.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
ECONOMIA
2 novembre 2013
TO TAX OR NOT TO TAX
Pare che, di riffa o di raffa, chi ha una casa o un’impresa, dopo avere scampato il pericolo di essere arrotato dal camion dell’Imu, finirà triturato dal treno di  un’altra salva di imposte dai nomi fantasiosi. In questo campo è facile dire cose gradite. Basta imprecare contro il governo e ricordare quanto guadagnano e quanto prendono di pensione i politici e le persone importanti nel nostro Paese. Basta sottolineare che il peso del fisco è insopportabile, che la nazione è in depressione e che la disoccupazione è tragica. Tutte cose vere. E però, anche a non avere simpatia per la compita democristianeria di Enrico Letta, a queste constatazioni si possono contrapporre considerazioni altrettanto vere. Dal momento che anche a Palazzo Chigi sanno come la pensano gli italiani, se potessero diminuire le tasse invece di aumentarle, se potessero esonerare la casa, i negozi (che chiudono) e i capannoni da tutti i pesi fiscali che li opprimono, forse che non lo farebbero? Forse che i soldi che ci chiedono se li mettono in tasca? Forse che non sanno quanto li renda impopolari tutto questo parlare che si fa di tasse, contributi, imposte, accise e prelievi di sangue? Se dunque si comportano come si comportano è da pensare che ciò facciano perché costretti da un’ineludibile necessità. E rimane solo da chiedersi quale sia e se sia veramente “ineludibile”.
L’Italia ha vissuto per decenni al di sopra dei propri mezzi, facendo debiti. Si pensi ai membri di una famiglia che per anni ed anni abbiano goduto di un certo tenore di vita e ad un certo punto si vedano chiedere di abbassarlo notevolmente: la resistenza è naturale. Ognuno reputa in perfetta buona fede che quello che ha sempre avuto sia stato un suo diritto, rimanga un suo diritto e non possa essere né eliminato né ridotto. Lo stesso per l’Italia. Noi teniamo talmente ai vantaggi cui siamo stati abituati che non permettiamo assolutamente che lo Stato ce ne privi. Solo che, per non privarcene, l’erario o fa nuovi debiti o ci tassa di più. Ma per quanto riguarda i debiti abbiamo un doppio stop. Da un lato ci siamo impegnati con l’Unione Europea a non sforare un deficit del 3% del pil, dall’altro - avendo già un debito di oltre 2.030 miliardi, in aumento per giunta - c’è il pericolo che i creditori si allarmino e non comprino più i nostri titoli. Ciò provocherebbe il nostro default e il crollo del sistema economico europeo. Dunque il governo è nella tenaglia di una necessità “giuridica” (sostenuta anche dalle promesse di eventuale aiuto) da un lato, e da una necessità economica dall’altro.
Infatti la nostra depressione è drammatica, non se ne intravede la fine e tuttavia allo Stato non rimane che tassarci di più. Rischiando di uccidere la pecora invece di tosarla. E poiché tutto ciò somiglia ad un incubo, rimane da vedere se sia proprio necessario usare l’aggettivo “ineludibile”.
Qui la risposta si fa difficilissima. Indubbiamente, se ci fosse un modo facile di svalutare drammaticamente, di uscire dall’euro  e di ripartire da zero, è quello che faremmo. Ma, a parte il fatto che questo programma somiglia ad un’apocalisse, il diavolo si nasconde nei particolari. Come uscire dall’euro? In accordo con l’Unione Europea o contro di essa? E che ne sarebbe del nostro debito? E quali le conseguenze sulle nostre importazioni, sui nostri salari, su tutta l’economia nazionale? Chi pagherebbe il conto più pesante? Quale sarebbe la situazione del Paese, dopo una simile decisione? In quanti anni ci riprenderemmo? È probabilmente per questi interrogativi che a Palazzo Chigi sono in buona fede, convinti che la situazione attuale, con tutti i suoi guai, sia migliore di quella che avremmo cercando di uscire dall’impasse. Ma hanno ragione?
Il dubbio non riguarda solo noi. Non è soltanto l’Italia ad essere incastrata fra la padella e la brace, lo sono anche altri Paesi europei importanti, a partire dalla Spagna e dalla stessa Francia. La politica economica di Berlino – asse portante dell’Eurozona – è stata recentemente accusata da Washington di essere all’origine della depressione continentale. Gli americani hanno ragione? Nessuno può dirlo, però l’ipotesi che l’attuale politica economica europea sia sbagliata non è una semplice sciocchezza, se la fa anche il Presidente Obama. E ovviamente non per sua personale ed estemporanea iniziativa.
Il problema dell’Italia e dell’Eurozona è l’attuale modello economico sbagliato, che nessuno vuole modificare. Solo il futuro ci dirà se lo si potrà mantenere ancora a lungo, o se una crisi scioglierà con un doloroso colpo di spada un nodo che si credeva insolubile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 novembre 2013


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EURO OBAMA TASSE

permalink | inviato da giannipardo il 2/11/2013 alle 15:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica estera
5 aprile 2011
OLOGRAMMA DI UN PRESIDENTE
Barack Obama si ricandiderà per il “second term”. Gli osservatori lo considerano un candidato solido perché nei confronti dello sfidante il Presidente in carica lo è sempre. E poi perché ad Obama dovrebbe bastare anche solo una percentuale dell’entusiasmo che suscitò nella campagna precedente. Infine, pur dovendo fare i conti con la delusione provocata dalla mancata realizzazione delle sue eccessive, mirabolanti promesse, egli ha ancora un anno e mezzo per tentare di dare all’elettorato democratico la sensazione che, oltre a “dire” e “promettere”, sia stato capace di “fare” qualcosa.
Naturalmente di tutt’altro tono sono – e soprattutto saranno – i commenti dei repubblicani. Il Presidente è riuscito a farsi eleggere con una retorica campagna dalle promesse metafisiche e ora deve fare i conti con una realtà che, dal momento della sua elezione, lo fa passare da “Yes we can” (una totale assurdità) a un mesto: “Sorry, I could not”.
Il “salvataggio” dell’economia è stato macchiato da due imperdonabili errori: avere lasciato che fallisse la Lehman Brothers e l’avere impegnato somme astronomiche per impedire poi che l’intero sistema crollasse in seguito alla sfiducia indotta da quel primo fallimento. Qui, molto probabilmente, la colpa non è stata solo sua. Il Presidente sarà stato mal consigliato. Avrà seguito i consigli di quegli economisti di mentalità repubblicana che venerano il dogma dell’economia classica per cui il mercato deve sempre raddrizzarsi da sé. Quali che ne siano i costi. Una teoria che si può condividere o no: però, o non la si adotta – preferendole un immediato intervento dello Stato -  o la si segue fino in fondo. Obama è riuscito a sbagliare in tutti e due i sensi. Oggi gli americani sanno che uno Stato già pesantemente indebitato ha sborsato per questa politica economica somme enormi, attingendole dalle tasse che essi pagano.
È sperabile che il tempo, e l’augurabile ripresa economica, facciano dimenticare tutto questo, nel 2012.
È tuttavia nella politica internazionale che Obama è riuscito a dare il peggio di sé. E ci sono poche speranze di grandi successi di cui vantarsi al momento delle prossime elezioni. Chi non lo stimava molto – e fra costoro il sottoscritto – deve onestamente riconoscere che poteva andare peggio. Il suo “yes we can” poteva anche significare: “Sì, possiamo combinare disastri”. Invece il nuovo presidente si è limitato o a parlare – riuscendo a guastare i rapporti con Israele senza migliorare quelli con gli arabi – oppure a tradire tutte le promesse e tutte le aspettative. Gli americani si ripromettevano di vedergli risolvere il problema dell’Afghanistan (poteva farlo, yes, we can), magari al prezzo di una brutta figura, ma riportando “i ragazzi a casa”. Invece non lo ha fatto ed ha perfino concesso aumenti di effettivi. Sarà pure stato costretto dalla realtà, ma allora è la realtà che “can”, non lui.
Per quanto riguarda l’Iraq, si è confermata l’intenzione di ritirarsi: ma non si tratta di una decisione sua. Lui si è limitato a confermarla ed applicarla.
L’unico problema veramente nuovo, veramente grave e veramente insolubile è quello dell’Iran. Al riguardo, si avrebbe voglia di esprimere tutta la propria comprensione al giovane presidente. Nessuno può essere chiamato a risolvere la quadratura del cerchio, e figurarsi un giovane provinciale idealista. Ma questo stesso provinciale idealista ha avuto l’aria di dichiarare degli incapaci quelli che facevano politica prima di lui. È difficile che costoro e i loro adepti gli perdonino uno stallo che un giorno potrebbe trasformarsi in una guerra nucleare provocata da islamisti fanatici.
Infine è criticabile il suo atteggiamento nella recente crisi del Nord Africa. È stato risolutamente contro Mubarak, dimenticando decenni di amicizia ed alleanza, e non accorgendosi che se Mubarak è andato, il suo gruppo dirigente è rimasto. Chissà che fiducia avranno in lui, questi militari. Ancora peggiore è stata l’iniziativa veramente sua, veramente voluta e veramente non necessaria contro Gheddafi. Il Presidente ha mostrato un atteggiamento esitante ed inconcludente che ha fatto fare agli Stati Uniti la figura di una potenza di secondaria. Ridicolizzandola, se il caso volesse che Gheddafi riesca a rimanere al potere.
Obama è stato eletto sulle ali del sogno e questi due anni e mezzo lo hanno fatto atterrare su una pista in terra battuta. È difficile vederlo favorito per il “secondo termine” ma è anche vero che il novembre del 2012 è ancora lontano. Molto dipenderà dal candidato che riusciranno ad esprimere i repubblicani e da qui ad allora possono avvenire molte cose: al momento, tutto quello che si può dire in favore di Barack Hussein Obama è un rassegnato: “Poteva perfino andare peggio”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 aprile 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. obama presidente rielezione 2012

