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16 settembre 2011
L'ODIO PER (IL CANONE DEL)LA RAI

Secondo un sondaggio dell’Ifel in collaborazione con Swg (1), interrogando ottomila persone si è visto che la tassa più odiata è il canone della televisione (45%). La tassa di possesso del veicolo è al secondo posto, molto distanziata, col 14,2. Qualcuno si stupisce del fatto che questi tributi siano più impopolari di tasse come l’Iva (9,1%), l’Irpef (7,5%) o quelle comunali sugli immobili (6,4%). Viene pure segnalato con meraviglia che due terzi degli interrogati dichiarano che tasse e imposte sono ”un dovere civico” (31,6%) o “uno strumento che garantisce servizi a tutti i cittadini (33,4%) per un totale del 65%. E invece, se c’è da stupirsi, è di quel terzo di imbecilli che non vedono il dovere civico di pagare le tasse o non ne capiscono la funzione. Costoro non si rendono conto che se la strada che percorrono la sera tornando a casa è asfaltata e illuminata, non è perché se ne sia occupato il buon Dio: se ne è occupato lo Stato, con i soldi delle tasse e delle imposte. Nessuna persona ragionevole può essere “contro le tasse”: il problema riguarda soltanto quali tasse, per quale importo e con quali modalità di riscossione.

Sospettiamo che se un terzo degli italiani rifiuta in toto il dovere civico di contribuire alle spese della collettività, le domande siano formulate in modo tale da permettere alla gente di “mandare al diavolo lo Stato percettore di imposte”. La relativa benevolenza con cui gli intervistati trattano imposte comunali, Irpef e Iva dimostra appunto che essi riconoscono il dovere di fornire allo Stato i mezzi per erogare i suoi servizi. E dunque vale la pena di occuparsi soltanto delle distinzioni fra le singole voci.

Nel caso della tassa sull’automobile, il tributo è pesante e per giunta non è proporzionale né all’età del veicolo né ai chilometri percorsi. Tant’è vero che qualcuno ha parlato di abolire la tassa e trasferirne l’importo sui carburanti, in modo che si paghi in proporzione al consumo. Il balzello suscita proteste intime in tutti coloro che si vedono richiedere denaro indiscriminatamente, per uno strumento che deve usare per necessità. Un po’ è come se si tassassero le scarpe. Senza dire che alcuni poveri hanno automobili di media cilindrata proprio perché costano meno di seconda mano.

Ancor più chiara è la ragione dell’avversione alla tassa sul televisore e del suo primato negativo. Nel caso dell’automobile, lo Stato può almeno rispondere sottolineando le spese per strade, ponti, semafori, vigili urbani, polizia stradale, e tutto ciò che serve alla circolazione. Nel caso del televisore, lo Stato non ci mette niente: l’etere non gli costa nulla e solo i programmi trasmessi potrebbero essere oggetto di un “abbonamento”, come pudicamente si chiama ancora quella tassa: ma anche il più stupido dei cittadini si accorge dell’imbroglio. La Rai fornisce a pagamento un servizio che altre televisioni forniscono gratuitamente e non per questo si astiene dalla pubblicità che tiene in vita le altre emittenti. Infine i suoi programmi sono spesso faziosi – in netto contrasto con la sua asserita natura di “servizio pubblico” – sicché molti alla fine sono furenti: “E io devo pagare una tassa per sentirmi insultare a domicilio, politicamente?” Infatti Mediaset, che non si può permettere di irritare gli spettatori, è molto meno berlusconiana di quanto la Rai sia antiberlusconiana.

Gli italiani considerano il canone un autentico sopruso che trova la sua ragion d’essere nel mantenimento di quel carrozzone sprecone e inefficiente che è la Rai. Una televisione che fornisce ai politici un mezzo per rivolgersi ai cittadini e condizionarne le opinioni.

La protesta contro il canone Rai è sacrosanta. È vero che lo Stato non è in grado di mandare a spasso metà degli impiegati della televisione pubblica (come sarebbe possibile, senza intaccare la funzionalità dell’impresa), e neppure di privatizzare questo letargico mammut, ma potrebbe, senza perderci, quanto meno dimezzare il canone: basterebbe inserirlo nella bolletta dell’elettricità. Si otterrebbero i seguenti risultati: tutti pagherebbero la tassa, quelli che già la pagano pagherebbero di meno e finirebbe l’ipocrisia dell’ “abbonamento”.

