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politica estera
15 dicembre 2014
ISRAELE INSEGNA STORIA
Benjamin Netanyahu, al meeting di Roma, dovrebbe parlare con Matteo Renzi e con John Kerry, capo della diplomazia americana. Egli ha già preannunciato: "Dirò a Kerry e a Renzi che Israele respinge i tentativi di assalti diplomatici, attraverso decisioni dell'Onu, per costringerci ad un ritiro entro i confini di 47 anni fa". L'Autorità Nazionale Palestinese vorrebbe infatti che l'Onu fissasse una scadenza per quel ritiro. E Netanyahu ha precisato che i nuovi confini porterebbero "estremisti islamici nei sobborghi di Tel Aviv e nel cuore di Gerusalemme".
Il commento deve essere preceduto da un riferimento storico. Ciò che è sentito come assurdo a volte cambia in funzione del tempo o delle diverse società. Oggi, in una commedia ambientata a Manhattan, un personaggio che vede dappertutto delle streghe e vorrebbe condannarle a morte, sarebbe più che eccentrico. Ma se la stessa commedia fosse stata scritta e rappresentata nel XVII secolo non si sarebbe stupito nessuno: perché allora alle streghe credevano tutti, dal popolino alle persone colte.
Viceversa, quella stessa platea che prendeva sul serio le streghe, probabilmente troverebbe ai limiti del grottesco la proposta riguardante i confini di Israele, mentre i nostri contemporanei trovano naturale l'ipotesi che un Paese attaccato da nemici che volevano annientarlo, dopo averli vinti in battaglia rinunci poi alla parte del territorio conquistato che giudica essenziale per la sua difesa. E ciò soltanto perché un'assemblea di rètori glielo chiede. Veramente, il senso dell'assurdo cambia col tempo.
Lo sforzo di capire la storia deve spingere ad elevarsi al di sopra delle convinzioni correnti nel proprio tempo. Nell'antichità, cioè nel momento in cui la schiavitù era universalmente considerata normale, ci sono stati pensatori che l'hanno trovata inumana. In piena guerra di religione, Michel de Montaigne accoglieva nel suo castello, con uguale bonomia, protestanti e cattolici che altrove si scannavano con  entusiasmo. Proprio per queste ragioni dobbiamo sforzarci di immaginare che nel Seicento saremmo stati capaci di mettere in dubbio i poteri delle streghe, come oggi dovremmo ritrovare la capacità di trovare assurda l'idea di una Onu che spera di far prevalere le parole sulle armi, e perfino sulle esigenze di sopravvivenza di un piccolo Paese circondato da nemici.
La considerazione in cui sarà comunque tenuta l'eventuale risoluzione dell'Onu è stupefacente per un altro verso. Se questa solenne istituzione in passato fosse stata capace di grandi azioni, le sue parole (plausibili o non plausibili che esse fossero) sarebbero un fattore di peso nella politica internazionale. Ma da sola essa è stata costantemente un elemento ininfluente. Un semplice forum politico. È riuscita soltanto ad organizzare pressoché inutili missioni di pace, (a cura dei Paesi disposti a mandare dei militari) avendo l'impudenza di ritirarle quando divenivano veramente necessarie, come prima della Guerra dei Sei Giorni. Per il resto, nella politica internazionale ha avuto un peso soltanto quando alcuni governi hanno deciso di impegnarsi in prima persona, come è avvenuto in occasione dell'invasione del Kuwait. In questi casi le risoluzioni dell'Onu hanno avuto efficacia perché si era verificata una convergenza di interessi fra chi parlava e chi era disposto a combattere. Gli Stati Uniti sono quelli che più spesso si sono mossi in prima persona: nel 1950 - naturalmente a nome dell'Onu - corsero in aiuto della Corea del Sud per contenere l'espansionismo militare comunista. Ma se non l'avessero fatto, combattendo un'autentica guerra, la Corea del Nord avrebbe invaso la Corea del Sud malgrado la condanna del Palazzo di Vetro.
All'Onu contro Israele c'è una "maggioranza automatica". Dunque le condanne di Gerusalemme non si contano. Nemmeno quando ha patentemente ragione. Ma tutte quelle risoluzioni sono rimaste lettera morta, perché nessuno ha mai voluto, o potuto, sostenerle con le armi. Le risoluzioni, senza le armi, sono efficaci quanto un'Avemaria contro il terremoto. 
Eppure nessuno impara. Abbiamo costantemente la riprova dell'inutilità e a volte della scorrettezza di quell'organismo, e ciò malgrado gli ingenui ancora l'invocano come se avesse poteri taumaturgici, Mentre in realtà, di suo, non ha nemmeno un corpo di vigili urbani per regolare il traffico.
Viviamo immersi in un mondo di retorica talmente soffocante che non soltanto dimentichiamo che in politica internazionale conta soltanto la forza - in atto o minacciata - ma rimaniamo convinti dell'efficacia delle parole, degli auspici e delle maledizioni, anche quando l'esperienza ci conferma, decennio dopo decennio, che nella Realpolitik esse non contano assolutamente niente.
Israele ha fornito fondatissime giustificazioni per spiegare perché non accetterebbe la risoluzione dell'Onu, e ciò facendo ha sacrificato al nuovo idolo legale. In realtà avrebbe potuto rispondere a viso aperto, come sempre in passato: "Ho vinto la guerra e tutte le condizioni le stabilisco io".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 dicembre 2014


