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POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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POLITICA
23 giugno 2010
QUASI SCHERZANDO
S’I FOSSI MARCHIONNE

Per chi venera il realismo come una stella polare, il referendum di Pomigliano significa puramente e semplicemente che non c’è una sufficiente maggioranza di operai disposta a promettere la pace aziendale alla Fiat. Conseguentemente, se l’impresa mantenesse quanto promesso, dovrebbe avviare la produzione della nuova Panda in Polonia e non in Campania. Ma in questo caso si sentirebbe stramaledire da un coro di voci indignate: governo, sindacati, operai, giornali, politologi, prelati, tutti direbbero che vuole affamare Pomigliano d’Arco; che tutti i sindacati avevano firmato (dimenticando che la Fiat chiedeva appunto che fossero tutti, e così non è stato); che la Fiat essa aveva preso l’impegno di investire, se il referendum avesse avuto un risultato positivo (dimenticando che essa chiedeva un autentico plebiscito, non la semplice maggioranza), ecc.
Se Pomigliano piange, Torino non ride. Problemi per tutti.
A questo punto si può giocare a fare ipotesi sul modello di quelle di Cecco Angiolieri. S’i fossi foco, s’i fossi papa, s’i fossi Marchionne.
Nei suoi panni, si potrebbe passare la patata bollente agli altri, stilando un comunicato stampa come quello che segue:
“1) La Fiat prende atto del fatto che il 36% di coloro che hanno votato nel referendum dei lavoratori di Pomigliano d’Arco, e un sindacato che rappresenta il 17% di tutti loro, non sono d’accordo  sulle condizioni di lavoro proposte. La produzione della Nuova Panda sarà dunque avviata in Polonia.
2) La Fiat potrebbe avviare questa produzione a Pomigliano se la Fiom firmasse l’accordo e se questo accordo fosse confermato dagli operai con un secondo referendum in cui i sì giungano almeno all’85%.
3) Infine l’impresa è disposta ad investire a Pomigliano alle condizioni precedenti se lo Stato si impegna, in caso di difficoltà economiche, a ripianare il deficit dell’impresa”.
In questo modo, al punto uno si mantiene quanto prospettato in precedenza; al punto due si rende chiaro che la responsabilità della mancata produzione ricade sulla Fiom e su quel 36% dei lavoratori che ha detto no; al punto tre, che se si impone ad un’impresa di operare in deficit, questo onere ricade poi sui contribuenti. Ed è bene che questi lo sappiano.
Sarebbe divertente vedere come reagirebbero, le anime belle di ogni colore.
S’i fossi Marchionne, sare’ allor giocondo...
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2010

POLITICA
23 giugno 2010
A POMIGLIANO NON SONO MATTI
La previsione di tutti era quella di una vittoria schiacciante dei sì, e questa vittoria non s’è avuta. Si sono espressi positivamente meno di due operai su tre ed ora è necessario tentare di capire il fenomeno.
L’alternativa secca, per come era stata proposta e capita, era: volete un lavoro, anche se a condizioni meno favorevoli, o preferite essere disoccupati? Pareva una domanda retorica. Addirittura finta. Come chi chiedesse: preferite essere pressoché sani o gravemente malati? Il risultato invece è stato che un lavoratore su tre “preferisce essere disoccupato”. Come si spiega?
Secondo Hegel “tutto ciò che è razionale è reale”. Poiché è assurdo che si metta volontariamente a rischio il proprio posto di lavoro, bisogna trovare una spiegazione che faccia apparire ragionevole il no di un lavoratore su tre.
Se a Pomigliano non sono matti, si può star certi che anche quelli che hanno votato no non vogliono mettersi nei guai. Dunque - ecco  l’applicazione della razionalità teorica hegeliana - hanno pensato che, anche esprimendosi così, non avrebbero perso il lavoro. Hanno pensato che la Fiat chinerà la testa e andrà a costruire la nuova Panda in Campania anche alle vecchie condizioni sindacali.