Non è lecito nutrire nessuna speranza. Il governo è incapace di fare qualunque cosa, perché c’è sempre qualcuno che glielo impedisce. Inoltre, se una riforma del genere la facesse Berlusconi, tutti direbbero che l’ha fatta per favorire Mediaset e far pagare il canone anche a quei benemeriti contadini siciliani o quei poveri montanari calabresi che giustamente se ne erano auto-esentati.

Questa è l’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

16 settembre 2011

(1)http://www.corriere.it/economia/11_settembre_14/le-tasse-piu-odiate-il-canone-rai-in-testa-alla-lista-sergio-rizzo_070403ce-de94-11e0-ab94-411420a89985_print.html

 

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10 giugno 2011
SANTORO ADORA IL DIO DENARO
Avevo un amico allergico alla retorica e con un forte senso del reale che una volta si trovò a discutere con un tale il quale, ad ogni piè sospinto, ripeteva: “Non è per i soldi, è per il principio”. E lui gli lanciò: “Senta, le do ragione sul principio e lei mi dà i soldi, d’accordo?” Ma l’altro era un uomo da nulla.
Ci sono “mosse” che fanno fare bella figura ma hanno un prezzo altissimo. Un prezzo che bisogna essere disposti a pagare. Le dimissioni per indignazione, per esempio. Se si danno, non bisogna contare sul loro rigetto. E se vengono accettate bisogna rinunziare definitivamente e senza recriminazioni al posto precedente. Enrico Mentana si dimise da direttore del Tg5 perché non gli concessero una serata speciale su un avvenimento d’attualità e fu molto sorpreso quando le dimissioni furono seriamente accettate. Tanto che prima protestò, poi mise in giro la leggenda, tutt’ora viva, che l’avevano licenziato, infine minacciò di far causa per avere il suo vecchio posto. Deprimente. Ha detto Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui”. Analogamente, se si fa la grande mossa, o ci si comporta da eroi, dopo, o non si è nemmeno normali galantuomini. Mentana ormai potrebbe conquistare il Vello d’Oro, quell’episodio lo qualificherà per sempre.
Queste considerazioni tornano in mente leggendo dell’addio di Michele Santoro, in televisione. Ecco la frase fondamentale: “Se il Cda della Rai lo volesse, la prossima stagione io potrei continuare a fare questa trasmissione per un solo euro a puntata”. E il mio amico realista direbbe che il Cda della Rai dovrebbe raccogliere subito il guanto di sfida. Dovrebbe pubblicare oggi stesso un comunicato nel quale si dice che si accoglie la proposta. Santoro è atteso in Rai per firmare il contratto, che sarà uguale al precedente, salvo che per il quantum del consenso. Vorremmo proprio vederlo, il caro Michele, che va a lavorare per un euro a puntata. Anche se, con i circa quattro miliardi e mezzo di lire che la Rai gli ha pagato purché se ne andasse, può lavorare gratis per il resto della sua vita. Ed anche della prossima, se per caso rinasce.
