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politica interna
20 novembre 2013
LE RAGIONI DEL DISSENSO
Quando c’è una scissione - in questo caso Forza Italia e Nuovo Centrodestra, acronimo maligno “Nuo-ce” - i giornali aspettano con ansia e pubblicano con delizia le notizie degli attacchi, delle critiche e al limite degli insulti degli ex compagni di partito. Figurarsi poi come se la godono gli avversari, che vedono così confermata la pessima opinione che avevano degli uni e degli altri. E tuttavia in questo si sbagliano: il fenomeno si verifica sempre, poco importa che si tratti di un partito di destra, di sinistra, di sopra o di sotto. Infatti la causa non è politica.
Un partito è un’associazione che tende a presentarsi come un monolite: vota compatto, ha una linea politica, parla con una sola voce. Ma questa è la facciata. In realtà, la singola decisione poi sostenuta con corale vigore è stata prima raggiunta attraverso discussioni interne, non raramente aspre. Quando essa è adottata, i soccombenti l’accettano, la difendono nei talk show e la votano in Parlamento. Il fenomeno non è neppure negativo. Non diversamente da un piccolo esercito, il partito finirebbe col non avere importanza se non facesse pesare la sua forza come un’entità compatta. La democrazia ha il suo momento prima che si decida una linea d’azione, poi non rimane che serrare i ranghi ed obbedire agli ordini. È per questo che i “franchi tiratori” - che compaiono nelle votazioni a scrutinio segreto - sono giustamente deprecati. Perché è la disciplina di un partito ciò che può farlo vincere sull’avversario. E gli stessi che reclamano libertà di coscienza e di voto dimenticano che tutte le precedenti battaglie vinte di cui sono stati contenti, sono state vinte perché altri, che la pensavano diversamente da loro, al momento buono hanno votato come stabilito.
La concordia e la pace non sono beni che si ottengono gratis: si paga il prezzo della tolleranza e della sopportazione, all’occasione si sacrificano perfino le proprie idee e i propri interessi. Ciò avviene già nella vita matrimoniale: una coppia felice non è quella in cui marito e moglie sono sempre entusiasticamente d’accordo su tutto, cosa impossibile; è quella in cui i due sono a tal punto disposti a cedere che si verifica più spesso la gara della generosità che quella dell’egoismo. 
Purtroppo lo sforzo lascia delle tracce. Nel matrimonio come all’interno del partito, il superamento del contrasto da un lato permette i risultati positivi dell’istituzione, dall’altro non è per ciò stesso dimenticato. È questa la ragione per cui, se poi una coppia arriva al divorzio, le due parti sono spesso tanto accanite l’una contro l’altra. Non è che siano passate dall’amore all’odio, come si dice, è che sono passate dalla volontà di sopportare ciò che di negativo impone la convivenza alla volontà di presentare il conto di tutto. Anche di ciò che si è subito in passato. Ecco perché la lista delle doglianze è infinita.
Questo atteggiamento per cui si interpreta la realtà in modo fazioso, positivamente o negativamente che sia, fa curiosamente pensare a una caratteristica della professione forense che stupisce molti. La gente si chiede come faccia un avvocato a sposare la tesi del suo cliente con tanto ardore, mentre se avesse ricevuto l’incarico della difesa dall’avversario oggi difenderebbe con pari ardore la tesi opposta. La meraviglia è fuor di luogo. Agli avvocati si richiede di mostrare al giudice l’uno tutto ciò che è bianco e l’altro tutto ciò che è nero, del quadro della realtà, in modo che nessun dato sia trascurato e che le ragioni dei contendenti abbiano sufficiente illustrazione. 
In occasione di una scissione politica i membri di ogni fazione hanno inoltre il preciso interesse di spiegare ai sostenitori - e un giorno agli elettori - perché sono rimasti nel vecchio partito o perché sono transitati nella nuova formazione: e questo conduce necessariamente ad una condanna della controparte. Infatti, se non ci fossero ragioni di critica, non ci sarebbe stata nemmeno la scissione. 
Coloro che gioiscono alla rivelazione che all’interno del partito avversario non ci si amava teneramente, farebbero bene a pensare che la cosa avviene anche all’interno degli altri partiti, incluso il loro. Le famiglie per i terzi sono il nido degli affetti, per chi c’è dentro e ne conosce le magagne sono a volte nidi di vipere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 novembre 2013


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politica interna
16 novembre 2013
UNA SCISSIONE SENZA FUTURO

I giornali si occupano delle vicende del Pdl, dei rapporti fra falchi e colombe, fra Berlusconi e i “governativi”, fra Alfano e Fitto. Hanno detto questo, no hanno detto quest’altro, pare che, sembra che, fino a concludere che si è arrivati, ieri, alla scissione. Ma questa è cronaca inutile, quasi chiacchiericcio, perché in realtà, come ripetutamente affermato in passato, tutto si è consumato  il giorno in cui i ministri, Alfano in testa, hanno rifiutato di dimettersi. Da quel momento essi hanno avuto l’alternativa tra tornare all’ovile a capo chino, per non contare più niente ed essere comunque considerati traditori inaffidabili, oppure proseguire nella strada intrapresa, per la semplice ragione che, fosse quella giusta, fosse quella sbagliata, ormai non ne avevano nessun’altra. E così è andata. Tutte le discussioni di questi giorni forse sono servite a ciascuna delle fazioni soltanto a dare in seguito all’altra la colpa di quanto avvenuto.
Ciò che val la pena di cercare di capire sono le conseguenze della scissione. Nell’immediato essa darà sicuramente luogo ad un nuovo gruppo parlamentare, ma è difficile che crei un partito credibile. Manca la caratterizzazione che dovrebbe renderlo necessario, com’è per la Lega. In caso di elezioni i suoi candidati correrebbero il gravissimo rischio di aver l’aria di dire: “Votate per noi perché abbiamo voglia di andare al governo”. Un po’ poco. Gli elettori votano per sé stessi, non per i candidati. Gli scissionisti non sembrano avere né un’identità (se non quella di “portatori d’acqua”, come si diceva una volta al Giro d’Italia) né un futuro, se non in un’eventuale gruppo centrale composito. Tipo di gruppo che fino ad ora non ha portato fortuna a nessuno. Le esperienze di Fini, Casini, Monti sono troppo recenti per rendere verosimile un suo successo.
La nuova miniformazione, com’è attualmente, non ha comunque potere negoziale. Il governo non può farne a meno, ma gli “scissionisti” non possono, eventualmente, farlo cadere, perché cadrebbero  essi stessi nel nulla. Dunque quelli che non hanno voluto obbedire a Berlusconi dovranno obbedire a Letta. È vero che così conserveranno la poltrona, ma non si sa neppure fino a quando. 
Politicamente, dal momento che anche Scelta Civica si è disgregata, da domani avremo di fatto un monocolore PD. Un partito che ha la maggioranza in Parlamento ma non nel Paese. Dopo la decadenza di Berlusconi, FI infatti passerà all’opposizione ed avrà vita facile. La legge finanziaria non piace. L’Unione Europea ci condanna. Il debito pubblico aumenta. La depressione non finisce mai. Il governo è affetto da grave immobilismo. La pressione fiscale è enorme. E FI è comunque un partito più credibile del movimento dei “grillini”, che rischia ancor di più una deriva folcloristica. Insomma alle prossime elezioni - c’è sempre la possibilità di un incidente di percorso - quando il suo leader non sarà Berlusconi, non foss’altro per età - FI potrebbe essere ancora il contraltare della sinistra. 
In questo frangente il Pd sta cercando di far passare la crisi come la conseguenza dell’egoismo di Berlusconi che vorrebbe far cadere il governo per vendicarsi del mancato sostegno contro certi magistrati. Ma è una lettura tutt’altro che plausibile. Con l’eventuale crisi non verrebbero meno i problemi giudiziari del Cavaliere. In realtà lo si attacca perché è chiaro che, scaricati i “governativi”, Forza Italia sarà nettamente all’opposizione, con a capo il nemico di sempre, che stia in Senato o altrove.
Probabilmente quello di Berlusconi è lo stesso calcolo di fine settembre. Le sue antenne politiche gli dicono che l’Italia è estremamente stanca dell’attuale situazione economica e non è un caso che nel discorso di oggi egli se la sia presa pesantemente con la Germania. Forse, se si sciogliessero le Camere, gli elettori premierebbero chi avesse il coraggio di indicare una coraggiosa via d’uscita dall’assetto attuale. 
Che Berlusconi abbia ragione o torto, il Pd, piuttosto che pensare alla propaganda, farebbe bene ad accorgersi che ora è caricato dell’intera responsabilità delle sorti del Paese: ecco un compito che, più che difficile, appare impossibile. La guida dell’economia è un’autentica quadratura del cerchio. Per giunta potrebbe verificarsi una gravissima crisi internazionale di cui il partito di Letta non sarebbe responsabile ma di cui la nazione gli addebiterebbe la colpa. Perfino in condizioni normali, se il governo “non si muove”, è accusato, perfino dalla Commissione Europea, di immobilismo e di tutte le possibili conseguenze di ciò. Se “si muove”, scontenta qualcuno (già oggi i sindacati, a cominciare dalla Cgil) e rischia parecchio alle nuove elezioni. Soprattutto quando si sarà visto che, se Renzi diviene segretario, cambierà soltanto lo stile e la sostanza resterà vacua.
Normalmente, mentre tutto va molto male a qualcuno, va almeno benino a qualcun altro. Nella nostra vita politica, invece, sembra che attualmente vada malissimo per tutti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 novembre 2013




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politica interna
7 febbraio 2012
PARTITI SCREDITATI, NESSUNA ALTERNATIVA

Come spesso avviene, l’ultimo articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera (“Una maturità da ritrovare”), prezioso dal lato della diagnosi, è carente dal lato delle prospettive.

Si sostiene che la credibilità dei partiti è oggi vicina allo zero perché, in un momento di crisi, non loro, ma dei terzi sono stati chiamati a gestire la cosa pubblica. Malgrado ciò essi non procedono a nessuna seria riflessione autocritica. Non capiscono che dovrebbero riformare la legge elettorale e la Costituzione. Dovrebbero impedire che si prosegua nella situazione attuale in cui si osserva il prevalere di una “corporativizzazione” del Paese, come la chiama lui, con parola impronunciabile: cioè il prevalere di “gruppi professionali, di sindacati, di gruppi d'interesse” che “si sono impadroniti di fatto di una parte significativa del processo legislativo piegandolo ai propri voleri”. Bisogna veramente mettere rimedio a tutto questo. Fin qui il politologo.

La prima tentazione, letto l’articolo, è quella di lasciarsi andare a uno sconfortato pessimismo. A che scopo dire al malato che deve guarire del suo male inguaribile? I partiti potrebbero sfidare Galli Della Loggia a spiegare come realizzare ciò che consiglia. Ché se poi si constatasse che l’impresa è impossibile, sia lui sia tutti dovrebbero rinunciare a rimproverare i partiti per le loro supposte inadempienze.

La situazione attuale dell’Italia è drammatica perché raccogliamo fino alla feccia i frutti della mentalità imperante. In primo luogo delle illusioni politico-economiche degli italiani che si attendono tutto dallo Stato Provvidenza. Essi credono facilmente a Babbo Natale e i partiti, in passato ancor più di oggi, li hanno confermati in questa idea: l’immenso debito pubblico è una delle tante conseguenze di questa utopia e del gioco allo sfascio del Pci.

Inoltre abbiamo una Costituzione comunistoide, utopica e demagogica, che incoraggia i nostri difetti. Nata per lottare contro un fascismo defunto, ha di fatto lottato efficacemente contro la governabilità e la parola “decisionismo” è divenuta indecente. Come proporre le riforme? Chi decide è un eversore.

Ad aggravare tutto ci sono immarcescibili miti collettivi. La Costituzione è perfetta e chi vorrebbe cambiarla lo fa per gli scopi più biechi. I magistrati sono l’incarnazione terrena della giustizia divina. Chi propone di regolare ragionevolmente il lavoro o i sindacati è un nemico del popolo. E soprattutto chi è razionale e tiene conto della Tavola Pitagorica è insensibile ai Sacri Valori.

I partiti, secondo Galli Della Loggia, dovrebbero mettere rimedio a tutto questo, ma egli dimentica che essi hanno successo solo se alimentano e sfruttano questi miti collettivi. È vero, ora si ritrovano invischiati nello loro propria rete e nel momento del bisogno non possono rinnegare ciò che hanno predicato per decenni, ma contro un Pdl che avesse voluto cambiare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori il Pd avrebbe comunque lottato a morte, fino a minacciare la rivoluzione. E il Pdl avrebbe lottato a morte contro un Pd che avesse voluto reintrodurre e maggiorare l’Ici. Lo stesso vale per la Costituzione, i magistrati, i sindacati, le ferrovie e tutte le cose che non vanno. Quale esecutivo mai, di centro-destra o di centro-sinistra, potrebbe permettersi di dire, rispetto alla riforma delle leggi sul lavoro, “meglio se con l’accordo dei sindacati, diversamente si andrà avanti da soli”?

I miti collettivi del Paese, divenuti dogma, sono divenuti così possenti da condizionare i partiti e da spingerli ad un antagonismo tanto sterile quanto feroce. Se dopo la parentesi Monti uno di essi facesse marcia indietro rispetto a queste posizioni oltranziste, gli altri ne approfitterebbero solo per dargli addosso, non per fare marcia indietro essi stessi. La Stella Polare della politica italiana è la più miope demagogia a breve termine.

