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POLITICA
23 maggio 2014
BEPPE GRILLO, SINTOMO DELL'ITALIA PEGGIORE
Qualcuno si chiede perché dare tanta importanza a Beppe Grillo. Il personaggio infatti appare notevole soltanto sulla scala dei decibel e della coprolalia. Ma l’importanza di qualcuno o di qualcosa non dipende soltanto dal suo proprio valore: quanto vale un verme solitario? E anche qui bisogna fare un’ulteriore distinzione. La tenia, almeno, il suo danno lo fa da sola. Mentre un fiammifero, in sé insignificante e inoffensivo, può fare danni enormi se acceso in una polveriera.
L’importanza di Beppe Grillo può essere spiegata mettendolo in parallelo con Charles De Gaulle. Nel 1940 i francesi non furono ostili al piano di Pétain di trovare un appeasement con i tedeschi. Dopo tutto costoro non intendevano affatto annettersi la Francia, volevano soltanto avere le mani libere ad oriente. Viceversa il Generale, contro venti e maree, e contro buona parte dei francesi, si lanciò da solo in un’impresa folle: mobilitare la flotta, l’impero, creare una resistenza all’invasore e muovere alla riscossa. Bisognava riscattare l’onore della Francia e sedere un giorno fra i vincitori. La grandezza di quell’uomo non fu simile a quella del fiammifero che fa saltare la polveriera. La sua fiammella si accese in una grotta in cui chi la teneva in mano, condannato a morte da Parigi, rischiava veramente di trovarsi da solo. In questo senso De Gaulle personalmente fu “un uomo estremamente dannoso”, per i tedeschi.
Beppe Grillo è l’opposto. La sua proposta politica è confusa, i suoi piani sono utopici, alcuni dei suoi progetti sono antidemocratici e incivili, in totale il suo messaggio non vale niente e trae la sua forza dall’esasperazione degli italiani. In un Paese normale, meno schiumante di disprezzo per l’élite della nazione, quel comico sarebbe guardato con la compassione che si ha per chi esagera talmente da far chiedere se sia sano di mente. Ma l’Italia non è un Paese normale. E Grillo è abbastanza intelligente per capirne la pancia. Dunque la spinge ad essere ancor più arrabbiata, ancor più estremista, ancor più irragionevole. La ubriaca con le parole che vuole sentire, con gli insulti che non osa pronunciare ad alta voce, con la spontaneità di un subconscio violento ed infantile finalmente liberato. Beppe non è un uomo estremamente pericoloso. Forse è addirittura insignificante: ma è il fiammifero nella polveriera. Non ha il coraggio di un De Gaulle. Non è Davide contro Golia, è uno che a Golia offre vino e lo invita a fare una strage. Chi è pericoloso, in questa situazione, è il popolo italiano. 
La cosa, come sempre, ha la sua spiegazione storica, stavolta costituita da due sorprendenti contraddizioni.
L’Italia è una nazione antichissima, che da quasi due millenni e mezzo ne ha viste di tutti i colori. Non solo non ha avuto la Riforma, ma un forte senso del reale la spinge – al livello privato – al più disincantato pragmatismo. Spesso anzi ad una bassa moralità. E tuttavia, cosa stupefacente, mentre è personalmente allergico agli ideali, come opinione pubblica il popolo sogna una classe dirigente senza macchia, disinteressata, di un’onestà addirittura eroica. E non potendo ottenerla, incoraggiata dall’ipocrisia dei partiti, sogna di gettare in galera tutti. Nessuno cerca di insegnare agli italiani che l’ottimo è nemico del buono: sentiamo soltanto predicare nuovi reati, leggi più severe, pene più lunghe, prescrizioni sempre più lontane. Manifestando una sete di vendetta indiscriminata e perfino di sangue in cui si sarebbe facilmente riconosciuto Saint-Just. Beppe Grillo cavalca questo delirio draconiano.
E qui troviamo la seconda delle due contraddizioni. Se l’Italia fosse a livello pubblico com’è al livello privato, cioè piena di buon senso e di senso pratico, non sarebbe facile da abbindolare. E invece, mentre è impossibile da ipotizzare un Mussolini in Inghilterra, noi non soltanto l’abbiamo avuto, ma l’abbiamo fornito come modello a mezza Europa. A Londra, protestando contro le imposte, hanno finito col decapitare un re. In America hanno fatto la rivoluzione per una tassa sul tè. Noi subiamo le peggiori angherie da uno Stato costoso e inefficiente e ce la caviamo sognando l’uomo forte: quello che spazzerà via i cattivi, quello che risolverà tutto. Duce, a noi.
Ecco perché Grillo è importante. Perché ci dimostra che, dopo settant’anni di fastidioso antifascismo di facciata, il popolo italiano è ancora una volta pronto al saluto romano e ai tribunali del popolo. Tribunali che Mussolini non instaurò, ma che Grillo ha il coraggio d’invocare. 
Abbiamo motivo di essere preoccupati. Noi italiani siamo ancora capaci del peggio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 maggio 2014