Santoro è un demagogo della specie più smaccata. È capace di dire: “Io non voglio più essere in onda perché lo decidono i giudici” come se i magistrati lo avessero obbligato, mentre è lui che ha fatto di tutto, in primo grado e in appello, perché il magistrato del lavoro obbligasse la Rai a riprenderlo e a mandarlo in onda in prima serata. E soprattutto, se andare in onda per via di sentenza gli fa schifo, perché l’ha fatto, fino ad ora? O per caso questo modo di andare in onda gli fa schifo se confrontato con i due milioni e trecentomila euro che gli ha offerto la Rai?
La realtà è che si attendeva e si attende a giorni la sentenza della Cassazione su questa vicenda di lavoro e ciò significa – con le sentenze dei magistrati non si sa mai – che Santoro rischiava di  essere estromesso dalla Rai senza un soldo. Dunque ha scelto il molto denaro subito, rinunciando ad Annozero, piuttosto di rischiare tutto pur di rimanere in Rai ed assicurare il servizio ai suoi devoti. Altro che puntate ad un euro l’una! Questo è il comportamento, lecito, di chi pone il denaro al di sopra di tutto. Di qualcuno che per non rischiarlo rinuncia a qualunque cosa: e noi non lo criticheremmo, se solo non osasse infliggere al prossimo la retorica del padre ferroviere, la stanchezza del combattente che non ce la fa più a “resistere, resistere, resistere”, e via dicendo. Santoro ha fatto i suoi interessi, come quando ha brigato un’elezione a deputato europeo solo per la paga, non andando praticamente mai a Bruxelles. E fa i suoi interessi oggi. Non si atteggi dunque a predicatore, nel momento in cui il suo comportamento è più eloquente delle sue parole.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
10 giugno 2011
P.S. Questo articolo merita un P.S. Paolo Garimberti (Direttore della Rai, di sinistra, ex di “la Repubblica”), rispondendo alla proposta di Michele Santoro di lavorare per un euro a puntata ha affernato: “Santoro è uomo Rai e conosce le procedure faccia un progetto e lo presenti al direttore generale, è lei che decide”. Ha anche aggiunto: “Santoro è una star e non può essere retribuito con 1 euro. Il suo contratto va valutato secondo il mercato. Non scherziamo sul lavoro”, ha anche specificato Garimberti, invitando il giornalista a non essere demagogico. Poi il Direttore ha anche criticato l’uso delle telecamere del servizio pubblico per parlare dei propri contratti, “non lo condivido, è fuori regola”. E non gli è bastato. Infatti ha aggiunto velenosamente: “Ora ho capito - ha aggiunto Garimberti - perché ha annullato la conferenza stampa, lì avrebbe avuto un manipolo dei giornalisti, ieri ha parlato ad otto milioni di persone. Io, essendo il presidente della Rai, mi devo accontentare di una conferenza stampa”.
Personalmente bado alla sostanza e secondo me Garimberti, benché chiaramente irritato con Santoro, e benché gli abbia rinviato la sfida (“faccia un progetto e lo presenti”), non è un grande avvocato della propria tesi. Avrebbe dovuto dire seccamente: “Venga a firmare”. Poi avremmo visto.
L’invito a non essere demagogico è nulla in confronto all’invito a firmare un contratto per un euro a puntata. Ma Garimberti non ha preso Santoro sul serio. E ha fatto male. Lui, da giornalista e uomo Rai, sa benissimo che quella del caro Michele era vuota demagogia, ma lo sanno i devoti del Grande Conduttore?