Quasi tre generazioni di italiani sono state educate a pensare che certi pregiudizi sono irrinunciabili. Qualunque riforma non solo danneggia qualcuno ma, quel ch’è peggio, favorisce qualcun altro: cosa insopportabile. Se una personalità emerge e vuole governare, che si chiami Craxi o Berlusconi, anathema sit, che sia maledetta.

Per guarire da questa sindrome non è sufficiente una nuova legge elettorale. Non è sufficiente “imparare la lezione” di questi mesi di crisi. Perfino un rinnovamento della Costituzione sarebbe insufficiente. Si tratta di cambiare mentalità. E dovrebbero cambiarla non solo i partiti, ma l’intera Italia. Il che corrisponde a dire che è meglio non sperarci.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

7 febbraio 2012

 

http://www.corriere.it/editoriali/12_febbraio_06/della-loggia-maturita-da-ritrovare_efafd056-5088-11e1-aa9f-fca1e0292c07.shtml


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SCIENZA
9 gennaio 2012
DUBBI SULL'OMOSESSUALITA'


Un assessore Pdl del comune di Lecce ha affermato che “in natura esistono solo due tipi di generi umani: l'uomo e la donna. Il resto è classificato come turbe della psiche ed è materia della scienza sanitaria e della psicanalisi”. Naturalmente è scoppiato un putiferio, anche perché l’incauto ha detto queste cose sostanzialmente riferendosi al governatore della Puglia, Nichi Vendola.

È stupido dare addosso a quell’assessore a scatola chiusa. Perché se ha detto la verità, la verità rimane tale anche se politically incorrect. E se invece ha detto una sciocchezza, tanto vale cercare di confutarla.

L’omosessualità in passato è stata stramaledetta da tutti. “Sodomita” è stato sinonimo di insalvabile peccatore destinato al fondo dell’inferno. Ma questo atteggiamento nulla prova, se non a che punto può essere feroce l’autodifesa della specie. Infatti, dal momento che non procreano, per la specie gli omosessuali rappresentano un pericolo e vanno per questo repressi.

Ma d’altra parte essi ci sono sempre stati, malgrado le più severe condanne, e ciò dimostra che non sono tutti dei “viziosi”: molti sono tali per natura. Se è vero che ce ne sono alcuni che (forse) avrebbero potuto scegliere diversamente, ciò non impedisce che l’omosessualità faccia parte della realtà umana. Ma è una realtà umana normale o patologica? I sessi sono due, come dice quell’assessore, o tre, come oggi pensano in molti?

Al dovere di contribuire alla conservazione della specie si sottraggono, oltre ai gay, gli impotenti, le donne sterili e in generale coloro che non vogliono o non possono avere figli, per le ragioni più diverse. Dunque se il giudizio è particolarmente severo nei confronti degli omosessuali è perché si presume che essi siano colpevoli della loro caratteristica. Dimenticando che alcuni sono tali loro malgrado. Dunque, se si fosse razionali, bisognerebbe essere molto più severi con chi i figli non li vuole pur potendoli avere, non con chi non può averli. Ciò dimostra a che punto l’omofobia è un atteggiamento da primitivi.

Il problema dei due o dei tre sessi è mal posto. È inutile parlare delle persone che possono avere figli e delle persone che non possono averne: perché queste ultime sono incolpevoli. E riguardo alle prime non dobbiamo dimenticare che noi esseri umani ci vantiamo di non essere sottoposti agli istinti come lo sono gli animali. Come reprimiamo il nostro istinto di aggressività, ben possiamo reprimere quello della procreazione: dunque rimane aperta e lecita la discussione sull’opportunità di seguirlo.

Da ciò che si è detto si ricava tuttavia un dato che non è a favore dei gay. Se nessuno reputa normale l’impotente, perché bisognerebbe reputare normale l’omosessuale? E come si potrebbe non giudicare deviante il caso di quelle persone che, pur avendo caratteristiche fisiche maschili, hanno un “io” femminile, o viceversa? La natura ha previsto due sessi fecondi e chi non ne fa parte rientra per ciò stesso nel patologico. Ma in questa anormalità rientra anche chi non vuole figli. In questo caso l’individuo dimostra come minimo un insufficiente istinto di conservazione della specie. Egli non sente quella spinta che negli altri funziona così bene da aver fatto giungere l’umanità a sette miliardi di individui.

Rimane probabile che l’omosessualità, pure anormale, non sia più grave di una qualunque nevrosi, come l’ostilità all’idea di avere figli. Il gay non è né meno intelligente né meno capace di un eterosessuale.

Queste considerazioni potrebbero addirittura servire a dimostrare a quel famoso assessore che se un omosessuale può avere problemi psichici, probabilmente è per colpa di persone come lui. In un mondo in cui l’omosessuale fosse accettato come una persona normale, sarebbe facile per lui essere e comportarsi come tutti gli altri. Se viceversa lo si demonizza o lo si ostracizza, sarà questo a provocargli i problemi relazionali.

Insomma, è l’assessore di Lecce che costringe gli omosessuali ad andare dallo psicoanalista: mentre forse, a ben guardare, dallo psicoanalista dovrebbe andarci lui.

L’omosessualità non è normale ma non lo è in campo sessuale, mentre per il resto non ha importanza. Ognuno deve dirsi: “Dal momento che non conto di andare a letto con tutti gli uomini e con tutte le donne che incontro, della loro sessualità non m’importa nulla”.

Se poi la “patologia” che determina l’omosessualità abbia in ogni caso riflessi psicologici e fisiologici sulla persona, è materia che su cui aspettiamo che la scienza dica qualcosa di definitivo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

9 gennaio 2012


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politica interna
11 ottobre 2011
EX FALSO QUODLIBET

Angelo Panebianco è un editorialista che merita stima. È pacato, è ragionevole, ciò che scrive è quanto meno plausibile. Anche l’articolo di domenica scorsa(1) non fa eccezione. Purtroppo sono discutibili le premesse. E da premesse infondate si ricavano solo conclusioni invalide. Come dicevano i romani, ex falso quodlibet, dal falso si può dedurre qualunque cosa. Il “falso” di Panebianco appare totalmente in buona fede ma le sue evidenze sono discutibili.

Per cominciare, riguardo al referendum sulla legge elettorale, può darsi che ci si stia bagnando prima che piova. Il parere pressoché unanime dei maggiori costituzionalisti è che esso sia inammissibile, secondo tutta la precedente giurisprudenza. Parlarne come di una certezza, se pure dopo avere accennato al giudizio della Consulta, è dunque fuor di luogo. Ma andiamo alle affermazioni più pregnanti.“Sappiamo che al governo non conviene il referendum”, scrive Panebianco. Ed è vero. Ma non è tutta la verità. Il referendum non conviene al Pdl, che è il maggior partito di centro-destra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza; e non conviene al Pd, che è il maggior partito di centro-sinistra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza. Ecco perché - al contrario di Di Pietro, che ne beneficerebbe - è stato così tiepido al momento di promuoverlo. Se alla fine il Pd si è piegato a sostenere l’iniziativa, è stato per ragioni di decenza: perché per anni ha sparato a zero su una legge che pure ha permesso a Prodi di non avere problemi alla Camera dei Deputati, con solo sei decimillesimi (0,06%) di voti in più rispetto al centro-destra.

Il sì al referendum danneggerebbe il Pd almeno quanto il Pdl. Ed anzi, se si pensa che è dato per vincente alle prossime elezioni, il Pd più del Pdl.

L'insofferenza per l'attuale sistema elettorale è talmente diffusa nel Paese che la vittoria del «sì» sarebbe molto probabile”. Perfetto. Ma è un’insofferenza artificiale, alimentata da una campagna corale che dura da anni, costante e martellante. Si è creata nella nazione l’idea assurda che una nuova legge elettorale chissà che cosa risolverebbe. Tanto che varrebbe la pena di buttare giù l’attuale governo e crearne uno diverso esclusivamente per varare una nuova legge. Ma non solo questo non è vero per nessuna legge elettorale (sono tutte necessariamente imperfette), nel caso concreto non esiste nemmeno un progetto unico e salvifico delle opposizioni. Non è un caso se la legge non è stata modificata neanche dall’ultimo governo Prodi.“[La vittoria dei sì] sarebbe un'altra sberla (forse definitiva) per il governo e la maggioranza, arroccati nella difesa dell'indifendibile”. Primo, che questa legge sia indifendibile fa parte di quella campagna costante e martellante di cui si diceva: in realtà la si è voluta com’è per eliminare l’instabilità dei governi e il voto di scambio. Secondo, non si vede perché definitiva, dal momento che i governi cadono solo quando c’è un voto di sfiducia. Terzo, sarebbe una sberla anche e soprattutto per il Pd.

“Dunque, la vera scelta sarà fra elezioni anticipate (ammesso che il presidente della Repubblica le conceda) e una nuova legge elettorale”. Eh no: questo “dunque” è da dimostrare. Dove sta scritto che il governo, pur di evitare la vittoria del sì al referendum, dovrebbe o votare una nuova legge elettorale o dimettersi e andare a nuove elezioni? Questi sono i desideri dell’opposizione e forse dell’editorialista.

Panebianco poi, ipotizzando un accordo tra Pdl e Udc, afferma che Casini “ha bisogno, per mettere in soffitta il bipolarismo, di eliminare il premio di maggioranza”. Ma questa è precisamente la ragione per la quale il referendum non piace né al Pdl né al Pd. E perché la proposta dovrebbe divenire appetibile, se la fa Casini?

Il sistema elettorale suggerito da Panebianco non è sbagliato, o non più di altri. È la premessa della necessità di una nuova legge elettorale, ad essere sbagliata. I dati di fatto sono molto più semplici e lineari: i governi cadono a causa di un voto di sfiducia e se non c’è il voto di sfiducia, questo esecutivo arriva al 2013. Se si sopprime il premio di maggioranza, la nuova norma danneggerà i due partiti che hanno la maggioranza relativa ciascuno nel proprio campo, il Pdl e il Pd, ma non nella stessa misura. Dal momento che il Pd è dato vincente, questo partito ne sarebbe danneggiato nelle elezioni del 2013 (o prima); mentre il Pdl ne potrebbe essere danneggiato nel 2018, quando Berlusconi, se sarà vivo, avrà ottantadue anni e il quadro politico sarà comunque completamente cambiato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 ottobre 2011

 (1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_09/la-soluzione-del-doppi-voto-angelo-panebianco_07049694-f24a-11e0-9a3e-cd32c10dad62.shtml


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POLITICA
25 settembre 2011
LA REALTA' PER G.D.L. È UN OPTIONAL

Galli Della Loggia somiglia a volte a quegli intellettuali che, percepito il clima di un certo momento, se ne mettono alla testa come se l’avessero inventato loro. In questo momento i politici e i giornali parlano di mettere da parte Silvio Berlusconi ed anche lui dice la stessa cosa: ma non come gli altri. Il livello è diverso. Lui ha il cipiglio di chi è capace di dire tutta la verità e di vedere le cose con l’occhio della cultura storica. Basti dire che parla di “fosco tramonto del berlusconismo”, dimenticando che se ha usato l’aggettivo “fosco” per questo argomento, poi non gliene rimangono di adeguati per il tramonto dello stalinismo, quando a Mosca si giustiziava Beria.

La sua tesi di oggi è che, “Tutti, indistintamente”, i deputati, i senatori e ministri del Pdl vorrebbero che Berlusconi se ne andasse ma non osano dirglielo in faccia. Sicché glielo dice lui, Galli Della Loggia. Che non rischia niente. Ma lo fa per il bene del Pdl che o “riesce a svincolarsi da Berlusconi, e quindi a mantenere in vita un'esperienza dimostratasi cruciale per l'esistenza di un polo politico-elettorale di destra, o per lo stesso Pdl molto verosimilmente è finita”. Anche perché i suoi esponenti, privi di consenso personale, sarebbero espulsi dalla politica. Infatti il Pdl è “Un singolare partito, formalmente politico, ai cui esponenti però è stato finora vietato l'accesso a quello che da che mondo è mondo è il momento cruciale della politica stessa: il momento della decisione, delle scelte. Finora, invece, riservato solo al capo e ai suoi fidi. Ma la storia ha voluto prendersi la vendetta di questa bizzarra anomalia”. È difficile enumerare le cose contestabili contenute in così poche righe.  

Che il Pdl possa avere tendenza a disintegrarsi venendo meno Berlusconi, per qualsivoglia causa, è un’ipotesi da prendere in considerazione. Ciò che non può venire meno è l’area elettorale del suo consenso. È questo l’errore che commise Martinazzoli, a suo tempo, quando credette che, squalificata dai magistrati la Democrazia Cristiana, fosse scomparso con essa il suo elettorato. Invece Berlusconi capì che la gente avrebbe votato per il Partito della Pastasciutta, se fosse stato l’unico in grado di opporsi alla nostra sinistra. Da privato cittadino a Primo Ministro Berlusconi ha messo meno tempo di quanto ne abbia messo Napoleone, ma questo non significa che il Cavaliere sia più geniale del còrso: significa che, al contrario di tanti professionisti della politica, ha capito che il blocco moderato in Italia esisteva e sopravviveva a fenomeni contingenti come Mani Pulite. E ora potrebbe sopravvivere al berlusconismo. Dunque andiamoci piano, con lo squagliamento del Pdl: potrebbe avvenire in quindici giorni e potrebbe non avvenire mai. C’è una parte dell’elettorato che considera esiziali le ricette della sinistra.

