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ECONOMIA
13 maggio 2014
L'INARRESTABILE EMIGRAZIONE DALL'AFRICA
La sua vera ragione è una contraddizione culturale di fondo
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C’è qualcosa di stupefacente, nell’inarrestabile emigrazione di musulmani disperati dall’Africa all’Europa. A sentire i proclami ufficiali – e non parliamo di quelli degli estremisti – esiste un fanatico orgoglio islamico, un’intransigente rivendicazione dei propri valori, proclamati incontestabilmente superiori a quelli dell’immorale Occidente. Tanto che il programma vagheggiato è piuttosto quello di estendere il califfato all’Europa che quello di adottarne i valori e lo stile di vita. In alcuni Paesi la conversione al Cristianesimo è addirittura sanzionata con la morte. 
Questa è la versione ufficiale. Viceversa gli abitanti di Lampedusa hanno sotto gli occhi quella non ufficiale: quel flusso inarrestabile di persone che rischiano concretamente la vita per cercare d’avere, proprio in quell’Europa stramaledetta, il posto degli ultimi. Evidentemente questo continente appare come un Eldorado, rispetto alla realtà da cui provengono. Con le parole glorificano il mondo islamico, con i piedi votano per la prosperità occidentale.
E tuttavia non bisogna confondere i diversi piani. I nuovi arrivati rimangono buoni musulmani. Ché anzi è questo  che li rende inassimilabili. La loro emigrazione non è né su base religiosa né su base politica, malgrado le loro strumentali richieste di asilo politico: è esclusivamente economica. Essi non fuggono dall’arretratezza culturale e civile dei loro Paesi, corrono verso un supposto paradiso di prosperità nel quale cercheranno di integrarsi, anche se col ruolo di ultimi.
Qui si pone il quesito fondamentale: dal momento che il modello economico occidentale è tanto desiderato, perché non importare questo modo di produrre ricchezza piuttosto che esportare gli esseri umani? L’idea non è azzardata. Lo dimostra la sua adozione da parte di popoli asiatici come la Corea del Sud, la Malesia ed oggi perfino il Vietnam, nazione che pure, contro l’Occidente, ha combattuto una famosa guerra. Che cosa impedisce ai Paesi islamici del bacino del Mediterraneo, o a quelli del Corno d’Africa, di fare altrettanto? 
Un primo limite - non è il più importante, ma certo non è irrilevante - è l’ignoranza. Non si improvvisa una degna Amministrazione statale, non si crea facilmente una classe imprenditoriale in un Paese come il Sudan. È vero che questo ostacolo potrebbe essere superato con l’aiuto di “consiglieri” esperti occidentali ed in effetti in passato l’esperimento fu tentato. Le missioni, spesso nel nome dell’Onu, applicavano il principio per il quale “chi ti dà un pesce ti nutre per un giorno, chi ti insegna a pescare ti nutre per tutta la vita”. Ma l’esperienza dimostrò che quei popoli non volevano imparare a pescare. Da un lato, vedendo un bianco, speravano non di avere l’occasione di lavorare ma di avere tutto gratis (i famosi “aiuti”). Poi la propaganda ufficiale continuava a parlare di infiltrazione dell’Occidente immorale, di neocolonialismo economico, di materialismo irreligioso, e finiva che tutto tornava come prima. 
I dirigenti e i pochi ricchi certo non hanno fame e non mancano dei vantaggi economici occidentali. Dunque, almeno pubblicamente, rimangono fedeli alla dottrina più retriva. Il popolo minuto invece geme nella miseria oppure tenta di ottenere, pagando e rischiando la vita, lo status di paria nella vituperata Europa. 
E tuttavia questa non era e non è la soluzione. Infatti i discendenti di questi disperati, una volta che si siano integrati economicamente, dopo una generazione o due pretendono di distruggere il modello tanto bramato dai loro nonni. Come si è visto in Francia, per esempio con la rivoluzione delle banlieues, e in Inghilterra e in Spagna con gli attentati alla Metropolitana. 