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POLITICA
1 ottobre 2009
BERLUSCONI E LA RAI

Per anni ed anni si è parlato di conflitto d’interessi di Berlusconi, fino ad arrivare alla nausea. E tuttavia non si è mai fornito un esempio concreto: ora finalmente l’abbiamo.
Il “Giornale” e “Libero” si battono per l’abolizione del canone Rai ed hanno il sostegno di moltissimi italiani: o perché disgustati dalla politica di sinistra dell’emittente pubblica; o perché il canone costituisce una spesa, o – aggiungiamo noi - perché esso viola l’art.3 della Costituzione. Il canone infatti è pagato solo da quei cittadini che hanno avuto l’ingenuità di sottoscrivere un contratto con la Rai mentre gli altri (molti milioni) non pagano e la loro salute non ne risente. Una tassa evasa da almeno il 30% dei cittadini è una tassa anticostituzionale: o la si abolisce o la si riscuote da tutti.
Questa campagna, visti i protagonisti, è evidentemente “di destra”. Dunque, se il governo Berlusconi abolisse il canone e imponesse alla Rai di vivere solo di pubblicità, tutti i giornali vedrebbero in questo lo scontro finale fra Berlusconi e la Rai. Si direbbe che questa è stata privata dei mezzi di sussistenza, che dovrebbe licenziare migliaia di giornalisti, si declamerebbero tutte le giaculatorie sulla libertà di stampa violata, sulla vendetta del Cavaliere, sulla democrazia in pericolo, anzi morta, e via dicendo. È inimmaginabile ciò che direbbe la sinistra e ciò che scriverebbero i giornali. Solo Santoro non avrebbe diritto di lamentarsi, dal momento che il suo programma, sostiene, rende in pubblicità più di quanto costi: ma si lamenterebbe anche lui.
E allora è giusto, almeno per la sinistra, che il governo non privatizzi la Rai? No.
Infatti la rassegna stampa di Radioradicale (30.09.09) riferendo quanto scrive Gianmaria Pica sul “Riformista” (in un articolo dal titolo “Perché Mediaset non vuole abolire la tassa sulla Rai”)  si dimostra molto più acuta. Per l’abolizione del canone, ha detto Massimo Bordin, “l’interesse di Berlusconi e quindi (si noti il “quindi”) del governo muove in tutt’altra direzione”. Col provvedimento si danneggerebbe “il delicato asse pubblicitario fra Cologno Monzese e Viale Mazzini”. Infatti esiste un duopolio  fra Rai e Mediaset (secondo Bordin La 7 non trasmette pubblicità) e se si togliesse il canone, bisognerebbe anche togliere il “tetto pubblicitario” alla Rai: essa avrebbe dunque più pubblicità, la sottrarrebbe a Mediaset e Berlusconi ci perderebbe. Per questo non abolisce il canone.
Se Berlusconi abolisce il canone, lo fa in odio alla libertà di stampa; se non lo abolisce, favorisce i propri interessi. Molti italiani preferirebbero risparmiare oltre cento euro l’anno, ma poi denuncerebbero il Premier per l’attentato alla Rai, molti altri preferirebbero pagare il canone (o, almeno, che lo paghino quelli che lo pagano) pur di avere la Rai com’è, ma anche loro poi denuncerebbero Berlusconi, perché così ci guadagna. Un solo punto metterebbe d’accordo tutti: quell’uomo ha un conflitto d’interessi qualunque cosa faccia o non faccia. L’unica soluzione sarebbe ucciderlo.
Questo modo di risolvere il problema, che pure incontra qualche difficoltà tecnica per il poco patriottico disaccordo dell’interessato, purtroppo non è sufficiente. Come potremmo essere sicuri che il nuovo Primo Ministro non avrebbe analogo interesse? Basterebbe fosse azionista di Mediaset. E comunque il problema si porrebbe per qualunque provvedimento. Quando in Italia fu reso obbligatorio l’ uso del casco in motocicletta moltissimi dissero che quella legge era stata votata per far guadagnare i fabbricanti di caschi. E se il Cavaliere di turno avesse un interesse in una di queste fabbriche? E se l’avesse, solo per questo i motociclisti dovrebbero morire più spesso?
Le leggi riguardano tutti e tutti ne ricavano effetti positivi o negativi. Dal barbone al Primo Ministro. Inoltre, se alcuni interessi sono evidenti (Montezemolo e la Fiat), i più sono nascosti: se il governo abolisse la tassa del 12,50% sui titoli di Stato, cosa che farebbe piacere a milioni di risparmiatori, come sapere se il Primo Ministro e gli altri membri del consiglio non ne posseggono per somme ingentissime?
Questo argomento è sempre stato noioso e ozioso: e lo è ancora oggi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 settembre 2009

