nostro debito", per chi ne avesse. I pessimisti non ne hanno. 
I rischi maggiori, dicono,  sono comunque quelli legati all'inerzia. Purtroppo i nostri connazionali, lo abbiamo scritto tante volte, sono dei ferventi dell'immobilismo. La speranza è sempre che il Futuro risolva da solo tutti i problemi. E in fondo è vero, li risolverà. Tutto sta a vedere come.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 agosto 2014
(1) http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_17/terapia-coraggiosa-b52dfb04-25d5-11e4-9b50-a2d822bcfb19.shtml



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POLITICA
13 agosto 2014
NEANCHE I GATTI VEDONO AL BUIO
"Il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito a giugno di 2 miliardi di euro, raggiungendo un nuovo massimo storico a 2.168,4 miliardi. Nei primi sei mesi del 2014, comunica Bankitalia, il debito pubblico è aumentato di 99,1 miliardi, riflettendo il fabbisogno della P.a (36,2 mld) e l'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (67,6 mld)", (ANSA) - ROMA, 13 AGO. 
Il comunicato è asciutto, "matter of fact", si direbbe in inglese. Ma è un po' come se Noè, dopo trentotto giorni di diluvio, guardando il cielo dicesse con aria meditativa: "Piove".
Ma noi non siamo nelle condizioni di questo flemmatico Noè, la cui arca dopo tutto galleggiava. Come ci si sgola a ripetere da mesi o forse da anni, siamo su uno scoglio mentre l'acqua del debito pubblico continua a salire. E chi lo dice passa per inguaribile pessimista. Oppure - come ci si esprime in alto loco - per gufo. E allora pur di essere ottimisti bisogna immaginare che abbiamo le branchie, siamo a sangue freddo e una dieta di pesce ci farà vivere fino a cent'anni.
Onestamente, che cosa ci si deve dire, di più, per capire che siamo avviati verso il disastro? L'Imu non si è riusciti ad abolirla, perché costava circa quattro o cinque miliardi. Qualcuno ha denunciato Renzi alla Corte Costituzionale per la storia degli ottanta euro ai preferiti del governo, e tuttavia la regalia non va oltre i dieci miliardi, come costo. Che dire di un disavanzo della Pubblica Amministrazione che è di 35,2 miliardi? E se il Tesoro ha avuto bisogno d'aumentare il debito pubblico di altri 67,6 miliardi, è segno che gli interessi sul debito li ha pagati contraendo nuovi debiti. E c'è ancora andata bene, dal momento che una congiuntura favorevole ha " contenuto l’aumento del debito per 4,8 miliardi di euro". Senza dire che nessuno ci assicura che quella congiuntura favorevole continuerà. Se le Borse si spaventassero, per qualsivoglia ragione (e dovrebbe bastare la previsione che l'Italia non sarà mai in grado di ripagare il suo debito), sarebbero dolori.
Non va meglio dal lato delle entrate. Mentre siamo schiacciati dalla pressione fiscale, registriamo nel primo semestre una diminuzione del gettito del 7,7% (3,5 miliardi), rispetto allo stesso semestre del 2013. Lo Stato, mentre strizzava ulteriormente i contribuenti, ha incassato 188,1 miliardi in meno. Non si sta più tosando la pecora, la si sta uccidendo.
L'Italia affonda. Che cos'altro debba succedere perché gli italiani si allarmino non si riesce ad immaginare. Forse dovrebbero imparare a leggere. Draghi ha ammonito solennemente l'Italia che deve fare le riforme strutturali promesse, e Renzi ha orgogliosamente risposto che - come disse la Buonanima - "L'Italia farà da sé". E infatti si è occupata del Senato. Poi, quando riprenderà fiato, si occuperà della legge elettorale. E quando il mare sommergerà lo scoglio su cui siamo, ci salveremo salendo sulle barchette di carta fatte con le nuove schede elettorali.
Molti, se non riusciamo a realizzare le necessarie riforme,  discutono della proposta di Draghi di cedere parti della propria sovranità all'Europa, e Renzi, come i suoi predecessori, rifiuta orgogliosamente. Ma nel frattempo non fa niente, perché niente l'attuale maggioranza gli consente di fare. E forse neanche un'altra maggioranza potrebbe fare qualcosa, perché gli italiani si ribellerebbero.
E allora la sintesi è questa: non solo le riforme probabilmente non salverebbero l'Italia dal disastro, ma non è in grado di farle né il Parlamento italiano né un'autorità comunitaria. In democrazia non si governa contro un intero, grande Paese. E allora, nel momento in cui non si può far nulla, la reazione giusta è quella dell'orchestrina del Titanic: continuiamo a suonare, e voi a ballare, ché tanto, che piangiamo o ridiamo, poi moriamo lo stesso.
Forse l'intera Europa vive questo momento con l'atteggiamento mentale di colui che, cadendo dal ventesimo piano, al decimo diceva: "Fino ad ora tutto bene". Da un lato la frase è demenziale, dall'altro è saggia. Come rispondeva una signora inglese a chi l'ammirava per il fatto che non si lamentava mai dei suoi malanni: "Would it help?", "A che servirebbe?".
Qualcuno potrebbe anche chiedere a che serva questo articolo. Agli altri non so. A me - oltre che a confermarmi che non sono pazzo - serve per metterlo sotto il naso di coloro che mi accusano di veder nero. Dimenticando che neanche i gatti vedono niente, quando l'oscurità è completa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 agosto 2014 

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POLITICA
12 agosto 2014
RENZI E ANDERSEN
Una delle favole più giustamente famose di Hans Christian Andersen è quella degli abiti nuovi dell'imperatore. A volte, quando la suggestione collettiva sembra incontestabile, è necessaria la mancanza di pregiudizi di un bimbo per affermare che "Il re è nudo". Gli adulti infatti si chiedono se per caso non siano incapaci di vederli, quegli abiti. E pensano anche che sia pericoloso trattare da dementi tutti quelli che sono d'accordo con le "verità ufficiali". Chi, pur vedendolo chiaramente, avrebbe osato dire in Russia che Stalin era un bieco tiranno sanguinario?
In Italia siamo da decenni in democrazia, e non che avere paura di chi è al potere, abbiamo preso la buona abitudine di dirne peste e corna. Ciò non impedisce che nelle convinzioni correnti prosperino degli "idola", spesso alimentati dal "credunt quod cupiunt", divenuto in questa epoca che si crede anglofona, "wishful thinking". Su questa base prospera Matteo Renzi, semplicemente perché è giovane, simpatico e parla in modo comprensibile. L'Italia intera lo vede come il protagonista del film: Davide è minuscolo rispetto a Golia, ma chi ci dice che non riuscirà a compiere l'impresa che non è riuscita a nessuno? E poi, se ci priviamo della speranza, che cosa ci rimane, il suicidio? L'Italia dovrà pure uscire da questa dannata crisi, perché non avere fiducia in uno che almeno ci sta provando, a salvarci? Un'eterna litania.
Ed è allora che uno si ricorda di Andersen. Non val la pena di gridare sui tetti la propria diffidenza, ma  per mantenere la propria salute mentale è utile ripetersi ogni tanto: "Dicano quello che vogliono, il re è nudo".
Renzi è politicamente ed economicamente incredibile. È colui che ha cominciato col promettere una riforma epocale al mese, nei primi quattro mesi del suo regno. È quello che, senza avere la copertura finanziaria, ha voluto dare ottanta euro ad una parte degli italiani, dimenticando i pensionati e quelli più poveri degli stessi beneficiari. Poi ha cercato di coprire questa spesa - finché Cottarelli e le autorità finanziarie non lo hanno platealmente sconfessato - con i "futuri" e "sperati" fondi derivanti dall'applicazione della spending review, che non soltanto sono aleatori come sussistenza e data di disponibilità, ma sono già destinati istituzionalmente alla diminuzione della pressione fiscale. E questa famosa regalia degli ottanta euro l'ha anche coperta con "clausola di salvaguardia": traduzione, se non si realizzano tagli di spesa, si sopperirà con aumenti delle imposte. E dopo tutto questo Renzi si vanta di "avere abbassato le tasse". 
Il governo ha proclamato che quella regalia sarebbe servita a rilanciare l'economia e le statistiche finanziarie - come era ovvio che avvenisse - lo hanno platealmente smentito. Un secchio d'acqua non rende fertile il Sahara. Le stesse riforme di cui tanto ci si vanta sono ininfluenti sulla realtà nazionale: influenti sarebbero state le riforme sul lavoro, sulla giustizia e sulla Pubblica Amministrazione. Quanto a quella del Senato, di cui si parla come di cosa fatta, abbisogna di almeno quattro passaggi (due per ogni ramo del Parlamento) che possono divenire molti di più se una Camera riesce a modificare una virgola del testo. In quel caso, in uno qualunque dei quattro passaggi (anche l'ultimo)  si rimette il contatore a zero e si riparte da capo. 
Ulteriore elemento di fastidio, la costante vanteria sul 42% di voti ottenuti alle ultime europee. In primo luogo, per quelle elezioni gli italiani è come giocassero a poker con i fagioli piuttosto che con soldi veri. In secondo luogo, essendo Berlusconi in perdita di velocità, in quei giorni, tutti hanno avuto la sensazione di dover scegliere fra Grillo e Renzi. Dunque, per quanto riguarda il consenso, bisognerà vedere che cosa ne rimarrà quando si tratterà di elezioni importanti e quando anche i più suggestionabili saranno stanchi di essere rintronati da promesse non realizzate.
Non si butta la croce su Renzi. L'abbiamo ripetuto decine di volte, molto prima che della cosa s'accorgesse anche Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera: non soltanto le riforme importanti, in un Paese rissoso come il nostro, sono difficilissime, ma al dunque gli italiani neanche le vogliono. Tutti protestano ma, non appena di parla di una modificazione in concreto, si alzano muri da tutte le parti. Dunque non si imputa a Renzi la colpa di non aver fatto nulla di concreto, è probabile che nessuno avrebbe potuto far di più o di meglio. Ma questo insistito bagno di ottimismo, questi peana di immaginarie vittorie, questo diluvio di promesse sono francamente stucchevoli come le lodi dell'abito nuovo dell'imperatore. Somigliano alla realtà parallela dei paranoici.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 agosto 2014