Il problema degli emigranti dunque non è la miseria, è la mentalità. Come religione l’Islàm è rispettabilissimo. Purtroppo le sue conseguenze sociali – a cominciare dalla condizione della donna, spesso fondata più su pregiudizi religiosi che su prescrizioni coraniche – sono devastanti. L’imam predica l’abbandono a Dio, ma il credente è poi deluso dal fatto che Dio non gli faccia avere lo smartphone. I popoli di quell’area geografica da un lato desiderano la prosperità del’Occidente, dall’altro continuano a rifiutare la mentalità che è all’origine della sua ricchezza. E quando dei militari progressisti (in Turchia sin dagli Anni Venti del Novecento, poi in Algeria, in Egitto) cercano di imporre loro il progresso e una società laica, appena possono votano per i fanatici islamici. Si è visto in tutti e tre quei Paesi.
È inevitabile sentire una grande pietà per questi poveri emigranti, e ciò malgrado bisognerebbe impedire loro l’ingresso in Europa. Anche se la fame li ha spinti ad affrontare il rischio del mare, non per questo cambiano una mentalità incompatibile con l’Occidente. Un movimento come il Front National, in Francia, dimostra quanto questo grande Paese si sia pentito d’avere aperto la porta al Maghreb.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 maggio 2014

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9 maggio 2011
LA SOLUZIONE ISRAELIANA
Gli esperti concordano sul punto che la morte di Bin Laden non cambierà di molto il quadro del terrorismo internazionale. Più che un deterrente, essa potrebbe apparire come un esempio di martirio da seguire. È stato anche detto che la recente, inequivocabile dichiarazione americana di inaffidabilità del Pakistan nella lotta contro il terrorismo potrebbe condurre alla fine dell’alleanza. Come se non bastasse, gli avvenimenti del Nord Africa non sono tranquillizzanti. La rimozione di Mubarak, accolta con giubilo da Obama, non solo non ha ancora portato alla democrazia (ché anzi il potere dei militari è stato esteso ed accresciuto) ma sono aumentate le aperture ai Fratelli Musulmani ed è stato tolto il blocco di Gaza. E l’Egitto è il baricentro del Vicino Oriente. La stessa Libia del dopo Gheddafi potrebbe facilmente deragliare verso il campo integralista (che successo, per Francia e Regno Unito!) e c’è l’incognita di una Siria che potrebbe divenire un ancor più servile avamposto iraniano.
La prospettiva potrebbe essere quella di una radicalizzazione di tutti i Paesi musulmani, dalla frontiera del Marocco al Pakistan, per non parlare dell’Indonesia o della Nigeria. In che modo l’Occidente potrebbe confrontarsi con un simile mondo, ferocemente nemico? In passato si è seguito il principio del divide et impera: si è cercato di trovare alleati locali da opporre agli Stati Canaglia. Il nuovo quadro internazionale pone invece la domanda: come comportarsi, se non si trovano alleati e il fronte avversario è composto pressoché unicamente da Stati Canaglia?
Il problema sembra drammaticamente insolubile e tuttavia presto ci si accorge che la soluzione l’abbiamo sotto gli occhi. Uno Stato Normale (S) ha parecchio da temere da uno Stato Canaglia (C) solo se quest’ultimo è il più forte. Può allora temere di essere conquistato ed oppresso; e qualcosa ha ancora da temere se ha relazioni con esso: ne possono infatti partire sabotatori, terroristi e attentatori suicidi che, con mezzi relativamente modesti, possono rendergli la vita difficile. Ma se S è il più forte, la soluzione esiste ed Israele l’ha adottata da tempo: interrompere qualunque rapporto. Da quando quel piccolo Stato ha reso impermeabili le sue frontiere con una recinzione insormontabile, vive in pace e tranquillità. Uno sporadico attentato Israele lo mette nel conto, come è messo nel conto dagli altri Stati occidentali, ma il terrorismo è stato disinnescato e non conta più. Nei negoziati i palestinesi hanno ormai ben poco da offrire. La pace, la cessazione del massacro dei suoi cittadini innocenti, Israele l’ha realizzata da sé.
La soluzione va completata con la tecnica della rappresaglia. Per fare un esempio assurdo: se Copenhagen fosse la capitale di uno Stato Normale, Lubecca appartenesse ad uno Stato Canaglia e da essa partissero razzi o quelle altre offese che una frontiera non ferma, Copenhagen potrebbe mandare i suoi aerei, o le sue truppe, per un raid che, evitando i problemi e i costi di una occupazione, impartirebbe una severa lezione alla città (il modello è l’operazione Cast Lead, Piombo Fuso).
