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ECONOMIA
22 settembre 2014
IL PIL DELLE PROSTITUTE

Premetto che sono un ignorante, in statistica. Conosco malissimo che cos'è il prodotto interno lordo e come si calcola. E non so molto neppure del recente provvedimento in base al quale si includeranno in esso i ricavi del nero e perfino - se fosse misurabile - della prostituzione. Ragionerò dunque in base ai dati più scarni.
Come definizione di pil si può dare quella corrente: "la produzione di ricchezza nazionale in un anno". E già qui ci sono le prime perplessità. Perché se nel pil si include tutto ciò che spende lo Stato (come attualmente si fa) vi si include fatalmente anche lo spreco: e lo spreco non è creazione, è distruzione di ricchezza. Cosa che va dimostrata.
Lo Stato paga i carabinieri e i carabinieri contribuiscono potentemente ad assicurare l'ordine pubblico. Questo non è uno spreco. Ammettiamo invece che in un dato ufficio ci sia un impiegato in più del giusto (se ne trovano parecchi nell'Amministrazione della Regione Siciliana) in quanto assunto per far piacere ad un onorevole. L'impiegato riceverà uno stipendio (che entrerà nel pil) ma non produrrà nessuna ricchezza in più rispetto a quella che avrebbe prodotto l'ufficio in sua assenza. Qualcuno dirà che il suo stipendio, dal momento che sarà speso, contribuirà a far "girare" l'economia nazionale, ed è vero: ma ciò non toglie che, in cambio di quello stipendio, l'impiegato non dà niente. Dunque è come se lo Stato quella ricchezza (non sua) gliela regalasse. La ricchezza è un bene o un servizio per il quale qualcuno è disposto a dare qualcosa, di solito pagando. Ed è perché nessuno vorrebbe pagare un altro affinché non faccia nulla che il suo "prodotto" non si può chiamare ricchezza. L'impiegato in più è soltanto un consumatore, non un produttore di beni o servizi.
Tuttavia il suo caso può anche servire per dimostrare a contrario la tesi riguardante il nero e in generale l'illecito. 
Se qualcuno offre al mercato un bene per il quale il mercato stesso è disposto a pagare qualcosa, si rientra in pieno nel concetto di prodotto interno lordo. Pensiamo alla droga. Da un lato ci sono dei contadini che producono la materia prima, imprese che la raffinano, contrabbandieri che la trasportano e spacciatori che la vendono. Dall'altro ci sono persone che, per avere quella droga, sono disposte a pagare. E infatti l'acquistano, ricavandone un piacere. Il fatto che tutto ciò sia illegale è indubbio, ma lo schema è quello della creazione di ricchezza. Si è prodotta una merce desiderabile, qualcuno l'ha acquistata e l'ha pagata, permettendo allo spacciatore e a tutta la sua filiera di ricavarne un guadagno. L'economia prescinde dalla moralità o dalla legalità. 
Tra i "servizi" ci sono gli spettacoli artistici. Il principio rimane quello già indicato: il danzatore classico offre lo spettacolo del suo corpo in movimento e ciò dà al pubblico - pagante - un'emozione artistica. E proprio per questo, moralità e legalità a parte, lo schema non è diverso da quello della prostituta. Qui non si tratta di mostrarlo soltanto, il proprio corpo, ma il paradigma è identico: c'è qualcuno che paga per il piacere che qualcun altro offre. Dunque l'inclusione del "nero" e dell'illegale nel prodotto interno lordo è perfettamente logica.
Naturalmente non ogni attività illegale costituisce produzione di ricchezza. Il furto, per esempio, non la crea: si limita a spostarla arbitrariamente da chi la possiede legittimamente a chi gliel'ha tolta senza giustificazione giuridica od economica. E infatti nessuno pagherebbe per subire un furto. Né conta la soddisfazione soggettiva del ladro: manca - come nel caso dell'impiegato inutile - la produzione di ricchezza.
Più sottile e incerto è il caso della corruzione. Qui c'è uno spostamento di ricchezza cui sono interessate ambedue le parti: il corruttore compra infatti il comportamento che il corrotto terrà nel suo interesse. Purtroppo, c'è da temere che si verifichi non produzione, ma distruzione di ricchezza. Se un appaltatore corrompe un funzionario per avere l'incarico di pavimentare una strada, paga una tangente e si rifà eseguendo male il lavoro, corrotto e corruttore ci avranno guadagnato, ma ci avrà perduto lo Stato. L'erario avrà pagato per buono un lavoro fatto male, e la collettività, che di quella strada deve servirsi, avrà presto dei disagi.
I singoli casi in cui l'attività illegale dovrebbe rientrare o no nel prodotto interno lordo possono essere discussi, ma una cosa è certa: la loro inclusione o la loro esclusione dovrà dipendere soltanto dall'essersi o no creata ricchezza, a prescindere dalle considerazioni morali o giuridiche.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 settembre 2014