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POLITICA
8 agosto 2014
REPETITA NON IUVANT
Uno può anche giustamente vergognarsi di scrivere per l'ennesima volta la stessa cosa: ma che cosa fare, se in tanti continuano a dire le stesse cose prive di senso?
In questi giorni abbiamo saputo che il nostro pil, invece di avere lo sperato aumento dello 0,8%, ha avuto una diminuzione dello 0,2%, prolungando una stagnazione che sembra durare da tempo immemorabile. E a questo punto tutti - da Mario Draghi in giù, incluso un giornalista straniero come Alan Friedman - si sono messi a ripetere che nessuno vive un'epoca d'oro ma i Paesi che hanno fatto le necessarie riforme - persino la sfortunata Grecia - sono in via di più o meno pronunciata ripresa, mentre l'Italia è il fanalino di coda. Ci hanno ricordato che la soluzione non è la flessibilità della spesa (traduzione, permesso di fare ulteriori debiti) e che questo Paese ha piuttosto bisogno di una giustizia certa e veloce, di un mercato del lavoro meno ingessato, di una burocrazia meno paralizzante, di un fisco meno opprimente. Insomma la solita lista della spesa, come se non la conoscessimo a memoria. E perché queste dichiarazioni possono essere considerate insensate? Non certo per il loro contenuto: per il loro destinatario. Se un uomo, oltre ad essere diabetico e cardiopatico, si ubriaca tutti i giorni, è obeso, fuma come un comignolo e non fa moto, è inutile chiedersi di che cosa avrebbe bisogno. L'unica domanda da porsi è: è disposto ad ascoltare i consigli? E li applicherà, in concreto? Perché se la risposta è no, meglio risparmiare i soldi del medico. Meglio non ripetere cose prive di efficacia reale. Meglio chiedersi che cosa fare non appena a quel tale verrà il coccolone che s'è cercato.
Tutti ripetono al Primo Ministro Renzi che il Paese, prima che delle riforme istituzionali, ha bisogno delle riforme "strutturali". E dovrebbe farle, a costo di giocarsi il consenso, a costo di farsi dei nemici, a costo di sbattere contro un muro. Bella retorica guerresca. Ma il realismo impone un'altra domanda: quale che sia l'impegno di Renzi, c'è modo di ottenerle, quelle riforme? Infatti non è che se le possa votare da sé. Non solo per farle non basta il suo partito, ma questo stesso partito è diviso, al riguardo. E non lo sosterrebbe. Figurarsi gli altri. L'amore del contrasto fazioso che si è visto in occasione della riforma del Senato diverrebbe passione divorante nel momento in cui si volessero liberalizzare i licenziamenti, imbrigliare il complesso di onnipotenza dei magistrati, ridurre i finanziamenti statali per abbassare la pressione fiscale e il resto. A quel punto i parlamentari insorgerebbero come un sol uomo, sapendo perfettamente che più alto fosse il loro grido, più loro sarebbero apprezzati dagli elettori. E poi potrebbero passare all'incasso se si andasse a nuove elezioni. L'ingenuo potrebbe chiedere: ma quei parlamentari non si rendono conto che così facendo danneggiano la Patria? Sono talmente sciocchi, talmente egoisti, talmente immorali? Risposta: sì. 
Quello che qui si scrive ha, agli occhi di molti, qualcosa di indecente. "Ma a sentire te non abbiamo speranza! Ma a sentire te dovremmo suicidarci! Ma a sentire te tutti gli altri sono imbecilli e soltanto tu hai ragione!" Come se il problema fosse questo, se qualcuno ha ragione o torto. La domanda è invece: "È la verità?"
Matteo Renzi è uno straordinario comunicatore. È capace di vendere frigoriferi al polo e termosifoni nel Congo. È capace di promettere la Luna e d'indurre tutti a sperare. Dà per fatte ( "Abbiamo ridotto la pressione fiscale!") cose che non soltanto non ha fatte, ma non potrà nemmeno fare. Ma ciò non significa che la realtà cambierà per fargli piacere. O per far piacere a noi.
Mario Draghi ha in qualche modo accennato al fatto che, se l'Italia non è capace di attuare le grandi riforme strutturali di cui ha bisogno, l'Unione Europea dovrebbe imporgliele. È un modo di riconoscere che il cardiopatico diabetico potrà essere indotto a più miti consigli soltanto se lo si ricovera in Trattamento Sanitario Obbligatorio, se cioè lo si tratta come un pazzo. Se gli si impedisce di mangiare, di ubriacarsi, e nel frattempo gli si inietta insulina e magari lo si opera al cuore. Purtroppo nella realtà l'obeso è uno Stato sovrano che ha anche il diritto di suicidarsi. Ecco perché, partendo dall'alto, Mario Draghi, il presidente Napolitano, Matteo Renzi, i giornalisti italiani e stranieri, e gli stessi italiani è bene che si rassegnino. O l'Italia continuerà a vivacchiare, o sarà posta in TSO o infine le verrà il coccolone e smetterà di rimpinzarsi e di ubriacarsi perché non avrà la forza di alzarsi dal letto.
L'Italia uscirà dalla crisi, una volta o l'altra, come no. Ma non per sua volontà.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 agosto 2014

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politica interna
2 agosto 2014
CHE SUCCEDE AL SENATO?
"Che cos'è questa faccenda del Senato?" Chi pone questa domanda appare poco informato. Forse guarda i parlamentari che si accapigliano a Palazzo Madama come si guardano i pesci nell'acquario, uno spettacolo più per gli occhi che per le orecchie. Ma sarebbe un giudizio sbagliato. Infatti il disinteresse ha una sua giustificazione. 
In qualunque Paese le istituzioni valgono quanto le persone in cui si incarnano. Il sistema giuridico e giudiziario italiano è fatto in modo da prevedere i singoli casi con le loro più sottili sfumature e per vietare che il potere del singolo possa trasformarsi in prevaricazione. Nel sistema della common law, invece, il magistrato è molto più libero e tuttavia la giustizia britannica è migliore della nostra. Ed anche il magistrato inglese è molto più rispettato del magistrato italiano. Tutto ciò conferma che è inutile avere leggi particolareggiate, e magari rinnovarle ad ogni stormir di fronde, se poi quelle stesse leggi non sono applicate o sono applicate male.
Tutto ciò vale anche per il Senato. Noi abbiamo il sistema del bicameralismo perfetto: le due Camere hanno esattamente gli stessi poteri e una legge, per essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, deve essere approvata nell'identico testo da ambedue i rami del Parlamento. Se uno dei due riceve la legge votata dall'altro e la modifica, poi la legge deve tornare al mittente e questi deve approvarla di nuovo. Sempreché non la rimodifichi a sua volta, nel qual caso… È evidente che in queste condizioni passano i mesi e a volte gli anni. Dunque si dice: aboliamo il Senato e si potrà finalmente governare l'Italia. Magari fosse così.
Innanzi tutto l'Italia produce già troppe leggi. Anche con questo sistema tardigrado. Dunque dovrebbe produrne di meno e applicarle sul serio, invece di modificarle continuamente. Poi è vero che il bicameralismo può essere usato per stupide affermazioni "di principio", per ritardare l'iter di una legge e perfino per infinite logomachie: ma se ambedue i rami del Parlamento avessero una maggioranza stabile e disciplinata, già oggi una legge potrebbe essere votata in breve tempo. Invece da un lato gli stessi parlamentari della maggioranza a volte disobbediscono al loro partito, dall'altro le minoranze sono sempre felici se possono tendere un agguato per votare qualcosa di assurdo e mettere in imbarazzo il governo. Non è il sistema, che è sbagliato, è l'uso che se ne fa. Il Parlamento è il teatro in cui va in scena la faziosità nazionale.
Il Senato rallenta la produzione legislativa ma può ancora essere utile contro la malafede parlamentare. Nel caso per qualsivoglia ragione si voti qualcosa di patentemente sbagliato, o contrario alla volontà della maggioranza legittimata dalla volontà popolare, la legge può tornare all'altro ramo del parlamento e c'è modo di correggerla. Paradossalmente - quando in questi giorni la minoranza è riuscita a far passare un suo emendamento - l'ha riconosciuto quel Matteo Renzi che dell'abolizione del bicameralismo perfetto si è fatto l'alfiere. Qualcuno avrebbe dovuto chiedergli se per caso lei non fosse colui che vuole abolire questa possibilità di correzione: ma il giovanotto è troppo simpatico perche gli si facciano domande scomode.
L'attuale battaglia del Senato non è tanto tragica perché si rischia di veder approvata la riforma di Renzi-Berlusconi, o di non vederla approvata: infatti si rischia molto di non riuscire a distinguere i buoni dai cattivi. È tragica perché si discute tanto su questo argomento mentre l'Italia va a rotoli e c'è da prevedere che con l'uno o l'altro sistema saremo lo stesso mal governati. 
Questo governo, mentre promette mari e monti, si impegna nelle riforme del Senato e della legge elettorale per darsi l'aria di essere decisionista. In realtà si occupa di iniziative a costo zero che non influiscono sulla vita degli italiani. E infatti non vediamo traccia di veri tagli della spesa, della liberalizzazione del lavoro, della riforma della giustizia o della Pubblica Amministrazione, niente di ciò che potrebbe salvarci. 
Noi affondiamo nella melma ogni giorno di più. Quando l'incaricato Cottarelli minaccia di dimettersi, denunciando che invece di ridurre la pressione fiscale si finanziano nuove spese con la semplice previsione dei futuri risparmi, Renzi dice che si potrà continuare senza di lui. Certo, per non tagliare non si ha bisogno di nessuno. 
Al Senato gridano e si scalmanano, e i più distratti potrebbero pensare che tutti costoro stiano agendo. Di fatto i più appassionati - come sempre - sono i frenatori. E se si scatenano così quando non si modifica niente d'importante, figurarsi quando veramente si proporrà di cambiare il Paese. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 agosto 2014

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POLITICA
25 luglio 2014
MATTEO RENZI ED ORAZIO COCLITE
Salvo errori, uno dei motivi di contrasto che portarono alla separazione della Chiesa Cattolica dalla Chiesa Greco-Ortodossa fu la questione della barba. I sacerdoti dovevano portare la barba o essere rasati? La questione fu talmente vitale che le due sette non riuscirono a mettersi d’accordo. E infatti ancora oggi i nostri preti secolari sono sbarbati, mentre tutti i popi sono barbuti. Personalmente sarei stato a favore della barba perché toglie il fastidio di doversi radere ogni giorno: ma il motivo della preferenza dimostra che forse soffro di una tanto grave ignoranza, in materia religiosa, da non capire l’importanza dei peli.
Qualcosa di analogo – sempre a causa dell’ignoranza, stavolta politico-economica – si verifica a proposito della battaglia in corso al Senato. Senato sì, Senato no? Senato elettivo, senato non elettivo? Senatori retribuiti o non retribuiti? E qualcosa del genere si ha a proposito della legge elettorale: preferenze sì o no? A che livello scatta il premio di maggioranza? Qual è la soglia per i partiti non coalizzati? Non che le materie non siano importanti: anche doversi sbarbare ogni mattina potrebbe essere una bella seccatura, soprattutto se non si dispone di un rasoio elettrico. Ma di preferenze o di Senato eletto invece che nominato non è ancora riuscito a nutrirsi nessuno. Ecco perché le posizioni gladiatorie e vagamente eroiche (“Qua l’armi!”) di Matteo Renzi ci lasciano interdetti. Il giovane Primo Ministro sembra dire che se passano queste riforme l’Italia è salva, e se non passano o si va ad elezioni, o lui si ritira prima a Caprera e poi all’Escorial.
Non si vuole infierire su un governo che ha già gravissimi problemi soltanto per far votare questi provvedimenti: ma lo sforzo di farli passare per epocali appare eccessivo. Le riforme importanti sono quelle sul lavoro, sulla giustizia, sulla pubblica amministrazione, sul fisco. E se già siamo in guerra sul bicameralismo perfetto -  che molti non sanno nemmeno che cosa sia - figurarsi quando riusciremo a liberalizzare il lavoro, a rimettere in riga i magistrati, a snellire la pubblica amministrazione e a diminuire la pressione fiscale. Non basta dire “campa cavallo”, qua bisognerebbe dire: “è sperabile, caro equino, che tu sia immortale”.
Per giunta, per quanto riguarda il Senato, non è neanche detto che il gioco valga la candela. È vero, il bicameralismo perfetto - cioè la norma per cui per essere vigente una legge deve essere stata approvata nell’identico testo da ambedue le Camere - rallenta di molto la produzione legislativa. Ma è anche vero che noi abbiamo avuto ed abbiamo una strabiliante quantità di leggi, spesso non applicate, che si accavallano, si contraddicono e confondono le idee. Dunque rendere ancor più facile la frenesia legislativa non sembra una buona idea. In secondo luogo, se oggi all’opposizione l’agguato riesce, c’è sempre la possibilità di correggere il testo nell’altro ramo del Parlamento. Domani, senza il Senato, ci sarebbe soltanto la possibilità che il Presidente della Repubblica non firmi la legge e la rinvii per una nuova votazione. Ma la toppa sarebbe peggiore del buco. Infatti, quando il Presidente si avvale di questa facoltà per difendere la coerenza con la Costituzione, siamo nell’ambito della legalità sostanziale. Se invece rinviasse una legge perché la norma introdotta dalla minoranza non gli piace, o per fare un favore alla maggioranza, e comunque per “motivi politici”, e non costituzionali, ciò costituirebbe una prevaricazione. Ma non val la pena di proseguire anche qui la discussione attuale.
Ciò che importa è la constatazione che, sotto l’ombrello che ci ha aperto sulla testa Mario Draghi, l’Italia sembra finanziariamente tranquilla, ma di fatto stiamo peggio di un anno fa. E un anno fa stavamo peggio dell’anno prima. E in quell’anno le cose erano peggiorate rispetto all’anno precedente. In altri termini, o si inverte la direzione di marcia, o l’esito finale è il tracollo. Ecco ciò cui sarebbe bello veder mettere rimedio. Ma non se ne parla. Essenziale è sapere se i nuovi senatori saranno retribuiti o no, e quali competenze avranno in materia di orari di apertura e chiusura dei negozi, sempre che questa sia materia riguardante le regioni.
Intendiamoci, non è che Renzi sia colpevole di non far nulla per salvare realmente l’Italia. Probabilmente non ha – come tutti, del resto – la più pallida idea di ciò che bisognerebbe fare. E soprattutto, se lo sapesse e provasse a metterlo in atto, si scontrerebbe con resistenze rispetto alle quali quelle che vediamo attualmente in Senato sembrano messe cantate. 
Se questa è la realtà, non ci si vengano a spacciare la rissa senatoria, la zuffa sulla legge elettorale o la logomachia sulla barba dei senatori come la battaglia in cui si parrà la nostra nobilitate, e in cui, come sul ponte Sublicio, salveremo la patria.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 luglio 2014