Sia detto en passant, la straordinaria lucidità politica e militare che Israele ha dimostrato dal 1948 non dipende dalla superiorità della menti ebraiche, dipende dal fatto che questo Stato si è sempre trovato in pericolo di vita. Ciò gli ha dato ogni volta il coraggio di fare ciò che era necessario, senza troppe preoccupazioni. L’Occidente commette grandi errori perché è troppo sicuro di sé. Un giorno potrebbe finalmente spaventarsi e far sapere al resto del mondo che non ha intenzione di attaccarlo ma di essere pronto, se attaccato, ad uscire dai suoi bastioni e a distruggere l’aggressore.
La prospettiva non è divertente ma quando le soluzioni gradevoli sono impraticabili bisogna adottare quelle sgradevoli. Rimarrebbero grandi difficoltà, derivanti anche dalle proporzioni degli Stati presi in considerazione, ma l’Occidente non ha ancora usato tutte le armi di cui dispone. Fino ad atti di forza come imbarcare su nostre navi gli immigranti illegali arrivati via mare e depositarli manu militari, con mezzi da sbarco, sulla battigia libica. Eventualmente reagendo con le armi a qualche difficoltà fatta dalla marina o dai soldati locali.
Si potrebbe addirittura vietare l’ingresso di tutti i cittadini di un dato Paese salvo quelli forniti di passaporto diplomatico e senza le guarentigie della “valigia diplomatica”. Insomma si potrebbe trattare uno Stato come Gaza, che favorisce apertamente i terroristi, con la prudenza e col disprezzo con cui si tratta un criminale pazzo.
L’Occidente ha ancora un futuro, naturalmente se dimostrerà più la volontà di sopravvivere che quella di meritare le lodi degli idealisti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
5 maggio 2011



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15 ottobre 2010
I PROBLEMI DEL FUTURO
Oggi è di moda preoccuparsi del futuro. Non solo del proprio: di quello dell’umanità. E questo è qualcosa di nuovo. Per milioni di anni sopravvivere è stato difficile. Si è morti troppo giovani per occuparsi del domani. Il nostro è invece un mondo prospero e riflessivo il quale non fa che paventare grandi fenomeni: l’immigrazione dai Paesi poveri (in particolare islamici); la fine del petrolio; i mutamenti climatici; la fame nel mondo; la sovrappopolazione; la proliferazione nucleare; la biodiversità; l’antropizzazione del pianeta ed altro ancora. Né si può dire che questi fenomeni siano frutto di immaginazione: chi ha ottant’anni è nato in un mondo in cui l’umanità era più o meno un terzo di quella attuale e dunque l’esplosione demografica è tutt’altro che una fantasia.
I vecchi però, a meno che non si credano immortali, si preoccupano per gli altri: loro moriranno prima che uno qualunque di quei problemi possa toccarli personalmente. I grandi mutamenti non riguarderanno la maggior parte degli adulti attuali: riguarderanno i loro figli e i loro nipoti. Dunque - pensano in molti - si ha il dovere di lasciar loro una casa abitabile. Non sarebbe bello dire ancora una volta “Après moi le déluge”. Ma qui sorge qualche obiezione.
Innanzi tutto, la preoccupazione del futuro non è di tutti. Molti si disinteressano di questi problemi (i cinesi dell’ecologia, per esempio); altri non ne sono neppure informati (gli analfabeti dei Paesi arretrati); altri infine (e sono la maggior parte) sono troppo poveri per pensare a tutto questo. Dunque non è detto che si riesca a predicare questa crociata ad un numero sufficiente di orecchie.
In secondo luogo, quand’anche si riuscisse a farsi sentire da molti, un conto è far capire una cosa in teoria, un’altra metterla in pratica. Si può ripetere a tutti che il petrolio è una risorsa limitata: non se ne crea più e quello che c’è fatalmente finirà; si può insistere ed insistere sul fatto che bruciarlo è da dementi e che bisognerebbe usarlo per le sue altre mille applicazioni: ma chi è disposto a rinunciare all’automobile? “D’accordo, il petrolio presto finirà, ma ora, scusatemi, devo fare un salto in macchina per andare a comprare il giornale”. Se, per imporre il risparmio, si portasse il prezzo della benzina a cinque euro al litro, il coro di proteste sarebbe assordante.