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POLITICA
2 aprile 2014
RENZI, UOMO DEL PASSATO
Questo giovane non somiglia ai contemporanei
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Per moltissimi Matteo Renzi rappresenta il nuovo. E ci sono buone ragioni, perché lo si pensi. È un politico di prima grandezza e non ha i soliti cinquanta-sessant’anni; è di sinistra ma osa parlare con la destra e perfino con l’arcidiavolo Berlusconi, dicendone bene e dichiarandolo affidabile; appartiene al Pd e non è spaventato dai sindacati e neppure dalla Cgil. Come dire che non teme nemmeno lo sguardo della Medusa. Insomma qualcuno potrebbe dire che “più nuovo di così si muore”. E invece.
Probabilmente come conseguenza della straordinariamente lunga pace europea – dura da quasi settant’anni – siamo abituati a vedere i politici come signori placidi, riflessivi ed anziani. Conservatori anche quando - per non dire “soprattutto” - chiamano sé stessi progressisti. Le nostre mete sono prosaiche e triviali, anche se oggi si usa l’aggettivo “economiche”. La nostra mentalità è tutt’altro che avventurosa e siamo tendenzialmente dei posapiano. Del resto abbiamo ottime ragioni, per questo. La prima metà del Novecento ce ne ha fornita tanta, di “avventura”, da dare a tutti il desiderio di non correre nessun genere di rischi. Un po’ come le orribili guerre di religione del Cinquecento dettero al nostro Continente una diffusa voglia di pace e stabilità. 
Quale che sia la causa, è sicuro che l’età moderna è un’età gerontocratica dominata da una folla di miti borghesi. Perfino quando si fanno delle guerre – basti pensare alla Seconda Guerra del Golfo – si pretende che non muoia nessuno dei nostri. In questo campo gli americani dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno anche avuto la lezione del Vietnam, e oggi preferiscono gli aerei da guerra senza pilota, i famosi droni: e spediscono la morte come un’e-mail. Attenzione, non è che si voglia biasimare tutto ciò, né parlando degli americani né parlando di noi: questo immenso rispetto per la vita umana rappresenta sicuramente un progresso, rispetto al passato. Ma ciò non impedisce che la nostra sia una società di vecchi più preoccupati della prostata che della conquista della gloria.
Il passato invece è pieno di grandi uomini che sono stati tali ad un’età in cui oggi si è ancora chiamati “ragazzi”. Oggi essi spesso non si sono ancora sposati, non hanno avuto figli e non hanno ottenuto il lavoro definitivo. Ottaviano invece divenne il padrone di Roma con la battaglia di Azio, quando aveva trentadue anni. Più o meno l’età che aveva Napoleone quando guidava quella campagna d’Italia che gli avrebbe aperto le porte del potere. Mussolini guidò la marcia su Roma a 39 anni, la stessa età di Renzi. Per non parlare di Alessandro, che la sua avventura politica e militare non la cominciò a 33 anni, ma a quell’età la concluse, con la morte.
L’uomo che fa la storia non è un campione di riflessione. Non è un professore di diritto costituzionale o di tattica militare. È uno che intuisce l’azione da intraprendere più di quanto non la studi. Uno che, più che soppesare tutte le scelte, si butta. Soprattutto è qualcuno che, pur comprendendo che quanto ha deciso potrebbe incontrare parecchie obiezioni, magari fondate, tira diritto e proprio perché non esita vince. Berlusconi, che pure è stato visto come un innovatore, non ha mai avuto il coraggio di dire, come ha fatto Renzi, che lui può fallire e andare a casa, ma con lui andranno a casa tutti gli altri, anche quelli che, accigliati, gli rivedono le bucce. Ecco perché, se continua a comportarsi come ha fatto fino ad ora, il sindaco è un uomo del passato. Cioè un grande. Infatti, se riuscirà, lascerà dietro di sé una traccia ben più visibile di quella di tanti altri. 
Purtroppo c’è quel “se”. Finché l’azzardo paga, si grida al genio. Se poi si incappa in Waterloo, tutti sono capaci di annunciarci che quella fine era prevedibile e inevitabile. Proprio per questo avremmo tanto voluto che Matteo non esagerasse, con la sua giovanile baldanza. Bastava che promettesse la metà di ciò che ha promesso, e bastava che ne realizzasse un quarto, per gridare al miracolo. Invece osa forse più di quell’Alessandro sulla cui salute mentale, mentre non aveva ancora raggiunto i trentatré anni, nessuno avrebbe giurato.
Si ha dunque ogni ragione di essere pessimisti, sull’esito finale. Ma è bello rendere a Renzi, già da oggi, l’onore delle armi. È comportandosi come lui che si fa la storia. Che poi il risultato finale sia gloriosissimo, come avvenne ad Augusto, o tristissimo, come fu per Napoleone, dipenderà dalla sua saggezza e, direbbe Machiavelli, dalla Fortuna. Una dea che non regala biglietti vincenti a nessuno.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 aprile 2014


