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POLITICA
15 settembre 2014
LA SECESSIONE DELLA SCOZIA
Riguardo alla minacciata secessione della Scozia, c'è una considerazione che sovrasta le possibili conseguenze per la Gran Bretagna e perfino per gli altri movimenti indipendentisti: il problema delle dimensioni degli Stati.
In natura, grosso significa forte. La gente parla dell'inimicizia fra cani e gatti: di fatto i cani possono vedere i gatti come prede mentre i gatti non se lo sognano nemmeno, di vedere come prede i cani. Perché sono più grossi. Del resto, i cani che sono aggressivi con i gatti lo sarebbero anche con le tigri? 
Per quanto riguarda gli Stati, il problema si configura in modo diverso in tempo di pace e in tempo di guerra. In tempo di pace le grandi dimensioni hanno importanza per le economie di scala, per l'ampiezza del mercato interno e per il sostegno alle zone più povere da parte delle più ricche. Ché anzi, è proprio quest'ultima la ragione per la quale la Catalogna o la "Padania" sognano l'indipendenza: pensano con qualche ragione che, separate dal resto del Paese, sarebbero più ricche e pagherebbero meno tasse. E corrispondentemente sarebbe veramente sciocca una Calabria che sognasse l'indipendenza. L'idea di una secessione è spesso comprensibile dal punto di vista economico ma lo è molto meno dal punto di vista della sicurezza. 
Parlare di questo argomento in un'Europa che vive in pace da quasi settant'anni appare a molti sorprendente. La guerra, si pensa, è una cosa che appartiene ai libri di storia. Una cosa da selvaggi. Anche chi reputa la Germania all'origine dei nostri guai economici non sogna per questo di dichiararle guerra, neanche con degli alleati. Siamo persone civili. A massimo alziamo la voce, non le mani.
Questo punto di vista è del tutto erroneo. Attualmente non è imminente o probabile nessuna guerra ma, essendo essa una delle caratteristiche della specie umana (come lo è delle formiche) non la si esorcizza con l'ottimismo. È fatale che prima o poi ricompaia  e allora, dal punto di vista militare, le dimensioni contano. Se l'Iraq invade il Kuwait, gli Stati Uniti possono concepire il piano di bacchettare Saddam Hussein e fargli sputare l'osso. Ma se oggi la Russia invadesse l'Ucraina, chi prenderebbe le armi per difendere Kiev? Diremmo tutti che l'azione di Mosca è immorale, inqualificabile, criminale, ma non andremmo oltre le parole. L'orso russo è molto grosso. 
Chi parla di secessione o d'indipendenza, lo fa considerando che non ci saranno più guerre. In realtà, quando il cielo si annuvola, un Paese grande si chiede che cosa gli convenga fare, mentre un Paese piccolo, se attaccato, può soltanto arrendersi o sperare che un alleato potente lo difenda. Ma a sua volta questo alleato interverrà militarmente soltanto se gli conviene.
Nel caso della Scozia, il pericolo di un'invasione è remoto, perché quella regione non è ricca, non ha vicini (a parte l'Inghilterra) e comunque può contare sul fatto che Londra, gelosa della sua insularità, interverrebbe nel proprio interesse. Ma se la Sicilia fosse indipendente - condizione che vagheggiava dopo la Seconda Guerra Mondiale - in caso di attacco, l'Italia si mobiliterebbe per difenderla? C'è da dubitarne. Essa costa più di quanto non renda e non è strategica per la difesa della penisola.
La storia fornisce conferme. Secondo le alleanze, nel 1939, quando la Germania invase la Cecoslovacchia, le potenze occidentali sarebbero dovute intervenire in difesa di Praga. Ma non lo fecero. Non erano in ballo loro interessi vitali e, sperando che il dittatore di Berlino si sarebbe contentato di quella preda, preferirono mancare di parola. Perfino quando Hitler invase la Polonia la Francia non lo attaccò, si limitò alla "drôle de guerre" (la strana guerra) rintanandosi dietro la Linea Maginot. Tutti speravano che il temporale si scatenasse su altri.
Da qualunque punto si parta, si arriva sempre alla stessa conclusione: quando si tratta di difesa, cioè di guerra, cioè di morire, ognuno pensa a sé stesso e i piccoli non hanno speranza. In altri termini, è per amore di Edinburgo e di Milano che si deve essere per l'integrità della Gran Bretagna o dell'Italia. La piccola Svizzera, pur avendo dei vicini civili, è armata fino ai denti. Israele non ha questa fortuna e infatti, oltre ad avere un fortissimo esercito, si è anche dotata della bomba atomica: a chi ti minaccia di sterminio è necessario rispondere con una minaccia parimenti credibile.
Ma siamo in tempo di pace, e nessuno, mentre si rosola sotto il sole d'estate, crede alla tormenta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 settembre 2014