Si sarebbe tentati di dire che non c’è più nessuna speranza. Ma forse non è così. L’uomo saggio cerca di condurre una vita sana ma anche lo sventato, quando si ammala, cerca di curarsi. Una cosa è sapere che il fumo può causare il cancro, un’altra è sentirsi dire: “Bisogna vedere meglio che cos’è questa macchiolina nel polmone”. Nel momento in cui i problemi diverranno veramente attuali l’umanità probabilmente reagirà diversamente. Se oggi, per certe soluzioni, si hanno obiezioni morali, nel momento in cui si sentirà veramente la necessità di evitare un disastro non se ne parlerà nemmeno. A nessuno piace denudarsi dinanzi ad un estraneo ma lo facciamo tutti se appena il dottore dice: “Si spogli”.
Un assaggio si è avuto con la campagna demografica in Cina. Se lo Stato ci dice quanti figli dobbiamo avere, è una grave limitazione della libertà. Ma quando si è un miliardo e trecento milioni di persone, si comincia a pensare che lo Stato non solo può dircelo ma deve dircelo. In Paesi come l’Italia, a frenare l’incremento demografico è addirittura bastato il costo del metter su casa.
Forse l’umanità non sarà salvata dalle nostre virtuose preoccupazioni ma dalla necessità di adottare provvedimenti divenuti indispensabili: coloro che minacciano l’Occidente dovrebbero stare attenti. Finché ci si potranno permettere i bei sentimenti dell’accoglienza, della tolleranza, del rispetto degli altrui costumi, gli andrà bene. Il giorno in cui la nostra società dovesse sentirsi veramente in pericolo, ci sarà da compiangere chi non ne fa parte.
Per l’energia, a meno che non si realizzi la fusione nucleare, forse un giorno si obbligherà la gente ad andare di nuovo in giro a piedi, per chilometri, come tutti hanno fatto per milioni di anni.
I rimedi ai problemi sono visti in modo diverso secondo la loro attualità. Nessuno ama l’idea di vedersi tagliar via un piede. Ma se quel piede va in gangrena, addirittura paghiamo perché qualcuno ce lo amputi.
Solo noi vecchi moriremo certamente con tutti e due i nostri piedi.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
15 ottobre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.
POLITICA
6 gennaio 2010
L'INTEGRAZIONE DEI MUSULMANI? IMPOSSIBILE
Il Corriere riporta una diatriba fra Tito Boeri (http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_04/musulmani-boeri-risponde-sartori_60cb5c78-f95c-11de-9441-00144f02aabe.shtml) e Giovanni Sartori (http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_05/sartori-replica-islam_ddd2dd00-f9c4-11de-ad79-00144f02aabe.shtml) sull’integrabilità degli islamici nella società occidentale. I loro argomenti sono seri e complessi, ma c’è un punto assolutamente centrale che merita commento. Secondo Sartori, l’“integrazione richiede soltanto che [l’immigrato] accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato”.
Il problema riporta ad un quesito che bisogna discutere preliminarmente: la democrazia può ammettere nel suo seno un partito il cui scopo sia quello di eliminare la democrazia? Il dilemma non è insignificante. Se si risponde sì, la democrazia è in pericolo; se si risponde no, si annulla un caposaldo fondamentale della democrazia stessa, la totale libertà politica.
Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il buon senso dice che non si può chiedere a nessuno di suicidarsi. Meglio un limite alla libertà che perderla tutta. Meglio poter dire e fare tutto, salvo predicare l’assassinio del principe, che avere un principe che non permette nessuna libertà a nessuno e soprattutto non la libertà di cambiare il governo.
Si accenna a tutto questo perché la religione islamica è anche una dottrina politica che richiede l’unicità del potere. Il califfo è - e deve essere - contemporaneamente un capo religioso e un capo politico che governa in nome di Dio, secondo i principi stabiliti nel Corano. E come c’è un solo Dio non ci può essere che un solo tipo di governo. Qualcuno obietterà che questi sono i principi di bin Laden e degli estremisti in generale, ma non si può negare che essi esprimano la più rigorosa ortodossia. Non diversamente da come, nella religione cristiana, non si può negare che San Francesco sia stato più vicino alla predicazione del Vangelo di quanto siano stati i papi suoi contemporanei.
In Occidente, dalle parole: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” si è fatta derivare la separazione della sfera laica (e politica) da quella religiosa: ma un simile invito non esiste nella religione islamica. Mentre da noi chi si mette contro lo Stato in nome della religione è sottoposto a sanzioni penali, nel mondo islamico la ribellione in nome della religione è dovuta e obbligatoria. Il pio musulmano non può servire due padroni. La sua scelta è fra Dio e la morte per apostasia.