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politica estera
20 ottobre 2011
GHEDDAFI, IN PARI CAUSA TURPITUDINIS

Muammar Gheddafi è morto. Per coloro che seguono distrattamente l’attualità questa è una bella notizia, il tempo invece potrebbe dare ben altro giudizio.

Diradatosi il fumo della retorica e della pubblicistica corale, ci si accorgerà che l’azione della Gran Bretagna e della Francia è stata insieme poco onorevole, illegale ed ipocrita. È poco onorevole che due delle più antiche, delle più grandi, delle più gloriose nazioni d’Europa si siano coalizzate per andare ad ammazzare un beduino. E che si sia trattato nello stesso tempo di un intervento esterno volto a rovesciare un governo e ad uccidere il suo leader, è facile da dimostrare.

Che l’azione benedetta in origine dall’Onu non sia stata la realizzazione di una no-fly zone e non sia stata volta a difendere i civili dalle violenze dell’orribile dittatore, è stato evidente. Un dittatore, sia detto di passaggio, che agli interessati è sembrato moderatamente orribile, visto che se lo sono tenuto per quarantadue anni.

Una no-fly zone si deve limitare ad impedire il volo degli aerei di guerra su un dato territorio. E questo è stato realizzato per così dire nelle prime ore dell’intervento. La protezione dei civili, viceversa, non si può effettuare con aerei che sfrecciano a centinaia e centinaia di chilometri l’ora. Ciò che si è fatto è stato offrire agli insorti una moderna aviazione per distruggere a terra i mezzi corazzati del regime libico, i depositi di armi e munizioni e ogni altra installazione atta alla guerra. Tutto questo era assolutamente al di fuori della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ma poco importa. La Francia e la Gran Bretagna non ne hanno tenuto conto e la stampa è improvvisamente divenuta cieca e sorda. Tutti a chiudere gli occhi in nome del sostegno agli insorti, tutti accecati dall’improvviso odio per Gheddafi.

Come se non bastasse, le due Grandi Potenze Occidentali hanno voluto uccidere Gheddafi personalmente. A questo scopo hanno mandato i loro aerei a bombardare le case in cui si diceva che egli fosse, certo non per proteggere i civili che si trovavano all’interno.

Come non vergognarsi di due governi che inviano dei sicari, se pure spinti da motori a getto, ad uccidere un capo di Stato straniero? Ma ancora una volta la stampa non ha visto, non ha sentito niente e non si è indignata di nulla. Ci si deve indignare per le cene di Berlusconi, non se dei governi democratici si trasformano in mandanti di un assassinio e se perfino noi offriamo i nostri aeroporti per queste nobili missioni di pace.

E tuttavia! Se almeno queste azioni fossero state utili all’Occidente, ci si inchinerebbe facilmente alla ragion di Stato e ai superiori interessi dei nostri Paese. Purtroppo difficilmente sarà così. Già non sappiamo chi siano questi “insorti”. Non sappiamo che intenzioni abbiano realmente oggi e soprattutto che cosa faranno realmente domani. L’Occidente potrebbe anche pentirsi di averli sostenuti. Ma una cosa è certa: ogni popolo ama se stesso e non ama rinnegare il proprio passato. I Russi, che pure tanto hanno sofferto del regime zarista, passano il tempo ad illustrare ai turisti le glorie di questi autocrati. E nello stesso modo i Libici, svanita la sbornia, ricupereranno Gheddafi come eroe nazionale.

