.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
9 ottobre 2011
TELECAMERE BENEDETTE

Chi segue sia pure distrattamente l’attualità si sarà accorto di quanti autori di delitti sono scoperti per mezzo di quelle telecamere di sorveglianza sparse per le strade o installate nei negozi. Ogni volta è presumibile che lo spettatore televisivo manifesti intimamente la soddisfazione di vedere inoppugnabilmente dimostrato il misfatto e innegabilmente identificato l’autore. In questo campo un esempio fra i massimi è il filmato di un omicidio di camorra in un bar di Napoli, dove il particolare più orribile è risultato l’indifferenza del killer. Costui, dopo avere ucciso un essere umano a tradimento, si allontana con la pistola in mano senza neppure affrettare il passo. Perché avrebbe dovuto? Che premura aveva, che aveva fatto, di eccezionale?

Come si sa, il sicario è stato arrestato. Dal momento che quel filmato sarà mostrato ai giurati, si può star certi che essi saranno sconvolti dalla callosa insensibilità morale dell’accusato. Quel filmato smentirà qualunque appello alla clemenza e all’umanità dei giudicanti. Anche in questo senso l’apporto delle telecamere alla conoscenza della verità è in qualche caso insostituibile. Una cosa è sapere, una cosa è vedere.

Il caso del sicario napoletano è uno fra i tantissimi, in Italia e nel mondo. Non ci sarebbe da discutere, riguardo a questo nuovo mezzo di repressione del crimine, se in altro contesto, e senza minimamente pensare a tutto quanto s’è detto, molti non deprecassero su tutti i toni la presenza di tante telecamere. Come dicono le anime sensibili (che adorano l’inglese) esse “insidiano la nostra privacy”. Quegli aggeggi possono dimostrare che eravamo dove non avremmo dovuto essere o che eravamo in compagnia della persona sbagliata. Ci possono sbugiardare, insomma, e le anime sensibili vogliono proteggere anche i bugiardi. Naturalmente ci lasciano purtroppo con la sete di un loro commento sul caso dell’assassino di Napoli. Saremmo lieti di vederli rispondere a questa domanda: “Avreste preferito che quella telecamera non ci fosse stata?”

Per fortuna molti non hanno nulla da nascondere e preferiscono qualche attentato alla propria privatezza che alla propria sicurezza. Ma gli conviene non alzare troppo la voce, perché non sono “nel vento”, come dicono i francesi. non sono buonisti, non seguono la moda, non sono politically correct. Hanno torto, nei salotti: ma in questo caso i galantuomini preferiscono avere torto.

La proliferazione delle telecamere nei luoghi pubblici è una benedizione del cielo: dà la possibilità di dimostrare come effettivamente sono andate le cose e per chi è dal lato della legge è un vantaggio. Rimarranno i problemi degli adulteri e delle adultere, cui esprimiamo tutta la nostra solidarietà: ma è meglio avere una lite coniugale in più che un assassino a piede libero. E poi, chi dice che il contenuto di tutte le telecamere debba essere pubblico? Bisognerebbe punire molto severamente, forse più di quanto non si faccia oggi, chi mettesse una telecamera nella camera da letto altrui o registrasse una seduta di camera di consiglio, in Tribunale: ma tutto questo rientra nel più grande problema della segretezza delle comunicazioni e della vita privata. La documentazione è pressoché sempre opportuna, la pubblicazione della documentazione lo è raramente e deve essere accuratamente giustificata.

Una cosa è certa: la telecamera di una salumeria non somiglia molto al Grande Fratello. E se contribuisce a fare arrestare dei rapinatori, o un pirata della strada, Dio benedica chi l’ha inventata e chi l’ha installata.

giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. telecamere privacy delinquenza

permalink | inviato da giannipardo il 9/10/2011 alle 12:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
26 giugno 2011
IL POPOLO NON HA IL DIRITTO DI SAPERE TUTTO
L’uguaglianza dei cittadini è un mito che, inteso male, si potrebbe trasformare in letto di Procuste. Naturalmente nessuno l’intende così ma è ovvio che il principio va interpretato: il povero e il ricco devono essere giudicati e condannati nello stesso modo, se uccidono, ma non è giusto che il grande tenore e l’attrezzista siano retribuiti nella stessa misura; è giusto che ciascuno si occupi della propria sicurezza ma non è giusto che un magistrato minacciato dalla mafia debba pagare la sua scorta; è giusto che tutti abbiano il biglietto, al cinema, ma non è giusto che i poliziotti che entrano per sedare una rissa si fermino al botteghino. La parità di trattamento è giusta, ma bisogna sempre chiedersi riguardo a quali cittadini e riguardo a che cosa.
Nei secoli recenti si è parlato di uguaglianza a partire dalla Rivoluzione Francese. Allora i nobili erano esentati dalle tasse ed erano giudicati da tribunali a loro dedicati e si è reagito a questa ingiustizia in difesa dei più umili. Purtroppo qualunque principio, se lo si spinge troppo lontano, produce risultati negativi: e infatti oggi in Italia si pretende che il potente sia trattato peggio dell’umile.
Silvio Berlusconi è stato perseguitato come nessun altro imprenditore: se fosse stato il delinquente che dicono le Procure, in quindici anni l’avrebbero condannato cento volte. Un altro esempio di eccesso è la revoca dell’immunità parlamentare. Si è dimenticato che essa non è stata stabilita come privilegio dei deputati del Terzo Stato ma come loro protezione dagli abusi delle classi dominanti. E della magistratura loro alleata. Infine siamo alla discriminazione in quanto alla privatezza. Molti sono arrivati a dire che il popolo ha il diritto di “sapere tutto”! E questo è assurdo. Non si ha affatto il diritto di sapere ciò che si dicono due persone in privato. La stessa Chiesa, stabilendo il segreto della confessione, ha sancito il principio: “Lo dico solo a te”. Che poi sia: “Solo a te, in quanto ministro di Dio” è secondario. Dio non rivelerà mai ciò che è stato detto.
La nostra Costituzione da parte sua (art.15) statuisce che: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. E viceversa attualmente, nei media e nelle conversazioni private, circola lo strano principio secondo cui: “Il popolo ha diritto di sapere tutto”. Un politico dell’Idvf oggi ha avuto l’incoscienza di bestemmiare con queste parole: “I politici devono avere una privacy molto ridotta”. Senza capire che al massimo devono essere disposti a sopportare di essere fotografati più spesso.
In realtà, secondo la Costituzione, secondo il Codice Penale, nessuno ha il diritto di sapere se il suo vicino ha un’amante; nessuno ha il diritto di leggere la sua corrispondenza; nessuno ha il diritto di origliare alla sua porta. Ma ecco che questi sciocchi, questi fanatici, questi  Girolamo Savonarola d’accatto, vorrebbero negare questa privatezza a chi è Sottosegretario, a chi è Senatore, a chi è Ministro. Ecco il ribaltamento. Si passa dalla disuguaglianza a sfavore del popolo alla disuguaglianza a sfavore dei potenti. Come se due ingiustizie facessero una giustizia.
Ma è difficile ragionare con una parte del Paese dagli occhi iniettati di sangue e con la bava alla bocca. Questi anarchici da Ginnasio, questi  politologi da bettola vorrebbero che mentre tutti devono avere diritto alla loro privata immoralità, lo stesso diritto non l’abbiano gli uomini pubblici: questi dovrebbero essere trasparenti come il cristallo e irreprensibili come trappisti. Ciò contro la più banale esperienza storica: quella che fece dire a Bismarck che è meglio non chiedere come si fanno le salsicce e la politica. In queste condizioni tutti, non solo i politici, saremmo pressoché dei pendagli da forca.
Il popolo non ha diritto di sapere nulla di ciò che deve rimanere segreto. Chi lascia filtrare le intercettazioni (verbo più corrente: “passa”) intende danneggiare qualcuno. Non è il popolo che ha diritto di sapere, sono alcuni magistrati che usano del loro potere per andare contro una parte politica. E i giornali gli tengono il sacco.
Il Parlamento non ha solo il diritto, ha il dovere di proteggere lo Stato da queste intrusioni. Deve mettere il morso a chi crede, essendo un magistrato, che l’Italia abbia deposto ai suoi piedi tutti i poteri. Inclusi quelli del tiranno Dionisio di Siracusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
26 giugno 2011