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POLITICA
27 agosto 2014
IN DIFESA DEI DESPOTI
Ogni tanto, per non perdere l'abitudine, bisogna raccogliere la sfida di Nietzsche ("Fin dove osi pensare?") e sostenere una tesi eterodossa. Nati in un Paese democratico, dove la libertà e gli altri diritti del cittadino sono ritenuti i massimi valori sociali, siamo abituati da sempre a condannare nel modo più risoluto l'autocrate. Fino all'ottusità di non riconoscerne gli eventuali meriti. In Italia, pur di dire male di Mussolini, si sono a lungo negati persino i fatti. Soltanto un grande storico come Renzo De Felice è riuscito a rimettere a posto alcune verità: ma soltanto perché erano passati vent'anni dalla caduta del fascismo ed era difficile dargli torto senza passare per analfabeti.
Pur conoscendone i difetti fino all'indignazione, sono un fervente della democrazia. Nel tempo ho però scoperto con imbarazzo che, ogni volta che si parlava di abbattere un tiranno, mi scoprivo perplesso. "E se il futuro fosse ancora peggiore?" Un caso classico fu quello dello Scià di Persia. In Occidente era estremamente di moda dirne male e non si può dimenticare l'intervista che egli concesse ad una iattante e provocatoria Oriana Fallaci. Il sovrano esponeva in che modo cercava di fare il bene del suo Paese, la giornalista cercava di dargli lezioni di politica e di democrazia. Finché egli le spiegò pazientemente che era inutile attendersi da un Paese come l'Iran una democrazia come quella inglese. Non convinse la Fallaci ma convinse me. Ed infatti la caduta dello Scià ha peggiorato, non migliorato le cose. 
I casi in cui l'eliminazione del dittatore ha comportato disastri ancora maggiori sono numerosi: la Jugoslavia ha sofferto orribili guerre civili e infine è andata in pezzi. Saddam Hussein fu certamente più un criminale che un dittatore ma sotto il suo bastone l'Iraq non ha sofferto per anni degli infiniti, vicendevoli massacri delle diverse fazioni. Né migliore è la situazione della Libia, dopo che Francia e Inghilterra hanno avuto la bella pensata di andare ad ammazzare Gheddafi. 
Il consiglio della prudenza riguardo alla rimozione dei dittatori non può comunque funzionare in tutti i casi. Se il piano di von Stauffenberg contro Hitler avesse funzionato, l'umanità gliene sarebbe stata infinitamente grata. Si impone dunque un discrimine fra le varie dittature e questo non è forse dato dagli stessi tiranni, quanto dai popoli ad essi sottomessi. Gli inglesi, senza smettere di essere monarchici, hanno decapitato un re per semplici motivi fiscali e di principi costituzionali: ci sono ben poche probabilità che quel popolo acclami un dittatore. Viceversa, non soltanto in molti Stati dell'ex Terzo Mondo al potere ci sono sempre autocrati (anche pessimi, si pensi a Bokassa o a Mugabe) ma troppo spesso, quando ne cade uno, se ne mette un altro al suo posto. 
Per fortuna il mondo non è immobile. La Russia è un Paese sconfinato che, per stare insieme, ha bisogno di un forte governo centrale. Tuttavia, agli inizi del Novecento, gli zar cominciarono ad aprire alle riforme, fino a far albeggiare una democrazia. Purtroppo con la Rivoluzione quell'immensa nazione ricadde nella più bieca delle tirannidi, dimostrando la sua vocazione naturale per la sottomissione. Infatti, morto Stalin, non per questo si ebbe la democrazia. Pur senza i deliranti e criminali eccessi del georgiano, il Soviet Supremo rimase al potere ancora per quasi quarant'anni, e se infine si è arrivati alla democrazia, è per la crisi economica e perché il Paese ha finalmente raggiunto la maturità.
Queste idee non sono nuove come potrebbe sembrare. Atatürk trasse a forza la Turchia dal Medio Evo, le impose delle istituzioni laiche e democratiche, ma non se ne fidò. Un popolo "orientale" poteva sempre voler tornare alle istituzioni d'un tempo. E infatti il Padre dei Turchi affidò ai militari il compito di far funzionare la democrazia, intervenendo con la forza per ristabilirla se il Paese avesse imboccato una strada sbagliata. Cosa che quei militari - aspramente criticati dalle anime belle occidentali - fecero più volte. Oggi invece, sotto la guida del pio Erdogan, i militari sono impotenti e quel grande Paese procede a marcia indietro nella storia.
Ecco perché non bisognerebbe cercare di abbattere personaggi come Mubarak o al-Sisi, al Cairo, mentre sarebbe stato giusto collaborare con von Stauffenberg. I primi sono gli unici capaci di assicurare un Egitto decente, tollerante e passabilmente laico, Hitler al contrario era un'intollerabile e criminale anomalia per un grande e civile Paese come la Germania. E infatti non c'è stato un dittatore tedesco né prima né dopo di lui.
Non bisogna essere contro le autocrazie per principio. Molto dipende dai popoli di cui si sta parlando. Per alcuni, il meglio che si possa sperare è un'autocrazia illuminata, il cui modello ideale è rappresentato nell'antichità da Ottaviano Augusto, e nell'epoca contemporanea da Lee Kuan Yew, a Singapore.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 agosto 2014

