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POLITICA
27 novembre 2013
IL GOVERNO ARTIFICIALE

Forza Italia passa all’opposizione e chiunque potrebbe chiedere: “Dov’è la notizia?” Infatti, se per notizia si intende una novità, la notizia non c’è. Ma basta considerare come si forma normalmente un governo per vedere che un cambiamento ora c’è: abbiamo un governo artificiale. 
Dopo le elezioni si formano due Camere sulla base dei risultati di quelle elezioni e il successivo governo rispecchia la loro costituzione. Una volta che si ha una maggioranza, questa concede il voto di fiducia al suo governo. Lo schema è dunque: il governo rispecchia la maggioranza parlamentare che a sua volta rispecchia la maggioranza del Paese.
Nella nostra Camera dei Deputati, il Pd ha il 54% dei seggi - pur essendo lontanissimo dall’avere ottenuto il 54% dei voti - perché così vuole l’attuale legge elettorale, intesa ad assicurare la stabilità e la governabilità a qualunque costo. se dipendesse solo dalla Camera, il Pd potrebbe governare per cinque anni, quand’anche il suo governo fosse sgradito al settanta per cento degli elettori.
Al momento del varo della legge, però, il Presidente della Repubblica di allora, Ciampi, si ricordò che, per la Costituzione, il Senato è eletto su base regionale, e dunque volle che quel premio fosse assegnato su base regionale. Dal momento che destra e sinistra in Italia sono in bilico, il risultato è stato che in bilico si è ripetutamente trovato anche il Senato, rendendo l’Italia pressoché ingovernabile.
Tutto ciò sembrava superato quando si è formato “il governo delle larghe intese”: anche al Senato la maggioranza corrispondeva a quella degli elettori. Ma col passaggio di Forza Italia all’opposizione, il governo governa contro la maggioranza degli italiani.
Infatti, se Forza Italia si fosse scissa nel senso che il venti per cento passava all’opposizione e il restante ottanta per cento continuava a sostenere il governo, ciò non sarebbe successo. Dal momento che è avvenuto il contrario, l’esecutivo corrisponde alla maggioranza nelle Camere, ma non a quella nella nazione.
Naturalmente i fuorusciti del Pdl potrebbero dire che sono loro, rimanendo fedeli al governo, ad interpretare al meglio la volontà degli elettori. Ma ciò potrebbero confermarlo solo nuove elezioni e le precedenti esperienze non sono incoraggianti. 
Le conseguenze sono comunque drammatiche per il Pd. Se si stesse navigando in piena bonaccia, questo sostanziale monocolore sarebbe la massima fortuna: avrebbe il potere senza doverne rendere conto a nessuno. Nella realtà l’Italia è in grave pericolo e il governo non può farci niente. Attualmente lo spread con i Bund tedeschi è poco sopra i 230 punti base, ma se schizzasse verso l’alto come ha fatto due volte (autunno 2011, estate 2012), il peso degli interessi schizzerebbe anch’esso verso su, e non per l’ammontare dei pochi miliardi intorno ai quali ci si è tanto accapigliati per la legge di stabilità. Nulla esclude poi che le Borse improvvisamente confessino di sapere da sempre che il debito pubblico italiano, come quello spagnolo, francese, ecc., non è garantito da niente. In questo caso, con le somme stanziate dall’Unione Europea per fronteggiare la crisi ci si comprerebbero solo degli ansiolitici. 
Se invece tutto va proprio bene, e si prosegue sulla via gloriosamente intrapresa da Mario Monti, o si continuerà a scendere lungo la china perversa della depressione, o ci si fermerà alla miseria attuale, ma solo perché si è toccato il fondo. Purtroppo, invece di confessare che il futuro non dipende da noi, per dovere d’ottimismo istituzionale il governo ha continuato a parlare di lendemains qui chantent, di rilancio dell’economia, di luci in fondo al tunnel e la gente alla lunga gli rimprovererà aspramente di averla presa per i fondelli.
A Forza Italia l’uscita dalla maggioranza offre la possibilità di smarcarsi da questa condizione per far finta che, fosse stata al governo, avrebbe fatto di meglio. Non sarebbe per nulla vero, ma come dimostrarlo? Chi è al governo è responsabile della conduzione del Paese. Forza Italia dunque beneficerà del dubbio e della rendita costituita dalla demagogia e ciò potrebbe permetterle qualche successo.
Salvo ad essere fanatici, bisogna confessarsi che c’è poco da scegliere. Dipendiamo dall’Europa e – a meno che non ne usciamo, a nostro rischio e pericolo – subiremo le conseguenze di tutti gli errori che questa Europa continua a commettere. Un tempo si sognava un Uomo della Provvidenza che tirasse l’Italia fuori dai guai. Ora siamo costretti a sognare un Superuomo della Provvidenza che sia capace di tirare fuori dai guai un intero Continente. Giove personalmente, dunque, dal momento che fu colui che si dimostrò più forte dei Titani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 novembre 2013
 