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. intercettazioni privacy

permalink | inviato da giannipardo il 26/6/2011 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 giugno 2010
TELECAMERE BENEDETTE
“In arrivo le telecamere «intelligenti» che individuano writer e terroristi”, titolava qualche giorno fa il Corriere della Sera (1). Ed effettivamente questi nuovi strumenti sembrano fare miracoli. Ma c’è sempre chi si preoccupa.
_______________________
Chi segue sia pure distrattamente l’attualità si sarà accorto di quanti autori di delitti sono scoperti per mezzo di quelle telecamere di sorveglianza sparse per le strade o installate nei negozi. Ogni volta è presumibile che lo spettatore televisivo manifesti intimamente la soddisfazione di vedere inoppugnabilmente dimostrato il misfatto e innegabilmente identificato l’autore. In questo campo un esempio fra i massimi è il filmato di un omicidio di camorra in un bar di Napoli, dove il particolare più orribile è risultato l’indifferenza del killer. Costui, dopo avere ucciso un essere umano a tradimento, si è allontanato con la pistola in mano senza neppure affrettare il passo. Perché avrebbe dovuto? che premura aveva? che aveva fatto, di eccezionale?
Come si sa, il sicario è stato arrestato e sarà processato. Dal momento che quel filmato sarà mostrato ai giurati, si può star certi che essi saranno sconvolti dalla callosa insensibilità morale dell’accusato. Quel filmato renderà assurdo qualunque appello degli avvocati alla clemenza dei giudicanti. Anche in questo senso l’apporto delle telecamere è in qualche caso insostituibile: una cosa è sapere, una cosa è vedere.
Il caso del sicario napoletano non è infrequente. Non ci sarebbe da discutere, riguardo a questo nuovo mezzo di repressione del crimine se, in altro contesto, e senza minimamente pensare a tutto quanto s’è detto, molti non deprecassero su tutti i toni la presenza di tante telecamere. Come dicono le anime sensibili (che adorano l’inglese) “insidiano la nostra privacy”. Quegli aggeggi infatti possono dimostrare che non eravamo dove avremmo dovuto essere, che eravamo dove non avremmo dovuto essere, magari con la persona sbagliata. Le telecamere ci possono sbugiardare e le anime sensibili vogliono proteggere anche i bugiardi. Purtroppo ci lasciano con la sete di un loro commento sul caso dell’assassino di Napoli. Gli chiederemmo volentieri: “Avreste preferito che quella telecamera fosse stata spenta?”
Le persone di buon senso pensano di non avere nulla da nascondere e preferiscono qualche attentato alla privatezza che alla sicurezza. E tuttavia gli conviene non alzare troppo la voce. Perché non sono “nel vento”, come dicono i francesi: non sono buoniste, non sono raffinate, non sono politically correct. Hanno torto.
Probabilmente i galantuomini preferiscono avere torto, stavolta. La proliferazione delle telecamere nei luoghi pubblici è una benedizione del cielo. Esse danno la possibilità di dimostrare come effettivamente sono andate le cose: e per gli onesti è un vantaggio. Rimarranno i problemi degli adulteri e delle adultere, cui si può esprimere sincera solidarietà: ma è meglio avere una lite coniugale in più che un assassino a piede libero in più.
Naturalmente bisognerà sempre punire molto severamente chi mette una telecamera nella camera da letto altrui o chi registra una seduta di camera di consiglio, in Tribunale: ma la repressione rientra nel più grande problema della segretezza delle comunicazioni e della vita privata. Basta applicare il codice penale.
La conclusione è banale: comunque la si metta, la telecamera di una salumeria non somiglia molto al Grande Fratello e se contribuisce a fare arrestare dei rapinatori, Dio benedica chi l’ha inventata, chi l’ha installata e chi l’ha pagata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 giugno 2010