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ECONOMIA
5 luglio 2014
O SI CAMBIA O SI MUORE: MA COME?
Prima di scrivere di una determinata situazione politica bisognerebbe conoscere i particolari, indagare a fondo, esaminare perfino i retroscena. Ma questo principio vale per le situazioni dubbie e complesse: e non tutte lo sono. Che la Germania avesse perso la guerra era chiaro sin dal 1943, e addirittura evidente nel 1944. Il fatto che Hitler abbia voluto proseguire la lotta è stato soltanto un’ulteriore prova della sua follia criminale e del suo straripante egoismo. Sapendo che infine si sarebbe suicidato, si è procurato a spese dell’umanità, e soprattutto della Germania, qualche settimana in più di miserabile vita.
Anche l’attuale situazione dell’Europa – pur se infinitamente meno drammatica – è molto chiara. Per comprenderne l’essenziale non si richiede nessuno studio particolare. Allora la Germania si avviava verso una immane catastrofe, oggi l’Ue percorre rassegnata la via crucis di una inarrestabile crisi esistenziale di cui non si conoscono gli esiti. Ma non sta bene parlarne. In ambito comunitario si affetta la serenità di chi intravede ogni giorno positivi sviluppi ed è disposto a scambiare per aurora il riflesso di un incendio. 
Matteo Renzi però non si è adagiato su questo schema assurdamente consolatorio. Con piglio da condottiero ha detto ai colleghi di Strasburgo che l’Europa o cambia o muore. Naturalmente - dal momento che il continente non può morire - parlava delle istituzioni comunitarie. Intendeva che la stagnazione è interminabile, che il debito pubblico continua a crescere, che non si intravede uno sbocco, che la situazione potrebbe portare ad una crisi mortale: e così ha sfondato una porta aperta. Il problema infatti non è se l’Europa possa continuare così (cosa che il buon senso esclude) ma sapere se ci si possa mettere rimedio. E, se sì, quale.
Se le autorità europee pensano che si possa scendere indefinitamente la china, sono ubriache di ottimismo. Se pensano che l’Europa, senza nessuna ragione, possa improvvisamente risorgere dalle sue ceneri e mettersi a correre verso la prosperità, vispa e priva di debiti, credono ai miracoli. Molto più probabilmente usano un double standard, una verità per sé stessi, una verità per i popoli. Sanno benissimo che quasi tutto va male; che le prospettive non sono rosee, neanche per la Germania; che la bonanza borsistica potrebbe scoppiare da un istante all’altro, ma non sanno che cosa bisognerebbe fare, per salvare capra e cavoli. Forse reputano il problema insolubile. Oppure ognuno ha la sua ricetta e nel dubbio non si muove nessuno. Anche perché il primo che si muove la paga cara.
È inutile dire che l’Europa “o cambia o muore”. Quando non si conosce un rimedio ufficiale per salvare il malato, il medico prudente si astiene da ogni tentativo azzardato. Infatti, se il paziente muore dopo il suo tentativo, nessuno si ricorderà che il poveraccio era destinato a morire e tutti accuseranno il medico di averlo ucciso. Probabilmente una volta o l’altra i fatti decideranno da soli in che modo deve cambiare l’Eurozona. E si tratterà di un momento doloroso. Ma se i governanti tentassero di attuare loro stessi quel cambiamento, quanto meno per governarlo invece di subirlo, tutti gli darebbero la colpa delle sofferenze e nessuno gli sarebbe grato di avergliene forse evitato di peggiori.
La crisi europea potrebbe improvvisamente aggravarsi nel modo più drammatico, anche a causa di un episodio di isterismo borsistico, ma da un lato i governanti non sono d’accordo su che cosa fare, dall’altro, anche a saperlo, non oserebbero farlo. Neppure la “flessibilità” di cui parla il governo italiano - e cui ognuno dà un significato diverso - è con certezza una buona ricetta. Come ha detto seccamente Jens Weidmann, della Bundesbank, allentare i cordoni della borsa non è una soluzione: i debiti non sono la soluzione della crisi, sono quelli che l’hanno provocata. 
Se si fosse tentato di riprendere la via della ragionevolezza anni fa, quando il debito pubblico era ancora piccolo, l’Italia forse avrebbe potuto salvarsi. Invece attualmente di quel fardello non riusciamo neanche a bloccare l’incremento. La stessa Francia, che prima appariva in condizioni tanto migliori, sta aumentando il suo debito in modo allarmante, e ormai nessun tipo di politica economica potrà risanare questi due giganti. Soprattutto dal momento che essi sono statalisti e tendenzialmente collettivisti. 
Ed eccoci tutti inerti ad aspettare il seguito. Si dice che Renzi sia andato a sbattere contro il rigore tedesco ma forse più semplicemente è andato a sbattere contro un taciuto muro di paura. La paura tedesca, francese, italiana, la paura di tutti di compromettersi con l’azione.  E così il continente continua ad andare avanti, senza nessuno al timone.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 luglio 2014

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politica interna
25 giugno 2014
TANTO PE CANTA'
Matteo Renzi, oltre ad essere un personaggio molto colorito, è utile come “reagente” chimico per capire il il popolo italiano.
Nell’attuale “mezzo del cammin di nostra vita” quest’uomo, a forza di capacità di comunicare e di demagogia, è arrivato a Palazzo Chigi. E al riguardo bisogna essere precisi. Non è che la demagogia sia una sua personale specialità: tutti i politici di successo, con più o meno buon gusto, sono demagoghi. Ma lui ha avuto un immenso successo per l’audacia, per la sfrontatezza, per la capacità di rilanciare senza badare alla posta. Gli altri – ad esempio il beneducato Enrico Letta – promettevano la fine della crisi e la ripresa, ma senza una data precisa ed anzi condendo la previsione con attenuazioni, condizionali e riserve. Renzi invece è uno spericolato giocatore di poker e batte qualunque rilancio con un rilancio ancora più alto. Gli altri promettono cose in un lontano futuro? Lui dice: “Il mese prossimo”. “Entro la tale data”. “Ci metto la faccia”. “Datemi del buffone se non mantengo la parola”. Altro che “contratto con gli italiani”, durata prevista una legislatura. E così, appena eletto, ha promesso una riforma al mese. A gennaio questo, a febbraio quest’altro, a marzo ancora una riforma e in aprile avremo cambiato l’Italia da così a così. E non si annunciavano riformette tanto per ridere: si parlava di giustizia, di Pubblica Amministrazione, di quei grandi nodi che decenni di politica non son riusciti a sciogliere.
Naturalmente non se n’è fatto niente. Ma l’immagine del personaggio non ne ha risentito. Il consenso sul suo nome rimane ampio e diffuso. Perché gli italiani, nonostante il loro scetticismo, hanno creduto quanto meno alla sua buona volontà. “Chissà – si sono detti - che il suo giovanile entusiasmo, accoppiato con la sua simpatica sprovvedutezza, non compia qualche miracolo”. Sono tanto affamati di speranza  che hanno votato per uno come Grillo che si è rivelato soprattutto uno specialista in parolacce. Perché non concedere dunque a lui di provarci? Dopo tutto è uno che almeno è riuscito a divenire giovanissimo sindaco di Firenze e ad impossessarsi del Pd.  Non farà il cento per cento di ciò che ha detto, forse non farà neanche il cinquanta, ma anche venti sarebbe meglio di niente.
Le esagerazioni di Renzi tuttavia non potevano non rivoltarglisi contro. Sconfitto, Napoleone passò da esiliato ad imperatore in cento giorni. Matteo, più umile, se ne era concessi centoventi, ma in capo a sei mesi non ha combinato niente. Ha dato soltanto dato ottanta euro a testa (nostri) ad alcuni lavoratori, non a tutti e non ai pensionati. Ed ora finalmente riconosce che nessuno può fare l’impossibile: va in Parlamento e parla solennemente di mille giorni per rinnovare l’Italia. E qui, senza contare i sei mesi che sono già passati, siamo quasi a nove volte di più del tempo annunciato ad inizio d’anno. Gli italiani gli perdoneranno anche questa?  Non avranno per caso l’impressione che stia chiedendo la licenza di non far niente e di rimanere lo stesso sulla poltrona di Capo del Governo?
È quello che vedremo. Certo, questo passare dalla promessa di  una serie di miracoli a ritmo di samba all’eternità di quasi tre anni è l’ammissione di una sconfitta. Si torna con i piedi sulla terra. Ci si inchina dinanzi al riverito pubblico e si confessa che i miracoli intravisti sono stati soltanto dei trucchi. E del resto, che cosa ci si aspettava da un prestigiatore?
Il fenomeno rimane comunque interessante. Se Renzi non fosse quell’eccellente attore, quel superlativo intrattenitore, quel geniale affabulatore che è, oggi sarebbe sommerso dai fischi e dai lazzi. Per immaginare quali, si pensi a Berlusconi che promette una grande riforma al mese per quattro mesi. La vicenda di Renzi dimostra però che noi italiani non siamo affatto guariti dall’idea che la politica, anzi la realtà, sia fatta di parole. Ed allora dovremmo smettere di irridere Mussolini. Con i suoi richiami alla romanità, con la sua volontà di fare di noi un popolo di guerrieri, o quanto meno di sportivi velleitari, ci rappresentava benissimo. L’uomo di Predappio ebbe successo perché, come cantavano Petrolini e Nino Manfredi, ci “arintontoniva de bucie”. 
Noi siamo così scontenti della realtà da rifugiarci nel sogno e chiudiamo gli occhi per crederci. Presto, forse, le massaie porgeranno a Renzi i bambini perché li baci e i malati di scrofola perché li tocchi e li guarisca. Ma riusciremo a rimanere su queste nuvole per mille giorni ancora? 
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 giugno 2014
 


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POLITICA
18 giugno 2014
L'EDITORIALISTA AMMUTOLITO

Questo testo è inviato col sistema Linux, di cui non ho pratica. Mi scuso per gli eventuali inconvenienti.


L’EDITORIALISTA AMMUTOLITO

Il giornale è caratterizzato dal fatto di essere quotidiano. Del resto“giornale” significa proprio questo. E non potendo, come Internet, dire ciò che è avvenuto cinque minuti prima, dovrebbe essere la cronaca di ciò che è avvenuto il giorno precedente. Ma in un mondo in cui molta più gente vede la televisione di quanta non ce ne sia che legge i giornali, dai migliori fra questi ultimi ci si aspetta il commento sugli avvenimenti e soprattutto la previsione dei possibili sviluppi: infatti i dati – a meno che non si tratti della cronaca locale – si conoscono da tempo attraverso la televisione o perfino la radio.

Il quadro rende problematica la vita dell’editorialista. Alcuni se la cavano buttandola sul colore: raccontano la realtà come una commedia, ridicolizzano questo e quello, raccontano retroscena in parte inventati, rischiano smentite e al limite querele. Il giornalista serio invece è condannato alle previsioni “ragionevoli” e per questa ragione si trova in una situazione di rischio: se non le fa, risulta poco interessante; se le fa, può essere ridicolizzato dai successivi avvenimenti.

Ciò è particolarmente vero in questo momento. L’Italia dipende per il suo futuro dalla situazione economica europea ed internazionale, e le Borse sono capaci di reazioni improvvise ed impensate. Al riguardo, previsioni è meglio non farne. Anche in politica interna viviamo un momento di insuperabile incertezza. Qui il grande punto interrogativo è rappresentato dalla vicenda di Matteo Renzi. Nessuno mette in dubbio la sua volontà riformatrice, ma questo è un dato che conta poco: abbiamo già visto politici partire lancia in resta per poi non concludere nulla. Il primo ostacolo che incontra qualunque Primo Ministro è la Costituzione: essa impone che egli non abbia grandi poteri e che la sua voce, che sui giornali pare tanto più importante di quella dei altri ministri, in realtà non conti più della loro. Quanto alle riforme, tutti i partiti dicono di volerle, ma ognuno propone una ricetta diversa e solo su un punto alla fine - almeno fino ad oggi - si dimostrano tutti d’accordo: nell’affossarle. E allora, come fare previsioni?