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25 giugno 2011
GLI ANIMALI POLITICI PREVEDONO I TERREMOTI (Di Pietro cambia politica)

Sul “Corriere della Sera” è apparsa un’intervista di Antonio Di Pietro (1) per molti versi stupefacente ed anzi tale che potrebbe preludere a un cambiamento della scena politica. È il caso di leggerla attentamente.

Il leader dell’Idv non è un uomo particolarmente colto o simpatico, ha un eloquio degno di quel padre contadino di cui si vanta e una rozzezza di fondo che idealmente ne fa un fratello di Umberto Bossi. Tuttavia condivide proprio col senatùr un fiuto politico fuori dell’ordinario. Se dunque, come si vede in quel testo, cambia stile e atteggiamento, è segno che il suo interesse gli indica una strada nuova. Ma quale?

Tutto parte dalla scena vista in Parlamento. Berlusconi, al passaggio, si ferma, si siede e confabula con lui. Tutti si sono chiesti che cosa si siano detti e come mai si sia avuto questo dialogo. Di Pietro sostiene di non aver programmato l’incontro e nel momento in cui la sua base lo attacca per avere parlato col “nemico”, protesta virtuosamente: “Cosa avrei dovuto fare? Menarlo? Morderlo? Strappargli i capelli finti? Il presidente del Consiglio ti avvicina, in Parlamento non in un sottoscala, e tu come reagisci? Lo ascolti”. Verosimile. Ma inverosimile che il Presidente del Consiglio vada a parlare con uno che contempla l’alternativa di menarlo, morderlo o strappargli i capelli e soprattutto dopo aver detto dell’ex pm: “È un uomo che mi fa orrore”.

O la scena è stata concordata oppure ci si dovrebbe spiegare come mai il Cavaliere sapesse che avrebbe trovato un Di Pietro pronto al dialogo. Uno che nella successiva intervista avrebbe detto che il Primo Ministro è un uomo solo, che occasionalmente merita solidarietà, che ha certo delle colpe ma le maggiori malefatte le hanno commesse quelli che gli stanno intorno, e il resto. Il mistero rimane.

Passiamo ad alcune citazioni.

…Bersani e Casini dicevano che ero troppo antiberlusconiano, e così facendo aiutavo Berlusconi. L’hanno ripetuto anche quando mi sono inventato i referendum. Ora che 27 milioni di italiani hanno detto no a Berlusconi, loro hanno preso coraggio. Io cerco di essere anche stavolta un passo avanti… la mia nuova linea politica… Berlusconi oggi è una persona sostanzialmente sola… I miei sentimenti sono di humana pietas per lui. E di rabbia per i cortigiani che di lui si approfittano, che ci mangiano, che umiliano ancora di più le istituzioni, coprendosi dietro la sua faccia… Non sono un uomo di sinistra… in Europa i miei parlamentari siedono a destra dei socialisti. Con i liberaldemocratici…

Tutte queste affermazioni, significative e convergenti, fanno pensare che Di Pietro sia convinto che l’antiberlusconismo sia in un vicolo cieco e non farà certo cadere il governo. Non che lui dimentichi di esserne stato il portabandiera, di avere di fatto obbligato il Pd a seguirlo, ma proprio ora che tutto l’esercito combatte questa battaglia, si rende conto che essa è perdente: ed ecco lascia il comando e sceglie un’altra via. Se bisogna pensare al 2013, si deve costruire un’altra alternativa: e proprio lui che ha indotto Bersani a divenire un vice-Di Pietro, un vice-campione dell’antiberlusconismo, proprio in quanto tale lo dichiara non all’altezza di guidare quell’alternativa.