POLITICA
10 agosto 2009
LA DISINFORMAZIONE TELEVISIVA

I telegiornali devono informare il grande pubblico ma non è un compito facile. Poniamo sia il giorno in cui moltissimi partono per le vacanze e si verifica un grande ingorgo su un’autostrada. Già se i telegiornali si limitassero a dire “s’è formata una coda di cinque chilometri”, cioè se fornissero il dato nudo e crudo, non darebbero un’informazione sufficiente. La gente vuole anche sapere se c’è un colpevole. E non è lo stesso se quest’anno la coda è stata di cinque chilometri e l’anno scorso la coda è stata di tre o di nove chilometri: nel primo caso significherebbe che la presente amministrazione sta peggiorando la situazione, nel secondo che – stante l’inevitabilità del sovraccarico di traffico – l’amministrazione ha comunque fatto il possibile e c’è qualche speranza per il futuro.
Un secondo esempio: se prima per andare dal punto A al punto B non c’era un’autostrada, tutti si mettevano in cerca di un percorso e alla fine magari intasavano cinque o sei strade diverse, creando il caos in un’intera porzione del territorio. Se poi si è creata un’autostrada che di solito rende quel percorso facilissimo, è ovvio che, nel momento del traffico eccezionale, essa si riveli insufficiente. I telegiornali in questo caso, invece di dare la colpa all’autostrada, potrebbero almeno dire che prima andava male sempre mentre ora si tratta di un traffico eccezionale. In questi casi essi invece si esprimono come se, solo per il traffico di un giorno o due l’anno, si sarebbe dovuta costruire un’autostrada a cinque corsie.
Fanno anche di peggio. Se si ispirano ai partiti di governo, invece di parlare di eventuali insufficienze del sistema viario, sottolineano l’imprevidenza degli estivanti che, malgrado i mille avvertimenti dell’Autorità, sono partiti tutti insieme nello stesso momento. È vero che in questi casi non c’è rete stradale che tenga ma essi mostrano il fortunato che, essendo partito alle cinque e mezza del mattino, ha trovato un traffico “pesante ma in totale veloce”, come dice sorridendo. Un altro che, pure fermo sotto il sole, dice sereno che “bisogna pagare un prezzo, a volte, per andare al mare”. Infine mostrano dei volontari che offrono bottiglie d’acqua minerale ai forzati dell’asfalto. Per infine concludere che, a giudicare da questi milioni di persone che vanno a godersi le ferie, non si direbbe proprio che ci sia una crisi.
Se invece si ispirano ai partiti d’opposizione, intervistano un signore che sbraita: “È un’indecenza, è l’autostrada che dovrebbe pagare me, se mi obbliga a rimanere fermo per ore sotto il sole d’agosto, in un’auto arroventata!”; oppure la signora con in braccio il bambino piccolo che piange: “Magari per il caldo, signora?” “E certo, per il caldo! Speriamo che non si senta male”. “Lei da quanto tempo è in viaggio?” “Siamo partiti da Milano alle sette ed ora siamo qui – da quanto tempo, Maria? – da un’ora e cinquanta. E chissà quando ci muoveremo. È uno schifo”.
Le interviste dei telegiornali sono quanto di più mistificatorio si possa immaginare. Esse attuano la massima disinformazione: basta infatti scegliere artatamente quelle in linea con ciò che il tg vorrebbe dire, che sia la verità o no. A questo punto uno sogna di vietarle, le interviste; di creare telegiornali di Stato; di multare i giornalisti; di fare follie.
Una televisione sciocca e faziosa è il prezzo che non si può non pagare alla democrazia. Questa, malgrado i suoi difetti, rimane il miglior regime possibile e noi stessi saremmo pronti a batterci per la libertà di parola e di opinione: tuttavia sarebbe bello se almeno la Rai, ogni tanto, si ricordasse di essere servizio pubblico. Se facesse qualche programma che, con esempi suggestivi, insegnasse alla gente a diffidare del piccolo schermo. O che magari, usando bastone e carota, insegnasse ai propri giornalisti che l’informazione non è la battaglia politica proseguita con altri mezzi.
Ma non c’è speranza. I giornalisti non sono soltanto faziosi, sono anche pigri intellettualmente. Non hanno vergogna di parlare per la millesima volta di “spiagge prese d’assalto” e di “alberghi che registrano il tutto esaurito” e tutto l’anno si lasciano andare ad usare il simil-inglese del racchett, dell’autoriti, del puscer, dello stolching, del chiller che è sparito facendo perdere le tracce (di chi?), o un gergo della malavita ripetitivo e stucchevole a base di morti ammazzati e di delinquenti incastrati che poi cantano dinanzi al giudice. Una povertà linguistica e lessicale che accoppia il massimo di snobismo col minimo di conoscenza delle lingue straniere. E dell’italiano che ne fa parte.
Forse simili giornalisti non sono neppure scorretti: sono semplicemente inadeguati.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 agosto 2009
P.S. In questo periodo ho reso più rari gli articoli perché la maggior parte degli amici è in ferie. Il dialogo ridiverrà intenso a fine mese.