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POLITICA
17 luglio 2014
FARE LA GUERRA GIUSTA

 Robert Kagan ha scritto sul Washington Post(1) un pregevole articolo nel quale sostiene che gli Stati Uniti sono stati impegnati in moltissimi conflitti armati, dal 1898 in poi, e perfino con maggiore frequenza di prima negli ultimi lustri. E si chiede se abbiano usato troppo spesso la forza o se non l’abbiano usata abbastanza. O anche se non l’abbiano usata troppo poco (primi anni della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio) per poi usarla perfino troppo generosamente dopo. Insomma ci sarebbe un effetto “pendolo” tra l’inazione e l’attivismo. Né si può dire che il pacifismo assicuri la pace, ché anzi, a volte, il non aver agito prima, quando la minaccia era piccola, ha costretto gli Stati Uniti ad agire poi con molto maggiore sforzo e maggiore spesa. Oggi tutti giudicano la guerra in Iraq un errore, ma a suo tempo, ricorda Kagan, essa fu votata da settantasette senatori su cento, anche democratici. Non si può affermare a priori che l’uso della forza sia un errore. Come disse George Schultz quando era Segretario di Stato, “La forza e la diplomazia vanno sempre insieme… La dura realtà è che la diplomazia non sostenuta dalla forza è inefficace”.
Anche la conclusione di Kagan è da segnalare: “La questione oggi è di trovare il giusto equilibrio fra quando usare la forza e quando non usarla. Possiamo senza rischi assumere che la risposta sta da qualche parte fra sempre e mai”.  
L’articolo è certo interessante ma lascia l’insoddisfazione di un banchetto in cui, da un piatto all’altro, ci saremmo aspettati sempre qualcosa di migliore. Tutte le incertezze di cui parla il grande editorialista, tutti gli errori di giudizio degli uomini di Stato, tutti i riferimenti storici non forniscono infatti indicazioni per il futuro. Inutile dire a qualcuno: “Fai la cosa giusta”, perché in questo modo gli si lascia soltanto l’intera responsabilità dell’eventuale errore. Chi agisce - o non agisce - pensa sempre di fare la cosa giusta. Il problema fa tornare alla mente il vecchio detto: “Allah, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non posso lottare, Allah, dammi la forza di lottare contro i mali contro cui posso vincere, Allah, dammi la saggezza di distinguerli”. Ed è proprio questo il punto.
Il passato non fornisce indicazioni univoche rispetto al futuro. La stessa riuscita azione audace dell’uno, se non ha successo può divenire la prova dell’avventatezza di un altro: e tutti sapranno spiegare perché già da prima si sarebbe dovuto capire che i due casi erano differenti. La misura della difficoltà di identificare “la cosa giusta” per il futuro è data già dalla difficoltà di identificare “la cosa giusta” per il passato. In campo storico le discussioni a volte sono vivaci come se si trattasse di avvenimenti recenti: quale fu la principale causa della caduta dell’impero Romano? Che cosa avrebbe potuto salvarlo, qual era “la cosa giusta” da fare? Il Terrore fu una necessità o una crudele follia?
La valutazione del passato è opinabile. Di una guerra andata male si può sempre dire che la situazione sarebbe ancora peggiore se non la si fosse combattuta, come si può dichiarare inammissibile inerzia un non intervento, se le conseguenze sono tragiche. Benché il trattato di pace glielo consentisse, la Francia, ancora piena di orrore per la Prima Guerra Mondiale, non intervenne nella Ruhr per frenare il riarmo tedesco: e ciò, invece di assicurarle la pace, le procurò l’invasione tedesca e quattro anni di servaggio. Il pacifismo generò la guerra. E tuttavia, parlandone al futuro, non sarebbe stato chiamato warmonger, guerrafondaio, e coralmente stramaledetto, chi allora avesse insistito per vedere l’esercito francese varcare la frontiera con la Germania?
Siamo abituati a giudicare i fatti del passato dalle loro conseguenze evidenti, ma dimentichiamo troppo spesso che, sul momento, chi agiva le conseguenze non le immaginava neppure. Ironizziamo sull’Invencible Armada, ma chi può dire se l’hanno battuta gli inglesi o la tempesta? E quale sarebbe stato il risultato dello scontro, senza la tempesta? Nutriti da migliaia di film americani in cui il solo parlare spagnolo rendeva ridicoli, siamo tutti pronti a ironizzare su quell’impresa. Invece i contemporanei, prima che il maltempo della Manica ci mettesse lo zampino, non l’avranno certo pensata così. Anche i giapponesi non hanno mai dimenticato di essere stati salvati da un forte vento, che ha dato il nome ai kamikaze.
L’articolo di Kagan è inutile, a meno che non ne traiamo una lezione di tolleranza nei confronti di chi deve decidere. Non è detto che altri avrebbero fatto meglio. E molto – come diceva Machiavelli – dipende dalla fortuna.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
17 luglio 2014