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8 settembre 2011
GIUFA' E LA MANOVRA ECONOMICA

La manovra sta arrivando in porto. Sarà sufficiente, sarà insufficiente? L’esperienza ci ha insegnato che non vale la pena di commentare né le cento decisioni né le mille stroncature: aspettiamo il responso della realtà. Ma per quanto riguarda le critiche vien voglia di citare la condanna a morte di Giufà. Il leggendario personaggio popolare siciliano – spesso a metà strada fra la balordaggine e la furbizia – chiese di poter scegliere l’albero al quale essere impiccato. I boia lo condussero nel bosco ma non c’era verso che ci fosse un albero di gradimento del condannato. Dopo ore finalmente arrivò la decisione: Giufà voleva essere impiccato ad una pianta di prezzemolo.

Chi rischia di fare notevoli sacrifici dice che il proprio non è l’albero giusto. Bisogna trovarne un altro. E per l’opposizione il compito è anche più facile: l’albero giusto è il prezzemolo. Purtroppo, una condanna a morte si può evitare se si ottiene la grazia. Per un debito pubblico come quello italiano non c’è re, imperatore o califfo che possa fare un gesto di clemenza. Chi è fuori dal governo può gridare i suoi no e magari astenersi dal lavoro – cosa del resto che molti rischiano di fare a titolo definitivo – ma chi tiene il timone sa che se la nave va a sbattere gliene si darà comunque la colpa. Gli si imputerà perfino di non avere fatto ciò che sul momento gli stessi critici gli intimavano di non fare. La politica funziona così.

Non che i governanti meritino una speciale comprensione, perché quando si tratta di scopare la spazzatura sotto i tappeti sono degli specialisti. È così che è stato creato il nostro immenso debito pubblico. Ma quando il sollevamento dei tappeti è in programma per il giorno dopo, per chi è a Palazzo Chigi è veramente un momento sfortunato.

Sia detto di passaggio: il governo Berlusconi non fa eccezione, in questo campo. La prima manovra stabiliva infattioggi dei sacrifici da farenel 2013. Purtroppo non è andata. I mercati sono in grado di eseguire le quattro operazioni e si è dovuto fare sul serio. Anche se non sappiamo se in questo momento si stia facendo sul serio. E se basterà.