Ma, dice Galli Della Loggia, anche i suoi dicono male di Berlusconi e vorrebbero che se ne andasse. E lui si fa portavoce delle maldicenze? sta tutta qui la sua critica politologica e la sua sapienza storica? Se quei signori non osano dire in faccia a Berlusconi che se ne deve andare, non potrebbe per caso essere che questo è contro i loro interessi e di gran lunga al di là dei loro poteri? Se sono privi di consenso personale perché dovrebbero spegnere il motore che li tiene in aria? Si lasciano andare al piacere della maldicenza come comari, è vero: ma non sono i soli.

Se il Pdl sopravvivrà alla grande a Berlusconi o se si disintegrerà lo dirà il tempo. Non tutti disponiamo della preveggenza dell’editorialista del “Corriere”. Ma consideriamo sbagliata l’analisi al presente. Se fosse vero quanto lui sostiene, che fino ad ora le decisioni sono state prese solo “dal capo e dai suoi fidi”, come mai non sono state fatte le leggi e le riforme che avrebbero messo lui e tutti noi al riparo dagli abusi della magistratura, a cominciare dalla sua imperdonabile lentezza? L’opposizione accusa Berlusconi di avere fatto solo leggi ad personam: come mai non avrebbe varato quelle che l’avrebbero fatto vivere in pace definitivamente, come si otterrebbe – per dirne una – ripristinando l’art.68 della Costituzione com’era prima del 1993?

Galli Della Loggia  scrive disinvoltamente che “la storia ha voluto prendersi la vendetta di questa bizzarra anomalia”. Dobbiamo veramente credere che non si sia accorto che Silvio Berlusconi è ancora il Primo Ministro, che non se n’è andato via, e che la storia potrebbe invece vendicarsi di chi non guarda ai fatti? Se qualcuno, con la smania del primo della classe, dà per avvenuto un fatto che non si è ancora verificato, rischia il ridicolo. Soprattutto se si esprime in modo pomposo e ultimativo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

25 settembre 2011


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POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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POLITICA
31 luglio 2010
CHE COSA PUO' FARE FINI
In molti siamo stati sorpresi dal numero dei sostenitori di Gianfranco Fini alla Camera e al Senato. Da domani comunque esisterà in Parlamento un nuovo partito, “Futuro e Libertà”, che avrà il suo gruppo, il suo capogruppo e, in prospettiva, il suo segretario. La sua collocazione è stata chiarita molte volte dallo stesso Fini: i suoi parlamentari sono stati votati dagli elettori del Pdl e non potrebbero ragionevolmente schierarsi contro di esso. Tuttavia, essendo il partito composto da fuorusciti, è altrettanto ragionevole che essi non si considereranno vincolati dalle decisioni e dalle linee politiche del partito di provenienza. Anzi, potranno sempre dire che le proprie tesi sono più aderenti al programma votato nel 2008: i traditori sono sempre gli altri.
La loro posizione offre qualche vantaggio. Da un lato c’è una sinistra afona e inconsistente, dall’altro un Pdl che, senza un aiuto esterno, sarà spesso impossibilitato a legiferare e costretto a concordare con loro le leggi da votare. Futuro e Liberta avrebbe così la golden share, il potere decisivo.
Un simile scenario per il Pdl somiglia ad un incubo ma in natura nulla è semplice e non è affatto detto che ai dissidenti arrida un roseo futuro.
Innanzi tutto, se i finiani vorranno votare contro una legge proposta dal Pdl, sarà necessario che spieghino molto chiaramente le loro ragioni agli elettori: il rischio è sempre quello di confermare l’idea che essi siano dei traditori che cercano scuse per sabotare il centro-destra. Inoltre, se i deputati del Pdl sono tutti presenti, il governo non avrà bisogno di nessuno. Poi, come si è detto più volte, l’Udc potrebbe entrare nella maggioranza. Infine, esiste la bomba atomica: per una legge che non piace agli antiberlusconiani, può sempre avvenire che il Pdl ponga all’improvviso la questione di fiducia.
Qui è come se Berlusconi potesse puntare contemporaneamente sul rosso e sul nero. Come si comporterebbero Bocchino, Granata, Urso e gli altri dinanzi a questa evenienza, per una legge prima duramente e pubblicamente avversata con parole di fuoco?
Se votassero la fiducia farebbero ridere il Paese. Sarebbe chiaro che per loro le idee non contano nulla: tengono solo a non andare a casa. E i poverini non potrebbero nemmeno invocare la disciplina di partito, dal momento che il Pdl non è il loro partito.
Se viceversa votassero contro e facessero cadere il governo, le nuove elezioni per loro sarebbero un autentico disastro. La base del Pdl è lungi dall’averli perdonati e non sarebbe contento nemmeno il Pd, oggi acutamente cosciente di non essere pronto ad un confronto elettorale.
È questa la ragione per la quale i molti che sperano di veder cadere questo governo non ipotizzano un ribaltamento delle alleanze ma vaghi governi di unità nazionale e simili: Berlusconi vada via ma, per favore, niente elezioni anticipate. Un programma cui il Cavaliere potrebbe partecipare con lo stesso entusiasmo col quale il tacchino partecipa al Thanksgiving Day.
Naturalmente molti dicono che, cadendo il governo, Giorgio Napolitano farà di tutto per evitare le elezioni anticipate. È una tradizione del Quirinale e qualcuno vede questo tentativo come un dovere istituzionale. Ma Berlusconi sa benissimo che per una maggioranza senza Pdl i numeri non esistono. E sa anche che ci sono milioni di italiani pieni di rancore nei confronti di Fini, pronti a fargliela pagare come l’avrebbero fatta pagare a Bossi nel 1995, se Scalfaro non avesse barato. Ma se allora il Cavaliere fu ingenuo (e perse le elezioni del 1996) ora non è più lo stesso : sa di poter contare solo su se stesso e non arretrerà nemmeno di un centimetro. Si è visto nel 2008 quando per le elezioni non ha consentito il rinvio nemmeno di qualche settimana.
Delle elezioni anticipate potrebbe essere contento solo Di Pietro, che raddoppierebbe o triplicherebbe i suoi voti: ma questo renderebbe ancor più problematica la situazione della sinistra, considerata ancor meno affidabile di quanto non sia oggi. La possibilità di tornare al governo si allontanerebbe nelle nebbie di un lontano futuro. Le elezioni successive alle prossime sarebbero nel 2016, quando Berlusconi potrebbe essersi ritirato dalla politica (in quell’anno avrebbe ottant’anni!) e il Pdl potrebbe essere divenuto un elemento credibile, stabile ed ineliminabile della politica italiana. Fra l’altro, con un nuovo leader, si toglierebbe alla minoranza l’arma preziosa dell’antiberlusconismo su cui ha puntato per decenni. Allora, il 2021?
Oggi i finiani hanno la libertà, ma non hanno un futuro. Possono dare fastidio a Berlusconi (che grande programma!), ma lui può ucciderli politicamente. E quel professionista del taglio del nodo di Gordio, come si è visto, è capacissimo di farlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2010

POLITICA
30 luglio 2010
LE PROSPETTIVE DOPO LA ROTTURA
Quando una casa rovina, il polverone impedisce di vedere le macerie. Per questo i commenti sulla rottura Pdl-Fini risentono ancora di dubbi e perplessità che solo il tempo sarà in grado di chiarire.
Fino all’ultimo momento, nessuno sapeva che cosa intendesse fare Silvio Berlusconi. Come mi scriveva l’amico Alberto Merzi, già questo era fra gli altri un punto a suo favore: “Sembra una storia scritta da Sun Tzu [il famoso “maestro della guerra” cinese]. Mai sottovalutare il nemico, e Fini l'ha fatto. Mai usare le stesse mosse per più di due volte contro il nemico, e Fini son anni che fa sempre le stesse cose. Mai accettare battaglia dove e quando vuole il nemico, e Berlusconi ha aspettato in momento giusto. Mai fare ciò che il tuo nemico si aspetta che tu faccia; e mentre, per lungo tempo, le mosse di Fini sono state monotone, ripetitive e prevedibili, il Cavaliere ha reagito ora col silenzio, ora con l'understatement, ora con stizza, ora con battute di spirito. Dici che in molti non riescono ad immaginare in che modo possa agire Berlusconi? E' per questo che vincerà, secondo Sun Tzu”.
Oggi i giornali annunciano brutalmente che Gianfranco Fini e i suoi sono stati buttati fuori dal Pdl e questo è formalmente falso: Bocchino, Granata e Briguglio sono stati deferiti al giudizio dei probiviri del partito. Fini, in quanto non imparziale e in quanto sfiduciato dalla formazione politica che l’ha eletto, è stato soltanto dichiarato ideologicamente incompatibile sia col Pdl che con la carica di Presidente della Camera dei Deputati. Ma l’espulsione è sostanzialmente vera: se la totalità del Consiglio, salvo tre finiani, dichiara che Fini e i suoi amici non fanno ideologicamente parte del Pdl e sono quasi dei traditori, essi sono stati effettivamente buttati fuori. Se parleranno contro Berlusconi o contro il Pdl, si potrà far spallucce. “Non c’entrano, col Pdl, si dirà. Sono già stati invitati ad andarsene; sono solo oppositori; sono stati espulsi”.
Un risultato sicuramente conseguito è quello di avere fatto felici i sostenitori del Pdl. L’indignazione nei confronti di Fini e di personaggi urticanti come Italo Bocchino era tale che la base del partito oggi gongolerà. Si udranno gli alti lai degli interessati e gli attacchi forsennati dalla sinistra ma a questi strepiti si è fatto il callo. I dissidenti in sostanza saranno membri di un partitino d’opposizione, ironicamente costituito d’autorità da Berlusconi e non più credibile dell’Idv.
Rimangono sul tappeto la sorte del governo e quella di Fini.
In primo luogo, bisognerà vedere quanti saranno, concretamente, i dissidenti. Finché non si avranno dati certi, meglio non vendere la pelle dell’orso. In secondo luogo, il governo non dovrebbe correre eccessivi pericoli perché Berlusconi deve avere usato il pallottoliere, prima di fare questa mossa. In terzo luogo i dissidenti, anche se tali, si dichiarano leali alla maggioranza: sanno che, con nuove elezioni, rischierebbero di sparire dagli schermi radar. In quarto luogo, la maggioranza potrebbe aprirsi all’Udc. In quinto luogo è vero che, con numeri risicati, sarà molto difficile votare le leggi e fare le riforme, ma da un lato si potrà sopravvivere ciò malgrado (Prodi docet), dall’altro il governo forse spera proprio di cadere. È la tesi del giornalista Riccardo Barenghi. Berlusconi avrebbe organizzato tutto questo per andare a nuove elezioni e stravincerle. Così eliminerebbe del tutto Fini e chi lo segue: l’attuale legge elettorale gli concederebbe una buona maggioranza in Parlamento anche se il risultato delle urne non fosse entusiasmante. Insomma, secondo Barenghi, si direbbe che l’attuale maggioranza non possa che cadere in piedi ma il futuro è sulle ginocchia di Giove.
Interessante è la sorte di Gianfranco Fini. È vero, non c’è uno strumento costituzionale per costringerlo a dimettersi. Ma è anche vero che oggi come oggi, per restare seduto su quella poltrona, non ha altra legittimazione che non sia la forza con cui si aggrappa ad essa. Parecchi infatti dicono che, per dignità, dovrebbe dimettersi. Inoltre ora, se appena appena sgarra, dovrà aspettarsi, che il Pdl lo additi come fazioso e inadatto a ricoprire quella carica. Né il sostegno della sinistra gli sarà utile: per gli italiani sarà la prova del suo tradimento.
Un’altra ipotesi gravida di conseguenze e fonte di dibattito fra i costituzionalisti sarebbe il voto di sfiducia ad personam. È strano che nessuno ne abbia parlato. Questa pratica fu inaugurata - con notevole sorpresa di chi scrive - contro l’integerrimo Ministro di Giustizia del governo Dini Filippo Mancuso, colpevole di avere ordinato un’ispezione sui magistrati di Mani Pulite. La sfiducia andò in porto e il ministro, coraggiosamente abbandonato da Lamberto Dini, dovette dimettersi. Se fosse sfiduciato dalla Camera che dovrebbe presiedere, Fini non potrebbe rimanere al suo posto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2010

