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1 maggio 2011
NAPOLITANO E GHEDDAFI, DUE CASI MOLTO DUBBI

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tenuto un discorso di cui bisogna essergli grati. Ha detto che i suoi “richiami sono accolti con ipocrisia istituzionale”. “Sembra quasi talvolta, ha aggiunto, che l'accogliere oppure no, il far propri sinceramente o no quei miei richiami, sia una questione di galateo istituzionale o un esercizio di ipocrisia istituzionale”.

Il tono è quello di un’autorità che vede disattesi i suoi ordini. E il Presidente ha ragione. Se egli non avesse l’autorità per formulare quei “richiami”, spesso molto severi, le diverse formazioni politiche, sindacali o civili di volta in volta prese di mira potrebbero rispondergli che egli non ha il potere di richiamare nessuno. Al massimo – secondo la Costituzione – può inviare messaggi scritti alle Camere. Dunque, non che lamentarsi lui di essere inascoltato, potrebbero le forze politiche lamentarsi del fatto che lui parla molto e si permette di “richiamarle”. Ma le forze politiche e sindacali questa reazione non l’hanno affatto. Dunque il Presidente esercita un suo diritto ed è giustamente irritato quando parla di “ipocrisia”, di un vano “galateo istituzionale” e ancora di un “esercizio di ipocrisia istituzionale”.

Se così stanno le cose, bisogna vedere quale sanzione preveda la Costituzione per questa inosservanza degli ordini del Presidente della Repubblica. Lasciando da parte gli articoli tecnici, ecco che cosa prescrive l’art.87 sui poteri del Pdr:

“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.

Può inviare messaggi alle Camere.

Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.

Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.

Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.

Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.

Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.

Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere.

Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

Presiede il Consiglio superiore della magistratura.

Può concedere grazia e commutare le pene.

Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Inoltre il successivo art.89 precisa: “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità”.

Con sorpresa vediamo che non solo nella lista la maggior parte dei “poteri” riguardano formalità, ma non vi sono affatto compresi i “richiami” e, a fortiori, le sanzioni che discendono dalla loro inosservanza. E tuttavia, queste norme devono esistere. Non si immagina che il Presidente della Repubblica, nella persona di un indiscusso galantuomo come Giorgio Napolitano, si arroghi diritti e poteri che non ha, e neppure che le forze politiche consentano a chi non ne ha il potere di avere l’aria di dare loro ordini. Sarebbe dunque bello avere da parte degli organi politici un chiarimento ufficiale di questo apparente mistero costituzionale.

Ma oggi è evidentemente una giornata sfortunata. Infatti c’è un secondo dubbio. La Nato ha bombardato intenzionalmente un’abitazione privata (si pensava e si sperava che ci fosse personalmente Gheddafi) uccidendo un civile, il figlio del rais, e tre bambini, che osiamo sperare innocenti. Come si sa, chi cerca di uccidere dei civili in casa loro è un terrorista; e se questa regola vale per tutti, vale anche per la Nato. Come mai nei media europei, ed italiani in particolare, non si alzano grida di sdegno? O forse i figli degli insorti uccisi per sbaglio sono civili innocenti e non sono civili innocenti i nipotini di Gheddafi, uccisi intenzionalmente? Ché, certo, la loro abitazione non era un obiettivo militare.

Da notare che la Nato non ha confermato l’avvenimento. O per ipocrisia politico-militare o perché il fatto non è vero. E non è quello che importa. Importa il mancato scandalo in Europa: che quelle morti siano vere o no, non potrà essere negata l’indegna parzialità dei moralisti e la callosa insensibilità etica dell’Occidente.

In questo modo si obbedisce alla Risoluzione 1973 dell’Onu che invita a proteggere i civili libici? Quel testo parla soprattutto di zona di interdizione aerea, e come mai non lo si applica agli aeroplani della Nato, per impedire che compiano azioni assassine?

Interessanti, infine, le scene di giubilo a Bengazi ed altre città sotto il controllo dei ribelli. Questi dimostranti rappresentano il futuro democratico e civile della Libia?

