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CULTURA
24 luglio 2011
SPIEGARE LA STRAGE NORVEGESE
La strage norvegese continua ad importunare il nostro cervello con le sue domande: come è possibile? perché mai? Si poteva evitare? Giornali e televisioni forniscono resoconti ma i particolari e le immagini sono inutili.  Il fatto, nudo e crudo, è che un individuo ha voluto uccidere decine, possibilmente centinaia di propri connazionali innocenti, per ragioni che alla persona normale risultano incomprensibili. E le domande continuano a rimbalzare sulle pareti della nostra scatola cranica: perché? come mai? Si può impedire che accada in futuro?
Nessuno ha tutte queste risposte. Si possono solo esprimere opinioni.
Breivik è un pazzo? Probabilmente sì. Lo diranno comunque gli psichiatri. Ma la follia da sola non spiega il fatto. Innanzi tutto, pazzia e follia sono termini correnti che non fanno parte della medicina e poi la realtà psichiatrica è molto più complessa: si va da disturbi tanto lievi da poter affermare che “siamo tutti matti”, a patologie così gravi che il soggetto appare addirittura subumano.
Forse c’è tuttavia un punto comune, in questi mille fenomeni. Se concepiamo il cervello umano come un immenso computer, è evidente che, pur guastandosi, non potrà avere manifestazioni diverse da quelle contenute in potenza nella sua memoria. È molto più facile che un maniaco religioso si manifesti in una società come quella descritta da Hawthorne che in una società talmente laica che Dio è dimenticato. Dunque è interessante vedere in che misura la “follia” di Anders Behring Breivik sia in linea col nostro tempo e la nostra società.
Nel Ventesimo Secolo, dopo avere tanto stigmatizzato le conversioni forzate del Medio Evo, si è arrivati alla semplificazione ultima: non siete quello che vorrei che foste, dunque vi sopprimo. Certo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è stato pestato nella testa della gente un giusto orrore per il genocidio; e tuttavia ciò può avere avuto un effetto indesiderato: il fatto di parlarne tanto lo ha reso un “concetto corrente”. Breivik non ama i socialisti e la cosa più semplice è sopprimerli. “Atroce ma necessaria”, ha definito lui stesso la sua operazione.
L’idea di partenza è di Adolf Hitler. Ma mentre il Führer disponeva dei mezzi di una grande potenza, Breivik poteva agire solo a livello di privato. Ciò avrebbe potuto scoraggiarlo se non lo avesse soccorso un altro mito dei nostri tempi: la legittimità del terrorismo. Per secoli la guerra è stata uno scontro fra armati, poi è nata la pratica dello sterminio dei civili (olocausto e bombardamenti) e infine, con i terroristi islamici, si è arrivati all’assassinio artigianale di innocenti. Con una doppia motivazione: “non abbiamo altre armi” e “approfittiamo della pubblicità ottenibile”. E qui si è innestato un fenomeno interessante.
Mentre per il genocidio è rimasto di prammatica l’orrore, per l’assassinio di innocenti la società contemporanea, in odio ad Israele (e agli Stati Uniti), ha mostrato un atteggiamento costantemente benevolo. “Se non hanno altre armi, a disposizione!” Per questo si parla di legittimità del terrorismo. Si è arrivati a biasimare severamente Gerusalemme per la costruzione di una recinzione che impedisce agli assassini di entrare nel suo territorio, piuttosto che coloro che hanno l’intenzione di uccidere cittadini inermi.
Ottimo carburante, per le “idee” di un Breivik: primo, si può uccidere il nemico “in massa”; secondo, il fatto che i singoli ammazzati siano innocenti non ha nessuna importanza, “se non si hanno altre armi a propria disposizione”; infine solo un’azione di questo genere assicura la pubblicità necessaria all’“idea” che si vuole affermare. E poiché viviamo nel villaggio globale, per essere efficaci bisogna battere il record precedente: quello degli studenti americani che vanno ad ammazzare colleghi e insegnanti, quello del medico militare americano che va ad assassinare i commilitoni, e se fosse possibile quello delle Torri Gemelle. Fra l’altro, dal momento che telefilm pieni di cadaveri e di crudeltà inaudite ci ammanniscono ogni giorno dosi massicce di orrore criminale, per ottenere lo sperato “successo” bisogna battere questo orrore in quantità e qualità. Breivik sarà un folle ma, come dice un vecchio proverbio, il sacco si svuota solo di ciò che contiene.