Un simile atteggiamento - apparentemente illogico, dopo le ripetute minacce di Marchionne - si spiega con l’esperienza. L’esperienza della vigliaccheria dello Stato italiano. “Se diciamo no, e la Fiat se ne va, il governo potrà permettersi cinquemila disoccupati? Certo che no”. Dunque, pur votando come hanno votato, i lavoratori di sinistra non sono disposti a perdere niente. Continuano a credere di essere più forti della Fiat, dello Stato e perfino della logica economica. Hanno torto? Solo il futuro lo dirà.
Attualmente l’atteggiamento corrente sui giornali e nel mondo della politica è questo: “Il sì non è stato schiacciante ma c’è stato. Ora sta alla Fiat prenderne atto...” In altri termini si spera che la Fiat faccia finta di avere vinto. Che porti quella produzione in Campania, si sobbarchi le condizioni produttive di sempre, fino ad arrivare all’inefficienza, al deficit e, chissà, alle sovvenzioni dello Stato. Purché non crei problemi al governo, ai sindacati che avevano accettato le condizioni (a cominciare dalla Cgil di Guglielmo Epifani)  e a tutti i partiti che le avevano avallate (a cominciare dal Pd).
Probabilmente in questo momento la trattativa si sarà spostata più in alto. Marchionne dirà al Governo: “In queste condizioni mantengo la produzione in Polonia. Se volete che vada a Pomigliano d’Arco, dal momento che un operaio su tre è largamente sufficiente per creare condizioni di vita impossibili, mi dovete garantire che, in caso di difficoltà, lo Stato si  farà carico del deficit”. Tremonti dirà di sì? E nel caso dicesse di no, lo Stato avrà l’energia per affermare che la questione non lo riguarda, che è stato un problema tra un’impresa privata e i suoi operai?
Gli italiani e i loro governanti - dai tempi delle compagnie di ventura - sono disposti a fare la mossa della guerra, ma non a farsi seriamente male. Senza avere simpatia per la Fiom e per gli operai che hanno votato no, comprendiamo dunque che l’esperienza è dalla loro parte.
Anche nella mentalità internazionale, del resto, in materia di vigliaccheria e tradimenti il nostro Paese si è fatto una fama. Temiamo che si avrà un’ulteriore spinta nella direzione di questo pregiudizio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2010

POLITICA
16 giugno 2010
CANDIDE A POMIGLIANO D'ARCO
Esistono interi trattati di storia delle relazioni industriali, ma senza essere specialisti di diritto del lavoro, si può facilmente azzardare che lo sciopero è la conseguenza della capacità dei lavoratori di fare blocco unico. Questo era probabilmente impossibile quando l'attività produttiva era essenzialmente agricola: in quel caso i prestatori d'opera erano troppo sparpagliati, troppo ignoranti e troppo poveri per difendersi. Invece con l'urbanesimo, con la concentrazione della forza lavoro nelle fabbriche, quell'unione dei prestatori d'opera è stata possibile ed ha loro consentito di porsi, nei confronti del "padrone", su un piede di parità, tanto da imporgli una trattativa. "Tu hai il coltello dalla parte del manico ma se noi non produciamo tu non guadagni. Ti conviene dunque trattare e concedere qualcosa".
Naturalmente questo strumento, lo sciopero, che ha un costo per l'impresa,  ne ha soprattutto uno per i lavoratori: si perde una giornata di salario ed invece è ogni giorno che bisogna dar da mangiare ai propri figli. Come se non bastasse, in questa guerra ognuno ha cercato di utilizzare tutti i trucchi possibili, leciti e illeciti. I datori di lavoro hanno tentato di intimidire i capi sindacali o hanno tentato di comprarli, hanno cercato di utilizzare la serrata (chiusura temporanea dell'impresa), ecc. I lavoratori da parte loro hanno utilizzato gli scioperi a singhiozzo, lo sciopero di pochi che però blocca tutta la produzione ecc., L'articolo 39 della costituzione precisa che "Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano" ma è rimasto inapplicato, nel senso che non si è mai creata una legislazione in materia. Soprattutto non ci sono state regole sufficienti per tutelare le imprese da un uso improprio o sleale delle vertenze sindacali.