Per farlo cominceranno a dire che per piegare la Libia s’è avuta una coalizione mondiale. Che pur di abbatterlo gli occidentali hanno mandato aeroplani, navi e kommando a terra (non privi di efficacia). Che hanno tentato di uccidere questo leader con i bombardamenti e che alla fine hanno indotto quelli che lo hanno stanato a farne scempio. Chi sarà grato dell’intervento brutale delle grandi potenze europee contro un Paese dell’Africa?

Questo non è un giorno lieto, per l’Occidente. Gheddafi non era quello che gli inglesi chiamano un gentleman, ed anzi – soprattutto in passato – avrebbe meritato un bel processo per terrorismo. Forse perfino una condanna a morte. Ma non conveniva affatto all’Occidente determinare la politica di questo insignificante Paese. Se i libici volevano Gheddafi, che se lo tenessero. Se non lo volevano, che lo abbattessero con le loro forze. Ma intervenire a sostenere gli uni contro altri è sicuramente un errore. Come dicevano i romani, in pari causa turpitudinis, melior est condicio possidentis. Che in questo caso potremmo tradurre: quando il governante è pessimo, e chi vorrebbe sostituirlo non appare migliore, è meglio farsi gli affari propri e lasciare che i locali se la sbrighino fra loro.

Già si dice che nessuna buona azione rimane impunita: figurarsi una cattiva.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

20 ottobre 2011


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politica estera
8 marzo 2011
SCENDERE IN PIAZZA PER I RIBELLI LIBICI
Il bambino esclama “Il re è nudo!” perché non si rende conto dei rischi che corre. Chi invece è adulto, da un lato teme la disapprovazione di tutti, dall’altro è spinto dal buon senso a dubitare di se stesso: “Possibile che tutti si sbaglino ed io solo abbia ragione?”
Il problema però ha una soluzione. Invece di affermare una verità pubblica e valida per tutti (“Il re è nudo”), basta affermare una convinzione soggettiva e non impegnativa: “Io  lo vedo nudo”.
Questo vale per le rivolte nel Nord Africa e in particolare per quella libica. In questi giorni abbiamo sentito in tutte le salse che i rivoltosi si battono per la libertà e per la democrazia: tanto che, secondo Walter Veltroni, saremmo in dovere di scendere in piazza per sostenerne le ragioni. Altri dicono addirittura che dovremmo aiutarli con l’istituzione di una zona di interdizione aerea o con un intervento armato sul terreno. Tutto bellissimo. Come gli abiti nuovi dell’imperatore. Ma noi questi abiti non riusciamo a vederli.
Per quanto riguarda gli eventuali interventi militari ventilati da Obama, non è necessario spendere molte parole. Le sue dichiarazioni potrebbero essere la prova che questo Presidente ha sbagliato mestiere. La Russia, che di interventi armati in altri Paesi si intende anche di più, si è già dichiarata risolutamente contraria. Ma torniamo alla situazione all’interno del Paese.
Di una rivolta si conoscono le intenzioni quando ne sono noti i programmi ed i capi. La Rivoluzione Francese fu talmente ideologica che il cambiamento sopravvisse all’autocrazia di Napoleone e a Waterloo. Se invece la rivolta scoppia dal basso, per puro scontento e senza avere alle spalle una corrente di idee, potrà divenire una rivoluzione ma ognuno darà a questa parola un suo proprio significato: e non è detto che il risultato accontenti tutti. Anche disuniti, è facile distruggere: costruire è molto più difficile.
Tra le intenzioni dei rivoluzionari e l’esito della rivoluzione si stabilisce spesso un divario che può giungere alla contraddizione più conclamata. Si parte con gli ideali di libertà di Voltaire e si arriva al Terrore. Né è necessario ipotizzare una nequizia intenzionale della tirannide. Si può pensare di Lenin tutto il male che si vuole, ma non c’è ragione di negargli la buona fede: egli avrebbe certamente voluto una Russia migliore di quella degli Zar. Il punto è che di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno. Si vuol liberare il proletariato dalle sue catene e con  Stalin si giunge al terrorismo di Stato.
Non tutti i Paesi hanno la possibilità di avere le stesse istituzioni. Gli inglesi, pure capaci di regicidio, sono da sempre per una monarchia sostanzialmente costituzionale; viceversa i russi, dopo avere abbattuto una monarchia assoluta, ne hanno creata una ancora peggiore. E hanno dovuto attendere settant’anni prima di provare ad adottare una democrazia che ancora oggi alcuni giudicano imperfetta.
Venendo alla Libia, dietro la sommossa non si vede nessun programma. I rivoltosi parlano di libertà, ma che cosa intendono, con questa parola? Fra l’altro, spesso “la rivoluzione divora i suoi figli”: come essere sicuri che non avvenga anche stavolta? Che garanzie abbiamo che l’eventuale tentativo di instaurare una democrazia non si volga presto in autocrazia, se perfino la civilissima Francia nel giro di dieci anni passò dalla Bastiglia a Napoleone? Non vorremmo che tutto si riducesse alla stanchezza di vedere la faccia di Gheddafi. E, a proposito di facce, in Iran sono passati dalla faccia di Reza Pahlavi a quella di Ruhollah Khomeini: non è detto che ci abbiano guadagnato.
Il pessimismo nasce anche da una sorta di considerazione geografica. In  Europa, nel corso del Ventesimo Secolo, l’Italia, la Spagna e la Germania hanno conosciuto la dittatura e tuttavia, immediatamente dopo, sono ridivenute democratiche come erano prima. Viceversa la totalità dei regimi dei Paesi islamici è composta da autocrazie. Quando non da confessate dittature. Come essere fiduciosi che la Libia, ben meno culturalmente sviluppata di Paesi come l’Egitto o la Tunisia, arrivi immediatamente alla democrazia? Non ci sono arrivati i palestinesi, comparativamente più acculturati, come potrebbero arrivarci loro? Nessuno lo esclude, certo: ma esserne sicuri sembra francamente eccessivo.
Gheddafi, a dir poco, è un personaggio tra il folcloristico e l’allarmante e sappiamo che i ribelli lottano contro di lui: ma è poco per scendere in piazza con Veltroni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2011