Rimane l’ultima domanda: come difendersi? La risposta è che non c’è difesa. Se Breivik fosse stato in trincea, se avesse visto molti commilitoni morire e fosse arrivato al punto di stupirsi di essere ancora vivo lui stesso, come tanti fanti della Prima Guerra Mondiale, avrebbe avuto un maggiore rispetto per la vita. Ma siamo in un mondo dove i giocattoli sommergono i bambini, dove tutto è facile e anche da grandi anything goes, tutto è lecito. Come in un videogioco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
24 luglio 2011


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POLITICA
11 luglio 2010
FINI E IL PERDONO
Per la grammatica perdonare è, come amare, un verbo regolare. Per il buon senso le cose stanno diversamente: amare è regolare, ed anche augurabile, perdonare è irregolare, nel senso che è sbagliato o funziona solo in certi tempi. Si può forse perdonare il passato remoto, pur senza dimenticare nulla, ma non si può perdonare il passato prossimo e men che meno il presente.
Perdonare corrisponderebbe ad azzerare il passato; a far sì che qualcosa che è avvenuto non sia avvenuto: e questo è impossibile. Del passato si tiene sempre conto, che lo si voglia o no. Il proprietario del negozio che ha perdonato un cassiere che, “per distrazione”, ha intascato una somma non sua, inevitabilmente lo sorveglierà più di prima, da quel momento. E se mancheranno soldi, la prima persona cui penserà sarà lui.
Perdonare si può quando il perdono è completato dalla ragionevole convinzione che il fatto non si ripeterà. E questo non perché il colpevole abbia promesso il ravvedimento - una persona saggia non crede molto alle parole - quanto perché si abbia ragione di credere che la constatazione delle conseguenze negative indurrà l’interessato a tenerne conto in futuro. Cosa che - sia detto di passaggio - dimostra quanto sia sbagliato perdonare: chi punisce insegna, chi perdona insegna a continuare nel cattivo comportamento.
E c’è un secondo problema. Quante volte deve peccare, un soggetto, per rendere opportuna una reazione?
È ovvio che se la mancanza è gravissima - per esempio un omicidio - nessuno direbbe mai: “Va e non farlo più”. Ma esistono moltissimi casi in cui il dubbio si pone. Quante volte una donna deve perdonare le infedeltà del marito? Quante volte bisogna perdonare i furti dei figli? Quante volte bisogna perdonare le scorrettezze di un calciatore brutale? L’elenco è infinito ed è difficile fornire una regola che valga per tutti i casi.
Volendosi orientare in questa serie di dubbi, si può stabilire il principio che non bisogna perdonare nemmeno la prima mancanza a meno che non si abbia la certezza che il colpevole è veramente pentito e veramente risoluto a non commetterla più. Per il resto dei casi, sembra assolutamente sciocco aspettarsi un ravvedimento spontaneo, soprattutto dopo una lunga serie di mancanze analoghe.
Ecco due esempi: i Palestinesi hanno dato infinite prove di non volere un accordo di pace. Lo hanno rifiutato quando Israele propose di restituire il 93% dei Territori Occupati. Lo hanno rifiutato, almeno per Gaza, quando Israele ha evacuato questo ex territorio egiziano. Lo hanno rifiutato sempre e comunque, pur sapendo che Israele chiede solo di non essere sotto minaccia. Dunque è inutile inseguirli. Bisogna rimanere disposti alla pace, ma nulla di più: sarebbe inutile.
Un caso analogo - grazie al cielo ridicolo, in confronto - è quello di Gianfranco Fini. Alcuni dicono: Silvio Berlusconi e lui dovrebbero incontrarsi per trovare un accordo. Ma quale accordo? Fini ha dato infinite prove di non volerne nessuno. Il suo atteggiamento è simile a quello dei patrioti lombardi che, dinanzi a un provvedimento magnanimo dell’Austria, se ne uscirono con la famosa frase: “Noi non vogliamo che l’Austria divenga più buona, vogliamo che se ne vada”.
Ed è un fenomeno generale. Malgrado la testardaggine dei fatti ci sono persone che dinanzi a qualunque contrasto parlano di dialogo, di negoziati, di tavoli intorno ai quali sedersi. E qui bisogna sgombrare il terreno da un equivoco. La pace va ricercata anche durante un aspro combattimento, ma ricordando che ad essa si giunge non quando nella discussione interviene Madre Teresa di Calcutta, ma quando la guerra appare più costosa della tregua. Dunque il miglior modo di giungere alla cessazione delle ostilità è rendere la guerra intollerabile al nemico, per poi offrirgli condizioni generose.
Queste sono le fastidiosissime lezioni della storia, ma nessuno vuole tornare sui banchi di scuola. Molti si affretteranno anzi a dichiarare immorali queste stesse righe e crederanno di migliorare la realtà solo perché avranno chiuso gli occhi dinanzi ad essa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 luglio 2010


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POLITICA
7 giugno 2010
NEMO ULTRA CREPIDAM
Se il Papa parla di religione cattolica quello che dice non è contestabile: dal 1870, quando parla ex cathedra, è infallibile. Il dogma non si estende certo ad ogni dichiarazione del Papa e tuttavia anche in questo caso è giusto avere rispetto per le sue parole. Bisogna evitare manifestazioni di scetticismo o ancor peggio di sarcasmo: il Papa non si rivolge ai miscredenti e non pretende di essere applaudito da loro.