Le persecuzioni contro i cristiani costituiscono in questo senso un fenomeno interessante, anche se nato da un fraintendimento. I romani non invitavano quei credenti a divenire pagani, ad essere devoti di Mitra o Iside, ma soltanto a dichiarare la loro fedeltà allo Stato. E pure se essi rifiutavano per motivi di fede, le persecuzioni rimanevano politiche, non religiose: i cristiani erano visti come potenziali traditori. E sorridendo si potrebbe aggiungere che non vorremmo – come temeva Oriana Fallaci - che in Europa si finisse con un nuovo editto di Costantino a favore di Maometto.
La distinzione fondamentale è fra democrazia - governo di popolo quand’anche il popolo dovesse rendere lecito un peccato come il divorzio - e Islàm, in cui il potere appartiene a Dio, secondo l’interpretazione dei suoi rappresentanti. Per i maomettani più ortodossi i governanti laici sono abusivi. E questa non è l’ultima ragione per la quale i governi dei Paesi islamici moderati guardano agli integralisti con sospetto e allarme.
E se, a rigore, è illegittimo giurare fedeltà ad uno Stato come l’Egitto o la Giordania, guidati da musulmani, che dire di uno Stato guidato da un infedele?
Il musulmano ortodosso che venisse chiamato a giurare fedeltà alla Costituzione Italiana avrebbe la scelta fra abiurare la sua religione o mentire. E mentire potrebbe facilmente: mentre è inammissibile che il pio maomettano menta ad un altro maomettano, la menzogna è ammessa se si parla ad un infedele. E diverrebbe così uno di quei cittadini a mezzo servizio, come ce ne sono tanti in Francia e in Gran Bretagna, che non si integrano e si sentono soggetti ad un’altra autorità civile e morale: prova ne sia che chiedono il diritto di mantenere le loro costumanze (per i cibi, per la poligamia), di avere una giustizia propria (la sharia) e in alcuni casi (pochissimi per fortuna) si spingono a diventare terroristi contro il Paese che ha concesso loro la cittadinanza.
L’integrazione degli islamici non è facile come dice Tito Boeri. Essa è possibile solo al prezzo di una sostanziale apostasia. È ragionevole chiedere una conversione che molti accetterebbero solo a fior di labbra, perché accoppiata con un lavoro che rende bene?
La cosa migliore, se c’è bisogno di lavoratori, sarebbe rivolgersi verso est. Oppure accettare i musulmani, ma senza farsi illusioni sulla loro integrazione. L’esperienza francese ce lo insegna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 gennaio 2010
POLITICA
6 novembre 2009
MATTO, FANATICO, CRIMINALE: MATTO FANATICO CRIMINALE
Il maggiore medico e psichiatra Nidal Malik Hassan, si legge sul “Corriere della Sera”, è un fervente musulmano e un antimilitarista: “ha visto troppe volte gli effetti della guerra sui soldati”, sostengono i suoi parenti. Effetti drammatici sul corpo e nella psiche. Per questo, quando ha saputo che doveva andare in Iraq, ha ucciso dodici militari e ne ha feriti una trentina.
Questa è la notizia come la dànno i giornali: e si rimane sbalorditi. Come non si accorgono che la perorazione antimilitarista è assolutamente ridicola? Non è perché si è commossi dalle mutilazioni, dalle menomazioni e dalle morti in guerra che, per metterci rimedio, si provocano morti, mutilazioni e menomazioni.
Le spiegazioni più probabili sono: Hassan (che alla voce “nazionalità” ha scritto sui suoi documenti “palestinese”) è un matto fanatico; oppure un terrorista musulmano; o infine un matto fanatico terrorista musulmano intossicato da una “teoria” che nel mondo sembra essere etiologicamente alla base di molte nevrosi. E, purtroppo, di molti lutti.
E c’è un ulteriore aspetto negativo: episodi del genere rendono sospetti non solo tutti i musulmani ma anche i loro figli, pure nati nei Paesi occidentali come Hassan. Un bel risultato, veramente.

CULTURA
12 maggio 2009
LA MULTIETNICITA'
LA MULTIETNICITÀ 
Berlusconi ha detto che non vuole un’Italia multietnica e per prima cosa bisognerebbe sapere cosa significhi “multietnico”.