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(1)http://www.washingtonpost.com/opinions/robert-kagan-us-needs-a-discussion-on-when-not-whether-to-use-force/2014/07/15/f8bcf116-0b65-11e4-8341-b8072b1e7348_story.html


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POLITICA
27 marzo 2010
LE CONDIZIONI DI PACE DEI PALESTINESI
Un giornale ha riassunto in un riquadro le richieste palestinesi per siglare un accordo di pace: 1) Gerusalemme capitale dello Stato palestinese; 2) problema - eliminazione? - degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati; 3) ritorno ai confini del 1967; 4) ritorno dei rifugiati; 5) redistribuzione delle risorse idriche; 6) liberazione dei prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane.
1)    Gerusalemme è almeno dal 1980 la capitale di Israele e poco importa il mancato riconoscimento internazionale. Si può biasimare l’invasione cinese del Tibet, cionondimeno non si può contestare che la Cina eserciti la propria sovranità su quella regione. E non si può nemmeno dire che Gerusalemme sia stata la capitale palestinese prima del 1967: infatti in quel momento tutta la regione faceva parte della Giordania. Ma soprattutto non è facile concepire che, senza esservi costretto, un Paese accetti la capitale di uno altro Stato all’interno del perimetro della propria capitale. Il caso del Vaticano è particolare: qui era il Papa ad essere a casa sua, non i Savoia: e questi che si sono imposti con la forza.
2)    Gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati sono certamente un problema ma nulla impedirebbe che essi rimangano, anche se il territorio passa sotto amministrazione palestinese. Forse che nei confini di Israele non c’è più di un milione di palestinesi, per giunta con diritto di voto alle elezioni politiche? Comunque è un problema secondario, anche se richiedere la loro eliminazione sarebbe una dimostrazione di razzismo.
3)    Il ritorno ai confini del 1967 è una richiesta stupefacente. I palestinesi dimenticano che sono stati loro e i loro alleati, Nasser in particolare, a violarli, con l’intenzione di appropriarsi l’intero territorio di Israele. Ora, avendo fallito, pretendono che tutto torni come prima. È come se qualcuno obbligasse un altro a giocare una partita di poker, perdesse l’intera posta e alla fine ne chiedesse la restituzione. Gli israeliani chiedono solo piccoli aggiustamenti dei confini, mentre per diritto di guerra si sarebbero potuto annettere tutto il territorio. Questo non andrebbe dimenticato: la Russia non si è forse annessa Königsberg, su cui non vantava nessuna rivendicazione storica?
4)    Il ritorno dei rifugiati è un’assurdità. Costoro hanno abbandonato l’attuale territorio di Israele volontariamente: lo prova il fatto che centinaia di migliaia di altri palestinesi sono invece rimasti e sono ancora lì, vivi e vegeti. Inoltre i rifugiati non si sono integrati nei posti in cui sono andati a vivere (il Libano per esempio) e sarebbe strano che si integrassero in Israele. E tutto questo mentre i palestinesi non li accolgono, loro, sul proprio territorio. Infine, se è vero che si tratta di quattro milioni di persone, sarebbe come se proponessero a noi di accogliere quaranta milioni di cittadini islamici, di origine e lingua diversa, allevati per giunta ad odiare mortalmente l’Italia.
5)    La redistribuzione delle risorse idriche è un problema poco noto ma gli israeliani non hanno certo deviato il corso del Giordano. Se esso passa nel loro territorio, non è merito loro e non è neppure colpa loro. Ogni regione si ritrova con vantaggi e svantaggi geografici. L’Iraq condivide forse le proprie risorse petrolifere con la Giordania, sprovvista di petrolio? Lo stesso concetto di “redistribuzione” è falso: non c’è mai stata una distribuzione ingiusta cui ora dovrebbe seguire una distribuzione giusta.
6)    La liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane è una richiesta inammissibile perché queste persone non sono incarcerate per motivi politici ma per reati comuni. Se poi i palestinesi li reputano eroi perché hanno ammazzato dei civili israeliani, non possono pretendere che gli israeliani condividano questo punto di vista.
Una nota finale  riguarda il fatto che i palestinesi non parlino affatto delle condizioni militari di un eventuale accordo. Gli israeliani infatti non potranno mai e in nessun caso permettere una totale indipendenza bellica del nuovo Stato. Non concederanno mai ai palestinesi la possibilità di detenere armi pesanti o di accettare eserciti stranieri sul loro territorio: sono stati attaccati troppe volte. Dunque è strano che i palestinesi – che pure non dimostrano buon senso negli altri campi - non si lamentino del fatto che si discute solo di una larga autonomia, non di una vera indipendenza. La Palestina non sarebbe un vero Stato sovrano.
I palestinesi e la comunità internazionale si ostinano a chiudere gli occhi su una semplice realtà: contro Israele gli arabi hanno perso tutte le guerre che essi stessi hanno voluto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2010
POLITICA
25 marzo 2010
I PALESTINESI DANNEGGIATI DAGLI AMICI
C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere  vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 marzo 2010