Questo quadro è rimasto inalterato più o meno per decenni. Se la battaglia era condotta fino alle estreme conseguenze, l'impresa aveva solo l'alternativa fra cedere fino al deficit (nel caso, col sostegno dello Stato) o chiudere. Il sindacato invece aveva mano libera: in primo luogo perché nessuna impresa vuol morire e poi perché la giurisprudenza e la politica erano pressoché costantemente dal suo lato. Tutto è andato avanti così fino alla famosa "Marcia dei quarantamila" (http://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_dei_quarantamila), che alla fine degli anni Settanta pose un termine al crescendo demenziale del sindacalismo distruttivo e autodistruttivo. Un sindacalismo che, più che a migliorare la condizione degli operai, sognava di demolire il sistema capitalistico.
Qualcosa, da quel momento finale di esasperazione, è andato un po' meglio, ma il potere dei sindacati è rimasto grandissimo. Si pensi alla vicenda dell'Alitalia, condotta tecnicamente al fallimento.
La vera svolta si ha tuttavia in questi giorni, perché anche in Italia si vede che l'impresa ha un'alternativa che un tempo non aveva: può andarsene e lasciare disoccupati i lavoratori. È a questo che si assiste a Pomigliano d'Arco. Dopo che per decenni l'alternativa è stata, da parte dei sindacati, "O così o chiudete", ora, con la globalizzazione e l'Unione Europea, l'alternativa è divenuta, da parte dell'impresa, "O così o ce ne andiamo". E la prospettiva degli operai è la fame.
I dirigenti Fiom non ci stanno, a questo "ricatto", e dimenticano gli innumerevoli ricatti inflitti prima alle aziende. Dimenticano soprattutto che, se la Fiat veramente rinunciasse a fabbricare la nuova Panda a Pomigliano d'Arco, loro, i dirigenti sindacali, il giorno dopo avrebbero di che vivere, mentre gli operai si troverebbero disoccupati. Questi signori giocano ai duri e puri, ma fanno gli eroi con le vite degli altri.
Il referendum del ventidue giugno probabilmente darà loro una risposta analoga a quella che darebbe il Candide volterriano, se fosse un operaio campano: "Tutto ciò che dite è bello e nobile, cari dottori Pangloss, ma quello che m'importa in primo luogo è avere un lavoro e un salario".
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 giugno 2010


POLITICA
15 giugno 2010
PERCHÉ LA FIOM DICE DI NO
La vicenda di Pomigliano d'Arco è chiara: la Fiat è disposta ad investire circa settecentocinquanta milioni di euro per riportare la produzione della Panda in Italia ma vuole che gli operai accettino condizioni di lavoro che impediscano, in futuro, comportamenti che renderebbero antieconomica la produzione. Dal momento che l'alternativa è la disoccupazione, tutti i sindacati hanno accettato. Dicono naturalmente di averlo fatto nell'interesse dei lavoratori ma in realtà rischiano di essere sconfessati dall'eventuale referendum e dunque preferiscono porsi alla testa del fenomeno piuttosto che subirlo.
La Fiom/Cgil invece dice di no. Teoricamente le argomentazioni degli altri sindacati dovrebbero valere anche per essa ma, secondo la legislazione attuale, se un sindacato non accetta un accordo, conserva intera la sua libertà di manovra. Un giorno potrà dunque ordinare lo sciopero dei suoi iscritti e questi, pure rappresentando solo una piccola frazione della forza lavoro, potranno paralizzare la produzione. Per questo - sempre che poi mantenga la parola - la Fiat ammonisce: o firmano tutti o non investiremo a Pomigliano.
Interessante è vedere il punto di vista della Fiom. Il problema è: nel rapporto fra azienda e lavoratori deve prevalere la normativa nazionale o l'accordo particolare siglato all'interno della stessa azienda? Se prevale la prima, il sindacato ha l'ultima parola, anche se ciò dovesse comportare l'antieconomicità della gestione; se viceversa prevale l'accordo particolare, il sindacato perde il suo potere di vita o di morte. E perde anche il diritto di proteggere i peggiori fra i suoi associati, gli assenteisti e i falsi malati, per esempio. E c'è di peggio: la pratica si potrebbe estendere a macchia d'olio nel resto d'Italia. In queste condizioni si capisce che la Fiom resista: in tutti gli organismi, dagli unicellulari in su, l'istinto di conservazione è il più forte. E nel suo caso la sopravvivenza dipende dal rimanere estremista.