permalink | inviato da giannipardo il 5/4/2011 alle 14:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
politica estera
8 marzo 2011
SCENDERE IN PIAZZA PER I RIBELLI LIBICI
Il bambino esclama “Il re è nudo!” perché non si rende conto dei rischi che corre. Chi invece è adulto, da un lato teme la disapprovazione di tutti, dall’altro è spinto dal buon senso a dubitare di se stesso: “Possibile che tutti si sbaglino ed io solo abbia ragione?”
Il problema però ha una soluzione. Invece di affermare una verità pubblica e valida per tutti (“Il re è nudo”), basta affermare una convinzione soggettiva e non impegnativa: “Io  lo vedo nudo”.
Questo vale per le rivolte nel Nord Africa e in particolare per quella libica. In questi giorni abbiamo sentito in tutte le salse che i rivoltosi si battono per la libertà e per la democrazia: tanto che, secondo Walter Veltroni, saremmo in dovere di scendere in piazza per sostenerne le ragioni. Altri dicono addirittura che dovremmo aiutarli con l’istituzione di una zona di interdizione aerea o con un intervento armato sul terreno. Tutto bellissimo. Come gli abiti nuovi dell’imperatore. Ma noi questi abiti non riusciamo a vederli.
Per quanto riguarda gli eventuali interventi militari ventilati da Obama, non è necessario spendere molte parole. Le sue dichiarazioni potrebbero essere la prova che questo Presidente ha sbagliato mestiere. La Russia, che di interventi armati in altri Paesi si intende anche di più, si è già dichiarata risolutamente contraria. Ma torniamo alla situazione all’interno del Paese.
Di una rivolta si conoscono le intenzioni quando ne sono noti i programmi ed i capi. La Rivoluzione Francese fu talmente ideologica che il cambiamento sopravvisse all’autocrazia di Napoleone e a Waterloo. Se invece la rivolta scoppia dal basso, per puro scontento e senza avere alle spalle una corrente di idee, potrà divenire una rivoluzione ma ognuno darà a questa parola un suo proprio significato: e non è detto che il risultato accontenti tutti. Anche disuniti, è facile distruggere: costruire è molto più difficile.
Tra le intenzioni dei rivoluzionari e l’esito della rivoluzione si stabilisce spesso un divario che può giungere alla contraddizione più conclamata. Si parte con gli ideali di libertà di Voltaire e si arriva al Terrore. Né è necessario ipotizzare una nequizia intenzionale della tirannide. Si può pensare di Lenin tutto il male che si vuole, ma non c’è ragione di negargli la buona fede: egli avrebbe certamente voluto una Russia migliore di quella degli Zar. Il punto è che di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno. Si vuol liberare il proletariato dalle sue catene e con  Stalin si giunge al terrorismo di Stato.
Non tutti i Paesi hanno la possibilità di avere le stesse istituzioni. Gli inglesi, pure capaci di regicidio, sono da sempre per una monarchia sostanzialmente costituzionale; viceversa i russi, dopo avere abbattuto una monarchia assoluta, ne hanno creata una ancora peggiore. E hanno dovuto attendere settant’anni prima di provare ad adottare una democrazia che ancora oggi alcuni giudicano imperfetta.
Venendo alla Libia, dietro la sommossa non si vede nessun programma. I rivoltosi parlano di libertà, ma che cosa intendono, con questa parola? Fra l’altro, spesso “la rivoluzione divora i suoi figli”: come essere sicuri che non avvenga anche stavolta? Che garanzie abbiamo che l’eventuale tentativo di instaurare una democrazia non si volga presto in autocrazia, se perfino la civilissima Francia nel giro di dieci anni passò dalla Bastiglia a Napoleone? Non vorremmo che tutto si riducesse alla stanchezza di vedere la faccia di Gheddafi. E, a proposito di facce, in Iran sono passati dalla faccia di Reza Pahlavi a quella di Ruhollah Khomeini: non è detto che ci abbiano guadagnato.
Il pessimismo nasce anche da una sorta di considerazione geografica. In  Europa, nel corso del Ventesimo Secolo, l’Italia, la Spagna e la Germania hanno conosciuto la dittatura e tuttavia, immediatamente dopo, sono ridivenute democratiche come erano prima. Viceversa la totalità dei regimi dei Paesi islamici è composta da autocrazie. Quando non da confessate dittature. Come essere fiduciosi che la Libia, ben meno culturalmente sviluppata di Paesi come l’Egitto o la Tunisia, arrivi immediatamente alla democrazia? Non ci sono arrivati i palestinesi, comparativamente più acculturati, come potrebbero arrivarci loro? Nessuno lo esclude, certo: ma esserne sicuri sembra francamente eccessivo.
Gheddafi, a dir poco, è un personaggio tra il folcloristico e l’allarmante e sappiamo che i ribelli lottano contro di lui: ma è poco per scendere in piazza con Veltroni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2011


POLITICA
9 settembre 2010
AFGHANISTAN: LA SCONFITTA AMERICANA
Chi parla di sconfitta americana in Afghanistan sbaglia termine. Una sconfitta in tanto è tale, in quanto qualcuno ha perso mentre poteva vincere; se invece non poteva che perdere, non si tratta di sconfitta, si tratta dell’errore di avere accettato quello scontro.
Quando nel 1968 l’Unione Sovietica decise di “ristabilire l’ordine” a Praga con i suoi carri armati, molti cechi sarebbero stati disposti a battersi come i fratelli ungheresi dodici anni prima. I dirigenti invece, saggiamente, si piegarono e la loro non si poté chiamare né sconfitta né errore, dal momento che non avevano certo sfidato l’Urss. Cedettero alla nuda forza.
Viceversa, quando l’Unione Sovietica ha tentato di imporre la propria dominazione sull’Afghanistan si è trattato di un errore. Non tanto perché quel Paese sia capace di una resistenza superiore a quella degli ungheresi, quanto perché esso è troppo grande, troppo povero, troppo pietroso e troppo montagnoso per essere occupato e tenuto sotto controllo. E c’è una ragione ancora più forte: se l’Afghanistan fosse un Paese civile e laico oppresso da una teocrazia retrograda, l’invasione sarebbe stata l’occasione per ritornare alla libertà e alla civiltà contemporanea. In realtà, essendo l’Afghanistan stesso retrivo, impastato di pregiudizi religiosi, largamente analfabeta e insensibile ai valori che potrebbero offrire le civiltà laiche ed occidentali, il tentativo di strappare quei pecorai al loro destino è senza speranza. A tutti noi sembra assurdo che si voglia vietare alle ragazze di andare a scuola, ma se la maggior parte degli afghani è disposta a tollerarlo, anzi forse lo desidera, come spiegargli che sbagliano? Ed anzi: è sicuro che sbaglino? Per noi sì, per loro no.
In Afghanistan gli americani non possono che perdere. Non li batteranno quei fanatici barbuti e ignoranti che chiamano Taliban: li batterà una società che, appena fuori Kabul,  si trova bene nell’islamismo più primitivo, negli scontri dei vari signori della guerra e nell’applicazione della sharia. Quanto tempo dovrebbe durare un’invasione dell’Italia che vietasse la pastasciutta perché, andato via l’oppressore, gli italiani non si rimettano a mangiare pasta? E con la religione è anche peggio. In Unione Sovietica si è predicato il laicismo e perfino l’ateismo per settant’anni e non appena il comunismo è crollato, soprattutto gli Stati islamici meridionali la gente è “finalmente” tornata alla religione.
In queste condizioni il pregiudizio che un Paese possa sempre essere contento di essere liberato dall’ignoranza e dall’oppressione religiosa si conferma per quello che è: un pregiudizio.
Qualcuno ha ironizzato sul concetto di “esportazione della democrazia”, affermando che essa non si esporta con le armi ma non è così. Se - per pura ipotesi - un forte Stato straniero fosse intervenuto nella crisi ungherese del 1956, scoraggiando l’invasione dei carri armati sovietici, l’Ungheria sarebbe subito stata democratica. Perché alla democrazia anelava eccome. Né diversamente sono andate le cose in Germania e in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma cercare di esportare la democrazia in Afghanistan è un errore come sarebbe un errore offrire un giro nei casinò di Las Vegas ad una suora di clausura. In questo campo il principio guida dovrebbe essere: se vedi un Paese del Terzo Mondo che soffre, non tendergli la mano. Te la potrebbe mordere.
È difficile comprendere come mai, dopo avere fatto l’esperienza del Vietnam, gli americani si siano impantanati in Afghanistan. Se il loro successo è in forse in un Paese più colto, più moderno e più laico come l’Iraq, che speranze si possono avere in Afghanistan? L’unica soluzione forse sarebbe stata

L'articolo è leggibile a questo indirizzo: pardonuovo.myblog.it. Infatti questo blog - pardo.ilcannocchiale.it - funaziona male. Richiede un tempo lunghissimo per inserire un articolo e ne sono stanco. Chiedo dunque che si abbia la pazienza di leggere gli articoli su pardonuovo.myblog.it. Si tratta solo di cambiare una piccola abitudine. Dalla fine del mese gli articoli compariranno solo sull'altro blog. Vi ringrazio in anticipo.
Gianni Pardo

POLITICA
14 aprile 2010
NUCLEAR SECURITY SUMMIT

Le armi nucleari sono una realtà dal 1945. In quel momento la scelta fu fra uccidere centinaia di migliaia di innocenti con l’atomica oppure farne morire molti di più con la prosecuzione della guerra: a cominciare dai giapponesi, disposti a combattere tutti fino alla morte.
La decisione, vista con gli occhi della storia, assume tuttavia un altro significato: l’atomica può essere usata se si ritiene che sia il caso di usarla. Ed è abilitato a dare questo giudizio lo stesso governo che detiene la bomba. Se Tehran, pervenuta al possesso dell’arma, reputasse che è un imperativo divino quello di distruggere Israele, quand’anche questo dovesse costare la vita di metà degli iraniani per via dell’inevitabile e crudelissima rappresaglia israeliana, non ci sarebbe modo di frenarla su questa china. E che avverrebbe se dell’atomica venisse in possesso al Qaeda? In questo caso, a fronte del taglio della testa del serpente (New York City, per esempio), non ci sarebbe neppure un paese da annientare per rappresaglia.
Viene in mente la “legge di Murphy”: “se qualcosa può andare storto, lo farà”. Questa regola non è una battuta.  Se un meccanismo ha una probabilità su mille di guastarsi, è chiaro che dopo mille, duemila o tremila volte, fatalmente si guasterà. E l’ipotesi del cattivo uso dell’atomica è rappresentato da una frazione ben diversa e allarmante: non uno su mille ma uno su venti, su trenta, sia pure quaranta: ma, viste le conseguenze, c’è da essere atterriti.
In queste condizioni il problema non è che cosa fare SE qualcuno farà un uso folle dell’atomica, ma che cosa fare QUANDO ciò avverrà. E se, contro la legge di Murphy, c’è un modo per rendere l’ipotesi impossibile.
La bomba atomica in sé non è un pericolo: da sessantacinque anni in qua non ha provocato nessun massacro. Il pericolo è rappresentato dal dito che sta sul grilletto. Per questo, non essendoci necessità di togliere l’atomica a quelli che già l’hanno, la soluzione consiste nell’impedire a qualunque costo che altri se la procurino. Le potenze atomiche dovrebbero concordare di infliggere sanzioni durissime al Paese che provasse a fabbricare quell’arma; non bastando, dovrebbero bombardarlo; invaderlo; distruggere intere città sospettate di costruire l’atomica, magari con una propria atomica. Ma questa tesi fa accapponare la pelle e fa salire alle labbra una folla d’obiezioni.
È evidente che dall’oggi al domani tutti i Paesi non in possesso dell’atomica sarebbero a sovranità limitata: come far accettare questo principio alla Germania o al Giappone, che si vedrebbero in sottordine rispetto al Pakistan? Inoltre l’intervento per “punire” uno Stato potrebbe derivare non dalla effettiva necessità di impedire la proliferazione nucleare, ma essere deciso, in malafede e a freddo, solo nell’interesse dei Paesi atomici. Infine dinanzi all’intervento violento e al grande massacro di innocenti, ci sarebbe una sollevazione dell’opinione pubblica internazionale. E tuttavia queste non sono le maggiori difficoltà.
In teoria si potrebbe giungere ad una formulazione del tipo: “nessun altro si deve procurare l’atomica”, ma in concreto, quando fosse il caso di agire contro un singolo Stato, è difficile ipotizzare una concordia – per non parlare di unanimità – delle potenze interessate. L’intera storia dell’Onu è piena di contraddizioni, dispetti, veti. Una cosa è biasimare, intimare, minacciare, un’altra è mandare un corpo di spedizione a combattere e morire. In questi casi vale sempre il principio “armiamoci e partite”. L’ipotesi della polizia internazionale, prima ancora di essere antidemocratica e contraria all’umanità, è tecnicamente impraticabile.
Meno male, dirà qualcuno. Ma la conclusione è che avremo un Iran che potrebbe lanciare un’atomica su Israele o magari, chissà, passarla sottobanco ad al Qaeda.  In quel momento rimpiangeremmo di non avere impedito in qualunque modo il disastro, quando ancora eravamo in tempo per scongiurare la legge di Murphy.
Questo destino dell’umanità è ben rappresentato, con amaro umorismo, da Jean Giraudoux in “La Guerra di Troia non avrà luogo”. Ettore sa che la guerra sta scoppiando per un motivo futile; sa che provocherà un numero altissimo di morti e distruzioni; cerca in ogni modo di farlo capire a tutti, ma la combinazione fra retorica, stupidità, bei sentimenti, patriottismo e capacità di auto illudersi fanno sì che alla fine la guerra scoppi. Per i begli occhi di Elena.
Beati i vecchi: sono gli unici che hanno parecchie speranze di non verificare personalmente la validità della legge di Murphy.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Qaeda obama iran israele atomica corea