POLITICA
28 gennaio 2010
FASSINO IL RAPPORTEUR
Sulla “Stampa” Piero Fassino - definito “Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa” (i giornali non dispongono di un dizionario per tradurre rapporteur con “relatore”) sostiene che bisognerebbe riavviare i negoziati di pace in Palestina. Egli riassume i punti in discussione (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6896&ID_sezione=&sezione=) e si nota subito che non ci sono contropartite per gli israeliani: si tratta solo di richieste dei palestinesi. Essi vorrebbero Gerusalemme capitale, il blocco totale degli insediamenti e di nuove colonie e il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati. Al contrario rifiutano il controllo israeliano dei confini e dello spazio aereo del futuro Stato. Per questa sorveglianza preferirebbero “una forza multinazionale di pace”.
Si dimentica innanzi tutto che questi colloqui di pace dovrebbero concludere una guerra, quella del 1967, che è stata vinta da Israele, non dai palestinesi. Dunque sarebbe naturale che il vincitore ponesse condizioni al vinto, non il contrario. Ma qui siamo nel Vicino Oriente e la logica funziona in un altro modo.
Per quanto riguarda Gerusalemme, gli israeliani l’hanno conquistata con la forza ed è normale che se la tengano come loro esclusiva capitale: fra l’altro, mentre oggi gli arabi possono andare a pregare nella grande moschea, finché la città è stata giordana agli ebrei è stato vietato l’accesso. Dunque gli israeliani concedono ai palestinesi più di quanto i palestinesi non abbiano a suo tempo concesso agli israeliani.
Per quanto riguarda i rifugiati (dai fratelli arabi mantenuti artificialmente in questa condizione per oltre quarant’anni) in primo luogo gli adulti di allora sono per la maggior parte morti; in secondo luogo, dopo tanto tempo sarebbe stato normale che si “accasassero” dovunque siano andati, come hanno fatto tutti i rifugiati del mondo. Per esempio i milioni di tedeschi dell’Est. Infine si può chiedere: perché mai i rifugiati dovrebbero tornare in Israele se già non tornano in Cisgiordania e a Gaza?
In realtà, come ricorda lo stesso Fassino, un ritorno in massa è assurdo. Non solo si tratterebbe di ospiti tutt’altro che graditi – basti ricordare che re Hussein di  Giordania li scacciò a cannonate – ma quei rifugiati rappresenterebbero circa un terzo della popolazione israeliana attuale. Sarebbe come chiedere all’Italia, dall’oggi al domani, di ospitare venti milioni di nuovi cittadini che odiano l’Italia.
Interessante è la richiesta di una “forza multinazionale di pace” per la sorveglianza dei confini e dello spazio aereo del nuovo Stato, dimenticando che nel 1967 tra Israele ed Egitto c’era una forza multinazionale di pace. Poi Nasser, per attaccare Israele senza testimoni, ne chiese il ritiro e prontamente l’ottenne. È strano che, in queste condizioni, Israele non si fidi dell’Onu?
Fassino parla pure della “necessità di riaprire i valichi di accesso” per consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. E la domanda ovvia è: perché mai dovrebbe aprire i valichi Israele, sapendo che da quei valichi, in passato, sono arrivati terroristi e kamikaze, e non dovrebbe aprirli l’Egitto, che ha un confine in comune con Gaza? E poi, se i musulmani tengono tanto alla loro inimicizia con Israele, come mai poi desiderano stabilire contatti con loro?
Israele è stata ridotta a non avere nessun interesse alla pace. Costretta dagli Arabi, è arrivata ad assicurare da sé la propria sicurezza: con la recinzione, con la chiusura dei valichi, con ossessivi controlli alle frontiere. Un tempo i palestinesi potevano offrire la pace, oggi Israele la pace se l’è costruita da sé. Ha perfino ottenuto la fine del lancio di razzi partiti da Gaza e, ancora una volta, come? Non invocando il diritto, cui nessuno dà retta, da quelle parti; e neppure attraverso le preghiere, che non hanno avuto alcun esito: solo infliggendo a Gaza una dura punizione materiale e la morte di milletrecento persone. A questo punto la richiesta è divenuta comprensibile. È ragionevole fidarsi di impegni giuridici, avendo a che fare con gente del genere?
Due ultime note. Dice Fassino che “le posizioni islamiche radicali fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante” e che una pace in quella regione la farebbe venir meno. A parte il fatto che lo statuto di Hamas indica, come soluzione del problema non la pace ma l’eliminazione dello Stato d’Israele, è così difficile farsi una bandiera nuova, quando si ha voglia di attaccare?
A Ramallah, a proposito della possibile pace, dei maggiorenti hanno detto al nostro uomo politico che «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». Giusto. Solo che i palestinesi in sessant’anni quel fiume non hanno mai voluto attraversarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010
Se volete aggiungere dei commenti, dal momento che su questo blog la cosa è divenuta difficile - per infinite lentezze, a volte tentativi non riusciti - inseriteli su pardonuovo.myblog.it, dove c'è lo stesso testo e, probabilmente, altri commenti. 
POLITICA
21 ottobre 2009
TREGUA, PACE E GIUSTIZIA
     Un lungo articolo di Daniel Pipes[1] sostiene che Israele non otterrà mai la pace con le concessioni ma conseguendo una vittoria. Yitzhak Rabin diceva che la pace si fa con i nemici ma – precisa Pipes – con i nemici vinti: la vittoria non ha alternative. Questa tesi è interessante per una riflessione più generale.