Da un lato ciò che non è mai avvenuto potrebbe pure avvenire; dall’altro ciò che non è mai avvenuto è improbabile che avvenga. Né possiamo perdere tempo a commentare le dichiarazioni che l’attuale Primo Ministro rilascia a getto continuo. Solo il tempo dirà se saremo autorizzati a ridere delle sue innumerevoli e mirabolanti promesse o se una volontà risoluta fino all’incoscienza non avrà compiuto i miracoli che la prudenza politica ha solo blandamente sognato. Renzi potrebbe avere successo se riuscirà a trovare armi di ricatto nei confronti dei suoi colleghi di partito e nei confronti degli alleati. Insomma l’unica speranza è che il nostro Primo Ministro sia ancor più figlio di buona donna di quanto non appaia.

Il risultato di tutto ciò è la noia dell’attesa. Solo i fatti avranno un significato e ci troviamo nella situazione di chi aspetta l’esito delle analisi cliniche: quando sappiamo che i nostri desideri, le nostre paure, le nostre previsioni non valgono nulla, rispetto a ciò che dirà la chimica.

Per giunta, riguardo alle riforme, si può avere un’ulteriore perplessità: dobbiamo correggere qualche errore qua e là, o è entrato in crisi il nostro modello socio-economico? E ancora: il nostro  soltanto o anche quello europeo? Infatti la crisi non è esclusivamente italiana e perfino la Germania, se le cose andranno veramente male, avrà molto da preoccuparsi.

Fra l’altro, almeno per quello che ne sappiamo, le sbandierate riforme o sono acqua fresca (e al riguardo si pensa alla Pubblica Amministrazione o alla Giustizia), o si tratta di riforme a costo zero e utili, ma in un altro Paese. La sostanziale abolizione del Senato, che pure sarebbe perfetta per accelerare il nostro defatigante iter legislativo, andrebbe benissimo altrove, ma in un Paese caratterizzato dalla faziosità più sfrenata, dal tradimento come consuetudine, dai cambi di campo e dagli agguati, chi ci salverà da qualche legge disastrosa votata in un momento di distrazione, se non ci sarà più una seconda Camera? A meno che non rendiamo “seconda Camera” l’attuale terza, cioè la Corte Costituzionale, quella Corte tanto avvezza a dichiarare anticostituzionale ciò che non le piace. Dopo tutto, considerando con quanta pazienza gli italiani hanno accolto parecchie delle sue decisioni, possiamo dire che l’Italia è una Repubblica fondata sui magistrati.

I giornali sono vuoti e noiosi perché le previsioni sono impossibili e l’attesa cui siamo costretti è interminabile. Per gli ottimisti, naturalmente. Per i pessimisti è angosciosa.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

18 giugno 2014



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politica interna
6 giugno 2014
RENZI E L'OVERBIDDING
A tutti gli uomini sarà capitato di confessare di essere attirati sessualmente da una donna che tuttavia si giudicava severamente per il suo cattivo gusto o per la sua ignoranza. Né c’è da stupirsene. Il giudizio intellettuale è un conto, “ma per il sesso non si richiede alle ragazze d’avere inventato la polvere da sparo”, cantava Georges Brassens. A me capita qualcosa del genere a proposito di Matteo Renzi. Lo trovo d’una irresistibile simpatia e tuttavia mi sorprendo ad augurargli di andare a sbattere. E allora mi chiedo se gli voglio bene o gli voglio male. Oggi finalmente s’è fatta luce e mi scuso se per spiegarmi devo prenderla alla lontana.
Nel bridge c’è un’asta iniziale in cui si propone di realizzare un certo risultato e vince - non la mano, naturalmente, ma semplicemente la possibilità di giocarla - chi fa l’offerta più alta. Come è ovvio, più l’impegno è arduo, più è difficile realizzarlo. E se per caso è impossibile, è come se ci si mettesse volontariamente nelle condizioni di fare cattiva figura. Nel gergo del gioco questo eccedere nell’asta è detto overbidding. Quando capitava a me – naturalmente per colpa del mio partner, perché quell’errore è contrario al mio temperamento – io mi arrabbiavo talmente, mi reputavo talmente meritevole di perdere e di fare cattiva figura, che un giorno un amico, divenuto poi giocatore di serie A, mi rimproverò aspramente. La sua tesi era che, commessa la sciocchezza, bisognava lo stesso fare il possibile per riuscire. Dopo tutto, anche gli altri potevano commettere qualche balordaggine. Io invece mostravo chiaramente la voglia di vedere me stesso e il mio compagno “puniti” per l’errore. A momenti avrei aggiunto giocate maldestre per aggravare il disastro. E questo era sbagliato. Gaetano aveva ragione, tecnicamente. Ma ognuno ha il temperamento che ha e la mia indignazione era irrefrenabile. 
Ciò spiega l’atteggiamento che si può avere nei confronti di Renzi. Il suo continuo overbidding può mandare in bestia. Al punto che, pur non avendo personalmente nulla contro di lui, come ovviamente non avevo nulla contro me stesso a bridge, non posso trattenermi dal desiderare che paghi lo scotto delle sue fanfaronate. Lo smargiasso merita le massime umiliazioni e sarebbe somma ingiustizia se per pura fortuna riuscisse a realizzare ciò che ha promesso. Questa sarà pure una spinta morale eccessiva, ma è talmente umana che innumerevoli film western ci presentano la scena in cui uno sbruffone aggressivo è ridicolizzato, e magari ucciso, da un eroe modesto e tranquillo. Lo spettatore è felice quando lo strong silent man batte il vanesio che fa ruotare vorticosamente la pistola intorno all’indice.
La politica è essenzialmente lontana dalla morale. Dunque rimproverare a Renzi il suo stile è fuor di luogo. Soprattutto se si pensa che con questo stile ha azzerato i bonzi del suo partito, ha battuto la concorrenza di Grillo, ha stravinto le elezioni europee e sembra quel Gastone, il cugino di Paperino, cui va tutto bene, anche quando ha posto le premesse perché vada tutto male. Negare i suoi successi passati sarebbe da ciechi o da invidiosi; ma sarebbe da incompetenti pensare che il gioco del bridge si esaurisca nell’asta. Ottenuto il “contratto”, nel nostro caso la carica di Primo Ministro, poi bisogna governare e superare l’esame della realtà. E qui le previsioni non possono essere rosee. Se l’esuberante giovanotto fiorentino riuscisse ad attuare la metà delle cose promesse, farebbe dei miracoli. Ma etimologicamente il miracolo non è necessariamente una buona notizia: è qualcosa che ci sbalordisce. Cioè qualcosa che va contro le nostre fondamentali nozioni sulla realtà. Dunque l’ambito dei miracoli è tanto più grande quanto più grande è l’estensione della nostra ignoranza. La realizzazione dei sogni renziani dai quali siamo inondati significherebbe che i critici hanno sbagliato tutte le analisi, tutte le diagnosi e tutte le previsioni. Perfino l’aritmetica comincerebbe a dubitare di sé stessa. È incontestabile: se veramente i miracoli si verificassero, sarebbe una gran brutta notizia per la buonanima di Galileo.
Renzi mi è simpatico, lo confermo. Ma vorrei tanto che limitasse le promesse a ciò che può realizzare e sarei lietissimo di vedere che mantiene la parola. Ne sarei felice per lui e per l’Italia. Invece continua a rilanciare come se avesse in mano soltanto assi. È difficile che molti riescano a trattenersi dal ridere quando inciamperà. 
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
6 giugno 2014

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ECONOMIA
2 giugno 2014
CON RENZI SARETE TUTTI RICCHI E FELICI
Le lodi a Renzi si sprecano. È un innovatore. Farà le riforme. Ha ridato speranza agli italiani. S’è aperta una nuova era. Usciremo presto dalla crisi. Forse finalmente abbiamo l’uomo giusto. Televisioni e giornali hanno istinti da processionarie e, se proprio non si seguono gli uni gli altri, cercano comunque di seguire i sentimenti dei lettori. 
Luca Ricolfi fa eccezione: si è infatti ripetutamente segnalato per la sua indipendenza, per la capacità di irritare i lettori di sinistra e perfino di mettersi contro la sua parte politica. Dunque, quand’anche dicesse la cosa più ovvia, più di moda, più politically correct, andrebbe preso sul serio: almeno possiamo essere certi che ciò che scrive corrisponde alla sua personale opinione e che scriverebbe l’opposto se pensasse l’opposto. 
Ieri ha scritto un articolo(1) in lode del nuovo Presidente del Consiglio, fornendo anche le sue ragioni del giudizio positivo: gli ottanta euro, il decreto Poletti sul lavoro e il fatto che “ha sdoganato, a sinistra, temi che fino a pochi mesi fa erano tabù: il ruolo conservatore del sindacato, gli eccessi della magistratura, l’intangibilità della Costituzione, il primato morale e culturale dei «professoroni», i rapporti con Berlusconi e il berlusconismo”. Cose che rendono “possibili riforme che altrimenti non avrebbero alcuna chance di essere attuate”. Anche se è vero che la tabella delle realizzazioni è in gravissimo ritardo sugli annunci di un paio di mesi fa, anche se di pagare i debiti dello Stato entro settembre il 2014 non se ne parla, pur essendo finito il tempo normale della luna di miele del governo Renzi gode ancora della fiducia degli italiani. Gli si perdona l’allungamento dei tempi e si continua a sperare che riesca a smuovere qualcosa, ad attuare qualche cambiamento, a dare qualche speranza alla nazione.
L’opinione, pur ben argomentata, non convince. Non che ci sia qualcosa di falso, in ciò che Ricolfi scrive, ma tutto è volto al futuro. Immaginiamo che un imprenditore sia sul punto di suicidarsi per i debiti e che gli compaia la Fata Turchina. Costei gli dà sei numeri e dice: “Giocali e vincerai all’Enalotto”. Chi potrebbe criticare l’imprenditore, se fosse felice e pieno di speranze? Tuttavia il problema è: quei numeri usciranno realmente?
Il favore di cui fruisce ancora Renzi dipende dal tipo di pubblicità esagerata che ha fatto fino ad ora. Si può reclamizzare un prodotto dicendo: “Questo detersivo lava perfettamente e lascia tutto gradevolmente profumato”. Ma lo slogan è facilmente battuto da chi vanta il suo detersivo dicendo che è il motivo per cui la tale attrice ha tanto successo ed è tanto desiderata. Affermazioni assurde, naturalmente. Ma mentre nel primo caso i consumatori non si entusiasmano certo, nel secondo caso pensano: “Questo prodotto non farà i miracoli che dicono, ma non può non avere almeno una parte delle qualità che declamano!” 
Vale anche per la politica. I Primi Ministri normali promettono parecchio – si parla sempre di “libro dei sogni” - ma rimangono nell’ambito della realtà vagamente plausibile. E appaiono grigi e smorti. Poi arriva Renzi e promette di attuare una riforma al mese, di aumentare la busta paga, di diminuire la pressione fiscale, di cambiare l’Europa, di renderci tutti trentenni, biondi e alti un metro e novanta. Come non credere che almeno qualcosa ci darà? Val la pena d’aspettare ancora un po’. Ecco lo stato d’animo corrente.
Ricolfi si illude, se pensa che gli italiani siano improvvisamente divenuti meno faziosi o meno proni alla demagogia sindacale. E ancor di più se crede che la Pubblica Amministrazione o i magistrati cederanno una parte dei loro privilegi senza combattere. Indubbiamente, se il giovane Premier riuscisse in sei mesi a dimezzare la disoccupazione gli permetteremmo anche di dire bene di Hitler. Il punto invece è: come lo tratteranno, gli italiani, quando si accorgeranno che il suo detersivo non fa miracoli e addirittura lava male? E non perché Renzi sia un imbecille, ma perché ciò che lui promette non lo può mantenere nessuno. Finché siamo alle parole, è un campione imbattibile e avrà tutti a favore; quando scenderà sul concreto - e il tempo lo obbligherà a scendere sul concreto - avrà tutti contro.
Non bisogna confondere previsioni ed auspici. Saremmo felici se Renzi avesse il più grande successo di tutti i tempi, perché sarebbe un successo dell’Italia. Ma una volta dissipata la nuvola della pubblicità, il giudizio della realtà è da temere. E non è con piacere che si può dire a Renzi: “Ci rivedremo a Filippi”. 
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
1 giugno 2014
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=