POLITICA
2 giugno 2010
ISRAELE È UNA LADRA
Se ti considerano un ladro, ti conviene rubare.
Questa massima può sembrare discutibile, ma acquista il suo significato quando si pensa alle ragioni per cui non bisogna rubare. Gli spiriti superiori dicono che l’imperativo categorico ce lo vieta; altri ricordano il Settimo Comandamento; i pragmatici infine pensano che non bisogna rubare perché si va incontro ad un mare di guai: nessuno ha fiducia nel ladro, con le conseguenze negative del caso. Si perdono gli amici, nessuno ci lascerebbe soli in una stanza in casa sua (ammesso che ci facesse entrare) e nessuno si metterebbe in società con noi, per qualunque impresa, perché temerebbe di vedersi imbrogliato e derubato. Per non dire che si potrebbe finire in carcere. A farla breve, il galantuomo ha interesse ad essere tale.
Ma proprio questa molla, l’interesse, crea il limite. Se Andrea viene giudicato un ladro, benché la sua condotta sia sempre perfetta, non si capisce perché (sempre eccettuando il caso che si obbedisca all’imperativo categorico o al Settimo Comandamento) non dovrebbe rubare. Non vale dire: “Ma in questo modo una volta o l’altra fornirà agli altri la dimostrazione che è veramente un ladro, perché nella nostra ipotesi gli altri non abbisognano affatto di questa dimostrazione. Loro SANNO che Andrea è un ladro. L’ulteriore conferma sarebbe accolta con indifferenza: come se qualcuno tentasse di spiegare che dopo il mercoledì viene il giovedì. L’unico vantaggio che può ricavare dalla propria situazione chi è giudicato un ladro, sempre e comunque, è che rubi, sempre e comunque.
Il ragionamento non è pirandelliano, ha conseguenze pesantemente concrete. Se la fazione opposta alla nostra, in politica, è animata nei nostri confronti da un invincibile pregiudizio, da una cieca ostilità, dal disprezzo più profondo o dall’odio, addirittura, è inutile cercare il dialogo, proporre accordi e compromessi. L’alternativa è soltanto vincere con la forza o perdere.
Il fossato che in Italia divide centro-destra e centro-sinistra è così profondo che, malgrado le belle parole di Giorgio Napolitano, non esiste nessuna possibilità di accordo, di dialogo, di collaborazione. Neanche su un tema ovvio come salvare i cittadini da un disastro naturale o il Paese dal fallimento. Anche se i capi, privatamente, riconoscessero che il provvedimento preso dalla fazione opposta è opportuno, il loro elettorato non la penserebbe così. Considererebbe un tradimento sostenere “quelli là”. È un dogma, hanno sempre torto. Per conseguenza è sciocco cercare ammorbidimenti, propri o della controparte, ricercare convergenze e un rapporto civile fra i partiti, nell’interesse del Paese. Da noi, chi ha la forza per governare, deve farlo senza mai dare ascolto all’opposizione e senza scrupoli: tanto, che sia colpevole o no, la controparte l’accuserà anche di questo, sempre e comunque.
L’esempio civile appena fornito diviene “selvaggio” se riguarda Israele. Questa democrazia è costantemente accusata di tutto, con eccessi di malafede che raggiungono livelli metafisici. A questo punto, Israele dovrebbe dire che fino ad oggi, per rispetto di se stessa, ha rispettato anche i nemici ed è stata leale. Da domani, dal momento che viene accusata di essere sterminatrice, genocida e nazista, si comporterà esclusivamente nei termini consigliati dal proprio interesse. Se, per esempio, i soldati temeranno che da una casa potrebbero sparare su di loro, si sentiranno autorizzati a distruggerla con una cannonata. Trovato qualcuno che reputano un terrorista, potrebbero ucciderlo sul posto, senza processo. Del resto i palestinesi cercano di ammazzare civili israeliani innocenti. Se infine una nave entrerà nelle acque territoriali sottoposte all’autorità di Israele senza permesso, dopo una breve intimazione il dietrofront la si affonderà.
Questa lezione Gerusalemme avrebbe dovuto impararla quando i palestinesi hanno cercato di contrabbandare armi con le ambulanze della Mezza Luna Rossa. Dopo un episodio del genere, si è autorizzati a sparare col bazooka contro le ambulanze che arrivano troppo veloci al posto di blocco. Così come la prossima volta che una nave cercherà di attraccare a Gaza, si può star certi che gli israeliani non invieranno una decina di soldati ma una decina di cannonate, da lontano. Cosa che, se fossero stati realisti, avrebbero dovuto fare già stavolta.
I Paesi del mondo che cosa potranno dire contro Gerusalemme, che non stiano dicendo già oggi? Gli israeliani sono scesi su una nave fiduciosi di avere a che fare con “pacifisti”, non certo per imporsi con la forza (non sarebbero scesi in dieci o dodici, se così fosse stato!), e si sono visti assalire da gente che voleva ucciderli a bastonate. Morale? Con certa gente non bisogna parlamentare. È talmente dura d’orecchio da sentire solo le cannonate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 giugno 2010

POLITICA
7 maggio 2010
IL PDL COME L'IMPERO ROMANO
Il difetto delle grandi vittorie è che quando nessuno più minaccia il trionfatore, il trionfatore comincia a danneggiare se stesso. Da prima le grandi conquiste conducono alla pax romana, poi cominciano le lotte intestine, infine si arriva alla partizione dell’impero, alla decadenza, al crollo. L’Impero Romano non è stato abbattuto dall’esterno; non è che i barbari siano diventati tanto più forti e che i romani siano diventati tanto più deboli; è che non avevano più lo spirito di prima; non avevano più la voglia di combattere per difendersi, quasi fossero convinti che l’Impero dovesse stare in piedi da sé, per decreto del Destino.
Questo avviene in termini analoghi anche per altri trionfi, come quello del Cristianesimo. Una volta che questa religione ha completamente soppiantato il paganesimo si è stravolta, è divenuta centro di politica, di lusso ed anche di corruzione. Proprio a causa di questa decadenza, quando nessuno la minacciava dall’esterno, ha subito dall’interno la Riforma: l’equivalente religioso della disgregazione dei grandi imperi.
Qualcosa di analogo, anche se di proporzioni infinitamente più piccole, sembra avvenire oggi in Italia. Il centro-destra non solo ha vinto le ultime elezioni politiche e non solo ha vinto le ultime regionali: sembra avere vinto nella società. Nel senso che l’opposizione appare incolore, sbiadita, insignificante. Nessuno, preso a caso per la strada, saprebbe indicare che cosa vuole il Pd e che cosa propone di concreto. Le grandi dichiarazioni di principio beneauguranti in materia di lavoro, ripresa economica, giustizia sociale, sanno di minestra riscaldata. E proprio perché nessuno minaccia il centro-destra dall’esterno, proprio perché le dimensioni della sua vittoria sono enormi, l’edificio comincia a mostrare le crepe causate dal gigantismo. E questo spiega la simpatia con cui la sinistra guarda a Gianfranco Fini. Ha l’atteggiamento frustrato di un Giuliano l’“Apostata” che, avendo fallito nell’impresa di far rinascere il paganesimo, assiste per magia alla contestazione di Lutero e spera che almeno lui riesca ad abbattere il Papa.
Nel giudicare tutti gli scontri, si tiene inevitabilmente conto del passato. Se il più debole ha un piccolo successo, ci si chiede se si stia assistendo alla nascita di un futuro campione; se invece il campione ha un’incertezza o subisce una sconfitta, ci si guarda subito in giro per vedere chi potrebbe essere l’astro sorgente. In Italia, se Silvio Berlusconi ha la minima difficoltà, si annuncia la fine del Pdl o, ad andar bene, ci si chiede chi sarà il successore di un Cavaliere ormai “bollito”. Poi passano un paio di settimane e Berlusconi è più a cavallo che mai.
Per i grandi organismi, così come per i grandi personaggi, il problema è che nessuno sa quando il gigante si arrenderà e rovinerà a terra. Dopo l’Elba ci possono sempre essere i Cento Giorni. Magari senza una Waterloo?
Tutto il discutere che si fa della decadenza del Pdl, delle sue scissioni, della corruzione di alcuni suoi personaggi, invece di indicare la fine di questo partito, potrebbe indicare che esso ha vinto fin troppo. Tanto che si avvia ad occupare l’intero proscenio. Per questo forse si dovrebbe prevedere un successore interno piuttosto che un nemico esterno ed è forse quello che pensa Gianfranco Fini. Il suo errore è che ha sbagliato i tempi. Attaccare Berlusconi non è da dementi. Alarico non solo ha assediato Roma, l’ha anche vinta: ma un Alarico disarmato o con alcune guardie del corpo fa solo ridere.
Almeno fino al 2013 gran parte della politica attuale sembra destinata a rimanere stabile. Salvo il venir meno fisico di Silvio Berlusconi, assisteremo da un lato alla difficoltà del campione di non mostrare mai la minima debolezza, dall’altro ai confusi desideri di rivalsa di tutte le forme di opposizione, attualmente capaci solo di applaudire la minima frecciata acida del Presidente della Camera.
Per vedere sfaldare il Pdl, non c’è che da aspettare. Se è caduto l’Impero Romano, se è caduta la Democrazia Cristiana, se si è liquefatto il Pci, fino a divenire patetico, non c’è ragione che il partito di Berlusconi sia eterno. Si può solo sperare che il partito che lo sostituirà non sia peggiore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 maggio 2010

POLITICA
24 aprile 2010
FINI E LA PINTA DI FIELE
Normalmente, chi parla di morale in politica fa venire l’orticaria. Non perché sia un metro di giudizio vietato ma perché è estraneo alla politica quanto l’estetica per giudicare un motore. Si può avere un eccellente galantuomo pessimo politico ed un vero farabutto eccellente politico. Nel patto Ribbentrop-Molotov, il miglior politico è stato Hitler: egli infatti riuscì ad ingannare Stalin, che pure diffidava anche della propria ombra e l’avrebbe volentieri fatta uccidere nei sotterranei della Lubianka. In Italia, dopo il famoso “ribaltone”, Scalfaro invitò Berlusconi a “fare un passo indietro”, promettendogli le elezioni a breve e invece queste elezioni gliele fece aspettare un anno e mezzo, dando alla sinistra il tempo di riprendersi e vincere. Agì male? Moralmente sì ma politicamente no. L’ingenuo fu Berlusconi che si fidò di quell’impegno e imparò così a sue spese la triste lezione della politica. Infatti, nella primavera del 2008, quando in molti gli chiedevano un paio di mesi prima delle elezioni per cambiare la legge elettorale, mandò tutti al diavolo.
Tuttavia anche in politica la morale ha diritto di cittadinanza quando influenza i risultati desiderati. Gli antichi romani o i principi del Rinascimento potevano disinteressarsi dell’etica perché anche le loro azioni più turpi erano ignote ai più; oggi la televisione obbliga tutti a tenere in maggior conto i rapporti umani e a comportarsi in modo (almeno apparentemente) decente.
L’intelligenza di Massimo D’Alema e di Gianfranco Fini, come quella di Giuliano Ferrara, è un luogo comune. Ma se i due svettano su tanti altri, come mai la loro carriera non è andata oltre ciò che sappiamo? Questo è uno dei casi in cui il giudizio extra-politico spiega i limiti del successo raggiunto.
Ovviamente ambedue sono stati in primo piano per decenni ed hanno avuto alte cariche: ma rimane da capire come mai Massimo rimanga sempre un ottimate di cui ci si premura di riportare i pareri e cui vengono attribuite infinite trame nell’ombra, senza che sia mai divenuto, come Berlusconi, il personaggio più importante del suo partito. Non è strano che gli sia stato anteposto un inconsistente Dario Franceschini? Anche la sua famosa opposizione a Walter Veltroni dovrebbe umiliarlo, dal momento che il concorrente si è sempre segnalato per la sua incolore banalità. E non è neppure possibile dimenticare che non è mai stato presentato come candidato alla Presidenza del Consiglio: gli è stato preferito persino Francesco Rutelli, detto Cicciobello.
Una delle spiegazioni è forse che D’Alema non ha mai saputo farsi degli amici. La sua arroganza, il sarcasmo che profonde a piene mani finiscono con il fargli perdere gli eventuali sostenitori. Tutti gli vanno dietro per sfruttarne la scia ma gli voltano le spalle appena possono.
Le cose non sono andate diversamente per Fini. Miglior politico di D’Alema, Gianfranco ha saputo sì tenere strette in pugno sia le redini che la frusta del suo partito: ma in tutti questi decenni non si è fatto degli amici. Nessuno ha dimenticato ciò che nel 2005 dicevano di lui, nel bar “La Caffettiera”, La Russa, Gasparri e Matteoli. Un momento di malumore, il loro? Nient’affatto. E si è visto. Una volta che con il Pdl la sopravvivenza politica non è più stata legata al buon volere del Capo, la maggior parte dei suoi si è allontanata da lui. E quando lui, smaniando, ha chiesto sostegno per andare contro Berlusconi, si è ritrovato col classico cerino in mano: i suoi antichi colleghi sono con Berlusconi, un Capo non solo dispensatore di vantaggi, ma anche di cordialità e pacche sulle spalle.
Il Cavaliere infatti non è un angioletto (non sarebbe arrivato dove è arrivato, diversamente) ma si presenta come amico di tutti. Spende più sorrisi lui che una commessa di gioielleria. Perfino quando deve dire no, fa finta di dispiacersene. È il tipo di corridore che dice all’avversario battuto: “Oggi non eri in forma, ecco tutto”. Non umilia nessuno e ricorda sempre che, come narrano le favole antiche, un leone può avere bisogno di un topo. La storia versa questa lezione nella coppa di Fini come generose pinte di fiele.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 aprile 2010