permalink | inviato da giannipardo il 14/4/2010 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 marzo 2010
LA SPADA DI BRENNO A GERUSALEMME

I Galli avevano ridotto Roma alla fame e si era arrivati ad un negoziato: i barbari avrebbero interrotto l’assedio se adeguatamente compensati in oro. Al momento della pesatura i romani protestarono perché le bilance erano truccate e Brenno, il capo dei Galli, gettò fra i pesi la sua spada gridando: “Vae victis!”, (guai ai vinti!). Intervenne allora Quinto Furio Camillo il quale a sua volta gridò una frase rimasta famosa: “Col ferro, non con l’oro si riscatta Roma!”
L’episodio si presta a discutere il problema palestinese.
In guerra la vittoria dà diritto di vita e di morte sui vinti. Nell’antichità questi potevano considerarsi fortunati se erano venduti come schiavi: l’alternativa poteva infatti essere peggiore. Come spiega con grande buon senso Tucidide, i vincitori spesso si mostravano molto più moderati per impedire che in altre occasioni i difensori preferissero la morte alla sconfitta, rendendo la vittoria molto più difficile. Rimane comunque vero che la moderazione era il risultato non di qualche diritto dei vinti, ma di qualche calcolo dei vincitori. Brenno aveva ragione, dal punto di vista bellico, quando gettava la sua spada fra i pesi della bilancia: affermava infatti il proprio diritto a barare ed eventualmente a prendere non solo l’oro pattuito ma tutto l’oro di Roma.
La situazione conflittuale fra israeliani e palestinesi non è arrivata ad una conclusione pacifica, oltre quarant’anni dopo il 1967, perché si è un po’ smarrito il senso della realtà. Partiamo dunque dalla mentalità antica e allineiamo delle ipotesi.
Gli israeliani vincitori avrebbero potuto uccidere tutti i palestinesi e appropriarsi l’intera Palestina. L’ipotesi è orribile ma è certamente ciò che Hitler avrebbe fatto se ci fosse stata una piccola nazione interamente popolata da ebrei.
Gli israeliani avrebbero potuto annettersi l’intera Palestina, dando agli autoctoni la scelta fra la fuga e il rischio di essere depredati o uccisi. Anche questa ipotesi è orribile, ma è ciò che si è avuto con la successione delle invasioni barbariche.
Gli israeliani avrebbero potuto annettersi l’intera Palestina ed offrire ai palestinesi uno status di iloti. È quello che è sostanzialmente avvenuto col colonialismo. Probabilmente, dal punto di vista economico, i palestinesi avrebbero fatto un affare, ma dal punto di vista politico sarebbe stata una soluzione insostenibile.
In realtà gli israeliani hanno occupato la Cisgiordania esclusivamente per fini di difesa militare. Hanno voluto e vogliono impedire che da quei territori partano nuovi attacchi verso il loro Paese. Per il resto, vorrebbero avere accanto un Paese pacifico – che si chiami Giordania o Palestina – limitato da stringenti regole di neutralità.
Essi hanno ripetutamente offerto ai palestinesi il ritiro delle proprie truppe (del resto già effettuato a Gaza) e il riconoscimento di uno Stato palestinese neutrale. Hanno offerto pace e chiesto pace. I palestinesi, viceversa, richiedono: concessioni territoriali; Gerusalemme come loro capitale; il ritorno dei profughi (volontari, e che fossero volontari lo provano i molti palestinesi rimasti) non nel territorio del nuovo Stato palestinese, ma nella stessa Israele. E forse altro ancora.
Brenno e Camillo sarebbero profondamente stupiti. Chi potrebbe gettare la spada sulla bilancia sono gli israeliani e chi invece fa richieste esose è il vinto. I  palestinesi non hanno un Furio Camillo capace di battere gli israeliani in guerra e tuttavia sono altezzosi come Brenno.
L’assurdità di tutto questo non appare però agli occhi di tutti. Infatti l’amministrazione Obama è ai ferri corti con il governo di Netanyahu perché è stata decisa la costruzione di 1.600 alloggi in uno dei dintorni di Gerusalemme, Ramat Shlomo, che fa parte del territorio annesso dal 1967. I palestinesi sognano debba fare parte della loro capitale e gli americani sostengono il punto di vista del vinto che vuole imporre al vincitore regole riguardo all’uso di una parte del suo territorio. Non solo Brenno deve pesare l’oro con bilance perfette, ma deve anche regalare al vinto quella parte che costui preferisce. Per chi ricorda un po’ di storia c’è di che rimanere stupiti.
Se poi qualcuno pensa che queste lezioni tratte dall’antichità non si adattino alla realtà contemporanea, perché saremmo più civili e più buoni, è bene ricordare che in tutta l’antichità non si è avuto uno sterminio comparabile, per metodicità e numero di vittime, alla Shoah. Francamente, noi moderni non siamo in grado di dare lezioni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 marzo 2010