L’ex pm sembra un campione di dribbling. È riuscito a mandare a vuoto il Pd scartando a sinistra, e quando il partito si è spostato a sinistra per contrarlo, si è spostato a destra per avere via libera. Da un lato, a forza di estremismo verbale, ha spinto i democratici nelle braccia dell’estrema sinistra, dall’altro, rendendosi conto che con l’estrema sinistra non si vince, ecco che si dichiara “non di sinistra”. È fiero del padre democristiano. È per il bipolarismo, ma per un bipolarismo in cui il polo di sinistra sia sufficientemente moderato e guidato da lui. Lui è a destra di Bersani e della Bindi e figurarsi di Vendola. Per non parlare degli altri scalmanati di Sel. Questa sinistra, a suo parere, è incapace di governare e farebbe scappare gli elettori moderati. L’unica speranza, contro Berlusconi o contro chi ne sarà l’erede, è una opposizione ragionevole, persino pronta a votare le riforme di Berlusconi, se appena accettabili. Lo dice espressamente nell’intervista.

Se tutte queste siano fantasie o seri progetti, lo dirà il tempo. I politici sono impegnati dalle parole che hanno detto solo per il tempo che l’inchiostro dei giornali mette ad asciugarsi. Di Pietro è comunque da tenere d’occhio. Non sarà vero che cani e galline sentano in anticipo i terremoti, ma a certi personaggi come lui e Bossi bisogna sempre prestare attenzione: gli altri sono capaci di scrivere trattati di politica, loro sono capaci di farla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 (1)http://www.corriere.it/politica/11_giugno_24/berlusconi-un-uomo-solo-io-lo-sfido-sulle-riforme-aldo-cazzullo_73ac9baa-9e28-11e0-b150-aadf3d02a302.shtml

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permalink | inviato da giannipardo il 25/6/2011 alle 10:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 febbraio 2010
L'IDV FA FINTA DI ESISTERE
Seguire seriamente un convegno di partito – e per giunta di un partito come l’Italia dei Valori – non è impresa da tutti. I più pigri si fermano ai titoli dei giornali anche perché, per leggere per intero il discorso di Di Pietro, bisognerebbe farselo tradurre.
Comunque, la sostanza è chiara. Quel partito vorrebbe smettere d’essere d’opposizione per divenire di governo. “Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza…”, dice Tonino facendo felice Francesco Saverio Borrelli, ma ora  “Siamo pronti a un altro governo per il Paese”. Dal che si deduce che fino ad ora l’Idv non è andata al governo solo perché prima non era pronta. Ora lo è. Grande cambiamento. Tuttavia qualcuno avrà notato che al governo c’è già qualcuno e Di Pietro riconosce: “Sappiamo che da soli non bastiamo”. Verità tanto imprevista e fulminante da costituire “un grande gesto di umiltà”. Come quello di abbracciare Pierluigi Bersani.