Ora se la Fiom non firma e la Fiat investe lo stesso a Pomigliano, il sindacato avrà vinto. Se invece la Fiat mantiene la sua posizione e non apre la linea di produzione, Dio protegga la Cgil dalle stramaledizioni dei lavoratori.
Il sindacato d'origine comunista è rigido perché è più interessato al dato ideologico che al dato economico. Cedendo la darebbe vinta al "capitalismo selvaggio" (l'unico che conosca) e se, per non farlo, deve sacrificare il lavoro di migliaia e migliaia di lavoratori, tanto peggio: non si può chiedere ad un prete di dichiararsi ateo.
C'è tuttavia una ragione più curiosa, per il suo comportamento. Il mondo sviluppato non conosce una guerra da più di sessant'anni e la società attuale è pietosa, soccorrevole, pronta alla comprensione e al perdono. Oggi chiunque si trovi in difficoltà si volge allo Stato come un tempo ci si rivolgeva alla Divina Provvidenza. Ci si aspetta che l'Amministrazione pubblica risolva i problemi di tutti, protegga tutti, si occupi del bene di tutti. Il singolo non ha il dovere di essere prudente e di badare a se stesso come fa un vero adulto. Prevale l'idea che lo Stato debba prevedere ed impedire ogni male, anche quello che il cittadino, simile ad un bambino piccolo, può fare a se stesso. Ecco perché l'Amministrazione, come una madre apprensiva, è costretta ad imporre la previdenza, a inventare norme antifortunistiche inverosimili, per i luoghi di lavoro, molto, ma molto più severe di quelle che ciascuno attua in casa propria, per il bene dei propri figli. Anche se poi, all'italiana, la legge non viene messa in pratica. Non è dunque strano che questa società, nella persona del sindacato, pretenda poi che si perdoni anche chi all'occasione timbra il cartellino e va ad occuparsi poi degli affari suoi. È solo una marachella. Si può bastonare un bambino, solo per questo?
In questa società nessuno deve - dovrebbe - rimanere indietro. E nessuno dovrebbe pagare il prezzo dei propri errori o delle proprie colpe. Il cittadino è irresponsabile. La Fiom/Cgil  e gli operai hanno, come i bambini, il diritto di far male a sé e agli altri: tanto, se ci riescono, la colpa è dei grandi che non gliel'hanno impedito. Del governo, in particolare. Il fanciullino deve essere soccorso anche se ha fatto sì che la fabbrica Fiat rimanga in Polonia.
Non è uno scherzo. Se la Fiat non investirà a Pomigliano d'Arco, il sindacato l'accuserà di avere provocato un "problema occupazionale". Dirà che se quelle cinquemila famiglia fanno la fame la colpa non è del sindacato, è dei capitalisti, gli stramaledetti che con la produzione vogliono guadagnare. Che intervenga lo Stato. Che attinga al pozzo di San Patrizio. Che Berlusconi venda la villa di Arcore. Nella favola moderna, se il bambino non si salva è sempre colpa del governo.
La Fiom è convinta che lo Stato debba provvedere al pane dei cinquemila di Pomigliano. Dove lo prenderà, sono affari suoi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 giugno 2010

POLITICA
12 giugno 2010
IL SECCHIO VUOTO DEL SINDACATO
L'attuale trattativa tra la Fiat e i lavoratori di Pomigliano d'Arco, oltre che per le cinquemila famiglie interessate, è significativa dal punto di vista storico e teorico.
Luciano Lama, l'indimenticato leader sindacale della Cgil, una volta definì il salario "una variabile indipendente": indipendente dal rendimento dei lavoratori, dai bilanci dell'impresa e dalla sostenibilità economica. Forse pensava che l'erario avrebbe ripianato il deficit delle imprese (tutte?), forse pensava che sarebbe intervenuto San Gennaro, forse voleva solo far fallire lo Stato borghese: certo è che sul momento non ci fu una sollevazione, contro quell'enormità. Nessuno osò fiatare: Mussolini no, ma il sindacato aveva sempre ragione. In realtà, c'era da inorridire. La frase di Lama aveva la stessa logica di chi dicesse che si può dividere cento in tre ed avere tre volte quaranta, oppure che un secchio può versare più acqua di quanta ne contenga. E dire che già nel Medio Evo - epoca buia - si diceva "nemo dat quod non habet", nessuno può dare ciò che non ha. Ma forse nel sindacato non si masticava molto latino e ancor meno filosofia.