POLITICA
22 aprile 2010
FINI, VICOLO CIECO
Quando la crisi è cominciata, si è detto che la domanda giusta non era “Che cosa vuole fare Gianfranco Fini?”, ma “Che cosa può fare Gianfranco Fini?” E la risposta potevano darla solo i fatti: cioè il numero di deputati e senatori disposti a seguire il Presidente della Camera nella formazione di nuovi gruppi parlamentari. Ora sappiamo che: “Gianfranco Fini non può far nulla”. “I suoi”, o almeno quelli che credeva “i suoi”, sono disposti a manifestazioni di stima e solidarietà, ma a non molto di più. Prima ancora di avere ben guardato le sue carte, Fini ha invitato Berlusconi ad una partita di poker ed ha rilanciato più volte: alla fine il Cavaliere ha visto e lo sfidante ha mostrato scartine.
Sul suo spazio di manovra non avevamo le idee chiare, ma speravamo che almeno lui le avesse. Oggi lo abbiamo ascoltato con attenzione, ma ha dato l’impressione di inanellare critiche fumose, non del tutto aliene dalla retorica più stupida di sinistra, come quando se l’è presa con Feltri, e non ha chiesto niente di concreto. Non ha parlato né di scissione né di gruppi parlamentari. Insomma, non le aveva, le idee chiare. Diversamente non si sarebbe infilato in questo vicolo cieco da cui esce a marcia indietro, molto meno forte di quanto fosse quando vi è entrato. Non gliene è andata bene una. Ha reclamato il diritto al dissenso e molti altri oratori gli hanno ricordato che essi non solo il loro dissenso lo hanno manifestato, ma che Berlusconi si è anche occasionalmente piegato alle decisioni altrui, come nel caso della candidatura per i governatori di Puglia e Lazio. In conclusione, chi è in grado di riassumere in una sola frase la tesi di Fini? Vuole essere libero di dire la sua. E sia. Ma questo comprende i diritto di andare pubblicamente contro il partito che lo ha eletto e gli ha dato la carica di Presidente della Camera? Una domanda cui dovrebbe rispondere la sua coscienza, nel caso ne avesse una.
La spiegazione che si può dare, di tutto questo, è che anche ai più alti livelli si è soggetti all’emotività. Fini per una vita è stato il numero uno superiorem non recognoscens, ha governato il suo partito con pugno di ferro, anche quando l’opposizione interna osava interloquire, e da tutto questo ha tratto l’idea che il suo posto fosse naturalmente il primo. Che potesse vincere contro chiunque: e si è lanciato in questa infelice sortita senza avere prima fatto seriamente i suoi calcoli, convinto che il suo carisma avrebbe fatto miracoli. Narrano gli storici che nell’88 a.C. fu inviato uno schiavo per uccidere Mario, prigioniero, ma questi lo fece fuggire guardandolo negli occhi e chiedendogli: “E tu oserai uccidere Gaio Mario?” Bell’esempio di grande personalità. Ma quale uomo di buon senso si metterebbe volontariamente nella situazione in cui si trovò quell’antico romano? Come essere sicuri che lo schiavo sarà intimidito?
Fini ha dimenticato che Berlusconi non è quel pagliaccio che ama rappresentare la sinistra: è un uomo dalle mille risorse, dalle mille conquiste, dalle mille vittorie. E poco importa quanto meriti quelle mille conquiste e quelle mille vittorie: Napoleone diceva che non voleva solo generali bravi, li voleva “fortunati”: non gli importava come avessero vinto, purché avessero vinto. Berlusconi in questo senso si è sempre dimostrato “fortunato”. Oggi, in più, ha dimostrato di avere unghie molto affilate, come quando ha ricordato a muso duro all’ex amico che martedì non aveva chiesto miglioramenti e dibattiti, ma la costituzione di un autonomo gruppo parlamentare.
La disfatta di Gianfranco è stata totale: non ha ottenuto né la costituzione di gruppi parlamentari autonomi, né il riconoscimento dell’esistenza di una corrente e neppure un buon consenso in seno alla Direzione: undici voti su centosettanta non sono certo un trionfo.
Quello di Fini sembra un caso di titanismo. L’immensa presunzione che spinge all’attacco di chi è più forte, quasi accettando la prospettiva della sconfitta. Cosa molto nobile ed anzi romantica. E infatti, come amava ripetere Montanelli, “la derrota es el blasón del alma bien nacida”, la sconfitta è il blasone dell’anima ben nata: ma è assurda come programma politico. Parlare per un’ora per non dire nulla e per non ottenere nulla, non è il massimo.
È proprio vero che non ci sono qualità e neppure fortuna che bastino a salvare chi è meno forte del proprio temperamento. Questa vicenda ha mostrato a tutti i limiti dell’uomo Fini: ambizioso fino alla paranoia, arrogante, prepotente. Uno che ha scavato un’immensa trappola per farci cadere il Cavaliere e poi ci è caduto lui stesso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2010

POLITICA
16 aprile 2010
FINI: LA DOMANDA GIUSTA
Nelle infinite discussioni provocate dal comportamento del Presidente della Camera, nei mesi recenti, la domanda cui tutti hanno cercato di dare una risposta è stata: “Dove vuole andare Gianfranco Fini?”
Il quesito è divenuto ancor più pressante oggi, cioè nel momento in cui si reputa che si sia conclusa una fase ma non si sa quale si stia aprendo. E tuttavia non è detto che quella sia la domanda giusta.
Fino ad ora, alle punture di spillo, ai distinguo e al continuo controcanto non seguiva nessuna azione concreta: la discussione era accademica. Oggi le cose sono cambiate e l’interrogativo non deve più essere “Che cosa vuole fare Fini?”, ma “Che cosa può fare Fini?”
Nel momento in cui si dichiara una guerra l’intenzione di tutti i partecipanti è quella di vincere, ma l’attenzione degli osservatori si concentra sulle forze in campo: quanti mezzi corazzati, quante navi, quanti aerei?
Nel caso presente tutto si riduce a sapere quanti deputati e quanti senatori sono disposti a seguire il Presidente della Camera. Finché non sarà stato chiarito questo punto sarà inutile stare a discutere. Forse proprio a questo servono le famose quarantotto ore di cui si è parlato: a fare la conta, dal lato di Fini come dal lato di Berlusconi. Sono i terzi, i “peones”, cioè i semplici parlamentari, quelli che decideranno. Magari votando con i piedi, cioè andando con l’uno o con l’altro.
A questo riguardo bisogna subito sgombrare il terreno da un’illusione. I peones non decideranno sulla base della validità delle obiezioni di Fini, ma sulla base delle conseguenze sul loro personale futuro. “Nel 2013, se non sarò sostenuto dal Pdl, quante probabilità avrò di essere rieletto?”, “Se Fini riuscisse a rovesciare il governo e a formarne un altro, che posto vi avrei io, a me che cosa darebbe?”
È per tutte queste ragioni che l’iniziativa di Fini continua a lasciare perplessi. Berlusconi il potere l’ha già ed è in grado di dispensare favori, Fini no. Non parliamo poi dei maggiorenti ex An, oggi capigruppo o ministri: quale follia dovrebbe spingerli a lasciare il certo per l’incerto?
Purtroppo se si vuole capire la storia bisogna sempre lasciare largo spazio alla stupidità e alla follia. Per questo bisogna aspettare la fine delle quarantotto ore, quando si potranno contare le forze in campo e sapere se Gianfranco Fini è un visionario, un profeta capace di spingere lo sguardo lontano come nessun altro, o è solo un frustrato rancoroso che, pur di fare un dispetto a chi magari l’ha beneficato, è disposto a danneggiare se stesso e chi gli va dietro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2010


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POLITICA
9 marzo 2010
NEL CONTESTO, TUTTI PERDENTI
Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, malgrado il decreto legge interpretativo del governo, ha rigettato il ricorso del Pdl per l’ammissione alle elezioni regionali. Qualcuno ha detto che questa decisione è uno schiaffo all’esecutivo, qualcun altro ha pensato che essa dipende soltanto dalla competenza della Regione in materia di leggi elettorali, ma poco importa. Aspetteremo le motivazioni. Inoltre è ancora possibile che altre autorità intervengano con decisioni contraddittorie, fino al Consiglio di Stato o al rinvio delle elezioni. Un completo guazzabuglio. Considerando per il momento esclusa la lista del Pdl, dalla vicenda si possono trarre interessanti riflessioni.
In linea teorica, la sinistra ha indubbiamente ragione. In altri momenti e in altre regioni, per i motivi più diversi, sono stati esclusi altri partiti. Dunque, se la legge è uguale per tutti, il Pdl deve essere escluso dalle elezioni. Una scadenza è una scadenza.
Il ragionamento è chiaro ed ineccepibile. Noi che rispettiamo la legalità dovremmo dunque essere contenti se, malgrado il decreto del governo, il Pdl rimanesse fuori dalle elezioni. Ed in effetti lo saremmo con tutto il cuore se non intervenisse un altro fattore: quello che di solito si chiama “il contesto”.
Nella vita della nazione si incrociano spesso diritto e politica. Per il diritto “la legge è uguale per tutti”, per la politica no. Il diritto è formale: fiat iustitia et pereat mundus, si faccia giustizia, caschi il mondo; la politica è sostanziale: si salvi il mondo, quali che siano le leggi.
Né può dirsi che la gente stia col diritto. Sta col diritto e l’economia quando un meccanico licenzia un operaio perché nella sua officina non c’è posto e reddito per due, sta con la politica quando il licenziamento tocca migliaia di operai di uno stabilimento Fiat. Dal punto di vista giuridico ed economico i problemi che il licenziamento provoca a molti o a un singolo operaio sono uguali: ma mentre del singolo non s’interessa nessuno, neanche i sindacati, dei mille si interessano i partiti, i giornali e la Chiesa. Tutti pretendono, magari a spese dello Stato, che non accada ciò che è accaduto legittimamente al singolo. Dunque il numero conta. Se fallisce un negozio di tessuti, non c’è neanche una riga nella gazzetta locale, se rischia di fallire l’Alitalia se ne parla per anni e alla fine interviene lo Stato. I giornali e i partiti non discutono l’intervento in sé, ma solo se sia quello giusto. Il numero conta. Perfino a preferenza del diritto e dell’economia.
È sulla base di questa mentalità che, se pure con scomposta frenesia, il governo è voluto intervenire per salvare sia il Pdl sia la validità della consultazione. La sinistra al contrario si è aggrappata alla legge non perché l’ami particolarmente (se così fosse, non dovrebbe chiedere una soluzione per Termini Imerese), ma per attaccare la maggioranza. Al governo infatti avrebbe tentato di fare la stessa cosa e non meraviglia che il Presidente della Repubblica, uomo di sinistra, abbia ripetutamente affermato che “non si può escludere dalle elezioni il partito più forte”. Per ragioni sostanziali.
Assistiamo ad una strana disputa in cui hanno tutti torto. Gli unici da assolvere sono forse i magistrati, sempre che abbiano agito per motivi esclusivamente giuridici.
La speranza rimasta è che la vicenda si concluda con l’effettiva esclusione del Pdl. Sia perché per una volta sarebbe bello veder trionfare il diritto contro la politica, sia perché sarebbe bello veder punire l’ipocrisia della sinistra. Infatti, nel Lazio, nessuno toglierebbe agli eletti la macchia di avere vinto a tavolino, di non rappresentare il popolo, di essere degli abusivi, di non esercitare un potere democratico e chissà che altro. Se poi per la carica di governatore vincesse la Polverini si avrebbe una “cohabitation”, per usare il termine tanto usato in Francia quando il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro appartenevano a partiti rivali, con conseguenti, grandissime difficoltà pratiche.
L’esclusione del Pdl sarà un guaio per tutti. Un guaio così grande che molti, anche nel centro-sinistra, hanno reagito come il Presidente Napolitano. Ma è bene che una volta tanto tutti soffrano le conseguenze delle loro azioni e delle loro parole imprudenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 marzo 2010
 
 

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POLITICA
17 dicembre 2009
MOLLICHINE - FINI E LE RIFORME CONDIVISE
MOLLICHINE
Un titolo che fa sognare mezza Italia: “Oggi Berlusconi torna a casa”.
Fini critica la fiducia al governo. È comprensibile. Infatti lui non l’ha per niente.
Boom di vendite per le miniature del Duomo di Milano. In attesa di una nave carica di kit per voodoo casalinghi con bambole di Berlusconi, aghi e tutto.
Vogliono fare a pezzi la Bocconi. Stiamo tornando al terrorismo: a pezzi e Bocconi.
L’attentato alla Bocconi del “Fronte anarchico informale”. Alla buona. Non è inamidato e complimentoso. Non dice: “Le reca disturbo se depongo qui questa bombetta?”
Fini: superato il livello di guardia. Siamo alla guardia scelta. Per il livello di maresciallo c’è tempo.
Dinanzi al giudice, Tartaglia: “Mi piace Di Pietro”. È chiaro: mira all’infermità mentale.
Il garante Rai: “Verificare obiettività ed equilibrio”. A verifica effettuata: “Non ci sono”.
A Copenaghen sembra che non si arriverà ad un accordo sul clima: tira una brutta aria.
Bocconi. Cesare Martinetti, sulla Stampa: “Non siamo agli Anni Settanta”. Basta un’occhiata al calendario.
Fini: “Sto con Napolitano”. And the apple pie.
Stampa. Il Pdl offre la tregua al Pd. Da domani niente più dum dum, solo pallottole normali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 dicembre 2009