Le discussioni giuridico-morali in guerra contano poco. Però se Gheddafi manderà dei terroristi ad uccidere i nostri figli non potremo chiamarlo criminale o mostro. Dovremo chiamarlo “plagiario di tecniche di guerra”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

1 maggio 2011

 

 

 

 

politica estera
8 marzo 2011
SCENDERE IN PIAZZA PER I RIBELLI LIBICI
Il bambino esclama “Il re è nudo!” perché non si rende conto dei rischi che corre. Chi invece è adulto, da un lato teme la disapprovazione di tutti, dall’altro è spinto dal buon senso a dubitare di se stesso: “Possibile che tutti si sbaglino ed io solo abbia ragione?”
Il problema però ha una soluzione. Invece di affermare una verità pubblica e valida per tutti (“Il re è nudo”), basta affermare una convinzione soggettiva e non impegnativa: “Io  lo vedo nudo”.
Questo vale per le rivolte nel Nord Africa e in particolare per quella libica. In questi giorni abbiamo sentito in tutte le salse che i rivoltosi si battono per la libertà e per la democrazia: tanto che, secondo Walter Veltroni, saremmo in dovere di scendere in piazza per sostenerne le ragioni. Altri dicono addirittura che dovremmo aiutarli con l’istituzione di una zona di interdizione aerea o con un intervento armato sul terreno. Tutto bellissimo. Come gli abiti nuovi dell’imperatore. Ma noi questi abiti non riusciamo a vederli.
Per quanto riguarda gli eventuali interventi militari ventilati da Obama, non è necessario spendere molte parole. Le sue dichiarazioni potrebbero essere la prova che questo Presidente ha sbagliato mestiere. La Russia, che di interventi armati in altri Paesi si intende anche di più, si è già dichiarata risolutamente contraria. Ma torniamo alla situazione all’interno del Paese.
Di una rivolta si conoscono le intenzioni quando ne sono noti i programmi ed i capi. La Rivoluzione Francese fu talmente ideologica che il cambiamento sopravvisse all’autocrazia di Napoleone e a Waterloo. Se invece la rivolta scoppia dal basso, per puro scontento e senza avere alle spalle una corrente di idee, potrà divenire una rivoluzione ma ognuno darà a questa parola un suo proprio significato: e non è detto che il risultato accontenti tutti. Anche disuniti, è facile distruggere: costruire è molto più difficile.
Tra le intenzioni dei rivoluzionari e l’esito della rivoluzione si stabilisce spesso un divario che può giungere alla contraddizione più conclamata. Si parte con gli ideali di libertà di Voltaire e si arriva al Terrore. Né è necessario ipotizzare una nequizia intenzionale della tirannide. Si può pensare di Lenin tutto il male che si vuole, ma non c’è ragione di negargli la buona fede: egli avrebbe certamente voluto una Russia migliore di quella degli Zar. Il punto è che di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno. Si vuol liberare il proletariato dalle sue catene e con  Stalin si giunge al terrorismo di Stato.
Non tutti i Paesi hanno la possibilità di avere le stesse istituzioni. Gli inglesi, pure capaci di regicidio, sono da sempre per una monarchia sostanzialmente costituzionale; viceversa i russi, dopo avere abbattuto una monarchia assoluta, ne hanno creata una ancora peggiore. E hanno dovuto attendere settant’anni prima di provare ad adottare una democrazia che ancora oggi alcuni giudicano imperfetta.
Venendo alla Libia, dietro la sommossa non si vede nessun programma. I rivoltosi parlano di libertà, ma che cosa intendono, con questa parola? Fra l’altro, spesso “la rivoluzione divora i suoi figli”: come essere sicuri che non avvenga anche stavolta? Che garanzie abbiamo che l’eventuale tentativo di instaurare una democrazia non si volga presto in autocrazia, se perfino la civilissima Francia nel giro di dieci anni passò dalla Bastiglia a Napoleone? Non vorremmo che tutto si riducesse alla stanchezza di vedere la faccia di Gheddafi. E, a proposito di facce, in Iran sono passati dalla faccia di Reza Pahlavi a quella di Ruhollah Khomeini: non è detto che ci abbiano guadagnato.
Il pessimismo nasce anche da una sorta di considerazione geografica. In  Europa, nel corso del Ventesimo Secolo, l’Italia, la Spagna e la Germania hanno conosciuto la dittatura e tuttavia, immediatamente dopo, sono ridivenute democratiche come erano prima. Viceversa la totalità dei regimi dei Paesi islamici è composta da autocrazie. Quando non da confessate dittature. Come essere fiduciosi che la Libia, ben meno culturalmente sviluppata di Paesi come l’Egitto o la Tunisia, arrivi immediatamente alla democrazia? Non ci sono arrivati i palestinesi, comparativamente più acculturati, come potrebbero arrivarci loro? Nessuno lo esclude, certo: ma esserne sicuri sembra francamente eccessivo.
Gheddafi, a dir poco, è un personaggio tra il folcloristico e l’allarmante e sappiamo che i ribelli lottano contro di lui: ma è poco per scendere in piazza con Veltroni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2011


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