(1)(http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_maggio_13/telecamere-intelligenti-de-corato-writer-1703012864173.shtml)
POLITICA
10 giugno 2009
INTERCETTAZIONI
LETTURA CRITICA: D’AVANZO
Spesso in questa sede si sono commentati gli articoli solenni di Eugenio Scalfari o quelli pieni di culturale sussiego di Barbara Spinelli. Stavolta l’oggetto dell’attenzione è D’Avanzo (Repubblica, 10 giugno, “La legge del bavaglio ”).
Giuseppe D’Avanzo commenta oggi il ddl detto “delle intercettazioni” e da principio si tiene sulle generali. Lo definisce una legge “ad personam”: il Cavaliere, scrive, “si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono)”. E poco gli importa che Berlusconi non sia mai stato sorpreso a chiedere “Abbiamo una banca?”: lui sa che teme le intercettazioni.
“Oggi sarà legge il disegno che diminuisce l'efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato”.  E non favorisce la diffusione dell’afta epizootica solo per distrazione.
“Le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite”. A suo tempo si sarà detto altrettanto del divieto della tortura: D’Avanzo sarebbe stato un fiero nemico delle iniziative di Voltaire e di Beccaria.
Poi si scende sul piano tecnico. “L'ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali”. Per dimostrare quanto questa obiezione sia infondata, basta ribaltarla ipotizzando che le intercettazioni non siano “strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita” ma strumento di curiosità (o di intenzioni malevole) di un magistrato in assenza di qualunque prova e senza un controllo collegiale della loro opportunità.
Senza dire che l’argomentazione è capziosa: la distinzione non deve essere fra “prove” ma fra “indizi di colpevolezza” che esistono o non esistono. E che devono essere molto seri, se si deve violare il diritto costituzionale dei cittadini alla privatezza. Soprattutto non è lecita “la ricerca della prova”, perfino in assenza di una notitia criminis, se di fatto si cercano gli indizi. Al contrario, se esistono fondatissimi sospetti, perché mai il pm dovrebbe temere il controllo collegiale? Qui si vuole solo impedire l’arbitrio del magistrato singolo, magari fazioso.
Ma D’Avanzo si fa forte di una testimonianza: questa legge “vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell'ordine e degli uffici di procura, come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura”. Egli dimentica che la magistratura non ha competenza, per giudicare le leggi: deve solo applicarle. I commenti dei magistrati valgono quanto quelli degli infermieri che non sono d’accordo con quanto disposto dal chirurgo.
Ma è il momento di passare al massimo lamento. “La nuova legge [sulla stampa] estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare. Prima di questo limite sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto". Con questo sistema, nota D’Avanzo, non si sarebbero potute pubblicare le conversazioni che hanno dimostrato la colpevolezza dei medici di una famigerata clinica. Oppure ciò sarebbe stato possibile ma, “Con i tempi attuali della giustizia italiana, dopo quattro o sei anni”.
E qui il giornalista non si accorge di molte cose. Se le conversazioni fossero suggestive e se poi i giudici assolvessero, alla gente rimarrebbe lo stesso la convinzione della colpevolezza, con grave danno per gli interessati. In secondo luogo, il richiamo ai tempi della giustizia italiana per rinunciare alle garanzie in favore del cittadino è, ancora una volta, un modo per invocare la tortura: la “Repubblica” vorrebbe danneggiare il cittadino, magari innocente, per rendere più facile il lavoro ai magistrati?
Nel resto dell’articolo, D’Avanzo sostanzialmente invoca il diritto di violare la legge sulla stampa incorrendo in pene simboliche, come s’è fatto fino ad oggi. “Naturalmente, scrive infatti, violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa”. Ecco come: non con una pena pecuniaria per i giornalisti, pure prevista (“Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?”), ma con una punizione economica inflitta all’editore. Questi subirà una sanzione da 64.500 a 465.000 € e sarà spinto a vigilare perché la legge non sia violata. Ma questo, strilla D’Avanzo, interferisce con la libertà del giornalista! La libertà, traduciamo, di violare la legge senza pagare seriamente pegno. In realtà l’editore non può essere una sorta di ricettatore che, sotto la copertura della libertà di stampa, non che impedire i reati, beneficia degli scoop in termini di copie vendute.
D’Avanzo rende un pessimo servizio all’informazione e alla collettività. Se la legge merita critiche, ed è ben possibile, le sue non valgono nulla. I processi non si fanno sui giornali e gli imputati non sono trastulli per la curiosità della gente. Il giorno in cui gli capitasse, da innocente, di essere stritolato nel tritacarne mediatico, fino a vedere la propria vita distrutta per poi essere assolto in appello, capirebbe molto di più di quello che ha capito fino ad oggi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 giugno 2009

sfoglia
settembre        novembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.