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POLITICA
10 gennaio 2015
IL NOCCIOLO DEL PROBLEMA
Gli avvenimenti di Parigi, benché orribili, potrebbero essere stati utili a far capire alla gente che è stato assurdo disinteressarsi degli infiniti attentati contro Israele: siamo forse ebrei, noi? Assurdo disinteressarsi dell'Undici Settembre americano: siamo forse americani, noi? Perfino quando abbiamo letto di orrendi massacri in Pakistan o in Nigeria, in fondo al cuore molti hanno pensato: siamo forse neri, siamo forse asiatici, noi? Un po' per rassicurarci, e molto per vigliaccheria, abbiamo sempre cercato una differenza fra noi e le vittime. I terroristi massacrano i bambini di Beslan? Ma noi non siamo russi. Non tendiamo, come loro, ad invadere e dominare tutti i nostri vicini.
Insieme con questa subitanea presa di coscienza si pone il problema di sapere in che modo si può combattere il pericolo. Non serve dire: "Siamo in guerra". La guerra prevede due eserciti che si contrappongono, in divisa e con le armi in bella evidenza. Qui invece bisogna lottare contro un nemico che si nasconde fra la popolazione civile, attacca a tradimento cittadini inermi e fugge via. Il colmo della vigliaccheria, se si vuole: la lotta dunque richiede un'altra tecnica. Se si possono scegliere gli alleati, non si possono scegliere i nemici. 
Il nòcciolo del problema non è se questo terrorismo sia collegato o no all'Islàm. Lasciamo la questione agli intellettuali, e per competenza agli storici della Notte di San Bartolomeo. A noi, prosaicamente, interessa non essere ammazzati. Il problema è tecnico e da risolvere senza dimenticare che necessitas legem non habet. Per difendere la vita di nostro figlio uccideremmo anche cento nemici.
E qui bisogna fare un passo indietro. Se noi siamo colpevoli di non esserci sufficientemente interessati del terrorismo quando ha colpito altri Paesi, non siamo però gli unici colpevoli. Israele non ha avuto pace ed ha subito ogni genere di atrocità, finché non è riuscito a mettere fra sé e i palestinesi un lungo muro. Cosa naturalmente deprecata dalle anime belle nostrane, che soffrivano nel veder togliere ai poveri ragazzi palestinesi, già tanto sfortunati, l'innocente divertimento di ammazzare donne e bambini israeliani. E tuttavia la solidarietà verso quella minuscola democrazia è stata sempre stentata. La pietà internazionale è andata a chi ha dichiarato guerra ad Israele nel '48, nel '67 e nel '73, col chiaro intento di massacrare tutti i suoi abitanti. Tanto che si è considerata data iniziale del terrorismo internazionale l'Undici Settembre: perché è in quella data che gli americani si sono accorti che il terrorismo li riguardava personalmente. E anche noi, feudo intellettuale americano, abbiamo preso coscienza del fenomeno. Ma tutti, col tempo, ci siamo acquetati, perché alla tempesta è seguita la bonaccia e non abbiamo badato molto alla risposta che l'America ha dato al pericolo. 
Oggi è di moda dare addosso a George W.Bush per i controlli sulla vita dei cittadini, per la Nsa, per Guantánamo, e tutti dimenticano che, nei giorni, nelle settimane, nei mesi  successivi all'11 Settembre, gli americani sono vissuti col cuore in gola. Tutti aspettavano il prossimo colpo, meravigliandosi che già non si verificasse. Bush invece ha preso in mano la situazione e si è chiesto se importasse di più preservare i valori della democrazia americana o la vita dei cittadini. Ha scelto la vita dei cittadini. A qualunque costo. Ed è riuscito tanto bene a preservarla, che quegli stessi cittadini hanno considerato normale essere sopravvissuti, e anormale che, per difenderli, si fosse dovuto stravolgere qualche principio di legalità democratica.
Sono passati dodici anni, la violenza dei criminali fanatizzati colpisce Parigi, e ci rendiamo finalmente conto che anche noi abbiamo dei giornali e dei supermercati. Dunque dobbiamo chiederci che cosa sia preferibile, se mantenere intatte tutte le nostre guarentigie - e magari processare e condannare agenti italiani e statunitensi che spediscono in Egitto un fomentatore di terrorismo - oppure pretendere che gli imam predichino in italiano, che non si vada in giro  nascosti dal chador, che non si osi invitare al razzismo e all'antisemitismo, e che si spediscano in prigione, o ancor meglio fuori dall'Italia, i fomentatori di odio.
Questo continente, ubriaco di settant'anni di pace, crede di disarmare il nemico tendendogli la mano. Bisognerebbe invece essere rigorosissimi, e al limite intolleranti, verso chiunque metta in discussione i nostri principi di tolleranza democratica e di civile convivenza. Ai musulmani che si sentissero discriminati dovremmo rispondere: "Come ha detto qualcuno, non tutti i musulmani sono terroristi, ma quasi tutti i terroristi sono musulmani". Se volete non essere discriminati, ad ogni atto di terrorismo dovrete scendere in piazza con noi, agitando cartelli che gridano: "Allah non chiede a nessuno di uccidere".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 gennaio 2015

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permalink | inviato da giannipardo il 10/1/2015 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 settembre 2014
L'IRAN PER UNA VOLTA HA RAGIONE
Se c'è una cosa difficile da fare, è dare ragione a chi ci è antipatico, per esempio l'Iran. E figurarsi quando l'antipatia è giustificata da mille motivi: l'Italia è democratica, l'Iran no (infatti discrimina alcune opposizioni prima ancora che si possano presentare alle elezioni). L'Italia è laica, l'Iran è una teocrazia. L'Italia è tollerante, l'Iran non è semplicemente misogino e sessuofobico, arriva ad impiccare i gay perché tali. E tuttavia, se l'Italia dicesse che sei per sei fa trentasette, e l'Iran dicesse che fa trentasei, non potremmo spingere l'antipatia fino a dare torto a Tehran.