FINI E LE RIFORME CONDIVISE
Molti dicono che le grandi riforme, in particolare quella della Costituzione, devono essere condivise: cioè progettate e votate insieme da maggioranza ed opposizione. Sono parole ragionevoli che dovrebbero essere approvate da tutti. E in effetti lo sono: in teoria. Nella pedestre realtà, le cose stanno tanto diversamente da essere autorizzati a sorridere.
In psicoanalisi si parla del “principio di realtà”. Il nevrotico è capace di avere paure sganciate dai pericoli, può credersi amato oppure odiato senza essere né l’una né l’altra cosa, e la terapia tende appunto a fargli ricuperare il “principio di realtà”. Quello per cui, anche se uno ha una paura folle di prendere l’ascensore, sa che l’ascensore non è pericoloso e fa uno sforzo per usarlo.
Le più grandi difficoltà nascono dal fatto che alcune false rappresentazioni sono utili all’interessato. L’artista che non riesce a sfondare può interpretare la cosa come il risultato dell’incompetenza di critici e pubblico o come un meritato giudizio negativo sulla sua opera. È evidente che, quand’anche tutto orientasse effettivamente verso la seconda interpretazione, la prima è molto meno frustrante ed è per questo quella più spesso adottata.
Per quanto riguarda le riforme condivise, non c’è dubbio che l’ideale sarebbe una leale collaborazione nell’interesse del Paese; ma questa collaborazione, secondo il principio di realtà, è nel novero delle cose possibili? Sembra che la risposta sia un risoluto e maiuscolo NO.
Non si tratta di stabilire di chi sia il torto. Non si tratta di vedere se le riforme che potrebbero proporre la maggioranza o l’opposizione siano utili e ragionevoli. Si tratta di osservare che, qualunque riforma, se proposta da destra, sarà rifiutata e stramaledetta da sinistra; e se proposta da sinistra sarà rifiutata e stramaledetta da destra. Anzi si può star certi che la sinistra non proporrà mai una riforma accettabile per il centro-destra, non per malvagità ma per non rischiare di essere accusata dai suoi elettori di essere scesa a patti con Silvio Berlusconi. In queste condizioni, a che serve parlare di riforme condivise?
Quali riforme può dunque realizzare il centro-destra, anche se il centro-sinistra si oppone? Non può modificare la Costituzione perché, quand’anche lo facesse, poi il centro-sinistra griderebbe tanto da indurre una buona parte degli elettori ad annullare la legge con un referendum. È già avvenuto. E quella riforma non era neppure cattiva. Dunque la maggioranza ha libertà di movimento solo in materia di leggi ordinarie. Purtroppo, anche in questo caso non può dimenticare che, se esse non piacciono al centro-sinistra, la Corte Costituzionale può annullarle. È già avvenuto, perfino in modo scandaloso col Lodo Alfano. E allora?
Rimangono tre soluzioni. Il centro-destra fa il possibile nelle condizioni obiettive, pur sapendo che le carte sono truccate. Oppure, seconda soluzione, sforna a getto continuo leggi anche chiaramente anticostituzionali, in modo che, fra il tempo della promulgazione e il momento in cui la Corte Costituzionale le annulla, hanno  prodotto i loro effetti. Potrebbe ad esempio sfornare un simil-Lodo Alfano ogni sei mesi. Naturalmente questa pratica sarebbe denunciata come eversiva e truffaldina, ma si potrebbe rispondere che è eversiva e truffaldina anche una Corte Costituzionale di parte. La terza soluzione potrebbe adottarla il solo Silvio Berlusconi, dicendo: “M’avete stufato. Me ne vado nei Mari del Sud. Fatemi sapere ogni tanto come vanno le cose”.
In realtà questa soluzione è da escludere perché il Cavaliere ha contratto un debito con gli italiani che hanno avuto fiducia in lui. Potrebbe però aspettare il 2013 e dire a tutti: “E ora sbrigatevela da soli. Non vi aiuterò nemmeno nella campagna elettorale”.
Chissà che quel giorno, dopo esserci lamentati per vent’anni di un uomo troppo ingombrante, non dovremo lamentarci di un vuoto troppo ingombrante. Perfino la sinistra sarebbe in imbarazzo: è forse la stessa cosa odiare Tremonti o Gianni Letta?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 dicembre 2009

POLITICA
24 giugno 2009
D'ALEMA E LE POT AU LAIT
D’ALEMA E LE POT AU LAIT
Questo è il periodo delle doppie letture. Franceschini ha detto che i risultati delle ultime elezioni segnano l’inizio del declino del centrodestra e si è stati costretti a ricercare su internet il video di quelle dichiarazioni per essere sicuri di aver sentito bene. Ora un articolo di Laura Cesaretti  costringe a fare altrettanto.
Scrive la giornalista che, secondo Mastella, D’Alema cercherebbe di disarcionare Berlusconi (ecco il senso della “scossa”) perché vorrebbe stringere un’alleanza con Pierferdinando Casini per portarlo a Palazzo Chigi. Avete letto bene: Casini Primo Ministro col sostegno del Pd. In tempi brevi. D’Alema infatti avrebbe accettato la candidatura di Bersani a segretario del Pd ma non a quella (futura e possibile) di premier, proprio perché aveva in mente questo schema. Uno dice: fantasie della notista del “Giornale”. E invece ecco viene citata Repubblica. Scrive Massimo Giannini che il risultato pugliese "dimostra che il dialogo con il centro di Casini è forse l'unica via per tentare una riapertura del gioco politico". Anche se stavolta non si parla di Palazzo Chigi ma semplicemente di “una riforma elettorale sul modello tedesco, che lasci tutti i partiti a mani libere prima delle elezioni e crei poi le alleanze in Parlamento”. Anche in questo caso, tuttavia, si parla di mani libere e di nuove alleanze, e si allude insomma a questa rivoluzione politica.
Si rimane basiti.
Che si cerchi di rovesciare il governo e sostituirlo con la propria coalizione, è un dovere dell’opposizione. Che si trami per ottenere questo risultato, persino con le armi della calunnia, non sarà un dovere ma è la normalità. Ma che si ragioni come “La laitière et le pot au lait”, di La Fontaine, no, è allarmante. Perrette pensava di vendere il suo latte e di cominciare da lì la sua strada verso la ricchezza finché il recipiente non le cadde dalla testa e tutti i sogni andarono in fumo. Nello stesso modo, le inverosimiglianze del progetto d’alemiano sono legione.
In primo luogo, non si può ragionare come se Berlusconi non ci fosse. Perché c’è. Può non piacere, si può odiarlo, ci si può perfino augurare che gli venga un coccolone, ma finché questo non avviene è lì. E non è soltanto “un ostacolo”, come dice Mastella: è una montagna franata sulla via della sinistra.
Poi non viene spiegato se questo terremoto dovrebbe avvenire in seguito a nuove elezioni o no. Perché le nuove elezioni si potrebbero avere se cadesse il governo e la stessa maggioranza non fosse in grado di costituirne un altro. E se non ci fosse crisi di governo, se non ci fossero nuove elezioni, perché mai Berlusconi dovrebbe farsi da parte?
Anche facendo l’ipotesi che Berlusconi, novello Silla o novello Carlo V, decidesse volontariamente di farsi da parte, chi dice a D’Alema che in tutto il centrodestra non ci siano politici ambiziosi desiderosi di prenderne il posto? Perché mai Fini dovrebbe dire a Casini “Prego s’accomodi”? E chi dice che non nutrano ambizioni Tremonti, Gianni Letta e i tanti personaggi di spicco del Pdl?
Ma la lista delle perplessità non è completa. È vero, Casini in qualche regione o in qualche comune si è alleato col Pd, e questo ha portato a volte al successo. Ma è notorio che, nelle amministrative, tutti si ritengono più o meno liberi di contrarre alleanze eterodosse: si tratta infatti di governare enti locali, non le sorti dell’intera nazione. Chi dice a D’Alema che gli elettori dell’Udc non stiano in quel partito perché non son voluti stare con i democristiani di sinistra? Continuerebbero a votare per Casini, alle politiche, se sullo sfondo ci fossero, se pure sbiaditi, falce e martello?
Almeno Perrette il latte, prima che le cadesse per terra, l’aveva. Ma qui?
Il centrosinistra è peggio che sconfitto: sembra in preda ad una sorta di marasma. All’incapacità di distinguere i sogni dalla realtà. Tutto questo è preoccupante e non rimane che sperare che sia frutto di un malinteso. In democrazia siamo pronti ad essere governati da persone che la pensano diversamente da quelli che stimiamo di più, ma vorremmo che, comunque, chi siede in Parlamento e, a più forte ragione, chi va al governo, fosse sano di mente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it.
24 giugno 2009

POLITICA
23 giugno 2009
SI PUÒ ROVESCIARE QUESTO GOVERNO?
SI PUÒ ROVESCIARE QUESTO GOVERNO?
Gli incompetenti mancano di senso critico e di cultura e per questo provano a realizzare imprese impossibili: tuttavia a volte beneficiano di un magnifico colpo di fortuna e riescono. Avere il coraggio di osare è cosa lodevole. Tuttavia non è opportuno tentare tutte le imprese che ci fanno sognare: l’errore si pagherebbe con l’insuccesso e la frustrazione. Tutto considerato, meglio mancare la grande scoperta che si fa una volta su un milione, che andare a sbattere un milione di volte meno una. Amleto diceva che la coscienza ci rende tutti vili, ma se ci rende prudenti, è bene averla.
A queste considerazioni si può giungere guardando la situazione politica attuale italiana. Qui c’è una fazione – politica e giornalistica – che vorrebbe far cadere il governo e non ne ha i mezzi. Questo non le impedisce di provarci lo stesso e per questo bisogna applaudirla. Chi non tenta non ha nessuna possibilità di riuscita. Ma stavolta sembra che si stiano scambiando i propri sogni per realtà. Si stanno prendendo le proprie parole per cannonate, dimenticando che è dal tempo di Gerico che i suoni non fanno crollare i muri. L’impresa, al di fuori di ogni atteggiamento favorevole o sfavorevole all’attuale maggioranza, appare tecnicamente disperata.
Un governo non rimane in carica perché fa il bene del Paese: se il regime è una dittatura feroce, lo tiene in piedi la paura della vendetta del tiranno; se è moderato, rimane in carica semplicemente perché – fra coloro che potrebbero farlo cadere - gli interessati al suo sostegno sono più numerosi degli interessati al suo crollo.
Le spinte fondamentali di chi fa politica sono l’amore per il potere, (“comandare è meglio che…”); l’ambizione, perfino quella inconsueta di fare il bene della nazione e infine il denaro. Questi tre interessi sono riusciti a tenere in piedi un governo sgangherato come quello Prodi.  Quella maggioranza sapeva che con una crisi avrebbe perso il potere e perfino, per i neoeletti, la pensione di parlamentare. Questo ha tenuto insieme una coalizione che nient’altro legava e che era comunque abbastanza fragile da essere abbattuta dal primo malumore di Mastella.
Qual è la situazione di oggi? La maggioranza attuale, ampia e solidissima, non può essere disarcionata da un piccolo attentato. Tutti, deputati, senatori e uomini di governo, hanno l’interesse a restare dove sono. La scena è dominata da un unico partito, stretto intorno ad un leader indiscusso: e chi volesse attaccare questo nocciolo finirebbe con l’autoemarginarsi. Prima di pensare ad una coorte di ferventi innamorati di Berlusconi, bisogna pensare ad una ciurma di possibili traditori che si comportano da fedeli alleati perché l’agguato, in tempi prevedibili, non offre alcuna possibilità. Un buon esempio dei rischi che si corrono è Follini, che ha cercato in ogni modo di sabotare la maggioranza cui apparteneva ed è passato da Vice-Presidente del Consiglio dei Ministri con Berlusconi a signor nessuno perduto nel Partito Democratico. Non è una bella prospettiva. Lo stesso Casini, che ha a lungo fatto il difficile e a lungo ha ricattato l’esecutivo, si è ritrovato a capo di un partitino di mera testimonianza.
La realtà è facile da descrivere: se gli “amici” di Berlusconi non hanno nessuna possibilità di farlo cadere, figurarsi i suoi nemici. Fino alle prossime elezioni costoro non hanno speranza e la caciara attuale è solo caciara. “Repubblica” ha l’aria di credere che, dando del delinquente e dell’immorale a Berlusconi, questi dovrebbe arrossire e sparire. Oppure che i suoi soci dovrebbero abbandonarlo. Forse dimentica che in realtà ci sono mille parlamentari che non vogliono tornare a casa, per non parlare dei ministri, dei sottosegretari, dei portaborse e delle molte migliaia di beneficiari del sottobosco politico. Questa coalizione d’interessi non può essere demolita dall’accusa, rivolta al Primo Ministro, di essere uno che ama le donne. Non solo in Italia questa non è una colpa (anzi per un uomo dell’età del Cavaliere sarebbe piuttosto un’impresa ai limiti della fisiologia) ma nessuno rinuncerebbe ai vantaggi conseguiti per bacchettarlo e metterlo in castigo.
Qualcuno ha detto che in politica non esistono amicizie stabili, esistono interessi stabili. La voglia di essere maggioranza è un interesse stabile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2009

CULTURA
3 maggio 2009
IL PDL SOPRAVVIVERA'?