Folklore a parte, l’inevitabile domanda che sorge spontanea è: ma per caso l’Idv dei Valori non è andata alle elezioni come parte di una coalizione? Se vuole andare al governo insieme col Pd non somiglia a qualcuno che dica alla propria moglie: “Ti vorrei sposare”? Che senso ha tutto ciò che ha gridato Di Pietro?
Nell’analisi può soccorrere appunto l’esempio del marito e della moglie. Se, pur essendo sposati, i coniugi hanno litigato di brutto, e interviene una riconciliazione, sarebbe comprensibile che uno dicesse all’altro: “Ripartiamo da zero e vogliamoci bene come quando ci siamo sposati”. Ma in questo caso, c’è stata una lite? A proposito di che cosa? C’è stata una riconciliazione? Su quali basi? Di tutto questo neanche una parola.
Di Pietro, che pure grida invece di parlare, riesce a non essere chiaro. Come non sono chiare le finanze dell’Idv. Se Idv e Pd hanno litigato sulla linea da tenere all’opposizione, o sulla strategia per tornare al governo, chi – ora – ha cambiato direzione, fino ad allinearsi con l’altro? E se c’è stata una convergenza, a che cosa ha rinunciato l’uno e a che cosa ha rinunciato l’altro? O Di Pietro reputa sufficiente, per essere degno di andare al governo, dire che Berlusconi è solo Wanna Marchi e non il Mostro di Firenze?
Per quel che se ne capisce, questo congresso non è servito a niente. E non è servito a niente neanche l’abbraccio con Bersani. Perché, se Di Pietro si piegherà ad essere un gregario del Pd, perderà voti, e se invece il Pd si piegherà ad essere un gregario di Di Pietro, perderà le elezioni. Basti dire che fra i più entusiasti sostenitori del partito, durante questo congresso, ci sono stati dei militanti che si sono dichiarati risolutamente comunisti. Questo significa che Di Pietro convince perfettamente gli estremisti ma dimentica che gli estremisti doc – con credenziali ben più serie delle sue, come Rifondazione Comunista - non sono neppure entrati in Parlamento.
Chi non ha seguito con molta attenzione questo congresso ha fatto bene. Esso è servito soltanto a poter dire che l’Idv è un partito democratico e normale, un partito che ha perfino tenuto un congresso in cui tutti sono stati liberi di applaudire Di Pietro. Anche se Di Pietro non ha detto niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 febbraio 2010