POLITICA
30 luglio 2009
SUGGESTIONI TELEVISIVE
SUGGESTIONI TELEVISIVE

L’influenza della televisione è molto grande nei campi in cui la gente abbassa la guardia. Se i telegiornali cantano dalla mattina alla sera le lodi del governo, o passano il tempo a denunciarne le magagne, non per questo i telespettatori si convinceranno delle tesi dei giornalisti: è un campo in cui tutti sospettano la faziosità e nessuno crede a tutto quello che sente. Al contrario la televisione è irresistibile come modello per l’arredamento, le pettinature, i divertimenti, il comportamento sociale. Nessuno pensa di doversi difendere dai vizi di pronuncia, dagli errori di italiano, dalla sciatteria mentale che fluiscono dal piccolo schermo. Nell’uomo il principale organo di relazione con la realtà non è il cervello, sono gli occhi: e la televisione proprio agli occhi si rivolge. Essa non incide molto in campo intellettuale – e per questo le trasmissioni di Piero Angela non indurranno mai i telespettatori a rinunciare all’oroscopo – mentre è fin troppo efficace nel campo della suggestione. E tanto più convince quanto meno predica. Se si presenta Tremonti come un superministro, c’è ancora gente che lo reputa un incompetente nocivo. Se invece in una telenovela Kevin ama Samantha, ci saranno genitori, a Caltanissetta o a Portogruaro, che invece di chiamare i figli Giorgio e Luisa li chiameranno Kevin e Samantha.

La televisione pesa poi molto diversamente secondo che si tratti di un individuo o di un partito. In anni molto lontani (è morto nel 1979)  ci fu un ministro – si chiamava Giuseppe Lupis - il quale, soprattutto da anziano, era purtroppo molto brutto. Se si fosse dovuto servire della televisione, per fare politica, non sarebbe potuto diventare nemmeno assessore a Bagnara Calabra. Kennedy invece ha battuto Nixon perché era biondo, di bell’aspetto, ed aveva un naso molto più regolare del suo concorrente. Lo stesso Obama è stato eletto sulla base del suo modo suggestivo di predicare e di promettere la luna (ma vagamente, senza specificare).

I partiti invece, mancando necessariamente del carisma che può avere una persona, beneficiano meno del vantaggio del piccolo schermo. Le idee non sono ciò che la televisione può comunicare meglio: la politica e l’economia, per il grande pubblico, rimangono astratte. E poiché, al contrario degli amori di Kevin e Samantha, influenzano la vita di tutti i giorni con le tasse, i servizi, la sicurezza, è alla fine sulla base di queste cose che la gente le giudica. La suggestione, in questo campo, vale solo per i fanatici.

Le emittenti private, in teoria assolutamente libere,  sono costrette a tenersi lontane dalla faziosità. Una linea pesantemente berlusconiana – o antiberlusconiana – disgusterebbero parecchi spettatori e farebbe perdere audience. Il che non sarebbe grave se non diminuissero anche i ricavi della pubblicità. Emilio Fede, caso unico, rappresenta una nicchia e non rimane in onda per tutta una prima serata. Faziose possono al contrario essere le reti della Rai (che in teoria non sarebbero libere di schierarsi politicamente) perché la Rai vive anche di canone. Essa può dunque permettersi un interminabile spettacolo come quello di Michele Santoro: anche se non è detto che sia un vantaggio, per la sinistra. Il tribuno e la sua banda rischiano infatti di convincere chi è già convinto e di urtare parecchi incerti, ottenendo un effetto contrario alle intenzioni.

 Se fosse vero che Berlusconi al potere dispone di 3+3 televisioni, e se fosse vero che le televisioni fanno vincere le elezioni, come fantastica l’opposizione, bisognerebbe poi spiegare come mai il Cavaliere ha perso le elezioni nel 1996 e nel 2006. La verità è che la gente ha più senso critico di quanto non si creda. Il televisore è fondamentalmente un elettrodomestico che produce fiction. Alla fine tra Crozza che imita Brunetta e Brunetta personalmente, si fatica a fare distinzione.

Alle elezioni del 2008, quanto meno a Napoli, la distinzione l’ha fatta la spazzatura.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 luglio 2009

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