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POLITICA
9 settembre 2014
WORDS, WORDS, WORDS
C'è un serio motivo per non parlare di Matteo Renzi: evitare l'effetto che in francese si designa "mise en abîme", letteralmente "porre nell'abisso". Si tratta di un'immagine che contiene una piccola copia di se stessa, e questa a sua volta una copia più piccola, magari all'infinito. Ognuno può fare l'esperienza di questo fenomeno mettendosi fra due specchi, l'uno di fronte all'altro: l'effetto è quello di una replica dell'identico, quasi fino alla scomparsa nell'abisso, appunto.
Si parla pure di questa tecnica quando l'argomento di un film è un altro film, o addirittura lo stesso film che si sta proiettando. In totale la mise en abîme corrisponde al serpente che si morde la coda (simbolo di eternità) ad un vano girare intorno e, nel caso di Renzi, a un turbine di parole a proposito di un vortice di parole, senza uscire dalla vertigine verbale. Words, words, words, come diceva Amleto.
Per la verità, il Primo Ministro non è il principale colpevole di questo malvezzo. In ciò è il figlio di un'irrefrenabile passione nazionale, il risultato del diffuso convincimento secondo il quale le parole sono sostanza. E infatti, dovendo innovare qualcosa, da noi si comincia col cambiarle il nome, pensando che così il più sia fatto: la sostanza è cambiata. Nessuno nega che magari sarebbe utile cambiare qualcosa in concreto - siamo realisti, noi - ma queste volgari techinicalities possono essere lasciate ad altri. Ai regolamenti. Al governo successivo. Insomma possono aspettare. 
Se questa è la nostra mentalità, come dare torto a chi sazia la nazione di ciò che essa più brama, parole e illusioni? Basta guardare i sondaggi: gli italiani, al 64%, apprezzano Matteo Renzi e nel frattempo non credono all'efficacia della sua azione per quanto attiene l'economia e il salvataggio della nazione. Traduzione: "Il nostro capitano è bellissimo, peccato che non riesca a salvare la nave dal naufragio". Siamo un popolo di esteti.
Su questo punto bisogna intendersi: non è che Renzi sia colpevole di non aver salvato l'Italia. Infatti era impresa impossibile. Ma è colpevole di averlo promesso, e dal momento che la sua popolarità rimane alta, è chiaro che quella "culpa felix" gli è stata di grande vantaggio. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur, il volgo vuol essere ingannato, e dunque che lo sia. 
Purtroppo, il gioco limita i suoi effetti all'ingannatore abile e all'ingannato che domanda di esserlo. Riguarda anche chi, pure innamorato delle parole (per esempio quelle di Baudelaire) con loro alla fine ha una tale familiarità che è come se le avesse sposate: le ama e tuttavia ne vede limiti e difetti. Gli perdona sorridendo il vezzo femminile di tentare di raggirarlo, ogni tanto, per farlo felice, ma non se ne lascia ingannare. Quando si tratta delle cose più serie, per esempio il denaro o la salute, non ci si salva né con l'armonia verbale di Baudelaire, né con la "musique" di Verlaine. Nessun creditore ha mai accettato un sonetto per saldare un debito di un milione.
La storia suscita brutti ricordi, in questo campo. Risuona nelle orecchie il tronfio "Vincere, e vinceremo" di un demagogo che conduceva la propria patria al disastro, mentre avrebbe fatto meglio a non entrare in guerra oppure ad entrarci avendo un esercito. È per lui un peccato che sia vissuto tanto tempo fa. Allora ci parlava ogni tanto dalle facciate delle case, oggi avrebbe fatto quotidianamente faville con i centoquaranta caratteri di Twitter. Purtroppo la sua parabola dimostrò che i fondali di teatro somigliano alle mura, ma poi non resistono nemmeno alle schioppettate. 
In questa Italia a scartamento ridotto e a responsabilità limitata, neanche un Giamburrasca come Renzi rischia di fare seriamente danno. Non più di quanto ne farebbero il Re Travicello, o il capitano del Titanic dopo lo scontro con l'iceberg. Provoca guasti pressoché irreparabili soltanto nel livello intellettuale dei commentatori italiani che costringe ad entrare in questa quotidiana giostra di parole. E loro si sentono obbligati a discuterne instancabilmente, a soppesare i sogni come fossero programmi, le promesse come fossero previsioni, le parole come fossero cose. 