POLITICA
8 novembre 2009
IL FUTURO DI BERSANI? IL PASSATO

L’assemblea nazionale del Partito Democratico  è stata la prima, importante “uscita” di Pierluigi Bersani: ed è stata una delusione. Come disse un grande competente di un progetto: “Tutto ciò che è utile è vecchio e tutto ciò che è nuovo è sbagliato”. E qui è sbagliato anche ciò che è vecchio.
La novità sostanziale è l’annullamento del progetto veltroniano dell’unico, grande partito socialdemocratico di sinistra.  Ecco le parole di Bersani: “Saremo un partito che si rivolgerà a tutta l'area del centrosinistra… senza pretese di esclusività… un partito plurale… opereremo per allestire coalizioni democratiche… Questo vale per le forze in Parlamento sia per quelle che non sono in Parlamento”. Tutto estremamente chiaro: si torna all’Ulivo. Immemori delle batoste e delle difficoltà avute.
È un giorno nero, per la sinistra. L’“odio ideologico” per l’Italia berlusconiana fa ignorare al nuovo segretario un dato essenziale: questa Italia esiste e per conquistarla non è una buona ricetta sventolare personaggi come Diliberto, Ferrero ed altri estremisti. Quanto più una simile coalizione si avvicinasse al quaranta per cento, tanto più centinaia di migliaia di italiani andrebbero a cercare un partito risoluto a sbarrarle il passo. Si dimentica che il primo successo di Berlusconi è nato non dalla sua genialità (chi lo conosceva?), ma dall’ignavia di Martinazzoli e dal fatto che Occhetto appariva il sicuro vincente. Certi avversari sono una manna, per i grandi vincitori. Per questo De Gaulle ha detto: “Il potere non lo si conquista, lo si raccatta”.
La carta vincente della sinistra non può essere un partito nostalgico, una fazione acida che non distoglie gli occhi da ideologie del passato che puzzano di miseria e di morte, ma un partito che sia una credibile alternativa pienamente democratica.
Veltroni non ha suggerito di amare Berlusconi: ha solo cercato di far capire che bisognava fargli concorrenza sul suo terreno. Esattamente come Tony Blair non era innamorato di Margaret Thatcher, aveva solo capito che per vincere bisognava fare al Labour una buona iniezione di thatcherismo. Poi, certo,  Walter non è stato all’altezza del proprio progetto, Franceschini l’ha reso un po’ ridicolo e Bersani, vedendo che la medicina del passato prossimo non funziona, crede possa funzionare quella del passato remoto. Così il suo non è “il partito dell’alternativa”, come dice: “è il partito dell’opposizione”. Eterna. L’alternativa si ha quando le due offerte sono realmente comparabili.
Vien poi da sorridere quando lo si sente dire: “Siamo orgogliosi di sentirci costruttori di un partito”. Mentre dalla scissione di Livorno ad Occhetto il partito è stato sempre uno, e si è chiamato Pci, da allora non si fa che cambiare nome e formula. Non si vede di che essere orgogliosi. Il neonato Pd è stato dunque un tale fallimento che è necessario rifondarlo, anzi, costruirlo, come se non esistesse? Contento lui.
Per il resto, business as usual. Formule vuote e benedicenti che non dicono nulla. Per le riforme, “un confronto trasparente nelle sedi proprie, cioè in Parlamento”, senza esporre il programma del Pd. La riforma della giustizia? Sì, ma “a partire dai problemi dei cittadini e non sulle situazioni personali del presidente del Consiglio”. Aria fritta. Dica quali riforme propone il Pd, non quali rifiuta, senza neppure precisarle. La crisi economica? “È bene che il governo ne prenda atto e adotti le misure necessarie”. Ancora una volta: quali?  E Bersani dice queste cose proprio nel giorno in cui la notizia internazionale è che l’Italia è in testa al piccolo movimento di ripresa economica. Per il lavoro? “Servono misure vere”. Di grazia, quali? E con quale copertura? Qui si citano “la politica dei redditi” (formula magica riempibile ad libitum), “soglie minime di reddito” (hai detto niente), “ingresso al lavoro dei giovani” (come se lo Stato potesse inventare posti di lavoro), “uno sguardo sul sistema pensionistico”: ha già dimenticato che il governo Prodi ha cancellato lo scalone Maroni? Infine Bersani riconosce il malessere etico nel partito e chiede maggiori poteri per moralizzarlo. Fa piacere che finisca quella pretesa di “diversità” su cui la sinistra ha tanto speculato, ma dispiace che nel Pd si sia arrivati al punto da essere costretti ad ammettere il fallimento anche in questo campo.
Bersani in totale propone un ritorno al passato e non si accorge che, se Rutelli ed altri lasciano il Pd non è perché gli facciano schifo i comunisti – diversamente non sarebbero stati con loro per tanti anni – è perché in parecchi si sono convinti che, con quegli alleati, non si vince più.
Il nuovo segretario non l’ha capito. Che Dio lo conservi a Berlusconi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 novembre 2009