IL PDL SOPRAVVIVERÀ?
Il Pdl è il più grande partito italiano ma parecchi lo considerano un gigante dai piedi d’argilla. Senza Berlusconi, che non è eterno, rischia infatti di sciogliersi come neve al sole. Questa teoria – che per alcuni si chiama speranza – ha una base di verità.
La Democrazia Cristiana ritrovava le sue radici in un partito nato prima dell’epoca fascista; il Partito Comunista è nato con la scissione di Livorno, decenni prima della cosiddetta Liberazione: Forza Italia no. Forza Italia è nata per volontà di un solo uomo e certe grandi imprese – basti pensare alla Ford – non hanno soltanto il nome del fondatore: hanno in lui la loro spina dorsale. Per questo, quando il Cavaliere osò mettere il proprio nome sulla scheda elettorale, la cosa scandalizzò fino ad un certo punto: si certificava per iscritto un fatto già avvenuto nella società. La gente non diceva “votare per Forza Italia”, diceva “votare per Berlusconi”.
Questo spiega perché, nel variare dei nomi, l’identità non è mai andata smarrita. In Italia c’è Berlusconi – comunque voglia chiamarsi il suo partito, e con chiunque egli si allei - e chi è contro di lui: ecco tutto. In queste condizioni si comprende che l’improvviso venir meno del leader sarebbe il peggior terremoto politico possibile. Qualcosa che potrebbe dall’oggi al domani trasformare il Pdl in un mucchio di macerie immerse in una nuvola di polvere. E tuttavia queste fosche previsioni sono facilmente smentite da alcune considerazioni.
Se è vero che alcuni partiti sono tenuti insieme da un ideale – per esempio i vetero-comunisti – i grandi partiti hanno come collante un ideale ma soprattutto un comune interesse. Per molti decenni il più grande partito italiano è stato la Democrazia Cristiana che, in teoria, avrebbe dovuto essere composto di cattolici praticanti. In realtà diveniva democristiano chiunque fosse semplicemente ambizioso. La Dc era il partito attraverso il quale si arrivava al denaro e al potere. Bastava una professione di fede formale e il gioco era fatto: si poteva anche arrivare ad essere ministri. Un grande partito che abbia ancora la spinta vitale, e che sia sostenuto dall’interesse di decine di migliaia di persone, non muore dall’oggi al domani. La maestà delle dimensioni si sostituisce alla leadership carismatica.
È vero che, con Berlusconi vivo, ogni altra personalità sembra sbiadita: ma non è che, morto Coppi, non ci siano più state corse di biciclette. Nello spazio che si fa, venendo meno il grande personaggio, i successori sembrano più validi di quanto non fossero prima. E a volte non a torto. Chi avrebbe badato al giovane e gracile Ottaviano, se Cesare non fosse stato pugnalato? E tuttavia la storia ha dimostrato che quel ragazzino aveva in sé le capacità per divenire il più grande imperatore romano.
Alcune personalità sono di secondo piano esclusivamente perché il primo piano è occupato da un prim’attore di grido. Giulio Tremonti è uomo eccezionale, capace perfino di imparare – cosa difficilissima - ad essere meno sgradevole e a nascondere il proprio disprezzo degli altri. Antonio Martino è un grande economista e un uomo di straordinario buon senso. Fini è un “politico naturale”, abile fino all’inverosimile, con un grande carattere e capace d’imporsi. E ci sono ancora altri nomi. No, Berlusconi non lascerebbe un vuoto.
Né si può dimenticare il “valore oppositivo” dei partiti. Non sempre una formazione vive delle proposte che fa: a volte vive delle proposte che avversa. Per decenni molta gente ha disprezzato la Democrazia Cristiana perché ne conosceva l’ipocrisia, il cinismo, le magagne. Tanto che era raro si confessasse di votare per essa. Ma quel voto significava votare contro il Pci e tanto bastava: ci si turava il naso. Dunque, senza Berlusconi, non per questo non ci sarebbero partiti di sinistra più o meno irragionevole contro cui gli italiani vorrebbero votare. Occhetto fu battuto non dalla superiore genialità di Berlusconi – che allora nessuno conosceva – ma dal fatto che si presentava come l’unica alternativa ai comunisti, ben poco credibilmente ex. Il Pdl senza Berlusconi non perderebbe il suo “valore oppositivo” e, salvo autoaffondamenti come quello della Dc nel 1994,  avrebbe ancora molte carte da giocare.
La speranza che il Pdl, senza Berlusconi, cessi di esistere è, allo stato attuale, del tutto infondata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, su questo testo, mi farete piacere.
3 maggio 2009


 


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CULTURA
23 aprile 2009
LA POLITICA: I FATTI E LE PAROLE
LA POLITICA: I FATTI E LE PAROLE
Il nemico della democrazia è la dittatura ma c’è un secondo nemico, dall’aria mite e dimessa, che non è meno pericoloso: la noia. Quando, ascoltando il telegiornale, ci accorgiamo che le nostre orecchie hanno “staccato”, che percepiamo le parole ma non comprendiamo di che si tratta, significa che la noia sta prevalendo sull’informazione. Questo avviene quando si esagera parlando troppo di un certo evento – il terremoto, in questi giorni – e quando un argomento è insieme complesso e insignificante: per esempio la data del referendum.
Come se non bastasse, tutti i giornali parlano oggi di ciò che ha detto il Presidente della Repubblica Napolitano: testo che risulta incomprensibile a chi non sia uno specialista. Tant’è vero che gli esegeti a questo punto spiegano: ha bacchettato Berlusconi e l’ha invitato a non distruggere la democrazia. Al che esegeti di diverso colore replicano: ma no! Ha solo ribadito il dovere del rispetto della Costituzione. Non è differenza da poco: nel primo caso, siamo ad uno scontro istituzionale, nel secondo caso ad un esercizio retorico. Qual è la verità? La verità è che all’uomo della strada la cosa non interessa. Siamo troppo lontani da ciò che una persona normale considera “notizia”.
Il Presidente della Repubblica è una figura ambigua. Formalmente è una tale autorità che persino gli angeli si prosternano al suo passaggio. Sostanzialmente ha pochissimi poteri, anche se, quando li esercita, i giornali li amplificano come se avesse smosso il mondo. Solo poche volte egli ha una reale influenza sulla politica: quando scioglie o no le Camere, quando respinge una legge (ma deve poi lasciarla passare, se il Parlamento insiste), e poco altro. Per il resto, un suo monito, più che un avvenimento politico, è una seccatura. Il Presidente ha un’autorità morale e questa naturalmente, proprio perché morale, non vale quasi niente per gli addetti ai lavori.
Per quanto riguarda il referendum, si è stabilito di abbinarlo ai ballottaggi del 21 giugno e questa notizia, come forse si riuscirà a spiegare, è più saporita di quanto non si pensi.
La prima cosa da dire è che, per votare in questa data, bisogna approvare una legge. Dunque è necessario modificare le norme vigenti. E come mai a questa modifica si accoda anche il Pd? Come mai questo partito non si straccia le vesti, non protesta, non insorge per l’attentato alla democrazia? La risposta è semplice: mentre applaude Napolitano per la sua lettera, mentre si prosterna tutti i giorni dinanzi alle regole democratiche, dopo avere annunciato il proprio “sì” al referendum è d’accordo con la maggioranza per farlo fallire. Per questo bisogna allontanarlo dal 7 giugno, giorno in cui la gente andrà a votare per le europee. Perché, se il referendum passasse, il Pdl, vincendo le prossime elezioni, potrebbe poi governare da solo anche se avesse ottenuto solo il 35% dei voti. Un momento, dirà qualcuno: ma questa regola non varrebbe anche per il Pd? Sì, certo: se solo ottenesse più voti del Pdl. E questo è francamente inverosimile ancora per parecchi anni.
Ulteriore domanda: come mai il Pd e il Pdl si acconciano a votare una norma per modificare le regole correnti, e per votare il 21 giugno, quando si poteva rimanere nella legge e votare il 14 giugno? Anche qui la risposta è semplice: il costo dell’operazione. Come avrebbero potuto spiegare al proprio elettorato che accettavano una data che richiedeva un’organizzazione del tutto autonoma, con un costo ad hoc, e costringendo gli elettori – in teoria – a votare per tre domeniche di seguito? Confessando la volontà di annullare di fatto il referendum?
Infine qualcuno ha ventilato l’ipotesi che il referendum potrebbe ottenere il quorum se Berlusconi si impegnasse in prima persona in suo favore. E sappiamo che il Cavaliere avrebbe interesse a farlo. Non bisogna però dimenticare che si è evitato il 7 giugno per non danneggiare la Lega. Se Berlusconi facesse propaganda per il referendum rischierebbe l’alleanza con Bossi e per giunta non sarebbe neppure sicuro di portare a casa il risultato. L’ex imprenditore ha troppo senso pratico per commettere un simile errore.
Il succo della chiacchierata? La politica è fatta di parole, ma per capirla bisogna guardare solo i fatti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, su questo testo, mi farete piacere. Si accettano volentieri correzioni sui dati di fatto.
23 aprile 2009

CULTURA
17 aprile 2009
REFERENDUM: I VERI PROBLEMI

REFERENDUM: I VERI PROBLEMI

Il problema dell’abbinamento del referendum e delle elezioni ha fatto molto discutere, in questa occasione, ma il problema è più vasto. Quello strumento democratico ha infatti subito un notevole decadimento, negli ultimi decenni.

I radicali ne hanno abusato. Anni fa, per esempio, ne hanno proposto più di venti in una sola botta: di che far girare la testa a tutti. Fra l’altro un simile uso della consultazione corrispondeva non ad abolire una legge sgradita ma ad operare una notevole riforma dello Stato, aggirando i partiti e il Parlamento e attribuendo agli elettori una competenza tecnica che non hanno.

La Cassazione è intervenuta troppe volte per dichiarare inammissibili certi quesiti e lo ha fatto per motivi che i cittadini non hanno affatto capito.

Altra balordaggine è quella di ostinarsi a richiedere il sì per l’abolizione della legge e il no per il suo mantenimento. Si è chiesto agli italiani come la pensavano sul divorzio e chi lo voleva doveva dire no mentre chi non lo voleva doveva dire sì. Sarebbe stato così difficile mettere d’accordo legge e buon senso? I giuristi dicono che questa assurdità dipende dal fatto che il referendum è solo abrogativo; ma ci vorrebbe molto per modificare così il quesito: “Volete mantenere questa legge? Se dite sì, non si abroga; se dite no, si abroga”. Questo è proprio un paese di Azzeccagarbugli.

Ma le ragioni fondamentali per squalificare i referendum sono due: la futilità di certi quesiti (chi ha dimenticato il referendum sulla caccia?) e il fatto che la volontà popolare non sia stata obbedita. Gli italiani hanno votato entusiasticamente per la responsabilità civile dei giudici e non un solo magistrato ha poi pagato per i suoi errori. Da allora molti pensano: “Perché scomodarmi, se poi fanno lo stesso a modo loro?”

Per quanto riguarda il prossimo referendum, ecco il quesito sostanziale: volete che in Italia il partito che prende più voti abbia da solo la maggioranza in Parlamento? Tenendo presente che, nei tempi prevedibili, questo partito sarebbe quello di Berlusconi.

Tutti hanno parlato della necessità dell’accorpamento (che parola!) per risparmiare trecento milioni e devolvere la somma ai terremotati, mentre in realtà di questo costo non importa niente a nessuno. Neanche a Fini, che ha solo approfittato dell’occasione per farsi notare e mettere in crisi la Lega.

Il problema del denaro e dei terremotati è un alibi. La Lega sa benissimo che se passasse il referendum il Pdl non avrebbe più bisogno di nessuno: dunque essa perderebbe potere contrattuale, perderebbe elettori e forse cesserebbe di esistere. È comprensibile che si sia impuntata fino a minacciare di far cadere il governo. Spinta dalla necessità, è stata l’unica interamente sincera.

Il Pd avrebbe tutto l’interesse all’approvazione del referendum perché il giorno in cui gli italiani si stancassero di Berlusconi o del suo successore questo sarebbe l’unico sistema per andare al governo senza il condizionamento di alleati infidi o riottosi. Ecco perché si è dichiarato a favore del referendum abbinato alle elezioni importanti: la solidarietà con gli sfortunati abruzzesi è un alibi. Lo scopo vero è quello di far fuori Di Pietro e l’estrema sinistra.

Il Pdl sarebbe stato contento del sì ma non poteva correre il rischio di una crisi di governo. E poi la Lega è un alleato sufficientemente leale. Dunque ha accettato  la soluzione di compromesso non perché ami spendere soldi ma esclusivamente per non far correre rischi al governo.

L’ultima nota riguarda il futuro del referendum. Dal momento che il raggiungimento del quorum è divenuto un sogno improbabile, questo genere di consultazione elettorale rischia di sparire dalla pratica democratica. Se viceversa lo si abbina ad elezioni importanti (per esempio le politiche) si concede ad un determinato quesito un privilegio che non si è concesso agli altri. E i privilegi sono ingiusti. Il buon senso a questo punto dice che bisogna o votare sempre il referendum da solo, per ragioni di giustizia distributiva, oppure bisogna abolire il quorum.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 aprile 2009

CULTURA
28 marzo 2009
EZIO MAURO POLITOLOGO

EZIO MAURO POLITOLOGO

Ezio Mauro, direttore di “Repubblica”, commenta il congresso del Pdl con concetti che inducono a qualche riflessione. Egli accusa il “paesaggio politico e retorico attorno al Cavaliere di rimanere immobile, tutto ideologico come nel '94”, e la cosa lascia perplessi. Il mondo di Berlusconi tutto era sembrato, salvo che ideologico. Il suo movimento è stato definito senza idee, un “partito di plastica”, un “partito azienda”, e, secondo le parole di Prodi, “il puro nulla”. Come potrebbe improvvisamente essere divenuto “tutto ideologico”, e addirittura risalire, in quanto tale, al ’94?

Mauro ripete poi che il Pdl rimane costretto in “Un ideologismo coatto che vuol tenere l’Italia dentro uno schema vecchio e impaurito”. L’ideologismo, secondo il Devoto-Oli, è la “Tendenza all’esaltazione esclusiva dei principi astratti di un’ideologia”. Non si era capito male, dunque. Berlusconi non solo è un ideologo ma al suo partito impone un corpus “coatto” di ideologie astratte. E dire che la sinistra gli ha dato dell’ignorante e del superficiale per quindici anni. Evidentemente durante questo tempo Mauro faceva parte di una spedizione scientifica in Antartide.

Altro elemento stupefacente è il dato secondo cui l’Italia sarebbe costretta da Berlusconi dentro uno schema “impaurito”. Se c’è un uomo che non si è mai lasciato impaurire od abbattere, neanche nei momenti più bassi delle sue parabole, è certamente Berlusconi. Quest’uomo è spavaldo e guascone fino a rasentare il cattivo gusto e la sua Italia non è impaurita, ché anzi si vuole vincente perfino quando appare perdente.