Tutto cambia se il Papa esprime delle opinioni in campi diversi dalla religione cattolica. Qui le sue opinioni valgono quanto quelle degli altri e, anche a volerle ritenere più autorevoli di quelle di un qualunque intellettuale, rimangono criticabili. Se il Papa dicesse che "non si arriverà mai alla fusione nucleare", gli scienziati sorriderebbero: può darsi che effettivamente non ci si arrivi, ma dire "mai" è antiscientifico.
Le opinioni del Papa non sono rivestite di particolare autorità in campo politico: sia perché non di sua competenza, sia perché le affermazioni dei leader sono influenzate dalla loro posizione nella vita pubblica. Se sulla situazione economica uno di loro si dichiara estremamente pessimista, e un altro estremamente ottimista, può darsi semplicemente che il primo appartenga alla minoranza e il secondo alla maggioranza. Dunque il Papa va capito, se affronta grandissimi problemi da un punto di vista per così dire metafisico, e li risolve con appelli alla Divina Provvidenza o alla buona volontà degli uomini migliori. Se invece prende posizione distinguendo chi ha ragione e chi ha torto, i buoni dai cattivi, le vittime dagli aggressori, allora si perde ogni timore reverenziale e si è autorizzati a dare sulla voce anche ad un illustre vegliardo come Benedetto XVI.
Le parole che oggi si ritrovano su tutti i giornali (1) non sono precisamente del Papa. Sono, per così dire, da lui avallate: si trovano nell'Instrumentum Laboris, il documento elaborato dagli stessi vescovi dell'area (importante, questo) in vista del Sinodo per il Medio Oriente. Eccole:  "Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione". C'è da esser lieti che queste frasi non siano state scritte di suo pugno da Ratzinger: contengono infatti goffaggini e falsità degne della propaganda palestinese.
Il conflitto israelo-palestinese è irrisolto da decenni: ma perché dimenticare chi gli ha dato inizio? E a proposito di "non rispetto del diritto internazionale", chi è che ha aggredito lo Stato vicino? Israele - appena nato da una decisione dell'Onu - o giordani, egiziani, ecc., in violazione di quella stessa decisione dell'Onu? E perché dimenticare chi ha avuto l'iniziativa delle guerre successive? Quando il documento accenna ai "diritti umani", di quali diritti sta parlando? Dove sono scritti? E comunque fa parte dei diritti umani inviare attentatori suicidi in un Paese vicino, allo scopo di fare quante più vittime innocenti è possibile? La domanda è interessante perché questo Israele non l'ha mai fatto, mentre i palestinesi l'hanno fatto talmente a lungo da provocare la costruzione di una recinzione intorno ad Israele. E ancora: chi ha imposto alle popolazioni "una violenza che rischia di gettarle nella disperazione"? Se Israele volesse, potrebbe non imporre la disperazione, ai palestinesi, ma la morte. E invece chiede solo di essere lasciata in pace, di non subire attacchi terroristici o guerre di sterminio.
Poi ci sono le affermazioni secondo cui l'occupazione israeliana è «un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi», e il conflitto israelo-palestinese è il «focolaio principale» dei vari conflitti mediorientali. Una falsità dopo l'altra. L'occupazione israeliana ha solo lo scopo di evitare che dal territorio ex-giordano partano azioni di guerra contro Israele, come è avvenuto in passato e come Hamas promette di fare in futuro. Non è un'"ingiustizia politica" imposta ai palestinesi, è una "necessità militare" ed anche "un costo economico" imposto ad Israele. Se solo gli arabi lasciassero in pace gli israeliani, questi ultimi non chiederebbero nulla di meglio che di andarsene dai Territori. E invece s'è visto: non appena hanno lasciato Gaza, i palestinesi ne hanno approfittato per sparare razzi contro Israele. E c'è voluta l'operazione Piombo Fuso per farli smettere.
Infine il conflitto israelo-palestinese non è affatto il focolaio dei conflitti medio-orientali: è solo uno sfogo per la frustrazione degli arabi. Il classico "nemico esterno" per indurre a distogliere gli occhi dai problemi locali.