La nostra epoca è lodevolmente pacifica e, per così dire, “compromissoria”. Di fronte a qualunque contrasto il primo imperativo non è quello di dar ragione a chi ha ragione, ma quello di giungere ad un accordo tenendo conto degli interessi di chi ha torto. Se un poveraccio disoccupato rubasse un milione di euro, e fosse scoperto prima ancora che avesse speso quel denaro, giustizia vorrebbe che il denaro fosse interamente restituito al legittimo proprietario. Di fatto, secondo la mentalità corrente, sarebbe giusto che la maggior parte di quel denaro tornasse al ricco, ma una parte rimanesse al disoccupato, perché in stato di necessità; perché ha una famiglia; perché è la prima volta che ruba; perché, soprattutto, il dogma è che la ragione non sta mai tutta da una parte. In che modo è divenuto ricco, quel tale? Quanto ha pagato d’imposte? Le ha pagate tutte? Ed è giusto che ci sia da un lato chi è ricco e dall’altro chi non ha abbastanza da mangiare?

Questo tipo di ragionamento è assurdo. Se il bisogno scusasse, tutti si dichiarerebbero in bisogno. Il disoccupato deve essere aiutato dallo Stato, non può pretendere di derubare un privato. Inoltre, chi dice che il disoccupato non sia tale perché licenziato come ladro dall’impresa presso cui lavorava? Ipotesi perversa? E non è perverso chiedersi in che modo si è arricchito il derubato?

Analogo è il vangelo dei sindacati. Se il banconista licenziato vieta ai clienti di entrare nel bar, siamo di fronte a un reato. Se invece trecento dipendenti occupano una grande azienda, si chiama azione sindacale e per essa tutti esprimono comprensione. Bisogna concedere qualcosa ai quei lavoratori, indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o torto.

È triste che questa mentalità imperi anche in ambito internazionale. La nostra epoca ama la tregua più della pace e la pace più della giustizia. Sosteneva una volta Luttwak che nell’ex-Jugoslavia il problema sarebbe rimasto eterno se non si fosse permesso ad un gruppo etnico di sterminarne un altro o almeno di scacciarlo da un dato territorio. A prescindere dal dato giuridico e a prescindere dalle esigenze di umanità, in passato si è raggiunta una pace stabile quando una parte è riuscita a schiacciare completamente l’altra. Gli esempi sono infiniti, aggiungiamo. Nel 1918 la Germania guglielmina perse l’Alsazia-Lorena ma il Paese non fu devastato: da questo nacque il revanscismo. Il Terzo Reich subì invece un disastro completo e crudele e il risultato è stato che la Germania non solo non ha più parlato di riavere l’Alsazia-Lorena ma ha rinunziato senza fiatare a grandi territori a est e persino a Königsberg.

La tesi di Luttwak può far saltare sulla sedia ma essa è vera de facto ed è orrendo che funzioni anche quando chi aggredisce ha torto e chi è aggredito ha ragione. Per questo è inaccettabile che si vieti a chi ha ragione di conseguire una vittoria totale e stabile. La pace è sicura solo quando lo sconfitto sa di non avere possibilità di rivincita. Se invece, come avviene, si ama più la tregua che la pace, e si fa di tutto perché intanto si cessi di sparare, chi stava perdendo da quel momento pensa a una seconda manche.