 Per lo Zingarelli, multietnico significa “formato da diversi gruppi etnici” e l’etnia è così definita: “raggruppamento umano basato su comuni caratteri razziali, linguistici o culturali”. Dello stesso parere sono il Devoto-Oli e il Sabatini-Coletti. E allora ecco la domanda: per caso,  l’abbiamo già, in Italia, questa “multietnia”? La risposta è sì: basta pensare all’Alto Adige. Qui ci sono quasi centomila italiani che parlano tedesco e si vergognano del nostro passaporto. Se non vogliamo l’Italia multietnica, che facciamo, imponiamo agli altoatesini di parlare solo italiano oppure regaliamo il Süd Tirol all’Austria? (Fra l’altro ci guadagneremmo economicamente).
Berlusconi, dicendo di non volere un’Italia multietnica, intendeva sicuramente qualcosa di diverso. Ma allora perché non si è espresso in maniera meno infelice?
Diverse etnie possono convivere sullo stesso suolo a condizione che questa convivenza sia armonica. La Svizzera ha italofoni e francofoni, cattolici e protestanti, germanici e latini, e tuttavia non ha grandi problemi sociali. Chi si sentirebbe di rifiutare quel modello? Viceversa in Spagna, negli Anni Trenta, c’erano solo spagnoli autentici, tutti bianchi e tutti cattolici, e tuttavia c’è stata una terribile guerra civile. Il discrimine non sta nell’omogeneità della popolazione ma nella capacità di integrazione in un modus vivendi comune.
L’Impero Romano non badava all’origine dei suoi cittadini ed è arrivato ad avere imperatori  spagnoli o illirici. Solo su un punto non transigeva, la fedeltà allo Stato: ne seppero qualcosa i cristiani. Anche in Francia ci sono milioni di cittadini, non di lontana origine francese, perfettamente integrati: dagli italiani incorporati durante il Risorgimento ai “tedeschi” dell’est, ai moltissimi immigrati spagnoli, russi, armeni, portoghesi. Poi purtroppo c’è l’eccezione dei moltissimi maghrebini che, pur avendo la cittadinanza prima ancora di mettere piede in Europa – l’Algeria era costituita da “dipartimenti francesi” – non sono mai diventati francesi di cuore. Come non lo sono diventati i loro figli e nipoti, che pure non hanno mai conosciuto l’Africa. Si è visto nella rivolta delle banlieues. Non è importante da dove si viene, è importante come ci si amalgama.
Un paese democratico non rifiuta l’ingresso a chi viene per lavorare e contribuire alla prosperità nazionale. Le differenze di colore, di religione, di abitudini alimentari non hanno importanza. Ai malati interessa poco se in ospedale l’infermiera è filippina o colombiana: l’essenziale è che conosca il suo mestiere e sia gentile. L’unica condizione, per l’armonia, è che lo straniero accetti almeno le principali regole della civiltà locale. Tempo fa un musulmano ha assassinato la propria figlia – si chiamava Hina – solo perché voleva vivere come le ragazze italiane e quell’uomo è stato condannato a decenni di carcere: ma non basta. A nostro parere, una volta scontata la pena, quel selvaggio dovrebbe essere espulso dall’Italia.
Tutti dobbiamo, fin dove possiamo, rispettare chi è diverso da noi: ma chi è diverso da noi ha il dovere imprescindibile di accettarci, soprattutto se è lui che viene a casa nostra. Noi permetteremo che le donne circolino con il burka, se lo desiderano, ma esse non devono pretendere di essere velate nelle foto delle carte d’identità; le ragazze, se questo stabilisce il regolamento scolastico,  non devono indossare il burka ma il grembiule, come le altre. E bisogna punire molto severamente chi si rende colpevole di mutilazioni genitali e di altre pratiche incompatibili col nostro livello di civiltà.
Gli stranieri devono accettare la vita all’italiana, se vogliono vivere qui. When in Rome, do as the Romans do, dice un proverbio inglese: quando sei a Roma, comportati come i romani. E questo è qualcosa di più di un detto: è un obbligo morale e giuridico.