Forse l'uomo di buon senso dovrebbe sottrarsi a questo ingranaggio. Se siamo andati al cinema con una sola automobile, e il film è veramente cretino, non rimane che uscire e dire agli amici: "Sono al bar dell'angolo. Passatemi a prendere, quando finisce". Nello stesso modo dovremmo seguire il consiglio di Amleto e ritirarci in convento finché l'Italia non fallisce, oppure finché non compare San Giorgio personalmente per uccidere il drago della stagnazione. Comunque finché non si arriverà a ridere o a piangere sul serio, naso a naso con la realtà, senza essere inondati di parole.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 settembre 2014

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CULTURA
26 dicembre 2013
LA FORTUNA DEL BLOGGER
Ci sono singole frasi di grandi autori che si scolpiscono nella mente come guide inderogabili. Una, ad esempio, è di Terenzio: “Nihil humanum a me alienum puto”, non reputo a me estraneo nulla che sia umano. Un principio che vale per non chiamare “inumano” un crimine bestiale: se esso viene commesso, è segno che l’uomo ne è capace. Forse più delle bestie. E vale anche per chiedersi, umilmente: magari ne sarei capace anch’io?
Altro esempio - di Nietzsche - costituito da una semplice domanda: “Fin dove osi pensare?” La sfida insegna che fermarsi dinanzi ad un’idea solo perché è orrenda, paradossale, contraria all’opinione comune corrisponde ad attribuire alla verità il dovere di essere gradevole o conforme alle correnti abitudini di pensiero. E dunque a mettersi il paraocchi.
Una terza frase è di Wittgenstein: “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen“. La traduzione pare sia: “Di ciò di cui non si può parlare, è necessario tacere”. Ma la si può intendere anche così: “Di ciò di cui non si può dire niente di valido, è meglio non dir nulla”. 
Applicando il principio all’attualità, dovremmo avere un silenzio da convento di trappisti. Se si è già detto che la situazione è inquietante; che va peggiorando; che con questa politica non la si risolve; che bisognerebbe avere il coraggio di scegliere un’altra strada, per quanto costosa, prima che una crisi ci costringa ad affrontare il peggio senza esserci preparati, a che scopo ripeterlo? Darüber muss man schweigen.
Purtroppo il principio è poco applicato. Le parole, fra gli esseri umani, non hanno soltanto la funzione di comunicare qualcosa: servono anche da celebrazione, da supporto della togetherness, da ansiolitici. Si ha celebrazione quando non si dice assolutamente niente di nuovo o di imprevisto. Arriva dicembre ed ecco che ci rintronano le orecchie con queste grandi notizie: è tornato il freddo, ecco i principali avvenimenti dell’anno che finisce, è il tempo dei regali ai bambini. Da supporto della togetherness servono invece tutti i discorsi – fra privati o anche nei media – che hanno la sola funzione di far sentire che viviamo la stessa vita; che gli altri sanno che noi esistiamo ed hanno più o meno i nostri stessi problemi. Da un lato si ha la consolazione dell’appartenenza ad una comunità, dall’altro, finalmente, la possibilità di sentirsi momentaneamente protagonisti. Le persone che scambiano lunghe notizie sulla salute, sugli screzi con i parenti, sulle proprie difficoltà finanziarie, più che desiderose d’apprendere qualcosa sugli altri, sono vogliose di raccontarsi.
La funzione più importante, tuttavia, è quella ansiolitica. L’uomo non soltanto soffre per i mali presenti: si preoccupa per quelli futuri. Per questo desidera ardentemente sentirsi dire che le cose miglioreranno, che non dovrà preoccuparsi o – come sentito mille volte, fino alla nausea, nei film americani – che: “Tutto andrà bene, vedrai”. Perfino l’oncologo, se proprio è costretto a comunicare una diagnosi assolutamente funesta, aggiunge magari: “Ma non si può mai sapere, un miracolo può sempre avvenire”.
I professionisti della parola ansiolitica sono tuttavia i politici. Nel momento stesso in cui hanno appena provocato dei disastri, o mentre assolutamente non sanno come mettere rimedio ad una situazione drammatica, non smettono di essere incoraggianti: scorgono la luce in fondo al tunnel, prevedono una ripresa imminente, un calo della pressione fiscale e un aumento dell’occupazione. In particolare giovanile. Naturalmente  non c’è nulla che giustifichi quello che dicono, salvo il loro dovere istituzionale di diffondere ottimismo. La loro spudoratezza arriva al punto che, nel momento in cui arriva la smentita – avevano pronosticato il paradiso entro tre mesi e dopo tre mesi si è al punto di prima – invece di confessare di essersi sbagliati, ripetono le stesse cose: vediamo la luce in fondo al tunnel, la ripresa è alle porte, presto andrà tutto per il meglio.
In queste condizioni Wittgenstein costringerebbe all’angolo la maggior parte dei giornalisti. Se dicono la verità, sembrano dei menagramo. Se parlano come i politici, sembrano degli stupidi. E se non parlano, si comportano nel modo migliore ma il loro reddito di giornalisti professionisti è a rischio.
Fortunato chi, come i blogger, già da prima non guadagnava nulla: può permettersi il lusso di obbedire a Wittgenstein.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 dicembre 2013


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