La regola è semplice: si deve sperare che l’aggredito sia veramente tale e non un aggressore che si maschera da aggredito, ma poi, se si vuole la pace, gli si deve permettere di vincere veramente la guerra.

Oggi l’amore della realtà (che è la stessa per il banconista e per i trecento lavoratori) e l’amore della giustizia (per cui l’aggredito deve avere il diritto di difendersi) è insufficiente. Si ha tendenza a sognare e predicare tonnellate di alta moralità, col rischio che questa nobiltà sia pagata da chi ha ragione. Senza dire che il prolungarsi di un conflitto alla lunga è pagato più duramente anche da chi ha torto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 ottobre 2009



[1] http://www.danielpipes.org/7653/peace-process-or-war-process


POLITICA
25 settembre 2009
MORIRE PER KABUL?

Molte persone si chiedono seriamente se sia il caso di mandare i nostri soldati in Afghanistan ma questa domanda non può avere risposta.
Il problema se valga la pena di combattere una guerra si risolve da sé se la Patria è aggredita: in questo caso la scelta dello scontro è stata assunta da un altro Paese. Di solito, se c’è una possibilità di difesa – una possibilità che non aveva la Cecoslovacchia nel 1968 – tutti capiscono la necessità della guerra. Se invece non vi è attualmente un’aggressione e un governo intraprende l’azione bellica in quanto la reputa un costo minore rispetto ad uno scontro più lontano nel tempo, i dubbi spesso sono molto più grandi.
Nell’antichità Roma s’ingrandì – un po’ come la Russia nei secoli recenti – per il timore di essere aggredita: ogni volta conquistava un nuovo territorio per spostare più lontano la frontiera da cui poteva venire l’aggressione.
Tutto questo è talmente vero che la distinzione fra guerra di aggressione e guerra difensiva diviene labile. L’aggressore può sempre pretendere di star agendo per fini difensivi futuri. Per non parlare di Hitler che arrivò ad inscenare una finta aggressione di militari polacchi (in realtà soldati tedeschi travestiti), che furono gloriosamente uccisi dai commilitoni della Wehrmacht. A proposito: Wehrmacht uguale “forza di difesa”.
Un caso opposto s’è avuto nel 1967, quando Nasser compì tutti gli atti che chiaramente preludevano all’attacco di Israele. L’Egitto diede anche luogo a quelli che vengono chiamati “casus belli”, cioè azioni che autorizzano la controparte a considerarsi militarmente aggredita. Ciò malgrado, quando l’esercito egiziano non aveva sparato nemmeno un colpo di cannone, fu invece Israele che, con azione fulminea, annientò letteralmente l’aviazione egiziana al suolo, procurandosi il dominio dei cieli in quello scacchiere. L’iniziativa militare fu benedetta, dal punto di vista di Gerusalemme, che poi vinse la guerra a mani basse. Perché aspettare la prima mossa dell’altro, se lo scontro è inevitabile e voluto dall’aggressore? Soprattutto se si può fruire del fattore sorpresa? Ecco un caso in cui nessuno sarebbe scontento di vedere il proprio Paese vibrare il primo colpo.
Se, pur possedendo tutti i dati storici, è difficile stabilire se una guerra sia stata un’aggressione o una difesa strategica anticipata, figurarsi quanto sia difficile stabilirlo, riguardo al presente o al futuro, quando si è dei privati cittadini, e si è lungi dall’avere tutte le conoscenze economiche, militari, geografiche, storiche, politiche di cui dispongono i governanti con i loro consulenti. Per non parlare delle informazioni fornite dai vari servizi segreti.
In questo campo il cittadino medio non è in grado di avere una opinione ragionevole. Se parla, probabilmente parla a vanvera. Ma c’è qualcosa di  molto più allarmante: la storia mostra che la disponibilità di elementi di giudizio infinitamente più completi di quelli dell’uomo della strada non ha impedito e non impedisce ai governanti di commettere errori madornali. La storia è piena di conflitti che si sono risolti in un danno gravissimo di chi li aveva provocati: la Prima Guerra Mondiale fu dovuta ad errori di calcolo commessi indistintamente da tutti coloro che vi parteciparono. E infatti tutti ne riportarono solo danni e lutti immensi.
Ma la guerra è endemica: malauguratamente fa parte della natura umana. Nel 1939 Hitler dimostrava i suoi intenti aggressivi e il suo delirio di conquista e fu di moda chiedersi: “Morire per Danzica?” Ma i governi di Francia e Gran Bretagna avevano finalmente capito che non si trattava del famoso “corridoio” sul Mar Baltico. La Polonia era solo il primo boccone: bisognava difendersi. E meglio avrebbero fatto ad intervenire prima, magari impedendo con la forza il riarmo tedesco, contrario al trattato di pace.
Chiunque si chieda se bisogna morire per Danzica, Baghdad, Kabul dovrebbe sapere che lui stesso non ha modo di deciderlo. Forse non lo sanno neppure coloro che siedono intorno al tavolo del Consiglio dei Ministri. Essi agiscono – almeno in democrazia - secondo quello che reputano essere l’interesse della Patria, avendo soppesato i pro e i contro, ed essendo perfettamente coscienti che molti giovani moriranno:  ma c’è solo da sperare che non sbaglino. Non si può andare oltre.