Il tempo è passato ed ha rimesso le cose a posto. Già in Germania, qualche tempo fa, in alcune grandissime fabbriche, fu proposta l'alternativa: o abbassamento del salario o "delocalizzazione". Cioè trasferimento all'Est degli impianti. I lavoratori votarono per l'abbassamento del salario. Ora una situazione analoga si riproduce a Pomigliano d'Arco: o gli operai rinunciano a quei comportamenti che potrebbero rendere l'attività antieconomica, oppure la Fiat Panda continuerà ad essere fabbricata all'estero. I sindacati (Fiom a parte), sono pronti a firmare e un tempo questo sarebbe stato un trionfo, per l'azienda: ma anche qui ci sono novità. La Fiat sa che non ha margini: non può più contare sullo Stato. E per questo non firma.
Il leader del sindacato dissenziente, Maurizio Landini, sostiene che l'azienda vuole togliere ai lavoratori il diritto di sciopero e il "diritto" di ammalarsi, ma la Fiat non potrebbe mai dire cose del genere. Il diritto di sciopero è nella costituzione. Dunque, per giudicare adeguatamente la trattativa, bisognerebbe conoscerne i particolari. Tuttavia, la sostanza la capì perfino Pinocchio: dopo avere mangiato le pere, la marionetta fu costretta dalla fame a mangiare i torsoli.
La Fiom parla di "ricatto" e fa finta di non accorgersi che la Fiat è a sua volta ricattata dal mercato. Per questo tutti concordemente suggeriscono che sull'accordo si pronuncino i lavoratori, anche se in passato i sindacati hanno sempre osteggiato il referendum. Stavolta però gli serve per passare la patata bollente agli operai: "Volete lavorare senza danneggiare in nessun modo l'azienda o preferite essere disoccupati?" Gran dilemma.
A proposito di "ricatto" la verità è che non c'è più quello del sindacato. In Italia questa è una sorta di rivoluzione.  Una nazione abituata a considerare i freddi numeri e la logica economica come una sorta di aberrazione comincia a fare i conti con la realtà. Anche quella storica.
Molti credono che la differenza di livello di vita fra l'Ottocento e il Novecento dipenda dalle "conquiste dei lavoratori" mentre per comprendere che non è vero basta esaminare la logica del salario. Si faccia il caso che il lavoratore produca dieci e il datore di lavoro gli paghi nove (la differenza è il plusvalore dei marxisti): questo significa che, in costanza di percentuale, il quantum assoluto del salario dipende dal quantum assoluto di ricchezza prodotta. Se l'operaio produce cento ha un salario di novanta, ma se produce mille ha un salario di novecento. Ecco l'origine della differenza di livello di vita fra gli operai dell'Ottocento e quelli attuali. Quelle che chiamano "conquiste dei lavoratori" sono in realtà "conquiste della produttività". Se gli operai dell'Ottocento avessero chiesto un salario che gli consentisse di vivere come vivono oggi, sarebbero stati tutti licenziati. Non per vendetta, ma perché nessun datore di lavoro se li sarebbe potuti permettere. L'imprenditore versa all'operaio meno ricchezza di quanta l'operaio ne produca perché diversamente non avrebbe interesse ad assumerlo. La riprova di tutto questo è che sono molto prosperi anche Paesi a bassa sindacalizzazione come la Svizzera (per non parlare degli Stati Uniti) e che nel Paese in cui è stato a lungo abolito il plusvalore, l'Unione Sovietica, il governo si è dovuto mantenere al potere con la forza ed ha condotto l'intero popolo alla miseria.
A Pomigliano d'Arco si comincia a studiare storia con esempi concreti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 giugno 2010
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