Francamente, Ratzinger è persona troppo intelligente per dire cose del genere. C'è solo da pensare che quelle affermazioni gli servano politicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 giugno 2010
(1) http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_06/papa-cipro_3943b908-7142-11df-82e2-00144f02aabe.shtml


SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
25 marzo 2010
I PALESTINESI DANNEGGIATI DAGLI AMICI
C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere  vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 marzo 2010

POLITICA
21 dicembre 2009
IL PARALLELO INDECENTE: PD-HAMAS
D’Alema ha proposto un qualche accordo con la maggioranza e il risultato è stato una corale levata di scudi. Eppure lo schema era il seguente: noi concediamo qualcosina a Berlusconi, magari solo un’opposizione non fanatica, e lui ci darà questo, e questo, e questo. Basta leggere le parole di Beppe Fioroni, come le riporta il “Corriere”(1): “La spina giustizia fa molto male a Berlusconi e lui non può certo pensare che siamo noi a levargliela. Questo non ce lo può proprio chiedere. Ciò detto, se lui accetta le nostre proposte in materia di riforme (sia quelle sociali che quelle istituzionali) e se lui rinuncia al presidenzialismo, e fa il legittimo impedimento, noi non glielo votiamo, ma non facciamo l'opposizione con la bomba atomica”.
La sintesi è che Silvio Berlusconi dovrebbe nientemeno fare le riforme come le suggerisce il Pd, ottenendo in cambio un’opposizione civile per un singolo provvedimento. Viene da ridere. La maggioranza ha i numeri per approvare qualunque legge, salvo quelle costituzionali, e l’opposizione può essere ostruzionistica ma alla fine la maggioranza prevale sempre. Il Pd dunque non ha molto da offrire ed ecco che le sue pretese divengono stratosferiche: pretende di dettare le riforme – tutte – come se il Pdl fosse in minoranza. Lo schema sembra demenziale e tuttavia non è nuovo. Da oltre sessant’anni il mondo ne ha un altro, sotto gli occhi: in Palestina.
In origine fu offerto uno Stato ciascuno agli ebrei e ai palestinesi ma questi non l’accettarono: scatenarono una guerra e la persero. Israele allargò il proprio territorio e prese Gerusalemme ma questo non piacque ai palestinesi i quali insieme con tutti i loro alleati nel 1967 scatenarono una nuova guerra. Che persero. Passarono dunque da Stato indipendente a “Territorio Occupato”.  Dopo quarant’anni hanno finalmente abbassato le loro pretese? Macché. Avevano dei pendolari che andavano a lavorare in Israele,  ma hanno dato la stura agli attentati e questa fonte di reddito si è inaridita. Avevano comunicazioni con uno Stato più progredito del loro, ma hanno continuato con gli assassini di innocenti e il risultato è stato la recinzione. Hanno perso sia i vantaggi economici che l’arma del terrorismo. Sparavano razzi su Ashdod ma Israele ha bastonato Gaza ed hanno dovuto smettere. Oggi sono alla canna del gas e dopo tutto questo si accontentano dell’indipendenza? No. Vogliono Gerusalemme loro capitale, vogliono il ritorno di milioni di profughi, non chiedono che gli israeliani si ritirino, per dire, dal novanta per cento dei “Territori Occupati”: chiedono che abbandonino la Palestina o si suicidino in massa. Non restituiscono l’unico (innocente) ostaggio israeliano di cui sono in possesso in cambio di parecchie decine di detenuti, vogliono stabilire quali e quanti devono essere i detenuti da scambiare. E via dicendo. Sono tutti così irragionevoli? Certo che no. Ci sono i moderati. Costoro, pur chiedendo tutto ciò che s’è detto, offrono il riconoscimento di Israele e per questo sono additati come traditori della santa causa. Come, riconoscere Israele! Come, permetterle di esistere! Gli uni e gli altri dimenticano però che quello Stato esiste già e loro non hanno nessuna possibilità di costringerlo a fare alcunché. Ci sono persone che non tengono nessun conto della realtà.
Per il Pd avviene qualcosa di analogo. Da un lato la maggioranza ha un margine confortevole, il governo ha l’approvazione del paese, la popolarità di Berlusconi è enorme, dall’altro si crede che offrire “un’opposizione moderata per un singolo provvedimento” sia chissà che concessione e, in compenso, si chiede la luna. Anche qui, naturalmente, chi fa questa proposta è additato come traditore della santa causa.
Paragonare il Pd ai palestinesi è cosa indecente: ma per certi estremisti (e non sono pochi) il parallelo con Hamas è giustificato.
Alcuni scervellati sono così convinti di essere dal lato della ragione, così sicuri che l’avversario è brutto e cattivo, e che, per quanto forte, dovrà necessariamente dichiararsi vinto (anche in cambio di un buffetto sulla guancia), che perdono totalmente la percezione della realtà. In queste condizioni, come a favore dei palestinesi non si è visto nulla di nuovo negli ultimi quarantadue anni, c’è da temere che il Pd rimanga all’opposizione per altri quarant’anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2009
  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/alema-veltroni-sfogo-attacchi_5d764934-ed40-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml


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