POLITICA
22 febbraio 2010
OBAMA SBATTE CONTRO LA REALTA'
La parabola discendente di Barack Hussein Obama si presta a considerazioni che vanno oltre l’interessato.
Tutti gli Stati hanno dei problemi. Alcuni di essi sono immutabili perché dipendono dalla geografia: per esempio l’accesso ai mari caldi per la Russia; altri si possono risolvere ma solo a prezzo di grandi sacrifici: per esempio la rinuncia all’Algérie Française; altri infine sfociano in una guerra che è impossibile vincere e che tuttavia è necessario combattere: i Parti per i Romani, il terrorismo per gli statunitensi. E infatti una notevole parte dell’impopolarità di George W.Bush derivò dalla stanchezza del popolo americano dinanzi a due guerre, quella dell’Iraq e quella dell’Afghanistan. Molti pensavano che in primo luogo era stato un errore cominciarle, tutti comunque rimproveravano all’Amministrazione di non sapere come uscirne.
In questi casi il popolo comincia a sognare l’intervento di un uomo superiore: più risoluto, più saggio, più illuminato. Qualcuno capace di fare ciò che non sa fare l’imbecille che siede alla Casa Bianca. È cavalcando questo malcontento che Obama è stato trionfalmente eletto. Purtroppo i dati di fatto della geopolitica e le necessità della guerra al terrorismo (per esempio la prigione di Guantánamo) sono testardi: non si lasciano impressionare né da bei sorrisi né da grandi ideali. Dunque il nuovo Presidente è stato costretto, in questo come nei rimanenti settori, a confermare pressoché al cento per cento la politica dell’Amministrazione precedente. E ciò ha deluso i moltissimi americani che hanno votato per lui.
Dinanzi al calo dei sondaggi, e anche per non apparire come un bugiardo e un imbonitore, Obama ha disperatamente cercato di mantenere alcune delle promesse fatte. Ma gli è andata malissimo. Con un umile sorriso si è presentato in Europa per lanciare quella politica del dialogo e del multilateralismo che pare Bush avesse trascurato, e non ha ottenuto niente;  è stato conciliante con la Cina, perfino tacendo dei diritti umani, e in totale è solo riuscito ad irritare profondamente quel grande Paese; ha cercato di favorire il processo di pace in Palestina e nessuno gli ha dato ascolto; ha teso la mano all’Iran e ne ha ricevuto insulti e minacce; quando infine ha cercato di mantenere, almeno in Patria, una grande promessa, quella della riforma sanitaria, le cose si sono messe male e a quanto sembra dovrà rinunciarci. In questi mesi i democratici hanno perso due governatori e quel preziosissimo seggio al Senato che gli dava libertà di manovra. Né migliori prospettive ci sono per le elezioni di mid term.
Obama più che un cinico demagogo è forse un ingenuo idealista. Magari ha creduto veramente che, con l’aiuto di Dio, sarebbe riuscito a fare miracoli: ma i miracoli non li fa nessuno e attualmente egli sembra perfino sfortunato. È bene che non sogni un secondo mandato.
Tutta la vicenda offre una serie di insegnamenti. Non bisogna credere facilmente che il problema insolubile per un politico sia poi facile per un altro politico. Il famoso cambiamento non sempre è possibile e soprattutto non sempre, quando è possibile, costituisce un miglioramento. Questo principio andrebbe ripetuto fino alla noia ai molti che chiedono “un nuovo modo di fare politica”, “un cambiamento di rotta”, una “discontinuità”  e altre spelacchiate e fumose palingenesi. Finché si rimarrà sul vago – e si parlerà di “Change” come faceva Obama – ci staremo facendo vento con le parole. Né più serio è che si indichino solo i fini – ad esempio una diminuzione delle imposte e un miglioramento dei servizi – perché di sognare siamo capaci tutti.
Chi propone un cambiamento dovrebbe esattamente specificare che cosa intende ottenere, con quali modalità e a spese di chi. Non appena si scende sul concreto, infatti, molti entusiasmi si spengono. Qualunque riforma lede infatti interessi consolidati, tanto che, se si potesse promettere la vita eterna, si provocherebbe uno sciopero dei becchini, futuri disoccupati.
La situazione dell’America non è colpa né di Bush né di Obama. Il nostro è un mondo imperfetto. Se gli statunitensi sono delusi, è perché sono stati capaci di illudersi. La democrazia permette l’impero della parola, della demagogia, del sogno: lo stato d’animo dominante ad Atene prima della spedizione in Sicilia. Se poi la realtà azzera i sogni, non per questo bisogna dir male della democrazia. È il meno peggio che l’umanità sia riuscita ad inventare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2010
POLITICA
21 gennaio 2010
LA SANITA' AMERICANA
Il giovane Scott Brown, un repubblicano che proclama alto e forte la sua volontà di lottare contro la riforma sanitaria voluta da Obama, è stato eletto senatore del Massachusetts, da sempre il santuario dei Kennedy, la famiglia reale del Partito Democratico. In quello Stato un politico del suo partito non vinceva da quasi quarant’anni. Inoltre questo 41° senatore fa venir meno quella maggioranza di 60 a 40 che permetteva ai democratici di varare senza troppi ostacoli quella riforma. Ora tutto è in salita. A parte i problemi tecnici di un eventuale ostruzionismo, il Presidente dovrà tenere conto dello stato d’animo dell’Unione. Se anche elettori di provata fede democratica votano per un repubblicano non è un infortunio, è un sintomo.
Naturalmente, ci si può chiedere come mai un popolo civile possa opporsi alla proposta di rendere le cure mediche uguali per tutti e al massimo livello. È forse umano sentirsi dire, in ospedale, che se si è ben assicurati si può avere un certo genere di cura e se non si è assicurati no? Infatti non è vero che negli Stati Uniti se non si è assicurati non si è curati: la differenza è nelle eventuali terapie che sono dispensate. Questo fa inorridire le persone sensibili. In effetti è come se si dicesse che in certi casi si salvano i ricchi mentre i poveri possono pure morire. O, almeno, continuare a soffrire.
I buoni sentimenti però non ci dispensano dal dovere di ragionare. Le cure mediche sono come ogni altro bene o servizio che si ottiene a pagamento. Si può contrarre un’assicurazione per la responsabilità civile automobilistica col minimo di legge ma poi, se si provoca un danno che lo supera, si è costretti a mettere la mano nella propria tasca, mentre non è lo stesso se si contrae un’assicurazione per cifre più alte.
Per quanto riguarda le cure mediche, negli Stati Uniti vale il concetto che ognuno ha il dovere di occuparsene con una buona assicurazione. Poi si è liberi di non contrarla, ma a proprio rischio e pericolo: anche in questo caso si sarà curati (medic aid) per l’essenziale, ma non certo come il cliente che ha pagato.
Questo corrisponde alla mentalità statunitense, che privilegia la responsabilità e la libertà: perfino la libertà di essere imprevidenti. Invece in Italia non solo non si è liberi di essere imprevidenti, ma non si è nemmeno liberi di assicurarsi privatamente, sottraendosi al dovere di pagare per il Servizio Sanitario Nazionale.
Negli Stati Uniti medic aid non fornisce certo le stesse terapie della Clinica Mayo, ma coloro che hanno un’assicurazione costosa non accetterebbero facilmente di pagare parecchio di più per assicurare le stesse cure a quelli che hanno pagato poco o nulla. Magari perché hanno preferito spendere diversamente il loro denaro. L’unico sistema sarebbe quello di rendere pubblica la sanità, come da noi, aumentando l’imposizione fiscale: ma è proprio quello che temono gli americani. Essi odiano lo statalismo e odiano le tasse, diversamente non avrebbero fatto la rivoluzione del 1776.
Comunque non è detto che noi possiamo dare lezioni. Da un lato siamo obbligati a pagare (caro) il Servizio Sanitario Nazionale, dall’altro esso ci tratta tutti più o meno come sono trattati i non assicurati statunitensi. Una prova: una mia cara amica fruisce di una pensione statale di 845 € al mese e almeno una volta l’anno paga 120 € per una mammografia e 90 € per un “campo visivo”. Privatamente. Come mai, le piace arricchire i professionisti privati? La realtà è che le strutture pubbliche – salva la personale cortesia dei medici - trattano il paziente come un seccatore, costano molto in termini di “ticket” (e bisogna fare lunghe file per pagarlo!), fanno mille difficoltà e spesso hanno tempi tanto lunghi che alla fine, soprattutto al Sud, si è costretti a pagare di tasca propria la sanità privata.
I sognatori vorrebbero “il meglio” gratuito per tutti, nella realtà la sanità pubblica è costosa (in termini di imposte) e fornisce a tutti il “mediocre” quando non il “peggio”. E non c’è nemmeno la libertà di assicurarsi privatamente.
La materia è complessa e la realtà si allontana spesso dagli schemi teorici previsti. Meglio sospendere il giudizio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 gennaio 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. brown massachusetts obama riforma sanità ssn

permalink | inviato da giannipardo il 21/1/2010 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
POLITICA
8 gennaio 2010
OBAMA UN ANNO DOPO
Il consenso di Barack Hussein Obama diminuisce vistosamente. Molti sono delusi: il suo primo anno di governo non ha corrisposto alle speranze suscitate e soprattutto è stato tutt’altro che una serie di successi.
Ma c’è chi non è stato deluso. Durante la campagna elettorale alcuni eravamo terrorizzati da questo giovanotto: che diamine dice? ci chiedevamo. Come osa discutere di problemi gravissimi con questa oracolare e predicatoria superficialità? Change? Che cosa vuole cambiare? Con quali effetti?
Oggi saremmo qualificati per dire: “Che vi dicevamo?” e tuttavia Obama potrebbe validamente difendersi. In primo luogo potrebbe dire che in politica ha ragione chi vince. Se non avesse detto quelle parole, sarebbe stato eletto? Forse no. Dunque ha fatto bene a dirle. E se qualcuno gli facesse notare che erano sciocchezze potrebbe sempre rispondere, realisticamente: “Lo sapevo benissimo! Per questo poi mi sono circondato di consiglieri avveduti, in modo da non fare danni al Paese”.
Risposte plausibili. Se un Paese ama i predicatori, un politico che vuole avere successo parla come i predicatori.
Purtroppo non è sicuro che Obama non abbia fatto danni agli Stati Uniti. La sua politica internazionale è da molti giudicata un disastro. Pur essendo andato a Pechino, dalla Cina non ha ottenuto assolutamente nulla: né per le sanzioni contro l’Iran, né per i diritti umani, né per il Tibet, né per l’economia. Riguardo alle difese antimissile in Polonia ha ceduto alla Russia senza ottenere nulla in cambio ed irritando anzi profondamente alcuni Stati che oggi si sentono meno garantiti da Washington. Ha operato aperture di credito all’Iran, ricavandone pesci in faccia ed essendo costretto a sempre nuovi e risibili ultimatum. Ha ingiunto duramente ad Israele di sospendere la realizzazione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, ma Nethanyau non gli ha dato ascolto e Abu Mazen l’ha irriso. Quanto all’Afghanistan ci ha messo tre mesi per decidere se sì o no inviare altre truppe, e l’annunciato ritiro da quegli scacchieri ha obiettivamente incoraggiato i Taliban e il terrorismo. Infine molti (a torto) mettono più o meno a suo carico l’attentato mancato di Detroit, come risultato di un allentamento della tensione difensiva. Francamente non c’è di che essere ottimisti.
Molti di questi errori derivano forse dal fatto che Obama ha dato ascolto alle infinite critiche mosse a George W.Bush. L’universo mondo rimproverava a quel Presidente questo e quello e la prima idea di Obama è stata quella di fare tutto il contrario. Si rimproverava all’America il suo unilateralismo, il suo bellicismo, l’insufficienza di dialogo con alleati e rivali, e il nuovo Presidente ha operato una conversione ad U. Purtroppo, non ha cavato un ragno da un buco. Anzi è apparso sbiadito come leader sin dal suo primo viaggio in Europa. Ma non possono certo biasimarlo coloro che l’hanno votato sperando che facesse esattamente tutto ciò che ha fatto.
Le verità è che Obama non ha tenuto sufficiente conto della realtà. I problemi di un grande Paese sono oggettivi e oggettivi sono i dati – degli Stati Unti e degli altri Paesi - da cui derivano. Un nuovo Presidente non modifica né la geografia, né l’economia, né, soprattutto, la situazione geopolitica. E se non cambiano i problemi, è ben difficile che possano cambiare le soluzioni.
La seconda verità, che frattanto Barack avrà appreso a sue spese, è che la politica è un campo in cui agiscono animali a sangue freddo, voraci e spietati, che non si possono ammansire con un sorriso e la voce suadente: i serpenti sono sordi e i coccodrilli non si lasciano sfuggire l’occasione di un buon pasto solo perché l’impala è elegante e sorride.
La gente comune non capisce e non accetta la lezione di Machiavelli, ma che non l’accetti un politico di livello internazionale può essere esiziale. Obama si è mosso come un ingenuo. Per fortuna, è pragmatico e potrebbe, nel corso dei tre anni che ci aspettano, dimostrarsi migliore di quanto non sia stato fino ad ora. Noi glielo auguriamo, come lo auguriamo agli Stati Uniti e alla nostra Europa perché, come si dice, se l’America starnutisce, l’Europa ha la polmonite.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 gennaio 2010

POLITICA
19 dicembre 2009
KØBENHAVN
Chi non è uno specialista di una data materia, chi non si è molto interessato di un dato argomento, di solito dovrebbe tacere. D’altro canto, ci sono materie in cui la competenza non serve a niente, perché l’errore è alla radice. Se qualcuno ci invitasse a discutere con un astrologo che ha dedicato l’intera vita all’influenza degli astri sui nostri destini non saremmo presuntuosi rispondendo che non abbiamo tempo da perdere. Come l’ha perso lui. L’astrologia non solo non ha il minimo fondamento scientifico ma è persino platealmente inverosimile.
Queste considerazioni vengono in mente vedendo i titoli dei giornali riguardanti la conferenza che si svolge nella capitale danese. Pare si sia conclusa con un fallimento. E in che altro modo si poteva concludere?
Innanzi tutto non si può essere sicuri del riscaldamento globale. Molti dati lo contraddicono  e l’arco di tempo di cui si parla è insignificante. Poi non è detto che di questo eventuale riscaldamento sia responsabile l’uomo: la Terra ha avuto alti e bassi climatici indipendentemente dall’attività antropica; e l’uomo è stato insignificante fino a ieri. Infine recentemente è divenuto certo ed innegabile che i dati forniti dagli “scienziati” catastrofisti erano gonfiati e in parte falsi. Già qui ce ne sarebbe abbastanza per non fare niente di serio per salvare una Terra che forse di essere salvata non ha bisogno: ma c’è di più e di meglio.
Ciò che si intende fare contro l’anidride carbonica e per “salvare il pianeta” (sempre che sia possibile) è enormemente costoso. In altri termini i governanti dovrebbero impegnarsi a qualcosa che forse non avrà successo e nel frattempo imporrebbe enormi pesi economici ai loro popoli, facendosi dunque stramaledire nei secoli dei secoli. Chi mai è disposto ad assumersi questa responsabilità? Ecco perché tutti si sforzano o di impegnarsi solo per finta oppure di riservare a sé le belle parole e agli altri gli oneri dell’iniziativa.
La cosa è sembrata così evidente che, finché pareva che la conferenza potesse avere successo, c’era di che essere depressi: quanto ci costerà? ci chiedevamo. Ora che si parla di fallimento ci si può rasserenare. Possiamo ancora pagarla cara ma, si spera, non carissima. Grazie, Cina.
A quanto pare, a volte l’aritmetica riesce a prevalere sulla retorica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 dicembre 2009