La tragedia del nostro Paese è che abbiamo tendenza a confondere democrazia e anarchia. Già tanti anni fa gli scioperanti bloccavano strade e ferrovie e il fatto costituiva un grave reato: per giunta flagrante, in quanto commesso dinanzi a carabinieri e poliziotti schierati a decine. Come mai le forze dell’ordine non intervenivano?

“Motivi di opportunità politica”, si rispondeva. “Non credo che il codice penale preveda l’opportunità politica. Tollerare un reato rimane del tutto inammissibile”, obiettava il giurista.

Ma poi lo scandalo cessò. Non che gli scioperanti avessero smesso di bloccare strade e ferrovie; non che i poliziotti li avessero arrestati: semplicemente lo Stato legalizzò quel comportamento illecito che non osava reprimere. A spese dei viaggiatori e degli automobilisti.

Da noi il potere è capace di essere duro, addirittura vessatorio, col singolo. È capace di punirlo severamente per mancanze veniali, è capace di obbligare il contribuente onesto (onesto, si badi) a provare non una ma due o tre volte, con penose procedure amministrative, di avere fatto a suo tempo il proprio dovere. Quasi un invito ad evadere, la prossima volta. E se a due o tre scalmanati saltasse in mente di bloccare una strada, la sera stessa non dormirebbero a casa loro. Al contrario lo Stato sa solo fare marcia indietro quando è affrontato da un’intera categoria di lavoratori, dai dipendenti di una grande industria o da una lobby bene organizzata. I sindacati, per cominciare.

Forse, se il Fato è benevolo, l’ultima manovra basterà. Forse non basterà. E, comunque, sempre che non sia cambiata alla Camera; da dove dovrebbe allora tornare al Senato, sperando che questo non cambi una virgola. Diversamente dovrebbe tornare di nuovo alla Camera…

Tutta la vicenda fa pensare alla sconsolata conclusione di Giolitti, secondo cui  governare gli italiani non è impossibile, è inutile. Ed è interessante il fatto che la frase sia generalmente attribuita a Mussolini il quale – almeno lui! – i poteri per governare li aveva: ma appunto, se è possibile attribuire quell’idea ad un dittatore, è segno che la nostra tendenza all’anarchia è più forte anche della dittatura.

I nostri governi ci rappresentano meglio di quanto non vorremmo riconoscere. Quante voci si sono levate, a suo tempo, per protestare contro l’irresponsabile politica di spese folli che hanno creato l’immane debito pubblico che oggi rischia di mandarci a fondo? Noi ricordiamo solo Antonio Martino, grillo parlante dimenticato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

8 settembre 2011

 