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POLITICA
27 maggio 2014
POURVU QUE CA DURE
Per il Pd, un successo effimero?
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Il tempo, si sa, scorre molto più lentamente per i giovani che per i vecchi. È per questo che la stagione fredda riesce a far dimenticare completamente com’era la stagione calda, e per la stessa ragione poi sembra che l’estate non debba finire mai. Che a scuola non si debba tornare mai, che l’unica realtà possibile siano le vacanze, il sudore, i bagni.
Crescendo tutto cambia. Il tempo si mette prima ad accelerare, poi a correre, infine a galoppare, e il vecchio si trova a chiedere: “Tre anni fa? Cinque, dite? Accidenti, come passa il tempo!”
Il presente conserva comunque a tutte le età un’incomparabile evidenza. Ciò che è lontano nello spazio o nel tempo (perfino la nostra morte) appare inverosimile e mitico, invece la realtà attuale si impone con tanta forza da divenire quasi banale. Un’anziana coppia di turisti, che aveva girato un bel po’, ogni tanto celebrava un rito. Dinanzi ad un tempio dorato lui chiedeva: “Qual è il posto più naturale in cui essere?” “Chiang Mai, in Thailandia”, rispondeva lei. E in un altro momento, lei chiedeva. “Qual è il posto più naturale in cui essere? Il Central Park di New York”.
Questa innocente suggestione deve però essere combattuta, se si vuol dare un giudizio sereno rispetto ai fenomeni che ci troviamo ad osservare. Quando si verifica un grande fatto non bisogna dedurre, dall’emozione del presente, che i rapporti di forza che esso ha prodotto siano definitivi, che in futuro non potrà che andar così. La storia è un continuo cambiamento. A volte proprio il più grande dei trionfi è la premessa per la successiva decadenza. Alessandro è capace di creare un grande impero, i diadochi sembrano soltanto capaci di contendersene i pezzi con le armi. E infatti, vista con gli occhi della storia, quella di Alessandro sembra piuttosto una fiammata isolata che una grande civiltà come l’Impero Romano. Napoleone trionfava sulla scena dell’Europa e la sua vecchia madre Letizia si limitava a commentare: “Pourvu que ça dure”, speriamo che duri.
Non durò, ma non se ne può dedurre una regola generale. Alcuni sbandati di una setta ebraica, perfino perseguitati, sono riusciti a poco a poco a creare la più grande religione del mondo, e certo negli anni di Paolo di Tarso nessuno avrebbe potuto prevedere i fasti di Giulio II. Il comunismo più duro ed utopico, quello di Mao Tse Tung, è scomparso come non fosse mai esistito e nessuno avrebbe potuto prevedere la trasformazione della Cina nel suo opposto economico.
Si può tentare di prevedere il futuro - nel medio termine - soltanto quando le condizioni di partenza sono stabili. Per esempio, per decenni, l’intera politica italiana è dipesa da queste due premesse: “Se volete la giustizia sociale e il trionfo del proletariato, votate Pci”, o al contrario: “Se non volete i comunisti al potere, e l’Italia vassalla di Mosca, votate Dc”. E questo ha reso eterna o quasi la Balena Bianca. 
Con l’implosione dell’Unione Sovietica, è venuta meno la paura dei comunisti. O, più precisamente, quella di vedere l’Armata Rossa a Roma come a Budapest nel 1956. E da quel momento la nostra politica è divenuta volatile. Viviamo in un altro mondo e ci sentiamo liberi. Per questa ragione la Dc, esclusivamente diga contro il Pci, è sparita. E ora anche Berlusconi si avvia a divenire una stagione del passato. Lo stesso Partito Comunista, pur spina dorsale dell’opinione pubblica intellettuale, si sfarina lentamente: e l’erosione alla lunga spiana anche le montagne. Quanto al Movimento di Grillo, così come potrebbe – in altre mani – trasformarsi nell’astro sorgente della politica italiana, potrebbe essere dimenticato fra qualche semestre. 
In questo momento la discussione si concentra sul Pd di Matteo Renzi, che  ha appena avuto un grande successo. Ma se già è difficile fare previsioni di lungo periodo sulla base delle elezioni in cui la gente sente di avere interesse a votare, cioè le politiche, figurarsi se qualcosa di serio può dedursi da elezioni che non producono cambiamenti visibili nella nostra realtà quotidiana. Se in molti posti la consultazione non fosse stata abbinata ad elezioni locali, l’astensionismo, già alto, sarebbe stato altissimo. Forse si sta sprecando troppo inchiostro, nelle riflessioni.
Non si tratta di negare il grande successo del Pd. Si tratta del dovere di essere cauti, nel momento in cui si tenta di dedurre le conseguenze di quel successo. Soprattutto nel momento in cui Matteo Renzi si trova inevitabilmente obbligato alla realizzazione almeno di alcune delle sue troppe promesse. 
La vittoria fa rifulgere l’aureola del conquistatore, ma la prudenza dice in un angolo: “Pourvu que ça dure”.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
27 maggio 2014


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POLITICA
26 maggio 2014
RENZI, VITTORIA PER SQUALIFICA
Il successo del Pd ha una spiegazione 
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La maggior parte dei commenti sui risultati italiani delle elezioni europee è allineata su due dati incontrovertibili: il trionfo di Matteo Renzi e il fiasco di Beppe Grillo. E su di essi si ricama in tutte le direzioni: la solidità del governo, l’improbabilità di elezioni a breve termine, la sorte delle riforme. Insomma la situazione politica italiana in generale: come se domani dovessimo ridistribuire i seggi in Parlamento secondo il recente voto. 
Non è detto che questa sia la chiave di lettura giusta. Non soltanto le elezioni erano europee e non italiane; non soltanto gli italiani avevano chiarissimo che esse non avrebbero influenzato la situazione politica italiana (cosa che spiega l’astensionismo), ma probabilmente i risultati che leggiamo non indicano nemmeno le tendenze d’opinione dell’elettorato. Il voto potrebbe essere stato più di negazione che di affermazione politica. Come del resto è avvenuto in Francia.
Gli italiani non sono pensatori al livello di Alexis de Tocqueville ma non sono neanche degli imbecilli. Lo stupefacente consenso manifestato per il partito di Grillo nel 2013 si spiega con un tanto acre e profondo disprezzo per la politica da far dire a molti che “peggio non potrebbe andare”. E allora votiamo per “un comico che dice ai politici le parolacce che vorremmo dirgli noi”. Fra l’altro, il messaggio era quello di un cambiamento radicale, pressoché rivoluzionario, e una massa di delusi e preoccupati si è detto: “Vuoi vedere che Bertoldo magari riesce dove non è riuscito Cavour?” L’elettorato era deluso tanto dalla sinistra quanto da Berlusconi ed era ridotto a sperare l’inverosimile. Il voto del 2013, prima ancora che a favore di Grillo, era una bocciatura per gli altri partiti e la manifestazione di un’incerta speranza.
Poi il M5S andò in Parlamento e non concluse nulla. Perché non poteva concludere nulla, data l’attuale macchina dello Stato. Ma per i suoi elettori questa fu una notizia. Essi avrebbero potuto dire a Grillo: “Siete al governo e non abbiamo visto niente di nuovo” e il comico cercò di schivare questa critica mantenendo la verginità del Movimento. Non alleandosi con nessuno e rinviando i miracoli al momento in cui il suo partito avrebbe potuto governare da solo. Fu un errore. A tutto ciò aggiunse l’atteggiamento dittatoriale nei confronti dei suoi parlamentari, la ripetitività dei comizi e degli insulti. Per non parlare di progetti utopici e in qualche caso antidemocratici, divenuti parossismo durante l’ultima campagna elettorale. Grillo era sicuro dei voti già ottenuti e convinto di catturarne altri. Ha sbagliato ambedue le previsioni. 
Il demagogo non si è reso conto che il suo Movimento è apparso inutile, in Parlamento. Se si è sempre contro tutti, è come se non si esistesse, si diviene un rumore di fondo fastidioso e dopo tutto ininfluente. E di ciò si sono accorti anche in molti. Per giunta, con la sua campagna gridata, Grillo, è riuscito ad allarmare molti italiani e a disamorare parecchi dei suoi elettori. Molti di loro, temendo di essere i soli a non sperare più in Grillo, e non credendo Berlusconi capace di arginarlo, hanno votato contro di lui senza disperdere i loro voti: cioè si sono turati il naso ed hanno sbarrato il simbolo del Pd. Fra l’altro, questo partito, meno estremista di un tempo, ha fatto sorgere molte speranze. In un certo senso, è come se il voto che prima è andato a Grillo, ora sia andato a Renzi, per le stesse ragioni. E con la stessa volatilità. 
Guardando i risultati elettorali, prima di parlare di successo di Renzi bisognerebbe parlare di voto di contenimento del M5S di cui ha soprattutto beneficiato il Pd. A questo dato se ne aggiunge un secondo. Renzi, venditore abilissimo anche se ciarlatanesco, ha promesso la Luna, ha parlato di una riforma epocale al mese, ed ovviamente non ha realizzato niente. Ma gli italiani hanno troppo buon senso per rimproverarglielo. Sanno bene che nessuno può fare miracoli in così poco tempo. Ma Renzi appare sinceramente intenzionato a provarci e allora ecco il voto della speranza. Grillo è una bolla di sapone, Berlusconi è fuori gioco (e comunque non gli consentirebbero mai di fare le riforme che forse saranno consentite al giovane Matteo), e allora concediamogli un’apertura di credito. Un po’ come il Premio Nobel per la Pace assegnato ad Obama quando ancora non aveva fatto nulla. Ti premio prima che tu lo meriti, nella speranza che lo meriti in seguito.
L’attuale successo di Renzi, come il successo di Grillo nel 2013, non sono significativi per le future elezioni politiche. Quella è una partita che rimane interamente da giocare.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
26 maggio 2014

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ECONOMIA
7 maggio 2014
LA CAMUSSO FORSE FUORI TEMPO MASSIMO
I sindacati sono associazioni private, previste dalla Costituzione all’art.39, che tuttavia non li definisce, reputando probabilmente che la parola stessa ne descriva la natura. Essi hanno dunque – secondo l’accezione corrente consacrata nei dizionari – la funzione di proteggere i lavoratori e rappresentarli nelle contrattazioni nazionali che li riguardano, come previsto del resto dall’ultimo comma del citato articolo.
Il contratto nazionale sarà sembrata una bella idea, a chi lo ha istituito, e tuttavia soffre di un ineliminabile difetto: appiattisce sulla stessa normativa situazioni che, da una regione all’altra, possono essere molte diverse. Ma anche ad essere una buona cosa, esso ha forse contribuito a produrre un effetto imprevisto. Dal fatto che il sindacato abbia poteri e funzioni nazionali è nata l’idea che esso possa e debba partecipare alla politica nazionale, per ciò che concerne il lavoro e, di riflesso, l’economia. Questa associazione delle principali organizzazioni sindacali riconosciute (la famosa Trimurti) al governo del Paese ha finito con l’avere un nome, “concertazione”. Al governo non basta essere sostenuto da una maggioranza parlamentare che gli fornisce gli strumenti legislativi per la sua azione, non gli basta, cioè, essere sostenuto dal voto dei cittadini di cui è legittimo rappresentante, dovrebbe anche contrattare (“concertare”) i provvedimenti con i sindacati, ottenerne l’assenso, e all’occasione subirne il “veto”. Come si è visto in occasione del tentativo firmato Monti-Fornero di riformare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Il sindacato pose il veto ad un governo nientemeno sostenuto da destra e sinistra, oltre che dichiaratamente dal Presidente della Repubblica, e il governo capitolò.
Come si sia potuti giungere a ciò si spiega con l’origine e della nostra Costituzione e della mentalità italiana. L’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale non è uscita dalla mentalità totalitaria. Non è passata da un totalitarismo blando di destra ma più esattamente socialista ad una mentalità liberale (quella cioè realmente opposta al fascismo), è passata ad un totalitarismo blando di sinistra, confessatamente o inconfessatamente comunista. Ne è eco la Costituzione in molti passaggi, a cominciare dall’affermazione retorica e insignificante secondo cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”. Quasi a dire che “i lavoratori” sono cittadini più uguali degli altri.
Da questa mentalità è nata la pretesa dei sindacati di essere, accanto al legislativo, all’esecutivo e al giudiziario un quarto potere dello Stato. Al punto che, quando il Primo Ministro afferma che i sindacati vanno ascoltati ma non obbediti, la signora Susanna Camusso, leader della Cgil, al congresso di questa organizzazione parla di “torsione democratica a favore della governabilità e a scapito della partecipazione”.
Traduciamo. I sindacati sono un potere dello Stato democratico, un po’ come “i Soviet degli operai e dei contadini” di leniniana memoria. Se il governo non se ne lascia condizionare viola la Costituzione e compie un atto contro la democrazia. Dal momento che nulla sostiene questa affermazione, almeno in Italia, se non la tradizione di prevaricazione dei sindacati, bisognerebbe dichiararsene scandalizzati. Ma nessuno lo farà. E dire che la loro pretesa di contribuire alla guida del Paese è ancor più sfacciata e infondata di quella dei magistrati, i quali quanto meno – se non un “potere” – almeno costituiscono un “ordine” dello Stato.
Ma di fatto è stato così per decenni, sicché la discussione si può spostare sul piano squisitamente politico. Renzi è molto deciso e il Paese ha preso coscienza del fatto che i sindacati sono stati un possente freno all’innovazione. Se, su questa base, il governo riuscirà a riprendere il timone del Paese, i sindacati “dovranno farsene una ragione”, per citare le parole del Primo Ministro. Se viceversa il governo cadesse, se la piazza, sobillata dai sindacati, facesse la voce grossa, potremmo in breve tempo tornare al “business as usual”, magari finché non rovini l’intero sistema.
Quante probabilità ha Renzi di riuscire nell’impresa? Il futuro è sempre oscuro. È vero che egli ha la fortuna di un certo vento antisindacale, che nel Paese diviene sempre più percettibile. Ed è soprattutto vero che soltanto un governo di sinistra può fare una riforma nella direzione della ragionevolezza economica, che di solito si attribuisce (come colpa) alla destra. Ma una base allevata a sentire il Parlamento come un intralcio al potere dei soviet degli operai e dei contadini potrebbe dargli qualche dispiacere. Del resto, questa base ha i suoi bravi rappresentanti all’interno dello stesso Pd. È una partita cui val la pena d’assistere, se pure senza farsi troppe illusioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 maggio 2014