POLITICA
28 novembre 2009
LA PESSIMA IDEA DI CHIUDERE GUANTANAMO
Coloro che leggono correntemente l’inglese, che fossero forniti di un’eccezionale pazienza (l’articolo è ben più che sesquipedale, 2.700 parole, contro le normali 700 di un mio articolo), e che hanno passione per il diritto, potrebbero leggere il testo che segue, del grande George Friedman. Quanto meno per dedurne che l’idea di Obama di chiudere la prigione di Guantánamo è stata pessima.
Dio ci guardi dalle anime belle, quando passano all’azione.
By George Friedman
U.S. Attorney General Eric Holder has decided thatKhalid Sheikh Mohammed will be tried in federal court in New York. Holder’s decision was driven by the need for the U.S. government to decide how to dispose ofprisoners at Guantanamo Bay, a U.S. Naval base outside the boundaries of the United States selected as the camp in which to hold suspected al Qaeda members.
We very carefully use the word “camp” rather than prison or prisoner of war camp. This is because of an ongoing and profound ambiguity not only in U.S. government perceptions of how to define those held there, but also due to uncertainties in international law, particularly with regard to the Geneva Conventions of 1949. Were the U.S. facility at Guantanamo a prison, then its residents would be criminals. If it were a POW camp, then they would be enemy soldiers being held under the rules of war. It has never really been decided which these men are, and therefore their legal standing has remained unclear.
War vs. Criminal Justice
The ambiguity began shortly after 9/11, when then-U.S. President George W. Bush defined two missions: waging a war on terror, and bringing Osama bin Laden and his followers to justice. Both made for good rhetoric. But they also were fundamentally contradictory. A war is not a judicial inquiry, and a criminal investigation is not part of war.
An analogy might be drawn from Pearl Harbor. Imagine that in addition to stating that the United States was at war with Japan, Franklin Roosevelt also called for bringing the individual Japanese pilots who struck Hawaii to justice under American law. This would make no sense. As an act of war, the Japanese action fell under the rules of war as provided for in international law, the U.S. Constitution and the Uniform Code of Military Justice (UCMJ). Japanese pilots could not be held individually responsible for the lawful order they received. In the same sense, trying to bring soldiers to trial in a civilian court in the United States would make no sense. Creating a mission in which individual Japanese airmen would be hunted down and tried under the rules of evidence not only would make no sense, it would be impossible. Building a case against them individually also would be impossible. Judges would rule on evidence, on whether an unprejudiced jury could be found, and so on. None of this happened, of course — World War II was a war, not a judicial inquiry.
It is important to consider how wars are conducted. Enemy soldiers are not shot or captured because of what they have done; they are shot and captured because of who they are — members of an enemy military force. War, once launched, is pre-emptive. Soldiers are killed or captured in the course of fighting enemy forces, or even before they have carried out hostile acts. Soldiers are not held responsible for their actions, but neither are they immune to attack just because they have not done anything. Guilt and innocence do not enter into the equation. Certainly, if war crimes are in question, charges may be brought; the UCMJ determines how they will be tried by U.S. forces. Soldiers are tried by courts-martial, not by civilian courts, because of their status as soldiers. Soldiers are tried by a jury of their peers, and their peers are held to be other soldiers.
International law is actually not particularly ambiguous about the status of the members of al Qaeda. The Geneva Conventions do not apply to them because they have not adhered to a fundamental requirement of the Geneva Conventions, namely, identifying themselves as soldiers of an army. Doing so does not mean they must wear a uniform. The postwar Geneva Conventions make room for partisans, something older versions of the conventions did not. A partisan is not a uniformed fighter, but he must wear some form of insignia identifying himself as a soldier to enjoy the conventions’ protections. As Article 4.1.6 puts it, prisoners of war include “Inhabitants of a non-occupied territory, who on the approach of the enemy spontaneously take up arms to resist the invading forces, without having had time to form themselves into regular armed units, provided they carry arms openly and respect the laws and customs of war.” The Geneva Conventions of 1949 does not mention, nor provide protection to, civilians attacking foreign countries without openly carrying arms.
The reasoning behind this is important. During the Franco-Prussian war, French franc-tireurs fired on Prussian soldiers. Ununiformed and without insignia, they melded into the crowd. It was impossible for the Prussians to distinguish between civilians and soldiers, so they fired on both, and civilian casualties resulted. The framers of the Geneva Conventions held the franc-tireurs, not the Prussian soldiers, responsible for the casualties. Their failure to be in uniform forced the Prussians to defend themselves at the cost of civilian lives. The franc-tireurs were seen as using civilians as camouflage. This was regarded as outside the rules of war, and those who carried out such acts were seen as not protected by the conventions. They were not soldiers, and were not to be treated as such.
An Ambiguous Status
Extending protections to partisans following World War II was seen as a major concession. It was done with concerns that it not be extended so far that combatants of irregular forces could legally operate using their ability to blend in with surrounding civilians, and hence a requirement of wearing armbands. The status of purely covert operatives remained unchanged: They were not protected under the Geneva Conventions. Their status remained ambiguous.
During World War II, it was U.S. Army practice to hold perfunctory trials followed by executions. During the Battle of the Bulge, German commandos captured wearing U.S. uniforms — in violation of the Geneva Conventions — were summarily tried in field courts-martial and executed. The idea that such individuals were to be handed over to civilian courts was never considered. The actions of al Qaeda simply were not anticipated in the Geneva Conventions. And to the extent they were expected, they violated the conventions.
Holder’s decision to transfer Khalid Sheikh Mohammed to federal court makes it clear that Mohammed was not a soldier acting in time of war, but a criminal. While during times of war spies are tried as criminals, their status is precarious, particularly if they are members of an enemy army. Enemy soldiers out of uniform carrying out reconnaissance or espionage are subject to military, not civilian, justice, and frequently are executed. A spy captured in the course of collecting information is a civilian, particularly in peacetime, and normally is tried as a criminal with rules of evidence.
Which was Mohammed? Under the Geneva Conventions, his actions in organizing the Sept. 11 attacks, which were carried out without uniforms or other badges of a combatant, denies him status and protection as a POW. Logically, he is therefore a criminal, but if he is, consider the consequences.
Criminal law is focused on punishments meted out after the fact. They rarely have been preventive measures. In either case, they follow strict rules of evidence, require certain treatments of prisoners and so on. For example, prisoners have to be read the Miranda warning. Soldiers are not policeman. They are not trained or expected to protect the legal rights of captives save as POWs under the UCMJ, nor protect the chain of custody of evidence nor countless other things that are required in a civilian court. In criminal law, it is assumed that law enforcement has captured the prisoner and is well-versed in these rules. In this case, the capture was made without any consideration of these matters, nor would one expect such consideration.
Consider further the role of U.S. covert operations in these captures. The United States conducts covert operations in which operatives work out of uniform and are generally not members of the military. Operating outside the United States, they are not protected by U.S. law although they do operate under the laws and regulations promulgated by the U.S. government. Much of their operations run counter to international and national law. At the same time, their operations are accepted as best practices by the international system. Some operate under cover of diplomatic immunity but carry out operations incompatible with their status as diplomats. Others operate without official cover. Should those under unofficial cover be captured, their treatment falls under local law, if such exists. The Geneva Conventions do not apply to them, nor was it intended to.
Spies, saboteurs and terrorists fall outside the realm of international law. This class of actors falls under the category of national law, leaving open the question of their liability if they conduct acts inimical to a third country. Who has jurisdiction? The United States is claiming that Mohammed is to be tried under the criminal code of the United States for actions planned in Afghanistan but carried out by others in the United States. It is a defensible position, but where does this leave American intelligence planners working at CIA headquarters for actions carried out by others in a third country? Are they subject to prosecution in the third country? Those captured in the third country clearly are, but the claim here is that Mohammed is subject to prosecution under U.S. laws for actions carried out by others in the United States. And that creates an interesting reciprocal liability.
A Failure to Evolve
The fact is that international law has not evolved to deal with persons like Mohammed. Or more precisely, most legal discussion under international law is moving counter to the Geneva Conventions’ intent, which was to treat the franc-tireurs as unworthy of legal protection because they were not soldiers and were violating the rules of war. International law wants to push Mohammed into a category where he doesn’t fit, providing protections that are not apparent under the Geneva Conventions. The United States has shoved him into U.S. criminal law, where he doesn’t fit either, unless the United States is prepared to accept reciprocal liability for CIA personnel based in the United States planning and supporting operations in third countries. The United States has never claimed, for example, that the KGB planners who operated agents in the United States on behalf of the Soviet Union were themselves subject to criminal prosecution.
A new variety of warfare has emerged in which treatment as a traditional POW doesn’t apply and criminal law doesn’t work. Criminal law creates liabilities the United States doesn’t want to incur, and it is not geared to deal with a terrorist like Mohammed. U.S. criminal law assumes that capture is in the hands of law enforcement officials. Rights are prescribed and demanded, including having lawyers present and so forth. Such protections are practically and theoretically absurd in this case: Mohammed is not a soldier and he is not a suspected criminal presumed innocent until proven guilty. Law enforcement is not a practical counter to al Qaeda in Afghanistan and Pakistan. A nation cannot move from the rules of counterterrorism to an American courtroom; they are incompatible modes of operation. Nor can a nation use the code of criminal procedures against a terrorist organization operating transnationally. Instead, they must be stopped before they commit their action, and issuing search warrants and allowing attorneys present at questioning is not an option.
Therefore — and now we move to the political reality — it is difficult to imagine how the evidence accumulated against Mohammed could enter a courtroom. Ignoring the methods of questioning, which is a separate issue, how can one prove his guilt beyond a reasonable doubt without compromising sources and methods, and why should one? Mohammed was on a battlefield but not operating as a soldier. Imagine doing criminal forensics on a battlefield to prove the criminal liability of German commandos wearing American uniforms.
In our mind, there is a very real possibility that Mohammed could be found not guilty in a courtroom. The cases of O.J. Simpson and of Jewish Defense League head Rabbi Meir Kahane’s killer, El Sayyid Nosair — both found not guilty despite overwhelming evidence — come to mind. Juries do strange things, particularly amid what will be the greatest media circus imaginable in the media capital of the world.
But it may not be the jury that is the problem. A federal judge will have to ask the question of whether prejudicial publicity of such magnitude has occurred that Mohammed can’t receive a fair trial. (This is probably true.) Questions will be raised about whether he has received proper legal counsel, which undoubtedly he hasn’t. Issues about the chain of custody of evidence will be raised; given that he was held by troops and agents, and not by law enforcement, the chances of compromised evidence is likely. The issue of torture will, of course, also be raised but that really isn’t the main problem. How do you try a man under U.S. legal procedures who was captured in a third country by non-law enforcement personnel, and who has been in military custody for seven years?
There is a nontrivial possibility that he will be acquitted or have his case thrown out of court, which would be a foreign policy disaster for the United States. Some might view it as a sign of American adherence to the rule of law and be impressed, others might be convinced that Mohammed was not guilty in more than a legal sense and was held unjustly, and others might think the United States has bungled another matter.
The real problem here is international law, which does not address acts of war committed by non-state actors out of uniform. Or more precisely, it does, but leaves them deliberately in a state of legal limbo, with captors left free to deal with them as they wish. If the international legal community does not like the latter, it is time they did the hard work of defining precisely how a nation deals with an act of war carried out under these circumstances.
The international legal community has been quite vocal in condemning American treatment of POWs after 9/11, but it hasn’t evolved international law, even theoretically, to cope with this. Sept. 11 is not a crime in the proper sense of the term, and prosecuting the guilty is not the goal. Instead, it was an act of war carried out outside the confines of the Geneva Conventions. The U.S. goal is destroying al Qaeda so that it can no longer function, not punishing those who have acted. Similarly the goal in 1941 was not punishing the Japanese pilots at Pearl Harbor but destroying the Japanese Empire, and any Japanese soldier was a target who could be killed without trial in the course of combat. If it wishes to solve this problem, international law will have to recognize that al Qaeda committed an act of war, and its destruction has legal sanction without judicial review. And if some sort of protection is to be provided al Qaeda operatives out of uniform, then the Geneva Conventions must be changed, and with it the status of spies and saboteurs of all countries.
Holder has opened up an extraordinarily complex can of worms with this decision. As U.S. attorney general, he has committed himself to proving Mohammed’s guilt beyond a reasonable doubt while guaranteeing that his constitutional rights (for a non-U.S. citizen captured and held outside the United States under extraordinary circumstances by individuals not trained as law enforcement personnel, no less) are protected. It is Holder’s duty to ensure Mohammed’s prosecution, conviction and fair treatment under the law. It is hard to see how he can.
Whatever the politics of this decision — and all such decisions have political dimensions — the real problem faced by both the Obama and Bush administrations has been the failure of international law to evolve to provide guidance on dealing with combatants such as al Qaeda. International law has clung to a model of law governing a very different type of warfare despite new realities. International law must therefore either reaffirm the doctrine that combatants who do not distinguish themselves from noncombatants are not due the protections of international law, or it must clearly define what those protections are. Otherwise, international law discredits itself.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Guantanamo Obama Qaeda processo terrorista