CULTURA
13 maggio 2009
DUE POPOLI, DUE STATI
DUE POPOLI, DUE STATI
Il viaggio del Papa in Terrasanta ha riportato sotto i riflettori il problema palestinese. Uno dei luoghi comuni, al riguardo, è che la soluzione sia quella di “due popoli e due Stati”. Anche se – si aggiunge – ci sono parecchi ostacoli: i coloni nei Territori Occupati, il problema dei rifugiati e, soprattutto, il rifiuto degli estremisti palestinesi. Infatti Hamas e gli estremisti islamici non vogliono una parte della regione, la vogliono tutta. Sono pazzi? Forse meno di quanto si pensi.
Lo sarebbero certamente se sognassero, con le loro sole forze, di riuscire militarmente dove non sono riusciti tutti gli Stati arabi coalizzati. Ma forse è ragionevole che rifiutino un’offerta che non viene loro fatta. E facciano finta di chiedere di più.
La tesi sembra ardita ma non è detto che sia infondata.
Uno Stato è tale quando è sovrano, cioè quando ha l’indipendenza legislativa, amministrativa e soprattutto militare. Ebbene: un tale Stato non può essere tollerato da Israele. Gerusalemme può accordare al vicino una totale autonomia ma non potrà mai permettere la vera indipendenza militare, perché di questa indipendenza il nuovo Stato, secondo i suoi attuali programmi, si servirebbe per attaccarlo. Pure se molto debole, la Palestina potrebbe permettere ai suoi alleati – Siria, Egitto, Giordania e corpi di spedizione anche iraniani - di entrare nel proprio territorio per attaccare Israele dalle attuali frontiere. E perché mai Israele dovrebbe mettere a rischio la propria sopravvivenza, perché mai dovrebbe rinunciare al “cuscinetto” costituito dai Territori Occupati?
Nel 1948 i palestinesi si videro offrire uno Stato sovrano e lo rifiutarono. Dissero che non potevano contentarsi di più di metà della Palestina e tentarono – già allora – di “buttare a mare gli ebrei”. Persero e invece di piegarsi al responso delle armi, continuarono a rilanciare per decenni con altre guerre, tutte perse, fino a scrivere nello Statuto di Hamas il programma dell’eliminazione degli ebrei. L’eventuale nuovo Stato dunque sarebbe aggressivo, mentre se oggi Israele può dormire sonni tranquilli è perché i palestinesi sono fermati da una recinzione e perché, da quei Territori, non può venire un esercito dotato di armi pesanti.
In passato i palestinesi non hanno voluto l’indipendenza, oggi non possono più averla. Non hanno soltanto perduto tutte le guerre, hanno perduto anche la pace. Se oggi dicono orgogliosamente che non sono disposti a nessun compromesso, possono farlo gratis: infatti la Palestina, malgrado la sua bandiera e un’incessante retorica di guerra ed odio, è solo un Territorio Occupato. E tale timarrà a tempo indeterminato. Israele infatti non può permettere che si costituisca a pochi metri dalle sue case una minaccia per la propria sopravvivenza. Se i palestinesi, sessant’anni fa, avessero avuto un minimo di buon senso e di tolleranza, il problema non si sarebbe neppure posto: ma è andata com’è andata.
Nelle guerre normali, il vincitore lascia al vinto una limitata autonomia e questo avviene per un tempo relativamente breve. Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate imposero il disarmo alla Germania; quelle della Seconda Guerra Mondiale tennero loro basi militari sul suolo tedesco per decenni e anche l’Italia ebbe le sue limitazioni: per esempio non è un caso se non possediamo portaerei. Ma il tempo e i buoni rapporti smussano gli angoli. Le ostilità si dimenticano e anche i vinti recuperano la loro indipendenza. Trenta o quarant’anni dopo la fine della Guerra, i rapporti fra inglesi e americani da un lato, e italiani e tedeschi dall’altro, erano tutt’altro che nel segno della guerra. Al contrario, trent’anni dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 di pace non si parlava neanche lontanamente. Dal 1978 sono passati altri trent’anni e Hamas sogna di buttare a mare gli israeliani. E allora non c’è speranza: il problema è insolubile.
L’unica via d’uscita sarebbe un atteggiamento pacifico che, alla lunga, rassicurasse Israele. Ma a questo punto non si deve sconfinare nella fantapolitica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
13 maggio 2009


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