POLITICA
21 settembre 2009
MOLLICHINA
L’Onu all’Italia: stop ai “respingimenti”. In Libia condizioni di concessione di asilo politico e di detenzione inaccettabili. Ma la Libia non presiedeva la Commissione Onu per i diritti umani? La Commissione Onu. Onu!

G.P

POLITICA
1 febbraio 2009
PER CHI LEGGE L'INGLESE

UN Admits: IDF Didn't Hit School

 
by Maayana Miskin

(IsraelNN.com) During the Cast Lead operation in Gaza, IDF tank fire near a United Nations school in Gaza was blamed for the deaths of dozens of civilians who had taken refuge in the building. The incident became one of the most highly publicized attacks in the war, and led to heavy international criticism.

Recent reports suggest that the incident was not accurately portrayed by senior U.N. officials. John Ging, the director of the U.N. Relief and Works Agency (UNRWA) in Gaza, spoke to the Toronto Globe and Mail last week and agreed that no shell had actually struck the school building. Ging said he had never claimed that the school itself was hit, and he blamed Israel for confusion over where the strike took place.


Shortly after the alleged attack, Ging harshly criticized Israel for firing near the school, saying he had given the exact coordinates of the compound to the IDF. He charged that the IDF had failed to avoid hitting the building.

While admitting that Israeli fire had not hit the school compound, Ging insisted it made little difference. “Forty-one innocent people were killed in the street... The State of Israel still has to answer for that,” he said.

While many Israel news outlets reported that the strike had taken place near the school, several international media networks reported that the UN school building itself was hit. The U.N. Office for the Coordination of Humanitarian Affairs may have added to the confusion by releasing a report stating that Israeli fire “directly hit two UNRWA schools.”

Almost all reports said that the victims were primarily civilians who had fled to the school for shelter – a version of events cast into suspicion by the Globe and Mail report.

A teacher who was in the school at the time of the shelling reported that several people within the compound were injured, but that none were killed. Those killed were all outside in the street as the shells were fired, he said. Only three of those killed were students at the school, he added.

The teacher did not give his name, explaining that U.N .officials had told staff not to talk to the media.

The IDF responded to criticism over the attack by explaining that soldiers were simply responding to terrorist fire and did not mean to hit a civilian area.

E PER GLI AMATORI DEL GENERE C'È UN SECONDO ARTICOLO

PATRICK MARTIN

From Thursday's Globe and Mail

January 29, 2009 at 4:00 AM EST

JABALYA, GAZA STRIP — Most people remember the headlines: Massacre Of Innocents As UN School Is Shelled; Israeli Strike Kills Dozens At UN School.