permalink | inviato da giannipardo il 28/11/2009 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
27 settembre 2009
L'IRAN, OVVERO LA QUADRATURA DEL CERCHIO

L’Iran vuole la bomba atomica, è in grado di fabbricarsela e intende distruggere Israele. Non sorprendentemente, Israele non è d’accordo ed è a sua volta armato di bombe nucleari, più numerose e più progredite di quelle che potrebbe avere l’Iran. Ma mentre l’Iran può distruggere Israele con due o tre bombe, distruggere l’Iran è impossibile, date le sue dimensioni. Tuttavia, in caso di guerra atomica, mentre morirebbero circa cinque milioni di israeliani, potrebbero morire da venti a quaranta milioni di iraniani e gli altri rimanere intossicati. Chi può volere un risultato del genere? Nessuna persona ragionevole. Ma il punto è che qui ci sono in campo anche persone non ragionevoli.
Nella primavera del 1945 Hitler sarebbe stato disposto a lasciar uccidere tutti i tedeschi se questo avesse potuto procurargli la sopravvivenza politica o un’impossibile vittoria. Disprezzava l’intero popolo tedesco, che giudicava vile e imbelle, e pensava, come Caligola, che era un peccato non avesse una sola testa: glie’avrebbe tagliata volentieri. Lui personalmente, però viveva sotto sette metri di cemento armato. Nello stesso modo, il fanatismo islamico, che si fa forte di “non temere la morte, come la temono gli infedeli”, potrebbe imbarcare l’Iran in una guerra in cui, dal punto di vista delle perdite umane, avrebbe largamente la peggio. Ma i capi continuerebbero a predicare dai loro sicuri rifugi. Non c’è da contare sulla loro ragionevolezza.
A questo punto è ovvio: bisognerebbe impedire all’Iran di procurarsi l’armamento atomico. Ma come?
Un’azione militare come quella di Israele nel 1981, quando distrusse l’Osirak, non è possibile. I siti iraniani sono numerosi; non si può essere sicuri di conoscerli tutti; alcuni sono dentro le montagne o sottoterra: dunque sarebbe necessaria un’azione lunga e approfondita, con l’intervento di truppe di terra. Una vera guerra.
Inoltre, non potendo contrastare l’esercito americano, israeliano o ambedue nell’aria, nel mare e sulla terra, l’Iran potrebbe afferrare la giugulare dell’Occidente bloccando lo stretto di Ormuz e tagliando i rifornimenti di petrolio a buona parte del mondo. La cosa sarebbe tecnicamente facile da realizzare disseminando di mine lo stretto. Questa operazione non richiederebbe infatti l’impiego di grandi navi da guerra: basterebbero piccole e numerose imbarcazioni. Poi basterebbe che una sola petroliera saltasse in aria perché nessun altro armatore si sentisse di rischiare. Per giunta, anche a conflitto cessato, il pericolo di qualche mina non rimossa rimarrebbe presente, e la crisi si prolungherebbe per un tempo imprevedibile.
L’unica soluzione militare è la distruzione della flotta iraniana e di tutti i natanti iraniani prima dell’attacco. È facile immaginare quanto questa operazione sarebbe popolare, nel mondo.
E non basta. Ammesso che si riuscisse a distruggere tutte le installazioni atomiche, che cosa bisognerebbe fare? Rimanere lì a tempo indeterminato? Rischiare, una volta partiti, che gli iraniani ricomincino? Per non parlare della reazione delle opinioni pubbliche dinanzi alle migliaia e migliaia di morti che comporta una guerra guerreggiata. L’Italia, solo per sei soldati, ha decretato funerali di Stato.
Si potrebbe sperare di annullare il pericolo dei missili atomici iraniani con uno scudo di missili-antimissile, ma come essere sicuri che non ne sfugga uno che cada su Tel Aviv o Gerusalemme? In quel caso l’incendio mondiale sarebbe inevitabile.
E allora si parla di sanzioni. Queste, come si sa, non hanno una storia gloriosa. Ne ha potuto ridere perfino l’Italia degli Anni Trenta. Oggi la più seria sarebbe il taglio delle forniture di benzina, dal momento che l’Iran, seduto sul petrolio, non è in grado di raffinarlo nelle quantità che gli servono. Ma la Russia tentenna e può fornire a Tehran, via terra, tutto il carburante  necessario. Mosca vuole contenere l’iperpotenza statunitense ma i suoi  moventi non importano: importa che le sanzioni non valgono nulla se non coinvolgono tutti. E oggi non è così.
C’è pure chi spera che, ancora una volta, Israele “faccia il lavoro sporco”. Non solo è già odiata; non solo non ha interessi geostrategici, a parte la propria sopravvivenza, ma sulla base dei discorsi di Ahmadinejad è giustificata dal punto di vista del diritto internazionale. Purtroppo anche questa speranza è vana. Israele, per attaccare l’Iran con l’aviazione, deve sorvolare l’Iraq, e questo coinvolgerebbe gli Stati Uniti nella guerra, volenti o nolenti. Inoltre Israele non potrebbe invadere l’Iran via terra e certo non potrebbe in seguito presidiarlo. Infine non avrebbe sufficienti forze per tenere aperto lo Stretto di Ormuz.
Il futuro, come si vede, è più che preoccupante. Potrebbe divenire roseo se il regime degli ayatollah crollasse e fosse sostituito da un governo ragionevole. Ma quante speranze ci sono che ciò avvenga in tempo?
Oggi è dunque inutile irridere Obama per la sua indecisione e per la fatuità dei suoi sorrisi. Che sia un grande Presidente o un Presidente per ridere, nessuno può risolvere la quadratura del cerchio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it, ancora per qualche giorno un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
27 settembre 2009

POLITICA
25 settembre 2009
MORIRE PER KABUL?