Berlusconi avrebbe dovuto dire: non permetteremo che sia stravolta la nostra italianità e cercheremo di limitare l’ingresso di coloro che, per programma, non vogliono integrarsi. Se avesse detto questo, l’avremmo applaudito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
12 maggio 2009

CULTURA
10 maggio 2009
IL RESPINGIMENTO
IL RESPINGIMENTO
Il governo, dando esecuzione agli accordi con la Libia, ha messo in atto i “respingimenti” previsti da norme internazionali ed utilizzati - a detta di Piero Fassino - anche dal governo Prodi sulla frontiera est. Tuttavia ha ottenuto tutta una serie di reazioni negative, sul piano morale e sul piano giuridico. Hanno protestato l’opposizione, l’Onu, la Chiesa e soprattutto i giornali di sinistra. Ma il governo ha riscosso, se pure a bassa voce, il plauso della stragrande maggioranza degli italiani e si pone il problema di un giudizio equilibrato.
Prima di proseguire bisogna sgombrare il campo da un equivoco. È stato detto (falsamente) che il provvedimento delle autorità italiane va contro la Costituzione (oltre che contro gli impegni internazionali, l’umanità e perfino il regolamento del Rotary) perché non permette di distinguere gli immigrati clandestini dai richiedenti asilo politico. In realtà la Costituzione (art.10) stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. E questo significa in primo luogo che l’Italia può stabilire le condizioni per l’esercizio di questo diritto – per esempio la non clandestinità – e in secondo luogo che lo straniero deve essere in Italia: se il respingimento ha luogo dalle acque internazionali verso il porto di provenienza, l’Italia non c’entra per niente, né con l’immigrazione né con l’asilo politico.
Ecco perché il pianto greco sulle condizioni degli emigranti respinti in Libia è sorprendente: l’Italia può forse farsi carico di come la Libia, un paese sovrano, tratta i somali, gli ivoriani, i senegalesi che sono sul suo territorio? E allora perché non dovremmo occuparci di come il Sudan tratta i suoi stessi cittadini del Darfur, di come la Cina tratta i tibetani, o le varie tribù africane trattano i prigionieri fatti in occasione di scontri con altre tribù? Se ne fossimo capaci saremmo più efficaci, da soli, dell’intera Onu.
Ma la ragione del contrasto fra le reazioni degli italiani di buon senso e quelle delle anime belle è semplice: coloro che sono per l’accoglienza, la tolleranza, l’indulgenza, di solito non hanno nessun problema con gli immigrati. Il loro mondo - le case in cui vivono, i quartieri che frequentano, gli ambienti in cui si muovono – non incrocia mai il mondo degli immigrati. Se invece avessero come vicini di casa dei maghrebini rumorosi, se le prostitute invadessero i marciapiedi sotto casa loro, se fossero stati borseggiati da ragazzini rom, o – Dio guardi! – una ragazza di loro conoscenza fosse stata stuprata da clandestini, dall’oggi al domani  diverrebbero più intolleranti di quelli che prima avevano sprezzantemente definito razzisti.
Negli anni della grande migrazione interna italiana, a Torino un calabrese o un siciliano erano considerati dei selvaggi. La commessa di Alessandria che si fosse fidanzata con un ingegnere di Siracusa avrebbe dato un dispiacere al parentado. Fu il periodo in cui una casa era in locazione, “meridionali esclusi”. È vero però che il nord di quei lavoratori aveva bisogno ed è vero che, dopo qualche decennio, quei meridionali – o i loro figli – si sono perfettamente integrati. I problemi sono dunque due: l’Italia ha bisogno di questi immigrati? E questi immigrati, col tempo, si integreranno?
Alla prima domanda molti rispondono sì, ma questa risposta non è affatto in contrasto con un’immigrazione programmata e regolata. Se si ha bisogno di un panettiere, basterebbe assumere un panettiere sudanese che si è iscritto come tale al consolato italiano. Arriverebbe in aereo, non correrebbe il rischio di morire nel Mediterraneo e avrebbe un lavoro regolare.
Alla seconda domanda, si deve rispondere sì o no secondo la provenienza. Gli immigranti polacchi o rumeni alla seconda generazione saranno italiani, mentre gli immigranti musulmani non si integreranno mai. Lo dimostra l’esperienza francese e, più recentemente, l’esperienza inglese: chi non ne ha notizia si informi. Dunque è proprio questo flusso che bisognerebbe bloccare, non per disprezzo o per odio: è semplicemente che non bisogna importare persone che neppure decenni dopo si sentiranno a proprio agio da noi o ci permetteranno di essere a nostro agio con loro. In questo quadro, a lungo termine il blocco dell’immigrazione da sud è perfettamente giustificato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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10 maggio 2009

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