POLITICA
26 settembre 2009
L'OVERDOSE IMMUNIZZANTE

L’errore dell’opposizione
Gli intellettuali e i giornalisti di sinistra non si capacitano che gli italiani continuino a sostenere Berlusconi. Li capiscono così poco che alla fine non sanno che ricoprirli d’insulti. Sono ignoranti. Sono rimbecilliti dalla televisione. Bevono come idioti le balle che gli propina la destra. Non hanno nessuna sensibilità morale. Non hanno buon gusto. Non hanno intelligenza. Non hanno dignità. Ma gli insulti, come si usa dire, sono gli argomenti di chi non ha argomenti. E per questo può forse essere utile che sul mistero cerchi di illuminarli uno di questi ignoranti, immorali, cretini ecc.
La rivelazione – forse sconvolgente – è che parecchi sostenitori del Pdl non votano tanto per Berlusconi quanto contro i suoi oppositori. Non si tratta dunque – come ripetono tanti giornali come “Repubblica” o “l’Unità” – di uno sviscerato e cieco amore per il Cavaliere ma di un risentimento e di un disprezzo profondi per la parte che lo avversa: un’opposizione priva di idee che ha scelto come politica l’attacco all’uomo di Arcore e l’ha condotto con forsennata acrimonia, per mesi e per anni, non arretrando dinanzi a nulla, nemmeno le calunnie. I risultati non sono stati quelli sperati e, invece di capire di avere imboccato un vicolo cieco, l’opposizione parlamentare e quella cartacea hanno creduto che l’errore fosse dovuto – nientemeno – alla loro mitezza: e per questo hanno rincarato la dose. Il disastroso effetto finale è sotto gli occhi di tutti. E ancora una volta non perché si siano offesi i sentimenti d’amore per il Cavaliere, ma perché la campagna è stata controproducente. Una sinistra urlante e schiumante di rabbia, che vomita accuse e contumelie, non ha stile,  non suscita consensi e perde credibilità. Siamo al punto che tutti i conflitti d’interesse, tutti gli annunci di gravissimi reati e tutto il gossip pruriginoso lasciano gli italiani di ghiaccio. L’overdose, invece di uccidere, ha provocato l’immunizzazione.
Quella sinistra che depreca il “lodo Alfano” non comprende di avere creato uno scudo più efficace di quello votato in Parlamento. La gente è convinta che Berlusconi sia oggetto di un odio forsennato e ne deduce che tutte le accuse, perfino quelle eventualmente fondate, sono calunnie. Oggi potrebbe mettersi a fare rapine a volto scoperto dinanzi alle telecamere e gli italiani lo assolverebbero. “È un fotomontaggio”. “È un sosia”. “È un’invenzione di Repubblica”.
La sinistra è talmente lontana dal rendersi conto di tutto questo, che non comprende più il fenomeno da essa stessa creato. Insulta Berlusconi dalla mattina alla sera e il suo consenso non cala. L’Italia sprofonda nella recessione e il suo consenso non cala. Annozero spara per ore a palle incatenate contro di lui, e il suo consenso non cala. Lo stesso Silvio si presenta da Vespa e l’audience non è brillante, ma il suo consenso non cala. C’è di che sbattere la testa contro il muro.
La spiegazione è che molti elettori non hanno più bisogno di ascoltare l’interessato. Ascoltano, se pure distrattamente, lo strepito della sinistra e usano un meccanismo mentale semplicissimo: se lo dice “Repubblica” è falso. Se lo afferma Di Pietro è demenziale. Se lo grida Santoro è una calunnia. A questo punto, perché ascoltare Berlusconi? Per sostenere lui basta guardare chi sono i suoi nemici: questa opposizione è fanatica, scorretta e indecente. Con le sue strida incanterà quel venti per cento che ha da tempo adottato l’antiberlusconismo viscerale, ma il fiele di Franceschini, le sparate apocalittiche e sgrammaticate di Di Pietro, le accuse di “Repubblica” lasciano indifferente il popolo italiano. Se il pubblico televisivo trascura Berlusconi quando appare nel programma di Vespa, e gli preferisce un insulso programma d’evasione, è perché ha già emesso il verdetto finale. Quello che non ammette gravami. Gli oppositori possono sintonizzarsi a milioni su Annozero per assistere alla settimanale messa cantata della loro religione, e rimarranno una setta, senza nessuna speranza di divenire maggioranza ed impedendo anzi al Pd di conquistarla.
L’attuale sinistra è la massima nemica della sinistra. Con i suoi eccessi  ha reso roccioso l’odio di un italiano su tre per Berlusconi ma placidamente stabile il sostegno degli altri due. Il leader del Pdl si limita a intascare i benefici di un’opposizione tanto violenta e vociante quanto inefficace.
Questa politica può essere utile a Di Pietro, può creare audience per Santoro, può aiutare qualche giornale a riconquistare lettori, ma condanna quella che fu un’orgogliosa sinistra a un futuro plumbeo e senza speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
26 settembre 2009