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23 aprile 2014
SE SIA GIUSTIFICATO IL PESSIMO PER L'ITALIA

Se fondato, il pessimismo non è un pregiudizio
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Alcuni amici - a proposito della situazione socio-economica italiana e a proposito delle iniziative del nuovo Primo Ministro - mi accusano di un pessimismo talmente radicale da andare oltre “il pessimismo della ragione”. L’accusa è grave. Il pessimismo - che sa tanto di malaugurio - si giustifica se inevitabile, se fondato sui dati di fatto, se frutto della spassionata osservazione della realtà. Se invece supera le indicazioni della ragione, diviene pregiudizio, mania, patologia. E chi vuole essere innanzi tutto razionale deve allarmarsi.
Mentre riconfermo la stima e la gratitudine agli amici che mi hanno criticato, tenterò di esporre le mie ragioni. 
L’ottimismo e il pessimismo non riguardano i dati certi. Se sta piovendo, si può soltanto constatare il fatto. Non c’è modo da essere ottimisti o pessimisti, al riguardo. Di questi atteggiamenti si potrà parlare a partire dal momento in cui si esprimono giudizi sul futuro (“Non smetterà almeno fino a domani”), oppure sul presente ignoto (“Questa pioggia favorisce la produzione agricola”, oppure “Questa pioggia sta danneggiando la produzione agricola”). Anche se la distinzione in fondo può essere superata da questa formulazione, che comprende tutti i casi: “Il pessimismo e l’ottimismo si possono manifestare soltanto rispetto ai dati incerti”.
Forse è stato Bertrand Russell che, tanti anni fa, ha affermato che non sempre si può distinguere nettamente il vero dal falso. Vi sono fra loro almeno altre due categorie: la probabilità del sì e la probabilità del no. E, aggiungiamo, la probabilità va da uno zero che corrisponde al no, ad un cento che corrisponde al sì. Il dato incerto, per sua natura, si pone necessariamente nell’ambito della probabilità.
Se gli esiti possibili sono A e B, e le probabilità dell’uno o dell’altro sono ambedue al 50%, dire che finirà bene o male è del tutto arbitrario. E chi dirà l’una o l’altra cosa, si dimostrerà irrazionalmente ottimista o pessimista. Dunque, fra persone ragionevoli, la discussione non dovrà mai essere sull’atteggiamento pessimista od ottimista dell’interlocutore, ma sulle ragioni di quell’atteggiamento.
Per quanto riguarda la nostra nazione, viviamo una crisi che dura da anni e che, invece di avviarsi a soluzione - come proclamano molti politici, dimostrando un intrepido ottimismo della volontà - va aggravandosi. Naturalmente, come dice un bel proverbio siciliano, “buon tempo e cattivo tempo non durano tutto il tempo”. Dunque una volta o l’altra se ne uscirà. Anche il pessimista riconosce che gli esseri umani muoiono, le nazioni no. O almeno, non nel giro di qualche decennio. Dunque l’Italia si riprenderà, ma dal momento che tutto ciò è posto, dogmaticamente, in un incerto e forse lontano futuro, è inutile occuparsene. Un po’ come non ci occupiamo del fatto che dobbiamo morire, pur essendo ciò assolutamente certo.
Riguardo alla nostra realtà, il nostro atteggiamento dovrà essere ottimista o pessimista secondo le probabilità obiettive di una vigorosa ripresa economica. E qui bisogna notare, melanconicamente, che gli amici che mi accusano di eccessivo pessimismo lo fanno non con argomenti a favore delle probabilità positive, ma, per così dire, con l’argomento che “sarebbe troppo brutto pensare il contrario”. Un po’ come quando vorremmo smentire la diagnosi di cancro per una persona cara. Solo perché ci è cara.
Io vado insistendo sui punti seguenti. Se l’Italia fosse un Paese padrone della propria politica monetaria, e non avesse debiti, saremmo autorizzati a sperare in grandi, positivi cambiamenti. Anche per merito di Matteo Renzi. Purtroppo l’Italia ha un debito pubblico tale che, nel caso di un’improvvisa perdita di fiducia delle Borse, rischierebbe gravissime conseguenze: infatti, non potendo manovrare l’euro a piacimento, non può farvi fronte “stampando moneta”. È inserita nell’eurozona e la situazione è tale che se vi rimane agonizza e se ne esce forse agonizzerà ancora di più. Inoltre ha sottoscritto dei trattati, in materia di spesa pubblica, pareggio di bilancio e rientro dal debito, che ne limitano l’azione quasi alla scelta della squadra da mandare ai campionati di calcio. Come se non bastasse, i parametri economici continuano a peggiorare. 
In conclusione, non sono severo nei confronti  di Renzi, ciò sarebbe il meno: è la situazione che mi rende pessimista. E non serve a niente che qualcuno mi definisca tale, per smentire la tesi. È la tesi stessa, che bisogna smentire. Ricordando che le vaghe speranze non sono seri argomenti. Non serve dire “se il pil aumentasse di tot il rapporto del debito col pil cambierebbe così e così”. Sarebbe come scrivere: “Se non fossimo in crisi non saremmo in crisi”. Chiunque è  autorizzato a credere nei miracoli, purché non definisca chi non ci spera un pessimista radicale. 
Naturalmente la storia va avanti. Ma nel nostro caso potrebbe “andare avanti” più per un cataclisma economico che per volontà di Renzi. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 aprile 2014


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POLITICA
21 aprile 2014
LA CONDANNA DI RENZI
Il Premier ha il vento in poppa, fino a maggio. Ma poi?
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Bisogna resistere alla tentazione di considerare passeggeri e senza importanza i fenomeni che ci sembrano volgari. Quando il destinatario è il popolo, meno raffinato di quel che si potrebbe sperare, le conseguenze possono essere tutt’altro che insignificanti. In fondo è l’errore che commisero le élite tedesche nei confronti di Adolf Hitler. Non bisogna mai dimenticare che un messaggio di speranza, sommario ma chiaro, per il popolo vale più di fondate previsioni pessimistiche. In questo campo i personaggi meritevoli di attenzione sono Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi.
Sul primo si è detto e scritto tanto, che sarebbe una perdita di tempo farlo qui. Basterà ricordare che all’inizio del 1994, sia lui, sia il suo partito furono considerati poco più che dilettanti allo sbaraglio. E invece.
Il secondo personaggio è Grillo. Un comico ben diverso dal Cavaliere, che ha avuto un successo politico inimmaginabile e imprevedibile. Ma mentre Berlusconi aveva un progetto politico, Grillo non è portatore di alcuna ideologia o programma, né in politica né in economia. Insomma è sterilmente antisistema. Essendo prudente, non sapendo quale successo otterrebbe impegnandosi nella pratica e forse prevedendo che essa lo divorerebbe, ha sempre preferito non sottomettersi al controllo della realtà. Ma questa è una via senza sbocco. La protesta è come certe malattie, o se ne muore o se ne guarisce. E infatti il M5S rischia la delusione dell’elettorato. Potrebbe avere un bel successo alle prossime “europee” ma ciò potrebbe non significare molto, per il futuro.
Il caso più interessante è Renzi. L’uomo ha successo. Strappa l’applauso di quelli che lo ascoltano, sia perché è un grande comunicatore, sia perché ciò che dice corrisponde ai pregiudizi della gente. Tutti pensano che i parlamentari fruiscano d’infiniti privilegi e lui gli toglie da sotto il sedere le auto blu. La soddisfazione delle massaie e dei barbieri è tangibile. Mette un tetto alle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici e dei magistrati (se ce la farà), e pure se l’effetto economico è trascurabile, e sull’intero Paese passa il vento di un sospiro di sollievo: finalmente sono colpiti anche loro. Renzi non ha realizzato niente di sostanziale ma è riuscito a dare la sensazione del coraggio nel cambiamento. L’idea dell’abolizione del Senato, e di “senatori” non pagati, ha fatto molto piacere alla gente. Soprattutto si è avuta la sensazione che Renzi non avesse paura nemmeno della Cgil, che è come dire, di un cardinale, che non ha paura del Papa. 
Si narra però che durante la battaglia di Balaclava, mentre la Light Brigade si faceva macellare avanzando intrepida e impettita verso i cannoni russi (la famosa Carica dei Seicento), un generale francese abbia esclamato: “C’est très joli, mais ce n’est pas la guerre”, è molto bello non ma non è la guerra. Nello stesso modo il bagliore delle parole è un fuoco di paglia. La gente intravedrà qualcosa di sostanziale negli ottanta euro mensili che riceveranno alcuni milioni di lavoratori, e tutto ciò potrebbe portare il Pd ad avere un enorme successo alle prossime elezioni europee: ma è da quel momento che nascono la perplessità.
Renzi dovrà continuare a governare. Fino ad oggi si è comportato come un ragazzino che, avuta la sua paghetta settimanale, l’ha interamente spesa la prima sera, e ora il problema sono gli altri sei giorni. Il regalo degli ottanta euro è stato ottenuto raschiando il fondo del barile, con coperture una tantum, incerte o aleatorie. E si è trattato di coprire otto mesi soltanto. Se invece, come dicono, quegli euro dovranno rimanere in busta paga anche in seguito, dove si troverà il denaro? E che ne sarà delle altre mille promesse, riguardanti gli “incapienti”, i pensionati, le famiglie? Di riffa o di raffa esse richiedono tutte del denaro. Che non c’è. Come se non bastasse, attualmente abbiamo un miracoloso spread Btp-Bund intorno ai 160 punti base: ma se esso risalisse, come molti prevedono, aumenterebbero le somme da sborsare per interessi sul debito pubblico, e la situazione di questi giorni, con la disoccupazione stratosferica che abbiamo, potrebbe essere ricordata con rimpianto. Nulla assicura la calma di vento.
La condanna di Renzi è che sarà ancora lì dopo il 25 maggio. Dalla nomina ad oggi la sua immagine è stata sempre in salita, ma con la mancata attuazione delle promesse (non per sua cattiva volontà ma perché impossibili), come reagirà la gente? Si possono ingannare tutti per qualche tempo, non si possono ingannare tutti per sempre. Che avverrà, quando la voce della realtà sarà più forte di quella dell’ex sindaco?
Il pessimismo nei confronti di questo giovane politico non nasce soltanto dal pregiudizio intellettuale nei confronti del suo pressappochismo volontaristico: nasce da una situazione inamovibile, contro cui sarebbero tutti incapaci di vincere, da Berlusconi a Grillo, da Letta a Vendola e perfino da De Gasperi ad Einaudi, se fossero vivi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 aprile 2014