Molte persone si chiedono seriamente se sia il caso di mandare i nostri soldati in Afghanistan ma questa domanda non può avere risposta.
Il problema se valga la pena di combattere una guerra si risolve da sé se la Patria è aggredita: in questo caso la scelta dello scontro è stata assunta da un altro Paese. Di solito, se c’è una possibilità di difesa – una possibilità che non aveva la Cecoslovacchia nel 1968 – tutti capiscono la necessità della guerra. Se invece non vi è attualmente un’aggressione e un governo intraprende l’azione bellica in quanto la reputa un costo minore rispetto ad uno scontro più lontano nel tempo, i dubbi spesso sono molto più grandi.
Nell’antichità Roma s’ingrandì – un po’ come la Russia nei secoli recenti – per il timore di essere aggredita: ogni volta conquistava un nuovo territorio per spostare più lontano la frontiera da cui poteva venire l’aggressione.
Tutto questo è talmente vero che la distinzione fra guerra di aggressione e guerra difensiva diviene labile. L’aggressore può sempre pretendere di star agendo per fini difensivi futuri. Per non parlare di Hitler che arrivò ad inscenare una finta aggressione di militari polacchi (in realtà soldati tedeschi travestiti), che furono gloriosamente uccisi dai commilitoni della Wehrmacht. A proposito: Wehrmacht uguale “forza di difesa”.
Un caso opposto s’è avuto nel 1967, quando Nasser compì tutti gli atti che chiaramente preludevano all’attacco di Israele. L’Egitto diede anche luogo a quelli che vengono chiamati “casus belli”, cioè azioni che autorizzano la controparte a considerarsi militarmente aggredita. Ciò malgrado, quando l’esercito egiziano non aveva sparato nemmeno un colpo di cannone, fu invece Israele che, con azione fulminea, annientò letteralmente l’aviazione egiziana al suolo, procurandosi il dominio dei cieli in quello scacchiere. L’iniziativa militare fu benedetta, dal punto di vista di Gerusalemme, che poi vinse la guerra a mani basse. Perché aspettare la prima mossa dell’altro, se lo scontro è inevitabile e voluto dall’aggressore? Soprattutto se si può fruire del fattore sorpresa? Ecco un caso in cui nessuno sarebbe scontento di vedere il proprio Paese vibrare il primo colpo.
Se, pur possedendo tutti i dati storici, è difficile stabilire se una guerra sia stata un’aggressione o una difesa strategica anticipata, figurarsi quanto sia difficile stabilirlo, riguardo al presente o al futuro, quando si è dei privati cittadini, e si è lungi dall’avere tutte le conoscenze economiche, militari, geografiche, storiche, politiche di cui dispongono i governanti con i loro consulenti. Per non parlare delle informazioni fornite dai vari servizi segreti.
In questo campo il cittadino medio non è in grado di avere una opinione ragionevole. Se parla, probabilmente parla a vanvera. Ma c’è qualcosa di  molto più allarmante: la storia mostra che la disponibilità di elementi di giudizio infinitamente più completi di quelli dell’uomo della strada non ha impedito e non impedisce ai governanti di commettere errori madornali. La storia è piena di conflitti che si sono risolti in un danno gravissimo di chi li aveva provocati: la Prima Guerra Mondiale fu dovuta ad errori di calcolo commessi indistintamente da tutti coloro che vi parteciparono. E infatti tutti ne riportarono solo danni e lutti immensi.
Ma la guerra è endemica: malauguratamente fa parte della natura umana. Nel 1939 Hitler dimostrava i suoi intenti aggressivi e il suo delirio di conquista e fu di moda chiedersi: “Morire per Danzica?” Ma i governi di Francia e Gran Bretagna avevano finalmente capito che non si trattava del famoso “corridoio” sul Mar Baltico. La Polonia era solo il primo boccone: bisognava difendersi. E meglio avrebbero fatto ad intervenire prima, magari impedendo con la forza il riarmo tedesco, contrario al trattato di pace.
Chiunque si chieda se bisogna morire per Danzica, Baghdad, Kabul dovrebbe sapere che lui stesso non ha modo di deciderlo. Forse non lo sanno neppure coloro che siedono intorno al tavolo del Consiglio dei Ministri. Essi agiscono – almeno in democrazia - secondo quello che reputano essere l’interesse della Patria, avendo soppesato i pro e i contro, ed essendo perfettamente coscienti che molti giovani moriranno:  ma c’è solo da sperare che non sbaglino. Non si può andare oltre.

POLITICA
14 giugno 2009
VINCE AHMADINEJAD
VINCE AHMADINEJAD: LE CONSEGUENZE
La vittoria di Ahmadinejad a Tehran può essere discussa, e lo è in primo luogo da coloro che, in Iran, hanno votato per il suo concorrente; tuttavia il dubbio sulla correttezza della tornata elettorale, considerando la situazione dall’Occidente, non ha nessuna importanza. O veramente Ahmadinejad ha avuto oltre il sessanta per cento dei voti, e dunque rappresenta fedelmente il popolo iraniano, oppure è stato capace di realizzare brogli elettorali di tale portata, da creare uno scarto di ventiquattro punti col suo migliore avversario. In questo caso sarebbe chiaro che ha in mano il potere: elezioni o non elezioni.
In quel Paese del resto, già a monte, le elezioni non sono democratiche: il governo infatti non permette a chiunque di candidarsi e di fare campagna e la competizione è permessa solo fra candidati non ostili alla teocrazia. Nella loro scelta gli iraniani avranno l’occasione di ricordare il detto di Henry Ford che, a proposito della sua Ford T, diceva: “Potete averla di qualunque colore, purché nera”. E chissà che non nasca da questo l’esasperazione di una parte degli iraniani. L’automobile l’avrebbero voluta almeno grigio scuro.
L’Iran va accettato come un dato immodificabile e non ci sarebbe nessun problema se le discutibili politiche della sua classe dirigente - in materia di diritti umani, di diritti delle donne, di giustizia penale, e perfino in campo militare - fossero esclusivamente rivolte all’interno. Purtroppo, l’Iran ha anche una politica estera la quale ha due stelle polari: una religiosa, l’appoggio agli sciiti contro i sunniti, e l’altra, ancor più importante dello scisma religioso, l’appoggio a qualunque attività, anche terroristica, contro Israele e contro gli Stati Uniti.
Anche qui bisogna ridurre il problema all’osso. Per quanto Ahmadinejad o chi per lui spari bordate di parole contro gli Stati Uniti, questi sono troppo lontani, troppo grandi e troppo forti per esserne inquietati. Chi ha realmente motivo di allarmarsi, facendo l’ipotesi di una potenza regionale fanatica in possesso dell’arma atomica, sono gli Stati sunniti, in particolare quelli ricchi e disarmati come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Molto tranquilli non potrebbero sentirsi neppure Stati che vantano un’antica alleanza con l’Iran, come la Siria, o altri, come l’Iraq, con cui s’è avuta una sanguinosissima guerra durata otto anni. Quest’ultimo Stato ha una maggioranza sciita ma, si sa, vicinitas mater discordiarum: la vicinanza fa nascere le discordie.
L’emergere di una potenza militare regionale è allarmante per gli Stati arabi più di quanto non lo sia per Israele. Questo Stato può infatti rispondere alle minacce con uguali minacce, anzi con minacce molto maggiori: l’Iran è molto più popoloso e, se si mette l’insetticida in una stanza chiusa, non costa di più uccidere mille mosche piuttosto che cinquanta.
Il problema è dunque: come possono reagire gli Stati arabi? L’alleanza con un vicino forte e aggressivo si chiama sudditanza. Una loro guerra preventiva è impensabile (politicamente, economicamente, militarmente) e di fatto potrebbero farla solo gli Stati Uniti, con l’appoggio di Israele. Una soluzione sarebbe quella di dotarsi a propria volta di un armamento nucleare, dando luogo ad una proliferazione che – secondo il principio di Murphy – condurrà ad un disastro di proporzioni planetarie. Infine potrebbero stringere alleanze tipo Nato con gli Stati Uniti, ma incontrerebbero due difficoltà: la riluttanza di Washington a farsi trascinare nel teatro mediorientale e l’ostilità della loro stessa piazza, cui essi stessi hanno predicato l’anti-americanismo. Per non parlare di un’impossibile alleanza con Israele.
Obama ha cercato la via del negoziato, perfino mediante affermazioni e richieste che hanno parecchio allarmato Gerusalemme, e forse crede veramente nel potere taumaturgico della parola: certo è che l’Iran lo ha risvegliato dalle sue illusioni. Oggi non gli rimane che prendere atto di avere a che fare con un avversario che crede stoltamente di avere tutte le briscole in mano. Ora dovrà spiegargli che non si sta giocando a carte ma alla sopravvivenza. Bisognerebbe dirgli: “Fai pure tutti i discorsi che vuoi, ma sappi che se fai arrivare una bomba atomica su Tel Aviv, Israele distruggerà tutte le città iraniane e quando gli finiranno le sue bombe noi gliene forniremo altre”. Questo è un discorso che capirebbero anche a Tehran.
Tanto che l’ultimo dubbio è: chi dice che questo discorso, dietro la facciata, non sia già stato fatto?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
14 giugno 2009

POLITICA
6 giugno 2009
IL DISCORSO DI OBAMA AL CAIRO
NOBILE ED INUTILE
Sul momento, il discorso di Barack Obama al Cairo è sembrato così insignificante, che si è reputato fosse il caso di tributargli solo un applauso di cortesia. Ma oggi si leggono ditirambi, soprattutto sulla stampa di sinistra, ed è dunque il caso di riprendere l’argomento. Non per disprezzo riguardo al Presidente degli Stati Uniti - nazione nel nostro cuore come poche altre - quanto perché, come i discorsi del Papa, è stato tanto nobile quanto inutile. E dal momento che gli aggettivi “nobile” e “inutile” sembrano fare a pugni, è bene spiegarsi con un esempio.
Immaginiamo che un autobus si ritrovi senza carburante nel deserto. Tutti i passeggeri considerano sconsolati la situazione e si chiedono come uscirne. Si sa che da quella strada non passerà nessuno fino al giorno dopo. I telefonini non hanno campo. Nessuno ha acqua e tuttavia il sole è forte: alle dieci del mattino la temperatura è già di ventinove gradi, non c’è ombra da nessuna parte e, mancando il carburante, non c’è neanche l’aria condizionata. A questo punto un predicatore si alza e dice:
“Sarebbe bello che nessuno mai si venisse a trovare in questa situazione. Gli esseri umani dovrebbero avere la capacità di resistere alle alte temperature senza disidratarsi e senza soffrire, e non è detto che, con l’evoluzione della specie, un giorno non ci si arrivi. Così come, del resto, si potrebbe arrivare a respirare sott’acqua. Forse che i pesci non ci riescono? Perché perdere la speranza? Ma torniamo a noi. Non è tollerabile che chi organizza il servizio dei satelliti trascuri ampie zone del territorio. Non è giusto che noi siamo qui, isolati, e dobbiamo rimpiangere, nel Ventunesimo Secolo, di non avere un colombo viaggiatore. Nel deserto c’è poca gente che ha bisogno del telefonino? Ma quanto vale, una vita umana? E non è una buona ragione per cambiare la copertura telefonica del territorio? Sarebbe poi utile se, in previsione di un guasto come quello di cui stiamo soffrendo, i fabbricanti di autobus prevedessero un serbatoio aggiuntivo, da tenere sempre pieno per ogni evenienza. E quanto all’acqua…”
Il predicatore potrebbe parlare a lungo e nobilmente. Magari non per dire seimila parole, come Obama, ma certo per indicare tante belle soluzioni che, attuate, avrebbero impedito il verificarsi della scomoda situazione. Ma a che servirebbe il suo discorso? Ben diverso sarebbe se potesse dire: ho qui un bidone di gasolio; ho qui venti litri d’acqua; ho qui un piccione viaggiatore che andrà a chiedere aiuto per noi. Ho qui la soluzione del problema.
Il caso di Obama non è diverso. Ha detto che negli Stati Uniti ci sono molti musulmani e che lui stesso ha avuto molti contatti con la loro civiltà. Che fra Occidente ed Islam l’odio, e a più forte ragione il terrorismo, sono un errore. Che bisogna lottare insieme contro la violenza e condividere il progresso. Che gli americani sarebbero lieti di andarsene al più presto dall’Afghanistan, se solo i loro risultati fossero raggiunti. E lo stesso sarà presto per l’Iraq. Tanto Israele quanto i palestinesi vivrebbero molto meglio se rinunciassero alla violenza e convivessero pacificamente. Poi si è detto preoccupato per la proliferazione nucleare, ha parlato in favore della democrazia, della tolleranza e della libertà religiosa, in favore dei diritti delle donne e dello sviluppo economico. Non ha detto che sarebbe bello se nel Sahara piovesse di più, ma l’affermazione non sarebbe stata fuori contesto.
In concreto, il discorso del giovane Presidente non contiene nulla di più di frasi ottative e bei principi. Chi non ci crede, e ne ha la pazienza, legga il testo . Su nessun argomento ha detto, né poteva dire: “Ecco, ho qui la soluzione del problema”. Ho il gasolio, ho l’acqua. Ha detto che con un atteggiamento positivo da parte di tutti gli interessati le difficoltà possono essere superate, ma – appunto – come ottenere che gli altri abbiano improvvisamente questo atteggiamento positivo?
Questa pedestre demolizione potrebbe essere proseguita scendendo nei particolari, ma essa è francamente troppo facile perché ne valga la pena. La verità è che Obama ha fatto un bel discorso letterario ma nulla di più. Caricarlo di elogi epocali, come fanno parecchi esimi commentatori italiani (in particolare di sinistra), corrisponde a renderlo ridicolo. E Barack Obama non lo merita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 giugno 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. sinistra obama cairo