POLITICA
19 settembre 2009
UNA DISCUSSIONE SUL SIGNOR "CONTRO"
Sul “Giornale” del 17 settembre 2009, alle pagine 1 e 21   è stata pubblicata un’intervista al prof.Renato Cocchi il quale sostiene che esistono persone “contro”, contro tutto e contro tutti. Costoro protestano sempre, non sono mai d’accordo con ciò che gli altri dicono, votano per i partiti di estrema sinistra o di estrema destra e sono perfino capaci di cambiare opinione se gli si dà ragione. Ciò avverrebbe, a suo parere, per motivi precisamente psichiatrici e neurofisiologici.
Il mio amico pedagogista prof.Alessandro Zucchelli, in una lettera che purtroppo non posso riprodurre, dice invece: è vero che chi è contro magari vede Annozero, ma “C’è una quota di ‘contro’ che è così contro da non votare e da non seguire alcuno spettacolo”. Sono i “contro” assoluti. L’opposizione, scrive, è caratteristica di quel periodo evolutivo detto fase anale freudiana: “il momento in cui il bambino dice di no a tutto o quasi quanto i genitori gli propongono”. E questo atteggiamento a volte si prolunga fino all’adolescenza e oltre. Ma per quanto riguarda i “contro” assoluti non si è di fronte ad un fenomeno del genere. Infatti “L’ipotesi più valida, a mio parere, scrive, è quella dell’invidia”. “L’invidia nasce quando si attribuisce a fortuna o peggio a ipotetici reati un successo altrui che viene rincorso ma non raggiunto dall’invidioso (Joseph Epstein – “Invidia” – 2006)”. E per questo si sviluppa “la tecnica di pensiero espertissima nell’immaginare quale reato possa aver commesso chi è più ricco o ha più potere di me”.
Il prof.Zucchelli estende la sua diagnosi ad un’intera parte politica: questa invidia, sostiene, è “il motivo di disgregazione della sinistra: ormai, non è più possibile che qualcuno abbia un briciolo di potere più degli altri senza che venga accusato di scorrettezza: la sinistra si condanna a restare senza leader”. Può darsi che sia vero e può darsi di no. Certo è che la sinistra è passata dall’obbedienza cieca, pronta e assoluta dei tempi di Stalin e Togliatti – fase orale, si direbbe in psicoanalisi – ad una fase in cui qualunque capo deve essere contestato e distrutto.
Perché? Perché: “È lì dove vorrei essere io”.
Il soggetto veramente “contro” è inoltre, sempre secondo Zucchelli, un appassionato adepto di ogni dietrologia e penso abbia ragione. A mio parere il meccanismo sarebbe questo: nella paura che si scopra che si è lasciato ingannare, chi non è sicuro della propria intelligenza proclama continuamente di aver capito quello che gli altri non hanno capito. E in primo luogo che la verità ufficiale è un inganno nel quale sono caduti gli altri, non certo lui.
Ma l’argomento centrale è talmente stimolante da suscitare, anche in chi non ha un briciolo della competenza dei due professionisti, la tentazione di esprimere la propria opinione. E in questo senso si può ipotizzare che la causa prima sia ancora un’altra: un malessere generale, più vasto e pregnante.
L’invidia può essere settoriale. Un violinista può soffrire per il successo del compagno di conservatorio divenuto direttore d’orchestra ma potrebbe lo stesso essere un donnaiolo, un ottimo giocatore di bridge o anche un padre e un marito felice: insomma per il resto potrebbe non lamentarsi. Viceversa il soggetto “contro” non è uno che si limita ad invidiare l’uomo in vista: invidia tutti. Tutti gli sembrano immeritatamente più sereni, più fortunati e soprattutto più felici di lui. A questo punto non gli rimane che azzerare i loro vantaggi dichiarandoli falsi. Sono bene inseriti nel loro ambiente? Sono conformisti, sono degli illusi, sono pecore. Hanno successo in politica? È perché hanno l’animo dei portaborse, si sono venduti. Si divertono al cinema, con gli amici, giocando al pallone? Sono dei superficiali che non amano la vera arte (magari un noioisissimo film di produzione malese), che frequentano filistei, che inseguono un pallone come mentecatti. Si sono sposati? Servono la specie, da bravi conigli. Hanno molte donne? È solo perché riescono a resistere alla loro stupidità: loro stessi infatti sono soli. Oppure vanno con le donne per usarle, l’amore è impossibile. E si potrebbe continuare. L’invariabile conclusione è che il vero “contro” è afflitto da una così cocente disistima di sé da essere, prima che “contro tutti”, “contro di sé”.
A volte questi poveretti sembrano voler gridare a chiunque la loro  disperazione esistenziale e per questo non si radono, si vestono male,  esibiscono  una zazzera di dubbia pulizia e si presentano come quei derelitti che sono. Sembrano dire: “io sono diverso”, “io sono un artista”, “io non partecipo al vostro mondo banale”, ma il significato profondo è: “io so di essere un escluso”. E implorano inconsciamente una pietà che rifiuterebbero con sdegno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 settembre 2009

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