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POLITICA
14 aprile 2014
PERCHÉ IL PD È CONTRO RENZI
Teme un successo alle europee e un disastro alle politiche
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Non si rivela un segreto di Stato, affermando che Matteo Renzi è visto come il fumo negli occhi, in gran parte del Pd. In linea di principio ciò è normale. In ogni gruppo in cui tutti sono animati dall’ambizione non regna certo l’amore. Per un avanzamento tutti sono pronti a fare le scarpe a tutti, e non rifuggono dal tradimento e dal rinnegamento delle promesse. Anche quando hanno detto solennemente “Enrico, stai sereno”. Dunque il moralismo, rispetto agli atteggiamenti riguardanti l’attuale Presidente del Consiglio, è del tutto fuor di luogo. Caso mai, se qualcosa si può notare, è la sfrontatezza della contestazione interna. Dal monolitico Pci, in cui il capo aveva sempre ragione e al bisogno chiedeva ordini a Mosca, si è passati ad un partito che non solo ha una notevole opposizione interna, ma le sue critiche le rende pubbliche e non si preoccupa nemmeno di fingere l’unità d’intenti.
Tutto questo è eccezionale. Abbiamo sotto gli occhi il fenomeno di un generale che capeggia  un esercito che vorrebbe eliminarlo. La sua elezione fa pensare a quelle dell’Impero Romano della decadenza, quando il nuovo autocrate era nominato dai pretoriani, e dopo, l’elezione era ratificata da una larva di Senato. Renzi non è – come sembra – il segretario del Pd, è il risultato delle primarie e della simpatia televisiva che ha saputo suscitare. In un mondo in cui la popolarità è tutto, un giovane capace di farsi capire da chiunque e di far nascere ogni forma di speranza, non può che avere successo. E tuttavia nel Pd si contesta violentemente un segretario che, nel giro di un paio di mesi, ha fatto lievitare le intenzioni di voto a favore del Pd. Ciò merita spiegazione.
I maggiorenti di questo partito sarebbero felici di un successo alle europee, ma sarebbero ancor più felici se questo successo durasse, e si confermasse alle prossime politiche. Perché è in base ad esse, che si ha il potere. E in questo senso Renzi non promette nulla di buono. Già alcuni dei provvedimenti proposti non piacciono, ma anche quelli che potrebbero essere giudicati positivamente inducono a chiedersi: sono realizzabili? E se fossero realizzati, sarebbero utili al partito?
Finché si è trattato di progetti, senza scendere nei particolari – dove si nasconde il diavolo – tutti sono stati pronti ad applaudire. Se si promette lunga vita al maiale e ottime salsicce al suo proprietario, si ha il consenso di ambedue. Ma passando alla realizzazione delle promesse ci si accorge che il nostro è uno Stato ingessato, che non ha capitali da investire né cespiti su cui imporre nuove tasse. Che non è capace di seri tagli, perché il popolo italiano protesterebbe. E che ovviamente non può attingere al debito pubblico il quale fra l’altro, ironicamente, continua lo stesso ad aumentare. Qua non si tratta di essere severi col giovane Primo Ministro, ché anzi il suo atteggiamento ottimistico e sbarazzino ha indotto molta gente ad un’enorme apertura di credito. “Anche a non fare tutto quello che dice, vuoi vedere che magari finalmente qualcosa smuoverà?”. 
Ma il punto è che non basta il consenso, per quadrare il cerchio. I vecchi marpioni del Pd guardano lontano e sanno bene che alle speranze e alle promesse mirabolanti seguono le delusioni che a loro volta inducono al rigetto. Tanto più violentemente quanto più le promesse erano state prese sul serio. Se Mussolini è finito a Piazzale Loreto è anche perché, a parte qualche realizzazione, aveva “rintontonito” l’Italia con vent’anni di demagogia. 
La luna di miele delle speranze è normale che non duri. Il popolo, con buon senso, è disposto ad accontentarsi di qualcosa, ma se non ha niente, o troppo poco, si ha la reazione. Nel Pd temono proprio questo. Il Pci poteva promettere la Luna, e vivere tranquillo, perché non era mai chiamato al governo. Il Pd invece, essendo il Ncd politicamente insignificante, sarà considerato l’unico responsabile dei risultati. E come si difenderà dalla marea di critiche, come arginerà la débâcle dei consensi?
Renzi inoltre è a volte irritante. Si comporta come un dittatore che può imporre la sua volontà a tutti, ma questo potere non l’ha. E nel Pd tengono a ricordarglielo. Ma facciamo l’ipotesi che egli abbia realmente tutti i poteri: questo risolverebbe i suoi problemi? Assolutamente no. Qualunque provvedimento drastico comporta un mare di critiche. Semplicemente perché ogni rimedio ha le sue controindicazioni. Se Renzi velocizzasse la giustizia, si direbbe che essa è meno accurata e le sentenze sono divenute casuali. Se abolisse i mille intralci che paralizzano il lavoro, anche rilanciando la produzione,  si sentirebbe dire (soprattutto da sinistra!) che ha lasciato mano libera ai padroni perché sfruttino a sangue i lavoratori. Se tagliasse le costose pensioni sociali - spesso concesse a chi non vi aveva diritto - gli si direbbe che condanna i più deboli alla morte per fame. Se tagliasse la Sanità, si concluderebbe che “ormai solo i ricchi possono curarsi”. Bisogna proseguire? Se i dittatori governano con la polizia e l’esercito è perché il potere forte scontenta tutti. Anche quando -  può accadere - fa la cosa giusta. 
Questa è una partita che ragionevolmente nessuno può vincere. La nazione è in una situazione impossibile e le è pure impossibile muoversi per uscirne, dal momento che ogni soluzione è vista come anatema. Renzi rischia di concentrare sulla sua testa (e di riflesso sul Pd) le maledizioni di un elettorato gravemente deluso. 
Ecco la differenza di valutazione. Che importa vincere alle europee? Renzi e l’opinione pubblica si occupano del breve termine, il Pd guarda al medio termine: a quelle politiche che rischia di perdere in modo rovinoso. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 aprile 2014


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POLITICA
11 aprile 2014
RENZI E IL TASTO "MUTE"

Dal momento che si possono chiudere gli occhi ma non le orecchie
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Avere un cattivo carattere a volte aiuta a precorrere i sentimenti degli altri. Chi è paziente sopporta ancora una trasmissione televisiva che comincia a mostrare la corda, mentre chi è insofferente è pronto a vedere i difetti di qualunque cosa, si stanca facilmente e cambia canale. Per questo è fra gli antesignani di quelli che poi faranno parlare di “calo degli ascolti”. La sua severità del resto opera in tutte le direzioni. Non reagisce con fastidio soltanto agli show inconsistenti, ma anche a ciò che è ripetitivo, banale, demagogico, o patentemente falso. 
E tuttavia c’è un caso in cui l’insofferenza non permette provvedimenti drastici: il telegiornale. Non si può rinunziare all’informazione. E allora la soluzione diviene un’altra: tenendo conto del fatto che l’intervento dell’ “insopportabile” dura poco, la soluzione è un tasto del telecomando, il “mute”. Il personaggio rimane in video e parla con convinzione, magari altri lo ascoltano devotamente, ma l’insofferente non sente una parola. Anzi, grazie al “mute”, non sente nemmeno un suono: aspetta soltanto che quel tale si tolga di mezzo.
Forse qualcuno ha la curiosità di conoscere la lista dei condannati a recitare la parte dei pesci rossi nel boccale ma purtroppo questi nomi non si possono fare. Si mancherebbe di rispetto ad alcune delle massime autorità e ad alcuni dei più famosi intellettuali, esponendoci così alla fiera disapprovazione dei lettori. Molti di questi sono infatti favorevolmente impressionati dalle parole solenni di certe grandi figure e troverebbero esagerato trattarli da scocciatori, mentre dicono cose bellissime e spesso consolanti. Faremo soltanto un’eccezione alla consegna del silenzio e non perché giudichiamo l’uomo con particolare severità, ma perché non è ancora entrato di diritto nella categoria dei “declassati”, anche se rischia d’entrarci: parliamo di Matteo Renzi. 
Il giovanotto è simpatico e anche bellino, ma in tutte le lingue riguardo a lui si deve esprimere lo stesso concetto: enough is enough, trop c’est trop, demasiado es demasiado, zuviel ist zuviel, il troppo è troppo. Non si può esprimere continuamente un ottimismo panglossiano con lo stile di Münchhausen. Non si può aprire bocca per dare sempre per fatto ciò che non si ancora fatto. Non si può dichiarare disinvoltamente possibile, anzi facile, ciò che le persone di buon senso, anche per amara esperienza, sanno essere impossibile. Alla lunga questa esagerazione è stucchevole. 
Fra l’altro non solo questa tecnica di comunicazione renderà inadeguata e insufficiente qualunque prodezza il governo realizzerà, ma Renzi rischia di somigliare a un caratteristico personaggio dei western di una volta: il bullo che provoca tutti, tanto che lo spettatore aspetta con ansia che il protagonista - mite e schivo - gli dia una storica lezione. Il sentimento comincia ad essere quello. Anche se, a dirla tutta, sulla nostra scena politica questo protagonista, mite e tuttavia capace di grandi cose francamente non si vede. 
L’esagerazione nell’attivismo e nell’ottimismo è irritante. Se qualcuno ci promette intrepidamente la luna, per prima cosa uno si chiede se costui ci creda scemi, poi che cosa creda di ricavare da questa mitologia e infine può essere tentato dal desiderio di vedere l’incauto clamorosamente smentito dalla realtà. Poi però uno pensa che, se Renzi riesce a fare anche una minima parte di ciò che ci fa sperare, sarà sempre grasso che cola e si tende a perdonarlo. 
A perdonarlo sì, ad ascoltarlo no. Non è necessario. Se per lui le parole non hanno peso, figurarsi per noi. Gli diremo infinite volte grazie per quello che farà – se lo farà – ma non per quello che dice. P.G.Battista notava oggi sul “Corriere” che non si parla più delle grandi opere per “l’edilizia scolastica”, semplicemente perché non ci sono i soldi necessari. Come tutti sapevamo già da prima. Ora tutti possiamo gentilmente far finta che non ce ne ricordiamo più; possiamo abbuonare al giovane Primo Ministro l’entusiasmo che lo ha portato a fare promesse che non poteva mantenere, ma sarebbe bene che non perseverasse. Il dito è già sul tasto “mute”.  Presto il brillante ex sindaco potrebbe essere ridotto alle boccacce.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 aprile 2014