Berlusconi, fra le sue colpe, ha anche questa: “nel popolo più che nelle istituzione cerca la sua forza e la sua legittimazione”. E questa dovrebbe essere una critica? Le istituzioni servono per dare attuazione concreta e democratica alla volontà del popolo, unica sorgente della legittimità repubblicana. Se questa riposasse sulle istituzioni, e non sulla volontà popolare, l’Italia avrebbe un’oligarchia, non una democrazia. A meno che quello di Mauro non sia un lapsus per cui la vera legittimazione è l’approvazione dell’establishment e dei poteri forti, rispetto ai quali il popolo (capace di votare per Berlusconi, il gaglioffo) è un inciampo e una seccatura.

Il direttore di Repubblica sottolinea poi come secondo il Cavaliere ci sarebbe “una diffidente separazione-contrapposizione tra il cittadino e lo Stato, come se la politica… si riassumesse nella delega al Principe”. Se queste parole significano qualcosa, indicano che non ci dovrebbe essere separazione tra cittadino e Stato. E questo un po’ sorprende. Ognuno di noi si è sentito a volta a volta figlio, studente, automobilista, pedone, elettore, ma non molti si saranno sentiti Stato. Non chi qui scrive, comunque.

Ma ciò che più importa è che la frase del Direttore è contraddittoria. Prima sembra dire che Berlusconi è per la separazione-contrapposizione fra cittadino e Stato, garanzia di resistenza alla dittatura, e poi sembra dire che Berlusconi è a favore della “delega al Principe”, cioè al dittatore, cioè a lui stesso. Ma questo è in contrasto con la separazione-contrapposizione. Insomma il Cavaliere è contemporaneamente un tendenziale anarchico e un  tendenziale dittatore. Miracoli di Arcore.

Ma forse si stanno spendendo troppe parole per un articolo che aveva il solo scopo di far sapere che il Direttore di Repubblica aveva commentato il congresso del Pdl.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 marzo 2009

 

IL COMMENTO  - Principe e popolo

    di EZIO MAURO

 

Concepito come una "cerimonia" (lo ha detto Emilio Fede) più che come un congresso, l'atto fondativo del Popolo della Libertà è tutto nel profilo biografico dell'avventura politica berlusconiana che il Cavaliere ha celebrato ieri dal palco, consacrando se stesso non soltanto nel fondatore della destra moderna ma nel destino perenne del Paese, o almeno del 51 per cento degli italiani.

La rivisitazione eroica degli ultimi quindici anni consente al paesaggio politico e retorico attorno al Cavaliere di rimanere immobile, tutto ideologico come nel '94. Così per il Premier la sinistra resta ancora e per sempre comunista, il Pd è un bluff, il riformismo è un'illusione, anzi la sinistra sta addirittura uscendo di scena, e la stessa parola "non piace più". Un ideologismo coatto, che vuole tenere l'Italia dentro uno schema vecchio e impaurito, mentre rinuncia a parlare all'intero Paese.

Non è infatti al Paese che guarda Berlusconi, ma al "popolo", vero soggetto politico del nuovo movimento, strumento di consacrazione quotidiana del carisma egemone, che nel popolo più che nelle istituzioni cerca la sua forza e la sua legittimazione. Anche il concetto di libertà è giocato in questa chiave, con una diffidente separazione-contrapposizione tra il cittadino e lo Stato, come se la politica - adesso che Berlusconi ha compiuto la sua rivoluzione "liberale, borghese, popolare, moderata e interclassista" - si riassumesse nella delega al Principe, con la fine del discorso pubblico così come lo abbiamo finora conosciuto in Occidente.

La Costituzione resta sullo sfondo, citata dopo il Papa, sovrastata da un moderno "patriottismo della nazione", della tradizione, delle radici cristiane dell'Italia in cui si recupera anche la "romanità". E' il profilo classico di una destra carismatica che può forse illudere il Paese di semplificare la complessità della crisi ma che rischia di non governarla: perché il vecchio populismo non può reggere a lungo la sfida della modernità nel cuore dell'Europa.

 

(28 marzo 2009)


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CULTURA
27 marzo 2009
IL RIFIUTO DELLA REALTA'

IL RIFIUTO DELLA REALTÀ

 

I nostri sensi – in barba al problema della conoscenza - ci informano abbastanza fedelmente sulla realtà. Nessuno, che abbia dimenticato a casa l’ombrello, ha dubbi sull’esistenza della pioggia. Ciò malgrado in molti casi – quando non si tratta di queste evidenze sensoriali – l’uomo è capace di preferire i propri sogni, i propri pregiudizi e la propria fede al messaggio della realtà.

Gli esempi potrebbero essere infiniti. È difficile giudicare oggettivamente i propri figli. E meno male: diversamente la sopravvivenza della specie potrebbe essere in pericolo. Ci si fanno le peggiori illusioni sul conto della persona di cui si è innamorati. Gli spettatori dello stadio vedono due partite diverse secondo la squadra per la quale tifano. Perfino al livello più alto si preferiscono le proprie convinzioni alle plateali evidenze: si è capaci di credere ad una vita dopo la morte, in barba all’esperienza quotidiana, e si è capaci di credere alla Divina Provvidenza, anche se il mondo sembra tutt’altro che ben guidato. Si è infine stati capaci di credere al comunismo, mentre tutti i risultati concreti erano disastrosi. La visione del mondo è filtrata dai preconcetti con cui la si guarda.

Senza scomodare Kant e le sue categorie, basterà citare un episodio narrato da Jean-Paul Sartre. A casa sua, quand’era ragazzo, si metteva a tavola un boccale con l’acqua per bere. Un giorno lui riempì un bicchiere direttamente dal rubinetto e un familiare lo rimproverò. Come, così beveva? Dimenticando che anche l’acqua del boccale veniva dal rubinetto. Insomma l’acqua diveniva potabile quando era nel contenitore giusto al posto giusto.

In un’intervista sul “Corriere” di oggi Luciano Violante racconta come, all’inizio, il suo partito non prese sul serio Berlusconi. Quello che non dice è però che, se in quel momento l’errore fu perdonabile, non lo fu nei molti anni seguenti. Un fenomeno nuovo può essere senza importanza, ma se continua a verificarsi, non basta negarlo. Che senso aveva parlare di “partito di plastica” se quel partito vinceva? Che senso aveva ironizzare sulla sensibilità del Cavaliere per gli aspetti mediatici della politica, se poi quegli aspetti si rivelavano determinanti? È come se un palermitano si rifiutasse di riconoscere che sta piovendo in agosto e per questo non aprisse l’ombrello.

Il fenomeno corrisponde a caratteristiche costanti dell’umanità. Tutta l’Europa si rassegnò difficilmente alla volgarità dell’archibugio e i generali austriaci non si resero subito conto che, con Napoleone, era nato un nuovo modo di combattere. Anche la sinistra, in Italia, immagina degli elettori con gli occhi fissi sui grandi ideali e non si rassegna ai loro interessi borghesi e prosaici. Berlusconi inaugura un termovalorizzatore che risolve nel modo migliore, anche se solo in parte, il problema dei rifiuti in Campania, ed essa si preoccupa dell’ambiente che (forse) ne potrebbe risentire. Berlusconi vorrebbe permettere a molti di fabbricarsi una stanza in più e la sinistra non capisce che la gente è contentissima della prospettiva. Il provvedimento è sbagliato? Può darsi. Ma o si è in grado di spiegarlo tanto chiaramente da farlo capire agli analfabeti o è meglio non opporsi: per non avere l’aria di andare contro i loro interessi concreti in nome di ideali e principi di cui, in fondo, tutti si disinteressano sovranamente. Il cuore è a sinistra ma il portafogli a destra: ed oggi è più vero che mai.

L’errore degli ex-comunisti e dei loro alleati è la rigidità a causa della quale preferiscono alla realtà concreta la loro visione preconcetta. Il loro partito è nato nell’Ottocento come rappresentante dei proletari e oggi, senza accorgersi che sono passati centocinquant’anni, è divenuto incomprensibile ai proletari. È nato  su una base di materialismo (storico) e sembra una metafisica salvifica. È nato popolare ed è finito elitario, con la puzza sotto il naso.

Quando a sinistra capiranno che devono scendere dalle nuvole dei loro alti pregiudizi potranno finalmente lottare alla pari con Berlusconi che, in fondo, non ha nessuna teoria politica. È un uomo che ha delle idee semplici come questa: bisogna togliere la spazzatura dalle strade di Napoli.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

27 marzo 2009

 

 


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CULTURA
23 marzo 2009
PROBLEMI DI FUSIONE

PROBLEMI DI FUSIONE

An è confluita nel Pdl. La cosa è stata lodata da tutti: la frammentazione dei partiti è infatti uno dei difetti più gravi della politica italiana. E tuttavia, alla semplice domanda: “Sarà un successo?” nessuno può dare una risposta certa.

Le fusioni sono sempre state problematiche. A volte, per usare le parole di D’Alema, l’“amalgama” non riesce. Nessuno dimentica il fiasco dell’unificazione dei due partiti socialisti, tanti anni fa, e neppure le attuali frizioni all’interno del Partito Democratico. Ecco perché, mentre si esprimono gli auguri alla nuova formazione, ragionevolmente si possono solo allineare perplessità.

Ogni fusione fa perdere la sua carica ad alcuni maggiorenti. C’erano due segretari, ce ne sarà uno solo. C’erano due capigruppo parlamentari, due portavoce, due incaricati delle varie materie, ce ne sarà uno solo: è facile diagnosticare che chi perde il proprio posto non è contento.

Su un piano più alto, c’erano – o si pretendeva che ci fossero – due diverse ideologie e queste, almeno nelle opposte zone marginali, si dicevano inconciliabili. Al riguardo, mentre molti cercheranno il compromesso, altri potrebbero rimanere affezionati alle proprie idee, soprattutto quando hanno dovuto difenderle per anni contro tutti.

Ci sono infine le difficoltà finanziarie, cioè il modo di gestire i patrimoni che prima erano separati, ed altro ancora. Ma il problema fondamentale, e più importante di tutti quelli accennati prima, è umano. Se i protagonisti metteranno gli interessi del nuovo organismo al di sopra dei propri interessi e di quelli della formazione di provenienza, il partito si affermerà e un giorno sarà veramente unico. Se viceversa i massimi esponenti non penseranno che a farsi vicendevolmente le scarpe (e a subentrare a Berlusconi), allora la recente fusione sarà stata una brutta idea.

Il futuro è incerto. Perfino il passato non è chiaro: Fini si è acconciato all’idea di rinunciare ad An e alla sua carica di segretario storico perché convinto della bontà del progetto, nell’interesse dell’Italia e del centro-destra, oppure si è dovuto rassegnare al fatto che i colonnelli e la stessa base erano ormai più fedeli a Berlusconi che a lui? Già questo farebbe molta differenza.

E poi, come vivono questa unificazione i maggiorenti di An? Questo partito viene da molto lontano: dagli anni immediatamente seguenti la guerra. Anche se ha cambiato nome, anche se ha rinnegato il fascismo, potrebbe avere mantenuto nell’anima le nostalgie socialiste del partito che fu del primo Mussolini come dell’ultimo. Per questo potrebbe vivere l’abbraccio con Fi come una rinuncia agli ideali populisti, come una svendita dell’anima a Mammona. L’unico vantaggio è che, con lo sbarramento al 4%, gli elettori nostalgici non saprebbero dove andare. Il partito di Storace rischierebbe di essere solo un’occasione per disperdere voti.

Un’ultima incognita riguarda Berlusconi. Da un lato quest’uomo è in condizioni eccellenti, dall’altro gli uomini in condizioni eccellenti non raramente muoiono di colpo. Quale solidità dimostrerebbe Forza Italia, priva della sua forza trainante? Si è ripetuto per anni che, se morisse il Capo, questo partito si scioglierebbe come neve al sole ma probabilmente non è più vero. Il tempo è passato e il successo di questa formazione ha fatto sì che gli interessati alla sua sopravvivenza siano ormai molto numerosi. Perfino senza il Cavaliere ci sarebbe un futuro: per la semplice ragione che più un partito dispensa posti di potere, più sono gli interessati a tenerlo in vita. È questo atout che ha permesso alla Democrazia Cristiana di prosperare per decenni. Molti italiani si dicevano: “io sono ateo, ma anche un assessorato, non solo Parigi, val bene una messa”.

Non rimane che augurare al Pdl e all’Italia la migliore fortuna.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 marzo 2009

 

     Massima del giorno: Il guaio non è invecchiare, è non avere il tempo di invecchiare (G.Pardo).

MOLLICHINE

Angola: un milione di persone per il Papa. Epifani batte Papa 3-1.

Zimbabwe. L’aspettativa di vita è scesa dai 63 anni del 1990 ai 34 di oggi. Guasti del colonialismo

Franceschini: “Il Pd avrà un programma di qualità”. Di qualità, di qualità…

Corriere della Sera: “Lotta all’evasione, boom di entrate”. Tutto merito di Visco.

Redditi dei politici. Ridotti a un decimo quelli di Berlusconi. Secondo la sinistra, ha pagato troppo i politici che gli obbediscono.

Fini: “No al pensiero unico”. Ma il pensiero unico è quello della sinistra: “Abbasso Berlusconi!”

Corriere: “Il mondo ha sete ma l’acqua non diventa un diritto”. Dunque non si potrà far causa alle nuvole.

Redditi dei parlamentari. Veltroni oltre i 400.000 € l’anno. Insomma dieci volte quello che merita.

 

Gianni Pardo

 

 


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