permalink | inviato da giannipardo il 6/6/2009 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
POLITICA
28 maggio 2009
OBAMA E LA REALTA' EFFETTUALE
OBAMA E LA REALTÀ EFFETTUALE
Le critiche ad Obama, soprattutto in materia di politica internazionale, vanno aumentando. Tutti sappiamo ad esempio che la Corea del Nord rappresenta un autentico pericolo per la pace nel mondo e Obama, secondo i critici, lo affronta proponendo dialogo, dialogo e poi dialogo. Mentre è di questi giorni la notizia di una fortissima esplosione nucleare sotterranea e del lancio dei missili. Sulla base di questi fatti qualcuno dichiara il Presidente americano incerto e ingenuo: uno capace di credere che si possano domare i regimi fanatici con le parole. I perplessi sono soprattutto fra coloro che per lui hanno votato o, almeno, parteggiato. Durante i primi mesi di presidenza, dicono, non ha fatto altro che imbellettare diversamente la politica di Bush.
Tutta questa severità è fuor di luogo. Durante la campagna elettorale, Obama ha di sicuro esagerato con la retorica e la demagogia ma oggi potrebbe chiedere: “Proprio voi che mi avete eletto, avreste votato per me, se avessi detto che avrei mantenuto al novanta per cento la politica di George W?” Chi è deluso dovrebbe fare un esame di coscienza. Dovrebbe chiedersi se non sia stato lui stesso un ingenuo, quando ha creduto ad Obama, e se non sia stato ingiusto, quando ha rimproverato a Bush una politica che era l’unica possibile. La realtà effettuale, come la chiamava Machiavelli, è quella che comanda: se non cambiano i fatti, ben difficilmente possono cambiare le politiche che ne conseguono.
Per quanto riguarda la Corea del Nord, è vero che fino ad ora Obama ha attuato una politica ben poco risoluta. Ma la Cina ha una frontiera in comune, con la Corea del Nord, e dunque è contemporaneamente quella che corre i maggiori pericoli e quella che potrebbe più facilmente intervenire. Lo stesso Giappone, che pure è in grande pericolo, approfitta ancora oggi del disarmo imposto dalla sconfitta: “Noi siamo antimilitaristi, ci devono difendere gli Stati Uniti”. Ma l’America comincia ad essere stanca di questo ruolo di gendarme poco amato. Per giunta, se si muovesse militarmente, chi la sosterrebbe? E perché mai dovrebbe correre i massimi rischi una Nazione che ha l’intero oceano Pacifico, per avvistare e distruggere eventuali missili in arrivo? Obama “indeciso a tutto”? E se invece fossero gli altri paesi, ad essere “indecisi a tutto”?
Il problema dell’Iran è diverso e ancor più drammatico di quello della Corea del Nord. Fra i possibili obiettivi di Tehran ce n’è uno che non può permettersi troppi rischi. Se la Russia ha potuto resistere a Napoleone e a Hitler, è perché è enormemente estesa; Israele invece, a causa delle sue dimensioni, non sopravvivrebbe ad un attacco atomico. Per questo presto si troverà dinanzi al dilemma se attaccare l’Iran per impedirne l’armamento nucleare - ma è un’azione dal successo più che dubbio - oppure prepararsi ad un possibile, totale annientamento nucleare per poi magari cavarsi la soddisfazione di infliggere all’Iran perdite dieci volte maggiori delle proprie.
Questo particolare va chiarito. Una grande azione militare di solito ha lo scopo di indurre il nemico ad arrendersi o a scendere a patti. Ecco perché si dice che la “guerra è la politica proseguita con altri mezzi”. In questo caso invece la risposta di Israele avrebbe lo scopo ben più primitivo e inesorabile di vendicarsi della morte inflitta alla propria nazione. Non ci sarebbe negoziato possibile. Tsahal ucciderebbe con una gragnola di atomiche quanti più iraniani è possibile. Magari tutti. E Tehran, da sola, ha tre volte gli abitanti di Israele. Sono discorsi tremendi, ma come si può rispondere a chi ti dice che si sta armando per uccidere tutti gli abitanti del tuo paese?
Obama – che pure non ci sembra la migliore scelta, per il posto che occupa - si trova nell’infelice situazione di chi sarà comunque criticato, o per aver provocato certi avvenimenti o per non averli impediti. Ma chi lo critica non è detto che ne sappia più di lui.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
28 maggio 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. obama corea cina giappone atomica missili

permalink | inviato da giannipardo il 28/5/2009 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
DIARI
10 maggio 2009
BARACK OBAMA È IN PERICOLO
Il presidente Barack Obama è in pericolo. Non ha ancora frequentato Berlusconi e già scherza pericolosamente. Alla cena annuale dell’Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca ha spiegato l’assenza di Dick Cheney affermando che era impegnato a scrivere le sue memorie, dal titolo – udite, udite! - "Come sparare agli amici e interrogare la gente"» (allusione ad un incidente di caccia e agli interrogatori di Guantanamo autorizzati dalla precedente Amministrazione). Poi ha commentato il fatto che i primi due segretari al Commercio si sono dovuti dimettere dicendo che “«Nessun presidente nella storia ha mai nominato tre Segretari al Commercio in un tempo così breve”. Poi ha ironizzato sul fatto che il suo governo ha “portato avanti facce nuove e giovani, come Arlen Specter», senatore che ha settantanove anni e infine ha detto che con Hillary Clinton i rapporti non potrebbero essere migliori. “Non appena tornata dal Messico mi ha abbracciato stretto”, alludendo all’influenza suina che ha preoccupato quel paese.

Al Presidente non hanno insegnato ciò che in Italia l’ultimo dei giornalisti è in grado d’insegnare a Berlusconi: che un Presidente non scherza sui suoi collaboratori; che un Presidente non deve far ridere nessuno; che un Presidente dev’essere serio ed anzi, se possibile, imbronciato. Invece il nostro Barack ha tenuto banco e ha divertito tutti. Francamente, c’è da preoccuparsi. Che ne sarà di lui, che ne sarà della prima potenza del mondo, dopo che avrà frequentato Silvio Berlusconi?
Gianni Pardo

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. OBAMA . BERLUSCONI SERIETà STILE UMORISMO

permalink | inviato da giannipardo il 10/5/2009 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
23 gennaio 2009
IL FLOGISTO

IL FLOGISTO

Immaginiamo un uomo che, nel 1700, confessasse di avere dei dubbi sul flogisto: sarebbe stato considerato un ignorante da tutti gli scienziati. Il Sabatini-Coletti definisce così quella sostanza: “Secondo le teorie alchimistiche dei secc.XVII e XVIII, elemento immaginario ritenuto causa della combustione”. Immaginario però è un aggettivo di oggi. In quel tempo, invece,  per arrivare alla teoria del flogisto si sprecò molta intelligenza scientifica e solo Lavoisier, infine, fu capace di smontarla una volta per tutte. Ma prima, appunto, chi ne avesse dubitato sarebbe passato per un ignorante.

Il flogisto è l’equivalente chimico della favola degli abiti nuovi dell’imperatore: se tutti danno per reale qualcosa, è difficile negarla. “Se esiste la parola elettrosmog, com’è possibile che tu dica che l’elettrosmog non esiste?”  Come se bastasse battezzare una fantasia.

La popolarità di Barack H. Obama è come il flogisto, è allarmante perché aggrappata alle nuvole dell’apparenza. Che quest’uomo possa realizzare tutto ciò che la gente si attende da lui è semplicemente impossibile. L’entusiasmo da cui è circondato non è solo infantile: è una forma di crudeltà. Non bisognerebbe mai caricare qualcuno di tante aspettative. Oggi a questo Presidente che ha avuto il coraggio di parlare di “una nuova era”  non basterebbe nemmeno camminare sull’acqua.

Nell’epoca della televisione, nessuno può essere giudicato dalla sua campagna elettorale. Le qualità che fanno un eccellente candidato non sono le stesse che fanno un eccellente Presidente. Nulla impedisce che Obama possa rivelarsi un ottimo uomo politico. Gli imprevisti della storia e la diversa posizione in cui si trova chi deve dirigere un Paese rivelano spesso qualità e difetti diversi da quelli che la campagna elettorale faceva immaginare. Kennedy, l’idealista buono di Camelot, fece impantanare gli Stati Uniti nel Vietnam mentre Nixon, il realista cattivo, li tirò fuori dai guai. Né si può dimenticare Reagan: era un incompetente in economia (lo irridevano parlando di reaganomics o, peggio, di woodoo economics), e tuttavia lanciò gli U.S.A. in un lunghissimo periodo di grande prosperità, di cui beneficiò anche Clinton.

Alla domanda: “Chi è Obama?” l’unica risposta è: “Non lo so”. Fino ad oggi ha solo fatto bei discorsi, vaghi e coloriti. Ha solo formulato promesse mirabolanti e tuttavia questo non è sufficiente per giudicarlo severamente. Del resto mostra oggi una chiara tendenza a “mettere acqua nel suo vino”, come dicono i francesi: cioè a stemperare le promesse più ardite, a rinviarne l’attuazione, a parlare di difficoltà e, in concreto, a circondarsi di collaboratori esperti, realisti e prudenti.

Obama potrebbe chiedere: “Hai riso della mia campagna elettorale? Hai detto che era fatta di parole vuote e promesse irrealizzabili? Ebbene, eccomi qui, sono stato eletto. Se avessi espresso il mio vero programma, lo sarei stato? Ora invece mi comporterò con saggezza e realismo, e farò il bene del mio Paese, anche se alcuni sognatori saranno delusi. Chi è lo sciocco, fra te e me?”

Speriamo che Obama – oggi una totale incognita - si riveli un grande Presidente. Speriamo che aiuti gli Stati Uniti ad uscire dalle attuali difficoltà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 gennaio 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. FLOGISTO OBAMA

permalink | inviato da giannipardo il 23/1/2009 alle 8:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
ottobre        dicembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.