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permalink | inviato da giannipardo il 22/9/2014 alle 10:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
28 giugno 2009
LA QUERELA FACILE
LA QUERELA FACILE
Un modo per accentuare le dimensioni della propria indignazione è annunciare: “Sporgo querela”. L’ultimo a servirsi di questo strumento è stato D’Alema, contro “il Giornale”.
A questo annuncio naturalmente non corrisponde sempre la presentazione della querela perché, fra le due cose, c’è l’intervento dell’avvocato. Questi può anche dire al proprio assistito che gli conviene risparmiarsi i soldi della carta bollata: infatti, quando la denuncia è giuridicamente – anche se non moralmente – infondata, si rischia di sentir certificare dalla magistratura che il presunto offensore aveva perfettamente ragione.
La diffamazione a mezzo stampa si ha se si dice “D’Alema è un delinquente”, o se si dice “D’Alema ha rubato 104,65 €”. Cioè se lo si insulta o gli si attribuisce un’azione infamante. Nel caso delle rivelazioni del “Giornale”, i fatti invece sono questi:
1)    In nessuna riga il “Giornale” ha coinvolto D’Alema personalmente nei contatti con le prostitute. Non ha neanche detto che fosse a conoscenza di quei fatti. Ha parlato del “clan D’Alema” solo per indicare le persone a lui vicine a Palazzo Chigi, nel momento in cui il leader Ds era a capo del governo.
2)    In nessuna riga il “Giornale”, diversamente da quanto ha fatto Repubblica per Berlusconi, ha alluso a suoi comportamenti immorali; non ha mai detto che fosse inadatto per ragioni etiche a fare politica o che dovrebbe ritirarsi a vita privata. Non vi è nessun giudizio diffamatorio a suo carico.
3)    Per quanto riguarda Lorenzo Cesa, che ha anche lui annunciato querela, il quotidiano ha solo detto che egli in passato ha costituito una società (la Global Media) con R.F., la maîtresse o magnaccia che dir si voglia delle ragazze. E non ha mai detto che quella società l’abbia costituita per amministrare i proventi della prostituzione. Se poi la gente è distratta e legge soltanto che Cesa è stato socio di una che esercitava un’attività postribolare, la colpa non è del “Giornale”. Cesa avrebbe fatto meglio a stare attento a chi era R.F., non diversamente da come Tarantini avrebbe fatto meglio a stare attento a chi portava in casa Berlusconi.
Le differenze fra il caso di Berlusconi da una parte, e il caso di Cesa e degli amici di D’Alema dall’altro, sono queste:
a)    Il luogo degli incontri è per Berlusconi una casa privata, per gli amici di D’Alema Palazzo Chigi. Se fosse avvenuto il contrario, “Repubblica” avrebbe scritto che Berlusconi aveva trasformato la sede del governo in un bordello.
b)    Lo scopo degli incontri è per Berlusconi la compagnia di belle ragazze e qualcuno dice sesso (per lui incolpevole anche moralmente, dal momento che non conosceva la professione delle ragazze) mentre per gli amici di D’Alema è l’ottenimento di favori dai politici (corruzione).
c)    Berlusconi poteva anche non immaginare che un politico gli portasse in casa delle prostitute, mentre delle ragazze che vanno ad accoppiarsi con sconosciuti sono chiaramente delle puttane. Anche agli occhi di politici particolarmente distratti.
d)    Per quanto riguarda Lorenzo Cesa, malgrado qualche sospetto, anche ad essere pronti a credere alla sua assoluta innocenza, ci sono delle note inevitabili. Mentre Berlusconi potrebbe avere avuto l’ingenuità di non immaginare che Tarantini avesse a sua volta l’ingenuità di non capire che quelle erano prostitute (rapporto indiretto), Cesa avrebbe avuto lui personalmente l’ingenuità di non capire che R.F. era una poco di buono (rapporto diretto); cosa che doveva essere piuttosto sfacciata, se la detta R.F. ha patteggiato una pena a un anno per sfruttamento della prostituzione. Comunque “il Giornale” non ha detto una parola in più di ciò che risulta dalle carte.
La conclusione è che non v’è spazio per nessuna querela. V’è spazio solo per il rimpianto di avere messo in moto un meccanismo infernale che rischia di triturare più accuratamente chi se ne credeva immune.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
I commenti sono graditi.
28 giugno 2009

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