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POLITICA
15 aprile 2011
GRANDI UOMINI, GRANDI ERRORI
Ci sono illusioni che sopravvivono a tutte le smentite. Si ha un bel ripetere che i numeri ritardatari del Lotto non hanno nessuna probabilità più degli altri di “uscire”, la gente continuerà a crederci. Analogamente non si ottiene nulla ripetendo che i Grandi Statisti sono da un lato più intelligenti e dall’altro più capaci di commettere errori di quanto la gente non pensi. Molti li giudicano cretini e poi si aspettano che non sbaglino mai.
Il fenomeno ha una spiegazione. I grandi del passato sembrano giganti perché hanno vinto. E infatti di Catilina sappiamo poco perché perse. Lo stesso Alessandro, se fosse morto in una delle sue prime battaglie, sarebbe stato l’ignorato figlio di Filippo. Il paragone con i contemporanei è sbagliato: è come confrontare con i vincitori delle passate edizioni i cento ciclisti del giro d’Italia di quest’anno. Risulterebbero quasi tutti dei brocchi.
“La familiarità genera il disprezzo”. Tutti sono pronti a trattare da grand’uomo Togliatti e ad irridere Pierluigi Bersani, mentre Togliatti è l’inescusabile complice di un grandissimo criminale e Pierluigi Bersani è un galantuomo. Ma il primo non fa parte del presente ed è facile mitizzarlo.
Bisognerebbe rispettare di più i contemporanei. Non si diventa Presidenti della Repubblica Francese se si è mezze calzette. Nicolas Sarkozy è un uomo straordinario. Ma anche gli uomini straordinari possono commettere enormi errori. Nel maggio del 1940 Mussolini ha creduto che la guerra fosse finita e questo è costato a lui la vita e all’Italia il peggiore disastro dal momento della sua unità. Sarkozy ha anche lui sbagliato quando ha creduto che come era andata in Tunisia e in Egitto dovesse necessariamente andare in Libia. Ha dichiarato guerra al vinto e ha sperato di cingere il proprio capo con una corona d’alloro ottenuta a basso costo. Purtroppo, la realtà gli ha risposto con una raffica di vecchie regole. Intervenire nelle vicende interne di un altro Paese non è quasi mai un buon affare. Una guerra non si svolge quasi mai come previsto. L’aviazione da sola non vince nessun conflitto e soprattutto non bisogna dimenticare che, quando parla il cannone, le nostre parole non si sentono. È inutile ripetere tre volte al giorno “Gheddafi se ne deve andare”. Si rischia di far notare ancora di più la propria sconfitta.
Sarkozy forse trascinerà la sua patria in qualcosa di peggiore della sconfitta: nel ridicolo. E non si capisce perché l’abbiano seguito una nazione pragmatica e saggia come la Gran Bretagna e (almeno in un primo momento) quegli Stati Uniti che hanno una situazione sia economica sia militare che non consente ulteriori avventure. Non  parliamo dell’Italia per carità di Patria.
Leggiamo dunque le scarne notizie che al riguardo compaiono oggi, fino alle 16, sul Televideo Rai. 
Ore 0,01 Libia. Per la Francia “Gheddafi deve andare via. Bisogna esercitare robusta pressione militare finché Gheddafi andrà via”.
2,07 Libia. Annullato volo per gli Usa del leader degli insorti libici Jibril. Lo ha reso noto la Commissione Esteri del Senato americano.
7,06 Brics. Vertice in Cina di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (Brics). Uniti sul “no” all’uso della forza in Libia.
11,15 Libia. Juppé: “La Francia è contraria ad armare i ribelli anti-Gheddafi. Non siamo in questa disposizione di spirito”.
13,14 Libia. Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, insiste per una soluzione “politica” e chiede immediato cessate il fuoco.
13,56 Libia. Clinton: gli Usa continueranno  a partecipare alle operazioni militari fino alla completa uscita di scena di Gheddafi.
La prima notizia corrisponde alla convinzione che si possa ottenere la pioggia parlando alle nuvole. L’ultima è pressoché falsa: la realtà mostra il ritiro sostanziale degli Stati Uniti, l’insufficienza delle azioni fin qui intraprese e l’impossibilità di andare oltre quello che s’è fatto fino ad ora. Robusta pressione militare? Ma se la Francia è contraria ad intervenire con truppe di terra e perfino (Juppé) “ad armare i ribelli anti-Gheddafi”! Gli Stati Uniti non ricevono il capo degli insorti, Jibril e il Segretario dell’Onu chiede un cessate il fuoco, come fa chiunque stia perdendo;  e sembra non rendersi conto che, se le armi tacciono, Gheddafi ha vinto.
Per questa campagna nata dalle rodomontate di un Presidente che pensava di schiacciare Gheddafi come una zanzara la campana a morto la suonano la Germania, che si è saggiamente astenuta dal partecipare, e soprattutto Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi Stati sono importantissimi e due di loro siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto. E se non si usa la forza, in Libia, come si obbliga Gheddafi ad andar via?
Per chi aveva scommesso su questa azione la realtà è molto mesta. Dal punto di vista militare gli insorti non hanno alcuna possibilità di vincere la guerra. Dal punto di vista politico la Libia non ha più le prime pagine dei giornali. Sul terreno a Gheddafi basterà aspettare che gli europei si stanchino di questa storia e se ne tornino a casa con le pive nel sacco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2011