They heralded the tragic news of Jan. 6, when mortar shells fired by advancing Israeli forces killed 43 civilians in the Jabalya refugee camp in the Gaza Strip. The victims, it was reported, had taken refuge inside the Ibn Rushd Preparatory School for Boys, a facility run by the United Nations Relief and Works Agency.

The news shocked the world and was compared to the 1996 Israeli attack on a UN compound in Qana, Lebanon, in which more than 100 people seeking refuge were killed. It was certain to hasten the end of Israel's attack on Gaza, and would undoubtedly lead the list of allegations of war crimes committed by Israel.

There was just one problem: The story, as etched in people's minds, was not quite accurate.

Physical evidence and interviews with several eyewitnesses, including a teacher who was in the schoolyard at the time of the shelling, make it clear: While a few people were injured from shrapnel landing inside the white-and-blue-walled UNRWA compound, no one in the compound was killed. The 43 people who died in the incident were all outside, on the street, where all three mortar shells landed.

Stories of one or more shells landing inside the schoolyard were inaccurate.

While the killing of 43 civilians on the street may itself be grounds for investigation, it falls short of the act of shooting into a schoolyard crowded with refuge-seekers.

The teacher who was in the compound at the time of the shelling says he heard three loud blasts, one after the other, then a lot of screaming. "I ran in the direction of the screaming [inside the compound]," he said. "I could see some of the people had been injured, cut. I picked up one girl who was bleeding by her eye, and ran out on the street to get help."But when I got outside, it was crazy hell. There were bodies everywhere, people dead, injured, flesh everywhere."

The teacher, who refused to give his name because he said UNRWA had told the staff not to talk to the news media, was adamant: "Inside [the compound] there were 12 injured, but there were no dead."

"Three of my students were killed," he said. "But they were all outside."

Hazem Balousha, who runs an auto-body shop across the road from the UNRWA school, was down the street, just out of range of the shrapnel, when the three shells hit. He showed a reporter where they landed: one to the right of his shop, one to the left, and one right in front.

"There were only three," he said. "They were all out here on the road."

News of the tragedy travelled fast, with aid workers and medical staff quoted as saying the incident happened at the school, the UNRWA facility where people had sought refuge.

Soon it was presented that people in the school compound had been killed. Before long, there was worldwide outrage.

Sensing a public-relations nightmare, Israeli spokespeople quickly asserted that their forces had only returned fire from gunmen inside the school. (They even named two militants.) It was a statement from which they would later retreat, saying there were gunmen in the vicinity of the school.

No witnesses said they saw any gunmen. (If people had seen anyone firing a mortar from the middle of the street outside the school, they likely would not have continued to mill around.)

John Ging, UNRWA's operations director in Gaza, acknowledged in an interview this week that all three Israeli mortar shells landed outside the school and that "no one was killed in the school."

"I told the Israelis that none of the shells landed in the school," he said.

Why would he do that?

"Because they had told everyone they had returned fire from gunmen in the school. That wasn't true."

Mr. Ging blames the Israelis for the confusion over where the victims were killed. "They even came out with a video that purported to show gunmen in the schoolyard. But we had seen it before," he said, "in 2007."

The Israelis are the ones, he said, who got everyone thinking the deaths occurred inside the school.

"Look at my statements," he said. "I never said anyone was killed in the school. Our officials never made any such allegation."

Speaking from Shifa Hospital in Gaza City as the bodies were being brought in that night, an emotional Mr. Ging did say: "Those in the school were all families seeking refuge. ... There's nowhere safe in Gaza."

And in its daily bulletin, the World Health Organization reported: "On 6 January, 42 people were killed following an attack on a UNRWA school ..."

The UN's Office for the Co-ordination of Humanitarian Affairs got the location right, for a short while. Its daily bulletin cited "early reports" that "three artillery shells landed outside the UNRWA Jabalia Prep. C Girls School ..." However, its more comprehensive weekly report, published three days later, stated that "Israeli shelling directly hit two UNRWA schools ..." including the one at issue.

Such official wording helps explain the widespread news reports of the deaths in the school, but not why the UN agencies allowed the misconception to linger.

"I know no one was killed in the school," Mr. Ging said. "But 41 innocent people were killed in the street outside the school. Many of those people had taken refuge in the school and wandered out onto the street.

"The state of Israel still has to answer for that. What did they know and what care did they take?"


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permalink | inviato da giannipardo il 1/2/2009 alle 18:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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