L'occasione per esercitare la virtù dell'imparzialità - per quanto umanamente possibile - l'ha fornita l'attuale Conferenza sulla Sicurezza in Iraq. A Parigi "si sono riunite le delegazioni di 25 Paesi più quelle di Onu, Ue e Lega Araba per definire la strategia contro l’offensiva jihadista" dello Stato Islamico, ma non sono stati invitati né l'Iran né la Siria.
 Probabilmente tutto è dipeso dal fatto che l'Iran è anch'esso un Paese musulmano integralista, se pure in versione shiita invece che sunnita, capace di innumerevoli atti di barbarie. Soprattutto di foraggiare ed armare gruppi terroristici, in primo luogo Hamas a Gaza. Quanto alla Siria, dopo che i governi occidentali, con gli Stati Uniti in prima fila, si sono schierati contro Bashar al-Assad perché "dittatore" e leader di una minoranza (quella alawita), è sembrato assurdo schierarsi con lui e sostenerlo contro i ribelli. Fra l'altro, per molti mesi e contro ogni evidenza, si è insistito nel descriverli come freedom fighters contro l'oppressione, senza prestare attenzione al fatto - su cui insistevano i bene informati - che essi erano in larga misura dei jihadisti fanatici e pericolosi. Il seguito della vicenda l'ha ampiamente dimostrato: il famoso Stato Islamico ha cominciato la propria espansione proprio partendo dal nord della Siria. Ma contro il pregiudizio la ragione non vale. 
La realtà è che tanto la Siria quanto l'Iran sono difficilmente difendibili: ma rimarrebbero difficilmente difendibili anche con un altro regime.  Dunque, escluderli è stato evidentemente sbagliato. Per la politica internazionale la guida non è il Catechismo. All'alleato non si richiede un certificato penale immacolato, o la condivisione degli ideali consacrati nella nostra Costituzione: è sufficiente che abbia interessi convergenti con i nostri. Gli Stati Uniti non avevano molti ideali o istituzioni comuni con la Russia di Stalin, e tuttavia ne sostennero con enormi forniture militari lo sforzo contro Hitler. Del capitalismo e del comunismo, della libertà e della dittatura si sarebbe parlato dopo. Se il nemico è comune, bisogna accettare anche l'aiuto del diavolo.
Ecco perché bisogna dare interamente ragione al vice ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdolahian quando ha detto: "Il modo migliore per combattere l’Is e il terrorismo nella regione è quello di aiutare e rafforzare i governi iracheno e siriano, che sono coinvolti in una lotta seria contro il terrorismo". Ed ha aggiunto: "La Repubblica islamica dell’Iran non ha aspettato la formazione di una coalizione internazionale, ha [già] fatto il suo dovere". Privarsi del loro aiuto sarebbe una stupidaggine. Ambedue i Paesi hanno confini in comune col cosiddetto Stato Islamico, e ambedue i Paesi hanno un forte interesse a battere i tagliagole di al-Baghdadi: la Siria per sopravvivere, l'Iran per contrastare l'estremismo sunnita e per sostenere gli sciiti dell'Irak. 
È vero che alla Conferenza sono presenti parecchi Stati arabi che hanno interesse a difendersi contro la pretesa del "califfato universale" di al-Baghdadi: ma fondamentalmente essi sono in grado di fornire un sostegno economico, non militare. E pesano l'assenza e la posizione ambigua di Turchia ed Egitto. Forse la prima vuole conquistarsi la posizione di patria e santuario degli integralisti, e forse il secondo ha avuto troppo recentemente dei gravi problemi con la Fratellanza Musulmana. Ma il tempo chiarirà la loro posizione. Comunque, privarsi di due degli Stati più risoluti a combattere la minaccia comune è geopoliticamente un'assoluta, imperdonabile stupidaggine. Ché se poi questa stupidaggine fosse stata richiesta da Obama, questa sarebbe un'altra argomentazione a favore della sua candidatura a peggiore Presidente della storia degli Stati Uniti. Clemenceau ha detto che la guerra è un affare troppo grave per affidarlo ai generali: figurarsi se lo si può affidare ai chierichetti. 
Rimane solo la speranza che quell'esclusione sia soltanto di facciata. Le grandi potenze potrebbero aver pensato che, proprio perché sia la Siria sia l'Iran hanno interesse a combattere lo Stato Islamico, era inutile invitarli, ché tanto sarebbero stati della partita e l'azione comune si sarebbe potuta concordare sottobanco, salvando la faccia. Ma di una simile ipotesi non sappiamo nulla, e affermarla sarebbe temerario.
C'è solo da sperare che da tante parole e da tanti proclami nasca qualcosa di efficace sul terreno.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 settembre 2014


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permalink | inviato da giannipardo il 16/9/2014 alle 9:43 | Versione per la stampa
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