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politica interna
7 aprile 2014
LA SINISTRA AMMETTE CHE LA TERRA È TONDA
Ricolfi e Renzi ammettono ciò che si sa da sempre
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Come si fa a parlare e scrivere correttamente la propria lingua? Bisogna andare a scuola, frequentare persone colte, leggere molto, ma soprattutto stare attenti a come ci si esprime e non rassegnarsi mai all’errore. Per esempio, ogni volta che si sente qualcuno parlare di “clima sàlubre” bisogna dirsi mentalmente: “non sàlubre, salùbre”, io dirò “salùbre”. E via dicendo. Soltanto con un’implacabile vigilanza si può evitare di scivolare nell’andazzo comune e commettere errori.
Purtroppo questo non è l’unico campo in cui la trincea deve essere presidiata notte e giorno. È necessario rettificare mentalmente tutti gli errori che sentiamo, anche se li sentiamo migliaia di volte. Uno dei migliori esempi è la Resistenza. Per quanto ci abbiano ripetuto il contrario fino alla nausea, non bisogna accettare che i partigiani si siano dati alla macchia per patriottismo, che abbiano vinto la guerra contro i tedeschi, che abbiano liberato l’Italia e che abbiano creato i valori democratici. Perché in verità si sono dati alla macchia per evitare, con ragione, di essere costretti a combattere una guerra già perduta; ovviamente la guerra contro i tedeschi l’hanno vinta gli inglesi e gli americani, con i loro carri armati ed i loro aeroplani; come truppe di terra hanno avuto più importanza degli italiani i polacchi e i marocchini; i partigiani non hanno affatto liberato l’Italia – semplicemente perché mai avrebbero potuto – e comunque, per finire, essendo spesso comunisti, non hanno introdotto i valori democratici; questi sono stati teorizzati dagli Illuministi francesi e portati in Italia dagli anglosassoni. Per non dire che c’erano già con i Savoia. Ecco, una persona di buon senso può sentirsi ripetere il contrario per (ormai) settant’anni, e ogni volta rispondere mentalmente: “Non è affatto vero”. La Repubblica non è nata dalla Resistenza, ma dalla sconfitta.
In campo economico qualcosa del genere è avvenuto col deficit dello Stato. Quando negli anni Settanta e Ottanta l’Italia spendeva e spandeva, uno si diceva: “Ma così programmano un immane disastro”. E si vedeva dare torto da tutti. Ora il disastro del debito pubblico ci uccide, e quello che allora era evidente soltanto a pochi, che dovevano caparbiamente ripeterselo, è evidente a tutti.  
Infine, quando ormai avevamo perso la speranza, il fenomeno comincia a verificarsi anche in campo politico. Senza essere innamorati di Berlusconi, ci siamo stupiti per molti decenni della paranoia nazionale nata intorno al suo nome. Infatti non è tanto esistito il berlusconismo quanto l’antiberlusconismo. Il primo tendeva soltanto ad arginare la sinistra, il secondo aveva una spinta propulsiva propria, un suo fanatismo incontrastabile che lo faceva somigliare ad una religione. E come una religione era prontissimo a passare oltre la razionalità, pur di non negare la fede. 
Finalmente ecco qualcuno che, da sinistra, osa dire ad alta voce ciò che abbiamo sempre osservato. Scrive Luca  Ricolfi(1) sulla “Stampa”:  “C’erano cose che, specie negli ambienti progressisti, non si potevano dire (e spesso non si osavano neppure pensare), pena l’immediata squalifica”. “Quante volte mi sono sentito dire: ma questo è quel che pensa Berlusconi, se scrivi questo fai il gioco della destra”. Renzi invece “ha capito che oggi si possono dire e fare cose impensabili fino a pochi anni fa (in questo aiutato dall’istinto conformistico dei media)”. “Si possono criticare i sindacati, si possono stigmatizzare i disoccupati che cumulano sussidio e lavoro nero, si può tagliare la spesa pubblica per ridurre le tasse, si può parlare di flessibilità sul mercato del lavoro, si può criticare la magistratura, si può dare dei «professoroni» ai vati della cultura progressista. E infine, eresia massima: si può essere d’accordo con Berlusconi su alcune cose”. Mentre per decenni si è stati disposti a dire che la Terra era cubica, se lui avesse detto che era tonda. “Con Renzi viene finalmente al pettine il nodo del conservatorismo italiano”, “che ha bloccato il paese sia sul terreno delle regole sia su quello delle grandi riforme economico-sociali”.
Riguardo all’influenza negativa dei “professoroni”- cui Renzi finalmente si ribella - Ricolfi nota giustamente che più di essa è stata ed è importante “Una élite progressista fatta di professori, scrittori, magistrati, registi, artisti, comici, attori, giornalisti, intimamente convinti della propria superiorità morale e civile” che ha il dovere di “insegnare al paese come vivere e che cosa pensare”. Una élite che “ha finito per inchiodare la sinistra ai suoi miti e ai suoi riti, con un danno incalcolabile per il paese non meno che per la sinistra stessa”. E allora abbiamo fatto bene a stupirci e indignarci, per decenni, per questo fanatismo miope e presuntuoso.
Ma niente indica che questo ripensamento sia irreversibile. Bisognerà continuare a pensare con la propria testa. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 aprile 2014
(1) http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=4


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POLITICA
2 aprile 2014
RENZI, UOMO DEL PASSATO
Questo giovane non somiglia ai contemporanei
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Per moltissimi Matteo Renzi rappresenta il nuovo. E ci sono buone ragioni, perché lo si pensi. È un politico di prima grandezza e non ha i soliti cinquanta-sessant’anni; è di sinistra ma osa parlare con la destra e perfino con l’arcidiavolo Berlusconi, dicendone bene e dichiarandolo affidabile; appartiene al Pd e non è spaventato dai sindacati e neppure dalla Cgil. Come dire che non teme nemmeno lo sguardo della Medusa. Insomma qualcuno potrebbe dire che “più nuovo di così si muore”. E invece.
Probabilmente come conseguenza della straordinariamente lunga pace europea – dura da quasi settant’anni – siamo abituati a vedere i politici come signori placidi, riflessivi ed anziani. Conservatori anche quando - per non dire “soprattutto” - chiamano sé stessi progressisti. Le nostre mete sono prosaiche e triviali, anche se oggi si usa l’aggettivo “economiche”. La nostra mentalità è tutt’altro che avventurosa e siamo tendenzialmente dei posapiano. Del resto abbiamo ottime ragioni, per questo. La prima metà del Novecento ce ne ha fornita tanta, di “avventura”, da dare a tutti il desiderio di non correre nessun genere di rischi. Un po’ come le orribili guerre di religione del Cinquecento dettero al nostro Continente una diffusa voglia di pace e stabilità. 
Quale che sia la causa, è sicuro che l’età moderna è un’età gerontocratica dominata da una folla di miti borghesi. Perfino quando si fanno delle guerre – basti pensare alla Seconda Guerra del Golfo – si pretende che non muoia nessuno dei nostri. In questo campo gli americani dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno anche avuto la lezione del Vietnam, e oggi preferiscono gli aerei da guerra senza pilota, i famosi droni: e spediscono la morte come un’e-mail. Attenzione, non è che si voglia biasimare tutto ciò, né parlando degli americani né parlando di noi: questo immenso rispetto per la vita umana rappresenta sicuramente un progresso, rispetto al passato. Ma ciò non impedisce che la nostra sia una società di vecchi più preoccupati della prostata che della conquista della gloria.
Il passato invece è pieno di grandi uomini che sono stati tali ad un’età in cui oggi si è ancora chiamati “ragazzi”. Oggi essi spesso non si sono ancora sposati, non hanno avuto figli e non hanno ottenuto il lavoro definitivo. Ottaviano invece divenne il padrone di Roma con la battaglia di Azio, quando aveva trentadue anni. Più o meno l’età che aveva Napoleone quando guidava quella campagna d’Italia che gli avrebbe aperto le porte del potere. Mussolini guidò la marcia su Roma a 39 anni, la stessa età di Renzi. Per non parlare di Alessandro, che la sua avventura politica e militare non la cominciò a 33 anni, ma a quell’età la concluse, con la morte.
L’uomo che fa la storia non è un campione di riflessione. Non è un professore di diritto costituzionale o di tattica militare. È uno che intuisce l’azione da intraprendere più di quanto non la studi. Uno che, più che soppesare tutte le scelte, si butta. Soprattutto è qualcuno che, pur comprendendo che quanto ha deciso potrebbe incontrare parecchie obiezioni, magari fondate, tira diritto e proprio perché non esita vince. Berlusconi, che pure è stato visto come un innovatore, non ha mai avuto il coraggio di dire, come ha fatto Renzi, che lui può fallire e andare a casa, ma con lui andranno a casa tutti gli altri, anche quelli che, accigliati, gli rivedono le bucce. Ecco perché, se continua a comportarsi come ha fatto fino ad ora, il sindaco è un uomo del passato. Cioè un grande. Infatti, se riuscirà, lascerà dietro di sé una traccia ben più visibile di quella di tanti altri. 
Purtroppo c’è quel “se”. Finché l’azzardo paga, si grida al genio. Se poi si incappa in Waterloo, tutti sono capaci di annunciarci che quella fine era prevedibile e inevitabile. Proprio per questo avremmo tanto voluto che Matteo non esagerasse, con la sua giovanile baldanza. Bastava che promettesse la metà di ciò che ha promesso, e bastava che ne realizzasse un quarto, per gridare al miracolo. Invece osa forse più di quell’Alessandro sulla cui salute mentale, mentre non aveva ancora raggiunto i trentatré anni, nessuno avrebbe giurato.
Si ha dunque ogni ragione di essere pessimisti, sull’esito finale. Ma è bello rendere a Renzi, già da oggi, l’onore delle armi. È comportandosi come lui che si fa la storia. Che poi il risultato finale sia gloriosissimo, come avvenne ad Augusto, o tristissimo, come fu per Napoleone, dipenderà dalla sua saggezza e, direbbe Machiavelli, dalla Fortuna. Una dea che non regala biglietti vincenti a nessuno.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 aprile 2014


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POLITICA
31 marzo 2014
SHOW DOWN
I rilanci sono finiti, ora "si vede"
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Nel corso dei decenni abbiamo sempre visto un Primo Ministro privo di veri poteri destreggiarsi per tenere insieme la maggioranza e fornire una parvenza di giustificazione per avere tradito le più semplici aspettative dei suoi elettori. In proposito ricordiamo come due eroi della guerra di trincea Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Oggi purtroppo dobbiamo inserire nella lista anche Matteo Renzi. Già nel breve tempo in cui è stato a Palazzo Chigi ha dovuto più volte modificare la rotta e fare ardite piroette per sopravvivere. Ha stabilito scadenze impossibili per le riforme (“una al mese!”) che ovviamente non potevano essere rispettate e si è dovuto contorcere per farle dimenticare. Ma questo non è stato difficilissimo, perché, tanto, nessuno le aveva prese sul serio. Più grave è stato il cedimento al Nuovo Centro Destra quando, per concedere il proprio appoggio alla formazione del governo, esso ha preteso che l’iter della nuova legge elettorale (che rischia di spazzarlo via) fosse cronologicamente subordinato all’approvazione della riforma costituzionale riguardante il Senato e il Titolo V della Costituzione. Renzi ha disinvoltamente ceduto su questo punto e ovviamente Silvio Berlusconi e il suo partito hanno capito che il Ncd ha così ottenuto una scadenza lontanissima, per la legge elettorale. Ammesso che un giorno la si approvi. E infatti Forza Italia è ora disposta, all’occasione, a far cadere questo governo senza troppi rimpianti. Salvo sorprese, Renzi non è più un alleato. Neppure per la legge elettorale. 
Ma qui si inserisce una notevole possibilità. Se – come molti dicono – Renzi è un giocatore di poker, potrebbe aver fatto un calcolo diverso. Riprendiamo la partita dall’inizio. Angelino Alfano dice: “O questo iter cronologico o non vi permettiamo di formare il nuovo governo”. E Renzi ora potrebbe rispondere: “O accettate questo immodificabile disegno di legge per la soppressione del bicameralismo perfetto, o fate cadere il governo e andate a casa subito. Poi vedremo se gli elettori vi premieranno”. Se così fosse, i dirigenti del Ncd avrebbero molto su cui riflettere. È vero che, se si andasse a votare con la legge proporzionale attuale, essi non sparirebbero. Infatti, anche con l’1% dei suffragi, entrerebbero in Parlamento. Ma quanto gli costerebbe la “colpa” di aver fatto cadere un governo che ha il favore degli elettori, quanto meno come speranza che “qualcosa cambi”? 
E tuttavia, se accettassero il ricatto di Renzi, votando la riforma del Senato e subito dopo la nuova legge elettorale, rimarrebbero al governo per qualche mese ancora, ma non avrebbero più la golden share. Renzi potrebbe in qualunque momento congedarli ed andare a nuove elezioni, con una legge che lo favorisce nettamente mentre quasi condanna il Ncd.
Fra tutte queste mosse e contromosse scacchistiche – incluso lo scacco matto – non si è fino ad ora citato un elemento che gli anglofoni chiamano guts (intestini) e noi chiamiamo in un modo più volgare. Per giocare questa partita bisogna avere la forza di correre dei rischi, di “tirare le cuoia” piuttosto che “tirare a campare”. E questo carattere è così lontano dall’esperienza italiana che c’è da temere il peggio. In nome dell’interesse momentaneo tutti gli attori della commedia sono capaci di rinunciare a una buona parte di ciò che hanno sempre affermato come immodificabile e irrinunciabile. Un fulgido esempio di tutto ciò l’abbiamo avuto con il governo Monti, al momento della Riforma Fornero. Si era proclamato che si sarebbe modificato l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori checché ne dicessero i sindacati, contro venti e maree, e poi si è abbassata la testa per non correre rischi. E dire che quello era un governo sostenuto dalla sinistra, dalla destra e dall’opinione pubblica. Fu in quel momento che molti dissero: “Allora non c’è speranza”.
Matteo Renzi ha fatto di tutto per apparire come “uomo di un’altra pasta” e questo è il momento di dimostrarlo: l’economia internazionale gli sta facendo il favore di lasciargli giocare questa partita senza interferire e l’opinione pubblica nazionale gli ha concesso una enorme apertura di credito. Se riesce a vincere questa partita, dominerà la maggioranza, toglierà il pungiglione al Ncd, ritroverà l’alleato Berlusconi (che vedrà mantenuto il patto stretto prima ancora che si formasse il governo) e dominerà il suo partito, costretto a seguirlo come un cane riottoso al guinzaglio. I vantaggi sono enormi, e i rischi, anch’essi enormi, dovrebbero tuttavia essere stati già accettati. Cento volte il giovane sindaco ha detto che lui “ci mette la faccia”, che “o riesce o va a casa”, che “si gioca l’osso del collo”. Ora dovrebbe soltanto essere coerente con sé stesso. Ma di questa coerenza abbiamo perso l’abitudine e ci è rimasta soltanto la curiosità di vedere come andrà a finire.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 marzo 2014

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