POLITICA
11 settembre 2009
IL GOVERNO E LA QUESTIONE MORALE
Anni fa Enrico Berlinguer e la sinistra lanciarono la moda della “questione morale”. L’argomento, futile in sé, è divenuto col tem
po importante perché se ne interessa il grande pubblico. Il principio della separazione della politica dalla morale (Machiavelli) non è arrivato a divenire luogo comune e la convinzione generale rimane che un uomo onesto governerebbe bene perché pensa al bene del Paese, mentre un uomo disonesto governerebbe male perché pensa a sé. Molti ne fanno addirittura una questione di soldi: pongono il ministro degli interni allo stesso livello dell’assessore di un paesello e si credono furbi e cinici perché vedono il grande politico come un bambino lasciato senza sorveglianza in una pasticceria. Se uno prova a dimostrargli che questi sono pregiudizi ingenui, sbatte contro un articolo di fede: “I politici sono tutti disonesti e tu li difendi?”. Non si riesce a spiegare che il problema è un altro.
Il punto centrale del problema governativo non è l’onestà ma la difficoltà di sapere qual è il bene per il Paese. Se uno sciocco e incompetente ritiene doveroso fare una certa politica, e questa politica si rivela rovinosa per il Paese, a che sarà servito che sia onesto e in buona fede?
Una volta eletti, tanto l’onesto quanto il disonesto devono governare. L’ideale è che il politico sia un galantuomo ma è sempre meglio avere un disonesto che governa bene che un onesto che governa male. Se nel corso di una legislatura un ministro intelligente si mettesse in tasca un miliardo di euro ma nel frattempo riportasse alla prosperità il Paese, quel denaro non avrebbe potuto essere speso meglio. Tanto che se infine i magistrati lo mandassero in galera, sarebbe giusto stendergli un tappeto rosso fino alla porta del carcere.
Questo può sorprendere ma è la dimensione del problema ciò che cambia tutto. Una buona politica produce vantaggi incommensurabilmente più grandi del guadagno illecito che ne può venire in tasca ad un singolo. Negli primi Anni Quaranta la Gran Bretagna fu guidata da un uomo obeso, bevitore, fumatore e cinico: si chiamava Winston Churchill e salvò l’Inghilterra. Sul continente Mussolini fu un uomo sulla cui onestà personale nessuno ha mai manifestato dubbi e Hitler fu addirittura casto e vegetariano: e tuttavia proprio costoro hanno provocato ai rispettivi paesi infinitamente più danni di quanti ne provocò a Cuba il corrotto Fulgencio Batista.
Quando tutto va bene, l’umanità ha difficoltà a capire questo tipo di cinismo. Se si potesse tornare indietro ai primi Anni Cinquanta, molti cubani favorirebbero di nuovo Castro perché avendo la pancia piena e non vivendo nel terrore ci si occupa di grandi ideali. Purtroppo, è spesso quando si tenta di avere qualcosa di meglio che si provoca un disastro. È la storia stessa del comunismo: questa teoria esiziale non avrebbe trionfato se i rivoluzionari non avessero contrapposto la loro onestà e il loro amore per il popolo alla corruzione dei governanti. Ecco perché le infinite critiche alla democrazia sono stupide: non è che questo tipo di regime non abbia difetti, e Winston Churchill ha anzi detto che il miglior argomento contro quel sistema è una conversazione di cinque minuti con un qualunque votante: ma rimane il fatto, come diceva egli stesso, che gli altri tipi di governo sono largamente peggiori.
L’umanità però ha la memoria corta. I vecchi finiscono col morire e coloro che hanno vissuto sotto il comunismo sono sempre meno. Chissà che un giorno i giovani non ricomincino tutto da capo, con un’altra perniciosa illusione.
Quanto all’Italia, viviamo il festival della questione morale modello portineria. Si sentono dire correntemente assurdità, per esempio qualcosa che avrebbe fatto schiattare dal ridere Machiavelli: che i politici al vertice devono dare l’esempio della moralità! Lui gli perdonava l’assassinio e oggi si vorrebbe che non abbiano una vita sessuale. Si è passati dall’impunità perché capi di Stato alla mancanza dei normali diritti perché capi di Stato. Siamo alla demenza.
Se questa corrente di stupidità si ingrandirà, un giorno si cercherà qualcuno che sia veramente animato solo dall’amore del popolo. Un uomo casto e puro. Un modello di virtù. Magari scoprendo poi che si chiama Iosif Vissarionovic Džugašvili. Stalin per gli amici.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 settembre 2009

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